VI.Pietro Schiavino.

VI.Pietro Schiavino.La redazione delPopolo: l'ufficio del direttore: un bugigattolo nei mezzanini, con un gran tavolo nel mezzo, pieno di giornali sfogliati e tagliati, e accanto all'uscio, riparata da un paravento, una scrivania sulla quale c'è appena il posto per le cartelle e il calamaio, tanto è ingombra di roba: libri, opuscoli, lettere e carte. Alle pareti: due sciabole intrecciate, la maschera e i guanti da scherma; i ritratti di Mazzini e di Cattaneo. Un caldo soffocante; un gran fumo di pipa; odore di gas e inchiostro fresco, e continuo, assordante, il fracasso delle macchine della tipografia vicina.Sono le dieci di sera: l'ora in cui comincia il lavoro, perchè il giornale esce al mattino.Pietro Schiavino(un gran testone arruffato: una bella faccia onesta con una lunga barba brizzolata: la sola vanità del direttore del Popolo. È dalle nove che s'è messo a scrivere l'articolo: scrive irregolarmente, ma rapidissimamente colla mano storpiata senza un dito, perduto — ormai chi sa dove! — in Sicilia).Un ragazzo di stamperia, che fa anche da portiere,sguscia tra l'uscio e il paravento e si presenta dinanzi al direttore, porgendo un biglietto di visita.Schiavino(alza il capo e fissa il ragazzo, cogli occhi stravolti, stanchi dal lavoro) Che cosa c'è?... Ritorni domani.Il ragazzo(sempre porgendo il biglietto di visita) Ha detto che se adesso, lei, è occupato, aspetterà, o ripasserà più tardi.Schiavino(prende il biglietto, legge il nome e, subito, lancia un'occhiata rapida, istintiva alle due sciabole appese alla parete) Fa passare. No, aspetta! (Prende le cartelle scritte e le dà al ragazzo da portare al proto in tipografia) Che si regolino: ce ne sarà ancora per una mezza colonna. Poi fa entrare quel signore.Uscito il ragazzo, Pietro Schiavino si alza e va in mezzo alla stanza: vuol essere pronto a difendersi, caso mai quell'altro fosse venuto per insultarlo o aggredirlo.Giordano Mari(niente soprabitone dalle falde svolazzanti, niente cilindro: giacca bigia e cappello basso. Inchinandosi, presenta una letterina al direttore).Schiavino(prende la lettera, salutando con un breve cenno del capo; ma, mentre comincia a leggerla sempre in sospetto, tien d'occhio ogni mossa di Giordano. Dopo aver voltato il foglio e vista la firma, con un «oh!» di maraviglia).— Stefano Cogoleto!...Giordano Mari. Siamo vecchie conoscenze di Venezia, di Padova. L'ho riveduto questa primavera, di passaggio, a Milano. Ieri ci siamo incontrati per caso e siamo andati a pranzo insieme.Pietro Schiavino si avvicina alla lampada a gas e ormai senza più nessuna diffidenza legge attentamente tutta la lettera.Camera dei DeputatiCarissimo Schiavino!«Se la monarchia, presentemente, ci divide, il nostro cuore, il nostro passato e la reciproca stima ci riuniranno per sempre; ed è con questa sicurezza, oso dire con questo diritto, ch'io ti presento il mio egregio amico Giordano Mari. Egli desidera darti alcune spiegazioni, ed io stesso l'ho consigliato, l'ho indotto a questo passo dopo aver molto pensato e discusso, e dopo aver finito dove si avrebbe dovuto incominciare, col ricordarsi sopra tutto che tu sei un uomo di primo impeto, ma di gran cuore, e agire in conseguenza.«Un duello?... Perchè?... Anche Giordano Mari ha già fatto e assai brillantemente le sue prove. Tutti e due avete da lavorare; un duello sarebbe un perditempo inutile e dannoso, perchè maggiormente divulgherebbe l'offesa e ne darebbe cognizione a una persona cara, per la cui felicità e tranquillità Giordano Mari è in dovere di compiere qualunque sacrificio, anche quello del proprio risentimento.«Va bene?«Io ti conosco; so, da tutta la tua vita d'uomo, di soldato e di pubblicista (e di ciò ho reso convinto anche il mio egregio amico), so che tu non attacchi mai nessuna persona con mire indirette,o per partito preso. Avrai ragione, avrai torto, ma tu, singolare temperamento di giornalista... politico, scrivi soltanto ciò che ti esce dal cuore. Il tuoarticolo, però, a ragione o a torto, non è mai altro che un moto, un impeto spontaneo e prepotente del tuo animo libero, fiero, generoso, ma che può anche ingannarsi... o essere ingannato.«È per tutto ciò, per questa tua bella e nobile schiettezza, che i tuoi vecchi amici, diventati oggi tuoi avversarii politici, ti conservano per altro e ti professano intera e inalterata la loro stima e contano, con orgoglio, sul ricambio della tua buona e fedele amicizia.«Io, come te, avevo giudicatomolto severamenteil professore Mari. Spero che tu, con me, finirai col ricrederti sul suo conto.