VI.Prime nebbie.
— Via, conte, coraggio! Faccia un bel salto nel vuoto, — gridò Flavia giù, dal giardino, ad Aurelio ch’era apparso in quel punto al balconcino della sua camera, con un libro aperto nelle mani.
Le due giovinette stavano in piedi, col viso levato verso di lui, tra due statue di ninfe seminude dai gesti raccolti e pudichi, d’avanti a un denso cespuglio d’ortensie tutto ornato da pallidi corimbi di fiori.
— Io verrò a morire ai loro piedi, — rispose Aurelio per giuoco, sporgendo il corpo dalla ringhiera come per misurare con lo sguardo l’altezza.
— No; noi lo riceveremo tra le nostre braccia, — disse audacemente la bionda; e scoppiò a rider forte, sbirciando la cugina che d’un tratto si fece seria e abbassò gli sguardi al suolo.
Aurelio sorrise e si ritrasse. Nel tepor blando della sera, l’anima gli si diffondeva nell’ariacon la respirazione. Il vespero estivo aveva una purità di cristallo; come una grande brage ardente sotto il cielo, il poggio rosseggiava; tutte le cose sottostanti, penetrate d’ombra, parevan sommerse in un terso liquido azzurro.
Egli, ancor dubbioso su ciò che avrebbe fatto, venne presso la scrivania e vi lasciò cadere lentamente il libro che stava consultando. Il pensiero che Flavia era là ad aspettarlo gli metteva nel petto un palpito convulso. Provava, come sempre quando doveva andare incontro a lei, quasi una necessità di sosta, di riposo, di raccoglimento, prima di prendere una deliberazione; e rimaneva così, a lungo, con il corpo e il pensiero inerti quasi in attesa d’un impulso esteriore. «Devo andare? Devo rimanere?» si chiese alla fine; e parve a lui in quel momento che non solo le convenienze lo consigliassero a trattenersi nella sua camera, ma altresì la sua volontà e il suo desiderio.
«Discendere?» egli pensò. «E perchè? Forse che mi diverte codesta compagnia? E non ho perduto già troppo tempo per causa loro? Dai primi di giugno non ho scritto che una decina di cartelle, e anche queste dovrò probabilmente rifare. Val dunque la pena ch’io ritardi il compimento dell’opera mia per quelle donne? No, no, io non discendo. Io non voglio discendere!»
Si volse; e vide ancora dal balcone spalancato il poggio igneo ai riflessi del tramonto. Imaginò le fanciulle in basso, nel memore giardino, tra le due statue goffe, d’avanti ai frutici fioriti. Esse certamente l’aspettavano ancora, immobili al loro posto, e fors’anche, aspettandolo,discorrevano di lui. Un’acuta curiosità lo punse: di sapere come potessero averlo giudicato quelle due ragazze frivole e astute; di conoscere il sentimento diverso ch’egli aveva suscitato in ciascuna di esse. Rivolse prima la sua attenzione a Luisa, poi la portò sùbito su Flavia, di cui si soffermò a indagare con più sottile arte il pensiero.
Quella creatura così bella e così mesta gli ispirava un sentimento di fiducia e quasi di protezione, irresistibile. Appena da un mese l’aveva conosciuta; e solamente da una ventina di giorni egli aveva incominciato a vivere con lei in una certa domestichezza, qualche ora ogni giorno. Eppure, in così breve lasso di tempo, egli aveva già fatto un’abitudine della sua compagnia, e, quando gli mancava, ne sentiva come un rimpianto. Espansiva, ciarliera, propensa a parlar di sè stessa, Flavia a poco a poco gli aveva confidato le sue memorie, le sue speranze, i suoi crucci intimi. Ed egli, da prima indifferente e quasi ostile, aveva appreso a poco a poco ad ascoltarla con un certo piacere, a vivere nel ristretto mondo intimo di lei, senza provare angustie o insofferenze.
Così, lentamente, cedendo per gradi insensibili alla seduzione di quei colloquii insidiosi, dopo avere accolto amabilmente le confidenze di Flavia, egli medesimo aveva anche incominciato ad aprirle un poco il suo mistero, a renderla in qualche modo partecipe de’ suoi pensieri e delle sue ambizioni. E, come s’era accorto ch’ella lo ascoltava con un’attenzione profonda, gli occhi fissi ne’ suoi immobilmente, e che spesso altresìlo approvava con rapidi cenni del capo, aveva posto un’assidua cura nel mostrare a lei il suo valore, la larghezza della sua coltura, la forza del suo carattere, la sottilità del suo ingegno. E un orgoglio enorme gli aveva sollevato tutto l’essere, quando ella un giorno aveva detto con accento di convinzione a lui, che taceva stanco dopo un lungo discorso:
— Ah, come la invidio, conte! A lei è riserbato certamente un alto destino. Ella possiede il segreto di dire le cose più astruse e complicate in una forma così limpida, così piana ch’io stessa, donna e ignorante come sono, riesco a intenderle e a persuadermene.
Nessun elogio già mai, nessun augurio eragli parso più dolce, più veritiero, più incoraggiante. Ed egli ora, ritto presso la scrivania, ripensava a quelle parole e si gonfiava novamente d’orgoglio.
