The Project Gutenberg eBook ofL'olmo e l'ederaThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: L'olmo e l'ederaAuthor: Anton Giulio BarriliRelease date: July 9, 2007 [eBook #22024]Most recently updated: January 2, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'OLMO E L'EDERA ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: L'olmo e l'ederaAuthor: Anton Giulio BarriliRelease date: July 9, 2007 [eBook #22024]Most recently updated: January 2, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
Title: L'olmo e l'edera
Author: Anton Giulio Barrili
Author: Anton Giulio Barrili
Release date: July 9, 2007 [eBook #22024]Most recently updated: January 2, 2021
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
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Tip. della Società Cooperativa.
MILANOE. TREVES & C., EDITORI
1869.
Proprietà degli Editori
_Sebbene io non l'ho per un lavoro eccellente, ma perchè ho deliberato di mettere sopra ognuno de' miei libri il nome di un amico, amo intitolare a Lei, uno dei pochi carissimi, questo mio racconto, che non sarà po' poi la cosa più brutta del mondo in questo genere di manifatture letterarie.
Intorno alle quali vorrei pur dire alcun che, tanto per levare l'appiglio ad una riprensione che mi potrebbe esser fatta, del non sapere io uscire a cercare le mie inspirazioni e i miei temi fuori di porta Pila, o di porta Lanterna. Ecco il secondo romanzo, e, contando gli altri in corso di stampa, il quarto che s'è allogato tra le mura di Genova. Ora, è tutta in Genova la vita italiana? O non s'ha a vederci un po' d'amore del campanile, in questo non badare che a lei?
No, l'amore del campanile non c'entra per nulla. Ella sa, gentile amico, che amo casa mia, e mi sento morire dal mal del paese quando sono lontano da questa prediletta mia terra; ma avrebbe il gran torto chi ascrivesse a cotesto il restringer ch'io fo l'orizzonte dei miei quadri, e non volesse vederci in quella vece il dito della necessità, siccome vo' dimostrare ai benevoli.
A me, anzi tutto, la non m'entra, di celebrare l'unità, col far nascere a Roma, o a Firenze, ciò che ho copiato, bene o male, dal vero, nel mio piccolo spazio di terra, sotto il mio lembo di cielo; chè non vo' far dipinture stonate. E poi, mi venisse anco fatto di dettare un romanzo fiorentino pretto sputato, e' riuscirebbe forse più schiettamente italiano?
Noi (s'ha da mettere in sodo) non abbiamo in Italia l'urbs, il cuore, il capo, e il ventre della nazione in una sola città. La Francia, rispetto a vita sociale, è tutta quanta a Parigi, come l'Inghilterra a Londra; ma da noi gli è il caso contrario. Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Genova, Venezia, Roma, Bologna e Torino (Ella vede che le pongo a mazzo) sono esse tutta l'Italia, e ognuna di esse, insieme coi caratteri comuni a tutte, porta i suoi caratteri particolari. Valentuomo colui che meglio saprà cogliere la fisionomia di uno tra questi centri della vita italiana, e meglio allogare le sue fantasie nelle strade e nelle usanze della città ch'egli conosce più addentro! Parlo, s'intende, del romanzo di costumi; che per lo storico, la bisogna corre diversa, essendo mestieri di studiare i luoghi colla storia tra mani, giusta le impressioni che balzano fuori dal raffronto.
Io dunque, genovese, serberò fede a Genova. Ma anco a danno della diffusione de' miei libri? Sì, certamente, e perchè no? Alle corte, chi legge i nostri libri? chi li compera? Egli è già molto quando si rifà le spese della carta e dell'inchiostro; le penne e la fantasia ci si mettono per sovra mercato. Dov'è l'editore italiano? E a cui profferisce volonteroso i suoi tipi e il suo danaro[1]?
Salvo tre o quattro, giunti a fatica sui greppi del Parnaso librario, nè tutti con meritata autorità di nome, ogni scrittore ha da industriarsi colle sue mani, farla da autore, da editore e da spacciatore della sua mercatanzia, E chi è poi, di questi tapini, che rompe le porte Scee ed introduce il suo cavallo di legno, carico di volumi, nella città non sua?
Per chi ha fisso il chiodo di scrivere, e di stampare dopo di aver scritto, non rimane che la propria. E qui non c'è nemmanco da cantar vittoria. La città nella quale si vive, alla quale si dimanda il sussidio di quattrocento lettori, vuol essere, rispettivamente al libro, spartita in tre classi. V'hanno coloro che comprano; amici e conoscenti, i quali, come non pretendono che l'orologiaio regali loro un oriuolo, nè il mercatante un sacco di grano, così non pretendono che l'autore faccia loro un presente di quel libro che egli ha già dovuto pagare al tipografo; ottimi cittadini che vedono il nome dell'amico sulle cantonate e si ricordano di passare dal libraio (che intanto la è tutta strada) per pagare un cortese tributo all'amor delle lettere. V'hanno coloro che leggono, e lodano lo scritto, o la buona intenzione dello scritto, ma pigliano il libro ad imprestito. V'hanno finalmente coloro che lo scherniscono, senza averlo comprato, nè letto. Ora dimando io, come ha da cavarsela il povero autore, in un simile stato di cose?
Noi italiani, quanti siamo a saper leggere e scrivere, non ci adoperiamo punto, per fare un po' di strada al libro italiano. La stampa periodica non reputa ufficio suo prestarsi a quest'opera di grande utilità, e molto per colpa sua (lo si lasci dire a me, laureato in questa magra disciplina), gli scrittori intisichiscono coi loro libri nelle rispettive cerchie di mura. Per contro, la stampa sullodata aiuta, e grandemente, a far comperare da tutti il libro forastiero. L'annunzio facilmente accolto, la volubile loquacità del novelliere parigino, la notizia bella e fatta, che non c'è altra fatica a pigliarla, fuor che un colpo di forbici, finalmente l'andazzo, la necessità di mostrarsi al fatto d'ogni novità letteraria che sia strombettata tre mesi a tutti i trentasei venti della bussola, fanno sì che il libro francese sdruccioli alla lesta da noi, aspettato, ammirato, salutato, come una nave che dopo una lunga fatica di mastri d'ascia e calafati, finalmente abbandona il cantiere, per tuffarsi nel suo elemento.
Nè io mi lagnerei di cotesto, se cogli italiani si adoperasse del pari. Ma di questi, o per noncuranza, o per deliberato proposito, si tace. Gran mercè quando s'è amici: imperocchè il giornale tira giù quattro righe, ma senza ombra di pensamento, senza lume di critica, così alla dozzinale, come si va scodellando la minestra ai poveri sulla porta dei conventi: ed allora, la è grazia profumata. Donde avviene che ogni lettore italiano sa il nome, non pure dei quattro o cinque luminari della scienza_ _e dell'arte forastiera, ma eziandio delle costellazioni minori, e financo delle nebulose; ma nulla, o quasi, degli autori nostrani, e il milanese non ha notizia del napoletano, nè il fiorentino del torinese. Quel po' di notorietà che si spande, dopo lungo anfanare, tra letterati, è un semenzaio di pettegolezzi, una società di mutua denigrazione.
Io quasi vorrei proporre ai giornalisti e scrittori italiani un congresso, per sciogliereinter poculaquesti problemi: a che giova la proprietà letteraria, se il libro non val nulla? che vuol dire che facciamo sempre la pappa altrui, e alle cose nostre non provvediamo? se il libro è una buona cosa, come arte e come industria, come decoro letterario e come fonte di guadagno per molta gente, perchè non aiutiamo ad arricchire il paese? e se non lo è, perchè ci lagniamo della scarsità dei buoni studi tra noi?
A tali distrette è la letteratura italiana! E se non facciamo ancora uno sciopero (che forse sarebbe il meglio, e nessun compratore della nostra derrata se ne recherebbe più che tanto) rimanghiamo tuttavia i più gran scioperati del mondo, e quando lavoriamo, c'è nell'opera nostra la svogliatezza di chi lavora senza mercede; non c'è ordine, non comunanza di propositi, non cospirazione di intendimenti. Siamo una dozzina di scuole, che tutte si adoperano alla spartita, che tutte cominciano dal loro abbicì, e non riescono a capolavori.
E avanti così, poichè così vuole la nostra fiacchezza. Uno si ferma disanimato a mezza strada, e ripiglia l'avvocatura; l'altro s'agguata ad una cattedra, contento di marcirvi; un altro muore d'inedia. Povera arte, povera scienza, fino a tanto che nessuno si capaciti della necessità d'un rimedio…..