«Una stretta di mano dal tuo caporale del '60 e dal tuo colonnello del '66.Stefano Cogoleto»Pietro Schiavino, dopo aver letta tutta la lettera, è diventato serio, triste. Gli succede sempre così, ogni qual volta si trova dinanzi il suo vecchio compagno d'arme, o si trova con lui in qualche rapporto.... Quante speranze, quante lotte, quanti sacrifici per un ideale comune, e adesso?.. Eppure, Stefano Cogoleto, di Sarzana, è un galantuomo, un gran galantuomo, un patriota e, per Dio, un fegato sano!... Mah!... L'ambiente parlamentare!... È stato l'ambiente parlamentare!... Lo ha guastato e rammollito completamente!... Peccato!Schiavino(dopo queste considerazioni e fatto un sospiro, si rivolge a Giordano Mari, indicandogli una seggiola) Prego... se vuol sedere.Giordano Mari.Se in questo momento ella ha da fare, io tornerò più tardi; anche domattina, se le fosse più comodo. Mi basta, per il momento, di averle consegnato la lettera del colonnello Cogoleto e di aver avuto l'onore di conoscerla personalmente. Vuol fissarmi un'ora? Quando vuole. Sono sempre a sua disposizione.Schiavino.No, no; anche adesso; ciò che vuol dire, dica pure.Giordano.Ma... e allora come si fa? (gli indica un gran cartello appeso ad un uscio, sul quale è stampato a lettere cubitali):AVVISO IMPORTANTISSIMONON SI ESPORTANO GIORNALI DALLA REDAZIONE.LE VISITENON POSSONO DURARE PIÙ DI DIECI MINUTIABOLITI I COMPLIMENTI I TITOLIE LE PAROLE INUTILI.Come si fa? Ho pratica anch'io di giornali, mi vanto di essere stato anch'io giornalista e di esserlo ancora un poco. So la fretta e la furia di questi momenti e d'altra parte... (sorridendo) mi potrebbe occorrere almeno un quarto d'ora.Schiavino(parlando in fretta, coll'aria di chi non può schivare una seccatura, ma vuol sbrigarsene su due piedi) Lei mi domanda un quarto d'ora ed io posso accordarle venti minuti: il tempo per comporre l'articolo che ho mandato in tipografia. (Indicandogli a sua volta l'avviso stampato) Soltantotenga presente l'ultima raccomandazione: Sono abolite le parole inutili.Giordano(siede democraticamente, mettendo il cappello per terra e le mani in tasca) Allora, eccomi a lei, francamente, lealmente, da gen... (stava per dire «gentiluomo», ma si corregge in tempo) da galantuomo a galantuomo. Ho letto il suo articolo contro di me. Lo chiamo articolo... (cominciando a riscaldarsi), ma potrei anche chiamarlo... con un altro nome.— Lo chiami come vuole. Soltanto, l'avverto: ho scritto ciò che penso e non ritratto una parola.Giordano(con fierezza: fissandolo in faccia arditamente) So che non si viene da Pietro Schiavino per domandare una ritrattazione. E tanto meno personalmente. In questo caso non sarei venuto; avrei mandato. Indotto, persuaso anche dal colonnello Cogoleto, io sono qui, ripeto, un galantuomo in faccia ad un altro galantuomo, non per domandare rettifiche, ma per ottenere la sua stima. Sissignore; perchè alla sua stima ho diritto... e perciò anche il dovere di pretenderla.Giordano Mari parla chiaro, fissa bene in faccia, alza la voce, non ha paura: al direttore delPopoloriesce simpatico.Giordano(continuando sempre sullo stesso tono) E intendiamoci bene, e subito. Non mi occupo nemmeno di quella parte dell'articolo dove si fa la critica. Il letterato, non lo difendo. In venti anni che scrivo, che lavoro, mi sono sempre abbandonato tutto intero ai miei critici, perchè si divertano. Ma si figuri! in vent'anni, non ho mai perduto la calma e l'appetito, nemmeno quandoc'è stato chi ha trovato il suo piacere, o il suo tornaconto, a darmi dell'asino! A lei, perchèè lei, potrei soltanto replicare, così alla sfuggita, che se più volte ho «saccheggiato il Taine,» l'ho anche più volte citato, come potrà facilmente verificare quando le manderò il volume delle mie conferenze. Potrei forse farle anche osservare, che per conoscere bene quanto in me ci sia di falso, come filosofo e come scrittore, bisognerebbe esser dentro nel mio cuore, o aver vissuto con me. Ma di tutto ciò, ripeto, non mi occupo. Ci vorrebbe altro! Ma lei, lei, proprio lei, mi ha insultato come uomo; e il suo insulto è tale, che se mi fosse stato lanciato da un cretino, prima lo avrei schiaffeggiato e poi gli avrei tagliato le orecchie.Schiavino(alzando a sua volta la voce) Prego! La prego!Giordano(continuando più forte) Se avessi avuto di fronte una canaglia, avrei fatto un processo.— Può risparmiare le sue... supposizioni!