VII.

Tre giorni passati a meditare di continuo su d'una cosa, la solitudine, che è potentissima esca ai vigorosi affetti, e più di tutto dieci anni di vita senza amore, avevano dato Laurenti in balia della passione, e così profondamente scolpita nel suo cuore la imagine della bella sconosciuta, da non poterla più cancellare.

Allorquando egli venne finalmente a pensare sulla natura de' suoi sentimenti, allorquando, rientrato un istante in sè medesimo, si addiede della gravezza del male, chiuse gli occhi e gridò: non è vero.

Non è vero! Frase presto detta; e intanto egli era sempre inteso a guardare la palazzina gialla e gli cuoceva di non veder più comparire quel bianco viso di donna.

Uno dei primi e dei più noti sintomi di quella affezione cardiaca che non è considerata in alcun trattato di patologia, ma che tutti conoscono, e molti conservano allo stato cronico, è il girandolare che si fa nei pressi di una certa abitazione. Si gira, si va, si viene, ma non si esce mai dai paraggi dell'Isola ignota; si bordeggia, si getta l'àncora in vista, come farebbe una fregata in crociera.

Un altro sintomo è quella curiosità di sapere un certo nome. Si adoperano, per soddisfarla, tutti i più sottili artifizi; si passeggia più volentieri coi ciceroni della cronaca cittadina; si stringe la mano con maggior piacere alle persone che hanno qualche attinenza colla Dea, ancora senza nome, e solo per farlo cascare, questo benedetto nome, a guisa di un diamante smarrito che si cerchi, tra i ritagli di una conversazione capricciosa.

E questi sintomi c'erano ambedue. Guido Laurenti, chi avesse voluto trovarlo, era in giardino, o per quella tal via che metteva alla palazzina, ma senza veder mai la bella innominata. Poi, di sera andava a teatro, in traccia di gente chiacchierina; ma senza cavarne un costrutto. E per vero, non avendo mai veduto la dama per via, nè in altro luogo di ritrovo, non sapeva da che parte incominciare, non poteva metter le mani su chi la conoscesse, o di persona, o di nome.

Un giorno la fortuna gli condusse tra piedi un conoscente, persona curiosa che andava per le vie alte della città, a dare un'occhiata ai nuovi edifizi. L'occasione non aveva che tre capegli sul cranio, ma Guido li afferrò destramente, conducendo il compare per quella tal via che sapete, e là domandandogli di chi fosse quel palazzo rosso, di chi quel bianco, di chi quella casa grigia, e via discorrendo, sempre con aria sbadata e per mo' di chiacchera.

Di tal guisa, tirando innanzi, seppe finalmente che la palazzina gialla era la villa Argellani.

—Argellani! che gente è?

—Non so;—rispose l'amico—forastieri, che l'hanno comperata, credo, dai Visdomini. L'uomo è morto, lasciando la vedova, che deve starci di casa.

E' fu tutto quanto potè sapere Laurenti; ma era già molto; una vedova ed un cognome!

La Argellani, ei l'avea già udita nominare, epperò non gli giungea nuovo il parentado; ma quando, e in che modo, non rammentava. E il nome di battesimo? quello era il busilli.

Così egli rimase senz'altro lume, a mezza strada. A chi far capo? Chiederne ai ciceroni della cronaca, gittar loro innanzi quel nome per avere tutte le altre notizie, gli parea cosa disdicevole; inoltre, siccome avviene agli innamorati, sembrava a lui che il primo venuto gli avrebbe letto il suo segreto negli occhi.

Meditò, meditò, ma non gli venne alcun partito che valesse. Parlare col giardiniere! sì, certo; quello era lo spediente migliore, anzi l'unico buono; ma come fare? La conoscenza c'era; ma non andava oltre il saluto, e la cosa era come passata in giudicato. O come avrebbe fatto per entrare in discorso con lui?

