The Project Gutenberg eBook ofL'infedele

The Project Gutenberg eBook ofL'infedeleThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: L'infedeleAuthor: Matilde SeraoRelease date: May 12, 2007 [eBook #21423]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'INFEDELE ***

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Title: L'infedeleAuthor: Matilde SeraoRelease date: May 12, 2007 [eBook #21423]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

Title: L'infedele

Author: Matilde Serao

Author: Matilde Serao

Release date: May 12, 2007 [eBook #21423]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

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L'Infedele

DI E. BRIGOLA E G. MARCOVia Annunciata, N. 6

Proprietà Letteraria

171597—Milano, Tipografia Capriolo e Massimino

L'infedele.

Tre sono i personaggi di questa istoria d'amore: Paolo Herz, Luisa Cima e Chérie. Malgrado il suo cognome tedesco, Paolo Herz è italiano, di madre e di padre italiani, delle provincie meridionali. Veramente, non è inutile aggiungere che l'avo paterno di Paolo era tedesco. Questo nonno aveva lasciato la Germania in piccolissima età, emigrando in Italia: qui era cresciuto, aveva lavorato ad accrescere la sostanza famigliare e il decoro del nome Herz: qui si era ammogliato con una italiana, e aveva procreato dei figli. Così i legami con la patria di origine, almeno quelli esteriori, si eran venuti col tempo, con la lontananza, rallentando e poi, più tardi, sciogliendosi: tanto che gli Herz sembrava non conservassero più nessuna traccia nordica nel temperamento e nel carattere.

Paolo Herz ha trentasei anni; è alto, forte, elegante, sebbene per gli anni e per la vita di piaceri trascorsa, sia in lui più evidente l'eleganza che la forza: ha il volto pallido, ma sano, e sotto il pallore è diffusa una lieve tinta ambrata, emblema del mezzogiorno ove egli nacque: i capelli tagliati molto corti e che formano delle punte naturali, sulla fronte e sulle tempia: ha i mustacchi soltanto castani, che lasciano intravvedere una bocca ancora fresca, mentre intorno agli occhi già manca la freschezza. Paolo Herz ha una fisonomia tranquilla e quasi immota, certe volte: ma questa immobilità non è l'assenza della vitalità, nè quel ritiro dell'espressione faciale che lascia le linee come morte. È, piuttosto, un riposo dignitoso del viso che esprime chiaramente il silenzio e la meditazione dell'anima; una pacatezza nobile e pensosa che pare più adatta al suo genere di bellezza virile e che maggiormente gli attira l'amore delle donne e l'amicizia degli uomini. Forse, senza che egli neppure ne abbia sentore, in quei periodi di pace del volto, rinasce in lui l'antica, avita conscienza germanica, fatta di speculazioni spirituali, di contemplazioni pure e poetiche. In quei momenti, Paolo Herz è bello: le donne, spesso, gli hanno imposto di tacere e di pensare, quando era accanto a loro. Sovra tutto, non lo vogliono veder soffrire: le sue peggiori giornate, come estetica, sono quelle in cui per un puntiglio non vinto, per un capriccio non soddisfatto, per una delusione inaspettata, per un immeritato dolore, tutta la sua fisonomia si decompone, quasi l'uomo toccasse le soglie della morte. Egli non può soffrire: egli non sa soffrire: quando soffre, è brutto, è antipatico, è, talvolta, odioso. Il suo volto bruno diventato terreo, i suoi occhi come velati da una nebbia torbida, le rughe che si moltiplicano intorno agli occhi, le guancie sparute che fan parere grosso il naso, le pieghe accanto alla bocca, mostrano un Paolo Herz tutto diverso, senza energia morale, senza forza fisica, inetto al dolore, abbattuto dal patimento e non destante alcuna compassione. Però, bisogna dirlo: pochi uomini lo hanno veduto soffrire e una sola donna. Per lo più, quando è infelice e non regge ad essere infelice, egli fugge, e si nasconde non si sa dove.

Paolo Herz è libero. Egli ha perduto sua madre, essendo ancora giovanissimo: un orfanello di sedici anni. Dopo nove anni, avendone Paolo venticinque, gli è morto il padre. Da undici anni, quindi, egli è solo, nella vita: ha lontani parenti, che poco conosce e non vede mai; ha qualche amico buono, ma l'amicizia loro non è nè profonda, nè esclusiva. Egli ha amato più sua madre che suo padre, mentre è stato amato moltissimo da ambedue, come figliuolo unico. La morte di sua madre, sparita assai giovane e bella, ha colpito l'adolescenza di Paolo, di un dolor folle, con lunghe crisi nervose e intervalli paurosi di stupefazione, in cui è parso naufragasse la sua salute e, forse, la sua ragione: suo padre ha dovuto condurlo a fare un lunghissimo viaggio, di due anni, nei paesi più lontani: ma il figliuolo, calmato l'impeto angoscioso, ha conservato un rimpianto inconsolabile, la nostalgia di quel fido seno materno su cui appoggiava così volentieri il capo. A Paolo Herz è restato, dall'adorazione per sua madre, una invincibile inclinazione a tutte le delicatezze muliebri, un bisogno di tenerezza quasi morboso, un desiderio di blande e innocenti carezze, una necessità di chinare la testa sovra un petto femminile e di udire un cuore tenuemente palpitare sotto il suo orecchio. Malgrado questo, Paolo Herz, come si supponeva dovesse fare, non ha preso moglie. Una sola volta nel suo segreto, ha avuto l'idea di sposare una fanciulla intelligente e affettuosa, ma al momento di parlare, ha esitato, dolendogli di lasciare una libertà tanto piacevole a un giovane: poi, la vita lo ha condotto altrove. La creatura prescelta intimamente dall'anima sua, ha avuto qualche vago presentimento di questa probabile elezione: ha atteso lungamente e vanamente il segno reale: ma ha finito per stancarsi e ha dato il suo cuore e la sua vita ad altri. Paolo Herz sa di aver perduto per sempre l'occasione di essere onestamente felice: ma il suo rammarico non è nè acuto, nè grande, nè continuo. Invece, la libertà di cui dispone ampiamente, è una delle maggiori gioie della sua esistenza, nè egli commette l'errore di gusto di lagnarsi, mai, delle ore solinghe, mai egli invoca borghesemente le dolcezze familiari, nella sua vita. Forse, nel matrimonio più perfetto, con la persona che più egli aveva sognata di far sua, egli ha sempre temuto un misterioso pericolo.

Paolo Herz è ricco. Egli ha avuto da suo padre e da sua madre una magnifica fortuna, senza impicci, senza noie, perfettamente liquida, denaro e denaro, cioè. In verità egli ne ha mangiato una parte, vivendo, cioè amando, viaggiando, giuocando, spendendo il suo denaro in piaceri alti, mediocri, e anche qualche volta, bassi: non prodigo, generoso. A trentaquattro anni rimane ancora ricco: mentre ha già percorso una metà del mondo; mentre ha già esaurito le tre o quattro follie costose della giovinezza e della età meno giovane; mentre ha già quasi toccato il fondo e anche assaporato un po' la feccia di quel programma di lusso, di godimenti, di squisite ed estreme raffinatezze che fa fremere ogni temperamento nobile e ardente. Egli non è, dopo tutto questo, nè un vizioso, nè uno scettico, in fatto di sensazioni umane. Ha avuto del gusto, un vivacissimo gusto per tutti i piaceri; ma non ha lasciato che la depravazione toccasse il suo cervello; ma la sua stanchezza delle cose è malinconica, non cinica.

Paolo Herz è un uomo eminentemente portato all'amore. Dopo aver percorso tutte le vie dove vibra la vita, egli ha ritrovato, non so in quale pozzo, la Verità; ed Essa gli ha detto una cosa antichissima: solo l'amore vale la pena di vivere. Dotato di un temperamento caldo e vivido, di una fantasia esuberante e gagliarda, di un profondo segreto senso di poesia, queste sue qualità che, applicate a un'ambizione, ad un'arte, a un apostolato, avrebbero reso illustre il suo nome, gli sono servite solamente per amare e per essere amato, per ricercare, per raccogliere e per chiudere nell'amore tutte le varie forme della felice attività umana, per serrare nel piccolo giro di un amore muliebre ogni desiderio, ogni speranza, ogni finalità.

