The Project Gutenberg eBook ofL'indomaniThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: L'indomaniAuthor: NeeraRelease date: July 9, 2007 [eBook #22020]Most recently updated: January 2, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'INDOMANI ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: L'indomaniAuthor: NeeraRelease date: July 9, 2007 [eBook #22020]Most recently updated: January 2, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
Title: L'indomani
Author: Neera
Author: Neera
Release date: July 9, 2007 [eBook #22020]Most recently updated: January 2, 2021
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
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Neera
MILANOLIBRERIA EDITRICE GALLIDICHIESA & GUINDANI=Lipsia= e =Vienna=, F. A. Brockhaus—=Berlino= A. Asher e C.=Parigi=, Veuve Boyveau—=Napoli= Ernesto Alfossi.
1889
=Vecchie catene= L. 2—=Novelle gaie= » 3—=Il castigo= » 3—=Un nido= (terza edizione) » 2—=Iride= (nuove novelle) » 4—=La freccia del parto= » 2 50=Un romanzo= » 3—=La Regaldina= » 2—=Addio= (quarta edizione) » 2—=Teresa= (quarta edizione) » 2—=Lydia= (secondo migliaio) » 4—=Il marito dell'amica= (seconda ediz.) » 3—
(Diritti di traduzione riservati).
Neera
MILANOLIBRERIA EDITRICE GALLIDICHIESA & GUINDANI=Lipsia= e =Vienna=, F.A. Brockhaus—=Berlino=, A. Asher e C.=Parigi=, Veuve Boyveau—=Napoli=, Ernesto Anfossi
1889
Proprietà letteraria.
Milano. Tip. Lombardi.
Ho pensato che qualche persona potrebbe arricciare il naso davanti a questoindomani,vocabolo non accettato da tutti; e qualche critico, come succede a volte, concentrare tutto il suo acume sul frontispizio, defraudando l'opera di quell'esame intelligente che è il miglior premio cui aspiri lo scrittore.
Cambiarel'indomaniconil domaninon era cosa difficile, se a quel primo vocabolo, sortomi spontaneamente nel cervello col concetto stesso dell'opera, io non ci avessi tenuto con una specie di simpatia superstiziosa; oltre che mi sembra più snello, più vivo, più efficace, più preciso.
Decisi però di chiedere un consiglio, anzi ne chiesi parecchi, col risultato di allargare la cerchia dei dubbi; perchè i partigiani deldomani _e dell'_indomanisi moltiplicarono senza fondersi.
Avevo, è vero, Manzoni dalla mia, per il fatto che neiPromessi sposisi troval'indomani,e con tale alleato mi potevo mettere in guerra; ma volli ancora sentire il parere di un dotto giovane, valente e noto poeta, che da Roma manda in giro tratto tratto versi squisiti di pensieri e di forma; ed ecco la risposta:
«L'indomaniha avuto molti accusatori tra i quali Fanfani, e molti difensori tra i quali Nannucci e Gherardini. Ne fece uso anche qualche scrittore autorevole. Io penso che, mentreil domaniesprime meglio un giorno determinato,l'indomaniesprime meglio un tempo continuato; non è più il preciso avverbio, ma un vero sostantivo. La preposizioneingli dà questo senso, nè so vedere, essendone l'etimologia puramente classica, perchè lo si dovrebbe bandire, costringendo la paroladomania significare un concetto che invece ha la sua propria espressione nella parolal'indomani.»
* * *
Nello schiudersi delle palpebre gli occhi di Marta, per abitudine, cercarono la nota cameretta; ma prima ancora che le pareti, i mobili e l'ampio letto la facessero avvertita del cambiamento, il cuore le sussultò. Ella era sposa.
Guardò subito suo marito. Alberto dormiva, coi lineamenti calmi, le guancie soffuse di un roseo colorito, così infantilmente placido e sereno che la barba sembrava uno scherzo intorno al suo volto. Marta lo guardò a lungo, intensamente, vedendo sfuggire in quel sonno ostinato una delle sue più antiche fantasie d'amore, ma pur lieta di vegliare e quasi di proteggere quel sonno, presa da una tenerezza materna nella quale fondevasi la malinconia di un pensiero occulto.
Certo ella non poteva rimproverare a suo marito di non essersi svegliato prima di lei; fors'anche era meglio così; sì, sì meglio. Un altro ordine di idee la incalzò vivamente, facendola scivolare giù dal letto con una sollecitudine che somigliava ad una fuga.
E intanto che si vestiva, adagio, nella penombra della camera, prendeva intiero possesso della sua posizione di donna maritata, guardando l'anello d'oro che le scintillava alla mano sinistra, avendo paura di perderlo nell'infilare le maniche e studiando il problema se dovesse toglierselo o no prima di lavarsi. Perchè ella voleva poi continuare tutta la vita quello che avrebbe fatto il primo giorno; era amica dell'ordine e del sistema; voleva essere una buona donnina come la sua mamma e come tanti modelli di spose letti nei romanzi inglesi.
Il sogno della sua ardente giovinezza si era avverato a puntino; un uomo giovane, simpatico, onesto, l'aveva chiesta in moglie, le aveva dato il suo nome, la conduceva con sè; l'amava dunque. Era l'amore ideale, vero, indistruttibile—forte come la morte.—La grandiosità del paragone biblico la commosse; sentì uno slancio di profonda riconoscenza per Alberto, che le dava tutto ciò e chinatasi lieve lieve depose un bacio tenerissimo sulla mano che suo marito teneva allungata fuori della rimboccatura.
Era però strano ch'ella si trovasse chiusa nella stessa camera con un uomo che due mesi prima non conosceva neppure; che fino alla settimana scorsa non le aveva dato del tu; ch'ella aveva sempre visto in circolo con la mamma, coi parenti; del quale non sapeva il passato, e ne ignorava i gusti, le abitudini, gli affetti, le ripugnanze. Ella che era stata allevata nell'idea intangibile del pudore femminino, che non avrebbe mostrato le spalle ad un fratello, ad un zio, aveva pur dormito con quest'uomo!
Era giusto, legale, approvato dal codice e dalla religione; approvato da lei stessa poichè aveva detto di sì, poichè Alberto le piaceva, poichè aspettava da lui l'amore.
Aspettava! ma intanto si sentiva stordita, come uno che va a tentoni con gli occhi bendati, urtando contro oggetti nuovi e indefiniti, udendo la voce dei compagni che gli gridano: avanti, niente paura!
Quando le avevano presentato Alberto, Marta che aveva ventitrè anni, che era intelligente e seria, comprese subito alle ansie della mamma, allo sguardo scrutatore di lui, che si stava per compiere il grande atto della sua vita.
Quello che non sapeva è che il suo destino veniva messo a partito da parecchi mesi fra cinque o sei candidati scelti e vagliati dalle amiche della mamma, per cui fu successivamente sul punto di diventare la signora De-Martini, con un vedovo, capitano, nobile, uomo d'ordine, discretamente provveduto; oppure la signora Valdranchi, sposando Valdranchi, lo scultore di grido, che non aveva un soldo, ma guadagnava assai, simpatico giovinotto a cui fioccavano le avventure galanti. Si era contemporaneamente preso in considerazione Anselmo Bianchi, negoziante di grani, un po' alla buona, piacente tuttavia e ricco. Tre individualità assolutamente opposte, ma che, presentandosi in forma di marito, offrivano le stesse garanzie di felicità per la sposina, a detta delle amiche.
De-Martini, alto, sottile, biondo, un po' calvo, pieno di distinzione, tranquillo, educatissimo, doveva piacere a Marta. Valdranchi, piccolo, vivo, abituato alle compagnie equivoche, ma col fuoco del genio negli occhi, irrequieto, simpatico, doveva pur piacere a Marta; e non vi era nessuna ragione perchè non potesse piacerle Anselmo Bianchi quantunque non più sul fiore degli anni, sano tuttavia, con una villa quasi principesca, provveduta di una serra immensa, dove Marta avrebbe potuto soddisfare la sua passione per i fiori. Di questo paragrafo fu preso nota con molto interesse nel crocchio delle amiche.