Ella ora, gentile amico, condoni la tantaféra, ed ami il suo
Di Genova, il 26 maggio 1867._
[1] Questo, ed altre cose che seguono, non sono più vere per me, siccome dimostra il fatto della presente edizione, che è la seconda del libro, e potrebbe dirsi più ragionevolmente la prima; tanto l'antecedente fu ristretta per numero di copie, e soffocata per angustia di mercato. Amo cionondimeno lasciarle correre, come furono scritte dapprima, per non avere a ritoccare la dedicatoria, nella quale v'hanno, io mi penso, considerazioni giustissime intorno alle grame condizioni della vita letteraria italiana. E prego il cortese editore a lasciarle correre del pari, rammentando cherepetita juvant, e per molti rispetti, se non per tutti, verranno a taglio anche adesso.
Aprile, 1869A. G. B.
Racconto una storia vera, giusta il mio costume, che dovrebb'essere di tutti coloro i quali non sono molto esercitati nell'arte del novelliere. Facile è lo inventare, e ci si mette quanto a dir male del prossimo; difficilissimo, poi, dare alle sue invenzioni la evidenza del vero, lumeggiarle con quei tocchi di pennello che le fanno balzar quasi dalla tela. I fatti, per tal guisa affastellati, si tengono ritti per miracolo; i caratteri, dipinti di maniera, non istanno nè in riga nè in spazio; gli è insomma un guazzabuglio, il quale non mette nulla in rilievo, nulla, se non forse la tracotanza dell'autore.
Io, digiuno di studi, e non rallegrato che da una scarsa vena di fantasia, ho pigliato da un amico il savio consiglio di non dipingere mai, se non quello che ho veduto; di non scrivere se non quello che m'è rimasto impresso nella memoria, de' casi miei, o degli altrui. E qui mi soccorre eziandio l'autorità di un grande scrittore, il quale ebbe a dire come inventare non fosse poi altro che ricordarsi. Ma egli dovette pure ricordarsi di grandi cose, poichè ne inventò di così svariate e mirabili; laddove io, uomo di corta memoria, non vi dirò che una storia semplicissima, che mi parrà molto se starete a leggerla, senza badare a chi scrisse.
Siamo dunque intesi; varietà poca, o nissuna; ma verità da capo a fondo. E cotesto non dico per accattar fede al racconto, il quale, del resto, è fatto col debito riserbo, con nomi mutati e prudenti contraffazioni; sibbene (e vo' dirlo candidamente) per farmi benevola quella parte di gentili lettori, i quali pigliano maggior gusto alla narrazione di cose che sanno essere un giorno accadute.
Ora, narrando a memoria, debbo lasciare in bianco l'anno e il mese da cui la mia storia incomincia. Ma se il lettore genovese ricorda in che stagione si rappresentasse sulle scene del teatro Carlo Felice, e per la prima volta, ilBallo in Mascheradel maestro Verdi, egli può scrivervi di suo pugno la data.
Era per l'appunto in quell'anno e in quella stagione; sulle scene del teatro Carlo Felice si rappresentava, non so se per la decima o per l'undicesima sera ilBallo in Maschera, e non c'era più in platea quella frequenza di spettatori che è (salvo il diverso giudizio degli impresari) il malanno delle prime rappresentazioni.
Scemata la calca, il teatro diventa, per così dire, una famiglia; rimangono i consueti frequentatori, che si conoscono tutti tra loro; si gira liberamente da un capo all'altro dell'emiciclo, dando un saluto a diritta, una stretta di mano a sinistra, appuntando il canocchiale sulla mostra diavorii molliche fa la marchesa Collalto, sui diamanti della signora Vallechiara, sugli occhi della signorina Morati che brillano assai più dei diamanti e, a parer mio, valgono anche di più; si naviga insomma con placido remeggio in un lago di cui si vedono d'ogni parte le sponde, di cui si conosce ogni promontorio, ogni golfo, e sto per dire ogni seno.
Quella sera, adunque, nel secondo intermezzo dello spettacolo, ero andato a piantarmi comodamente, e senza paura di gomitate, contro la parete circolare della platea, e là, fantasticando non so che cosa, volgevo sbadatamente le lenti del binoccolo su questo e su quello dei palchetti di seconda fila. Ma siccome non c'è viaggio che non abbia la sua stazione, anche il mio binoccolo fece sosta, e lunga sosta, al palchetto della marchesa Bianca di Roccanera, quella meravigliosa bruna, che parecchi de' miei lettori rammentano di certo, dalla persona snella, dal portamento di ninfa, celebrata pel ricco volume dei neri capegli, attorcigliati con leggiadra negligenza là dove il conte Ugolino amava mettere i denti all'arcivescovo Ruggieri, e ricadenti sul collo in due larghe ciocche crespate, che le davano un'aria (ma intendiamoci bene, un'aria!) di malinconia incantevole.
La marchesa Bianca ci aveva un'altra aria eziandio, che non s'ha a dimenticare in un ritratto come questo. Sebbene ella avesse già varcato i venticinque, e i suoi occhi, quando a caso si posavano su qualcheduno, avessero virtù di trapassargli il cuore e lasciar nella ferita l'impressione gelida dello strumento omicida, la ci avea pure un non so che di vergineo, anzi d'infantile a dirittura, che traspariva da tutti i suoi modi, e guai a chi ci si fosse lasciato cogliere; imperocchè quel candore, se non era artificiale, era pur tuttavia il più pericoloso di tutti gli artifizi, come quello che era in lei un retaggio della natura, una forma, un'apparenza, una lusinga di più, della quale essa era come inconsapevole, ma che, anco inconsciamente, le serviva per tirarle ai piedi quegl'incauti, che poi dovevano morire assiderati sulla soglia del santuario, sempre chiuso com'era.
Io ho parlato colla marchesa Bianca due volte appena, in tutto quel tempo ch'ella stette a Genova, ma tuttedue le volte in carnevale, colla maschera sul volto. L'incantesimo di quella sua meravigliosa bellezza o di quel candore vergineo fu tale, che la paura soverchiò la fidanza, e cansai sempre le occasioni di esserle presentato. Dell'anima mia nel mondo di là non so che debba accadere; ma se l'inferno c'è, non voglio cominciare a provarlo nel mondo di qui; però, dopo averne saggiato una volta,temporibus illis, fuggo le pene dello spirito come il diascolo l'acqua santa. Egli c'è a questo proposito un adagio, triviale se volete, ma calzante: «il cane non torna dove fu bastonato.»
La marchesa Bianca sembrava non saper nulla della sua tentatrice bellezza, o, se ella lo sapeva, le doveva parere la cosa più naturale del mondo; donde avveniva che non ne facesse pompa. Ma ogni suo gesto, ogni volger di ciglio, facevano scorgere quella bellezza sotto un aspetto nuovo e sempre migliore del primo. E cotesto, siccome ho detto, senz'ombra d'artifizio. Sia che la si facesse guardare di profilo o di fronte, sia che arrovesciasse il capo e mostrasse una fila di denti candidissimi e piccini, sia che pensierosa aggrondasse le lunghe ciglia sugli occhi semichiusi, ella era sempre la più bella, la più desiderata tra le donne. Arguta e colta com'era, neppure si avvedeva di dire cose leggiadre, e mostrava di accorgersi sempre di quelle che si dicevano a lei, o dintorno a lei. Segnatamente per le sue sorelle in Eva, ella era cosiffattamente buona, da parere, non che magnanima, spensierata. Figuratevi che la dicea schietto alle sue amiche qual veste o quale acconciatura di capo ella avesse divisato mettere per la festa da ballo della Prefettura, o per altra delle pochissime a cui si aprivano le sale de' suoi pari. E quelle subito ad imitarla; ma, quantunque facessero, la sarta non conferiva loro quel garbo della persona, quella grazia che spesso è ascosa in una piega da nulla, come gli amorini nello zendado di Venere.
Tutto insomma era natura in costei. Nata bella in una culla d'oro, cresciuta in mezzo a tutti gli agi di un lusso intelligente, tra i profumi della nativa eleganza, io credo che ella succhiasse l'arte col latte. Credo eziandio che facesse versi, ma sarei pronto del pari a scommettere che non avesse imparate mai le regole della prosodia. Ella era, giusta la frase culminante della adorazione mascolina, un angelo sceso in terra, ma un angelo femmina, s'intende, a cui fossero state recise le ali per tornarsene in cielo. La qual cosa, quanto sia vera per gli angeli, dicano i teologi. Per la marchesa Bianca, io reputo che un po' meno di bellezza e un po' più di cuore, non avrebbero guastato, anzi avrebbero reso più ragionevole il paragone.
