LIBRO SECONDODALLO SCISMA ALL'ERESIA

LIBRO SECONDODALLO SCISMA ALL'ERESIACAPITOLO IL'ABBATE GIOACCHINO

Sono molto discordi i giudizii intorno al

Calavrese abate GioacchinoDi spirito profetico dotato,

Calavrese abate GioacchinoDi spirito profetico dotato,

Calavrese abate Gioacchino

Di spirito profetico dotato,

nè fa maraviglia; perchè chi attenda alla sua incontrastata pietà, all'ampia e solenne dichiarazione di sottomettersi al giudizio di Roma, e ritrattare tutto quello che nei suoi scritti si trovasse di meno ortodosso; chi ricordi l'ordine florense ed il cenobio da lui fondato, se anche non presti fede ai miracoli che si raccontano di lui, certo lo metterà tra i più ortodossi asceti del medio evo. E la Chiesa stessa lo disse beato, e permise che si levasse un altare sul suo sepolcro nell'abbazia di S. Giovanni in Fiore, nè solo i Benedettini, ma benanco i Gesuiti ne inserirono la vita nelle agiografie. Ma d'altra parte non si può negare che nel Conciliolateranense del 1215 furono solennemente condannate alcune dottrine teologiche dell'abate calabrese, e più tardi nel 1254 una Commissione di cardinali raccolse dalle sue opere autentiche una messe abbondante di opinioni e sentenze poco ortodosse. Oltrechè lo stesso nome di profeta appar sospetto alla rigida autorità ecclesiastica, perchè di santi la Chiesa cattolica ne riconosce moltissimi, ma di profeti neppur uno, chè secondo molti dottori la vena profetica andò del tutto esaurita dopo la venuta del Messia, quando null'altro aveano a predire i veggenti del futuro, fuor che novità pericolose. Codesta disputa tra gli apologisti e i contraddittori dell'abate calabrese dura da un pezzo, nè sarà per ismettere, attendendo gli uni alla purità degl'intendimenti, e gli altri al tenore delle dottrine. Ma comunque si componga, a noi corre l'obbligo di aprire questo secondo libro col profeta calabrese. Perchè se anche dell'ortodossia di lui non si fosse dubitato punto, e concordemente fosse venerato sugli altari, non sarebbe men vero per questo che nel suo nome si levarono, e dalle sue opere presero le mosse alcune sètte manifestamente ereticali.

Dell'abate Gioacchino è molto difficile ricomporre la biografia sulle scarse notizie a noi pervenute. Del cenobio di Fiore, da lui fondato, non resta ormai se non l'antica mole, e se dura l'incurianostra, tra poco cadrà ancor quella. I tesori e le memorie della ricca abbazia andaron dispersi, ed i cronisti antichi bisogna adoperarli con molta circospezione, se non si vuol cadere in gravi errori, come toccò al De Lauro.[469]Nessuna cronaca ci dice nè la data della nascita nè quella della morte. Ma quest'ultima può essere determinata con certezza da due documenti riportati dall'Ughelli, dove appare ancor vivo nel settembre del 1201 e già morto nel giugno 1202. La morte adunque accadde nel frattempo, e propriamente il 30 marzo 1202; perchè sappiamo da Luca che morì di sabato quindici giorni avanti la Pasqua.[470]Non è così facile determinarel'anno della nascita. I calcoli del De Lauro, che lo crede nato nel 1111 sono tutti fondati sopra una profezia che avrebbe fatta Gioacchino sulla neonata principessa Costanza. Ma così la profezia, come tutto il racconto intorno a questa principessa, che il De Lauro attinse dal Fazelli, è un tessuto di favole. Un altro biografo, il Greco, o perchè l'abbia trovato in documento antico, o perchè prenda la media della vita umana, mette tra la nascita e la morte un settanta anni. Secondo questo calcolo Gioacchino sarebbe nato intorno al 1132.

Che alla mamma e al babbo apparissero prima della nascita del bambino parecchie visioni lo raccontano i biografi, nè fa meraviglia, perchè un profeta non poteva non essere preceduto da quelle apparizioni, che negli antichi tempi preannunziavanola nascita degli eroi, e nei nostri quella dei santi. Ma è strano che tra le cose rivelate dall'angelo ai genitori ci fosse questa, che non s'avesse a battezzare il figliuolo prima dei sette anni, e più strano che i genitori aspettassero non pure i sette anni prescritti, ma dieci addirittura. Non saprei veramente come spiegare questo curioso racconto.

Giovane di prestante ingegno, bello della persona, largamente fornito di beni di fortuna, avrebbe fatto gran cammino nel mondo, ed il padre ben per tempo lo applicò alla regia curia, ove pare che avesse un uffizio importante anche lui; ma lo splendore della corte non abbagliò il giovane patrizio che si sentiva chiamato a ben altri destini, e delle miserie della vita già si mostrava insofferente. Che pensieri si agitassero nella sua mente è ben difficile dire, ma certo è che ei sentendosi a disagio nella patria sua ottenne dal padre di fare un viaggio per l'oriente ad attigere ispirazioni dagli stessi luoghi, ove ebbe nascimento la nostra fede. Lui non moveva quell'inquieto ardore, che menerà i Polo nelle lontane regioni della Mongolia, nè desio di avventure; ma un sentimento indefinito che lì dove nacque il Cristo, gli verrebbe scoperto il segreto del suo destino. Intraprese il viaggio non a foggia di pellegrino, bensì circondato da servi ed amici, che manteneva a proprie spese. Era ben raro anche a quei tempi che un privato intraprendesse un così lungo viaggio con tanto seguito di gente e, se s'ha a credere al cronista, il giovanesignore ne invanì.[471]Ma giunto a Costantinopoli, ove forse qualche morbo contagioso mieteva a migliaia le vittime, il sentimento mistico prese il di sopra, e spogliate le ricche vesti, e congedati i suoi compagni all'infuori di uno, cinse il saio del pellegrino, e seguitò faticosamente la sua via.[472]Ormai avea rinunziato ai piaceri della vita, ed ei stesso narrava al suo compagno Luca d'una vedova siriaca, ancor giovane e bella, che accolto in casa l'austero viaggiatore, cercò indarno di soggiogarlo coi suoi vezzi.[473]Salito sul monte Tabor è fama che vi restasse tutta la quaresima tra digiuni e preghiere. E se non sipuò credere al biografo, che su quel monte concepisse il disegno di opere scritte molto più tardi e sul cadere degli anni, certo è che vi attinse il proposito di dedicarsi tutto alla religione di Cristo.[474]

Tornato in patria, se pure non è vero che ei si nascondesse ai suoi genitori[475]certo è che non volle rientrare nella casa paterna, ma invece per fecondare quei germi che avea seco portati di Palestina entrò nel monastero di Sambucina. Se non che non volle legarvisi con voti;[476]chè ei non avevain mira di chiudersi nel silenzio di un chiostro, ma di spandere la parola del Signore di gente in gente. E a capo d'un anno dal monastero sambucinese si portò nei dintorni di Rende per predicare ai popoli, e trasfondere in loro il fervore religioso che scaldava il suo petto.[477]È strano che Gioacchino nel principio del suo apostolato fosse ancor laico, e par che non avesse nessuna fretta a prendere gli ordini. Nè questo è un fatto isolato nella sua vita; chè nella sua peregrinazione per la Palestina, sebbene avesse fatto voto di castità, e vestita la bianca tunica del frate, pure tornò laico quale era partito. E tornato in patria, benchè si chiudesse per un anno nel monastero sambucinese, pure nè si fece frate, nè prese gli ordini. E quando più tardi fu fatto abate di Corazzo non vide l'ora di fuggire dal convento e tornare a predicare all'aere aperto. Questi fatti hanno certamente un nesso fra loro, nè può darsi che il ritardo di Gioacchino a prendergli ordini sia accidentale. Egli era di quegli uomini, che sentivano indispensabile una riforma della Chiesa, se pur non si volea perpetuare le lotte tra il Papato e l'Impero, che riaccese nel 1154 continuarono a lacerare la cristianità, e produssero durante il pontificato di Alessandro III un lungo e disastroso scisma. Forse istintivamente sentiva che questa riforma non potesse partire dal clero stesso, che troppo avido si dimostrava di dominio, ed in vista di temporali vantaggi non rifuggiva dal muovere una guerra ingiusta, come quella di Adriano contro Guglielmo I di Sicilia. Non bisogna dimenticare che Gioacchino visse per qualche tempo nella curia cosentina, e dei contrasti tra i Normanni ed i Papi, che or li benedicevano come salvatori, or li scomunicavano come empi e ladroni, dovea sapere qualche cosa. Nè sarebbe strano che ei fin da giovane avesse un lontano presentimento delle idee che più tardi sarà per svolgere.