Intanto che si discutevano le probabilità di tali matrimoni, che si era già invitato a pranzo De-Martini, e che si era fatto parlare al signor Bianchi della somma ventura per lui riposta in una brava moglie; quando si stava persuadendo Marta che i capi scarichi sul genere del Valdranchi diventano, alla lunga, i migliori mariti, capitò Alberto Oriani. Guarda—osservò una cugina—che bella combinazione, Oriani! E Marta è Oldofredi; non cambierebbe nemmeno le iniziali. Su questa felice scoperta si incominciarono le trattative.
Alberto Oriani non era nuovo del tutto per la famiglia Oldofredi; la mamma lo aveva conosciuto dieci anni prima; e poi a scuola, una Oriani faceva lo stesso corso con lei, oh! si rammentava benissimo; una morettina dagli occhi fulminei.
Alberto viveva in campagna, sorvegliando un suo podere; solo, agiato, galantuomo, trentasette anni, la stanchezza del celibato, il desiderio chiaramente espresso di prender moglie per finirla con la vitaccia di scapolo. La mamma, i parenti, le amiche si guardarono in faccia e gridarono: È lui!
Come poi Marta lo vide, parve il caso. Dopo aver passato tutta una sera a teatro, avente al proprio fianco un giovanotto bruno, amabile, con una vaniglia all'occhiello che odorava deliziosamente; dopo essersi accordati sul merito della commedia e sugli abiti della prima attrice, creando così una specie di simpatica intesa, di accordo morale, Marta non ebbe nessuna ripugnanza a rivederlo, due giorni dopo, uscendo dalla messa, e altri due giorni ancora accolto in casa, da amico.
Quando fu il momento di decidersi, ognuno le fece osservare, ed osservò ella stessa per quel po' d'esperienza che aveva, la singolare fortuna sua nella media generale delle fanciulle; molte fra le quali si maritano tardi, spoetizzate e già avvizzite; altre non si maritano affatto; chi deve accontentarsi di un vecchio, chi di un vedovo, chi di uno un po' corto a cervello, chi di uno spiantato o di un balbuziente o di un mezzo tisico perchè—dicono le persone assennate—tutto non si può avere.
Alberto aveva tutto o quasi, Marta dovette pur convenirne; e si rallegrò seco stessa dalla buona ventura ed accettò con entusiasmo; entusiasmo che non era precisamente per Alberto, ma per l'avvenire che Alberto le avrebbe dato. Lo sapeva anche lei che così, subito, non potevano amarsi; l'oggi non era che una preparazione; il domani solo le avrebbe aperte le porte misteriose dell'amore.
A questo bene futuro Marta tendeva avidamente il cuore e le braccia, in mezzo ai preparativi febbrili delle nozze; indifferente alla gioia dei doni, toccando con mano distratta i ricami e le trine del corredo, sorridendo lievemente agli auguri, non gustando, non afferrando quei lembi, quelle particelle di felicità che le roteavano intorno, con gli occhi fissi alla meta. Nè le gentilezze di Alberto, nè il bacio che, presente la mamma, le imprimeva sulla mano e gli ultimi giorni sulla guancia, la toccavano molto. Dopo—ella pensava—quando ci ameremo davvero, quando saremo soli!
A quindici anni Marta aveva avuta la prima preoccupazione d'amore; null'altro che un fremito, una lunga stretta di mano, uno sguardo che la fece trasalire; e poi molte notti d'insonnia, molte ore di tristezza, molte lagrime sparse in segreto; nessuna ebbrezza amorosa, ma l'intuizione di tutte le ebbrezze. Ed era finito così.
Più tardi, in società, le era occorso di fissare a preferenza gli occhi in certi dati occhi, di ballare volentieri con un giovane piuttosto che con un altro; ma siccome ella non poteva andare incontro a questi sprazzi d'amore, nè sollecitarli, nè abbandonarvisi, erano passati otto anni, vuoti in apparenza e freddi.
Qualunque fossero stati i sogni, i desideri, le speranze, l'attesa degli otto anni trascorsi, tutto doveva ora avere compimento. Nella pienezza del suo sviluppo di donna, l'anima, i sensi, il pensiero chiedevano la loro parte a Marta, che ripeteva trepidando: dopo! dopo!
L'altare, il municipio, la mamma che piangeva, la partenza dalla casa paterna, ella vide tutto ciò ravvolto in una nube; una delle tante nubi che avvicendandosi, sciogliendosi, riunendosi di nuovo sotto forme ed aspetti differenti, le toglievano la percezione del vero, di quell'unico punto essenziale dove ella figgeva gli occhi e che le veniva sempre conteso. Non era mai stata sola con Alberto; quando si trovavano insieme avevano una quantità di discorsi già preparati; il tappezziere, la sarta, l'orefice, gli inviti, l'orario del viaggio.
Alberto correva avanti e indietro, affaccendato, con un fascio di carte da controllare, da firmare; sempre sereno ed ilare.
È un angelo di bontà! esclamava la mamma. Marta lo guardava intensamente, fino in fondo agli occhi, sì ch'egli diceva ridendo: Eh! mi vuoi magnetizzare!
Finiranno questi trambusti, pensava Marta; egli sarà mio, tutto mio; ancora due giorni, un giorno, un'ora….
Marta si vestiva adagio, in piedi nel corsello; allacciando a malincuore il nastrino rosa della sua bella camicia da sposa, fermandosi a guardare il fogliame dei trafori che spiccava in rilievo sopra un fondo di piccole stelle.
Una delle sue preoccupazioni, prima di maritarsi, era stata quella di dover mostrare le braccia ad Alberto, i suoi braccini esili di bimba cresciuta presto. Fortuna, pensò, che non li ha nemmeno visti!
Strinse il busto, nuovo fiammante, punteggiato di seta bianca; allacciò sui fianchi un amore di gonnellino tutto a balze ricamate sopra un trasparente di flanella rosea—una gonnella pericolosa—aveva detto la mamma. Perchè? Infilò le calze, gli stivaletti, l'abito; era vestita.
Tornò a guardare Alberto e la riprese la commozione; una strana commozione fatta di desiderio e di rimpianto, di tenerezza ardentissima e di un freddo pauroso.—Oh! Alberto—mormorò con le mani giunte—se io mi fossi sbagliata, se non dovessi comprenderti…
La serietà della sua educazione e del suo temperamento sorgeva rigorosa in lei, inalberando il fantasma del dovere. Le pastoie dell'immaginazione dovevano scomparire davanti al compito austero della vita; assumeva ora una sacra missione, aveva in pugno la felicità e l'onore di quell'uomo, gli doveva tutto l'affetto, tutta l'ubbidienza, tutti i sacrifici. Si era sposata, era cosa sua.
Come avrebbe voluto fare qualche cosa di grande, di eroico, per mostrare la sua forza di amore! Fuggire dal mondo, seppellirsi viva in un deserto, rinunciare a tutto, ma coll'amore di Alberto, di quel bel giovane che ella si struggeva d'amare, al quale chiedeva ancora con un pauroso sgomento il responso della sua felicità.
Muta accanto al letto, sognava ebbrezze sconosciute, rapimenti lontani, indefiniti, pur temendo di risvegliare Alberto, guatandolo furtiva. Egli aveva un volto regolarissimo, il profilo nobile e puro; una fossetta nel mento, la barba morbida e fluente, divisa alla nazarena. I capelli vaporosi prendevano con la pressione del guanciale cento forme, improvvisando riccioli fanciulleschi, circondando capricciosamente l'orecchio di una delicatezza femminea.
