Un fanciulletto di quattro anni, biondo, esile, con una faccina anemica, fu il primo a mostrarsi. La signora Merelli volle accarezzarlo, ma egli si ritrasse in silenzio contro lo stipite dell'uscio.
E passarono altri dieci minuti.
Venne poi il signor Gavazzini, nascondendo, sotto un fare cerimonioso, l'alterazione dei lineamenti, eccitati come dopo un alterco.
—Prego queste signore di scusarmi, e di scusare mia moglie; è un po' indisposta…
Nello stesso momento una signora alta, molto esile, con la stessa faccia anemica del bimbo, irruppe nel salotto; aveva un abito celeste e i capelli sciolti per metà sulle spalle in una acconciatura melodrammatica. Senza nemmeno guardare le due visitatrici, si rivolse bruscamente a Gavazzini.
—Sapete bene che ho proibito a mio figlio di entrare nel salotto.
La confusione di Gavazzini divenne contagiosa; anche Marta e la signora Merelli ne furono sorprese. Egli, con accento breve ed imperioso, usando parimenti il pronome della seconda persona, rispose che il bimbo era venuto in salotto da sè; poi, volgendosi alle signore, balbettò:
—Mia moglie… scusino… era… è indisposta. Ha voluto presentarsi egualmente.
La signora Gavazzini, in piedi, gualciva nervosamente i nastri del suo abito, mentre il bambino guardava ora lei, ora il padre, con due occhi malinconici.
Quando la signora Merelli espose timidamente lo scopo della visita, Gavazzini mise mano al portafogli e con perfetta cortesia le consegnò venti lire, guardando Marta con insistenza, tanto che ella sentì il suo facile rossore di sposina salirle subito alle guance.
—Mia cara—disse poi volgendosi alla moglie con ricuperato sangue freddo—ecco due buone e cortesi signore a cui potreste rendere sì bella visita. Che ne dite?
—Non si fanno visite, quando si vive in un chiostro come vivo io da cinque anni.
La voce aspra della signora Gavazzini echeggiava ancora nel salotto, che già le visitatrici avevano preso commiato, seguite da Gavazzini, il quale le volle accompagnare fin sulla porta, giustificando il contegno della moglie con la scusa di crisi nervosa. Sì dicendo faceva gli occhi teneri a Marta, tastandole il palmo della mano.
Marta uscì di là scandalizzata, incapace di parlare.
La signora Merelli, calma, domandò come le era parso quel nido di tortorelle, e, nella sua rassegnata conoscenza degli uomini, aggiunse che non vi era punto da stupire, che succede così spesso, spesso, assai più di quanto si creda.
—Che cosa le dissi una volta? Follie della luna di miele! Non durano.
—E quando—chiese Marta con la voce che le tremava un po'—la luna di miele non ha follie?
La signora Merelli riflettè un istante, crollò il capo e rispose con lentezza:
—Chi sa! Forse è meglio.
* * *
Toniolo prendeva il fresco sulla soglia della sua farmacia, coi pollici nei taschini del panciotto, seguendo con occhiate lunghe e profonde tutte le donne che passavano; occhiate che non gli costavano nessuno sforzo, che erano naturali ai suoi occhi ben tagliati, dal colorito intenso, che facevano supporre tutto un fondo di pensieri ed avevano procurato alle sue attrattive di borghese sentimentale, un discreto numero di simpatie femminili.
Stando così sulla soglia del negozio, assolutamente freddo, non pensando a nulla, mostrando solo la faccia pallida illuminata dallo sguardo, Toniolo aveva fatto fantasticare molte fanciulle del paese che, da quando egli rimase vedovo, avevano sentito più che mai il bisogno di prendere frequentemente della magnesia o del bicarbonato di soda; egli, enigmatico come un cofano vuoto chiuso a chiave, non aveva scoraggiata nessuna, vendendo a tutte la sua merce con la stessa fisionomia romantica ed incompresa, mostrando, nell'accartocciare gl'involti, le sue mani morbide, famigliari alle pomate, fini, lunghette, ornate al dito mignolo da un piccolo brillante, ed il sorriso vago di un uomo che insegue dei sogni.
Quando si era saputo che prendeva in moglie una ragazza del paese vicino, la magnesia e il bicarbonato di soda divennero veramente necessari a molte gastriti ed a languori di stomaco prodotti da cruccio respresso; nè egli mostrò di accorgersene, manovrando con la stessa dolcezza i barattoli e le spatole, prendendo il fresco ogni sera sulla soglia della farmacia, guardando alternativamente le donne e le stelle.
Alberto Oriani passò tenendosi a braccio sua moglie.
—Che miracolo!—disse Toniolo.
Si fermarono. Erano andati a vedere dei vasi di fiori che il dottorone voleva regalare a Marta, Si parlò un momento di fiori, tutti e tre in piedi sulla soglia; poi del tempo che voleva rannuvolarsi, infine:
—Vuol entrare?—chiese Tomolo a Marta, con molta gentilezza, e soggiunse per incoraggiarla:—Le mostrerò la camera che sto allestendo per la sposa; mi darà dei consigli.
Marta vide sulla faccia di suo marito la stessa gioia di quando, in carrozzella, aveva scorti i suoi amici. Decisamente, pensò, egli li ama molto. Un'altra idea stava per svolgersi nella sua mente, questa: e si trova in loro compagnia meglio che… ma non volle terminarla. Salì svelta il gradino della farmacia, seguita dai due uomini.
—Manca molto a questo matrimonio?—domandò Alberto intanto che attraversavano il tinello.
—Sarà verso la fine d'autunno.
—Fa' vedere a Marta la fotografia della tua fidanzata.
Toniolo pose la mano nella tasca interna dell'abito, poi in quella esterna, mormorando:
—È singolare, dove diavolo l'avrò cacciata?
—L'avrai lasciata sotto il guanciale, stanotte—disse Alberto ridendo.
Marta guardò con interesse gli occhi di velluto di Toniolo, accogliendo la supposizione che egli dormisse coll'immagine della donna amata: ma Toniolo indicò subito con la mano la fotografia, appoggiata sul caminetto, contro la pendola.
—Le assomiglia?—chiese Marta.
—Mi pare di sì.
Era una giovanotta rubizza, dalle forme pronunciate e dalla faccia ingenua. Marta voleva domandare ancora: L'ama molto? ma non osò.
—E che dirà Giuditta?—esclamò Alberto, battendo sulla spalla dell'amico.
—Oh quella si consolerà di me, come si è consolata di te…
Marta fremette, intanto che i due uomini scambiavano un'occhiata di intelligenza. Toniolo soggiunse:
—Il successore c'è già; fa il suo tirocinio in questi ultimi mesi, sai, io non sono geloso, e Giuditta trova che due valgon meglio che uno, ma io l'ho già avvertita che il mio abbonamento scade alla fine d'autunno e che non lo rinnoverò più. Non voglio impicci.
—Fai bene—disse Alberto con convinzione.
Entrarono nella camera dov'era già il letto di noce, i comodini e i cassettoni.
—Sono quelli che avevo, li ho fatti rilustrare e mettere a nuovo; ma le sedie e le tappezzerie le voglio rifare di pianta. Che ne direbbe di un bel giallo?
La domanda era rivolta a Marta.
—È forse un po' fuori di moda e facile a macchiarsi…
—Avevo pensato all'azzurro, ma scolorisce col sole, coll'aria, con la polvere, scolorisce anche al buio.
—Se prendesse una stoffa mista, a righe od a fiori?
Toniolo rifletteva, coi begli occhi abbassati, fissi sulla commessura di due mattoni.
Marta intanto guardava il letto, dove aveva dormito la prima moglie, dove la seconda avrebbe raccolto i baci ancora tiepidi avanzati a Giuditta, e le danzavano davanti le parole «come si è consolata di te.» Anche Alberto dunque? Anche lui?
