V.Echi del passato.
Quel giorno stesso, durante il pranzo, donna Marta disse ridendo al nipote:
— Ho saputo un gran fatto!... una specie di miracolo, di prodigio, di favola maravigliosa!...
Dalla sera innanzi, ella aveva cambiato totalmente d’umore, come se l’ultimo alterco l’avesse liberata di tutto il veleno che le stagnava nell’animo. Era ridivenuta ilare, festosa, ciarliera, garbata, quale da molto tempo non si mostrava. Verso Camilla specialmente usava cortesie nuove, delicatezze insolite: non le impartiva un ordine senza soggiunger sùbito «per piacere»; non le rivolgeva la parola se non con un’inflessione di voce affettuosa, quasi materna; e talvolta anche l’accarezzava con la mano. Del brusco congedo non s’era più fatto alcun accenno tra loro due; e, come di consueto (poiché donna Marta licenziava le sue cameriere almeno tre volte al mese), non se ne sarebber più rammentate né l’una né l’altra fino allo scoppio d’un prossimo litigio.
— Che hai saputo, mamma? — chiese il giovine, distratto, un po’ pensieroso, senza sorridere.
— Ho saputo che ti sei degnato d’accompagnar Flavia per il giardino....
— Ah, tu hai già visto la signorina Boris?
— Sì, or ora. Ella stessa m’ha anzi raccontato le vostre imprese, e puoi imaginare che allegre risate si son fatte alle tue spalle! Vuoi tu spiegarmi ora come fu addomesticata la belva selvatica?
Donna Marta, in così dire, rideva forte ancora; e mostrava una specie di profonda compiacenza, di sodisfazione sarcastica, vedendo il nipote confondersi e arrossire al soffio vivo di quei ricordi.
— Vuoi dirmelo, dunque? — ella insisteva. — Vuoi confidarti a me? Io ho già interrogato Flavia in proposito, ma la poverina non mi seppe rispondere. Proprio vero che i miracoli si fanno senza saperlo!
— Oh, Dio, che storie! — egli interruppe. — Si direbbe che ti sian saliti i fumi alla testa, questa sera! In fine: che t’ha detto quella... sciocca?
— Quella sciocca?!... Oh! Oh! Qual disprezzo!... Bada al vecchio proverbio, figliuol mio: chi sprezza....
Aurelio ebbe un lieve fremito in tutta la persona: le sue labbra, trattenute nell’atto di pronunciare una qualche parola, s’atteggiarono a una specie di sorriso ironico a pena percettibile. Contenendosi, tacque un istante; poi con un’intonazione esagerata d’indifferenza ridomandò.
— Che t’ha raccontato dunque la signorina Boris? Sentiamo.
— M’ha raccontato.... oh, nulla di compromettente nè per te nè per lei, puoi imaginarlo; ma, via, per quanto almeno ti riguarda, m’ha detto cose abbastanza sorprendenti: per esempio, che non hai avuto difficoltà ad accompagnarla a traverso l’orto fin su alla cima del colle; che hai perfino rubato per lei le ciliege del fattore.... È vero questo?
— Verissimo. Ma che trovi di straordinario e d’esilarante in tutto ciò?
— La novità! — rispose donna Marta, scoppiando a rider forte, come prima. — Del resto, — ella soggiunse sùbito, poichè s’accorse che il giovine incominciava a mostrarsi seccato, — una novità che non mi dispiace e per cui teco mi rallegro. Tu, caro mio, hai bisogno di vivere un po’ tra la gente, di distrarti, d’interrompere per qualche tempo quelle uggiose abitudini da solitario che ti guastano la salute del corpo e dello spirito! Questo potrebbe essere un buon principio....
— Ah, ora intendo la tua allegria! Tu sei contenta perchè.... costei mi ha fatto perder del tempo. Si capisce!
Egli disse queste parole senza guardar donna Marta, arrestandosi un attimo prima di pronunciare quel «costei», e scivolando con la voce sul resto. Poi lentamente si levò da tavola, conficcò una sigaretta tra le labbra, e soggiunse volgendosi indietro, quasi per spiare l’atteggiamento di lei:
— Usciamo fuori per prendere il caffè. Qui fa troppo bujo.