Ma egli a che cosa pensava? Quali visioni gli attraversavano il sonno? Aveva sempre dormito così su un fianco, con un braccio sotto la testa, l'altro allungato? Così roseo, così calmo? Che cosa chiudeva la sfinge di quel bel volto e quando mai ella potrebbe, penetrandogli nell'anima, chiamarlo veramente suo?
Ella avrebbe tanto volontieri squarciata la sua mente e il suo cuore davanti a lui, per mostrargli che ne era compresa; per un bisogno irresistibile di fusione, che l'avvicinamento materiale aveva irritato senza soddisfare. No, non poteva essere sempre così e niente altro che così! Marta si sentiva ancora delle bende sugli occhi, dei lacci alle mani; andava ancora tentoni, non possedeva ancora l'amore, non aveva ancora afferrato il vero.
Un movimento di Alberto la scosse, e con naturale senso di pudore non volle essere scoperta a rimirarlo. Mosse verso la finestra da cui penetrava il gaio sole di marzo; alzò le tendine che coprivano i vetri e dette uno sguardo alla via; l'ignota via di quella città. Era un vicolo che metteva direttamente al porto, affollato in quell'ora da carretti, da facchini e da pescivendoli, i quali tutti vociferavano in un dialetto che Marta non capiva. Dette uno sguardo alle finestre dirimpetto, basse, prive di persiane, tutte munite di funi, sulle quali svolazzavano, asciugando, le biancherie.
Questo aspetto di città, così differente dalla sua città nativa, la interessò senza piacerle; sollevò gli occhi, e, attraverso una fuga grigia e malinconica di tetti d'ardesia, lontano, nello splendore del mattino, scorse la linea azzurra del mare, grandioso e fantastico nella sua calma, con qualche cosa di sognato, di immateriale, di al di là….
* * *
La carrozzella, dopo di avere accolti i due viaggiatori, il baule, le ombrelle e la piccola borsa di cuoio che Marta collocò con precauzione accanto a sè, mosse per il viale verde.
Finalmente!—pensava Marta—tocco il porto entro nel mio nido.
Era pur stanca di città, di alberghi, di monumenti, di musei, di pinacoteche. Le Veneri che aveva viste, trionfanti nella loro nudità superba; le Lede voluttuose, le Diane innamorate, uno sciame di ninfe, un Olimpo di dee, tutte parlanti al senso della donna, proclamando per la via dell'arte l'impero della bellezza, le avevano lasciato uno sconforto e insieme un desiderio, una grande disillusione ed una curiosità più grande ancora.
—Dimmi—disse, stringendosi ad Alberto, poichè in quella carrozza che le apparteneva, le sembrava già d'essere a casa loro—la prima volta che mi hai vista, quella sera, in teatro, ti piacqui subito?
—Subito—rispose Alberto, levando un virginia dal suo elegante portasigari.
—Ti piacque il mio volto?
—Sì.
—E la mia figura?
—Sì.
—E la voce?
—Tutto. Io dissi fra me: Ecco una brava mogliettina.
Marta rimase sopra pensiero.—Egli le chiese se stesse comoda, se volesse uno scialle sui ginocchi, ed avendo ella accennato negativamente col capo, accese il virginia sorridendo, preso dal benessere di quella trottata.
—E dopo, tornando a casa, ci hai pensato?—mormorò Marta, col viso sulla spalla di lui.
—A che cosa?
—Nulla, nulla, una sciocchezza.
Il paesaggio si allargava ad ogni svolto della strada, ampio, sereno, intersecato da viottoli bianchi che si perdevano indefinitamente da lungi, sotto l'ombrello delle robinie. Il terreno leggermente ondulato univa la pianura ai monti, i quali si ripiegavano su di essa, al confine, a guisa di una legatura che stringe la perla. In giro, fin dove l'occhio scorreva, una pace di campi ubertosi, di radi e lindi casolari, di mulini giranti sopra ruscelli dalle acque cristalline. Un asinello sul bianco dei sentieri, una mucca nel verde dei prati e al di sopra il cielo soleggiato.
Quante cose voleva chiedere Marta, guardando l'interno della carrozza rimessa a nuovo in onor suo, con una bella stoffa di color turchino, i sedili imbottiti di fresco, il tappeto a rose! I suoi occhi, girando sul cocchiere campagnuolo che, a casa, doveva disimpegnare altre funzioni, si arrestarono sul cavallo.
—Come si chiama? È bello nevvero? Io non ho mai posseduto cavalli e non me ne intendo affatto.
—Anzitutto è una cavalla—rispose Alberto allegramente—si chiama Bigetta, non vanta grandi bellezze, ma mi appartiene da quattro anni e mi serve bene. Non è vero, Gerolamo?
Gerolamo, dal suo posto, schioccò la frusta, assentendo.
Marta pensò che lei, la moglie, era la straniera fra il padrone, il servitore e la cavalla. Suo marito e Gerolamo potevano intendersi con una occhiata sopra una quantità di avvenimenti a lei sconosciuti; e la cavalla stessa, quante carezze non aveva avute da Alberto prima, assai prima che ella lo conoscesse! Tutto un passato li divideva dunque, mentre ella avrebbe voluto fondersi con lui, immedesimarsi, formare una cosa sola. Che altro se non ciò doveva essere l'amore?
—C'è molto prima di arrivare?—chiese mortificata quasi di non saperlo.
—Tre chilometri circa li abbiamo fatti, ne restano cinque. Fra mezz'ora saremo a casa. L'Appollonia ci aspetterà.
Almeno ella sapeva che Appollonia era la serva. Ne avevano già parlato; suo marito gliel'aveva dipinta come una buona campagnuola affezionata e fedele. Ma in quel momento volle sapere se l'Appollonia era bella e lo domandò a voce alta; al che Alberto rispose con uno scroscio di risa, a cui fece eco una specie di singhiozzo giulivo da parte di Gerolamo, così che Marta stessa si pose a ridere infantilmente, con molto piacere di suo marito, il quale amava le persone di buon umore.
—Vedrai—soggiunse Alberto a sua moglie, toccandole la spalla da buon camerata—anderai subito d'accordo con tutti, brava gente, ottima gente. Il dottorone già, curioso, vorrà vederti per il primo.
—C'è un dottore curioso?
—Curioso proprio no, ma in questo caso sarà curioso, perchè mi conosce da bambino e mi ha già avvertito che vuoi farti la corte. Te ne intendi tu di poesia? E di cucina? Se hai sulle dita questi due argomenti, il dottore è tuo.
—E con gli ammalati parla di poesia?
—Egli non fa visite a nessun ammalato; non s'intende nemmeno del polso. Deve aver studiato medicina trent'anni fa, e per questo lo chiamano dottore; ma poi ha fatto un po' di tutto, il signore, il poeta, il cospiratore, il gaudente, il soldato, tutto fuorchè il medico. È un originale, un essere squilibrato. A volte parla troppo, a volte tace dei giorni intieri. Ma se hai da insegnargli qualche piatto ghiotto, parlerà.
Intanto che Alberto schizzava il profilo del suo amico, Marta, che in venti o venticinque giorni di matrimonio non si era ancora saziata di guardarlo, seguiva i movimenti della sua bocca, de' suoi occhi, la pozzetta graziosissima che il sorriso scavava nella sua guancia sinistra. Mirava ad uno ad uno i peli dei suoi baffi e l'arricciatura morbida della barba nella quale egli faceva spesso passare la mano, seguendo quella mano, attaccandosi a lui per tutti i sensi, sentendosi sempre troppo lontana. A poco a poco gli si era accostata, muta, ansando lievemente col petto. Alberto allora si ritirò nell'angolo della carrozza, gentilmente, per farle posto.
—Passa il signor Merelli—disse Gerolamo senza voltarsi, con la sua voce da ventriloquo.
