III

Fu proprio in quel tempo che il bisogno d’una modella della sua età e del suo stampo divenne per me urgentissimo: un mio quadro di caratteristici costumi partenopei, colorito della vivacità del color nostro e materiato degli elementi tra malinconici e grotteschi che offrono all’assaporante o meditante gastronomia dello sguardo certe nostre vie popolane, mancava appunto di quell’assai pittoresca figura senile, ch’io ricordavo d’aver più volte incontrata per la via, rincorsa dall’odiosa ragazzaglia plebea che non rispettaalcuna peripatetica sventura: una vecchia bizzarramente vestita, con certe buccole argentee che le scappavano disotto al cappelletto tutto piume e nastrini e le sbattevano sulle gote infossate,—con un cestino infilato al braccio e, attaccato al polso ossuto della mano destra, un bastone con cui minacciava i suoi persecutori infantili.

—Quella?—mi dissero, come ne parlavo una volta tra conoscenti—Quella è donna Clorinda.

Finalmente la ripescai, una sera di estate, in una taverna di Piazza Francese. La vecchia v’era seduta in fondo, quasi accanto al focolare, e di faccia a lei, alla medesima tavola, cenavano due facchini del Molo Piccolo e un soldato della vicina caserma. Donna Clorinda reggeva a due mani la scodella della minestra e con tutta precauzione l’accostava alle labbra e beveva il brodo. In un tondino era un mucchietto di pesce fritto. Come l’oste seguitava a frigger pesce e ne lasciava cadere una minuzzaglia infarinata nella padella piena d’olio bollente e un fumo acre e denso si spandeva attorno, la testa architettata di donna Clorinda appariva e spariva in quel fumo. Rimpetto a lei i due facchini parlavano di sciopero, picchiando di volta in volta sulla tavola con le larghe mani callose, dalle unghie lucenti d’untume: il soldato, un settentrionale biondiccio, beveva silenziosamente, e fumava.

—No, no, domani non posso:—ella mi dichiarò gravemente—di domenica non posso.Domani ci ho la messa. Vado in chiesa, a San Giacomo degli Spagnuoli, a pregare pe’ miei antenati. Sa lei che io discendo dagli Aragona, dal grande Alfonso?

Il soldato si volse, sorpreso. Con un sorriso concessivo e dignitoso, inoltrando le dita nel pesce fritto, di cui poi si mise un pizzico in bocca, donna Clorinda soggiunse, a bocca piena:

—Verrò da voi lunedì. V’accomoda?

—Ma mi dovete giurare di venire. Sul grande Alfonso, non è vero?

Lei levò la mano con un altro pizzico di pesce, solenne.

—Sul grande Alfonso d’Aragona!

E mancò al giuramento. L’aspettai tutto il giorno, e in quello seguente mi rimisi a rintracciarla. Per fortuna ella m’aveva indicata la casa ove pernottava da un anno, dalla morte di Mastia.

—Se mai, mandate a chiamarmi lì, sotto l’arco, accanto al teatro delFondo. A destra, sotto l’arco, è una scaletta. Fate chiedere dellabaronessa.

L’arco così detto delFondodal teatro al quale è attaccato da una parte, è ancor quello scuro e sozzo passaggio che dalla via dell’Arsenale, lungo un de’ muri del teatro, mette a Piazza Francese. Mi vi avventurai tra’ mucchi di spazzatura e il copioso rigagnolo d’una fontanina di cui i monelli avevano deviato il corso. Cercai, sulla mia destra, la scaletta che la vecchia m’aveva indicata. V’era, di fatti; anzi là sotto nonv’era che quella. E come ne ascendevo, cautamente, gli sconnessi gradini lubrificati dall’umido e dal traffico, una fresca voce femminile m’incitò, dall’alto.

—Avanti, signorino! Avanti!

Ero giunto al sommo della scala. Mi trovai faccia a faccia con una ragazzona in camicia color di rosa.

—Bè?—mi fece, seguitando ad arrotolare una sigaretta—Non entra? Se ne resta lì? Favorisca!

—Chi è?—chiese una voce, di dentro.

—Un signore.

Avevo ben compreso ove fossi cascato. Diamine! Non v’era proprio da ingannarsi. E pure—confesso—lì per lì fui preso da quel minuto d’irresolutezza che può far passare anche un provetto per un ingenuo.

—Ha un cerino, per caso?—disse la ragazza in camicia, che aveva passata e ripassata la punta della lingua sulla Satin della sigaretta—S’accomodi, intanto: si metta a sedere. Sa, ce ne sono delle altre.

Si voltò a dietro e chiamò:

—Chiarina! Armida! Ida! La romana!

A una a una, in quella piccola stanza ov’era solo un divano in giro sul quale ricorrevano specchi appannati in tante cornici barocche, apparvero altre femmine seminude, sonnolenti, sbadiglianti.

Una si buttò sul divano, appena entrata; un’altra, rannodando sull’occipite i lunghi capelli neri, balbettò un buon giorno svogliato. S’aperse, sulla destra della sala, una porta e vi si affacciò un donnone gigantesco con fra le mani, che parevano gonfie, il macinino del caffè. Alle sue spalle, per lo schiuso della porta, apparve un pezzo del focolare e subito nella sala si sparse un odore acre di frittata alla cipolla. Si udiva scorrer l’acqua della fontanina nella vaschetta e quel romore quasi copriva le voci.

—Buon giorno al signore—disse il donnone—Scuserà. Ci trova indesabigliè. Queste principesse si levano tardi. S’accomodi! Ida, vai a chiudere il robinetto!

Quella della sigaretta entrò in cucina. Cessò il romore dell’acqua.

Il donnone soggiunse:

—Forse cerca la Virginia?

Ora la sua voce sonora, maschile s’accompagnava di volta in volta con la musica del macinino, del quale ella girava a tratti la manovella.

Credetti di non dover perdere più tempo.

