NOTE:1.Giovanni Scoto Erigena nacque in Irlanda (Scotia major) sul cominciare del secolo nono. Carlo il Calvo non molto dopo il suo innalzamento al trono (843) lo chiamò a dirigere la scuola palatina, e più tardi gli commise di tradurre dal greco le opere del pseudo Dionigi l'Areopagita. Indarno il papa Niccolò I si dolse che questa traduzione fosse pubblicata prima di venire sottoposta alla censura. Scoto morì in Francia intorno all'anno 877. Secondo l'Hauréau la fine tragica in Inghilterra attribuitagli dagli storici è una favola nata dallo scambio di due omonimi.2.Le immagini adoperate da Scoto sono tutte improntate all'emanatismo neoplatonico.De divis. nat., IV, 5: pag. 311 Est autem generalissima quaedam et communis omnium natura, ab uno omnium principio creata; ex qua veluti amplissimo fonte per poros occultos corporales creaturae velut quidam rivuli derivantur, et in diversas formas singularum rerum eructant. Nè crediate che questacommunis naturasia una cosa diversa dalprincipium. Basterebbero tra mille questi due passi a mostrarne l'identità, III, 23: pag. 249 Creatur enim a se ipsa in primordialibus causis, ac per hoc se ipsam creat, hoc est in suis theophaniis incipit apparere, ex occultissimis naturae suae sinibus volens emergere III, 17: pag. 238 Proinde non duo a se ipsis distantia debemus intelligere Dominum et creaturam, sed unum et id ipsum. Nam et creatura in Deo est subsistens, et Deus in creatura mirabili et ineffabili modo creatur.... omnia creans in omnibus creatum, et omnium factor factum in omnibus. Scoto Erigena è il primo rappresentante di quell'indirizzo filosofico, che attribuisce una realtà a sè ai concetti universali. Ac per hoc intelligitur quod ars illa, quae dividit genera in species, et species in genera resolvit, non ab humanis machinationibus sit facta, sed in natura rerum ab auctore omnium artium, quae vero artes sunt, condita.De divis. nat., IV, 4, pag. 310. Cito l'ediz. del 1838 pubblicata in Münster.3.Anselm.De fide Trinit., cap. 2. Illi utique nostri temporis dialectici imo dialectice haeretici, qui non nisi flatum vocis putant esse universales substantias. Non metto in dubbio che l'espressioneflatus vocissia stata usata da Roscellino, il quale nella disputa contro i Realisti ebbe i suoi buoni motivi di opporre ad un'affermazione assoluta un'assoluta negazione. Dal che non segue però che si debba intendere alla lettera questa espressione polemica, come se Roscellino tenga gli universali per puri nomi, ai quali non corrisponda neanche un concetto.4.Abelardonel trattatoDe Divis. et definit.(Ouv. inéd. d'Abélard, pars V. Cousin, 1836, p. 471). Fuit autem, memini, magistri nostri Roscellini tam insana sententia, ut nullam rem partibus constare vellet sed sicut solis vocibus species, ita et partes adscribebat. In altre parole la scomposizione del tutto nelle sue parti (quando la totalità è organica), è un processo puramente intellettivo. In realtà non si può staccare una parte dall'altra senza distruggere la parte stessa, come ad esempio un membro divelto dall'organismo non è più cosa vivente, ma materia inerte. Ma se si considera la cosa più da vicino, il vero nominalista non può ammettere questa forza misteriosa, che conferisce alle parti un nuovo valore, e le trasforma in membra vive di una totalità ideale. Il vero indivisibile per il nominalista non è dunque il tutto, ma ciò che non ha parti di sorta. Questo è lo schietto individuo, ente semplice, che resta sempre eguale a sè medesimo, benchè la mente nostra guardandolo da varî aspetti, possa artificiosamente dividerlo in altrettante porzioni.5.S. Tommaso nellaSumma Theolog.I,Quaest.II, art. 1, ricorda evidentemente il celebre argomento di S. Anselmo: Sed intellecto quid significet hoc nomenDeus, statim habetur quod Deus est. Significatur enim hoc nomine id quo majus significari non potest: majus autem est quod est in re et in intellectu, quam quod est in intellectu tantum: unde cum intellecto hoc nomineDeus, statim sit in intellectu, sequitur etiam quod sit in re. E lo combatte in questo modo: forte ille qui audit hoc nomenDeusnon intelliget significari aliquid, quo majus cogitari non possit, cum quidam crediderint Deum esse corpus. Dato etiam quod quilibet intelligat hoc nomineDeussignificari hoc quod dicitur, scilicet illud quo majus cogitari non potest, non tamen propter hoc sequitur quod intelligat id quod significatur per nomen, esse in rerum natura sed in apprehensione intellectus tantum. All'Aquinate non isfuggirono certo i pericoli dell'identificazione del reale coll'ideale, e di quel semirazionalismo che ne era la conseguenza, ed il meglio che potesse vi si oppose. Valga ad esempio il confronto delle due interpretazioni del domma della Trinità. S. Anselmo nelMonol.cap. 47, scrive: At si ipsa substantia Patris est intelligentia, et scientia, et sapientia et veritas, consequenter colligitur quia sicut Filius est intelligentia et scientia et sapientia et veritas paternae substantiae, ita est intelligentia intelligentiae, scientia scientiae. Cap. 49: Quam enim absurde negetur summus spiritus se amare sicut sui memor est, et se intelliget!.... otiosa namque et penitus inutilis est memoria et intelligentia cujuslibet rei, nisi prout ratio exigit, res ipsa ametur vel reprobetur. La qual dottrina mena a questo risultato, che non solo l'essenza, ma anche le funzioni delle tre persone sono identiche; onde se è salva l'unità di natura, corre pericolo la trina distinzione, o per parlare il linguaggio di S. Tommaso: Sed secundum Anselmum sicut Pater est intelligens et Filius est intelligens, et Spiritus Sanctus est intelligens; ita Pater est dicens, Filius est dicens, et Spiritus Sanctus est dicens, et similiter quilibet eorum dicitur. Ergo nomen Verbiessentialiterdicitur in divinis et nonpersonaliter. Il che non è vero, perchè sicut Verbum non est commune Patri et Filio et Spiritui Sancto ita non est verum quod Pater et Filius et Spiritus Sanctus sintunus dicens(S. T., I, quaest.XXXIV, art. 1). Questa risposta mostra il metodo di S. Tommaso, che è tutto fondato sull'autorità. Se nei libri canonici è scritto il Verbo non esser comune al Padre ed allo Spirito, la relazione, che viene rappresentata dal Verbo, non può attribuirsi alle altre persone. E qualunque sieno i bisogni della Ragione debbono tacere innanzi alla sacra testimonianza, la quale sola ci può dar contezza dei misteri divini. Per rationem igitur naturalem cognosci possunt de Deo ea quae pertinent ad unitatem essentiae, non autem ea quae pertinent ad distinctionem personarum (Ivi, qu.XXXII, art. 1).6.Scoto Erig.,De divis. nat.,II, 22, pag. 124. Patri dat (Theologia) omnia facere, Verbo dat omnes.... primordiales rerum causas aeternaliter fieri: Spiritui dat ipsas primordiales causas in Verbo factas in effectus suos foecundatas distribuere.V, 25, pag. 479. Ac si aperte diceret: Si Dei sapientia in effectus causarum, quae in ea aeternaliter vivunt, non descenderet, causarum ratio periret; pereuntibus enim causarum effectibus nulla causa remaneret, sicuti pereuntibus causis nulli remanerent effectus.7.Molti scrittori distinguono il nominalismo di Roscellino dal concettualismo di Abelardo riferendosi al noto passo di Giovanni Saresberiense (Metalogicus, II, 17, pag. 814, Amstelaedami 1664) alius sermones intuetur et ad illos detorquet quicquid alicubi meminit scriptum; in hac autem opinione deprehensus est Peripateticus Palatinus, Abaelardus noster. La testimonianza di Giovanni (nato a Salisbury intorno al 1110 o 20, morto vescovo di Chartres nel 1180) è molto importante, comecchè ei fusse discepolo di Abelardo tra il 1136 e il 1148, e degli scrittori di quell'età l'unico che studiasse di giudicare spassionatamente le opposte scuole, senza abbracciarne alcuna. È da supporre adunque che una differenza interceda tra il nominalismo di Roscellino e il concettualismo di Abelardo. Il primo per opporsi bruscamente ai realisti disse gli universali pure voci, senza ricercare nè se a questi nomi corrispondano concetti determinati, nè se questi concetti sieno formati dalla nostra mente in un modo arbitrario ovvero necessariamente. Abelardo definì meglio la dottrina nominalistica riempiendo questi vuoti. Gli universaliut sicnon sono entità reali, bensì concetti che il nostro intelletto non può a meno di formare sulla scorta dei reali rapporti di somiglianza ed affinità tra i varî esseri della natura.8.Vedi la commovente confessione ad Eloisa che comincia: Heloisa quondam mihi in seculo cara, nunc in Christo carissima. (Opp., ed. Cousin, I, 680).9.Roscellino, non ammettendo altre realtà dagli individui in fuori, dovea profondamente modificare il senso tradizionale del domma della Trinità. E gli erano aperte due vie. O far ritorno al monoteismo ebraico, tenendo la distinzione delle persone per un fatto subbiettivo nato dalla necessità in cui si trova l'intelletto nostro di guardare da tre aspetti diversi ciò che pure è uno in sè; ovvero fare delle persone tre individui distinti, la cui unità, puramente nominale, stia nella conformità perfetta dei pensieri e voleri. Quest'ultimo partito sceglie Roscellino, come ne attesta Sant'AnselmoDe fide Trin.c. 3. Tres personae sunt tres res sicut tres angeli aut tres animae, ita animae, ut voluntas et potentia omnino sint idem. L'eresia dunque di Roscellino è il Triteismo di Giovanni Filopono non certo il Monarchianismo di Sabellio.10.S. Bernardo nella lettera a Innocenzo II (Ep. 330) chiama Abelardo Pier Dragone per metterlo a paro con Pierleone, l'antipapa Anacleto. Evasimus rugitum Petri Leonis, sedem Simonis Petri occupantem; sed Petrum Draconem incurrimus, fidem Simonis Petri impugnantem. Gioco di parole, che delicatamente ricordava al Papa i servigi prestati al tempo dello scisma. V. lett. 189. Leonem evasimus sed incidimus in draconem, qui non minus forsan nocet in insidiis quam ille rugiens de excelso.11.Introd. ad Theolog.,Opp., ed. Cousin, Parigi 1859, II, pag. 78. Nec quia Deus id dixerat creditur, sed quia hoc sic esse convincitur, recipitur.... At nunquam, si fidei nostrae primordia statim meritum non habent, ideo ipsa prorsus inutilis est judicanda, quam postmodum charitas subsecuta obtinet, quod illi defuerat.... Nec quod levitate geritur, stabilitate firmabitur. Unde et in Ecclesiastico scriptum est: Qui cito credit levis est corde et minorabitur.12.Op. cit., pag. 12 Videtur autem nobis suprapositis trium personarum nominibus summi boni perfectio diligentur esse descripta.... Patris quippe nomini divinae magistratis potentia designatur, qua videlicet quidquid velit efficere possit.... Filii vero Verbi appellatone sapientia Dei significatur quia scilicet cuncta discernere valeat, ut in nullo penitus decipi queat. At vero Spiritus Sancti vocabulo ipsa ejus charitas seu benignitas exprimitur, qua videlicet optime cuncta vult fieri seu disponi. Lo Spirito Santo non vuol dire un rapporto di Dio a sè medesimo, ma ad altro.Introd.pag. 101: Procedere quod est Deum se per caritatem ad alternum extendere. Quodammodo enim per amorem unusquisque ad alterum procedit, cum proprie nemo ad seipsum caritatem habere dicatur. Notisi anche questo passo che pare scritto dall'Erigena.Theol. Christ., I, 5, pag. 379: Bene autem Spiritum Sanctum animam mundi, quasi vitam universitatis Plato posuit. Quest'ultima opinione, così acerbamente censurata da S. Bernardo (Lettera citata: Dum multum sudat quommodo Platonem faciat christianum, se probat ethnicum) fu tolta a principale argomento d'accusa nel Concilio di Sens, e poi sconfessata da Abelardo nel trattatoDe divisione et definitione(Ouvrages inédites d'Abélardpar V. Cousin, Paris 1836, p. 475). Sed haec quidem fides platonica ex eo erronea esse convincitur quod illam quam mundi animam vocat, non coeternam Deo sed a Deo, more creaturarum, originem habere concedit. Spiritus enim Sanctus ita in perfectione divinae Trinitatis consistit, ut tara Patri quam Filio consubstantialis et coaequalis et coaeternus esse a nulla fidelium dubitetur. Dal che il Cousin ha benissimo dedotto che questo trattato è posteriore allaTeologia, e scritto dopo il Concilio di Sens. Il libro dunque dellaDialetticacitato nellaTeologianon può essere questode divisionepubblicato dal Cousin.13.Theolog. christ.,V, pag. 566: Necessario itaque Deus mundum esse voluit, nec otiosus extitit, quia eum priusquam fecit facere non potuit.14.Comm. in Epist. ad Rom.,II, pag. 238: Magis hoc ad poenam peccati,... quam ad culpam animi et contemptum Dei referendum videtur. Imperocchè (Eth., c. 13, pag. 615) non est peccatum nisi contra conscientiam. In questo punto (sia detto per incidenza) Abelardo rasenta il Kant (Eth., cap. 7): Opera omnia in se indifferentia sunt nec nisi pro intentione agentis vel bona vel mala dicenda sunt.15.Comm. in Epist. ad Rom.,II, pag. 207: Est illa summa in nobis per passionem Christi dilectio, quae non solum a servitute peccati liberat, sed veram nobis filiorum Dei libertatem acquirit; ut amore ejus potius quam timore cuncta impleamus.16.Theol. Christ.,I, 2.17.Sui fratelli Thierry e Bernardo, bretoni, nati a Moclan presso Quimperlé, vediHauréau,Histoire de la Phil. scolastique, Première partie, Paris 1872, pag. 392. L'Hauréau ha dimostrato che il vero autore del rinnovato realismo è Thierry, e che Bernardo nell'opera sua, recentemente pubblicata dal Barach (Bernardi Silvestris De mundi universitate libri duo seu Megocosmus et Microcosmus, Innsbruck 1876) non fa se non una parafrasi poetica delle dottrine insegnategli dal fratello. Lo scritto di Thierry intitolatoDe sex dierum operibusci è pervenuto mutilato, non più che il primo libro e parte del secondo, tuttora inediti. Dai frammenti pubblicati dall'Hauréau riproduco questo che espone in forma concisa il più schietto panteismo (pag. 402): Unitas ipsa divinitas est. At divinitas singulis rebus forma essendi est, nam sicut aliquod ex luce lucidum est, vel ex calore calidum, ita singulae res ex divinitate esse suum sortiuntur. Unde Deus totus et essentialiter ubique esse vere perhibetur, unde vere dicitur omne quod est ideo est quia unum est. Bernardo nelMegocosmonon è meno esplicito (Barach. pag. 30). Rerum porro universitas mundus nec invalida senectute decrepitus, nec supremo est obitu dissolvendus, cum de opifice causaque operis, utrisque sempiternis, de materia formaque materiae, utrisque perpetuis, ratio cesserit permanendi. Usia namque primarie aeviterna, et perseveratio fecunda pluralitatis