Egli, però, non è un Don Giovanni. Nella sua anima esiste una limpida corrente sentimentale che viene a temperare tutte le fiamme troppo improvvise, troppo violente, troppo fugaci. Sentimentalità costante, latente, intimissima, conservatrice di dolcezze miti e nascoste, evocatrice di dilette e predilette immagini, rammentatrice di una figura femminile, ahi, indimenticabile, la figura materna, tutta piena di grazia e di modesta seduzione. Sentimentalità persino eccessiva, in un uomo come Paolo Herz, e anche non scevra di strani tranelli e destinata a procurargli le più elevate gioie del cuore, ma, fatalmente, anche a condurlo su per l'erta tribolata del dolore. Forte della sua salute, della sua bellezza, della sua fortuna, della sua libertà, corazzato in questa lucente e salda armatura che gli ha concesso Iddio, destinato alle vittorie, figliuolo primogenito del trionfo, Paolo Herz non ha che questo lato debole, in sè, questa sentimentalità celata, ma prepotente sovra ogni altro istinto, sovra ogni altra inclinazione. Ciò che rende quest'uomo altero e robusto, fragile come un fanciullo, è appunto questa larga fiumana sentimentale che confonde e affoga le sue forze, in qualunque ora di battaglia. Quante volte, nell'orgoglio maschile, egli ha tentato di liberarsi, di diventare duro e freddo, di non tremare per un ricordo, di non impallidire per un nome, di non vibrare di pietà per uno sguardo velato di lagrime, di non fremere di tenerezza dinanzi a un volto smorto di malata: vanamente. I suoi avi di Germania gli hanno trasmessa questa eredità del sentimento, molle e rorida, e il sangue bruciante meridionale, col suo effuso ardore non è giunto a inaridirla. Pure, sino a trentaquattro anni, Paolo Herz ha amato ed è stato amato, senza che l'amore, anche a grandi altezze di temperatura, gli infliggesse le torture che subiscono gli animi deboli: nessuna tragica lotta interiore lo ha travolto. Egli si è incontrato in due o tre donne, qualcuna semplice e umile, qualche altra superba e appassionata; ed egli ha dato e ha ricevuto felicità, ha dato e ha ricevuto spasimo, ebbrezza, delirio, in uno scambio abbastanza giusto. È stato amato, per quanto ha amato: combinazione rara, rarissima, che è data in sorte solo a coloro che la vita vuole favorire. Herz è stato molto innamorato, molto fedele, molto passionale e insieme molto sentimentale, senza soffrire troppo, poichè le donne che lo hanno amato, erano alla sua altezza. Così gli è entrata nell'anima una fatale fiducia di se stesso e dell'amore; egli ha finito di temere le debolezze del suo temperamento; egli è statocertodi vinceresempre, vincere dandosi all'amore, naturalmente, tutto quanto, ma dandosi in una perfetta armonia di abbandono, ricevendo per quanto dava, inteso per quanto intendeva, compreso e preso per quanto egli comprendeva e prendeva: e non soffrendo. I suoi amori, prima dei trentaquattro anni, sono fioriti senza catastrofi, dolcemente, lasciando nel suo cuore e nel cuore della donna già amata, già amante, un profumo soave. Ciò ha ancora aumentato la sua fiducia nel sentimento e in se medesimo, e lo ha imbaldanzito sino al punto di credersi intangibile al dolore di amore; egli ha perduto ogni criterio della infelicità e della miseria morale che viene dall'amore, massime di quella miseria e di quell'infelicità, che noi stessi portiamo nell'amore. Infine, Paolo Herz è diventato un essere fiero della propria forza morale amorosa, della propria sapienza amorosa, fiero di tutto conoscere e di tutto poter vincere, nulla temendo, nulla vedendo, nulla rammentando, cieco come tutti i fortunati, sui moti improvvisi e inaspettati della vita e sulle contraddizioni crudeli della fortuna.

In questa istoria d'amore, Paolo Herz è il traditore.

Luisa Cima ha ventisei anni. È piccola di statura, minuta di linee ma non troppo scarna: anzi le spalle hanno una curva molle, le braccia sono rotondette, il collo è pienotto, tanto che ella guadagna sempre nei vestiti da teatro e da ballo, dove tutto questo si può mostrare nudo. Però sembra così esile, così fragile che un nulla pare debba spezzarla. La sua carnagione è di un pallore trasparente che non è senza grazia, poichè si attribuisce a malattia, di cui ella sia convalescente o ad emozione di cui sia in preda: mentre quel pallore è naturale, ella è in perfetto stato di salute e delle sue emozioni nessuno ha saputo mai nulla. Spesso, però, quando Luisa Cima ride, o quando cammina presto, o quando balla, ondate lievi di sangue passano sotto quella carnagione bianca e se le tolgono la sua aria interessante, la fanno ridiventare giovanissima, una fanciulla che sia sposa da un anno.

I capelli di Luisa Cima sono nerissimi, di una grande finezza, morbidi, così lucidi che paiono bagnati e malgrado che sieno molti, per la loro finezza e per la la loro morbidezza, si possono chiudere in un pugno: ella li rialza poco più su della nuca, in molle disordine, con una grossa forcinella di tartaruga bionda, una sola, che ne trapassa il nodo e lo sostiene: qualche ciocchetta lieve ne sfugge: sotto la linea nera che essi formano, rialzati tutti sulla fronte e sulle tempie, la fronte si distacca, più vividamente pallida. Gli occhi di Luisa Cima sono oscuri, di tinta incerta. Ma oscuri, non neri: vi è chi li ha visti marrone oscuro e chi grigio scuri: mai neri. La loro espressione è sempre duplice: tenerezza e malizia, miste insieme. Spesso vi è lotta intima, fra queste due espressioni: vince l'una o l'altra, secondo il momento. Talvolta la tenerezza degli occhi di Luisa va sino al languore e quasi quasi vorrebbe far credere a un sentimento segreto: talvolta la malizia sopraffà la tenerezza e diventa impertinente, prepotente, provocante. Ma il loro stato naturale d'espressione, di questi occhi, è una dolcezza infantile mista a una scintillante malizia. A guardarli bene, però, questi occhi sono scoraggianti. La sua limpidità è assoluta. Mai profondità di pensiero li fa maggiori di sè, mai velo di lacrime li intorbida, mai nuvola di tristezza li appanna: quello sguardo non è mai errabondo, mai sognante, mai vago: ha una nitidità, una precisione, che taglia di un colpo solo, tutti i vagabondaggi della fantasia. Niente di segreto.—Essi non mostrano che quello che sono. E così, questi sono sinceri, perchè dicono, senza reticenze e senza indecisioni, lo stato di animo di Luisa Cima: tenerezza molta mista di malizia. E sono sempre le stesse parole, poichè gli occhi sono sempre gli stessi e non altro.

La bocca di Luisa è formata di labbra sottili e pallidette nel loro roseo tenue: i minuti denti, bianchissimi, nel sorriso che li scopre tutti, lasciano vedere una gengiva esangue anche essa. Luisa sorride quasi sempre: a bocca chiusa e pensosa, il suo volto è molto meno seducente, come accade a tante altre donne. Invecchia, questo volto: impallidisce anche più. Ella, quindi, sorride facilmente, di tutto, anche quando dice qualche cosa di serio, anche quando dice, spesso, qualche cosa di duro. La sua voce è infantile, un po' trillante, un po' roca, un po' interrotta, spesso, da improvvisi languori, da stanchezze brevi: Luisa parla presto, molto, restando talvolta senza fiato, con le labbra schiuse, come un uccellino che abbia allora finito di cantare. Le mani sono magrette, lunghette, bianche, con le unghie scintillanti, troppo scintillanti, come l'onice: ella cambia nervosamente spesso, gli anelli, troppo numerosi, anelli gemmati da una mano all'altra, con un moto quasi continuo. Luisa Cima porta dei vestiti senza strascico, rotondi, semplici: delle giacchettine attillate e brevi, delle mantelline da bimba, delle grandi cravatte di merletto dove, la sua testina pare che s'immerga per disparire: dei colletti di pelliccia tutti irti dove essa sembra, ancora una volta, un uccellino freddoloso: dei cappellini fatti con un fiore e con un nastro, con una farfalla e una veletta, dei cappellini fatti di niente. Sulla sua piccola persona vi è sempre una cosetta carina e originale, una fibbia, un fermaglio, un nodo di nastro, un gingillo sospeso alla cintura, qualche cosa di luminoso e di vezzoso, talvolta di vezzoso e di abbagliante che attira gli occhi e li respinge. Ella, porta degli orecchini enormi e pesanti, di smeraldi, di turchesi, alle sue piccole orecchie troppo bianche: dieci o dodici cerchiolini di oro, sottilissimi, al braccio, che tintinniscono sempre e a cui è sospesa una perlina. Si dice che le perline formino un nome. Quale nome? Forse due nomi, perchè sono molte. Moltissimi anelli, dei ventaglietti antichi e preziosi, ma sempre preziosi: e i guanti, solo i guanti, sulla sua persona, oltraggiosamente profumati.

