Di questi scritti io non conosco se non alcuni opuscoli intorno alla povertà, ed i commenti all'Evangelo di Matteo e di Luca manoscritti nellaLaurenziana. Frammenti delle quistioni quodlibetali ci sono conservati nella sentenza pronunziata dai sette dottori nel 1282. DelCommento all'Apocalisseabbiamo molti estratti nel rapporto della Commissione dei teologi incaricata da Giovanni XXII dell'esame di questo scritto.[768]
Qual'era la dottrina insegnata in codesta opera? La quistione dell'interpetrazione da dare alla Regoladi S. Francesco, quando meglio si credeva sopita rinasceva con maggior furore. Si era cercato di sfuggirle dando la proprietà dei beni al Papa, e l'uso di essi ai frati. Ma codesta finzione legale salvava solo in apparenza la regola, che sotto il pretesto di farne omaggio al Papa, i minoriti avrebbero potuto accettare lasciti e doni non meno degli altri ordini religiosi, e per tal guisa quelli, che si dicevano mendichi o poveri di Cristo, poteano vivere più lautamente dei benedettini. Rinacque dunque la quistione, e gl'intransigenti con a capo Pier Giovanni Olivi dicevano, che per conformarsi allaregola di S. Francesco non bastasse rinunziare alla proprietà dei beni, ma anche il loro uso dovesse andare ristretto nei più angusti confini. Per essere veramente poveri bisognava che l'uso fosse povero del pari. Certo era difficile definire in che cosa consistesse l'uso povero, e codesta difficoltà dava buon gioco agli avversari di cogliere in fallo la dottrina degl'intransigenti;[769]ma chi voleva intendere, sapeva bene a che tenersi. E si capiva benissimo che i difensori dell'uso povero voleano proscrivere tutto ciò che non fosse strettamente indispensabile pel sostentamento della vita.[770]Così adesempio è necessaria la casa, ove i frati possano convivere, ma un comodo ed elegante fabbricato non è lecito possederlo nè in proprietà nè tampoco in usufrutto. È permesso servirsi del pane, che s'accatta di porta in porta, ma è severamente proibito di tenere ben provvisti i granai e le cantine del convento.[771]Il seppellire i morti nella propria chiesa è certo un'opera meritoria, ma i frati, a cui è vietato di accettar denaro, non possono riscuotere i diritti, che il clero secolare ricava dalle sepolture. E se a cagione di siffatti guadagni il clero contende ai frati questo pio ufficio, come tanti altri parimenti lucrosi, dev'essere proibito severamente di mover liti, che sono così contrarie allo spiritodella Regola.[772]La quale impone severamente codesto uso povero, e quelli, che le abbiano giurata obbedienza, debbono osservarlo, se anche diventino vescovi o cardinali. Codesto era un punto molto delicato. La regola avea consigliato di schivare gli onori ecclesiastici, ma in pratica anche i zelanti, come il Salimbene, non che avversare, favorivano le promozioni dei frati, per fermo assai vantaggiose all'ordine. Volevano solo che anche nel nuovo stato si sentissero tuttora membri dell'antico sodalizio, ed alla regola strettamente si conformassero,[773]perchè dal loro giuramento neanche il Pontefice li poteva sciogliere. Dottrina ardita codesta, che limitavail potere del sommo gerarca, ed apriva il varco a teorie più radicali. Per ora il pericolo era lontano, perchè il pontefice Onorio III nella bollaQui exiitl'avea data vinta agl'intransigenti prescrivendo l'uso povero, e condannando qualunque interpetrazione o attenuazione che si volesse ulteriormente dare della Regola.[774]Ma l'esperienza avea provato che non sempre i pontefici se l'intendevano col partito del rigore, e si poteva ben prevedere, quello che di fatto avvenne, che la pace non sarebbe durata lungo tempo.[775]Perchè gl'intransigenti non aveano scordate le idee gioachimite, e contro il clero secolare e la Chiesa di Roma seguitavano a nutrire la diffidenza e l'odio, punto dissimulati nell'Evangelo eterno.
