Ma se diversi sono gli ufficii delle tre persone e diverso anche il modo come gli uomini si comportanoverso di loro, egli è ben chiaro che diverso è l'influsso che ciascuna di esse ha esercitato nella storia del mondo. Secondo che gli uomini progrediscono, ed ai sentimenti del terrore sottentra la brama del sapere, e poscia l'amore del prossimo, muta il regno delle persone. Fu un tempo in cui gli uomini non conobbero se non il rigor della legge, e dominava incontrastato il Padre. A questo lungo periodo successe l'altro in cui fu scoperta la verità, sulla quale era da secoli tirato un fitto velo, fu il regno del Figlio, o dell'eterna sapienza. Ma con questo secondo periodo non si chiude il corso della storia. L'uomo teme, sa, ma non ancora ama quanto dovrebbe, e la fiamma del santo spirito non ancora scalda il suo cuore; onde è necessario che al regno del Figlio sottentri quello dello Spirito.[549]
Io non credo che questa dottrina dei tre stati sia la conseguenza di un ragionamento teologico, come parrebbe dalla nostra esposizione. Altre ragioni senza dubbio l'hanno dettata, e prima fra tutte l'invitta fede in un migliore avvenire della cristianità. Ma la dottrina della trinità se non è la progenitrice di quella dei tre stati, le ha certo fornito imigliori argomenti di una dimostrazione. A chi tanto insisteva sulla successione dei due regni del Padre e del Figliuolo dovea parere strano che fosse lasciato da parte lo Spirito. Per giustificare l'esclusione sarebbe stato uopo di provare che la terza persona non avesse un carattere così spiccato come quello del Padre e del Figlio, il che sarebbe assurdo, perchè la teologia attribuisce alle tre persone pari valore. Così pari efficacia debbono esercitare nella storia del mondo.
Quest'ultima ragione ci suggerisce due importanti considerazioni. La prima è che se l'azione delle persone è parimenti efficace, nello studio dei due regni o stati, che finora ebbero luogo, si debbono scoprire più profonde analogie di quel che si creda comunemente; e la durata del regno ad esempio dev'essere la stessa, perchè pari è l'intensità dell'azione delle due persone. La seconda considerazione è questa: che guardando bene addentro nelle due storie per iscoprirvi la meravigliosa consonanza, non solo conosceremo nella verità sua il passato, ma divineremo l'avvenire.[550]Perchè in ognimodo l'azione dello Spirito non dovrà essere da meno delle altre due persone, e conosciuto il principio ed il corso di un processo storico si può agevolmente predeterminare la fine.
Questo è il pensiero fondamentale del più antico e più originale dei libri di Gioacchino, laConcordia. In opposizione agli eretici contemporanei, che ponevano uno studio a rilevare le contraddizioni tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento, questo opera di Dio, quello del Diavolo, Gioacchino mette in luce un'armonia e concordanza anche in quei punti, dove l'occhio comune non sa scoprirla. Ben vero ei non nega le stonature non solo tra i due testamenti, ma ben anco tra le varie parti del Testamento Nuovo.[551]Nè poteva certo dissimularsele egli che in un secolo, in cui la critica non esisteva ancora, osava pur distinguere tra libri e libri del sacro canone, nè dubitava di attribuire minor valore agli evangeli non apostolici di Marco e Luca in confronto degli apostolici di Matteo e Giovanni, ed approvava gli ebrei, che fanno maggior conto delle storie di Giobbe ed Ester in paragone di quelle di Tobia eGiuditta.[552]Ma non ostante le critiche audaci ad una vera opposizione tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento non prestava fede, ed era convinto che, ben cacciando lo viso a fondo, quello che pareva alla prima contrasto, andava risoluto in un accordo. Bisognava solo non tenersi alla lettera, ma interpetrare in un senso allegorico ciò che nel letterale porgeva argomenti a dubbiezze.[553]Epperò dell'interpetrazione allegorica nessun Cataro, nessun Valdese fece mai uso come Gioacchino, che spesso ripete il detto dell'apostolo: «la lettera uccide, lo spirito vivifica, e ciò che inteso intellettualmente edifica, preso alla lettera è insipido ed ingannevole».[554]
Ma che cosa intende il nostro autore per allegoria? Ascoltiamo lui stesso. L'allegoria egli dice,è la simiglianza del minimo col massimo, come ad esempio del giorno coll'anno, della persona coll'ordine, colla città, col popolo e simiglianti. Così Abramo è un uomo e significa l'ordine dei patriarchi. Parimenti Zaccaria.[555]Nè si creda che con questa distinzione vada ristretto il valore ed il significato dell'allegoria; perchè l'autore sa noverarne sei specie, l'ultima delle quali suddivide in sette altre, così da toccare il sacro numero dodici. Le sei specie sono: storica, morale, tropologica, contemplativa, anagogica, tipica.[556]Parrebbe che la storica fosse un'interpetrazione letterale e tutt'altro che allegorica. No, risponde Gioacchino, l'interpetrazione storica è diversa dalla storia, e Abramo ad esempio diviene il rappresentante degli uomini obbedienti a Dio, come Isacco il rappresentante dei buoni figli.L'interpetrazione morale in luogo dell'uomo, mette in rilievo la qualità dominante, come a dire nell'ancella Agar vien raffigurata la concupiscenza carnale. L'interpetrazione tropologica non ha di mira se non il modo come in quel fatto o persona possa intendersi significata la parola di Dio; così ad esempio Agar o l'ancella rappresenta la lettera, Sara la donna libera, lo spirito. L'interpetrazione contemplativa riguarda i varii gradi dell'attività umana; l'ancella ad esempio rappresenta la vita attiva, la padrona per lo contrario la contemplativa. L'interpetrazione anagogica ci solleva dalla terra al cielo, così Agar rappresenta la vita presente, Sara la futura.
L'interpetrazione tipica già dicemmo si divide in sette specie. La prima si riferisce soltanto al Padre, nè esce dal Vecchio Testamento. Per tal guisa se Agar rappresenta, poniamo, la plebe degli Ebrei, Sara la tribù di Levi. La seconda specie si riferisce al Figlio, ed agl'istituti che nel suo regno prevalsero; così Agar rappresenta la Chiesa dei secolari, Sara quella degli ecclesiastici. La terza specie si riferisce allo Spirito, come ad esempio nell'ordine monastico, che fiorisce nel terzo stato, Agar rappresenta i conversi, Sara i professi. La quarta specie si riferisce al Padre e Figlio insieme. Agar è la Sinagoga, Sara la Chiesa dei latini. La quinta specie si riferisce invece al Padre ed allo Spirito. Agar è di nuovo la Sinagoga; ma Sara muta e rappresenta la Chiesa spirituale, che fiorì al principiopresso i Greci nella religione monastica (anacoreti). La sesta si riferisce al Figlio ed allo Spirito, come a dire Agar rappresenta la Chiesa per le sue colpe serva ed oppressa, Sara invece la Chiesa spirituale che durerà sino alla consumazione dei secoli. La settima specie infine si riferisce a tutte e tre le persone insieme. Agar rappresenta la Chiesa passata e presente, vale a dire tanto la giudaica quanto la cristiana, Sara invece la Chiesa futura.[557]
Seguitando di questo passo ad enumerare i diversi scopi a cui può essere indirizzata l'interpetrazione allegorica, potremo contare non solo dodici ma infinite specie di allegorie. Questa viziosa classificazione giova soltanto a mostrare quanta libertà si prenda il nostro autore nell'interpetrazione dei sacri testi, e come senza scrupolo passasse da un'interpetrazione ad un'altra quando la prima non gli faccia più al caso. Con quest'agile manovra non è difficile far convergere tutti i testi, ed eliminare tutte le contraddizioni. S. Paolo ad es. parla per ben due volte di vescovi ammogliati, e gli antipatarini solevano citare con compiacenza quel passo: chi non voglia bruciare si ammogli. A Gioacchino propugnatore della castità riesce agevole d'interpetrare a modo suo questo incomodo testo, intendendo per moglie non la donna ma la Chiesa.[558]Così nessun ostacolo più ci sbarra il cammino, perchè l'interpetrazioneallegorica non ha nessun confine. Non solo i personaggi biblici, ma le loro opere altresì hanno un significato simbolico, come la passione e morte di Cristo vuol dire il Vecchio Testamento e la risurrezione il Nuovo. Nè i corpi celesti, nè gli elementi della natura vengono sottratti a questa strana metamorfosi; chè il sole, la luna, i pianeti non solo sono creati a risplendere nella volta del cielo, ma a significare ben anco la luce invisibile. E codesta significazione muta secondo il bisogno. Talvolta il sole vuol dire Cristo, la luna è la Chiesa, le stelle la moltitudine dei fedeli; tal'altra il sole rappresenta la vita contemplativa, o se vogliamo la Chiesa meditante, e la luna invece la vita attiva, o la Chiesa predicante. Non è esclusa però una terza, una quarta interpetrazione, come a dire il sole rappresenta la vita futura, la luna la vita presente. Ed al pari del sole e della luna sono simbolici anche gli altri corpi celesti. Saturno mettiamo a quel che dicono, di natura freddo, e che più lentamente compie il suo giro intorno al sole, rappresenta il padre Adamo, che tremò dal freddo in paradiso, e visse più di tutti gli uomini, che da lui nacquero. Dopo questo esempio non parrà strano che al pianetaVeneredi qualità temperata si agguagli il giustoNoè; nè che si metta in confronto il sapienteMercuriocon quel vaso di scienza che fuMoisè. Nè certo è più strano il simbolismo degli elementi, secondo il quale l'acqua, con cui si battezzano i Cristiani, rappresenta la grazia che fu data agli uomini nel secondo periodo, l'ariaquella che s'impartisce ora nel principio del terzo, ed il fuoco l'ultima e più meravigliosa che sarà impartita nel dì della risurrezione.[559]Secondo le idee di Gioacchino i Catari non avrebbero avuto torto di voler sostituire al battesimo coll'acqua quello col fuoco, un fuoco che non bruci, un calore che si comunichi da corpo a corpo imponendo le mani sul capo del convertito.