Il giardiniere diventava, issofatto, un gran personaggio, e per accontarsi ragionevolmente con esso lui, ci voleva proprio una diplomazia di quella più fine, una diplomazia da Talleyrand, e da Metternich.

Ci pensò una notte e un giorno; finalmente ebbe trovato lo spediente. Era molto arrisicato, e poteva anco non approdare; ma il nostro diplomatico non ci aveva da scegliere tra parecchi il più acconcio; gli bisognava sperimentare quel solo che avea potuto trovare.

Uscì a tarda notte in giardino. Il cielo era buio, e propizio al gran misfatto. Giunse fino al muraglione, presso ad una bella pianta di camelie, che era una rarità della specie; sollevò il vaso tra le palme, lo sospese fuori del murello, e lo lasciò spietatamente cadere nella prateria sottostante.

Quindi si allontanò sollecito da quel luogo, ma non tanto, che non udisse il tonfo del vaso.

—Povera camelia!—esclamò, affrettando il passo: e fu quella l'orazione funebre dell'uccisore alla sua vittima.

Come aspettasse impaziente il mattino, potete argomentarlo, o lettori. All'alba era già in piedi. Scese in giardino, ma senza ardir nemmanco di guardare dov'era rimasto il vuoto nella fila dei vasi, e se ne andò ad inaffiare le sue aiuole più lunge, da dove nessuno, che fosse nella prateria, avesse potuto veder spuntare il sommo della sua testa. Un'ora passò; quindi un'altra mezz'ora, e già egli pensava che la sua camelia fosse perduta senza utilità, allorquando udì levarsi dai piedi dell'olmo una voce che gridava:

—Signore! signore!

Il cuore gli balzò in petto; ma e' non si mosse. Intanto la voce ripigliava più forte: signore! ohè, signore?

Si avanzò allora fino al murello, e si provò a guardare. Gli era per l'appunto il giardiniere, che aveva rizzato la povera pianta, e stava col viso in aria a cercare di lui. I cocci del vaso erano sparsi sul terreno, ma il terriccio di castagno era agglomerato tuttavia intorno alle radici; la vittima respirava ancora.

—Signor…. signor…. La mi scusi; non so il suo riverito nome.

—Laurenti, ai vostri comandi, brav'uomo.

—Signor Laurenti, veda….. questa è roba sua;—proseguì il giardiniere, levandosi con una mano il cappello, e additando la camelia coll'altra.

—Che? come?—gridò Laurenti.—Oh la mia povera camelia! E come mai la è caduta? Forse il vento….

—Oh, non ha tirato vento, stanotte;—rispose il giardiniere.—Sarà stato quel tristo d'un Grigio. Sa Ella? un gatto bellissimo, ma e' ci ha il ticchio di scorazzar la notte, per dar la caccia ai topi. Si sarà arrampicato per l'edera fino alla fila dei vasi, e avrà fatto lui il malanno.

—Ah!—esclamò Laurenti. E siccome il Grigio non era lì per protestare, la calunnia ebbe corso.

—Mascalzone d'un Grigio!—proseguì il giardiniere,—se lo colgo, n'ha a toccare una serqua!

—Oh no; povera bestia!—disse Laurenti, che non voleva far bastonare un innocente, quantunque gli giovasse lasciarlo accusare.—Esso ha operato a fin di bene per ammazzarci i topi, e non gli s'ha a dare un castigo. Poi non è un gran male, quello che ha fatto; soltanto mi rincresce un tratto per quella pianta….

—Sicuro, una bella pianta!Camellia maculata Adhemari!—sentenziò il giardiniere dopo averne esaminati i bianchi petali chiazzati di rosso cupo.—Ma per ventura non la s'è fatta un gran male. Il peso del vaso la fece cader ritta.

—Ah, manco male.

—E purchè la sia rimessa subito in terra.. Veda, non ci ha che un ramo guasto, ma il tronco è sano, e le radici del pari; la terra non pare quasi che abbia fatto quel salto.