Che Pier Giovanni Olivi fosse tenero delle idee gioachimite,[776]e le modificasse per adattarle ai tempinuovi, è fuor di dubbio. Una prova inconfutabile ce la porge ilCommento all'Apocalissescritto nello stile non di Gioacchino, ma dei suoi più fervidi commentatori, e dove son fatte all'interpetrazione gioachimita quelle mende e ritocchi, necessarie ormai per le mutate condizioni dei tempi. Così il re dell'Apocalissenon sarà più Federigo II, già morto da un pezzo, bensì qualcuno del seme maledetto, che sarà per conquistare non pure l'impero romano, ma la Francia eziandio.[777]Il terzo periodo che per Gioacchino cominciava da S. Benedetto, e per i gioachimiti dal 1200 (anno in cui Gioacchino pubblicò i suoi libri) per l'Olivi invece cominciadal tempo in cui la regola di S. Francesco fu impugnata e condannata dalla Chiesa carnale.[778]Per i gioachimiti l'angelo che porta l'Evangelo eternoè Gioacchino stesso, per l'Ulivi invece è S. Francesco, il quale ad imitazione di Cristo risorgerà al tempo delle tribolazioni, come ad imitazione del Crocifisso portò le sacre stimate.[779]Per Gioacchino tutta lastoria dell'umanità va divisa in sette periodi, per l'Ulivi invece soltanto quel tratto di storia che corre dalla predicazione di Cristo alla consumazione dei secoli, sicchè a ciascuno di questi periodi poneva cominciamento e fine diversi da quel che solessero e Gioacchino, e i Gioachimiti insieme.[780]Ma queste differenze non toccano l'accordo fondamentale delle dottrine. Anche per l'Ulivi si debbono distinguere tre fasi nel corso religioso dell'umanità; la prima, che appartiene al Padre, ove regna il timore e la legge; la seconda, che appartiene al Figlio ove domina la sapienza, e si predica l'evangelo; la terza che appartiene allo Spirito, ove si svela tutta la verità, e la legge evangelica viene intesa ed osservata in tutta la puritàsua.[781]E come l'Evangelo pose fine alla legge mosaica, così l'Evangelo nuovo farà cadere l'antico,[782]ed al clero secolare che mal si conforma ai precetti di Cristo sottentrerà il monacato che spoglio di effetti terreni menerà una vita di sacrifizi e di povertà, in una parola la Chiesa carnale, simboleggiata nell'impura donna dell'Apocalisse, farà luogo alla Chiesa spirituale.[783]Ma prima del trionfo laChiesa spirituale sarà combattuta aspramente dalla carnale, come il Cristianesimo fu perseguitato a morte dalla Sinagoga.[784]E se S. Francesco non fu condannato al pari di Cristo, e la guerra contro al sodalizio francescano scoppiò non nel suo cominciamento, ma alquanto più tardi, ciò si deve a varie ragioni, tra le quali la principale che l'analogia non esclude le differenze, e benchè la Chiesa carnale dovesse comportarsi come la Sinagoga, non era necessario che agisse con pari prontezza.[785]Codeste lotte però non debbono scoraggiare i fedeli seguaci dell'uso povero, perchè l'avvenire è loro, nè molto andrà che sarà pronunziato il tremendo giudizio sulla nuova Babilonia.[786]
Queste idee doveano incontrare fiera opposizione non pure nel partito moderato, ma benanco in quella parte degl'intransigenti, che pur professando la teoria dell'uso povero, non volevano romperla colla corte di Roma. E forse fino dalle prime persecuzioni contro Giovanni Olivi si formarono i tre partiti, a cui accenna la testimonianza di un beghino, i Conventuali che si attenevano all'interpetrazione più larga della Regola, i Fraticelli che abbracciavano la più rigida ma non accoglievano per questo le idee gioachimite, infine gli Spirituali che aspettavano il trionfo dell'uso povero dalla totale rinnovazione della Chiesa e del mondo.[787]Il nome difraticelli sarà stato ancor prematuro al tempo di Giovanni Olivi, ma non è men vero che il partito, che più tardi prese questo nome, era già formato ed ottenne dal pontefice Celestino V che si staccasse dal resto dell'ordine e formasse una corporazione a sè sotto il nome di Celestini opauperes heremitae domini Coelestini. Codesto sodalizio che aveva a capo fra Liberato, ed a poeta fra Jacopone, fu costretto ad esulare in Grecia, quando al Papa che fece per viltate il gran rifiuto successe Bonifacio VIII.[788]E neanche lì potè vivere in pace, ed i suoi membri perseguitati per sollecitazione del Papa dal patriarca di Costantinopoli ebbero a far ritorno in Italia.E fra Jacopone stette molti anni in prigione, e fra Liberato morì di stenti e di crepacuore.[789]Simili travagli ebbero a sostenere alcuni frati della Marca, che condannati ad una carcere dura, non ne uscirono se non per ripartire verso il lontano oriente, ove parecchi subirono eroicamente il martirio.[790]
Ma più gravi furono le persecuzioni contro gli Spirituali. Essi eran cresciuti così di numero che quando fu assunto al cardinalato il generale Matteo d'Acquasparta, al quale Dante rimprovera la fiacca interpetrazione della regola, riuscirono a far nominare all'alto ufficio uno dei loro, Raimondo Gaufrido, amico ed ammiratore dell'Olivi.[791]E per fino fuori dell'ordine francescano par che trionfasse la loro propaganda, quando dopo due anni e tre mesi di vacanza i cardinali levarono al soglio pontificiol'eremita Pietro de Morrone (1294). Ma queste fortune durarono ben poco. Che dopo pochi mesi il buon Celestino depose la tiara, e il suo successore rimosse dall'ufficio fra Gaufrido sostituendogli quel Giovanni di Muro, che era stato tra i più fieri persecutori dell'Olivi. Allora ricominciarono le dolorose prove per gli Spirituali. Il loro capo non venne risparmiato neanco morto, chè il nuovo generale avendone fatte condannare le opere da un Capitolo generale, ordinò che si bruciassero insieme al cadavere dell'autore, tolto alla pace del sepolcro sei mesi dopo che v'era stato calato con solenni esequie.[792]Fu proibito ai frati di leggere e serbare libri maledetti, ed un fra Ponzio, che non volle consegnarli al suo superiore morì in prigione tra stenti e sofferenze incredibili, e molti altri frati furono perquisiti ed incarcerati.[793]
Ma codeste misure di rigore non scoraggiavano i seguaci dell'Olivi, ed uno fra essi, Ubertino daCasale, ebbe il coraggio di prenderne le difese, e scrivere contro i potenti accusatori una calda apologia. Ubertino nacque nel 1259, e quattordicenne entrò nell'ordine dei Minori. Lesse per nove anni nello studio parigino, e tornato in Italia continuò nell'insegnamento per altri quattro; poscia abbandonata la cattedra si mise alla predicazione, fino a che gli fu imposto silenzio dai suoi superiori, che lo mandarono nell'eremo della Vernia, ove scrisse un libro, tuttora esistente,arbor vitae crucifixae.[794]La ragion per cui fu imposto silenzio al focoso predicatorenon è difficile scoprire. Egli apparteneva al partito intransigente, e forse pubblicò la sua prima apologia di Giovanni Olivi alla morte di Bonifazio VIII, quando si sperava che col nuovo papa cessassero le fiere persecuzioni contro gli spirituali. Mi pare molto improbabile che ei l'avesse scritta prima, come sospetta il Wadding, perchè da una parte non sarebbe andato impunito, e dall'altra laCronaca delle Tribolazionidice espressamente che fra Ubertino fu accusato al papa Benedetto XI (1303-1304), e seppe così abilmente difendersi da andare assolto.[795]Ma quando che fosse scritta, l'apologia era intesa a provare: 1º che Pier Giovanni nè nella Postilla all'Apocalissenè in altro libro non parlò mai irreverentemente della Chiesa, alla quale invece si mostrò sempre devoto; 2º che l'uso povero è siffattamente ortodosso da potersidire la lampada della nostra fede;[796]3º che le persecuzioni, patite dai rigidi osservatori della Regola, sono mostruose, ed il Papa deve interporre la sua autorità per farle cessare.
