Chapter 18

49.S. Tommaso scrisse un opuscolo sul principio dell'individuazione, nel quale discute le ragioni della sua teorica, e confuta le obbiezioni che gli si posson muovere. Parte dal presupposto aristotelico esser l'individuo nelle cose sensibili ipsum ultimum in genere substantiae, quod de nullo alio praedicatur, immo ipso est prima substantia (Opp., ed. cit., XVI 329 a). E stantechè la forma ha caratteri affatto opposti, e di sua natura communicabilis est et in multis accipi potest.... cum una sit ratio speciei in omnibus individuis, così è chiaro che il principio d'individuazione si debba porre nella materia.S. t., I, qu. 3, art. 2: formae quae sunt receptibiles in materia individuantur per materiam quae non potest esse in alio, cum primum sit subiectum substans. Ma S. Tommaso non si nasconde le difficoltà di questa posizione, che del resto erano state prima di lui chiaramente esposte da Aristotele medesimo.De Princ. ind.329 b: Sed huic objici potest quod materia de sui natura communis est, sicut et forma, cum possit una sub pluribus esse. E s'argomenta di schivare queste difficoltà per una scappatoia come nell'opuscolo seguenteDe ente et essentia(cap.II, pag. 331 a): materia non quomodo libet accepta est principium individuationis, sed sola materia signata. Ma che cosa s'ha da intendere per questosignum? Una certa disposizione posta nella materia a ricevere questa o quella forma, come interpetra il cardinale Gaetano, ovvero un datoquantum, come vuole Egidio pel qualemateria signatanon vuol dire altro se nonmateria quanta, o meglio una determinata quantità di materia? Quest'ultima interpetrazione certamente è più conforme al testo tomistico.S. t., I, qu. 76, art. 6: dimensiones quantitativae sunt accidentia consequentia corporeitatem, quae toti materiae convenit.De ente et essentia, loc. cit. consideratur signatio ejus esse sub certis dimensionibus, quae faciunt esse et hic et nunc. Però si corre il rischio di ridurre le differenze tra gl'individui alla sola quantità, dottrina che applicata all'uomo sarebbe gravida di conseguenze che S. Tommaso non saprebbe accettare. Ma indipendentemente da questo, ilsignumnon è già l'impronta di una certa forma? Se dunque il principium individuationis non sta nella materia pura, ma nella segnata, e se per ottenere questa designazione, o vogliam dire specificazione della materia è pur necessaria la forma, egli è chiaro esser questa e non quella il principio d'individuazione.50.Scoto,quaest. in met.VII, qu. 13, scol. 2 (Opp., IV, 700, ed. Lione 1639): Eadem materia quae est sub forma unius individui potest esse sub forma alterius consequenter. Ergo non est illud, quo distinguuntur duo individua et quo hoc est hoc.51.Intorno a Scoto tutto è ancora oscuro, il luogo di nascita non si sa bene se sia in Iscozia, in Irlanda o nel Northumberland, e l'anno stesso in cui nacque è incerto se sia il 1274, proprio quello in cui morì S. Tommaso, ovvero il 1266. Giovanissimo entrò nell'ordine dei Francescani, e a soli 23 anni insegnava con gran successo. Ma ben presto la sua prodigiosa attività fu tronca dalla morte che lo colse nel 1308, in Colonia, dove il Generale dell'ordine lo avea chiamato a dar splendore a quell'antica scuola. L'Erdmann (Grundriss der Geschichte der Philos., 3ª ed. I, 409 e segg.) pone il nostro filosofo nel periodo della dissoluzione della scolastica. Ed in verità quell'acume di dialettica, che fece meritare a Scoto il nome di dottor sottile lo rende più atto a criticare le dottrine altrui, che a costruirne nuove; a forza di distinzioni e suddistinzioni notomizza e distrugge l'altrui pensiero; ma a questa forza d'analisi non corrisponde quella potenza sintetica, che risplende nei periodi creativi della filosofia. Per questa ragione lo Scoto attende più al modo come si dimostra la dottrina, che alla dottrina stessa; onde da lui prende origine quel fare scettico che trae in rovina il dommatismo scolastico. Queste ragioni dell'Erdmann non son certo di poco valore; ma non valgono a scuotere l'antica tradizione degli storici della filosofia di mettere assieme i due grandi emuli, S. Tommaso e Scoto. Non è punto vero che Scoto non abbracci una dottrina a preferenza di un'altra. Tutt'altro. Egli invece sostiene un realismo, forse più logico di quello di S. Tommaso, a costruire il quale ha bisogno di attribuire realtà e consistenza ai concetti astratti più di quel che facessero gli scolastici posteriori. Voglio dare un esempio. Scoto combattè la dottrina tomistica degli attributi divini, i quali solo a noi parrebber molteplici, mentre in realtà si riducono ad uno nella semplicità dell'essenza divina, e non nasconde le conseguenze pericolose di un siffatto docetismo, che minaccia la distinzione reale delle persone. Aggiunge che non perchè gli attributi divini debbano intendersi come infiniti, non per questo perdono la loro natura. E se la saggezza, la bontà, la giustizia debbono elevarsi pel processo di eminenza al massimo grado, non ne segue che la distanza, che separa questi concetti, si raccorci. Questa critica è certamente fine, e se fosse stata rivolta contro tutta la posizione della scolastica, che cerca la luce dove più si addensano le tenebre, potremmo benissimo mettere Scoto accanto all'Occam. Ma la cosa non sta così. Scoto vive nello stesso ambiente di S. Tommaso, e combatte la dottrina di lui non per mostrare l'impossibilità di quell'ibrido accozzo di dommatismo, e razionalismo, ma per sostituire alla tomistica una dottrina non certo più chiara, ma senza dubbio più vuota. Divinae perfectiones distinguuntur ex parte rei, non realiter quidem sed formaliter. Possiamo al più dire col Fiorentino che Scoto segna una transizione tra il periodo della scolastica e quello della dissoluzione (Manuale, II, 110).52.Duns Scoto, al pari dell'Erigena e dell'Avicembronio, attribuisce alla materia il valore di sostrato universale. Il quale sostrato, benchè destituito di ogni forma, non è una mera possibilità, un'astrazione, come dice S. Tommaso; ma una realtà bella e buona. Si materia non esset aliqua res actu, ejus entitas non distingueretur ab entitate et actualitate formae, et sic nullam realem compositionem faceret cum ea .... materia habet actualitatem aliam ab actualitate formae.De rerum principio, Qu. 7, art. 1, 3 (Opp., ed. cit., III, 38). E questo sostrato generalissimo, che ripetiamo non è un'astrazione ma realtà vera, è il fondo comune onde emergono e le sostanze sensibili e le spirituali, e s'ha da chiamaremateria primo prima(Qu. 8, art. 3) cioè tale che non accoglie ancora nessuna forma nè accidentale nè sostanziale, cujus actualitas est immediate prope nihil. (Ivi pag. 51). Da questa materiaprimo primas'ha da distinguere lasecundo prima(quae est subjectum generationis et corruptionis) e latertio prima(cujuscunque artis et materia cujuslibet naturalis particularis). Se la materia è il sostrato universale, il principio d'individuazione s'ha da trovare nel principio opposto, nella forma.53.Sono spesso citati i due passi seguenti.De rerum principio, qu. 8, art. 4, 24 (Opp., III, pag. 52): Ego autem ad positionem Avicembronis redeo; et primam partem, scilicet quod in omnibus creatis per se subsistentibus, tam corporalibus, quam spiritualibus, sit una materia teneo. Loc. cit., pag. 53: Mundus est arbor quaedam pulcherrima, cujus radix et seminarium est materia prima, folia fluentia sunt accidentia, frondes et rami sunt creata corruptibilia, flos anima rationalis, fructus naturae consimilis et perfectionis natura angelica.54.Averroè nega la creazione nel tempo, se non si vuole ammettere fuisse mutationem in ipso Deo; et principium concessum ab omnibus est, quod nulla res se ipsam mutare potest. (Destr. destr., disp. 1, dub. 1). S. Tommaso non va certo tanto in là, ma confessa (Summa st., 1, qu. 46, art. 2) mundum incipisse sola fide tenetur ... novitas mundi non demonstrationem recipere ex parte ipsius mundi, unumquodque autem secundum rationem suae speciei abstrahit ab hic et nunc .... similiter etiam neque ex parte causae agentis, quae agit per voluntatem. Noi riconosciamo col Talamo (L'Aristotelismo della Scolastica, pag. 158, 3ª ed.) che S. Tommaso non per ossequio ad Aristotele, ma in forza d'argomenti razionali sostiene la sua dottrina. E pensiamo anche noi, che dell'autorità del filosofo l'Angelico se ne sarebbe sbarazzato presto, come fece nella stessa quistione quando prese a combattere gli argomenti dell'ottavo della fisica. Il contrasto in cui si dibatteva era più profondo, e stolti erano queimurmurantesche chiudevano gli occhi per non vedere.55.S. th., I, qu. 50, art. 4.De Ente et essentiac. 5. Sed quum essentia simplicium non sit recepta in materia, non potest ibi esse talis multiplicatio. Ed ideo non oporteat quod inveniantur plura individua unius speciei in illis substantiis, sed quot sunt individui, tot sunt species.56.Il misticismo di S. Bonaventura si ricollega con quello dei Vittorini.Itiner. mentis ad Deum, cap. 1. Cum beatitudo nihil aliud sit quam summi boni fruitio, et summum bonum sit supra nos, nullus potest effici beatus nisi supra seipsum ascendat ... Sed supra nos levari non possumus, nisi per virtutem superiorem nos elevantem. Quantumcumque enim gradus inferiores disponantur nihil fit nisi divinum auxilium comitetur. La via di questa visione beatifica monta per sei gradi, corrispondenti a sei facoltà dell'animo, senso, ragione, intelletto, intelligenza, sinderesi, apex mentis. Nel primo grado si conoscono le cose esterne in peso, numero, e misura. Nel secondo queste cose esterne o macrocosmo vengono ripercosse nel microcosmo, e conosciute per mezzo delle specie sensibili. Nel terzo lo spirito si concentra in sè. Nel quarto già comincia ad escir di sè. Nemo cepit nisi qui accipit, quia magis est in experientia effectuali quam in consideratione rationali. Nel quinto si abbraccia l'unità divina. Nel sesto le tre persone.57.Philos. princ., c. 3;Ars Magna, part. 9, c. 64. Credere non est finis intellectus sed intelligere; verumtamen fides est unum instrumentum ad elevandum suum intelligere cum credere; et ideo sicut instrumentum consistit inter causam et effectum, sic fides consistit inter intellectum et Deum. Sotto Gregorio XI l'inquisitore Eymerich estrasse dalle opere del Lullo cento passi incriminabili tra i quali scelgo questi: 97. Quod fides est necessaria hominibus insciis rusticis ministrantibus et non habentibus intellectum elevatum .... homo subtilis facilius trahitur per rationem quam per fidem. 98. Ille qui cognoscit per fidem ea quae sunt fidei, potest decipi; sed ille qui cognoscit per rationem non potest falli. Voglio anche addurre l'articolo seguente 99: interficientes haereticos sunt injuriosi et vitiosi etc. (Directorium inquisitionis, Roma 1635, p. 277). In seguito alla denunzia dell'inquisitore, udito il parere di Pietro vescovo d'Ostia ed altri venti maestri di teologia, Gregorio XI ingiunge all'arcivescovo di Terragona: quod omnibus et singulis eisdem personis vestrarum civitatum et dioecesum doctrinam seu potius dogmatizationem, et usum hujusmodi librorum interdicere studeatis. La bolla riportata nelDirectoriumpag. 331 è del 25 gennaio 1376. Non ostante questa condanna seguitarono i Lullisti, e nel rinascimento, benchè fussero di nuovo condannate da Paolo IV, ebbero grande importanza le teoriche del Lullo, talchè il Bruno scrisse un'Ars lulliana.58.È commovente la storia di questo francescano, che in luogo di scrivere somme teologiche o commenti alle sentenze, fa ricerche ed esperimenti fisici. Ed in grazia di tali studii tenuto per mago vien più volte molestato, e in fine messo in prigione ove languisce per nove anni. E poco dopo che ne esce muore pressochè ottantenne. I papi gli furono ora amici, ora avversi. Clemente IV (1265-68) lo apprezzò moltissimo, e lo eccitò a scrivere l'Opus majus; Niccolò IV invece (1288-1292) fu inesorabile. Quanto valore dia Rogero all'esperienza si può vedere nella parte 6ª del suoOpus majus, cap. 1º. Duo enim sunt modi cognitionis, scilicet per argumentum et experientiam. Argumentum facit concludere quaestionem sed non certificat neque removet dubitationem, ut quiescat animus in intuitu veritatis, nisi eam inveniat via experientiae. Il Bacone del secolo XIII è il vero precursore del Verulamio. E forse in qualche punto gli è superiore; perchè mentre questi non fa nessun conto della matematica, quello comprende benissimo di quanto giovamento possa tornare alla scienza sperimentale. VediOpus majus, pars IV, dist. 1. Et harum scientiarium porta et clavis est mathematica.59.Vedi la lettera di Gregorio IX a Federico II (Rieti 23 ottobre) inBréholles, IV, 918 e segg., e principalmente la lettera d'Innocenzo IV del 1246. J: C. in apostolica sede non solum pontificalem sed et regalem constituit monarchiam beato Petro ejusque successoribus terreni simul ac coelestis imperii commissis habenis.60.Vedi la lettera di Federico 20 settembre 1236 e il celebre manifesto del febbraio 1246 in risposta alla scomunica d'Innocenzo IV.61.De regimine princip., I. 14: In lege Christi reges debent sacerdotibus esse subjecti. Di questo opuscolo tutto il primo libro e i quattro primi capitoli del secondo appartengono all'Aquinate; il resto, secondo il De Rubeis, al discepolo Tolomeo di Lucca. (S. Thom. Opp., ed. Parma, XVI, 501). Sulle dottrine politiche di S. Tommaso vediBauman,Die Staatslehre des h. Thomas, Leipz. 1873, specialmente a p. 15, 75-81, 179. Lo Scaduto nel bel libroStato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 34, mette una differenza tra la somma teologica e l'opuscolo. Nè si può negare che nelDe Regimineè più nettamente formolata la superiorità della Chiesa sullo Stato: ma anche nellaSummaal disopra della legge umana è messa la divina, e tanto nelDe Regiminequanto nellaSummala Chiesa può sciogliere i sudditi dall'obbedienza verso un Principe, che s'allontani dalla fede.62.Vedi principalmente la terza parte delDe Monarchia, ove discute: an autorithas monarchae dependeat a Deo immediate vel ab alio Dei ministro seu vicario.Wegele,Dante Alighieri's Leben und Werke, 3ª ediz., pag. 312: er muss zugleich auch als einer der ersten ahnungsvoller Verkündiger des modernen Staats begriffen und anerkannt werden.63.In questo senso accetterei la nota del Prof. Del Lungo sul ghibellinismo di Dante (Dino Compagni e la sua Cronaca, Firenze 1879, II, 605). Nessuno dubita che Dante avesse a disdegno i guelfi e i ghibellini dei suoi tempi, partiti più municipali che politici, e nutriti da discordie e rivalità di famiglia più che da contrasti di idee. E ben a proposito il Del Lungo ricorda la nota terzina delVIdelParadisoL'uno al pubblico segno i gigli gialliOppone, e l'altroappropria quello a parteSì che forte a veder è chi più falli.Ma col debito rispetto ad un così esperto conoscitore di quei tempi, io non posso capacitarmi che Dante si fosse fatto ghibellno per forza e non per intimo convincimento. Se ghibellino nel suo più alto significato è colui che abbracciava in fatto di sovranità opinioni del tutto opposte a quelle sostenute sempre dai Papi a cominciare da Gregorio VII sino a Bonifacio VIII e Giovanni XXII, nessuno può dirsi ghibellino meglio di Dante, il primo che seppe ridurre a teoria la politica imperiale. Un altro forse prima di lui Engelberto, abbate di Admont, scrisse un librode ortu, progressu et fine romani imperii; ma nè Dante conosceva quest'opera, nè dessa può reggere al paragone della dantesca. Sarebbe adunque strano che il primo teorico dell'Imperialismo fosse non un ghibellino, ma un guelfo. Ammetto bene che i guelfi non volessero distruggere la potestà imperiale, ma neanche i ghibellini la potestà papale. La quistione non era di distruggere l'una o l'altra delle istituzioni, a cui tutti credevano; bensì o di sottomettere l'una all'altra, ovvero di rendere l'una dall'altra indipendente. Questo voluto guelfismo di Dante ha indotto il prof. Del Lungo nella credenza che il Veltro debba essere un Papa non un Imperatore (op. cit., p. 555), opinione vittoriosamente oppugnata dal Fornaciari (Studii su Dante, pag. 25).64.Vedi la seconda parte delDe Monarchia: An Romanus populus de jure monarchae officium sibi asciverit. Il Witte ha ben rilevata la continuità della tradizione classica.65.Le ragioni addotte dal D'Ancona (Studii di critica e storia letteraria, pag. 72-83) mi pare mettano fuori di controversia che lospirto gentilnon possa essere Stefanuccio Colonna. E fra tutte le ipotesi la più probabile resta sempre quella che riferisce la canzone a Cola, interpetrando le parole:un che non ti vide ancor da pressonel senso:non ti vide tribuno.66.Questa in fondo è la dimostrazione della prima parte delDe Monarchia: An de bene esse mundi monarchia necessaria sit. L'imperatore è la miglior guarentìa della pace, della libertà e della giustizia, perchè egli è spoglio di passioni, è un essere sovrumano. Anche il Wegele pag. 348 riconosce la fallacia di questo ragionamento, sebbene non ne rilevi il carattere medievale.67.