—Manderei a torla;—soggiunse timidamente Laurenti,—ma non ho il servitore in casa.

—Che! la porto io;—rispose il giardiniere, alzando il cespo da terra con molta accuratezza.

—Voi? Mi duole davvero che v'abbiate a pigliare questa molestia.

—Son pochi passi, signor…. signor Laurenti. C'è qui presso la postierla che mette nella viottola; due salti e sono da Vossignoria. Ah Grigio, Grigio! Ne fa sempre qualcheduna delle sue.

E così accagionando il povero Grigio, l'amico giardiniere s'incamminò per la discesa del prato, verso la postierla che aveva accennata a Laurenti.

Il nemico era dunque costretto ad accettare battaglia. Il primo colpo da gran capitano era fatto; e' bisognava saper fare il secondo; entrato in dimestichezza col giardiniere, cavargli le parole di bocca.

Laurenti andò a riceverlo sull'uscio di strada. Gli era un uomo sui cinquantacinque, piuttosto alto della persona, robusto e vegeto, dalle labbra tumide, indizio di bontà, e dagli occhi limpidi ed arguti. I capegli corti e brizzolati, in ragione dell'età; sulle guancie, sul mento e sul labbro superiore si scorgeva quella tinta turchiniccia che è segno di una folta barba, ma accuratamente rasa di fresco; e che fosse rasa di fresco,ante lucem, e per mano del suo legittimo padrone, lo dicevano cinque o sei tagli disposti in tutti i versi, con qualche goccia di sangue rappreso sui margini. Portava una camicia di tela grossolana, ma di bucato, il collare della quale si ripiegava in due lasagne sulle risvolte di un panciotto di pannolano cenericcio, partito a quadrelli, come i calzoni; ed aveva il capo coperto da un cappello di feltro nero, dalla testiera bassa e tonda, e dalla tesa larga, come usavano un tempo i cavalieri, e come usano adesso i contadini della Polcevera. Del resto, in maniche di camicia, come soleva stare tutto il giorno.

Entrò col cespo di camelia tra le braccia, salutando il giovanotto con quel sorriso che vuol dire: ci conosciamo, e non occorrono altri complimenti.

—Dove vuole Vossignoria che mettiamo questa povera ammalata?—disse egli, appena ebbero fatti pochi passi nel viale.

—Di qua, se non vi spiace, galantuomo.

—Galantuomo, sì certo, e Giacomo per sovrappiù, con licenza di Vossignoria;—aggiunse il giardiniere, che, come il lettore ha già veduto, era uomo faceto anzichenò.

—Orbene, Giacomo, venite qua, in fondo al giardino. C'è molta terra di quella che si confà alle camelie e posta a solatìo. Qui la metteremo, ed il Grigio sarà bravo, se verrà a buttarmela giù.

—Gatto indemoniato!—disse Giacomo, mentre deponeva il suo fardello sul ciglio dell'aiuola.—Se non fosse perchè distrugge i topi… Già, con licenza di Vossignoria,gatti e donne, diceva mio padre, buon'anima,nemici necessarii.

—O come, tutti a mazzo? chiese Laurenti, ridendo.

—Perchè no? Così gli uni, come le altre, debbono stare in casa; ma gli uni amano far le scappate sui tetti, e le altre….. volesse Iddio che ci andassero! In quella vece, amano andare attorno, con tanto di crinolino, e orecchini d'oro, e fanno gettare i quattrini a palate.

—Siete ammogliato, forse?

—No, per la grazia di Dio. Non nego d'essere stato lì una volta per pigliarla pur io; ma la donna ci ha avuto più giudizio di me, e n'ha sposato un altro. Baie, in fin dei conti; o dove diamine sono andato a parare?

—E chi ha cura delle vostre robe, e chi vi ammanisce il desinare?