Così si rinnovarono le contese tra i conventuali e gli zelanti, ed entrambi concordemente se ne appellavano al Papa. Benedetto XI morì prima di poter dare alcun provvedimento, ma il successore Clemente V credette opportuno di riprendere la cosa in esame. E chiamò in Avignone molti francescani, tra i quali il generale dell'ordine che sosteneva le ragioni dei conventuali, e l'ex generale fra Gauffrido,insieme ad Ubertino da Casale, fra Siccardo ed altri molti, che rappresentavano la parte degli spirituali. E comandò che fin che la controversia non fosse composta dal collegio dei vescovi e cardinali da lui stesso nominato, dovessero cessare tutte le misure di rigore per ragione di opinione. E principalmente quegli tra gli Spirituali, che egli aveva chiamati alla Corte, sottrasse alla giurisdizione dei loro superiori,[797]e volle che si riprendesse l'esame delle dottrine di Pier Giovanni, e si definissero i punti controversi della regola più chiaramente che non fosse riescito a Niccolò III.
Le discussioni durarono lungamente, i due partiti si rimandarono le opposte accuse di licenziosi od ipocriti colla consueta acredine. Gli uni rimproveravano agli altri di voler scalzare l'ordine colla fiacca interpetrazione della regola, e l'abbandono di quello spirito di assoluto sagrifizio e di fervida carità, che l'informa; gli altri replicavano che la rovina dell'ordine viene da coloro che mettonola propria opinione al di sopra del dovere d'obbedienza, ed intendono la regola in modo così rigido da non potersi umanamente osservare.[798]Il più abile tra tutti par che fosse Ubertino, perchè riuscì non solo a convincere delle verità dell'uso povero, ma benanco a scagionare Pier Giovanni dalle accuse che gli si movevano. Ed in virtù di queste difese il Papa nel Concilio di Vienna condannò alcune dottrine teologiche di Pier Giovanni, ma tacque il nome dell'autore, e pronunziò la sua decisione, come se si trattasse di punti controversi, intorno ai quali prima della decisione si potesse opinare in un modo o nell'altro senza incorrere in eresia.[799]Le altre dottrine diPier Giovanni, e certo le più importanti, come quella dei tre stati e dell'uso povero non solo furono risparmiate, ma una di esse fu solennemente adottata nella nuova interpetrazione che Clemente dette della regola francescana.[800]Gl'intransigenti trionfarono di nuovo, ma anche questa volta per poco. Il partito dei conventuali, non ostante la vittoriadei loro avversarii, riuscì nel 1313 a creare generale dell'ordine uno dei suoi, frate Alessandro di Alessandria, stato già appo Clemente uno dei più vigorosi difensori dell'ordine contro Ubertino di Casale e gli altri seguaci dell'Olivi.[801]Il che prova quanto fosse numeroso ed audace codesto partito, il quale anche dopo le raccomandazioni di Clemente non cessava di perseguitare gli spirituali.[802]
Per tal guisa seguitarono i dissidii, principalmente nella provincia toscana, ove gl'intransigenti, seguendo l'esempio dei Celestini, decisero di staccarsi dall'ordine, e formare un corpo a sè.[803]Parimentinelle provincie di Narbona e di Béziers, ove la memoria di fra Pier Giovanni era più viva, i frati zelanti non vollero più far vita comune coi loro avversarii, e vestita una tunica più corta e tutta logora e rattoppata, si ridussero in meschini ricoveri, ove metteano in pratica le regole dell'uso povero. Codesti frati, che si dissero per umiltà fraticelli, non poterono certo trarre dalla loro tutti gli spirituali, e molto meno il capo, Ubertino da Casale, il quale ben sapeva, che entrando nella nuova comunità avrebbe perduto in un punto tutto il favore, che s'era acquistato presso il Papa. Nè furono più fortunati appo Clemente, il quale pur approvando l'uso povero, non volea a nessun patto cheservisse di pretesto ad una scissione dell'ordine. E scrisse lettere severe ai vescovi di Genova, Lucca e Bologna per richiamare i dissidenti all'obbedienza, e fulminò la scomunica contro i ricalcitranti.[804]Perlochè come al tempo di Celestino, si formarono ora di nuovo i tre partiti nell'ordine dei francescani, i conventuali, i dissidenti o fraticelli, gli spirituali. Ma gli ultimi due insieme uniti non eguagliavano nè per numero nè per forza il primo, il quale ben seppe trarre profitto dall'errore commesso dai dissidenti toscani e narbonesi per agire più severamente contro gli avversarii. E le circostanze stesse furono loro propizie, che a non lungo andare morì Clemente V (20 aprile 1214), e dopo una vacanza di due annie quattro mesi fu assunto al trono pontificio un uomo punto mistico e poco scrupoloso, Giovanni XXII (scelto il 7 agosto, e coronato il 5 settembre 1316). Allora il partito dei conventuali ebbe la mano libera; il nuovo generale Michele da Capua potè agire energicamente contro i dissidenti, e lo stesso Ubertino da Casale ebbe a chiedere in grazia al nuovo Papa il trapasso dall'ordine francescano a quello dei benedettini. Strano destino del capo degli spirituali, il quale dopo aver predicata la necessità dell'uso povero, entra nell'ordine, che a detta di Gioacchino più si allontanava da quell'uso.[805]