Nella gran sala in fatti, esposta a settentrione e illuminata da due finestrelle protette da fitte inferriate a rabeschi, la luce si era a poco a poco affievolita sì che le cose già s’ammantavano in ombre profonde.
Aurelio uscì sotto il porticato, e si diede a percorrerlo da un capo all’altro, meditando. Una sorda inquietudine si moveva dentro di lui: le confidenze fatte da Flavia all’avola, le strane previsioni che questa n’aveva tratte, le punture benevolmente sarcastiche di lei turbavano profondamente il suo spirito, sempre vigile e sospettoso. — Che c’era dunque già di segreto ne’ suoi rapporti con la signorina Boris, perchè egli si sentisse offeso solo al pensiero che una terza persona n’era venuta a conoscenza? Da che aveva origine quel sentimento quasi di pudore, che lo aveva acceso ascoltando dalla bocca dell’avola le sue gesta innocenti della giornata? Aveva forse fatto male Flavia, raccontando tutto? — No, in verità: nè male nè bene. E perchè dunque, provava egli contro di lei una specie di dispetto? perchè involontariamente, nell’animo suo, ne la rimproverava?
«Son donne entrambe,» egli pensò; «tra loro s’intendono. Certo, la mamma vedrebbe volontieri ch’io m’inamorassi della signorina; e.... certo quell’altra conosce le mie idee, pe’ suoi colloqui con la mamma. Che trionfo sarebbe per lei la mia conquista!... Fortunatamente un tal trionfo non potrà raccontare a nessuno, nè domani nè mai.»
In quel punto, mentre il giovine era tutto assorto ne’ suoi pensieri, fu sorpreso dal contattod’un braccio che gli cingeva il fianco. Donna Marta s’era levata, era uscita anch’essa dalla sala e gli si era pian piano avvicinata.
— Che pensi, Aurelio? — gli mormorò con dolcezza all’orecchio, accompagnando il passo a quello di lui.
— Nulla. Perchè?
— Tu non sei in collera con la tua povera vecchia nonna, non è vero? Io sono talvolta un po’ rude con te, un po’ bisbetica, un po’ violenta. Devi compatirmi. Non ero così un tempo; son gli anni e le sofferenze che m’hanno tanto mutata! Ma, dopo tutto, io ti voglio sempre un gran bene....
— Oh mamma! — egli esclamò d’un tratto commosso. E la cinse, anche, col braccio e si chinò per baciarla su i capelli canuti.
Camminarono così, un poco, stretti l’uno all’altra, in silenzio. Sotto le arcate dei portici l’ombra del vespro s’era già diffusa, pallida e fioca, come una sfumatura più densa della luce verdognola che colava dal cielo nel cortile: su quell’ombra, in torno, le colonne si distaccavano biancheggiando, simili a grandi torce di cera. E una malinconia di fedi spente, di cose passate, d’uomini che non sono più, aleggiava per il luogo antico, dove le due figure, nere entrambe e taciturne, parevano i fantasmi di due monaci medievali vaganti ancora nel crepuscolo tra le mura dell’ospizio disertato.
— Il caffè è pronto! — annunziò improvvisamente Camilla con la sua voce più squillante, apparendo tutta rosea e leggiadra su la soglia.
Si diresse alla piccola tavola da giardino, chedonna Marta aveva fatto collocare a un capo del portico d’avanti alla sala da pranzo, vi depose il bacile, e, con la stessa sollecitudine, canterellando, rientrò.
— Eppure quella ragazza non mi dispiace — disse la vecchia, seguendola con gli occhi sorridenti. — Un po’ d’allegria ci vuole; e noi veramente non siamo molto allegri!