simplicitas. Una est, sola est, ex se vel in se tota natura Dei. E qui torna la vecchia imagine neoplatonica già usata da Thierry. Ex ea igitur luce inaccessibili splender radiatus emicuit.... Bernardo nato forse un dieci anni più tardi di Guglielmo di Champeaux (intorno al 1080) gli sopravvisse circa quaranta. Guglielmo morì nel 1121, Bernardo il 1161, diciannove anni più tardi di Abelardo, del quale una tradizione lo fa scolare (Charles de Remusat,Abélard, I, 272).18.Guglielmo nato a Conches in Normandia, insegnò per lungo tempo a Parigi, ove morì nel 1154. Oltre al commento del Timeo e delDe Consolationedi Boezio scrisse laPhilosophia mundi, che fu pubblicata sotto il nome di Beda nelle opere di questo padre, e sotto il nome di Onorato d'Autun nel tom. XX dellaMaxima Bibliotheca patrum. Se Guglielmo fosse stato conseguente a sè medesimo, avrebbe dovuto, come bene avverte l'Hauréau, fare una confessione panteistica non diversa da quella di Thierry e Bernardo. In verità se lo Spirito Santo è l'anima del mondo, altrettanto deve dirsi di Dio Padre, con cui lo Spirito è tutt'uno in essenza. Ma Guglielmo non che ridursi a questo stremo, difende invece con grave inconseguenza il dualismo ortodosso. E vedi stranezza di casi! Mentre i fratelli Carnotensi non patirono nessun danno delle loro audaci e franche rivelazioni, il filosofo di Conches per lo contrario, molto più timido e circospetto di loro, fu fatto segno agli assalti dei zelanti. A capo dei quali si mise Guglielmo di S. Thierry, cui si aggiunse Gualtiero da S. Victor, ed entrambi chiamarono in aiuto S. Bernardo, per ischiacciare il capo del nuovo basilisco, che era pur mo' nato dal triste seme dell'antico. Però non fu convocato un concilio, bensì s'impose all'accusato la pronta ritrattazione, che ei fece nel dialogo intitolatoDragmaticon Philosophiae(Hauréau, I, pag. 432).19.Gilberto, nato a Poitiers, era nel 1135 cancelliere della chiesa di Chartres. Nel 1140 scolastico di S. Ilario in Poitiers, e l'anno appresso vescovo di quella diocesi. Il suo libroDei sei principiiche tratta diffusamente delle sei ultime categorie toccate di volo da Aristotile, ebbe tal successo, che fino al secoloXVIfu sempre unito al pari dell'Isagoge porfiriana al trattato aristotelico. Nel commento alDe Trinitatedel pseudo Boezio è svolta la dottrina realistica, che il contemporaneo Giovanni di Salisbury espone nel seguente modo (Metal., II, 17, pag. 817): Est autem forma nativa originalis exemplum, et quae non in mente Dei consistit, sed in rebus creatis inhaeret. Haec greco eloquio dicitur εῖδος habens se ad idaeam ut exemplum ad exemplar; sensibilis quidem in re sensibili, sed mente concipitur insensibilis; singularis quoque in singulis, sed in omnibus universalis. Queste forme sono la vera realtà, e non sono esse nelle cose, ma piuttosto le cose in loro. Egli è ben certo che nel nostro mondo la forma non si può staccare dalla materia se non mentalmente; onde i due fattori sono talmente intrinsecati, da poter chiamare sensibile o singola la forma, in quanto si manifesta e determina nelle cose individuali. Ma badiamo bene, l'individuo non è nulla di originario, bensì il risultato della complicazione di fattori universali. La saggezza, la forza d'animo, la figura di Sileno ecc., formano quel tutto che si chiama Socrate, ma ciascuno di questi fattori considerato da per sè è un universale che può trovarsi anche in Platone ed Aristotile. Questo tutto così composto si può diresubstans, in quanto è il soggetto degli accidenti; il che non importa che sia la vera sostanza, perchè anzi in tanto esiste in quanto ha per sè una parte di quell'ουσία che è l'universale. L'applicazione teologica è la seguente, che io tolgo dall'Hauréau pag. 472: Dieu est ainsi que Socrate un individue du genre de la substance; et comme la raison d'être de Socrate est l'humanité qui vit en lui, de même doit-on distinguer ce qui est Dieu, ce Dieu, de la forme essentielle qui est la Divinité. Même raisonnement sur les personnes divines. Elles se distinguent de l'essence et cependant elles participent non seulement de la même essence, mais encore de la même subsistance. Ce parquoi les personnes diffèrent entre elles est en elles un principe di distinction formelle. In altre parole Dio come tutti gl'individui risulta da fattori od elementi universali. Uno di questi elementi è il predominante, e costituisce l'essenza di Dio, o la deità, analogo a quello che in Socrate chiamiamo l'umanità. Ma come in Socrate distinguiamo anche la saggezza, la forza di volontà e simili, così in Dio distinguiamo le persone. Il principio adunque di questa distinzione s'ha da trovare in altri fattori universali, non in quello che diremmo centrale, e costituisce l'unità di essenza. Quamvis enim in eo, quo sunt, i. e. essentia, quae de illis praedicatur sit eorum indifferentia, est tamen ipsorum per quaedam, quae de uno dici non possunt, ideoqui quae de diversis dici necesse est, differentia. Questa dottrina non parve meno sospetta delle precedenti. Nel 1146 due arcidiaconi di Gilberto Calon e Arnauld lo denunziarono come eretico al Papa Eugenio III. Il quale nel suo viaggio in Francia nel 1148 tenne un concilio, ove intervenne da promotore il terribile S. Bernardo. Quattro proposizioni sospette, tolte dai libri di Gilberto, furono sconfessate, ma non per questo si approvarono le quattro opposte di S. Bernardo. Bensì furono sottoposte ad esame pochi giorni dopo nel concilio trasferitosi a Reims, e dopo molte concessioni reciproche si venne a tali formole, che sebbene suonassero censure per Gilberto, pure non si sapeva con certezza qual parte avesse vinto se l'accusatore, o l'accusato. Gilberto morì nel 1154.20.Ugo (1096-1141) ebbe a scolare Riccardo († 1173). Ed entrambi si chiamano vittorini dall'abbazia di S. Victor in Parigi di cui facean parte. Gualtiero abbate della stessa abbazia secondo Buleo (Hist. univ. paris., I, pag. 404) scrisse: contra manifestas et damnatas etiam in Conciliis haereses, quas sophistae Abaelardus, Lambardus, Petrus Pictavinus et Gilbertus Porretanus, quatuor labyrinti Franciae, uno spirito aristotelico afflati, libris sententiam suorum acuunt, limant, roborant. Visse intorno al 1180. VediFabric., a. q. n.21.Pietro Lombardo da Lumello morto vescovo di Parigi nel 1164. Nel 1152 pubblicò ilLiber sententiarum, che fece poi da testo nelle scuole teologiche. Prima di lui Ugo da S. Vittore avea pubblicata laSumma sententiarum sive eruditionis theologicae. (Opp., ed. Rotomagi, 1648, III, 417-472). E dopo di lui Pietro di Poitiers, suo discepolo (morto arcivescovo nel 1205) scrissequinque libros sententiarum. (Fabricio, ed. fior., V, 258).22.Giovanni da Salisbury nato tra il 1110 e il 1120, morto vescovo di Chartres nel 1180. I due noti libri ilPolicraticused ilMetalogicusfuron pubblicati nel 1159 secondo lo Schaarschmidt (Iohannes Sarisberiens. pag. 143 e 211). Lo stesso autore giustamente osserva (pag. 84): Grade darauf beruht ein grosser Theil des Interesses, welches man an ihm nehmen muss, dass er sich von der unerquicklichen Modewissenschaft der gelehrten Schulen seiner Zeit, der disputirenden Dialektik, zu den Alten als einer reineren Quelle der Geistebildung gewandt hat, und ein Vorläufer des Humanismus die Früchte dieser seiner classischen Studien in eigene Leistungen darzulegen und auszupragen bestrebt ist. (pag. 313).... von der Unzulänglichkeit unseres Erkennens in Bezug auf die hochsten Fragen durchdrungen, immer auf das praktische Gebiet der Ethik hinuber eilte. Che Giovanni penda per la Filosofia accademica V.Polic., VII, 1 e 2; 11, 22;Metal., 11, 14; IV, 20.23.Le opinioni filosofiche di Averroè s'accordavano tanto poco col dommatismo religioso, che la sua alta posizione sociale di Kadì di Cordova, e la fama che s'era acquistata colle sue faticose opere non lo salvarono dalle persecuzioni dei fanatici.[24]Il re Almançour, tolte al vecchio filosofo tutte le dignità da lui stesso e dal suo predecessore conferitegli, lo relegò in Lucera presso Cordova; e benchè per intercessione altrui gli permettesse di far ritorno in Marocco, gl'ingiunse pertanto di passarvi il resto dei suoi giorni nell'isolamento, e come in reclusione. Da quel tempo Averroè non si mosse più dalla capitale, dove, affranto dal destino morì nel 1198, in età di settantadue anni. (Era nato a Cordova nel 1126). IlMunk(Mélanges de philosophie juive et arabe, pag. 455-56) espone in questi termini le opinioni del filosofo arabo: Malgré ses opinions si peu d'accord avec ses croyances religieuses, Ibn-Roschd tenait a passer pour bon musulman. Selon lui les vérités philosophiques sont le but plus élevé, que l'homme puisse atteindre, mais il n'y a que peu d'hommes qui puissent y parvenir par la spéculation et les révélations prophétiques, qui étaient nécessaires pour répandre parmi les hommes les vérités éternelles, également proclamées par la religion et la philosophie. Nous devons tous dans notre jeunesse nous laisser guider par la religion et suivre strictement ses préceptes; et si plus tard, nous arrivons à comprendre les hautes vérités de la religion par la voie de la spéculation, nous ne devons pas dédaigner les doctrines et les préceptes dans lesquels nous avons été élevés. Intorno agl'indifferenti riscontraReuter,Geschichte der relig. Aufklärung im Mittelalter, II, 133 e segg.24.Sul fanatismo dei Musulmani occidentali molto superiore a quello degli occidentali vediDozy,Hist. de l'Islamisme, Paris 1879, pag. 340 e segg.25.Sull'importanza che ebbe nel secolo XIII ilFons vitaedell'Avicebronio il Munk, op. cit. pag. 151, dice: Il paraît avoir exercé une influence notable dans les écoles chrétiennes et avoir donné naissance à des doctrines hétérodoxes que les théologiens jugeaient assez redoutables pour s'armer contre elles de tous les arguments que leur fournissaient les dogmes religieux et une dialectique subtile. Les fréquentes citations du livreFons vitaeque nous rencontrons notamment dans les ouvrages d'Albert le grand et de S. Thomas d'Aquin, témoignent de la grande vogue qu'avait alors ce livre et de la profonde sensation que faisaient les doctrines qui y étaient développées. Lo stesso Munk fece l'importante scoperta che il creduto filosofo arabo (moro dice Bruno), del quale nessuno sapeva dire quando e dove fosse nato, è un poeta e filosofo ebraico ben noto, Salomon-Ibn-Gebirol, nome che passando per le bocche dei latini si corruppe in Avicebronio, nello stesso modo che Ibn-Roschd divenne Averroé, Ibn-Sina Avicenna. Il y a peu de noms aussi populaires parmi le Juifs que celui de Salomon ben-Gebirol; un grand nombre de ses hymnes se sont conservés jusqu'à nos jours dans la liturgie sinagogale de tous les pays. Mais tout ce que nous savons de certain sur sa vie, c'est qu'il était né à Malaga et qu'il reçut son éducation a Saragosse, où il composa en 1045 un petit traité de morale (pag. 155). La dottrina dell'Avicebronio, venne compendiata da uno scrittore ebreo di nome Ibn Faléquera, il quale tradusse dall'arabo i luoghi più importanti dei 5 libri delFons vitae, che gli parvero contenere tutto il sistema. E dalla traduzione di questo compendio, e dall'analisi del manoscritto latino delFons vitae, trovato dal Munk nella biblioteca parigina s'attinge ora una notizia dell'Avicebronio molto più compiuta ed esatta che non dalle citazioni dei dottori scolastici. On reconnait dans ce systême l'influence de la doctrine des Alessandrins, et la philosophie de Ibn-Gebirol, serait à peu près identique avec celle de Plotin et de Proclus si, dominé par le dogme religieux, il n'avait pas cherché à éviter les conséquences de ces doctrines panthéistes en se réfugiant dans l'hypothèse de la volonté (pag. 231).26.Perversissimum dogma impii Amorici cujus mentem sic pater mendacii excaecavit, ut ejus doctrina non tam haeretica censenda sit, quam insana. (Mansi, XXII, 986).27.Martène,Thesaurus, IV, 166.28.Universos haereticos, quibuscumque nominibus censeantur, facies quidem habentes diversas, sed caudas ad invicem collegatas. (Mansi, l. c.).29.Moneantur saeculares potestates .... pro defensione fidei praestent publice juramentum, quod de terris suae jurisdictioni subjectis universos haereticos ab ecclesia denotatos bona fide pro viribus exterminare studebunt .... Si vero dominus temporalis requisitus et monitus ab ecclesia terram suam purgare neglexerit ab hac haeretica foeditate .... excommunicationis vinculo innodetur. Et si satisfacere contempserit infra annum, significetur hoc summo pontifici: ut ex tunc ipse vassallos ab ejus fidelitate denunciet absolutos, et terram exponat catholicis occupandam, qui eam exterminatis haereticis sine ulla contradictione possideant, et in fidei puritate conservent. Il canone del concilio lateranense contro l'eresia fu inserito nella legge contro gli eretici, che pubblicò Federico II nel 22 novembre 1220 giorno della sua incoronazione. Quattro anni più tardi due altri editti più severi (Pietro delle Vigne,Lett., I, ep. 25-27.Mansi, XXIII, 586).30.Sul valore di Vincenzo di Beauvais scrisse acute osservazioni ilBartolineiPrecursori del Rinascimento, pag. 29, e nellaStoria della letteratura italiana, I, pag. 245.31.Riscontrate il bellissimo capitolo delFiorentinosulla scolastica, nella nota operaPietro Pompazzi, pag. 124 e segg., e dello stesso autoreManuale di storia di Filosofia, parte II, pag. 94 e segg. InoltreRenan,Averroès et l'Averroisme, pag. 225, 3ª ediz.32.VediRenan, op. cit., pag. 301 e segg. Che l'Anticristo sia messo come il rappresentante dello scisma si pare dall'affresco del S. Petronio di Bologna, ove accanto a Maometto ed Averroè è messo il capo dei nicolaiti, i quali non si confondevano nel medio evo coi maomettani, come dice il Renan, bensì rappresentavano i preti concubinarii, aspramente combattuti insieme ai simoniaci dalla chiesa romana. L'affresco del Gaddi nel cappellone degli Spagnuoli in Santa Maria Novella in luogo di Nicola ha Sabellio, che insieme ad Ario ed Averroè vengono rappresentati come confusi e vinti dal loro grande avversario.V. Hettner,Italienische Studien, Braunschweig 1879, pag. 115.33.S. Tommaso,Summa contra Gentes, 1, 26: Quod est commune multis, non est aliquid praeter multa nisi sola ratione. Ivi 1, 65: Universalia non sunt res subsistentes, sed habent esse solum in singularibus ut probatur in VII met.34.S. Tommaso,De univ.opusc. 