VII.

—Fa malissimo, allora.

—Tu non mi ami, intanto.

—Io? No. Ti adoro.

—Voi mentite, signore—ella gridò, con un tono delPadrone delle ferriere.

—Io ve lo giuro, signora marchesa—-disse lui, imitandola.

—Su che lo giurate voi, dunque?

—Su quanto ho di più caro al mondo, signora, l'onore.

—Non sugli avi vostri?

—Sì, su quei tedeschi che non ho mai conosciuti, su quegli Herz che non erano neppure dei filosofi.

—Ma che ti hanno lasciata una bella fortuna, Paolo.

—Essa è vostra, Chérie.

—No, no, non mi parlar di denaro, mi secchi—e impallidì, preoccupatissima.

—Se vai in collera, sono pronto a dichiararmi un pezzente. Voi siete amata da un gentiluomo povero, Chérie, poverissimo.

—Giura che mi ami!

—Io, Paolo Herz, sul mio onore e sulla mia coscienza, giuro di amare di ardente amore la signora Chérie…

—Da quando?

—Da un'ora e sette minuti, lo giuro, con l'aiuto dell'orologio.

—Scrivi ciò—ella disse, levandosi, portandolo presso un grande tavolino di legno scolpito, dove era un immenso calamaio dell'Impero. Gli dette un largo foglio di carta bianca, una penna d'oca e chinandosi su lui, ripetette:

—Scrivi.

Ma mentre si chinava, ella non seppe schivarsi ed egli la baciò fuggevolmente. Nè quelle labbra potettero frenare un sorriso.

—Scrivi, scrivi—disse la bella voce, un po' velata.

Invero, egli ebbe un minuto di esitazione, prima di scrivere: un leggiero pallore gli si distese sul volto: e parve che innanzi ai suoi occhi fluttuasse una immagine. Ma nell'aureola bionda dei capelli arruffati di Chérie tante scintille correvano gaiamente, attraverso il fiore rosso della bocca schiusa come un anello, i bianchissimi dentiguardavano, guardavano ridendo e infondendo giocondità. Paolo Herz ebbe come una sferzata, come un sussulto di vita: una fiamma lieve fece dileguare il pallore del suo viso; egli scrisse, rapidamente. In piedi, fissando sulla carta quei suoi grandi occhi, che nuotavano nell'azzurro, Chérie seguiva quella mano rapida che scriveva. Con un gesto immediato, ella versò sulle poche righe un'arena micacea, azzurra a scagliette d'oro, e ripiegato il foglio, lo ripose. Va bene?—egli domandò, voltandosi e sorridendo.

—Benissimo—ella rispose, con voce lenta, come pensando ad altro—È scritto, adesso.

—Quello che è scritto, è scritto—e si levò, portando negli occhi il desiderio di quella giovinezza, di quella bellezza.

Mutamente, con dolcezza, ella si sciolse da quel tentativo di abbraccio.

—Perchè no, perchè no?—egli domandò, con ansia, con tristezza.

—Così—ella disse, con una smorfietta graziosa.

—Se ho scritto!

—Tanto meglio.

—Siete voi una volgare civetta, Chérie?

—Non so… non mi pare. Sono civetta molto, questo è certo.

—Io vi domandavo un po' di cuore, mia cara!

—Malato?

—Come me lo volete dare. Un pochino, mi basta.

—Tutto, sarebbe troppo, è vero? e lo guardò negli occhi, volendoli scrutare.

—Quello che tu vuoi, cara—esclamò lui, un po' follemente.

—Tutto, per poco tempo, allora?—-e di nuovo gli rivolse uno sguardo scrutatore.

—Tutto, sempre, diletta!—esclamò Paolo Herz, che adorava quella donna poichè gli piaceva enormemente.

—Vieni questa sera—ella disse, presto, con una completa, tenera e appassionata dedizione, nella voce.

—A che ora?

—Alle undici.

Fu un soffio, quella voce, sulle due ultime parole; un soffio che era una carezza, un bacio, un abbandono. Egli s'inchinò profondamente, innanzi a lei: le prese la mano, che ella gli stendeva e la baciò appena, sfiorandola sulle dita ripiegate.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nel cadente pomeriggio di autunno e nella sera, Paolo Herz portò nei sensi e nel cuore una ebbrezza di vita traboccante, come da tanto tempo non aveva mai provata. Una improvvisa primavera era rifiorita nella sua anima e gli parvero persino odorosi e voluttuosi i pallidi crisantemi, e ricche e appassionate perfino le povere rose thea, fiori di novembre, che egli mandò, da tre o quattro fiorai, in casa di Chérie. Tutto un novello calore gli inondava il sangue e gli saliva, a sbuffi, al cervello, come se, debole e convalescente, egli avesse bevuto un bicchiere di vino generoso. Egli andò per le vie a piedi, guardando la gente e sorridendo ad essa, come se la conoscesse: si fermò a una quantità di vetrine, incantato delle cose belle che serravano, e volendo cercarne una bellissima per donarla a Chérie. Un bisogno pazzo lo assaliva di parlare, di ridere, di spendere molto denaro, di vivere largamente, con quella donna accanto, immersa nelle più raffinate e più ardenti eleganze: un rigoglio di giovinezza eccitava tutto il suo organismo e gli dava un bisogno assoluto di esser felice materialmente e moralmente, nelle braccia di quella donna così giovane e così bella, dalla voce così toccante, dalle parole così voluttuosamente tenere e non scevre di malinconia.

Innamoratissimo! In quelle non molte ore che lo dividevano dalle undici di sera, egli ebbe quasi sempre la allucinazione fresca e fiammante, insieme, della persona di Chérie. Ora pareva che lo guardassero quei grandi occhi azzurri, dalla cornea non bianca, tutta a riflessi azzurri, dalle ombre azzurre, sotto le palpebre: e gli sembravano un mare di dolcezza, senza nessuna velatura di malizia, di perfidia, di quelle malaugurate cose odiose, che tante volte appariscono, spesso involontariamente, negli altri occhi femminili. Ora pareva che, innanzi a sè, si muovesse l'alta persona un po' troppo alta, ma così veramente flessuosa: e l'innamoratissimo pensava che, Chérie, quando era sdraiata sul gran divano, sembrava più piccola, pur conservando la grazia e la nobiltà della sua figura. Talvolta, in una allucinazione anche più palpabile, sotto i suoi occhi, a breve distanza, gli sembrava che apparissero e sparissero quelle mani bianche dalle dita troppo cariche di pietre preziose, dalle vene di una delicata tinta fra l'azzurro e il violaceo, dove vi fosse anche del grigio: e più ancora, più ancora, egli ebbe, due o tre volte, la sensazione di quel bacio, di quel solo bacio, che egli aveva dato sulla bella bocca e dalla quale lo aveva ricevuto, trovandovi il senso fuggevole, ma profondo di un aroma misterioso. Egli si sorprese, o piuttosto non si sorprese punto, anzi si dilettò a pronunziare spesso il nome della diletta, con lentezza e con passione, con una costante espressione di desiderio e d'invocazione:

—Chérie, Chérie, Chérie!

Egli andò in una trattoria di prim'ordine, verso le otto; e si ordinò un pranzo squisito. Aveva un grande appetito, egli che non mangiava da tanto tempo che per cibarsi: gli amici si accostarono a lui, scambiò saluti, parole, scherzi con tutti: offrì delkummel, delle sigarette. Rise molto.

Ma temendo di sospingere troppo l'ebrezza che lo teneva dal pomeriggio, non volle bere vino e liquori: viceversa, fumò molto, cercando addormentar l'impazienza dei suoi nervi, volendo dimenticare l'ora del convegno, per ricordarla, ad un tratto, quando fosse prossima, con immensa delizia. Innamoratissimo, anche quando uscì nel freddo e nell'ombra della via e rientrò nella sua casa deserta: egli ardeva di passione, come un giovanotto ventenne al suo primo convegno d'amore e si andò a guardare nello specchio, per vedere se era abbastanza bello per quella bellissima donna.