I due amici si erano affacciati alla finestra; le loro teste, nella luce crepuscolare, apparivano giovani, quasi somiglianti. Alberto più colorito, più florido, ma egualmente dolce e simpatico all'aspetto. Ridevano. Su quelle bocche i baci di Giuditta erano volati, senza rivalità, stringendo anzi i loro vincoli, mettendo fra loro una cosa comune, imparentandoli. Potevano pensare entrambi, nello stesso tempo, allo stesso oggetto: le spalle o le braccia di Giuditta; intendersi senza parlare, a gesti.
Il suo Alberto! Perchè suo? suo e di tutti. Quelle mani lì non avevano abbracciata, stretta, accarezzata Giuditta? e quante altre! Ora lo sapeva; e questa Giuditta era in paese. Quando lei passava al braccio di suo marito, Giuditta poteva vederla, scrutarne il volto e sorprendere i segreti della loro intimità. Avrebbe detto fra se stessa: Ecco Alberto, ha la faccia de' suoi giorni buoni: oppure: non ha la faccia de' suoi giorni buoni.
—Me le danno, sai, le trentamila lire?—diceva Toniolo affacciato alla finestra.—Se non me le davano, lasciavo a loro anche la ragazza; non ch'io sia interessato, ma quello che ci vuole ci vuole, e poichè faccio questo sacrificio di mettermi la catena al collo per la seconda volta, qualche compenso è giusto.
Si voltò, dando le spalle alla luce, così interessante nel suo pallore di giovanotto linfatico, che Marta non riuscì a mettere insieme quelle parole con quel volto, e stavolta la domanda, repressa prima, le sfuggì:
—È molto innamorato della sua sposa?
—Oh! innamorato…—fece Toniolo, sul cui volto passarono repentinamente la stanchezza e la vanità delle numerose conquiste—non è poi necessario.
—Per lei, forse—interruppe Marta, meravigliandosi ella stessa del suo ardire.
—Vedi—disse Alberto in tono conciliante—mia moglie si immagina che quando un uomo sta per ricevere il settimo sacramento debba prepararsi con mortificazioni, estasi, preghiere, ritiro dal mondo, astinenze…
—Già, già—-esclamò il farmacista ridendo—sono tutte eguali. Non per offenderla, sa? Le chiedo scusa, non per offenderla, ma anche la mia fidanzata mi domanda sempre se l'amo, se amo lei sola, se l'amerò sempre…
—E non è naturale?—disse Marta con fuoco.
Rispose Alberto:
—Tanto naturale che non occorre domandarlo.
Marta conosceva oramai quell'accento reciso, quella specie di muraglia che suo marito innalzava quando il discorso non era di suo genio. Sentì pure la sua debolezza, la sua solitudine in mezzo a quei due alleati naturali, e allora più che mai vide la intimità di Alberto co' suoi amici, quella grande porzione di vita da cui era esclusa, lei, che aveva creduto, sposandolo, di fondere due vile. Un abisso la separava dall'uomo a cui s'era data, che le era straniero, che non aveva lo stesso sangue, nè gli stessi pensieri, nè la stessa anima, che aveva vissuto trent'anni senza di lei, ch'ella non aveva mai visto piangere, che trovava inutile dirle: ti amo… e un bisogno irresistibile l'assalse, il bisogno di gettarsi nelle braccia di sua madre.
I due amici erano usciti dalla camera, avviandosi giù per la scaletta nel tinello.
—Badi che c'è un chiodo accanto all'uscio disse Toniolo—gentilmente —l'avverto per l'abito.
Sul tavolino, nel tinello, giaceva ancora il ritratto della sposa.Marta lo guardò a lungo, con una malinconica simpatia, e non riuscendoa vincere la tenerezza di cui il suo cuore traboccava, si accostò adAlberto e gli strinse furtivamente la mano.
—Sì, sì—fece egli col tono di chi vuole acchetare un bambino riottoso.
In quella entrarono Merelli e il dottorone.
—Che bell'incontro!
Il volto di Alberto raggiò:
—Nido di tortore!—esclamò il dottore.—Fortunato mortale cui è dato abbellire la propria casa con la presenza di una donna! oh la donna!
Tu che con ali d'angeloScendi alla nostra vitaE dentro gli occhi hai lacrimeE rose infra le dita…
Marta osservò, meravigliatissima, che gli occhi del dottore avevano i lucciconi.
Il farmacista accese la lucerna e fece sedere i suoi ospiti intorno al tavolino.
—Bel tempo—disse Merelli—il grano turco cresce a vista, l'uva è una meraviglia.
Soggiunse il dottore:
—Ho comperato oggi una razza di tacchini stiriani, i più belli che si possano vedere, di quelli che appaiono sulle tavole dei principi con la denominazione:dinde truffée. Le femmine però io le preferisco lessate, con guarnizione di maccheroni al sugo.
—Che sigari cattivi!—disse Alberto tentando di accendere unSella—non si può più fumare.
Toniolo si alzò, andò a prendere una cassettina, e, dopo averne chiesto il permesso alla signora, offerse dei virginia.
—Non ti annoi troppo, nevvero?
Così chiese sotto voce Alberto a sua moglie; ella che sapeva con quanto piacere Alberto stesse con gli amici, rispose:
—Niente affatto.
Ma fra sè pensava: Casa nostra è molto più comoda, più elegante, non ci manca nulla; io lo adorerei, vorrei spiegare per lui solo la mia bellezza, il mio ingegno; so parlare anch'io, non sono una sciocca, ma, a quanto pare, Toniolo, Merelli e gli altri valgono più di me. Io però ho lasciato per lui mia madre, le mie amiche, tutto; e mi basterebbe lui!…
—La signora è pensierosa?—chiese il dottorone chinandosi sulla sedia di Marta, presentandole la sua faccia larga e sensuale, dove la parte psichica si era tutta rifugiata nelle pupille.
Marta scosse il capo, e dopo una pausa chiese a sua volta:
—Perchè non ha preso moglie lei?
—Per umiltà, non credendomi degno.
—La ragione è speciosa.
—Dica vera. Come faccio ad essere sicuro che la donna che scelgo sarà felice con me?
—Ma se è buona, se è virtuosa, se ha dei principii…
—Ecco tante belle cose che non hanno nulla a vedere con la felicità.
—Se si amano…
—Altra incognita. Le ho già detto, mi pare, che per le donne oneste l'amore non può essere che un dovere o una colpa. Allevate nell'idea fissa del matrimonio, il quale, con la morale odierna è la sola porta d'uscita che esse hanno, non conoscendo l'amore nè l'uomo, ognuna accetta quel marito che il caso, gl'interessi, la mamma o gli amici le pongono davanti; è unlotto, unaroulette, bazza a chi tocca, e chi le piglia se le tiene.
—Oh!—fece Marta.
—La donna non è sempre vittima,—continuò il dottorone animandosi—ella si vendica, come può, quando può. Ella risponde alla mostruosa ingiustizia dell'amore civile coi suoi milioni di isteriche, coi suoi miliardi di adultere. Colpita, colpisce; ingannata, inganna; niente di più logico, Lei vede, cara signora, che rendo piena giustizia al suo sesso, ma siccome non mi riconosco la forza di legislatore, nè di apostolo…
Alberto, dall'altro lato del tavolino, gridò a sua moglie:
—Se dai ascolto a quel chiacchierone, ne esci intontita.
—Permetti, Alberto, io difendevo la causa della donna.
—Causa sballata—vociò Merelli facendo scricchiolare la sedia su cui stava seduto.—Le donne sono tutte furbone, che pelano la gallina senza farla gridare.
—Ciò è tanto più meraviglioso—aggiunse Toniolo—che nel loro caso la gallina è un gallo.
—La donna—riprese il dottorone, con lo stesso accento ispirato col quale aveva, un momento prima, recitato i versi di Prati—è la poesia della vita, è la bellezza…
—Sì, parlatemi della bellezza delle donne!—interruppe Merelli.—Ci vogliono dei babbuini come noi per lasciarci gabellare nei teatri, nei balli, nella penombra delle alcove chiuse, tutta la quantità di ovatta, di gomma elastica, di bianco di bismuto e di kool, che forma la nostra beatitudine, citrulli che siamo!