— Ma si tratta, invece, di Pietro Schiavino, e a quest'uomo che ho sempre stimato, che devo stimare, coll'amarezza nel cuore e colle lacrime in gola, dico soltanto: Vi hanno ingannato! Sì! Sì! Vi hanno ingannato! Dinanzi a voi — guardatemi in faccia! — non c'è un uomo abbietto... un... mantenuto... (la tensione è troppo forte, non può quasi finir la parola e si lascia cader di peso sulla seggiola, con uno scoppio di lacrime)... un mantenuto di sua moglie!Schiavino(pesta i piedi con dispetto: gira per la stanza: poi si ferma: lo guarda: gli si avvicina battendogli sulla spalla) Su! Su! Per Dio!E torna a passeggiare borbottando. Pietro Schiavino ha visto degli uomini cadere ai suoi piedi col cranio fracassato da una palla, rimanendo impassibile; qualcheduno, ne ha ammazzato lui stesso, corpo a corpo, alla baionetta. Ma ha sempre sofferto una debolezza nervosa: quella di non poter veder piangere nè uomini, nè donne: gli fa ira, dispetto, rabbia.Schiavino(battendogli più forte sulla spalla) Vostra moglie, stasera, era al Costanzi! In un palchetto col ministro Albertoni! — È una donna... si capisce benissimo. Ve ne siete innamorato e non avete avuto torto. Insomma, finitela! Ve l'ho detto avanti; non ho tempo da perdere.Giordano(alzandosi, col viso ancora stravolto: fissando lo Schiavino) Ebbene, no.Schiavino.No? Che cosa?Giordano.Adesso sì; molto. Ma prima non ero innamorato; anzi non volevo assolutamente. È stata lei. (Con straordinaria gravità, ergendosi maestoso e stendendogli la mano) Vi domando il silenzio, sulla vostra parola d'onore.Schiavino(colpito dalla meraviglia e dalla curiosità e attratto, tanto più dopo aver vista la bella donna, dalla inaspettata confidenza del marito) Parola d'onore. (E a sua volta gli stringe la mano).Giordano(parlando sotto voce, rapidamente, concitato) Io ero pazzo per un'altra donna. Avevo un'altra relazione, a Milano. Uno di quei legami colpevoli e fatali, che vi turbano la ragione e la coscienza, e che, se qualche angelo, appunto, non vi salva, vi fanno uscir fuori dalla buona strada, forse per tutta la vita. La signorina Dionisy, succede quasi sempre così, colle ragazze, io la vedevofrequentemente; ma con lei avevo parlato appena una volta o due; posso dire, non le avevo badato, non mi ero accorto di nulla. Fu un mio amico, il presidente del Circolo artistico-letterario di Milano, il nobile Barbarani...Schiavino.Lo conosco.Giordano(con entusiasmo) Una bravissima, una simpaticissima persona! Fu lui, appunto, che si ostinò a volermi far notare, da qualche indizio, la simpatia della signorina Dionisy per me: simpatia alla quale, naturalmente, io non potevo, non volevo credere. Poi il Barbarani mi riferì i discorsi che si facevano in giro, e che mi mettevano di buon umore come altrettante storielle amene. La ragazza era stata ad una mia conferenza; mi aveva veduto, sentito; io le ero stato presentato e l'avevo accompagnata a casa, e subito — un colpo di fulmine — era cascata, innamorata, morta! Chi poteva credere a tutto ciò? Nessuno, ed io meno degli altri; ma la prudenza, i riguardi m'imponevano di non andare in casa Dionisy, ed io, infatti, più volte invitato, sollecitato, ho sempre cercato e trovato qualche scusa. Di giorno, ed era vero, non avevo un momento disponibile, tutto preso dalla mia opera sulVescovo Ambrogio, che uscirà prestissimo in una splendida edizione illustrata. La sera, ero occupato... diversamente. Ma, un bel giorno, che succede? Il padre della signorina, un dilettante di musica assai appassionato e intelligente, dà un gran concerto, e viene lui stesso in persona alla Biblioteca di Brera a cercarmi, ad invitarmi. Non vi posso dunque mancare, tanto più che anchequell'altra personasi recava al concerto. Vado; mi trovo colla signorinaDionisy, scambio con lei qualche parola e subito devo accorgermi che il Barbarani ha ragione. Che cosa fo? Scrivo una lettera alla ragazza, nella quale, molto francamente, le dico questo: che io non sono ricco e che per età potrei essere quasi suo padre. Dunque, sarei ridicolo e colpevole lusingandola e lusingandomi d'amore.Schiavino.Benissimo!Giordano.E che in ogni caso — queste sono le precise parole — non sarebbe mai stata mia moglie, fino a quando io potessi comparir vile dinanzi a me stesso, seduttore verso i suoi parenti, interessato in faccia alla società.Schiavino. Benissimo! Bravo!Giordano(continuando, sempre più infervorandosi, riscaldandosi, coll'accento della verità e della passione) E lei allora, la signorina Emma che cosa mi risponde? «Sono giorni terribili, sempre in urto, in collera con tutti i miei; ma sono contentissima di soffrire per te, sono tua e sarò sempre tua con tutta l'anima, con tutto il cuore.» Che cosa avreste fatto voi nel mio caso?Schiavino(si accarezza la barba e non risponde).Giordano.Sareste partito? Sareste fuggito?Schiavino(accarezzandosi sempre la barba) Probabilmente.Giordano.Bravo! È quello, appunto, che ho fatto anch'io. Lascio Milano e vado a Padova. La ragazza mi tempesta di lettere. Io, prima, non rispondo; poi, costretto, rispondo tanto freddamente, che la poveretta ne soffre, comincia a star poco bene. Intantoquell'altra persona, di cui