Credevo di non avere più lagrime, ma soltanto nello scrivere il tuo nome adorato esse mi sgorgano profondamente dal cuore, dal midollo delle ossa. Non so bene da dove vengano, ma con esse tutto il mio corpo si sfibra; e mi pare che non acqua, ma sangue cada da' miei poveri occhi.
Tu non lo credi, nevvero? Oh! se lo credessi, non potresti lasciarmi in queste angustie! Amor mio, vita mia, sei pur buono, e perchè mi fai tanto soffrire? Quando penso che sono stata nelle tue braccia, che il mio cuore ha palpitato sovra il tuo, che le nostre labbra si unirono, che per un istante l'universo e Dio non esistettero più per noi, per me… mi domando se vivo ancora, o Alberto!
Come le mie braccia sono vuote! E come fredde le mie labbra! Oh se potessi morire…
=Elvira= tua.
In margine a questa lettera, scritto a matita, c'era un conticino da trattoria.
(Frammento).
….. eternamente tua.
Hai ricevuto la fotografia? Aspettai inutilmente un tuo bigliettino. Nel momento di mandartela non potei scrivervi altro che il nome, in fretta, fra una piega dell'abito; cercalo.
Ma non mi basta il nome; scrivo qui le parole che desideravo unire alla fotografia; ritagliale e con un po' di gomma falle aderire al cartoncino da tergo.
Al mio unico amore Alberto OrianiDò tutta me stessa in questo ritratto.
Ricordati, sai? Ci tengo.
Al tuo ritratto ho fatto un sacchettino di seta, vi ho unito il garofano rosso che mi hai dato la prima volta che ci siamo visti e porto questo con me, su di me
=Elvira=.
Marta aveva cercato, avidamente, il ritratto di Elvira. Non era insieme alle lettere, come non era unito alle ardenti parole della dedica; nè altro chiudeva la cassa che potesse avere rapporti con Elvira.
Lesse ancora e rilesse le lettere ben due o tre volte torturandosi con tutte quelle frasi d'amore, sentendo una stretta al cuore per ogni bacio che Elvira aveva dato ad Alberto, oppressa dalla disperata convinzione che per quanto ella facesse o dicesse, non avrebbe potuto cancellare dalla mente di suo marito quei ricordi. E con altri ricordi era possibile l'amore pieno, illimitato come se lo era immaginato lei? Se i suoi baci succedevano ad altri baci, se non poteva trovare nuove carezze, se le parole che ella credeva di avere per lui non erano che una ripetizione di cento e cento altre dette prima, che cosa era ella dunque se non l'ultima arrivata, la grama viaggiatrice che trova tutti i posti presi?
E accanto a queste riflessioni un'altra ne sorgeva, più profonda, che avrebbe potuto superficialmente consolarla, ma che invece aggiungeva amarezza ad amarezza. Era questa la persuasione che Alberto non aveva corrisposto all'amore di Elvira. Tutto lo diceva; i dolci lamenti di lei per la sua freddezza, le rare risposte, i fiori dimenticati, quella dedica appassionata che egli non si era menomamente curato di aggiungere al ritratto, e la taccia diesagerata, nella quale parola Marta rivedeva Alberto tutto intero. Egli non aveva amata neppure Elvira; non ricordava nulla, non aveva capito nulla.
E se l'amore delirante di Elvira non lo aveva infiammato, bisognava proprio credere che egli fosse, al pari della salamandra, insensibile a qualunque fiamma. Non era dunque per esaurimento di passione che mostravasi nemico dei trasporti amorosi; non si trattava di guarire una malattia, nè di ravvivare un sentimento; ella si trovava davanti ad un nulla assoluto.
Ma questo nulla, percettibile alla sua analisi sottile, sfuggiva nella sintesi che ogni onesta persona avrebbe potuto fare di Alberto. Egli aveva tutto ciò che gli uomini credono sufficiente per una donna, e che molte donne credono del pari; aveva di più la franchezza del suo carattere e l'onestà de' suoi principii. Egli amava Marta nel solo modo che gli era possibile di amare.
Poteva ella lagnarsene?
No, no, sarebbe stata una vile ed ingrata creatura. Piangeva, tenendo ancora fra le mani le lettere di Elvira, dilaniata dalla tristezza, sentendo il freddo di quelle ceneri morte, sentendo, insieme alla sua, l'angoscia che saliva da tutte quelle illusioni distrutte, da quell'irrimediabile passato.
Una cappa di piombo le sembrava caduta sulle spalle, fugando i sogni, le mobili fantasie della giovinezza. Si sentiva vecchia di tutti gli anni di Alberto, di tutto ciò che egli aveva visto, provato, di quegli amori che egli aveva attraversato sfiorandoli, di quelle lagrime inconsapevoli che aveva fatto spargere; e non provava ira nè invidia; solo una grande, infinita stanchezza, come di ali spezzate.
* * *
Alberto era uscito per la solita visita ai poderi e non sarebbe rientrato che all'ora del desinare, verso le cinque. Come avrebbe fatto Marta a deludere la smania che la divorava?
Decisa prima a tacere, dovette poi venire ad una transazione col proprio orgoglio; parlerebbe, ma parlerebbe per sorpresa, volendo impadronirsi degli intimi pensieri di suo marito, giocando con abilità la carta che il destino le aveva posta tra le mani.
Intanto si era ricordata di un certo panierino dove stavano ammucchiate fotografie d'ogni specie; andò a prenderlo e vuotate le fotografie sul tavolino, incominciò ad esaminarle minutamente, procedendo nella eliminazione di tutti gli uomini e di un can barbone riprodotto con solennità nel bel mezzo di una poltrona.
Scartò poi frettolosa una caterva di vecchie zie, di avole, di bisavole, di bambini ritratti nelle braccia della nutrice, di bambinette raggruppate, finchè ridusse le fotografie ad una dozzina o poco più di donne passabili.
E ancora occorreva molta immaginazione per raffigurarsi capaci di una seduzione qualsiasi quelle figure sbiadite su fondo rossiccio, vecchie come soltanto diventan vecchie le fotografie nel loro spietato realismo; capelli piatti, oppure rialzati nella forma precisa di polpette ripiene: occhi truci, terribili, o imbambolati nella preoccupazione della posa; in generale faccie musone. E gli abiti? Maniche larghe, a prosciutto, a zoccolo, a campana, alla contadina; vite angolose,falpalà arzigogolati, bottoni fuor del vero.
Che mostri!—pensava Marta—e probabilmente fra dieci o quindici anni si dirà lo stesso di me.
Cercava minutamente, guardando in ogni piega delle vesti per scoprire il nome di Elvira. Credette di averla trovata in una giovane donna, appoggiata languidamente al tronco di una colonna, con l'indice della mano destra affondato nella guancia, la mano sinistra ricadente lungo l'abito; il nome di Elvira però non c'era in nessun posto. Allora fu assalita dal dubbio che Alberto conservasse quel ritratto in qualche luogo riposto, nel suo scrigno, in un santuario gelosamente nascosto, forse sul suo cuore. Divampò. Certo, quello non era un amore dei soliti; Elvira non si poteva confondere con Giuditta; egli ancorchè più freddamente, doveva però aver amata quella fanciulla e conservato di lei una memoria indelebile.
Crucciandosi per questo sospetto, non ricordava più di essersi crucciata prima per l'impossibilità che Alberto avesse potuto corrispondere all'amore di Elvira. Maneggiava una lama a due tagli; da qualunque parte la girasse si tagliava.
Appollonia, vedendo la sua signora passeggiare smaniosamente per le stanze, le domandò se si sentisse male.
Aveva l'inferno nel cuore. Fino a qual punto si erano amati? Fino a quale? Era riuscita Elvira ad animare la statua? Si era data a lui con quello ardore che traspariva dalle sue lettere?
E poi? E dov'era adesso?
L'inazione dell'aspettativa le riesciva insopportabile.
Prese l'ombrellino e s'avviò per i campi, incontro a suo marito. Anche Elvira doveva aver percorso qualche volta quei sentieri, pensando a lui, confidando all'aria e al cielo i suoi sospiri appassionati; e che ne era rimasto? Dove va a finire l'amore, e perchè finisce? La fine è la morte, ma la peggior morte è quella che si sente.