Comunque sia, è fuor di dubbio che Gioacchino ancor da laico si mise alla predicazione, come al principio del secolo avea fatto Tanchelino, e qualche anno dopo di lui farà Valdo. Ma la Chiesa non poteva permettere che un laico assumesse un ufficio proprio del sacerdote, nè dubito punto che a Gioacchino fosse proibita la predicazione dal vescovo di Cosenza. Così si spiegherebbe il fatto, che egli volendo prender gli ordini, per seguitare nel suo apostolato senza impedimenti, non si rivolse al vescovo della sua diocesi, come era pur naturale, marecossi invece nella vicina Catanzaro,[478]ove fu ordinato da Norberto, terzo vescovo di quella diocesi.[479]Il cronista racconta che nel viaggio per Catanzaro arrivato al Crotalo (Corace) smontò all'abbazia cistercense di Corazo. Ed ivi dall'abate Colombano fu indotto a restare per prepararsi convenientemente all'ufficio sacerdotale che volea imprendere, e dopo non molto si lasciò persuadere a prendere i voti. La via della libera predicazione, per la quale s'era messo, gli era stata chiusa; nè forse con suo rammarico. Alla sua indole mite e poco battagliera s'addiceva una missione più calma della predicazione, e la riforma che ei vagheggiava la potea promuovere più collo studio e gli scritti che colla parola. E benchè finora non avesse voluto nè legarsi con voti, nè prendere gli ordini, pure per la tempra dell'animo suo più inchino alla vita contemplativa che all'attiva, era un cenobita nato.

Divenuto frate cistercense, seguitò con ardore gli studii biblici, dai quali mal tollerava d'andar distolto. E quando alla morte dell'abate Colombano i confratelli levarono lui all'alta dignità, forse perchè più schivo di tutti, ricusò l'impaccioso onore. E per sottrarsi alle pressure, abbandonato il suo convento, riparò prima in quel d'Acri, e poscia nel Sambucinese, dove era stato anni prima. Ma questa fuga non intiepidì l'ardore dei suoi elettori, che dall'umiltà sua traevano novo argomento per desiderarlo a capo. E frappostisi alcuni dignitari della Chiesa gli convenne accettare[480]il non ambito ufficio, nel quale e per la relazione di famiglia, e per essere stato egli stesso un tempo addetto alla curia forse potè giovare più che ogni altro. Certo è che sotto il suo governo l'abbazia, come dice il cronista, ottenne nuovi privilegi, come ne fa fede un documento del 1178 riportato dal Greco, in cui Guglielmo II ordina al suo rappresentante nella Puglia che sia fatta giustizia ai giusti reclami dell'abate Gioacchino di Corazo.[481]Ma sebbene adempisse scrupolosamenteai doveri del suo ufficio, pure, anzi appunto per questo, non cessava di sentirne il peso. Tra quei conflitti di case religiose, che si disputavano e terre e beneficii, tra le cure dell'amministrazione di un vasto patrimonio, gli parve smarrito lo scopo della sua vita. E l'irrequietezza dei primi anni rinacque, e quell'alto fastidio, che un tempo lo allontanò dalla corte cosentina, lo mise ora in fuga dall'abazia coracense.[482]Ma non v'era altro mezzo per essere sgravato dal faticoso incarco, quando i suoi confratelli non volessero, se non impetrarlo per grazia dall'autorità del Papa. E l'abatecorazzese, ben risoluto questa volta di andare fino in fondo, prese la via di Roma, ed a Lucio III, salito dal 1181 sulla cattedra di Pietro, chiese di venire esonerato dall'ufficio, che gli toglieva il modo di compiere il commento e l'interpetrazione della Bibbia, da lui per tanto tempo vagheggiata. All'insolita dimanda fra tanti che chiedevano privilegi e favori fece buon viso il Pontefice, nè solo permise che deponesse la dignità abbaziale, ma gli dette licenza di prendere stanza ove meglio gli paresse.[483]Così Gioacchino tornato in Calabria, abbandonò per sempre l'abbazia di Corazzo, e ad imitazione degli anacoreti dell'oriente si ridusse nel silenzio di Pietralata, ove non giungea l'eco delle discordie fratesche, ed ei libero di cure a ben più alti pensieri potea volgere la mente.

Da Pietralata par che andasse pellegrinando per le abbazie cistercensi, lavorando dovunque indefessamente, e partecipando altrui i frutti del suo lavoro. Questo almeno possiamo raccogliere dalla testimonianza preziosa di Luca, che lo conobbe per la prima volta nell'abbazia di Casamari, ove egli si trattenne più di un anno a compiere ed emendare il libro dellaConcordia, ed il commentoall'Apocalisse, e por mano nel contempo all'ultima delle sue opere, ilDecacordo.[484]Che una di queste opere fosse già cominciata quando Gioacchino si presentò a Lucio III è attestato non solo da Luca,[485]ma dalla lettera di Clemente III.[486]E non è improbabile che l'ammirazione per il disegno ed il metodo dellaConcordianon fosse ultimo motivo dell'arrendevolezza del Papa. Ma è fuor di dubbio che queste opere furono compiute ed emendate in seguito, appunto nel pellegrinaggio di abbazia in abbazia. Ed è certo del pari che se queste opere ardite potevano piacere ai pochi, ai più tornavano ostiche per le ragioni che diremo a suo luogo. Quei frati che si vedevano così spietatamente colpiti nelle opere del santo abate, non glie la perdonavano di sicuro,e non è improbabile che abbiano supplicato il Papa perchè imponesse silenzio all'importuno censore. E forse per giustificarsi delle accuse mossegli, come sospetta il De Riso, o per presentargli l'opera dellaConcordia, Gioacchino si recò a Verona presso il novo papa Urbano III, il quale confermato il decreto del suo predecessore, incoraggiò il santo abate a compiere l'opera sua.[487]Ma non per questo cessarono le accuse, e la Corte Romana stessa par che non fosse del tutto sgombra da sospetti. Clemente III, almeno nella lettera citata più sopra, benchè riferendosi ai decreti dei suoi predecessori Lucio ed Urbano, confermasse anche lui la licenza di seguitare lo studio intrapreso, pure gli prescrisse che non appena compiuto si recasse al più presto a Roma per sottoporlo all'esame del Pontefice.[488]E la lettera stessa che Gioacchino premette alle sue opere, in cui scusatosi di non averle potute presentare al Pontefice per strettezza di tempo, dichiaradi voler ritirare ogni parola che la Chiesa possa trovare poco ortodossa, questa lettera, ripeto, è un chiaro segno delle accuse e dei sospetti che circolavano tra i contemporanei.

Non ultima delle ragioni che alimentavano la guerra contro Gioacchino, era senza dubbio la franchezza e la severità con cui rampognava gli uomini di chiesa, non risparmiando neanco i suoi correligionari benedettini, che dappertutto trovava non dissimili dai corazzesi, e meritevoli di una severa riforma.[489]Ad un carattere austero e mistico come il suo mal s'affacevano e le simulazioni e gli accorgimenti diplomatici, talchè disdegnando la vita molle dei suoi correligionari, si ritirò nella sua cara solitudine di Pietralata. Ed ivi seguitava nelle sue meditazioni, nè a nessuno faceva mistero della nuova ed ardita interpetrazione della Bibbia, che uno studio perseverante e diligente gli avea suggerito. Così il romitaggio di Pietralata divenne in breve oraun centro dal quale s'irraggiava nova luce,[490]come parecchi anni innanzi era stato il Paracleto per opera di Abelardo. Il numero dei discepoli ognor più cresceva, a misura che la fama del maestro s'ingrossava; e molti non sapeano staccarsi dal fianco di chi scopriva nuovi orizzonti. Così a poco a poco il piccolo romitorio di Pietralata non bastò più a contenere tante persone e fu d'uopo edificare altrove un'abbazia. Gioacchino scelse per la nuova costruzione il luogo più lontano dai centri popolosi, e nel cuore della Sila, sovra un poggio che si leva per mille metri dal livello del mare, piantò la rocca dell'ordine novello. Il pittoresco sito è ben atto all'alta e tranquilla meditazione. Il suo silenzio non è interrotto se non dal mormorio delle acque dell'Arvo e del Neto, che venute da lontane sorgenti, si riuniscono ai piedi di quel monte per formare il maggior fiume della Calabria. Di faccia ha il Monte Nero, il più elevato della Sila, ed ai fianchi e alle spalle altri monti in quel tempo più che in oggi vestiti da folta vegetazione. Su quella cima par di essere separati dal mondo, chè dovunque volgi lo sguardo, ti si rizzano barriere che sembrano insuperabili, e la valle che s'apre dinanzi angusta e profonda, pare un burrone più invalicabile delle stesse montagne. Questo luogo selvaggiochiamavasi Fiore,[491]nome mal rispondente a quelle alpestri balze, ove fu costruita la chiesa dell'abbazia e dedicata a S. Giovanni Battista. Il paese, che più tardi vi si formò attorno, riunendo insieme i due nomi, fu detto e si chiama tuttora S. Giovanni in Fiore.