Poichè nella donna bisogna desumere il suo tipo morale specialmente dal suo tipo fisico, dal suo modo di vestire, di camminare, di parlare: da quanto si è detto, Luisa Cima pare una di quelle creature deboli, gracili, che traggono, per contrasto, vivacità dalla loro debolezza e che hanno delle vibrazioni squisite nella loro gracilità. Ella pare, anche, delicatissima come se uscisse allora da una infermità che l'ha estenuata e come se riprendesse allora le sue giovanili e tenere energie. Certo è questo: che non possedendo nessuna bellezza, non avendo nessuna formosità, non facendo mostra di nessuna grande qualità estetica palese, questa donna è seducente. Quando è in una sala, in un teatro, dove deve tacere, stare quieta, in silenzio e al riposo, ella sembra una donnina insignificante, poco sana anche, anemica, senza nessun genere di attrazione: e può essere, è trascurata. Ma, l'ora passa: ella si muove, si leva, parla, sorride, va, viene, compare e scompare, gira, danza, pare che si spezzi in due, si gitta estenuata in una poltroncina, coi grandi occhi limpidi, maliziosi e teneri bene aperti, con la bocca socchiusa e la sua attrazione vincola, lentamente. L'uomo ha cominciato per considerarla come un qualunque inutile e trascurabile piccolo elemento muliebre: poi, la sua attenzione benevola ha pensato che Luisa Cima sia una cosetta carina e infine, infine, quando il fascino si è sviluppato, che Luisa Cima sia un prezioso piccolo gioiello. Sovratutto poichè l'uomo è un buon tiranno pietoso, un affettuoso tiranno protettore, lo lusinga la debolezza di questo tenue fiorellino, mancante di colore, piccolo fiore freddo—le manine lunghette e magrette di Luisa Cima sono sempre fredde—e la vanità della protezione lo spinge alla compassione e la compassione tende all'uomo, da quella donna, il suo maggiore tranello. Oh la donna sa farsi anche più minuta, più piccina, tutta trepida di misteriose paure, tutta tremante di freddo a un soffio, con quel volto da cui sparisce così facilmente il sangue, dove solo i maliziosi, assai più maliziosi che teneri occhi vivono alacremente: ella chiede, in silenzio, di essere protetta, sorretta, presa, chiusa nelle braccia, difesa contro tutto e contro tutti, carezzata sino alla voluttà, anche sino al delirio, lo chiede col tenerissimo languore del suo sguardo, in cui la malizia nasconde il suo trionfo!

Così, desumendo sempre da quello che essa fa, quello che Luisa è, si forma la figura morale di una donnina perfida. La parola perfida non basta: si può arrivare a perversa. Questa donna, sovra tutto, non ama che se stessa, così follemente, che quasi mai l'egoismo fu spinto a tale estremo segno. Ella si adora. Quando pare che ella ami follemente qualcuno, è per qualche segreta soddisfazione crudele del suo egoismo. La medesima felicità che dà al suo amante è fatta di egoismo e di perversione. Ne ha avuti due, di amanti, oltre il marito: il terzo amante è stato Paolo Herz. Ebbene, tutti e quattro, poichè il marito anche è stato suo amante, poichè ella è ritornata a lui tre volte tutti e quattro sono stati presi ed abbandonati, così, per capriccio caldo che parea passione, sono stati lasciati per fastidio improvviso; e niuno l'ha dimenticata, mai, neppure il marito, tutti hanno desiderato il suo amore, ardentemente, dopo l'abbandono. La sua perversione ha seduzioni latenti, prima, poi palesi, poi sfrontate: e infine, ella rimane nel sangue di coloro che l'hanno amata, come una infermità corrompitrice. Nell'egual modo come una donna leale, nobile e generosa ha bisogno di vivere continuatamente nell'esercizio di queste virtù, e di questi puri elementi nutrisce con compiacenza l'anima sua, così Luisa Cima chiede, per esser felice, di poter compire gli atti capricciosi e crudeli che le ispirano i suoi istinti di perfidia e di perversione. Ella non sa nè amare nè vivere che così: obbedendo alla mobilità del suo temperamento, vincendo un uomo ogni volta che le piace di vincerlo, inebbriandolo di amore e di dolore, abbandonandolo solo, fiacco, perduto, quando quest'uomo non le piace più, tradendolo immancabilmente, colmandolo di quante amarezze una vera perfidia possa versare nel cuore di amante, non solo tradendolo, ma avvelenandolo, non solo tradendolo, ma ridendo di lui, altrove, con altri, togliendoli, così, l'ultimo dovere e la ultima illusione. Pure, questa natura muliebre ha grandi scoppii di sincerità: la verità brutale le piace. Essa, a un certo momento, non si cura di fingere più. Come è, è. Ella non inganna: non tradisce. Quando ha tradito, lo dice, lo dichiara, lo sostiene, lo proclama, se ne vanta. Chi la vuole, deve accettarla come è. Chi la prende, si dà al più orribile fra i perigli sentimentali.

Luisa Cima, in questa storia di amore, è la tradita.

Chérie non è un nome, naturalmente, è un soprannome. Nessuno sa troppo bene come Chérie si sia chiamata, al fonte battesimale e quale cognome ella porti, sui registri dello stato civile. Forse, a furia di udirsi chiamare Chérie, ella stessa ha dimenticato il suo vero nome. Fu il primo uomo che l'ha amata, quello che la chiamò Chérie, o sua madre, o un indifferente, o ella stessa si applicò questo vezzeggiativo francese? Chi lo sa! Nessuno, forse ha pensato mai a domandarglielo: forse, perchè accanto a lei si pensa a tutt'altro che a fare delle indagini sul suo nome: forse, perchè queste due sillabe sono così ben dette, per indicarla! Ella, del resto, è muta su questo: se un raro imprudente le chiede l'origine del dolce appellativo, ella china i suoi begli occhi verde acqua, e non risponde. D'altronde, dapertutto, per dire di lei, non la si nomina che come Chérie: il suo nome è ripetuto spesso, nei colloqui dei giovanotti alla moda, massime fra quelli più intelligenti e più veri amatori delle donne: anche le signore, talvolta, parlano di lei, ma quando sono sole e di sfuggita. Ella non firma che Chérie i suoi biglietti mancanti di ortografia, ma non mancanti di grazia. Questo soprannome, infine, ha un carattere soave e familiare che se contrasta con la vita di Chérie, risponde abbastanza al tipo muliebre che ella rappresenta.

Chérie non è più tanto giovane, ha circa trent'anni. Ma come a venti anni, ella ha sempre la medesima foresta arruffata di capelli biondi, dove, qua e là, una scintilla di oro si accende; nei suoi begli occhi glauchi frangiati di biondo, è sempre un perenne riso di giovinezza, e la bocca tagliata classicamente, simile a quella di una olimpiaca Diana, ha una freschezza umida incantevole. Non invecchierà tanto presto, Chérie, poichè il segreto della gioventù è nel genere della sua beltà, un po' confuso, un po' originale, in certi lineamenti squisito, in alcuni altri molto scorretto. Ella è troppo alta: ma la sua persona è snella, ha proprio quella flessuosità che sì facilmente si attribuisce alle donne di persona svelta, ma che è raramente reale. La carnagione è un po' rossastra, di una tinta sgradita che, in alcuni giorni, diventa color mattone; ma i suoi occhi sono immensi, o sembrano immensi, giacchè la pupilla azzurro verdina ha intorno una cornea non bianca, dai riflessi azzurri, ma la lieve ombra che è sotto le palpebre, ha anche qualche cosa di azzurro: ed è miope, Chérie, con questi grandi occhi nuotanti nelle tinte glauche, il che le dà un'aria sognante. D'altronde, saviamente, ella non adopera mai l'occhialino, lasciando ai suoi occhi vedere solo quello che vogliono e non togliendo loro nessuna di quelle contemplazioni vaghe ed errabonde. Ella ha il collo un po' troppo lungo, le spalle larghe, la cintura strettissima, il passo lieve e due o tre movimenti leggiadrissimi del capo.

Ma la cosa più seducente, in Chérie, la cosa che vi attrae, che vi prende, che vi tiene, che vi soggioca, è la voce. Qual voce! Bassa e velata, quasi sempre, questa voce dicendo parole più insignificanti, par sempre emozionata: talvolta vivida e sonante, in un'armonia di canto, pare che dia forza e lietezza a chi l'ascolta. La voce di Chérie è insinuante, è toccante, è candida, è amorosa: ella è già scomparsa e quella voce vibra ancora nel vostro cuore, con musicalità sentimentali, e certe frasi dette da quella voce, sembra che contengano delle melodie sconosciute. Ella sa bene questo, Chérie! E conoscendovi, dandovi un lungo sguardo dei suoi immensi occhi color dell'acqua marina, dicendovi:buona sera, ella sa di suscitare non so quale piccolo poema nelle anime più inaridite. Molti l'hanno voluta conoscere, solo per udirla a parlare, e, dopo, non hanno saputo staccarsene che a forza. Ella non ha mai cantato, però. Una strana avventura, è accaduta, a Chérie, in un veglione. Una signora della grande società, il cui marito era folle di Chérie, si è mascherata per trovare la sua rivale, per parlarle, per ingiuriarla, forse, per fare uno scandalo, certamente. La dama è entrata nel palco di Chérie e sono rimaste insieme mezz'ora, parlando a bassa voce, sul davanti del palco, guardandosi a traverso i buchi delle mascherine: lo scandalo non vi è stato, giacchè, a un certo momento, la dama si è levata, ha salutato quietamente ed è uscita. Dopo, interrogata, ha detto:mio marito ha ragione. Del resto, la dama è un po' strana e Chérie, pare, le abbia risposto con molta dolcezza e con molta umiltà.