vi ho già parlato, si mostra indegna di ogni affetto serio,profondo, e questo disinganno, questa delusione, è naturale, spinge il mio cuore sanguinante verso la dolce, la cara fanciulla. Essa in quel momento è il conforto, la vita nuova dell'anima. Pure, anche questo sentimento lo chiudo, lo soffoco dentro di me e continuo a non scrivere altro che assai raramente e assai freddamente, finchè un giorno, uno della famiglia stessa dei Dionisy, un cugino, l'architetto Carlo Borghetti...Schiavino.L'archeologo?Giordano.Precisamente! Carlo Borghetti mi scrive che la fanciulla sta molto male e mi prega di ritornar subito a Milano. (Si leva un grosso portafoglio pieno di lettere dalla tasca interna della giacca, e lo tiene sempre in mano finchè parla). Voglio mostrarvi questa lettera...Schiavino.No, no; vi credo!Giordano.Come avreste fatto anche voi, corro a Milano...Schiavino.S'intende.Giordano.Ma resisto ancora; resisto sempre. Oh, se fosse stata povera, quella ragazza! Ma era ricca, ed io ho sempre sacrificato tutto al mio onore, al mio orgoglio. — No! No! Non voglio! — Ma la povera ragazza, intanto, sempre male, sempre peggio! I genitori, prima, naturalmente, contrariissimi ed accaniti contro di me, dopo si mostrano arrendevoli, per finire col pregare, col supplicare. Io fo loro dichiarare dal Barbarani e dal Borghetti, li conoscete tutti e due, di esser pronto a partire, a scomparire per sempre dall'Italia, dall'Europa; e disperato anch'io, anch'io coll'amore e colla morte nel cuore, parto, fuggo, vado a Genova per imbarcarmi! (Cercando colle dita tremanti un'altralettera nel portafoglio) Sentite che cosa mi scrive, appunto a Genova, il dottore della famiglia.Schiavino(a sua volta stanco, vinto, nervoso). No! ma no! Facciamo presto: vi credo: dunque, basta. L'avete sposata e avete fatto bene. Basta.Giordano.No; non basta; perchè se avete pubblicamente stampato che io sono il mantenuto di mia moglie, lo avete anche pensato. Il dottore mi scrive queste precise parole: «Per un falso, un malinteso principio di amor proprio, non avete il diritto di porre a gran repentaglio la pace, la felicità di una rispettabilissima famiglia, che merita tutti i riguardi, e forse compromettere anche la vita stessa di una giovane, buona, affettuosa, la cui salute è già molto scossa e vacillante.» — Io non rispondo subito; il dottore viene a prendermi a Genova, mi porta per forza a Milano, e a Milano, pure protestandomi innamorato della ragazza, dichiaro a lei stessa, che, mentre io mi tenevo impegnato per tutta la vita, lasciavo lei, ancora, perfettamente libera; dichiaro ai suoi parenti che io sarei stato felice quel giorno soltanto, in cui avessi potuto sposare la signorina Emma, ma che per arrivare a quel giorno volevo prima assicurarmi, obbligandomi con un editore e coll'ottenere una cattedra, una rendita certa di almeno sei o settemila lire. Questa rendita, senza contare altri lavori straordinarii, avrebbe garantito la mia indipendenza e la mia dignità, colla sicurezza del pane quotidiano. E così ho fatto (Aprendo ancora il portafoglio) Volete vedere i documenti?Schiavino(chiamando il ragazzo perchè gli porti le bozze dell'articolo) No! No!Giordano(mettendosi il portafoglio in saccoccia).Prevedevo e quindi disprezzavo anticipatamente le calunnie, le infamie degli invidiosi, dei tristi; ma mi premeva,volevoessere giudicato onesto dagli onesti. (Incrociando le braccia sul petto e fissandolo) E, adesso, rispondetemi: che cosa pensate di me?Schiavino(stendendogli la mano, e anch'egli, oramai, dopo il calore e l'intimità del colloquio, continuando famigliarmente a dargli del voi). Lavorate di lena, e amate vostra moglie! (Prende le bozze dalle mani del ragazzo di stamperia che entra in quel punto, si mette al tavolino e comincia a correggerle).Il ragazzo.Aspetto?...Schiavino.Sì. (A Giordano: sempre correggendo le bozze) Del resto... avevo sentito qualche cosa di questo vostro... romanzo, a Varese, dove ho una sorella maritata e dove vado a passare le mie vacanze. Ma c'è tanto poco di vero... anche nei romanzi che non si stampano!Giordano(avvicinandosi: aspettando ancora un momento) Dunque, il letterato, lo storico... (sorridendo) il conferenziere sopra tutto, ve lo abbandono; ma, come uomo, posso contare, ormai, sulla vostra stima?Schiavino(seccato d'essersi lasciato sorprendere dalla commozione e volendo far capire al Mari che è ora di andarsene, continua a correggere le bozze, senza più rispondergli, nè guardarlo).Giordano(abbottonandosi la giacca) Una sola promessa dovete farmi: quando saprò che sarete a Varese e verrò a prendervi colla carrozza per condurvi a casa mia all'Argentera, per presentarvi a mia moglie, non dovrete dirmi di no.