Due ore ancora, lo dividevano dal convegno di Chérie. Egli aveva già fatto per le vie dei giri rapidi e lieti, incantato della serata di autunno, seguendo con lo sguardo le donne che passavano, udendo con delizia dei piccoli brani di colloqui d'amore, da qualche coppia che passava. Era il momento in cui tutti si recavano ai teatri, ai caffè, ai ritrovi serali: e gli pareva di scorgere, a Paolo Herz, nel volto di tutti quanti, come un desiderio intenso e frettoloso, un pallor d'ansietà, la voglia di arrivar presto dove era il proprio amore, il proprio vizio, la propria consuetudine. Egli stesso, ogni tanto, fremeva d'impazienza: ma era una impazienza voluttuosa e tranquilla, insieme; qualche cosa di profondamente desideroso, ma di placido nella certezza della imminente soddisfazione. Pure, quell'andare per le vie, tutto solo e rapido nella sua estasi, a un certo punto gli spiacque. Temette che quell'ardore giovanile onde vibravano gaiamente le sue vene, svanisse al contatto troppo prolungato dell'aria notturna: egli voleva conservare, intatta, tutta la rinnovata fiamma messagli nel sangue, nei nervi, nel cuore da Chérie. Rientrò a casa sua; avrebbe aspettato, sdraiato, tentando di leggere—avrebbe potuto leggere?—tentando di sognare—oh, avrebbe certo sognato!—sino all'ora di recarsi direttamente dalla bella e ammaliante donna.

Subito, in casa, fece accendere dal suo servo tutti i lumi: non amava le penombre, quel suo rigoglio di vita: aveva necessità di chiarore largo, di visioni nitide e precise. Si gittò in una poltrona, prese un libro: ma i suoi occhi s'immobilizzarono sovra le righe nere, senza intenderle: e ancora la snella figura vestita di bianco gli riapparve nell'aureola bionda e scintillante dei suoi capelli arruffati di bimba, col collo un po' gracile fra i merletti della vestaglia e il passo ritmico, ondeggiante senza rumore.

—Chérie, Chérie—egli mormorò in preda a uno struggimento di tenerezza.

E immediatamente un ricordo lo colpì. Questo innamoramento così improvviso e completo, questo vivido abbandono dello spirito, e questo ardore dei sensi, egli l'avea provato un'altra volta. Aveva venti anni allora, e una giovinezza appena sfiorata da certi amoretti fugaci, da certi capricci molto intensi, ma molto brevi. Una bellissima donna gli era apparsa, allora: ma quasi vicina ai quarant'anni, espertissima della vita e delle sue passioni, ella aveva guardato con indulgenza, niente altro, il trasporto amoroso di Paolo Herz. In verità egli aveva delirato per questa donna, più vecchia di lui di circa venti anni; egli si era rotolato sul letto, singhiozzando e mordendo i cuscini nel dolore dell'amore non corrisposto; egli aveva voluto morire, perchè Beatrice Somma non voleva amarlo. Infine un giorno la bella donna si decise: fu per pietà, fu per lassezza di combattere, fu perchè il suo cuore aveva subito un estremo assalto di tenerezza?

Chi sa! Ella disse di sì. Si rammentava bene, Paolo Herz, che ebbrezza era stata la sua, noi giorno del primo appuntamento, e come egli aveva avuto la febbre vorace dell'impazienza, spezzando il suo orologio, andando per le vie come folle. Poi… che era accaduto, poi? In un momento di maggiore impeto d'amore, donna Beatrice gli aveva detto, malinconicamente:

—Non giurare, non giurare: verrà giorno in cui non saprai se io sia morta o viva.

Lo sapeva egli, forse, se donna Beatrice Somma fosse morta o viva? La sua passione, soddisfatta, era durata assai poco: ella l'aveva veduta finire, con viso calmo in apparenza, ma forse straziata da questo ultimo errore che aveva commesso. Era partita donna Beatrice; sparita. Morta o viva? Aveva delirato per lei: per lei aveva desiderato la morte: ma non ne sapeva nulla.

Questo inaspettato ricordo gli fu increscioso. Malgrado la pienezza dell'entusiasmo amoroso che aveva per Chérie, vi era in un cantuccio del suo spirito un segreto terrore che questo entusiasmo si diminuisse o svanisse, per qualche ragione misteriosa, per qualche insidia. Aveva paura di un'insidia, che gli togliesse quel vivace germoglio di tenerezza, quel fiore di simpatia irresistibile, quell'ampiezza di vita morale e fisica che lo esaltava, da varie ore. Scacciò la immagine di donna Beatrice Somma, quasi con un atto meccanico, passandosi le dita sulla fronte si raccolse un momento e tutta la scena del pomeriggio, con Chérie, gli riapparve, da quel sorriso buono e amichevole dell'entrata, fino a quel bacio varie volte conteso e infine concesso; da quelle vaghe parole di conforto, che ella gli aveva detto con una voce così ammaliante, sino a quel sì, che consentiva, e che era stato un alito, più che una parola. Subito, riarse del trasporto più violento, con un'allucinazione amorosa replicata e sempre più nitida: e maledisse l'ora che non fuggiva abbastanza presto, consumando, invece, in lui, tutto questo entusiasmo.

—Chérie, Chérie, Chérie—andava dicendo, per la casa, mentre riprendeva i guanti e il bastone, mentre si rimetteva il soprabito.

Andò a piedi, piano. La città, adesso, era molto meno popolata: tutti erano nei teatri, e nei ritrovi, quelli che facevano ora tarda: e quelli che rientravano presto, erano rientrati. Nella via, a capo basso, egli pensava alla imminente notte di amore che andava a ritrovare, lassù, presso una creatura squisita nel piacere e nell'amore, così bella e così fine: così buona nel fondo del suo carattere e così inconscia del male che commetteva. Un batticuore gli cresceva nel petto: così nel giorno in cui era andato da donna Beatrice Somma e che rimproverato dolcemente da costei, che fosse più tardi del convenuto, egli aveva infranto il suo orologio, sotto il piede rabbioso! Lo stesso palpito: e dopo, non aveva egli desiderato, tenacemente, che nessun orologio esistesse più, perchè donna Beatrice non conoscesse mai l'ora, mai più, e non si accorgesse dei suoi continui ritardi? Che fastidiose memorie!

Il villino di Chérie era immerso nell'ombra: egli suonò il campanello del cancello: esso si schiuse, senza che nessuno comparisse ad aprirlo. Cautamente egli camminò sul terreno del viale: palpitava, d'ansietà. Nessuno, nell'immensa anticamera vuota: egli lasciò il cappello e il soprabito e penetrò nel salone, pieno di tenui penombre. Chérie era sdraiata sullo stesso largo divano, come al mattino: era tutta vestita di nero, di una seta molle e opaca, una vestaglia a forma di tunica, le cui ampie maniche si rovesciavano, lasciando le braccia nude sino alle spalle. Non un anello nelle perfette mani, incrociate dietro la testa. Ella lo salutò, egli era pallidissimo: pallidissimo.