Piano, all'orecchio di Toniolo, Alberto mormorò:
—È per garantirsi contro il kool e contro il bismuto che egli si attacca alle serve…
—Che cosa dite voialtri?
—Eh! nulla. Si approvava.
—La donna—continuò il dottorone come se nulla fosse—creatura delicata, gentile, anima sensibile messa a contatto della nostra brutalità…..
—Oh! per anima sensibile—rincrudì Merelli—non ho niente in contrario. Quando ero all'università conobbi la moglie di un professore, una deliziosa donnina, una sfumatura, un ideale, proprio di quelle che hanno le ali e le rose. Un mio amico le faceva la corte… infine la dolce creatura lo pregò di regalarle un divano, perchè sullo stesso divano dove essi filavano il perfetto amore, il marito fumava tutti i giorni la sua pipa, e ciò non le pareva delicato…
Tumultuarono tutti. Il dottorone rinunciò all'elogio della donna, sopraffatto dalla voce taurina del suo competitore; ma Alberto, approfittando della prima pausa, domandò:
—Puoi essere così pessimista? Non esistono forse donne che non si dipingono e che si accontentano di un solo divano come di un solo marito?
—Caro Oriani, una volta, in un Museo di Storia Naturale, ho visto un passero con quattro gambe. L'ho visto, ti dico! Ciò è la pura verità. Io persisto tuttavia a credere che i passeri sono bipedi.
A momenti gli facevano un'ovazione. Merelli trionfava, come sempre, rizzandosi sull'alta persona, dominando il crocchio degli amici, rosso e lucente in viso, sentendosi ammirato.
Alberto ebbe il delicato pensiero di avvicinarsi un momento a sua moglie per chiederle sottovoce:
—Stai bene?
—Sì, grazie.
Era però buono Alberto! Ella lo segui con gli occhi mentre tornava al suo posto, attratta da quel viso simpatico, intenerita per il suo atto gentile, e intanto che il discorso si metteva alla politica ella restò muta, alquanto illanguidita sulla sedia di cuoio della farmacia, col desiderio della sua poltroncina e dell'uncinetto che almeno le avrebbe fatto passare il tempo.
Nella politica si riscaldarono, qual più qual meno, secondo i temperamenti. Il pletorico Merelli gridava come un ossesso; gli veniva dietro il dottorone nervoso ed entusiasta; più calmo Alberto, quantunque allegrissimo, e Toniolo quasi indifferente, approvando col capo ciò che dicevano gli altri, i pollici nei taschini, l'occhio vagante. Ma tutti insieme riempivano la stanza, con le loro persone massicce, la voce alta, gli scarponi che si agitavano sotto il tavolino, il fumo dei sigari che s'innalzava, addensandosi sempre più.
Il volto di Alberto, sul quale Marta teneva sempre gli sguardi, scompariva tra le spalle poderose di Merelli e il torace ampio, squilibrato del dottorone; ella lo scorgeva come un punto luminoso, velato leggermente dal fumo, e ne raccoglieva ogni parola, ne seguiva ogni gesto, pascendosi di un'occhiata che cadesse dalla sua parte, raccogliendo le briciole dello spirito e della cordialità che Alberto distribuiva agli amici.
Erano suonate le undici da un pezzo ed ella, nella muta contemplazione, si sfibrava, presa dalla noia e da un principio di sonno, con la visione lontana del suo letto, della sua dolce casa.
Ma si erano messi a discorrere delle colonie d'Africa e venne la mezzanotte. Merelli sbraitava nella esuberanza del suo temperamento sanguigno, per cui Toniolo mormorò piano, sorridendo:
—Ce ne vorrebbero due al giorno delle Ninette per quello lì!
Marta si sentì sollevata quando Alberto, levandosi in piedi, annunciò che si partiva.
Non volle il braccio di nessuno; appena uscita si avvinse a suo marito, carezzevole, amorosa, con certi scatti da bambino freddoloso, tenendo voltata la faccia per sfiorare con le labbra la manica di Alberto.
Merelli e il dottore lasciarono che i due sposi andassero a casa soli.
A mezzo d'una via, una donna, uscendo frettolosa da una porticina, attraversò loro la strada, passando così presso ad Alberto da urtarlo. Marta sentì il contraccolpo di quell'urto, vide la donna che si era fermata mezzo minuto, audacemente, accanto a loro, ed Alberto che aveva fatto un movimento indietro, ed ancora la donna che era scomparsa rapida, rompendo l'oscurità della notte con la striscia chiara del suo abito.
Tutto il sangue di Marta le affluì al cuore.
—È Giuditta!—esclamò stringendo con violenza il braccio di suo marito.
Alberto non rispose subito.
—Dimmi la verità, è lei?
—Ma che!
—Pure la conosci…
—No, ti dico. Non l'ho nemmeno guardata.
—Ma potrebbe esser lei?
—Non so…
A che insistere? Tacque.
Ma ricalcando le orme della donna, sembrava a Marta che la sconosciuta avesse lasciato qualche cosa dietro a sè, nell'aria rotta dalla sua persona, sui sassi battuti dal suo piede; un miasma che saliva, nauseante, che l'avvolgeva tutta, la prendeva alla gola con un'ondata di impurità, soffocandola, strozzandola; e nella acutezza della sensazione le sembrava di udire laggiù, fra le tenebre della notte, il ghigno beffardo di colei che aveva posseduto suo marito, perchè era lei, lo sentiva!
* * *
Le lettere che Marta inviava a sua madre, parlavano tutte di felicità. Si esaltava scrivendo dell'amore che Alberto aveva per lei, e si diceva il suo tesoro, la sua vita; parole che Alberto da sua parte non aveva mai pronunciate, ma di cui ella inebbriavasi al punto che quando aveva scritto, versando sulla carta l'amore di cui era compresa, rimaneva sollevata, immaginando che Alberto provasse tutto ciò che ella stessa sentiva. Scriveva: «i suoi baci appassionati, le sue tenere carezze,» e rileggeva poi quegli aggettivi che le davano una dolce commozione, una specie dei piaceri immaginari che gustano i bevitori d'oppio.
E come l'oppio, questa eccitazione del cervello la prostrava veramente e indeboliva i suoi nervi.
Molte volte dopo d'aver scritto a sua madre che «si adoravano,» Alberto entrava e non si scambiavano neppure un bacio; lui serenamente freddo, lei distratta, paralizzata nella realtà dalle false sensazioni subite prima.
Tutto il fisico di Marta si risentiva di questo stato patologico. Era magra, coll'occhio spento; soffriva lunghe malinconie; già più volte, senza una ragione apparente, era corsa a nascondersi nella sua camera per piangere. Che cosa avrebbe detto Alberto vedendola piangere?
La bontà inalterabile e gentile di suo marito, il lieto umore, la fiducia illimitata, il suo contegno riservato colle donne, la convincevano che egli era il modello dei mariti, e quel malcontento intimo, quella tristezza che l'assaliva, ella riversava su sè stessa, sul cattivo suo temperamento. Che poteva essere se non ciò?
Per alcune settimane era stata divorata dalla gelosia e non aveva fatto altro che osservare ogni atto, ogni passo di Alberto; era ritornata parecchie volte nella via dove le era apparsa la donna sconosciuta, aveva interrogato, cercato, spiato; allargando i confini del suo sospetto geloso, si era messa a sorvegliare tutte le donne che Alberto vedeva, compresa la signora Merelli. Ma da queste ricerche l'innocenza d'Alberto era uscita così trionfante, che lo stesso giorno ella scrisse a sua madre: «Sono felice, felice, felice.»
I giorni peraltro le sembravano più lunghi e più vuoti. Suo marito si alzava presto per andare a visitare le campagne; ella, pigra, con le ossa indolenzite, rimaneva ancora sotto le coltri finchè Appollonia non le portava il caffè. Lo sorbiva lentamente guardandosi le mani, le braccia, toccando i piccoli ricami della camicia, lavoro suo, de' suoi giorni di fanciulla.