—Cerco di donna Clorinda...

M’interruppe uno scoppio di risa.

—La baronessa!—gridò Chiarina.

Le ragazze urlavano:

—La baronessa! La baronessa!

—Voialtre!—minacciò il donnone—Su! Dentro tutte!...

Ma già quelle mi sospingevano, seguitando a gridare e a ridere, per uno scuro corridoio ove in fondo era una piccola porta.

—È qui, è qui...

—Picchio?—chiese alle compagne una bionda.

—Picchia forte! Ohè! Baronessa! Signora baronessa, aprite!

La bionda picchiava forte, con la mano spiegata. Di fuori s’udiva la voce del donnone:

—Troie! Non fate chiasso!

—S’è chiusa dentro—disse Chiarina, che guardava pel buco della serratura.

E si mise a picchiare anche lei.

—Che volete? Chi volete?

Riconobbi la voce aspra, incollerita della vecchia.

—Aprite! C’è un signore!

—Virginia non riceve!—urlò la vecchia, di dentro.

—Ma cerca di voi!

—Vuol vedervi!

—È il vostro innamorato!

—Cristo!—fece il donnone, intervenendo—V’ho detto via! Via tutte!

La chiave stridette nella toppa. S’aperse a mezzo la porticina e tra la porta e lo stipite apparve una piccola figura femminile, immota. Era una biondina, sottile, pallida, con due occhi dolci e timidi che interrogavano or me ora quelle donne.

Vi fu un breve silenzio. Un fiotto di luce si riversò dalla piccola stanzuccia nel corridoio.

—Che volete?—disse la biondina.

—Niente, niente—disse il donnone—Il signore ha chiesto della baronessa.

La biondina spalancò l’uscio e poi si trasse da parte. Ora si illuminava tutta quanta. Era vestita d’un camice azzurrino e già pettinata, semplicemente. Nella mano destra premeva un mazzo di carte da giuoco: l’altra mano, pur bianca, fine, esangue, abbottonava il camice sul petto.

—È la Virginia.—mi soffiò all’orecchio il donnone—Tipo signorile.

Da un letto, in fondo alla camera, la stridula voce di donna Clorinda gridò:

—Ho capito! È il pittore. Verrò, verrò, signor pittore! Verrò domani senz’altro!

—Non potreste oggi?

—Oggi? Ebbene, sì, oggi! Oggi senz’altro!

Era beatamente adagiata nel letto della Virginia, con la bianca testa su due capezzali, con una collana di grossi coralli al collo. Sulla coltre erano sparse alcune altre carte da giuoco. Accanto al letto era una poltrona sudicia e sdrucita, in cui la biondina avea fatto il fosso.

—Ha visto la Virginia?—mi fece il donnone riconducendomi all’uscio di strada—È un peccato. S’è legata alla vecchia e perfino le lascia il suo letto. E giusto adesso, che avrebbe bisogno tanto di riposare! È malata, sa: ma è cocciuta...

Pensavo a quel fosso, nella poltrona.

—E dorme lì, nella poltrona?

—Se n’è accorto? Già. Ma guardi! Si può essere più bestia di così! Farmi le nottate intere accanto alla pazza, che le cava la ventura dalle carte!

—Che diceva lei? Ch’è malata?

—Ah! Signore Iddio!—sospirò la virago.

E con la punta del medio si toccò a più riprese in mezzo al petto enorme e molle, ondeggiante a ogni suo più piccolo moto.

—Qui, capisce?

Scendevo le scale, scusandomi.

Il donnone mi gridava dietro:

—Sa, badi: si tenga a sinistra! E non dubiti: penso io a mandarle oggi la baronessa. E mille rispetti! E ci venga a trovare!

Difatti la pazza m’arrivò allo studio qualche ora appresso, nella sua solita buffa acconciatura. Durante il primo riposo cercai di farmi narrare la storia della Virginia: doveva bene avere una storia la biondina. Ma mi riescì di sapere poco o nulla: la vecchia anzi s’era rabbuiata e mostrava di non volersi troppo intrattenere dell’argomento. Sì, la Virginia le aveva ceduto il suo letto, l’aveva fatta accogliere in quella casa per carità, s’era impietosita, ecco tutto.Figlia di signori, la Virginia: sapeva leggere e scrivere e aveva pur cantato a teatro.

Tutto questo ella mi andò borbottando con l’abituale sua disordinata maniera di narrazione, così che non riescii che a comprendere ben poco: ilvaniloquio della pazza raffittiva l’oscurità che io avevo cercato di penetrare e in cui si perdeva la figura, pur così interessante, della piccola bionda.

Costei morì sullo scorcio di novembre e donna Clorinda morì due settimane appresso. La virago mi raccontò che la vecchia s’era seduta nella poltrona di Virginia e lì s’era lasciata morire. La collana di corallo se l’era presa la virago: glie la vidi al collo. Chiarina mi disse che alla pazza non avevano trovato nulla addosso, infuori d’un piccolo e logoro portafogli nel quale erano due o tre soldi e, avvolto in un biglietto del lotto, un bel ricciolo di capelli biondi che somigliavano tanto a quelli della Virginia.

—Ah, caro Lei!—mi fece il donnone, sull’uscio di strada—Non può immaginare che s’è patito con quelle due! E lei?... Tornerà?... Ora son finite le malinconie... Badi... si tenga a sinistra... Mille rispetti. Ci venga a trovare, neh? E per cose allegre, ora, per cose allegre!...

Cominciava ad albeggiare, ma la luce si faceva strada quasi a fatica tra il fitto d’una caligine opaca. Accesi un fiammifero e ne appressai la fiamma al polso della mia mano sinistra. Al momento della mia partenza pel fronte mia madre mi vi aveva ella stessa attaccato un orologetto d’argento. Ora se l’è ripreso, povera donna; l’ha rivoluto, e lo porta appeso al collo con una catenina, e mille volte al giorno pare che abbia bisogno di guardarvi l’ora.