—Che! o non ci ho le mani, io? Un po' d'acqua in pentola, poi un pizzico di sale, e il suo bravo spicchio di manzo a bollire, fino a che non sia cotto, o che il Grigio non me l'abbia cavato fuori, come fa qualche volta. Oh, non ha paura lui che la pentola scotti.

—Gli è proprio un gatto terribile, questo Grigio?

—Sicuro, ed io l'avrei già fatto correre di buone gambe, se egli non fosse il cucco, il beniamino, della signora Tonna.

Quella signora Tonna fu come una stilettata nel cuore di Laurenti. Tonna! Aspettava un nome leggiadro, e si udiva dir Tonna. Non già che, se la signora della palazzina si fosse chiamata Tonna, ei non l'avrebbe amata del pari; forse quel nome, portato da lei, sarebbe diventato anche bello. Ma per la prima volta, così alla sprovveduta, sentirsi a dire: la signora Tonna!

Chiedo scusa per Laurenti a tutte le signore Antoniette che mi leggono, se egli non potè mandar giù quel diminutivo, così poco vezzeggiativo, del loro nome, e se io pure sono costretto a pensarla come lui. Elleno poi, in nessun caso, neppure nel santuario della famiglia, non si lascino chiamarTonna, nèTonietta, e sarà tanto di guadagnato per tutti.

—Chi è la signora Tonna?—dimandò il giovinotto, dopo una breve sosta.—È la vostra padrona, forse?

—O che, le pare? È la donna di casa, la governante, e che so io; vecchia zitellona che biascia paternostri, legge leVite dei Santie mangia biscottini.

Laurenti respirò con tanto di polmoni, come dovrebbe respirareEncelado, se gli levassero l'Etna dallo stomaco.

Intanto il trapiantamento della camelia era condotto a buon fine, e il giardiniere dilettante, non volendo lasciarsi fuggire il giardiniere maestro, fino a che non si sbottonasse del tutto, lo tenne a bada col fargli vedere per ogni verso il teatro delle sue geste agronomiche e botaniche, considerate con molta attenzione, e lodate con acconcie parole dal sentenzioso orticoltore.

—Vossignoria conosce il mestiere a menadito. Già, loro signori, quando ci si mettono, vengono a capo d'ogni cosa.

Sempre intento a trovare un nuovo appicco al discorso che gli premeva, Laurenti condusse Giacomo a vedere le sue raccolte entomologiche, i suoi ofidii, i suoi batracii ed altre simiglianti bellezze della natura vertebrata. Le quali cose veggendo, e in particolar modo alcuni mostricini e pezzi patologici conservati nello spirito, il Giacomo spalancò la bocca ed inarcò le ciglia.

—Ma Vossignoria è medico!

—Medico e chirurgo;—soggiunse Laurenti—ma non ho studiato quest'arte, se non per impratichirmi in alcuni rami delle scienze naturali, e non ho mai più fatto un salasso, nè scritto una ricetta.

—Oh, non importa;—ripigliò il Giacomo.—Vossignoria ha da essere pur sempre un uomo che sa il fatto suo, da quello che vedo. Non fo per entrare nelle sue faccende, che non mi risguardano, e ricordo il proverbio dei miei vecchi: «impacciati ne' fatti tuoi;» ma Ella fa molto male a non esercitare una professione così bella. O che, mi canzona? Quel toccare il polso ad una persona, e veder subito, ad occhi chiusi, che cosa ci ha dentro di guasto; trovare per ogni male il suo rimedio, come io lo trovo per le mie piante….. E dire che le mie piante, quando hanno male, le si capiscono subito, e i rimedii si contano sulle dita; laddove per gli uomini, e per le donne, gli è un altro paio di maniche. Ma io vado fuori del seminato, con queste mie chiacchere…..

—No, caro Giacomo; amo anzi molto di barattare quattro parole colla brava gente del vostro stampo.