Mentre essi sorbivano in silenzio il caffè, le vicine uscirono dalle loro stanze dopo aver pranzato. Come per prodigio, d’improvviso l’antico cortile si animò: le tre donne parlavan forte, ridevano, si chiamavan festosamente, suscitando nel luogo sonoro un intenso strepito d’echi. Quando s’avvidero della presenza di donna Marta, le loro voci divennero anche più alte nei saluti, i loro passi risonaron rapidi e concitati sul lastrico per accorrere più presto verso di lei.
— Buona sera, donna Marta!
— Come sta, contessa?
— Che piacere di vederla....
— Si parlava appunto di lei, or ora....
La vecchia s’era levata in piedi e diretta incontro ad esse, sorridendo alquanto confusa da quel chiasso, curvandosi ora verso l’una ora verso l’altra, porgendo ad esse le povere mani vizze, ceree, tremanti. Aurelio in vece era rimasto ritto al suo posto, e aspettava con aria distratta che le consuete espansioni femminili fosser finite. Dopo poco, lentamente, s’avvicinò al gruppo; strinse la mano alla signora Boris; salutò con un inchino e un sorriso la bionda, che rispose lanciandogli un’occhiata piena di malizia; si volse in fine a Flavia e, senza guardarlanegli occhi, mormorò con un fil di voce, abbassando alquanto il capo:
— Signorina, buona sera....
Ella pure abbassò il capo, ma non fiatò. Anzi, si volse sùbito verso Luisa, e si diede a parlarle di cose indifferenti, con un po’ d’alterazione nell’accento e nei gesti.
— Avevamo deliberato di far due passi fino a Ceresolo; — annunziò la signora Boris. — Di giorno non si può uscire, per il caldo. Se non si approfitta della frescura della sera....
— È vero, non ci si muove più, — s’affrettò a dire donna Marta. — Io, per esempio, non so da quanti giorni resto chiusa in palazzo.
Si rivolse quindi ad Aurelio, e chiese sorridendo:
— Se andassimo anche noi fino a Ceresolo?...
— Veramente — mormorò il giovine, angustiato dalla proposta; — mi pare un po’ lunga la strada per te....
— Ma chè! E poi a questo tu non ci devi pensare. Se mi sentirò stanca, ritornerò da sola, passo passo.... Andiamo!
Proferì queste parole, fissando il nipote con occhi imperiosi, come volesse dominarlo con la suggestione; e, sùbito sorridente, appoggiatasi al braccio della signora Boris, si diresse con lei verso la porta del palazzo.
— Avanti la gioventù! — comandò la vecchia, fermandosi con la compagna sul piano del rialto.
S’avviarono così in due file per la via mulattiera, che costeggia a sinistra il lago, di là dal vecchio ponticello gittato su le povere acque del Riale. Aurelio e le giovini precedevano;queste tenendosi strette sotto braccio, quegli solo al fianco di Flavia. Le due signore venivano in sèguito, a qualche metro di distanza, alquanto più lente sì che perdevan terreno pressoché a ogni passo.
Il tramonto era oramai esausto: dietro le Alpi lontane il cielo s’era spento, e solo poche pallide bragi languivano ancora agli orli di qualche nuvoletta dispersa; la tinta neutra del crepuscolo aveva già avviluppato tutte le pendici, distendendosi come un drappo cinereo su la piana superficie del lago. A lunghi intervalli, squilli di campana a morto venivano dall’altra sponda, non si poteva precisamente capire da quale villaggio appostato sul golfo; e in torno, nei prati e per le siepi, il coro degli insetti infervorava. Un odor misto di fieno e d’acqua stagnante fluttuava nell’aria quasi immobile.
Aurelio, a capo chino, con le mani penzoloni, camminava in silenzio accanto alle due fanciulle, ch’erano in vece assai gaje e loquaci. Per quella specie d’orrore che le donne hanno del silenzio, discorrevano esse di cose vane, rievocando le memorie degli scorsi anni in campagna: gite, avventure, abitudini o conoscenze perdute. Ed egli, con un turbamento visibile, seguiva il suono di quelle voci, che parevan melodiare su le vaghe armonie della notte estiva.