Chérie è, relativamente, onesta. Non ha mai due amanti, nello stesso tempo; non ha mai preso, solo per il denaro, un amante brutto, vecchio o ladro; odia i banchieri e gli ebrei; e se le è capitato che il suo amante fosse egualmente ricco, giovane e bello, ella gli ha dato uno o due anni di amore, gli è stata fedele, gli ha fatto spendere una quantità di denaro, lo ha lasciato solo quando costui ha voluto esser lasciato e ha tenuto sempre due o tre mesi di lutto. Le si conoscono anche degli amori di cuore. Essa è ricca, infine. Vi è chi è restato legato, a lei, come si resta difficilmente legati a una Chérie: e chi ha voluto assicurarle una fortuna. Essa dà da vivere a una quantità di parenti poveri, marita le sue cameriere, partecipa segretamente a tutte le questue e a tutte le sottoscrizioni, ha delle devozioni speciali per certi santi e una paura orribile della morte.

La sua casa, d'altra parte, è elegantissima: ella ama le grandi serre, i grandi saloni, i mobili larghi e scolpiti—che dureranno più di noi, ella dice, con una lieve malinconia—i quadri antichi. I salottini, i mobilucci, i gingilletti, le statuine le sono antipatici. È troppo alta, per poterli amare, porta sempre dei vestiti o neri, o bianchi: bianco sul nero, talvolta, e nero sul bianco: ha delle scarpette nere senza tacco, con grandi fibbie di argento, di strass: porta dei mantelli ampii, foderati di magnifiche e nobili pelliccie e dei fili di perle, in tutte le grandezze e in tutte le ore, al collo. Sta più volentieri in piedi che seduta, più seduta che sdraiata: e ama di cavalcare, di remare, di ballare. È sana: o pare sana. Sta più volentieri sul mare che sulla montagna. Nel suo mondo la ritengono come una donna sentimentale, troppo, e troppo pretensiosa, quindi. Le piace di cenare, ma odia i discorsi liberi; beve e mangia benissimo, ma ha un inconsiderato amore per i fiori; non è mai triste, ma è capace di guardare la luna con occhi pensosi, Chi, fra le sue amiche, la chiama unaposatrice, chi una seccatrice: qualcuna confessa che ella è buona.

Sì, Chérie è sentimentale, buona e anche un poco sciocca, Ha una sentimentalità tutta superficiale e una fantasia molto limitata. Le cose che dice sono, spesso, molto ingenue o molto sceme, ma le dice con grazia e sovra tutto con una voce! Sa qualche verso, ma per lo più, ne sbaglia l'autore: legge, ogni tanto, qualche libro, ma Ohnet è il suo autore preferito. Le piacciono gli eroi poveri e nobili, le eroine che muoiono, anzi che peccare: ma tutto ciò è simile a quello che può sentire una modistina o una onesta fanciulla un po' esaltata. Salvo che nella sua società di donne volgari e mal educate, di creature corrotte e avide, ella sembra un fiore di poesia, talvolta, mentre, poveretta, ha un piccolo cervello e una piccola anima. Per lei si va in rovina, egualmente, ma senza essere urtati in certi bisogni di finezza e di delicatezza; e quanti hanno finito per esserle grati di ciò, malgrado la loro rovina! Qualcuno, si è illuso su lei: ha creduto di trovare in Chérie della passione, della intensità, della profondità: ha supposto che grandi misteri fossero nascosti in quella anima: ha voluto attribuirle un desiderio d'ideale, combattuto dalla sua viltà: ha creduto che ella tenesse a redimersi. Costui ha avuto delle delusioni gravi. Chérie non è nulla di tutto questo: non pensa a nessuna di queste cose: quando gliele dicono, non le capisce: quando gliele ripetono, si sforza per comprendere, ma finisce per seccarsi ed esce in un discorso qualunque. Non bisogna dunque lasciarsi ingannare dalle inflessioni malinconiche della sua voce, quando tramonta il sole: dalle lacrime che velano i suoi grandi occhi, quando vede uno spettacolo pietoso: da certe furtive strette di mano, quando ode un bel discorso eloquente: da certi segni di croce che ella fa, quando lampeggia e tuona. Bisogna pensare sovra ogni altra cosa che ella è una donna fatta per l'amore, che ella è buonina, ma che è anche un poco stupida. Per aggiungere un ultimo tratto, Chérie è quasi sempre allegra: il che è consolante, per chi la conosce e per chi le vuol bene. Ella crede che l'allegria conservi la salute e la beltà; e a trenta anni, per questo, pare molto più giovane.

Questa Chérie, nella istoria di amore che qui racconto, è la complice necessaria del tradimento fatto da Paolo Herz a Luisa Cima.

Ogni tanto nella buona società, si parlava dell'amore di Luisa Cima e di Paolo Herz:

—Sarà una passione fugace, vedrete—diceva un uomo, che se ne intendeva molto—Paolo si stancherà presto.

—Del resto, sembra che l'ami molto poco—soggiungeva uno scettico.

—E Luisa è proprio una creatura nulla. Che ci trova, poiPaolo?—osservava un'amica di Maria.

Costoro e gli altri sbagliavano assai sul conto di Paolo Herz e del suo amore. Egli era preso seriamente. Non sapeva neppur lui come era accaduto. La prima volta che egli aveva vista Luisa Cima gli era parsa nulla. Varie altre volte, il suo giudizio non si era modificato. Una sera, però, ella teneva nelle mani un fiore di asfodelo, dal lungo gambo: e gli aveva parlato prestamente, ridendo, battendogli sul braccio con quel leggiero fiore, guardandolo con tenerezza e con malizia. Egli aveva ripensato a quel viso espressivo, pallidissimo sorridendo di compassione e di compiacenza. Ed è tutto. Più tardi, negli spasimi della passione mortale, perversamente, Luisa Cima gli aveva narrata la leggenda orientale dell'asfodelo e della montagna. Una montagna esiste, salda, forte, incrollabile, in un paese d'Oriente: non l'hanno vinta nè i cataclismi della natura, nè le mani degli uomini. Ma vi è anche un piccolo fiore fatato, l'asfodelo: esso, gracile, tenuto da una mano gracile, batte sulla montagna: e la montagna trema.

—Io possiedo il magico fiore—soggiunse lei ridendo, mostrando tutti i denti fitti e minuti, attraverso le labbra rosee e le gengive esangui.

Ma ciò fu più tardi, molto più tardi! Paolo Herz non ebbe sentore del suo gran periglio, che quando egli era completamente indifeso, senz'arme, senza forza e senza volontà. In realtà, Paolo Herz si lasciò andare a questo amore per Luisa Cima con una spensieratezza baldanzosa di uomo provato dalla passione e che è certo di dominare il proprio destino amoroso. E, in principio, questo amore che in lui doveva mettere radici così profonde e così vitali, non parve, forse, unflirtmolto leggiadro e molto fine a cui Luisa si abbandonava con rossori di emozione di novella iniziata, in cui Paolo aveva l'aria di un maestro tranquillo, severo e pieno d'esperienza. Ella manteneva quel suo contegno infantile, di una semplicità assoluta quell'aspetto di creatura debole e vezzosa che si accosta, tremando, alle grandi ore tempestose, che ne è sgomenta ed attratta, che, considerando il pericolo con occhio di dubbio e di paura, pur sembra decisa ad affrontarlo. Quasi quasi, in alcuni momenti, Paolo Herz sentiva una pietà grande di questa donnina che invocava così audacemente e imprudentemente i folli ardori delle supreme febbri, e la guardava con occhio pieno d'indulgenza e di compassione, domandando a se stesso, se non fosse più onesto avvertirla, che le povere bianche dita, dalle unghie così scintillanti, si sarebbero bruciate, a scherzare col fuoco.

La pietà! Era un sentimento che preponderava, nel cuore di Paolo, per Luisa e che, forse, era l'origine di tutti gli altri. Pietà dell'uomo sano per la personcina malatticia, della persona forte per l'essere debole, del carattere saldo e leale per un carattere incerto, puerile, fatto di bizzarre fluttuazioni; pietà per quel volto tenue, per quei capelli troppo morbidi e troppo fini, per quelle cose pallidamente rosee, labbra, gengive, unghie! La pietà, sovra tutto, per questa creatura così piccina e così fragile, che era negata a tutte le lotte gravi dell'esistenza e a tutte le vittorie clamorose, che si doveva contentare di mezzi piaceri, di mezzi amori, di mezzi trionfi, per questa povera piccola cara che a tante, tante cose belle e alte della vita doveva rinunciare. Ah come la perversa leggeva negli occhi di Paolo, il poema amorosissimo di questa pietà, e come sapeva sospingerla e allargarla, come sapeva usarne, perchè questo uomo fosse completamente suo, preso dal pallido viso senza bellezza, dalla piccola persona senza nobiltà di linee, preso da quel tipo così capriccioso e fugace, preso da quella volubilità puerile, preso da quell'insieme di graziose miserie femminili, per la pietà! Come ella sfruttava, a suo favore, questa immensa pietà, facendosi contentare in tutti i suoi capricci, dettando lei tutte le condizioni di quell'amore, imponendo la sua volontà di donna debole, piegando quella volontà di uomo forte, imperiosa nella sua grazia morbosa, inquietante nei suoi turbamenti improvvisi, suggestiva di tutte la stranezze e pallida persuaditrice di ogni bizzarria!