Oh! l'orribile tristezza!
Smaniava di vedere Alberto, di toccarlo, di persuadersi che era suo, che non le sarebbe sfuggito mai; e voleva dirgli che lo amava, che lo amava come Elvira, più di Elvira.
Piangeva, facendo rotolare i sassi cacciati dalla punta dell'ombrellino, divorando la via.
A un tratto le si parò davanti il dottorone, tenendo tutto il sentiero con la persona alta e grossa, con latubavoluminosa, l'unicatubache si vedesse in paese. Declamava versi, ma incontrando Marta si fermò. La giovine sposa lo interessava, non aveva mai tralasciato occasione di mostrarsele amico.
—Dove va?—le chiese senza complimenti.
—Vado incontro ad Alberto.
—Da questa parte?
—Non è di qui?
—No davvero. Ci arriverebbe ugualmente poichè tutte le strade conducono a Roma, ma forse non incontrerebbe per quest'oggi suo marito. Se permette, la metto io sulla dritta via.
Marta nell'imbarazzo aperse l'ombrellino per nascondere un po' la faccia, intanto che si ricomponeva.
—Settembre è il più bel mese dell'anno—soggiunse il dottorone, seguendo il corso de' suoi pensieri—i poeti dicono l'aprile, ma non è vero. In aprile piove troppo, i campi non hanno spighe, nè gli alberi frutti, le viti sono sfrondate, il sole non scalda, nevica qualche volta! Maggio è un po' meglio; abbiamo le fragole se non altro. Giugno glielo raccomando; tutto fiorisce, tutto sorge da terra, i campi sono uno splendore, i piselli e i fagiuolini si vendono a buon mercato. Tiriamo un velo sul luglio e l'agosto, è la sola cosa che si possa fare in un tempo in cui ci si leverebbe perfino la camicia…
—Lei conosce—interruppe Marta approfittando della pausa—la maestra del paese?
—Quella gobbina? Sì.
—Sta qui da molti anni?
—Sette od otto, non saprei.
—E la maestra precedente?
—Conobbi anche quella.
—Si chiamava Elvira?
—Ma!… Elvira, come?
—La parentela la ignoro. Era giovane?
—Abbastanza.
—Bella?
—Una morettina, sa, di quelle morettine con gli occhi neri e coi denti bianchi, delle quali non si può mai dire che sieno assolutamente belle nè assolutamente brutte.
—L'ha conosciuta molto?
—Oh! dir molto sarebbe troppo. Le ho parlato una volta o due. Era simpatica.
—Perchè è andata via?
—Chi lo sa! Probabilmente le avranno cambiato destinazione.
—Non si può dunque rammentare se si chiamava Elvira?
—Proprio non lo rammento.
Marta avendo chiuso l'ombrellino, tornò a far rotolare i sassi in silenzio.
—Settembre—continuò il dottorone—ecco il trionfo dell'anno! È il mese in cui si riempiono le cantine e si provvede di selvaggina la tavola; le aie si spogliano del loro bel tappeto giallo per colmare i granai, la terra si riposa nella maestà tranquilla di una madre che contempla i suoi nati. E veda, veda che cielo limpido, senza nubi! Che splendore di vegetazione! Settembre—soggiunse dopo una pausa—è forse anche la migliore stagione della vita. Non lo crede?
Marta, distratta, rispose con una esclamazione insignificante.
—Io ne sono convinto. La giovinezza è troppo acerba, la virilità troppo burrascosa.
Rialzò con una specie d'orgoglio la testa brizzolata, da un lato della quale latubastava in bilico per un miracolo d'equilibrio; i suoi occhi intelligenti scintillarono e le sue narici sensuali respirarono l'aria fortemente.
—Le piante—disse Marta—sono più fortunate di noi.
Egli non sapeva a che cosa alludesse Marta; rispose a caso:
—Anche per esse c'è la grandine e l'accetta.
Tacquero poi, obbedendo entrambi alla tirannia dei propri pensieri, subendo l'influenza di quel dolce pomeriggio d'autunno.
Camminavano lesti, leggeri, aspirando il profumo dei prati, nella tranquilla ascoltazione delle cingallegre che volavano d'albero in albero; l'occhio vagante, il pensiero alato.
Egli si fermò di botto.
—Che cosa guarda?—domandò Marta dopo di aver aspettato qualche istante.
—Coraggiosa bestiola!
Questa esclamazione non essendo una risposta, Marta si pose anch'ella a guardare.
Tra due rami d'acacia un ragno aveva gettato i suoi fili dall'alto al basso, regolarmente, per accingersi poi a lavorare in tondo la tela; un bruco cadendo da un ramo superiore, gli aveva rotto uno dei fili, ed esso stava rimettendolo da capo.
—Non è coraggio questo?
Marta sorrise.
—Ma non basta. Aspetti un momento, tanto che esso abbia attaccato il filo. Benone! Or ecco un colpo della sorte.
Diede un buffetto, coll'indice e il pollice, al nuovo filo.
—Cattivo!—fece Marta.
—Guardi, guardi—esclamò il dottorone entusiasmato—esso torna a zampettare, bravo! Bravo, ti dico. E così vita natural durante, sa? Questa bestiola non si avvilisce mai; rotto un filo ne getta un altro; il secondo si spezza, viene il terzo. Avanti, sempre avanti! È il suo motto gentilizio. Osservi come è già salito; è all'apice. Paf!
—Oh! crudele—gridò Marta nel vedere che aveva strappato ancora il tenue filo—perfido uomo!
Egli la scrutò in fondo agli occhi che ella chinò subito, turbata.
—Le chiedo scusa; ho voluto mostrarle fino a qual punto si può essere coraggiosi.
Il ragno rifaceva la tela, salendo, salendo, intanto che Marta lo guardava non senza sorvegliare il suo brutale compagno.
Ma egli disse con semplicità :
—Andiamo a trovare Alberto.—Ed ella subito si mosse in silenzio.
Lo incontrarono non molto lontano. Se ne veniva lemme, lemme, con la sua bella fisionomia aperta, serena, il passo regolare d'uomo senza fastidi.
Ritornarono insieme tutti e tre fino al paese, fino alla porta dei due coniugi, dove il dottorone si accommiatò.
Marta pensava che Alberto era finalmente nelle sue mani, e se lo divorava con gli occhi, mentre egli appendeva tranquillamente il cappello.
Visto così, di dietro, la sua nuca aveva una seduzione particolare, colle orecchie morbide bene attaccate, i muscoli solidi; la guancia offriva per tre quarti una linea pastosa, appena adombrata dalla lanuggine, che attirava i baci.
—Ho appetito, e tu?—diss'egli sedendosi alla mensa apparecchiata.
—Ma si, discretamente.
—Appollonia è riuscita a trovare queste benedette quaglie?
—Oggi no, vi saranno per domani.
Marta aveva le lettere in tasca; le levò e andò a riporle nel tavolino da lavoro; poi sedette accanto al marito, calma in apparenza, ma coll'occhio fisso, la mente inquieta.
—La signora Merelli ha avuto una bambina stanotte.
—Sì?
—Potrai andare domani o dopo a farle una visita.
—Ci anderò.
—Pare che stia benissimo.
Dopo una lunga pausa, intanto che Alberto versava da bere ella chiese:
—Se io avessi una bambina come la chiameresti?
—Come vorresti tu.
—Ma però?
—Il nome di mia madre, per esempio, o della tua.
—Questo è meglio certamente; tuttavia vi sono persone che preferiscono nomi di fantasia: Ida, Olimpia, Elvira… Ti piace Elvira?
—Nè più, nè meno degli altri; dò poca importanza al nome. Non mi sono mai informato come ti chiamavi tu, lo seppi da te stessa.
Marta lo osservava attentamente, mentre un tremito l'agitava tutta, sperando che egli almeno si accorgesse della di lei inquietudine e glie ne chiedesse il motivo. Si era già preparata. Se le domandava: Ti senti male? la risposta doveva essere press'a poco così: Sì, di un male che tu solo puoi guarire, ecc., ecc. Ma nulla di tutto questo.