È nota la disputa tra il Witte ed il Böhmer da una parte ed il Giuliani ed il Wegele dall'altra. A me pare molto più probabile la congettura del Wegele che il libro sia stato scritto dopo la consacrazione di Enrico VII, al quale vanno riferite le parole del libro II, cap. I: reges et principes in hoc uno concordantes ut adversentur Domino suo, et uncto (non unico) suo Romano principi. Ma benchè questo libro sia posteriore agli scritti francesi, che ricorderemo più sotto, pure ha una tinta medievale più spiccata. Il Brice (The holy Roman Empire, 6ª ed., pag. 264) avea già notato: With Henry the Seventh ends the history of the Empire in Italy and Dante's book is an epitaph instead of a prophecy; con non minore acume il Wegele (op. cit., pag. 334): unter diesen rückwärtsstrebenden Geistern nimmt Dante den ersten Platz ein, und er hat diese seine Stimmung so entschieden und sinnreich ausgesprochen, sie zu einem Sistem ausgebildet und poetisch verewigt, das sie stets ein grosses Interesse hervorgerufen hat, obwohl sie nichts war, als das kraftvolle tragische Verneinen des unabänderlichen Fortschrittes der Weltgeschichte.68.In 2 Sent., qu. 17: Non est ponenda pluralitas sine necessitate.69.Summa totius logicae, I, cap.XV: Nullum universale esse aliqua substantia extra animam existentem evidenter probari potest.70.InSent., prolog., qu. 1: Notitia intuitiva rei est talis notitia virtute cujus potest sciri utrum res sit vel non sit.71.In 1 Sent., dist. 3, qu. 2: Nec divina essentia nec divina quidditas nec aliquid intrinsecum Deus, nec quid quod est realiter Deus potest hic cognosci a nobis .... nihil potest probari naturaliter cognosci in se nisi cognoscatur intuitive.72.In 1 Sent., dist. 11, qu. 8. Non est quaerenda causa individuationis nisi forte extrinseca.73.Il Kopp, il Theiner ed il Ficker aveano già pubblicata la bolla inviata da Bonifacio VIII all'elettore Duca di Sassonia perchè favorisse le pratiche avviate presso Alberto d'Austria per la retrocessione alla Curia romana dei diritti imperiali sulla Toscana. Gl'importanti documenti pubblicati dal signor Levi (Bonifazio VIII e le sue relazioni col Comune di Firenze, Roma 1882) mettono fuor di dubbio questo intendimento, e l'occulto fine del processo contro Lapo Saltarelli e della missione affidata a Carlo di Valois. Bonifazio VIII con certo minore accorgimento e prestigio tentava ciò che sarebbe parsa follia agl'Innocenzo III ed ai Gregorio IX! Questi fatti rendono molto improbabile l'ipotesi, che la repubblica fiorentina mandasse da ambasciatore al Papa l'Allighieri, se a quel tempo avesse egli già pubblicato un libro così ostile alle pretensioni papali come ilDe Monarchia. Nè parmi probabile che Dante lo scrivesse nel breve ed agitato tempo che corse tra l'ottobre del 1301, data dell'ambasceria, ed il gennaio 1302 data della prima condanna. Si potrebbe ammettere come mi suggerisce un dotto e caro amico, che ilDe Monarchiafosse stato scritto prima dell'ambasceria e pubblicato dopo. Ma quando? Prima della condanna? È possibile che Dante volesse rendere peggiori le sue sorti, quando pendevano ancora indecise? Sulla pubblicazione del Levi vedi una bella recensione di Augusto Franchetti nellaNuova Antologiadel 1º gennaio 1883.74.Goldast,Monarchia, I, 13. IlRiezler,Die literarischen Widersacher der Päpste zur Zeit Ludwig des Baiers, pag. 145 e segg., l'attribuisce al Dubois; perchè la sveltezza di questo dialogo mal s'accorda colla gravità faticosa dei dialoghi autentici dell'Occam. Oltrechè le edizioni più antiche danno il dialogo per anonimo, e solo dall'edizione parigina del 1498 si cominciò ad attribuirlo all'Occam. Una fedele esposizione del dialogo si può leggere nel libro dello Scaduto:Stato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 81 e segg.75.Tractatus de Jurisdictione Imperatoris in causis matrimonialibus(Goldast, tom. II, p. 21). Cum enim secundum scripturas sacras atque rationem naturalem inter infideles [nonfidelescome è stampato dal Goldast] verum licitum et legitimum reperiatur conjugium et (prout etiam Romanorum Pontificum decretales testantur) infideles constitutionibus ecclesiasticis non arceantur, evidenti concluditur argumento, quod causa matrimonialis .... ad Imperatores legitimos .... pertinebat, p. 23. In specie autem de Sacramento matrimonii (quod etiam decretales Romanorum Pontificium dicunt apud fideles et infideles existere) dicitur, quod ad Imperatorem, in quantum solummodo Imperator, eo quod pluries Imperator extitit infidelis, causa matrimonialis .... spectat. Queste citazioni bastano a provare come l'Occam senta vivo il bisogno che il matrimonio diventi una istituzione dello stato indipendente dalle confessioni religiose. Intorno allo scritto sullo stesso argomento per Marsilio da Padova, la cui autenticità è da molti revocata in dubbio, vediRiezler, op. cit., pag. 234.76.Goldast, II, p. 877. Anche Bonifazio nella lettera all'elettore di Sassonia dice alludendo all'impero: quod fuerat ad medelam provisum, tetendit ad noxam.77.Riezler, op. cit., pag. 203 e segg.Scaduto, op. cit., pag. 118. Riscontrate anche l'opera recente delLabanca,Marsilio da Padova, Padova 1882, pag. 135. Acconsento al Labanca che il mettere nel popolo la fonte della sovranità e non pure della temporale dell'Impero, ma della spirituale della Chiesa sia un concetto moderno; ma ciò non toglie che l'opera di Marsilio e pel fine che si propone, e pel metodo che tiene sa del medievale in confronto delPrincipee deiDiscorsidel Machiavelli, come ha ben detto il Villari,Niccolò Machiavelli, II, pag. 237.78.Goldast, I, p. 17: regnum Franciae dignissima conditione Imperii portio est, pari divisione insignita, quicquid privilegii et dignitatis retinet Imperii nomen in parte una, hoc regnum Franciae in parte altera. Questo pensiero è comune agli scritti francesi del 1303 così nel trattatoDe potestate regia et papalidi Giovanni da Parigi (Riezler, pag. 153;Scaduto, pag. 93), come nellaQuaestio de potestate papae(Riezler, pag. 142;Scaduto, pag. 96). AncheOccam,Dialogus, inGoldast, II, 876, secundum diversitatem qualitatem et necessitatem temporum expedit regimina et dominia mortalium variari.79.De sui ipsius et multorum ignorantia liber, ed. Basilea, pag. 1037, 1043.80.Anche lo Zumbini, che rivendica contro il D'Ancona l'imperialismo del Petrarca, scrive egregiamente: «In mezzo a quelle lotte della Chiesa e dell'Impero, a quelle guerre crudeli, a quegli scandali d'ogni maniera, il più offeso di tutti e insieme il solo incolpevole era il popolo romano. Roma per il Petrarca era una grande vittima e intemerata, e lei bisognava soccorrere anzi tutto».Studi sul Petrarca, p. 254.81.Fiorentino,Saggio sul Petrarca negli Scritti varii di letteratura, filosofia e critica.Bartoli,I primi due secoli della letteratura italiana, pag. 485 segg. In una serie di lettere che il Petrarca diresse a parecchi in occasione della guerra tra Genova e Venezia è messa in rilievo quest'opposizione tra barbari ed italiani. Lib. XI, ep. 8 indirizzata il 18 marzo 1351 al Doge Dandolo (Fracassetti, pag. 131): Ergone ab Italis ad Italos evertendos barbarorum regum poscuntur auxilia. Unde infelix opem speret Italia, si parum est quod certatim a filiis mater colenda discerpitur, nisi ad publicum parricidium alienigenae concitentur? pag. 132: Postquam alpes et maria, quibus nos moenibus natura vallaverat, et interjectas obseratasque divino munere claustrorum valvas, livoris avaritiae superbiaeque clavibus aperiendos duximus Cimbris, Hunnis etc. Lib. XIV, ep. 5 al Doge e Consiglio di Genova dopo la vittoria riportata dai Genovesi sui Veneziani (Fracassetti, pag. 295): Et de exterius quidem hostibus (cioè degli stranieri che pugnavano insieme ai Veneziani) non doleo. Quid enim laboribus italicis sua tela permiscent, venale genus ac faedifragum, quos in longinquam infelicemque militiam nummus impellit etc. Lib. XIV, ep. 6, indirizzata parimente ai Genovesi, quando nell'anno appresso alla vittoria sui Veneziani si volsero contro il re d'Aragona: Quod optabam video; ab ortu ad occasum victricia signa convertite. Hic precor incumbite, viri fortes, hoc agite hoc pium, hoc justum, hoc sanctum, hocminime italicumbellum est. Lib. XVII, ep. 3, dopo la disfatta dei Genovesi (Fracassetti, pag. 432): ab initio et sempera bello italico dehortatuseram: deinde autem de externo hoste quaesitae victoriae plauseram. Lib. XVIII, ep. 16, allo stesso Dandolo dopo le vittorie veneziane del 1354 (Fracassetti, p. 506): Quousque enim miseri in jugulos patria et in publicam necem barbarica circumspiciemus auxilia? Quousque qui nos strangulent pretio conducemus .... nihil insanius quam quod tanta diligentia tantoque dispendio Italici homines Italiae conducimus vastatores, pag. 510: nec tibi persuadeas, pereunte Italia, Venetiam salvam fore.82.D'Ancona,Il concetto dell'Unità politica nei poeti italianinegliStudi di Critica e Storia letteraria; Bologna 1880, p. 30-31.Bartoli,Appunti sulla politica del PetrarcanellaRivista Europea, 16 gennaio 1878.83.Epist., Lib. XI, 8. A ragione il Bartoli scrive (op. cit. pag. 489):Come il Petrarca si riconnette da un lato coll'Allighieri, dall'altro sembra stendere la mano presaga al Machiavelli, il quale coi versi di lui chiuderà il suo ritratto del Principe.84.IlD'Ancona(opera citata, pag. 34) ricorda la famosa lettera [De rebus familiaribus, III, 7] indirizzata a Dionisio di S. Sepolcro nel 1339: Certe ut nostrarum rerum praesens status est, in hac animorum tam implacata discordia, nulla prorsus apud nos dubitatio relinquitur monarchiam esse optimam relegendis reparandisque viribus Italis, quas longus bellorum civilium sparsit furor. Haec ut ego novi, fateorque regiam manum nostris morbis necessariam, sic te illud credere non dubito nullum me regem malle, quam hunc nostrum, cujus sub ditione vivimus. Si deve certo ammettere collo Zumbini (Saggio, pag. 84) che la speranza posta in Roberto non durasse lungo tempo, perchè ben presto il re napoletano si chiarì indegno dei suoi alti destini. Epperò il Petrarca si volge altrove, nè indirizza al suo regale amico alcuna esortatoria, nè sulla tomba di lui rimpiange le fallite speranze. Tutto questo è vero ed acutamente notato, ma ciò non toglie che in questa lettera il Petrarca parli sul serio, perchè Roberto, se gli fosse bastato l'animo, era certo l'unico monarca, a cui si porgevano le più favorevoli occasioni per fondare un grande stato.85.Riezler, op. cit., pag. 215 e segg.Labanca, op. cit., pag. 148 e segg.Friedberg,De finium inter Ecclesiam et civitem regundorum judicio, pag. 71 e segg.86.I Catari si dicevano così dal grecocatharospuro, perchè essi soli si reputavano mondi dal commercio col cattivo spirito.Hahn,Geschichte der Ketzer im Mittelalter, Stuttgart 1845, I, pag. 50;Schmidt,Histoire des Cathares, Paris 1849, II, 276.87.Disputatio inter Catholicum et PatarinuminMartène et Durand,Thesaurus, V, 1706: Deum creasse omnia concedo. Intellige bona, sed mala et vana et transitoria et visibilia ipse non fecit, sed minor creator Lucifer. VediEbrardusinGretser, XII, 11, 136.Ermengardus, ivi, pag. 223.88.Rainero Sacconi,Summa de Catharis et LeonistisinDuplessis,Collectio judiciorum, pag. 48 a: Communes opiniones omnium Catharorum sunt istae videlicet quod Diabolus fecit hoc mundum; pag. 52 a,De opinionibus Balasinanza: Item quod utrunque principium sive uterque Deus creavit suos angelos, et quod iste mundus est formatus et creatus a malo Deo.89.Summa, pag. 52 b: Johannes de Lugio dicit quod omnes creaturae sunt ab aeterno bonae cum Deo bono, et malae cum Deo malo; pag. 53 b: Deus vult et potest omnia bona sed impeditur haec Dei voluntas et potentia ab hoste suo.90.Summa, pag. 54 b,Sequitur de propriis opinionibus Catharorum de Concorrezio: Deus ex nihilo creavit angelos et quatuor elementa ... diabolus de licentia Dei formavit omnia visibilia. Lo stesso Rainero ci fornisce preziose notizie sulle varie sette catare, in ispecialità italiane. I più rigidi erano chiamati, senza dubbio dal luogo di origine del Catarismo,Albanenses. I quali alla lor volta divisi sunt in duas partes: Hujus partis (quella che si teneva stretta all'antica tradizione) caput est Balasinansa Veronensis eorum episcopus; alterius vero partis (la più esagerata) est Johannes de Lugio Bergamensis (pag. 51 b-52 a). Da queste due parti che costituivano i dualisti rigorosi, si debbono distinguere i dualisti temperati, dei quali alcuni si chiamavano da Concorrezo [non dalla modenese Correggio, nè dalla dalmata Gorizia, come crede lo Schmidt (op. cit., II, 285), ma da Concorrezo in Lombardia, circondario di Monza]; altri dicevansi Bagnolensi o Bajolensi [da Bagnolo nel Milanese].Summa, pag. 51 b: illi autem de Concorrezo diffusi sunt fere per totam Lombardiam; Baiolensi Mantuae, Brixiae, Bergami et in comitatu mediolanensi. Alla frazione più temperata appartengono gli SlaviBogomil, o amici di Dio come spiega Gieseler in Schmidt loc. cit.91.Anche Giovanni di Lugio credeva quod omnes (?) animae liberabuntur in fine a poena et culpa (Summa, pag. 54 b).92.BonacursusinD'Achery,Spicilegium, I, 208: Sententia tamen omnium est illa elementa diabolum divisisse.93.Moneta,Adversus Catharos, Roma 1743, pag. 105: illi enim Cathari, qui duo ponunt principia dicunt populum Dei constare ex tribus, scilicet corpore, animo et spiritu praesidente utrique. Questa antica opinione che si riadduce alle distinzioni platonico-aristoteliche delle parti dell'anima era stata accettata dai Padri, come Giustino Taziano ecc. Vedremo che la Gnosi sapea distinguere nell'uomo due anime, la buona e la cattiva. Lo stesso affermano i Manichei. (GieselerKirchengeschichte, I, 306).94.Moneta, 105 B: Sciendum est, quod per spiritum intelligunt isti Heretici Angelos, de quibus legitur «Qui facit angelos suos spiritus (Paul. ad Hebr. I, 7)».95.Alanus,Adversus haereticos et waldenses, pag. 53: Hi autem volunt dicere, ideo resurrectionem non futuram, quia anima perit cum corpore... Moyses dicit animam esse in sanguino, et sic videtur quod pereunte sanguine, pereat anima. In questo luogo par che Alano non faccia distinzione tra i Catari e quelli che negano la immortalità dell'anima. Al contrario Moneta, pag. 416: In hoc autem non arguo Catharos (vale a dire animas hominum cum corporibus interire). L'equivoco nasce dal doppio senso della parola anima, ora intesa come spirito, ora come principio vitale.96.V. Schmidt, II, 59, che cita Euthymius Zigadenus,Narratio de Bogomilis, ed. Gieseler, Gottinga 1842, pag. 8.97.Moneta, pag. 63: de libero arbitrio quod isti negant esse in populo Dei. E le ragioni di questa negazione vi sono molto sottilmente esposte. Hujus rei caussa una est quia si populus Dei haberet liberum arbitrium ad utrumque, scilicet ad bonum et ad malum, ab eodem fonte et eadem natura esset bonum et malum, sic ergo non esset necesse ponere duos Deos... Secunda causa quia Deus non habet liberum arbitrium; non habet flexibilitatem ad bonum et ad malum. Unde ergo haberet populus Dei liberum arbitrium? L'Hahn, op. cit., I, 69, giustamente osserva che la negazione del libero arbitrio è intimamente collegata colle dottrine dei dualisti rigorosi, perchè secondo loro, finchè l'anima è in potere del cattivo spirito non può far bene, e quando al contrario in virtù delconsolamentumse ne libera non può far male.98.V. Schmidt,Histoire des Cathares, II, 24.99.SummainDuplessis, pag. 52 a:De opinionibus BalasinanzaDiabolus cum suis angelis ascendit in coelum, et facto ibi proelio cum Michaele Archangelo, extraxit tertiam partem creaturarum Dei et infundit eas quotidie in humanis corporibus et brutis.100.Moneta, pag. 4: Credunt etiam quod Diabolus, invidens Altissimo, caute ascendit in coelum Dei sancti, et ibi colloquio suo fraudolento praedictas animas decepit, et ad terram istam et caliginosum aerem duxit. Rainero dice di Giovanni di Lugio (Summapag. 53 b): Igitur cuncta animantia participabant calliditate, sed plus omnibus serpens, et ideo per eum est facta deceptio. Ma questo inganno pare che non sia volontario nè per chi l'ordisce nè per chi lo soffre, perchè nihil est quod habet liberum arbitrium, etiam Deus summus.101.Summa, pag. 54 b: Diabolus formavit corpus primi hominis et in illum effudit unum angelum, qui in modico jam peccaverat. Item quod omnes animae sunt ex traduce ab illo angelo. Questo domma dell'unicità dell'elemento spirituale in tutti gli uomini ha una lontana parentela coll'intelletto unico e separato degli Averroisti.102.Summa, pag. 55 b: Bajolensi conveniunt cum praedictis Catharis de Concorrezo fere in omnibus opinionibus excepto hoc scilicet, quod dicunt quod animae sunt creatae a Deo ante mundi constitutionem, et quod tunc etiam peccaverunt.103.Summa, pag. 52 a: Et etiam de uno corpore eas transmittit in alium, donec omnes reducentur in coelum.104.Anche l'antico manicheismo insegnava questa dottrina. Socrate,Hist. eccl.cap. XVII: Manes... animorum ex uno corpore in aliud manifesto tradit, Empedoclis, Pithagorae et Aegiptiorum secutus opiniones.105.Quest'opposizione tra il vecchio e nuovo Testamento è un retaggio gnostico e manicheo.Moneta, pag. 143: Cathari Deum veteris testamenti ... reprobare nituntur... Objectionem haereticorum ex quatuor radicibus procedunt. Prima ex contrarietate, quae videtur inter vetus testamentum et novum. Secunda ex mutabilitate ipsius Dei, quae ex ipsis scriptum apparet. Tertia ex crudelitate ipsius, quae in scripturis ostenditur. Quarta ex mendacio (il testo ha erroneamente:mandato), de quo Deus ipse in scripturis arguendus videtur. — Concordi le altre testimonianze.EbrardusinGretser, tom. XII, pars 2, pag. 127: Ipsi vero contra conditorem suum latrant, tanquam canes, Dominum ignorantes et hinc inde de Veteri Testamento quae non intelligunt testimonia congregantes, simplicium corda decipiunt.ErmengardusinGretser, loc. cit., pag. 224: Dicunt haeretici Legem Moysi ab omnipotenti Deo non esse datam, sed a principe malignarum spirituum. Anche intorno a questo punto v'ha differenza tra le sette catare.Summa, pag. 52 a: Balazinanza tenet quod diabolus fuit auctor totius veteris Testamenti, exceptis his libris Job, Psalterio ecc.; pag. 54 b: Cathari de Concorrezo reprobant totum vetus Testamentum, putantes quod Diabolus fuit auctor ejus.106.Moneta, pag. 234: In hoc autem tertio capitulo de Christo errant Cathari, qui puram creaturam eum confitentur; pag. 239: Ad idem inducunt illud Apoc. VII, 2, ubi Johannes ait «vidi alterum angelum» si ergo fuit angelus, et non Deus.