Ho fatto un lungo discorso della marchesa di Roccanera, in primo luogo perchè le cose rare vogliono una più grande attenzione, e poi perchè la era l'unica donna che io guardassi molto, a que' tempi. Non l'amavo, e, come ho già detto, fuggivo le occasioni di accostarmi a lei; ma, poichè era bellissima, mi pareva che, veduta ad una ragionevole distanza, colorisse alla mia mente il tipo della donna; e in lei guardavo un tipo, non altro; consolavo un affetto d'artista, soddisfacevo ad una curiosità di studioso. Così, allorquando m'ero ristucco colle noie della vita giornaliera, me ne andavo a teatro, dove sapevo di trovar la marchesa, al davanzale del suo palchetto, nel suo solito posto, colle spalle rivolte alla scena; andavo a piantarmi ben lontano da lei, all'altro fuoco dell'elisse; e laggiù, confuso nella moltitudine, mettevo mano allo strumento di Galileo e investigavo il mio tipo, facendovi su ogni sorta di dotte considerazioni. Ero come l'astronomo che guarda una stella lontana nello spazio, ne misura il volume o la densità, ne arguisce la temperatura e tutte l'altre proprietà fisiche.
Da cotesto argomentate che cosa io facessi per l'appunto in quella sera donde piglia cominciamento la mia narrazione. Senza desiderio di lei, senza invidia del marito, senza fastidio de' cavalieri serventi, che facevano la dozzina come i segni dello Zodiaco, m'ero posto a contemplare la bellissima donna. Ella in quel momento, col gomito fermo, alzava ed abbassava in cadenza la mano, percuotendo leggermente il velluto del davanzale con un occhialino di madreperla, raccomandato all'anulare da una sottil catenella d'oro. Guardavo quella manina sottile che scherzava col suo gingillo meno prezioso di lei, e quel braccio che usciva, stupendamente tornito e stupendamente bianco, da un'onda di pizzo nero. Dal pizzo i miei occhi salivano all'omero ignudo (faticosa salita dove si sarebbe voluto far sosta ad ogni tratto, come su per gli scaglioni della piramide di Chèope), e dall'omero, considerata l'impervia dirittezza del collo, spiccavano un salto sul viso. La marchesa Bianca rideva; rideva pazzescamente, ascoltando certi complimenti che, col viso curvato a poca distanza dal suo, le andava sciorinando Eugenio Percy, seme forastiero trapiantato in terra nostra, uno dei più ricchi, dei più eleganti e dei più colti cavalieri di Genova.
Mentre io stava fantasticando di questa guisa, una mano posata sulla mia spalla e il suono di una voce nota, mi vennero a rompere il filo delle considerazioni. Erano la mano e la voce di Guido Laurenti.
—Sempre fermo al tuo posto di combattimento!—mi disse egli sorridendo.
—Sì, al mio posto, ma non già di combattimento, come tu dici. Io sono neutrale, come l'Inghilterra; e tu?
—Io! qui certamente più dell'Inghilterra e di te.
—Che vorresti tu dire, Laurenti? O perchè saresti più neutrale di me?
—Non guardi tu la Roccanera?—mi chiese egli.—Non è ella, per tua stessa confessione, la donna che tu guardi più volentieri da un pezzo?
—Sì, la guardo, e che perciò? È uno studio innocente il mio, e null'altro. Quella donna mi piace, come a te, naturalista famoso, un coleòptero dalle ali più vagamente screziate, o una bella conchiglia dell'epoca terziaria, e ne faccio argomento di studio. Poi, dove giungo io? Pianto forse una spilla nella tenera corazza del coleòptero, o porto la conchiglia nella mia stanzuccia? Tu lo vedi; mi contento a guardarla da lunge; piglio da lei quello che non mi potrebbe negare, che non desta la gelosia di nessuno, e che non mi costa la menoma fatica ad ottenere.
—Lassù,—rispose Laurenti—ce n'è un altro il quale vorrebbe qualcosa di più.
—Si serva, se così piace a lui e alla dama.
Laurenti stette un tratto senza rispondere, ma guardando sempre col suo binoccolo verso il palchetto della Roccanera; poi, seguendo il filo di un interno ragionamento, esclamò a bassa voce:
—Povera Luisa!
—Tu hai toccato il tasto;—soggiunsi.—Ma che vuoi, Laurenti? questi signori uomini sono tutti d'una pasta, o, per dir meglio, d'una mota. Le donne per fermo hanno ad essere migliori di noi; e non già perchè abbiano un altro sangue nelle vene, ma perchè più gelosamente educate. Del resto, la signora Luisa si consolerà anche lei, come tante altre.
—T'inganni, ideologo, e consenti che il naturalista t'insegni qualcosa. Ella è su d'un letto, sfinita, abbandonata alle cure prezzolate de' suoi servi, e senza un amico che la conforti, al capezzale. Intanto il signor Percy, la cagione di tutti i suoi mali, è qui, a fare il cascamorto presso quest'altra. Che te ne pare?
—Ah! se la è così, mi duole della Roccanera, che non capisce queste cose.
—Ella? O che vuoi che le ne importi? Tu che studi quel corpo celeste (e non si può negare che lo sia) hai forse trovato che abbia una densità centrale da potersi mettere in conto? In quel corpicino snello, il cuore non c'è che come un centro ai canali del sangue, ma non pretendere che faccia altro. Quelle, amico mio, sono donne incaricate da Dio dell'alta e bassa giustizia in materia di amore. Fanno pagare a certi uomini, in sospiri, angoscie d'ogni maniera, e talfiata anco in colpi di pistola alle tempie, i dolori, le angoscie, che essi hanno cagionato a lor volta. Laonde io penso che siano necessarie nella economia sociale, come tanti altri malanni, imperocchè, senza di loro, non ci sarebbe più giustizia in questo mondo per le donne tradite.
—Sono sconfitto, Laurenti; dò un calcio alla ideologia e mi metto a studiare di scienze naturali. Del resto, io non ho mai pensato che madonna fosse diversa da quella che tu la dipingi, e per giungere a cotesto non ho avuto mestieri di studiarla. In quanto a lui, fa la sua strada. Dieci anni di amore, dei quali bisogna contarne quattro di catena, gli hanno fatto sentire il bisogno di scuotere il giogo. Egli ha fatto come una delle tue crisalidi, dopo una troppo lunga dimora nel bozzolo.
—Egli è un tristo!—interruppe Laurenti.
—Un tristo? e perchè? qui posso darti lezione io, Laurenti. Questa che tu biasimi, è la natura dell'uomo, come della crisalide.
—Lo credi? Sarà: ma, dato il caso, a me pare di non essere di questa specie di animali.
La conversazione tirava al serio; Laurenti s'era fatto buio come un'imposta chiusa. Stava per cominciare il terz'atto dell'opera, e l'amico mi porse la mano, a mo' di commiato.
—Te ne vai?
—Sì, me ne vado.
—Aspettami, vengo anch'io.
—O che?—mi disse egli, accompagnando la frase con un sorriso ironico.—Non rimani a studiare la densità della tua stella?
—Ti pare? La m'è venuta in uggia maledettamente.
—Ma se lo dicevo io!—esclamò Laurenti.—E ci voleva tanto a persuadersene?
Ciò detto, Laurenti ficcò il suo braccio sotto il mio, e ambedue ce ne andammo a passeggiare all'Acquasola, facendo un dialogo scucito e malinconico, in continuazione di quello che ho riferito ai lettori.
Chi ha conosciuto Guido Laurenti? E chi si ricorderebbe di lui, anco se io dicessi il suo vero nome? Nessuno, io credo; imperocchè egli era un giovine modesto, il quale non faceva parlare di sè, e il suo modo di vivere non attirava l'attenzione di alcuno; perchè se ne stava quasi solo ed aveva pochissimi amici, cheti e modesti come lui; perchè, finalmente, nel fatto delle relazioni sociali, quattro o cinque anni di assenza sono l'eternità, o poco meno.
Egli è sparito da Genova, e nessuno ha chiesto, un mese dopo la sua partenza, che cosa fosse avvenuto di quel giovine biondo, dallo sguardo e dal portamento severo, che si vedeva qualche volta per via; perchè lo si chiederebbe adesso? I due o tre che lo conoscevano un po' da vicino, sono dispersi anch'essi sulla faccia della terra; poi gli eventi molteplici e tempestosi di questi ultimi anni sono passati su di noi tutti, ed hanno cancellato perfino la sua pallida figura dall'albo delle ricordanze, fuggevoli come la impronta fotografica che non è stata anche fermata sul vetro dal…. aiutatemi a dire….. dal cloruro d'oro. Unico suo amico rimasto sulla breccia, e non immemore mai, so che c'era, perchè l'ho amato di molto; so che è andato via, perchè l'ho accompagnato alla calata del porto, dond'è partito per alla volta d'Alessandria d'Egitto, perchè ricevo spesso sue lettere, ed una or non è molto da Bombay, nella quale mi dice che certamente non tornerà più in Europa.
Ell'è una storia semplice, la sua; è la storia di un gentil cuore, ed io amo raccontarvela, perchè onora la specie umana, la quale, pigliata in complesso, si disonora tanto al cospetto di Dio, con tutte le sue ire ingenerose e i suoi ignobili amori.