Ma torniamo al metodo allegorico. In grazia di questo meraviglioso processo, che sciogliendo tutte cose nel mistico vapore dei simboli, raccosta le più lontane, accorda le più opposte, non sarà certo malagevole di fondere in uno il vecchio ed il nuovo Testamento, non ostante le loro antinomie. Purchè siate discreti, nè vogliate la rassomiglianza in tutti i particolari,[560]la dimostrazione è presto fatta, nè alcuno potrà dubitare che il vecchio Testamento non abbia valore per sè; bensì come simbolo precursore del nuovo. Questa è la cosiddettaConcordiadei due Testamenti, o vogliam dire simiglianza digiustaproporzione tra il nuovo ed il vecchio Testamento,giusta in quanto al numero non in quanto alla dignità, stantechè persona e persona, ordine e ordine, guerra e guerra, si raffrontano tra loro, come Abramo e Zaccaria, Sara ed Elisabetta, Isacco e Giovanni Battista, Gesù in quanto uomo e Giacobbe, i dodici patriarchi ed in pari numero gli apostoli.[561]Il parallelo numerico è adunque la base della concordanza, epperò vanno numerate accuratamente le generazioni che precedono e quelle che seguono la venuta di Cristo. E se una volta non torna il calcolo, bisogna rifarlo la seconda e la terza colla costanza e la fede di un cabalista; perchè non è da dubitare che da quel congegno sottile di somme e sottrazioni balzerà fuori la cifra dell'avvenire.[562]
Basteranno pochissimi cenni per comprendere questa nuova aritmetica. Matteo nel primo capitolodel suo vangelo numera le quaranta generazioni, che precorsero secondo lui la nascita di Cristo a cominciare da Abramo per terminare a Giuseppe. Non deve far caso che l'Evangelista trascuri le tre generazioni di Ochozia, Gioas ed Amasia, che tramezzano tra Gioram ed Uzzia; perchè chiudendosi con Gioram un periodo della storia ebraica, e cominciandone un nuovo con Uzzia è agevole inserire tra questi due estremi un periodo di transizione, nel quale si contengano tre termini: l'antico non ancora finito, il nuovo non ancora cominciato, ed un intermezzo tra il vecchio ed il nuovo. Sistema molto ingegnoso per accomodare la storia ai nostri gusti. Il perchè poi con Gioram si chiuda un periodo e con Uzzia ne cominci un altro è subito detto. Matteo non risale oltre Abramo, ed a ragione perchè con Abramo comincia l'impero di quella legge della circoncisione, che durò fino a Cristo. Ma compiendo i calcoli di Matteo e risalendo sino alla creazione dell'uomo tra il primo padre Adamo e il primo patriarca, col quale comincia la legge, si contano venti generazioni. Se dunque dopo le prime venti generazioni s'è chiuso un periodo, l'analogia vuole che dopo le seconde venti se ne chiuda un altro. Così con Gioram, che è la ventesima generazione dopo Abramo si chiuderà un periodo, e trascurando le tre generazioni lasciate da Matteo, con Uzzia si aprirà un nuovo. E che Uzzia sia il padre di un'età nuova non è a dubitare, perchè ha molta analogia con Adamo e con Cristo. Al pari di Adamovenne punito per la superbia, e scacciato da un luogo santo; al pari di Cristo vinse i Filistei e gli Ammoniti, ed il suo nome risuonò fino nel lontano Egitto, e volle essere egli stesso sacerdote del Signore.[563]È ben strano in verità che Gioacchino metta analogia tra Cristo, il vero sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec, ed il re Uzzia che assunse l'ufficio sacerdotale indebitamente, e per la sua prepotenza appunto venne punito colla lebbra. Ma la logica dei paralleli consente queste licenze, e possiamo tenere per provato che con Uzzia comincia un nuovo periodo. Ma quale periodo comincia con Uzzia? Quello stesso che in un altro senso comincia con Cristo, cioè il periodo dei sacerdoti. E perchè non faccia intoppo questo doppio incominciamento, si sappia una volta per tutte che in ogni periodo storico si deve distinguere il tempo in cui si spargono e fecondano i semi, e quello in cui si raccolgono i frutti. Per tal guisa il primo periodo della storia germoglia con Adamo e fruttifica con Abramo, e parimenti il secondo germoglia con Uzzia e fruttifica con Cristo. Queste anticipazioni sono un prezioso espediente, la cui mercè Gioacchino può scoprirecristiani prima di Cristo, e spirituali avanti il regno dello spirito, e talvolta vede effigiati tutti e tre i periodi nei più antichi patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe.[564]
Dopo queste spiegazioni facciamo di nuovo il calcolo. Alle quaranta o meglio quarantatre generazioni, che precedono Cristo, aggiungendo le venti che si contano tra il primo parente ed Abramo, avremo un sessantatre generazioni, ventuna per ciascuno dei tre periodi in cui si può dividere il tempo trascorso avanti Cristo; il periodo che precede la circoncisione, quello della circoncisione, ed il terzo dei profeti. Così prima di Cristo abbiamo già unatripartizione che contiene in effigie le tre età del mondo.[565]E se vogliamo seguitare oltre nella divisione, divideremo l'èra precristiana in sei periodi da dieci generazioni l'una, perchè anche il dieci è un numero perfetto. Il primo periodo da Adamo al diluvio (Noè); il secondo dal diluvio alla distruzione di Sodoma e Gomorra (Abramo); il terzo sino ad Obed che fu contemporaneo di Elia, e vide l'arca dell'alleanza in mano degli stranieri; il quarto fino a Gioas quando Israele cominciò ad essere sterminata da Azael re di Siria; il quinto sino alla cattività di Babilonia, ed il sesto fino alla venuta di Cristo.[566]Ma queste sessanta generazioni non bastano se pur s'hanno da contare le tre trascurate da Matteo, ed avremo così lo spazio per un settimo periodo, composto di tre generazioni sole. Sicchè tutto il periodo precristiano si può suddividere in sette sezioni, come in sette età vedremo che si divide lastoria del mondo. E questo sacro numero sette ritorna più volte nei divini libri, a cominciare dai sette giorni della creazione nel Genesi sino ai sette candelabri, ed alle sette Chiese, ed ai sette angeli ed ai sette suggelli dell'Apocalisse.[567]
Determinate così le divisioni e suddivisioni dell'èra che precede Cristo, sarà più facile lo studio delle altre che seguono. E stabiliremo in primo luogo che le generazioni del secondo periodo dovendo pareggiare le antiche debbono essere nè più nè meno di sessantatre, ben inteso che queste sessantatre generazioni non si debbono contare dalla venuta di Cristo, bensì dal re Uzzia; perchè la prima parte del secondo periodo, ovvero l'età della fecondazione incomincia,[568]come dicemmo, di là. Quindi in verità al periodo cristiano in proprio non spettano se non quarantadue generazioni, che noi, nati, come vedremo nella quarantunesima, possiamo bene paragonare colle antiche per scoprirne il mirabile accordo.