49.S. Tommaso scrisse un opuscolo sul principio dell'individuazione, nel quale discute le ragioni della sua teorica, e confuta le obbiezioni che gli si posson muovere. Parte dal presupposto aristotelico esser l'individuo nelle cose sensibili ipsum ultimum in genere substantiae, quod de nullo alio praedicatur, immo ipso est prima substantia (Opp., ed. cit., XVI 329 a). E stantechè la forma ha caratteri affatto opposti, e di sua natura communicabilis est et in multis accipi potest.... cum una sit ratio speciei in omnibus individuis, così è chiaro che il principio d'individuazione si debba porre nella materia.S. t., I, qu. 3, art. 2: formae quae sunt receptibiles in materia individuantur per materiam quae non potest esse in alio, cum primum sit subiectum substans. Ma S. Tommaso non si nasconde le difficoltà di questa posizione, che del resto erano state prima di lui chiaramente esposte da Aristotele medesimo.De Princ. ind.329 b: Sed huic objici potest quod materia de sui natura communis est, sicut et forma, cum possit una sub pluribus esse. E s'argomenta di schivare queste difficoltà per una scappatoia come nell'opuscolo seguenteDe ente et essentia(cap.II, pag. 331 a): materia non quomodo libet accepta est principium individuationis, sed sola materia signata. Ma che cosa s'ha da intendere per questosignum? Una certa disposizione posta nella materia a ricevere questa o quella forma, come interpetra il cardinale Gaetano, ovvero un datoquantum, come vuole Egidio pel qualemateria signatanon vuol dire altro se nonmateria quanta, o meglio una determinata quantità di materia? Quest'ultima interpetrazione certamente è più conforme al testo tomistico.S. t., I, qu. 76, art. 6: dimensiones quantitativae sunt accidentia consequentia corporeitatem, quae toti materiae convenit.De ente et essentia, loc. cit. consideratur signatio ejus esse sub certis dimensionibus, quae faciunt esse et hic et nunc. Però si corre il rischio di ridurre le differenze tra gl'individui alla sola quantità, dottrina che applicata all'uomo sarebbe gravida di conseguenze che S. Tommaso non saprebbe accettare. Ma indipendentemente da questo, ilsignumnon è già l'impronta di una certa forma? Se dunque il principium individuationis non sta nella materia pura, ma nella segnata, e se per ottenere questa designazione, o vogliam dire specificazione della materia è pur necessaria la forma, egli è chiaro esser questa e non quella il principio d'individuazione.

49.S. Tommaso scrisse un opuscolo sul principio dell'individuazione, nel quale discute le ragioni della sua teorica, e confuta le obbiezioni che gli si posson muovere. Parte dal presupposto aristotelico esser l'individuo nelle cose sensibili ipsum ultimum in genere substantiae, quod de nullo alio praedicatur, immo ipso est prima substantia (Opp., ed. cit., XVI 329 a). E stantechè la forma ha caratteri affatto opposti, e di sua natura communicabilis est et in multis accipi potest.... cum una sit ratio speciei in omnibus individuis, così è chiaro che il principio d'individuazione si debba porre nella materia.S. t., I, qu. 3, art. 2: formae quae sunt receptibiles in materia individuantur per materiam quae non potest esse in alio, cum primum sit subiectum substans. Ma S. Tommaso non si nasconde le difficoltà di questa posizione, che del resto erano state prima di lui chiaramente esposte da Aristotele medesimo.De Princ. ind.329 b: Sed huic objici potest quod materia de sui natura communis est, sicut et forma, cum possit una sub pluribus esse. E s'argomenta di schivare queste difficoltà per una scappatoia come nell'opuscolo seguenteDe ente et essentia(cap.II, pag. 331 a): materia non quomodo libet accepta est principium individuationis, sed sola materia signata. Ma che cosa s'ha da intendere per questosignum? Una certa disposizione posta nella materia a ricevere questa o quella forma, come interpetra il cardinale Gaetano, ovvero un datoquantum, come vuole Egidio pel qualemateria signatanon vuol dire altro se nonmateria quanta, o meglio una determinata quantità di materia? Quest'ultima interpetrazione certamente è più conforme al testo tomistico.S. t., I, qu. 76, art. 6: dimensiones quantitativae sunt accidentia consequentia corporeitatem, quae toti materiae convenit.De ente et essentia, loc. cit. consideratur signatio ejus esse sub certis dimensionibus, quae faciunt esse et hic et nunc. Però si corre il rischio di ridurre le differenze tra gl'individui alla sola quantità, dottrina che applicata all'uomo sarebbe gravida di conseguenze che S. Tommaso non saprebbe accettare. Ma indipendentemente da questo, ilsignumnon è già l'impronta di una certa forma? Se dunque il principium individuationis non sta nella materia pura, ma nella segnata, e se per ottenere questa designazione, o vogliam dire specificazione della materia è pur necessaria la forma, egli è chiaro esser questa e non quella il principio d'individuazione.

50.Scoto,quaest. in met.VII, qu. 13, scol. 2 (Opp., IV, 700, ed. Lione 1639): Eadem materia quae est sub forma unius individui potest esse sub forma alterius consequenter. Ergo non est illud, quo distinguuntur duo individua et quo hoc est hoc.