50 ed. Parma 1864, tom. XVII, pag. 128 b. Et tangitur in hoc duplex esse universale: unum quod est in rebus, aliud secundum quod est in anima. Et quantum ad istud esse quod est rationis, habet rationem praedicabilis; quantum vero ad aliud esse, est quaedam natura, et non est universale actu, sed potentia; quia potentiam habet ut talis natura fiat universalis per actionem intellectus, .... depurantis ipsam (naturam) a conditionibus quae sunt hic et nunc.35.Cito il noto passo diAlberto Magno,De natura et orig. animae, Tract. I, cap.II(Opp., Lugduni 1651, tom. V, pag. 186 b.): et tunc resultant tria formarum genera; unum quidem ante rem existens, quod est causa formativa rerum, praehabens simpliciter et immaterialiter et immobiliter omnes diversitates formarum factorum materialiter; aliud autem est ipsum genus formarum, quae fluctuant in materia et materiae sunt perfectiones; tertium antem est genus formarum, quod abstrahente intellectu separatur a rebus, secundum modum speciei et generis et generalissimi in quolibet genere rerum. Et horum trium generum primum quidem est ante rem, ut diximus. Secundum autem est in re .... tertium autem est post rem.36.AncheAlberto Magnoscrisse: De unitate intellectus contra Averrhoem.Opp., V, 218-37.37.VediZeller,Philosophie der Griechen, II, 23pag. 566-78.38.Nel principio del cap. 5 del lib. IIIDe anima, 430 a 10-14 Aristotele dice: che poichè in tutta la natura occorrono differenze di materia e forma potenza ed atto, si daranno anche nell'anima.39.De an.III, 5, pag. 430 a 23-25.40.Avicenna,De an.cap.X, (Venezia 1546): Haec igitur manatio, vel hoc a quo fit manatio, cum qua conjungitur anima, est substantia intellectiva non corporea, neque in corpore; sed est existens per se: quae inhaeret vel accidit vel assistit animae rationali, sicut inhaeret lumen visui. Verum lumen confert vel tribuit cum semplicitate essentiae suae visui virtutem super apprehensionem solum, et non formam apprehensam; et haec substantia confert vel tribuit cum simplicitate essentiae suae virtuti rationali virtutem super apprehensionem et facit in ea advenire formas apprehensibiles etiam, sicut declaravimus.41.Aristotelis De anima cum Averrois commentariis, Venetiis 1562 fol. 149 v: Ex hoc dicto nos possumus opinari intellectum materialem esse unicum in cunctis individuis.Destr. destruct1, dub. 8: prae caeteris assimilatur lumini, et sicut lumen dividitur ad divisionem corporum illuminatorum, deinde fit unum in ablatione corporum, sic est res in animabus cum corporibus. Per tal guisa Averroè crede di conciliare le due interpetrazioni di Alessandro d'Afrodisia e di Temistio. Questi ha ragione di sostenere esser l'intelletto attivo ed il passivo un solo e medesimo intelletto; ma ha torto d'intrinsecarlo coll'anima individuale, nè per questo verso si può dissentire dall'Afrodisio, a mente del quale il vero e compiuto intelletto è esterno all'anima umana. Prendendo dunque dal Temistio l'identificazione dei due intelletti, e dall'Afrodisio l'esteriorità Averroè riesciva ad una dottrina psicologica di questa forma: Ciò che v'ha d'individuale e di diverso negli uomini è la forma del corpo organico, cioè l'anima come principio vitale. A quest'anima appartiene il sentire, l'immaginare, ed anche una certa virtù valutativa. Ma questo complesso di funzioni non forma ancora l'intelletto neanche in potenza. Occorre l'opera di una causa esterna, dell'intelletto agente, perchè da quella oscurità si sprigioni una scintilla, o in altre parole perchè l'anima sia capace di nuove funzioni. Quindi anche l'intelletto passivo è creazione dell'Intelletto agente. Formatasi questa nuova potenza o l'intelletto passivo, si tradurrà in atto sotto l'influsso permanente del νοῦς ποιητικὸς, e per tal guisa diverrà intelletto acquisito.42.Epit. meteor.tr. 4: Intellectus autem agens ordinatur ex ultimo horum in ordine, et ponamus ipsum esse motorem orbis Lunae.43.Summa theol., I, qu. 79, art. 3: Si noster intellectus agens non esset aliquid animae, sed esset quaedam substantia separata, unus esset intellectus agens omnium hominum, et hoc intelligunt qui ponunt unitatem intellectus agentis. Si autem intellectus agens sit aliquid animae, et quaedam virtus ipsius, necesse est dicere quod sint plures intellectus agentes, secundum pluralitatem animarum, quae multiplicantur secundum multiplicationem hominum.44.S. Tommaso nell'opuscolo citatoDe Unitate intellectus, ediz. Parma,Opp., XVI, 217 a, dice: Se fosse vera la dottrina averroistica sicut igitur paries non videt, sed videtur ejus color, ita videretur quod homo non intelligeret, sed quod ejus phantasmata intelligerentur ab intellectu possibili. Come si vede S. Tommaso combatte Averroè colle stesse immagini da lui adoperate a colorire le proprie dottrine; nè a torto conchiude: Impossibile est ergo quod hic homo intelligit secundum positionem Averrois. E per conseguenza negato l'intelletto, gli si negherà anche la volontà pag. 218 b et ita hic homo non erit dominus sui actus .... quod est divellere principia moralis philosophiae.45.Anche S. Tommaso, sebbene con restrizione, ammette questo (S. t., qu. 84, art.VII): Impossibile est intellectum, secundum praesentis vitae statum, quo possibili corpori conjungitur, aliquid intelligere in actu nisi convertendo se ad phantasmata.46.S. Tommaso da buon aristotelico non può ammettere l'assoluto dualismo tra anima e corpo, chè in tal caso la loro unione sarebbe affatto accidentale. In 111 Sent., dist. V, qu. 3, art. 2: si corpus animae accidentaliter adveniret, unde hoc nomenhomo, de cujus intellectu est anima et corpus, non significaret unum per se, sed per accidens, et ita non esset in genere substantiae. Altra conseguenza assurda dell'assoluto dualismo (S. t., I, qu. 76, art. 6): Dicendum quod si anima uniretur corpori solum ut motor, nihil prohiberet, imo magis necessarium esset, esse aliquas dispositiones medias inter animam et corpus. Contro questa separazione protesta pure l'esperienza psichica. Ivi, qu. 75, art. 4: Ostensum est quod sentire non est operatio animae tantum. Cum igitur sentire sit quaedam operatio hominis licet non propria, manifestum est quod homo non est animo tantum, sed aliquid compositum ex anima et corpore. Ivi, qu. 90, art. 4: Anima autem cum sit pars humanae naturae non habet naturalem perfectionem nisi secundum quod est corpori unita. Unde non fuisset conveniens animam sine corpore creari.C. Gentes, II, 83: Animae igitur prius convenit esse unitam corpori quam separatam.47.In Plotino si trova un accenno a questa dottrina. L'anima come ultimo termine della triade partecipa per un verso della perfezione delnousche la generò, e per l'altro dell'imperfezione del mondo sensibile da lei generato.Enn., V, 1, 7. E prima di Plotino i gnostici aveano nello stesso modo determinata la posizione dell'ultimo eone, dellasophiaoachamothla quale bandita dai confini del beato regno delplēromavive in trepidazione, e dalle lagrime sue nasce il mondo sensibile.Ireneo, 1, 4, 2 ci dà la spiegazione del mito.48.Che l'indecisione ed il problema rimonti ad Aristotele stesso non v'ha dubbio. NellaMetafisicaAristotele pone nettamente il quesito: se la sostanza è il sostrato a cui tutto si può attribuire, mentre esso non s'attribuisce ad alcuno, che cosa s'ha a dire sostanza? la materia, la forma o il sinolo di entrambe? (Z 3. 1029 a 2). A prima giunta sembra la materia, perchè essa sarebbe il soggetto di tutti i predicati qualitativi e quantitativi come rosso, bianco, alto, lungo e simili (a18-26). Ma per un altro verso la materia non è mai separabile dalla forma. La pura materia, destituita di ogni forma, è una astrazione, in realtà dacchè il mondo è eterno, sono eterni ad esempio i quattro elementi nei quali la materia è intrinsecata ad una forma determinata (a27). Ma neanche la forma è la vera sostanza, perchè ella è l'essenza espressa nella definizione della cosa (Z. 4. 1030 a 6). E se l'essenza fosse da per sè, come le idee platoniche, non potrebbe mai predicarsi a soggetti di sorta (Z. 6. 1031 b 16). Il che è manifesto assurdo, chè tutti distinguono i predicati essenziali dagli accidentali. La vera sostanza non è dunque nè la materia nè la forma che sono entrambi fattori universali; ma l'intreccio dell'uno e dell'altro (Z. 10. 1036 a 27). Se non che questa soluzione non è senza difficoltà. Aristotele stesso avea detto in un altro capitolo:lasciamo pure da parte la sostanza composta dei due fattori, materia e forma, chè dessa è posteriore ai componenti. (Z. 3. 1029 a 30). E poi o questa dualità di fattori è puramente ideale, o come diremmo oggi subbiettiva, ed in tal caso non è risoluto ma negato assolutamente il problema. L'individuo è originario, ed è quello che è. La scomposizione in materia e forma non sarebbe reale, ma una necessità del nostro pensiero che guarda la cosa da due aspetti. Nella realtà delle cose non si darebbe nè una materia che si specifichi, nè una forma che s'individui per via; bensì esisterebbero individui che generano individui simili a sè (Z. 8. 1033 b 33). Questo mostruoso individualismo, che ammetterebbe come originarii ed indeducibili non gli elementi più semplici, gli atomi, ma le individualità più ricche, è certo lontano dal pensiero di Aristotele, il quale non rinunzia a spiegare la genesi dell'individuo. Ed in tal caso torna sempre il problema. Ammettiamo pure che l'individuo o la sostanza vera consti di due fattori; ma dei due qual'è il determinante e quale l'indeterminato?
1.Giovanni Scoto Erigena nacque in Irlanda (Scotia major) sul cominciare del secolo nono. Carlo il Calvo non molto dopo il suo innalzamento al trono (843) lo chiamò a dirigere la scuola palatina, e più tardi gli commise di tradurre dal greco le opere del pseudo Dionigi l'Areopagita. Indarno il papa Niccolò I si dolse che questa traduzione fosse pubblicata prima di venire sottoposta alla censura. Scoto morì in Francia intorno all'anno 877. Secondo l'Hauréau la fine tragica in Inghilterra attribuitagli dagli storici è una favola nata dallo scambio di due omonimi.
1.Giovanni Scoto Erigena nacque in Irlanda (Scotia major) sul cominciare del secolo nono. Carlo il Calvo non molto dopo il suo innalzamento al trono (843) lo chiamò a dirigere la scuola palatina, e più tardi gli commise di tradurre dal greco le opere del pseudo Dionigi l'Areopagita. Indarno il papa Niccolò I si dolse che questa traduzione fosse pubblicata prima di venire sottoposta alla censura. Scoto morì in Francia intorno all'anno 877. Secondo l'Hauréau la fine tragica in Inghilterra attribuitagli dagli storici è una favola nata dallo scambio di due omonimi.
2.Le immagini adoperate da Scoto sono tutte improntate all'emanatismo neoplatonico.De divis. nat., IV, 5: pag. 311 Est autem generalissima quaedam et communis omnium natura, ab uno omnium principio creata; ex qua veluti amplissimo fonte per poros occultos corporales creaturae velut quidam rivuli derivantur, et in diversas formas singularum rerum eructant. Nè crediate che questacommunis naturasia una cosa diversa dalprincipium. Basterebbero tra mille questi due passi a mostrarne l'identità, III, 23: pag. 249 Creatur enim a se ipsa in primordialibus causis, ac per hoc se ipsam creat, hoc est in suis theophaniis incipit apparere, ex occultissimis naturae suae sinibus volens emergere III, 17: pag. 238 Proinde non duo a se ipsis distantia debemus intelligere Dominum et creaturam, sed unum et id ipsum. Nam et creatura in Deo est subsistens, et Deus in creatura mirabili et ineffabili modo creatur.... omnia creans in omnibus creatum, et omnium factor factum in omnibus. Scoto Erigena è il primo rappresentante di quell'indirizzo filosofico, che attribuisce una realtà a sè ai concetti universali. Ac per hoc intelligitur quod ars illa, quae dividit genera in species, et species in genera resolvit, non ab humanis machinationibus sit facta, sed in natura rerum ab auctore omnium artium, quae vero artes sunt, condita.De divis. nat., IV, 4, pag. 310. Cito l'ediz. del 1838 pubblicata in Münster.
2.Le immagini adoperate da Scoto sono tutte improntate all'emanatismo neoplatonico.De divis. nat., IV, 5: pag. 311 Est autem generalissima quaedam et communis omnium natura, ab uno omnium principio creata; ex qua veluti amplissimo fonte per poros occultos corporales creaturae velut quidam rivuli derivantur, et in diversas formas singularum rerum eructant. Nè crediate che questacommunis naturasia una cosa diversa dalprincipium. Basterebbero tra mille questi due passi a mostrarne l'identità, III, 23: pag. 249 Creatur enim a se ipsa in primordialibus causis, ac per hoc se ipsam creat, hoc est in suis theophaniis incipit apparere, ex occultissimis naturae suae sinibus volens emergere III, 17: pag. 238 Proinde non duo a se ipsis distantia debemus intelligere Dominum et creaturam, sed unum et id ipsum. Nam et creatura in Deo est subsistens, et Deus in creatura mirabili et ineffabili modo creatur.... omnia creans in omnibus creatum, et omnium factor factum in omnibus. Scoto Erigena è il primo rappresentante di quell'indirizzo filosofico, che attribuisce una realtà a sè ai concetti universali. Ac per hoc intelligitur quod ars illa, quae dividit genera in species, et species in genera resolvit, non ab humanis machinationibus sit facta, sed in natura rerum ab auctore omnium artium, quae vero artes sunt, condita.De divis. nat., IV, 4, pag. 310. Cito l'ediz. del 1838 pubblicata in Münster.
3.Anselm.De fide Trinit., cap. 2. Illi utique nostri temporis dialectici imo dialectice haeretici, qui non nisi flatum vocis putant esse universales substantias. Non metto in dubbio che l'espressioneflatus vocissia stata usata da Roscellino, il quale nella disputa contro i Realisti ebbe i suoi buoni motivi di opporre ad un'affermazione assoluta un'assoluta negazione. Dal che non segue però che si debba intendere alla lettera questa espressione polemica, come se Roscellino tenga gli universali per puri nomi, ai quali non corrisponda neanche un concetto.
3.Anselm.De fide Trinit., cap. 2. Illi utique nostri temporis dialectici imo dialectice haeretici, qui non nisi flatum vocis putant esse universales substantias. Non metto in dubbio che l'espressioneflatus vocissia stata usata da Roscellino, il quale nella disputa contro i Realisti ebbe i suoi buoni motivi di opporre ad un'affermazione assoluta un'assoluta negazione. Dal che non segue però che si debba intendere alla lettera questa espressione polemica, come se Roscellino tenga gli universali per puri nomi, ai quali non corrisponda neanche un concetto.