Nè solo la sicura e schietta forza di quest'uomo doveva esser vinta dalla debolezza di quella donna, rinnovando anche una volta, come per migliaia di anni, le antiche favole delle seduzioni ebree e greche, ma la fantasia e i sensi di Paolo Herz dovevano subire le lusinghe più inaspettate, dovevano esser tormentati e carezzati da un'insaziabile curiosità. Colui che aveva assunto per la sua età, per la sua conoscenza della vita, per la sua esperienza dell'amore, la posizione di maestro, di guida, di consigliere, in questo che egli chiamava, senza saper di dire così bene, l'ultimo amore della sua vita, si trovò innanzi a una scolara stupefaciente. Vi era in Luisa Cima un così singolar miscuglio di corruzione spirituale e di giovanile poesia, di candore e di menzogna, di gelido calcolo e di squisita grazia, che Paolo Herz passava di sorpresa in sorpresa, che tornava a casa, dopo i convegni di amore, disgustato, incantato, irritato, estasiato, sempre in preda a una esaltazione. Ella si mostrava a lui in tutte le sue faccie, in tutti gli aspetti di un temperamento egoistico e imperioso ella era impertinente e affettuosa, mai soddisfatta, gelosissima, civettissima, narrando tutte le sue conquiste, violando tutte le delicatezze dell'amore, senza scrupoli, senza carità, disumana, o pure talmente ammaliatrice, che lasciava il suo amante confuso nell'ebbrezza, ebbrezza orribile, ma che importa? Ebbrezza!

Quando egli si accorse che, a trentasei anni, essendo uscito salvo, incolume da due o tre violente passioni, avendo penetrato l'anima femminile in tutte le condizioni e in tutti i paesi con lo sguardo freddo dell'osservatore, avendo saputo molte, troppe, delle verità dell'esistenza, avendo la piena coscienza del proprio valore e del proprio diritto, quando si accorse, dico, che egli apparteneva, spirito e sensi, a quella piccola donna, dalla testina bruna su cui parea si levasse il ciuffetto lucido di penne di un uccellino, e che egli era un suo prigioniero per la vita e per la morte, era tardi, era troppo tardi. Sentì il peso del ferro, ai polsi, ma non più il vigore per iscuoterlo. Atroce scoperta e atroce giornata! Ella era stata, in quel giorno, assolutamente perfida, assolutamente cattiva, con lui: e invano egli aveva voluto, sorridendo, diradare questa mala volontà perversa che animava Luisa Cima. Il piccolo idolo giapponese, ridendo di un crudel riso, mostrava i suoi dentini minuti e le pallide gengive, crollava la testina, scuoteva le spalle e diventava anche più malvagia. Paolo Herz ebbe un moto d'ira, il primo. Partì da quella casa, pensando che ella non lo avrebbe richiamato. No. Canticchiava ella, come un fanciulletto. Suppose che, giunto a casa sua, un biglietto lo avrebbe richiamato. No. Si torturò tutto il pomeriggio, non uscendo, attendendo questo appello. No. Anzi qualcuno gli disse che Luisa Cima era andata alla passeggiata, e che dei giovanotti l'accompagnavano e che ella rideva.

—Rideva?

—Sì, rideva—ripetette l'amico.

Alla sera, come l'ora avanzava, solo, desolato, disperato, Paolo Herz andò alla casa di Luisa Cima affrontando tutti i rischi di questa visita in un'ora insolita. Per fortuna, ella era sola, leggeva, bevendo una tazza di the. Il suo viso era sereno, nè avevano traccie di lacrime i suoi occhi: già egli non l'aveva mai vista piangere. Ella rosicchiava dei biscotti inglesi. Muto, imbarazzato, con un dolor vivo nel volto, Paolo Herz la guardava: ed ella non comprese, non volle comprendere: egli dovette dirle tutta la sua spasimante giornata, di cui Luisa si meravigliava molto, con un'aria di disinvolta innocenza: e infine, quando egli scoppiò in rimproveri e delle lacrime di collera gli sgorgarono dagli occhi, ella trovò modo di dargli tutti i torti e lo obbligò a chiederle perdono. Obbligò? Fu lui che, contrito, compunto, persuaso di aver maltrattato un angelo bianco e piccino, convinto di essere il più ingiusto e il più villano fra gli uomini, s'inginocchiò innanzi a Luisa per impetrare la sua grazia. Con quale stento gli fu accordata, come cadde dall'alto, come parve proprio una degnazione sovrana! Ma la ottenne. Era tardi, quando uscì da quella casa, folle di gioia. Il cielo stellato brillava sul suo capo; i sentori della primavera olezzavano intorno a lui; la terra pareva elastica, sotto il suo passo: e a un tratto, il cielo gli parve funebre, un odore di morte gli salì al cervello e la terra roteò sotto di lui, ed egli intese che era perduto, si sentì perduto, perduto.

Ogni tanto, nei giorni lunghi e agitati, eppure monotoni e tetri dell'abbandono, Paolo Herz si metteva a calcolare mentalmente per quanto tempo Luisa Cima lo avesse amato. Nella realtà delle parole, ella gli aveva detto di volergli bene, per più di un anno, di seguito: ma l'infelicissimo amante abbandonato, si rendeva adesso, un conto ben preciso delle menzogne di Luisa e riducendo, riducendo, togliendo tutto il periodo preliminare in cui Luisa Cima lo aveva amato un pochino, togliendo tutto l'estremo periodo in cui la perversa donna lo aveva amato sempre meno, sempre meno, egli, nella realtà dei fatti aveva limitato questo amore a quattro mesi, dall'aprile al luglio, dalle prime rose agli ultimi papaveri. Quattro mesi! Che sono, innanzi alla vita di un uomo? Un soffio fugace: il tempo di un bacio, di un sorriso, di uno sguardo incantato e incantevole, null'altro. In quei quattro mesi, come se fosse stata travolta dal vortice della focosa e indomata passione di Paolo Herz, la donna era stata veramente sua, in una di quelle unioni profonde, così rare, così preziose e che vincono per sempre le anime che comprendono l'amore. Forse, Luisa non aveva fatto che subire l'impeto sentimentale e il trasporto sensuale di Paolo Herz, essendo ella creatura di tempra e di fibra molto più tenue, molto più inerte; forse, ella era stata solo l'eco di quella voce calda e vibrante di passione, alla cui armonia, dice il divino poeta germanico, rispondono i cieli commossi e palpitano le lontanissime stelle: forse ella non era stato che l'istrumento sonoro e vuoto di quella magnifica sinfonia. Ma per quattro mesi, in una primavera estasiante di luce e di profumi, in un'estate ardente di cui ogni notte era indimenticabile, l'illusione era stata perfetta e niun acido corrosivo di riflessione amara, di ricordo doloroso, di rimpianto inconsolabile poteva mordere questo periodo di amore. Egli non indagava. Sentiva di essere stato amato; sentiva di aver tenuto fra le braccia un essere vivo e innamorato, fremente di leggiadria e di entusiasmo, giocondo e felice; sentiva che una giovinezza seducente, piena di una delicata poesia, gli era appartenuta, esclusivamente, e gli aveva data una ragione suprema all'esistenza. Quando già, in lui, gli anni avevano fatto il loro lavoro di stanchezza, di delusione, di segreto affralimento; quando tanti piccoli e teneri ideali erano tramontati, in lui; quando, anche lui, portava nel suo cuore il cimitero delle speranze più balde, questa donna, questa Luisa Cima, nei cui incerti occhi rideva il sorriso della tenerezza e della furberia, questa donnina breve e snella, e fine, e infinitamente cara, gli aveva dimostrato che gli anni si obliano, quando si ama; che tutte le delusioni spariscono, quando si nutre la illusione dell'amore e che non vi sono morti, dove vive l'amore. Quattro mesi! Niente: e tutto.

Ma dietro questo tutto delirava lo spirito di Paolo Herz, nell'abbandono e il suo corpo soffriva, come se fosse crocefisso. Giacchè ella lo aveva lasciato. Così. Non aveva voluto più saperne di lui. Aveva finto per poco tempo, verso la fine. Era crudele, Luisa: ma molto logica, nella sua crudeltà. Quando non si ama più, non si ama più. Mancò ai convegni. Non rispose alle lettere. Non volle capire l'interrogazione disperata degli occhi di Paolo Herz, quando lo incontrava fra le persone: lo sfuggì, per quanto le era possibile, innanzi a una persecuzione ostinata, accanita che egli la faceva. Infine, ebbero un colloquio. Fredda muta, ma tranquilla, ella lo sogguardava, con gli occhi limpidi, dallo sguardo nitido e duro.