Una specialmente, una bella camicia fina con lo scollo tondo arricciato, le faceva ricordare una incisione che l'aveva colpita tanto quand'era ragazza, che ella guardava di nascosto della mamma, dentro una vecchia strenna, e rappresentavaDianadi Poitiers, semivestita, con uno scollo così tondo, arricciato e irresistibile, allacciando le braccia intorno al capo del regale amante prostrato a' suoi piedi. Forse—pensava allora—bisogna essere molto molto bella per ispirare l'amore.
Ma non è vero—soggiungeva un momento dopo—no, non dev'essere questa la ragione.
Dalla recente esperienza, dall'osservazione degli uomini i quali non si mostravano più davanti a lei così ritenuti come fanno con le ragazze, dalle confidenze della signora Merelli, era venuta ad una conclusione, ancora confusa, ma che distruggeva completamente l'edifizio delle sue credenze in fatto d'amore. La conclusione era questa: Gli uomini si danno a qualunque donna, bella o brutta, con affetto o senza, con simpatia o con indifferenza. Una cosa mostruosa ma vera!
Dalla bocca stessa di suo marito, dietro insistenti richieste, ella apprese che, a sedici anni, Alberto aveva avuta la rivelazione dell'amore per parte di una donna vecchia e brutta, che andava in casa a fare il bucato.
Alberto le disse questa cosa naturalmente, soggiungendo che a quasi tutti gli uomini succede così, non sospettando neppure la profonda impressione che tali parole avrebbero fatto su Marta. Ella ne pianse di dolore e di vergogna.
Ragionando poi nella sua mente, le parve di dover attribuire a quella remota causa la differenza di sentire che esisteva fra lei e suo marito.
Misurando per la prima volta le esigenze di un uomo che aveva data la sua fiorente giovinezza ad una ignobile femmina, nella stessa età in cui ella credeva ancora agli angeli e cercava l'amore in cielo, fu assalita da una ben più tremenda gelosia, la gelosia impotente del passato, quella che non si può distruggere, che si urta contro la sentenza inappellabile del fatto compiuto.
Con uno sforzo doloroso dell'immaginazione sognava il suo Alberto bello, puro; ne vedeva la persona elastica, l'occhio lucente, la bocca fresca come fiore che si schiude; e l'anima nobile, il cuore fidente, affettuoso, tutti gli impulsi generosi della giovinezza… Oh averlo conosciuto allora, essere stati entrambi così puri, l'uno dell'altro, per sempre, quello doveva essere l'amore!
E non poteva più averlo così! La vecchia femmina, Giuditta, tutte le altre, chi sa quante, chi sa quali, gli avevano portato via la spontaneità dell'entusiasmo. Ella era giunta ultima, inesperta, non preparata alla lotta contro tutto un passato.
Perchè quella veramente era la sua angoscia: il passato di Alberto, indistruttibile.
Rifaceva a sè stessa, con una raffinatezza crudele, il ritratto di tutte quelle donne; le immaginava belle, provocanti, piene di seduzioni ignote, di occulti filtri amorosi.
Brancolava fra supposizioni assurde, fra ipotesi strane, con l'ansia di chi ha smarrita la via e le tenta tutte per orizzontarsi.
Metteva insieme le sue memorie più lontane, ricordandosi certe malizie della scuola, volendo spiegarsele.
Non aveva dimenticata una ragazza, Collini, in terza; una faccia scialba, dagli occhi neri e dalle labbra rosse, con la carnagione picchiettata di lenti, la quale aveva sempre delle storie misteriose da raccontare in segretezza; storie che non si sentivano mai per intero, di cui le parole strane, svisate, spostate, volavano di bocca in bocca, eccitando la curiosità senza soddisfarla.
Erano discorsi proibiti e per questo solo interessavano, chè del rimanente non ci si capiva nulla, almeno Marta che non era punto maliziosa.
Una volta la Collini aveva recata una parola nuova, bizzarra, che nessuna delle bimbe aveva mai udito pronunciare. Cercata la parola nel dizionario, si trovò che rispondeva a «femmina di mal affare;» per cui tutte si guardarono in faccia meravigliate di comprendere anche meno; finchè un altro giorno la Collini spiegò loro che quella parola voleva dire: «donna che si vende:» onde nuova confusione, che le giovani menti sciolsero ognuna a suo modo, restando nel pensiero di Marta l'idea di una donna sucida e puzzolente.
Nè da tale concetto potè liberarsi più tardi, quando incominciando a squarciare i veli della vita, seppe che vi sono nel mondo donne che si danno a tutti gli uomini; ed anche non sapendo precisamente ciò che implicava, in tal caso, il verbo darsi, queste donne rimasero per lei un mito, qualche cosa di fenomenale come le sirene, e se le immaginò sempre sucide e puzzolenti; tanto lontane da lei, così fuori dalla sua orbita, che non le destavano nemmeno la curiosità.
Vivendo con la madre in un ambiente onesto, nessuna circostanza rimoveva intorno a lei il lezzo della società, per cui la sua anima nobilmente femminile si era alzata a poco a poco, senza urti, senza ostacoli, all'idea vaga dell'amore; idea che poggia fra l'ignoranza e il desiderio, descrivendo la curva iridescente dell'arco baleno, dove tutti i colori sono riuniti per l'occhio che li guarda da lontano, dove la mano non stringe nulla.
La sua verginale ignoranza faceva sì ch'ella non ammettesse altri strati all'infuori delle nuvole o degli abissi, ed ecco che la terra le mancava sotto ai piedi, e alla nuova rivelazione della vita arrestavasi sbigottita, incerta.
Quanti amori vi sono dunque? Quello che la Collini spiegava in segretezza, ignobile, vergognoso e che per una mostruosa catena si riallacciava al primo amore di Alberto? o l'amore etereo celebrato dai poeti, sognato nell'ebbrezza di una notte di luna, cantato sulle note del cembalo? o l'amore voluttuoso e ardente di Diana di Poitiers, stringentesi al seno la testa adorata?
Ma perchè nessuno, nè la Collini, nè i poeti, i pittori, le amiche, e nemmeno la madre, le avevano parlato dell'amore come ella lo aveva trovato? Perchè non le avevano detto: Tu entrerai, ignota, nel letto di un ignoto; il vostro contatto sarà senza delirio e i vostri cuori si avvicineranno senza fondersi?
L'inutilità de' suoi slanci amorosi di fronte alla freddezza di Alberto, le fecero germogliare un dubbio. Si era dunque ingannata in tutto! Per piacere agli uomini, per cattivarseli, non occorreva nè il sentimento, nè la devozione, nè la grazia; che cosa ci voleva dunque?
Abbandonata a sè stessa la sua immaginazione si smarriva. Decisa a tutto per vedere suo marito innamorato, avrebbe voluto conoscere quelle che nei libri si chiamano: le arti delle cortigiane. Anche nella storia, anche ne' suoi libri di istruzione aveva trovato esempi di quelle donne maliarde che affascinano. La morte di Oloferne, la disfatta di Cesare, non erano forse l'opera d'una donna?
Recentemente aveva letto di un sultano che si innamorò di una ignobile negra addetta ai più bassi servizi del palazzo, la sposò e la fece sultanaValidé, preferendola a tutte le odalische dell'harem.
Non era dunque la gracilità della sue membra e il suo profilo scorretto che vietavano ad Alberto i deliri dell'amore. No certo, perchè Alberto le aveva detto tante volte, col suo accento gentile, che gli piaceva così come era, gli piaceva tutta e la trovava immensamente simpatica, co' suoi capelli castagni ondulati, la sua fronte bianca, gli occhi ridenti e la bocca seria, ciò che formava un grazioso contrasto.
Ma non era ancor tutto. Il punto per lei più oscuro, più incomprensibile era che ella stessa non trovava nelle braccia di suo marito, amandolo come lo amava, la più lieve ebbrezza. E questo la persuadeva di essere una creatura imperfetta, incapace a dare ed a ricevere l'amore.