La piccola vampa del fiammifero arrossò in faccia qualcuno—per un attimo—che m’era vicino, e di cui non distinguevo che l’ombra immobile, quasi raggomitolata in quella semioscurità della trincea.

—È giorno....—mormorò l’ombra.

—Sì—risposi—A momenti.

L’ombra si rizzò. E, come se ne avesse dato il segno, altre si agitarono in quella fossa lunga e stretta, umida e fumigante. Adesso, rapidamente, la luce svelava e coloriva tutto: i soldati,le armi, le corde arrotolate a cerchio e ammassate, gli apparecchi telefonici riparati in una buca, i mucchi di vanghe e di gavette il cui metallo accoglieva già de’ riflessi luccicanti.

—Forza!—urlò in quel punto stesso, e ove più la trincea si rinserrava, una voce roca e beffarda.

Subito un’altra, più lontano, gridò:

—Granata a destra!

Levai pur io gli occhi in cielo. Vidi abbassarsi, nel lontano, su d’un albero fronzuto, una piccola nuvola tonda che quasi istantaneamente si squarciò e diventò come un gigantesco polipo giallognolo da’ tentacoli spioventi e scricchianti. Udimmo un rombo, uno scoppio, uno schianto—e dal posto ov’era l’albero si levò un fumo nero e lento, che rimase lì quasi immoto.

L’ombra riprese, sottovoce:

—Signor tenente...

E Marcello Sant’Agàveto, novizio teatino, ora soldato semplice nel 141º di linea, mi si strinse così da presso che ora i nostri corpi si premevano. Sentii posarsi sul mio braccio la sua mano e, voltandomi, vidi lucere i suoi grandi occhi scuri. Ma la mano non tremava, e gli occhi pareva che mi sorridessero.

—Che vuoi!... Fa presto...

—Un minuto soltanto... Sentite... Voi siete stato una volta a Santa Chiara, da mia prozìa la badessa... Vi ricordate?...

—Sì, sì....

—Ebbene... un favore, signor tenente...

Infilavo in tutta fretta il mio cinturone con lamauser, e passavo sotto il mento e v’affibbiavo nervosamente la correggina dell’elmetto. Udivo i comandi venire dall’estremo limite della trincea, confusi, inquieti, accompagnati dal solito vocìo sordo, dal solito strepito di ferraglia. E qualcosa a noi s’avvicinava dalla vasta spianata, qualcosa che intendevamo e non distinguevamo.

—Promettetemi di consegnare questi oggettini a quella povera vecchia... Mi aspetta. È per me che vive ancora... Ditele....

Mi sentii ficcare nella saccoccia destra de’ pantaloni una mano che vi s’addentrò fino in fondo, vi lasciò un involtino, e si ritrasse. Le confuse voci della trincea ora coglieva e ammorzava un poco un crepitìo lacerante, che cresceva sempre e, a quando a quando, era superato da scoppii più sonori. Seguirono, subitamente, a una di queste violente detonazioni un fumo violaceo, ch’empì tutta la buca formicolante, e un silenzio improvviso. Non vedevo più nulla: mi credevo accecato. Il teatino mi doveva tuttora essere accanto, poichè quella che lentamente, sommessamente terminava una preghiera, mi parve proprio la sua voce.

—...committo spiritum meum...

Una vampata, un fragore, un urlio d’assalitorie d’assaliti, e il fumo, l’orrendo fumo che ci avvolgeva e ci stringeva alle fauci....

Nient’altro....

Non ricordo più nient’altro....

***

—Ave Maria!Chi volete?

—Vorrei parlare alla signora badessa....

—Figlio, è malata.

—E che ha?

Attraverso la rete di sbarre della duplice inferriata che separa da’ visitatori l’antico e privilegiatogratino della badessa, da una penombra uguale, ove qualcosa di bianco s’agita un poco, trema un fievole sospiro.

—Che ha?—riprende la voce nella penombra.—Gli anni. Ottantasette, figlio. È un po’ sorda: non può parlar più troppo, e ci fatica a scendere quaggiù.

Segue un silenzio. Odo, adesso, il tic-tac lento d’uno di quelli orologi a stipo che si vedono tuttora nei monasteri e pare che quasi siano lì per accompagnare col cadenzato lor ritmo le preghiere borbottate, o un canto lieve.

A poco a poco, guardando dentro per la inferriata, gli occhi miei s’avvezzano a penetrare quelle ombre che prima m’erano sembrate così tenebrose. L’orologio che subito non avevo visto,ora lo vedo: sta davanti a uno di quelli enormi canterani ove le monache ripongono la biancheria e i paramenti—e accanto all’orologio, che pare una bara in piedi, è un tavolinetto che sostenta uno scarabattolo. Mi pare di discernere in questo—ora che dal finestrone che sovrasta al canterano e all’orologio piove di passaggio un lume più diffuso—la testa di cera che fu cavata dalla maschera di Maria Cristina,la santa, e affidata da’ familiari di Ferdinando II alle monache di Santa Chiara. Sì; mi pare che debba essere quella: ha i capelli di seta nera spartiti sulla fronte, gli occhi chiusi, la bocca esangue e sottile. Attraverso i vetri dello scarabattolo, rilevata dal cuscino di velluto amaranto in cui s’affossa, pare davvero recisa, e cadaverica e molle...

—E dalla signora badessa che volete, voi?

La piccola voce ora m’interroga un poco spazientita.

—Le devo fare un’imbasciata.

—La signora badessa vi conosce?

—Sì, mi conosce. E forse si sarebbe ricordata di me. Le ho parlato un anno fa, se non mi sbaglio...

Brevemente, dall’altra parte, suonò un risolino che subito si contenne.

—Ma, figlio, un anno fa la signora badessa stava bene! Un anno è un anno, pe’ vecchi... Basta, glie lo dirò che è venuto un signore... E come vi chiamate?