Alberto mangiava, e, solamente, vedendo il piatto di Marta quasi sempre vuoto, la esortò a mangiare anche lei. Sulla fine del desinare domandò:
—Tua madre non ha ancora scritto?
—No.
—Se tarderà molto a venire, sopravverrà il freddo.
Ella avrebbe potuto svelare le ragioni del ritardo, entrare nei particolari di un contratempo abbastanza buffo, ma ciò l'avrebbe portata lontana dalle sue preoccupazioni e non si sentiva la forza di fingere, nè di frenarsi. Preferì restare muta, bucherellando con lo stuzzicadenti la tovaglia.
Alberto disse ancora:
—Quando viene le puoi allestire la camera in fondo al corridoio; vi starà meglio che altrove, è bene esposta e molto allegra.
L'evocazione di sua madre commosse Marta nell'intimo dell'anima; il ricordo di tante tenerezze perdute le fece gruppo alla gola, per cui si alzò e fece due o tre giri nella stanza. Passando accanto al tavolino da lavoro aperse rapidamente il tiretto, ne tolse le lettere e buttandole davanti a suo marito:
—Vedi che cosa ho trovato oggi nella cassa, la cassa vecchia su in soffitta!
Alberto guardò le lettere, prima con indifferenza, poi con sorpresa, infine leggendone una esclamò:
—Ma da qual parte sono venute fuori?
—Te l'ho detto; erano nella cassa.
—Sole?
—Oh! con della frangia, delle cortine usate, dei chiodi…
—To, to, to!
—Non sapevi che erano là ?
—Neppur per sogno.
—Ti dispiace che le abbia lette?
—Figurati! Acqua passata non macina più.
Respinse le lettere dolcemente, come dolcemente faceva tutto, disposto a parlar d'altro.
Marta ebbe un'audacia insolita; andò a sedersi sopra i suoi ginocchi e cingendogli il collo gli mormorò con la bocca contro l'orecchio:
—L'hai amata molto?
Egli ebbe un momento di imbarazzo; la situazione richiedeva uno di quegli slanci ai quali il suo temperamento era refrattario; un solo bacio, ma ardente, sarebbe bastato. Alberto invece provò un movimento di stizza verso Marta che gli faceva subire questa seccatura.
—Che c'entrano adesso tali cose?
—Sono gelosa del tuo passato, lo sai—disse Marta senza staccarsi da lui, sprofondata nel tepore del suo collo, che succhiava con piccoli baci spessi.
Alberto si sciolse adagino dalle braccia di sua moglie replicando:
—E che ci posso fare io?
Era una risposta ad uso Appollonia, una di quelle osservazioni fredde, piene di buon senso, che non lasciano nessun posto per le soavi bugie del sentimento. Eppure Marta, nel caso suo, avrebbe trovato, senza mentire, un'altra parola…
Si tolse dai ginocchi di suo marito e si pose sulla sedia, mettendosi davanti le lettere.
—È morta?—domandò a un tratto.
—Non credo, ma da quando lasciò il paese non ne seppi più nulla.
—Tu non le avevi promesso di sposarla?
—Mai.
Marta fu ripresa da uno dei suoi slanci:
—Dimmi il vero, Alberto, dimmelo! Io ci capisco così poco in questi vostri amori d'uomo…
—Che devo dirti?
Ella si accorse che formulare con una frase il suo pensiero non era tanto facile; balbettò:
—Se l'hai amata molto… molto… e che ella pure…
—Non so se m'abbia amato molto molto.
Marta interruppe:
—Come dubitarne con queste lettere?
—Oh! le lettere—esclamò Alberto ridendo—è l'amore di voi altre donne, frasi! Per parte mia mi piaceva.
—Niente di più?
—È quanto basta, credo, per fare all'amore con una ragazza. Ella poi si esaltava, immaginando una passione romanzesca, rapimenti, fughe, veleno. Sarei stato molto sfortunato sposandola.
Marta tacque un po', e poi:
—Era bella?
—Simpatica.
—Bionda o nera?
—Nera.
—Alta?
—Così così.
Altro silenzio.
—Grassa?
—Oh!… non so, non ricordo, non mi pare.
—Aveva le mani piccole?
—Ma è un passaporto quello che mi chiedi. Parola d'onore, ci pensi più tu in cinque minuti di quello che ci abbia pensato io durante un anno intero.
—Ciò vuol dire che non l'amavi come ti amava lei!
—Può darsi, e allora consolati, brucia questi scartafacci alla buon'ora. Tanto il passato non si cancella, nè si rinnuova.
Era appunto ciò che pensava Marta, ma senza trovarvi nessuna consolazione. Che Alberto avesse amato Elvira molto, poco o niente affatto, restava per lei il fatto di quella corrispondenza infuocata che parlava pure di baci dati e ricevuti. Se dati per amore, perchè dimenticati? Se dati senza, perchè dati?
Stracciava i foglietti lentamente sotto la tavola, ascoltando il piccolo rumore che facevano, divisa tra i rimorsi che le suscitava una eccessiva delicatezza e il piacere materiale, indegno di lei, di quel meschino trionfo; ma la vinceva il piacere.
Quando i pezzettini delle lettere non furono più suddivisibili, ella riunì le pieghe della gonna, tenendoveli come dentro a un sacco e si levò in piedi.
Diede uno sguardo ad Alberto, il quale aveva infilato la punta di un sigaro in uno stecchino, lo stecchino nel tappo di una bottiglia, mantenendo il sigaro trasversale, ed accostata una candela all'altra estremità del sigaro, assisteva alla combustione attentamente, con le mani in tasca. Pensò: gli farò dono di un accendisigari. E cedendo alla tenerezza egoistica del suo affetto di moglie, Marta appoggiò, passando, le labbra sul collo di Alberto.
Poi corse leggera in cucina, dove, scostando Appollonia dal camino, rovesciò sul fuoco i frammenti di carta che teneva nella gonnella.
* * *
Simpatico il volto un po' lunghetto, di un pallore bianco, che si accendeva talvolta fino all'incarnato di una fiamma velata, non più in in là . Intorno, sulla fronte quasi rettangolare, dietro le orecchie, giù molto abbasso nella nuca, una cornice di capelli castagni, bruni in massa, ma luminosi, accendentisi qua e là con striscie seriche, con picchiettature d'oro brunito, spartiti modestamente nel mezzo e appuntati con due spilloni d'argento. Gli occhi tranquilli, di un colore indeciso, francamente aperti e sereni guardavano dritto, a guisa di dardo scoccato; ed era il loro sguardo tutta una dolcezza, una dolcezza invadente che assorbiva l'attenzione e la sviava dalla irregolarità dei lineamenti. Il mento stesso, senza carattere, di un disegno sbagliato, scompariva nella luce generale di quel volto a cui la bocca, raramente sorridente ed anche nel sorriso mesta, dava una speciale espressione di bellezza concentrata. Sotto il collo elegante e fiero, le spalle non sembravano interamente sviluppate e la delicatezza del seno che segnava ma non accentuava la femminilità , le dava una vaga somiglianza colle statue classiche di Ebe giovinetta. Piccola la mano, dove le vene si gonfiavano facilmente, dove, sotto l'epidermide fina, si sentivano trasalire i muscoli.
Vestiva un abito di una mezza tinta, che ricordava un po' la peluria delle tortore, un po' quel pulviscolo dorato che copre gli alberi in autunno; e terminava ad ogni lembo, al giro del collo, all'apertura delle maniche, con una striscia di pallido rosa.
La signora Oriani si trova in uno de' suoi giorni belli—pensò il dottorone, dopo aver dato una occhiata ingiro e fermatala con compiacenza sul volto di Marta, che gli sedeva proprio dirimpetto.—Non è certamente una bella donna, ma è di quelle che hanno la possibilità di diventarlo a un dato momento; è la donna che si trasforma, la donna per eccellenza.