La redazione delPopolo: l'ufficio del direttore: un bugigattolo nei mezzanini, con un gran tavolo nel mezzo, pieno di giornali sfogliati e tagliati, e accanto all'uscio, riparata da un paravento, una scrivania sulla quale c'è appena il posto per le cartelle e il calamaio, tanto è ingombra di roba: libri, opuscoli, lettere e carte. Alle pareti: due sciabole intrecciate, la maschera e i guanti da scherma; i ritratti di Mazzini e di Cattaneo. Un caldo soffocante; un gran fumo di pipa; odore di gas e inchiostro fresco, e continuo, assordante, il fracasso delle macchine della tipografia vicina.

Sono le dieci di sera: l'ora in cui comincia il lavoro, perchè il giornale esce al mattino.

Pietro Schiavino(un gran testone arruffato: una bella faccia onesta con una lunga barba brizzolata: la sola vanità del direttore del Popolo. È dalle nove che s'è messo a scrivere l'articolo: scrive irregolarmente, ma rapidissimamente colla mano storpiata senza un dito, perduto — ormai chi sa dove! — in Sicilia).

Un ragazzo di stamperia, che fa anche da portiere,sguscia tra l'uscio e il paravento e si presenta dinanzi al direttore, porgendo un biglietto di visita.

Schiavino(alza il capo e fissa il ragazzo, cogli occhi stravolti, stanchi dal lavoro) Che cosa c'è?... Ritorni domani.

Il ragazzo(sempre porgendo il biglietto di visita) Ha detto che se adesso, lei, è occupato, aspetterà, o ripasserà più tardi.

Schiavino(prende il biglietto, legge il nome e, subito, lancia un'occhiata rapida, istintiva alle due sciabole appese alla parete) Fa passare. No, aspetta! (Prende le cartelle scritte e le dà al ragazzo da portare al proto in tipografia) Che si regolino: ce ne sarà ancora per una mezza colonna. Poi fa entrare quel signore.

Uscito il ragazzo, Pietro Schiavino si alza e va in mezzo alla stanza: vuol essere pronto a difendersi, caso mai quell'altro fosse venuto per insultarlo o aggredirlo.

Giordano Mari(niente soprabitone dalle falde svolazzanti, niente cilindro: giacca bigia e cappello basso. Inchinandosi, presenta una letterina al direttore).

Schiavino(prende la lettera, salutando con un breve cenno del capo; ma, mentre comincia a leggerla sempre in sospetto, tien d'occhio ogni mossa di Giordano. Dopo aver voltato il foglio e vista la firma, con un «oh!» di maraviglia).

— Stefano Cogoleto!...

Giordano Mari. Siamo vecchie conoscenze di Venezia, di Padova. L'ho riveduto questa primavera, di passaggio, a Milano. Ieri ci siamo incontrati per caso e siamo andati a pranzo insieme.

Pietro Schiavino si avvicina alla lampada a gas e ormai senza più nessuna diffidenza legge attentamente tutta la lettera.

Camera dei Deputati

Carissimo Schiavino!

«Se la monarchia, presentemente, ci divide, il nostro cuore, il nostro passato e la reciproca stima ci riuniranno per sempre; ed è con questa sicurezza, oso dire con questo diritto, ch'io ti presento il mio egregio amico Giordano Mari. Egli desidera darti alcune spiegazioni, ed io stesso l'ho consigliato, l'ho indotto a questo passo dopo aver molto pensato e discusso, e dopo aver finito dove si avrebbe dovuto incominciare, col ricordarsi sopra tutto che tu sei un uomo di primo impeto, ma di gran cuore, e agire in conseguenza.

«Un duello?... Perchè?... Anche Giordano Mari ha già fatto e assai brillantemente le sue prove. Tutti e due avete da lavorare; un duello sarebbe un perditempo inutile e dannoso, perchè maggiormente divulgherebbe l'offesa e ne darebbe cognizione a una persona cara, per la cui felicità e tranquillità Giordano Mari è in dovere di compiere qualunque sacrificio, anche quello del proprio risentimento.

«Va bene?

«Io ti conosco; so, da tutta la tua vita d'uomo, di soldato e di pubblicista (e di ciò ho reso convinto anche il mio egregio amico), so che tu non attacchi mai nessuna persona con mire indirette,o per partito preso. Avrai ragione, avrai torto, ma tu, singolare temperamento di giornalista... politico, scrivi soltanto ciò che ti esce dal cuore. Il tuoarticolo, però, a ragione o a torto, non è mai altro che un moto, un impeto spontaneo e prepotente del tuo animo libero, fiero, generoso, ma che può anche ingannarsi... o essere ingannato.

«È per tutto ciò, per questa tua bella e nobile schiettezza, che i tuoi vecchi amici, diventati oggi tuoi avversarii politici, ti conservano per altro e ti professano intera e inalterata la loro stima e contano, con orgoglio, sul ricambio della tua buona e fedele amicizia.

«Io, come te, avevo giudicatomolto severamenteil professore Mari. Spero che tu, con me, finirai col ricrederti sul suo conto.

«Una stretta di mano dal tuo caporale del '60 e dal tuo colonnello del '66.

Stefano Cogoleto»

Pietro Schiavino, dopo aver letta tutta la lettera, è diventato serio, triste. Gli succede sempre così, ogni qual volta si trova dinanzi il suo vecchio compagno d'arme, o si trova con lui in qualche rapporto.