Guido Laurenti era l'ultimo rampollo di una ricca famiglia della Liguria occidentale, il che è quanto dirvi che era ricco egli stesso; ma, più assai che di danaro, era ricco d'ingegno e di nobiltà di carattere. Non pativa difetto di nulla per essere noverato e celebrato tra i primi; ma non gli andava a' versi, e se ne stava da sè, vivendo alla cheta, con pochi amici e molti libri, che sono i migliori amici del mondo.
Quando io lo conobbi, egli dimorava in una di quelle gaie viottole, così frequenti a Genova, dove la montagna, disposta ad anfiteatro, manda verso il piano tante collinette digradanti. Le piccole valli sono diventate, o diventano, larghe e magnifiche strade: su per le colline laterali s'inerpicano le viottole, tra muri di giardini e di ville, e fianchi di palazzine gelose. Ora io non dirò in quale di tante viottole dimorasse Laurenti; indovinate, tra quelle di S. Gerolamo, dei Cappuccini, di S. Bartolomeo degli Armeni, e qualchedun'altra lì presso.
La casa era piccina; due piani, con sei camere per ciascheduno; dipinta da fuori di colore aranciato, che era una vaghezza a vederla; uno dei lati coperto, fino al cornicione del pian di sopra, da una spalliera di gaggia e di gelsomini; al pian terreno la sala, il salotto, il tinello, la cucina, la cameretta del servitore e quella di una vecchia fante, o cameriera che fosse; al pian di sopra la camera da letto, lo spogliatoio, la biblioteca, e tre camere per gli ospiti di Laurenti, che erano coleòpteri, lepidòpteri, uccelli, pesci, rettili impagliati, conchiglie, denti ed altri avanzi di animali e piante fossili.
Imperocchè, già lo sapete, studio prediletto e passatempo di Guido Laurenti era la storia naturale. Egli aveva incominciato colla botanica e colla entomologia, scienze vicine di casa, come è vicino l'insetto al fiore, ma era presto salito per tutti gli altri rami delle scienze naturali. Non si è appassionati cultori della flora, senza darsi anche allo studio della fauna, nè dell'una e dell'altra, viventi, senza correre alle estinte, le cui forme sono eternate nel grembo della terra. Gli è uno studio che affascina, e accade allo studioso come a quel tale cacciatore della leggenda, che fu condotto dai voli di un merlo fantastico da un capo all'altro d'Europa. Dalla osservazione della natura in tutti i suoi grandi periodi, nasce il desiderio di approfondire le origini. L'antichità della terra, scritta in vaste pagine stratiformi, conduce difilati al problema della costituzione della materia, a quella sostanza vaporosa che turbinò un giorno nello spazio, agitando e rassodando in sè medesima tutti i germi delle cose. Per tal guisa, di naturalisti si diventa astronomi; si corre di analogia in analogia, di ipotesi in ipotesi, a bisdosso delle comete; si naviga da Marte ai pianeti telescopici, da Giove a Saturno, a Urano, a Nettuno, e si è balestrati fuori del sistema solare a investigare i segreti della Via lattea. La scienza è una grande catena; la cellula che forma il tessuto organico del microscopico infusorio e le sterminate migliaia di mondi che si riflettono in un cantuccio di lente del vostro telescopio, sotto la pallida forma di una nebulosa, sono i due capi della catena, che ambedue si saldano nell'infinito, nello infinito dove l'anima, sbigottita dapprima, vacilla e dubita di sè stessa, poi confidente si addorme.
Guido Laurenti era tutto a questi studi geniali, alternando le materie, e la teorica colla pratica. Mattiniero come le lodole, dava le prime ore alla botanica del suo giardino, volonterosamente inchinandosi a tutti gli uffici del perfetto giardiniere. Sarchiava, innaffiava le sue aiuole, potava i rami, curava le margotte, maritava le viole e i garofani, creava nuove famiglie di tulipani, fantasticava le camelie azzurre. Poi ordinava in battaglia sempre nuove legioni di scarabei, di farfalle e d'altre minute bestiuole, a complemento delle sue collezioni; perdeva le ore intorno alle antenne di un grillo, alle alucce di una libellula, con una sollecitudine, con una pazienza da scienziato tedesco.
E adesso i lettori benevoli non me l'abbiano in conto di un arido professore, di un pedante noioso. Già, le scienze naturali sono lo studio di chi ha cuore, e giovano a serbargliene la nativa freschezza. Nell'involucro dell'entomologo e del botanico, come dell'astronomo, c'è sempre il poeta, giusta il più profondo significato della parola. So bene che cotesto sembrerà un paradosso a molti, pei quali il sentimento, fior di poesia, sta tutto e si mostra nel passeggiare a caso, colla testa in aria e gli occhi svagati, nel contorcersi a teatro per un gorgheggio di soprano, nel far la cera languida ad una donna e susurrarle settenarii, e sopratutto poi nello aver ribrezzo d'ogni cosa materiale. Un uomo il quale applichi l'algebra a quelle stelle lucenti che piovono una luce sì tepida sui nostri amori, o dia un nome semibarbaro e latino, per amore di classificazione, a que' bei fiori che noi offriamo, insieme coi rilievi del nostro cuore, alle dive della ribalta, non può essere che un pedante, un arnese da museo, un tomoin folioche manda odore di rinchiuso, cinquanta passi discosto.
A costoro basterebbe rispondere che il più gran poeta del secolo, Goethe, è stato uno scienziato di vaglia, e lo studiare di chimica non parve disdicevole al creatore di Margherita e di Werther. Uno scrittore francese, e dei più originali, fa ancora, io credo, il giardiniere a Nizza, ed è tanto superbo di aver dato il nome ad una nuova varietà di camelie, come di averlo stampato, a molte migliaia di copie, nelle storie diSous les tilleulse diFort en thème. Non gli è dunque vero che lo studio della natura inaridisca la mente. Egli è per l'appunto nello indagare la vita dei minimi che si aguzza lo ingegno alle più sottili analogie, e si fa la mano a tutte le varietà degli umani sentimenti. Gli amori misteriosi delle piante, le simpatie che governano il mutamento dei colori nei petali della viola del pensiero, o della camelia, iniziano meglio d'ogni altra cosa al segreto lavorìo delle passioni. La scienza non apparta dalla umanità, e da nessuna delle sue ineffabili consolazioni. Chi sa come sia formato il microscopicorotifero, che vive in una goccia d'acqua, che si dissecca e muore con lei, pronto a rinascere alla prima stilla che inumidisca la inerte materia, può spesso divinare gli arcani patimenti del cuore, e la potenza dei rimedii infinitamente piccoli sulle piaghe più grandi.
La casa di Laurenti, il giardino e il terrazzo (loggiato al pian terreno e terrazzo di sopra) erano dunque un tempio della scienza. Egli era sempre lassù; salvo qualche visita al Museo dell'Università, dove andava a studiare con Lessona, e le gite autunnali dei monti, egli usciva di rado dal suo nido. Faceva pochissime visite, e non avea altra distrazione che il teatro Carlo Felice, perchè amantissimo della musica.
E il cuore?—chiederanno le lettrici.—Giovane, come voi dite, non amava egli? Tutto quel piccolo mondo di intelligenza e di gentilezza non era avvivato, riscaldato dalla presenza di una donna?
No, la donna non c'era; ma, poichè racconto ogni cosa, non posso negare che c'era stata. Laurenti aveva ventott'anni, come mi pare d'avervi detto, e se non ve l'ho detto, sappiatelo adesso; ora e' non si giunge a quell'età senza aver sentito almeno una volta le trafitture dell'arciero bendato.
Quello di Laurenti era stato uno di quegli amori poggiati sul falso, tormentosi come un cattivo sogno, che toccano talfiata, acerbo tirocinio del cuore, ai giovinetti inesperti. Egli s'era a diciott'anni invaghito di una donna, non bella davvero, ma che pareva ed era celebrata bellissima, come tutte quelle che sanno far risaltare qualche fisico pregio con arte maravigliosa, lo circondano di svenevolezze, parlano al cuore dei riguardanti coi sogni che lasciano concepire, colle speranze che lasciano nascere, o che coltivano quotidianamente, colle vaporose malinconie, coi sorrisi, tenendo gli adoratori in un'aria impregnata d'acque nanfe e di arabici profumi. Le quali cose, accortamente vestite di seta o di velluto, accomodate con vezzi di perle e diamanti, vi creano di punto in bianco la regina delle donne, in quel regno effimero, che dura molto, solo perchè si mutano e si rinnovano i sudditi.