—Di' che non mi ami più!—gridò lui, in un accesso di furore, pronunciando la frase per lui terribile—Di' che non mi ami, non mentire più, bugiarda, bugiarda!

—Non mento, Paolo. Non ti amo più.

Esterrefatto, egli tacque. E nelle due o tre altre volte, quando annoiata, gelida, infastidita volgarmente, ella venne a lui, la stessa verità nuda e semplice sgorgava da quelle rosee labbra.

—Non ti amo. Non ti amo.

—Ma perchè, ma perchè?—gridava Paolo, folle di collera e di dolore.

—Così.

—Non sai la ragione?

—Non la so. Non ti amo, ecco.

—Sei una scellerata, sei un'infame.

—Sarà: ma non ti amo.

Che dire? Che fare? Chi non ama, non ama. L'uomo tradito, almeno, può uccidere. Ma chi non è più amato, non ha neppure il diritto di uccidere, egli ha avuto la sua parte di bene, quando è finita, non vi è più nulla da chiedere, nulla da pretendere. Che fare? Imporre l'amore? Come, come? Esso non s'impone, che quando l'altro non ha cominciato ad amare ancora; non già, quando ha finito. Creare dal niente, con un miracolo, si può: far risorgere un un morto, no. Che fare? Domandare la pietà della menzogna, la carità dell'inganno? Luisa Cima non possedeva nè il dono della carità, nè quello della pietà: e si seccava di mentire, allo scopo odioso di prolungare una falsa posizione. Che fare? Provocare in duello qualcuno? Chi? Perchè? Luisa Cima non aveva trovato il successore, ancora. L'occhio avido e geloso di Pietro Herz che la sorvegliava, dappertutto, non aveva ancora scovato il rivale. Ella svolazzava, lieta, tenera, brillante, capricciosa, e libera, libera, sovra tutto, godendo tutta la sua libertà, con una voluttà che ella non nascondeva. Che fare? Uccidersi? Ma Paolo Herz, ardentissimamente innamorato, non finiva mai di sperare che Luisa Cima sarebbe ritornata a lui, un giorno, più tardi, più tardi.

—Tanto l'amerò—pensava che ella s'intenerirà, E poi, si ricorderà… —quale amore simile al nostro?

Tenace e inutile speranza. Ella non voleva tornare, ella non era tenera che superficialmente e tenera solo quando amava: ella si ricordava, sorridendo e non rimpiangendo; il suo arido cuore non si dilatava, nella nostalgia, mai! Ella non riceveva più le lettere di Paolo Herz, restituendogliele chiuse; ella non andava, dove lo poteva incontrare, o vi andava serena in tanta indifferenza, da essere scoraggiante; ella resistette a qualunque tentativo, dei più folli nell'audacia, che egli facesse, per avere un colloquio; ella non sapeva, non voleva sapere quante notti egli passasse sotto le sue finestre, vegliando, con gli occhi rossi dalle lacrime, col passo di un fantasma. Nulla!

Del resto, non aveva ella ragione, innanzi alla ragione, di agire così? Torto poteva averlo; Luisa Cima, innanzi al cuore umano e alle sue arcane leggi: ma ella si rideva di questo cuore umano, come di un fiore rettorico.

Il dolore per l'abbandono di Luisa Cima ebbe in Paolo Herz uno stadio acuto di una violenza folle ed inane. Egli commise una quantità di atti irragionevoli, furiosi e strazianti nello stesso tempo, ma che non ottennero nessun risultato, nè di riaprire il picciolo duro cuore di Luisa, oramai serrato per sempre all'amore di Paolo, nè di placare il tormento dell'abbandonato. Egli dimenticò ogni dignità di uomo, innanzi a lei, arrivando a tutte le viltà e arrivandoci inutilmente, egli si degradò in tutte le concessioni, in tutte le umiliazioni senza ricavarne il più semplice compenso, la finzione della pietà, in Maria: giunse, Paolo Herz, uomo, intelligente, fiero, nobile a farsi disprezzare ed anche, a meritare il disprezzo di quella femminetta frivola e crudele. Fu, anche, Paolo Herz, senza pudore nella sua disperazione: non avendo nè forza, nè energia per reprimerla, per dissimularla, egli la mostrò a tutti, agli amici e agli indifferenti, ai parenti e agli estranei, egli trascinò questa disperazione dell'abbandono, dappertutto, nelle vie e nei caffè, nei salotti intimi e nei teatri, nelle conversazioni lunghe e folte di confidenze, come nei discorsetti brevi e leggieri. Per qualche tempo, egli attirò schiette compassioni e false compassioni: il compatirlo, l'esecrare Luisa, fu di moda: poi, la gente s'infastidì di questo volto tetro; e il ridicolo finì per affogarlo. Vari dettero ragione a Luisa Cima; era troppo noioso, troppo affliggente, Paolo Herz, ed ella aveva fatto benissimo a piantarlo. Anzi, Luisa attrasse a sè molte simpatie; diventò oggetto di curiosità amorosa; e l'abbandono di cui ella aveva desolato il cuore di Paolo, le conquistò due o tre amori, in cui ella poteva scegliere, se volesse, il miglior successore. A un certo punto, dunque, quattro mesi dopo l'abbandono, Paolo Herz si trovò in uno stato d'anima, anche più atroce di quattro mesi prima: non solo senz'amore, ma senza stima: non solo senza felicità, ma senza coraggio per sopportare l'infelicità: non solo triste mortalmente, ma avvilito: non solo assorbito in un'idea ed in una immagine ma incapace di trovar distrazione: non solo disprezzato, ma disprezzantesi. Tutto il suo mondo interno era crollato: e nessuno, nessuno, nè gli altri, nè egli stesso potevano ricostruirlo. Pensava, spesso, di dover morire; decideva, spesso, di uccidersi. Ma Luisa la piccoletta timida, la paurosetta vezzosa, aveva anche reso vile Paolo. Egli non combatteva neanche più col dolore, come le creature umane che hanno ancora una volontà, correndo l'alternativa di vincere il dolore o di farsene vincere. No. Egli si lasciava colare a fondo, ma senza naufragio completo, ma senza catastrofe. La gente levava le spalle, infastidita, vedendolo.È un imbecille—dichiaravano gravemente molti sciocchi. Paolo trovava che quegli sciocchi avevano ragione.

Fu verso il novembre che Luisa Cima partì, col marito. Una terza luna di miele, si diceva, e non era quasi una malignità, tanto ella stessa lo faceva intravvedere, tanto ne sorrideva, con una gran tenerezza negli occhi scintillanti. Paolo Herz, non lo seppe che dieci giorni dopo la partenza: e nella immensa fiacchezza sua, non fece un passo per raggiungerla. Vagamente, nella sua testa si formava il progetto di uccidere il marito di Luisa, così, un progetto nebuloso e velato: ma il suo spirito a poco a poco cadeva in un torpore grande, quello che sovraggiunge dopo i grandi esaltamenti. Una sonnolenza morale e anche fisica finiva per dominare la sua vita, quella dei bimbi che hanno troppo pianto. L'autunno era molto triste: e in cerca di maggior silenzio, di maggior tristezza, egli andò via, una mattina, recandosi in un lontano e brutto paese di provincia, dove aveva una casa, dei beni, dei coloni. Intendiamoci, non era in campagna, non era in una villa, non era in una fattoria: ma proprio in una casa provinciale, fredda, nuda, polverosa: in un paese pieno di gente meschina e goffa: in un ambiente così assolutamente diverso, così contrario a ogni poesia, a ogni estetica, a ogni eleganza, che Paolo Herz potette veramente credere di essere lontano seimila miglia di cammino e cento anni di tempo, dall'ambiente dove aveva amato Luisa.