4.Abelardonel trattatoDe Divis. et definit.(Ouv. inéd. d'Abélard, pars V. Cousin, 1836, p. 471). Fuit autem, memini, magistri nostri Roscellini tam insana sententia, ut nullam rem partibus constare vellet sed sicut solis vocibus species, ita et partes adscribebat. In altre parole la scomposizione del tutto nelle sue parti (quando la totalità è organica), è un processo puramente intellettivo. In realtà non si può staccare una parte dall'altra senza distruggere la parte stessa, come ad esempio un membro divelto dall'organismo non è più cosa vivente, ma materia inerte. Ma se si considera la cosa più da vicino, il vero nominalista non può ammettere questa forza misteriosa, che conferisce alle parti un nuovo valore, e le trasforma in membra vive di una totalità ideale. Il vero indivisibile per il nominalista non è dunque il tutto, ma ciò che non ha parti di sorta. Questo è lo schietto individuo, ente semplice, che resta sempre eguale a sè medesimo, benchè la mente nostra guardandolo da varî aspetti, possa artificiosamente dividerlo in altrettante porzioni.
4.Abelardonel trattatoDe Divis. et definit.(Ouv. inéd. d'Abélard, pars V. Cousin, 1836, p. 471). Fuit autem, memini, magistri nostri Roscellini tam insana sententia, ut nullam rem partibus constare vellet sed sicut solis vocibus species, ita et partes adscribebat. In altre parole la scomposizione del tutto nelle sue parti (quando la totalità è organica), è un processo puramente intellettivo. In realtà non si può staccare una parte dall'altra senza distruggere la parte stessa, come ad esempio un membro divelto dall'organismo non è più cosa vivente, ma materia inerte. Ma se si considera la cosa più da vicino, il vero nominalista non può ammettere questa forza misteriosa, che conferisce alle parti un nuovo valore, e le trasforma in membra vive di una totalità ideale. Il vero indivisibile per il nominalista non è dunque il tutto, ma ciò che non ha parti di sorta. Questo è lo schietto individuo, ente semplice, che resta sempre eguale a sè medesimo, benchè la mente nostra guardandolo da varî aspetti, possa artificiosamente dividerlo in altrettante porzioni.
5.S. Tommaso nellaSumma Theolog.I,Quaest.II, art. 1, ricorda evidentemente il celebre argomento di S. Anselmo: Sed intellecto quid significet hoc nomenDeus, statim habetur quod Deus est. Significatur enim hoc nomine id quo majus significari non potest: majus autem est quod est in re et in intellectu, quam quod est in intellectu tantum: unde cum intellecto hoc nomineDeus, statim sit in intellectu, sequitur etiam quod sit in re. E lo combatte in questo modo: forte ille qui audit hoc nomenDeusnon intelliget significari aliquid, quo majus cogitari non possit, cum quidam crediderint Deum esse corpus. Dato etiam quod quilibet intelligat hoc nomineDeussignificari hoc quod dicitur, scilicet illud quo majus cogitari non potest, non tamen propter hoc sequitur quod intelligat id quod significatur per nomen, esse in rerum natura sed in apprehensione intellectus tantum. All'Aquinate non isfuggirono certo i pericoli dell'identificazione del reale coll'ideale, e di quel semirazionalismo che ne era la conseguenza, ed il meglio che potesse vi si oppose. Valga ad esempio il confronto delle due interpretazioni del domma della Trinità. S. Anselmo nelMonol.cap. 47, scrive: At si ipsa substantia Patris est intelligentia, et scientia, et sapientia et veritas, consequenter colligitur quia sicut Filius est intelligentia et scientia et sapientia et veritas paternae substantiae, ita est intelligentia intelligentiae, scientia scientiae. Cap. 49: Quam enim absurde negetur summus spiritus se amare sicut sui memor est, et se intelliget!.... otiosa namque et penitus inutilis est memoria et intelligentia cujuslibet rei, nisi prout ratio exigit, res ipsa ametur vel reprobetur. La qual dottrina mena a questo risultato, che non solo l'essenza, ma anche le funzioni delle tre persone sono identiche; onde se è salva l'unità di natura, corre pericolo la trina distinzione, o per parlare il linguaggio di S. Tommaso: Sed secundum Anselmum sicut Pater est intelligens et Filius est intelligens, et Spiritus Sanctus est intelligens; ita Pater est dicens, Filius est dicens, et Spiritus Sanctus est dicens, et similiter quilibet eorum dicitur. Ergo nomen Verbiessentialiterdicitur in divinis et nonpersonaliter. Il che non è vero, perchè sicut Verbum non est commune Patri et Filio et Spiritui Sancto ita non est verum quod Pater et Filius et Spiritus Sanctus sintunus dicens(S. T., I, quaest.XXXIV, art. 1). Questa risposta mostra il metodo di S. Tommaso, che è tutto fondato sull'autorità. Se nei libri canonici è scritto il Verbo non esser comune al Padre ed allo Spirito, la relazione, che viene rappresentata dal Verbo, non può attribuirsi alle altre persone. E qualunque sieno i bisogni della Ragione debbono tacere innanzi alla sacra testimonianza, la quale sola ci può dar contezza dei misteri divini. Per rationem igitur naturalem cognosci possunt de Deo ea quae pertinent ad unitatem essentiae, non autem ea quae pertinent ad distinctionem personarum (Ivi, qu.XXXII, art. 1).
5.S. Tommaso nellaSumma Theolog.I,Quaest.II, art. 1, ricorda evidentemente il celebre argomento di S. Anselmo: Sed intellecto quid significet hoc nomenDeus, statim habetur quod Deus est. Significatur enim hoc nomine id quo majus significari non potest: majus autem est quod est in re et in intellectu, quam quod est in intellectu tantum: unde cum intellecto hoc nomineDeus, statim sit in intellectu, sequitur etiam quod sit in re. E lo combatte in questo modo: forte ille qui audit hoc nomenDeusnon intelliget significari aliquid, quo majus cogitari non possit, cum quidam crediderint Deum esse corpus. Dato etiam quod quilibet intelligat hoc nomineDeussignificari hoc quod dicitur, scilicet illud quo majus cogitari non potest, non tamen propter hoc sequitur quod intelligat id quod significatur per nomen, esse in rerum natura sed in apprehensione intellectus tantum. All'Aquinate non isfuggirono certo i pericoli dell'identificazione del reale coll'ideale, e di quel semirazionalismo che ne era la conseguenza, ed il meglio che potesse vi si oppose. Valga ad esempio il confronto delle due interpretazioni del domma della Trinità. S. Anselmo nelMonol.cap. 47, scrive: At si ipsa substantia Patris est intelligentia, et scientia, et sapientia et veritas, consequenter colligitur quia sicut Filius est intelligentia et scientia et sapientia et veritas paternae substantiae, ita est intelligentia intelligentiae, scientia scientiae. Cap. 49: Quam enim absurde negetur summus spiritus se amare sicut sui memor est, et se intelliget!.... otiosa namque et penitus inutilis est memoria et intelligentia cujuslibet rei, nisi prout ratio exigit, res ipsa ametur vel reprobetur. La qual dottrina mena a questo risultato, che non solo l'essenza, ma anche le funzioni delle tre persone sono identiche; onde se è salva l'unità di natura, corre pericolo la trina distinzione, o per parlare il linguaggio di S. Tommaso: Sed secundum Anselmum sicut Pater est intelligens et Filius est intelligens, et Spiritus Sanctus est intelligens; ita Pater est dicens, Filius est dicens, et Spiritus Sanctus est dicens, et similiter quilibet eorum dicitur. Ergo nomen Verbiessentialiterdicitur in divinis et nonpersonaliter. Il che non è vero, perchè sicut Verbum non est commune Patri et Filio et Spiritui Sancto ita non est verum quod Pater et Filius et Spiritus Sanctus sintunus dicens(S. T., I, quaest.XXXIV, art. 1). Questa risposta mostra il metodo di S. Tommaso, che è tutto fondato sull'autorità. Se nei libri canonici è scritto il Verbo non esser comune al Padre ed allo Spirito, la relazione, che viene rappresentata dal Verbo, non può attribuirsi alle altre persone. E qualunque sieno i bisogni della Ragione debbono tacere innanzi alla sacra testimonianza, la quale sola ci può dar contezza dei misteri divini. Per rationem igitur naturalem cognosci possunt de Deo ea quae pertinent ad unitatem essentiae, non autem ea quae pertinent ad distinctionem personarum (Ivi, qu.XXXII, art. 1).
6.Scoto Erig.,De divis. nat.,II, 22, pag. 124. Patri dat (Theologia) omnia facere, Verbo dat omnes.... primordiales rerum causas aeternaliter fieri: Spiritui dat ipsas primordiales causas in Verbo factas in effectus suos foecundatas distribuere.V, 25, pag. 479. Ac si aperte diceret: Si Dei sapientia in effectus causarum, quae in ea aeternaliter vivunt, non descenderet, causarum ratio periret; pereuntibus enim causarum effectibus nulla causa remaneret, sicuti pereuntibus causis nulli remanerent effectus.
6.Scoto Erig.,De divis. nat.,II, 22, pag. 124. Patri dat (Theologia) omnia facere, Verbo dat omnes.... primordiales rerum causas aeternaliter fieri: Spiritui dat ipsas primordiales causas in Verbo factas in effectus suos foecundatas distribuere.V, 25, pag. 479. Ac si aperte diceret: Si Dei sapientia in effectus causarum, quae in ea aeternaliter vivunt, non descenderet, causarum ratio periret; pereuntibus enim causarum effectibus nulla causa remaneret, sicuti pereuntibus causis nulli remanerent effectus.
7.Molti scrittori distinguono il nominalismo di Roscellino dal concettualismo di Abelardo riferendosi al noto passo di Giovanni Saresberiense (Metalogicus, II, 17, pag. 814, Amstelaedami 1664) alius sermones intuetur et ad illos detorquet quicquid alicubi meminit scriptum; in hac autem opinione deprehensus est Peripateticus Palatinus, Abaelardus noster. La testimonianza di Giovanni (nato a Salisbury intorno al 1110 o 20, morto vescovo di Chartres nel 1180) è molto importante, comecchè ei fusse discepolo di Abelardo tra il 1136 e il 1148, e degli scrittori di quell'età l'unico che studiasse di giudicare spassionatamente le opposte scuole, senza abbracciarne alcuna. È da supporre adunque che una differenza interceda tra il nominalismo di Roscellino e il concettualismo di Abelardo. Il primo per opporsi bruscamente ai realisti disse gli universali pure voci, senza ricercare nè se a questi nomi corrispondano concetti determinati, nè se questi concetti sieno formati dalla nostra mente in un modo arbitrario ovvero necessariamente. Abelardo definì meglio la dottrina nominalistica riempiendo questi vuoti. Gli universaliut sicnon sono entità reali, bensì concetti che il nostro intelletto non può a meno di formare sulla scorta dei reali rapporti di somiglianza ed affinità tra i varî esseri della natura.
7.Molti scrittori distinguono il nominalismo di Roscellino dal concettualismo di Abelardo riferendosi al noto passo di Giovanni Saresberiense (Metalogicus, II, 17, pag. 814, Amstelaedami 1664) alius sermones intuetur et ad illos detorquet quicquid alicubi meminit scriptum; in hac autem opinione deprehensus est Peripateticus Palatinus, Abaelardus noster. La testimonianza di Giovanni (nato a Salisbury intorno al 1110 o 20, morto vescovo di Chartres nel 1180) è molto importante, comecchè ei fusse discepolo di Abelardo tra il 1136 e il 1148, e degli scrittori di quell'età l'unico che studiasse di giudicare spassionatamente le opposte scuole, senza abbracciarne alcuna. È da supporre adunque che una differenza interceda tra il nominalismo di Roscellino e il concettualismo di Abelardo. Il primo per opporsi bruscamente ai realisti disse gli universali pure voci, senza ricercare nè se a questi nomi corrispondano concetti determinati, nè se questi concetti sieno formati dalla nostra mente in un modo arbitrario ovvero necessariamente. Abelardo definì meglio la dottrina nominalistica riempiendo questi vuoti. Gli universaliut sicnon sono entità reali, bensì concetti che il nostro intelletto non può a meno di formare sulla scorta dei reali rapporti di somiglianza ed affinità tra i varî esseri della natura.
8.Vedi la commovente confessione ad Eloisa che comincia: Heloisa quondam mihi in seculo cara, nunc in Christo carissima. (Opp., ed. Cousin, I, 680).
8.Vedi la commovente confessione ad Eloisa che comincia: Heloisa quondam mihi in seculo cara, nunc in Christo carissima. (Opp., ed. Cousin, I, 680).
9.Roscellino, non ammettendo altre realtà dagli individui in fuori, dovea profondamente modificare il senso tradizionale del domma della Trinità. E gli erano aperte due vie. O far ritorno al monoteismo ebraico, tenendo la distinzione delle persone per un fatto subbiettivo nato dalla necessità in cui si trova l'intelletto nostro di guardare da tre aspetti diversi ciò che pure è uno in sè; ovvero fare delle persone tre individui distinti, la cui unità, puramente nominale, stia nella conformità perfetta dei pensieri e voleri. Quest'ultimo partito sceglie Roscellino, come ne attesta Sant'AnselmoDe fide Trin.c. 3. Tres personae sunt tres res sicut tres angeli aut tres animae, ita animae, ut voluntas et potentia omnino sint idem. L'eresia dunque di Roscellino è il Triteismo di Giovanni Filopono non certo il Monarchianismo di Sabellio.
9.Roscellino, non ammettendo altre realtà dagli individui in fuori, dovea profondamente modificare il senso tradizionale del domma della Trinità. E gli erano aperte due vie. O far ritorno al monoteismo ebraico, tenendo la distinzione delle persone per un fatto subbiettivo nato dalla necessità in cui si trova l'intelletto nostro di guardare da tre aspetti diversi ciò che pure è uno in sè; ovvero fare delle persone tre individui distinti, la cui unità, puramente nominale, stia nella conformità perfetta dei pensieri e voleri. Quest'ultimo partito sceglie Roscellino, come ne attesta Sant'AnselmoDe fide Trin.c. 3. Tres personae sunt tres res sicut tres angeli aut tres animae, ita animae, ut voluntas et potentia omnino sint idem. L'eresia dunque di Roscellino è il Triteismo di Giovanni Filopono non certo il Monarchianismo di Sabellio.
10.S. Bernardo nella lettera a Innocenzo II (Ep. 330) chiama Abelardo Pier Dragone per metterlo a paro con Pierleone, l'antipapa Anacleto. Evasimus rugitum Petri Leonis, sedem Simonis Petri occupantem; sed Petrum Draconem incurrimus, fidem Simonis Petri impugnantem. Gioco di parole, che delicatamente ricordava al Papa i servigi prestati al tempo dello scisma. V. lett. 189. Leonem evasimus sed incidimus in draconem, qui non minus forsan nocet in insidiis quam ille rugiens de excelso.
10.S. Bernardo nella lettera a Innocenzo II (Ep. 330) chiama Abelardo Pier Dragone per metterlo a paro con Pierleone, l'antipapa Anacleto. Evasimus rugitum Petri Leonis, sedem Simonis Petri occupantem; sed Petrum Draconem incurrimus, fidem Simonis Petri impugnantem. Gioco di parole, che delicatamente ricordava al Papa i servigi prestati al tempo dello scisma. V. lett. 189. Leonem evasimus sed incidimus in draconem, qui non minus forsan nocet in insidiis quam ille rugiens de excelso.