Ma un’ansietà lo stringeva quanto più i minuti fuggivano. Lo urgeva un’inquietudine confusa, come un bisogno di movimento e di respiro libero, come un’impazienza che gli saliva su dal fondo del cuore e gli occupava, annebbiando, il cervello. Altre volte in quei giorni era stato assalito da una commozione simile; altre volte aveva dovuto d’un tratto, sotto la spinta misteriosa, interrompere il suo sereno lavoro, a mezzo d’un periodo che pure aveva già tutto concretato nella mente e avrebbe potuto compire in un attimo; altre volte, senza saper come nè perchè, s’era trovato fuori della sua camera, ramingo nel parco solitario o su la spiaggia, come alla ricerca di qualche cosa ignota!...
Aurelio lanciò uno sguardo in dietro verso il poggio: parvegli che il rossore al sommo fosse impallidito; parvegli che nel cielo qualche luce brillasse. Era un inganno questo, ma egli vide veramente qualche luce brillare nel cielo. — Quanto tempo era passato? Le due fanciulle l’aspettavano forse ancora in giardino? Imaginavano esse, — imaginava Flavia il motivo di quel lungo indugio?
Il dubbio che questa, avendo dato al suo ritardo una causa diversa, potesse giudicarlo scortese o immemore di lei, l’accorò profondamente. Si sovvenne in quel punto d’esser rientrato senza salutare, senza pur rispondere con un rifiuto giustificato all’invito confidenziale; ebbe contro sè stesso un moto di rimprovero e di rabbia, vivissimo. Pensò: «Ora bisogna discendere, almeno per iscusarmi presso di loro.»
E si mosse.
Nel giardino non trovò nessuno: per un’istintiva curiosità, s’inoltrò fin nel mezzo dello spianato; volle riconoscere il luogo preciso dov’eran già le giovinette, tra le due ninfe marmoree, d’avanti al cespo florido d’ortensie; e qui lo ferì un profumo strano e complesso, indefinibile, che non poteva esser quello d’un fiore e gli sollevò il ricordo come d’un vago sentimento lontano.
Dov’erano esse? Stanche d’aspettarlo, eran rientrate in casa? Eran uscite dal palazzo? Ritornò su i suoi passi; attraversò la grotta e il cortile senza incontrar nessuno. Aveva un bisogno smanioso di cercarle, di vederle, d’interrogarle; temeva sopra tutto che Flavia fosse indispettita contro di lui; pensava che, solamentepresentandosi in quella medesima sera, sarebbe riuscito a cancellare l’impressione sgradevole in lei lasciata.
Come uscì sul rialto, la vide finalmente abbasso, presso le barche, in compagnia di Luisa.
Entrambe gli sorrisero. Disse la bionda, accennandogli con la mano d’avvicinarsi:
— Ci scusi: siamo discese senz’aspettarlo..... Venga! Venga giù! Noi andiamo a fare un giro sul lago.
Egli discese verso di loro, sorridendo. E una mirabile mutazione avvenne nel suo interno, poichè i sospetti, che fino a quel minuto lo avevano oppresso, ora precipitavano all’imo, dileguavano, cedevano il luogo alla certezza salutare che nulla era ancor sòrto a turbare i suoi buoni rapporti con Flavia.
Ella, curva fin quasi a terra, era occupata a sciogliere il nodo della fune che assicurava la lancia a un grosso anello confitto al suolo; ed essendo la fune un poco umida, la premeva inutilmente con le piccole mani, e s’affannava, e sbuffava, e s’accendeva nello sforzo vano. Tutto in essa, veramente, nell’atteggiamento del corpo e nell’espressione del viso, era fragile e infantile, e crebbe nel giovine quel sentimento di superiorità generosa, come di simpatia tutelante che provava sempre al cospetto di lei.
— Ah, mio Dio, non ci riesco! — mormorò Flavia, ergendosi con un moto lento, guardando con occhi impietositi le sue palme arrossate e graffiate dall’asperità della canapa. Poi soggiunse rivolta ad Aurelio, mostrandogliele: — Guardi le mie povere mani!
— Tenterò io, se permette: le mie sono meno gracili e meno belle, — egli disse, sorridendo.
Senza durar molta fatica, sciolse il nodo e porse il capo della fune alla fanciulla.
Il lago era calmo, liscio come una lastra d’acciajo. Una luce incolore e bassa, la luce dei pigri crepuscoli estivi, si rifletteva sul piano delle acque, che parevan più chiare del cielo, e lasciava in un’ombra dilavata i fianchi selvosi delle montagne. Alcune grosse barche da trasporto, provenienti dal mercato d’Arona, spiccavan nere come ebano in alto lago; e i loro alberi, spogli di vela, disegnavan con le corde dell’antenna legate a poppa, immani triangoli sul chiarore.
— Poveretti! — disse Flavia malinconicamente, osservando le barche quasi ferme. — È sabato, ed essi non hanno un fil di vento che li ajuti a ritornare a casa!
— Non mi sembra il caso di compiangerli, — notò il giovine, tra serio e scherzoso: — il vento li ajuta già fin troppo; ed è bene in vece ch’essi esercitino anche un poco l’unica virtù che posseggono: la forza dei loro muscoli.
— Vuole che andiamo a vederli da vicino? — chiese ella, come non avesse udito le parole di lui, fattasi d’un tratto ilare e vivace, grazie a quella sua speciale facilità di mutar pensieri, umore ed espressioni, la quale aveva già più volte stupefatto l’Imberido.
E, senza aspettar risposta, si guardò intorno per il lido deserto con impazienza visibile.
— Dov’è andata mia cugina?
— Era con lei quando son disceso, non è vero? — domandò Aurelio.
— Non si rammenta? È stata Luisa a chiamarla.... Oh, eccola! La vede?