—Così... Guardate. È scritto qui...

Pe’ ferri della grata passò, scivolando sul marmo del largo balaustro e avanzando verso di me, qualche cosa come una di quelle spole in cui riponiamo le penne e le matite sui nostri scrittoi. Sbucò dalla mia parte, vi lasciai cader dentro la mia carta da visita, e la sottile barchettina si ritrasse e sparì. La donna non fece mostra di leggere la carta: da quel che potevo distinguere mi parve che se la ficcasse in saccoccia.

Vidi una cuffia bianca che si chinava.

—Ave Maria... Statevi bene.

—E allora, quando posso tornare?

—Che vi posso dire?... Tra una settimana... Tra dieci giorni...

—E quando tornerò...

—Chiamate Maria Agnese la conversa. E io scenderò. E poi porterò l’imbasciata.

***

Maria Agnese s’allontanò. Quell’interno appartato ridiventò silenzioso. L’ora meridiana cadeva: così che là dentro tutto adesso annegava in un’ombra diffusa, tutto spariva quasi rapidamente. Ma qui dove ero rimasto, nella stanzetta bianca—ove appiè della grata, sono alcune vecchie seggiole verdi di forma antica, a spalliere convessee co’ piedi a colonnine, le seggiole per i visitatori—la luce era ancor viva, ma d’un riverbero dolce e tranquillo, che si distribuiva ugualmente da per tutto. Rimasi in piedi un istante ancora—guardandomi intorno. Mi permettevo d’indugiarmi in quella cameretta come se sapessi che non mi sarebbe vietato quell’assaporamento d’una pace, d’una solitudine così profonde, velate dai veli aggraziati dell’arte ch’io vedevo espressa dalla nobile incorniciatura a cartocci in cui si rinserrava la duplice inferriata, da quei marmi commessi e policromi—che attorno attorno la ornavano come circoscrivendo un’arca preziosa—ancora, qua e là, un poco macchiati di luci. Mi pareva che mi dovesse pure esser lecito di riposarmi, in silenzio, sopra una di quelle seggiole di paglia, capaci e grossolane, che dal seicento alla fine del settecento si costruivano e si vendevano all’Annunziata, ove ancora oggi quell’industria ha gli ultimi suoi tenaci continuatori. La signora badessa, la conversa, il misterioso di là della grata, la rischiarata e quasi poetica cameretta ov’ero rimasto avvolto come da una tenera luce giallina e da un’aria impregnata di odore di rose secche, assorbivano adesso tutto l’essere mio, che là dentro sembrava a me stesso come nuovo e forastiero—un essere che veniva dalle vie, risuonanti di ferro e pregne di ansie, d’una città non meno delle altre investita anch’essa dal furore e dai palpiti d’una tragediaimmane, una città squassata, anch’essa, volta a volta, dagl’impeti della sua gioia o dalle contrazioni del suo dolore, e ancora percorsa da carriaggi e da soldati, e quasi mutata in tanti suoi aspetti singolari—da quello del suo mare, adesso deserto, ai deserti delle sue vaste arterie, delle sue piazze, dei suoi vicoli, sepolti in una notte paurosa e profonda.

Ora, mi pareva davvero che a quel luogo d’antica pace e d’antica fisonomia mi dovessi sentire estraneo in tutto. La stanzetta secentesca, que’ quadretti in cornici dorate a rigonfii e volute, l’ornato e marmoreogratino della badessa, la bella mensola addossata a una parete sotto uno specchietto veneziano dal vetro tutto chiazze si bagnavano ancora delle ultime luci che vi piovevano da un’alta finestra. Ma già una parte del pavimento diriggioleistoriate si copriva d’ombre: l’altra, più in qua, fin sotto ai miei piedi accoglieva tuttora un lume che andava scemando. Estranei a quell’aria tepida, a quella luce, a quelle figurazioni, a quel silenzio raccolto tanto sentivo l’esser mio, la mia figura, la mia divisa, il suono stesso della mia voce, che mi ritrassi pian piano, fino a quando potetti scivolare lungo l’usciuolo che si chiudeva sulla portineria e lì, per un momento, arrestarmi. Nemmeno in portineria era alcuno—ma su uno di quei sedili di pietra che girano appiè degli archi posava un cesto di fiori freschi. Chi l’avevaportato era forse per sopravvenire—e forse di là da quella enorme porta sempre chiusa lo sapevano, poichè mi sembrò udirvi un pispiglio...

Rifeci la mia strada—passo passo. E con la sua figuretta tutta raccolta, con que’ suoi limpidi occhi azzurrini che vivevano ancor tanto allora ch’io la prima volta la vidi—che vivevano e sorridevano—la signora badessa di Santa Chiara, una Caracciolo, mi accompagnò per la strada—piccola ombra rievocata, che mi tenne così compagnia per buon tratto, mentre pur mi pareva di udirmi allato quella tremula voce di bambina...

***

La mia licenza di trenta giorni era per scadere—e io pensavo che sarebbe ancora rimasto nelle mie mani il piccolo pacchetto che quel giovanotto mi aveva ficcato in saccoccia poco prima di far la fine straziata che fece.

M’urgeva di consegnarlo. Ora mi mandavano a Bari ove, appena arrivato, avrei saputo dell’ufficio a cui mi destinavano. Ma la guerra era per finire: ogni giorno ne arrivavano notizie liete per noi, e ogni giorno si sentiva più che mai il bisogno di liberarsi da quell’incubo orrendo. In questa nervosa impazienza ero anch’io. Avevo ancor gli occhi pieni di quelli spettacoli atroci, da’ quali m’era sembrato addirittura cheogni cosa più bella della mia esistenza fosse quasi per essere demolita o trasformata. Nulla, nulla volevo più ricordare. Anche di quell’involtino che m’aveva affidato quel piccolo prete anelavo di sbarazzarmi...