11.Introd. ad Theolog.,Opp., ed. Cousin, Parigi 1859, II, pag. 78. Nec quia Deus id dixerat creditur, sed quia hoc sic esse convincitur, recipitur.... At nunquam, si fidei nostrae primordia statim meritum non habent, ideo ipsa prorsus inutilis est judicanda, quam postmodum charitas subsecuta obtinet, quod illi defuerat.... Nec quod levitate geritur, stabilitate firmabitur. Unde et in Ecclesiastico scriptum est: Qui cito credit levis est corde et minorabitur.
11.Introd. ad Theolog.,Opp., ed. Cousin, Parigi 1859, II, pag. 78. Nec quia Deus id dixerat creditur, sed quia hoc sic esse convincitur, recipitur.... At nunquam, si fidei nostrae primordia statim meritum non habent, ideo ipsa prorsus inutilis est judicanda, quam postmodum charitas subsecuta obtinet, quod illi defuerat.... Nec quod levitate geritur, stabilitate firmabitur. Unde et in Ecclesiastico scriptum est: Qui cito credit levis est corde et minorabitur.
12.Op. cit., pag. 12 Videtur autem nobis suprapositis trium personarum nominibus summi boni perfectio diligentur esse descripta.... Patris quippe nomini divinae magistratis potentia designatur, qua videlicet quidquid velit efficere possit.... Filii vero Verbi appellatone sapientia Dei significatur quia scilicet cuncta discernere valeat, ut in nullo penitus decipi queat. At vero Spiritus Sancti vocabulo ipsa ejus charitas seu benignitas exprimitur, qua videlicet optime cuncta vult fieri seu disponi. Lo Spirito Santo non vuol dire un rapporto di Dio a sè medesimo, ma ad altro.Introd.pag. 101: Procedere quod est Deum se per caritatem ad alternum extendere. Quodammodo enim per amorem unusquisque ad alterum procedit, cum proprie nemo ad seipsum caritatem habere dicatur. Notisi anche questo passo che pare scritto dall'Erigena.Theol. Christ., I, 5, pag. 379: Bene autem Spiritum Sanctum animam mundi, quasi vitam universitatis Plato posuit. Quest'ultima opinione, così acerbamente censurata da S. Bernardo (Lettera citata: Dum multum sudat quommodo Platonem faciat christianum, se probat ethnicum) fu tolta a principale argomento d'accusa nel Concilio di Sens, e poi sconfessata da Abelardo nel trattatoDe divisione et definitione(Ouvrages inédites d'Abélardpar V. Cousin, Paris 1836, p. 475). Sed haec quidem fides platonica ex eo erronea esse convincitur quod illam quam mundi animam vocat, non coeternam Deo sed a Deo, more creaturarum, originem habere concedit. Spiritus enim Sanctus ita in perfectione divinae Trinitatis consistit, ut tara Patri quam Filio consubstantialis et coaequalis et coaeternus esse a nulla fidelium dubitetur. Dal che il Cousin ha benissimo dedotto che questo trattato è posteriore allaTeologia, e scritto dopo il Concilio di Sens. Il libro dunque dellaDialetticacitato nellaTeologianon può essere questode divisionepubblicato dal Cousin.
12.Op. cit., pag. 12 Videtur autem nobis suprapositis trium personarum nominibus summi boni perfectio diligentur esse descripta.... Patris quippe nomini divinae magistratis potentia designatur, qua videlicet quidquid velit efficere possit.... Filii vero Verbi appellatone sapientia Dei significatur quia scilicet cuncta discernere valeat, ut in nullo penitus decipi queat. At vero Spiritus Sancti vocabulo ipsa ejus charitas seu benignitas exprimitur, qua videlicet optime cuncta vult fieri seu disponi. Lo Spirito Santo non vuol dire un rapporto di Dio a sè medesimo, ma ad altro.Introd.pag. 101: Procedere quod est Deum se per caritatem ad alternum extendere. Quodammodo enim per amorem unusquisque ad alterum procedit, cum proprie nemo ad seipsum caritatem habere dicatur. Notisi anche questo passo che pare scritto dall'Erigena.Theol. Christ., I, 5, pag. 379: Bene autem Spiritum Sanctum animam mundi, quasi vitam universitatis Plato posuit. Quest'ultima opinione, così acerbamente censurata da S. Bernardo (Lettera citata: Dum multum sudat quommodo Platonem faciat christianum, se probat ethnicum) fu tolta a principale argomento d'accusa nel Concilio di Sens, e poi sconfessata da Abelardo nel trattatoDe divisione et definitione(Ouvrages inédites d'Abélardpar V. Cousin, Paris 1836, p. 475). Sed haec quidem fides platonica ex eo erronea esse convincitur quod illam quam mundi animam vocat, non coeternam Deo sed a Deo, more creaturarum, originem habere concedit. Spiritus enim Sanctus ita in perfectione divinae Trinitatis consistit, ut tara Patri quam Filio consubstantialis et coaequalis et coaeternus esse a nulla fidelium dubitetur. Dal che il Cousin ha benissimo dedotto che questo trattato è posteriore allaTeologia, e scritto dopo il Concilio di Sens. Il libro dunque dellaDialetticacitato nellaTeologianon può essere questode divisionepubblicato dal Cousin.
13.Theolog. christ.,V, pag. 566: Necessario itaque Deus mundum esse voluit, nec otiosus extitit, quia eum priusquam fecit facere non potuit.
13.Theolog. christ.,V, pag. 566: Necessario itaque Deus mundum esse voluit, nec otiosus extitit, quia eum priusquam fecit facere non potuit.
14.Comm. in Epist. ad Rom.,II, pag. 238: Magis hoc ad poenam peccati,... quam ad culpam animi et contemptum Dei referendum videtur. Imperocchè (Eth., c. 13, pag. 615) non est peccatum nisi contra conscientiam. In questo punto (sia detto per incidenza) Abelardo rasenta il Kant (Eth., cap. 7): Opera omnia in se indifferentia sunt nec nisi pro intentione agentis vel bona vel mala dicenda sunt.
14.Comm. in Epist. ad Rom.,II, pag. 238: Magis hoc ad poenam peccati,... quam ad culpam animi et contemptum Dei referendum videtur. Imperocchè (Eth., c. 13, pag. 615) non est peccatum nisi contra conscientiam. In questo punto (sia detto per incidenza) Abelardo rasenta il Kant (Eth., cap. 7): Opera omnia in se indifferentia sunt nec nisi pro intentione agentis vel bona vel mala dicenda sunt.
15.Comm. in Epist. ad Rom.,II, pag. 207: Est illa summa in nobis per passionem Christi dilectio, quae non solum a servitute peccati liberat, sed veram nobis filiorum Dei libertatem acquirit; ut amore ejus potius quam timore cuncta impleamus.
15.Comm. in Epist. ad Rom.,II, pag. 207: Est illa summa in nobis per passionem Christi dilectio, quae non solum a servitute peccati liberat, sed veram nobis filiorum Dei libertatem acquirit; ut amore ejus potius quam timore cuncta impleamus.
16.Theol. Christ.,I, 2.
16.Theol. Christ.,I, 2.
17.Sui fratelli Thierry e Bernardo, bretoni, nati a Moclan presso Quimperlé, vediHauréau,Histoire de la Phil. scolastique, Première partie, Paris 1872, pag. 392. L'Hauréau ha dimostrato che il vero autore del rinnovato realismo è Thierry, e che Bernardo nell'opera sua, recentemente pubblicata dal Barach (Bernardi Silvestris De mundi universitate libri duo seu Megocosmus et Microcosmus, Innsbruck 1876) non fa se non una parafrasi poetica delle dottrine insegnategli dal fratello. Lo scritto di Thierry intitolatoDe sex dierum operibusci è pervenuto mutilato, non più che il primo libro e parte del secondo, tuttora inediti. Dai frammenti pubblicati dall'Hauréau riproduco questo che espone in forma concisa il più schietto panteismo (pag. 402): Unitas ipsa divinitas est. At divinitas singulis rebus forma essendi est, nam sicut aliquod ex luce lucidum est, vel ex calore calidum, ita singulae res ex divinitate esse suum sortiuntur. Unde Deus totus et essentialiter ubique esse vere perhibetur, unde vere dicitur omne quod est ideo est quia unum est. Bernardo nelMegocosmonon è meno esplicito (Barach. pag. 30). Rerum porro universitas mundus nec invalida senectute decrepitus, nec supremo est obitu dissolvendus, cum de opifice causaque operis, utrisque sempiternis, de materia formaque materiae, utrisque perpetuis, ratio cesserit permanendi. Usia namque primarie aeviterna, et perseveratio fecunda pluralitatis simplicitas. Una est, sola est, ex se vel in se tota natura Dei. E qui torna la vecchia imagine neoplatonica già usata da Thierry. Ex ea igitur luce inaccessibili splender radiatus emicuit.... Bernardo nato forse un dieci anni più tardi di Guglielmo di Champeaux (intorno al 1080) gli sopravvisse circa quaranta. Guglielmo morì nel 1121, Bernardo il 1161, diciannove anni più tardi di Abelardo, del quale una tradizione lo fa scolare (Charles de Remusat,Abélard, I, 272).
17.Sui fratelli Thierry e Bernardo, bretoni, nati a Moclan presso Quimperlé, vediHauréau,Histoire de la Phil. scolastique, Première partie, Paris 1872, pag. 392. L'Hauréau ha dimostrato che il vero autore del rinnovato realismo è Thierry, e che Bernardo nell'opera sua, recentemente pubblicata dal Barach (Bernardi Silvestris De mundi universitate libri duo seu Megocosmus et Microcosmus, Innsbruck 1876) non fa se non una parafrasi poetica delle dottrine insegnategli dal fratello. Lo scritto di Thierry intitolatoDe sex dierum operibusci è pervenuto mutilato, non più che il primo libro e parte del secondo, tuttora inediti. Dai frammenti pubblicati dall'Hauréau riproduco questo che espone in forma concisa il più schietto panteismo (pag. 402): Unitas ipsa divinitas est. At divinitas singulis rebus forma essendi est, nam sicut aliquod ex luce lucidum est, vel ex calore calidum, ita singulae res ex divinitate esse suum sortiuntur. Unde Deus totus et essentialiter ubique esse vere perhibetur, unde vere dicitur omne quod est ideo est quia unum est. Bernardo nelMegocosmonon è meno esplicito (Barach. pag. 30). Rerum porro universitas mundus nec invalida senectute decrepitus, nec supremo est obitu dissolvendus, cum de opifice causaque operis, utrisque sempiternis, de materia formaque materiae, utrisque perpetuis, ratio cesserit permanendi. Usia namque primarie aeviterna, et perseveratio fecunda pluralitatis simplicitas. Una est, sola est, ex se vel in se tota natura Dei. E qui torna la vecchia imagine neoplatonica già usata da Thierry. Ex ea igitur luce inaccessibili splender radiatus emicuit.... Bernardo nato forse un dieci anni più tardi di Guglielmo di Champeaux (intorno al 1080) gli sopravvisse circa quaranta. Guglielmo morì nel 1121, Bernardo il 1161, diciannove anni più tardi di Abelardo, del quale una tradizione lo fa scolare (Charles de Remusat,Abélard, I, 272).
18.Guglielmo nato a Conches in Normandia, insegnò per lungo tempo a Parigi, ove morì nel 1154. Oltre al commento del Timeo e delDe Consolationedi Boezio scrisse laPhilosophia mundi, che fu pubblicata sotto il nome di Beda nelle opere di questo padre, e sotto il nome di Onorato d'Autun nel tom. XX dellaMaxima Bibliotheca patrum. Se Guglielmo fosse stato conseguente a sè medesimo, avrebbe dovuto, come bene avverte l'Hauréau, fare una confessione panteistica non diversa da quella di Thierry e Bernardo. In verità se lo Spirito Santo è l'anima del mondo, altrettanto deve dirsi di Dio Padre, con cui lo Spirito è tutt'uno in essenza. Ma Guglielmo non che ridursi a questo stremo, difende invece con grave inconseguenza il dualismo ortodosso. E vedi stranezza di casi! Mentre i fratelli Carnotensi non patirono nessun danno delle loro audaci e franche rivelazioni, il filosofo di Conches per lo contrario, molto più timido e circospetto di loro, fu fatto segno agli assalti dei zelanti. A capo dei quali si mise Guglielmo di S. Thierry, cui si aggiunse Gualtiero da S. Victor, ed entrambi chiamarono in aiuto S. Bernardo, per ischiacciare il capo del nuovo basilisco, che era pur mo' nato dal triste seme dell'antico. Però non fu convocato un concilio, bensì s'impose all'accusato la pronta ritrattazione, che ei fece nel dialogo intitolatoDragmaticon Philosophiae(Hauréau, I, pag. 432).
18.Guglielmo nato a Conches in Normandia, insegnò per lungo tempo a Parigi, ove morì nel 1154. Oltre al commento del Timeo e delDe Consolationedi Boezio scrisse laPhilosophia mundi, che fu pubblicata sotto il nome di Beda nelle opere di questo padre, e sotto il nome di Onorato d'Autun nel tom. XX dellaMaxima Bibliotheca patrum. Se Guglielmo fosse stato conseguente a sè medesimo, avrebbe dovuto, come bene avverte l'Hauréau, fare una confessione panteistica non diversa da quella di Thierry e Bernardo. In verità se lo Spirito Santo è l'anima del mondo, altrettanto deve dirsi di Dio Padre, con cui lo Spirito è tutt'uno in essenza. Ma Guglielmo non che ridursi a questo stremo, difende invece con grave inconseguenza il dualismo ortodosso. E vedi stranezza di casi! Mentre i fratelli Carnotensi non patirono nessun danno delle loro audaci e franche rivelazioni, il filosofo di Conches per lo contrario, molto più timido e circospetto di loro, fu fatto segno agli assalti dei zelanti. A capo dei quali si mise Guglielmo di S. Thierry, cui si aggiunse Gualtiero da S. Victor, ed entrambi chiamarono in aiuto S. Bernardo, per ischiacciare il capo del nuovo basilisco, che era pur mo' nato dal triste seme dell'antico. Però non fu convocato un concilio, bensì s'impose all'accusato la pronta ritrattazione, che ei fece nel dialogo intitolatoDragmaticon Philosophiae(Hauréau, I, pag. 432).