Chérie dormiva, fra la bionda aureola dei suoi capelli, un po' diffusi sul guanciale: la lampada veneziana, presa da un palazzo ducale, ardeva ancora nei suoi foschi vetri di un verde oscuro, quando già il sole era alto. Dormiva, quietamente, con la bocca un po' schiusa e umida, sui denti bianchi e brillanti. In piedi, presso il gran letto a colonne, nello stile di Enrico II, Paolo la guardava dormire. Forse la luce verde dava riflessi lividi a quel volto di uomo, o pure egli era livido? Ella sorrise, nel sonno: mosse lievemente la testa, come se volesse parlare ed egli si chinò su lei, quasi a raccogliere il segreto di quel sogno. Ma, subito, si rigettò indietro: aveva trasalito, come ad un avvertimento interiore. Stava da tempo così: non osava svegliare la placida dormiente, tutta rosea nel suo sonno giovanile, spirante la leggiadrìa delle creature fatte per l'amore e a cui l'amore dà tanto fascino. Ma quell'ombra, quella luce verdastra, quei grandi mobili austeri fra cui la bionda amava di vivere, come a contrasto di quella sua beltà fresca e vivida, lo opprimevano: fuori vi era la luce, vi era il sole ed egli si sentiva soffocare. Due o tre volte, aspettando che ella si svegliasse, gli era venuta una voglia frenetica di fuggire. Scappar via, solo, scappare lontano, andare a gittarsi in un posto deserto, fuori dei viventi, lontano da Chérie, non volendola vedere più, non osando sostenere il suo sguardo! Questo progetto folle e ardente lo riarse, due o tre volte; ma una volontà fuori di lui, almeno egli credeva fuori di lui, lo teneva inchiodato, nella calante mattinata, di fronte a quel letto, innanzi a quella bella donna profondamente presa dal sonno. Che avrebbe detto, ella, trovandosi sola allo svegliarsi? Avrebbe forse creduto a una villania o ad una pazzia? Avrebbe ella supposto che egli fosse andato a uccidersi? Così, egli pensava: e restava, inchiodato, immobile, incapace di dare le spalle a quel caro volto fresco, a quei capelli biondi, sparsi sulla batista dell'origliere; restava, vinto egualmente dal ribrezzo di sè, dalla paura, dalla pietà. A un tratto, l'idea di parlare con Chérie, di dirle qualche cosa, gli fu insopportabile; fissava con occhio attento quella bocca bella socchiusa, da cui sarebbero uscite, forse fra un minuto, le parole di saluto, di interrogazione, a cui avrebbe dovuto rispondere ed ebbe un moto di orrore. Facendo uno sforzo supremo, si voltò, per andarsene, ma urtò in un mobile, qualche cosa tintinnò, Chérie si risvegliò, subito, levando la testa:

—Paolo? Paolo?

Egli si riaccostò al letto, senza rispondere. In silenzio, ella si sollevò sul letto, gli gittò le braccia al collo e con una carezza tutta gentilezza, mise la sua guancia presso alla sua.

—Che fai?—gridò Paolo non sapendo reprimere un brivido di terrore, ma non osando respingerla.

—Ti amo, questo faccio—ella disse, non accorgendosi ancora di nulla—Ho dormito troppe ore…

—Hai sognato?—egli domandò, con una voce strana.

—No: non sogno mai. E tu?

—Non ho dormito, io.

—Allora, tu mi ami di più. Che vergogna per me!

E rise, di un bel riso sonoro. Egli non potette neppure sorridere.Ella chiese:

—Che hai?

Ma nello stesso tempo, ancora, pose infantilmente la sua guancia presso quella di Paolo: questa volta, egli si rigettò indietro. Una espressione di pena sfiorò il volto di Chérie: ella spalancò i larghi occhi azzurri, interrogando:

—Perdonami—disse Paolo, con una subitanea tenerezza—perdonami… è quel gesto…

Si fermò, sentendo che stava per dire tutto.

—Che gesto?

—Nulla, nulla.

—Mi vuoi bene?

—Sì.

—Molto?

—Immensamente.

—Fino a quando?

—Fino a… sempre!

Ma la voce di lui era monotona, come fosse stata per sempre privata di espressione; e parlava a occhi bassi.

—Apri un poco, perchè io veda la tua faccia—ella chiese, con un lieve sospetto.

—No—egli rispose, immediatamente.

—Vuoi restare all'oscuro?

—Sì, sì.

—Il sole ti piaceva una volta, mi ricordo.

—Non ora, più. L'ombra è amica.

—Tu sei triste, Paolo.

—Un poco.

—E perchè, dunque?

—Forse, perchè sono stato troppo felice—egli rispose, in tono enigmatico.

Ma Chérie credette solo al senso amoroso della frase e fece un moto di soddisfazione.

—Avevi dimenticato la felicità?

—Oh sì!—gridò lui, con accento desolato.

—E adesso, adesso—interrogò Chérie, con ansietà.

Egli non rispose.

—Apri la finestra—chiese lei, di nuovo, curiosa di scorgere bene il volto del suo novello amante.

—No, Chérie, per amor di Dio, non apriamo! La luce mi farebbe morire.

Vi era tanta desolazione paurosa, in questa esclamazione, che Chérie si turbò.

—Spegniamo anche la lampada, allora—ella suggerì, cedendo alla strana emozione di Paolo.

E toccando un bottone, nascosto dietro la cortina di lampasso del letto, la lampada si spense. Ombra perfetta. Stavano, così: egli in piedi, presso la sponda del letto: ella, sollevata sui cuscini, tenendogli le braccia al collo, ma senza stringerlo, senza toccare il suo volto.

—Sei contento, ora?—ella domandò, pianissimo.

—Sono tranquillo.

Un profondo silenzio regnava in quella stanza, piena di tenebre; si udivano i due respiri, quello di Chérie calmo, eguale, lieve come quello di un fanciullo, quello di Paolo Herz più forte, un po' affannoso, talvolta.

—Ti do noia, così—ella chiese dopo qualche tempo, sembrandole chePaolo avesse il petto oppresso.

—No, cara.

—Mi vuoi bene?

—Sì, cara.

—Ripeti: Chérie, io ti adoro.

—Chérie, io ti adoro.

—Ed è vero? è vero?

Nessuna risposta.

—Paolo?

—Amore?

—Rispondi, dunque!

—A che?

—Ti avevo chiesto, se era vero che mi adorassi.

—Non avevo udito—disse Paolo, con voce anche più sorda.

La donna disciolse il cerchio delle sue braccia, mutamente e ricadde sul letto. Pian piano, nell'ombra egli ne cercò una mano, che giaceva abbandonata sul letto: la strinse, la trovò fredda. Allora cadde in ginocchio, avanti a quel letto, col capo nascosto fra le coltri, singhiozzando senza versare una lacrima, gridando, convulso:

—Ah Chérie, perdonami, perdonami, io soffro tanto, io soffro, io soffro!

E prostrato, con le braccia buttate sul letto, stringendo nervosamente quella mano che si era fatta gelida, con la bocca contro la stoffa della coltre, egli continuò a gemere, a gridare, confusamente, il suo ignoto dolore. Ella non gli disse nulla: aveva distesa l'altra mano e gli carezzava i capelli, così, come a un bimbo che gridi per un male, a cui non vi è rimedio.

—Chérie, Chérie, perdonami, consolami, sono un infelice, sono un miserabile!—seguitava lui, singultando aridamente, battendo la testa sul letto.

—Poveretto, poveretto—disse lei, con un tono vago di pietà, con la sua affascinante voce di canto—Che hai?

—Ho male, ho male, soffro, Chérie soffro come se morissi e come se non potessi morire…

—Dimmi che hai… dimmelo…

—Tanto male, tanto male… Non puoi sapere, Chérie… che male, qui, dentro di me, che mi soffoca…

—Non puoi dirmi il tuo male? Non posso io consolarti, guarirti?

—Vorrei… vorrei che tu potessi!—egli gridò, non osando più nascondere il suo segreto.

—Ma non posso, è vero? Non posso guarirti?—ella chiese, con un po' di malinconia nella cara voce armoniosa.

—L'ho sperato! L'ho sperato…—e pronunziò la frase, la prima volta con un'aspirazione, la seconda con una delusione immensa.

—Dimmi il tuo male, dimmelo—ella mormorò, insistendo, con molta dolcezza, con una certa tristezza.

—Non me lo domandare! Paolo esclamò, con tono di sbigottimento, quasi che l'idea di rivelare la segreta miseria della sua vita gli facesse orrore.

—Non è per curiosità—ella soggiunse, piano. Ti assicuro che non è per curiosità. È per interesse… di te…—e finendo queste parole, leggermente, la voce le tremò.

—Chérie, Chérie, quanto sei buona! Ma non dimandare, te ne prego!