—Grazie della sua bontà!—rispose commosso il giardiniere, e nella commozione si lasciò andare a stendergli la sua mano callosa.—Verrò, con sua licenza, a vederla qualche volta, e per fare qualcosa, le darò anche una mano in giardino. Vossignoria, per esempio, mi scusi veh!… ma non la mi sembra aver molta pratica delle margotte.

—Avete un subbisso di ragioni; fo tutto d'inspirazione, come vedete, e avrò caro che mi correggiate. Ma… le vostre visite non dispiaceranno poi… al vostro padrone?

—Che padrone? Io non ho padroni. La mia signora, che è sola in casa e comanda lei, è una dama come va, e non sarà dolente, quando lo sappia, che io faccia qualche cosa per un così buon vicino, e sopratutto così cheto, che non lo si sente mai.

—Che cosa volete voi dire?—dimandò ansioso Laurenti.

—Dico quello che è. Veda, due anni or sono, ci stava qui una famiglia chiassosa che nulla più; mezza dozzina di marmocchi che facevano un casa del diavolo; poi una fantesca che gridava come una spiritata, con una vociaccia da schiuder le orecchie ai sordi; poi de' buontemponi che venivano a giuocare alle pallottole col capo di casa…. Insomma, la mia povera signora non poteva uscir mai nel giardino, che ella ama pur tanto; non poteva affacciarsi mai sulla prateria qui sotto, a cagione di quel diavoleto.

—Non l'ho mai veduta;—disse Laurenti con piglio sbadato.

—Bravo, perchè Vossignoria guarda le nuvole, sia detto con sua buona licenza. Ma noi l'abbiamo veduta, sul muro accanto all'olmo, proprio l'ultima volta che la signora venne in giardino.

La conversazione diventava importantissima pel nostro innamorato; laonde, facendo uno sforzo supremo per vincere il suo turbamento, si affrettò a sostenerla con quest'altra frase posticcia:

—Ama molto i fiori, la vostra signora?

—Oh molto; ma, poverina, non può goderne come vorrebbe. La è giù di salute, e v'hanno giorni che non le dà neppur l'animo di uscire all'aperto.

—E che cos'ha?

—Non so; Ella non vuol saperne di medici, e dice che non è nulla, che il suo male passerà presto. Ma io non ne credo un'acca.

—E la gente di casa perchè non cerca di persuaderla?

—Oh, signor Laurenti!…..—rispose Giacomo, stringendo le labbra.—La è tutta gente che pensa al suo guadagno e non guarda più in là. La governante, quella del gatto, è una beatella egoista, che è contenta di pigliarsi gli spogli della padrona e far roba per sè. Il cameriere è uno zotico, che non parla mai; le due fanti peggio che peggio; insomma, la veda, l'unico che si curi un tratto della signora sono io, io Giacomo Vernazza, suo giardiniere.

—E siete un uomo a modo;—gli disse Laurenti, mettendogli una mano sulla spalla. Iddio vi compenserà dell'amore che portate alla vostra signora.

—Oh se Dio la sentisse, signor Laurenti…

—E che cosa?….

—Nulla, nulla! Acqua in bocca; se no, dico qualche eresia da dovermene andare a confessare dal Papa.

—Comunque sia,—ripigliò Guido—sta a voi di persuaderla a mandare pel medico.

—Eh, non sono già stato a farmelo dire. Quindici giorni fa, ho tanto picchiato che la mi ha detto; fa a modo tuo; e il medico ce l'ho condotto. Ha toccato il polso, ha guardato la lingua, gli occhi, la pelle, ha fatto una dozzina di domande, poi ha ordinato certe acque, del moto, dei vescicanti, e poi se n'è andato via. La padrona lo ha lasciato fare, lo ha lasciato dire, l'ha accompagnato fino all'uscio con gli occhi, e con un sorriso malinconico, e poi non ha fatto un bel nulla. Del resto, salvo il moto, che mi pare utilissimo, in tutte le altre cose che ha detto il magnifico, ci ho fede come nella settimana dei quattro giovedì.