Fu in questo paese antipatico e in quella solinga casa che il dolore di Paolo Herz, si fece meno acuto e più profondo: fu colà, dove nulla e nessuno parlava al suo cuore e alla sua fantasia, che egli entrò in quel pericoloso, fatale periodo della familiarità col dolore. L'eccitamento folle era caduto: l'alta temperatura si era abbassata: l'acuzie si era moderata: ma l'infermo era entrato in una morbosità cronica, anche più temibile, poichè di queste non si guarisce. Innamoratissimo: non con la passione acre e mordente di un uomo che il giorno prima poggiava il suo capo sovra un seno amato e che è stato brutalmente scacciato da questo seno, ma col desiderio languido e lacrimoso di chi tende le braccia a una figura sparente, e le braccia ricadono vuote sul freddo e anelante petto. Non più, nel sangue, il bollore vulcanico che consuma l'energia e che lascia solo rovine fumanti, sul suo passaggio: ma il gelido, tenace brivido della solitudine amorosa, questo ribrezzo grande del non esser più amati, questo sgomento quasi infantile di chi si sente non protetto da nessun amore. La violenza era distrutta: ma restava la perseveranza, l'ostinazione, queste forme così spaventose del sentimento. Giacchè, in questa trasformazione dello stato d'anima di Paolo Herz, tutto il vecchio fondo sentimentale, soffocato nell'anima, prendeva il disopra, si allargava, si effondeva dovunque, si costituiva permanentemente. Le creature passionali sono, infine, le più fortunate, nelle battaglie dell'amore: la vittoria è rapida, l'intensità del trionfo è inebbriante, il dolore della fine è alto, ma breve, la loro guarigione è facile, ed è spontanea. Le anime sentimentali sono destinate alle lunghe e tenaci sofferenze, quasi sempre inutili e quasi sempre incapaci d'ispirare pietà.

Così, l'ossessione che l'immagine di Luisa Cima esercitava, in quel lontano paese, in quella bruttissima casa, sullo spirito e sui nervi di Paolo Herz, diventava sempre meno sensuale. Le scene di grande ebbrezza che, nei primi tempi, lo avevano torturato sino al delirio, adesso si allontanavano nelle brume della memoria: e tutto quello che era affetto, tenerezza, effusione di amore candido e buono, si faceva più preciso, più assorbente.

Inconsolabile rimpianto non tanto dei baci ardenti, delle supreme gioie, quanto delle miti carezze, delle dolci parole, delle voci amorose, delle soavi comunioni dello spirito! Inconsolabile, inconsolabile, il povero deserto cuore sentimentale, perchè gli era mancato per sempre il pascolo dei suoi più alti e più puri desideri, perchè gli era stato tolto l'amore, l'amore caro e bello, l'amore tutto giovinezza e tutto innocenza, l'amore che è sorriso, giocondità, festa celata del cuore e fulgore di luce negli occhi! Nei lunghi sogni Paolo Herz cercava di ricordare tutto, ogni scena, ogni motto, ogni intonazione del volto di Luisa, quando era giunta al convegno, quando ne era partita, cercava di fissare tutta la istoria sentimentale di questo amore: e nell'impeto solitario di un cuore ammalato della nostalgia d'amore, salivano ai suoi occhi le dolenti lacrime che nessuna mano di donna avrebbe rasciugato mai più. Poche, scarse, rare, gelide lacrime che chiunque ha amato con tenacia, con fedeltà, anche nell'abbandono, conosce bene: e che sono più amare e più corrodenti di tutti i singulti della passione. Gli si gelavano sulle palpebre, sulle guance, mentre il pallido viso dell'abbandonato ancora più si scolorava, nel lento, molle e ostinato dolore.

Così il suo amore per Luisa Cima, distaccato dalla immagine viva e parlante, finiva per adorare un fantasma assai più bello, assai più gentile: questo amore diventato solitario, monologo profondo di dolore, prima, di mestizia, poi, si sollevava dai bisogni terreni; questo amore, nell'abbandono, obbliava le oramai lontane feste della passione, e si spiritualizzava. Dai sensi liberati, dai nervi placati, dalle fibre atonizzate, l'amore di Paolo Herz per Luisa Cima, passava nelle contemplazioni dolci e dolenti sentimentali, viaggiava nelle purissime regioni dell'anima.

E nel silenzio della gran casa deserta di provincia, in un'ora alta della notte, solo con la sua coscienza e con Dio, innanzi alle lontane stelle, egli giurò, a se stesso e all'arcano Spirito delle anime, che, per sempre, egli non avrebbe amato che Luisa Cima sino alla morte, e che giammai avrebbe violato la fedeltà a questo amore. Quello che egli non aveva mai voluto giurare, nella pienezza dell'amore corrisposto, nelle ore più alte e più larghe di felicità, lo giurò quando era stato abbandonato, quando la creatura crudele e perversa gli aveva volto le spalle. Era uomo, allora, ed era nel massimo vigore della sua salute e della sua mente; egli conosceva tutte le invincibili miserie della natura umana, tutti gli errori del sentimento, tutti i tranelli degli istinti, e sapeva bene che non si può giurare, quando si ama! Ma tolto bruscamente dalla realtà palpitante della passione, gettato in pieno sogno di dolore, esaltato dal suo spasimo, egli assurse ad un'idea più nobile e più pura di questo amore, egli credette poterlo collocare a tale altezza che nessuna delle umane macchie potesse lederlo. Quando Luisa Cima era nelle sue braccia, quando eran suoi la piccola anima malvagia e il leggiadro piccolo corpo, non aveva avuto fede nè in sè, nè nel sentimento: quando ella si era a lui strappata, per sempre, giurò, giurò che egli sarebbe stato suo, non più di nessun'altra, suo, suo, unicamente suo.

Egli navigava, così, in una allucinazione completa. Tutto il sentimentalismo della sua natura, adesso, trionfava sul resto della sua esistenza o ne trasformava ogni manifestazione. Di nuovo, egli scriveva a Luisa Cima, ogni mattina, ogni sera, delle lunghe lettere, come ai bei tempi, quando le ore brevi del distacco erano ancora abbreviate da questa corrispondenza epistolare; egli le faceva delle domande, delle interrogazioni quasi che ella fosse lì, per rispondergli, quasi che giammai si fosse interrotta la loro comunione di spirito. Queste lettere, egli non le mandava; eppure bizzarramente, egli ne aspettava la risposta, egli riprendeva a scrivere, rimproverando dolcemente l'amata. La sua illusione talvolta, si prestava a miraggi incredibili. Egli si faceva portare, da un giardiniere che aveva il gusto dei fiori, in quell'atroce paese di provincia, dei fasci di fiori, gli ultimi rami degli arbusti autunnali e li riuniva nel modo che ad essa piaceva: e mettendoli nei vasi, pareva che preparasse tutta la bellezza floreale di quell'antico nido d'amore, dove si vedevano, dove egli passava tante ore, anche senza lei, prima che ella giungesse, nella impazienza dell'attesa, dopo che ella era partita, nella contemplazione serena della felicità. Ah non dovea più giungere, Luisa, coi suoi piedini, trottanti nelle sue scarpette, col suo bel volto dietro la sottile veletta, ma che importa, egli l'aspettava ancora, egli l'aspettava sempre, egli l'amava ed era suo!

Il suo squilibrio si faceva più grande, come il tempo passava. La solitudine di quelle tristi giornate di autunno, in quella bruttissima casa vuota, l'aggirarsi sempre in quelle stanze deserte e sonore, il non uscir mai, il fuggire ogni contatto umano, creavano a Paolo Herz un ambiente strano, ma pur confacente alla sua allucinazione sentimentale. Privato di ogni spettacolo umano e di ogni sua seduzione, distratto da ogni cosa che questo segreto, taciturno amare non fosse, non sapendo, non volendo altro che amare solitariamente, sconsolatamente, disperatamente Luisa Cima, tutto era favorevole a questo ultimo sviluppo del sentimento. Nulla che non fosse grigio e monotono e mesto, intorno a lui; non una, delle lusinghe della vita che lo attirasse. In certi momenti, in una suprema menzogna che la sua anima gli diceva, egli credeva di aver disciolti i legami duri che vincolano l'uomo all'argilla: gli pareva di aver potuto compiere il miracolo di essere un'anima, solamente un'anima, fatta di una purissima essenza spirituale, nudrita di amor puro. Solingamente, egli ebbe un eccesso d'inane orgoglio. Gli sembrò di essere diventato una creatura perfetta. Egli solo sapeva amare. Cacciato via, egli si ostinava ad amare; abbandonato, egli restava costante; schernito, egli era ancora l'umile adoratore; brutalmente vilipeso, egli restava buono, onesto, fedele. Sovra tutto, fedele! In alto, in alto era messa Luisa, nel suo spirito e nessuna mano poteva tentare di abbatterne la figura, di toglierle quel unico posto. Nessuna mano! E, superbamente, egli credette che giammai prima, giammai più, nel mondo, una donna era stata amata, potesse essere amata, come Luisa Cima da Paolo Herz.

Nella metà di dicembre, in una notte freddissima, Paolo Herz decise di partire; e all'alba livida, gelida, egli entrò nel treno che lo doveva ricondurre in città.

Chérie era lunga distesa, sulle pelliccie bianche e morbide che coprivano un gran divano basso: e la sua testolina bionda arruffata si affondava nei piccoli e molli cuscini di seta bianca. Una gran vestaglia di mussolina di seta, tutta nera, a piegoline fitte, dal capo ai piedi, la vestiva mollemente e appena lasciava vedere, nelle sue onde nere smorte, i lunghi e sottili piedi, calzati di finissime scarpette nere, quasi senza tacco. Ella era sola: e non faceva nulla. Non si annoiava neppure. Teneva le braccia incrociate dietro il capo e guardava il soffitto a cassettoni del suo magnifico salone, così austero nel suo addobbo e nel suo mobilio. Ella non fumava, non dormiva, non sonnecchiava, non sognava: stava, così. Erano le tre pomeridiane, pioveva e il cielo era basso, plumbeo e triste. Paolo Herz entrò.