Soltanto tre giorni prima della mia partenza per Bari potetti rivedere la badessa. L’antica mia qualità di funzionario all’Intendenza di Finanza mi permetteva di accompagnare nell’antico monastero fondato dalla regina Sancha un ispettore che vi si recava a compilarvi un inventario.

Ella non mi riconobbe subito. Aveva, ora, un’aria assai stanca e camminava pian piano, un po’ curva, e mi veniva incontro come senza vedermi. Poi ci ritrovammo in un viale del grande giardino—ristorato nella prima metà del settecento da Domenicantonio Vaccaro—in piedi tutti e due là dove i pilastri sono rivestiti di gioconde maioliche napolitane che iniziano il colore e il disegno delle viti feconde di cui sostengono il pergolato. Era, intorno, la terra tutta sparsa di quelle foglie rossicce—e la signora badessa pareva che le stesse a contare. Poi la sua mano scarna, che tremava un poco, scivolò sulla spalliera del prossimo sedile e vi si appoggiò, spiegata.

—Mi va il sole negli occhi...

Sedette. E senza levar la testa, con le mani congiunte sulle ginocchia, riprese a parlare, piano:

—Voi siete quel militare dell’altra volta, che venne da parte di Marcello... Sì... V’ho subito ravvisato. Sentite... ebbi una lettera sua, tre mesi fa... O meno?... Non so... Diceva: Se posso venire in licenza e io verrò, verso maggio, ma è difficile. Io l’ho aspettato... Pregando il Signore... Unico figlio d’una figlia di mia sorella Mariantonia...

La lasciavo parlare. Ella parlava più a se stessa che a me, con la testa un poco reclinata: le due piccole mani di cera parevano inchiodate sulle sue ginocchia congiunte.

Continuò più lentamente:

—Anche Sabina, mia nipote, il Signore se la chiamò alla gloria degli angeli... Sia fatta la sua volontà... La madre di Marcello, così, da dieci anni, sono io... Povera serva di Dio...

Mise un sospiro—e sorrise, con un sorriso di bimba incantata.

—Ah, che consolazione... quando tornerà!... Gli farò dire la prima messa al nostro altare privilegiato... Immaginate che consolazione... E poi perchè digiuniamo, da cinque mesi ch’è lassù, alla guerra?... Signore, aiutateci!... Faccio digiunare anche le converse... Mezz’ora di preghiera, ogni sabato, la facciamo...

Aveva parlato eccessivamente e ora continuava a fatica, con un po’ di sopraffiato.

—... sulla pietra, in ginocchio...

Un piccolo colpo di tosse la interruppe.

—E la guerra che fa, signor militare?... È tanto giusta la causa... Anche Marcello me lo scrive... E santa Chiara... santa Chiara miracolosa...

Non distinsi altre parole. Il loro senso mi sfuggì. Si disperdevano adesso in un lieve sbadiglio, in un balbettìo di labbra che parevano affaticate.

A un tratto, lievemente, la vecchietta piegò il capo sulla spalla. Si sciolsero le sue mani, e una scivolò lungo un ginocchio. Non parlò più. S’era assopita—in quel giardino pieno di odore e di ronzii.

Mi allontanai pian piano. Le foglie secche ammorzarono il romore dei miei passi e quando, in portineria, passai davanti a Maria Agnese ella si levò per aprirmi e s’inchinò mentre uscivo:

—Ave Maria—mormorò, sorridendo.

Ai «Fossi», laggiù dietro la via larga e popolosa della Ferrovia, terminava il mercato dei panni. Le mercantesse si sbandavano. Alcune pigliavano per la strada della marina, altre si indirizzavano alla Via Nolana, dalla quale si levava, nel lontano, un fitto polverio bianco. Altre infilavano l’arco aragonese di Forcella e si cacciavano, a gruppi di due o tre, coi lor mucchi di panni in capo, ne’ vicoletti della Vicaria o ne’ labirinti di quelli della Duchesca ove, qua e là, sotto il sole di agosto, i rigagnoletti e le pozze luccicavano di riflessi metallici.

Lentamente il mercato si vuotava. Era cominciata tardi la vendita, verso il tocco, e terminava alle sedici, nell’ora del sole alto. Era andata avanti assai fiaccamente: le voci dellamalattias’udivano un poco da per tutto, le note di cronaca delRomae i bollettini si leggevano da gente commossa e paurosa or qua or là, d’avanti a’ bassi e dentro alle botteghe e nella via stessa, ove si radunavano capannelli di popolaniimpensieriti. Certo più della paura poteva la necessità: ma, da una settimana, il mercato de’ panni languiva. Le donne di Cardito, di Pugliano, di Pomigliano, d’Acerra lo avevano addirittura abbandonato, esse così tenere di coltri di seta gialla, di seta verde, imbottite di bambagia, trapuntate a mostaccioli, orlate di frange barocche argentate. E invano andavano su e giù le venditrici: davanti ai mucchi di pantaloni a quadrelli, di giacchette di velluto stinto, di corpetti rabberciati e di grembiali di ogni forma, provenienze misteriose della miseria, della morte, del furto, nessuno si soffermava. Nessuno comprava. Nell’inutile va e vieni perfino veniva a mancare la voglia di gridar la mercanzia: moriva in un sussurro l’alto vocìo de’ buoni giorni di vendita, e nell’afa insopportabile, sotto la sferza del sole, era tutto uno sfinimento. Dalla strada della Ferrovia la cupa eco del passaggio de’ grandi carri carichi di pellame, o di botti o di carboni, delle vetture d’albergo, dei carretti d’erbaggi delle paludi s’affievoliva: tutto quel transito pareva che non seguisse più come prima. Risuonava, soltanto, a tratti, la cornetta rauca d’un tramwai due, tre volte: squillavano i campanellini di un carretto solitario e, finito quel suono, pareva più alto il silenzio.