Ma Alberto l'udì. Si sporse vivamente fuori della carrozza sbracciandosi verso due individui che costeggiavano la strada maestra. I due si levarono il cappello.
—Salite?
—No, grazie. Ben arrivato.
Nuovo saluto alla signora.
—Nessuna novità?
—Nessuna.
—A rivederci.
Terzo saluto.
—Ah! cari—esclamò Alberto abbandonandosi sui cuscini della vettura—quel capo ameno di Merelli, quel simpaticone di un farmacista!
Tanto per dire qualche cosa, per interessarsi anche lei a quello che interessava suo marito, Marta chiese:
—Sono tuoi amici?
—Merelli sì, Merelli fin dal ginnasio; abbiamo fatto la quarta e la quinta insieme. Fu lui che il giorno onomastico del professore… Ah! ma tu non sai, non sai, che bel matto!
—E l'altro?
—L'altro è il farmacista, Toniolo: quello che mi diceva sempre: prendi moglie, alla nostra età è ancora il meglio che si possa fare.
Il piacere di aver riveduto i suoi amici, di riprendere le antiche abitudini, coloriva il volto di Alberto e faceva luccicare i suoi occhi piccoli e buoni. Egli si fregava i ginocchi colle mani, guardando la coda della cavalla.
Marta si rimproverava di non partecipare a quella gioia, di provare invece una impressione di tristezza, quasi d'invidia. Le venne in mente sua madre, sua madre ch'ella aveva un poco dimenticata durante il viaggio, e che da piccina le diceva e da grande le ripeteva: «Marta sei troppo impressionabile, troppo esclusiva, senti troppo, pensi troppo. Ciò non conduce alla felicità.» Parole che ella aveva ritenute come un'aria da organetto e che ora le tornavano alla mente, ma più chiare, della chiarezza improvvisa di un lume che s'accende. Volendo vincersi, volendo uscire da quell'esclusivismo che, a detta di sua madre, non l'avrebbe resa felice, guardò intorno la bella campagna, gli alberi, le siepi entro cui svolazzavano le farfalle.
—Ti piacciono questi luoghi? domandò Alberto.
—Sì, molto.
—Io non posso vedermi altrove. In città sto bene otto giorni, poi sento la nostalgia de' miei campi.
—A me pare che starei bene dovunque con te.
—Cara!
Egli disse: cara. Non era una dolce parola? Perchè Marta non esultò? Perchè rimase fredda in apparenza e muta? Ella ascoltava ancora, ripercosso nell'aria e nel suo orecchio, il suono uguale, identico a quello di un momento prima, quando aveva detto: cari! E le pareva una stonatura, una nota falsa che alterasse il valore della parola. Si chinò verso di lui, con la bocca contro il suo collo, mormorandogli nel folto dei capelli: Caro! caro! caro!
Egli la respinse vivamente, indicando Gerolamo. Marta alzò le spalle.
Sarebbe stato così bello baciarsi, lì, sotto il cielo fulgido, intanto che la carrozzella correva! Chi li avrebbe visti? E quand'anche! Tornò a guardare la strada che fuggiva, guardò gli alberi; dal cortile di un cascinale saliva acuto nell'aria il chiocciare di alcune galline. I mandorli fioriti allargavano le braccia, i boccioli dei peschi punteggiavano, nella freschezza rosea di labbra dischiuse, i loro ramoscelli privi ancora di foglie; e delle goccie sparse, rugiada, gomma, lacrime misteriose della natura, luccicavano sopra il verde tenero, frammiste ai fili d'argento che gli aracnidi sospendevano da ramo a ramo.
Il cuore di Marta si gonfiava, pieno di tenerezza, con un bisogno di espandersi, di abbracciare, col segreto desiderio di quelle ferite per cui l'animo trabocca e dilaga in passione, deliri, abbandoni, singhiozzi, tutta la forza rinchiusa, l'intima essenza del sentimento femminile.
Assetata d'amore ella disse a se stessa, stringendosi nel mantello per sentire la carezza del proprio calore. «Egli mi ama, ne sono sicura. Perchè mi avrebbe presa? Mi ama sopra tutte le donne; è mio, tutto mio!» E, sollevata, sorrise a suo marito.
Alberto, che per parte sua non pensava a nulla, fu molto soddisfatto nel vedere che la sua sposina aveva un buon temperamento; questo lo persuase sempre più di aver avuto la mano felice nella scelta.
La cavalla intanto, sentendo prossima la stalla, prese un trotterello giulivo. Già si vedevano da lungi i tetti del paese dominati dal campanile, e, man mano che la carrozza progrediva, qualche cascinale sparso, qualche cane che abbaiava, una fanciulla che conduceva le oche.
—Sono le oche di Gavazzini—disse Gerolamo, indirizzando la sua osservazione alla signora.
—Chi e Gavazzini?
—È il più ricco proprietario del paese—rispose Alberto.
—Tuo amico?
—Non dei più intimi, ma qui si è tutti amici. Del resto egli fa vita ritirata, e sua moglie non si vede mai. Oh! un romanzo! Lei era una istitutrice, fuggirono insieme, andarono in cima di un monte a passare la luna di miele, scrissero i loro amori sulle corteccie degli alberi. Figurati, una volta si punsero apposta un dito per bere il sangue l'uno dell'altro…. quando ti dico romanzi!
Marta si interessava, avrebbe voluto chiedere di più, ma la faccia di Gerolamo, che sembrava quella di un filosofo stoico in mezzo alle follie del mondo, le dava un po' di soggezione.
Incominciarono le prime case allineate, coi portoni aperti, da cui si intravedevano cortili verdeggianti, gruppi di vasi, lunghi anditi freschi, riparati da tendoni a righe; una gonnella svolazzava tra due usci, un visetto curioso spuntava da una finestra, i gatti scodinzolavano sulle sedie di paglia, sbadigliando, socchiudendo gli occhi. Più innanzi, nel centro del paese, si aprivano le poche botteghe; il fornaio, il pizzicagnolo, il mercante, il tabaccaio, il calzolaio, il barbiere.
—Ecco la farmacia—disse Alberto.
Marta guardò. Non c'era nessuno sulla soglia; una cortina verde, strofinata e attorcigliata come una fune, lasciava scorgere nell'interno un pezzo di scansia coi barattoli di terraglia bianca e azzurra.
—Ha moglie il farmacista?
—È vedovo; ma la riprenderà. Che cosa deve fare?
—Sicuro—disse Marta, ripetendo macchinalmente tra sè: che cosa deve fare!
—Guarda la casa di Merelli; sul canto di piazza, dipinta in giallo; l'hai vista?
—No, non l'ho vista.
—C'era la serva davanti alla porta.
—No, non l'ho vista. Ha moglie Merelli?
—Sì, ha moglie.
—E la casa di…. di quel signore…. quello che ha bevuto il sangue….
—Gavazzini? Ah! non è qui; è fuori di paese, isolata; più isolata ancora della nostra.
—La nostra è l'ultima, nevvero? È forse questa?
La cavalla rallentò, Gerolamo fece una voltata da cocchiere esperto, e, passando da un cancello spalancato, fermò di botto nel bel mezzo di un cortile vellutato d'erba minuta, con alte muraglie imbrunite dal tempo, su cui si sbizzarriva a rabeschi una lussureggiante glicina, carica di fiori.
L'aspetto generale del fabbricato e del cortile era quello di una vecchia casa borghese, comoda, dove un seguito di generazioni agiate e tranquille si erano succedute senza scosse, senza cambiamenti.
Appollonia corse fuori, tutta traballante nella sua rotondità di pan buffetto, con la facciona lucida raggiante di semplicità, la bocca aperta, le mani sporche di farina.
Marta, nel guardarla, non potè a meno di sorridere, e balzando lesta dalla carrozza gridò:
—Buon giorno, Appollonia.