—Forse… ti farebbe bene…

—No, no, lasciami soffrire, così senza conforto, non ne merito, non ne sono degno… tu sei una persona buona, semplice…

—E scema—ella completò, fra l'ironia e la tristezza.

—… io sono un essere malato… cattivo… laido…—egli continuò, con voce sdegnata, quasi parlasse a se stesso e non rispondesse più a lei.

Chérie non rispose. Di nuovo la sua mano si arrestò sui capelli di Paolo Herz, con una carezza fugace. Lo sentì trasalire, allontanandosi. Allora, subito, ella gli disse, con intonazione freddissima:

—Te ne prego, Paolo, apri quella finestra.

Egli obbedì, subito. Tutta la gaia luce meridiana entrò nell'austera stanza e la riempì di pulviscolo d'oro. Qual viso era quello di Paolo! Pallido di un pallore terreo e con gli occhi rossi e le tempie rosse, come se invece di lacrime, fosse salita colà un'onda di sangue, con lo sguardo torbido e smarrito, tutti i suoi anni parean passati dalla bella virilità, all'accasciamento e allo sconforto di un'età più lontana. Chérie, sgomenta, si ricordò il bel volto fine un po' consumato, ma leggiadro, ma arso dalla fiamma di una giovanile passione, che ella aveva veduto la sera innanzi. Una notte, dunque, aveva fatto quel cangiamento? Una notte. Egli la guardava, come perduto.

—Va di là—gli disse lei—va in salone. Aspettami.

Gli aveva parlato con più dolcezza, ora: ma sempre come se comandasse.Senza rispondere, egli volse le spalle ed uscì.

Quando fu solo, fra le piante verdi dalle larghe foglie, di quel salone che era anche una serra, fra quelle sete ricamate di fiori esotici e di animali favolosi, fra quei vasi alti e sottili ove si elevavano dei fiori dal lungo stelo, fra quei mobili molli e profondi, dove pareva così soave sdraiarsi e non pensare, sognare e non dormire, in una luce temperata, ma limpida, coi rumori della città che giungevano assordati, ma giungevano, solo, come indifeso contro il mondo, come con l'anima dolorosa nuda innanzi agli occhi della gente, Paolo Herz ebbe un altro impeto di disperazione, un accesso di follia. Caduto sovra una poltrona, con la faccia fra le mani, tutto il suo essere sentimentale, si contorceva di spasimo e interrotti lamenti escivano dalle sue labbra. La luce, l'aria, la beltà e la pace delle cose intorno, pareva che lo irridessero, che l'offendessero: ed egli si copriva gli occhi per non vedere, si copriva il volto per non farsi vedere. Da chi? Dalla luce, dall'aria, dalle belle e pacifiche cose che lo circondavano. Un bisogno novello, istintivo, di fuggire, come un animale sanguinante, in una tana profonda e sconosciuta lo assalse. L'ora passava,ellasarebbe venuta, adesso: non era più notte: ella avrebbe veduto la sua figura sconvolta: ella avrebbe udito ancora gli urli della sua inesprimibile disperazione.

Ma mentre gli tumultuava dentro il desiderio della fuga, di una fuga lunga, senza termine, la sua volontà mancava di qualunque forza: si sentiva fiacco: si sentiva, meccanicamente, dominato dall'ordine di Chérie:

—Ella mi ha detto: aspettami—pensava, con un pensiero che si manteneva estraneo a tutto l'altro movimento della sua anima.

E aspettava. Ella apparve dopo qualche tempo. Aveva indossato un suo vestito di seta a righe minute bianche e nere, di un taglio assai succinto: e i biondi capelli erano raccolti in un grosso nodo ricciuto, a metà testa, traversati da due spilloni d'oro matto. Ella aveva sempre lo stesso volto sereno e giovanile, ma guardandolo bene, non so quale nova fermezza vi si leggea. Ella andò a lui, gli si sedette dappresso, ma non vicinissima e gli parlò:

—Paolo?

—Chérie?

—Sei più tranquillo, ora?

—Sì.

—Vuoi ascoltarmi? Puoi?

—Sì, sì.

—Tu sei malato, Paolo: tu dicevi il vero, ieri: sei molto malato.

—Molto, molto, molto—diss'egli, con un'insistenza di voce e di espressione, guardandola coi suoi occhi smarriti.

—Vuoi tentare di guarire? Vuoi?—gli domandò lei, con la sua voce cantante e seduttrice.

—Oh non è possibile, non è possibile!

—Tentare, soltanto?

—Oh Chérie, non mettermi alla disperazione!

—Tentare… tentare…

—E come? Come?

—Partiamo insieme—ella le disse, levando il bel viso florido e guardandolo coi suoi grandi occhi nuotanti nell'azzurro.

—Partire, per dove?

—Dovunque, lontano… partire…

—Partire, come, quando?

—Oggi, fra poche ore, insieme.

—Chérie, Chérie, è impossibile!—egli esclamò, dolorosamente.

—Perchè, impossibile? Chi vuol partire, parte!

—Chérie!

—Non sei libero?

—Sì sono libero.

—Non hai tu denaro?

—Sì, sì, ho del denaro.

—Hai qualche obbligo, qualche legame?

—No, nessuno.

—Niente ti vincola?

—Niente.

—Ebbene, parti con me.

—Chérie, Chérie…—gridò lui, come se tutto il suo essere spasimasse.

—Parti con me—ripetette lei, lentamente, con una suggestione continua,—Andremo molto lontano… viaggeremo presto… viaggeremo assai… vedrai tanto mondo diverso… dimenticherai…

—Io porto il mio male in me—soggiunse Paolo, con voce sorda.

—Partiamo, partiamo…—riprese lei, quasi non avesse udito.

—Vuoi tu viaggiare con un agonizzante?

—Non importa—ella rispose, crollando il capo.—Vieni via, Paolo, ti sentirai meglio, il tuo male avrà una pausa.

—Dove, che questo interno tormento non vi sia? Conosci tu questo paese?

—Paolo, io sono una persona che ti vuol bene, non so tante cose. Ti dico, solo: andiamo via. Vedrai… sarò una buona compagna di viaggio… mi fermerò, dove a te piacerà restare… andremo via dai paesi che non ti piacciono… vieni via.

—Qual triste viaggio di nozze tu mi proponi, o Chérie!

—Perchè, triste?

—Perchè lo sposo è morente!

—Morente, di che?

—Di tutto, Chérie.

—Anche di amore?—e lo fissò, negli occhi.

—Anche di amore.—egli rispose, a capo basso.

Ella impallidì un poco: ma si rimise subito.

—Io sarò un'anima tenera per te, Paolo.

—Non ti prendere questo duro incarico, povera creatura; lasciami al mio destino.

—No, no, ti voglio bene, mi sei sempre piaciuto… tentiamo questa salvazione, Paolo…

—Un lugubre compagno di viaggio, Chérie…

—Dimenticherai, dimenticherai…—ella disse, con la sua intonazione malinconiosa, che dava tanto fascino alle sue parole.

—Non dimenticherò, mai—egli dichiarò, aprendo le braccia, con un gesto definitivo.

—Tutto si dimentica—disse Chérie, semplicemente.

—Io non posso.

—Tenta.

—Ho tentato… lo sai… ho tentato—egli disse, con una umiliazione atroce di tutto il suo essere.

—Ebbene?

—Non mi domandare, Chérie! Ella tacque, un poco. Ma poi, ostinatamente, ritornò al suo quieto assalto.

—Partiamo oggi, Paolo.

—No.

—Senti, è meglio che partiamo. Che farai tu, qui?

Egli la guardò, smarrito.

—Che farai questa sera, oggi, domani? Dove andrai? In che posto troverai refrigerio, distrazione, obblìo? Chi ti consolerà?

—Dio! egli esclamò, convulso.

—Senti, vieni via. Fuggi questo paese; fuggi coloro che conosci; fuggi ogni ricordo; fuggi ogni cosa. Oh Paolo, io sono una povera persona sciocca, ma io so, questi dolori che cosa sono, io comprendo, così, che tu sei un infelice, un miserabile… Ne ho visti degli altri… non vi è che partire…

—Gli altri, gli altri! Felici gli altri!