I suoi scoraggiamenti avrebbero fatto pietà se Alberto li avesse osservati, se avesse potuto comprenderli, se, nella sua bontà superficiale, non si fosse appagato del malinconico sorriso di Marta e de' suoi occhi dolci che lo guardavano amorosamente.
Dimagrava, è vero, e su questo fatto visibile i commenti degli amici e degli indifferenti si sbizzarrivano con le supposizioni più disparate, spesso maligne. Egli sospettava che fosse incinta, e senza cercare più in là raddoppiava i modi cortesi, sorridendo al futuro.
Insieme non stavano molto; a colazione e a desinare, raramente nelle ore intermedie. Alberto tutte le volte che usciva per i suoi affari, baciava la moglie sull'una e sull'altra guancia. Ella lo seguiva, attraverso il cortile, fino alla porta di strada; quando egli era in fondo alla via, si voltava indietro.
Marta rientrava in casa momentaneamente lieta, sentendo la sua dignità di moglie e di padrona, decisa a occuparsi dei suoi doveri di massaia.
Si era provveduta di un cuciniere moderno e su questo spiegava all'Appollonia una quantità di manicaretti; occupandosi ella stessa di una faccenda che interessava moltissimo Alberto, riempì la credenza di conserve, di frutta nello spirito; discese in cantina, e, aiutata da Gerolamo, vi pose un ordine nuovo; salì in soffitta, arieggiando mobili accatastati da anni ed anni, rimettendo fuori stoviglie disusate.
Nell'ampio guardaroba, che la madre di Alberto aveva arricchito di ogni ben di Dio, passò giornate intere, rovistando, spiegando, ripiegando, mettendo in fila dozzine di lenzuola.
Il suo istinto di donna trovava un pascolo nella casa agiata, nella vecchia casa dove le stanze erano così liete, dove tutto sorrideva nel benessere, nella pace, dove perfino la voce da ventriloquo di Gerolamo aveva intonazioni festose, ed il faccione rubicondo dell'Appollonia spiccava sulla soglia della cucina, nella sua onestà ingenua, come lo stemma della casa patriarcale.
A tavola, Marta narrava tutto quello che aveva fatto nella giornata, con vivacità, con una mobilità nervosa, domandando l'approvazione di suo marito, che le veniva sempre concessa per intero.
Dopo, Alberto, che era ottimo mangiatore, faceva ilchilo, discorrendo dei suoi interessi, fumando in una lunga pipa che aveva appartenuto a suo padre. Erano i momenti belli di Marta, la quale stava ascoltandolo e guardandolo, tutto per sè, con una adorazione muta, sentendo il principio di quella calda intimità che aveva sempre vagheggiata, sentendo che qualche cosa di insolito si svegliava in lei, un ardore nuovo desideroso di espandersi, una attrazione che partendo da tutta la persona di Alberto la avvolgeva in un'onda dolcemente sensuale.
Ma Alberto si alzava reprimendo, per convenienza, un lieve stiramento delle braccia.
—Ho bisogno di muovermi—diceva.
Prendeva il cappello, la canna, la baciava e andava in farmacia a raggiungere gli amici.
Con le braccia inerti, svogliata, Marta passava la sera sulla stessa sedia dove aveva pranzato, prendendo spesso una tazza di camomilla che Appollonia le portava a forza, vedendola pallida, assicurandola che le avrebbe fatto bene.
Dava qualche punto, leggicchiava il giornale, sbadigliava. Le ore erano lunghe, eterne. Finalmente Appollonia, dopo d'averle chiesto se le occorreva nulla, veniva a darle la buona notte. Ella udiva il rumore che facevano sul mattonato gli zoccoli della brava donna che si allontanava, ultimo frastuono della giornata; e la casa ripiombava nel silenzio.
Marta aveva sonno, ma aspettava Alberto. Quando credeva prossima l'ora del ritorno, si affacciava alla finestra, tendendo l'orecchio. La luna d'agosto, rossa, brillava, sul cielo senza nubi, in un aere molle, grasso di vapori, e l'afa, che mitigata dalla frescura notturna, prendeva un sembiante di carezza, le passava sul volto con l'effluvio dei prati, delle vicine campagne dormenti.
Che cosa faceva Alberto laggiù? Perchè tardava tanto?
L'attesa, dapprima calma e rassegnata, volgeva, col volgere delle ore, ad una inquietudine generale. Non poteva più star ferma; la finestra, la sedia, il divano, l'uscio e poi da capo la finestra, e poi più nulla. Ritta nel mezzo della stanza pareva una statua; le sue sensazioni si concentravano in un immenso, in uno sfrenato desiderio di vedere Alberto.
Il tempo passava, e dall'immobilità angosciosa Marta entrava in uno stato di allucinazione sensuale. Con mano inconscia slacciava i ganci dell'abito, allentava i nastri, cedendo a una sensazione misteriosa di abbandono, con dei brividi a fior di pelle, la bocca assetata, arida, le braccia aperte disperatamente.
Incapace a reggersi, piegava il capo sopra un guanciale, su una spalliera di poltrona, su tutto ciò che poteva darle l'illusione di una carezza. Perduta nelle immagini d'amore scioglieva i capelli, e, attorcigliandoseli sul volto, ne aspirava l'aroma giovanile, gemendo il proprio nome «Marta, Marta!», che la notte raccoglieva e agli echi deserti della campagna ripeteva «Marta, Marta!»
Il tempo passava ancora, finchè l'eccitazione passando, la lasciava sfinita, con le membra rotte, gli occhi pesti e vacillanti. Tuttavia non andava a letto. Aspettava.
Alberto la trovava quasi sempre distesa sul divano, pallida come cera, inerte. E la rimproverava; le diceva: «Dovevi coricarti, dovevi dormire.»
Ella non rispondeva nulla. Barcollante terminava di svestirsi, con dei brividi nelle ossa, e si cacciava sotto le lenzuola. Ma quando suo marito avvicinandosele mormorava: «Andiamo, via….» tutto il suo corpo si irrigidiva, si gettava indietro.
—Le donne—concludeva Alberto, voltandosi dall'altra parte—non si arriva mai a comprenderle.
E Marta, sotto le coltri, piangeva.
* * *
Appollonia frugava dentro un mucchio di ferravecchi, con la larga schiena curvata a terra, e il faccione, per quella posizione scomoda, più rosso del solito.
—Che cosa cerchi, Appollonia?
—Cerco quella chiave, sa bene, la chiave della cassa vecchia lassù in soffitta; m'è venuto in mente che possa trovarsi qui.
Marta, dalla soglia della cucina a cui s'era affacciata, entrò e sedette sovra una seggioletta bassa di paglia.
Veniva sovente, ora, a trovare l'Appollonia; seduta su quella seggioletta, seguiva per ore intere i movimenti della buona donna, acchetando il suo spirito nella contemplazione di quella placidezza non alterata mai, domandandosi spesso come facesse l'Appollonia per conservarsi così grassa, così rossa, così fresca e serena.
A lei invece chiedeva notizie sulla casa, sulla madre di Alberto, su Alberto stesso. Era venuta a servizio quando Alberto aveva già passati i vent'anni, ma sapeva tante cose. Sapeva che da piccino aveva corso il rischio di morire per aver ingoiato il nocciolo d'una susina; che faceva le bizze nell'andare a scuola, al punto che Gerolamo se lo doveva prendere nelle braccia a viva forza e trascinarlo davanti al maestro. Gerolamo, interrogato in proposito, confermava l'asserto, rifacendo il vocione che usava per incutere rispetto al signorino.
Tutto ciò che aveva relazione con suo marito interessava Marta moltissimo; le sembrava di attaccarsi maggiormente a lui, di entrare nella sua vita non solo col presente e col futuro, ma ben anco coi ricordi del passato.
Una volta che Alberto si era lagnato di un dolore al ginocchio, Marta gli aveva detto: Sarà la ferita che ti facesti cadendo dall'albero, sul quale eri salito per guardare nel giardino dei vicini.
—Come sai ciò?—aveva chiesto Alberto meravigliato; e Marta si sentì tutta felice per questa presa di possesso nella esistenza anteriore di suo marito.