Con Giovanni XXII comincia un'altra fase del movimento francescano. Ad istanza del generale Michele da Cesena il nuovo Papa non solo scrisse lettere più incalzanti a principi e vescovi contro idissidenti,[806]ma nell'aprile del 1317 in loro danno pubblicò la costituzioneQuorundamper stabilire che la qualità della tunica e le sue dimensioni debbono essere determinate dai superiori locali, ed al loro giudizio venga lasciato se pei bisogni del convento si debbano tener provvisti e granai e cantine.[807]La povertà, aggiunge il Papa, è una grande cosa, ma al di sopra di lei sta la conservazione di sè, e al di sopra di entrambe l'obbedienza ai legittimi superiori.[808]Così la quistione dai meschini piati frateschi era sollevata alla sua vera altezza. Da una parte s'affermava come primo dovere quello dell'obbedienza assoluta, senza di che è impossibile larigida gerarchia, dall'altro si teneva duro a metter l'osservanza scrupolosa della regola innanzi a qualunque altro dovere. Imperocchè, la regola è come l'Evangelo di Cristo, e chiunque porti offesa a lei, viola la fede; nè c'è persona, per quanto alto sia il suo ufficio, che stia al di sopra della Regola; talchè quando o il Papa o altro chiunque comandi qualche cosa che sia contro questa, gli si deve per la salvezza dell'anima negare obbedienza. Tali dottrine sostenevano gl'intransigenti francescani, e quattro di essi nel 1318 in Marsiglia anzi che sconfessarle, preferirono di lasciare la vita sul rogo[809]e molti altri fuggirono appo gl'infedeli.[810]Certo noneran nuove, e l'inquisitore a ragione ne riconobbe la prima fonte nell'Olivi, le cui opere vennero in quel tempo ancora una volta esaminate e condannate.[811]Ma se l'Olivi aveva detto che S. Francesco era come un nuovo Cristo, che sofferse al pari di lui, e forse come lui risorgerà, ora s'aggiunge che la Regola bandita da S. Francesco, per diretta inspirazione di Dio è da tenersi non meno del Vangelo, ed al pari di quello non può essere nè abolita, nè forse anco modificata.[812]E la vita povera, che essaprescrive, è la vera vita evangelica, perchè nè Cristo, nè gli Apostoli possedevano nulla in proprio, ed a simiglianza dei frati spirituali andavan ramingando e stentando la vita.[813]
La quistione, come si vede, si faceva grossa. Non si trattava più di sapere quanti centimetri dovesse esser lunga la tunica, o di qual rozzo panno contesta; nè si chiedeva più se fosse lecito tener granai e cantine, o stringere contratti per mezzo dei procuratori. Gl'intransigenti sotto questi meschini pretesti miravano ben più alto, a dichiarare cioè che la vita prescritta dalla regola non differisce dall'evangelica, e che ad essa si fosse conformato Gesù, e gli Apostoli, e ad essa quindi dovrebbero conformarsi non soltanto i frati Minori, ma i cristiani tutti che debbono porre l'Evangelo a norma della loro vita; il che è come dire che non solo il clero, ma tutta la Cristianità dovesse tramutarsi in un vasto cenobio francescano. Contro siffattemassime protestavano già da un pezzo i frati domenicani, emuli dei francescani, e professanti anche loro il vòto di povertà, ma così temperato che ben poco differivano per codesto capo degli altri ordini; ed uno di essi, l'inquisitore fra Giovanni di Belna,[814]citò al suo tribunale un beghino narbonese per avere affermato secondo un'antica cronaca «che Cristo e gli apostoli, via di perfezione seguitando, niuna cosa ebbono per ragione di proprietade e di signoria nè in ispeziale, nè eziandio in comune. Il quale inquisitore, seguita la cronaca, vogliendo giudicare il detto bighino, chiamò a consiglio tutti i priori e guardiani e lettori de' religiosi e molti altri savi. Intra' quali fu presente frate Beringario Talloni, lettore nel convento de' frati minori da Nerbona. Et intra l'altre cose che il predetto inquisitore fece leggere, (si fu) il predetto articolo della povertade di Cristo e degli appostoli suoi, per lo quale voleva condannare questo cotale bighino. Ma il predetto frate Beringario lettore, sopra il detto articolo richiesto, rispuose che questo dire non era eretico, ma era dottrina sana, cattolica e fedele massimamente, conciò sia cosa che questo fosse diffinito per la chiesa cattolica nella dicretale che comincia:Exijt q. seminat. La quale cosa fatta, nè più nè meno, come se il detto lettore avesseaffermata eresia, il predetto inquisitore comandò a questo medesimo lettore che il detto suo immantinente, in presenza di tutti, rivocasse. Il quale lettore non volse rivocare per niuno modo, ma imperò ch'era costretto a rivocare quella cosa che era sana e cattolica, e come sana e cattolica diffinita per la chiesa. E temendo per questo d'essere agravato per molti modi contra la giustizia, alla sedia appostolica solennemente appellò, e colla sua appellazione venne a Vignone dove il predetto papa Giovanni allora colla sua corte risedeva».[815]