19.Gilberto, nato a Poitiers, era nel 1135 cancelliere della chiesa di Chartres. Nel 1140 scolastico di S. Ilario in Poitiers, e l'anno appresso vescovo di quella diocesi. Il suo libroDei sei principiiche tratta diffusamente delle sei ultime categorie toccate di volo da Aristotile, ebbe tal successo, che fino al secoloXVIfu sempre unito al pari dell'Isagoge porfiriana al trattato aristotelico. Nel commento alDe Trinitatedel pseudo Boezio è svolta la dottrina realistica, che il contemporaneo Giovanni di Salisbury espone nel seguente modo (Metal., II, 17, pag. 817): Est autem forma nativa originalis exemplum, et quae non in mente Dei consistit, sed in rebus creatis inhaeret. Haec greco eloquio dicitur εῖδος habens se ad idaeam ut exemplum ad exemplar; sensibilis quidem in re sensibili, sed mente concipitur insensibilis; singularis quoque in singulis, sed in omnibus universalis. Queste forme sono la vera realtà, e non sono esse nelle cose, ma piuttosto le cose in loro. Egli è ben certo che nel nostro mondo la forma non si può staccare dalla materia se non mentalmente; onde i due fattori sono talmente intrinsecati, da poter chiamare sensibile o singola la forma, in quanto si manifesta e determina nelle cose individuali. Ma badiamo bene, l'individuo non è nulla di originario, bensì il risultato della complicazione di fattori universali. La saggezza, la forza d'animo, la figura di Sileno ecc., formano quel tutto che si chiama Socrate, ma ciascuno di questi fattori considerato da per sè è un universale che può trovarsi anche in Platone ed Aristotile. Questo tutto così composto si può diresubstans, in quanto è il soggetto degli accidenti; il che non importa che sia la vera sostanza, perchè anzi in tanto esiste in quanto ha per sè una parte di quell'ουσία che è l'universale. L'applicazione teologica è la seguente, che io tolgo dall'Hauréau pag. 472: Dieu est ainsi que Socrate un individue du genre de la substance; et comme la raison d'être de Socrate est l'humanité qui vit en lui, de même doit-on distinguer ce qui est Dieu, ce Dieu, de la forme essentielle qui est la Divinité. Même raisonnement sur les personnes divines. Elles se distinguent de l'essence et cependant elles participent non seulement de la même essence, mais encore de la même subsistance. Ce parquoi les personnes diffèrent entre elles est en elles un principe di distinction formelle. In altre parole Dio come tutti gl'individui risulta da fattori od elementi universali. Uno di questi elementi è il predominante, e costituisce l'essenza di Dio, o la deità, analogo a quello che in Socrate chiamiamo l'umanità. Ma come in Socrate distinguiamo anche la saggezza, la forza di volontà e simili, così in Dio distinguiamo le persone. Il principio adunque di questa distinzione s'ha da trovare in altri fattori universali, non in quello che diremmo centrale, e costituisce l'unità di essenza. Quamvis enim in eo, quo sunt, i. e. essentia, quae de illis praedicatur sit eorum indifferentia, est tamen ipsorum per quaedam, quae de uno dici non possunt, ideoqui quae de diversis dici necesse est, differentia. Questa dottrina non parve meno sospetta delle precedenti. Nel 1146 due arcidiaconi di Gilberto Calon e Arnauld lo denunziarono come eretico al Papa Eugenio III. Il quale nel suo viaggio in Francia nel 1148 tenne un concilio, ove intervenne da promotore il terribile S. Bernardo. Quattro proposizioni sospette, tolte dai libri di Gilberto, furono sconfessate, ma non per questo si approvarono le quattro opposte di S. Bernardo. Bensì furono sottoposte ad esame pochi giorni dopo nel concilio trasferitosi a Reims, e dopo molte concessioni reciproche si venne a tali formole, che sebbene suonassero censure per Gilberto, pure non si sapeva con certezza qual parte avesse vinto se l'accusatore, o l'accusato. Gilberto morì nel 1154.
19.Gilberto, nato a Poitiers, era nel 1135 cancelliere della chiesa di Chartres. Nel 1140 scolastico di S. Ilario in Poitiers, e l'anno appresso vescovo di quella diocesi. Il suo libroDei sei principiiche tratta diffusamente delle sei ultime categorie toccate di volo da Aristotile, ebbe tal successo, che fino al secoloXVIfu sempre unito al pari dell'Isagoge porfiriana al trattato aristotelico. Nel commento alDe Trinitatedel pseudo Boezio è svolta la dottrina realistica, che il contemporaneo Giovanni di Salisbury espone nel seguente modo (Metal., II, 17, pag. 817): Est autem forma nativa originalis exemplum, et quae non in mente Dei consistit, sed in rebus creatis inhaeret. Haec greco eloquio dicitur εῖδος habens se ad idaeam ut exemplum ad exemplar; sensibilis quidem in re sensibili, sed mente concipitur insensibilis; singularis quoque in singulis, sed in omnibus universalis. Queste forme sono la vera realtà, e non sono esse nelle cose, ma piuttosto le cose in loro. Egli è ben certo che nel nostro mondo la forma non si può staccare dalla materia se non mentalmente; onde i due fattori sono talmente intrinsecati, da poter chiamare sensibile o singola la forma, in quanto si manifesta e determina nelle cose individuali. Ma badiamo bene, l'individuo non è nulla di originario, bensì il risultato della complicazione di fattori universali. La saggezza, la forza d'animo, la figura di Sileno ecc., formano quel tutto che si chiama Socrate, ma ciascuno di questi fattori considerato da per sè è un universale che può trovarsi anche in Platone ed Aristotile. Questo tutto così composto si può diresubstans, in quanto è il soggetto degli accidenti; il che non importa che sia la vera sostanza, perchè anzi in tanto esiste in quanto ha per sè una parte di quell'ουσία che è l'universale. L'applicazione teologica è la seguente, che io tolgo dall'Hauréau pag. 472: Dieu est ainsi que Socrate un individue du genre de la substance; et comme la raison d'être de Socrate est l'humanité qui vit en lui, de même doit-on distinguer ce qui est Dieu, ce Dieu, de la forme essentielle qui est la Divinité. Même raisonnement sur les personnes divines. Elles se distinguent de l'essence et cependant elles participent non seulement de la même essence, mais encore de la même subsistance. Ce parquoi les personnes diffèrent entre elles est en elles un principe di distinction formelle. In altre parole Dio come tutti gl'individui risulta da fattori od elementi universali. Uno di questi elementi è il predominante, e costituisce l'essenza di Dio, o la deità, analogo a quello che in Socrate chiamiamo l'umanità. Ma come in Socrate distinguiamo anche la saggezza, la forza di volontà e simili, così in Dio distinguiamo le persone. Il principio adunque di questa distinzione s'ha da trovare in altri fattori universali, non in quello che diremmo centrale, e costituisce l'unità di essenza. Quamvis enim in eo, quo sunt, i. e. essentia, quae de illis praedicatur sit eorum indifferentia, est tamen ipsorum per quaedam, quae de uno dici non possunt, ideoqui quae de diversis dici necesse est, differentia. Questa dottrina non parve meno sospetta delle precedenti. Nel 1146 due arcidiaconi di Gilberto Calon e Arnauld lo denunziarono come eretico al Papa Eugenio III. Il quale nel suo viaggio in Francia nel 1148 tenne un concilio, ove intervenne da promotore il terribile S. Bernardo. Quattro proposizioni sospette, tolte dai libri di Gilberto, furono sconfessate, ma non per questo si approvarono le quattro opposte di S. Bernardo. Bensì furono sottoposte ad esame pochi giorni dopo nel concilio trasferitosi a Reims, e dopo molte concessioni reciproche si venne a tali formole, che sebbene suonassero censure per Gilberto, pure non si sapeva con certezza qual parte avesse vinto se l'accusatore, o l'accusato. Gilberto morì nel 1154.
20.Ugo (1096-1141) ebbe a scolare Riccardo († 1173). Ed entrambi si chiamano vittorini dall'abbazia di S. Victor in Parigi di cui facean parte. Gualtiero abbate della stessa abbazia secondo Buleo (Hist. univ. paris., I, pag. 404) scrisse: contra manifestas et damnatas etiam in Conciliis haereses, quas sophistae Abaelardus, Lambardus, Petrus Pictavinus et Gilbertus Porretanus, quatuor labyrinti Franciae, uno spirito aristotelico afflati, libris sententiam suorum acuunt, limant, roborant. Visse intorno al 1180. VediFabric., a. q. n.
20.Ugo (1096-1141) ebbe a scolare Riccardo († 1173). Ed entrambi si chiamano vittorini dall'abbazia di S. Victor in Parigi di cui facean parte. Gualtiero abbate della stessa abbazia secondo Buleo (Hist. univ. paris., I, pag. 404) scrisse: contra manifestas et damnatas etiam in Conciliis haereses, quas sophistae Abaelardus, Lambardus, Petrus Pictavinus et Gilbertus Porretanus, quatuor labyrinti Franciae, uno spirito aristotelico afflati, libris sententiam suorum acuunt, limant, roborant. Visse intorno al 1180. VediFabric., a. q. n.
21.Pietro Lombardo da Lumello morto vescovo di Parigi nel 1164. Nel 1152 pubblicò ilLiber sententiarum, che fece poi da testo nelle scuole teologiche. Prima di lui Ugo da S. Vittore avea pubblicata laSumma sententiarum sive eruditionis theologicae. (Opp., ed. Rotomagi, 1648, III, 417-472). E dopo di lui Pietro di Poitiers, suo discepolo (morto arcivescovo nel 1205) scrissequinque libros sententiarum. (Fabricio, ed. fior., V, 258).
21.Pietro Lombardo da Lumello morto vescovo di Parigi nel 1164. Nel 1152 pubblicò ilLiber sententiarum, che fece poi da testo nelle scuole teologiche. Prima di lui Ugo da S. Vittore avea pubblicata laSumma sententiarum sive eruditionis theologicae. (Opp., ed. Rotomagi, 1648, III, 417-472). E dopo di lui Pietro di Poitiers, suo discepolo (morto arcivescovo nel 1205) scrissequinque libros sententiarum. (Fabricio, ed. fior., V, 258).
22.Giovanni da Salisbury nato tra il 1110 e il 1120, morto vescovo di Chartres nel 1180. I due noti libri ilPolicraticused ilMetalogicusfuron pubblicati nel 1159 secondo lo Schaarschmidt (Iohannes Sarisberiens. pag. 143 e 211). Lo stesso autore giustamente osserva (pag. 84): Grade darauf beruht ein grosser Theil des Interesses, welches man an ihm nehmen muss, dass er sich von der unerquicklichen Modewissenschaft der gelehrten Schulen seiner Zeit, der disputirenden Dialektik, zu den Alten als einer reineren Quelle der Geistebildung gewandt hat, und ein Vorläufer des Humanismus die Früchte dieser seiner classischen Studien in eigene Leistungen darzulegen und auszupragen bestrebt ist. (pag. 313).... von der Unzulänglichkeit unseres Erkennens in Bezug auf die hochsten Fragen durchdrungen, immer auf das praktische Gebiet der Ethik hinuber eilte. Che Giovanni penda per la Filosofia accademica V.Polic., VII, 1 e 2; 11, 22;Metal., 11, 14; IV, 20.
22.Giovanni da Salisbury nato tra il 1110 e il 1120, morto vescovo di Chartres nel 1180. I due noti libri ilPolicraticused ilMetalogicusfuron pubblicati nel 1159 secondo lo Schaarschmidt (Iohannes Sarisberiens. pag. 143 e 211). Lo stesso autore giustamente osserva (pag. 84): Grade darauf beruht ein grosser Theil des Interesses, welches man an ihm nehmen muss, dass er sich von der unerquicklichen Modewissenschaft der gelehrten Schulen seiner Zeit, der disputirenden Dialektik, zu den Alten als einer reineren Quelle der Geistebildung gewandt hat, und ein Vorläufer des Humanismus die Früchte dieser seiner classischen Studien in eigene Leistungen darzulegen und auszupragen bestrebt ist. (pag. 313).... von der Unzulänglichkeit unseres Erkennens in Bezug auf die hochsten Fragen durchdrungen, immer auf das praktische Gebiet der Ethik hinuber eilte. Che Giovanni penda per la Filosofia accademica V.Polic., VII, 1 e 2; 11, 22;Metal., 11, 14; IV, 20.
23.Le opinioni filosofiche di Averroè s'accordavano tanto poco col dommatismo religioso, che la sua alta posizione sociale di Kadì di Cordova, e la fama che s'era acquistata colle sue faticose opere non lo salvarono dalle persecuzioni dei fanatici.[24]Il re Almançour, tolte al vecchio filosofo tutte le dignità da lui stesso e dal suo predecessore conferitegli, lo relegò in Lucera presso Cordova; e benchè per intercessione altrui gli permettesse di far ritorno in Marocco, gl'ingiunse pertanto di passarvi il resto dei suoi giorni nell'isolamento, e come in reclusione. Da quel tempo Averroè non si mosse più dalla capitale, dove, affranto dal destino morì nel 1198, in età di settantadue anni. (Era nato a Cordova nel 1126). IlMunk(Mélanges de philosophie juive et arabe, pag. 455-56) espone in questi termini le opinioni del filosofo arabo: Malgré ses opinions si peu d'accord avec ses croyances religieuses, Ibn-Roschd tenait a passer pour bon musulman. Selon lui les vérités philosophiques sont le but plus élevé, que l'homme puisse atteindre, mais il n'y a que peu d'hommes qui puissent y parvenir par la spéculation et les révélations prophétiques, qui étaient nécessaires pour répandre parmi les hommes les vérités éternelles, également proclamées par la religion et la philosophie. Nous devons tous dans notre jeunesse nous laisser guider par la religion et suivre strictement ses préceptes; et si plus tard, nous arrivons à comprendre les hautes vérités de la religion par la voie de la spéculation, nous ne devons pas dédaigner les doctrines et les préceptes dans lesquels nous avons été élevés. Intorno agl'indifferenti riscontraReuter,Geschichte der relig. Aufklärung im Mittelalter, II, 133 e segg.
23.Le opinioni filosofiche di Averroè s'accordavano tanto poco col dommatismo religioso, che la sua alta posizione sociale di Kadì di Cordova, e la fama che s'era acquistata colle sue faticose opere non lo salvarono dalle persecuzioni dei fanatici.[24]Il re Almançour, tolte al vecchio filosofo tutte le dignità da lui stesso e dal suo predecessore conferitegli, lo relegò in Lucera presso Cordova; e benchè per intercessione altrui gli permettesse di far ritorno in Marocco, gl'ingiunse pertanto di passarvi il resto dei suoi giorni nell'isolamento, e come in reclusione. Da quel tempo Averroè non si mosse più dalla capitale, dove, affranto dal destino morì nel 1198, in età di settantadue anni. (Era nato a Cordova nel 1126). IlMunk(Mélanges de philosophie juive et arabe, pag. 455-56) espone in questi termini le opinioni del filosofo arabo: Malgré ses opinions si peu d'accord avec ses croyances religieuses, Ibn-Roschd tenait a passer pour bon musulman. Selon lui les vérités philosophiques sont le but plus élevé, que l'homme puisse atteindre, mais il n'y a que peu d'hommes qui puissent y parvenir par la spéculation et les révélations prophétiques, qui étaient nécessaires pour répandre parmi les hommes les vérités éternelles, également proclamées par la religion et la philosophie. Nous devons tous dans notre jeunesse nous laisser guider par la religion et suivre strictement ses préceptes; et si plus tard, nous arrivons à comprendre les hautes vérités de la religion par la voie de la spéculation, nous ne devons pas dédaigner les doctrines et les préceptes dans lesquels nous avons été élevés. Intorno agl'indifferenti riscontraReuter,Geschichte der relig. Aufklärung im Mittelalter, II, 133 e segg.
24.Sul fanatismo dei Musulmani occidentali molto superiore a quello degli occidentali vediDozy,Hist. de l'Islamisme, Paris 1879, pag. 340 e segg.