Quando fosse aperta la nuova abbazia, il Greco non sa dire, ma il De Lauro invece adduce una data precisa, il 18 Luglio 1189, 6ª indizione, regnante Guglielmo il Bono;[492]ma non cita la fonte di questa notizia. Certo è che la bolla di Celestino III che approva la fondazione dell'ordine nuovo, e ne conferma gli statuti non rimonta al di là del 1196;[493]ed il decreto imperiale che assegna alla nuova abbazia la rendita di cinquanta bizantini d'oro appartieneall'anno innanzi, 1195.[494]È probabile che la fondazione definitiva dell'abbazia non risalisse molto al di là del decreto imperiale, perchè pare che l'abbazia sia nata a poco a poco e per le offerte di parecchi, non per largizione di un solo fondatore, il cui nome sarebbe stato ricordato nelle memorie del convento, come fu ricordato quello del signore di Mamistra che fondò la casa filiale di Fiumefreddo. E se la cosa è andata come noi sospettiamo, ben si comprende che gli agenti del fisco si opponessero all'ingrandimento successivo dell'eremitaggio, ingrandimento che portava di necessità s'abbattessero le foreste e s'occupasse parte del demanio pubblico. E si comprende altresì come a far cessare queste opposizioni Gioacchino si recasse dal Re stesso in Palermo. Il Re, cui forse non piaceva la creazione di un nuovo ordine cistercense, che avrebbe destato le invidie e le gelosie dell'antico, offrì all'abate il monastero di S. Martino presso Bisignano. Ma Gioacchino che mirava non al possesso d'un'abbazia, bensì alla riforma dell'istituto, ricusò la generosa offerta, nè altro chiese fuorchè di essere lasciato inpace, lui e i suoi compagni, tra i silenzi delle alpestri montagne.

Benchè non favorita dal Governo, la nuova istituzione cresceva e si dilatava. Sfortunatamente non sappiamo in che differisse dalla cistercense. Dalla bolla di Gregorio IX, che proibisce ai cistercensi di accogliere tra loro chi fosse stato scacciato dai Florensi, si ricava solo che la regola di questi ultimi era più stretta e rigorosa. Non però si arrivava alla povertà abbracciata più tardi dai francescani, perchè, come vedemmo, quando il nuovo istituto cominciò a fiorire accettò le largizioni di Enrico VI, e più tardi dell'imperatrice Costanza.

Gli anni in cui nasceva il nuovo ordine furono agitati dalle contese tra gli Svevi ed i Normanni, e il De Lauro per mettere in luce il dono profetico di Gioacchino, racconta che egli al tempo in cui avvennero i disastri dello Svevo prevedesse di già la sua vittoria finale, e saputo di queste profezie Tancredi montasse in furore e minacciasse di distruggere tutti i conventi florensi. Ma tutto questo racconto è fallace perchè è fondato sulle lettere di Gioacchino, che non hanno maggiore credibilità di quelle attribuite a Platone. Ed è molto improbabile che il fondatore di un nuovo ordine, il quale dovea combattere contro tanti ostacoli e rivalità rendesse più difficile l'opera sua mescolandosi in negozi politici. È verisimile invece che Enrico VI favorisse la nuova istituzione non in grazia dei sentimenti politici del fondatore, ma ben piuttostoo per il suggerimento di Costanza, donna molto pia, che gran stima facea del santo abate, ovvero perchè l'ordine florense aveva acquistato molto sèguito; e ad una nuova signoria giova promuovere le istituzioni giovani che par che nascano ad un parto col nuovo dominio.

Comunque sia, l'abbazia di Fiore ebbe molti donativi e crebbe così rapidamente, che vivente Gioacchino cominciò a spiccare rami filiali all'intorno. Ma l'austero abate, pur rallegrandosi di queste prospere sorti, volgea non per tanto il pensiero al romitaggio, ove ebbe nascimento il nuovo ordine. E sentendo appressarsi l'ultima ora, ivi fece ritorno, e nella stessa camera, che ricordava le più feconde sue meditazioni, volle chiudere il corso della sua travagliata carriera.

Nella vita di Gioacchino si possono distinguere nettamente tre periodi. Quello del giovane signore che senza prender gli ordini, o ascriversi ad un sodalizio religioso, fa il pellegrinaggio di Terra Santa e tornato in patria imprende l'apostolato della predicazione. Quello del frate cistercense, che divenuto abate, non trova posa finchè non sia libero dal penoso incarco per consacrarsi tutto alla meditazione ed al commento delle scritture. Quello infine del riformatore che mette in atto una parte delle sue idee fondando un nuovo ordine più severo del cistercense, al quale apparteneva. In tutti questi periodi domina il misticismo. Fin da giovane Gioacchino è più sollecito del cielo che della terra, efugge dalla corte, ove avrebbe potuto conseguire i primi onori, per fare da povero pellegrino il viaggio di Terra Santa. Fin da giovane, quando ancor non era legato da voti religiosi, si consacrò ad una vita aspra ed austera, e già vecchio ricordava con compiacenza le battaglie sostenute e vinte contro le seduzioni della bellezza. Fin da giovane sentì il bisogno di una rinnovazione religiosa, bisogno indistinto ed indefinito, eppure sì prepotente che ancor laico si mise a predicare penitenza. Ma la vita dell'apostolo, che trae seco le genti, colla parola calda, e il piglio risoluto di chi sa dominar le anime, non è per lui, nato più al contemplare che al fare.[495]La lotta lo scoraggia, sebbene non la sfugga, se imposta dal dovere. E chi non ha l'energia e l'ardoredel soldato, nè sa piegare al suo volere l'altrui, non move le turbe. Non un riformatore, ma un mistico veggente era Gioacchino, nè in lui riviveva lo spirito di Enrico o di Arnaldo da Brescia. Se non vi si opponessero moltissime dissimiglianze, si potrebbe paragonare ad Abelardo almeno in questo, che al pari del filosofo palatino ei crede di potere agire cogli scritti, se non con le opere, e al pari di lui mette uno studio indefesso nella Bibbia, e pur con intendimento diverso adopera lo stesso metodo dell'interpetrazione allegorica. Ma in opposizione ad Abelardo Gioacchino è una mente mistica, alla quale piace più la penombra della visione, che la chiarezza del ragionamento. Egli non è un filosofo, ma un profeta, e tale lo stimarono i contemporanei, e Vincenzo di Beauvais nel parlare di lui spiega come si possa avere il dono della preveggenza, nè Dante ad un secolo di distanza, lo chiama altrimenti.