— Ti ricordi? — disse d’un tratto Luisa alla cugina. — Quante volte si è fatta così, di sera, questa strada con Federico!
— Era la passeggiata preferita da lui.
— Eh, si capisce: è la più buja! — malignò sogghignando la bionda. — Ti ricordi anchequella volta ch’egli mi fece tanto spaventare, uscendo d’improvviso da una siepe? Io, per poco, non caddi svenuta; e tu in vece.... Di’ la verità: voi eravate d’accordo?
Come non avesse udito la domanda, Flavia mormorò quasi tra sè, con voce triste:
— Già due anni son passati da quel tempo! Come mi sento mutata!...
— A proposito — interruppe Luisa vivacemente; — volevo chiedertelo fin dall’altra sera sul rialto. Non trovi che il conte Aurelio rassomigli un poco al Bracci?
— È vero, l’ho notato anch’io; — rispose Flavia, volgendosi a osservare il giovine. — Negli occhi; nella bocca, specialmente quando parla o ride; ha perfino alcuni gesti identici a Federico...
Aurelio, da che aveva udito il suo nome, si era avvicinato alle due signorine, e aveva seguito attentamente le ultime frasi del loro discorso.
— A chi rassomiglio io? — chiese con curiosità alla signorina Boris.
— A... un tal signor Bracci...
— Bracci...?
— Sì, un amicosuo, — rispose Luisa, allungando il collo per veder bene in faccia l’Imberido.
— Un amico d’altri tempi, che ora non conosco più, — Flavia soggiunse, con la voce concitata.
Il giovine, non avendo compreso l’allusione, si strinse nelle spalle e non osò interrogare oltre. Fu Flavia medesima che riprese, dopo un breve silenzio:
— Credo di averle già parlato altra volta di lui; precisamente la sera che fu a Cerro il signor Zaldini.
— È strano, non rammento... Non so...
— Egli... è stato per tre anni il mio fidanzato...
— Ah, — fece Aurelio con insolita vivacità; — sì, sì; ora ricordo... Ella però, signorina, non me ne aveva fatto il nome; nè io poteva imaginarlo.... è dunque per colpa di questo signor Bracci (al quale ho anche la sventura di rassomigliare) ch’ella ha chiuso per sempre e a tutti i battenti del suo cuore?...
— Sicuro, proprio per colpa di costui! — rispose Flavia, componendo i lineamenti del viso a un’espressione di dolore non ancor rassegnato.
E a poco a poco, con qualche interruzione di silenzio, come rispondesse a un sèguito di domande esatte che il giovine le indirizzasse, narrò intera la sua storia d’amore, a voce bassissima, senza uno scatto, mostrando solo dagli occhi l’indignazione profonda e il cordoglio che i ricordi ancora agitavano in lei. — La famiglia Bracci era venuta per ben cinque stagioni, senz’intervallo, a Cerro in campagna; e negli ultimi tre anni aveva preso in affitto appunto quell’ala del palazzo de Antoni ora abitata dagli Imberido. Quand’ella lo conobbe, Federico era un giovinetto ancora imberbe, studente di Liceo, biondo, roseo, paffuto, con due puri occhi celesti d’una rara chiarezza, con un’anima così semplice come quella d’un fanciullo. Incominciarono a giocare insieme spensieratamente efinirono per amarsi. Ella, ingenua fantastica appassionata, s’invaghì perdutamente di lui, forse soltanto perchè era il primo uomo che aveva saputo aprirle il cuore alla luce della vita; provò per lui un sentimento irresistibile, esclusivo, morboso, una specie di feticismo, di soggezione a un tempo umile ed eroica; lo giudicò in ogni cosa perfetto; ne ornò e corpo e spirito d’ogni grazia e d’ogni virtù. Perchè negarlo, oggi? Ella, durante quei tre anni d’illusione, fu in verità molto felice; così obliosamente felice che non potè nascondere a’ suoi stessi parenti la festa dell’anima sua. E questi, che su le prime eransi mostrati non poco ostili al suo nuovo legame, a mano a mano, persuasi dal contegno e più dalla perseveranza dei due inamorati, parvero alfine accettare il fatto compiuto con una certa benevola tolleranza. Dopo il secondo ritorno dalla campagna in palazzo, a Milano, essi permisero anzi a Federico di frequentare la loro casa; ed egli ben presto ne divenne non solo assiduo, ma familiare. Ciò significava che anche i suoi genitori avevan ragione di credere le sue intenzioni assolutamente serie e oneste, non è vero? Quanto a lei, si sentiva a quel tempo così tranquilla e fiduciosa nell’amor suo, che, se qualcuno le avesse detto di dubitare di Federico, avrebbe risposto: «Di Dio piuttosto che di lui.» Oh, com’è facile ingannarsi quando l’inganno ci è dolce!... E quanto sono indegni gli uomini d’essere creduti e d’essere amati!... Un anno dopo ogni rapporto tra loro era rotto, e per sempre.