La giovinetta correva rapidamente lungo il greto verso il piccolo arsenale, dove Ferdinando nella morta stagione occupava il suo tempo a costruire barche che poi in estate noleggiava ai villeggianti. I suoi capelli biondi s’erano in parte disciolti e si levavano a guisa di lingue ignee nel vento della corsa, sì che pareva in lontananza che la sua testa fiammeggiasse.
— Luisa! Luisa! — chiamò Flavia a voce alta. — Dove corri? Non vieni?
— Andate avanti piano! — ella rispose, senz’arrestarsi, volgendo a pena il capo per farsi intendere: — vado a prendere il sandalino. Vi raggiungo sùbito sùbito. Andate avanti!
E disparve, valicando leggera il molo che proteggeva la darsena di Ferdinando.
Flavia entrò risoluta nella lancia, dicendo al giovine:
— Andiamo noi soli!
Aurelio, per la lunga dimora fatta sul lago, era un forte ed espertissimo vogatore. La lancia, spinta da’ suoi colpi di remo, tagliò l’acqua velocemente, e s’avanzò diritta come una freccia verso una delle grandi barche al largo.
Ambedue tacquero a lungo; ambedue avevan gli sguardi fissi nel vuoto, instancabilmente; ambedue parevano ascoltare ansiosi, quasi aspettando una qualche alta rivelazione dal gorgoglio sonoro delle ondette che si movevano intorno al legno.
Un turbamento invincibile, misto di gioja e di confusione, teneva Aurelio, da che si trovava,per un caso insperato e inaspettato, solo con Flavia su quel piccolo schifo perduto nelle acque, a quell’ora estrema del giorno, in quella luce moribonda. Provava un bisogno intenso di parlare; ma le parole, che gli si affollavano senza nesso alle labbra, erano impronunciabili. Sentiva un desiderio quasi doloroso di guardare la sua compagna, d’osservarla bene e lungamente nel viso; ma i suoi occhi non potevano staccarsi dalla banderuola azzurra che sventolava a poppa. Avrebbe voluto almeno provocare una sua parola, udirne il suono della voce; ma ella, come lui, pareva tenuta astratta e silenziosa da un incantesimo.
— Luisa è comparsa? La vede? — chiese alfine Flavia con accento pigro, dispiacendole perfino di volgere indietro il capo, nello stato d’attonitaggine in cui era caduta.
Aurelio ebbe un sussulto: fissò un attimo interrogativamente la compagna, come non avesse compreso; poi diresse gli sguardi al villaggio, e parvegli di vedere agitarsi sul lago, d’innanzi all’arsenale, una piccola forma oscura. Era certamente Luisa che veniva a raggiungerli.
— Sì, la vedo: ella viene, — disse.
— È ancora molto lontana?
— Sì, parecchio... Vuol forse che l’aspettiamo? — domandò con un’alterazione indefinibile nella voce e negli occhi.
Ella rimase alquanto pensierosa, quasi incerta. Poi rispose bruscamente:
— È inutile. Andiamo pure avanti. L’aspetteremo più tardi, laggiù!
Ritacquero. Aurelio, grato in cuor suo a Flavia,d’aver voluto prolungare il fascino di quell’assoluta solitudine tra le acque, riprese a vogare con lena anche più vigorosa, quasi cercasse di fuggire a un molesto inseguitore.
Il Verbano sembrava allargarsi man mano ch’essi si scostavano dalla riva e l’ombra cresceva: sembrava dileguarsi in una illusoria lontananza, prolungarsi a mo’ d’un vasto e lento fiume livido che non avesse per gli occhi nè principio nè fine. E nell’anima del giovine, inclinata verso quell’unica presenza femminile come da un possente desiderio di consorzio, era una strana eccitazione sentimentale, ferveva come un incendio improvviso di tutte le sommità liriche. Due o tre volte il nome di lei salì alle labbra d’Aurelio, e fu a pena trattenuto dalla volontà. Due o tre volte i loro sguardi, ora errabondi, s’incontrarono, parvero per un istante interrogarsi, e si sfuggirono quasi intimiditi dalla loro reciproca audacia.
— Eccoci! Si fermi! Si fermi! — ella gridò d’un tratto, allungando le mani verso quelle di lui per trattenergliele.
Aurelio, un po’ sgomento dall’atto e dal grido, abbandonò tosto i remi, e si volse a riguardare, udendo dietro di sè un tonfo come di cosa greve che si tuffasse.
Il navicello sorgeva prossimo a loro, con la sua massiccia e cupa mole uscente dal piano lacustre, alla quale l’alto albero e la stanga a poco a poco più larga del timone davano un aspetto fantasticamente geometrico contro l’estrema luce del crepuscolo. Ritto su la sponda del legno, un vecchio erculeo con le gambeignude, col torso mezzo ignudo, tutto ispido di peli grigiastri, moveva faticosamente, facendo tre passi a ritroso, il gran remo scabro che a ogni spinta mandava stridi e sibili come un cignale ferito. Di quando in quando s’arrestava, stanco o affannato, e abbandonava il remo per tergere con l’avambraccio il sudore che gli colava in copia dalla fronte bassa e rugosa.
Aurelio e Flavia stettero a osservare la sua manovra, intenti. L’uomo dall’alto, durante una sosta, fece loro un saluto rispettoso, togliendosi il cappello e agitandolo nell’aria. Entrambi risposero con la voce, augurandogli a un tempo la buona sera.
— Poveretto! Come mi fa pena! — disse Flavia quasi tra sè, sinceramente commossa.