Non intendiamo profeta nel senso comune della parola di tale che preconosca i fatti avvenire in tutte le loro particolarità e nell'ordine cronologico con cui si svolgeranno. Di queste volute profezie non abbiamo alcun cenno nell'opera del suo discepolo Luca, che per noi è la fonte più importante,come quei che, inchino a scorgere nel suo maestro virtù soprannaturali, non avrebbe certo taciuto delle profezie di Gioacchino, ove mai gli fossero state note. Nè nelle opere autentiche si trovano le predizioni, ricordate dai suoi biografi; nè se anche si trovassero ci darebbero il diritto di attribuirle piuttosto all'ispirazione divina, che all'accorgimento umano. Imperocchè le profezie che gli si attribuiscono sono queste tre, che da Costanza sarebbe nato Federico II, il futuro e più pericoloso nemico della Chiesa;[496]che fra tre giorni perverrebbe l'annunzio dell'espugnazione di Gerusalemme per gl'infedeli; che infine il figlio di Tancredi sarebbe stato ucciso, spegnendosi con lui la casa normanna. E nessuna di queste previsioni si può dire che ecceda le facoltà umane. Non era difficile trarre cattivi auspici dall'unione della casa sveva colla normanna, ed uno sguardo acuto avrebbe potuto intravvedere i futuri contrasti tra i Papi ed i discendenti di Enrico IV, che divenuti ad un tempo imperatori e re di Sicilia difficilmente avrebbero rinnovato il giuramento di vassallaggio al Papa, prestato dainormanni.[497]Parimente le esperienze fatte dalla seconda Crociata faceano concepire scarse speranze per la terza, perchè il tempo degli entusiasmi era passato da un pezzo; nè s'era più rinnovata quella fermezza e concordia di propositi della prima Crociata.[498]E per quanto crescevano le discordie nel campo cristiano e più che altrove nel regno stesso di Gerusalemme, altrettanto si rafforzava l'impero di Saladino. Parimenti non era impossibile la previsione della vittoria dello Svevo, il quale se patì una prima sconfitta, poteva e dovea scendere di nuovo più forte d'uomini e d'armi; e la fine delladinastia normanna, alla morte di Tancredi, del solo uomo che la seppe ritardare, era per fermo imminente.

Se Gioacchino avesse fatto veramente queste previsioni, dovremmo scorgere in lui l'uomo che conosce da vicino la società in cui vive, nè le splendide ma passeggiere vittorie lo abbagliano, e non vede la meta vicina per desiderio che abbia di toccarla, nè per i vantaggi del presente trascura di porre in calcolo i danni dell'avvenire. Non sarebbe certamente impossibile, che in Gioacchino al misticismo della fede andasse congiunta l'esperienza consumata della vita. Per le sue particolari condizioni ei s'era trovato in contatto colle persone più eminenti del suo tempo, nè sarebbe strano che conoscesse le discordie degli uni, la vanità degli altri, e prevedesse un avvenire molto più buio di quel che i suoi contemporanei si raffigurassero. Anzi in questa previsione la fede mistica e l'esperienza della vita si sarebbero incontrate, ed entrambe avrebbero contribuito a confermare il solitario veggente nella persuasione che bisognasse mutar cammino per ridar la pace e la giustizia alla travagliata cristianità.

Comunque sia di queste previsioni di Gioacchino, nel modo come le abbiamo esposte qui sopra, certo è che nei termini in cui ci son raccontate dai biografi si tradiscono facilmente per tardive e malcaute invenzioni, intrecciate di grossi errori e storici e cronologici. Questi racconti appartengono alla stessa epoca, in cui sotto il nome di Gioacchinoandavan pubblicate e visioni e profezie, e gli uomini si consolavano dell'acerbità dei loro mali coll'annunziarne facile ed imminente la fine. In quel tempo nacque una copiosa letteratura pseudoprofetica, che non ha nulla di comune colle opere genuine dell'abate calabrese, ove non si preveggono i fatti avvenire nei loro particolari, e più volte vien dichiarato che solo Iddio conosce il giorno in cui sarà per cominciare il nuovo periodo della storia umana.[499]

Per questo rispetto Gioacchino è di gran lunga inferiore agli antichi profeti. A lui manca quella potente fantasia, che col magistero di grandiose allegorie e di visioni estatiche sa bene anticipare il futuro.[500]Non gli fa difetto certo il profondo sentimento dell'infelicità presente, nè la viva aspirazione ad un migliore avvenire, ma il suo pennello non sa colorire questi lontani orizzonti. Ei non possiede il dono dell'ispirazione profetica come non conosce il segreto dell'eloquenza; ed in luogo di bandire profezie sue si contenta d'interpetrare le altrui. Chi sulla fede di Dante pensasse di trovare nelle opere di Gioacchino le smaglianti pitture di tempinuovi, ben presto si sgannerebbe. L'abate calabrese non è un profeta, ma uno scolastico e pesante commentatore, il quale per scoprire un lembo dell'avvenire fruga e rifruga nel passato, e non che sciorre il volo pei campi indefiniti della speranza, s'indugia in faticosi calcoli di date e generazioni.

Ma l'effetto che Gioacchino produceva nei suoi contemporanei non possiamo certo vagliarlo colle nostre misure. Il suo commento alla Bibbia era secondo il gusto dei tempi, quelle interpetrazioni sforzate, e che balzan fuori da sottili ragionamenti, avean grande presa sugl'intelletti, ed i riscontri per quanto più strani e tormentosi tanta maggior fede riscotevano. Nè faceva intoppo la sconfinata libertà d'interpetrare allegoricamente quello, che inteso alla lettera non avrebbe dato il senso voluto. Si era da gran tempo avvezzi a questo giuoco, nè faceva certo meraviglia che Sara ad esempio ora s'interpetrasse come il simbolo della vecchia legge, ed ora della nuova, secondo che la si metteva in confronto di Elisabetta o di Agar.[501]E tanto più questi contorti commentarii e questi calcoli artificiosi doveano essere accolti con favore, in quanto che da essi si cavavano risultati rispondenti ai più profondi bisognidel tempo. Il secolo decimosecondo fu travagliato quanto altri mai da gravi lotte e religiose e politiche. Mostrammo nei capitoli precedenti quanto vigore avesse spiegato l'eresia, che pochi anni dopo la morte di Gioacchino fu bandita una crociata per estirparla. Le lotte inoltre tra la Chiesa e l'Impero dettero luogo ad uno scisma lungo e tormentoso, che durò non meno di un ventennio, e se la pace fu alfine composta, tutti prevedevano che non sarebbe durata, e che presto o tardi ricomincerebbe la lotta con maggior furore. Queste discordie perenni, queste battaglie sanguinose si tenevano allora non come una legge inesorabile della storia, ma quale effetto passeggiero e transitorio della corruzione umana, come il segno manifesto dell'appressarsi dell'ultima ora pel vecchio mondo.[502]Non erano ancora spente le paure millenarie, se non che le menti più ardite non osavano più preannunziare la fine delle cose, tante volte indarno aspettata, bensì una profonda rinnovazione sociale. E Gioacchino fu l'interpetredi questi pensieri che ei facea scaturire dallo studio assiduo della Bibbia, e dalla profonda ed instancabile osservazione dei mali presenti. E le sue parole destavano un'eco tanto più larga, per quanto più alto era il posto onde veniano profferite. E non è strano che fossero avidamente credute le previsioni di un uomo eminente, che e per la pietà e la dottrina insieme fu per forza creato abate, e in seguito divenne o fondatore, o almeno rinnovatore di un ordine fratesco.

Le circostanze certamente favorirono assai il progresso delle idee gioachimitiche, e la creazione dell'ordine francescano, e le scissure che ben presto lacerarono quel sodalizio, vi contribuirono non poco. Ma anche prima di quel tempo le ardite divinazioni di Gioacchino levarono grande rumore. Prova ne sia il fatto raccontato da Rodolfo di Coggesale, che capitato a Roma nel 1195 l'abate di Perseigne volle avere una conferenza con Gioacchino intorno alle famose sue profezie.[503]E non meno curioso fuRiccardo re d'Inghilterra, che al dire di Roggero Hoveden fece venire a bella posta in Messina l'abate per conferire seco lui sull'interpetrazione dell'Apocalisse.

Noi certo non lo teniamo per un profeta, nè nel significato razionale che si suol dare a questa parola, e molto meno nel sovrannaturale; ma riconosciamo volentieri in lui una mente elevata ed un animo onesto e desideroso del bene. E se non possiamo dividere le sue idee sul corso della storia, non gli possiamo negare un'acuta osservazione delle calamità del suo tempo. E per quanto sieno fantastici i rimedii che ei consigliava di apprestare, non pertanto i suoi disegni per più d'un secolo affaticarono le menti, e certo avrebbero grandemente giovato all'umanità, se il loro valore intrinseco fosse stato pari alla purità degl'intendimenti di chi li pensava.