— Ella ha dunque molto amato quel giovine?— chiese Aurelio sotto voce, quasi con ansia, quand’ella tacque bruscamente senza dare un sol motivo a quella separazione.
— Tanto, che non potrò mai più amare. Una delusione, come questa che ho patita, basta a distruggere in un cuore ogni entusiasmo, ogni fede, ogni confidenza, per sempre!
— Vuol dire che lo ama ancora? — egli mormorò.
Flavia non rispose; fece solo col capo un segno leggero di diniego.
— Certo, certo! Le pare?... — proruppe d’un tratto Luisa. — Flavia s’ostina a negare, ma si capisce che lo ama solo a guardarla bene negli occhi.
Mentre quelle memorie Flavia assembrava e raccontava con la voce dolente, Aurelio, un po’ chino verso di lei, sembrava che seguisse attentamente ogni sua parola, benchè di quando in quando fosse distratto da qualche pensiero intimo che gli sorgeva spontaneo nella mente. Egli in principio era stato colpito e maravigliato, sopra tutto dall’aspetto e dal tono inconsolabili di lei. — Era dunque quella medesima la creatura di gioja, che aveva empito in quel giorno i silenzii del giardino con lo squillante suo riso? Era quella mesta, la quale spargeva lacrime e fiori come sul sepolcro della propria anima, la giovinetta spensierata ch’egli aveva sentita tutta trepida e ardente palpitare tra le braccia? — Poi, a poco a poco, inavvertitamente era stato dallo stesso racconto preso, commosso, attristato; era discesa sul suo spirito, mentre Flavia narrava, una malinconia indefinibile, quasi unsenso di solitudine e di scoramento. In fine, quando Luisa affermò che la cugina amava sempre quel giovine pocanzi sconosciuto anche di nome, parve d’un tratto all’Imberido d’esser morso da un sordo sentimento d’ostilità, da un’antipatia aspra e profonda contro di lui. «Codesto indimenticabile sarà probabilmente un qualche uomo incolto e dozzinale,» egli pensò; e, come il suo dispetto si volse da questo all’inamorata, aggiunse sùbito, gittando a Flavia uno sguardo, pieno d’irrisione e quasi di sprezzo: «Degno di lei, senza dubbio.»
Eran giunti alle prime case di Ceresolo, dove il sentiere si biforca, e una viuzza scende alla antichissima chiesa e al lago, mentre l’altra si dirige su tra i dirupi verso la borgata d’Arolo. Dovettero fare una sosta nell’oscurità per aspettare le due donne, ch’eran rimaste molto indietro e si udivan ridere da lontano nel silenzio.
Era discesa la notte; nel cielo, fitto di stelle, non appariva più che un debole chiarore, una sottil zona di luce verdognola all’estremo occidente.
Poichè il pendìo declinava non molto ripido in un denso ammanto di robinie selvatiche, il Verbano, muto e vasto, era invisibile e dava l’idea d’un largo abisso spalancato tra le due discoste catene di monti. Si vedevan staccare, nerissimi su lo sfondo uniformemente bigio del paesaggio, i profili secchi delle case e quelli ondulati degli alberi più vicini.