Certi abitini di Alberto fanciullo, i suoi scartafacci, i libri di testo, sciupati, con scritto in altoAlberto Oriani, erano altrettante reliquie che Marta conservava, interrogandole, quasi avesse potuto assorbirne ciò che Alberto vi aveva lasciato di sè stesso, de' suoi giuochi infantili, della sua lieta adolescenza di figlio unico.
Scoprì che a dodici anni egli aveva ricevuto la prima comunione; conto fatto sulle immagini conservate con la data di quel giorno; e che era stato ghiotto, imprudente, disubbidiente; bugiardo mai.
Aveva tentato di avere, per parte d'Appollonia, la descrizione esatta della lavandaia che veniva in casa quando Alberto aveva sedici anni; ma questo desiderio le andò fallito, perchè al tempo in cui Appollonia era entrata in servizio, la signora Oriani si era già decisa da un pezzo a far lavare fuori di casa. Seppe però che donne ne bazzicavano poche, essendo la signora Oriani severissima in fatto di costumi, e che se il signor Alberto aveva qualche pasticcetto doveva pensare a cucinarselo altrove.
Appunto—riflettè Marta intanto che Appollonia cercava la chiave—come mai mia suocera, che era tanto accorta e previdente, si acconciò a prendere una serva giovane quale doveva essere costei allora?
—Appollonia, quanti anni avevi il giorno che venisti in questa casa?
—Ventiquattro, venticinque o ventisei, non lo so neppur io.
—Eri però giovane.
—Oh sì, signora, ero giovane.
Marta non voleva esprimere tutto quanto il suo pensiero, scrutando la fisionomia della serva, sembrandole al disopra di ogni sospetto; e tuttavia dubbiosa, per quell'eccesso di zelo che in ogni cosa dimostrano i novellini.
—E non hai mai pensato a prendere marito?
Tale domanda fu lanciata così a bruciapelo, che Appollonia sollevò gli occhi e trasse le mani dal mucchio di ferravecchi, restando a bocca aperta, tra il vergognoso e il meravigliato: finchè calma, calma, scuotendo il capo e rimettendosi carponi, rispose:
—Chi vuol mai che mi prendesse!
Non v'era in queste parole neppur l'ombra del rammarico, dell'ira o dell'invidia; nessun lampo di desideri assopiti, nessuna puntura di vanità, niente altro che la semplice, serena accettazione del fatto compiuto.
Marta l'ammirò questa volta, non da padrona a serva, ma da donna a donna.
—Prima di tutto—disse, dolcemente, sentendo il bisogno di questa carezza spirituale—non sei nè gobba, nè zoppa, e nemmeno brutta; avresti potuto maritarti tu come qualunque altra…
—Ah! è vero, zoppa no, gobba no; ma pure…
—E quand'anche nessuno ti avesse cercata, potevi ben tu avere il desiderio di collocarti.
Appollonia crollava la testa, sempre curva, ma dalle gote sporgenti sugli zigomi appariva chiaro ch'ella rideva in pelle in pelle.
—Di', Appollonia?
—Nossignora, nossignora, questo desiderio bisogna essere in due per averlo.
—Si può tuttavia avere, da sola, il desiderio di trovare il secondo.
—Ma sarebbe un desiderio inutile.
Marta rimase colpita da una manifestazione di criterio così solido in sì umile creatura.
—Sei una testa forte—disse ridendo.
—Forte, forte—confermò Appollonia dandosi un pugno sul capo, per avvalorare le parole.
—Sicchè ti trovi felice?
—Io sì.
—Ma felice di che?
Parve che Appollonia non comprendesse subito, perchè esitò qualche istante; disse poi risoluta:
—Felice di essere sana e di poter lavorare.
Marta la guardò con stupore.
—Infine questa chiave non si trova—esclamò la serva levandosi in piedi.—Credo che se lei vuol guardare nel cassone, dovrà farlo aprire dal fabbro. Vado a chiamarlo?
—Non preme. Siedi un momento, riposati. Che cosa facevi prima di venir qui? Hai servito in altre famiglie?
Appollonia si passò la mano sulla fronte, quasi per raccogliere idee sparse e molto lontane. Fu ancora Marta che riprese:
—Già, mia suocera doveva conoscerti molto bene, altrimenti non ti avrebbe presa.
—Sicuro che mi conosceva ed aveva conosciuto anche mia madre. Io no.
—Non hai conosciuto tua madre?
—Nossignora.
—E con chi vivevi?
—Con mio padre.
—Voi due soli?
—Noi due soli.
—Che mestiere faceva tuo padre?
—Era contadino.
—Anche tu hai lavorato la campagna?
—E come! Quando ero proprio piccina andavo a scuola, ma ci andai solamente due inverni perchè una vicina mi mandava insieme alle sue figlie, e quando venivo a casa mi dava un po' della sua minestra ed io rifacevo il letto alla meglio.
—Dov'era tuo padre?
—Faceva il giornaliero, un po' qui, un po' là. Alle volte veniva a dormire a casa, ma non sempre; d'estate stava fuori le intere settimane, non lo vedevo che al sabato.
—E alla domenica.
—Alla domenica poco; si sa, egli preferiva andare all'osteria.
—Tu dunque rimanevi sola? Non ti annoiavi?
—Non ne avevo il tempo. L'anno che la mia vicina cambiò casa e che io dovetti rinunciare alla scuola, mi rimasero le faccende da disbrigare, il letto, la minestra; poi, tanto per guadagnare qualche cosa, andavo anch'io a giornata per servizi leggeri. Alla sera cucivo quel po' di roba nostra, rattoppavo i calzoni di mio padre; nei giorni festivi leggevo.
—In complesso facevi una vita tranquilla.
—-Oh! sì, per un po' di tempo.
Marta non avvertì queste ultime parole, intenta ad immaginarsi l'Appollonia piccina, tonda, tonda, ruzzolare come una palla dal letto al focolare, dal focolare al lavatoio, pacifica, col suo bel faccione da luna piena.
—E quando tuo padre stava fuori alla notte, dormivi sola?
—Sola.
—Senza aver paura?
—Di che? Eravamo così poveri che la nostra casa non poteva tentare i ladri; andavo a letto già mezz'addormentata e qualche volta non mi ricordavo nemmeno di chiuder la porta. Una notte scoppiò un temporale fortissimo che mi spalancò tutto quanto l'uscio; l'acqua entrava a torrentelli ed alla luce dei lampi io la vedevo che saliva, saliva, portando in giro per la stanza le scarpe nuove di mio padre, tanto inzuppate alla fine che non si poterono più muovere e ci volle poi una settimana per farle asciugare. Fu la sola volta che ebbi paura.
—Avesti paura allora?
—Madonna santa, pareva il finimondo! Mi cacciavo sotto le lenzuola per non vedere e non sentire, ma vedevo e sentivo sempre; e credevo che le anime dei morti venissero a portarmi via in mezzo alle saette. Mio padre, il giorno dopo, mi battè ben bene perchè non ero scesa a chiudere l'uscio. Aveva ragione.
—Ragione di batterti?
—Ma sì.
—E di lasciare in casa una bimba sola?
—Questa non era colpa sua. Doveva pur andare a lavorare. I signori sono i signori e i poveri sono i poveri.
Marta si sentiva la voglia di abbracciarla, e lo avrebbe fatto se il movente di quella sensazione fosse stato solamente la bontà; ma si accorse che in una leggera sfumatura di bontà, il suo cuore tripudiava, sollevato dai propri mali, ed ebbe vergogna di mostrare una sensibilità che in fondo non era altro che egoismo. Ripromettendosi di compensare altrimenti le modeste virtù di Appollonia, si abbandonò per il momento al piacere che le dava quella specie di autobiografia, dove la sua anima sitibonda di ideale, trovava un pascolo inaspettato.
—E hai continuato in tal modo fino…
—Sempre, fin che visse mio padre.
—Lo amavi molto tuo padre?
—Sì; è dovere.
—Ma non si ama solamente ciò che è dovere—insinuò Marta.