Costei, ch'io ho conosciuto al pari di Guido Laurenti, aveva sudditi molti, seguitata, corteggiata, adulata, e perciò senza un micino di cuore. La donna che è centro di molte adorazioni è stata paragonata al sole in mezzo ai pianeti; ma in verità io non conosco immagine più falsa di questa, sebbene tutti l'adoperiamo sovente. Quella apparenza estrinseca che ha giovato a rendere accetto il paragone, anche qui è fallace come in altre cose moltissime. Sta bene che una di cosiffatte regine da salotto e da teatro dia l'immagine del sole, e i suoi adoratori appariscano altrettanti pianeti, i quali fanno la loro brava rivoluzione intorno a lei, sempre attratti nella sua orbita e tenuti in riga del pari. Ma guardate per bene oltre la scorza dell'apparenza e vedrete che il paragone non corre più. Il sole attira i pianeti, dà loro la luce e il calore, fa germogliare le piante, produce la temperatura, che è condizione di vita ad ogni organismo, fa godere, amare, vivere insomma. Che fa, in quella vece, una delle donne di cui si ragiona? Dà luce, calore e vita ai suoi pianeti? No certo; ella non spande nè luce, nè calore, nè vita; tutto riceve da essi, e non rende mai nulla. Gli adoratori sono altrettanti fuochi che l'hanno tolta per centro, che la irradiano, la riscaldano, o tentano riscaldarla. Tentano, notate bene, tentano! Invero quella levigata superficie si riscalda un tratto; la prima crosta, l'epidermide, sente il frizzare di quelle lingue fiammanti; ma il centro, il nocciolo dell'astro maggiore, è un gelo eterno, e ogni alito infocato che giunge fin là, si converte in ghiacciuolo. Quei pianeti che danzano intorno a lei, come le mitologiche Ore intorno al Tempo, le dicono che essa è bella, che è adorata, che il suo regno è felice; raggiano verso di lei con tutta la potenza della gioventù e della passione; essa non riverbera nulla, è un corpo opaco, e le rare fosforescenze che a volte ella sprigiona, simulando la luce e il calore, non giungono neppure ai poveri pianeti; le gode qualche cometa, che viene turbinosa dalle profondità dello spazio a descrivere la sua curva violenta vicino a lei, per dileguarsi da capo.
Ad una di cotai donne aveva dato il mio Guido le primizie de' suoi affetti soavi. Novellino agli inganni, aveva fatto la sua scuola, e bisogna soggiungere, ad onor suo, che mai scuola tornò più profittevole di quella. Egli è dato cadere in trappola così agli accorti, come agli sciocchi; senonchè gli sciocchi vi rimangono, e gli accorti se ne cavano fuori. Ora, Laurenti, quantunque non senza difficoltà, nè senza danno, se n'era cavato; aveva patito, ma alla guisa delle anime forti, e non lo avea fatto scorgere. Il futuro entomologo aveva (condonatemi la frase) dato di piglio al suo cuore infermo; lo aveva aperto, arrovesciato e strizzato, per ispremerne fin l'ultima goccia d'umor guasto; poi, rasciutto, lo aveva rimesso a posto e s'era dato anima e corpo allo studio, gran rimedio alle anime affannate.
Ecco perchè non c'era nulla nel cuore del giovine naturalista; ecco perchè non c'era un'immagine di donna negli arcani penetrali della sua vita operosa.
Santa quiete dell'anima! Come il filosofo di Orazio, ma non disutile, nè paganamente beato come lui, Guido Laurenti se ne stava nella sua solitudine, monaco di un ordine nuovo, senza un espresso voto di verginità, e senza desiderio di infrangerlo. I nobili cuori hanno di cosiffatte calme, come i grandi mari; e stanno allora, le vele penzoloni, aspettando le etèsie.
Ma un giorno (allorquando si racconta, e' bisogna sempre giungerci, a questo benedettomae a questo benedettogiorno), egli avvenne che Guido Laurenti facesse una piccola variante nelle sue consuetudini giornaliere. Egli soleva dedicare la mattina al suo uffizio di giardiniere, e il pomeriggio alla passeggiata; ma quel giorno, dopo il desinare, per non so quale ragione, si trattenne in casa, e in cambio di andare alla sua solita gita, scese in giardino e andò a sedersi con un libro tra le mani, a quel posto dove era uso sedersi la mattina, dopo avere inaffiato i suoi fiori.
Qui cade in acconcio uno scampolo di descrizione. Il giardino di Laurenti era una lista di terreno, che correva per forse cinquanta metri lunghesso la collina, e dal lato della scesa era sostenuto da uno spesso muraglione, del quale ogni acquaio, ogni screpolatura, alloggiava un cespo di semprevivi, di capperi o d'altre pianticelle di facile contentatura. A' piedi del muraglione si dilungava comodamente una conserva di piante esotiche, ultimo lembo di un vasto giardino, anzi di una villa signorile, che andava a far capo ad una palazzina gialla, il cui piano superiore e il tetto rilevato a quattro acque, col suo parafulmine in cima, si vedevano sbucare da una selva di magnolie e di allori. Intorno a quella palazzina era il vero giardino, con ogni maniera di fiori; e tra il giardino e il muraglione saliva dolcemente una larga prateria, qua e là seminata di fiori disposti a canestri, di salci, larici pigmei, e tutta corsa da stradicciuole sabbiose che serpeggiavano per ogni verso, fino alla conserva anzidetta.
Quel giardino era sempre stato argomento d'invidia pel nostro botanico. Ogni mattina, dopo aver curato i suoi fiori, egli andava a sedersi sul ciglio del muraglione, e contemplava quell'orto delle Esperidi. Misurava la vastità di quel terreno coltivato, così difficile a trovarsi nel centro della città, paragonandola coi pochi metri del suo giardino pensile, e stava guardando lunga pezza, con fanciullesca attenzione, i lavori di quel beato giardiniere che aveva spazio così largo da albergare tanta varietà di magnifiche piante della flora dei tropici.
Il luogo dove il nostro botanico andava a sedersi, era presso un olmo di smisurata altezza, appartenente al giardino inferiore, ed ultimo avanzo di un lungo viale che era stato disfatto, per cedere il campo alla prateria. Quel malinconico superstite di una rigogliosa dozzina di olmi, sacrificati alla moda britannica, saliva co' suoi rami più su del giardino pensile di Laurenti. Il muraglione, per tutto quel tratto, era coperto di edera, e i lettori già capiscono che cosa ne avvenne; che cioè l'edera, come una donna innamorata, aveva un bel giorno gettate le sue braccia al collo, vo' dire al tronco, dell'albero maestoso. Amplessi tenaci, che si ripeterono in breve su per i rami, producendo tra l'albero e il muro una sequela di pittoreschi festoni e una lieta figliolanza di neri corimbi. Marito e moglie, era una vaghezza a vederli. Non curante della proprietà altrui, smesso perfino quel ritegno naturale che vieta alla donna di fare il primo passo, l'edera s'era maritata, e Dio misericordioso aveva benedette le nozze. I rispettivi proprietarii, che non s'erano accorti degli amoreggiamenti, non si vollero riscaldare il sangue quando il pateracchio fu fatto, e la prescrizione passata. Poi, la consuetudine di vederli uniti (e vi so dir io che facevano assai miglior figura di certi matrimonii) fu tale, che allorquando il proprietario di sotto fu per atterrare i due filari di olmi del suo viale all'antica, non gli diè l'animo di far mettere la scure sull'ultimo albero, e di vedovare quella tenera, quantunque assai nodosa, consorte.
Per amore di verità debbo dirvi che egli non ci si piegò tutto ad un tratto, e stette anzi in forse per qualche dì. Ma finalmente vinse la pietà, e, più ancora che la pietà, il pensare che in fin de' conti quell'olmo era l'ultimo del viale, che era molto accosto al muraglione, e in quella che sarebbe rimasto come una rarità, non avrebbe fatto impedimento, nè sconcio.
Colà dunque, sul ciglio del muraglione, dov'era anche un sedile di pietra addossato al murello, andava a sedersi Laurenti, nell'ora in cui il giardiniere di sotto girava attorno alle sue piante e le ripuliva dai pericolosi baci della rugiada, con larghi spruzzi d'acqua del suo anaffiatoio, innanzi la levata del sole.
Il vedersi ogni mattina, l'uno giù e l'altro su, aveva recato una certa dimestichezza tra Guido e il giardiniere. L'uno signore, l'altro bracciante, s'erano indovinati i medesimi affetti nelle medesime occupazioni; ma non avevano impreso ancora a discorrere insieme. Il giardiniere, quando giungeva col suo anaffiatoio e col suo sarchiello fino alle ultime aiuole, nel vicinato dell'olmo, alzava il naso verso il sommo del muraglione, donde gli sorrideva il viso biondo del giovine signore, rischiarato dai primi raggi del sole, e metteva la mano al cappello. Laurenti rispondeva al saluto con un grazioso cenno della mano o del capo, e la conversazione era finita.
Egli per tal modo non aveva mai chiesto di chi fosse la villa; il caso non l'aveva mai condotto a udire il nome del padrone, e, non affacciandosi colà che di buon mattino, mai berretta di velluto ricamata d'oro, mai veste serica tra i meandri fioriti, mai corsa chiassosa di allegri fanciulli sul prato, aveva rivelato a Guido Laurenti gli abitatori di quella palazzina gialla, il cui tetto rilevato a quattro acque sbucava, là in fondo, da una selva di magnolie e di allori.