—E perchè? Non siete voi che poco fa dicevate tanto bene dei medici.

—Sì, sì, ma non di quello, che mi pareva, con licenza di Vossignoria, un asino calzato e vestito.

Guido era cosiffattamente accorato, che non potè nemmanco ridere dei motti del giardiniere.

—E nessun amico di casa la consiglia?—soggiunse egli.

—O chi vuole che la consigli, se non viene in casa nessuno? Ma, la non dubiti, ci penserò io. Sono una bestia, con sua licenza, ma le mie buone inspirazioni di tanto in tanto ce l'ho. Ora Ella scusi la chiaccherata, che è stata lunga oltre il bisogno; ma sono fatto così: quando posso aprire il cuore, lo spalanco addirittura.

—Bravo, Giacomo! a rivederci.

—A rivederci sicuro. E con questo, fo di cappello a Vossignoria.

Per l'anima di Laurenti fu quello un giorno di sole. Imperocchè, avete a sapere, o lettori, che l'anima ci ha i suoi giorni di sole, e i suoi giorni di nebbia, i quali non concordano sempre colle notizie meteorologiche dell'Osservatorio. Laonde, egli può essere giorno di nebbia fitta, ed anco di burrasca, per voi, quando per tutti gli altri mortali risplende il cielo e sale a venti gradi il mercurio nel termometro di Réaumur; laddove, per contro, e' sarà giorno di sole per voi, quando pioverà a catinelle. Io, verbigrazia, mi ricorderò sempre di una splendida giornata, quando un fitto nevischio….. o che diamine? ero sul punto di raccontarvi i fatti miei.

Insomma il ghiaccio era rotto, e squagliato nel medesimo tempo. Il giardiniere gli era diventato amicissimo, e stavano già come pane e cacio. La signora lo aveva veduto, pensava qualche volta a lui, poichè a lui era debitrice di quella tranquillità, di quella solitudine, che le consentivano di uscire a diporto nella villa. Nessuno andava a visitarla; non c'era dunque un amante, neppure un cavaliere servente che aspirasse a diventarlo. Quante buone notizie, e tutte scovate in fondo ad un vaso di camelie!

Non sapeva ancora il suo nome; ma, innanzi a tutto quello che già gli era noto, il nome non faceva più caso, come dapprima. La conoscenza era avviata, e, a giudicarne da quel tanto che ne aveva cavato, non gli sembrava che tutte l'altre novelle importanti dovessero farsi molto aspettare. La bella innominata era inferma, poverina! ma sarebbe risanata; ancora non vedeva il come, ma certamente e presto.

Gli era un giorno di sole, davvero, e Laurenti vedeva bella ogni cosa.

Uscì a diporto. Il giardino gli pareva troppo stretto, per contenere una gioia così grande. Venti minuti dopo, gli pareva stretta la cerchia delle mura. Corse dai Busnelli, si fe' sellare un bel baio che teneva nelle loro scuderie, e andò a fare una trottata verso il bel paese di Quinto. Gli bisognava respirare largo, muoversi a precipizio, in cadenza coll'allegra torma dei suoi nuovi pensieri.