—Si ama ciò che si deve amare—rispose Appollonia, candidamente.
—Era buono almeno tuo padre?
—Sì, come uomo.
Queste parole sintetiche fecero ridere Marta. Appollonia soggiunse:
—Nei primi anni le cose andavano discretamente. Mio padre, si sa, ogni uomo ha il suo vizio, beveva; ma beveva soltanto alla domenica. Tornava dall'osteria che sembrava un bambino, rideva, rideva e diceva delle parole senza senso. Io lo chiamavo: «babbino, caro babbino.» Egli mi abbracciava e poi cadeva sul letto. Non c'era niente di male, nevvero? Ma quando il lavoro divenne scarso e che egli non potè andare tutti i giorni a lavorare, me lo vedevo confitto in casa da mattina a sera brontolando, prendendosela con tutti, anche con me, che ero una bocca inutile e che se fossi stata un uomo avrei almeno potuto aiutarlo. Io, naturalmente, non rispondevo nulla, e, sul tardi, se egli usciva per «cacciare i dispiaceri,» come diceva lui, non potevo impedirglielo. Così incominciò a bere tutti i giorni, proprio allora che mancavano i denari!
—Mi pare che non fosse un padre modello! esclamò Marta.
—Bisogna compatirlo. Gli uomini, quando non hanno lavoro, fanno tutti così. Prima non era cattivo; andandogli male i suoi affari gli si guastò il sangue. Gli dicevo bene qualche volta: «Babbino non bere, che sprechi i denari e la salute.» Ma egli mi rispondeva che le donne devono tenere la lingua a casa. Anche questo è giusto. Dunque, più mio padre beveva e meno i padroni volevano prenderlo a giornata; meno egli andava a giornata e più beveva. Le lascio considerare! Dovetti allora lavorare per due; fortuna che la salute c'era. Andavo durante il giorno a falciare, a sarchiare, a battere il grano, a cardare il lino, e molte ore della notte le passavo cucendo abiti per le donne e per i ragazzi, che in questo ci riuscivo benino, ed anche mi piaceva. In complesso non mi lagnavo; tolto di alcune feste in cui vedevo le mie compagne andare alla sagra tutte vestite in ghingheri, ed io non potevo accompagnarle; prima perchè non avevo abito, nè scarpe, nulla; poi chi avrebbe avuto cura della casa e di mio padre? Il mio destino era questo.
—E non ti capitò allora di prendere marito?
—Com'era mai possibile? Avevo due camicie in tutto!
—Nessuno ti fece mai la corte?
—Se non uscivo nemmeno!
—Dovevano sapere che eri una brava ragazza e che saresti stata un'ottima moglie.
—Ma non avevo nulla. E mio padre chi lo avrebbe preso? Si sposa una persona, non se ne sposano due. Del resto le giuro che non avevo affatto voglia di prendere marito; mi bastava mio padre.
—Oh!—fece Marta—non è la stessa cosa.
Appollonia si strinse nelle spalle; la differenza, secondo lei, non valeva la pena di essere discussa.
—Per finire, a che punto arrivò tuo padre?
—Mio padre arrivò al punto che non si moveva più dall'osteria. Standosene là tutto il giorno gli capitava a volte di fare una commissione, di scaricare roba, di tenere un cavallo, tanto per buscare qualche soldo.
—E allora te li portava?
—Oh! nossignora, li beveva per farsi passare il dispiacere di non poter guadagnare di più. Per parte mia ero contenta che trovasse modo di farsi passare i dispiaceri; ma quando mi veniva a casa barcollante che non gli si poteva far intendere una ragione, e mi toccava prenderlo, svestirlo, metterlo a letto senza cavarne un costrutto al mondo, proprio come un bambino appena nato, le confesso che mi sentivo nel cuore uno stringimento e un desiderio di essere al suo posto; al suo posto per fare diversamente, capisce?
—Sì, sì, capisco.
—Ma ognuno ha la sua parte e nessuno può cambiarla. Negli ultimi tempi non andavo più nemmeno a messa; egli veniva a casa a qualunque ora, in quello stato, e se non c'ero io rompeva ogni cosa, bestemmiando, che se ne andava tutto il frutto della messa. Il signor curato lo sapeva e diceva che facevo bene. Finalmente, quando fu la sua ora, si sentì male davvero. L'oste e i vicini dicevano: È ubbriaco! Io capivo che non era ubbriaco questa volta. Lo avevo chiamato «Babbino, babbino» e non rispondeva più. Allora corsi, era di notte, a chiamare il dottore. C'era la neve tanto alta! Il dottore brontolò che non era tempo da disturbare i cristiani. Poveretto! ma anche noi, come si doveva fare? Un po' per uno. E si tornò insieme, nella neve, con un freddo che non si sentiva nemmeno. Quando arrivammo a casa, mio padre rendeva l'ultimo respiro!
Dopo una pausa, Marta disse:
—Fu in quell'occasione che ti decidesti di andare al servizio?
—Io veramente non ci pensavo. La signora Oriani venne a trovarmi ilgiorno del funerale e mi disse: «Che vuoi fare qui sola? Vieni da me.»Non avevo nessuna ragione per rifiutare. Poi mi sono trovata contenta.La signora Oriani è morta presto: anche questo era destino. E così va!
—Quanti anni hai adesso?—chiese Marta.
Appollonia rispose filosoficamente:
—Trentotto, trentanove o quaranta, chi lo sa!
* * *
Finalmente la vecchia cassa era stata aperta. Da molto tempo Marta chiedeva a suo marito che cosa contenesse, ma egli non sapeva dirglielo.
Ora, rovesciato il coperchio, apparvero alla rinfusa oggetti disparati: lembi di cortine, pezzi di frangia, un sacchetto di chiodi, due o tre libri, lettere, guanti usati e due spalline della guardia nazionale.
Si capiva che tutta quella roba era stata gettata là a casaccio, per disfarsene, abbandonata ai topi, alle tignuole ed alla muffa.
I libri erano: due volumi scompagnati di Walter Scott, una grammatica francese e una strenna, di quelle che usavano una volta, rilegate in cartoncino filettato d'oro, con la prefazione alla gentile lettrice e le vignette riparate dalla carta velina. Marta amava queste vecchie strenne; le aveva guardate da piccina, nelle sere invernali, aprendole prima adagio adagio, con precauzione, soffiando sulla carta velina per poterla voltare senza sciuparla e gettando dei piccoli gridi ammirativi ad ogni pagina illustrata. Più tardi vi aveva cercato le forme dell'amore nei sonetti romantici, nelle leggende delle castellane e dei paggi biondi, in certe frasi appassionate ed oscure. Diana di Poitiers le era comparsa innanzi così bella e poetica come Giulietta, come Desdemona, come Margherita. Al solo vedere una strenna le tornavano a memoria i versi che ella aveva imparati più volentieri di tutti gli altri, che l'avevano fatta piangere di tenerezza, quando aveva diciotto anni.
Oh! fanciulla, qual mesto contentoMi discenda nell'alma non sai.Se dischiudi l'angelico accento,Se mi fissi o mi stringi la man…Ah! se m'ami tu pur sentiraiQuel che sento d'esprimerti invan!
Quando a notte l'impero del cieloSi distende su tutto il creato,E palliata di candido veloLa tua cara sembianza m'appar,E il mio nome con giubilo ascolta,E la bocca mi sento baciar…
Sorge allora più ardito il desìo,Più gagliardo nell'alma romita;E sul labbro, bell'angelo mio,Questa voce dal core mi vien:Ah! se tutta trascorrer la vita,Me beato, potessi al tuo sen!
Le sembrava ancora la più bella poesia del mondo, l'aveva recitata un giorno al dottorone, sperando di commoverlo, ma egli aveva risposto: Non creda ai poeti; essi cantano d'amore nello stesso modo che i becchini seppelliscono i morti, per professione.
Nelle pagine della strenna c'era un foglietto, staccato, come si vedeva, da una lunga lettera. La carta era sottile, rasata; la calligrafia femminile, diceva; «mai, mai lo dimenticherò, mai! Esso è qui sulle mie labbra, più ancora che non sia nel mio cuore; perchè sulle labbra me lo hai messo tu e ribaciandole lo risento.» Il rimanente era stracciato.