La quistione, sottoposta al Papa, era ben grave. Deciderla contro i francescani non si poteva senza contraddire alla bollaQui exiit, ben a propositoinvocata da fra Berengario;[816]deciderla contro i domenicani sarebbe stato lo stesso che darla vinta agl'intransigenti, contro i quali Giovanni avea già cominciato a pronunziarsi. In tanta incertezza il Papa sottopose la vertenza ai più dotti teologi, e tra gli altri ad Ubertino da Casale, il quale per mostrarsi nello stesso tempo grato al suo protettore, che gli avea concesso il passaggio ai benedettini e fedele al suo partito emise un parere, che dovea contentar tutti, e tutti scontentò.[817]Le mezze misure ormai a nulla approdavano. Al punto cui erano giunte le cose bisognava prender partito o per l'uno o per gli altri,[818]e Giovanni lo prese animosamente, e dopo un lungo concistoro,[819]si decise a revocare la bolla di Niccolò III, dichiarando: la vera interpetrazione della Regola non essere peranco trovata; e dopo le nuove quistioni insorteoccorrere nuovi studii per risolverle, ed esser quindi necessario, di togliere il divieto delle glosse e commenti, per lasciar campo alla libera discussione,[820]dalla quale sarebbe emersa la verità.
Questa misura radicale provocò le proteste di tutti i francescani. Non solo gli spirituali ed i fraticelli, ma benanco i conventuali se ne risentirono, e lo stesso generale fra Michele da Cesena, che sinora avea agito con tanta energia contro i dissidenti, ed insieme all'inquisitore narbonese avea dichiarate eretiche le dottrine dei beghini e spirituali, ora credendo minacciate le fondamenta stesse dell'ordine, si mise a capo dell'opposizione contro il Papa. E convocato un Capitolo generale in Perugia il 4 giugno 1322, fece dichiarare solennemente «che la renunziazione della proprietà di tutte le cose sì in speciale come eziandio in comune fatta per Dio, è meritoria e santa, la quale renunziazione Cristo, via di perfezione mostrando, per parola la 'nsegnò, e per esemplo la confermò; e la quale i primi fondatori della Chiesa militante, cioè li apostoli, sì come da essa fonte, cioè Cristo, aveano attinto, in coloro che volgliono perfettamente vivere, per rivi di dottrina e di loro vita, dirivarono. La quale determinazione della Chiesanel VI libro per essa Chiesa cattolica è inframessa e per altra decretale nel Concilio di Vienna promulgata e divulgata...... Et ultimamente per lo santissimo padre e signiore, messer Giovanni, per divina provvidenzia, papa vigesimo secundo, in alcuna sua dichiarazione fatta sopra la regola e sopra lo stato de' frati minori, che comincia:Quorundam exiit, è questa medesima dichiarazione molto commendata, come santamente composta, soda, lucida e con molta maturità esaminata».[821]
Tale protesta fu come un guanto di sfida al Papa, e Giovanni lo raccolse. E per tutta risposta pubblicò la celebre bollaad Conditorem, nella quale sostenne esser lecito di revocare i decreti e le costituzioni dei predecessori, quando l'esperienza, maestradella vita, dimostra che falliscono al fine per cui furono promulgate. E criticò con vigore l'espediente imaginato dai suoi predecessori di attribuire alla Chiesa la proprietà di quello, che i frati minori usano per le necessità della vita. Imperocchè, ei dice, v'ha cose che struggendosi coll'uso non consentono ne sia proprietaria una persona diversa da chi le adopera. E nel fatto i mendicanti più che usufruttuari ne sono i veri padroni, e le vendono e le barattano, quando loro torni, per mezzo dei loro procuratori, talchè la Chiesa ha solo di nome siffatta proprietà, della quale altri raccoglie i frutti, ella invece i danni e l'onta d'interminabili liti. Per queste ragioni Giovanni dichiarò di rinunziare alla proprietà dei beni spettanti ai frati minori all'infuori degli stabili, o degli arredi delle chiese,[822]sicchè i minoriti contro loro volere tornavano proprietarii a simiglianza degli emuli loro, i frati predicatori. Era una misura audace codesta, ed i francescaniper mezzo del loro procuratore Buonagrazia da Bergamo[823]seppero ben rilevare come rompesse contro la tradizione pontificia da Gregorio IX a Clemente V; ma Giovanni tenne duro, e messo in prigione l'audace autore della protesta, ritirò la prima bolla per pubblicarne un'altra più diffusa sotto la stessa data e colla stessa iniziale della precedente.[824]Nè di ciò pago, più tardi con decretale del 12 novembre 1323 condannò come eretica la dottrina sostenuta dal Capitolo generale di Perugia intorno alla povertà di Cristo e degli apostoli.[825]E facendosi controcodesta bolla sempre più vive le opposizioni, alle quali fece eco Ludovico il Bavaro nella protesta di Sachsenhäusen,[826]non dubitò Giovanni di difenderla nella decretale del novembre 1324, combattendo punto per punto gli argomenti degli avversarii.[827]