— Che bujo, — esclamò Flavia, con la voce un po’ tremula, avvicinandosi al giovine. — Ho quasi paura!...
— Di che, dunque? — egli chiese, ridendo.
— Di tutto e di nulla. Mi han sempre fatto un senso strano le tenebre... Tu, Luisa, lo sai: io non ho mai potuto passar sola per una stanza oscura...
E, con un gesto repentino, ella mise il suo braccio sotto quello dell’Imberido.
Non dissero altro durante quell’aspettazione. Aurelio e Flavia, addossati al muro, stettero, quasi con l’animo sospeso, ad ascoltare i passi e le parole che s’avvicinavano lentamente; Luisa sedette su un macigno e incominciò a cantare con un filo di voce tenuissimo la romanza di Faust d’innanzi alla dimora di Margherita; poi, dopo poche note, anch’ella, attediata, si tacque.
— Ebbene? Che fate? Siete stanchi? — domandò donna Marta, trovandoli tutti e tre muti nelle tenebre. — E perchè questo silenzio?...
Flavia si sciolse sollecitamente dal braccio d’Aurelio e corse incontro a sua madre, dicendo:
— Vi si aspettava per sapere se dobbiamo ritornare o se si procede fino alla chiesa.
— Avanti! — ordinò la vecchia bruscamente.
— Avanti, — ripetè la signora Boris con la sua voce melliflua da contralto.
Discesero insieme nello stesso ordine di prima.
La chiesa di Ceresolo siede sul colmo del promontorio che protegge dalle tramontane la piccola baja di Reno, a capo d’uno spiazzo da tempo immemorabile tappezzato d’alte erbe, recinto da un muricciuolo quasi diruto. E il tramite per giungervi corre in mezzo a due siepidi sambuchi, così abbandonato anch’esso che l’erba e i muschi vi hanno liberamente messo radice tra gli apici della roccia. Così fitta era quivi l’oscurità e insidiosa l’ineguaglianza del terreno che Aurelio si volse più fiate ad avvertirne la nonna, la quale già protestava per la mancanza d’una lanterna. Fortunatamente il percorso era breve, ed essi usciron presto dall’ombra imprescrutabile in cui le siepi assai folte avvolgevano il sentiero.
— Un po’ di riposo, adesso, — disse donna Marta, e si soffermò colta da una sùbita ambascia.
Le due signore sedettero presso la chiesa sopra una pietra rettangolare che pareva il coperchio d’un antico sarcofago; il giovine, poi ch’ebbe accesa una sigaretta e scelto il punto d’onde la visuale era più spaziosa, si pose un po’ discosto a cavalcione sul muricciuolo; Flavia e Luisa, per iniziativa di questa, s’abbandonarono ridendo sul prato.
Dopo qualche momento non s’udì più nella gran calma delle cose che il pispiglio ininterrotto delle due donne in un angolo dello spiazzo, così sommesso che si confondeva con quello degli insetti nelle campagne circostanti.
— Canta, Luisa! — disse allora Flavia, cui le memorie avevano infuso una tenera mestizia.
La bionda tosto accondiscese; e la sua voce fluida e forte si levò nel silenzio, come un zampillo d’acqua balza subitaneamente dalla sommità d’una fontana muta al girar della chiave. Cantò ella ancora una melodia delFaust, quella lenta e velata con cui s’apre la grande scena diseduzione nel giardino di Margherita, al cader della notte:
Laisse-moi contempler ton visage....
Laisse-moi contempler ton visage....
Poi, come s’avvide che tutti l’ascoltavano intenti, ella proseguì; e il suo canto divenne caldo e appassionato, a volte s’addolcì come un sospiro, a volte ascese squillante come un grido, espresse successivamente l’angosciosa gioja della rivelazione, un desìo irresistibile di possesso, una disperata tenerezza, una smania oscura e fatale d’abbandono e di voluttà.