Furono le prime parole che la nuova padrona pronunciò entrando ne' suoi dominî. Gerolamo ammiccò segretamente Appollonia, con uno stringimento di palpebre che voleva dire: Va bene, va bene! E la grossa serva, sgangherando la bocca fino alle orecchie, mostrò di aver inteso il senso di questa affermazione.
Marta non doveva dimenticare più quel momento del suo arrivo, in un ridente giorno di aprile; i grappoli lilla che fiorivano sui muri, l'erba del cortile, una pace, una serenità diffusa nell'aria, un benessere sicuro che sembrava uscire dalle muraglie della vecchia casa; perfino il volto bonario di Appollonia e il nitrito della cavalla che scuoteva il muso fine sotto le carezze di Gerolamo.
Alberto, senza aspettare ch'ella si levasse il cappello, passò il braccio sotto il braccio di sua moglie e la condusse subito a visitare la casa.
Niente di ricercato nè di pomposo. Una grande comodità in tutto, nella disposizione delle camere, nei mobili, negli ampi seggioloni, nei divani sparsi con abbondanza; una certa ricchezza tradizionale ma tranquilla; buoni quadri, stipi intarsiati, biancheria accuratissima, delle vecchie maioliche di famiglie.
—Queste sedie le ha ricamate mia madre—disse Alberto.
Erano otto sedie di legno chiaro con profili dorati, coperte di ricami a mezzo punto, bellissimi, tutti l'uno differente dall'altro.
Marta le ammirò religiosamente, commossa.
—Questo è il mio ritratto di quando ero bambino.
Marta vi si precipitò sopra, coprendolo di baci e di esclamazioni, portandolo sotto alla finestra per esaminarlo meglio.
—Come è bellino! Care queste spalluccie nude! E che occhietti! E le manine, Dio, che manine… ma avevi le mani così piccole allora?
—Caspita, i bambini!…
Risero entrambi, stringendosi il braccio, felici. Salirono così lo scalone che conduceva al piano superiore.
—Ma è tutto bello qui, sai?
—Sì, non c'è male. È comodo.
Entrarono nella camera da letto. Tre finestroni la illuminavano, facendo penetrare i raggi del sole attraverso un ricco cortinaggio di stoffa a fiori sopra un fondo cilestrino. Della medesima stoffa era il panno del letto, altissimo, ampio, per metà ricoperto di un piumino di seta celeste, sull'orlo del quale ricadeva, accuratamente stirata, la trina del lenzuolo. Sulla pettiniera un'altra trina, nel festone della quale serpeggiava un nastro celeste, faceva da sopporto a un servizio di cristallo, lucentissimo. Sugli specchi, sulle cornici non si scorgeva un atomo di polvere.
—È stata l'Appollonia a preparare queste belle cose?
—Lei, certamente. Vi avrà impiegato tutto il tempo che ci volle a noi per percorrere l'Italia; ma infine, ognuno fa quello che può.
Marta, levandosi il cappello e la spolverina, sedette sul divano che era ai piedi del letto, sentendosi finalmente in casa propria.
—Oh come si sta bene qui!
Tese le mani a suo marito, invitandolo a sedersi anche lui sul divano.Ora non dubitava più di essere la signora Oriani.
La sua felicità doveva incominciare da quel momento; prima era stata una corsa vertiginosa, contraria all'amore. L'amore ha bisogno di un nido.
Marta sollevò gli occhi, girandoli torno torno come per prendere possesso d'ogni cosa; e quando ebbe ben riguardata la camera, il letto, le cortine a fiori, fissò Alberto con un'estasi tale di riconoscenza, di tenerezza timida e ardente, che egli, un po' sorpreso, la baciò, non sapendo che dire. Ella trasalì tutta, colla speranza di una rivelazione.
—O mio Alberto, mi amerai sempre, sempre?
—Che domanda!
—Dillo!
—Ne dubiti dunque!
—Dillo…—ripetè Marta, stringendosi, avviticchiandosi a lui tutta tremante, con la bocca socchiusa.
Un'ondata di sangue colorì la fronte di Alberto, che rispose per la durata di un attimo alla stretta di sua moglie. Poi si sciolse, dolcemente, ravviandosi i capelli.
—Andiamo—disse—non facciamo ragazzate.
* * *
La prima visita fu per i Merelli; lui, il marito, se l'era fatta promettere solennemente da Alberto, quando questi era ancora fidanzato.
Appena Marta pose il piede nella casa gialla, sul canto di piazza, urtò un cestino dove un bimbo muoveva i primi passi; mentre curvavasi ad accarezzare il bimbo, uscì come un razzo, da una porta laterale, una ragazzotta sui venticinque anni, bruna, ardita, con due occhietti che sembravano granelli di pepe, e senza aspettare che Marta od Alberto parlassero, con facile loquela li invitò ad entrare, dicendo che la padrona li aspettava, che li avrebbe visti tanto volentieri.
Sì dicendo, aperse loro la via attraverso una barricata di seggiole capovolte, di balocchi, di pannilini ammonticchiati, ripetendo ad ogni oggetto rimosso:—Scusino, sono i ragazzi, non si può mai tenere un po' d'ordine, scusino.
Merelli apparve, alto, complesso, coi baffi rigogliosi, la pelle lucida e piena, lo sguardo lucente; una certa eleganza campagnuola negli abiti, che le sue membra riempivano fino a tenderne le cuciture; tutt'insieme, un aspetto di uomo sano e senza fastidi; una voce da toro.
—Giulietta! Giulietta!—si pose a gridare, intanto che aiutava la serva a sgomberare il cammino, sorridendo in pari tempo ai visitatori.
Una faccina da monello, leggermente imbrattata d'inchiostro, uscì curiosa da un paravento.
—Va a chiamare tua madre—tornò a gridare Merelli—sporcaccione!
La servetta era riuscita, in questo frattempo, ad aprire prima l'uscio e poi le finestre del salotto, passando accortamente una mano sulle sedie più in vista, e con atto cerimonioso invitò Marta a prender posto sul divano.
—Ecco mia moglie—disse Merelli andando incontro a una donnina nè bella, nè brutta, col petto liscio, e il ventre sporgente, un profilo da madonna invecchiata troppo presto.
La signora Merelli salutò, un po' impacciata, inesperta, tenendosi per mano una marmocchietta che rosicchiava una crosta di pane.
—La famiglia è tutta qui?—chiese Alberto girando gli occhi.
—Questa e l'Adelina: smetti di mangiare, via! Battistino era là quando sei entrato, dietro il paravento, a farne delle sue; il piccino lo hai visto, nevvero? e tre. La Pina è a letto, un po' indisposta, il quinto è in viaggio…
Dopo questa enumerazione il silenzio gravò, penoso, per cinque minuti.
—Si annoierà in campagna—disse la signora Merelli, con una voce stanca—se è abituata alla città…
—No, no, la vita di noi donne non è nella famiglia?
La signora Merelli assentì, facendo un lieve tentativo per togliere di bocca il pezzo di pane alla piccola Adelina.
—Questo paese poi è simpatico, la posizione è bella… Lei ci è nata?
—Non qui, ma vicino. Mi trovo in questa casa da dieci anni.
—Già dieci anni?
—Molti nevvero? e—soggiunse la signora Merelli con un sorriso rassegnato—in dieci anni cinque figli e quattro aborti…
Marta arrossì. Non era ancora avvezza a queste confidenze di donna maritata. Involontariamente guardò il signor Merelli, poi la piccina, poi si pose ad abbottonarsi un guanto.
Si udivano i respiri delle quattro persone e della personcina.
—Mi pare che non tieni allegri la signora sposa!—tuonò Merelli—e dov'è andata Ninetta? Ninetta!
Con la prontezza di un baleno la serva apparve.
—Prepara il caffè.
Alberto volle protestare, Marta anche.
—Che? disse Ninetta. È subito fatto.