... Quante speranze, quante lotte, quanti sacrifici per un ideale comune, e adesso?.. Eppure, Stefano Cogoleto, di Sarzana, è un galantuomo, un gran galantuomo, un patriota e, per Dio, un fegato sano!... Mah!... L'ambiente parlamentare!... È stato l'ambiente parlamentare!... Lo ha guastato e rammollito completamente!... Peccato!

Schiavino(dopo queste considerazioni e fatto un sospiro, si rivolge a Giordano Mari, indicandogli una seggiola) Prego... se vuol sedere.

Giordano Mari.Se in questo momento ella ha da fare, io tornerò più tardi; anche domattina, se le fosse più comodo. Mi basta, per il momento, di averle consegnato la lettera del colonnello Cogoleto e di aver avuto l'onore di conoscerla personalmente. Vuol fissarmi un'ora? Quando vuole. Sono sempre a sua disposizione.

Schiavino.No, no; anche adesso; ciò che vuol dire, dica pure.

Giordano.Ma... e allora come si fa? (gli indica un gran cartello appeso ad un uscio, sul quale è stampato a lettere cubitali):

AVVISO IMPORTANTISSIMO

NON SI ESPORTANO GIORNALI DALLA REDAZIONE.LE VISITENON POSSONO DURARE PIÙ DI DIECI MINUTIABOLITI I COMPLIMENTI I TITOLIE LE PAROLE INUTILI.

Come si fa? Ho pratica anch'io di giornali, mi vanto di essere stato anch'io giornalista e di esserlo ancora un poco. So la fretta e la furia di questi momenti e d'altra parte... (sorridendo) mi potrebbe occorrere almeno un quarto d'ora.

Schiavino(parlando in fretta, coll'aria di chi non può schivare una seccatura, ma vuol sbrigarsene su due piedi) Lei mi domanda un quarto d'ora ed io posso accordarle venti minuti: il tempo per comporre l'articolo che ho mandato in tipografia. (Indicandogli a sua volta l'avviso stampato) Soltantotenga presente l'ultima raccomandazione: Sono abolite le parole inutili.

Giordano(siede democraticamente, mettendo il cappello per terra e le mani in tasca) Allora, eccomi a lei, francamente, lealmente, da gen... (stava per dire «gentiluomo», ma si corregge in tempo) da galantuomo a galantuomo. Ho letto il suo articolo contro di me. Lo chiamo articolo... (cominciando a riscaldarsi), ma potrei anche chiamarlo... con un altro nome.

— Lo chiami come vuole. Soltanto, l'avverto: ho scritto ciò che penso e non ritratto una parola.

Giordano(con fierezza: fissandolo in faccia arditamente) So che non si viene da Pietro Schiavino per domandare una ritrattazione. E tanto meno personalmente. In questo caso non sarei venuto; avrei mandato. Indotto, persuaso anche dal colonnello Cogoleto, io sono qui, ripeto, un galantuomo in faccia ad un altro galantuomo, non per domandare rettifiche, ma per ottenere la sua stima. Sissignore; perchè alla sua stima ho diritto... e perciò anche il dovere di pretenderla.

Giordano Mari parla chiaro, fissa bene in faccia, alza la voce, non ha paura: al direttore delPopoloriesce simpatico.

Giordano(continuando sempre sullo stesso tono) E intendiamoci bene, e subito. Non mi occupo nemmeno di quella parte dell'articolo dove si fa la critica. Il letterato, non lo difendo. In venti anni che scrivo, che lavoro, mi sono sempre abbandonato tutto intero ai miei critici, perchè si divertano. Ma si figuri! in vent'anni, non ho mai perduto la calma e l'appetito, nemmeno quandoc'è stato chi ha trovato il suo piacere, o il suo tornaconto, a darmi dell'asino! A lei, perchèè lei, potrei soltanto replicare, così alla sfuggita, che se più volte ho «saccheggiato il Taine,» l'ho anche più volte citato, come potrà facilmente verificare quando le manderò il volume delle mie conferenze. Potrei forse farle anche osservare, che per conoscere bene quanto in me ci sia di falso, come filosofo e come scrittore, bisognerebbe esser dentro nel mio cuore, o aver vissuto con me. Ma di tutto ciò, ripeto, non mi occupo. Ci vorrebbe altro! Ma lei, lei, proprio lei, mi ha insultato come uomo; e il suo insulto è tale, che se mi fosse stato lanciato da un cretino, prima lo avrei schiaffeggiato e poi gli avrei tagliato le orecchie.

Schiavino(alzando a sua volta la voce) Prego! La prego!

Giordano(continuando più forte) Se avessi avuto di fronte una canaglia, avrei fatto un processo.

— Può risparmiare le sue... supposizioni!

— Ma si tratta, invece, di Pietro Schiavino, e a quest'uomo che ho sempre stimato, che devo stimare, coll'amarezza nel cuore e colle lacrime in gola, dico soltanto: Vi hanno ingannato! Sì! Sì! Vi hanno ingannato! Dinanzi a voi — guardatemi in faccia! — non c'è un uomo abbietto... un... mantenuto... (la tensione è troppo forte, non può quasi finir la parola e si lascia cader di peso sulla seggiola, con uno scoppio di lacrime)... un mantenuto di sua moglie!