L’Imberido, benchè fosse attentissimo a quell’ombra nera che oscillava con la regolarità meccanica d’un ordigno, rimaneva affatto insensibile a quegli sforzi senili; e, udendo Flavia impietosirsi, senza volerlo sorrise.
Allora ella si rivolse a lui e, penetrandogli in fondo agli occhi con uno sguardo grave di rimproveri:
— Perché quel sorriso? — gli chiese.
— Non so, veramente. Un’idea...
— Ah, capisco! — fece ella, senza cessare di fissarlo, con accento d’irrisione. — Ricordo le sue parole là, su la spiaggia, ricordo anche altri suoi discorsi... Ella (credo per ismania di singolarità) s’è imposto lo scopo di conservarsi impassibile allo spettacolo delle sofferenze umane!... Come potrebbe dunque aver compassione d’un povero vecchio, che, non ostante la tardaetà, deve continuare senza una speranza di riposo quel lavoro da schiavo o da galeotto?
Aurelio, attonito, la guardò. Ella non aveva mai parlato così. Non aveva mai osato contradirlo. Altre volte, quando egli le aveva manifestato apertamente alcuna delle sue più crude idee sociali, era rimasta silenziosa ad ascoltarlo, se anche non aveva fatto cenno d’approvare. Ora da che proveniva quell’ardire, quel calore di principii, quella voglia nuova e improvvisa di discussione? E che significavano nella sua bocca i due epiteti di «schiavo» e di «galeotto», riferiti per ironia a quel rozzo essere ignaro, come per proclamarlo contro di lui uomo libero e suo pari? Chi le aveva suggerito le parole ribelli, che non potevano essere il frutto d’una semplice anima femminile? — Un dubbio attraversò fulmineo il pensiero d’Aurelio: quelle eran le idee dell’Altro, dell’Indimenticabile, dell’uomo a lui ignoto ch’ella aveva tanto amato un tempo e forse amava ancora nel segreto del suo cuore, disperatamente. Certo, certo così per analogia doveva ragionare in politica quel rètore dell’amore che, dopo averle infocata la fantasia con un’abile comedia di passione e d’entusiasmo, s’era da un giorno all’altro comodamente sottratto alle responsabilità assunte, ripudiando senza scrupoli ogni sua promessa, ogni suo giuramento, ogni suo impegno morale!
Il giovine ebbe da questo dubbio una specie di gelosia, una specie di sordo furore vendicativo contro lo sconosciuto e per riflesso contro la fanciulla che aveva parlato come in suonome. Rispose dunque con la voce aspra, contenendosi a stento:
— Signorina, quell’uomo non è soltanto immeritevole della mia compassione; ne è anche indegno. La fatica per lui non è un dolore; e le sue occupazioni, se pur sembran gravose, non son certo, anche considerate come semplice consumo di forze, paragonabili..., ad esempio, alle mie. Ed io non mi son mai compianto, nè so che altri mi abbia compianto mai. D’altra parte le sofferenze dell’infima umanità sono il risultato logico, necessario, anzi provvidenziale della concorrenza per la vita tra gli individui di nostra specie. Io non stimo dunque uomo sano, nè forte, nè ragionevole quello che non può assisterne allo spettacolo senza commuoversi e cedere a un sentimento di ribellione contro le leggi incommutabili dell’esistenza, che sono anche quelle del progresso.
— Eppure, — ella insistette, — vi sono molti giovini còlti e d’ingegno quanto lei, i quali si sono imposto come un ideale la redenzione di quelle classi sofferenti, ch’ella chiama con disprezzo: l’infima umanità...
— Quei giovini, — disse impetuosamente Aurelio, esagerando il suo pensiero, quasi avesse avuto l’Altro per avversario nella discussione, — quei giovini, se anche hanno ingegno e coltura come lei asserisce, van pur sempre considerati come imbecilli morali, perchè sono o ingenui o fiacchi o bugiardi. E il loro ideale per conseguenza non può essere che un’utopia, una scempiaggine sentimentale o un inganno.
Flavia pareva che traesse dalla sua acredinecrescente una sorta di piacere maligno. Lo guardava fissamente, socchiudendo gli occhi alla maniera dei miopi, e aveva su la bocca un sorriso quasi impercettibile, come una lieve ombra agli angoli delle labbra che i denti di sotto continuamente mordevano.
— Sentiamo dunque; — ella domandò ancora: — qual è, secondo lei, l’ideale vero, l’ideale sano e onesto, il suo, insomma...?
— Ajutare l’opera fatale della Natura, senza pretendere di correggerla e di rivederla. Favorire, per quanto ci è dato, il progresso d’un tipo superiore nell’umanità, non curando la massa degli individui che la compongono.
Confusa dalla concisione scientifica della formula, ella non potè ostinarsi nella sua ironica opposizione, e dovette tacere per un attimo, forse meditando un nuovo possibile attacco. In quel punto una voce si levò, inaspettata, dietro di loro.
— Disturbo, forse?...
Era Luisa, che nel frattempo li aveva raggiunti e, fermatasi per discrezione a qualche metro di distanza dalla lancia, li osservava con la sua solita aria di maliziosa penetrazione.
— Ah, sei tu, Luisa? — disse Flavia, volgendosi a lei con un atto brusco e inquieto. — Avvicìnati, dunque! Che fai?... Si parlava col conte di politica, figùrati!...
— Di politica?! — ripeté la bionda, incredula, scoppiando a ridere.
Quindi, con un gesto semplice, riprese nelle mani il remo a due pale, e si diresse verso la lancia. Era soffusa d’una tenue fiamma su le gote, e anche aveva l’espressione un poco alterata.