Benchè molte opere vadano sotto il nome di Gioacchino, tre sole sono riconosciute autentiche dai più, laConcordia dell'antico e nuovo Testamento, ilCommento all'Apocalisseed ilSalterio delle dieci corde. Il Preger recentemente ha dubitato anche di queste,ma le sue prove non reggono, come ha bene dimostrato il Reuter, alle cui ragioni in favore dell'autenticità mi sia lecito di aggiungerne qualche altra, che non va trascurata.[504]Ed in primo luogo è da notare col Reuter, che le tre opere sono già citate da Guglielmo Alverniate, morto cinque anni avanti al 1254. Nè ci farebbe meraviglia che qualche altra citazione più antica, frugando meglio negli scrittori medievali, si trovasse. Certo è notevole che il gioachimita Salimbene non citi l'opera principale di Gioacchino laConcordia, o almeno che il solo passo riferibile a questa non solo sia sospetto d'interpolazione, ma sbagliato di pianta, stantechè nellaConcordiail pontefice Leone I, che arrestò gli Unni, è messo in confronto non con Giosaffatte, come vuole il Salimbene, ma con Asa, le cui preghiere misero in fuga gli Etiopi.[505]Tutto questo è vero. Ma che cosa s'ha da inferire? Che forse il Salimbene non conosca laConcordia? No certo, perchè il non citare o citar male non vuol dire non conoscere un'opera, ma non averla sottocchio nelmomento che si scrive. Nè tampoco si può conchiudere che il Salimbene conosca laConcordia, ma l'abbia in sospetto quale opera spuria, come opina il Preger. Nessuno oserebbe attribuire tanta finezza di critica al Salimbene, e molto meno il Preger, che non ignora il passo dellaCronaca, ove è citata un'altra opera a parer suo pur anche spuria, l'Esposizione dell'Apocalisse.[506]Perchè dunque il Salimbene non avrebbe saputo scoprire questa, se avea già scoperta la falsificazione ben più difficile dellaConcordia? La verità è che il Salimbene non è critico, nè molto nè poco, e sarebbe ben strano che le tre opere maggiori facessero intoppo a lui, che teneva per autentici i commentari a Geremia ed Isaja, la cui falsità era più facilmente riconoscibile. Chè anzi nel Salimbene scorgiamo maggiore predilezione per i libri apocrifi, che cita molto soventi. In un luogo dellaCronacaei ci dice di non aver da gran tempo nè letta nè vista l'Esposizione dell'Apocalisse. E noi gli crediamo, che ai francescani andavano più ai versi quelle credute opere di Gioacchino, ove le allusioni ai frati minori erano certe e trasparenti, e più determinate le profezie. Codesta letteratura apocrifa acquistando ogni giorno maggior credito metteva in seconda linea la genuina. Così ci spieghiamo come il Salimbene citi male laConcordia. La citazione probabilmente si riferisce non allaConcordia, posta in secondo luogo nellaparentesi, ma alLiber figurarum, che forse era un rifacimento dellaConcordia.[507]

Un altro passo dellaCronacadel Salimbene induce il Preger a dubitare dell'autenticità dellaConcordia. Se il frate avesse conosciuto o tenuta per autentica laConcordia, come avrebbe potuto dire che Gioacchino non determina l'anno in cui ha da cominciare il terzo periodo; mentre in quell'opera è chiaramente fissato il 1260?[508]Ma anche questo ragionamento non stringe. Il Reuter ha già notato che nel passo di Salimbene non è detto che Gioacchino non assegni il tempo, bensì che alcuni credano di sì, altri di no. Ed io soggiungo che questa doppia interpetrazione era giustificatissima. Perchè sebbene in più luoghi come vedremo, Gioacchino stabilisse il 1260 come anno in cui avrà fine il secondo periodo, pure in altri luoghi mostra di dubitare di aver colto giusto, e se ne rimette ai posteri, che saranno spettatori degli avvenimenti, o a Dio che li ha predeterminati. Si poteva dunqueben dire: Gioacchino dai calcoli fatti sulle generazioni, prestabilisce il 1260; ma l'esattezza del conto ei non garentisce, e niente vieta che il terzo periodo entri o avanti o dopo quest'anno misterioso. Si poteva e dopo il 1260 si doveva dire così, se pur si volea salvare la reputazione profetica del grande abate. Qual meraviglia che il Salimbene accolga questa spiegazione, che rovescia sui cattivi interpetri la colpa, che molti attribuivano a Gioacchino? Al che s'aggiunga che le parole, messe in bocca a Gioacchino per iscusare l'incertezza della determinazione numerica, sono tolte di peso da un luogo dellaConcordia, che facilmente saltava agli occhi e poteva puranche tenersi a mente, perchè si trova nel penultimo capitolo verso la fine dell'opera, in una commovente esortazione ai fedeli.[509]Il passo adunque che il Preger adduceva contro, è forse la prova più decisiva in favore dell'autenticità dellaConcordiache in questo luogo senza nominarla viene esattamente citata.

Dopo questa discussione potremo sbrigarci più sollecitamente delle altre prove del Preger. In un luogo dellaConcordia, ei dice, viene ricordato Federico per metterlo a riscontro con Assalonne.[510]Nonsi può intendere, seguita il Preger, Federigo Barbarossa, perchè questi dopo lunghe lotte si riconciliò colla Chiesa, e non morì come Assalonne combattendo contro il padre suo. La citazione si riferisce piuttosto a Federico II, che da tutti i Gioachimiti era tenuto per l'Anticristo, o almeno per uno dei precursori dell'Anticristo. Così la intendeva l'anonimo di Passau, che per questa ragione appunto tiene per ispuria l'opera dellaConcordia. Ma tutto codesto ragionamento cade, quando si voglia leggere col Reuter tutto il luogo che si riferisce a Federigo. Gioacchino avendo già paragonato Salomone, il figlio prediletto di Davide, a Cristo, dovea riscontrare nell'Anticristo il figlio ribelle, Assalonne. Se non che l'analogia non tornava, perchè Davide pianse la morte del suo figlio benchè ribelle, mentre la Chiesa non potrebbe se non rallegrarsi della fine dell'Anticristo. Assalonne quindi non può essere l'imagine dell'Anticristo vero, ma di uno dei precursori, che potè benissimo tornare infesto alla Chiesa, ma non spezzò con lei tutti i vincoli di filiale affetto, e con questo intendimento poteva essere ben citato Federico I, che dopo avere combattuta la Chiesa, tornò nel suo grembo. Certo qualche dissonanza resta pur sempre, ed è vero cheFederico non morì combattendo contro suo padre al pari di Assalonne. Ma la congruenza tra il vecchio ed il nuovo Testamento non deve estendersi secondo Gioacchino a tutti i particolari.[511]Ed in ogni modo il disaccordo sarebbe maggiore se si trattasse di Federico II, al quale la Chiesa non perdonò mai nè vivo nè morto, e non che piangere sulla sua fine, giurò un odio pertinace ai suoi discendenti, nè smise se non quando ebbe mozzo il capo sul patibolo l'ultimo rampollo della stirpe odiata.

Il Preger sforzato dalla sua logica demolitrice, deve revocare in dubbio la lettera di Gioacchino, ove citate le tre opere in discorso, vuole che sieno sottoposte al giudizio di Roma, e vi si cancelli tutto ciò che possa parere meno ortodosso. Non è strano, aggiunge il Preger, che scriva a tal modo un profeta, il quale è ben sicuro del fatto suo, e detta sotto l'impulso di una alta ispirazione? Nè la Chiesa avrebbe potuto concedere licenza a chicchessia di pubblicare scritti profetici, la cui portata non era in grado di misurare.[512]Ma nè l'una nè l'altra osservazione è esatta. Gioacchino se pur s'ha da chiamare così, è profeta a modo suo; pieno di scrupoli e d'incertezze. E la lettera ai confratelliè scritta nello stile delle opere delle quali abbiamo già riportato parecchi passi, dove non traluce certo l'arditezza dei profeti e la fiducia nelle proprie forze. Ed i papi che conoscevano per prova la pietà del santo abate non potevano dubitare dell'opera sua; ma ciò non pertanto ingiungevano che gli scritti avanti di pubblicarsi fossero mandati a Roma. Infine dell'autenticità della lettera non si può dubitare, se ne fu tenuto conto nel Concilio lateranense del 1215, appena tredici anni dopo la morte di Gioacchino.

