VIII.Una festa.
Da tre lunghi dì Aurelio Imberido non si faceva più vedere dalle vicine. Chiuso nella sua camera quasi tutta la giornata, egli lavorava con gran lena, si sprofondava nelle più gravi letture, dominava così i suoi desiderii fino a illudersi d’essersene interamente liberato. Ogni sera poi, sùbito dopo il pranzo, usciva dal palazzo prima che le Boris avessero occupato il rialto, si dilungava in prolisse passeggiate meditative su i colli circostanti, e, approfittando del plenilunio, non rientrava in casa che a notte inoltrata, quando era ben sicuro di non più incontrarle.
Il quarto giorno (era di domenica) donna Marta, che aveva già dato qualche segno manifesto di mal umore, apparve inaspettatamente su la soglia della sua stanza, mentr’egli stava a tavolino scrivendo, e gli disse con accento imperioso che non ammetteva contradizioni:
— Scusa se ti disturbo. Bada che questasera siamo invitati in casa Boris. Non si può mancare, perché l’invito ci viene dall’ingegnere medesimo e si tratta d’una festa di famiglia: del compleanno di Flavia. Alle sei precise tròvati abbasso: io ti aspetterò.
Gittato uno sguardo dominatore sul nipote, richiuse con uno strappo brusco l’uscio e disparve.
Quando donna Marta al braccio d’Aurelio entrò nella sala dei Boris, la conversazione vi ferveva animatissima. Il luogo era quasi oscuro: dalle anguste finestre penetrava un chiaror pallido che lasciava in ombra la maggior parte del vano; in quell’ombra irriconoscibili eran sedute diverse persone, che all’apparire dei due invitati si alzarono, interrompendo i loro discorsi.
L’ingegnere si fece incontro a essi, facendo un profondo inchino cerimonioso e un gesto largo con le mani come per abbracciarli:
— Signora contessa, quale onore.... Signor conte, son ben lieto di rivederla in casa mia...
Porse mollemente la destra alla vecchia signora e ad Aurelio che, stringendola, provò di nuovo a quel contatto languido e passivo un senso di ripugnanza, invincibile. Poi chiamò a sè gli altri invitati, e fece le presentazioni.
— Donna Marta Imberido, il conte Imberido, suo nipote; l’avvocato Maurizio Siena, il mio giovine amico Giorgio Ugenti.
Aurelio sorrise ironicamente, abbassando il capo d’avanti a due giovinotti quasi imberbi, uno altissimo e sottile, l’altro basso e tarchiato, che s’affrettarono a stringer la mano a suanonna e a lui, senza un atto di sussiego o di deferenza, con grande semplicità, come tra camerati.
Donna Marta sedette sul divano insieme con Luisa; i quattro uomini si fermarono a discorrere in mezzo della sala. L’Ugenti, il più alto, biondo, con due esigui baffi su una bocca freschissima e un gran naso cartilaginoso e arcuato in mezzo alla faccia oblunga, parlava del gran caldo in città, delle sue occupazioni faticose, del desiderio, per lui ineffettuabile, di passare una quindicina di giorni libero e tranquillo alla campagna. L’altro, un tipo ebraico dall’espressione penetrante e sarcastica, nerissimo d’occhi e di capelli e olivastro di carnagione, asseriva in vece, sogghignando, che la città non è mai così piacevole come in estate, quando la società elegante l’ha disertata e le notti brevi son tepide come giorni di primavera senza la noja del sole. Incerto tra i due, l’ingegnere ascoltava entrambi con visibile compiacenza, e approvava a tratti indifferentemente or l’uno or l’altro con un cenno rapido del capo, con un’interjezione ammirativa, con qualche breve osservazione in cui si ripetevan sotto forma diversa le stesse cose dette prima da’ suoi interlocutori.