24.Sul fanatismo dei Musulmani occidentali molto superiore a quello degli occidentali vediDozy,Hist. de l'Islamisme, Paris 1879, pag. 340 e segg.
25.Sull'importanza che ebbe nel secolo XIII ilFons vitaedell'Avicebronio il Munk, op. cit. pag. 151, dice: Il paraît avoir exercé une influence notable dans les écoles chrétiennes et avoir donné naissance à des doctrines hétérodoxes que les théologiens jugeaient assez redoutables pour s'armer contre elles de tous les arguments que leur fournissaient les dogmes religieux et une dialectique subtile. Les fréquentes citations du livreFons vitaeque nous rencontrons notamment dans les ouvrages d'Albert le grand et de S. Thomas d'Aquin, témoignent de la grande vogue qu'avait alors ce livre et de la profonde sensation que faisaient les doctrines qui y étaient développées. Lo stesso Munk fece l'importante scoperta che il creduto filosofo arabo (moro dice Bruno), del quale nessuno sapeva dire quando e dove fosse nato, è un poeta e filosofo ebraico ben noto, Salomon-Ibn-Gebirol, nome che passando per le bocche dei latini si corruppe in Avicebronio, nello stesso modo che Ibn-Roschd divenne Averroé, Ibn-Sina Avicenna. Il y a peu de noms aussi populaires parmi le Juifs que celui de Salomon ben-Gebirol; un grand nombre de ses hymnes se sont conservés jusqu'à nos jours dans la liturgie sinagogale de tous les pays. Mais tout ce que nous savons de certain sur sa vie, c'est qu'il était né à Malaga et qu'il reçut son éducation a Saragosse, où il composa en 1045 un petit traité de morale (pag. 155). La dottrina dell'Avicebronio, venne compendiata da uno scrittore ebreo di nome Ibn Faléquera, il quale tradusse dall'arabo i luoghi più importanti dei 5 libri delFons vitae, che gli parvero contenere tutto il sistema. E dalla traduzione di questo compendio, e dall'analisi del manoscritto latino delFons vitae, trovato dal Munk nella biblioteca parigina s'attinge ora una notizia dell'Avicebronio molto più compiuta ed esatta che non dalle citazioni dei dottori scolastici. On reconnait dans ce systême l'influence de la doctrine des Alessandrins, et la philosophie de Ibn-Gebirol, serait à peu près identique avec celle de Plotin et de Proclus si, dominé par le dogme religieux, il n'avait pas cherché à éviter les conséquences de ces doctrines panthéistes en se réfugiant dans l'hypothèse de la volonté (pag. 231).
25.Sull'importanza che ebbe nel secolo XIII ilFons vitaedell'Avicebronio il Munk, op. cit. pag. 151, dice: Il paraît avoir exercé une influence notable dans les écoles chrétiennes et avoir donné naissance à des doctrines hétérodoxes que les théologiens jugeaient assez redoutables pour s'armer contre elles de tous les arguments que leur fournissaient les dogmes religieux et une dialectique subtile. Les fréquentes citations du livreFons vitaeque nous rencontrons notamment dans les ouvrages d'Albert le grand et de S. Thomas d'Aquin, témoignent de la grande vogue qu'avait alors ce livre et de la profonde sensation que faisaient les doctrines qui y étaient développées. Lo stesso Munk fece l'importante scoperta che il creduto filosofo arabo (moro dice Bruno), del quale nessuno sapeva dire quando e dove fosse nato, è un poeta e filosofo ebraico ben noto, Salomon-Ibn-Gebirol, nome che passando per le bocche dei latini si corruppe in Avicebronio, nello stesso modo che Ibn-Roschd divenne Averroé, Ibn-Sina Avicenna. Il y a peu de noms aussi populaires parmi le Juifs que celui de Salomon ben-Gebirol; un grand nombre de ses hymnes se sont conservés jusqu'à nos jours dans la liturgie sinagogale de tous les pays. Mais tout ce que nous savons de certain sur sa vie, c'est qu'il était né à Malaga et qu'il reçut son éducation a Saragosse, où il composa en 1045 un petit traité de morale (pag. 155). La dottrina dell'Avicebronio, venne compendiata da uno scrittore ebreo di nome Ibn Faléquera, il quale tradusse dall'arabo i luoghi più importanti dei 5 libri delFons vitae, che gli parvero contenere tutto il sistema. E dalla traduzione di questo compendio, e dall'analisi del manoscritto latino delFons vitae, trovato dal Munk nella biblioteca parigina s'attinge ora una notizia dell'Avicebronio molto più compiuta ed esatta che non dalle citazioni dei dottori scolastici. On reconnait dans ce systême l'influence de la doctrine des Alessandrins, et la philosophie de Ibn-Gebirol, serait à peu près identique avec celle de Plotin et de Proclus si, dominé par le dogme religieux, il n'avait pas cherché à éviter les conséquences de ces doctrines panthéistes en se réfugiant dans l'hypothèse de la volonté (pag. 231).
26.Perversissimum dogma impii Amorici cujus mentem sic pater mendacii excaecavit, ut ejus doctrina non tam haeretica censenda sit, quam insana. (Mansi, XXII, 986).
26.Perversissimum dogma impii Amorici cujus mentem sic pater mendacii excaecavit, ut ejus doctrina non tam haeretica censenda sit, quam insana. (Mansi, XXII, 986).
27.Martène,Thesaurus, IV, 166.
27.Martène,Thesaurus, IV, 166.
28.Universos haereticos, quibuscumque nominibus censeantur, facies quidem habentes diversas, sed caudas ad invicem collegatas. (Mansi, l. c.).
28.Universos haereticos, quibuscumque nominibus censeantur, facies quidem habentes diversas, sed caudas ad invicem collegatas. (Mansi, l. c.).
29.Moneantur saeculares potestates .... pro defensione fidei praestent publice juramentum, quod de terris suae jurisdictioni subjectis universos haereticos ab ecclesia denotatos bona fide pro viribus exterminare studebunt .... Si vero dominus temporalis requisitus et monitus ab ecclesia terram suam purgare neglexerit ab hac haeretica foeditate .... excommunicationis vinculo innodetur. Et si satisfacere contempserit infra annum, significetur hoc summo pontifici: ut ex tunc ipse vassallos ab ejus fidelitate denunciet absolutos, et terram exponat catholicis occupandam, qui eam exterminatis haereticis sine ulla contradictione possideant, et in fidei puritate conservent. Il canone del concilio lateranense contro l'eresia fu inserito nella legge contro gli eretici, che pubblicò Federico II nel 22 novembre 1220 giorno della sua incoronazione. Quattro anni più tardi due altri editti più severi (Pietro delle Vigne,Lett., I, ep. 25-27.Mansi, XXIII, 586).
29.Moneantur saeculares potestates .... pro defensione fidei praestent publice juramentum, quod de terris suae jurisdictioni subjectis universos haereticos ab ecclesia denotatos bona fide pro viribus exterminare studebunt .... Si vero dominus temporalis requisitus et monitus ab ecclesia terram suam purgare neglexerit ab hac haeretica foeditate .... excommunicationis vinculo innodetur. Et si satisfacere contempserit infra annum, significetur hoc summo pontifici: ut ex tunc ipse vassallos ab ejus fidelitate denunciet absolutos, et terram exponat catholicis occupandam, qui eam exterminatis haereticis sine ulla contradictione possideant, et in fidei puritate conservent. Il canone del concilio lateranense contro l'eresia fu inserito nella legge contro gli eretici, che pubblicò Federico II nel 22 novembre 1220 giorno della sua incoronazione. Quattro anni più tardi due altri editti più severi (Pietro delle Vigne,Lett., I, ep. 25-27.Mansi, XXIII, 586).
30.Sul valore di Vincenzo di Beauvais scrisse acute osservazioni ilBartolineiPrecursori del Rinascimento, pag. 29, e nellaStoria della letteratura italiana, I, pag. 245.
30.Sul valore di Vincenzo di Beauvais scrisse acute osservazioni ilBartolineiPrecursori del Rinascimento, pag. 29, e nellaStoria della letteratura italiana, I, pag. 245.
31.Riscontrate il bellissimo capitolo delFiorentinosulla scolastica, nella nota operaPietro Pompazzi, pag. 124 e segg., e dello stesso autoreManuale di storia di Filosofia, parte II, pag. 94 e segg. InoltreRenan,Averroès et l'Averroisme, pag. 225, 3ª ediz.
31.Riscontrate il bellissimo capitolo delFiorentinosulla scolastica, nella nota operaPietro Pompazzi, pag. 124 e segg., e dello stesso autoreManuale di storia di Filosofia, parte II, pag. 94 e segg. InoltreRenan,Averroès et l'Averroisme, pag. 225, 3ª ediz.
32.VediRenan, op. cit., pag. 301 e segg. Che l'Anticristo sia messo come il rappresentante dello scisma si pare dall'affresco del S. Petronio di Bologna, ove accanto a Maometto ed Averroè è messo il capo dei nicolaiti, i quali non si confondevano nel medio evo coi maomettani, come dice il Renan, bensì rappresentavano i preti concubinarii, aspramente combattuti insieme ai simoniaci dalla chiesa romana. L'affresco del Gaddi nel cappellone degli Spagnuoli in Santa Maria Novella in luogo di Nicola ha Sabellio, che insieme ad Ario ed Averroè vengono rappresentati come confusi e vinti dal loro grande avversario.V. Hettner,Italienische Studien, Braunschweig 1879, pag. 115.
32.VediRenan, op. cit., pag. 301 e segg. Che l'Anticristo sia messo come il rappresentante dello scisma si pare dall'affresco del S. Petronio di Bologna, ove accanto a Maometto ed Averroè è messo il capo dei nicolaiti, i quali non si confondevano nel medio evo coi maomettani, come dice il Renan, bensì rappresentavano i preti concubinarii, aspramente combattuti insieme ai simoniaci dalla chiesa romana. L'affresco del Gaddi nel cappellone degli Spagnuoli in Santa Maria Novella in luogo di Nicola ha Sabellio, che insieme ad Ario ed Averroè vengono rappresentati come confusi e vinti dal loro grande avversario.V. Hettner,Italienische Studien, Braunschweig 1879, pag. 115.
33.S. Tommaso,Summa contra Gentes, 1, 26: Quod est commune multis, non est aliquid praeter multa nisi sola ratione. Ivi 1, 65: Universalia non sunt res subsistentes, sed habent esse solum in singularibus ut probatur in VII met.
33.S. Tommaso,Summa contra Gentes, 1, 26: Quod est commune multis, non est aliquid praeter multa nisi sola ratione. Ivi 1, 65: Universalia non sunt res subsistentes, sed habent esse solum in singularibus ut probatur in VII met.
34.S. Tommaso,De univ.opusc. 50 ed. Parma 1864, tom. XVII, pag. 128 b. Et tangitur in hoc duplex esse universale: unum quod est in rebus, aliud secundum quod est in anima. Et quantum ad istud esse quod est rationis, habet rationem praedicabilis; quantum vero ad aliud esse, est quaedam natura, et non est universale actu, sed potentia; quia potentiam habet ut talis natura fiat universalis per actionem intellectus, .... depurantis ipsam (naturam) a conditionibus quae sunt hic et nunc.
34.S. Tommaso,De univ.opusc. 50 ed. Parma 1864, tom. XVII, pag. 128 b. Et tangitur in hoc duplex esse universale: unum quod est in rebus, aliud secundum quod est in anima. Et quantum ad istud esse quod est rationis, habet rationem praedicabilis; quantum vero ad aliud esse, est quaedam natura, et non est universale actu, sed potentia; quia potentiam habet ut talis natura fiat universalis per actionem intellectus, .... depurantis ipsam (naturam) a conditionibus quae sunt hic et nunc.
35.Cito il noto passo diAlberto Magno,De natura et orig. animae, Tract. I, cap.II(Opp., Lugduni 1651, tom. V, pag. 186 b.): et tunc resultant tria formarum genera; unum quidem ante rem existens, quod est causa formativa rerum, praehabens simpliciter et immaterialiter et immobiliter omnes diversitates formarum factorum materialiter; aliud autem est ipsum genus formarum, quae fluctuant in materia et materiae sunt perfectiones; tertium antem est genus formarum, quod abstrahente intellectu separatur a rebus, secundum modum speciei et generis et generalissimi in quolibet genere rerum. Et horum trium generum primum quidem est ante rem, ut diximus. Secundum autem est in re .... tertium autem est post rem.
35.Cito il noto passo diAlberto Magno,De natura et orig. animae, Tract. I, cap.II(Opp., Lugduni 1651, tom. V, pag. 186 b.): et tunc resultant tria formarum genera; unum quidem ante rem existens, quod est causa formativa rerum, praehabens simpliciter et immaterialiter et immobiliter omnes diversitates formarum factorum materialiter; aliud autem est ipsum genus formarum, quae fluctuant in materia et materiae sunt perfectiones; tertium antem est genus formarum, quod abstrahente intellectu separatur a rebus, secundum modum speciei et generis et generalissimi in quolibet genere rerum. Et horum trium generum primum quidem est ante rem, ut diximus. Secundum autem est in re .... tertium autem est post rem.
36.AncheAlberto Magnoscrisse: De unitate intellectus contra Averrhoem.Opp., V, 218-37.
36.AncheAlberto Magnoscrisse: De unitate intellectus contra Averrhoem.Opp., V, 218-37.
37.VediZeller,Philosophie der Griechen, II, 23pag. 566-78.
37.VediZeller,Philosophie der Griechen, II, 23pag. 566-78.
38.Nel principio del cap. 5 del lib. IIIDe anima, 430 a 10-14 Aristotele dice: che poichè in tutta la natura occorrono differenze di materia e forma potenza ed atto, si daranno anche nell'anima.
38.Nel principio del cap. 5 del lib. IIIDe anima, 430 a 10-14 Aristotele dice: che poichè in tutta la natura occorrono differenze di materia e forma potenza ed atto, si daranno anche nell'anima.
39.De an.III, 5, pag. 430 a 23-25.
39.De an.III, 5, pag. 430 a 23-25.
40.Avicenna,De an.cap.X, (Venezia 1546): Haec igitur manatio, vel hoc a quo fit manatio, cum qua conjungitur anima, est substantia intellectiva non corporea, neque in corpore; sed est existens per se: quae inhaeret vel accidit vel assistit animae rationali, sicut inhaeret lumen visui. Verum lumen confert vel tribuit cum semplicitate essentiae suae visui virtutem super apprehensionem solum, et non formam apprehensam; et haec substantia confert vel tribuit cum simplicitate essentiae suae virtuti rationali virtutem super apprehensionem et facit in ea advenire formas apprehensibiles etiam, sicut declaravimus.
40.Avicenna,De an.cap.X, (Venezia 1546): Haec igitur manatio, vel hoc a quo fit manatio, cum qua conjungitur anima, est substantia intellectiva non corporea, neque in corpore; sed est existens per se: quae inhaeret vel accidit vel assistit animae rationali, sicut inhaeret lumen visui. Verum lumen confert vel tribuit cum semplicitate essentiae suae visui virtutem super apprehensionem solum, et non formam apprehensam; et haec substantia confert vel tribuit cum simplicitate essentiae suae virtuti rationali virtutem super apprehensionem et facit in ea advenire formas apprehensibiles etiam, sicut declaravimus.