Marta si accorgeva forse dell'effetto prodotto, perchè un raggio più vivo brillò ne' suoi occhi, che rivolse ad Alberto, come per metterlo a parte del suo trionfo e fargliene omaggio.
Sedevano al pranzo di nozze dato da Toniolo per presentare la sua sposa. C'erano tutti; gli Oriani, i Merelli, il sindaco, il dottorone, il vero dottore che per solito non frequentava la compagnia, ma che in quella circostanza non aveva voluto mancare. Lo si era detto anche ai Gavazzini, ma inutilmente; essi non si mostravano mai in pubblico.
Erano venute da un paese vicino le sorelle di Toniolo, l'una maritata, l'altra no; due false bionde incipriate, cui era rimasta la farina sugli zigomi, goffe civettuole da villaggio; e con esse un paio di cugini incaricati di far loro il cascamorto; più il marito, uomo denso e pacifico.
Il pranzo, cui aveva presieduto il dottorone in qualità di cuoco consulente, si annunciava squisito con una specie di cappelletti fatti in casa, mescendo pane grattugiato, cacio, salsiccia e uova; cotti poirari nantes in gurgite vastonel socculento brodo di due capponi maritati lì per lì a un pezzo di manzo vero lombardo.
—Signori—disse il dottorone appendendosi il tovagliolo sotto il mento—vi invito al maggiore raccoglimento, ad una concentrazione religiosa davanti a questa tavola imbandita con ogni ben di Dio. Mangiate, o signori; la mensa è l'unico vero.
Toniolo, a capo tavola, sorrise, volgendo i begli occhi di velluto alla timida sposina che non osava contraccambiargli l'occhiata.
Il vocione di Merelli tuonò, attraverso i cucchiai rumoreggianti:
—Per un pranzo di nozze avresti potuto dire qualcos'altro.
—Oh!—fece il dottorone col naso nella scodella—non incominciamo troppo presto.
Le due sorelle incipriate abbozzarono un mezzo sorriso, indecise tra il fare la furba e il fare la ingenua. Avevano tutte e due un nastro celeste nei capelli e dei braccialetti di similoro; mangiavano smorfiosamente, avvicinando alla bocca la punta del coltello, lasciando sempre qualche cosa sul piatto, accomodandosi ad ogni istante il busto e la cintura.
La maggiore, quella maritata, sedeva vicino ad Alberto, che conosceva fin dall'infanzia. Quantunque non si vedessero più da parecchi anni, gli parlava con molta animazione, e non avendo nessun altro da conquistare, per il momento, sfoggiava con Alberto tutte le sue risorse, prendendosi una famigliarità di amica d'infanzia, con una certa irrequietezza nei ginocchi che faceva fremere Marta dall'altro capo dalla tavola.
Marta oramai tenevasi sicura della fedeltà di suo marito, ma ne era gelosa sempre; sarebbe stata gelosa di una vecchia, di un bambino, così come era gelosa de' suoi amici e di tutto ciò che egli amava.
Non aveva la sicurezza audace di colei che ha visto un uomo delirare a' suoi piedi, quella sicurezza che mette un raggio intorno alla fronte, per la gioia del dominio, per l'ebbrezza dei sensi soddisfatti, e quel corteggio di memorie che avvolge come in una nuvola, che solleva al di sopra dei mortali, per cui tutto in lei, incesso, parola, sguardo, rivela la donna amata, la trionfatrice. No. Marta si sentiva debole, mal sicura, diffidava di se stessa, provava l'avvilimento di un soldato che dopo essersi preparato ad una rude battaglia trova il campo libero e il nemico che dorme sotto la bandiera bianca spiegata.
In questo stato d'animo, ogni piccola cosa la irritava, le dava ombra; trovandosi malcontenta non era più nemmeno gentile; non compativa e non tollerava più nulla.
Una sorda antipatia le sorgeva in petto per la sorella di Toniolo, vedendo ch'ella osava servirsi del pane di Alberto, toccarlo sul braccio, parlargli così vicino col volto che i loro capelli quasi si confondevano; e chiamarlo ad ogni momento: «Oriani! Dica Oriani! Non è vero Oriani?»
Aveva una vocetta stridula e volgare, voce da pettegola, a cui ella dava certe inflessioni pretenziose, false come l'oro de' suoi braccialetti e come il biondo della sua zazzera.
Evocarono dei ricordi d'infanzia: «Rammenta quella sera della luminaria? E quando si improvvisò un ballo in farmacia? E quando ella gli aveva cucito l'abito, per ischerzo?» Alberto rideva, eccitato, di buon umore; nella pienezza della sua salute inalterabile, nella felicità del suo cervello tutto al momento presente, senza dubbi, senza curiosità ne per il passato, nè per l'avvenire.
Invece la mente inquieta di Marta continuava a struggersi. Prima di uscir di casa ella aveva baciato Alberto al suo posto prediletto, dietro l'orecchio, facendogli promettere che a tavola, quando ella lo avrebbe guardato, ricorderebbe quel bacio e sarebbe come se ne ricevesse un altro. Ma Alberto la guardava smemorato, si capiva, attratto dalle ciarle della sua vicina, messo in vena allegra dall'ottimo vino, dal pranzo squisito. E di mano in mano che a suo marito cresceva il buon umore, cresceva a lei la tristezza.
Si domandava se quelle erano le gioie della vita; mangiare, bere, discorrere con degli indifferenti, sorridere a delle sciocchezze, divertirsi a delle puerilità .
Già le allusioni più o meno velate correvano or all'uno or all'altro dei due sposi, facendo arrossire la novizia e piombando Toniolo in una vanitosa beatitudine. Merelli sfondava una parete ad ogni parola che gli usciva di bocca. Il dottorone, intento ai piatti, andava dicendo inutilmente: «È troppo presto, è troppo presto.» Ildiapasonscottante continuava a salire con un crescendo meraviglioso.
Una specie di nebbia avvolgeva la mensa, evaporazione delle vivande, dei doppieri accesi, fiato, sudore, odor di vino e di pasticcio caldo, con una sottile venatura di muschio che partiva dalle due sorelle di Toniolo. Le faccie dei commensali, rubiconde, si confondevano colle piramidi di mele, tagliate a mezzo dalle bottiglie, spostate dall'animazione crescente che faceva muovere i più giovani dalle loro sedie, ritornarvi, ripartirne ancora. La sorella nubile di Toniolo aveva sbucciata una melagrana e girava attorno, offrendola sulla mano, con attitudine civettuola e provocatrice.
Marta vedeva tutto ciò nella impassibilità letargica di un sogno, trovandosi sempre più isolata e più triste. Le venivano in mente cose tragiche: la morte di suo padre, un fanciullo ch'ella aveva visto cadere da una finestra, le crociere degli ospedali, i manicomi; e poi un dolore al cuore ch'ella aveva provato, da giovinetta, e che avrebbe potuto essere vizio cardiaco incurabile. Guardava Alberto con una passione, con uno struggimento di tutto il suo essere che le affilava il volto, che le toglieva qualsiasi altra sensazione. Ad un tratto, in mezzo al vociare generale, colse a volo questa parola «Elvira» che la vicina di suo marito aveva pronunciata con malizia, nascondendosi dietro il ventaglio.
Per cinque minuti buoni, l'incrociarsi dei piatti e dei bicchieri, gli evviva tumultuosi, le impedirono di vedere Alberto; ma quando il di lui viso apparve accanto a quello della bionda incipriata, l'argomento doveva essere cambiato, ed era evidente che si facevano dei complimenti reciproci sulla precedenza nell'assaggiare dell'uva di Corinto.
Marta pensava che sul cavalletto di tortura si può almeno gridare. Al contrario ella doveva stare composta, con un certo qual sorriso di partecipazione alla gioia degli altri e rispondere, tratto tratto, alle parole che per cortesia le rivolgeva il suo cavaliere di destra, e mettere pure in bocca qualche cosa e fingere di bere.