Riconosciuta l'autenticità di questa lettera, segue che sono genuine non pure laConcordia, ma benanco l'Esposizione dell'Apocalissecitata dal Salimbene, ed ilSalterio delle dieci corde. In quest'ultima opera sono esposte alcune opinioni sulla Trinità conformi a quelle condannate nel Concilio lateranense. E l'Engelhardt da questa conformità argomentava che il trattato contro Pietro Lombardo non fosse in realtà se non il primo libro delDecacordo. Io riconosco col Preger che questa opinione non regge, perchè l'opuscolo condannato nel Concilio lateranense dovea essere indirizzato nominatamente contro il libro delle sentenze, laddove nel primo libro delDecacordonon è citata alcuna opera. Ed in secondo luogo ilDecacordoè opera espositiva, non polemica. Ma se per questo rispetto io sono d'accordo col Preger, non posso acconsentirgli che l'indirizzo di quest'opera sia affatto contrario a quello dell'opuscolo incriminato. Le dottrineintorno alla Trinità, condannate dal Concilio, si trovan tutte nelDecacordo, ed il dotto Papebrochio non è riescito di mostrare il contrario. Nè vi manca l'allusione al Maestro delle sentenze, sebbene non lo citi, nè lo combatta di proposito.[513]

Il presupposto dunque del Preger di un'opposizione tra l'opuscolo condannato nel Concilio e il primo libro delDecacordonon regge, e cade per tal guisa tutto il ragionamento costruitovi sopra. NelDecacordol'autore è e vuole restare cattolico, ed in moltissimi punti le sue dottrine non sono differenti dalle più ortodosse. Ma è questa forse una prova dell'ipotesi del Preger, che ilDecacordosia stato scritto da un pio Gioachimita nell'intendimento di scagionare il maestro dalle accuse? Non certo, perchè il contraffattore non avrebbe dovuto nè ripetere le accuse contro il maestro delle sentenze, nè sostenere apertamente e senza attenuazioni la dottrina gioachimita della Trinità, già condannata nel Concilio. Più innanzi esporremo questa dottrina, e riporteremo altri passi delDecacordo. Per ora ci basterà concludere che ilDecacordoè autentico al pari dellaConcordiae dell'Esposizione[514]dell'Apocalisse. Queste tre opere sono legate tra loro, perchè non solo Gioacchino le cita tutte e tre nella lettera al Papa, ma l'una cita l'altra.

Dalla prefazione delDecacordosappiamo che il primo libro di quest'ultima opera fu scritto quando si trovava nel convento di Casamari, e poi che era stata già composta laConcordiae l'Apocalisse.[515]Codesta notizia ci vien confermata da Luca, che ci dice benanco l'anno, a cui si riferisce Gioacchino, il 1182. Ed un'altra conferma la ricaviamo dalla lettera del 1188 di Clemente III, ove è detto che le opere di Gioacchino furono cominciate a scrivere per incarico di Lucio III (1181-1185) e di Urbano III (1185-87).

Da questa stessa lettera ricaviamo che nel giugno 1188 le opere non erano finite ancora, sicchè la pubblicazione dev'essere posteriore a quell'anno, ma quando accadesse non sappiamo. Certo laConcordiaebbe a precedere le altre opere, perchè nella lettera più volte citata di Gioacchino del 1200 è detto che la prima opera fu mandata al Papa, le altre non ancora. È probabile che nel 1195 laConcordiafosse già pubblicata, perchè in quell'anno le profezie dell'abbate Gioacchino erano così note, checome dicemmo l'abbate di Perseigne mostrò il desiderio di discorrerne con l'autore. L'Apocalissepoi fu scritta intorno al 1196 o poco dopo, perchè in un luogo l'autore dice aver saputo l'anno innanzi ovvero il 1195 che i Patarini mandarono legati ai Saraceni.[516]L'ultima delle opere, ilDecacordo, benchè composta dopo, fu certamente pubblicata insieme alCommento dell'Apocalisse, perchè in un luogo di quest'opera è citato il secondo libro di quella.[517]

Da queste tre opere in fuori le altre sono manifestamente apocrife. E a condannarle basta, come avverte il Renan, la lettera di Gioacchino premessa così allaConcordiacome all'Esposizione dell'Apocalisse. In questa lettera, ricordate laConcordiain cinque libri, ilDecacordoin tre, e l'Esposizionein otto titoli, aggiunge di avere scritto altri piccoli opuscoli contro gli Ebrei, e contro gli avversarii della fede cattolica. In quest'ultima categoria può benissimo entrare lo scritto polemico contro Pietro Lombardo, del quale abbiamo parlato più sopra, ma restano escluse tutte le opere di argomento dottrinale,e che non sieno indirizzate contro qualcuno. Anche Luca, lo scolare ed il copista di Gioacchino, cita soltanto queste tre opere.

Sono evidentemente falsi iVaticinia Pontificum, che ebbero tanta celebrità nel Medio Evo,[518]ed i commenti alle profezie di Cirillo, di Merlino e della Sibilla Eritrea.[519]Non vogliamo entrare nell'esameparticolareggiato di tutta questa letteratura profetica, che ci menerebbe molto fuor di strada, ma questo solo notiamo, che ove pure sieno state in voga prima di Gioacchino le cosiddette profezie di Merlino e delle Sibille, ei non le cita mai nelle opere autentiche che abbiamo ricordato più sopra. Senza dubbio persone molto rispettabili, come Alano di Lilla, tennero in gran conto i vaticinii che andavano sotto il nome del mago inglese.[520]Ma Gioacchinonon mescola il sacro col profano, nè riconosce altra autorità all'infuori della Bibbia e dei Padri, e se anche avesse conosciute queste pseudoprofezie, si sarebbe ben guardato dal trarne partito e commentarle.

Non meno apocrifi sono i commenti ad Isaja e agli altri profeti minori, nonchè quel trattatello che serve d'illustrazione alle minacce profetiche, una specie d'indice geografico delle provincie del mondo intero per ciascuna delle quali si notano le pene che loro sovrastano. È noto che nel linguaggio profetico questo cumulo di colpe e minacce è dettoonus, ondeonera prophetarumsono chiamate le invettive dei profeti, edonera provinciarumle colpe di ciascun paese.[521]Che il trattato geografico nonappartenga a Gioacchino è agevole provarlo da questi pochi passi, che io aggiungo a quelli riportati dal Renan. Nell'annotazione al ducato Spoletino è fatto cenno dei due ordini francescano e domenicano, che al pari di luminose stelle sorgono a predicare un'altra volta il Vangelo del regno coperti di ruvidi sacchi. La Chiesa di Sardi viene paragonata a quella dei monaci cassinesi, che la macchiano coi loro desiderii carnali, e col non distinguersi in nulla dai secolari. Certo Gioacchino ha rimproverati soventi i frati anche del suo ordine, ma è benlontano di applicare loro il testo dell'Apocalisse. In questa amara invettiva si scopre facilmente il mendicante francescano che non può perdonarla al fastoso benedettino. Nell'annotazione alla provincia narbonese si fa parola della crociata che sarà bandita contro il focolare dell'eresia albigese.[522]Ma non occorrerebbero nè questa nè altre prove per dimostrare che il trattato appartiene al tempo dei commentatori di terza o quarta mano, che per dir qualche cosa di novo hanno bisogno di scendere a minuti particolari, e trovare un motto almeno per ciascuna provincia o città che sia.

Parimenti apocrifi sono i commenti ad Isaja ed ai profeti minori. Ed a provarlo poche citazioni basteranno. Nelle opere autentiche di Gioacchino come nelCommentario dell'Apocalisse, la donna ammantata di oro che fornica coi Regi, è Roma in quanto rappresenta non la Chiesa dei giusti, ma la moltitudine dei reprobi. Anzi per togliere ogni equivoco questa moltitudine di reprobi non è chiusa nelle mura della eterna città, ma si dilarga per tutto l'orbe del cristiano impero. L'autore della lettera ai fedeli non avrebbe potuto tenere un altro linguaggio, ed egli che si dichiarava servo devotodella Chiesa non avrebbe potuto raffigurarla nella donna dell'Apocalisse. Ben altrimenti si comporta lo scrittore delCommento, che contro Roma adopera le stesse parole, dai Catari, Valdesi ed Arnaldisti.[523]Sotto il nome di Gioacchino mal si nasconde un frate francescano, che ingenuamente confessa essere nati i due ordini a flagellare la Chiesa occidentale. Questo chiaro accenno ai due ordini che si ripete moltissime volte, e il ricordare che fa soventi di Federico II, sono segni certissimi della tarda età delCommento.[524]Io non saprei certamente determinarla con esattezza; ma come ha notato il Renan pel libro di Geremia, debbo anch'io notare per questo d'Isaia che l'autore mette in guardia non solo contro i tedeschi, ma benanco contro ifrancesi.[525]Il che vuol dire che il tempo degli entusiasmi angioini era già passato. Ed in un luogo parmi che sia sfuggito al malcauto autore l'anno della composizione del libro, ove parlando del terzo stato dice che sarà compiuto tra novant'anni dopo il mille e trecento, espressione ben strana per uno che non fosse contemporaneo di Bonifacio VIII.[526]Secondo questa congettura il commento ad Isaja sarebbe posteriore al Salimbene. Il che s'accorda col fatto già da noi rilevato che Salimbene conosce gliOneranon ilCommento. GliOnerain verità sarebbero più antichi, ma certo molto posteriori al 1201 come si raccoglie da una frase sfuggita allo stesso autore.[527]