Disse il giovine, mentr’ella s’avvicinava:
— Sa, signorina Luisa? ho scoperto in sua cugina certe tendenze rivoluzionarie ch’ero ben lungi dal sospettare.
— Eh, che vuole? — fece ella, spensieratamente. — Noi siamo tutte repubblicane..., almeno fin che troviamo un re che ci governi!
La notte sopraggiungeva, placida notte senza nube, che un ricordo di sole e una promessa di luna inondavan di timide trasparenze glauche. Dalle convalli, rinfrescate dall’ombra precoce, qualche soffio d’aria incominciava ora a discendere verso il lago, che a tratti rabbrividiva e s’accapponava come epidermide delicata al solletico d’una piuma. Quasi tutte le grosse barche, che ne macchiavano il piano, erano state assorbite dall’oscurità. Solo il navicello più vicino si scorgeva ancora distintamente a una decina di metri innanzi, dove s’era fermato, e, nella speranza di raccogliere que’ soffii dispersi, aveva inalberata l’alta vela quadrangolare. Ma questa per il contrasto delle correnti non poteva gonfiarsi, e si udiva a intervalli sbattere con colpi secchi e reiterati, come applausi.
Luisa s’accostò alla lancia fino ad afferrarne il bordo con la mano. Ella pareva molto nervosa, in uno stato d’irritazione allegra, di facile e spontanea mordacità. Pareva che nudrisse dentro un dispetto acidulo contro i due, che l’avevan lasciata sola in dietro. Specialmente contro Flavia ella si compiaceva d’incrudelire: sapeva trovar per lei parole piene di sottile veleno; sapeva cogliere nel discorso fatuo e vago ogni occasione propizia per rivolgerle allusionivelate, che la facevano a volte impallidire, a volte arrossire fino alla radice dei capelli.
Quando ritornarono, ella, senz’avvertire nè la cugina nè il giovine, si diede improvvisamente a vogare con tutte le sue forze come per una gara, e in pochi momenti, sopravanzandoli, scomparve alla loro vista nelle tenebre.
— Luisa! — chiamò una volta Flavia, seccata.
Poi, non ottenendo risposta alcuna, si volse ad Aurelio, che s’era lanciato a inseguirla, e gli disse:
— Non so che abbia stasera quella sciocca! Sembra impazzita!... La lasci andare!... Non s’affatichi inutilmente!... Tanto, non la si perde....
Rimasero, così, di nuovo soli, su la barca invisibile, in mezzo al lago deserto e bujo. Ma l’incanto primo era stato disperso, e la solitudine omai era vana. Persisteva tra loro un distacco, un sentimento di diffidenza e quasi d’ostilità, che la loro discussione aveva mosso e poi la presenza e i sarcasmi di Luisa avevano esacerbito. Erano omai due esseri distinti, separati, infusibili. E lo stesso silenzio, che prima li aveva accomunati, ora in vece li rendeva viepiù estranei l’uno per l’altra.
Aurelio pensava, considerando con occhio intento e freddo la sua compagna, muta e accigliata di fronte a lui: «Come è bassa e angusta codesta fronte! La sua intelligenza dev’esser chiusa in cerchii di ferro come una botte vuota. Costei non potrà mai avere un pensiero suo, che sia generato dal sangue suo, nudrito dall’ingegno suo, cresciuto e fortificato da una sua meditazione. Ella è andata raccattando fino aoggi, dalle frivole letture e dalle conversazioni degli uomini che l’hanno avvicinata, un certo corredo d’idee frammentarie e d’opinioni sparse; e talvolta, ripetendole, se ne serve, ma esclusivamente a profitto del suo giuoco sentimentale; poichè un giuoco è quasi sempre la vita d’una donna, almeno fino al giorno in cui essa giocando diventa madre. In verità costei riserba tutta la sua indifferenza e fors’anche un poco di disprezzo alle occupazioni dell’intelletto; un lampo di convinzione, d’entusiasmo o di mera curiosità non ho mai visto illuminare il suo sguardo, quando ella parla di cose astratte o generali. Che cosa sono per lei gli altissimi voli e le maravigliose penetrazioni del pensiero contemporaneo? Che cosa, la scienza, l’arte, la filosofia? Che parte prende ella mai ai grandi rivolgimenti della società moderna? Con quale ansiosa sospension d’animo, con quali speranze o con quali timori scruta nell’avvenire il destino della sua razza? Ohimè, il suo mondo è così ristretto che, solo allargando le braccia, ella ne può toccare i confini! E al di là per lei è il mistero; peggio, è un mistero che non l’impensierisce e non l’attira!» Pensava: «Come, come ho potuto perdere il mio tempo in compagnia d’una creatura sì semplice e sì vana? Come ho potuto confidare a lei sia pure una minima parte del mio pensiero? Probabilmente, ella non m’ha mai ascoltato, quando m’approvava; ella ha finto di prestarmi orecchio e d’intendermi, soltanto per rendermisi piacevole, per tenermi vicino, per affascinarmi o per burlarsi di me. Come, come dunque non ho inteso sùbito il giuoco e non ho saputo sventarlo?»
— A che pensa? — ella chiese.
— A nulla. Cioè.... a lei, signorina.
Ella ridomandò:
— A me? Male, non è vero?
— No.... Perchè dovrei pensar male di lei? Nè bene nè male.
Si guardarono un attimo, scrutandosi. Poi ciascuno parve di nuovo concentrarsi in sè stesso. D’improvviso Flavia scoppiò in una risata sonora.