—Non prendo mai caffè—soggiunse Alberto—e mia moglie…
Ninetta intervenne lestamente:
—Un bicchiere di vin bianco allora?
—Brava!—fece Merelli.—Ben pensato; va' a prendere il vin bianco.
Durante la piccola discussione la signora Merelli non s'era mossa, con le mani incrociate sul grembo, dolcemente. La bambina, accanto a lei, rosicchiava il suo pane con un grazioso rumore di topolino sotto un uscio.
Ninetta tornò, sorreggendo con una mano il vassoio carico di bicchieri, coll'altra tenendo la bottiglia.
—Conduci via l'Adelina—le disse piano il signor Merelli—non vuole ubbidire.
La serva rispose con un'occhiata d'intelligenza, ma prima stappò la bottiglia, versò il vin bianco e lo servì, e siccome Marta esitava, ella la incoraggiò, assicurandola che era vino schietto, fatto in casa.
Indi prese per un braccio l'Adelina, scuotendola un poco, mormorandole all'orecchio che era una cattivaccia, e se la trascinò dietro in cucina.
Marta, che pure aveva una certa pratica di società, non trovava una parola. Guardava quella famiglia singolare, cercando inutilmente lo sguardo di suo marito, che sembrava sotto il fascino di Merelli.
—Ha la mamma, nevvero?—chiese ad un tratto la voce fioca della signora Merelli.
—Sì, ho la mamma.
—Il padre no?
—No, sgraziatamente.
—È proprio una disgrazia quando muore il capo di casa!
La signora Merelli, che era rimasta coll'occhio vagante, quasi seguendo nell'aria lo svanire delle proprie parole, riprese, rassegnata sotto il peso dei suoi doveri di padrona:
—E fratelli?
—Nessuno. Ero io sola con la mamma; ora sono sola con Alberto.
—Ma non starà a lungo sola!—soggiunse con una grossa risata il signor Merelli.
Marta tornò ad arrossire.
—Vorrei andare un momento a vedere la Pina—mormorò la signoraMerelli, che aveva esauriti tutti i suoi argomenti di conversazione.
—Va e conduci la signora.
—Oh!… non è un divertimento…
Marta protestò che le avrebbe fatto piacere conoscere anche l'altra bambina.
S'avviarono su per una scala modesta, cogli scalini di mattonelle, ed entrarono in uno stanzone che serviva di guardaroba, di dormitorio e di ripostiglio per gli stivali del capo di casa: stivali rossi di cuoio, stivaloni lunghi a gambiera, uose, tiranti, il tutto allineato lungo una parete, colla canna di un fucile che luccicava in un angolo e la casacca di fustagno dai bottoni di rame, gettata sullo schienale di una sedia, tesa ancora e quasi calda della plasticità vigorosa di chi la aveva rivestita. Davanti al letto della piccina, intanto che Marta ne lodava il volto intelligente, la madre sospirò:
—Lei è adesso nella sua luna di miele… le auguro che duri a lungo.
—Oh! sempre—esclamò Marta con vivacità.
Un'espressione di meraviglia passò negli occhi della signora Merelli, che poco dopo soggiunse:
—Almeno non avesse troppi figli… perchè qualcuno ci vuole, ma troppi! Io non ho aspettato neanche un giorno; nove mesi giusti dal dì del mio matrimonio nacque Battistino.
—Davvero?—fece Marta—È egli possibile?
—Come le dico. E ho sofferto tanto quella volta!
Si allontanò dal letto voltando le spalle alla bimba;
—Tre giorni interi coi dolori e poi un male, un male…
Marta ascoltava, terrorizzata, sentendosi un brivido alla superficie della pelle.
Dopo un po' di silenzio si arrischiò a domandare:
—E gli altri?
—Meno; tuttavia è una gran brutta parte che il Signore ha dato a noi donne. Gli uomini hanno tutto di buono, essi!
Quante domande sulle labbra di Marta! Quella donna maritata da dieci anni avrebbe potuto scioglierle una quantità di problemi, ma non osò. Diede timidamente un'occhiata all'esercito degli stivali e a quella casacca baldanzosa, meditando le parole: hanno tutto di buono essi! E le parve di sentire l'eco di risate rumorose, di passi pesanti, di parole alte e brutali, tutto un egoismo scettico di padroni e di conquistatori.
Di ritorno nel salotto provò un'impressione di sollievo vedendoAlberto.
—Partiamo?—gli disse.
Egli rispose gentilmente:—Come vuoi.
Nell'andito sbucò fuori la Ninetta, complimentosa, aggiungendo ipropri saluti a quelli che i suoi padroni andavano facendo agli sposi.Le due signore si abbracciarono, promettendo di vedersi spesso.Ninetta soggiunse:
—Ma sì, venga!
Quando la porta della casa gialla fu chiusa, Marta si strinse al braccio di suo marito.
—Ti sei annoiata un pochino?—chiese egli ridendo.
—No, ma desideravo trovarmi sola con te. Mi pare che tutti gli altri abbiano a portarmi via qualcosa del mio Alberto, perchè tu sei mio, non è vero?
—Oramai, se anche non volessi, è cosa fatta.
—E quel signor Merelli è lui pure tutto di sua moglie?—chiese Marta insidiosamente.
—Oh! capirai, non posso saperlo…
—Non mi piacerebbe per marito.
—Ne sono ben lieto.
—È grossolano.
—Un pochino.
—E troppo pingue.
—Converrai che di questo non ne ha colpa. Sua moglie, che te ne pare?
—Una buona donna, con poco spirito se vuoi, oh! ma ha sofferto tanto.
—Ti ha raccontato?…
—Sì, il suo primo parto…
—Ah! solamente ciò?
—Sicuro—fece Marta, dandosi l'importanza di una matrona iniziata a segreti misteri.
Tacquero fino a casa. Sulla soglia trovarono il dottorone, impettito. Egli, che era già stato presentato a Marta, la salutò chiedendole che cosa l'era parso dei coniugi Merelli.
—Ma… gentili.
—E la servetta?
Il dottorone lanciò questa domanda con tale malizia negli occhi, cheMarta stupì.
—Andiamo—fece Alberto prendendo il dottore sotto braccio—vieni a desinare con noi.
—Non posso. Ho a casa una galantina di lepre con certi tartufi che sono una meraviglia. La mia serva non ha l'abilità della Ninetta… ma per la galantina!
Si baciò la punta delle dita, sempre con gli occhi birichini, e fatta una scappellata alla signora, e detto che s'era fermato apposta per augurarle il buon pranzo, se ne andò, lento lento, col corpaccione male assettato nell'abito nero, coi calzoni color lumaca troppo corti, il cappello atubaposto in bilico sopra l'orecchio.
Marta si spogliò in fretta; doveva preparare una salsa di cui ella sola conosceva la ricetta e che, nel suo ardore di neofita, giudicava più accetta ad Alberto, se fatta da lei.
Comparve a tavola tutta rossa, impaziente di conoscere l'esito. Quando Alberto ebbe dichiarato che la salsa era gustosa, allora si calmò; mangiò e bevve di buonissimo umore; fece l'enumerazione dei piatti che preferiva, combinandoli con quelli preferiti da Alberto, vedendo con soddisfazione che si incontravano nel gusto.
—E, dimmi—esclamò improvvisamente—che cosa intendeva il dottore con le sue allusioni alla serva dei Merelli?
Alberto era l'uomo meno adatto del mondo a nascondere checchessia; rispose, un po' imbarazzato, che il dottore scherzava volentieri.
—Non è ciò—interruppe Marta a cui si schiarivano le idee meravigliosamente—se non ci fosse nulla di positivo, lo scherzo non avrebbe avuto ragione d'essere.
—Ebbene, disse Alberto, pensando che, in fin dei conti, la cosa non lo riguardava affatto e che Marta l'avrebbe saputa egualmente—Merelli fa all'amore colla Ninetta.