Dal suo cuore gonfio si sprigionavano delle lagrime che ella sentiva affacciarsi alle palpebre. Era così persuasa di essere brutta, sciocca, incapace di farsi amare, che avrebbe in quel momento desiderato di morire; senonchè un amaro rimpianto, il desiderio insoddisfatto delle ebbrezze terrene, la trascinava violentemente verso suo marito, il solo a cui poteva, a cui voleva chiederle; e in questa tenzone odiava tutto il mondo e se stessa.
Pare impossibile—pensò il dottorone riposando le mascelle e le mani, coll'occhio lucido, il torace prominente—come quella donna cambia ad un tratto. Non si direbbe più lei.
Un momento dopo mettendosele vicino, ancora col tovagliolo al mento ma con un raggio diverso nelle pupille, quasi il suo cervello staccandosi improvvisamente dal corpo volasse in regioni eteree, le disse:
—Che follia festeggiare le nozze con inviti e brindisi! È la stessa follia che fa dipingere l'amore rubicondo, paffuto, intento a ridere e a trastullarsi, mentre si dovrebbe cercare l'amore nello scheletro più distrutto della danza macabra; uno che non abbia più nemmeno le occhiaie per tenervi le lagrime, e il petto squarciato da cima a fondo. Così vorrei dipingere l'amore!
—Sì, sì—fece Marta senza comprendere, solo perchè quelle parole tristi rispondevano alla sua tristezza.
Al caffè si ruppero le file. Alberto, sempre gentile, venne a chiedere a sua moglie se avesse pranzato bene.
—È fortunata—disse la signora Merelli mettendosi al fianco di Marta.—Io, nel suo stato, mi sentirei orribilmente; tolta quest'ultima gravidanza, che è andata un po' meglio, tutte male, tutte male!
—Mia moglie non vuol sentir parlare delsuo stato,—soggiunse Alberto sorridendo—non ci è ancora avvezza. Lei porrebbe darle qualche lezione, signora Merelli!
—Buon Dio!—esclamò la prolifica signora giungendo le mani.—Sono uscita ieri di puerperio. Ma lei sta proprio bene, carina, nevvero che sta bene? Nausee, al mattino, non ne ha?
—Un poco, quasi nulla,—rispose Marta, seguendo collo sguardo suo marito che si allontanava.
—Sarà un maschio allora. E bruciori di stomaco?
—No.
—Segno che non avrà capelli.
—Non avrà capelli?
—Nascendo, s'intende. De' miei figli, solo la Pina e l'Adelina erano calve; gli altri vennero al mondo pelosi come Esaù. Ma che bruciori di stomaco, le dico!… Del resto è fortunata in tutto; non si accorge nemmeno… parola d'onore; sembra una bimba.
Alberto si era appoggiato al caminetto insieme a' suoi amici. Avevano accesi gli sigari e nel benessere sensuale della digestione la loro affettività d'uomo esplodeva con gesti vivaci, con romorosi scoppi di voce e colpi di mano. Lucide le facce, gli occhi scintillanti, essi discorrevano fra loro in un gergo speciale, a sottintesi, urtandosi coi gomiti. Alberto, il più educato, si poneva davanti a Merelli quando parlava, per impedire che le di lui parole giungessero all'orecchio delle signore; Toniolo invece vi si crogiolava, nella voluttà egoistica di un gattino che fa le fusa.
—Sibarita!—mormorò il dottorone—si prepara lo stomaco cogli stimolanti.
La sposina intanto, circondata dalle donne, si lasciava ammirare ed invidiare, facendo girare gli anelli sulle dita, più stordita che contenta, rispondendo a monosillabi.
—Che bel matrimonio nevvero?
Marta si voltò. La bionda incipriata le stava alle spalle, col suo fare lezioso, di protezione.
—Bellissimo—rispose Marta.
—Anche lei è sposa da poco tempo nevvero?
—Sei mesi.
—Io conosco molto suo marito; siamo cresciuti insieme. È un simpatico giovane!
Obbedendo alle leggi naturali, Marta le avrebbe dato uno schiaffo; ma frenandosi e dominandosi, riuscì ad abbozzare un sorriso.
La buona signora Merelli intervenne, chiedendo alla sorella di Toniolo se fosse guarita da una nevralgia che aveva sofferto.
—Sì, sì, sono guarita perfettamente. Ma nevvero che molte ragazze sarebbero state felici di sposare Alberto Oriani?
—Senza dubbio; eppure egli ha preferito questa sposina, nè io so dargli torto—tornò a dire dolcissimamente la signora Merelli.
—Già , le ragazze del paese non hanno i vezzi delle cittadine,—esclamò con enfasi la sorella di Toniolo.—A proposito, non si è saputo più nulla dell'Elvira, la maestra?
A questa improvvisa e inopportuna domanda, la signora Merelli stette per perdere le staffe, osservando che Marta impallidiva. Tossì, tuttavia, si spianò le gale dell'abito, e disse col suo bel candore:
—E chi ci pensa più? Manca da tanti anni!
—Oh! questo non serve—rimbeccò l'altra malignamente,—quando si sono lasciati certi ricordi dietro a sè… Non dicevano che avesse avuto un figlio?
—Quante calunnie!
La signora Merelli, indignata, tese la mano quasi per attestare l'innocenza dell'assente, Marta afferrò quella mano, e alzandosi, e trascinando con sè l'ottima creatura, uscì dalla stanza, soffocata dai singhiozzi.
Alberto che l'aveva vista uscire, le tenne dietro subito.
—Non si spaventi—disse la signora Merelli—fa un po' caldo in sala, e poi tutti quegli sigari! Per quanto si stia bene, lo creda a me, qualche cosa si soffre sempre…
—Ti senti male?—chiese Alberto con premura.
Marta gli si appese al braccio, negando col capo; e quando la signora Merelli, vedendola al sicuro ritornò nella sala da pranzo, ella mosse verso il cortile, proprio come se provasse un senso di soffocazione.
Il cortile della farmacia era messo a giardino, con delle scalinate di fiori e degli arrampicanti piantati dentro a botti vuote. La luna lo batteva in pieno, rischiarando ogni angolo colla sua luce fredda ed eguale di doccia.
Marta si gettò nelle braccia di suo marito scoppiando in lagrime.
—Ma Dio, Marta, che hai?
—Dimmi che mi ami, dimmi che mi ami…
Alberto pensava che se lo avessero sorpreso nel cortile, abbracciato con sua moglie, sarebbe diventato lo zimbello degli amici.
—Via—disse con un leggero accento di rimprovero—-sono scene da bambina, torna in te, sii ragionevole. Siamo qui per divertirci e non per piangere.
Ella raddoppiava le lagrime, avviticchiata al suo collo, tremando, spasimando.
—Marta… insomma!
Pensò poi che fossero fenomeni nervosi inerenti alla prima fase della gestazione, e per il rispetto che professano gli uomini a questo misterioso travaglio femminile, replicò con dolcezza annoiata:
—Lo sai bene che ti amo.
—Dimmelo ancora!
—Ti amo.
Ma ella non si staccava, sospirando sempre, aspettando che un guizzo, un fremito passasse dal corpo di lui al suo, dandole la sensazione di un'anima sola, rispondendo a ciò che ella stessa provava, la vita, la rivelazione attesa… ed egli se ne stava ritto, rassegnato, e la luna li illuminava entrambi freddamente serena.
—Camminiamo, ti passerà .
Marta non disse più nulla. Docilmente si lasciò infilare la mano nel braccio di suo marito e fecero due o tre giri intorno alle botti degli arrampicanti.
Egli non sapeva che cosa dirle. L'umidità della sera, forse, le avrebbe dato noia? Ma doveva sentirla anche lei. Non era un gusto, davvero, aver lasciata una stanza calda, un crocchia di amici, un buon bicchiere e delle ciarle e degli scherzi, per passeggiare tondo tondo in un cortile.
—Ti senti meglio?—domandò infine.
Marta fece un movimento impercettibile colle spalle, schiuse le labbra senza poter parlare ed appoggiò il cuore, che le batteva violentemente, contro il braccio di lui.
Egli stette ancora un momento incerto, guardò l'uscio della sala da cui usciva uno sprazzo di luce allegra, guardò sua moglie, le botti, il cortile deserto, e:
—Se rientrassimo?…
* * *
Le avevano ordinato delle lunghe passeggiate. Accompagnava qualche volta Alberto al podere, qualche altra gli andava incontro, prima del desinare, ma senza entusiasmo.