50.Scoto,quaest. in met.VII, qu. 13, scol. 2 (Opp., IV, 700, ed. Lione 1639): Eadem materia quae est sub forma unius individui potest esse sub forma alterius consequenter. Ergo non est illud, quo distinguuntur duo individua et quo hoc est hoc.

51.Intorno a Scoto tutto è ancora oscuro, il luogo di nascita non si sa bene se sia in Iscozia, in Irlanda o nel Northumberland, e l'anno stesso in cui nacque è incerto se sia il 1274, proprio quello in cui morì S. Tommaso, ovvero il 1266. Giovanissimo entrò nell'ordine dei Francescani, e a soli 23 anni insegnava con gran successo. Ma ben presto la sua prodigiosa attività fu tronca dalla morte che lo colse nel 1308, in Colonia, dove il Generale dell'ordine lo avea chiamato a dar splendore a quell'antica scuola. L'Erdmann (Grundriss der Geschichte der Philos., 3ª ed. I, 409 e segg.) pone il nostro filosofo nel periodo della dissoluzione della scolastica. Ed in verità quell'acume di dialettica, che fece meritare a Scoto il nome di dottor sottile lo rende più atto a criticare le dottrine altrui, che a costruirne nuove; a forza di distinzioni e suddistinzioni notomizza e distrugge l'altrui pensiero; ma a questa forza d'analisi non corrisponde quella potenza sintetica, che risplende nei periodi creativi della filosofia. Per questa ragione lo Scoto attende più al modo come si dimostra la dottrina, che alla dottrina stessa; onde da lui prende origine quel fare scettico che trae in rovina il dommatismo scolastico. Queste ragioni dell'Erdmann non son certo di poco valore; ma non valgono a scuotere l'antica tradizione degli storici della filosofia di mettere assieme i due grandi emuli, S. Tommaso e Scoto. Non è punto vero che Scoto non abbracci una dottrina a preferenza di un'altra. Tutt'altro. Egli invece sostiene un realismo, forse più logico di quello di S. Tommaso, a costruire il quale ha bisogno di attribuire realtà e consistenza ai concetti astratti più di quel che facessero gli scolastici posteriori. Voglio dare un esempio. Scoto combattè la dottrina tomistica degli attributi divini, i quali solo a noi parrebber molteplici, mentre in realtà si riducono ad uno nella semplicità dell'essenza divina, e non nasconde le conseguenze pericolose di un siffatto docetismo, che minaccia la distinzione reale delle persone. Aggiunge che non perchè gli attributi divini debbano intendersi come infiniti, non per questo perdono la loro natura. E se la saggezza, la bontà, la giustizia debbono elevarsi pel processo di eminenza al massimo grado, non ne segue che la distanza, che separa questi concetti, si raccorci. Questa critica è certamente fine, e se fosse stata rivolta contro tutta la posizione della scolastica, che cerca la luce dove più si addensano le tenebre, potremmo benissimo mettere Scoto accanto all'Occam. Ma la cosa non sta così. Scoto vive nello stesso ambiente di S. Tommaso, e combatte la dottrina di lui non per mostrare l'impossibilità di quell'ibrido accozzo di dommatismo, e razionalismo, ma per sostituire alla tomistica una dottrina non certo più chiara, ma senza dubbio più vuota. Divinae perfectiones distinguuntur ex parte rei, non realiter quidem sed formaliter. Possiamo al più dire col Fiorentino che Scoto segna una transizione tra il periodo della scolastica e quello della dissoluzione (Manuale, II, 110).

51.Intorno a Scoto tutto è ancora oscuro, il luogo di nascita non si sa bene se sia in Iscozia, in Irlanda o nel Northumberland, e l'anno stesso in cui nacque è incerto se sia il 1274, proprio quello in cui morì S. Tommaso, ovvero il 1266. Giovanissimo entrò nell'ordine dei Francescani, e a soli 23 anni insegnava con gran successo. Ma ben presto la sua prodigiosa attività fu tronca dalla morte che lo colse nel 1308, in Colonia, dove il Generale dell'ordine lo avea chiamato a dar splendore a quell'antica scuola. L'Erdmann (Grundriss der Geschichte der Philos., 3ª ed. I, 409 e segg.) pone il nostro filosofo nel periodo della dissoluzione della scolastica. Ed in verità quell'acume di dialettica, che fece meritare a Scoto il nome di dottor sottile lo rende più atto a criticare le dottrine altrui, che a costruirne nuove; a forza di distinzioni e suddistinzioni notomizza e distrugge l'altrui pensiero; ma a questa forza d'analisi non corrisponde quella potenza sintetica, che risplende nei periodi creativi della filosofia. Per questa ragione lo Scoto attende più al modo come si dimostra la dottrina, che alla dottrina stessa; onde da lui prende origine quel fare scettico che trae in rovina il dommatismo scolastico. Queste ragioni dell'Erdmann non son certo di poco valore; ma non valgono a scuotere l'antica tradizione degli storici della filosofia di mettere assieme i due grandi emuli, S. Tommaso e Scoto. Non è punto vero che Scoto non abbracci una dottrina a preferenza di un'altra. Tutt'altro. Egli invece sostiene un realismo, forse più logico di quello di S. Tommaso, a costruire il quale ha bisogno di attribuire realtà e consistenza ai concetti astratti più di quel che facessero gli scolastici posteriori. Voglio dare un esempio. Scoto combattè la dottrina tomistica degli attributi divini, i quali solo a noi parrebber molteplici, mentre in realtà si riducono ad uno nella semplicità dell'essenza divina, e non nasconde le conseguenze pericolose di un siffatto docetismo, che minaccia la distinzione reale delle persone. Aggiunge che non perchè gli attributi divini debbano intendersi come infiniti, non per questo perdono la loro natura. E se la saggezza, la bontà, la giustizia debbono elevarsi pel processo di eminenza al massimo grado, non ne segue che la distanza, che separa questi concetti, si raccorci. Questa critica è certamente fine, e se fosse stata rivolta contro tutta la posizione della scolastica, che cerca la luce dove più si addensano le tenebre, potremmo benissimo mettere Scoto accanto all'Occam. Ma la cosa non sta così. Scoto vive nello stesso ambiente di S. Tommaso, e combatte la dottrina di lui non per mostrare l'impossibilità di quell'ibrido accozzo di dommatismo, e razionalismo, ma per sostituire alla tomistica una dottrina non certo più chiara, ma senza dubbio più vuota. Divinae perfectiones distinguuntur ex parte rei, non realiter quidem sed formaliter. Possiamo al più dire col Fiorentino che Scoto segna una transizione tra il periodo della scolastica e quello della dissoluzione (Manuale, II, 110).

52.Duns Scoto, al pari dell'Erigena e dell'Avicembronio, attribuisce alla materia il valore di sostrato universale. Il quale sostrato, benchè destituito di ogni forma, non è una mera possibilità, un'astrazione, come dice S. Tommaso; ma una realtà bella e buona. Si materia non esset aliqua res actu, ejus entitas non distingueretur ab entitate et actualitate formae, et sic nullam realem compositionem faceret cum ea .... materia habet actualitatem aliam ab actualitate formae.De rerum principio, Qu. 7, art. 1, 3 (Opp., ed. cit., III, 38). E questo sostrato generalissimo, che ripetiamo non è un'astrazione ma realtà vera, è il fondo comune onde emergono e le sostanze sensibili e le spirituali, e s'ha da chiamaremateria primo prima(Qu. 8, art. 3) cioè tale che non accoglie ancora nessuna forma nè accidentale nè sostanziale, cujus actualitas est immediate prope nihil. (Ivi pag. 51). Da questa materiaprimo primas'ha da distinguere lasecundo prima(quae est subjectum generationis et corruptionis) e latertio prima(cujuscunque artis et materia cujuslibet naturalis particularis). Se la materia è il sostrato universale, il principio d'individuazione s'ha da trovare nel principio opposto, nella forma.

52.Duns Scoto, al pari dell'Erigena e dell'Avicembronio, attribuisce alla materia il valore di sostrato universale. Il quale sostrato, benchè destituito di ogni forma, non è una mera possibilità, un'astrazione, come dice S. Tommaso; ma una realtà bella e buona. Si materia non esset aliqua res actu, ejus entitas non distingueretur ab entitate et actualitate formae, et sic nullam realem compositionem faceret cum ea .... materia habet actualitatem aliam ab actualitate formae.De rerum principio, Qu. 7, art. 1, 3 (Opp., ed. cit., III, 38). E questo sostrato generalissimo, che ripetiamo non è un'astrazione ma realtà vera, è il fondo comune onde emergono e le sostanze sensibili e le spirituali, e s'ha da chiamaremateria primo prima(Qu. 8, art. 3) cioè tale che non accoglie ancora nessuna forma nè accidentale nè sostanziale, cujus actualitas est immediate prope nihil. (Ivi pag. 51). Da questa materiaprimo primas'ha da distinguere lasecundo prima(quae est subjectum generationis et corruptionis) e latertio prima(cujuscunque artis et materia cujuslibet naturalis particularis). Se la materia è il sostrato universale, il principio d'individuazione s'ha da trovare nel principio opposto, nella forma.

53.Sono spesso citati i due passi seguenti.De rerum principio, qu. 8, art. 4, 24 (Opp., III, pag. 52): Ego autem ad positionem Avicembronis redeo; et primam partem, scilicet quod in omnibus creatis per se subsistentibus, tam corporalibus, quam spiritualibus, sit una materia teneo. Loc. cit., pag. 53: Mundus est arbor quaedam pulcherrima, cujus radix et seminarium est materia prima, folia fluentia sunt accidentia, frondes et rami sunt creata corruptibilia, flos anima rationalis, fructus naturae consimilis et perfectionis natura angelica.

53.Sono spesso citati i due passi seguenti.De rerum principio, qu. 8, art. 4, 24 (Opp., III, pag. 52): Ego autem ad positionem Avicembronis redeo; et primam partem, scilicet quod in omnibus creatis per se subsistentibus, tam corporalibus, quam spiritualibus, sit una materia teneo. Loc. cit., pag. 53: Mundus est arbor quaedam pulcherrima, cujus radix et seminarium est materia prima, folia fluentia sunt accidentia, frondes et rami sunt creata corruptibilia, flos anima rationalis, fructus naturae consimilis et perfectionis natura angelica.

54.Averroè nega la creazione nel tempo, se non si vuole ammettere fuisse mutationem in ipso Deo; et principium concessum ab omnibus est, quod nulla res se ipsam mutare potest. (Destr. destr., disp. 1, dub. 1). S. Tommaso non va certo tanto in là, ma confessa (Summa st., 1, qu. 46, art. 2) mundum incipisse sola fide tenetur ... novitas mundi non demonstrationem recipere ex parte ipsius mundi, unumquodque autem secundum rationem suae speciei abstrahit ab hic et nunc .... similiter etiam neque ex parte causae agentis, quae agit per voluntatem. Noi riconosciamo col Talamo (L'Aristotelismo della Scolastica, pag. 158, 3ª ed.) che S. Tommaso non per ossequio ad Aristotele, ma in forza d'argomenti razionali sostiene la sua dottrina. E pensiamo anche noi, che dell'autorità del filosofo l'Angelico se ne sarebbe sbarazzato presto, come fece nella stessa quistione quando prese a combattere gli argomenti dell'ottavo della fisica. Il contrasto in cui si dibatteva era più profondo, e stolti erano queimurmurantesche chiudevano gli occhi per non vedere.

54.Averroè nega la creazione nel tempo, se non si vuole ammettere fuisse mutationem in ipso Deo; et principium concessum ab omnibus est, quod nulla res se ipsam mutare potest. (Destr. destr., disp. 1, dub. 1). S. Tommaso non va certo tanto in là, ma confessa (Summa st., 1, qu. 46, art. 2) mundum incipisse sola fide tenetur ... novitas mundi non demonstrationem recipere ex parte ipsius mundi, unumquodque autem secundum rationem suae speciei abstrahit ab hic et nunc .... similiter etiam neque ex parte causae agentis, quae agit per voluntatem. Noi riconosciamo col Talamo (L'Aristotelismo della Scolastica, pag. 158, 3ª ed.) che S. Tommaso non per ossequio ad Aristotele, ma in forza d'argomenti razionali sostiene la sua dottrina. E pensiamo anche noi, che dell'autorità del filosofo l'Angelico se ne sarebbe sbarazzato presto, come fece nella stessa quistione quando prese a combattere gli argomenti dell'ottavo della fisica. Il contrasto in cui si dibatteva era più profondo, e stolti erano queimurmurantesche chiudevano gli occhi per non vedere.

55.S. th., I, qu. 50, art. 4.De Ente et essentiac. 5. Sed quum essentia simplicium non sit recepta in materia, non potest ibi esse talis multiplicatio. Ed ideo non oporteat quod inveniantur plura individua unius speciei in illis substantiis, sed quot sunt individui, tot sunt species.

55.S. th., I, qu. 50, art. 4.De Ente et essentiac. 5. Sed quum essentia simplicium non sit recepta in materia, non potest ibi esse talis multiplicatio. Ed ideo non oporteat quod inveniantur plura individua unius speciei in illis substantiis, sed quot sunt individui, tot sunt species.

56.Il misticismo di S. Bonaventura si ricollega con quello dei Vittorini.Itiner. mentis ad Deum, cap. 1. Cum beatitudo nihil aliud sit quam summi boni fruitio, et summum bonum sit supra nos, nullus potest effici beatus nisi supra seipsum ascendat ... Sed supra nos levari non possumus, nisi per virtutem superiorem nos elevantem. Quantumcumque enim gradus inferiores disponantur nihil fit nisi divinum auxilium comitetur. La via di questa visione beatifica monta per sei gradi, corrispondenti a sei facoltà dell'animo, senso, ragione, intelletto, intelligenza, sinderesi, apex mentis. Nel primo grado si conoscono le cose esterne in peso, numero, e misura. Nel secondo queste cose esterne o macrocosmo vengono ripercosse nel microcosmo, e conosciute per mezzo delle specie sensibili. Nel terzo lo spirito si concentra in sè. Nel quarto già comincia ad escir di sè. Nemo cepit nisi qui accipit, quia magis est in experientia effectuali quam in consideratione rationali. Nel quinto si abbraccia l'unità divina. Nel sesto le tre persone.