—Sarai felice ancora; vedrai. Ma parti. Solo, qui, non puoi restare.

—Solo? Tu andresti via?

—Si—diss'ella, voltando il viso.—Ho voglia di espatriare.

—Anche tu soffri? Anche tu, poveretta? È possibile?

—No—ella rispose, subito—Non soffro, io. Non sono mica una creatura sentimentale—e sorrise un pochino, fuggevolmente,—Sono un po' malinconica, talvolta: quando mi dicono che ho malato il cuore. In generale, mi annoio spesso. Ora, da qualche tempo, mi annoiavo moltissimo…

Chérie parlava con molta disinvoltura, senza però giungere a dare un'aria di perfetta naturalezza a quello che essa diceva. Le sue mani mettevano in ordine, macchinalmente, degli oggetti di porcellana della Cina, tutti bianchi, in una scansia e così, spesso, ella distoglieva i suoi occhi da quelli di Paolo Herz.

—Tu sei venuto—ella riprese—… io ho subito pensato di partire con te. Giusto… questo ti serve, anche… la cosa sarà utile ad ambedue…

—Tu sei buona—mormorò Paolo Herz, subitamente intenerito.

—Oh, non tanto! Faccio anche il mio interesse… sono una donna interessata…

—Povera Chérie!

—Perchè mi compatisci? Non compatirmi. Va a fare le tue valigie, per partire.

—Così presto?

—Bisogna sempre partire subito, quando si vuol andar via. Se si ritarda, si resta.

—Tu dici chebisognaandar via?—egli chiese, guardandola, coi suoi torbidi occhi pieni d'incertezza.

—Sì, sì, sì.

—Dove andremo?

—Dove ci porterà il primo treno che troveremo, e poi un altro treno; e poi un altro…

—Fin dove?

—Chi lo sa!

—Che faremo, laggiù?

—Niente, Paolo; nulla più di qui.

—Ma io dovrò vivere, pensare, agire, Chérie, comprendi questo? Io sono inetto a ciò, adesso.

—Non ti capisco—ella mormorò, chinando gli occhi.—Ma qualunque paese sarà migliore di questo.

—Io non posso amarti!—gridò Paolo vincendo la sua ripugnanza a dire una cosa atroce.

Ella lo guardò: sorrise appena: poi disse, con quel suo tono di mistero, che facea parere molto più profonde le cose che ella dicea.

—Chi lo sa!

—Chérie, io sono un infame e un inetto!

—Paolo, Paolo, taci… tu esalti i tuoi nervi… tu aumenti il tuo turbamento…

—Chi tradisce, è un infame, Chérie, non vi può essere pietà, per chi tradisce. Io ho tradito.

—Calmati… calmati—e gli prese le mani, come si prendono le mani di un ammalato, che vaneggia.

—Che vuoi, Chérie, ho tradito, ho commesso un tradimento odioso… io mi sento perduto…

E smorto, sconvolto, egli la fissò, come se non la vedesse, come se non la riconoscesse, come se non fosse stata proprio lei, a essere lo strumento del tradimento.

—Perduto, perduto, perduto…—ripeteva lui, follemente.

—Pace, Paolo, non pensare a ciò…

—Come, non pensare? È lo stesso come dire a chi ha un morto, in casa, di non pensarci più.

—Paolo, chi è morto, dunque?

—Il decoro del mio amore è morto, è morta la sua dignità, è finita la sua forza e la sua saldezza, io ho tradito!

E questo grido, continuò a escirgli dal cuore lungo, aspro; egli non sapeva che ripetere questa parola del tradimento, in tutti i tuoni. Ella lo ascoltò, per un pezzo, meravigliata più che dolente: due o tre volte, le palpebre dei grandi belli occhi azzurri battettero, come per rattenere le lacrime. Ma egli non vide, questo: gittato sovra un divano, battendo la testa sui cuscini, egli esalava il suo dolore e l'orrore di se stesso. Così, vagamente, ella intese che era meglio parlargli del suo strazio e gli chiese:

—Paolo, non era… non eratuttofinito?

—Tutto, che? Di che parli?—domandò lui, trasognato.

—L'amore… fra te e Luisa Cima…

Egli levò la testa, a quel nome e con voce tetra:

—Tuttonon era finito…

—Come? T'amava ella, ancora?

—No. Non mi amava, più.

—Da qualche tempo… mi pare…

—Sì, da vario tempo. Forse, non mi ha mai amato.

—Perchè? Non dire questo… non lo dire di nessuna donna—ella mormorò, con bontà.

—Mai, Chérie, mai! Non la conosci! Non la sai! Mi ha mentito, non mi ha mai amato!

—Tutti mentiscono un poco, nell'amore—ella soggiunse, a occhi bassi, appena appena rimproverandogli, così, la sua menzogna della sera scorsa.

Egli non comprese.

—Poichè non ti amava, da tanto tempo, non eri tu libero?

—No—egli disse, tetramente, Ero legato.

—Come?

—Legato da un giuramento.

—A Lei?

—A me stesso.

—Non ti capisco—ella disse, ancora, guardandosi le perfette mani.

—Io l'amavo…

—Ebbene?

—E l'amo.

—Ah!—diss'ella, senz'altro.

—L'amo sempre, l'amerò sempre, non amerò mai altra donna, è così, nessun'altra!

E si guardò intorno, con occhi fuori, come se qualcuno gli impedisse, gli contrastasse questo amore e che egli fremesse di dichiararlo a tutti quanti. Invece, Chérie lo guardò, con occhi pieni di una grande pietà, una pietà non profonda, forse, ma grande, una pietà che taceva molte cose, ma che per questo era una grande pietà. Adesso, si era seduta e teneva le mani in grembo: la beltà di quel dolce volto non parea fosse stata turbata, solo era piena di una pietà grande: pietà non sapiente, forse, non magistrale, non alta, ma umile, ma tenera, ma femminile. Ella non gli chiese conto della notte: ella sentiva che, egli stesso, si pentiva troppo amaramente di quello che aveva fatto.

—Avevo giurato… avevo giurato di restar fedele a quest'amore solitario… sempre… e avevo tenuto il giuramento… per tanto tempo… e ora, ora, ora!

Si prese la testa fra le mani, per nascondere le lacrime che gli salivano agli occhi.

Vedendo quell'uomo piangere, Chérie si curvò su lui, gli liberò il volto dal velo delle mani, gli passò delicatamente il suo fazzoletto sugli occhi, con un atto materno. E non seppe dire altro che la parola che si dice agli sconsolati, a coloro cui è morto qualcuno:

—Non piangere, non piangere così…

Ma una suprema debolezza aveva atterrato Paolo Herz, sorgente da tutta la sentimentalità quasi muliebre del suo spirito: egli piangeva come un misero, come un bimbo, come una donna, preso, appena appena ogni tanto, da un accesso virile di collera. La istessa pietà di Chérie che egli intravvedeva vagamente, quasi senza intendere da chi venisse e come e perchè, aumentava il suo irrefrenabile dolore.

—Ma non piangere, non piangere tanto, infine…—mormorava lei, seguitando a comprendere poco e non sentendo che la compassione semplice per un dolore grande e ignoto.