—Così?—esclamò Marta sgranando gli occhi.
—Come, così?
—In presenza della moglie…
—Ma!…
—Con tanti bambini?
—I bambini non c'entrano.
—Ma è un orrore!
—Certo non lo approvo.
—Tu non avresti questo coraggio, eh?
—Non mi sono mai piaciute le serve.
—Ah!—tornò a fare Marta con un sospiro di sollievo, mentre l'onesto faccione dell'Appollonia le attraversava il pensiero.
E dopo un po' di tempo mormorava ancora:
—È un'infamia, è un'infamia. Ma perchè sei amico di quell'uomo?
—Oh! bella, dovrei levargli il saluto in causa del suo gusto per le serve? È una debolezza in lui, non può correggersi. Ninetta non è la prima.
—Ma sua moglie? Poverina, voglio avvertirla…
—Non ci mancherebbe altro!
—Almeno consigliarla a tener serve vecchie…
—Non ci stanno in quella casa, con tutti quei bambini, rifletti.
—Oh! povera donna, povera donna!
—-Senti—continuò Alberto prendendo le mani di sua moglie per calmarla—secondo ogni probabilità, la signora Merelli non sospetta niente; e se lo sospetta, forse non ci pensa; può anche darsi che lo sospetti, che ci pensi, ma che non gliene importi un cavolo. In tal caso tocca a noi farci cattivo sangue?
Marta stette zitta un momento.
—È impossibile—scattò poi—che ella resti indifferente!
—E perchè impossibile?—dopo dieci anni di matrimonio…
—Alberto, che cosa dici? L'amore fra marito e moglie non deve essere eterno?
—Cara mia, se tutte le cose chedovrebbero essere, fossero!
—Tu dunque fra dieci anni non mi amerai più? E amoreggerai?…
L'Appollonia tornò a passare nella mente di Marta portandovi un raggio così giulivo che, nel bel mezzo della sua indignazione, dovette sorridere; di che accorgendosi Alberto, disse:
—Ma sì, farò all'amore coll'Appollonia.
Ella rideva, adesso; avendo posata la fronte sulla spalla di suo marito, eccitata da un ordine nuovo di idee che le si erano parate dinanzi.
—Però, senti, non capisco come una persona educata, un uomo che ha studiato, infine che non è un villano del tutto, possa perdersi con le serve.
—Anche un uomo educato non trova sempre delle duchesse, mia cara Marta, e poi, se ti dico che è il suo debole! Vuoi uscire a fare due passi in giardino?
—No.
Ella tornava al suo argomento, appassionandovisi con una voluttà rabbiosa e crudele.
—Ma non pensa alle conseguenze, al disonore della ragazza, a…
—Che cosa vuoi che pensi!… Finiamola, se non ti dispiace, coiMerelli.
Alberto si era levato in piedi, non dissimulando una certa seccatura, e passeggiava innanzi e indietro fermandosi ogni tanto a guardar fuori dalla finestra.
Marta sentì una stretta al cuore. Non cambiò positura, non si mosse. Aveva ancora davanti il piatto sul quale stavano alla rinfusa dei picciuoli di ciliegia; li prendeva a due a due, allacciandoli insieme per vedere quale si rompeva; a conti fatti, i picciuoli rotti erano in gran maggioranza. Li riunì con cura in un monticello.
—Hai detto all'Appollonia che non faccia più tanto rumore, alla mattina, co' suoi zoccoli?
—Sì, gliel'ho detto.
—E tu sarai così buona da cucirmi, domani, quei bottoni alla mia casacca di velluto?
—Sono già cuciti.
—Oh! che tesoro di donnina.
Ella sperava ancora che l'avrebbe guardata in faccia; ma Alberto si fermò dietro la sedia di sua moglie, accarezzandole il collo colla punta dell'indice.
—Addio, vado fuori un po'.
Chinossi, baciandola sulle guancie, sonoramente.
Marta rispose: addio—e si strinse nelle spalle, sembrandole che la stanza diventasse fredda.
* * *
Gli amici di Alberto Oriani non capivano perchè la sposina non fiorisse di quel rigoglio pieno ed espansivo che accompagna generalmente il passaggio dalla fanciulla alla donna.
Eppure Marta era felice; lo diceva a tutti, lo scriveva alla madre, ne era ella stessa convintissima. Se la malinconia l'assaliva qualche volta, era una malinconia vaga, uno scoraggiamento del quale non accusava Alberto, ma sè stessa.
Ella faceva continui confronti tra suo marito e gli altri mariti, trovando che Alberto li superava tutti in bontà, in gentilezza; certo non era molto espansivo, ma è forse necessario? Egli diceva spesso che l'amore, come lo descrivono i poeti, è un sogno da matti; e Marta ripeteva questa frase nelle lunghe ore della sera, le ore che Alberto passava in farmacia con gli amici. L'amore vero era quello che Alberto aveva offerto a lei: il suo nome, la sua casa, i suoi servi; i pasti presi insieme, le notti dormite insieme nella bella camera col parato a fiori; e poi, il bacio che egli le dava tutte le mattine, regolarmente, nello stesso tempo in cui allungava il braccio fuori dalla coltre per prendere il bicchier d'acqua sul comodino.
Prima ella si chiamava Oldofredi, adesso era Oriani; dalla città era passata in un borgo; poteva mettere piume sul cappello e diamanti alle orecchie; in casa della mamma mangiava a un tavolinetto rotondo, con un servizio di terraglia bianca di Germania; nella nuova casa la tavola era quadrata e il servizio antico con dei fiori rossi e blù. Per ventitrè anni si era sentita chiamare signorina, ora la chiamavano signora e qualcuno anche madama. Tutto ciò costituiva una grande differenza e il repentino cambiamento la stordiva; molto più che anche tutti i visi erano cambiati attorno a lei, cambiati i nomi, per cui le accadeva ancora tratto tratto di pronunciare Matilde invece di Appollonia.
Forse Marta aveva sognato un cambiamento di un altro genere. Secondo lei era il suo proprio essere che doveva sorgere a nuova vita, tocco da una forza misteriosa e potente. Il suo cuore, l'animo suo, i suoi sensi che cosa avevano immaginato, che cosa aspettavano? Ella non si sentiva cambiata per nulla, si meravigliava e quasi si accusava di non aver scoperto nessuna ebbrezza nuova, e niente, ma niente, di quel trasporto che, giovinetta, le suscitava la sola parola—Amore.
Quando si gettava nelle braccia di Alberto, chiedendogli affannosamente se l'amava, e che egli sorridendo la assicurava di sì, una sensazione di freddo le correva dalla testa ai piedi, l'angoscia dolorosa di uno sforzo senza riuscita, l'abbattimento di un carcerato che si slancia contro l'uscio della prigione e la trova chiusa.
In quei momenti Marta diventava pallida.
Se questo era l'amore, qualche cosa altro ci doveva essere, più sublime o più triste, virtù o colpa, ma altra cosa, altra ebbrezza, altro trasporto; visione di cielo o vertigine di abisso, la sensazione a lei ignota del rapimento per cui Francesca si era dannata eternamente, per cui le anime grandi di tutto il mondo piansero, crearono, morirono.
Rammentava una sera lontana, quando aveva quindici anni e che il suo cuore per la prima volta si era aperto all'amore, attratto irresistibilmente verso un giovane che conosceva appena, ma per cui passava le notti insonni.
S'erano trovati finalmente soli, per pochi istanti, nella libertà della campagna, e nessuno aveva parlato, ma egli le aveva presa la mano e gliel'aveva stretta così dolcemente che a pensarvi, dopo tanti anni, si sentiva invadere da una ignota voluttà.
Che cos'era dunque quello? Amore? E perchè la mano di Alberto non le dava la stessa sensazione? Era possibile ch'ella amasse Alberto meno di uno sconosciuto? O era forse Alberto che non l'amava? Ma sì, l'amava, glielo aveva detto e l'aveva sposata. Se no, perchè l'avrebbe sposata?