56.Il misticismo di S. Bonaventura si ricollega con quello dei Vittorini.Itiner. mentis ad Deum, cap. 1. Cum beatitudo nihil aliud sit quam summi boni fruitio, et summum bonum sit supra nos, nullus potest effici beatus nisi supra seipsum ascendat ... Sed supra nos levari non possumus, nisi per virtutem superiorem nos elevantem. Quantumcumque enim gradus inferiores disponantur nihil fit nisi divinum auxilium comitetur. La via di questa visione beatifica monta per sei gradi, corrispondenti a sei facoltà dell'animo, senso, ragione, intelletto, intelligenza, sinderesi, apex mentis. Nel primo grado si conoscono le cose esterne in peso, numero, e misura. Nel secondo queste cose esterne o macrocosmo vengono ripercosse nel microcosmo, e conosciute per mezzo delle specie sensibili. Nel terzo lo spirito si concentra in sè. Nel quarto già comincia ad escir di sè. Nemo cepit nisi qui accipit, quia magis est in experientia effectuali quam in consideratione rationali. Nel quinto si abbraccia l'unità divina. Nel sesto le tre persone.

57.Philos. princ., c. 3;Ars Magna, part. 9, c. 64. Credere non est finis intellectus sed intelligere; verumtamen fides est unum instrumentum ad elevandum suum intelligere cum credere; et ideo sicut instrumentum consistit inter causam et effectum, sic fides consistit inter intellectum et Deum. Sotto Gregorio XI l'inquisitore Eymerich estrasse dalle opere del Lullo cento passi incriminabili tra i quali scelgo questi: 97. Quod fides est necessaria hominibus insciis rusticis ministrantibus et non habentibus intellectum elevatum .... homo subtilis facilius trahitur per rationem quam per fidem. 98. Ille qui cognoscit per fidem ea quae sunt fidei, potest decipi; sed ille qui cognoscit per rationem non potest falli. Voglio anche addurre l'articolo seguente 99: interficientes haereticos sunt injuriosi et vitiosi etc. (Directorium inquisitionis, Roma 1635, p. 277). In seguito alla denunzia dell'inquisitore, udito il parere di Pietro vescovo d'Ostia ed altri venti maestri di teologia, Gregorio XI ingiunge all'arcivescovo di Terragona: quod omnibus et singulis eisdem personis vestrarum civitatum et dioecesum doctrinam seu potius dogmatizationem, et usum hujusmodi librorum interdicere studeatis. La bolla riportata nelDirectoriumpag. 331 è del 25 gennaio 1376. Non ostante questa condanna seguitarono i Lullisti, e nel rinascimento, benchè fussero di nuovo condannate da Paolo IV, ebbero grande importanza le teoriche del Lullo, talchè il Bruno scrisse un'Ars lulliana.

57.Philos. princ., c. 3;Ars Magna, part. 9, c. 64. Credere non est finis intellectus sed intelligere; verumtamen fides est unum instrumentum ad elevandum suum intelligere cum credere; et ideo sicut instrumentum consistit inter causam et effectum, sic fides consistit inter intellectum et Deum. Sotto Gregorio XI l'inquisitore Eymerich estrasse dalle opere del Lullo cento passi incriminabili tra i quali scelgo questi: 97. Quod fides est necessaria hominibus insciis rusticis ministrantibus et non habentibus intellectum elevatum .... homo subtilis facilius trahitur per rationem quam per fidem. 98. Ille qui cognoscit per fidem ea quae sunt fidei, potest decipi; sed ille qui cognoscit per rationem non potest falli. Voglio anche addurre l'articolo seguente 99: interficientes haereticos sunt injuriosi et vitiosi etc. (Directorium inquisitionis, Roma 1635, p. 277). In seguito alla denunzia dell'inquisitore, udito il parere di Pietro vescovo d'Ostia ed altri venti maestri di teologia, Gregorio XI ingiunge all'arcivescovo di Terragona: quod omnibus et singulis eisdem personis vestrarum civitatum et dioecesum doctrinam seu potius dogmatizationem, et usum hujusmodi librorum interdicere studeatis. La bolla riportata nelDirectoriumpag. 331 è del 25 gennaio 1376. Non ostante questa condanna seguitarono i Lullisti, e nel rinascimento, benchè fussero di nuovo condannate da Paolo IV, ebbero grande importanza le teoriche del Lullo, talchè il Bruno scrisse un'Ars lulliana.

58.È commovente la storia di questo francescano, che in luogo di scrivere somme teologiche o commenti alle sentenze, fa ricerche ed esperimenti fisici. Ed in grazia di tali studii tenuto per mago vien più volte molestato, e in fine messo in prigione ove languisce per nove anni. E poco dopo che ne esce muore pressochè ottantenne. I papi gli furono ora amici, ora avversi. Clemente IV (1265-68) lo apprezzò moltissimo, e lo eccitò a scrivere l'Opus majus; Niccolò IV invece (1288-1292) fu inesorabile. Quanto valore dia Rogero all'esperienza si può vedere nella parte 6ª del suoOpus majus, cap. 1º. Duo enim sunt modi cognitionis, scilicet per argumentum et experientiam. Argumentum facit concludere quaestionem sed non certificat neque removet dubitationem, ut quiescat animus in intuitu veritatis, nisi eam inveniat via experientiae. Il Bacone del secolo XIII è il vero precursore del Verulamio. E forse in qualche punto gli è superiore; perchè mentre questi non fa nessun conto della matematica, quello comprende benissimo di quanto giovamento possa tornare alla scienza sperimentale. VediOpus majus, pars IV, dist. 1. Et harum scientiarium porta et clavis est mathematica.

58.È commovente la storia di questo francescano, che in luogo di scrivere somme teologiche o commenti alle sentenze, fa ricerche ed esperimenti fisici. Ed in grazia di tali studii tenuto per mago vien più volte molestato, e in fine messo in prigione ove languisce per nove anni. E poco dopo che ne esce muore pressochè ottantenne. I papi gli furono ora amici, ora avversi. Clemente IV (1265-68) lo apprezzò moltissimo, e lo eccitò a scrivere l'Opus majus; Niccolò IV invece (1288-1292) fu inesorabile. Quanto valore dia Rogero all'esperienza si può vedere nella parte 6ª del suoOpus majus, cap. 1º. Duo enim sunt modi cognitionis, scilicet per argumentum et experientiam. Argumentum facit concludere quaestionem sed non certificat neque removet dubitationem, ut quiescat animus in intuitu veritatis, nisi eam inveniat via experientiae. Il Bacone del secolo XIII è il vero precursore del Verulamio. E forse in qualche punto gli è superiore; perchè mentre questi non fa nessun conto della matematica, quello comprende benissimo di quanto giovamento possa tornare alla scienza sperimentale. VediOpus majus, pars IV, dist. 1. Et harum scientiarium porta et clavis est mathematica.

59.Vedi la lettera di Gregorio IX a Federico II (Rieti 23 ottobre) inBréholles, IV, 918 e segg., e principalmente la lettera d'Innocenzo IV del 1246. J: C. in apostolica sede non solum pontificalem sed et regalem constituit monarchiam beato Petro ejusque successoribus terreni simul ac coelestis imperii commissis habenis.

59.Vedi la lettera di Gregorio IX a Federico II (Rieti 23 ottobre) inBréholles, IV, 918 e segg., e principalmente la lettera d'Innocenzo IV del 1246. J: C. in apostolica sede non solum pontificalem sed et regalem constituit monarchiam beato Petro ejusque successoribus terreni simul ac coelestis imperii commissis habenis.

60.Vedi la lettera di Federico 20 settembre 1236 e il celebre manifesto del febbraio 1246 in risposta alla scomunica d'Innocenzo IV.

60.Vedi la lettera di Federico 20 settembre 1236 e il celebre manifesto del febbraio 1246 in risposta alla scomunica d'Innocenzo IV.

61.De regimine princip., I. 14: In lege Christi reges debent sacerdotibus esse subjecti. Di questo opuscolo tutto il primo libro e i quattro primi capitoli del secondo appartengono all'Aquinate; il resto, secondo il De Rubeis, al discepolo Tolomeo di Lucca. (S. Thom. Opp., ed. Parma, XVI, 501). Sulle dottrine politiche di S. Tommaso vediBauman,Die Staatslehre des h. Thomas, Leipz. 1873, specialmente a p. 15, 75-81, 179. Lo Scaduto nel bel libroStato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 34, mette una differenza tra la somma teologica e l'opuscolo. Nè si può negare che nelDe Regimineè più nettamente formolata la superiorità della Chiesa sullo Stato: ma anche nellaSummaal disopra della legge umana è messa la divina, e tanto nelDe Regiminequanto nellaSummala Chiesa può sciogliere i sudditi dall'obbedienza verso un Principe, che s'allontani dalla fede.

61.De regimine princip., I. 14: In lege Christi reges debent sacerdotibus esse subjecti. Di questo opuscolo tutto il primo libro e i quattro primi capitoli del secondo appartengono all'Aquinate; il resto, secondo il De Rubeis, al discepolo Tolomeo di Lucca. (S. Thom. Opp., ed. Parma, XVI, 501). Sulle dottrine politiche di S. Tommaso vediBauman,Die Staatslehre des h. Thomas, Leipz. 1873, specialmente a p. 15, 75-81, 179. Lo Scaduto nel bel libroStato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 34, mette una differenza tra la somma teologica e l'opuscolo. Nè si può negare che nelDe Regimineè più nettamente formolata la superiorità della Chiesa sullo Stato: ma anche nellaSummaal disopra della legge umana è messa la divina, e tanto nelDe Regiminequanto nellaSummala Chiesa può sciogliere i sudditi dall'obbedienza verso un Principe, che s'allontani dalla fede.

62.Vedi principalmente la terza parte delDe Monarchia, ove discute: an autorithas monarchae dependeat a Deo immediate vel ab alio Dei ministro seu vicario.Wegele,Dante Alighieri's Leben und Werke, 3ª ediz., pag. 312: er muss zugleich auch als einer der ersten ahnungsvoller Verkündiger des modernen Staats begriffen und anerkannt werden.

62.Vedi principalmente la terza parte delDe Monarchia, ove discute: an autorithas monarchae dependeat a Deo immediate vel ab alio Dei ministro seu vicario.Wegele,Dante Alighieri's Leben und Werke, 3ª ediz., pag. 312: er muss zugleich auch als einer der ersten ahnungsvoller Verkündiger des modernen Staats begriffen und anerkannt werden.

63.In questo senso accetterei la nota del Prof. Del Lungo sul ghibellinismo di Dante (Dino Compagni e la sua Cronaca, Firenze 1879, II, 605). Nessuno dubita che Dante avesse a disdegno i guelfi e i ghibellini dei suoi tempi, partiti più municipali che politici, e nutriti da discordie e rivalità di famiglia più che da contrasti di idee. E ben a proposito il Del Lungo ricorda la nota terzina delVIdelParadisoL'uno al pubblico segno i gigli gialliOppone, e l'altroappropria quello a parteSì che forte a veder è chi più falli.Ma col debito rispetto ad un così esperto conoscitore di quei tempi, io non posso capacitarmi che Dante si fosse fatto ghibellno per forza e non per intimo convincimento. Se ghibellino nel suo più alto significato è colui che abbracciava in fatto di sovranità opinioni del tutto opposte a quelle sostenute sempre dai Papi a cominciare da Gregorio VII sino a Bonifacio VIII e Giovanni XXII, nessuno può dirsi ghibellino meglio di Dante, il primo che seppe ridurre a teoria la politica imperiale. Un altro forse prima di lui Engelberto, abbate di Admont, scrisse un librode ortu, progressu et fine romani imperii; ma nè Dante conosceva quest'opera, nè dessa può reggere al paragone della dantesca. Sarebbe adunque strano che il primo teorico dell'Imperialismo fosse non un ghibellino, ma un guelfo. Ammetto bene che i guelfi non volessero distruggere la potestà imperiale, ma neanche i ghibellini la potestà papale. La quistione non era di distruggere l'una o l'altra delle istituzioni, a cui tutti credevano; bensì o di sottomettere l'una all'altra, ovvero di rendere l'una dall'altra indipendente. Questo voluto guelfismo di Dante ha indotto il prof. Del Lungo nella credenza che il Veltro debba essere un Papa non un Imperatore (op. cit., p. 555), opinione vittoriosamente oppugnata dal Fornaciari (Studii su Dante, pag. 25).

63.In questo senso accetterei la nota del Prof. Del Lungo sul ghibellinismo di Dante (Dino Compagni e la sua Cronaca, Firenze 1879, II, 605). Nessuno dubita che Dante avesse a disdegno i guelfi e i ghibellini dei suoi tempi, partiti più municipali che politici, e nutriti da discordie e rivalità di famiglia più che da contrasti di idee. E ben a proposito il Del Lungo ricorda la nota terzina delVIdelParadiso

L'uno al pubblico segno i gigli gialliOppone, e l'altroappropria quello a parteSì che forte a veder è chi più falli.

L'uno al pubblico segno i gigli gialliOppone, e l'altroappropria quello a parteSì che forte a veder è chi più falli.

L'uno al pubblico segno i gigli gialli

Oppone, e l'altroappropria quello a parte

Sì che forte a veder è chi più falli.

Ma col debito rispetto ad un così esperto conoscitore di quei tempi, io non posso capacitarmi che Dante si fosse fatto ghibellno per forza e non per intimo convincimento. Se ghibellino nel suo più alto significato è colui che abbracciava in fatto di sovranità opinioni del tutto opposte a quelle sostenute sempre dai Papi a cominciare da Gregorio VII sino a Bonifacio VIII e Giovanni XXII, nessuno può dirsi ghibellino meglio di Dante, il primo che seppe ridurre a teoria la politica imperiale. Un altro forse prima di lui Engelberto, abbate di Admont, scrisse un librode ortu, progressu et fine romani imperii; ma nè Dante conosceva quest'opera, nè dessa può reggere al paragone della dantesca. Sarebbe adunque strano che il primo teorico dell'Imperialismo fosse non un ghibellino, ma un guelfo. Ammetto bene che i guelfi non volessero distruggere la potestà imperiale, ma neanche i ghibellini la potestà papale. La quistione non era di distruggere l'una o l'altra delle istituzioni, a cui tutti credevano; bensì o di sottomettere l'una all'altra, ovvero di rendere l'una dall'altra indipendente. Questo voluto guelfismo di Dante ha indotto il prof. Del Lungo nella credenza che il Veltro debba essere un Papa non un Imperatore (op. cit., p. 555), opinione vittoriosamente oppugnata dal Fornaciari (Studii su Dante, pag. 25).