Il commento a Geremia appartiene allo stesso tempo, perchè il Salimbene racconta che i due frati francescani Bartolomeo Ghiscolo da Parma e Gherardino da Borgo S. Donnino sulla fede nell'esposizione di Geremia faceano tristi pronostici della crociata che S. Luigi apparecchiava nel 1248.[528]Dunquela composizione di questo commentario risale al di là di quest'anno. Ma forse non indietro al 1239, anno, come nota il Renan, in cui la rottura tra il partito Guelfo e Federigo II si fece più aperta. Certo son degne di quel tempo le fiere invettive che si leggono in questo libro contro l'Imperatore, al quale adattandovi le parole d'Isaja vien dato delbasilisco, che esce dallaradice del serpente, della vipera e del serpente volante. Nè gli risparmiano gli epiteti più obbrobriosi, superbo, astuto, lascivo, avaro, tortuoso, perfido, violento, iracondo.[529]Il nome in verità qui, a differenza del commento ad Isaja, è taciuto; ma l'allusione a Federigo II è trasparentissima. Questo commentario, che dice tante insolenze dell'Impero si suppone indirizzato ad Enrico VI, ed il profeta non dubita di annunziargli che il leone d'Isaja vuol significare il padre (Federigo I), la radice serpentina lui stesso Enrico, e da lui escirà il basilisco, che è per conseguenza il figlio di Enrico VI o Federigo II. Più chiaramente in un altro luogo è descritto l'albero genealogico di Federigo II risalendo ad Enrico IV, che il commentatore chiama primo, perchè fu il primo degli Enrichi ad opporsi alla Chiesa. E comese non bastassero tutte queste indicazioni, vi aggiunge l'altro particolare, che i figli si ribelleranno contro il padre, accennando alla fellonìa di Enrico, ed alla sua morte.[530]

Quest'ultimo particolare ci darebbe una indicazione più precisa dell'età in cui fu composto questo commento, il quale dev'essere posteriore non solo al 1239 ma benanco al 1242 anno della morte di Enrico. Ma sulla quistione del tempo torneremo di qui a poco. Ora basti notare che il solo fatto dell'allusione a Federico II[531]toglie ogni credito aquesto commento, e ci fa maravigliare come anche dall'Engelhardt sia stato attribuito all'abate Gioacchino. Ma oltre all'allusione a Federico II, troviamo chiari e numerosi accenni ai due ordini dei minori e dei predicatori. Nè questo soltanto, ma, il commentatore sa bene che i nuovi ordini sono combattuti dai prelati, sospettosi di questi novatori che vestono in strane fogge, e predicano dottrine di un'assoluta povertà non mai sentite, ed a chi non li segue predicono calamità.[532]Nè si nasconde che la causa dei prelati viene sostenuta benanco dal pontefice, sicchè l'autore non dubita di levare anchecontro lui la sua voce. E le parole che egli pronunzia contro la Chiesa Romana non sono meno vibrate di quelle che leggemmo nel commento di Isaia, nè ripugnano meno alla pietà di Gioacchino.[533]Il che vuol dire che avanti alla composizione del libro era scoppiata la scissura nell'ordine francescano, e la parte più intransigente era già per volgersi contro i vescovi, i cardinali ed il papa, che mal tolleravano le nuove dottrine. Una prova manifesta l'abbiamo in un passo ove i nuovi ordini sono chiamati predicatori dell'evangelio eterno, parola che nelle opere autentiche di Gioacchino non s'incontra mai.[534]

Tutte queste prove mettono fuori dubbio che l'opera non è di Gioacchino, e che la data del 1197,[535]in cui si dà per iscritto questo commentario, è una pia frode del commentatore. Se Gioacchino, nota il Renan, avesse fatto questo commentario nel 1197, nella lettera ai fedeli scritta nel 1200 l'avrebbe certamente rammentato. E noi da alcuni passi abbiamo potuto raccogliere, che nè nel 1197, nè nel 1200 fu potuto scrivere questo commento, bensì posteriormente alla morte del ribelle figlio di Federico II, vale a dire al 1242. E forse neanche a questo tempo dovremmo arrestarci, perchè anche qui, il linguaggio violento che si usa contro Roma, l'accenno alle persecuzioni subite dal nuovo ordine dei frati minori, il nome di Evangelio eterno ci menerebbe ad una data molto posteriore. E nella stessa opinione ci confermerebbe l'accenno alla Francia, che secondo questo commento sarebbe come la canna che ferisce chi vi si appoggia.[536]Non saremmo dunque lontani dall'attribuire a questo commento la stessa età dello scritto su Isaja.

Nè vale il notare che questo commento ha dovuto essere scritto prima del 1260, perchè in qualche passo appar verde la speranza che in quell'anno fatale avranno fine le calamità del mondo. Nè tampoco importa che il Salimbene abbia avuto contezzadi questo libro sin dal 1248. Imperocchè è certo che questa letteratura pseudo-profetica non è nata tutta d'un getto in un anno determinato. E può darsi benissimo che il commentario, che abbiamo noi oggi di Geremia sia soltanto in parte quello conosciuto dal Salimbene;[537]e molte aggiunte ed interpolazioni vi sieno state fatte, e molte altre se ne farebbero ancora, se queste profezie avessero anche oggi il credito che riscuotevano nel Medio Evo. Le pseudo-letterature hanno questo carattere, che si considerano come un patrimonio comune, del quale nessuno è proprietario in proprio, ed ognuno vi può apportare le modificazioni che crede più opportune. Così si spiega come di due opere distinte se ne faccia una sola, o di una due; come si aggiunga ora un particolare ed ora un altro senza darsi la pena di verificare se stoni con tutto il resto. Questo è accaduto alla letteratura profetica del neopitagorismo, e del neoplatonismo, e senza notevoli differenze si è ripetuto nel sodalizio francescano.

Intorno alle opere manoscritte dell'abate Gioacchino posso aggiungere alle notizie date dal Renan alcune altre attinte ai codici laurenziani. In un codice della biblioteca Santa Croce oltre all'esposizione di Geremia si trovano altri due scritti dell'abate calabrese, uno intitolatoDe ultimis tribulationibus, e l'altroDe articulis fidei. Il primo è un'esposizione delle ultime guerre che dovrà sostenere l'umanità, analoghe a quelle sostenute nel Vecchio Testamento. Non oserei dire che sia autentico, ma non vi ho trovati i caratteri delle opere evidentemente apocrife, come i commenti a Geremia ed Isaia.[538]

L'altro opuscolo è quello ritenuto perduto dal Renan, e di cui ei pubblicò alcuni brani riportati dal resoconto d'Anagni. Non credo giusta l'opinione del Renan che sia lo stesso di quello scritto contro Pietro Lombardo, perchè questo opuscolo non è affatto polemico, e le opinioni sulla Trinitàsono espresse forse più temperatamente che non nelDecacordoe nell'Apocalisse. Benchè questo libro sia citato dalla Commissione d'Anagni, io sospetto fortemente della sua autenticità. Gioacchino non avea bisogno di circondar di mistero le dottrine che aveva di già esposte in altre opere. Nè poi gli sarebbe giovato di occultare le teorie teologiche, espresse in questo libercolo, che in sostanza non differiscono dalle ricevute comunemente; ma ben piuttosto le altre sui tre stati, che qui sono interamente taciute.[539]

In un altro codice laurenziano, ove già trovammo illiber Sybillae, esiste la lettera di Gioacchino, che il Renan trovò nel manoscritto 3595dell'antico fondo. È una esortazione ai fedeli di mutar via e pentirsi delle proprie colpe perchè il giorno della tremenda espiazione è vicino.[540]Non v'ha nessuna ragione perchè non si debba dire autentica, come autentici anche secondo il Renan sono i due componimenti poetici stampati alla fine delDecacordo.[541]