Sempre Marta tornava a questo dilemma, e voleva sapere degli altri matrimoni con un interesse, con una curiosità morbosa. Dalla signora Merelli, che era venuta a restituirle la visita, ella aspettava trepidante e confusa uno sfogo di infelicità coniugale; ma la signora Merelli non si lagnava che delle sue frequenti gravidanze, parlando del marito con un feticismo da odalisca, esaltandone la bellezza e la forza.
—Nei primi tempi del nostro matrimonio—aveva soggiunto, ravvivando momentaneamente i suoi occhi spenti—non mi lasciava mai salire le scale, mi portava sulle braccia. Ed ero pesante, allora, ero grassa.
Marta ebbe invidia della signora Merelli. Lei era più sottile, Alberto non avrebbe fatta gran fatica a portarla sulle braccia…
—Adesso non la porta più?—domandò.
—Oh! Le follie della luna di miele non possono continuare sempre.
Per tutto quel giorno Marta ebbe in mente le follie della luna di miele. A pranzo, improvvisamente, come faceva per solito le sue domande, frutto di lunghi pensieri solitari, chiese ad Alberto:
—Tu non hai mai fatto follie per nessuna donna?
Alberto che incominciava ad abituarsi alle domande di sua moglie, pur trovandole bizzarre, rispose serenamente:
—Follie mai; son cose da manicomio, te l'ho già detto.
—E non hai mai amata nessuna donna più di me?
Alberto guardò il soffitto dondolandosi sulla sedia, con le mani appoggiate contro la tavola.
—Non mi pare… no, no, ne sono sicuro.
—E… però…
Marta, sospinta dalle sue terribili curiosità, voleva sapere di più; ma titubava davanti a quell'uomo che conosceva da pochi mesi, col quale sentiva di non essere ancora una cosa medesima, che non le apparteneva ancora intero. Tuttavia osò mormorare adagio, cogli occhi bassi:
—Donne ne hai conosciute molte?
—Come no? il mondo ne è pieno.
—Voglio dire… sai… quelle donne che avvicinate voi altri uomini quando non avete moglie.
—Sei amena con le tue domande; ma perchè ti interessi a queste cose?
—Perchè non le conosco, e perchè mi pare che il tuo passato, così differente dal mio, ci tenga lontani. Forse è quello che io ignoro che mi impedisce di essere per te la donna ideale…
—Non divaghiamo—interruppe Alberto.—Tu sei per me la donna che cercavo, ti voglio bene, mi vuoi bene e basta.
Marta crollava il capo, sospirando, poco convinta.
—Abbi pazienza—disse ancora, tornando all'attacco con una tenacità tranquilla, ma decisa—vi sono proprio alcune cose che io non arrivo a capire. Dimmi almeno questo. Quelle donne, le amavi?
—Ma che! È un assurdo solamente il pensarlo.
—E allora…
Si fermò cercando la parola inutilmente e ripetè arrossendo:
—Allora… come potevi?
—Che diavolo!—esclamò Alberto gettando via il tovagliuolo.—Fa bisogno di amare per questo?
Marta rimase impietrita, nè per quel giorno disse altro, ingolfandosi sempre più nelle sue astrazioni, concentrando tutta sè stessa verso quell'ignoto che sempre le sfuggiva, chiedendosi angosciosamente: Ma che cos'è dunque l'amore?
Dopo suo marito e la signora Merelli, il dottorone era quegli che offriva maggior pascolo alla sua smania di sapere.
Egli veniva quasi tutti i giorni a trovarla, ora montato sul trespolo della poesia, ora diguazzando nella prosa grossolana, ma originale sempre nelle sue opinioni; misto curioso del suo carattere che trovava un perfetto riscontro nella faccia dai lineamenti volgari, sensuali, tagliata a mezzo da un naso carnoso, sul quale gli occhiali avevano lasciato il solco, e illuminata in alto da una fronte larga, dove gli occhi brillavano con tutto il fuoco dell'intelligenza.
—Per le donne oneste—egli aveva detto una volta, prendendo vivamente il braccio di Marta sotto il suo—l'amore non può essere che un dovere o un peccato; un contratto stipulato, firmato, reso sacramento, reso dovere civile, eguagliato all'estrema unzione ed alla vendita di un podere; oppure uno strappo alle convenienze, alle leggi, alla religione, all'onore… Nel primo caso l'uomo furbo lo idealizza. Egli dice alle sue vittime: «Siete la gioia del focolare domestico, le depositarie del nome e dell'avvenire nostro, le regine della nostra casa; siete la pace, siete la sicurezza.» Potrebbe soggiungere: Siete il minor male che noi scegliamo dopo d'aver conosciuti tutti gli altri, siete la panacea delle nostre infermità, il letto di riposo dopo il letto di campo, la sinecura dei nostri vecchi giorni. Per cambio della vostra gioventù, del vostro candore, dell'ideale di tutta la vostra vita, noi che non abbiamo più nè giovinezza, nè candore, nè ideali, vi offriamo una cosa così comune, così facile, una cosa che trovereste sul canto d'ogni via, se noi non ce ne fossimo fatto un esclusivo monopolio, crescendola di valore col negarvene la libertà, sostituendo il decoro, il pudore, la virtù umana alle divine leggi della natura. E fin da bambine, all'età degli zuccherini, vi si fa balenare davanti agli occhi quest'altro zuccherino, ammonendovi «se ve lo meriterete con la docilità, la modestia, la pazienza, l'abnegazione…»
Marta rideva, ma quando il dottore era partito meditava le di lui sfuriate filosofiche e una lieve tristezza, che non era ancora scetticismo, ma che gli scalzava la fede, si deponeva nell'animo suo.
Tutta sbigottita udiva una voce interna che diceva: Costui l'hai tu scelto in mezzo alla folla, od è piuttosto quello che ti presentarono, il solo che hanno potuto pigliare e che tu, perchè buona e docile, perchè aspettavi da tanto tempo, ti persuadi essere veracemente colui che deve formare la tua felicità?
Si disperava allora, correndo inquieta per la casa, urtando sempre nella freddezza dolce di Alberto che non comprendeva nulla di queste agitazioni, che le compativa però, suscitando così mille rimorsi nella coscienza di Marta; per cui ella si gettava di nuovo fra le braccia di suo marito singhiozzando.
Un desiderio, nato fin dal primo giorno del suo arrivo, le ero rimasto insodisfatto e cresceva ogni giorno più. Ella avrebbe voluto vedere quei due sposi modello, quei Gavazzali che si erano feriti per bere il sangue l'un dall'altro. Non uscivano mai in paese; qualche sera, sul tardi, nei viali deserti della campagna, due ombre apparivano da lontano e si perdevano nel folto degli alberi.
La signora Merelli, che nemmeno lei aveva mai visto la coppia singolare, propose a Marta di andare assieme a fare una questua per gli asili infantili. Si posero subito d'accordo, e sui primi di giugno, durante un caldo pomeriggio che metteva nell'aria una gaiezza festosa, bussarono alla porta dei signori Gavazzini.
Una domestica dall'aspetto e dall'accento forestiero, dopo qualche minuto di esitazione introdusse le visitatrici in un salotto molto elegante. E aspettarono.
Aspettarono un buon quarto d'ora, avendo così tutto il tempo di osservare l'arredamento nuovo e corretto, le poltrone che non sembravano tocche, le piramidi di album lucenti nei loro fregi e nei tagli dorati. Non un fiore, non un ricamo o un libro dimenticato, non uno sgabello fuori di posto; niente del benessere comodo e lieto che Marta aveva a casa sua; niente pure del disordine pieno di vita che, in casa Merelli, quattro bambini pieni di salute si incaricavano di mantenere costante.