—Donna divina!—pensava egli, mentre le zampe ferrate del suo cavallo scalpitavano sul ponte levatoio di Porta Pila;—ed io ho vissuto tanto da presso a lei, senza vederla, senza accorgermi di nulla! Ho respirato la medesima aria che ella respira…. Sì, e mi giova respirarla più da vicino. Oramai, bisogna che io la veda. Il male è fatto; sono innamorato come un pazzo…. Ed è poi un male? Ella non è una di quelle civette, che fanno caccia di adoratori, povero stuolo di prigionieri che esse appendono la notte, chiusi nella reticella de' loro capegli, daccanto al capezzale, perchè consolino i sogni delle spensierate dormenti. Ella, poverina, è sola, sempre sola, ammalata…. Ma risanerà…. sì certo! Non si può morire così, quando sorridono la gioventù e la bellezza. Inoltre, ha da essere una donna d'alto sentire. Quando il Giacomo narrava della visita del medico, mi pareva di vederla, tranquilla, sorridente, a guardare il pericolo, disposta a lasciare una vita che non le importa punto. Imperocchè, ella non ama nessuno; il suo cuore è vuoto d'affetti; forse non ha amato mai di un affetto verace e profondo….—

Il cavallo galoppava su per l'erta di San Martino d'Albaro, e il cervello del cavaliere galoppava del pari.

—L'amerò dunque. E perchè no? Ella pure mi amerà. Un affetto profondo vince sempre la prova, se la donna che si ama ha almeno tanto di cuore. E l'amore che narrano i Greci aver dato anima alla statua di marmo, non riscalderà costei, non le ravviverà le fonti della vita? Che male è il suo? Non è certamente offeso il polmone, come io ho fantasticato l'altro dì. Giacomo me lo avrebbe detto, se così fosse. Ella ha forse patito di una lunga malinconia, di qualche tormento di cuore, tutte cose che lavorano sordamente, ma presto, in un organismo sensitivo. La donna è già di per sè una macchina così delicata…. imperfetta a forza di finitezza! Gli è un paradosso cotesto? No; gli estremi si toccano. Dio ha messo troppe cagioni di fisici patimenti in quel fine involucro che è stato la sua ultima opera.—

A questo punto del soliloquio di Laurenti, il cavallo, dopo aver corso a galoppo serrato quel lungo tratto di strada che è dalla scesa di San Martino fin oltre il sasso memorando di Quarto, e di là fino alla villa De Fornari, accorgendosi che il cavaliere non badava a lui, aveva rallentato la sua corsa, passando dal galoppo al trotto, e dal trotto al passo. Ed anche i pensieri di Laurenti mutarono metro.

—Come avvicinarmi a lei? Qui giace il nodo. O non sarebbe probabile che, dopo aver fatti così facilmente i primi passi, non giungessi più oltre? E invero, come vederla? come venire a capo di parlarle? Rimarrò sempre sull'uscio del paradiso, a ragionare col custode giardiniere? Tra Giacomo e lei c'è l'abisso della disparità di stato, e meglio varrebbe per fermo la conoscenza di uno sciocco ganimede, che le andasse a far visita una volta alla settimana….—

Il pensiero di cosiffatte difficoltà lo ricondusse a pensare dov'era. La veduta dei piani di Quinto gli rammentò che era già troppo lontano da Genova; e lì, appoggiar di sprone a sinistra, girar le redini e voltare il cavallo a ponente, fu un punto solo. Il baio sentì che il cavaliere si ricordava finalmente di lui, e su a galoppo verso casa.

—Bravo, Beppo, corriamo, e alla bottega da caffè di San Martino ci sarà il pezzetto di zucchero.

Parole che il generoso animale dovette intendere per fermo, imperocchè raddoppiò di zelo e di lena, e dieci minuti dopo, era dinanzi alla bottega da caffè, per pigliarsi la sua mercede e una carezza del padrone.

Alla prima svolta della discesa, la veduta della città si offerse intiera agli occhi di Laurenti; ma egli non si curò che di un punto, il quale si scorgeva spiccatamente sulla costiera dell'anfiteatro, la palazzina gialla; la palazzina gialla che pareva sorridergli da lunge, con le gelosie spalancate.

—Oh, risanerà! risanerà!—esclamò egli, spingendo lo sguardo per quelle finestre.—Con questo bel sole, con questa mitezza di cielo, le rifioriranno i bei colori sul volto. Io farò di vederla…… le parlerò ad ogni costo. I mezzi non mancano, solo che si sappia cercarli….