Aurelio domandò, stupito:
— Che cosa è avvenuto? Perchè ride?
— Ah, un ricordo! M’è tornato alla mente il nostro primo colloquio, quella sera, sul rialto.
— Ebbene?
— Sa che l’espressione della sua faccia, quando mi si è dichiarato nemico delle donne, è stata assai buffa? Io ho dovuto fare una gran forza su me stessa per rimaner seria....
Aurelio ebbe un vivo sussulto, a queste parole. Esse in fatti parevano confermare le sue considerazioni, avvalorare il dubbio che la ragazza avesse sempre sostenuto una parte con lui, per farsene beffe. Egli lasciò per un istante i remi e disse, piano, con l’amarezza nella voce:
— È strano! Nessuno certo l’avrebbe potuto sospettare! Si vede ch’ella sa fingere molto bene, signorina!
Flavia tornò a ridere. Poi domandò:
— Ora vorrei da lei una confessione; ma vorrei che me la facesse seriamente, con tutta la sincerità, senza riguardi per me o per il suo amor proprio.... M’intende?
— Dica....
— È ancora un nemico delle donne, lei?
Il giovine, che si sentiva corrodere da un sordo rancore e incitare come da una smania di vendetta, rispose forte, sfidandola con lo sguardo:
— Schiettamente, più che non mai.
La risposta era stata sincera, ma egli sùbito si pentì d’averla proferita. Per un’oscura divinazione imaginò l’effetto ch’essa avrebbe avuto in quel momento, dopo i loro discorsi, nell’anima di Flavia. E in mezzo alla sua momentanea avversione per lei, provò una specie di brivido interno, un brivido insieme di paura e di dolore, al pensiero d’aver reso irrimediabile il loro dissidio, d’aver distrutto in sè per tal mezzo ogni speranza di prossima conciliazione.
— Grazie di tanta franchezza! — esclamò Flavia, stringendosi nello scialle, distogliendo con un moto sdegnoso il suo sguardo da quello di lui.
Su l’atto egli non trovò il modo di mitigare l’asprezza della frase, togliendole almeno ogni significazione personale; e, nella necessità di sopportarne tutte le conseguenze, riprese il remeggio in silenzio, con un’energia maggiore, come gli tardasse omai che la riva fosse raggiunta.
La notte aveva già disteso il suo mantello bigio sul lago; la riviera di Piemonte scintillava di fiamme minute, in lunga fila; le creste più alte, quelle del Motterone e dello Zeda, si vedevan rischiarate dalla luna sorgente.
Allora la malinconia lo assalì; uno scontento amaro di sè stesso e del mondo si levò dalleprofondità del suo spirito e vi si diffuse come una nebbia. Il ricordo del suo lavoro lento, interminabile, che da più giorni progrediva a pena tra difficoltà sempre crescenti; l’imagine dell’avola debole, decrepita, malata; la previsione d’una solitudine senza fine; il terrore d’un’esistenza diversa dal suo sogno, sacrificata alle necessità corporali, oppressa forse da un giogo ignobile; tutte le sue tristezze, tutte le sue paure gli passaron di nuovo a traverso la mente con una rapidità fulminea, a similitudine di spettri esili e confusi volanti verso una porta piena d’ombra. In vano egli tentò di ribellarsi a quella dominazione di fantasmi neri; in vano cercò in sè un pensiero gradevole, una speranza o un desiderio che potesse sottrarlo ad essi. Il proposito di rimettersi assiduamente al lavoro lo riempì di tedio e di freddo. L’imaginazione d’un possibile avvenire di gloria si trasformò subitamente in una visione certa di morte. — A che avrebber dunque servito i suoi studii, le sue fatiche, le sue opere? E che cosa avrebbe potuto fare egli, solo sconosciuto povero fiacco, contro l’onda immane dei preconcetti, degli appetiti, delle ambizioni d’una folla innumerevole?
Egli era scoraggito, deluso, vinto; il suo sogno sfumava; la sua vita non aveva più scopo; egli si vedeva fuggito da tutti, dannato a un isolamento perenne tra uomini nemici o estranei a lui. Chi dunque lo amava? Chi lo avrebbe soccorso, malato o miserabile, quando la nonna sua fosse scomparsa? E a che farmaco miracoloso avrebbe egli chiesto la forza nuova per tollerare un’esistenza simile a un esilio?
Alcune parole disperate risonarono dentro di lui, acute come un grido: «Mio Dio, come mi sento stanco di vivere!» Esse gli eran misteriosamente scaturite dalle viscere profonde, ed egli le aveva pensate senz’averne coscienza, come inconsapevole le avrebbe urlate al silenzio in un momento di supremo abbandono. Non l’anima sua le aveva suggerite; aveva parlato in lui l’oscuro Genio della Specie; e la vana invocazione non era se non una delle innumeri espressioni di lamento delle creature che si senton sole e sterili e inutili, il grido d’angoscia che la tirannica Natura strappa a queste, reclamando le vite del domani in pericolo di non essere.