Mentre i tre discorrevano, Aurelio, muto nel crocchio, considerava con attenzione il padre Boris, che rivolto verso la finestra era in piena luce. Il suo viso rugoso dai lineamenti grossolani, dalle labbra sottili, dalle mascelle robuste, dalla fronte stretta, limitata da una folta capigliatura setolosa, sarebbe parso quello d’uncontadino, se non fosse stato corretto da due fedine diplomatiche, a pena un po’ brizzolate alle estremità. Alto, ossuto, muscoloso, quell’uomo, non ostante la potenza della sua complessione, aveva nei gesti, nelle attitudini, nel suono della voce, sopra tutto negli sguardi, una espressione così mite, umile o paurosa, che a poco a poco d’avanti agli occhi dell’osservatore perdeva ogni apparenza di forza e di salute. Sopra tutto i suoi sguardi eran degni di studio e d’attenzione — pallidi sguardi obliqui e pietosi, che si volgevano in torno pateticamente come per rassicurare, per confortare, per ammansare un nemico o per procurarsi un complice; pallidi sguardi indulgenti, che sembravan dire a chiunque si dirigevano: «Tranquillizzati: io non ti voglio rovinare; io ti desidero amico; io non ti tradirò mai, se per caso conoscerò un tuo fallo segreto; noi siamo fatti per intenderci e per ajutarci a vicenda.» Il giovine, a ogni incontro de’ suoi con quegli sguardi ambigui, sentiva crescer dentro l’ostilità sorda che nudriva contro il Boris, come una specie d’antipatia di razza che glie ne rendeva intollerabile perfino la vicinanza.
Una porta s’aperse. La signora Teresa entrò, dicendo a voce alta:
— Signori, la zuppa è in tavola.
Portava un abito pomposo da teatro, di tinta viva, quasi scollacciato, tutto adorno di trine preziose, scintillante di vetri e d’ori. Flavia, in una veste bianca semplicissima, la seguiva recando nella mano una lucerna.
Si scambiarono saluti e augurii; l’ingegnerepresentò agli Imberido una sua sorella, esile e smunta, ch’era entrata nella stanza, inosservata, dietro la signorina Boris; poi tutti, confusamente, si diressero verso la sala da pranzo, conversando, ridendo, annusando il buon odore che si propagava in torno dalla cucina contigua. Aurelio veniva ultimo al fianco di Luisa. Questa, a un tratto, si appoggiò fortemente al suo braccio e gli disse piano all’orecchio, indicandogli l’ebreo che li precedeva:
— Vede? è un pretendente alla mano di Flavia! Chi sa che stasera non si combini qualche cosa in famiglia!
Diede in una risatina acutissima, guardò bene il giovine negli occhi, e lo lasciò bruscamente senz’altro aggiungere, correndo innanzi alla conquista del suo posto.
La mensa, ben rischiarata dalle sedici fiamme di due alti candelabri di bronzo, aveva un aspetto di gran lusso. L’argenteria copiosa e massiccia, il vasellame miniato in oro, la finezza della biancheria cifrata e frangiata, parlavano in vero della ricchezza degli ospiti, ma rivelavano altresì, nella loro lucente e inestetica novità, la recentissima fortuna di questi e il loro gusto volgare nel prediligere i prodotti dell’industria moderna alle creazioni dell’arte. Nessuna cosa memore, nessun oggetto singolare rompeva su quella tavola oblunga la monotona uniformità di quegli utensili comuni, segnati da un marchio esatto, fusi in cavi inesauribili o copiati da mani mercenarie, simili in tutto a mille altri utensili offerti nelle vetrine delle botteghe all’anonima richiesta dei passanti.
Sedettero intorno alla mensa l’ingegnere, tra donna Marta e Flavia, poi in ordine l’avvocato Siena, la signora Teresa, Aurelio, Luisa, l’Ugenti e in fine la sorella del Boris. Aurelio aveva quasi di fronte Flavia e il pretendente, che lo guardava sotto le lenti da miope con un’ostinazione pressochè offensiva.
Le conversazioni non tardarono a esser riprese con grande vivacità. L’Ugenti, espansivo e ciarliero, aveva prima tenuti allegri i commensali con i racconti delle sue prodezze infantili, che lo avevan reso uno tra i più temuti e i più battuti fanciulli terribili; ora il Siena, per contrasto, li annoiava tutti, narrando con pedanteria curialesca e con una certa solennità di gesti e di parole il caso d’un giovinetto perverso, che egli aveva in quell’anno difeso d’avanti al tribunale per ferimento volontario d’un coetaneo e che, assolto per merito suo, era stato poi rinchiuso in una casa di correzione. La sua voce tra gutturale e nasale, regolata da una cantilena continua, a ogni minima interruzione s’elevava bruscamente di tono e squillava come per dominare un tumulto.
Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Flavia lo potrà amare? potrà esser felice con un uomo simile?» E le parole maligne di Luisa gli tornavano alla mente, riempiendogli l’animo di rancore e di desolazione. Pensava: «È possibile ch’ella accetti? È possibile che ella non sappia distinguere? ch’ella sia affatto indifferente tra me e lui? che almeno, ricordandosi di me, non abbia un’esitazione prima d’acconsentire?» Guardava ora la giovinetta, che parevaattentissima al discorso dell’ebreo. Nulla sul suo viso che indicasse il più tenue turbamento sentimentale, un passaggio di memorie, un assalto di rimpianti, uno sforzo della volontà per nascondere agli estranei l’intima sua inquietudine. Ella, che aveva riso con spontanea gajezza ai racconti dell’Ugenti, ascoltava adesso seria seria la cantilena prolissa e tediosa dell’altro, senza un moto d’impazienza, senza mai rivolgere uno sguardo fuggevole a lui che fissandola lo chiedeva.
Aurelio pensò, vedendo accanto a lei il Boris: «Ella è la figlia di quell’uomo basso e volgare. Qual maraviglia se ne ha ereditato gli istinti e le ambizioni? Il pretendente deve esser ricco, avaro e laborioso: ecco tre ragioni formidabili per non rifiutarlo.» Egli considerò a più riprese, alternativamente, il padre e la figliuola, cercandone le rassomiglianze. In verità costui, non ostante la rozza semplicità del sembiante, poteva ben dirsi la maschera deforme di lei: aveva la medesima fronte angusta, lo stesso color grigio degli occhi, un’analoga struttura del capo; perfino la bocca grande e quasi sdentata rammentava quella bellissima della erede nel colorito acceso della pelle, nel sorriso, specialmente in una certa piega amara, che si formava nei momenti d’attenzione a un angolo delle labbra. Erano entrambi dello stesso sangue, discesi per linea diretta l’una dall’altro, frutti successivi d’un medesimo albero, le cui radici s’affondavano in un terreno incolto e malnoto; dovevan dunque agire entrambi sotto identici impulsi, correre verso una mèta comune, desiderare un unico destino!
«Ma perchè m’occupo tanto di lei?» egli si domandò d’un tratto. «Che mi fa s’ella sposa quell’ebreo pedante a preferenza d’un qualunque altro? Io, certo, non la sposerò mai. Dunque?» Cercò di sottrarsi in qualche modo al pensiero molesto che lo perseguitava, di cancellare dalla memoria la confidenza insidiosa della bionda. Volse perciò in giro uno sguardo indagatore ai suoi commensali: notò che l’ingegnere e sua sorella portavan spesso il coltello alla bocca, se ne servivano per scalcare il pesce, non indugiavano per semplicità a metter le dita sul piatto; anche notò che la sorella in distrazione s’asciugava talvolta le labbra e il mento col lembo della tovaglia. S’accorse, osservando bene il giovine Ugenti, che questo teneva appeso alla catena dell’orologio un distintivo a lui ben noto, la medaglietta d’argento con l’effigie di Carlo Marx, l’apostolo del Socialismo. S’accorse che il Siena aveva le unghie lunghe, adunche, non ben polite. Un senso istintivo di molestia, d’insofferenza, quasi di soffocazione, quel senso che assale spesso nelle strette d’una calca, si diffuse rapidamente nel suo essere, parve salirgli alla gola e stringerla a forza, rendendogli impossibile di trangugiare un sol boccone di più. Egli si sentiva male tra quella gente diversa da lui; si sentiva assolutamente isolato, poichè anche sua nonna, in quell’ambiente ch’era già stato il suo, s’era a poco a poco dimenticata delle abitudini apprese, s’era confusa con gli altri e discorreva ora animatissimamente con la sorella del Boris, come si discorre soltanto con una sua simile.
La signora Teresa si volse a lui e gli disse per la decima volta:
— Perchè non mangia? Perchè non beve?
Egli rispose:
— Grazie, ne ho a bastanza. Io mangio sempre poco....
— Ma se non ha mangiato niente! Via, conte, si faccia coraggio!.... Prenda ancora qualche cosa, almeno per farmi piacere.
E gli afferrò il piatto, glie lo riempì di nuovo fino all’orlo.