—Oh caro uomo, vi si rivede!—ella disse, con una espressione molto gentile e non mancante di cordialità.

—Non ero morto—egli rispose, formando un pallido sorriso.

—Non l'ho mai pensato. Lontano, eh?—e gli dette la mano.

Egli baciò quella mano, lievemente, ma la trattenne un pochino sotto le sue labbra.

—Lontano, sì.

—Un gran viaggio? Dove?

—Che viaggio! Una dimora in provincia, niente altro, Chérie.

—Noiosa?

—No.

—Triste, allora?

—… sì.

—Eravate voi, triste?—domandò ella, con la sua meravigliosa voce cantante un'armonia strana.

-… non so. Credo… credo che sia stato io, triste—Paolo Herz soggiunse, vagamente.

—E vi siete consolato, Paolo?

—M'immagino di no… certamente, no.

—Eh! passerà—ella mormorò, con un tono di voce profondo e toccante.

—Questo dite voi, Chérie?

—È così. Passerà

Un silenzio. Egli era seduto accanto a lei, ma non vicinissimo.Adesso, ella teneva le braccia e le mani abbandonate lungo la persona.Sul nero, le mani erano candidissime: ma troppo gemmate.

—Dove siete stata, voi, Chérie?

—A Saint-Moritz.

—Bello, è vero? Ci manco da tre anni.

—Bellissimo. Ma quell'aria mi ha fatto male, un poco.

—Qualche cosa può farvi male, Chérie?

—Pare. Ci respiravo male. Credereste, Paolo? Vi è stato un medico malinconico che pretende essere ammalato il mio cuore.

—Il vostro cuore, Chérie?—e un po' di sorpresa gli si dipinse sul volto.

—Supponete che io non abbia cuore Herz? Quando vi voglio tanto bene—e la disinvoltura era velata da una espressione sincera.

—Anche io ve ne voglio moltissimo; ma ciò non prova nulla.

—Nulla.

—Come può essere ammalato, il vostro cuore? Siete così florida e leggiadra!

—Vi piaccio, eh?—-diss'ella, con un sincero moto di soddisfazione, che quasi, escludeva la civetteria.

—Assai.

—Meno male—mormorò la—donna, con un discreto sorriso.

—Cioè?

—Era tempo che vi piacessi un poco, abbastanza, moltissimo—ella proferì, con la bella voce toccante.

—Non è mai tardi—egli soggiunse, con galanteria.

—Allora, è inteso che mi fate la corte?—disse Chérie, ridendo e battendo le mani.

—È inteso.

—Continuate, allora.

Egli la guardò trasognato, e tacque. Chérie si era subitamente fatta pensosa.

—Siete stata sola, a Saint-Moritz?—e fece uno sforzo per parlare.

—Solissima.

—E Carlo?

—Carlo è partito—ella disse, a bassa voce, voltando il capo in là.

—E da quando?

—Da luglio.

A quella data, egli fece un fugace atto di sorpresa.

—Ritornerà presto?

—No: non presto—e le candide dita scherzavano con una gran croce di turchesi che le pendeva sul petto.

—Ma ritorna?

—Forse, no.

—Dove è andato?

—In Australia.

—E perchè?

—Era rovinato, poveretto—e la sua voce aveva una schietta intonazione di pietà.

—Poveretto!

—È incredibile quello che io spendo, senza accorgermene—confessòChérie candidamente.

—Vi voleva ancor bene, quando è partito?

—Un pochino, credo.

—E voi?

—Anche io, un pochino.

—E… dunque?

—A che serviva, restare? Egli avrebbe sofferto molto più: e mi secca, far soffrire.

—Siete buona, voi.

—Non sempre, non sempre. Ma tutti siamo capaci di far male.

—Tutti, tutti—egli ripetette, pian piano.

Ella lo guardava, ora coi suoi begli occhi di un così largo e fluido azzurro.

—Vi ha scritto, dall'Australia?

—Due volte, delle lunghe lettere.

—Gli avete risposto?

—Non troppo—ella disse, lealmente.

—Perchè non troppo?

—A che lusingarlo?

—Il cuore è già occupato, di nuovo?

—No—dichiarò Chérie, semplicemente.

—E che fate?

—Mi riposo.

—Perchè non amate un poco me?

—Io vi amo—-ella disse, con chiarezza—ma non serve.

—È una cosa molto graziosa essere amato—mormorò lui, prendendo una delle mani di Chérie e tenendola fra le sue, senza stringerla, giuocando con le bianche dita troppo gemmate.

—Vi piace, Paolo?

—Non mi è mai piaciuto altro nella vita.

—L'amore?

—Essere amato, quando amavo.

—E vi è sempre accaduto, è vero?

—L'ho supposto—egli disse, con un sorriso fra ironico e mesto. Ma chi ne sa nulla!

—E ora?

—Ora… ora vuota, Chérie—soggiunse lui, con un sogghigno, per indicare che quella freddura non era il segnale dell'allegria.

—Non vi amano?

—No.

—E perchè?

—Non ne sono degno, pare.

—Poveretto, poveretto—disse la biondissima, con la sua cara voce armoniosa.

—Brava, compatitemi pure così. Ditemi delle altre parole di pietà, con la medesima voce.

—Vi fan bene?

—La vostra voce è balsamica.

—Se la ferita è troppo profonda, essa non guarisce, povero Paolo—diss'ella, additando il cuore e sfiorandolo lievemente con la mano.

—Provate, provate.

—E se sbaglio la cura?

—Ciò non guasterà l'alta vostra reputazione sanitaria, Chérie.

—Mi seccherebbe, non guarirvi—mormorò, un po' pensosa.

—Perchè? Per amor proprio?

—Non so. Credete di essere il primo, venuto da me, in un giorno di tristezza, a piangere il suo dolore e a chiedere dei sorrisi?

—Non ignoro la vostra missione di consolatrice universale. Ma io non piango, vedete. Sono sulla via della guarigione.

—Da quando?

—Da tre quarti d'ora.

—Benissimo, benissimo, fatemi la corte—e rise un poco.

—Mi accettate?

—Si accetta sempre un corteggiatore.

—Poco buona, Chérie, in questo momento!

—Io? ella domandò, distratta, mentre egli le aveva preso le due mani e le baciava, ora l'una, ora l'altra, con piccoli baci che parevano dei soffi.

—Le vostre mani sono più buone delle vostre parole—e si chinò per darle un bacio sulle labbra.

Ma ella, con moto vivace, sebbene senza ira, lo schivò.

—Cattiva!—egli disse con molta dolcezza, ma con una vera emozione nella voce.

—Pessima—Chérie aggiunse, ridendo.

—Me ne vado—e si alzò, Paolo, senza guardarla.

Ella lo seguì, con gli occhi, attentamente; ma quando ebbe fatto pochi passi verso la porta, lo richiamò:

—Paolo, Paolo!

Qual voce, in quelle due sillabe! Che melodia tenue e soave! Egli ritornò e venne ad inginocchiarsi presso il gran divano bianco dove ella giaceva.

—Scellerata creatura, mi richiami, adesso?—e tentò novellamente di baciarla.

La resistenza fu più debole. Un leggiero rossore si distendeva sulle guancie e sulla fronte della bellissima creatura.

—Che vuoi, dunque?—ella domandò, a bassa voce, levando la testina, per guardarlo negli occhi.

—Che tu mi voglia bene, un poco.

—Io te ne voglio.

—Come agli altri tuoi amici?

—… già.

—Diversamente, voglio.

—Tu vuoi essere amato,pour tout de bon?

—Sì, cara.

—Si dice Chérie e non cara.

—Chérie, Chérie, Chérie!

—Il mio cuore è malato, non posso amarti.

—Sono bugie dei medici.

—Ti assicuro… pare che io lo abbia consumato.

—Consumalo un pochino per me, Chérie.

—Paolo, Paolo, io sono stata malata a Saint-Moritz.

—Chérie, tu sempre così allegra, fai la Margherita Gauthier, adesso?

—È una sciocchezza, io sto benone—proclamò ella, con un grande scoppio di risa. I bianchissimi denti scintillavano, fra le labbra umide.

—Ridi, ridi ancora un poco—egli le disse ansiosamente, tutto rinfrescato, tutto confortato da quella florida gioventù, da quella gaiezza serena, da quella bellezza deliziosa.

—Io morirò in una risata, sembra…—e rise ancora, così seducentemente, che egli restò incantato.

—Tu sei la giovinezza; tu non puoi morire. Chérie, Chérie, tu avrai sempre venti anni!

—Si ha venti anni, quando qualcuno ci ama.

—Ti ama il mondo intiero, io credo.

—Ma no.


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