Questo paragone vien fatto per minuto confrontando principalmente la serie dei papi ed imperatori con quella dei re di Giuda e d'Israele. È naturale che in molti errori è dovuto incorrere l'autore in omaggioalla desiderata simmetria; ed ei stesso se ne riconosce colpevole, ed attribuisce alla corruzione delle cronache quello che in grandissima parte è dovuto al suo modo di studiare ed elaborare la storia.[569]Nè noi lo seguiremo in questi raffronti; ma daremo soltanto pochi esempi per mostrare il metodo ed il risultato della ricerca.
La duodecima generazione, che ebbe principio sotto Costantino imperatore e Silverio papa, ha notevoli riscontri colla duodecima generazione giudaica, a cominciare da Giacobbe. Imperocchè in questa il popolo d'Israele ebbe un re unto dal Signore (Davide), ed in quella il popolo dei gentili, disfatti i nemici della vera fede, sortì finalmente un re cristiano (Costantino). Nell'antico fu eletta Gerusalemme e messa al di sopra di tutti i tabernacoli da David; nel nuovo la Chiesa di Roma ebbe il primato sopra le orientali. E cominciò per la donazione di Costantino quel potere temporale la cui legittimità Gioacchino riconosce, a patto però che il supremo sacerdote abbia la suprema potestà, ma non l'uso, perchè non accada che chi milita con Dio non si mescoli nei negozi temporali. Un altrobenedettino, come dicemmo altrove, avea manifestate prima di Gioacchino le stesse idee sulla potestà terrena dei papi.[570]
Nella generazione che succede alla duodecima non trova Gioacchino un imperatore che pareggi per sapienza il corrispondente re Salomone; ma se mancò l'imperatore, non mancarono dottori della Chiesa come Ilario, Girolamo, Giovanni Crisostomo ed Agostino, che non temono il confronto del sapientissimo monarca, e riconoscono la loro scienza dall'ispirazione di Gesù Cristo, che è un altro Salomone ben più alto. Il trovato è ingegnoso![571]Nè meno ingegnosi sono i riscontri che scopre il nostro autorenella sedicesima e diciottesima generazione. Come Asa re di Giuda (II,Paral., 14, 11) con la fervida preghiera fatta a Dio mette in fuga i nemici, così Leone papa colla forza della sua parola arresta il barbaro Attila, a cui nessun braccio armato avea saputo sbarrare la via dell'eterna città. Ed a quel modo che Teodorico re dei Goti mise a morte Boezio, ed altri cristiani, il re biblico che vi corrisponde, Joram, uccise i suoi fratelli. E come al tempo di Joram fiorì il profeta Eliseo, così nell'età corrispondente cristiana visse S. Benedetto. E quest'altro raffronto è specioso: Gerico, dove Eliseo si mise a capo dei profeti, fu data in possesso ai figli di Beniamino, unica tribù, che si fuse colle altre due di Levi e di Giuda. Eliseo dunque si può dire mediatore tra queste due tribù, come S. Benedetto è l'anello di congiunzione tra i monaci greci e latini, tenendo da una parte ferma la fede di Pietro, e dall'altra abbracciando la regola dei basiliani. Il paragone è tirato su come Dio vuole, ma è importante pel giudizio che porta il nostro abate su greci e latini.[572]
E per la stessa ragione è da ricordare il confronto che fa tra il re Josia e Leone IX. Il primo non credendo che l'invito a sottomettersi, fattoglidal re egiziano, fosse ispirato da Dio, uscitogli incontro nella pianura di Nieghiddo, morì nel combattimento (IIParal., 35, 22); il secondo volle del pari non ostante la sua pietà muovere contro i Normanni e fu sconfitto. Benchè non lo dica apertamente, pure le imprese guerresche dei papi non vanno a sangue a Gioacchino, nè Gregorio VII è tenuto da lui in quella venerazione che gli tributavano i guelfi italiani. Quando parla di lui non ricorda i gloriosi fatti, ma soltanto l'esilio. A quel modo, ei dice, che Joachaz fu fatto re dei Giudei a dispetto del re egiziano Neco, Gregorio VII fu acclamato pontefice in odio dell'Imperatore. E come il re egiziano sbalzò di seggio Joachaz, elevando invece di lui il fratello Joachin; così l'Imperatore in luogo del Papa, che ebbe ad esulare in Salerno, mise l'arcivescovo ravennate col nome di Clemente. Non una parola sola di rimpianto pel gran Papa, che morendo sclamava: Dilexi justitiam, odivi iniquitatem, propterea morior in exilio. A Gioacchino, così penetrato dell'umiltà cristiana poco andavano a versi le imperatorie nature come quella d'Ildebrando, nè dubitava di porlo a riscontro con quel Joachaz, che secondo il IVRe32 fecit malum coram Domino.[573]
A queste citazioni mi permetto di aggiungerne qualche altra importante per i giudizii che Gioacchino porta su avvenimenti di cui è stato testimone. Morto Joachin prese a regnare Jeconia, rimosso il quale dal re di Babilonia gli fu sostituito lo zio Sedechia, iniquo e pessimo uomo. Allora venne in estrema confusione il regno di Giuda, nè più secondo l'ordine di generazione regnarono i re di Giuda, ma ora il fratello, ora il nepote, ora lo zio, ora insieme e l'uno e l'altro. Lo stesso intervenne alla Chiesa, ove si vide due vescovi contemporaneamente fatti papi, e l'Imperatore combattere la libertà della Chiesa.
Tutto questo accadde durante la trentanovesima generazione al tempo di Alessandro III e Federigo Barbarossa. Nè ai successori suoi Lucio e massime Urbano III arrisero le sorti; ed anche oggi, seguita Gioacchino, portiamo le tristi conseguenze del dissidio scoppiato al tempo di Leone e di Enrico. E non senza gemito del cuore e dolore dobbiamo ripetere le rampogne di Geremia, che ben si applicano a noi, che ci diciamo cristiani e non siamo. Già da due anni era salito sulla cattedra di S. Pietro Innocenzo III, quando Gioacchino proferiva queste severe parole, e il famosoquomodo sedet sola civitasapplicava alla Chiesa di Pietro, e contro gl'inerti sacerdoti volgea queste parole dei Treni:I profeti tuoi han veduto vanità e cose scempie(2, 14):Han mutato colore il buon oro fino, e le pietre del santuario sono state sparse in capo d'ogni strada(4, 1).[574]Le fortune d'Innocenzo non lo illudevano, nè alla pace, che parea dovesse finalmente arridere alla cristianità, prestava fede: ma invece nuove guerre predicea, nuove calamità, perchè essendo già cominciata col 1201 la quarantunesima generazione, non molto andrà che il secondo periodo sarà per chiudersi. E pria che spunti l'alba del nuovo giorno, gravi mali travaglieranno ancora l'umanità, come previdero i profeti del vecchio Testamento ed i veggenti del nuovo.[575]
Ora possiamo conoscere il risultato di questi faticosi riscontri. Dal paragone di generazione a generazione si cava la conclusione che siamo sul finire del secondo periodo, e che il cominciamentodella nuova èra non si farà aspettare lungo tempo. Che cosa sia questa nuova èra già lo sappiamo, il regno dello Spirito, che tien dietro a quello del Figliolo. Questo terzo periodo della storia dell'umanità per un certo rispetto è già cominciato; perchè a quel modo che l'èra di Cristo fu preparata nell'ultimo scorcio della precedente, così accade dell'èra nuova, che se non dà frutti ancora, certo è germogliata da un pezzo. Quest'anticipazione noi già l'abbiamo accennata parlando di San Benedetto, che al tempo della diciottesima generazione fondò un nuovo ordine monastico, nel quale il cenobitismo greco fu innestato alla tradizione latina, e dal quale senza dubbio comincia la nuova età, in cui posto fine agli abusi del chiericato, ed eliminate le due cause principali delle discordie umane, l'orgoglio e l'avidità, sarà finalmente assicurata la pace del mondo. Nello stesso luogo abbiamo ricordata ancora la parentela che corre tra il profeta Eliseo dell'antico Testamento e S. Benedetto dei nuovi tempi. In grazia di quest'analogia l'anticipazione del terzo periodo dovrebbe scoprirsi nell'antico Testamento stesso al tempo del re Asa. Nè è strano questo doppio incominciamento, perchè il terzo periodo essendo il regno dello Spirito, che procede insieme dal Padre e dal Figliuolo, era ben giusto che mettesse capo nel vecchio e nel nuovo Testamento.[576]L'interessante è che tornino i calcolinumerici. E torneranno di sicuro, che sarà nostra cura accorciare o prolungare il tempo quanto basti. Così ad esempio come da Adamo a Cristo corrono sessantatrè generazioni, sarebbe desiderabile che altrettante ne corressero da Eliseo sino a S. Benedetto; ma se questo non è possibile, sceglieremo un altro termine, quello ad esempio in cui la regola benedettina prese nuovo vigore per opera dei cistercensi,[577]ed il calcolo torna, e possiamo con sicurezza predire che l'ora tremenda sta per sonare. Ma quando? possiamo noi sapere e l'anno e il giorno della catastrofe, o dobbiamo rassegnarci a più o meno probabili approssimazioni? Noi già notammo come Gioacchino proceda molto cauto, e soventi ricusa di addurre determinazioni precise, come si pare dai parecchi passi in cui esprime le sue dubbiezze, e a chi gli dimandi maggiore precisione di ciò che ei dice, risponde che solo Iddio sa ilfuturo.[578]Ma in questo punto, nella determinazione dell'anno in cui dovrà cominciare la terza età del mondo è più esplicito di quel che ci aspetteremmo.