—Ah io sono infelice… un povero infelice… il più povero e il più infelice uomo della terra… quello che non ha pane, che non ha tetto, che chiede l'elemosina, nella via, è meno miserabile di me… io ho perduto tutto… tutto è finito…

Chérie pensava, naturalmente. «Ma se ella non lo amava più, da tempo, che cosa è dunque finito? chi ha tradito Paolo?» Però nulla ella diceva, di ciò, intuendo un mistero dell'anima, che non poteva nè misurare, nè apprezzare. Prono sul divano, singultando, Paolo continuava a dire:

—Tutto è finito… tutto è finito.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Fu un pallido uomo, distratto, smemorato, senza volontà e senza forza, quello che seguì Chérie, nel viaggio malinconico che essi intrapresero a traverso l'Europa. Paolo Herz si lasciava condurre, di treno in treno, di città in città, di albergo in albergo, come una creatura inerte, incapace di reagire, poichè era incapace di agire. La loro vita era singolarissima. Tutte le cose esterne del viaggio erano regolate da un servo che prendeva gli ordini da Chérie, alla mattina: e tutto si compiva, senza fretta, senza rumore, con la taciturnità e la compostezza di persone che portano seco un malato. Egli, forse, fisicamente, malato non era; ma tutte le corde dell'energia infrante, spenta ogni iniziativa, il suo spirito era prostrato nell'invincibile abbattimento, da cui non si risorge, salvo una crisi violenta. E niuna cosa e niuna persona, più, poteva dare all'anima e ai sensi di Paolo Herz la scossa che li doveva vivificare o uccidere. Egli si lasciava condurre dappertutto, docile, obbediente, senza mai un atto di ribellione, senza una parola di rifiuto: Chérie regolava la sua vita; e come un fanciullo, come un malato, egli viveva secondo Chérie. Ma, un fanciullo senza sorrisi e un malato senza speranze, obbediva alla bellissima donna, dalla florida chioma bionda e dai begli occhi azzurri: mai gli usciva dalle labbra una parola, che desse segno di una sua risurrezione. In pubblico, veramente, egli non sembrava che un uomo triste senza essere acerbamente addolorato, taciturno per sua elezione, non tetro: egli accompagnava la donna nelle passeggiate, nei teatri, nei pubblici ritrovi, correttissimo, smorto, parlando con lei due o tre volte, in una serata. Non aveva neppure l'aria di annoiarsi: aveva l'aria di vivere, senza vedere e senza sentire la vita.

Ma quando restavano soli, solissimi, in un vagone, in un salotto di albergo, Chérie e Paolo, egli lasciava che la sua fisonomia esprimesse tutta l'angoscia che premeva, perennemente, il suo cuore. Senza dir verbo egli si abbandonava sovra una sedia, esausto dallo sforzo di vivere: tutta la sua orribile miseria, lo mordeva, nella carne e nel cuore; ed egli provava lo spasimo dell'irreparabile.

La donna non gli domandava nulla. Decisa a compire sino all'estremo il suo ufficio d'infermiera ella restava le lunghe ore, accanto a lui, silenziosa, vigile, seduta in una poltrona, così immobile e così taciturna che egli dimenticava perfettamente la sua presenza. Ma ella vegliava! Nel vagone, ella lo vedeva agitarsi, levarsi, aprire e chiudere i cristalli, incapace di trovar pace, seguendo con occhio smarrito la fuga delle campagne e dei villaggi, innanzi al treno, guardando giù, con qualche cosa di disperato, nello sguardo. Nell'albergo, ella lo vedeva inquieto, senza requie, andare e venire, non potendo liberarsi del suo indicile tormento. Sino a tardi, essa aspettava: poi si levava, andava, a lui, gli diceva, dandogli la mano:

—Buona notte.

Macchinalmente egli rispondeva:

—Buona notte.

Ironico augurio! Ella giovane, senza preoccupazione altro che quella pietosa, per il suo amico, stanca del viaggio, si addormentava del suo bel sonno senza sogni: egli combatteva ogni notte una battaglia con l'insonnia. In quelle ore di solitudine, Paolo Herz era avvilito da un profondo senso di degradazione. Il tradimento che aveva commesso, così brutalmente, obbedendo al cieco istinto sensuale che si era avvolto nella luce lusinghiera di un novello, giovane, fresco amore, questo tradimento compiuto con entusiasmo fisico, con un delirio di tutto il suo essere terreno, gli sembrava, ogni giorno più, una deturpazione, una violazione del più prezioso tesoro che egli conservasse nel suo cuore: il suo amore. Si sentiva vile, sporco, cinico, macchiato dall'indelebile peccato della carne, simile a qualunque animale senza intelletto e senza cuore; faceva orrore a se stesso.

Giacchè poteva Luisa Cima non averlo amato mai, o averlo abbandonato crudelmente, dopo un breve capriccio; poteva egli essersi disperato di questo abbandono, nelle lunghe cogitazioni delle sue ore solinghe; poteva egli aver sentito la fine della sua esistenza di amante; ma questo era un fatto fuor di sè, che egli subiva, che egli pativa, come Gesù sofferse la Passione. In quella orrenda disperazione ilsuoamore restava puro, schietto, alto: amore doloroso, amore straziato, amore spasimante, ma senza peccato, senza decadenza, senza degradazione. Luisa Cima aveva potuto togliergli la sola felicità della corrispondenza amorosa, gli aveva levato il bacio e lo sguardo, il sorriso e la parola: egli non aveva più un'amante, egli non era più un amante: ma egli era un innamorato! Ciò che viveva nel suo cuore, l'amore, era intangibile: la piccola donna dal viso appena roseo dagli occhi neri, dolci e maliziosi, la perfida donna dai capelli neri, morbidi, fini, lucidi, come se fossero bagnati, poteva infrangere tutto, fare una rovina di tutto, ma non toccare l'amore nell'anima di Paolo Herz. Oh quello era collocato in un posto sicuro, chiuso, messo nell'arca santa che niun mortale può violare, nell'arca del pensiero e del sentimento! Ella avrebbe potuto spezzare la fronte di Paolo Herz, attraversargli il cuore con un pugnale, non vincere quell'idea e quell'affetto. Questo orgoglio aveva sostenuto Paolo, nelle lotte atroci contro l'abbandono: questa fierezza del suo amore, che erasuo, che niuno poteva levargli, mai, che niuno poteva nè offendere nè ferire!

Ebbene, egli stesso, volontariamente, aveva aperto la porta del tabernacolo, spezzata la santa reliquia e rovesciato l'altare: egli aveva rinnegato non l'amore di Luisa Cima ma il suo: egli aveva tradito, non Luisa Cima, ma se stesso: egli aveva disperso al vento, per sempre, tutto il suo tesoro. Giammai più, giammai egli avrebbe ritrovato la fermezza fiera, il candore appassionato, la nobiltà ardente, la fedeltà incrollabile, che erano le virtù alte di questo amore. Aveva tradito: aveva tradito. Le parole sacre della passione che sono sacre, sol perchè dette nella sincerità e nella profondità di questo sentimento, egli le aveva dette a un'altra mentendo: le sue labbra avevano baciate, delirando di amore, quelle di un'altra donna, e il suo delirio era falso, era un inganno dei sensi: egli si era dato a una donna e aveva avuto una donna, maun'altra! Il tradimento era più brutto, più sporco, più laido, perchè compiuto così, non contro l'amante, ma contro l'amore, non contro Luisa, ma contro sè. L'incanto era spezzato; ogni santa magia era distrutta: ed egli era un essere volgare e vile, un essere povero e infelice, una creatura senza dignità e senza orgoglio, senza rifugio e senza conforto.

Oh notti atroci! Egli espiava, in quelle notti, la notte del suo peccato: egli la espiava in tutte le forme, le più crudeli: egli si odiava e si disprezzava: egli che si era creduto grande e puro, innanzi alla perfida Luisa Cima, adesso si sentiva mille volte più basso di lei. Le ragioni naturali della vita erano infrante: i legami che uniscono l'uomo all'esistenza, la speranza nelle cose e negli uomini, la fede in se stesso, erano sciolti, per sempre. Aveva tradito! Possedeva una cosa bella, onesta, superba, e l'aveva insultata e calpestata; da se stesso, aveva espulso dal suo cuore ogni sorgente di tenerezza e di orgoglio e l'aveva contaminata. Traditore, infedele, impuro, egli, in certi momenti, accostandosi allo specchio, nel vedere il suo pallido viso, aveva ribrezzo!