Esponiamo ora brevemente le idee di Gioacchino prendendo le mosse dalle opinioni teologiche, condannate nel solenne Concilio del 1215. Queste opinioni si riferiscono al domma della trinità, intorno al quale rinacquero sempre le dispute quando meglio parevano finite, comecchè non fosse possibile tenersi egualmente lontano dagli opposti estremi, e col dare maggior rilievo alla diversità delle persone, l'unità divina correva pericolo; per contrario dando maggior peso all'unità divina, la differenza delle persone diventava affatto secondaria ed evanescente. Nella prima difficoltà ruppe Ario, nella seconda Sabellio.[542]E quando pareva composto il grave dissidio, e trovato il punto di equilibrio tra queste opposte tendenze, il fatto smentì le previsioni, ed il problema rinacque intorno alla natura di Cristo. Anche qui quelli che davano maggior importanza all'unità delle due nature divina ed umana, correvano il rischio di assottigliare di tanto quest'ultima da renderla qualche cosa di simbolico (docetismo);quelli al contrario che mettevano in sodo la realtà della persona umana minavano l'intrinsecazione delle due nature. Era ben difficile trovare un punto fermo tra gli opposti indirizzi di Cirillo e Nestorio, ed i concilii stessi talvolta ebbero a contraddirsi. Non farà dunque meraviglia se la discordia rinacque nel decimosecondo secolo, e gli stessi pericoli si manifestarono, e parve novamente difficile di cansare Scilla senza incorrere in Cariddi.

Nella mente di Pietro Lombardo, il grande autore del libro delle sentenze, la cura dell'unità dell'essenza divina appare manifesta. L'essenza divina è qualche cosa di differente dalle persone, perchè l'essenza è unica e le persone sono tre. Quindi non si potrebbe mettere in luogo delle persone l'essenza, e dire ad esempio che l'essenza del Padre ha generato l'essenza del figlio, e l'essenza del figlio quella del verbo. Contro questa esposizione si levò l'abate Gioacchino, il quale pare che scrivesse un opuscolo polemico contro il grande Lombardo, accusandolo di mettere tale stacco tra l'essenza e le persone, che in luogo della trinità si dovrebbe ammettere una quaternità in Dio, vale a dire un'essenza e tre persone. L'opuscolo è andato perduto, ma le accuse sono ripetute nel primo libro delDecacordo, ove è esposta molto chiaramente la dottrina opposta a quella del Lombardo.[543]

Le tre persone, ei dice, non vanno distinte tra loro come l'ulivo, il mirto e la palma, che sonoalberi di diversa natura e specie; nè tampoco come tre ulivi, che sono bensì della stessa natura, ma di proprietà differenti; nè quali tre rami impiantati nello stesso tronco, cosicchè questa rappresenti la sostanza e quelli le persone, il che tornerebbe lo stesso come ammettere una quaternità. Bisogna metter da banda codeste imagini, e prendere la similitudine da quella luce, che illumina tutti gli uomini che vengono al mondo, e dalla quale procede quel calore che tutte cose avviva. Da questa luce, che si chiama sole, promanano i raggi luminosi e calorifici, come dal Padre promana il figlio, che discese per illuminare le menti, e lo spirito per infiammarle. Tra il calore e lo splendore del sole non sai mettere distinzione, e frattanto, tu non dubiti che sien due; oh! perchè vuoi scindere la divina sostanza per credere alla trinità di Dio? Ma un errore più grave di questo è l'altro, nova invenzione dei nostri tempi, secondo il quale si dovrebbe ammettere le persone oltre la sostanza, sicchè in questa si riponga l'unità ed in quella la trinità, come se dicendo che il foco celeste e la luce ed il calore che ne promanano sieno lo stesso sole, si voglia sotto il nome del sole indicare una quarta cosa oltre alle tre.[544]

Un'altra imagine che chiarisce il mistero della Trinità è quella del Salterio dalle dieci corde. Questo strumento musicale è uno, perchè sebbene al pari di ogni corpo possa dividersi, pure ove si divida, non è più quel dato istrumento. Ma non ostante che sia uno, ha tre lati e tre vertici, e ciascuno di questi lati o corni non deve essere preso nel senso di linea, bensì di superficie. Il lato orientale è tutta la superficie in quanto prospetta sull'oriente, il lato occidentale è la stessa superficie in quanto prospetta sull'occidente, e dite parimenti del lato meridionale. Così la stessa superficie ha tre prospettive differenti, ed ecco come tre può essere uno, ed uno tre.[545]

Non discuto queste similitudini, che lasciano il tempo che trovano, nè riescono a far comprendere l'incomprensibile. Nè discuto dell'ortodossia della dottrina. Il Concilio del 1215 la condannò e S. Tommaso molto più tardi la combattè notando che se egli è vero che le tre persone hanno pari valore,non è men vero che si debba adoperare una parola per indicare ciò che esse han di comune, ed un'altra pel differente; talchè se la parola persona è tolta a dinotare le differenze, quella di essenza deve significare l'unità, e viceversa quest'ultima parola deve esser lasciata da banda quando si tratti di esprimere la differenza dei rapporti, non l'identità della natura. Quindi a ragione il Concilio respinse al pari di Pietro Lombardo la formola: l'essenza genera l'essenza.

Parrebbe dunque che fosse quistione di parole, e così giudicano i più delle quistioni teologiche; ma in verità trattasi di gravi divergenze d'indirizzo. E nessuno ad esempio può sconoscere nella teorica dell'abate Gioacchino una tendenza a dar risalto alle differenze personali a discapito dell'unità d'essenza. Per lui l'unitasben differisce dall'unus. L'unuss'ha da attribuire all'individuo solo, laddove l'unitassi può e si deve dire di una collezione d'individui che convengano in un pensiero, o abbiano un volere solo. Un aggregato d'individui come il popolo, la tribù non si potrebbe dire uno assolutamente, come se fosse una persona sola, ma all'unussi deve aggiungere il suo sostantivo,unus populus,una plebs. Così parimenti le tre persone della Trinità, avendo un solo intelletto, un volere ed un potere possono ben dirsiunitas,unum, ma nonunusse non vi si aggiungaunus deus. Sottigliezze senza dubbio; ma in fondo trasparisce chiaro l'intendimento di attribuire maggior valore alla differenzadelle persone, e ridurre la misteriosa unità di natura ad una comunanza di pensiero o di volontà.[546]

Certo egli crede di restare nei confini della dottrina ortodossa, nè dubita di avere ben fondata l'unità di essenza. Chi potrebbe imaginare, dice egli, maggiore fusione del fuoco che si aggiunga a fuoco? Eppure v'ha più profonda ed intima unità, quella dello spirito che si unisce collo spirito così da formare uno spirito solo. Ma con tuttochè egli insista sull'unità dell'essenza, e nell'adoperarsi a rinsaldarla usi talvolta espressioni, che S. Tommaso farebbe sue, ciò non pertanto il suo pensiero si ferma con compiacenza sulla diversità delle persone, e sull'incompatibilità dell'ufficio che a ciascuna di esse è attribuito. Soltanto il Padre è il genitore, solo il Figlio è generato, solo lo Spirito procede da entrambi. Parimenti soltanto il Padre invia e il Figlio e lo Spirito; soltanto il Figlio s'incarna, solo lo Spirito discende in forma di colomba.[547]E per questa diversitàdi funzioni spetta a ciascuna persona un nome diverso; il Padre s'ha da chiamare con nome di Timore, il Figlio con quello di Sapienza, lo Spirito con quello di Carità. Il che ci spiega come il principio della sapienza stia nel timore, ed il fine nella carità. Il Padre, creando dal nulla le cose volle mostrare il poter suo, ed incutere terrore negli uomini perchè non peccassero, e non che correggere blandamente i peccatori, li ebbe a punire con terribile severità. Il Figlio invece non colla potenza debellò i superbi, ma colla dottrina della sapienza e dell'umiltà. Lo Spirito Santo infine c'inspira l'amor di Dio e dei nostri simili, così che scacciato il timore noi ci rallegriamo dell'essere liberi. E nello stesso modo che sono diverse le persone divine, sono diversi del pari i doveri nostri verso di loro. Ed a cagione del Padre-timore siamo tenuti ad obbedire; a cagione del Figlio-sapienza dobbiamo leggere; a cagione dello Spirito-carità dobbiamo cantare e pregare ed amarci come fratelli.[548]


Back to IndexNext