Due o tre ancora delle mercantesse si aggiravano per la via dei Fossi, occupata da un chiarore abbagliante. A una a una disparvero ancheesse. L’ultima veniva in sulla piazzetta, lentamente, come trascinandosi. Era un gran donnone: forte, alta, bruna. Il sudore le rigava le guance dalla fronte, le imperlava sotto gli occhi la fine epidermide, le riluceva sul labbro superiore, segnato da una fitta pelurie. In braccio ella si recava una pila di que’ comuni berretti a visiera di panno, che gli sbarazzini amano di portare di sghembo: e uno de’ berretti, per ripararsi dal sole, s’era proprio posto in capo.

Com’ella giunse allo spiazzato si arrestò: passava, tra due carabinieri, un giovanotto ammanettato. Andava alle carceri della Vicaria. L’ammanettato la salutò con un lieve cenno del capo e si fermò un momento anche lui e levò le mani incatenate, avvicinando la faccia al panno della manica, lì ove il braccio si piega. Passò e ripassò le gote sudate sul panno, soffregando forte. I carabinieri, aspettando, guardavano la donna e sorridevano. Poi ripresero la loro via. La berrettaia si rimise in cammino. Scavalcò un mucchio di pietre accatastate lì nella piazza per un guasto del selciato e, a un tratto, apostrofò il cocchiere di una vettura da nolo, il quale s’appisolava al sole, in serpa, in quel luogo quasi deserto.

—Rocco, salute e bene!

—Salute e bene...—sbadigliò quello, rizzandosi in serpa e raccogliendo le redini che gli erano cascate su’ piedi—E voi dove ve ne andate?

—Dove, figlio? A casa, cuore mio bello. Che ci resto a fare quaggiù? Non s’è venduto uno spillo!

—E io che son qui da mezzogiorno a bruciarmi al sole! Poc’anzi m’ha preso il sonno...

Dopo un po’ soggiunse:

—E del colera che si dice?

L’altra sgranò tanto d’occhi e scosse la testa.

—Ieri cento e due casi. Mio marito ha letto il giornale.

Seguì, daccapo, il silenzio. Improvvisamente la mercantessa si licenziò, col suo sorriso bonario.

—Così vuol Dio. Dunque, buona giornata, Rocco!

—Buona giornata anche a voi—disse il cocchiere.

E si chinò un’altra volta a raccogliere le redini che gli erano scivolate di su le ginocchia.

Una voce femminile lo chiamò, dal lato del marciapiedi.

—Cocchiere!...

Rocco si volse. Era unasignorinellapallida e piccola con certi grandi occhi neri lucenti, vestita di nero: qualcosa tra la maestrina e la cameriera di buona famiglia.

—Montate!—disse Rocco—Dove andiamo? Ella rimase in forse un momento. Poi disse:

—Alla Posta.

La vettura si mise in moto. A un tratto il cocchiere gridò:

—Bada, ohè!

E con la punta della frusta picchiò, per celia, sulla spalla della berrettaia, che rincasava a piccoli passi.

—Vado alla Posta—disse Rocco.

—Avete visto?—sorrise la berrettaia, scansandosi—V’ho portato fortuna.

Più in là, presso il Castello del Carmine, il cocchiere si girò indietro sulla serpa:

—E alla Posta v’aspetto?

La piccola pallida lo guardò come smarrita. S’era tutta rimpiccinita e rincantucciata in un angolo della vettura. Le sue mani tormentavano la pezzuola.

Balbettò:

—Alla Posta?... Sì... certo... m’aspetterete...

E ancora mormorò qualche cosa che il vetturino non intese—e si gettò indietro come abbandonandosi...

Quale viaggio strano, faticoso, irresoluto, in quell’afa ardente e insopportabile! Dove si andava? Si andava da per tutto: Rocco Longo era sfinito, era sfinita la sua bestia e anche pareva che la vettura malconcia a un tratto si dovesse sfasciare. S’andava in giro da tre o quattro ore. Da prima lasignorinas’era voluta fermarealla Posta e lì, allo sportello delle lettere, avea chiesto una lettera che non aveva avuta, che non c’era. Palpitante, incerta, s’era trascinata fino alla vettura, e quasi vi s’era lasciata cascare su’ cuscini.

—Dove andiamo?

—Dov’è l’albergo delle Tre Rose?

—E chi lo sa? Voi non lo sapete?

—Dove sono iLanzieri?

—A Porto.

—È lì... Andiamo!

La vettura avea preso perPiazza Francesee s’era ficcata ne’ vicoli di Porto. AiLanzierila sconosciuta scese d’avanti alla porta d’una delle tante miserabili e tristi locande del quartiere. Dalla serpa Longo domandò:

—V’aspetto?

E come ella pareva indecisa il vetturino soggiunse:

—Bene, andate pure: io vi aspetto.

Da’Lanzierierano andati allaMarinellae dallaMarinellaaiMercanti, e appresso allaGiudecca, alVico Coltellari, aRua Catalana. Ella, a ogni sosta, si precipitava dalla vettura, si cacciava in un palazzetto e riappariva poco dopo muta, livida, con gli occhi pieni di lacrime. Risaliva a stento in vettura: s’afferrava alla serpa talvolta. L’ultima volta Longo dovette aiutarla. Per via la udì singhiozzare.

Si volse.

—Ma che avete dunque!

Ella mormorò:

—Nulla... nulla.

Annottava. A un tratto Longo sentì che ella gli batteva lievemente, in punta di dita, sulla spalla.

—Dove andate?—disse lei.