Quando sarà per entrare la 42ª generazione Dio solo lo conosce,[579]ma quando sia per finire si può argomentare da un gran numero di prove, le une più indubitabili delle altre. In primo luogo si è già detto che stante la concordia dei due testamenti il secondo periodo deve durare in tutto 63 generazioni, e stante che 21 appartengono al periodo di fecondazione, non restano da Cristo in poi se non 42 generazioni. La generazione dev'essere presa non secondo la carne, ma secondo lo spirito. E come il Signore non cominciò ad avere figli spirituali se non a 30 anni, il che era già prefigurato nella unzionedi David, e nell'iniziazione di Ezechiele, così trent'anni deve durare ogni generazione nel nuovo tempo. Saputo dunque il numero delle generazioni, 42, e la durata di ciascuna di esse, 30, basterà moltiplicare l'un numero per l'altro, e sarà determinato l'anno fatale, ovvero il 1260.[580]Il qual numero ritorna nei giorni che Elia stette nascosto,[581]in quelli che passò nel deserto la donnadell'Apocalisse,[582]e nei mesi che Giuditta restò vedova[583]e la coincidenza torna sicura. Nè fa intoppo che il terzo periodo cominci non alla metà delle 42 generazioni, che restano dopo Cristo, cioè alla 21ª, ma invece alla 16ª come dice in un altro luogo dellaConcordia.[584]Questi ritardi od anticipazioni non iscoraggiano l'intrepido calcolatore, al quale non torna malagevole aggiungere se occorra fino a quindici generazioni. Non disse il Signore ad Ezechia: Io aggiungerò quindici anni al tempo della tua vita? E non fece tornar l'ombra indietro per i gradi per li quali era discesa nell'orologio di Achaz, cioè per 10 gradi (IVRe, 20, 6-11)?[585]E se la serie delle generazionisecondo la carne non torna neanche dopo questi rimendi, possiamo invocarne un'altra che corra più spedita per gradi di parentela spirituale. Sta bene che Cristo discenda dai re d'Israele, ma questi alla lor volta non sono i successori dei Giudici?[586]Noi dunque possiamo movere dal primo Giudice, Moisè, e pei suoi successori Giosuè, Othonel ecc. arrivare dopo ventuna generazioni ad Asa, a quel buon re che negli ultimi anni della sua vita vide Israele in mano di Acab, l'iniquo persecutore di Elia ed Eliseo. Ormai i calcoli tornano. Perchè da Asa sino a Cristo si contano ventitre generazioni secondo Matteo; aggiuntevi le tre che questi trascura, si ha ventisei; aggiunte ancora le sedici che s'interpongono tra Cristo e S. Benedetto, si ha il famoso numero quarantadue. E sommate queste generazioni colle ventuna che furono tra Mosè ed Asa, torna il numero sessantatre, e così le generazioni tra Adamo e Cristo pareggiano in numero quelle che s'interpongono tra Moisè e S. Benedetto. Non vogliamo più oltre paragonare le due serie, nè ripetere gli artificii adoperati dall'autore per dissimularne le discrepanze, che già ben sappiamo, e quello che Gioacchino ha voluto dimostrare e la via tenuta nel dimostrarlo.
Che il giorno tremendo sia prossimo, Gioacchino non pure lo dimostra dalla concordia dei due Testamenti, ma dallo studio dei segni precursori, descritti nell'Apocalisse: grandi calamità, guerre disastrose, scismi ed eresie, e finalmente più terribile di tutti l'Anticristo. Molti di questi segni secondo Gioacchino erano già visibili, e se gli uomini non se ne addavano ancora, si doveva allo scarso studio che facevano delle antiche rivelazioni in confronto delle condizioni presenti. A codesto studio si mette il Profeta con ardore. L'Apocalisse è giustamente prediletta da quanti affatica l'ansioso problema dell'avvenire; ed a chi si compiaccia d'interpetrare allegorie, nessun libro nè nel nuovo nè nel vecchio Testamento offre materia più copiosa. Era dunque ben naturale che Gioacchino ne desse una minuta esposizione, interpetrandolo e commentandolo dalla prima all'ultima parola, e dappertutto scoprisse segni di verità arcane, anche dove il senso letterale è pianissimo, e diventa oscuro solo quando se ne sospetti altro più nascosto.
Così sin dalla prima pagina alla dimanda: perchè l'Evangelista mandi il suo scritto alle sole sette Chiese dell'Asia minore, mentre egli più degli altri apostoli suole volgersi a tutti i fedeli,[587]l'espositorerisponde: perchè queste sette Chiese non si debbono prendere nel senso proprio ma nel metaforico. La concordia tra il vecchio e nuovo Testamento c'insegna che come dodici furono le tribù del popolo eletto, così dodici sono le Chiese principali fondate sugli albori del Cristianesimo. Queste dodici si dividono in due gruppi, uno di cinque l'altro di sette; il primo comprende le Chiese di Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Roma; l'altro gruppo abbraccia le sette Chiese dell'Asia minore. Ed a ragione l'Apocalisse non nomina se non queste ultime, perchè le prime cinque simboleggiano l'età, che precorsero Cristo, le ultime invece quella, che da lui comincia.[588]Potrebbe fare intoppo che il periodo precristiano si partisca in cinque e non in sei o sette periodi come si disse più sopra. Ma a questa difficoltà è subito rimediato. Le cinque Chiese corrispondono a cinque tribù d'Israele, Ruben, Gad, Manasse, Effraim e Giuda. La terza di queste tribù fu suddivisa in due parti, una restò al di qua del Giordano e l'altra passò oltre. Così le cinque tribù diventano sei, e ben rappresentano le sei età del periodo precristiano.Le prime tre, dimoranti all'oriente del Giordano, rappresentano il sorgere del genere umano, le generazioni che si succedono da Adamo sino a Mosè, sino cioè allo stabilimento della legge; le altre tribù, che restano al di qua del Giordano, rappresentano le generazioni succedute a Mosè sino a Cristo, cioè il periodopost legem. Dei figli d'Israele Ruben perdette ogni diritto di preferenza per aver contaminato il talamo di suo padre (Gen., 49, 4), ed a Giuda invece s'inchineranno i suoi fratelli, e dalla sua tribù non sarà rimosso lo scettro (Ivi, 8, 9); così le generazioni posteriori allo stabilimento della legge, furono più accette a Dio delle precedenti, che spesso l'obbliarono; e parimenti la Chiesa di Roma andò innanzi alle altre che la precorsero, e meglio di loro serbò il tesoro della tradizione. Queste coincidenze meravigliose ci tolgono ogni dubbio che le cinque Chiese rappresentano le cinque o meglio le sei tribù, e per esse le sei età che precedono Cristo. Le rimanenti sette Chiese o sette tribù debbono dunque rappresentare le età che lo seguono, vale a dire il lungo periodo che da Cristo arriva sino ai giorni di Gioacchino. Quest'ultimo periodo poi si suddivide in sette, e non in sei o cinque, per due ragioni evidentissime: la prima che a tal modo si compie il sacro numero dodici, la seconda perchè prima di Cristo erano ben pochi i fedeli ed appartenenti ad una sola nazione, dopo Cristo son molti e di tutte le nazioni, e ad una turba così numerosa Giovanniha da volgere la parola per aprirle il segreto dell'avvenire.[589]
Dopo questa interpetrazione non farà meraviglia che in quei pochi luoghi dove Giovanni spiega da sè medesimo il senso delle sue allegorie, il nostro autore non gli creda, e l'interpetre stesso e la spiegazione addotta intenda come una nuova allegoria. Ormai si monta di nube in nube, e la terra sempre più sfugge allo sguardo. Così quando in fine del primo capitolo si legge che le sette stelle son gli Angeli delle sette Chiese, e i candelieri d'oro le Chiese stesse (Ap., I, 20), non dobbiamo intendere tutto questo alla lettera, a quel modo che non bisogna intendere alla lettera la spiegazione, che Giuseppe recò del sogno di Faraone. Perchè Giuseppe che spiega i sogni e distribuisce le vettovaglie è il simbolo dell'ordine contemplativo, che svela gliarcani e distribuisce le grazie spirituali. Ed i sette anni grassi rappresentano le età del Vecchio Testamento, nelle quali si fece incetta del grano delle sacre parole, e gli anni magri si riferiscono all'età nostra povera di nuove rivelazioni, ma studiosa interpetre delle antiche. Non dimandiamo come si dicano magri i tempi del Cristianesimo in paragone, per giunta, non dell'avvenire, ma del passato giudaico; sarebbe ingiusto richiedere esattezza e coerenza in tanta mobilità d'interpetrazioni. Notiamo solo che per le sette stelle ed i sette candelabri non si debbono intendere, come parrebbe, le sette partizioni dell'èra cristiana, bensì i sette doni dello Spirito Santo. Infatti, dice Gioacchino, le stelle poste alla destra di Gesù, raffigurano qualche cosa di cui si riconosca l'eccellenza su Gesù medesimo. E certamente lo Spirito si vantaggia sul Verbo di quanto la pienezza e gioja dell'amore sovrasta sulle angustie della scienza; talchè non loSpiritoma ilVerbos'incarna ed assume le sembianze del servo, e del servo porta le fatiche e le stanchezze; alla libertà delloSpiritoinvece perfino l'apparenza del servaggio ripugna. Questo significato delle sette stelle ha tanto valore che si estende alle Chiese, contraddicendo alla spiegazione precedente. Secondo questa nuova interpetrazione cinque delle dodici Chiese s'hanno a riferire non più al padre, bensì al figliuolo, del quale rappresentano le cinque opere principali: la nascita, la passione, la risurrezione, l'ascensione e l'inviodel Paracleto; le altre sette naturalmente anzichè il figliuolo rappresentano lo Spirito ovvero i suoi sette doni.[590]