Era diventata indifferente, pressochè apata; ella stessa non si riconosceva più. Non aveva nessun desiderio, le dava noia il vestirsi, l'adornarsi; si guardava raramente nello specchio.
Le sue belle camicie da sposa, le vite scollate guarnite di trine, le calze a ricami giacevano nel cassettone, legate ancora coi nastrini color di rosa, come gliele aveva accomodate la mamma. Portava la biancheria liscia, semplice, quella che si stira più in fretta, che non avrebbe data a lei o all'Appollonia una briga inutile.
Le sembrava che la sua giovinezza fosse finita e sentendo parlare delle amarezze, dei disinganni dell'esistenza si riconosceva saggia, si infervorava sempre più nel concetto serio che la felicità è un'illusione.
Accudiva alle sue domestiche faccende, lavorava, era premurosa, gentile con Alberto. Seguiva le variazioni del tempo per far asciugare le frutta, per riporre le uova; andava spesso in cucina a trovare l'Appollonia, le faceva raccontare qualche episodio dimenticato della sua infanzia e l'ascoltava con interesse.
La casa non doveva essere il suo regno, il suo orizzonte, il suo tutto? Ella procurava di animare i mobili e le stoviglie, si metteva a cucinare qualche intingolo per vedere di soddisfarsi alla fine, di trovare un appoggio al suo continuo bisogno di un perchè. Era stata fantastica, ideale, ed aveva avuto torto; ora cercava la felicità terra terra, non doveva essere così? Non l'avevano tutti così?
Alberto raggiava. Le faceva dei complimenti sinceri, la chiamava il modello delle mogli, e il vedere lui contento non doveva essere la sua parte di felicità per lei stessa? Era dunque felice appieno.
Ma perchè non aveva mai voglia di ridere? Perchè non le veniva sulle labbra una nota di canto? e nessun impeto giulivo le faceva mai balzare il cuore? Tutto era scolorito e monotono in lei, principio di una anemia generale, del torpore che assale i viaggiatori smarriti nelle nevi, che non soffrono, che non si lagnano, che muoiono dolcemente nella tranquilla evanescenza di un sogno…
Il medico le dava la sicurezza che era incinta. Ella aveva avuto, qualche mese prima, dei leggeri disturbi di digestione, che erano scomparsi, e null'altra sensazione fisica abbastanza sensibile le rammentava questo fatto che la lasciava indifferente al pari di tutto il resto. Le grandi cose che aveva udite sulla maternità dovevano essere, come quelle udite sull'amore, esageratissime; oppure ella era una disgraziata priva di sensi e di viscere, sospetto che le veniva tratto tratto e che la rendeva orribilmente triste.
Perchè sarebbe madre? Se non aveva mai trasalito, mai, in ciò che il mondo chiama l'amore, se questo amore ella non lo capiva, se un estraneo si era avvicinato a lei senza infonderle il brivido della creazione, perchè ella avrebbe dato il proprio sangue e la propria carne, ed avrebbe rischiato di toccare le soglie dell'eternità senza conoscere quelle del piacere?
Se i figli sono frutti dell'amore, ogni frutto fa supporre la precedenza di un fiore; ma ella sentivasi arida; niente del suo io pensante rispondeva alle inconscie funzioni del suo io meccanico. Un profondo avvilimento la degradava a' suoi propri occhi; il germe caduto nel suo grembo poteva fecondare una Giuditta qualsiasi, e sarebbe stato egualmente il frutto dell'amore.
No, l'amore non esiste!
Ella era giunta a questo.
Padre, fratello, amico, socio, marito, tutti sinonimi; uno poteva valere l'altro, non l'amante. L'amante restava ancora per lei il giovinetto imberbe che aveva sospirato sotto le sue finestre, che le aveva rapito un fiore e stretta la mano, per cui ella recitava, struggendosi di voluttà , i versi della vecchia strenna:
O fanciulla qual mesto contentoMi discenda nell'alma non sai.
Una visione, una fantasia che non aveva corpo, nulla.
Del resto che cosa vedeva altrove? Gavazzini, dopo aver rapita la cara donna e bevuto il dolce liquore delle sue vene, occhieggiava le donne degli altri, fra due liti intime. Merelli dava bensì dei frutti d'amore annuali alla angelica moglie, ma teneva le serve giovani e belle. Toniolo, morta la prima sposa pigliava la seconda, con molte consolazioni frammezzo e il contrappeso di una buona dote. Trasporto momentaneo, eccitazione, sensualità , cupidigia, calcolo; amore, come lo aveva sognato lei, mai!
Ma Romeo, ma Paolo, ma il fatto quotidiano dei bracieri di carbone accesi nella soffitta di una modistina, ma i cadaveri trovati sui talami, stretti insieme, bocca su bocca?
Romanzi.
Ma i delinquenti dell'amore? ma gli eroi dell'amore?
Mattoidi.
E le storie di tutti i secoli?
Leggende.
E i poemi di tutti i popoli?
Fantasia.
Così era giunta a recidere ogni aspirazione; l'anima sua nello schianto, come pianticella orbata de' suoi rami, non sembrava più cosa vitale.
Vegetava in una esistenza da vecchierella, sentendo già i brividi di novembre, coprendosi molto, avvicinandosi al fuoco. Tolto il leggero arrotondarsi della vita, le altre membra sembravano spersonirsi, la pelle perdeva la lucentezza della gioventù; accanto alle labbra si disegnava in permanenza una piega triste e gli occhi s'incavavano, velati, e i muscoli apparivano meno elastici, meno pronti all'appello di una volontà che sonnecchiava; un tutto insieme di lampada a cui l'olio manchi, di macchina guasta ne' suoi più delicati congegni.
Appollonia le aveva ben detto di non uscire quel giorno, che il tempo minacciava pioggia. Marta non le credette o credette di poter giungere al podere prima che il tempo si guastasse. Erano gli ultimi bei giorni dell'autunno, bisognava pure approfittarne innanzi di chiudersi in casa a fare l'invernata; e poi aveva presa l'abitudine di quella giterella, e l'abitudine, nella sua esistenza quasi monastica, teneva già un posto importante.
Modesta modesta nel suo abito grigio, con un tocco di lontra in testa ed uno scialletto sul braccio, Marta si allontanava sul sentiero coperto di foglie secche, sparendo e ricomparendo col suo passo aereo, mentre le serviva di sfondo ora una colonna d'edera addossata sul tronco di una quercia, ora il pennacchio onduleggiante delle acacie che sfioccavano via per l'aria le piccole foglie gialle.
Vi erano degli alberi dorati come le treccie di una Margherita ideale; altri ancora che ricordavano i bagliori di una fiamma morente; ed alcuni strisciati in rosa, con gradazioni tenere di carne, di corallo pallido, sfumati, diafani, con una morbidezza di velo e d'ali d'angelo cadute.
Tutta la materialità dell'amore e della fecondazione sembrava sparita dai campi mietuti, dalle piante che non avevano più nè fiori, nè frutti, che lasciavano pendere le foglie a guisa di pensieri vacui, di illusioni isterilite; nè dai nidi pigolavano le rondini oramai lontane; solo il freddo passero saltellando sui rami denudati, salmeggiava la vanità di tutte le cose.
E Marta passava col suo lieve fardello, creatrice inconsapevole in mezzo alla natura che moriva, sentendosi penetrare nell'anima una dolce e tranquilla malinconia.
Sui lembi del cielo errava il suo sguardo, così come errava la sua mente perduta nei ricordi, vaneggiando dietro il filo fantasioso che riunisce una nuvola al colore di un abito, al profilo di un volto conosciuto, ad una iniziale; per cui rinascono all'improvviso memorie disparate, e scene e detti; e si riodono suoni di voce dimenticati.