Difatti, ove andava Longo, con la sua vettura polverosa, con la sua rozza affamata e zoppicante, sognando in serpa e guidando macchinalmente la bestia? Egli si arrestò, e si guardò intorno. Erano sulla via nuova, deserta e buia, dell’Arenaccia. Sulla destra si disegnava confusamente l’immane tettoia della stazione ferroviaria, nera nera: i grandi occhi immobili delle locomotive, rossi, verdi, giallognoli, ammiccavano nell’oscurità. Un fischio acuto e breve ruppe il silenzio: l’aria vibrò tutta al fragore d’un treno che passava sulle piattaforme metalliche. Dalla via si vide il treno svolgersi rapidamente, e trascorrere, come un gran serpe nero che scompariva nella notte.

La giovane disfece il nodo della sua pezzuola e ne cavò un pezzo da due lire.

—Questo m’è rimasto—mormorò.

Longo era sceso di serpa. Guardò appena le due lire, al lume del fanaletto, e le gettò in grembo alla giovane.

—Ma scherzate? Che mi mettete in mano? Due lire?... Andiamo, non ho voglia di scherzare!

Ella balbettava:

—Sull’anima di mia madre che m’è morta ieri l’altro...

—Ma che!—fece Longo—Ora mi si mette a giurare! V’ho portato in giro per quattro ore di seguito e il meno che mi spetta son cinque lire! Su! O mettete fuori le cinque lire o vi porto alla questura com’è vero il santo ch’è oggi!

Nel silenzio della strada la sua voce minacciosa suonava chiaramente. Lasignorinanascose la faccia tra le mani.

—Andiamo!—disse Longo—Spicciatevi!

Ella singhiozzava:

—Ascoltatemi... Io non sono di Napoli... Sono di Nola... Non sono pratica... Ho perso tutto e mia madre m’è morta, ieri l’altro... Avevo... lui... Un giovane... Capite?... E mi son messa a ritrovarlo. M’ha lasciata. Voi avete visto: non l’ho più trovato... Lasciata!... Abbandonata! Abbiate compassione... Non ho più nulla... Perdonatemi!...

Longo, con le braccia conserte, la guardava.

La sconosciuta soggiunse, piano, come parlando a sè stessa:

—Sono stata tradita... Era un cameriere d’albergo... L’albergo delleTre Roseai Lanzieri, dove siamo stati... Non v’è più... Partito... Sparito... Non v’è più...

Longo si mise a frustare il selciato e a bestemmiare.

Ella supplicava:

—È vero... Avete ragione... Perdonatemi...

D’un subito il cocchiere le si appressò, l’afferrò pel braccio e le fece:

—Com’è vero Dio, stasera prendo un guaio per voi! Chi vi conosce? E avete scelto la vettura mia e me per correre appresso al vostro uomo? Ma lo sapete voi che due lire non mi bastano neppure per l’avena al cavallo, e me l’avete ammazzato!

Ella mormorava:

—Perdonatemi... perdonatemi...

—Così fate, voialtre!—urlò Rocco—Così ingannate la gente, razza di bagasce!...

All’improvviso le piantò sulla spalla la mano larga e pesante, e si chinò sopra di lei che s’era gettata addietro sui cuscini.

—Almeno...—sogghignò—Ch’io vi veda in faccia, carina! Come siete in faccia?... Bella... brutta...? Vediamo un poco...

Ma si ritrasse, spaventato. Ella era diaccia: un sudore gelido le veniva giù pel volto e le bagnava pur le mani, che tremavano convulsamente.

Longo, sbalordito, la scosse:

—Signorina... signorina!... Che avete?... Non v’impaurite... Non vi voglio far niente...

La giovane s’irrigidiva. De’ conati di vomitola facevano sobbalzare sul cuscini, gli occhi già quasi le diventavano vitrei.

—Ho freddo...—mormorò—Ho freddo... Muoio...

Allora Longo comprese.

—Ah, Cristo!—urlò—Un caso fulminante!...

Si voltò, si guardò intorno, assalito da così vivo terrore che per due o tre secondi i suoi movimenti ne vennero paralizzati. La sconosciuta seguitava a torcersi e rantolava:

—Freddo... freddo... Oh mamma!...

E come lo vide fuggire a gambe levate per l’Arenaccia, si levò quasi in piedi nella vettura, con un ultimo sforzo, e stese un braccio.

—Aiuto!... Aiuto!...

Ricadde. Si ripiegò sui cuscini: v’annaspò con le dita raggranchite. E al sereno cielo che si popolava di stelle palpitanti e la vedeva morir sola, nella notte, levò uno sguardo disperato.

Balbettò ancora:

—Mamma... mamma...

E ricadde. E non parlò più.

Dopo un po’ il cavallo affamato si mise a nitrire e a battere sul selciato la sua larga unghia ferrata.

Poi fece un passo, poi un altro.

E si rincamminò, portandosi lentamente la piccola bruna, immota, per l’oscurità, verso la nascosta rete dei binari...

—Dunque, senti; ti ricordi di quella sera piovosa in cui ci lasciammo così nervosamente, uscendo dallaTrattoria dell’Asso di fiori?

Così cominciò a dire Cataldo Abbadessa, col quale ero seduto a tavola nel giardino della sua villetta a Cassino, sotto gli alberi di prugne e tra l’odore acre della mortella. Nel lontano s’infiammavano le cime degli alberi e la cupola dorata del piccolo campanile di Santa Mariella.