In un altro luogo le sette stelle non rappresentano più i sette doni dello Spirito, ma sette grandi uomini, rappresentanti sette periodi. Adamo, la cui lunga vita lo accomuna con Saturno; Noè che per la sua temperanza si assomiglia a Venere; Abramo padre dei fedeli parallelo a Giove che dai Gentili fu detto padre degli uomini e degli Dei; Moisè sapiente come Mercurio; David valoroso più di Marte; finalmente Giovanni ed Elia raffigurati nell'umida luna e nell'infocato sole.[591]Si ritorna così all'antica interpetrazione delle sette Chiese, colle quali possono andare benissimo paragonati i sette uomini, perchè l'angelo di Efeso ha di comune conDavid la prerogativa del governo, l'angiolo di Smirne pareggia Giovanni nella sofferenza, e così di seguito.
Codesti grandi uomini sarebbero i patriarchi di sette ordini, quello dei coniugati, dei laici continenti, degli apostoli, dei martiri, dei dottori, delle vergini, dei conventuali, sebbene una esatta corrispondenza tra gli uni e gli altri nè Gioacchino l'ha mai dimostrata, nè forse sarebbe agevole a scoprire.[592]Comunque sia, se per le sette stelle o candelabri o Chiese s'ha da intendere codesti sette ordini, par che in esse vada effigiata la storia non del solo periodo cristiano, ma di tutti i tempi; perchè l'ordine dei conjugati e laici continenti rappresenterebbe l'èra precristiana; quello degli apostoli, martiri e dottori la cristiana; e infine le vergini ed i conventuali accennerebbero alla età nuova, già cominciata con S. Benedetto. E con siffatta interpetrazione andrebbe in parte d'accordo l'altra dei sette occhi dell'Agnello (Apoc., V, 6), ciascuno dei quali rappresenterebbe il dono conferito dallo Spirito a ciascun ordine, la fortezza deiprelati, l'intelletto dei dottori e simiglianti.[593]Ma in quest'ultimo passo già comincia a mutare l'interpetrazione, perchè i sette ordini non sono quelli di prima, e si parla ora di prelati e di diaconi, e gli ordini par che tutti appartengano all'èra cristiana.
In questo senso certo vanno interpetrati i sette suggelli del famoso libro scritto dentro e di fuori, perchè codesto libro non è se non il Nuovo Testamento e le successive rotture dei suggelli vogliono dire altrettante fasi nello svolgimento dei tempi cristiani. Così alla rottura del primo suggello l'Evangelista vede un cavallo bianco, montato da un cavaliere dall'arco, che ebbe una corona e fu dichiarato vincitore (Ap., VI, 1). Questo cavallo bianco è la Chiesa primitiva, ed il cavaliere è Cristo medesimo. In altre parole abbiamo la rappresentazione allegorica del primo periodo della Chiesa, governata dagli Apostoli, e candida della sua purità. Alla rottura del secondo suggello esce fuori un cavallo sauro, montato da un cavaliere, cui fu dato di togliere la pace della terra. Questo cavallo sauro sono i sacerdoti pagani, che combattono spietatamente la nuova Chiesa. Siamo già nel secondo periodo, quello dei martiri. Un cavallo negro esce fuori alla rottura del terzo suggello, ed il cavaliereche lo monta ha una bilancia in mano (Apoc., VI, 5). Questo cavallo morello secondo Gioacchino è il clero ariano, ed il cavaliere, Ario stesso, che tenendosi strettamente alla lettera sotto l'apparenza di una esatta e ben pesata interpetrazione uccide lo spirito della nuova dottrina. Ecco il terzo periodo dei contrasti dommatici, il terzo ordine, i dottori. Rotto il quarto suggello, sopra un pallido cavallo si mostra un cavaliere per nome la Morte. Questo cavallo che ha il colore dell'odio e del livore, vuol significare l'empia genìa dei musulmani che disertarono moltissime Chiese dei Greci, ed occupano anch'oggi grande estensione della terra. Questa quarta calamità ha la sua rispondenza nella cattività di Babilonia. All'apertura del quinto suggello l'Evangelista non vede più cavalli, ma le anime degli uccisi per la parola di Dio, che di sotto all'altare gridano con gran voce: Infino a quando, o Signore, non vendichi il nostro sangue? Qui è chiaramente annunziata secondo Gioacchino una quinta persecuzione, e come la prima ebbe luogo nella Giudea, la seconda in Roma, la terza in Grecia, la quarta in Arabia, così la quinta è scoppiata nella Mauritania e nella Spagna, ove un gran numero dei cristiani superstiti alle precedenti persecuzioni, vennero uccisi. A queste anime vien detto, che riposino ancora un poco di tempo finchè sia compiuto il numero dei fratelli che han da essere uccisi, perchè dopo questa quinta persecuzione, che ha luogo oggi, succederà una sesta.Gioacchino dunque crede che l'età sua sia l'estrema del quinto periodo.[594]All'apertura del sesto suggello si udì un gran tremuoto, ed il sole si fe' nero come un sacco e la luna rossa come sangue, e le stelle del cielo caddero in terra, ed i re della terra e i grandi e i capitani e i ricchi e i possenti e ogni servo e ogni libero si nascosero nelle spelonche e nelle rocce (Ap., VI, 12 e segg.). Questo evidentemente è l'ultimo giorno, che in un senso stretto s'ha da riferire al giudizio universale, avente luogo al termine della storia umana; ma nel senso largo si può intendere per la fine di ciascun periodo,[595]ed in quest'ultimo significato l'intende Gioacchino. Alla quinta persecuzione, che accadde ai giorni suoi, ei prevede abbia a seguirne una più dura ancora; nè s'illude che i mali dell'età sua sieno per cessare; anzi nell'ultima età del secondo periodo, ovvero nel sesto tempo (sesto suggello), si aggraveranno, e se i miscredenti e una parte di fedeli morrà per la propria fede, un'altra, forse la maggiore, sarà per perderla. E l'ordine monastico medesimo,del quale erano così evidenti i segni di corruzione, volgerà all'estrema ruina, il che è come a dire che il sole si oscurerà.[596]Non occorre dire del clero secolare, al quale si può applicare l'imagine della luna fatta color di sangue, perchè in lui non è più niente di spirituale e celeste.[597]Finalmente rotto il settimo suggello, si fece silenzio nel cielo lo spazio di una mezz'ora (Apoc., VIII, 1). Il che vuol dire che alle guerre e calamità succederà il riposo, al secondo periodo così tormentato principalmente negli ultimi suoi giorni, terrà dietro l'età nuova, nella quale regnerà il silenzio della vita contemplativa.[598]