Il pranzo era interminabile. L’ingegnere, un po’ acceso dalle abondanti libazioni, proponeva ora una gita in compagnia sul Motterone per una delle domeniche successive; e il Siena, sempre freddo e solenne, si scusava di non poter parteciparvi in causa delle sue occupazioni, salvo che non la si rimandasse almeno di due settimane.
— Ah, — gridò d’un tratto l’Ugenti; — non vorrei poi che coincidesse proprio col giorno delle elezioni, perchè in tal caso dovrei mancar io, e ne sarei desolatissimo.
— E che ti fa se ci sono le elezioni? — chiese ridendo il Boris.
— Caro ingegnere, la disciplina del partito esige la mia presenza. Se ciascuno s’astenesse per una causa o per un’altra fidandosi del voto dei correligionari, nessuno naturalmente voterebbe, e gli avversarii, i cari borghesi, trionferebbero in eterno. Nel caso presente poi si tratta d’una grande battaglia; e la vittoria sarà certo strepitosa per noi socialisti purchè si vada tutti compatti alle urne.
Il Boris rise del suo riso blando, pieno d’indulgenza, e disse scotendo il capo:
— E quando bene avrete vinto?....
— Avremo un deputato di più al Parlamento: saremo su la via di diventar maggioranza e di imporre le nostre leggi anche a chi non le vuole.
— Lei crede? — chiese l’Imberido con sottile ironia.
— Fermamente, — rispose serio e convinto il giovine, volgendosi a lui senza rancore. — Noi siamo i trionfatori del domani, poiché la nostra idea va guadagnando, ogni dì più, terreno e potenza.
— Dica meglio: la loro retorica, perché l’idea è piuttosto astrusa e complicata e non si presta troppo ad adattarsi nelle teste ottuse in cui la si vorrebbe trapiantare. Ma ammettiamo pure che sia l’Idea che trionfi, ammettiamo pure che i socialisti si conquistino tutti i cinquecento seggi del Parlamento; io nego sempre che i loro sogni febbrili possano per questo semplice fatto divenire realtà, come nego che l’êra della felicità universale abbia a essere mercè loro inaugurata.
— E perché, di grazia? — domandò l’Ugenti sempre con grande cortesia.
— Perché l’avvento del Socialismo non esige soltanto una riforma economica e sociale, già un poco fantastica com’è quella che si propone; ma sopra tutto una riforma delle anime e delle coscienze. Esige un’umanità diversa dalla nostra, rinnovata dalle fondamenta; esige l’abolizione assoluta di tutti gli istinti e i sentimentiche animano o muovono gli uomini sul nostro povero pianeta. Questo, almeno che io sappia, non si può ottenere né con la ragione né con la forza: e non lo si otterrà, mi creda, nemmeno con una legge votata all’unanimità dal suo Parlamento di socialisti.
L’Ugenti che, mentre Aurelio parlava, continuava a scrollare il capo in atto di diniego, s’alzò bruscamente in piedi per rispondere con maggior forza a’ suoi argomenti. Il Siena però, attento e impassibile al suo posto, lo prevenne.
— Io non sono socialista, — egli disse con la sua voce nasale, con il suo accento cattedratico — o almeno non sono collettivista nel senso etimologico della parola. L’abolizione della proprietà privata è, secondo me, una riforma ineffettuabile. Ma, ciò non ostante, mi guardo bene dal giudicare il Socialismo con la severità sdegnosa e con l’antipatia manifesta con cui il signor Imberido lo condanna. Lo spettacolo delle sofferenze umane, delle ingiustizie sociali non mi può lasciare inerte, estraneo, indifferente a osservarle o a giustificarle. Io considero quindi le nuove teorie come il risultato ancora imperfetto d’una ricerca nobile e generosa per alleviare le une e per rimediare alle altre. Sotto questo aspetto, bisogna riconoscerlo, il Socialismo è un’idea altamente rispettabile, che merita l’appoggio di tutti i buoni e il soccorso di tutti gli intelligenti.
L’Ugenti, ch’era rimasto ritto in piedi, approvò romorosamente; il Boris stesso annuì col capo, sorridendo; Flavia, che aveva fatto cenni palesi d’assentimento a ogni pausa dell’avvocato,battè in fine le mani e gridò con trasporto, guardando per la prima volta negli occhi l’Imberido:
— È vero! È vero!