Nelle atroci notti, oramai, una fatale convinzione si faceva posto nel suo spirito. Come uomo, egli era distrutto: distrutto come amante. Mai più, mai più avrebbe potuto accostarsi ad una donna, desiderandola, volendola; l'idea di un simile fatto, gli metteva un terrore folle, la crisi di un ferito che vede il ferro chirurgico. Due o tre volte, ingenuamente, Chérie, che nel suo buon senso, credeva alle forze semplici della vita, lo aveva guardato con gli occhi seduttori, con gli occhi che invitavano: due o tre volte era stata provocante, sperando di guarire così Paolo Herz. Ma aveva visto un tale sgomento in lui, gli era parso così tremante, così pallido, che la donna, non comprendendo più nulla, aveva chinato il capo, un po' umiliata, si era ritirata nella sua stanza, tutta pensosa. Mai più, nessuna donna, dopo Luisa Cima! e mai più, in sè, nessun amore, dopo che egli aveva così ignobilmente tradito il suo. Eternamente solo, solo nel ricordo dell'abbandono e solo con la testimonianza della propria turpitudine: una solitudine senza decoro, senza serenità, senz'ombra di conforto. Confortarsi in chi? In che cosa? Tutto era finito: tutto, anche l'idealità sublime del suo amor solingo. Col tradimento, tutto era finito.

Egli si levava da questi notti con gli occhi cavi e brucianti, con uno smarrimento di coscienza, che lo faceva parer vaneggiante. Chérie lo sogguardava, sempre più sorpresa. Adesso, non si parlavano più. Non si davano neppure la mano. Egli cercava di isolarsi, assorbito dalla sua fissazione sentimentale, uscendone solo per considerare Chérie con spavento, poichè ella era stata la causa del tradimento. Ella domandava a se stessa: «perchè gli faccio paura?» Ma non glielo chiedeva, oramai intimidita e stanca. La infermità morale di Paolo Herz sfuggiva a qualunque cura ella potesse tentare, e la poveretta aveva finito per annoiarsi mortalmente e sovra tutto, per sentirsi inutile e noiosa. Viaggiavano da quattro mesi, insieme: e il tentativo era stato troppo lungo. Una sera, a Vienna, glielo disse:

—Paolo?

—Chérie?

—Non ti pare che sia meglio finire?

—Che cosa?

—Questo viaggio, insieme.

—Ah!… sì.

—Io vorrei restare, ancora, con te—ella aggiunse, gentilmente—ma non serve a nulla.

—Non serve a nulla.

—Me ne vado, allora, Paolo?

—Sì.

—Tu resti?

—Non so.

—Che farai?

—Non so.

—Vuoi che io resti, Paolo?

—No.

—Trovi che ho torto? Che faccio male?

—No, Chérie: tu hai ragione e fai benissimo.

—Mi serbi rancore?

—No: non ti serbo rancore.

—Mi vuoi bene, un poco, allora?—disse ella, scioccamente.

Egli rabbrividì: tremò. E disse:

—No, niente.

Così, si lasciarono.

Dissidio.

—Dunque, mi amate?—ella domandò.

—Io vi amo. E voi?—egli chiese.

—Anche io vi amo.

Ma perchè non erano felici, dopo quella confessione? Perchè quella permanente nube di tristezza in entrambi?

—Avete molto tardato a dirmelo—ella soggiunse.

—Moltissimo. Anche voi, del resto.

—Anche io—ella replicò.—Perchè tardaste tanto?

—Perchè non ero perfettamente certo di amarvi: e non volevo ingannare nè me, nè voi.

—Dubitavate? Non vi piacevo, io, forse?—ella disse.

—Mi piacevate e mi piacete immensamente. I vostri occhi così vivaci e tanto spesso pieni di malinconia, la vostra bocca sempre così fresca e dove il sorriso assume tante forme novelle e bizzarre, mi attirano irresistibilmente: io adoro le vostre perfette mani e quando immagino che esse possano passare sui miei capelli, con una lenta carezza, fremo di un lungo brivido: tutta la vostra persona esercita su me il fascino, che non si vince, dei corpi giovani e belli, fatti per l'amore…

—Ebbene?

—Ebbene, tutto ciò, talvolta, non esiste più. Vengono giorni, vengono periodi, in cui non mi piacete punto. Nè lo sguardo vostro, nè il vostro riso arrivano sino a me; mi sembrano pallidi, smorti, o, forse, io non li sento, sono diventato sordo e cieco alla loro espressione. La vostra persona mi pare quella di un manichino e non la bella forma di una creatura umana. In questi periodi, io potrei stare vicino a voi, voi sola con me, lontani ambedue da ogni rumore, da ogni fastidio, in quella compagnia, infine, che ogni amante ardentemente desidera e io non vi prenderei una mano per baciarla, non vi direi una parola d'amore…

—È strano… è strano…—ella mormorò.

—Vi è di peggio. Debbo io dire anche il peggio? Non vi offendete, voi?

—Non mi offendo. Dite.

—Càpitano dei periodi anche peggiori. Sono quelli in cui tutto in voi mi dispiace. Dopo la indifferenza, un senso di disgusto, d'irritazione tutta fisica. I vostri occhi mi sembrano sfrontati, perversi, sempre duri, come se giammai vena di dolcezza li possa attraversare; la vostra bocca ha qualche cosa di odioso, di sovranamente antipatico, nel parlare, nel sorridere; ogni vostro movimento mi sembra volubile o goffo; e tutta voi, per me, mancate di armonia, siete una dissonanza, urtate i miei nervi e vi debbo fuggire, se non voglio essere maleducato, villano con voi.

—Così?

—Così.

—E poi?

—Poi, non so come, giacchè la transizione mi sfugge, viene il giorno, viene l'ora in cui voi, a un tratto, mi riapparite in tutta la vostra seduzione. Sarà, forse, un vestito che vi va bene; un significato più tenero degli occhi; qualche cosa di più mite nel sorriso; una posa più stanca, più abbandonata del vostro bel corpo; un tocco fuggevole della vostra cara mano nella mia… non so! Allora l'antica incantatrice mi prende, mi riprendo ed io sono suo.

—Solo per questo non eravate certo di amarmi?

—Anche per altre ragioni.

—Vi ascolto.

—Non vi rattristeranno, esse?

—Sì: ma non importa.

—L'istesso fenomeno del mondo fisico, fra me e voi, si è sempre riprodotto nel mondo morale. Vi ho ammirata sempre, lo sapete, perchè il vostro carattere ha qualche cosa di assolutamente personale, perchè sotto il vivido sfavillare dello spirito, ho ritrovato un senso equo della vita, perchè a traverso gli erramenti naturali del cuore, il vostro onore mi è parso buono e perchè in mezzo a tutte le inevitabili influenze di corruzione, avete tanta ingenuità infantile. Ciò è così nuovo in una donna moderna ed è così inaspettato, in voi, che sono stato e sono innamorato della vostra anima…

—Ma non sempre innamorato?

—Non sempre! Ciò che voi dite, in certi momenti, mi pare senza colore e senza sapore, come il cinguettìo di un uccellino senza cervello e io mi domando, se dietro la vostra bianca fronte, havvi veramente un pensiero. Mi sembra che il vostro spirito sia quello comune a qualunque altra donna, senza intelligenza: e che la vostra bontà sia quella debolezza naturale del cuore muliebre, quella volgare impotenza a odiare, a fare il male, che si scambia tante volte, fallacemente, con la bontà. La vostra sentimentalità mi pare insipida e la vostra ingenuità mi fa l'effetto di una puerilità scema…

—Triste!

—Non basta. Dopo ciò arriva, costantemente il periodo della irritazione morale. Allora, sì, allora non solo dubito di amarvi, ma sento che mi diventate così odiosa, che tutto il mio cuore si solleva, si ribella contro di voi. Vi ritengo per una donna completamente falsa, in ogni vostra manifestazione. Fredda, se avete l'aria appassionata; ipocrita, se avete l'aspetto sentimentale; maligna, se scherzate; sleale, se vi abbandonate a delle confidenze; e sovra tutto bugiarda, bugiarda nelle prove di bontà, bugiarda nelle espressioni di equità, bugiarda nella ingenuità, bugiarda nella tenerezza, incapace, incapace di una verità, mai!