Da ora in avanti non si muta più l'interpetrazione. I sette angeli, a cui furon date sette trombe, rappresentano le sette età del mondo, sei nelle quali si esaurisce il secondo periodo, ed una in cui si riassume il terzo. È inutile entrare nei particolari, ed il lettore può colla scorta delle interpetrazioni precedenti indovinare le altre. La stella, ad esempio, ardente come un torchio, che al suono della terza tromba cade nelle acque, convertendo la terza parte di esse in assenzio, è senza dubbio Ario, per onestà dei costumi uno dei sacerdoti più specchiati, il quale caduto nell'eresia trae seco innumerevole turba di vescovi e di preti. Un'altra stella cade al suono della quinta tromba, in quella che l'angelo apre il pozzo dell'abisso, onde sale un fumo così denso da ottenebrare l'aria, e vengono fuori locuste, cui fu dato il potere degli scorpioni della terra. La nuova stella dev'essere un altro eresiarca non dissimile da Ario, prete e letterato come lui. Di costui Gioacchino non sa dire il nome, ma accenna vagamente ai filosofi del suo tempo, che al pari di Abelardo vogliono tutto comprender colla ragione.[599]Le locuste sono i Patarini, che al tempo di Gioacchino s'erano moltiplicati a segno, che pochi anni dopo, Innocenzo ebbe a bandire una crociata contro. Questi eretici sono il vero Anticristo, come previde chiaramente Giovanni, che in una sualettera (1Joh., 2, 22) dice chiaramente: chi nega che Cristo sia venuto in carne è lo stesso Anticristo. (Evidentemente qui lo scrittore della lettera parla del docetismo a lui contemporaneo, che poi venne accolto nel Catarismo). E se tutti questi eretici meritano il nome di Anticristo, a maggior ragione l'avrà il loro re che secondo l'Apocalissesi dirà Abadon (Ap., X, 11) ed in greco Apollion, distruggitore (!) E stante che gli eretici patarini erano cresciuti d'audacia e di numero al tempo di Gioacchino, ei non dubita che anche quei, che si metterà alla loro testa, sia già nato, sebbene non sia ancora scoccata l'ora della sua rivelazione, perchè si manifesterà soltanto nell'età seguente, o sesta ed ultima dell'evo cristiano.[600]Questa età, come già sappiamo, è la prossima futura, e Gioacchino la crede già cominciataal suo tempo, sebbene non fosse[601]chiusa ancora l'età precedente. In essa seguiteranno gli eretici con maggior vigore, stantechè ai patarini si uniranno i saraceni, come tentarono di fare nel 1195 secondo le notizie che Gioacchino raccolse da un tale tornato da Alessandria in Messina. Questi novi eretici nati dalla fusione dei precedenti sono rappresentati dai cavalli dell'Apocalissea testa di leone, e dalla cui bocca escono fuoco e fumo e zolfo, e sul cui dorso montano cavalieri dagli usberghi di foco (Ap., IX, 17). Contro essi non varrà più resistenza alcuna, come pur troppo, aggiunge Gioacchino, già si cominciò a sapere per esperienza or non è molto, quando gli eserciti di Federico primo furono disfatti dagli infedeli.[602]
A questa età sesta succede, come già sappiamo, la settima, durante la quale secondo l'espressionedell'Apocalisse(X, 7) si compirà il segreto di Dio, ovvero si chiuderà la storia dell'uomo, a quel modo che il settimo giorno chiude la settimana. In questo nuovo periodo all'intelligenza letterale succederà la spirituale, il che vien rappresentato nell'iride che circonda il settimo angelo, e che nel linguaggio simbolico di Gioacchino vuol dire o lo stesso Spirito Santo, o l'intelletto ripieno dello spirito. E per ciò nell'Apocalisse(X, 2) è detto che l'Angelo pone il suo piè destro sul mare ed il sinistro sulla terra, perchè in questa è rappresentata la lettera del Vecchio Testamento, ed in quello la lettera del Nuovo, che vengono entrambe superate dall'interpetrazione allegorica, la quale sta all'intelligenza letterale come il fuoco all'aria e all'acqua.[603]
Anche nelCommentoall'Apocalissecome nellaConcordiaGioacchino pone nel 1260 il termine del secondo periodo, e il cominciamento del terzo. Questa data vien suggerita da moltissimi luoghi. Nell'ApocalisseX, 2 si legge che i gentili calpesteranno la santa città quarantadue mesi o megliomille duecento sessanta giorni, calcolato il mese a trenta giorni in media. E per 1260 giorni è data facoltà nel paragrafo seguente ai profeti di profetare. Inoltre la donna intorniata dal sole, di sotto a' cui piedi era la luna, e sopra la cui testa una corona di dodici stelle, dopo aver partorito il figliuol maschio, che ha da reggere le nazioni, fugge nel deserto perchè sia quivi nudrita mille ducento sessanta giorni. (Apoc., XII, 6). Alla bestia dalle dieci corna e dalle sette teste fu data potestà di durare quarantadue mesi, che secondo Gioacchino valgono 1260 giorni (Apoc., XIII, 5). Queste coincidenze non sono a caso, si spiegano tutte mirabilmente, se intende che i quarantadue mesi non sono se non le quarantadue generazioni del secondo periodo, che calcolate a trenta anni l'una, importano, come già sappiamo, il corso di 1260 anni.[604]
Dopo tutto quello che abbiamo detto e del corso del tempo, e delle calamità che sovrastano alla Chiesa, non sono difficili ad interpetrare le altre allegorie dell'Apocalisse. La donna vestita di sole in generale rappresenta la Chiesa, ma in particolarmodo la vergine madre, che è come la rappresentante dell'ordine degli eremiti. Le dodici stelle sappiamo ormai che rappresentano le dodici virtù, cinque minori e sette maggiori. Il sole è lo spirito divino che la riscalda, la luna che ha sotto i piedi è la concupiscenza carnale o la gloria del mondo. Ma a quel modo che la donna vestita di sole, oltre al rappresentare l'ordine verginale, simboleggia ancora la Chiesa in generale, che dura da Cristo fino ai nostri giorni; così il drago che le s'oppone rappresenta in un simbolo solo tutti i suoi persecutori, nei periodi successivi della storia. E così accade che ha sette teste corrispondenti alle sette età che noi ben conosciamo, e dieci corna che rappresentano dieci re. La stessa interpetrazione devesi dare della bestia, che sale dal mare (Ap., XII, 1) anch'essa fornita di sette teste e dieci corna. Essa riassume in uno i caratteri delle quattro bestie di Daniele (VII, 3), essendo simigliante ad un pardo, coi piedi d'orso e la bocca di leone e dal drago riceve il suo potere. (Apoc., XIII, 2). Questa bestia dunque personifica in sè i diversi nemici della Chiesa di Cristo,prima fra tutti la sinagoga degli Ebrei, poi quella dei pagani, quindi la terza degli ariani, e poi l'ultima dei saraceni: peccato che il testo di Daniele non gli permetta di aggiungere per quinta la sinagoga dei patarini.[605]
Ma ci sarà posto anche per questa, perchè fortunatamente nell'Apocalisseoltre alla prima si legge di una seconda bestia, che sale non dal mare ma dalla terra, e in luogo di dieci ha due soli corni simili all'agnello. E fa gran segni, e persuade gli uomini ad adorare la prima bestia, che un tempo fu ferita mortalmente in una delle sue teste, ma ora del tutto è risanata. L'allegoria è trasparente secondo Gioacchino. Questa seconda bestia sono appunto i Patarini, che si danno per i veri cristiani e non sono, e stringono, come già dicemmo, alleanza coi saraceni, i quali un tempo quando al grido di Urbano si riunì la prima crociata (qui sbaglia la data e in luogo del 1079 mette il 1015) furono sconfitti; ma poi si rifecero delle perdite patite, e disfarli oggi torna ben difficile, nè sarà possibile neanche nell'avvenire se non forse colle armi della parola.[606]È chiara la simiglianza di questa nuova bestia col piccolo corno di Daniele (Dan.,VII, 8), che ha occhi simiglianti a quelli d'uomo e bocca che profferisce cose grandi. Le due Apocalissi di Daniele e Giovanni si chiariscono a vicenda. Secondo Giovanni, la nuova bestia seduce gli abitanti della terra, e fatta fare una imagine dell'antica bestia, le infonde uno spirito che parli, e così piega tutti gli uomini all'adorazione del mostro, e quelli che vi si rifiutano li uccide. E tutti debbono portare sulla mano o sulla fronte il nome della bestia o il numero del suo nome. Questa imagine della bestia, che parla per bocca dei falsi profeti, è senza dubbio quel re undecimo di Daniele, che (VII, 24) succederà agli altri dieci raffigurati nelle dieci corna, e proferirà parole contro l'Altissimo, e penserà di mutare i tempi e la legge. Codesto re sarà senza dubbio dei Saraceni, ed avrà ai suoi fianchi qualche gran prelato patarino simile a Simon Mago, e rappresentante l'Anticristo di cui parla Paolo. E l'uno e l'altro sono rappresentati nell'Apocalisseda un numero 666, perchè 600 vuol dire le sei età del mondo, 60 la parte che appartiene alla sesta età, 6 il sesto tempo di quest'età.[607]
Concorde con siffatte interpetrazioni è l'altra della gran meretrice (Apoc., XVII), con la qualehan trescato li re della terra, e del vino della cui fornicazione sono stati inebbriati gli abitanti della terra. Che non s'abbia da intendere in un senso diverso dalla bestia che viene dal mare, lo dicono e il sedere sull'acque della meretrice, e l'avere ella parimenti sette teste e dieci corna. I padri cattolici sogliono intendere Roma, in quanto rappresenta non la Chiesa, bensì la moltitudine dei reprobi, la quale non si raccoglie in un luogo, ma è sparsa per tutte le latitudini della terra. Ed i re coi quali ella fornica s'intendono i prelati, cui è commesso il governo delle anime, e che talvolta per compiacere agli uomini, trascurano il dover loro. Le sette teste sono i regni che furono molesti alla Chiesa nel corso del tempo; Erode, Nerone, Constanzo ariano, Maometto o Cosroe re dei Persiani sono i primi quattro capi. Il quinto è chi cominciò a dar travaglio alla Chiesa nelle lotte delle investiture (Enrico IV). Il sesto è il re undecimo di cui parla Daniele. Il settimo capo della bestia è quello dannato alla morte, spento il quale risplenderà la pace.[608]Le dieci corna, ovvero i dieci re debbono intendersi forse di altrettanti sovrani che van compresi tutti nel sesto re, poniamo ad esempio i successori di quel famoso Saladino, re dei turchi, dal quale non ha guari fu presa la città santa.[609]