Allora un’esasperazione subitanea prese Aurelio. L’antipatia fisica, che provava contro l’avvocato pedante, il pensiero geloso che Flavia fosse per appartenergli, il rancore, che avevan mosso in lui quelle approvazioni concordi e specialmente l’esclamazione entusiastica della giovinetta, lo fecero sussultare su la sedia e atteggiare il viso a un’espressione amara di disprezzo e di sarcasmo. Egli disse con la voce aspra e altezzosa:
— Questa è appunto la parte retorica del Socialismo, alla quale accennavo pocanzi e che costituisce tutto il suo fascino e tutta la sua virtù. Ma la retorica è sempre stata retorica; e con le vuote promesse, con le false lusinghe, con le descrizioni fantastiche d’un meccanismo sociale imperfettibile, non si ha, no, il diritto di mettere a soqquadro il mondo intero, d’aizzare le masse brute alla ribellione, di preparare al prossimo avvenire giorni criminosi di stragi, di rapine e di vandalismi....
L’Ugenti fece l’atto d’interromperlo.
— I socialisti — egli continuò risoluto — con qualche proposta generica, che basta un ragionamento infantile a dimostrare insensata, s’atteggiano evangelicamente a redentori della umanità, e chiamano in tanto alla riscossa gli ignoranti e i barbari, adulandoli, solleticandone gli appetiti, rinfocolandone le ambizioni. Ora, sanno essi se al momento critico questa gente,come sarà padrona del campo, non li abbandonerà sghignazzando ai loro sogni malati? Possono essi garentire dell’onestà, della buona fede, dell’obedienza illuminata dei loro numerosi gregarii? E sono in fine sicuri di poter costruire, sopra una rivoluzione dei più torbidi elementi sociali, quel monumento di giustizia, d’equità, di benessere, del quale non son peranco riusciti a tracciare un piano convincente nei loro libri e nelle loro discussioni teoriche? Caro signore, — egli soggiunse, volgendosi con un moto brusco all’avvocato, — di fronte al disastro, che ne minaccia, io intendo in vece che tutti i buoni e tutti gli intelligenti s’accordino tra loro per combattere questi rètori pericolosi con ogni arma, con ogni possibile repressione.
Il socialista e l’avvocato proruppero insieme in una protesta veemente — il primo balzando di nuovo in piedi, sollevando le lunghe braccia alte sul lungo corpo sottile; l’altro agitandosi convulsamente su la sedia, torturandosi con la mano gli esigui baffi neri.
— Le persecuzioni non ci fanno paura! — urlava l’Ugenti stentoreamente. — Ben vengano le persecuzioni! Esse hanno sempre spianato la via alle idee nuove; le violenze e gli abusi di potere non fanno se non inasprire l’opinione pubblica contro le classi dominanti e affrettare i moti rivoluzionarii. Un anno di dispotismo val quanto mezzo secolo guadagnato per il trionfo della nostra causa....
— La libertà di pensiero non può essere conculcata in un regime democratico, — declamavaMaurizio Siena, alzando la voce per dominare quella dell’Ugenti; — essa è una conquista intangibile del nostro secolo di scienza e di progresso. Gli uomini d’ordine hanno il sacro dovere di rispettarla....
Parlavano insieme, e le loro parole giungevano confuse all’orecchio dell’Imberido. Flavia e Luisa, che su le prime avevano protestato, ridevano ora allegramente del tumulto improvviso. Soltanto il Boris, sempre tranquillo e sorridente, affermava in silenzio col capo, ammiccando però con gli occhi stretti e come riconoscenti a colui che aveva proclamato forte lo sterminio dei disturbatori.
— Basta! — gridò d’un tratto la signora Teresa; e, per richiamar l’attenzione, percosse ripetutamente con la lama del coltello il suo bicchiere.
— Basta con la politica! — fece eco donna Marta, che a più riprese aveva rimproverato il nipote con gli sguardi.
— Voi ci stordite.... Parliamo d’altro, per carità! Si stava concertando una bella passeggiata in compagnia sul Motterone. Quando la si fa, dunque? Con le vostre chiacchiere non si verrà mai a una conclusione!