—E poi? E poi?

—Improvvisamente il suono della vostra voce, dicente una parola; una lettera scritta da voi ad altri e che io leggo per caso; l'aver conosciuto lo scopo di una vostra passeggiata, di una vostra, visita; il velo delle lacrime nei vostri begli occhi; la morte del sorriso sulle vostre labbra; una impressione simile, un fatto vago e fuggevole, mi ridanno, intiera, tutta la malìa che la vostra anima esercita su me…

—Ma, allora, in tanta incertezza, come siete giunto a credere che mi amate?

—Sentite. Voi sapete che io ho un carattere sentimentale e un temperamento amoroso. L'amore, così, è stato il grande affare della mia vita. Io ho amato varie volte e con entusiasmo, con profondità. Le donne che ebbero tutto me stesso, mi meritavano, non mi meritavano, erano, sovra tutto, degne di tanto amore, io non lo so! So che mi detti ad esse e all'amore, con trasporto. Ebbene, a traverso a questa dedizione della mia persona, dei miei pensieri, dei miei sentimenti, io ho scorto, in un cantuccio del mio spirito, un pensiero solitario, talvolta latente, ma costante: il pensiero di voi. Non già che vi amassi, mentre ne amavo un'altra. No. Ma mi occupavo di voi, ma vi seguivo in tutte le evoluzioni della vostra vita, ma nulla di quello che facevate voi, mi era indifferente. Andando a un convegno d'amore, desideratissimo, se v'incontravo, mi distraevo subito, non per molto, ma mi distraevo: tornando da un convegno d'amore, tranquillo, felice e stanco, se vi rivedevo, per la via, tutto il mio essere aveva una vibrazione. Quando mai mi siete escita di mente? Una curiosità costante di voi, dei vostri fatti, della vostra esistenza ha accompagnato tutti i miei ardori per altre donne, io ho delirato di amore e di dolore, ma non sono mai stato infedele a questo pensiero, a questa curiosità. E se il criterio dell'amore è un abbandono assoluto, incondizionato, se bisogna donarsi tutto, se il lasciare anche una piccola parte di se stesso, è una infedeltà, io ho tradito tutte le donne che ho amate, per voi.

—Per questo soltanto, avete avuto la certezza che mi amavate?

—Non soltanto! Il vostro cuore ha avuto le sue ore di passione, non è vero?

—Sì—ella disse.

—Ne ha avute anche di aberrazione?

—… Sì.

—Quanto ho sofferto, sempre, in queste ore, che gelosia continua, profonda, sanguinante, ho avuto di voi e della persona che amavate! Che tormento lungo e sottile, ad ogni nuovo sospetto, a ogni nuova induzione! Che spasimo segreto, non tanto segreto, però, che non ve ne accorgeste, voi! Dite, ve ne siete accorta?

—Sempre. Ogni volta che ero prossima ad amare qualcuno, l'idea che voi ne avreste sofferto, mi ha turbato molto: qualche volta, vedete, ho rinunciato, perchè sentivo tutta la vostra gelosia.

—Atroce! V'intendevo, io, quando stavate per commettere un altro errore e venivo da voi, e vi parlavo, vi rammentate, vi maltrattavo, talvolta! Ciò vi fermava, lo so. Ma quella volta, quella volta fatale, nulla vi arrestò, nulla poteva arrestarvi ed io che vi amava, forse, dovetti assistere alla vostra caduta. Che orribile cosa, che notti ho trascorse, con questo cruccio nell'anima, vedendovi avvilita, perduta, disonorata, non solo agli occhi del pubblico, che non sarebbe di prima importanza, ma agli occhi miei, agli occhi vostri! Questo, è amore.

* * *

—Voi, dunque, mi amate?—ella domandò ancora.

—Sì. E voi?

—Vi amo.

—Da molto tempo, è vero?—egli chiese.

—Da moltissimo tempo.

—Perchè non me lo avete mai detto?

—Perchè voi siete voi e non un altro.

—Come?

—Ho avuto paura di voi.

—Paura?

—Sì: ho temuto assai di non rendervi felice nell'amore, di non esser felice con voi.

—Triste, triste—egli disse, a sua volta.

—Triste!—ripetette ella, come un'eco—Dal giorno che vi ho conosciuto, sono stata attratta verso voi, continuamente e continuamente respinta, come innanzi a un pericolo sconosciuto. Ho intravveduto sempre, con un senso d'infinita dolcezza, l'idea di appartenervi, l'idea di avervi mio, per tutta la vita, prima come amante, poi, quando la ragione dell'età fosse sopravvenuta, come la migliore vostra amica, come il migliore fra i vostri amici, come l'unico amico. Qual sogno!

—Ebbene?

—Ebbene, ogni volta che la realtà mi pareva si avvicinasse a me, a noi, sempre che questa visione prendeva forma, cominciava a prender forma, un invincibile terrore mi ha impedito di continuare.

—Ma perchè?

—Ve l'ho detto: sospettavo, temevo una reciproca inguaribile infelicità. Troppo diversi fra noi e troppo eguali in alcuni momenti: troppo esigente, io, e certo, troppo esigente, voi; ambedue, spesso, ribelli alle esigenze: innamorati e intanto diffidenti, disdegnosi, chi sa, forse disprezzanti l'uno dell'altro; gelosi e infidi; con un mondo spirituale ora complicato e spaventoso, ora semplice e tormentoso; capaci di ogni sacrificio, ma capaci anche di rinfacciarlo brutalmente e crudelmente; con un passato tumultuoso, ambedue, tumultuoso e risorgente, ahimè, a ogni crisi amorosa; con un dubbio avvenire, senza fede, sovra tutto, senza fede nè in noi, nè nell'amore…

—Questo, formava il vostro sgomento?—gridò, lui.

—Sì—disse lei, piano.

Un minuto di silenzio.

—E come avete vinto questa paura?—egli chiese, rompendo il silenzio.

—Come voi avete vinto il vostro dubbio.

—Cioè?

—Pensando che, infine, vi è una fatalità che lega segretamente le persone che si debbono amare, che si debbono appartenere; e che dopo aver lungamente combattuto, invano, questa fatalità, era ben dolce lasciarvisi andare, senza resistenza, senza forza, oramai, più. Sentendo che vale la pena di rischiare tutte le infelicità, tutti i dolori per un poco di amore, conquella talepersona, tanto desiderata, tanto invocata; sentendo che non si deve morire, senz'aver gustato aquel taleamore che si è troppo sognato e troppo respinto.

—È vero, è vero—egli disse.

—Non avete voi superato il vostro profondo e insistente dubbio, sul vostro amore, proprio per questo?

—Sì.

—Così ho superata la mia paura—confermò lei.

* * *

Ma le parole sincere che essi avevano pronunziate, stavano fra loro, nell'aria, intorno a loro nelle loro menti, nei loro cuori: quello che non si erano mai detto, ora lo sapevano. E altre parole più intime, più cocenti, anche più sincere, le più sincere fra tutte, quelle che stanno chiuse nell'intimo del cuore, che sono la verità istessa dell'anima, il grido ultimo, essi intravedevano, in una rivelazione indistinta, ma dolorosa. E il silenzio fra loro si fece tragico; e si fece tragicamente lungo, ognuno di essi assorbito dal proprio pensiero, da una agitazione muta ed estrema. Forse in quell'assorbimento, ognuno si pentiva di aver parlato, ognuno s'incolpava di aver dichiarato il segreto del proprio spirito, tristemente e inanemente; ma le parole erano state dette, avevano vibrato nella voce, avevano ondeggiato nell'aria, ognuno le aveva udito palpitare nel proprio cervello. Impossibile tornare indietro. Ella fu, che interruppe, per la prima, il silenzio: e la sua voce la scosse, come mai udita; ed egli fu scosso da quella voce, come inaspettata.


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