Tutte quante le interpetrazioni e dellaConcordiae delCommento all'Apocalisseconcordano nel disegno di dividere la storia dell'umanità in sette età. Le prime sei ora rappresentano le epoche ebraica e cristiana insieme, ora la sola cristiana; la settimasta da sè e sarà forse la più breve e di poco lontana dalla fine del mondo. Ma non perchè le due epoche precedenti alla settima si possano suddividere ciascuna in tre parti, non per questo s'ha da dire che non abbiano un carattere unico anch'esse. Noi già sappiamo come la pensi Gioacchino, il quale crede che nella prima epoca abbia regnato il Padre, nella seconda il Figlio, e nella terza sarà per regnare lo Spirito. La storia dell'umanità dunque facendo astrazione dalle più minute suddivisioni in tre grandi periodi si può partire. Il primo in cui si vive sotto il rigore della legge, il secondo sotto il favore della grazia, il terzo nella pienezza della grazia medesima. Nel primo ha luogo la servitù servile, nel secondo la filiale, nel terzo la libertà. Nel primo si vive in timore, nel secondo si riposa nella fede, nel terzo s'arde di carità. Il primo periodo appartiene ai vecchi, il secondo ai giovani, il terzo ai fanciulli. Il primo ai servi, il secondo ai liberi, il terzo agli amici. Nel primo rilucevano le stelle, nel secondo biancheggia l'aurora, nel terzo è giorno pieno. Nel primo domina l'inverno, nel secondo la primavera, nel terzo l'estate. Il primo produsse le ortiche, il secondo le rose, il terzo i gigli. Il primo l'erbe, il secondo le spighe, il terzo il grano.[610]Questi paragoni spargono alquanta lucesugl'intendimenti dell'autore, secondo il quale i tre stati in cui si divide la storia dell'umanità dalla creazione al giudizio finale, hanno un corso continuo; sicchè l'uno nasce dall'altro come da fiore frutto. Nè solo continuo, ma progressivo, dal meno al più perfetto, dal timore all'amore, dalla servitù alla libertà.
Ed agli stati corrispondono gli ordini, che ora sono sette, ora cinque, il più delle volte si riducono a tre, il coniugato, il clericale, il monastico. L'ordine dei coniugati ebbe principio in Adamo e cominciò a fruttificare in Abramo, ed ebbe la missione di crescere e moltiplicare. L'ordine dei sacerdoti prese principio da Uzzia, che offrì sebbene non impunemente l'incenso al signore, e fruttificò con Cristo, che è il vero re e sacerdote. L'ordine dei monaci ebbe principio da S. Benedetto e avrebbe cominciato a gettar frutti ai tempi di Gioacchino.[611]Di questi tre ordini il primo vien paragonato aglianimali terrestri che non guardano al di là della terra su cui vivono; ai pesci il secondo, perchè la vita dei santi sacerdoti passa nello studio della scrittura, come quella dei pesci nell'acqua; finalmente agli uccelli il terzo perchè i monaci nella mistica contemplazione si movono liberamente come in aere più salubre. L'ordine dei conjugati in un altro luogo porta l'imagine del padre, perchè non è stato istituito da Dio se non a procrear figliuoli; l'ordine dei sacerdoti è fatto ad imagine del Figlio, verbo del Padre, perchè fu posto appunto per parlare ed insegnare al popolo la via del Signore; l'ordine dei monaci porta infine l'imagine dello Spirito Santo, che è l'amor di Dio, perchè non si può avere in dispregio il mondo e le sue cose se non si è infiammati dell'amor divino, e portati da quello stesso spirito che menò Gesù nel deserto.[612]
Da questi passi ben si raccoglie che cosa voglia intendere Gioacchino. Ei concentra tutta la storia dell'umanità in quella dell'ordine sacerdotale. E nel primo periodo trova leviti che di poco si distinguono dagli altri uomini, e attendono come loro aprocrear figli, e della propria famiglia e dei beni terreni sono solleciti. Nel secondo periodo fu vietato menar moglie a quelli che si consacrano al divino ministero, sebbene talvolta per eccezione si conceda. Ma i sacerdoti vivendo tuttora in contatto colla società prendono parte alle passioni e cupidigie mondane. E più si mescolano coi laici e più si corrompono allontanandosi dall'esempio di Cristo. Chi voglia serbarsi puro bisogna che rompa questo contatto e si raccolga come S. Benedetto nel silenzio del cenobio. Così è già cominciato il terzo periodo, in cui i ministri del Signore vengono sottoposti ad una più severa disciplina, nè altra cura hanno all'infuori del cielo, e spente le passioni del secolo, spendono la loro vita nella preghiera e nella contemplazione.
Il primo concetto di Gioacchino è questo senza dubbio, una storia del sacerdozio che cominciato dai leviti, proseguito nel clero secolare, si compia nell'ordine benedettino, riformato secondo una regola più rigorosa. Se non che codesta angusta filosofia della storia, fatta in servigio di un ordine monastico, gli s'allarga tra le mani. E come nel primo periodo l'ordine dei coniugati non rappresenta solo i leviti, ma tutti quelli che vivevano sotto la legge della circoncisione, così l'ordine dei sacerdoti deve abbracciare tutti quelli che vivono sotto la legge del Cristo, e l'ordine dei monaci tutti coloro, cui scalda lo stesso amore delle cose celesti e l'odio delle mondane. La storia dell'ordine sacerdotale diventaper tal guisa la storia dell'umanità, e le opposizioni tra preti e frati acquistano una importanza fuor di misura, e diventano il segno di quella lotta che sarà sempre combattuta fra il passato e l'avvenire.
Per ciò che riguarda i due primi periodi dell'umanità il contrasto secondo Gioacchino è evidente, come è evidente la profonda differenza dei due Testamenti. Differiscono, già dicemmo, le nascite, le vite, le guerre, le vittorie; perchè gli Ebrei nacquero dalla carne, i Cristiani dall'acqua (battesimo) e dallo spirito. Quelli poteano far divorzio dalle loro mogli, questi la debbono tenere presso di sè secondo l'esempio di Cristo, che è sempre lo sposo della sua Chiesa; quelli combatterono per i possessi terreni, questi non tanto per la terra, quanto per la libertà della Chiesa. Ma se tanta è la differenza tra il primo ed il secondo periodo, non deve correrne altrettanta tra il secondo ed il terzo? Nel secondo periodo fu abolita la legge che dominava il vecchio mondo, fu proscritta la circoncisione, furono abolite le vittime di animali, ed al rigore e severità della legge mosaica sottentrò la mitezza del cristianesimo. Pari innovazione dovrà succedere rispetto al cristianesimo, ed a quel modo che il fuoco di Elia consumò la catasta del sagrifizio e ne lambì l'acqua, così sarà mutato l'evangelo, perchè quando sorge ciò che è perfetto, è necessario che l'imperfetto tramonti.[613]
Ma che mai sarà codesto stato nuovo? Quali leggi cadranno, e quali piglieranno il posto delle prime? Come sarà composta la società? ammettiamo per ipotesi che il clero secolare scomparisca, e le funzioni attribuite ai vescovi e parroci sieno indi innanzi esercitate dagli abati e dai conventuali, cesserà forse puranche la divisione tra laici e sacerdoti, e la società diverrà forse un vasto cenobio? E se diventa un cenobio come farà a perpetuarsi? La generazione più saggia, più casta, e più devota sarà forse l'ultima per l'umanità, e dopo questo idillio di pace sarà troncata la storia dell'uomo, ed avrà luogo il giudizio finale e la resurrezione della carne? Il genio profetico intorno a questa dimanda si sarebbe travagliato, ed una pittura fresca e viva di questa nuova società ci avrebbe data a preferenza. Ma il nostro autore non s'estendetant'oltre, e la rappresentazione del terzo periodo dobbiamo comporla noi stessi raccogliendo qua e là sparsi accenni; ma ben ci guarderemo dal dare ai pensieri dell'autore maggiore determinatezza o rilievo che non abbiano.