Ella ricordava un salottino parato con una stoffa a grandi fiori sanguigni, con certi divanucci bassi di una forma affatto speciale, con un velario che mascherava il soffitto e sembrava proteggere quel nido elegante dai contatti plebei. Ricordava sopratutto un trespolo, poggiato in un canto, sul quale bruciava un qualche cosa di odoroso, evaporando nuvolette cineree che si innalzavano misteriosamente verso le pieghe del velario, lasciandosi dietro un profumo sottile e caldo di persona viva. Una donna giaceva, coricata a mezzo, sopra uno dei divanini; ma di quella donna rammentava appena gli occhi nerissimi e un anello che portava sul mignolo della mano; anello bizzarro formato di sette pezzi; un diamante, un rubino, uno smeraldo, un topazio, un zaffiro, una perla nera e un dente—un piccolissimo dente di bimbo, bianco e lucente come un'opale. Marta, che era allora una fanciullina, non aveva visto altro. Conobbe più tardi esser quella una compagna di collegio di sua madre, che aveva avuto grandi sventure ed amori tragici, di cui il mondo sparlava e che sua madre non nominava mai senza volgere gli occhi al cielo e dire: Poveretta!
Poveretta! ripeteva Marta a vent'anni di distanza. Non sapeva nulla della sua vita e de' suoi errori, non ricordava nulla di lei, altro che gli occhi ed un anello; era forse morta a quest'ora! Il segreto del piccolo dente legato insieme alle pietre preziose, quel segreto che aveva tanto colpita la sua immaginazione giovinetta, stava al sicuro nel pudore e nell'oblio della tomba; eppure le sembrava di averla conosciuta, di comprendere i suoi dolori; ed aveva un desiderio ardente di assolverla, di rivederla nella purezza fredda di quel giorno di novembre, assorgere fra le nuvole, e di là sorridere a lei co' suoi occhi neri.
Ed altre visioni ancora, rotte, fuggenti; lembi di conversazioni, ritornelli di canzoni ignote, battute diwalzer; e certi sguardi che non sapeva più a chi avessero appartenuto, e scoppi di risa di bocche invisibili; tutto il suo mondo interno che si agitava, che usciva a far parte del mondo esteriore, fondendosi col cielo, coll'aria, colle foglie cadenti, col silenzio dei prati, colla tavolozza inimitabile delle masse d'alberi, col respiro misterioso della terra e delle acque.
Venivano a lei i lamenti degli alberi sfrondati, dei nidi deserti; venivano le voci occulte dei fili d'erba, le timidi voci dei fiori còlti e dimenticati; e ad essi ritornavano i sospiri della sua giovinezza, i sogni, i rimpianti, le larve abbrunate.
Camminava senza sentire la terra, come portata da un amplesso; e non s'era nemmeno accorta che il tempo s'andava rannuvolando sempre più, tanto che giunta al podere incominciava già a cadere qualche goccia.
—Mio marito?—chiese subito.
Alberto non l'aspettava con quel tempo; egli era già partito da mezz'ora, prendendo le scorciatoie attraverso i campi.
—Ed ora?
—Ora non le resta altro che entrare in casa.
Così disse allegramente la fattora, una sposina anche lei, ma che aveva preceduto Marta nel riempire una piccola culla di vimini, intorno alla quale si affaccendava con grandi ansie.
Marta conosceva appena la fattora; per solito incontrava Alberto sull'aia, gli prendeva il braccio e non guardava altro. Fu sorpresa della gaiezza di quel volto, della luce strana che le brillava negli occhi, dell'aria disinvolta, padrona di sè.
Entrò.
Il bambino piangeva. La fattora se lo prese tra le braccia, cullandolo, baciandolo lieve lieve sulla fronte, mormorando parole tronche, senza senso, dolcissime.
Ella dunque avrebbe fatto allo stesso modo? E quello era l'amor materno?
—Lo amate molto questo piccino?
—Se lo amo! Cara gioia… Proverà , proverà … non le dico altro…
Marta guardava il fantolino, rosso, rosso, con due occhietti tondi senza sguardo ed una bocca continuamente umida. Per fermo egli non doveva comprendere nulla.
—Dorme alla notte?
—Qualche volta sì, qualche volta no, secondo.
—E quando non dorme piange?
—Sicuro!
—E voi allora che cosa fate?
—Mi alzo, lo prendo e lo porto ingiro per la camera. Non c'è altro, cara la mia signora. A lei sembra che non debba intendere perchè è piccino, invece intende meglio di noi e si fa intendere. Bisogna vedere quando entra il suo babbo!
—Vostro marito non dorme a casa tutte le notti, nevvero?
—Purtroppo! Quando va al mulino vi dorme anche; così fu jeri; ma oggi lo aspetto, ed anche il piccino lo aspetta. Nevvero che aspetti papà ?
Baciucchiando il suo bimbo, la giovane madre si animava. Aveva due labbra fresche e mobili che dovevano conoscere i baci; un riso perlato di donna felice; il collo sciolto, il seno palpitante velato appena; una morbidezza in tutti i movimenti, un calore di membra appagate, di sangue circolante, sano, nella completa espansione del benessere.
Marta domandò ancora:
—Vostro marito vi ama?
Al che l'altra non rispose se non arrossendo e chinando il capo sulle guancie del suo bambino.
Continuava a piovere, e dalla finestra che dava sui campi la massa verde degli alberi luceva, morbida e vaporosa, con dei contorni da pastello. La fattora, rimesso il piccino nella culla, si diede a rattizzare il fuoco:
—Il mio uomo se la prende tutta!
Marta pensava come avrebbe fatto a tornare a casa.
—Per fortuna—sentenziò la fattora, dopo aver data una guardatina di traverso al cielo—non è un'acqua che durerà molto.
E girava dal caminetto alla culla, ed alla soglia dell'uscio, di dove sbirciava nella via con occhiate lunghe, impazienti.
Marta, rannicchiata dietro il canterano sulla prima seggiola che aveva trovata, seguiva tutti quei movimenti, guardando successivamente il caminetto, la culla, la soglia dell'uscio e la gaia sposa che trotterellava nel suo modesto regno con passo franco.
Rapidamente, un'ombra otturò il vano della porta; un uomo, gettando via il cappello intriso d'acqua, si precipitò nella stanza. In un balzo si ebbe sollevato tra le braccia la sua donna, tenendola alla vita con una mano, cercando con l'altra il di lei cuore, mosso da un impeto di sensualità appassionata, e con tale trasfusione di tutto il suo essere che si squarciava per essa il mistero delle parole bibliche:formerete una sola carne e un solo spirito. Per un istante si udì il fremito delle labbra congiunte, il rantolo della voluttà ; poi la donna si sciolse, vergognosa, additando Marta.
Marta aveva soffocato un grido, come colpita al cuore; e nello stesso momento aveva sentito le sue viscere sollevarsi, muoversi nel suo grembo un essere, e per le sue vene, per la sua carne correre il palpito atteso, la rivelazione di un'altra vita, scoppiata colla rivelazione stessa dell'amore.
Ogni velo era tolto, sciolto ogni dubbio, la sua virginità cadeva in quel punto, ella era fatta donna. Comprendeva, sentiva, desiderava tutto. L'impressione era stata così rapida e violenta, che la presenza di quell'uomo, adesso, le faceva male.
Si rizzò, pallida, volgendo altrove gli occhi.
—Vuol partire con questo tempo?—balbettò la donna.
Voleva partire.
L'uomo si offerse di accompagnarla; non accettò. Allora i due sposi, imbarazzati, le diedero un ombrello, insegnandole la via più breve.
Quel balzo, quella stretta, quel bacio, quel rantolo, Marta portava tutto con sè, l'avrebbe portato l'intera vita. E correva sotto la pioggia, mentre da' suoi occhi scorrevano larghe lagrime, inondata dal cielo, inondata dall'anima sua. Piangeva e rabbrividiva, con una consolazione lontana, una consolazione che le veniva dalle viscere, debole ancora, confusa, eppure deliziosamente soave.
Poco lungi da casa incontrò Alberto che la sgridò con dolcezza, dicendole che era stata imprudente. Egli era agitato, temeva per lei; ma sotto l'ombrello che la riparava, non vide le sue lagrime, no, queste non le vide. Egli aveva d'altra parte una notizia a darle.