41.Aristotelis De anima cum Averrois commentariis, Venetiis 1562 fol. 149 v: Ex hoc dicto nos possumus opinari intellectum materialem esse unicum in cunctis individuis.Destr. destruct1, dub. 8: prae caeteris assimilatur lumini, et sicut lumen dividitur ad divisionem corporum illuminatorum, deinde fit unum in ablatione corporum, sic est res in animabus cum corporibus. Per tal guisa Averroè crede di conciliare le due interpetrazioni di Alessandro d'Afrodisia e di Temistio. Questi ha ragione di sostenere esser l'intelletto attivo ed il passivo un solo e medesimo intelletto; ma ha torto d'intrinsecarlo coll'anima individuale, nè per questo verso si può dissentire dall'Afrodisio, a mente del quale il vero e compiuto intelletto è esterno all'anima umana. Prendendo dunque dal Temistio l'identificazione dei due intelletti, e dall'Afrodisio l'esteriorità Averroè riesciva ad una dottrina psicologica di questa forma: Ciò che v'ha d'individuale e di diverso negli uomini è la forma del corpo organico, cioè l'anima come principio vitale. A quest'anima appartiene il sentire, l'immaginare, ed anche una certa virtù valutativa. Ma questo complesso di funzioni non forma ancora l'intelletto neanche in potenza. Occorre l'opera di una causa esterna, dell'intelletto agente, perchè da quella oscurità si sprigioni una scintilla, o in altre parole perchè l'anima sia capace di nuove funzioni. Quindi anche l'intelletto passivo è creazione dell'Intelletto agente. Formatasi questa nuova potenza o l'intelletto passivo, si tradurrà in atto sotto l'influsso permanente del νοῦς ποιητικὸς, e per tal guisa diverrà intelletto acquisito.
41.Aristotelis De anima cum Averrois commentariis, Venetiis 1562 fol. 149 v: Ex hoc dicto nos possumus opinari intellectum materialem esse unicum in cunctis individuis.Destr. destruct1, dub. 8: prae caeteris assimilatur lumini, et sicut lumen dividitur ad divisionem corporum illuminatorum, deinde fit unum in ablatione corporum, sic est res in animabus cum corporibus. Per tal guisa Averroè crede di conciliare le due interpetrazioni di Alessandro d'Afrodisia e di Temistio. Questi ha ragione di sostenere esser l'intelletto attivo ed il passivo un solo e medesimo intelletto; ma ha torto d'intrinsecarlo coll'anima individuale, nè per questo verso si può dissentire dall'Afrodisio, a mente del quale il vero e compiuto intelletto è esterno all'anima umana. Prendendo dunque dal Temistio l'identificazione dei due intelletti, e dall'Afrodisio l'esteriorità Averroè riesciva ad una dottrina psicologica di questa forma: Ciò che v'ha d'individuale e di diverso negli uomini è la forma del corpo organico, cioè l'anima come principio vitale. A quest'anima appartiene il sentire, l'immaginare, ed anche una certa virtù valutativa. Ma questo complesso di funzioni non forma ancora l'intelletto neanche in potenza. Occorre l'opera di una causa esterna, dell'intelletto agente, perchè da quella oscurità si sprigioni una scintilla, o in altre parole perchè l'anima sia capace di nuove funzioni. Quindi anche l'intelletto passivo è creazione dell'Intelletto agente. Formatasi questa nuova potenza o l'intelletto passivo, si tradurrà in atto sotto l'influsso permanente del νοῦς ποιητικὸς, e per tal guisa diverrà intelletto acquisito.
42.Epit. meteor.tr. 4: Intellectus autem agens ordinatur ex ultimo horum in ordine, et ponamus ipsum esse motorem orbis Lunae.
42.Epit. meteor.tr. 4: Intellectus autem agens ordinatur ex ultimo horum in ordine, et ponamus ipsum esse motorem orbis Lunae.
43.Summa theol., I, qu. 79, art. 3: Si noster intellectus agens non esset aliquid animae, sed esset quaedam substantia separata, unus esset intellectus agens omnium hominum, et hoc intelligunt qui ponunt unitatem intellectus agentis. Si autem intellectus agens sit aliquid animae, et quaedam virtus ipsius, necesse est dicere quod sint plures intellectus agentes, secundum pluralitatem animarum, quae multiplicantur secundum multiplicationem hominum.
43.Summa theol., I, qu. 79, art. 3: Si noster intellectus agens non esset aliquid animae, sed esset quaedam substantia separata, unus esset intellectus agens omnium hominum, et hoc intelligunt qui ponunt unitatem intellectus agentis. Si autem intellectus agens sit aliquid animae, et quaedam virtus ipsius, necesse est dicere quod sint plures intellectus agentes, secundum pluralitatem animarum, quae multiplicantur secundum multiplicationem hominum.
44.S. Tommaso nell'opuscolo citatoDe Unitate intellectus, ediz. Parma,Opp., XVI, 217 a, dice: Se fosse vera la dottrina averroistica sicut igitur paries non videt, sed videtur ejus color, ita videretur quod homo non intelligeret, sed quod ejus phantasmata intelligerentur ab intellectu possibili. Come si vede S. Tommaso combatte Averroè colle stesse immagini da lui adoperate a colorire le proprie dottrine; nè a torto conchiude: Impossibile est ergo quod hic homo intelligit secundum positionem Averrois. E per conseguenza negato l'intelletto, gli si negherà anche la volontà pag. 218 b et ita hic homo non erit dominus sui actus .... quod est divellere principia moralis philosophiae.
44.S. Tommaso nell'opuscolo citatoDe Unitate intellectus, ediz. Parma,Opp., XVI, 217 a, dice: Se fosse vera la dottrina averroistica sicut igitur paries non videt, sed videtur ejus color, ita videretur quod homo non intelligeret, sed quod ejus phantasmata intelligerentur ab intellectu possibili. Come si vede S. Tommaso combatte Averroè colle stesse immagini da lui adoperate a colorire le proprie dottrine; nè a torto conchiude: Impossibile est ergo quod hic homo intelligit secundum positionem Averrois. E per conseguenza negato l'intelletto, gli si negherà anche la volontà pag. 218 b et ita hic homo non erit dominus sui actus .... quod est divellere principia moralis philosophiae.
45.Anche S. Tommaso, sebbene con restrizione, ammette questo (S. t., qu. 84, art.VII): Impossibile est intellectum, secundum praesentis vitae statum, quo possibili corpori conjungitur, aliquid intelligere in actu nisi convertendo se ad phantasmata.
45.Anche S. Tommaso, sebbene con restrizione, ammette questo (S. t., qu. 84, art.VII): Impossibile est intellectum, secundum praesentis vitae statum, quo possibili corpori conjungitur, aliquid intelligere in actu nisi convertendo se ad phantasmata.
46.S. Tommaso da buon aristotelico non può ammettere l'assoluto dualismo tra anima e corpo, chè in tal caso la loro unione sarebbe affatto accidentale. In 111 Sent., dist. V, qu. 3, art. 2: si corpus animae accidentaliter adveniret, unde hoc nomenhomo, de cujus intellectu est anima et corpus, non significaret unum per se, sed per accidens, et ita non esset in genere substantiae. Altra conseguenza assurda dell'assoluto dualismo (S. t., I, qu. 76, art. 6): Dicendum quod si anima uniretur corpori solum ut motor, nihil prohiberet, imo magis necessarium esset, esse aliquas dispositiones medias inter animam et corpus. Contro questa separazione protesta pure l'esperienza psichica. Ivi, qu. 75, art. 4: Ostensum est quod sentire non est operatio animae tantum. Cum igitur sentire sit quaedam operatio hominis licet non propria, manifestum est quod homo non est animo tantum, sed aliquid compositum ex anima et corpore. Ivi, qu. 90, art. 4: Anima autem cum sit pars humanae naturae non habet naturalem perfectionem nisi secundum quod est corpori unita. Unde non fuisset conveniens animam sine corpore creari.C. Gentes, II, 83: Animae igitur prius convenit esse unitam corpori quam separatam.
46.S. Tommaso da buon aristotelico non può ammettere l'assoluto dualismo tra anima e corpo, chè in tal caso la loro unione sarebbe affatto accidentale. In 111 Sent., dist. V, qu. 3, art. 2: si corpus animae accidentaliter adveniret, unde hoc nomenhomo, de cujus intellectu est anima et corpus, non significaret unum per se, sed per accidens, et ita non esset in genere substantiae. Altra conseguenza assurda dell'assoluto dualismo (S. t., I, qu. 76, art. 6): Dicendum quod si anima uniretur corpori solum ut motor, nihil prohiberet, imo magis necessarium esset, esse aliquas dispositiones medias inter animam et corpus. Contro questa separazione protesta pure l'esperienza psichica. Ivi, qu. 75, art. 4: Ostensum est quod sentire non est operatio animae tantum. Cum igitur sentire sit quaedam operatio hominis licet non propria, manifestum est quod homo non est animo tantum, sed aliquid compositum ex anima et corpore. Ivi, qu. 90, art. 4: Anima autem cum sit pars humanae naturae non habet naturalem perfectionem nisi secundum quod est corpori unita. Unde non fuisset conveniens animam sine corpore creari.C. Gentes, II, 83: Animae igitur prius convenit esse unitam corpori quam separatam.
47.In Plotino si trova un accenno a questa dottrina. L'anima come ultimo termine della triade partecipa per un verso della perfezione delnousche la generò, e per l'altro dell'imperfezione del mondo sensibile da lei generato.Enn., V, 1, 7. E prima di Plotino i gnostici aveano nello stesso modo determinata la posizione dell'ultimo eone, dellasophiaoachamothla quale bandita dai confini del beato regno delplēromavive in trepidazione, e dalle lagrime sue nasce il mondo sensibile.Ireneo, 1, 4, 2 ci dà la spiegazione del mito.
47.In Plotino si trova un accenno a questa dottrina. L'anima come ultimo termine della triade partecipa per un verso della perfezione delnousche la generò, e per l'altro dell'imperfezione del mondo sensibile da lei generato.Enn., V, 1, 7. E prima di Plotino i gnostici aveano nello stesso modo determinata la posizione dell'ultimo eone, dellasophiaoachamothla quale bandita dai confini del beato regno delplēromavive in trepidazione, e dalle lagrime sue nasce il mondo sensibile.Ireneo, 1, 4, 2 ci dà la spiegazione del mito.
48.Che l'indecisione ed il problema rimonti ad Aristotele stesso non v'ha dubbio. NellaMetafisicaAristotele pone nettamente il quesito: se la sostanza è il sostrato a cui tutto si può attribuire, mentre esso non s'attribuisce ad alcuno, che cosa s'ha a dire sostanza? la materia, la forma o il sinolo di entrambe? (Z 3. 1029 a 2). A prima giunta sembra la materia, perchè essa sarebbe il soggetto di tutti i predicati qualitativi e quantitativi come rosso, bianco, alto, lungo e simili (a18-26). Ma per un altro verso la materia non è mai separabile dalla forma. La pura materia, destituita di ogni forma, è una astrazione, in realtà dacchè il mondo è eterno, sono eterni ad esempio i quattro elementi nei quali la materia è intrinsecata ad una forma determinata (a27). Ma neanche la forma è la vera sostanza, perchè ella è l'essenza espressa nella definizione della cosa (Z. 4. 1030 a 6). E se l'essenza fosse da per sè, come le idee platoniche, non potrebbe mai predicarsi a soggetti di sorta (Z. 6. 1031 b 16). Il che è manifesto assurdo, chè tutti distinguono i predicati essenziali dagli accidentali. La vera sostanza non è dunque nè la materia nè la forma che sono entrambi fattori universali; ma l'intreccio dell'uno e dell'altro (Z. 10. 1036 a 27). Se non che questa soluzione non è senza difficoltà. Aristotele stesso avea detto in un altro capitolo:lasciamo pure da parte la sostanza composta dei due fattori, materia e forma, chè dessa è posteriore ai componenti. (Z. 3. 1029 a 30). E poi o questa dualità di fattori è puramente ideale, o come diremmo oggi subbiettiva, ed in tal caso non è risoluto ma negato assolutamente il problema. L'individuo è originario, ed è quello che è. La scomposizione in materia e forma non sarebbe reale, ma una necessità del nostro pensiero che guarda la cosa da due aspetti. Nella realtà delle cose non si darebbe nè una materia che si specifichi, nè una forma che s'individui per via; bensì esisterebbero individui che generano individui simili a sè (Z. 8. 1033 b 33). Questo mostruoso individualismo, che ammetterebbe come originarii ed indeducibili non gli elementi più semplici, gli atomi, ma le individualità più ricche, è certo lontano dal pensiero di Aristotele, il quale non rinunzia a spiegare la genesi dell'individuo. Ed in tal caso torna sempre il problema. Ammettiamo pure che l'individuo o la sostanza vera consti di due fattori; ma dei due qual'è il determinante e quale l'indeterminato?
48.Che l'indecisione ed il problema rimonti ad Aristotele stesso non v'ha dubbio. NellaMetafisicaAristotele pone nettamente il quesito: se la sostanza è il sostrato a cui tutto si può attribuire, mentre esso non s'attribuisce ad alcuno, che cosa s'ha a dire sostanza? la materia, la forma o il sinolo di entrambe? (Z 3. 1029 a 2). A prima giunta sembra la materia, perchè essa sarebbe il soggetto di tutti i predicati qualitativi e quantitativi come rosso, bianco, alto, lungo e simili (a18-26). Ma per un altro verso la materia non è mai separabile dalla forma. La pura materia, destituita di ogni forma, è una astrazione, in realtà dacchè il mondo è eterno, sono eterni ad esempio i quattro elementi nei quali la materia è intrinsecata ad una forma determinata (a27). Ma neanche la forma è la vera sostanza, perchè ella è l'essenza espressa nella definizione della cosa (Z. 4. 1030 a 6). E se l'essenza fosse da per sè, come le idee platoniche, non potrebbe mai predicarsi a soggetti di sorta (Z. 6. 1031 b 16). Il che è manifesto assurdo, chè tutti distinguono i predicati essenziali dagli accidentali. La vera sostanza non è dunque nè la materia nè la forma che sono entrambi fattori universali; ma l'intreccio dell'uno e dell'altro (Z. 10. 1036 a 27). Se non che questa soluzione non è senza difficoltà. Aristotele stesso avea detto in un altro capitolo:lasciamo pure da parte la sostanza composta dei due fattori, materia e forma, chè dessa è posteriore ai componenti. (Z. 3. 1029 a 30). E poi o questa dualità di fattori è puramente ideale, o come diremmo oggi subbiettiva, ed in tal caso non è risoluto ma negato assolutamente il problema. L'individuo è originario, ed è quello che è. La scomposizione in materia e forma non sarebbe reale, ma una necessità del nostro pensiero che guarda la cosa da due aspetti. Nella realtà delle cose non si darebbe nè una materia che si specifichi, nè una forma che s'individui per via; bensì esisterebbero individui che generano individui simili a sè (Z. 8. 1033 b 33). Questo mostruoso individualismo, che ammetterebbe come originarii ed indeducibili non gli elementi più semplici, gli atomi, ma le individualità più ricche, è certo lontano dal pensiero di Aristotele, il quale non rinunzia a spiegare la genesi dell'individuo. Ed in tal caso torna sempre il problema. Ammettiamo pure che l'individuo o la sostanza vera consti di due fattori; ma dei due qual'è il determinante e quale l'indeterminato?