Aurelio guardò istintivamente la sua compagna. Ella s’era levata d’improvviso in piedi e fissava con intensità un punto lontano d’avanti a sè. Il suo corpo svelto ed eretto, con le braccia un poco allargate nello sforzo di tener fermo il governo del legno, si disegnava sul piano cupamente glauco delle acque e pareva ingigantito. Una trepidazione continua rendeva incerte le linee di quell’alta figura gorgónea, cui il vento della corsa agitava i capelli alquanto scomposti e le pieghe ampie della veste. E partiva dal suo sguardo vitreo e fosforescente un bagliore magnetico, qualche cosa insieme di procace e d’imperioso, come una sfida, come un invito muto e fatale al giovine che lo scrutava. «Io ti potrei soccorrere,» gli dicevan quegli occhi che non lo guardavano. «Io ti potrei amare. Io ti veglierei malato e seguirei fedele i tuoi passi nell’esilio. Io, io sola saprei trovareil farmaco che tu cerchi e te lo porgerei con queste mani carezzevoli in una coppa illibata. Ma tu dovrai esser mio, appartenermi tutto, struggerti tutto tra le mie braccia, esser per me lo schiavo che lavora e che mi nutre col profitto del suo lavoro. Che mi fanno le tue ambizioni? Che mi fa il tuo sogno? Io non vedo in te che l’uomo predestinato a generare i miei figli e a rendermi agevole e dolce la vita.»
E Aurelio, leggendo in quegli occhi le parole dell’Incantesimo, pensava al corso degli anni venturi, a sè medesimo legato ai polsi da una catena ferrea con quella creatura mediocre e assorbente, pensava alla povera casa sempre sudicia, romorosa, devastata dalla barbarie infantile, ingombra forse di ribelli, forse d’indegni, forse d’intrusi. E poichè le parole avevan pur sempre su lui un fascino irresistibile, simile all’attrazione vertiginosa che sale dagli abissi, egli andava ripetendo a sè stesso: «Diffida e guàrdati! Non credere! Non illuderti! Ella non ti amerà mai; ella non accetterà mai di dividere la tua sorte malinconica! Per lei, come per tutti gli altri, tu non sei che un estraneo.» Ma questi pensieri, ben lungi da confortarlo, aggravavano in vece il suo scoramento, rendevan più vasto e più squallido il deserto intorno alla sua solitudine.
— Osservi! — disse Flavia d’un tratto, sempre ritta e attenta, accennando con la mano un punto dietro le spalle di lui. — Che c’è laggiù? Che cosa sono quei lumi? Osservi!
Aurelio si volse.
Un’ombra densa premeva sul villaggio, ormainon molto lontano. In quell’ombra la spiaggia e gli abituri erano invisibili, e soltanto le poche case intonicate si distinguevano a pena, come pallori incerti. Presso la chiesa, raccolte in gruppo, molte fiammelle tremolavano, acute e distinte, diffondendo in torno un’aureola rossastra.
— Che sarà? — ella ridomandò, attonita, volgendosi al giovine.
— Forse un funerale.
— A quest’ora?
— Forse una funzione... Certo: è una funzione. Non vede? Si muove.
Le fiammelle in fatti si movevano. Fu dapprima un’agitazione disordinata, come un incrociarsi rapido e confuso di tutte quelle luci in un piccolo spazio; poi alcune di esse si staccarono dal gruppo e discesero fantasticamente, ondulando e sussultando, la scala del tempio. Le altre seguirono a poco a poco, mentre quelle prime, disposte in ischiera, s’allontanavano, e ben presto una lunga processione di fiamme doppie si sviluppò serpeggiante per l’oscurità del piazzale.
Allora Aurelio s’accorse che una campana rintoccava.
— Sente? — egli disse a Flavia. — Che squilli lenti, lugubri...
— È un’agonia, senza dubbio. Qualcuno muore laggiù, e quelle torce seguono il Viatico!
Ella aggiunse dopo una pausa:
— Mio Dio, che tristezza! — e si lasciò ricadere su i cuscini come morta di fatica.
«Che tristezza! Che tristezza!» ripeté l’animadel giovine, facendo eco. E il ricordo della nonna, della sola persona ch’egli amava e dalla quale era amato, risorse vivido, risplendette come una stella solitaria sul cielo opaco della sua mestizia. Un’onda di tenerezza impetuosa gli gonfiò il petto a quel ricordo sòrto per una secreta associazion d’idee dopo la funebre visione; tutte le fibre del suo cuore vibrarono concordemente al sacro nome di Madre. Oh, era quello l’essere caro, l’essere indimenticabile, a cui egli era legato da un’intera vita di solidarietà; era quella la creatura di consolazione, di conforto, d’infinita benevolenza sul seno della quale avrebbe potuto senza viltà e senza pericolo riposare il capo stanco.
Un desiderio ansioso lo prese: di correre a lei, di stringerla tra le braccia, di coprirne di baci il povero volto cereo, vizzo, emaciato. Tutta la sua affettuosità, sempre oppressa da un pertinace proposito d’indifferenza, si slanciò in quel momento di debolezza sentimentale verso colei ch’era stata la sua vera madre, verso colei ch’egli aveva appreso ad amare ne’ suoi giorni più tenebrosi.
«Oh, mamma! mamma!...»
Come un bambino smarrito egli invocava l’assente, ripetendone il nome nel pensiero. E i rintocchi, che udiva battere ostinati dietro le spalle, gli infondevano una temenza oscura, quasi il presentimento d’una notizia triste che l’aspettava insidiosa là su la spiaggia.
Disse Flavia, osservando sempre intenta il corteo delle fiaccole:
— Passano ora il ponte; vanno verso Ceresolo. Chi sa dove abita il moribondo?
Soggiunse poi con la voce più fioca, come parlasse tra sè:
— La morte! Ecco ciò che tutti ci uguaglia!...