64.Vedi la seconda parte delDe Monarchia: An Romanus populus de jure monarchae officium sibi asciverit. Il Witte ha ben rilevata la continuità della tradizione classica.

64.Vedi la seconda parte delDe Monarchia: An Romanus populus de jure monarchae officium sibi asciverit. Il Witte ha ben rilevata la continuità della tradizione classica.

65.Le ragioni addotte dal D'Ancona (Studii di critica e storia letteraria, pag. 72-83) mi pare mettano fuori di controversia che lospirto gentilnon possa essere Stefanuccio Colonna. E fra tutte le ipotesi la più probabile resta sempre quella che riferisce la canzone a Cola, interpetrando le parole:un che non ti vide ancor da pressonel senso:non ti vide tribuno.

65.Le ragioni addotte dal D'Ancona (Studii di critica e storia letteraria, pag. 72-83) mi pare mettano fuori di controversia che lospirto gentilnon possa essere Stefanuccio Colonna. E fra tutte le ipotesi la più probabile resta sempre quella che riferisce la canzone a Cola, interpetrando le parole:un che non ti vide ancor da pressonel senso:non ti vide tribuno.

66.Questa in fondo è la dimostrazione della prima parte delDe Monarchia: An de bene esse mundi monarchia necessaria sit. L'imperatore è la miglior guarentìa della pace, della libertà e della giustizia, perchè egli è spoglio di passioni, è un essere sovrumano. Anche il Wegele pag. 348 riconosce la fallacia di questo ragionamento, sebbene non ne rilevi il carattere medievale.

66.Questa in fondo è la dimostrazione della prima parte delDe Monarchia: An de bene esse mundi monarchia necessaria sit. L'imperatore è la miglior guarentìa della pace, della libertà e della giustizia, perchè egli è spoglio di passioni, è un essere sovrumano. Anche il Wegele pag. 348 riconosce la fallacia di questo ragionamento, sebbene non ne rilevi il carattere medievale.

67.È nota la disputa tra il Witte ed il Böhmer da una parte ed il Giuliani ed il Wegele dall'altra. A me pare molto più probabile la congettura del Wegele che il libro sia stato scritto dopo la consacrazione di Enrico VII, al quale vanno riferite le parole del libro II, cap. I: reges et principes in hoc uno concordantes ut adversentur Domino suo, et uncto (non unico) suo Romano principi. Ma benchè questo libro sia posteriore agli scritti francesi, che ricorderemo più sotto, pure ha una tinta medievale più spiccata. Il Brice (The holy Roman Empire, 6ª ed., pag. 264) avea già notato: With Henry the Seventh ends the history of the Empire in Italy and Dante's book is an epitaph instead of a prophecy; con non minore acume il Wegele (op. cit., pag. 334): unter diesen rückwärtsstrebenden Geistern nimmt Dante den ersten Platz ein, und er hat diese seine Stimmung so entschieden und sinnreich ausgesprochen, sie zu einem Sistem ausgebildet und poetisch verewigt, das sie stets ein grosses Interesse hervorgerufen hat, obwohl sie nichts war, als das kraftvolle tragische Verneinen des unabänderlichen Fortschrittes der Weltgeschichte.

67.È nota la disputa tra il Witte ed il Böhmer da una parte ed il Giuliani ed il Wegele dall'altra. A me pare molto più probabile la congettura del Wegele che il libro sia stato scritto dopo la consacrazione di Enrico VII, al quale vanno riferite le parole del libro II, cap. I: reges et principes in hoc uno concordantes ut adversentur Domino suo, et uncto (non unico) suo Romano principi. Ma benchè questo libro sia posteriore agli scritti francesi, che ricorderemo più sotto, pure ha una tinta medievale più spiccata. Il Brice (The holy Roman Empire, 6ª ed., pag. 264) avea già notato: With Henry the Seventh ends the history of the Empire in Italy and Dante's book is an epitaph instead of a prophecy; con non minore acume il Wegele (op. cit., pag. 334): unter diesen rückwärtsstrebenden Geistern nimmt Dante den ersten Platz ein, und er hat diese seine Stimmung so entschieden und sinnreich ausgesprochen, sie zu einem Sistem ausgebildet und poetisch verewigt, das sie stets ein grosses Interesse hervorgerufen hat, obwohl sie nichts war, als das kraftvolle tragische Verneinen des unabänderlichen Fortschrittes der Weltgeschichte.

68.In 2 Sent., qu. 17: Non est ponenda pluralitas sine necessitate.

68.In 2 Sent., qu. 17: Non est ponenda pluralitas sine necessitate.

69.Summa totius logicae, I, cap.XV: Nullum universale esse aliqua substantia extra animam existentem evidenter probari potest.

69.Summa totius logicae, I, cap.XV: Nullum universale esse aliqua substantia extra animam existentem evidenter probari potest.

70.InSent., prolog., qu. 1: Notitia intuitiva rei est talis notitia virtute cujus potest sciri utrum res sit vel non sit.

70.InSent., prolog., qu. 1: Notitia intuitiva rei est talis notitia virtute cujus potest sciri utrum res sit vel non sit.

71.In 1 Sent., dist. 3, qu. 2: Nec divina essentia nec divina quidditas nec aliquid intrinsecum Deus, nec quid quod est realiter Deus potest hic cognosci a nobis .... nihil potest probari naturaliter cognosci in se nisi cognoscatur intuitive.

71.In 1 Sent., dist. 3, qu. 2: Nec divina essentia nec divina quidditas nec aliquid intrinsecum Deus, nec quid quod est realiter Deus potest hic cognosci a nobis .... nihil potest probari naturaliter cognosci in se nisi cognoscatur intuitive.

72.In 1 Sent., dist. 11, qu. 8. Non est quaerenda causa individuationis nisi forte extrinseca.

72.In 1 Sent., dist. 11, qu. 8. Non est quaerenda causa individuationis nisi forte extrinseca.

73.Il Kopp, il Theiner ed il Ficker aveano già pubblicata la bolla inviata da Bonifacio VIII all'elettore Duca di Sassonia perchè favorisse le pratiche avviate presso Alberto d'Austria per la retrocessione alla Curia romana dei diritti imperiali sulla Toscana. Gl'importanti documenti pubblicati dal signor Levi (Bonifazio VIII e le sue relazioni col Comune di Firenze, Roma 1882) mettono fuor di dubbio questo intendimento, e l'occulto fine del processo contro Lapo Saltarelli e della missione affidata a Carlo di Valois. Bonifazio VIII con certo minore accorgimento e prestigio tentava ciò che sarebbe parsa follia agl'Innocenzo III ed ai Gregorio IX! Questi fatti rendono molto improbabile l'ipotesi, che la repubblica fiorentina mandasse da ambasciatore al Papa l'Allighieri, se a quel tempo avesse egli già pubblicato un libro così ostile alle pretensioni papali come ilDe Monarchia. Nè parmi probabile che Dante lo scrivesse nel breve ed agitato tempo che corse tra l'ottobre del 1301, data dell'ambasceria, ed il gennaio 1302 data della prima condanna. Si potrebbe ammettere come mi suggerisce un dotto e caro amico, che ilDe Monarchiafosse stato scritto prima dell'ambasceria e pubblicato dopo. Ma quando? Prima della condanna? È possibile che Dante volesse rendere peggiori le sue sorti, quando pendevano ancora indecise? Sulla pubblicazione del Levi vedi una bella recensione di Augusto Franchetti nellaNuova Antologiadel 1º gennaio 1883.

73.Il Kopp, il Theiner ed il Ficker aveano già pubblicata la bolla inviata da Bonifacio VIII all'elettore Duca di Sassonia perchè favorisse le pratiche avviate presso Alberto d'Austria per la retrocessione alla Curia romana dei diritti imperiali sulla Toscana. Gl'importanti documenti pubblicati dal signor Levi (Bonifazio VIII e le sue relazioni col Comune di Firenze, Roma 1882) mettono fuor di dubbio questo intendimento, e l'occulto fine del processo contro Lapo Saltarelli e della missione affidata a Carlo di Valois. Bonifazio VIII con certo minore accorgimento e prestigio tentava ciò che sarebbe parsa follia agl'Innocenzo III ed ai Gregorio IX! Questi fatti rendono molto improbabile l'ipotesi, che la repubblica fiorentina mandasse da ambasciatore al Papa l'Allighieri, se a quel tempo avesse egli già pubblicato un libro così ostile alle pretensioni papali come ilDe Monarchia. Nè parmi probabile che Dante lo scrivesse nel breve ed agitato tempo che corse tra l'ottobre del 1301, data dell'ambasceria, ed il gennaio 1302 data della prima condanna. Si potrebbe ammettere come mi suggerisce un dotto e caro amico, che ilDe Monarchiafosse stato scritto prima dell'ambasceria e pubblicato dopo. Ma quando? Prima della condanna? È possibile che Dante volesse rendere peggiori le sue sorti, quando pendevano ancora indecise? Sulla pubblicazione del Levi vedi una bella recensione di Augusto Franchetti nellaNuova Antologiadel 1º gennaio 1883.

74.Goldast,Monarchia, I, 13. IlRiezler,Die literarischen Widersacher der Päpste zur Zeit Ludwig des Baiers, pag. 145 e segg., l'attribuisce al Dubois; perchè la sveltezza di questo dialogo mal s'accorda colla gravità faticosa dei dialoghi autentici dell'Occam. Oltrechè le edizioni più antiche danno il dialogo per anonimo, e solo dall'edizione parigina del 1498 si cominciò ad attribuirlo all'Occam. Una fedele esposizione del dialogo si può leggere nel libro dello Scaduto:Stato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 81 e segg.

74.Goldast,Monarchia, I, 13. IlRiezler,Die literarischen Widersacher der Päpste zur Zeit Ludwig des Baiers, pag. 145 e segg., l'attribuisce al Dubois; perchè la sveltezza di questo dialogo mal s'accorda colla gravità faticosa dei dialoghi autentici dell'Occam. Oltrechè le edizioni più antiche danno il dialogo per anonimo, e solo dall'edizione parigina del 1498 si cominciò ad attribuirlo all'Occam. Una fedele esposizione del dialogo si può leggere nel libro dello Scaduto:Stato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 81 e segg.

75.Tractatus de Jurisdictione Imperatoris in causis matrimonialibus(Goldast, tom. II, p. 21). Cum enim secundum scripturas sacras atque rationem naturalem inter infideles [nonfidelescome è stampato dal Goldast] verum licitum et legitimum reperiatur conjugium et (prout etiam Romanorum Pontificum decretales testantur) infideles constitutionibus ecclesiasticis non arceantur, evidenti concluditur argumento, quod causa matrimonialis .... ad Imperatores legitimos .... pertinebat, p. 23. In specie autem de Sacramento matrimonii (quod etiam decretales Romanorum Pontificium dicunt apud fideles et infideles existere) dicitur, quod ad Imperatorem, in quantum solummodo Imperator, eo quod pluries Imperator extitit infidelis, causa matrimonialis .... spectat. Queste citazioni bastano a provare come l'Occam senta vivo il bisogno che il matrimonio diventi una istituzione dello stato indipendente dalle confessioni religiose. Intorno allo scritto sullo stesso argomento per Marsilio da Padova, la cui autenticità è da molti revocata in dubbio, vediRiezler, op. cit., pag. 234.

75.Tractatus de Jurisdictione Imperatoris in causis matrimonialibus(Goldast, tom. II, p. 21). Cum enim secundum scripturas sacras atque rationem naturalem inter infideles [nonfidelescome è stampato dal Goldast] verum licitum et legitimum reperiatur conjugium et (prout etiam Romanorum Pontificum decretales testantur) infideles constitutionibus ecclesiasticis non arceantur, evidenti concluditur argumento, quod causa matrimonialis .... ad Imperatores legitimos .... pertinebat, p. 23. In specie autem de Sacramento matrimonii (quod etiam decretales Romanorum Pontificium dicunt apud fideles et infideles existere) dicitur, quod ad Imperatorem, in quantum solummodo Imperator, eo quod pluries Imperator extitit infidelis, causa matrimonialis .... spectat. Queste citazioni bastano a provare come l'Occam senta vivo il bisogno che il matrimonio diventi una istituzione dello stato indipendente dalle confessioni religiose. Intorno allo scritto sullo stesso argomento per Marsilio da Padova, la cui autenticità è da molti revocata in dubbio, vediRiezler, op. cit., pag. 234.

76.Goldast, II, p. 877. Anche Bonifazio nella lettera all'elettore di Sassonia dice alludendo all'impero: quod fuerat ad medelam provisum, tetendit ad noxam.

76.Goldast, II, p. 877. Anche Bonifazio nella lettera all'elettore di Sassonia dice alludendo all'impero: quod fuerat ad medelam provisum, tetendit ad noxam.

77.Riezler, op. cit., pag. 203 e segg.Scaduto, op. cit., pag. 118. Riscontrate anche l'opera recente delLabanca,Marsilio da Padova, Padova 1882, pag. 135. Acconsento al Labanca che il mettere nel popolo la fonte della sovranità e non pure della temporale dell'Impero, ma della spirituale della Chiesa sia un concetto moderno; ma ciò non toglie che l'opera di Marsilio e pel fine che si propone, e pel metodo che tiene sa del medievale in confronto delPrincipee deiDiscorsidel Machiavelli, come ha ben detto il Villari,Niccolò Machiavelli, II, pag. 237.

77.Riezler, op. cit., pag. 203 e segg.Scaduto, op. cit., pag. 118. Riscontrate anche l'opera recente delLabanca,Marsilio da Padova, Padova 1882, pag. 135. Acconsento al Labanca che il mettere nel popolo la fonte della sovranità e non pure della temporale dell'Impero, ma della spirituale della Chiesa sia un concetto moderno; ma ciò non toglie che l'opera di Marsilio e pel fine che si propone, e pel metodo che tiene sa del medievale in confronto delPrincipee deiDiscorsidel Machiavelli, come ha ben detto il Villari,Niccolò Machiavelli, II, pag. 237.

78.Goldast, I, p. 17: regnum Franciae dignissima conditione Imperii portio est, pari divisione insignita, quicquid privilegii et dignitatis retinet Imperii nomen in parte una, hoc regnum Franciae in parte altera. Questo pensiero è comune agli scritti francesi del 1303 così nel trattatoDe potestate regia et papalidi Giovanni da Parigi (Riezler, pag. 153;Scaduto, pag. 93), come nellaQuaestio de potestate papae(Riezler, pag. 142;Scaduto, pag. 96). AncheOccam,Dialogus, inGoldast, II, 876, secundum diversitatem qualitatem et necessitatem temporum expedit regimina et dominia mortalium variari.