Ma un giorno (ripiglio finalmente il miomae il miogiorno) Laurenti ruppe la consuetudine, e andò nel pomeriggio a sedersi presso la sua edera e presso l'olmo dei vicini.
Mai giorno di primavera era stato così serenamente bello; mai raggio più tiepido di sole aveva svolte per l'aria, in sottilissime vaporazioni, le fragranze dei fiori. Bei giorni, momenti beati, nei quali l'uomo, penetrato da quei raggi di sole, rallegrato da quelle fragranze, si sente vivere con voluttà, dimenticando un tratto la grave molestia dell'esser nato!
Guido aveva un libro tra mani, l'Eneide di Virgilio; un libro di scuola, che aveva tradotto da capo a fondo sulle panche di prima Umanità, e che però non avea più da leggere per amor di novità, ma che amava pur di leggicchiare a spizzico, nelle ore di ricreazione. E già, sostenuta insieme con Enea quella brutta burrasca suscitata dal consiglio di Giunone, egli aveva dato fondo nella rada di Tunisi, o poco presso, e andava a caccia su per la costa, prevedendo l'apparizione della cacciatrice divina che lo avrebbe fatto andare bel bello fino alle porte di Cartagine.
Senonchè, per effetto di distrazione, egli s'era fermato a mezza strada. Faceva quattro esametri di viaggio, e poi si baloccava a veder volare una mosca. I balsamici effluvii, il tepore dell'aria, il cheto remeggio di una nuvoletta rosea nelle diafane lontananze dell'orizzonte, quei raggi obbliqui che andavano a rifrangersi sui vetri delle finestre e sulle banderuole dei tetti circostanti, lo distoglievano ad ogni tratto dal primo libro dell'Eneide. Si rimetteva a leggere alcuno di quelli esametri divinamente armoniosi, scandendone a voce sommessa i melodici numeri (i latinisti che mi leggono capiranno benissimo questa voluttà delle voluttà), ma al primo rompersi del periodo in un emistichio del verso seguente, egli ricadeva subito nella sua contemplazione.
Gira, rigira, di fermata in fermata, gli occhi di Laurenti erano andati a posarsi su d'un bel pino domestico, che sorgeva nella villa sottostante, come una rarità di vegetazione; dio Termino piantato sull'estremo lembo della prateria, accanto al sentiero maestro che andava a nascondere i suoi meandri tra le magnolie del giardino.
Quel pino lo condusse a pensare alla casa paterna e ai felici giorni della prima adolescenza, allorquando suo padre lo faceva alzare per tempissimo per averlo compagno alla caccia, ed egli, sebbene non gli andasse a' versi quella maniera di passatempo, era lieto di correre su pei monti insieme con suo padre, di aiutare il rustico servitore a portar le gabbie degli uccelli di richiamo, le verghette di ferro e la pania da distendervi sopra.
Colà, sul ciglio di una costiera piantata di piccole roveri, un grosso pino segnava il cominciamento di una nuova regione vegetale. Di là passavano a stormi i pellegrini dell'aria, i fringuelli, i cardellini, le cingallegre, i fanelli; e là, disposta ogni cosa per bene, le verghette impaniate tra i rami dell'albero, i richiami tra i cespugli, ambo ascosi in un cappannuccio di frasche, attendevano il passaggio degli spensierati, che, attratti dal canto traditore dei compagni prigionieri, venivano a dar ne' panioni, donde non c'erano santi che potessero cavarli.
Il santo era qualche volta Guido Laurenti, cioè quando il padre suo si partiva di là, lasciandolo solo nella tesa. L'adolescente non pensava più agli uccelli. Accoccolato nel suo nascondiglio, col viso appuntellato sulle palme, e gli occhi nel vano dell'apertura, stava fantasticando una vaporosa forma di donna; vedeva la castellana, o la fata dei luoghi, scendere dalle rovine di un antico maniero e sedersi ai piedi di quel pino, e sè medesimo, nobilmente vestito di velluto, con le calze divisate di bianco e di rosso, il giustacore serrato ai fianchi, una berretta piumata capricciosamente posta a sghembo sui biondi capegli, stare a' piedi di quella gran dama, baciarle per tutti i versi quella mano bianca ch'ella gli aveva abbandonata tra le sue, e canticchiarle la sua prima ballata d'amore.
Il dar d'uno sciame di lucherini nell'albero, lo sbatter dell'ali che sempre più si invescavano sulle verghette fallaci, il pigolare doloroso dei poveri pennuti, lo risvegliavano dalla sua estasi. Sbucava sollecito dal suo capannuccio, si arrampicava sull'albero, e andava a spiccare i tapinelli, badando a non strappar loro le penne maestre; ripuliva dal vischio le loro graziose zampine, e li rimandava con Dio, in nome di quella bellissima dama che era sparita pur dianzi.
Poco stante capitava il babbo.—Orbene, non c'è stato nulla?—Nulla, babbo; uno sciame di lucherini ha dato nei rami, ma la pania non teneva e non ho fatto a tempo per coglierli; se ne sono volati via.
E il babbo, che notava i piumini sulle verghe e la buona presa del vischio, a non credere un'acca dei discorsi dell'adolescente, a sgridarlo un tratto, ma compiacersi in cuor suo delle invenzioni del figlio, pur promettendo che non l'avrebbe più condotto ad uccellare con lui.
Bei tempi, bei tempi! e chi non ha di somiglianti memorie, piccoli quadri dell'adolescenza, che si richiamano, si ridipingono e s'incorniciano tra le meditazioni dell'uomo adulto, belli di quella velatura ineffabile che distende sovr'essi la lontananza degli anni?
Ed ecco come la vista di quel pino, sull'ultimo lembo della prateria sottostante, faceva fantasticare Laurenti, seduto presso il suo muraglione, colla sua Eneide tra mani.
L'illusione delle circostanze era perfetta; non ci mancava neppure la castellana.
Essa era laggiù, com'egli l'aveva sognata adolescente. Capelli neri e morbidi, chiusi in una reticella di filo d'oro, le cui larghe maglie non ne scemavano la lucentezza; la persona svelta e di graziosi contorni, a cui aggiungevano maestà e leggiadria le molli pieghe di una lunga veste di seta cenerognola e uno sciallo rosso di Persia, lavorato a fogliami, negligentemente raccolto intorno alla vita.
Alla distanza in cui era, non si poteano distinguere i lineamenti del viso, ma s'indovinavano regolari e bellissimi, al soave effetto che facevano da lunge. L'ovale un tal po' allungato di quella faccia, la carnagione bianca, pallida come di una bella morente, richiamavano alla memoria una di quelle madonne in cui il pennello di Carlo Dolci ha così mirabilmente accoppiata, compenetrata quasi, la bellezza col patimento della materia, di guisa che il rimirarle vi sveglia ad un tempo la voluttà negli occhi e l'angoscia nel cuore.
Laurenti rimase estatico a quella vista, senza sapere se vedesse da senno, o se per avventura non fosse quella una continuazione delle sue ricordanze giovanili. Poi, come avviene per simiglianti immagini del passato che fanno insieme tenerezza e sgomento, si sentì sopraffatto, e si fe' scorrere una mano sul fronte, quasi sperasse in tal modo dileguar dalla mente la diletta visione. Si provò a ripigliar l'Eneide e proseguir la lettura; ma il primo emistichio che gli cadde sott'occhi «Et vera incessu patuit Dea» non fece altro che richiamarlo all'argomento della sua contemplazione, e ricondurgli lo sguardo sotto quell'albero di pino.
La dea era pur sempre colà, innanzi agli occhi suoi, dea al volto, al portamento, all'incesso. Ella era tuttavia sotto l'ombrello del pino, ma veniva lentamente in su pel sentiero sabbioso, la testa un tal po' reclinata sull'omero, come persona stanca, una mano al seno sui capi dello scialle, che senza quel ritegno sarebbe caduto, mentre l'altra, che si potea scorgere da lontano bianca e sottile, penzolava mollemente lungo le pieghe della veste fluente.
Non era quella un'illusione per fermo. Il giovine meravigliato richiuse sull'indice le pagine aperte del libro e rimase intento a guardare la bianca apparizione. Per la prima volta dacchè dimorava lassù, egli vedeva qualcheduno, oltre il solito giardiniere, nella villa sottostante. La divinità misteriosa di quel tempio era là, pallida, sfinita, ma bella, come la principessa della favola, chiusa da un incantesimo di mago geloso in un castello dalle mura di diamante.