I due giovini, che gridavano insieme, s’interruppero a mezzo d’una frase, si guardarono in torno come stupefatti di trovarsi presenti a un convito ospitale, e scoppiarono insieme a ridere, scusandosi con le donne per la loro vivacità inopportuna. L’Imberido aggiunse le sue scuse a quelle de’ suoi avversarii; e la conversazione fu ripresa senz’altro sul tema meno eccitante dell’escursione in montagna.
Questa fu stabilita per domenica quindici «tempo ed elezioni permettendo», secondo la espressione finale dell’ingegnere.
— Mi raccomando a lei, — mormorò Luisa all’orecchio d’Aurelio; — faccia venire anche il signor Zaldini. È così simpatico!
La discussione calorosa aveva lasciato l’Imberido in quello stato d’accasciamento e quasi di desolazione, in cui egli sempre cadeva sotto l’urto d’un’opinione altrui, altrettanto salda e inflessibile quanto la sua. Mentre gli altri, già immemori di tutto, ciarlavano e ridevano spensieratamente, egli riandava ancora, incerto e umiliato, il corso della disputa inutile; e una folla di buoni argomenti taciuti, di nuove risposte efficaci, sorgeva spontanea nel suo pensiero a offuscare le cose che aveva dette, a dimostrargli l’imperizia della sua dialettica e l’imprudenza delle sue affermazioni. Perché non aveva saputo rimaner muto e impassibile alle frasi del giovine socialista? E perché, anche affrontando una discussione, non aveva riflettuto, non aveva considerato il valore e la qualità de’ suoi ascoltatori, non aveva pesato bene le sue parole, prima di ribattere? — In vece egli s’era lasciato miseramente trascinare dall’impeto de’ suoi sentimenti; aveva parlato con rancore e non con serenità spassionata; aveva fatto, di fronte a quegli estranei, la figura meschina d’un retrogrado rabbioso o d’un volgare nemico della Luce!
Sopra tutto in causa di Flavia egli si rammaricava d’aver discorso in tal modo. Nel fondo del suo spirito, un poco annebbiato dai vaporidel vino bevuto in copia, incominciava omai a trepidare un senso di malinconia tenera e obliosa, quel bisogno d’abbandonarsi, di perdonare, di fraternizzare che assale irresistibile all’inizio di un’ebrietà. Guardando ora la fanciulla, Aurelio la trovava, nella semplicità della sua bianca veste virginale, sovranamente incantevole; un soffio di vaghe memorie gli passava a traverso la mente angustiata, inclinandola insensibilmente a benevolenza verso di lei, riaccendendo a mano a mano il fuoco assopito della sua simpatia. Ed egli, inconsapevole, si stupiva d’aver potuto contrariare la bella creatura che gli splendeva d’innanzi, e si rimproverava il suo contegno pertinacemente ostile e scortese, e deplorava il suo indocile orgoglio che ogni dì più scavava un abisso incolmabile tra le loro due vite. — Ma non era egli dunque che la gittava deliberatamente tra le braccia del rivale? Non la voleva egli così, estranea e nemica, divisa sempre da lui da un ostacolo immane? Non era preferibile per il suo scopo quel dissidio aperto e sincero a un’intesa lentamente insidiosa, a una domestichezza con lei che avrebbe potuto generare la catastrofe temuta? — Oh, un suo sguardo lusinghevole! Egli, certo, avrebbe in quel momento sacrificato il suo sogno più caro per uno sguardo lusinghevole di lei, che fosse venuto a traverso la mensa a ricercarlo!
Frattanto intorno a lui l’animazione aumentava. La fine del pranzo generoso rendeva loquaci e ilari gli altri commensali, li accomunava in un unico sentimento di benessere, di confidenza, d’espansiva cordialità. Parlavan tuttiinsieme, e il frastuono delle voci alte e delle risate rimbombava sotto la vòlta profonda: l’ingegnere, con gli occhi sfavillanti e il naso purpureo, raccontava a donna Marta un aneddoto procace, che pareva scandalizzasse l’anima candida della sorella zitellona, in atto di turarsi le orecchie con le mani; il Siena, acceso in viso, discorreva vivacemente con Flavia e la signora Boris, prorompendo a tratti in ghigni gutturali, che lo facevan torcere e rannicchiarsi su la sedia come all’impressione d’un solletico ostinato; l’Ugenti in vece era divenuto patetico e nebuloso, e declamava chino verso la bionda un’ardente poesia di passione, sottolineandone i passaggi più teneri con certi sguardi estasiati, tremuli nel vuoto, battendo con le lunghe braccia aperte il ritmo dei versi sonanti.