78.Goldast, I, p. 17: regnum Franciae dignissima conditione Imperii portio est, pari divisione insignita, quicquid privilegii et dignitatis retinet Imperii nomen in parte una, hoc regnum Franciae in parte altera. Questo pensiero è comune agli scritti francesi del 1303 così nel trattatoDe potestate regia et papalidi Giovanni da Parigi (Riezler, pag. 153;Scaduto, pag. 93), come nellaQuaestio de potestate papae(Riezler, pag. 142;Scaduto, pag. 96). AncheOccam,Dialogus, inGoldast, II, 876, secundum diversitatem qualitatem et necessitatem temporum expedit regimina et dominia mortalium variari.

79.De sui ipsius et multorum ignorantia liber, ed. Basilea, pag. 1037, 1043.

79.De sui ipsius et multorum ignorantia liber, ed. Basilea, pag. 1037, 1043.

80.Anche lo Zumbini, che rivendica contro il D'Ancona l'imperialismo del Petrarca, scrive egregiamente: «In mezzo a quelle lotte della Chiesa e dell'Impero, a quelle guerre crudeli, a quegli scandali d'ogni maniera, il più offeso di tutti e insieme il solo incolpevole era il popolo romano. Roma per il Petrarca era una grande vittima e intemerata, e lei bisognava soccorrere anzi tutto».Studi sul Petrarca, p. 254.

80.Anche lo Zumbini, che rivendica contro il D'Ancona l'imperialismo del Petrarca, scrive egregiamente: «In mezzo a quelle lotte della Chiesa e dell'Impero, a quelle guerre crudeli, a quegli scandali d'ogni maniera, il più offeso di tutti e insieme il solo incolpevole era il popolo romano. Roma per il Petrarca era una grande vittima e intemerata, e lei bisognava soccorrere anzi tutto».Studi sul Petrarca, p. 254.

81.Fiorentino,Saggio sul Petrarca negli Scritti varii di letteratura, filosofia e critica.Bartoli,I primi due secoli della letteratura italiana, pag. 485 segg. In una serie di lettere che il Petrarca diresse a parecchi in occasione della guerra tra Genova e Venezia è messa in rilievo quest'opposizione tra barbari ed italiani. Lib. XI, ep. 8 indirizzata il 18 marzo 1351 al Doge Dandolo (Fracassetti, pag. 131): Ergone ab Italis ad Italos evertendos barbarorum regum poscuntur auxilia. Unde infelix opem speret Italia, si parum est quod certatim a filiis mater colenda discerpitur, nisi ad publicum parricidium alienigenae concitentur? pag. 132: Postquam alpes et maria, quibus nos moenibus natura vallaverat, et interjectas obseratasque divino munere claustrorum valvas, livoris avaritiae superbiaeque clavibus aperiendos duximus Cimbris, Hunnis etc. Lib. XIV, ep. 5 al Doge e Consiglio di Genova dopo la vittoria riportata dai Genovesi sui Veneziani (Fracassetti, pag. 295): Et de exterius quidem hostibus (cioè degli stranieri che pugnavano insieme ai Veneziani) non doleo. Quid enim laboribus italicis sua tela permiscent, venale genus ac faedifragum, quos in longinquam infelicemque militiam nummus impellit etc. Lib. XIV, ep. 6, indirizzata parimente ai Genovesi, quando nell'anno appresso alla vittoria sui Veneziani si volsero contro il re d'Aragona: Quod optabam video; ab ortu ad occasum victricia signa convertite. Hic precor incumbite, viri fortes, hoc agite hoc pium, hoc justum, hoc sanctum, hocminime italicumbellum est. Lib. XVII, ep. 3, dopo la disfatta dei Genovesi (Fracassetti, pag. 432): ab initio et sempera bello italico dehortatuseram: deinde autem de externo hoste quaesitae victoriae plauseram. Lib. XVIII, ep. 16, allo stesso Dandolo dopo le vittorie veneziane del 1354 (Fracassetti, p. 506): Quousque enim miseri in jugulos patria et in publicam necem barbarica circumspiciemus auxilia? Quousque qui nos strangulent pretio conducemus .... nihil insanius quam quod tanta diligentia tantoque dispendio Italici homines Italiae conducimus vastatores, pag. 510: nec tibi persuadeas, pereunte Italia, Venetiam salvam fore.

81.Fiorentino,Saggio sul Petrarca negli Scritti varii di letteratura, filosofia e critica.Bartoli,I primi due secoli della letteratura italiana, pag. 485 segg. In una serie di lettere che il Petrarca diresse a parecchi in occasione della guerra tra Genova e Venezia è messa in rilievo quest'opposizione tra barbari ed italiani. Lib. XI, ep. 8 indirizzata il 18 marzo 1351 al Doge Dandolo (Fracassetti, pag. 131): Ergone ab Italis ad Italos evertendos barbarorum regum poscuntur auxilia. Unde infelix opem speret Italia, si parum est quod certatim a filiis mater colenda discerpitur, nisi ad publicum parricidium alienigenae concitentur? pag. 132: Postquam alpes et maria, quibus nos moenibus natura vallaverat, et interjectas obseratasque divino munere claustrorum valvas, livoris avaritiae superbiaeque clavibus aperiendos duximus Cimbris, Hunnis etc. Lib. XIV, ep. 5 al Doge e Consiglio di Genova dopo la vittoria riportata dai Genovesi sui Veneziani (Fracassetti, pag. 295): Et de exterius quidem hostibus (cioè degli stranieri che pugnavano insieme ai Veneziani) non doleo. Quid enim laboribus italicis sua tela permiscent, venale genus ac faedifragum, quos in longinquam infelicemque militiam nummus impellit etc. Lib. XIV, ep. 6, indirizzata parimente ai Genovesi, quando nell'anno appresso alla vittoria sui Veneziani si volsero contro il re d'Aragona: Quod optabam video; ab ortu ad occasum victricia signa convertite. Hic precor incumbite, viri fortes, hoc agite hoc pium, hoc justum, hoc sanctum, hocminime italicumbellum est. Lib. XVII, ep. 3, dopo la disfatta dei Genovesi (Fracassetti, pag. 432): ab initio et sempera bello italico dehortatuseram: deinde autem de externo hoste quaesitae victoriae plauseram. Lib. XVIII, ep. 16, allo stesso Dandolo dopo le vittorie veneziane del 1354 (Fracassetti, p. 506): Quousque enim miseri in jugulos patria et in publicam necem barbarica circumspiciemus auxilia? Quousque qui nos strangulent pretio conducemus .... nihil insanius quam quod tanta diligentia tantoque dispendio Italici homines Italiae conducimus vastatores, pag. 510: nec tibi persuadeas, pereunte Italia, Venetiam salvam fore.

82.D'Ancona,Il concetto dell'Unità politica nei poeti italianinegliStudi di Critica e Storia letteraria; Bologna 1880, p. 30-31.Bartoli,Appunti sulla politica del PetrarcanellaRivista Europea, 16 gennaio 1878.

82.D'Ancona,Il concetto dell'Unità politica nei poeti italianinegliStudi di Critica e Storia letteraria; Bologna 1880, p. 30-31.Bartoli,Appunti sulla politica del PetrarcanellaRivista Europea, 16 gennaio 1878.

83.Epist., Lib. XI, 8. A ragione il Bartoli scrive (op. cit. pag. 489):Come il Petrarca si riconnette da un lato coll'Allighieri, dall'altro sembra stendere la mano presaga al Machiavelli, il quale coi versi di lui chiuderà il suo ritratto del Principe.

83.Epist., Lib. XI, 8. A ragione il Bartoli scrive (op. cit. pag. 489):Come il Petrarca si riconnette da un lato coll'Allighieri, dall'altro sembra stendere la mano presaga al Machiavelli, il quale coi versi di lui chiuderà il suo ritratto del Principe.

84.IlD'Ancona(opera citata, pag. 34) ricorda la famosa lettera [De rebus familiaribus, III, 7] indirizzata a Dionisio di S. Sepolcro nel 1339: Certe ut nostrarum rerum praesens status est, in hac animorum tam implacata discordia, nulla prorsus apud nos dubitatio relinquitur monarchiam esse optimam relegendis reparandisque viribus Italis, quas longus bellorum civilium sparsit furor. Haec ut ego novi, fateorque regiam manum nostris morbis necessariam, sic te illud credere non dubito nullum me regem malle, quam hunc nostrum, cujus sub ditione vivimus. Si deve certo ammettere collo Zumbini (Saggio, pag. 84) che la speranza posta in Roberto non durasse lungo tempo, perchè ben presto il re napoletano si chiarì indegno dei suoi alti destini. Epperò il Petrarca si volge altrove, nè indirizza al suo regale amico alcuna esortatoria, nè sulla tomba di lui rimpiange le fallite speranze. Tutto questo è vero ed acutamente notato, ma ciò non toglie che in questa lettera il Petrarca parli sul serio, perchè Roberto, se gli fosse bastato l'animo, era certo l'unico monarca, a cui si porgevano le più favorevoli occasioni per fondare un grande stato.

84.IlD'Ancona(opera citata, pag. 34) ricorda la famosa lettera [De rebus familiaribus, III, 7] indirizzata a Dionisio di S. Sepolcro nel 1339: Certe ut nostrarum rerum praesens status est, in hac animorum tam implacata discordia, nulla prorsus apud nos dubitatio relinquitur monarchiam esse optimam relegendis reparandisque viribus Italis, quas longus bellorum civilium sparsit furor. Haec ut ego novi, fateorque regiam manum nostris morbis necessariam, sic te illud credere non dubito nullum me regem malle, quam hunc nostrum, cujus sub ditione vivimus. Si deve certo ammettere collo Zumbini (Saggio, pag. 84) che la speranza posta in Roberto non durasse lungo tempo, perchè ben presto il re napoletano si chiarì indegno dei suoi alti destini. Epperò il Petrarca si volge altrove, nè indirizza al suo regale amico alcuna esortatoria, nè sulla tomba di lui rimpiange le fallite speranze. Tutto questo è vero ed acutamente notato, ma ciò non toglie che in questa lettera il Petrarca parli sul serio, perchè Roberto, se gli fosse bastato l'animo, era certo l'unico monarca, a cui si porgevano le più favorevoli occasioni per fondare un grande stato.

85.Riezler, op. cit., pag. 215 e segg.Labanca, op. cit., pag. 148 e segg.Friedberg,De finium inter Ecclesiam et civitem regundorum judicio, pag. 71 e segg.

85.Riezler, op. cit., pag. 215 e segg.Labanca, op. cit., pag. 148 e segg.Friedberg,De finium inter Ecclesiam et civitem regundorum judicio, pag. 71 e segg.

86.I Catari si dicevano così dal grecocatharospuro, perchè essi soli si reputavano mondi dal commercio col cattivo spirito.Hahn,Geschichte der Ketzer im Mittelalter, Stuttgart 1845, I, pag. 50;Schmidt,Histoire des Cathares, Paris 1849, II, 276.

86.I Catari si dicevano così dal grecocatharospuro, perchè essi soli si reputavano mondi dal commercio col cattivo spirito.Hahn,Geschichte der Ketzer im Mittelalter, Stuttgart 1845, I, pag. 50;Schmidt,Histoire des Cathares, Paris 1849, II, 276.

87.Disputatio inter Catholicum et PatarinuminMartène et Durand,Thesaurus, V, 1706: Deum creasse omnia concedo. Intellige bona, sed mala et vana et transitoria et visibilia ipse non fecit, sed minor creator Lucifer. VediEbrardusinGretser, XII, 11, 136.Ermengardus, ivi, pag. 223.

87.Disputatio inter Catholicum et PatarinuminMartène et Durand,Thesaurus, V, 1706: Deum creasse omnia concedo. Intellige bona, sed mala et vana et transitoria et visibilia ipse non fecit, sed minor creator Lucifer. VediEbrardusinGretser, XII, 11, 136.Ermengardus, ivi, pag. 223.

88.Rainero Sacconi,Summa de Catharis et LeonistisinDuplessis,Collectio judiciorum, pag. 48 a: Communes opiniones omnium Catharorum sunt istae videlicet quod Diabolus fecit hoc mundum; pag. 52 a,De opinionibus Balasinanza: Item quod utrunque principium sive uterque Deus creavit suos angelos, et quod iste mundus est formatus et creatus a malo Deo.

88.Rainero Sacconi,Summa de Catharis et LeonistisinDuplessis,Collectio judiciorum, pag. 48 a: Communes opiniones omnium Catharorum sunt istae videlicet quod Diabolus fecit hoc mundum; pag. 52 a,De opinionibus Balasinanza: Item quod utrunque principium sive uterque Deus creavit suos angelos, et quod iste mundus est formatus et creatus a malo Deo.

89.Summa, pag. 52 b: Johannes de Lugio dicit quod omnes creaturae sunt ab aeterno bonae cum Deo bono, et malae cum Deo malo; pag. 53 b: Deus vult et potest omnia bona sed impeditur haec Dei voluntas et potentia ab hoste suo.

89.Summa, pag. 52 b: Johannes de Lugio dicit quod omnes creaturae sunt ab aeterno bonae cum Deo bono, et malae cum Deo malo; pag. 53 b: Deus vult et potest omnia bona sed impeditur haec Dei voluntas et potentia ab hoste suo.

90.Summa, pag. 54 b,Sequitur de propriis opinionibus Catharorum de Concorrezio: Deus ex nihilo creavit angelos et quatuor elementa ... diabolus de licentia Dei formavit omnia visibilia. Lo stesso Rainero ci fornisce preziose notizie sulle varie sette catare, in ispecialità italiane. I più rigidi erano chiamati, senza dubbio dal luogo di origine del Catarismo,Albanenses. I quali alla lor volta divisi sunt in duas partes: Hujus partis (quella che si teneva stretta all'antica tradizione) caput est Balasinansa Veronensis eorum episcopus; alterius vero partis (la più esagerata) est Johannes de Lugio Bergamensis (pag. 51 b-52 a). Da queste due parti che costituivano i dualisti rigorosi, si debbono distinguere i dualisti temperati, dei quali alcuni si chiamavano da Concorrezo [non dalla modenese Correggio, nè dalla dalmata Gorizia, come crede lo Schmidt (op. cit., II, 285), ma da Concorrezo in Lombardia, circondario di Monza]; altri dicevansi Bagnolensi o Bajolensi [da Bagnolo nel Milanese].Summa, pag. 51 b: illi autem de Concorrezo diffusi sunt fere per totam Lombardiam; Baiolensi Mantuae, Brixiae, Bergami et in comitatu mediolanensi. Alla frazione più temperata appartengono gli SlaviBogomil, o amici di Dio come spiega Gieseler in Schmidt loc. cit.