La pallida signora si muoveva lentamente su pel sentiero, dando un'occhiata, ora a questo, ora a quello dei fiori delle aiuole circostanti. Ella si soffermava spesso, non tanto per guardarsi dintorno, come da lunge pareva, quanto per aspirare a labbra socchiuse (labbra di pallido corallo!) quell'aria tepida e ristoratrice. Appena ella fu presso ad un sedile di ferro dipinto, vi si lasciò andare la persona, come se fosse stanca oltremodo della via; adagiò gli omeri contro la spalliera, e rimase inerte, colle dita intrecciate, le braccia prosciolte, e gli occhi languidamente rivolti verso il sole, che si nascondeva allora dietro i monti d'Arenzano.
Anch'ella, povera bella, fantasticava; ma, più infelice di Laurenti, ella soffriva, e le memorie che le tornavano in mente non erano punto liete, nè caramente malinconiche, come quelle del giovine naturalista.
Venne la notte, ed ella era ancora sul suo sedile, nella istessa postura; Guido medesimamente fermo a guardarla, coll'indice tra le pagine del libro.
L'ultimo filo di luce del crepuscolo rischiarò la doppia comparsa del giardiniere che andò a dar la mano alla signora per ricondurla nella palazzina, e del servitore di Laurenti che, temendo non s'infreddasse, da quell'uomo prudente ch'egli era, portava il cappello per coprir la testa al padrone.
Un nuovo e più vivace elemento entrava nella vita di Guido Laurenti. Era una bella e nobile vita la sua, intelligente, studiosa, operosa, e si disponeva acconciamente a diventar feconda d'intendimenti generosi. Ma il calore non c'era; non c'era quella tal cosa che fa dire col poeta latino: «spiritus intus alit». Egli era, se posso giovarmi del paragone, come un bel disegno senza colore, o come un bel paese senza luce, il che poi torna lo stesso, imperocchè i colori non sono che le sette persone di quella santissimaSettenità. Ora, quel nuovo elemento era come l'alba che rischiara il paese, facendolo nuotare dapprima in una vaghissima nebbia, tinta a gradi con tutte le più soavi temperanze della tavolozza dell'iride, e dandogli da ultimo que' toni più giusti, que' lumeggiamenti ricisi, che fanno risaltare ogni cosa in tutta la sua schietta bellezza, colla debita osservanza a tutte le leggi della prospettiva.
Tutte queste belle cose, che io dico del resto così male, non le disse a sè stesso, nè mal nè bene, il mio giovine protagonista. Egli non fece esame di coscienza allorquando, dopo aver pigliato il suo cappello dalle mani del servitore, stette ancora un pezzo immobile a guardare colà dove la bella gentildonna era sparita nel buio della sera, e non pensò neppure a farlo, quando con passi lenti e misurati rifece il viale del suo giardino per tornarsene in casa.
A che cosa pensava egli, mutando i passi dell'uomo pensieroso? A nulla, proprio a nulla. E del pari senza pensare a nulla, entrò in casa, appiccò il cappello alla prima gruccia del cappellinaio, e andò svogliato a sedersi su d'un divano del suo salotto.
Per la prima volta dopo dieci anni si sentì senza desiderio di metter mano a cosa veruna; se il servitore, vedutolo entrare colà, non si fosse affrettato ad accendere la lucerna, egli non avrebbe pensato a chiedere un po' di lume. E non pensava a nulla, non gli veniva neppure in mente di chiedere a sè stesso il perchè non pensasse a nulla.
Si alzò, e poichè si vide dinanzi il cembalo, andò a sedersi alla tastiera, su cui non metteva le dita da parecchi mesi, e accesi i torchietti, si fece a suonare quella stessa musica che vide squadernata sul leggio. La era una mazurka, ed egli suonò la mazurka; poi diede di mano ad un altro quaderno, e suonò quel che c'era, dalla prima all'ultima nota, senza nemmanco badare al genere del pezzo. Senonchè, la era musica inminore, e ilminoreè come le ciliegie, che una tira l'altra; e Guido Laurenti, senza metter mano ad altri quaderni, suonò una infilzata di romanze malinconiche, andando da ultimo a immorbidirsi in quella famosa del Verdi: «Quando la sera, al placido» con tutto quello che segue.
L'amore entrava, come i lettori vedono: c'era già la sera, e il placido chiarore del cielo stellato.
Egli tuttavia, ripeto, non ne sapeva nulla, e continuava a suonare come se fosse stato quello lo studio e il passatempo di tutte le sere, in cambio dellaTrasformazione delle speciedi Darwin, o delCosmosdi Alessandro Humboldt.
Così del resto avviene mai sempre. Se l'uomo al primo mutar dell'aria fosse sollecito a mettere la sua brava flanella, non ci sarebbero più reumi nè bronchiti. E se ai primi segni di una simpatia, ma proprio ai primi, un uomo assennato facesse il suo esame di coscienza, pesasse il pro e il contro sulla bilancia, i rischi e i guadagni, io metto pegno che non andrebbe più innanzi. Ma, passano due giorni, e la flanella non è giunta a tempo per isviare la tosse; passano cinque, e i gagliardi propositi non custodiscono più dai colpi di un affetto veemente. La malattia è nei bronchi; la passione è giunta al cuore, e arrivederci col senno di poi!
Il primo pensiero di Laurenti (gli era proprio tempo che tornasse a pensare!) fu per la gentildonna veduta pur dianzi; ma era un pensiero innocente, naturale come la curiosità, legittimo come la compassione del prossimo. Ed ecco poi in che forma logica gli si dipanò nella mente, in quella che stava seduto al cembalo, cogli occhi sopra uno dei torchietti accesi:
«…..Povera donna! mi pareva molto stanca. Che male avrà? Era bianca come la cera intorno al lucignolo, e liquefatta del pari. Che la sia offesa nei polmoni? Sì certo; son queste le malattie in apparenza più dolci, che uccidono a gradi, e non c'è bisogno di starsene inchiodati in un letto per sentirsi morire. Si sfiaccola come questa candela; ci si rimette ogni giorno uno strato di vitalità; si ama sempre più la luce, il calore, quanto più vanno mancando di dentro; poi, la cera liquida, giunta all'ultimo strato, si riversa nella padellina, il lucignolo si abbatte, stride, e buona notte!
«Povera donna! Ma perchè non cura la sua salute? Le son malattie da badarci per bene. I medici le hanno sentenziate insanabili, poichè essi guardano alla interna rovina di un organismo e non alle cause morali che la guidano, come soprastanti alle opere di demolizione. Questi mali s'hanno a pigliare anch'essi pel loro verso; vuolsi curar l'anima in pari tempo del corpo. È ci vuol altro che olio di fegato di merluzzo! S'ha da svagare il malato, fargli mutare sensazioni, mutando paese, e via via. La dama è ricca. A quella palazzina e a quel magnifico giardino dee rispondere un largo censo. Perchè si lascia sgretolare a quel modo dal male!
«Chi sa? forse la ci avrà le sue millanta ragioni a non muoversi. Si è a volte legati in un paese con funi di canape, a volte con fili di seta… che tengono assai più forte del canape. E invero un marito non può essere impedimento a fare quello che la cura del proprio corpo consiglia; laddove un amante… Un amante! e perchè?…»
La supposizione dell'amante non pareva gli andasse molto a' versi. La masticò un tratto fra i denti, quindi balzò in piedi con piglio d'insofferenza.—Vadano in malora gli amanti!….. esclamò.—E le amanti!—soggiunse, ma più sommesso, come chi senta di dire una mezza bugia a sè stesso. E uscito dal salotto, andò a cangiar vestimenta, zufolando (egli che non zufolava mai); quindi uscì, dopo aver detto al servitore che sarebbe tornato tardi, poichè andava al teatro Carlo Felice; e uscì zufolando pur sempre.
Quella per fermo era serata di musica!
Il teatro Carlo Felice quella sera aveva faccia di legno. Laurenti, il quale non s'era più ricordato d'essere in lunedì, se ne addiede come fu alla porta; ma non se ne dolse; che anzi! Egli aveva detto al servitore e a sè medesimo che andava a teatro, soltanto per dire qualcosa, e gli parve una ventura di dover appiccare la voglia all'arpione.
Ha mai pensato il lettore che siamo sempre in due, dentro di noi, o, per dir meglio, che il nostronoiè composto di due persone, che una vuole e l'altra disvuole, e quella che vuole o disvuole più tenacemente non è sempre la prima per ragione di dignità? Egli avviene spesso nel nostro interno come un dialogo, un battibecco inavvertito, una sorda puntaglia, e le gambe e le mani nostre non eseguiscono sempre i comandi della parte più autorevole. La parte seconda, che è la materia, l'istinto, o quel diavolo che vorrete, pensa anco lei, e talfiata ragiona anche meglio dell'intelletto; testimone il fatto degli ubbriachi che non si rompono mai ilnomine patris, e trovano sempre la toppa dell'uscio di casa, senza mestieri del lumicino della ragione.
Ora, uno dei due contendenti voleva che Guido andasse a passeggio; e fu proprio quello che si rallegrò nella mente sua, quando il capo di casa trovò chiuso il teatro.