Ma non ostante che la lotta fosse già così ardente, pure i minoriti non seguirono l'esempio dell'Imperatore, e per tre anni di seguito agirono copertamente senza romperla del tutto col Papa; talchè il loro generale quando fu chiamato alla corte pontificia,[828]si fece scusare per la malattia, che lo tratteneva a Tivoli,[829]e non appena ristabilito si recò in Avignone. Se non che ben presto le cose volsero al peggio. Il Papa nell'udienza solenne del 9 aprile 1328 amaramente rimproverava il generale francescano della sua resistenza ai decreti pontifici,[830]e dal suo canto il generale non pure tenne fermo nelle sue idee, ma per sottrarsi all'ira pontificia fuggì la notte del 25 maggio accompagnato dai frati Occam e Bonagrazia, e tutti insieme ripararonoin una nave imperiale, che li trasportò a Pisa.[831]Gli avvenimenti incalzavano rapidamente. In un'adunanza tenuta nella Piazza di S. Pietro in Roma il 18 aprile dello stesso anno Ludovico, mettendo in pratica le idee rivoluzionarie dei suoi consiglieri Marsilio da Padova e Giovanni di Gianduno, avea deposto come eretico il papa Giovanni, e nel 12 maggio successivo gli avea sostituito a voce di popolo il minorita Pietro da Corbara, che prese il nome di Niccolò V.[832]Non occorre dire che all'Imperatore s'unirono i francescani fuggiti d'Avignone, ed una testimonianza della loro opera ce la porge la nuova edizione fatta a Pisa della sentenza, già pubblicata a Roma contro papa Giovanni.[833]Dopo questi fattiscoppiò aperta la guerra tra la Curia e gli uomini più eminenti dell'ordine francescano. Il Papa depose Michele di Cesena dal suo ufficio, e scomunicò con lui i compagni Bonagrazia ed Occam,[834]e dal canto suo il generale francescano pubblicò in Pisa prima una lettera giustificativa della sua condotta[835]e poi due proteste contro i decreti del Papa, dei quali si appellava al giudizio di tutta la Chiesa.[836]Alle ragioniaddotte in codesti scritti il Papa credette di rispondere nella bollaQuia vir reprobus,[837]e di rimandoil generale minorita pubblicò un'altra protesta, che ribadiva le accuse contro Giovanni, combattendone le difese.[838]Al generale si associaronoaltri minoriti, nè solo i suoi compagni di fuga Occam e Bonagrazia, ma benanco il provinciale tedesco Enrico di Thalheim e Francesco d'Ascoli. Ed insieme pubblicarono uno scritto contro la nomina del nuovo generale frate Oddone fatta nel Capitolo di Parigi il 10 giugno 1329,[839]e quando da molte parti si faceano vive premure al Cesenate perchè si riconciliasse col Pontefice, ei lo incoraggiavano a tener fermo salvando il suo diritto e l'autorità sua.[840]Il più celebre tra loro era certo il provinciale inglese Guglielmo Occam, non meno forte d'ingegno che d'animo, il quale ben protestava, che se pure i più piegassero, se pure locoprissero di vituperii, ei seguiterebbe sempre a difendere la verità, finchè gli bastino la mano e la penna.[841]
E tenne per fermo la promessa, e nel corso di venti anni non ismise mai di scrivere per la causa, che i più l'un dopo l'altro disertavano. Intorno al 1330[842]compose in novanta giorni un'opera voluminosa, in cui seguendo passo per passo la bollaQuia vir reprobus, riassume da prima le ragioni ivi addotte, e poi con più largo discorso espone le rispostedegli avversarii.[843]Più tardi, poichè Giovanni XXII in concistoro ebbe dichiarato che della visione beatifica non potessero godere i trapassati se non dopo ripreso il loro corpo, scrisse animosamente contro la nuova dottrina del Papa.[844]Ed alla mortedi lui, quando fu certo che il successore Benedetto XII seguiva la stessa via del predecessore, ritornò anch'egli sull'antica polemica, pubblicando il compendio degli errori di Giovanni XXII.[845]In questi faticosi lavori, col vuoto argomentare scolastico, infarcito di sottili distinzioni e di citazioni infinite, vengono provate le tesi francescane sulla povertà assoluta e sulla vita apostolica, e contro alle teorie di Giovanni XXII è rifermata la distinzione tra la proprietà e l'uso anco nelle cose consuntibili.Ma in fondo a codeste quistioni, che paiono e sono oziose, si nascondeva un'altra ben più grave sui limiti della potestà papale. E l'Occam, d'accordo colle proteste del suo generale, credeva che il Papa non potesse revocare le decisioni dei suoi predecessori in fatto di costumi o di domma,[846]tanto più se codeste dottrine sono o chiaramente insegnate nei libri sacri, o approvate dalla Chiesa universale. E se ardisce di farlo è manifestamente eretico, e per conseguenza perde ipso facto ogni autorità e dignità.[847]Nè alcun cattolico è tenuto ad obbedirgli,anzi tutti debbono fuggirlo se non vogliono intingersi della sua pece. Nè vale il dire che non essendovi al di sopra del Papa altra autorità, non si può nè convincerlo d'eresia, e molto meno appellarsi di lui ad un tribunale superiore;[848]perchè, dice Occam, al di sopra del Papa sta la Chiesa ed il Concilio che la rappresenta. Così stante l'appello il Papa deve astenersi da qualunque decisione e rimettersene al Concilio, che ha da essere immantinenti convocato. Se ardisce di levarsi a giudice, egli che è parte; se nega di riunire il Concilio e ne usurpa l'autorità, è eretico manifesto,[849]e tale lo dovrebbero dichiarare i custodi della fede, i vescovi, e deporlo dall'alto ufficio, che ei mal sareggere. E quando i vescovi si rifiutino, l'Imperatore stesso, se cattolico, varrà a condannarlo.[850]