Schiavino(pesta i piedi con dispetto: gira per la stanza: poi si ferma: lo guarda: gli si avvicina battendogli sulla spalla) Su! Su! Per Dio!

E torna a passeggiare borbottando. Pietro Schiavino ha visto degli uomini cadere ai suoi piedi col cranio fracassato da una palla, rimanendo impassibile; qualcheduno, ne ha ammazzato lui stesso, corpo a corpo, alla baionetta. Ma ha sempre sofferto una debolezza nervosa: quella di non poter veder piangere nè uomini, nè donne: gli fa ira, dispetto, rabbia.

Schiavino(battendogli più forte sulla spalla) Vostra moglie, stasera, era al Costanzi! In un palchetto col ministro Albertoni! — È una donna... si capisce benissimo. Ve ne siete innamorato e non avete avuto torto. Insomma, finitela! Ve l'ho detto avanti; non ho tempo da perdere.

Giordano(alzandosi, col viso ancora stravolto: fissando lo Schiavino) Ebbene, no.

Schiavino.No? Che cosa?

Giordano.Adesso sì; molto. Ma prima non ero innamorato; anzi non volevo assolutamente. È stata lei. (Con straordinaria gravità, ergendosi maestoso e stendendogli la mano) Vi domando il silenzio, sulla vostra parola d'onore.

Schiavino(colpito dalla meraviglia e dalla curiosità e attratto, tanto più dopo aver vista la bella donna, dalla inaspettata confidenza del marito) Parola d'onore. (E a sua volta gli stringe la mano).

Giordano(parlando sotto voce, rapidamente, concitato) Io ero pazzo per un'altra donna. Avevo un'altra relazione, a Milano. Uno di quei legami colpevoli e fatali, che vi turbano la ragione e la coscienza, e che, se qualche angelo, appunto, non vi salva, vi fanno uscir fuori dalla buona strada, forse per tutta la vita. La signorina Dionisy, succede quasi sempre così, colle ragazze, io la vedevofrequentemente; ma con lei avevo parlato appena una volta o due; posso dire, non le avevo badato, non mi ero accorto di nulla. Fu un mio amico, il presidente del Circolo artistico-letterario di Milano, il nobile Barbarani...

Schiavino.Lo conosco.

Giordano(con entusiasmo) Una bravissima, una simpaticissima persona! Fu lui, appunto, che si ostinò a volermi far notare, da qualche indizio, la simpatia della signorina Dionisy per me: simpatia alla quale, naturalmente, io non potevo, non volevo credere. Poi il Barbarani mi riferì i discorsi che si facevano in giro, e che mi mettevano di buon umore come altrettante storielle amene. La ragazza era stata ad una mia conferenza; mi aveva veduto, sentito; io le ero stato presentato e l'avevo accompagnata a casa, e subito — un colpo di fulmine — era cascata, innamorata, morta! Chi poteva credere a tutto ciò? Nessuno, ed io meno degli altri; ma la prudenza, i riguardi m'imponevano di non andare in casa Dionisy, ed io, infatti, più volte invitato, sollecitato, ho sempre cercato e trovato qualche scusa. Di giorno, ed era vero, non avevo un momento disponibile, tutto preso dalla mia opera sulVescovo Ambrogio, che uscirà prestissimo in una splendida edizione illustrata. La sera, ero occupato... diversamente. Ma, un bel giorno, che succede? Il padre della signorina, un dilettante di musica assai appassionato e intelligente, dà un gran concerto, e viene lui stesso in persona alla Biblioteca di Brera a cercarmi, ad invitarmi. Non vi posso dunque mancare, tanto più che anchequell'altra personasi recava al concerto. Vado; mi trovo colla signorinaDionisy, scambio con lei qualche parola e subito devo accorgermi che il Barbarani ha ragione. Che cosa fo? Scrivo una lettera alla ragazza, nella quale, molto francamente, le dico questo: che io non sono ricco e che per età potrei essere quasi suo padre. Dunque, sarei ridicolo e colpevole lusingandola e lusingandomi d'amore.

Schiavino.Benissimo!

Giordano.E che in ogni caso — queste sono le precise parole — non sarebbe mai stata mia moglie, fino a quando io potessi comparir vile dinanzi a me stesso, seduttore verso i suoi parenti, interessato in faccia alla società.

Schiavino. Benissimo! Bravo!

Giordano(continuando, sempre più infervorandosi, riscaldandosi, coll'accento della verità e della passione) E lei allora, la signorina Emma che cosa mi risponde? «Sono giorni terribili, sempre in urto, in collera con tutti i miei; ma sono contentissima di soffrire per te, sono tua e sarò sempre tua con tutta l'anima, con tutto il cuore.» Che cosa avreste fatto voi nel mio caso?

Schiavino(si accarezza la barba e non risponde).

Giordano.Sareste partito? Sareste fuggito?

Schiavino(accarezzandosi sempre la barba) Probabilmente.