Nella strana disposizione di spirito in cui Aurelio si trovava alla fine d’una giornata per lui così diversa dalle altre, d’avanti a quei luoghi solitarii e misteriosi, tra i profumi snervanti ch’esalavano i prati e le acque, il canto di Luisa ebbe su lui un fascino nuovo e possente. Egli riconobbe la musica; ricordò le commozioni provate altra volta, udendola in un teatro; parvegli anche di riveder la scena rischiarata come da una luce lunare, e la tranquilla casetta tedesca mezza nascosta dal fogliame, e, in fondo, le due figure confuse insieme in un amplesso violento, al davanzale della bassa finestra cui la vergine s’era affacciata per mandare all’amante l’ultimo saluto. Fu, come già allo spettacolo reale, novamente sedotto e inebriato da quella magica finzione, alla quale l’arte dei suoni dava la sembianza di cosa più che vera, eternamente bella; e, nell’incoscienza della fascinazione, sentì sorgere e gonfiarsi dentro al cuore un desiderio folle d’amare, di gioire, d’obliar tutto in un gran sogno di felicità, digiuncare con i fiori più preziosi della sua anima privilegiata il cammino della donna eletta, affinchè questa passando ignara li calpestasse.
Quando Luisa si tacque dall’angolo dov’eran sedute le due signore vennero applausi e approvazioni alla cantatrice: era donna Marta che, suscitando l’ilarità della signora Boris, batteva calorosamente le mani e gridava a tutta possa:
— Brava! Brava Luisa!... — con lo schietto, romoroso entusiasmo d’una bambina.
L’Imberido, come si scotesse da un letargo, si passò più volte le mani su gli occhi, stese neghittosamente le braccia, poi, facendo eco debolmente alle approvazioni dell’avola, balzò con un salto dal muricciuolo a terra.
Nell’immenso silenzio s’udì suonar l’ora alle chiese lontane di Stresa e d’Intra: eran le nove e mezza. Un gran fuoco brillava su la vetta del Motterone, che pareva un vulcano; una profonda oscurità si stendeva in vece su tutti gli altri monti della riva opposta, fuorchè nelle borgate distese lungo il lago.
— Si va? — chiese Flavia, alzandosi in piedi.
— Andiamo! — risposero insieme sua madre e donna Marta.
Nel ritorno, all’inizio del sentier tenebroso, Flavia passò sùbito il braccio sotto quello d’Aurelio, e non si staccò più da lui che d’avanti alla porta del palazzo. Quivi si salutarono senza parlare, quasi commossi, stringendosi forte la mano.
Quando il giovine si trovò solo nella sua stanza, una gioja pacata e serena lo prese d’improvviso, come una sensazione assai gradevole diriposo dopo uno sforzo coronato da esito felice. Egli ristette qualche attimo sorridente e attonito nel bel mezzo della camera, col lume acceso in pugno; guardò il cumulo disordinato delle sue carte su la scrivania, e si compiacque, senza saper perchè, di sè medesimo, dell’opera sua, del suo destino che gli pareva aperto e chiaro come non mai. Nessun ricordo preciso di quel giorno era nella sua coscienza: egli non pensava nè a Flavia, nè al racconto del suo passato, nè al canto di Luisa, nè alla seduzione della musica amorosa; pensava vagamente a cose incerte e nebbiose, infinitamente piccole o infinitamente grandi, a tutto e a nulla. Si sentiva giovine, forte e sicuro; ed era lieto di vivere.
D’un tratto si mosse. Depose il lume su la scrivania, come usava fare tutte le sere; si sprofondò nel suo seggiolone d’avanti a questa; prese risolutamente la penna, e stette un poco con la mano ferma, sospesa su la pagina incompiuta dell’opera sua. Un soffio tenue di vento, come una carezza fluida, entrava a intervalli dalla finestra, portando nella stanza un odore acutissimo di gelsomini.
«Sono stanco,» egli pensò, senza stupore, senza rammarico: «scriverò meglio domattina.»
Gittò la penna, si levò in piedi, e incominciò sùbito a spogliarsi.