—Come accesi il lume nella mia camera—continuò Cataldo—e lo misi sulla tavola, m’accorsi che v’era stata lasciata una lettera al mio indirizzo. L’apersi con qualche trepidazione. Le condizioni dell’animo mio erano tali, quella sera, e così scombussolato era il mio spirito che ogni più piccolo avvenimento produceva sui miei nervi l’effetto d’una punta di fuoco. Letta appena la lettera, dubitai di sognare. M’annunziava un’eredità. Già: un mio lontano parente, vedovo, senza figli, era morto a Cassino e mi lasciava tutta la sua sostanza, vale a dire un gruzzolorispettabilissimo, laFattoria del Cavalloe il molino detto diFrancescone. Partii subito, il giorno appresso: e arrivato a Cassino mi recai dal notaio. Il buon vecchio m’abbracciò e baciò con le lagrime agli occhi: mi conosceva da quando ero bambino e mia madre mi conduceva a spasso lungo le rive del fiumicello disseminate di sassolini rotondi che io m’indugiavo a raccogliere. Terminati gli abbracciamenti e le congratulazioni il notaio mi consegnò una lettera del mio lontano parente, e mi disse: Don Cataldo, prima di visitare i poderi che v’ha lasciato il mio cliente, buon’anima, leggetevi questa lettera ch’egli mi raccomandò di consegnarvi appena foste arrivato quassù. Lessi la lettera. Il buon’uomo, tra l’altro, aveva voluto aggiungere al suo testamento una certa clausola riguardante il molino diFrancescone. Francesco Battiloro, dettoFrancesconea causa della sua statura gigantesca, era stato, fino a pochi anni addietro, padrone del molino che ora veniva in mie mani. Per le grandi ristrettezze in cui s’era trovato lo aveva poi venduto al mio parente. Questi era un’eccellente persona, e non aveva voluto strappare il vecchio e le sue due figliuole alle loro care pietre: e così,Francescone, fino a morte, era rimasto mugnaio nel molino dei suoi padri. Rosa e Carolina lo aiutavano a macinare, a riempire i sacchi e a caricare i carrettini. Un giorno il povero vecchio...

Cataldo s’interruppe. Mi guardò, guardò il mio bicchiere, e mi fece:

—Ebbene, non bevi?

Difatti, dimenticavo il delizioso vinetto bianco del mio amico.

Bevvi. Cataldo riempì per la terza volta il suo bicchiere.

—Alla tua salute, Vittorio!

—Alla tua, Cataldo!

Egli continuò:

—Un giorno, il poveroFrancesconesentì che la vita lo abbandonava. Mandò a chiamare il mio parente e con le lagrime agli occhi gli raccomandò, lo scongiurò di proteggere Rosa e Carolina come aveva protetto e beneficato lui. Che ne sarebbe stato delle due povere ragazze se avessero dovuto abbandonare il molino? E il mio parente promise, col cuor buono che aveva, e mantenne la sua promessa. Rosa e Carolina rimasero nel molino assieme a un antico e fedele garzone, e il mio buon parente, durante il resto della sua vita, non s’occupò che di loro. Venuto a morte anche lui, dopo quattro anni da quella diFrancescone, chiamò il notaio, gli ripetette le medesime raccomandazioni del mugnaio e non una ma cento volte lo pregò che m’interessasse in coscienza alla sorte delle due ragazze. Da parte mia risposi al notaio che Rosa e Carolina non avrebbero mai avuto a dolersi di me: sarebbero rimaste nel molino de’ loro avi e nessuno le avrebbe tormentate. Anzi, soggiunsi, io farò che una parte dell’utile vada proprio a loro vantaggio.

Bevemmo un altro sorso, e Cataldo riprese il suo racconto.

—Fin qua le cose andavano benissimo, e io stesso, non avendo altro da fare, mi occupavo delle faccende del molino. Quando ecco che v’entro un giorno, e chi vi trovo? Il figlio d’un carrettiere, un ubriacone della peggiore specie, alle prese con un giovanotto beccaio. Il carrettiere aveva cacciato il beccaio in una enorme madia, e quasi era per schiacciargli la testa sotto il coverchio. Figurati! E tutto ciò accadeva perchè quei due, tutti e due presi di Rosa, s’erano incontrati nel molino e lì era venuto loro in mente di saldare i loro conti. E ci volle il bello e il buono per metterli fuori! Vi riuscii soltanto in forza della mia qualità di assessore per l’istruzione, titolo e carica di cui l’onesta cittadinanza di Cassino mi aveva voluto insignire per i miei meriti letterarii. Intanto le due ragazze piangevano in un angolo, e la bionda Rosa mi fece, a mani giunte: Per carità, signor padrone, non ci mandi via dal molino! Io non ho colpa in quel ch’è accaduto! Glie lo giuro sull’anima di mio padre!

—Non era quella, caro Vittorio—seguitò Cataldo—la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con le due mie protette. Ma quellavolta, la commozione, il dolore di Rosa, non so, mi fecero un’impressione straordinaria.—Ma come—dissi io—come potete permettere a due insopportabili gaglioffi di venire ad accapigliarsi giusto nel vostro molino? Intanto tutti e due si vantano della vostra simpatia per ciascuno d’essi... (Rosa mi veniva appresso mentre uscivo—e nella viuzza, davanti al molino, ci trovammo a un tratto soli addirittura). Io continuavo a dire: Voi volete bene o all’uno o all’altro, non è vero? Dunque, ditelo. A chi volete bene? Al carrettiere? Al beccaio?...

Ella rispose, semplicemente:

—A nessuno dei due, padrone...

La guardai. Rosa mi guardò co’ suoi grandi occhi azzurri e poi li chinò, e arrossì, e tacque...

Il mio amico Cataldo s’interruppe un’altra volta.

—Be’?—mi fece col suo tipico accento pugliese—E non bevi?

Allora, sorridendo e battendogli con la mano sulla spalla, risposi:

—Ho capito. Bevo alla salute di Rosa, alla salute di tua moglie, caro Cataldo! Alla vostra felicità!

Egli assentiva, felice davvero, con gli occhi che gli luccicavano.

—Bravo! E io bevo alla tua salute, Vittorio! Hai indovinato. Sposai Rosa dopo due mesi. Ed eccomi qua, eccomi tranquillo, ecco la mia pace...

—Ecco la tua pinguedine, ecco il bel colore di salute che si spande sul tuo volto arrotondato, ecco il tuo debole per questo buon vinello bianco...

Egli si mise a ridere. Se ne versò un altro bicchiere: lo bevve d’un fiato, e cantò con la sua voce un poco stonata:


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