Aurelio, alzando gli occhi verso la fanciulla, ebbe un fremito profondo. Quelle parole precisavano la causa del suo sgomento. Oh sì, era la Morte ch’egli temeva; era il fantasma della Morte che projettava una prolissa ombra nera nella sua mente. La Morte poteva da un momento all’altro precipitarsi di nuovo nella sua casa, cui aveva già tanto devastata, e annientare in un colpo tutto il suo bene. Sua nonna era per essa una facile preda, una vittima pronta; bastava un debole soffio perchè si spegnesse la fiamma di quell’esistenza, che ogni giorno più si vedeva infievolire e attenuarsi, consunta dall’età e dal male. Egli non avrebbe potuto far nulla per contendere alla Distruzione la vita della sua cara; egli, quando fosse scoccata l’ora fatale, avrebbe dovuto assistere impotente spettatore al lugubre dramma, che gli toglieva senza colpa e senza ragione l’ultimo conforto. — Ma che sarebbe poi stato di lui? E come, solo, avrebbe vissuto nella casa squallida e severa, che le imagini de’ suoi maggiori, appese alle pareti, rendevan simile a una critta foderata di lapidi?
Gli occhi di Flavia parvero leggergli nel pensiero e rispondere alle sue domande angosciose. Fissi su lui, intorbiditi come da un velo di pietà e di tristezza, essi ricantavano ora più forte il poema della seduzione, essi ripetevan con maggiore eloquenza il dolce invitoalla Gioja! «Perchè t’affliggi, giovine?» dicevano quegli occhi di donna: «Perchè non domandi alla vita quel bene, quell’unico bene ch’essa largisce liberalmente a tutti i nati? Guardami: io son colei che potrebbe confortarti nella sventura; io son colei che potrebbe prendere il posto di quella che sta per lasciarti. Amami, sacrificami il tuo inutile orgoglio, ed io ti allieterò la casa squallida e severa con la mia beltà e la mia giovinezza.»
Sotto quegli sguardi armoniosi come un canto, la confusione del giovine crebbe, si trasformò, divenne un’ebrezza tenera e imaginosa, una specie di spasimo spirituale, misto di temenza e di gaudio. Egli sentiva il cuore gonfio e convulso, sentiva affluire a fiotti il sangue al cervello, sentiva l’anima ammorbidirsi e sciogliersi come fusa da un calore supremo. L’angosciosa mobilità del suo pensiero s’acquetava; pareva che tutto il suo mondo interiore si dissolvesse in guisa di nebbia e vanisse rapidamente, disperso da una raffica, nelle profondità d’un cielo oscuro come quello che si schiudeva sopra il suo capo. Alcune frasi liriche, inaspettate, si abbozzavano a intervalli nella sua mente, illuminandola con la fugacità frenetica di lampi: «Oh, dimenticare tutto, tutto, tutto... Fuggire lontano, molto lontano dagli uomini in un paese vergine, selvaggio, primaverile... Esser solo, forte e libero in cospetto della Bellezza... Amare, inebriarsi d’amore, vivere e morire in un’estasi sublime senza pensieri, senza rimpianti, senza dolore...» Era il gran Sogno che incominciava, il Sogno dell’eternapassione umana. Era un desiderio fatale d’integrazione, di struggimento, di creazione che lo accendeva, ch’esaltava la sua anima per modo che ogni imagine vi si riproduceva alterata sotto forma di poesia. E i frammenti del carme immortale continuavano a succedersi dentro di lui, abbaglianti e sonori, sempre più tenebrosi e sempre più incantevoli, spontanee polle d’Arte scaturite dai più densi misteri della Vita.
Gli passava da presso la Felicità, ed egli udiva bene nel silenzio della notte il rombo delle sue ali; egli sentiva l’aria scossa e turbata dall’eterna Chimera proteiforme, dietro a cui gli uomini volan travolti, come foglie nel vento d’un traino impetuoso.
— Rallenti, ci siamo, — disse Flavia con la voce spenta.
Quando ebber lasciata la barca, Aurelio, quasi dimentico di lei, ascese solo in corsa la spiaggia verso il palazzo. Si vedevano ancora tra i fusti sottili dei salici e dei gàttici tremolare sinistramente le fiamme della processione, che s’allontanava salmodiando verso Ceresolo.
Sul rialto eran sedute, in aspettazione di Flavia, la signora Boris e Luisa.
— La mamma? — chiese Aurelio, trafelato dalla corsa, senza lasciarle parlare.
— È rientrata, sarà una mezz’ora, — rispose la signora Boris: — non si sentiva bene..
«Lo sapevo! Lo sapevo!» gridò una voce nel cuore del giovine. Ed egli, senza salutare, si volse, attraversò velocemente il cortile, salì gli scalini a due a due tra le tenebre, si trovòcon il respiro strozzato dall’affanno d’avanti alla porta della camera di sua nonna.
Aperse, dopo una breve pausa.
La stanza era avvolta in una penombra bronzea e oscillante. Il gran letto pareva nel mezzo un catafalco funebre, alto com’era e senza sporgenze nè a capo nè a piedi; e in torno era un vuoto di squallore. Sul comodino una candela tutta consunta mandava fumigando gli ultimi bagliori a scatti, come palpiti d’anima moribonda.
Su le prime Aurelio credette che donna Marta fosse già discesa, dimenticando di spegnere il lume. Poi, d’improvviso, egli la vide là distesa, supina sul letto, ancor tutta vestita e con gli occhi chiusi, forse assopita, forse svenuta, forse forse...!
Gittò un’esclamazione rauca, congiungendo le mani in atto di stupore e quasi di preghiera. Si precipitò verso di lei, mormorando tra i singhiozzi:
— Mamma! Mamma! Mamma!