Laurenti se n'andò dunque girelloni per la città, ma con una spasimata voglia di salire. E fu di tal guisa condotto per una strada larga, nella quale non si vedeva anima viva, e che egli per conseguenza potè popolare di morti a sua posta, vo' dire delle sue ricordanze giovanili, delle care imagini de' suoi parenti, e perfino de' suoi compagni di scuola, allorquando pigliava i primi granchi nel mare del sapere, chiamando le lettere dell'alfabeto con nome sempre diverso da quello che avevano avuto, dai Pelasgi fino al tempo presente.
Erano, in fin dei conti, innocentissime meditazioni, e non c'era nulla a ridire. Ma chi avesse potuto (come fa il lettore dietro la scorta di un minuto racconto) notare le speculazioni di Laurenti dal ciglio del muraglione, e scorgere nel suo soliloquio accanto al cembalo il germe di una simpatia per la signora della palazzina gialla, avrebbe anche notato che quella strada nella quale era ito a meditare, andava per l'appunto a far capo, indovinate dove! alla palazzina gialla.
Per la chiusa del primo giorno, non c'era male davvero!
Il giorno seguente, mattiniero come al solito, il giovine botanico si diede tutto alle sue piante, e proseguì la sua opera di giardiniere accurato fino all'ora dell'asciolvere. Dopo i fiori, stando alle consuetudini, avrebbero dovuto venire gl'insetti; ma per quel giorno gl'insetti non ebbero molestia, e i trattati di entomologia dormirono sugli scaffali.
I fiori, poveretti, avevano sempre bisogno di qualche cosa; e in particolar modo quelli che stavano sul murello, sull'ultimo lembo del muraglione, che riusciva meno discosto dall'albero di pino. Laggiù c'era sempre qualche pianticella da curare, qualche mala erbuccia da sterpare, qualche ramo da tener ritto.
Tra questi lavori giunse l'ora del pranzo; poi giunse la sera. E sull'imbrunire, quando tacciono i mille rumori confusi del giorno, quando le fragranze delle erbe e dei fiori salgono come una vespertina preghiera della natura verso il cielo azzurro, una bella rosa di Torino e un magnifico garofano, che stavano vicini su quell'ultimo lembo del muraglione che ho detto, se avessero avuto parola umana, avrebbero fatto udire una conversazione curiosa. E' la fecero invero nella lingua loro, e nessuno avrebbe a risaperne verbo; ma io, costretto dal mio uffizio di romanziere a saper tutte le lingue, a origliare i soliloqui delle anime, a intendere perfino i sospiri, ho inteso anche quel dialogo, e posso riferirvelo dalla prima all'ultima parola.
—Ohè, vicino!—disse la rosa al garofano, toccandolo leggermente col sommo delle foglie agitate dalla brezza.—Dormite forse?
—Non dormo;—rispose il garofano—pensavo. E voi madonna?
—Io ho desiderio di far quattro chiacchere. Avete sentita la rugiada di quest'oggi?
—Sì, madonna, e vi so dir io che m'ha fatto un gran bene.Tuttavia……
—Tuttavia, che cosa?
—Tuttavia, egli c'è stato un momento che mi sono provato a dir basta. S'intende acqua e non tempesta. Figuratevi, madonna, che ho preso la risciacquata per cinque volte alla fila.
—Com'io per l'appunto; ma io non me ne sono lagnata.
—Oh, voi siete buona come il carbonio di cui ci nutriamo; ma confessate che la è stata una cosa insolita. Gli altri giorni non s'è mai andati oltre le due.
—Gli è verissimo; quest'oggi il giardiniere ci ha avuto una gran sollecitudine per noi. Vedete, bel vicino, egli m'è stato attorno in un modo da dover essergli grata per tutto il tempo ch'io viva. Ci avevo già cinque o sei di que' brutti animaletti i quali s'inverdiscono del nostro sangue; ed egli, buonino, me li ha cavati con un fuscellino, che solo a sentirlo mi facea tenerezza.
—E a me, madonna, ha levato di dosso un bruco villoso…… sapete, di quelli che poi fanno i farfalloni……
—Son carine, le farfalle, con quelle loro ali screziate e asperse di polverina d'oro!
—Sì, ma i bruchi son pure le moleste bestiaccie. Io rinunzio alle farfalle, madonna, se, per vedermele poi aliare dattorno, ho da lasciarmi strofinare dall'epa di quei vermiciattoli neri. Insomma ei me lo ha tolto dai piedi, e poi mi ha strappato alcune foglioline avvizzite che mi erano uggiose.
—Gli è un bravo e bel giovinetto—disse la rosa di Torino.—Io non rifinisco mai di guardarlo, e certo il primo bottone ch'io farò, vuole rassomigliargli di molto.
—Badate, madonna! e' riuscirà troppo pallido.
—Ah, sì, gli è un giovine malinconico e sempre sovra pensieri…..
—Avete veduto—interruppe il garofano,—che cosa faceva egli quest'oggi?
—Che cosa?
—O non avete notato quell'arnese che si recava spesso davanti agli occhi, e che teneva qui sul murello, vicino al mio vaso, per averlo sempre sotto la mano?
—Sì, sì, un coso con due buchi lucidi, che devono esser fatti per guardare da lunge. E' lo alzava e lo abbassava ad ogni tratto, sempre nella direzione del giardino di sotto.
—Benissimo, ma usando sempre la precauzione di mettersi dietro le vostre foglie, o dietro le mie.
—Che cosa vorrà dire, vicino?
—Chi sa? Certo non lo avrà fatto per guardare il tempo.
—Ottimo giovine,—proseguì la bella rosa, che avea fermo il chiodo in quella considerazione.—Lo vorrei veder contento. Per me, vo' dirvela schietta, se ha da essere così impensierito, amo meglio che non mi dia da bere nemmanco un fil d'acqua.
—Oh, questo poi!—esclamò il garofano.—Io qui non mi accosto alla vostra opinione.
—Signor egoista!
—Madonna tenerina!
Un terzo interlocutore, dalla voce sonnacchiosa e burbera, venne a rompere quel dolce colloquio. Gli era ungeranium triste, il quale stava lì presso, nell'angolo tra il muraglione e un muro di tramezzo, che separava il giardino di Laurenti da un camperello contiguo.
—Sì, adesso bisticciatevi ancora! La notte è fatta per dormire, e voi altri non lasciate pigliar sonno a nessuno.
—Che cos'ha quest'altro?—mormorò la rosa sbigottita al garofano.
Il garofano mulinava una risposta, ma non trovandola lì pronta e tale da offerire a madonna un alto concetto della sua dignità mascolina, non rispose un bel nulla.
Intanto il geranio proseguiva:
—Già, i contenti sono sempre incontentabili; hanno dieci e vorrebbero aver quindici, poi venti, e via discorrendo. Io che sto dietro questo muro…..
—Comodamente al riparo dalla tramontana!—interruppe beffardo il garofano, che aveva trovato la parola da dire.
—Io che sto dietro a questo muro—ripetè, senza dargli retta, il geranio—io non ho avuto uno sguardo del vostro Narciso, nè uno spruzzo d'acqua per cavarmi la sete. M'avesse detto: crepa! Già, io ci ho il peccato addosso di non essere sul murello, daccanto a voi altri. Il bruco che egli ha tolto da voi, messer garofano garbato, egli me lo ha gittato sopra di me senza neppure guardarsi da fianco. Ora voi non vi ringalluzzite tanto, madonna rosa! Io ci ho un occhio per foglia, e da qui, sporgendo il capo, ho potuto vedere che cos'è tutta la sua tenerezza per voi.
—E che cos'è?—si provò a dire sgomentita la rosa di Torino.
—Ah, ah! gelosa! C'è laggiù, in quel giardino, una bella signora, più bella di voi a gran pezza….
—Da che parte?—chiese pronto il garofano—da che parte, ch'io non l'ho veduta ancora?
—Là, dietro quella selva di magnolie e di allori. La viene qualche volta a diporto, per quel sentieruolo a manca. Ieri il vostro amico è stato per due ore a contemplarla. Oggi non la è venuta affatto, ed egli ha avuto un bell'aspettarla, e darvi da bere a voi altri, e cavarvi i bruchi, signor garofano, e spidocchiarvi, signora rosa…
—Oibò!—disse la rosa, arricciando le foglie.
—Eh! io non ve le so dire le belle parole; dico acqua all'acqua, e non so come il vostro bel giardiniere battezzi quelli sconci animaletti che ci avete voi sulla persona, bella schifiltosa! Del resto sappiatelo: la dama per tutt'oggi non s'è vista, ed egli se ne strugge… ve lo so dir io, se ne strugge!
—Adesso, crepa di rabbia!—aggiunse mentalmente il geranio a guisa di perorazione, e si messe a dormire, contento come chi pensa d'aver fatto un'opera buona.
—Povero giovine!—mormorò la bella rosa di Torino, e reclinò pensierosa le sue foglioline.