Giordano.Bravo! È quello, appunto, che ho fatto anch'io. Lascio Milano e vado a Padova. La ragazza mi tempesta di lettere. Io, prima, non rispondo; poi, costretto, rispondo tanto freddamente, che la poveretta ne soffre, comincia a star poco bene. Intantoquell'altra persona, di cui vi ho già parlato, si mostra indegna di ogni affetto serio,profondo, e questo disinganno, questa delusione, è naturale, spinge il mio cuore sanguinante verso la dolce, la cara fanciulla. Essa in quel momento è il conforto, la vita nuova dell'anima. Pure, anche questo sentimento lo chiudo, lo soffoco dentro di me e continuo a non scrivere altro che assai raramente e assai freddamente, finchè un giorno, uno della famiglia stessa dei Dionisy, un cugino, l'architetto Carlo Borghetti...

Schiavino.L'archeologo?

Giordano.Precisamente! Carlo Borghetti mi scrive che la fanciulla sta molto male e mi prega di ritornar subito a Milano. (Si leva un grosso portafoglio pieno di lettere dalla tasca interna della giacca, e lo tiene sempre in mano finchè parla). Voglio mostrarvi questa lettera...

Schiavino.No, no; vi credo!

Giordano.Come avreste fatto anche voi, corro a Milano...

Schiavino.S'intende.

Giordano.Ma resisto ancora; resisto sempre. Oh, se fosse stata povera, quella ragazza! Ma era ricca, ed io ho sempre sacrificato tutto al mio onore, al mio orgoglio. — No! No! Non voglio! — Ma la povera ragazza, intanto, sempre male, sempre peggio! I genitori, prima, naturalmente, contrariissimi ed accaniti contro di me, dopo si mostrano arrendevoli, per finire col pregare, col supplicare. Io fo loro dichiarare dal Barbarani e dal Borghetti, li conoscete tutti e due, di esser pronto a partire, a scomparire per sempre dall'Italia, dall'Europa; e disperato anch'io, anch'io coll'amore e colla morte nel cuore, parto, fuggo, vado a Genova per imbarcarmi! (Cercando colle dita tremanti un'altralettera nel portafoglio) Sentite che cosa mi scrive, appunto a Genova, il dottore della famiglia.

Schiavino(a sua volta stanco, vinto, nervoso). No! ma no! Facciamo presto: vi credo: dunque, basta. L'avete sposata e avete fatto bene. Basta.

Giordano.No; non basta; perchè se avete pubblicamente stampato che io sono il mantenuto di mia moglie, lo avete anche pensato. Il dottore mi scrive queste precise parole: «Per un falso, un malinteso principio di amor proprio, non avete il diritto di porre a gran repentaglio la pace, la felicità di una rispettabilissima famiglia, che merita tutti i riguardi, e forse compromettere anche la vita stessa di una giovane, buona, affettuosa, la cui salute è già molto scossa e vacillante.» — Io non rispondo subito; il dottore viene a prendermi a Genova, mi porta per forza a Milano, e a Milano, pure protestandomi innamorato della ragazza, dichiaro a lei stessa, che, mentre io mi tenevo impegnato per tutta la vita, lasciavo lei, ancora, perfettamente libera; dichiaro ai suoi parenti che io sarei stato felice quel giorno soltanto, in cui avessi potuto sposare la signorina Emma, ma che per arrivare a quel giorno volevo prima assicurarmi, obbligandomi con un editore e coll'ottenere una cattedra, una rendita certa di almeno sei o settemila lire. Questa rendita, senza contare altri lavori straordinarii, avrebbe garantito la mia indipendenza e la mia dignità, colla sicurezza del pane quotidiano. E così ho fatto (Aprendo ancora il portafoglio) Volete vedere i documenti?

Schiavino(chiamando il ragazzo perchè gli porti le bozze dell'articolo) No! No!

Giordano(mettendosi il portafoglio in saccoccia).Prevedevo e quindi disprezzavo anticipatamente le calunnie, le infamie degli invidiosi, dei tristi; ma mi premeva,volevoessere giudicato onesto dagli onesti. (Incrociando le braccia sul petto e fissandolo) E, adesso, rispondetemi: che cosa pensate di me?

Schiavino(stendendogli la mano, e anch'egli, oramai, dopo il calore e l'intimità del colloquio, continuando famigliarmente a dargli del voi). Lavorate di lena, e amate vostra moglie! (Prende le bozze dalle mani del ragazzo di stamperia che entra in quel punto, si mette al tavolino e comincia a correggerle).

Il ragazzo.Aspetto?...

Schiavino.Sì. (A Giordano: sempre correggendo le bozze) Del resto... avevo sentito qualche cosa di questo vostro... romanzo, a Varese, dove ho una sorella maritata e dove vado a passare le mie vacanze. Ma c'è tanto poco di vero... anche nei romanzi che non si stampano!

Giordano(avvicinandosi: aspettando ancora un momento) Dunque, il letterato, lo storico... (sorridendo) il conferenziere sopra tutto, ve lo abbandono; ma, come uomo, posso contare, ormai, sulla vostra stima?

Schiavino(seccato d'essersi lasciato sorprendere dalla commozione e volendo far capire al Mari che è ora di andarsene, continua a correggere le bozze, senza più rispondergli, nè guardarlo).

Giordano(abbottonandosi la giacca) Una sola promessa dovete farmi: quando saprò che sarete a Varese e verrò a prendervi colla carrozza per condurvi a casa mia all'Argentera, per presentarvi a mia moglie, non dovrete dirmi di no.


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