Quel brano di lettera bruciava nelle mani di Marta. Quantunque non vi fosse un dato positivo, ella sapeva già a chi era stata diretta, e i pochi o molti anni trascorsi, non modificavano l'impressione violenta ch'ella provava leggendo le parole d'amore scritte da un'altra a suo marito. Un'altra!
La stessa calligrafia minuta, ineguale, la stessa carta sottile leggermente azzurra, traversata da lineette dalle quali le parole saltellavano or sotto or sopra, quasi nervose e indomite, riappariva man mano che Marta toglieva gli oggetti dalla cassa; foglietti spiegazzati, strappati, tra le cui pieghe si annidavano gli insetti minuscoli che vivono di carta, su cui erano cadute delle macchie ignote dilatando l'inchiostro, gonfiando le parole; foglietti che avevano l'apparenza di lebbrosi, esalanti un odore stantìo di rose secche e di muffa.
Qui—pensava Marta—qui è la giovinezza d'Alberto, i suoi entusiasmi, i suoi palpiti, i suoi ardori, i baci che io aspetto invano.
Afferrava le lettere febbrilmente, volendo leggere subito, stentando a mettere insieme le pagine, impazientandosi per le frequenti lacune. Non pensò neppure un istante a portarle a suo marito; al contrario, chiuse l'uscio per non essere disturbata, e sedendosi sopra un mucchio di panni incominciò a fare lo spoglio per ordine, un ordine relativo perchè mancavano quasi tutte le date. La firma invece c'era intera: Elvira. Non fu più possibile neppure il dubbio sulla persona a cui erano indirizzate: fin dalla seconda lettera il nome d'Alberto era scritto e ripetuto con una compiacenza raffinata, con una calligrafia migliore, quasi che su quel nome la mano inquieta si fosse arrestata per prolungare la dolcezza di scriverlo.
Un'altra lettera, più fresca, chiusa ancora nella sua busta, col suggello rotto, ma intelligibile negli arabeschi di un piccolo stemma; la carta sostenuta, perlacea, sparsa di stelline; la calligrafia di una eguaglianza perfetta: «Se tutto quello che mi avete detto è vero, se io sono ancora per voi la più adorabile delle donne, venite oggi alle cinque. Sarò sola.»
Nessuna firma.
Dopo un movimento di dispetto, gettò questa lettera in un canto. Il suo interesse era per le prime, per quella Elvira appassionata che non nascondeva il suo nome, che lo ostentava invece nella franchezza prepotente del vero amore.
Adagino, con pazienza, riusciva a metterle insieme, le mani frattanto le tremavano e la sua testa era in fiamme.
Fu distratta un'altra volta da un bigliettaccio mal piegato, male scritto, con qualche errore di ortografia: «Ti ho aspettato in piazza e non sei venuto. Non vengo più.»
Questo le fece male. Il fatto di una donnaccia che dava del tu al suo Alberto, e che da lui era stata guardata, preferita, amata forse—e senza forse amata nel modo che amano gli uomini—questo fatto, che pure in genere conosceva, la ripiombava nelle sue amare riflessioni, nei suoi eterni dubbi. Come potrebbe egli intenderla, se ella non riusciva a intender lui?
Messe l'una sopra l'altra, le lettere d'Elvira formavano un piccolo pacco.
La prima, l'unica che avesse una mezza data, era questa:
22 febbraio.
Gentile signore o amico mio? Amico mio è più dolce, il mio cuore lo suggerisce subito e la mia penna lo scrive ben volontieri. Ma è poi vero? Siete, sarete voi il mio amico per sempre? Sono così turbata, così commossa che non oso dirvi tutto quello che sento. Forse faccio male ad amarvi, ma Dio mi è testimonio che sono sincera e credo voi pure animato dagli stessi miei sentimenti. Ditemelo, ditemelo!
=Elvira=.
Amico mio,
Sì, io vi chiamo amico mio; oramai non potrei più riprendermi questo cuore che è vostro, ma voi rispondete al mio affetto? La vostra lettera era fredda, e di uomo distratto… scusatemi, Alberto; caro Alberto, non vorrei recarvi dispiacere colle mie esigenze. Egli è che mi rende tanto felice il pensiero di essere amata da voi!
La famiglia che mi tiene in pensione non fa altro che lodarvi; se sapeste come ne sono orgogliosa! Non potreste entrare in relazione con questi miei ospiti? Ci vedremmo allora più spesso…
Lo so che non sono degna di voi, che meritate ben più dell'amore di una povera maestra, ma vi dò tutto quello che ho, tutto, tutto, o mio sogno!
Mancava il secondo foglio di questa lettera.
Diletto Alberto,
Perchè non mi scrivete? Ho passato una notte agitatissima, senza chiuder occhio. Alle undici e mezzo vi ho sentito passare sotto le mie finestre insieme ai vostri amici; ridevate forte e, non so perchè, quelle risa mi scendevano sul cuore come colpi di martello.
Pensate a me almeno? Scrivetemi subito una riga, una parola.
=Elvira.=
Ve ne scongiuro,subito,subito.
Mercoledì.
Impazzisco, Alberto! Non una parola durante otto giorni interi. So che siete in paese; vi ho visto ieri andando a messa; eravate lontano, vi ho riconosciuto egualmente, e voi non mi avete sentita?
Ho passato questi otto giorni correndo dalla porta alla finestra, sempre nell'aspettativa di una vostra lettera, non vivendo d'altro!
Forse siete in collera perchè non vi ho ancora dato l'appuntamento che mi chiedeste? Ma come fare? Se ci trovassimo per istrada lo saprebbero tutti e nei paesi sono così maldicenti! Perchè non venite a casa? Tuttavia ci penserò, ci penserò tanto che pure troverò il modo di poter stare insieme con voi almeno un istante.
Anche di questa lettera mancava la fine.
Mio Alberto,
Che gioia insperata! Vedervi, stringervi la mano, udirvi parlare, respirare l'aria stessa respirata da voi… oh! che bel giorno ieri! Lo ripenso continuamente, senza posa, intanto che lavoro, intanto che faccio scuola, intanto che mangio o che parlo o che taccio, che passeggio o che dormo, sopratutto quando dormo perchè il mio sonno non è che un lungo colloquio con voi.
Non chiamatemi piùesagerataperchè mi fa dispiacere. Vi amo come sento, ma vi amo sinceramente, con slancio, senza restrizioni. Voi non mi avete promesso nulla ed io nulla attendo e nulla vi chiedo se non questo: lasciate che vi ami! Ho fede che il mio amore scuoterà la freddezza dell'animo vostro. Io per voi mi sento il coraggio di affrontare qualunque ostacolo; mostratemi una meta e mi divida pure da essa tempo, persone o destino, io moverò a quella contro tutto e contro tutti, per voi!
Alberto, prendete queste due piccole violette che ho legate insieme con uno de' miei capelli, che ho baciate, che ho tenute sul mio cuore e che vi mando perchè le mettiate sul vostro; così come vorrebbe esserci la vostra, tutta vostra
=Elvira=.
Le due violette si trovavano ancora in mezzo al foglio, fermate con un piccolo taglio nella carta. Il capello non c'era più.
Non sapendo precisamente dove collocare il frammento che incominciava con le parole «mai, non lo dimenticherò mai!», Marta lo pose subito dopo questa lettera, argomentando per il tono più intimo delle seguenti che gli amanti dovevano essersi avvicinati.
Mia vita,
Non ho che te! Non penso ad altro, non voglio niente altro. Tu dici che non puoi ammogliarti ora, che m'importa? Sfido le ipocrisie del mondo, voglio il tuo amore, non il tuo nome, non la tua casa, non i tuoi beni, non la pace e la salvaguardia che mi verrebbero da te, ma te solo, te, te, te!
Aspetto tue lettere con la sete di Agar nel deserto. Mille e mille baci.
Alberto,