Le bottiglie del vino di Sciampagna, recate per i brindisi, suscitarono un’acclamazione entusiastica, un grido unanime d’esultanza. Sembrò quasi che un vento di frenesia passasse d’improvviso nella sala da pranzo, esagitando le fiamme delle candele, scotendo le sedie e gli oggetti sparsi in disordine su la tavola. Le fanciulle e donna Marta applaudirono; Maurizio e Giorgio si levarono d’un balzo in piedi, per disputarsi con comico accanimento l’onore di stapparle. Come i calici furon tutti ricolmi del dolce vino propiziatorio, l’Ugenti con un atto risoluto impugnò il suo bicchiere, lo sollevò alto sopra il capo e incominciò a parlare.
Il fumo delle sigarette si dilatava omai su le teste, striando l’aria di tenui strati azzurrognoli, continuamente mobili. L’afa nella stanza chiusasi faceva sempre più sensibile e opprimente; un odore acre di vivande e di vini saliva a ondate dalla mensa, intollerabile. Il giovine socialista, la fronte imperlata di sudore, proseguiva il suo discorso con una foga enfatica di gesti e d’accenti, esaltando le virtù e le attitudini della donna, illustrandone l’alta missione morale, profetizzandole un avvenire glorioso in una società meno egoistica e più giusta della presente. E gli altri, d’un tratto ammutoliti, lo guardavano attoniti, stupefatti, senz’ascoltarlo, nell’attesa impaziente d’una conclusione.
Quand’egli s’interruppe a mezzo d’un periodo per riprender fiato, un applauso formidabile risonò sotto la vòlta e i calici simultaneamente s’alzarono per brindare. Il Siena, nell’immenso strepito, urlò con tutte le forze de’ suoi polmoni:
— Evviva dunque la signorina Flavia! Alla sua salute, alla sua felicità, all’esaudimento delle sue speranze!
Gli evviva echeggiarono, mentre i calici s’incrociavano, battevan forte l’un contro l’altro, tintinnando.
Flavia abbandonò prima il suo posto, s’avvicinò a suo padre, poi a sua madre, e, strettoli tra le braccia, li baciò ripetutamente sul viso, assai commossa: aveva gli occhi lucidi, un rossor vivo cosparso su le guance delicate. Così accesa e come trasfigurata, stretta nella semplice veste bianca, ella emanava dalla persona un fascino irresistibile, l’incanto sublime della Vergine, quell’acuto profumo di poesia e di candore, che infiamma l’imaginazione, inebria i sensi e abolisce ogni volontà. Aurelio, il qualemuto e immobile l’accompagnava con gli sguardi, si sentiva languire d’ammirazione e di desiderio. Non mai gli era parsa così leggiadra e così nobile di forme e d’espressione! Non mai gli era parsa così degna d’essere amata, d’esser preposta a supremo scopo d’un’esistenza mortale! Ella non era più la fanciulla, ch’egli ben conosceva: era il simbolo della grazia, l’incarnazione tipica dell’Eterna Bellezza, era l’Unica, era l’Eletta, era la Dea. — Oh, uno sguardo, un solo sguardo lusinghevole di lei! Egli avrebbe sacrificato tutta la sua vita per uno sguardo lusinghevole di lei, che fosse venuto in quel momento solenne a ricercarlo!
Ma la giovinetta pareva che lo avesse affatto dimenticato, pareva che ignorasse la sua presenza alla festa familiare: tremante di commozione, guardava fisa il padre o la madre con occhi pieni di gratitudine e d’affetto, e non si stancava di scoccare su le loro guance quei baci sonori, che avevano nell’anima del giovine un’eco spasimosa.
Quando la signora Teresa si levò e uscì dalla stanza, Aurelio anche si mosse: fece qualche passo verso la finestra quasi cercando un soffio d’aria libera, poi, vedendosi inosservato, infilò pianamente la porta e riparò solo nel salotto.