90.Summa, pag. 54 b,Sequitur de propriis opinionibus Catharorum de Concorrezio: Deus ex nihilo creavit angelos et quatuor elementa ... diabolus de licentia Dei formavit omnia visibilia. Lo stesso Rainero ci fornisce preziose notizie sulle varie sette catare, in ispecialità italiane. I più rigidi erano chiamati, senza dubbio dal luogo di origine del Catarismo,Albanenses. I quali alla lor volta divisi sunt in duas partes: Hujus partis (quella che si teneva stretta all'antica tradizione) caput est Balasinansa Veronensis eorum episcopus; alterius vero partis (la più esagerata) est Johannes de Lugio Bergamensis (pag. 51 b-52 a). Da queste due parti che costituivano i dualisti rigorosi, si debbono distinguere i dualisti temperati, dei quali alcuni si chiamavano da Concorrezo [non dalla modenese Correggio, nè dalla dalmata Gorizia, come crede lo Schmidt (op. cit., II, 285), ma da Concorrezo in Lombardia, circondario di Monza]; altri dicevansi Bagnolensi o Bajolensi [da Bagnolo nel Milanese].Summa, pag. 51 b: illi autem de Concorrezo diffusi sunt fere per totam Lombardiam; Baiolensi Mantuae, Brixiae, Bergami et in comitatu mediolanensi. Alla frazione più temperata appartengono gli SlaviBogomil, o amici di Dio come spiega Gieseler in Schmidt loc. cit.

91.Anche Giovanni di Lugio credeva quod omnes (?) animae liberabuntur in fine a poena et culpa (Summa, pag. 54 b).

91.Anche Giovanni di Lugio credeva quod omnes (?) animae liberabuntur in fine a poena et culpa (Summa, pag. 54 b).

92.BonacursusinD'Achery,Spicilegium, I, 208: Sententia tamen omnium est illa elementa diabolum divisisse.

92.BonacursusinD'Achery,Spicilegium, I, 208: Sententia tamen omnium est illa elementa diabolum divisisse.

93.Moneta,Adversus Catharos, Roma 1743, pag. 105: illi enim Cathari, qui duo ponunt principia dicunt populum Dei constare ex tribus, scilicet corpore, animo et spiritu praesidente utrique. Questa antica opinione che si riadduce alle distinzioni platonico-aristoteliche delle parti dell'anima era stata accettata dai Padri, come Giustino Taziano ecc. Vedremo che la Gnosi sapea distinguere nell'uomo due anime, la buona e la cattiva. Lo stesso affermano i Manichei. (GieselerKirchengeschichte, I, 306).

93.Moneta,Adversus Catharos, Roma 1743, pag. 105: illi enim Cathari, qui duo ponunt principia dicunt populum Dei constare ex tribus, scilicet corpore, animo et spiritu praesidente utrique. Questa antica opinione che si riadduce alle distinzioni platonico-aristoteliche delle parti dell'anima era stata accettata dai Padri, come Giustino Taziano ecc. Vedremo che la Gnosi sapea distinguere nell'uomo due anime, la buona e la cattiva. Lo stesso affermano i Manichei. (GieselerKirchengeschichte, I, 306).

94.Moneta, 105 B: Sciendum est, quod per spiritum intelligunt isti Heretici Angelos, de quibus legitur «Qui facit angelos suos spiritus (Paul. ad Hebr. I, 7)».

94.Moneta, 105 B: Sciendum est, quod per spiritum intelligunt isti Heretici Angelos, de quibus legitur «Qui facit angelos suos spiritus (Paul. ad Hebr. I, 7)».

95.Alanus,Adversus haereticos et waldenses, pag. 53: Hi autem volunt dicere, ideo resurrectionem non futuram, quia anima perit cum corpore... Moyses dicit animam esse in sanguino, et sic videtur quod pereunte sanguine, pereat anima. In questo luogo par che Alano non faccia distinzione tra i Catari e quelli che negano la immortalità dell'anima. Al contrario Moneta, pag. 416: In hoc autem non arguo Catharos (vale a dire animas hominum cum corporibus interire). L'equivoco nasce dal doppio senso della parola anima, ora intesa come spirito, ora come principio vitale.

95.Alanus,Adversus haereticos et waldenses, pag. 53: Hi autem volunt dicere, ideo resurrectionem non futuram, quia anima perit cum corpore... Moyses dicit animam esse in sanguino, et sic videtur quod pereunte sanguine, pereat anima. In questo luogo par che Alano non faccia distinzione tra i Catari e quelli che negano la immortalità dell'anima. Al contrario Moneta, pag. 416: In hoc autem non arguo Catharos (vale a dire animas hominum cum corporibus interire). L'equivoco nasce dal doppio senso della parola anima, ora intesa come spirito, ora come principio vitale.

96.V. Schmidt, II, 59, che cita Euthymius Zigadenus,Narratio de Bogomilis, ed. Gieseler, Gottinga 1842, pag. 8.

96.V. Schmidt, II, 59, che cita Euthymius Zigadenus,Narratio de Bogomilis, ed. Gieseler, Gottinga 1842, pag. 8.

97.Moneta, pag. 63: de libero arbitrio quod isti negant esse in populo Dei. E le ragioni di questa negazione vi sono molto sottilmente esposte. Hujus rei caussa una est quia si populus Dei haberet liberum arbitrium ad utrumque, scilicet ad bonum et ad malum, ab eodem fonte et eadem natura esset bonum et malum, sic ergo non esset necesse ponere duos Deos... Secunda causa quia Deus non habet liberum arbitrium; non habet flexibilitatem ad bonum et ad malum. Unde ergo haberet populus Dei liberum arbitrium? L'Hahn, op. cit., I, 69, giustamente osserva che la negazione del libero arbitrio è intimamente collegata colle dottrine dei dualisti rigorosi, perchè secondo loro, finchè l'anima è in potere del cattivo spirito non può far bene, e quando al contrario in virtù delconsolamentumse ne libera non può far male.

97.Moneta, pag. 63: de libero arbitrio quod isti negant esse in populo Dei. E le ragioni di questa negazione vi sono molto sottilmente esposte. Hujus rei caussa una est quia si populus Dei haberet liberum arbitrium ad utrumque, scilicet ad bonum et ad malum, ab eodem fonte et eadem natura esset bonum et malum, sic ergo non esset necesse ponere duos Deos... Secunda causa quia Deus non habet liberum arbitrium; non habet flexibilitatem ad bonum et ad malum. Unde ergo haberet populus Dei liberum arbitrium? L'Hahn, op. cit., I, 69, giustamente osserva che la negazione del libero arbitrio è intimamente collegata colle dottrine dei dualisti rigorosi, perchè secondo loro, finchè l'anima è in potere del cattivo spirito non può far bene, e quando al contrario in virtù delconsolamentumse ne libera non può far male.

98.V. Schmidt,Histoire des Cathares, II, 24.

98.V. Schmidt,Histoire des Cathares, II, 24.

99.SummainDuplessis, pag. 52 a:De opinionibus BalasinanzaDiabolus cum suis angelis ascendit in coelum, et facto ibi proelio cum Michaele Archangelo, extraxit tertiam partem creaturarum Dei et infundit eas quotidie in humanis corporibus et brutis.

99.SummainDuplessis, pag. 52 a:De opinionibus BalasinanzaDiabolus cum suis angelis ascendit in coelum, et facto ibi proelio cum Michaele Archangelo, extraxit tertiam partem creaturarum Dei et infundit eas quotidie in humanis corporibus et brutis.

100.Moneta, pag. 4: Credunt etiam quod Diabolus, invidens Altissimo, caute ascendit in coelum Dei sancti, et ibi colloquio suo fraudolento praedictas animas decepit, et ad terram istam et caliginosum aerem duxit. Rainero dice di Giovanni di Lugio (Summapag. 53 b): Igitur cuncta animantia participabant calliditate, sed plus omnibus serpens, et ideo per eum est facta deceptio. Ma questo inganno pare che non sia volontario nè per chi l'ordisce nè per chi lo soffre, perchè nihil est quod habet liberum arbitrium, etiam Deus summus.

100.Moneta, pag. 4: Credunt etiam quod Diabolus, invidens Altissimo, caute ascendit in coelum Dei sancti, et ibi colloquio suo fraudolento praedictas animas decepit, et ad terram istam et caliginosum aerem duxit. Rainero dice di Giovanni di Lugio (Summapag. 53 b): Igitur cuncta animantia participabant calliditate, sed plus omnibus serpens, et ideo per eum est facta deceptio. Ma questo inganno pare che non sia volontario nè per chi l'ordisce nè per chi lo soffre, perchè nihil est quod habet liberum arbitrium, etiam Deus summus.

101.Summa, pag. 54 b: Diabolus formavit corpus primi hominis et in illum effudit unum angelum, qui in modico jam peccaverat. Item quod omnes animae sunt ex traduce ab illo angelo. Questo domma dell'unicità dell'elemento spirituale in tutti gli uomini ha una lontana parentela coll'intelletto unico e separato degli Averroisti.

101.Summa, pag. 54 b: Diabolus formavit corpus primi hominis et in illum effudit unum angelum, qui in modico jam peccaverat. Item quod omnes animae sunt ex traduce ab illo angelo. Questo domma dell'unicità dell'elemento spirituale in tutti gli uomini ha una lontana parentela coll'intelletto unico e separato degli Averroisti.

102.Summa, pag. 55 b: Bajolensi conveniunt cum praedictis Catharis de Concorrezo fere in omnibus opinionibus excepto hoc scilicet, quod dicunt quod animae sunt creatae a Deo ante mundi constitutionem, et quod tunc etiam peccaverunt.

102.Summa, pag. 55 b: Bajolensi conveniunt cum praedictis Catharis de Concorrezo fere in omnibus opinionibus excepto hoc scilicet, quod dicunt quod animae sunt creatae a Deo ante mundi constitutionem, et quod tunc etiam peccaverunt.

103.Summa, pag. 52 a: Et etiam de uno corpore eas transmittit in alium, donec omnes reducentur in coelum.

103.Summa, pag. 52 a: Et etiam de uno corpore eas transmittit in alium, donec omnes reducentur in coelum.

104.Anche l'antico manicheismo insegnava questa dottrina. Socrate,Hist. eccl.cap. XVII: Manes... animorum ex uno corpore in aliud manifesto tradit, Empedoclis, Pithagorae et Aegiptiorum secutus opiniones.

104.Anche l'antico manicheismo insegnava questa dottrina. Socrate,Hist. eccl.cap. XVII: Manes... animorum ex uno corpore in aliud manifesto tradit, Empedoclis, Pithagorae et Aegiptiorum secutus opiniones.

105.Quest'opposizione tra il vecchio e nuovo Testamento è un retaggio gnostico e manicheo.Moneta, pag. 143: Cathari Deum veteris testamenti ... reprobare nituntur... Objectionem haereticorum ex quatuor radicibus procedunt. Prima ex contrarietate, quae videtur inter vetus testamentum et novum. Secunda ex mutabilitate ipsius Dei, quae ex ipsis scriptum apparet. Tertia ex crudelitate ipsius, quae in scripturis ostenditur. Quarta ex mendacio (il testo ha erroneamente:mandato), de quo Deus ipse in scripturis arguendus videtur. — Concordi le altre testimonianze.EbrardusinGretser, tom. XII, pars 2, pag. 127: Ipsi vero contra conditorem suum latrant, tanquam canes, Dominum ignorantes et hinc inde de Veteri Testamento quae non intelligunt testimonia congregantes, simplicium corda decipiunt.ErmengardusinGretser, loc. cit., pag. 224: Dicunt haeretici Legem Moysi ab omnipotenti Deo non esse datam, sed a principe malignarum spirituum. Anche intorno a questo punto v'ha differenza tra le sette catare.Summa, pag. 52 a: Balazinanza tenet quod diabolus fuit auctor totius veteris Testamenti, exceptis his libris Job, Psalterio ecc.; pag. 54 b: Cathari de Concorrezo reprobant totum vetus Testamentum, putantes quod Diabolus fuit auctor ejus.

105.Quest'opposizione tra il vecchio e nuovo Testamento è un retaggio gnostico e manicheo.Moneta, pag. 143: Cathari Deum veteris testamenti ... reprobare nituntur... Objectionem haereticorum ex quatuor radicibus procedunt. Prima ex contrarietate, quae videtur inter vetus testamentum et novum. Secunda ex mutabilitate ipsius Dei, quae ex ipsis scriptum apparet. Tertia ex crudelitate ipsius, quae in scripturis ostenditur. Quarta ex mendacio (il testo ha erroneamente:mandato), de quo Deus ipse in scripturis arguendus videtur. — Concordi le altre testimonianze.EbrardusinGretser, tom. XII, pars 2, pag. 127: Ipsi vero contra conditorem suum latrant, tanquam canes, Dominum ignorantes et hinc inde de Veteri Testamento quae non intelligunt testimonia congregantes, simplicium corda decipiunt.ErmengardusinGretser, loc. cit., pag. 224: Dicunt haeretici Legem Moysi ab omnipotenti Deo non esse datam, sed a principe malignarum spirituum. Anche intorno a questo punto v'ha differenza tra le sette catare.Summa, pag. 52 a: Balazinanza tenet quod diabolus fuit auctor totius veteris Testamenti, exceptis his libris Job, Psalterio ecc.; pag. 54 b: Cathari de Concorrezo reprobant totum vetus Testamentum, putantes quod Diabolus fuit auctor ejus.

106.Moneta, pag. 234: In hoc autem tertio capitulo de Christo errant Cathari, qui puram creaturam eum confitentur; pag. 239: Ad idem inducunt illud Apoc. VII, 2, ubi Johannes ait «vidi alterum angelum» si ergo fuit angelus, et non Deus.

106.Moneta, pag. 234: In hoc autem tertio capitulo de Christo errant Cathari, qui puram creaturam eum confitentur; pag. 239: Ad idem inducunt illud Apoc. VII, 2, ubi Johannes ait «vidi alterum angelum» si ergo fuit angelus, et non Deus.


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