Quest'ultima sentenza si legge nell'opera pubblicata intorno al 1338, ove si discutono otto gravi quistioni intorno all'Impero ed ai suoi rapporti colla Chiesa.[851]L'Occam, al pari degli altri minoriti, non abbracciava le idee radicali dei consiglieri laici di Ludovico, come Gianduno e Marsilio da Padova; nè credeva che si dovesse rompere così contro la tradizione da rimettere nel popolo di Roma la fonte dell'autorità imperiale, e s'oppose al giurista imperiale Leopoldo di Bamberga, che in parte rinnovavale idee delDefensor pacis.[852]Ciò non pertanto opinava che le due autorità, la spirituale e la temporale, non pure non si potessero riunire in una persona, ma fossero così indipendenti, che l'una non dovesse tenersi per la fonte dell'altra.[853]Egliin verità era d'avviso che il re dei Romani non potesse assumere il nome d'Imperatore senza la coronazione e l'unzione sacerdotale, ed in questo punto certo non andava ai versi di Ludovico;[854]ma a differenza dei papisti sosteneva che la coronazione e l'unzione non conferiscono poteri temporali, bensì doni spirituali soltanto.[855]Talchè allorquando l'autorità ecclesiastica, che per consuetudine soleva ungere o coronare il re eletto, si rifiuti, può bene farne le veci un altro arcivescovo,[856]il quale noncessa pertanto di essere suddito del sovrano che incorona.[857]
Da queste citazioni ben si raccoglie come l'Occam non fosse da meno di nessuno nel sostenere la causa dell'Imperatore, il quale, non perchè sia cristiano, ha perduto nulla dei diritti, che spettavano ai suoi predecessori pagani. E se questi decidevano intorno alle cause matrimoniali, perchè il loro successore non potrà fare altrettanto? Lo può, e lo deve quando sopratutto l'interesse di Stato lo consiglia, come nel caso del figlio di Ludovico e della principessa Margherita, il cui matrimonio con Giovanni Enrico di Boemia non essendo stato consumato, si può tenere per apparente più che per reale.[858]Questi concetti sono chiaramente ripetutinella terza parte di quella voluminosa opera intitolatail Dialogo, ove l'Occam fa discutere da un maestro ed un discepolo le quistioni più ardenti del suo tempo.[859]Anche qui la teoria, che attribuisce al Papa una padronanza assoluta non pure nelle cose spirituali, ma nelle temporali, vien condannata come falsa, perniciosa ed eretica, perchè contraddice all'essenza stessa del Cristianesimo che sta nella libertà; laddove se il Papa avesse un così sconfinato potere sui fedeli, la legge di Cristo sarebbe più durae più tirannica della legge mosaica.[860]Parimenti eretica e contraria alle sacre carte è l'altra teorica, derivata dalla precedente, che riadduce al Sommo Pontefice l'autorità imperiale.[861]Non che l'Occam creda l'Impero sia una istituzione sacra, emanante direttamenteda Dio; imperocchè già notammo nell'Introduzione, che ei lo tiene per una creazione umana, voluta per fermo da Dio, ma nata da certi bisogni degli uomini, e vôlta ad alcuni fini, e ben peritura quando quei bisogni cessino o quei fini falliscano.[862]Però fin che vige l'Impero, tutti debbono inchinarsegli, e l'Imperatore, il cui dominio s'estende per quanto gira il mondo, non pure sugli averi e sulla libertà dei suoi sudditi ha piena potestà (in quanto almeno alla legge di natura non contraddica, ed al bene pubblico conferisca);[863]ma benanco sulle cose e persone spirituali esercita diritti. E talvolta può bene nominare i papi, non in quanto imperatore per fermo, ma come rappresentante del laicato, ed in particolare del popolo romano, al quale dev'essere restituito l'antico diritto di elezione, quando gli elettori ecclesiastici o per eresia o per quale altraragione se ne siano mostrati indegni.[864]E se può nominare il Papa, ha diritto altresì di giudicarlo, e punirlo se occorra, imperocchè se Cristo e gli Apostoli si sottomisero alla giurisdizione imperiale, ragion vuole che anche il Papa vi si pieghi, quandopur la comunità cristiana debba avere, come ogni Stato ben costituito, un solo e supremo giudice.[865]Nè manca il caso, in cui lo deve anche deporre, se il Papa, poniamo, sia caduto in eresia, ed i cardinali ed i vescovi, non che richiamarlo sulla buona strada, si uniscano a lui.[866]