Il primo carattere di questa nuova epoca è questo, che non ci saranno più misteri, i veli che coprivano l'esatta intelligenza dell'antica e nuova lettera saranno squarciati, e sarà dato cogliere la verità attraverso le molteplici allegorie.[614]Come cessò l'osservanza dell'agnello pasquale allora che fu cominciata quella del corpo di Cristo, così, nello schiarimento dello Spirito Santo cesserà l'ammirazione della figura.[615]Ma se gli uomini vedranno la verità faccia a faccia, non s'ha da credere pertanto che Gioacchino descriva l'età futura come il secolo del razionalismo, nel quale la scienza riporterà grandi vittorie sulla fede. Egli ha scarsa fiducia nella scienza. Ingegno mistico e vaporoso, abborre la precisione e l'aridità del ragionamento. La verità secondo lui resta nascosta ai prudenti e sapienti,e si svela soltanto ai fanciulli, per confondere la vanità della superstizione filosofica. L'argomentazione dialettica non vale quindi se non a chiudere ciò che prima era aperto, o rendere oscuro quello che prima era chiaro. E da essa nascono questioni e contrasti di parole, ed invidie e contese e bestemmie e corruzioni. La fede, come ha dimostrato l'abate di Chiaravalle, è al di sopra dei cavilli della ragione. La scienza non edifica, ma distrugge talvolta, come attestano quegli scribi, che gonfiati di vanità ed arroganza a forza di ragionamenti caddero nell'eresia.[616]
La conoscenza della verità per lui, come per tutti i mistici dei vecchi e nuovi tempi, è la visione intuitiva, alla quale si arriva non per via dell'intelletto, ma del sentimento, non col raziocinio, ma colla preghiera. Epperò il fondatore dell'ordine cenobitico impose l'obbligo di frequenti cori. Tra i suoni che salgono e si ripercotono per le volte del tempio, e i profumi degl'incensi, e le misteriose penombre, l'anima sente e vede ciò di che non può render conto nè a sè stessa nè agli altri. E codesta mistica visione, che ora è privilegio di pochi,forse allora sarà comune a tutti, perchè alle distrazioni della vita attiva succederà il silenzio ed il raccoglimento della contemplativa, a Lia sottentrerà Rachele. In questi pensieri ben si scopre il mistico cenobita non dissimile, come bene avverte il Rousselot, dai Vittorini.[617]
Ma i mistici del secolo decimosecondo non sono meno arditi dei loro avversarii razionalisti, ed in nome del sentimento reclamano la stessa libertà d'interpetrazione, che gli altri chiedevano in nome della ragione. E già sappiamo come Gioacchino spinga troppo oltre i diritti dell'interpetre, e nessuna violenza risparmii alla lettera della Bibbia per salvarne lo spirito. Rimosso l'ostacolo dell'intelligenza letterale, l'interpetrazione allegorica non ha più freno che la moderi. In quest'assoluta indipendenza della mente divinatrice sta lalibertàche Gioacchino attribuisce ai nuovi tempi. Cristo sottrasse il mondo ai rigori dell'antica lettera, lo spirito ci deve liberare dai rigori della nuova. Questo cammino dalla servitù alla libertà si riscontra anche nei tre ordini. Il primo passò sotto il giogo dei precetti legali; il secondo fu sottoposto ai travagli della passione; il terzo è destinato alla libertà della contemplazione secondo il testo:Ubi spiritus, ibi libertas.[618]Questo è un altro carattere dei tempi nuovi.
Non è a dire che nel periodo cristiano sia mancata la libertà; c'è stata di certo, ma una libertà relativa, chè alle catene dell'antica legge vennero sostituiti più miti legami. Solo nei nuovi tempi sarà data un'assoluta libertà, e il vincolo che stringerà gli uomini e Dio non sarà il timore nè in larga nè in istretta misura, ma l'amore. L'amore governerà gli uomini, ecco un altro segno del terzo periodo. Gioacchino non nasconde nessuna delle calamità del tempo suo, e gli odii che dividevano gli uomini, e le sanguinose guerre, che laceravano in allora la Chiesa, ben prevede che non saranno per cessare; anzi pria che il secondo periodo volga al suo termine raddoppieranno d'intensità. Ma per quanto più gravi sono i mali, altrettanto più vivo è il desiderio della loro fine, ed il vivo desiderio il più delle volte fa tramutare la speranza in certezza. Anche ai nostri giorni in cui un grande statista non dubitò di ripetere:la force prime le droit, e le guerre se non più lunghe sono certo più sanguinose e rovinose di prima, ai nostri giorni appunto si fa un gran parlare della lega della pace e degli arbitrati internazionali. Qual meraviglia che in pieno secolo decimosecondo, Gioacchino non vegga nelle calamità e nei tumulti del tempo suo se non un avviamento ad un migliore assetto della società? Egli forse credeva che nelle terribili lotte, che travagliavano l'ultima parte delsecondo periodo, i violenti si sarebbero distrutti gli uni cogli altri. E dal nuovo diluvio non sarebbero scampati se non gli animi miti e generosi, che più di sè amano gli altri, ed in ognuno che soffra e preghi veggono un fratello, e con esso si confondono nell'amore di chi a tutti è padre.[619]È un sogno forse che verrà giorno in cui le passioni violente faranno luogo agli affetti più miti, ma un sogno che riposa e ristora, e soventi l'umanità l'ha sognato, ed è probabile che seguiti a sognarlo ancora altre volte.
Questa nova età di pace e di amore Gioacchino la presente vicina, perchè fra non molto l'uomo sarà del tutto purificato, e svellerà dal suo cuore gli affetti egoistici; nè vi sarà più lotta pel mio e pel tuo, e dei beni mondani tutti faranno quel conto che meritano, nè sarà pregiata la ricchezza, come nei periodi precedenti, ma invece la povertà.[620]Non era certo una cosa nova questa della povertà. Il Vangelo, come è noto, fulmina contro i ricchi quelle terribili parole:È più facile che un cammello entrinella cruna d'un ago, che un ricco nel regno dei cieli. Ma altro è parlar di morte, altro il morire; e durante tutto il periodo cristiano non solo i laici, ma i preti, e non pure i preti ma i frati si sono mostrati non meno avidi dei loro predecessori. E di tutte le guerre medievali, a cominciare dalle grandiose tra Chiesa e Impero alle minutissime tra una casa di frati e un'altra, non piccola parte delle loro ragioni la ripeteano dal tornaconto offeso. E pure quanto più crescea l'avidità delle ricchezze, altrettanto pel solito contrasto si facea più calda ed insistente la predicazione della povertà. Nella riforma, che Gioacchino fa dell'ordine suo, non entra l'obbligo della povertà; ma secondo lui quello che non poteva farsi al tempo suo, facente parte ancora del secondo periodo, sarebbe accaduto di certo nell'avvenire.[621]Quest'obbligo della povertà sarà imposto ai soli conventuali o agli uomini tutti? Nè Gioacchino, nè i seguaci suoi par che abbiano inteso parlare se non dei monaci soli; ma certo non è escluso che la società tutta diventi un vasto cenobio. Anzi sarebbe necessario che divenisse, perchè il terzo periodo è tenuto per un'età di perfezione, e la perfezione non può ottenersi se non in una vita cenobitica, in cui fossero abolite le classi,gli onori e le supremazie sociali. Tutti sarebbero pari allora non nelle ricchezze, che nessuno pensa ad accumulare, bensì nella povertà, e cesserebbero per tal guisa le invidie e le gelosie. Curioso modo di risolvere il problema del pauperismo, se mai fosse surto al tempo di Gioacchino!