Si lasciò cader di peso sul divano. Si prese il capo fra le palme, con atto disperato. Un ardore molesto gli infocava le tempia. Il cuore gli pulsava in petto con una violenza non mai avuta. I fumi del vino si spandevan torbidi e foschi intorno a lui, annebbiandogli la visione delle cose, dandogli a intervalli il senso ingratodella vertigine. — Egli si sentiva solo, affranto e desolato: egli soffriva terribilmente, e nessuno era presso di lui a confortarlo! Il suo dolore si dissipava inutile e indifferente nell’impassibilità dello spazio, come quello d’un qualunque bruto ferito a morte in una foresta!... Egli, certo, avrebbe potuto spegnersi così, senza che un’anima buona fosse accorsa in suo aiuto, senza turbare con il suo gemito indistinto la gioja romorosa di coloro che gli eran vicini!....
Impeti subitanei di collera sorgevano nel suo spirito a ogni scoppio d’ilarità nella stanza contigua; supremi abbattimenti lo prendevano appena l’ira cessava. E intanto un desiderio folle si faceva strada tra le tenebre di quel tumulto selvaggio dell’anima, usciva a poco a poco dal caos delle imagini oscure, si rischiarava, splendeva, scintillava come astro solitario in un cielo tempestoso: il desiderio di Flavia, d’una parola benevola di lei, d’una sua carezza su la fronte accesa, d’uno di quei baci inebrianti, ch’ella aveva pocanzi prodigati con tanto trasporto a’ suoi parenti. — Oh, perchè ella non veniva? perchè tardava tanto? Non sapeva ella forse ch’era là, solo, triste, afflitto da un’angoscia senza nome, ad aspettarla? E la sua pietà, sempre sì docile all’appello dei sofferenti, non si risvegliava dunque per la prima volta al suo grido disperato di soccorso?
Un passo leggero che s’avvicinava lo fece sussultare di sgomento e di giubilo. Egli non respirava più: il suo sangue pareva si fosse d’un tratto arrestato nelle vene. Era lei? Certo, era lei; doveva esser lei. La gioja ineffabile delsuo cuore non poteva ingannarlo. Egli l’aveva invocata; ella, ecco, accorreva. — Oh, caderle ai piedi e morire!....
Qualcuno era entrato nel salotto.
Aurelio tolse con lento atto il viso alterato e livido dalla stretta delle mani, e guardò d’innanzi a sè, come un sonnambulo strappato repentinamente al suo sogno.
— Signor Aurelio, che cos’ha? — disse spaurita Luisa, avvicinandosi a lui con vivacità.
Egli continuava a fissarla senza parlare. — Ohimè, l’ultima speranza andava miseramente tradita. Il mondo non aveva più luce! La sua vita non aveva più scopo! L’inganno era mortale e palese: un riso acuto, a lui ben noto, si levò nella stanza vicina e venne a colpirlo d’improvviso come un’irrisione del Destino.
Luisa sedette al suo fianco, gli prese amorevolmente la mano.
— Signor Aurelio, per carità risponda: si sente male? Ha bisogno di qualche cosa? Risponda!
— Grazie, signorina, grazie! — egli riuscì a mormorare, rialzando il capo — Non è nulla: un po’ d’emicrania....
— Faceva forse troppo caldo nella sala da pranzo. Io stessa non ne poteva più! Vuole che apra le finestre? L’aria libera le farà bene. Vuole che le ordini qualche cosa di caldo? Vuole che chiami donna Marta?....
Ella parlava concitatamente, assai commossa, con una specie d’affanno appassionato nella voce e nel respiro. E intanto gli stringeva forte la mano, e lo guardava con gli occhi inumiditi,gonfii di pietà e di tenerezza. «Non è lei! Non è lei! Non è lei!» ripeteva spasimando l’anima del giovine, mentre quelle dolci parole si disperdevano vane e sciupate, come semi sparsi sopra un terreno sterile. — Oh, fosse stata Flavia, la consolatrice! Su la Terra non vi sarebbe stato un uomo più divinamente felice di lui!
— Grazie, è inutile, signorina, — disse Aurelio, levandosi d’improvviso in piedi. — Proverò a uscire, proverò a far due passi nel cortile.... Grazie!
Studiando il passo, senza più rivolgersi, s’avviò verso la porta. L’aperse. Vide le tenebre spalancate d’innanzi a sè; vi si gittò perdutamente come in un abisso.