Ma come può darsi codesto caso? Che cosa è mai l'eresia? Ed a quali caratteri si scopre? E chi dovrà riconoscerla? Non forse il canonista, che ben sa quali dottrine sieno state condannate dalla Chiesa e quali no? E quale più autorevole canonista del Pontefice, che non pure può interpetrare i vecchi canoni, ma crearne di nuovi? E come mai chi è chiamato a definir l'eresia può cadervi dentro? E poniamo che vi cada, chi può giudicarlo? E se egli è eretico, saranno altresì quelli che gli prestano obbedienza? Codeste quistioni furono già discusse dall'Occam nelle opere precedenti, ma ora nella prima parte del Dialogo vi ritorna su, dibattendole con maggior larghezza ed ordine.[867]Non può cader dubbiosulle sue opinioni, sebbene dichiari di non manifestarle, per tema che altro le abbracci sull'autorità di lui, o le rifiuti inodium auctoris.[868]L'eresia secondo l'Occam, è un domma falso contrario alla fede ortodossa, attestata non pure dalle sacre carte, ma benanco dalla tradizione della Chiesa,[869]ed eretico è quel cristiano, che pertinacemente erri o dubitidi codesta fede.[870]Decidere quale dottrina sia eretica e se altri sia caduto in eresia spetta ai teologi, non ai canonisti, come si pretendeva dagli aderenti di Giovanni XXII; perchè i canonisti ben conoscono le regole di procedura da osservare nei giudizii di eresia, e il modo di accusare, e le pene da infliggere; ma se non sono teologi, ignorano le più riposte ragioni della fede, nè sanno riconoscere quello che vi contraddica, nè possono dare da per loro l'esatta interpretazione dei canoni.[871]Anche il Papa stesso, quando sia sfornito di studii teologici, non solo non sa dare autorevole sentenza intorno agli eretici, ma egli medesimo può cascare in eresia,come lo provano gli esempi e le ragioni.[872]Ed in tal caso non manca chi possa e debba giudicare il Papa, perchè al di sopra di lui sta la Chiesa universale. E se fia impossibile che tutti i cattolici si raccolgano in assemblea, farà le loro veci il Concilio generale, il quale non ha d'uopo dell'invito del Papa per adunarsi, quando gl'interessi della fede lo richieggano.[873]E codesto Concilio, accertata l'eresia del Papa, deve espellerlo dalla sede, spogliarlo d'ogni dignità ecclesiastica e consegnarlo, se occorre, al braccio secolare come farebbe di qualunque altro eretico. E dove il Concilio non si possa riunire, nè altra autorità ecclesiastica ne faccia le veci, spetterà, come dicemmo più sopra, ai laici ed alle potestà secolari di salvare la fede.[874]
Intorno a codesta preminenza del Concilio, l'Occam va pienamente d'accordo con Marsilio da Padova; ma dissente da lui intorno al primato del vescovo romano. L'animoso minorita non è certo tenero della supremazia papale, e spende un libro intero del Dialogo per discutere se convenga all'università dei fedeli il governo di un solo. E benchè non neghi i vantaggi della monarchia, pure dichiara in certi casi preferibile l'aristocrazia; nè teme che la pluralità dei capi possa recar danno alla forza e compattezza della Chiesa.[875]Ma ciò nonpertanto non gli basta l'animo di accettare le teorie storiche di Marsilio, secondo le quali nè S. Pietro avrebbe avuto da Cristo il primato sugli altri apostoli, nè avanti a Costantino il vescovo di Roma avrebbe esercitato alcun potere sugli altri vescovi. E gli argomenti addotti nelDefensor pacisin sostegno di codeste teorie ei li combatte ad uno ad uno,[876]ed apertamente dichiara che la dottrina del primato romano è una costante tradizione dellaChiesa, a cui s'ha da prestare piena fede.[877]Nè s'ha da credere che codesta prova non sia secondo le convinzioni dell'Occam, perchè invece va d'accordo col suo principio fondamentale, che la tradizione cattolica, continua e costante, è l'unico e saldo criterio di verità. Può fallire il Papa; dice l'Occam, e non meno di lui il Collegio dei cardinali; può fallire lo stesso Concilio, e forse anche in qualche momento d'oblìo la Cristianità tutta; ma la dottrina canonica non verrà meno per questo, e dopogl'intervalli d'oscuramento brillerà di più viva luce.[878]Così pare assicurata la supremazia di Roma, ma i principii da cui parte l'Occam menano a ben altre conseguenze; perchè se non solo il Papa, ma il Concilio e la Cristianità tutta può fallire, non resta nulla di saldo all'infuori dei sacri libri. È manifesto per tal guisa come per diversa via l'Occam riuscisse allo stesso risultato di Marsilio, vale a dire alla negazione della gerarchia medievale. E così il moto francescano, cominciato da un dissidiointerno dell'ordine minorita, si dilarga oltre misura, e si tramuta in opposizione implacabile contro l'assolutismo teocratico e nell'ordine religioso e nel politico.
Dal movimento francescano furono provocate alcune sètte più o meno ereticali, come i flagellanti, gli apostolici, i beghini. I flagellanti apparvero nell'anno fatale 1260, in cui secondo i gioachimiti doveva aver luogo la fine del vecchio mondo. Gli apostolici, surti al tempo delle prime dissensioni francescane, si dettero per i soli e veri seguaci delle dottrine spirituali. I beghini, nati più tardi, non erano se non terziarii francescani, i quali mettevano la Regola al pari dell'Evangelo, e negavano obbedienza a qualunque autorità ecclesiastica non la interpetrasse a lor modo. Queste sètte solennemente condannate come eretiche, ci porgono la più chiara prova del fine che sortì l'agitazione gioachimita. E possiamo ben dire che il secondo periodo del movimento religioso medievale ha un corso opposto al primo, comincia dallo scisma e termina nell'eresia.