—Quale notizia?—disse Marta, distratta.
—Vedrai, vedrai!
Marta tornò a correre, precedendo suo marito, febbrile, ansiosa, tutta fracida per l'acqua presa. Appena entrata nel cortile le apparve davanti sua madre.
—Ah!—gridò. E le cadde nelle braccia.
* * *
Le cortine fiorate del letto, velando la luce, spandevano intorno un'aria raccolta d'alcova, una dolce aria di intimità , che Marta respirava voluttuosamente.
Aveva avuto una febbriciattola, leggera, tuttavia non le permettevano di alzarsi per quel giorno. Pioveva sempre, e nell'uggia del cielo grigio la camera sembrava per il confronto più lieta, coi parati nuovi, i veli della pettiniera candidissimi, i fiocchi azzurri così dolci all'occhio, i cristalli del lavabo lucenti, iridati, entro cui prolungava i suoi giorni un ciuffo di vaniglia, l'ultimo della stagione.
—Come è simpatica questa casa!—disse la mamma.
La signora Oldofredi era ancor giovane, piuttosto piccola e grassoccia, con una distinzione che le veniva dal sorriso, lo stesso sorriso malinconico di Marta; senonchè l'espressione serena di tutto il volto, la calma della persona, annunciavano un abito di filosofica indifferenza alle tempeste della vita, un partito preso di ottimismo ad ogni costo.
Aveva i capelli neri, acconciati con cura, le mani piccole e ben tenute, una sciarpa di trina allacciata con un ampio fiocco sotto la gola. Quando girava il capo le si vedevano scintillare i diamantini appesi all'orecchio.
Stava seduta sulla poltrona accanto al letto, e di lì fissava un paio di pianelle scalcagnate, poste dov'erano i vestiti di Marta.
—Che cosa guardi mamma?
—Sono tue queste pianelle?
—Sì, perchè?
—Non te le avevo comperate nuove, di pelle bianca, con una fodera di rasobleu marinche doveva accompagnare la vestaglia? E a proposito, dov'è la vestaglia?
—La mettevo nei primi tempi—rispose Marta con esitazione—poi mi parve di sciuparla inutilmente.
La signora Oldofredi rimase pensierosa su quell'inutilmente.
—Noi donne—disse poi—dobbiamo avere molta cura della persona, delle vesti, di tutto ciò che indica pulitezza e grazia; specie quando si ha per marito un giovinotto.
—Oh!—interruppe Marta—Alberto non bada a queste cose.
Tacquero, trascinate entrambe dai loro pensieri, divise per modo che dopo un po' di tempo si guardarono in faccia disorientate. Molto c'era da dire da una parte e dall'altra; immenso il desiderio di chiedere, di confidare, ma un pudore ed un orgoglio di donna le tratteneva. La madre si accontentava di guardar Marta intensamente, studiandone il volto affilato, e Marta si lasciava covare da quello sguardo, restando dolce, malinconica, sempre un po' distratta, coll'aria di una persona che assiste a delle visioni.
Per farla parlare, la signora Oldofredi si interessò alle nuove relazioni di sua figlia; ebbe così la descrizione dei coniugi Merelli, di Toniolo, del dottorone. A sua volta le narrò degli amici di città , dei matrimoni fatti o da farsi. Disse di una loro cugina che voleva sposare per forza un sottotenente, che i parenti non acconsentivano, che d'altra parte non vi era neppure la dote militare, che l'ufficialetto pazzo d'amore minacciava di togliersi la vita e che lei, la ragazza, sognava combinazioni incredibili per riunire la somma; l'ultima trovata era di farsi attrice, andare in America…
Marta ascoltava in silenzio.
—Teste esaltate—concluse la signora Oldofredi, accomodandosi il fiocco della sciarpa.—I buoni matrimoni sono quelli combinati dalla ragione. Io, vedi, avevo diciotto anni quando conobbi tuo padre. Non ne ero innamorata proprio niente. Veniva in casa nostra due volte alla settimana a giuocare al sette e mezzo; si usava molto allora. Mi par di vederlo: entrava duro duro, un po' angoloso, miope, salutava con quel cenno vago delle persone che non veggono un palmo più in là del naso: ed era molto meno bello di Alberto, senza confronto. Perdeva spesso al giuoco. Mio padre gli diceva: fortunato in amore! Io ricamavo, lo rammento come fosse adesso, due conigli sopra un fondo di lana rossa; questo ricamo penzolava un po' qui, un po' là , non ero allora quella terribile nemica del disordine che sono adesso… Ebbene, egli guardava il mio lavoro con un interesse, con una attenzione che non avrebbe potuto essere maggiore se la sua vita fosse dipesa da quello. Il fatto è che terminati i conigli, chiese la mia mano. Ed ecco tutto. Vedi che non è un romanzo.
—Mio padre però ti amava—disse Marta con una voce profonda che fece trasalire la signora Oldofredi.
—Sì—rispose questa semplicemente.—Io pure gli volevo bene; apprezzavo la sua onestà , le cure gentili di cui mi circondava, il suo affetto nobile, sicuro, e fu una grave disgrazia il perderlo così presto.
—Ti amava d'amore?—domandò Marta bruscamente.
E siccome la mamma esitava, cogli occhi erranti sulle pianelle di Marta e con mille dubbi nel cuore, ella rincalzò con quel suo impeto appassionato:
—Dimmelo mammina, mammuccia, mammolina…
—Oh! Marta—fece la signora Oldofredi chinandosi a baciarla—sei ancora la stessa.
E si pose a ravviarle i capelli sulla fronte, le coltri intorno al collo, e il guanciale, e il piumino, proprio come ad una bimbetta in culla, bevendo il raggio di quei cari occhi mesti, dove ondeggiava un pensiero inafferrabile.
—Vi sono delle parole sulle quali io credo non si arriverà mai a metterci tutti d'accordo, bimba cara. Il sesso, l'età , il temperamento, la educazione, l'ambiente, le circostanze sono altretante cause che modificano il significato della parola amore. Noi generalmente ce lo figuriamo come la quintessenza delle gioie mortali; è naturale, lo vediamo così da lontano finchè siamo fanciulle! È la fiammolina che guizza sulle zolle umide, è la fosforescenza dorata della farfalla, è un gaz, è una polvere alla quale noi diamo i grandi nomi di passione, di delirio, di estasi…
La voce della signora Oldofredi tremava un poco; ella riprese tuttavia sforzandosi di parere calma e padrona di sè:
—E quando si scopre l'inganno, invece di accusare la falsità della nostra immaginazione, ce la prendiamo coll'amore che, poveretto, non può essere diversamente da quello che è sempre stato, un sogno, un miraggio…
—No, mamma, l'amore esiste.—Marta, che dapprima aveva ascoltato quietamente, si rizzò sui guanciali, febbrile, rosea, con quella bellezza improvvisa che le veniva a sbalzi, colla pupilla ardente e dilatata.—L'amore esiste!
Per un istante la madre scrutò fino in fondo il pensiero di sua figlia.
—Facciamo una supposizione—continuò Marta appoggiandosi col gomito sul guanciale—mettiamo una ragazza che abbia passato otto, dieci anni della sua vita, divisa fra questi due pensieri che sono il fondamento della nostra educazione: l'onestà e l'amore. Vuol amare, primo perchè è il suo istinto, poi perchè trova scritto e sente ripetere che l'amore è la massima delle felicità , che la donna è creata per l'amore, ecc. La religione stessa, più castamente, le parla però di amore e fa anzi dell'amore un sacramento. Vuol essere onesta, di quella onestà tutta femminile che è il pudore, la riserbatezza, la sottomissione; onestà che l'uomo non conosce, che è stata inventata unicamente per la donna e che la porta a fuggire con orrore tutto ciò che ha l'apparenza di una colpa. Che fa la ragazza? Ella riunisce le due aspirazioni, i due punti principali del suo catechismo, e dall'unione di due cose ben reali ne esce quel non so che di incorporeo, di vaporoso, di sublime e di ridicolo insieme che si chiama appunto l'ideale.