Qui, egli non potè fare a meno di sorridere, pensando ai suoi mezzi famosi, e allaCamellia maculata Adhemari.

Questa cavalcata fu cagione che egli giungesse a casa tardissimo, che già era trascorsa l'ora consueta del pranzo. Ma egli non era mai stato gastronomo, e quel giorno poi, lo stesso Apicio, ne' suoi panni, non avrebbe badato alla tavola. Mangiò in fretta e quasi nulla, come tutte le persone turbate da un'improvvisa allegrezza e fu sollecito ad alzarsi.

Le disgrazie non vengono mai sole, e le venture vanno anch'esse appaiate. Quello doveva essere giorno di festa intiera, dappoichè la fortuna attendeva Guido Laurenti in giardino, dov'egli corse, appena ebbe mandato giù l'ultimo boccone.

Si assise nel suo posto prediletto; come Don Abbondio si messe le dita nel collare per poter dare una guardata a destra e a manca; ma non ebbe da compiere quella doppia voltata di testa, e rimase fermo a destra. Domineddio aveva fatto un miracolo per lui; la signora stava in giardino.

Ella era vestita come la prima volta che egli l'aveva veduta, e passeggiava per quel medesimo sentieruolo sabbioso, il quale, uscendo dal fitto delle magnolie, saliva costeggiando la prateria fino alla conserva delle piante esotiche a' piedi del muraglione. Il fidato giardiniere le veniva rispettosamente da fianco, additandole questa e quella delle zolle fiorite, e ragionandovi su, da quel sapiente uomo ch'egli era, e che i lettori conoscono. Ella guardava ma con aria distratta, dove il giardiniere voleva, e probabilmente gli dava retta del pari. Come fu giunta presso l'albero di pino, parve volesse fermarsi; ma cotesto non doveva entrare per fermo nei divisamenti del Giacomo, imperocchè le accennò la conserva, ed ella si ripose in viaggio, come chi non vuole fortemente una cosa, e si lascia guidare dal consiglio altrui.

Guido la vedeva giungere, con quel suo passo misurato e leggiero, che parea non toccasse la terra. Lo strascico della veste fluente conferiva maggior verità a quella illusione degli occhi. Egli allora aperse il suo Virgilio (benedetto Virgilio!) e fe' mostra di leggere; ma tra gli occhi suoi e il sommo della pagina correva una linea retta, che un matematico avrebbe potuto prolungare fino ai piedi della bellissima inferma.

Man mano che la si avvicinava, si scorgevano meglio i suoi lineamenti. Il viso era ovale perfetto; il fronte prominente era mezzo nascosto, ma non tanto che con si potesse indovinarne la forma purissima, da due liste di capegli neri e lucidi che scendevano ad accarezzare le tempie, e sparivano sotto i due capi di tulle bianco, orlati a ricami di seta nera, di una cuffia che portava in testa per custodirsi dalla prima impressione dell'aria. Grandi sopracciglia arcate pendevano, temprandone la vivezza, sulle nere pupille che balenavano dal centro di un globo bianco azzurrino, e venivano in fila sottili a congiungersi quasi sulla radice di un naso diritto, grecamente diritto, e grecamente reciso alle nari, dove una curva leggiadra scendeva a profilare il labbro più soave che mai fosse dato di scorgere. Le labbra dovevano essere state di corallo, ma il loro natio colore si era smarrito affatto, come il colorito della pelle, sul volto, nel collo e nelle manine affilate.

L'interna malattia traspariva da quella carne mirabilmente composta ad espressione di bellezza femminea, e tanto più traspariva, quanto più leggiadre erano le forme, sulle quali essa stendeva i suoi pallidi colori. Nella mente dell'innamorato osservatore si agitavano le ricordanze del medico, e il medico, pigliando dall'innamorato il senso della divinazione, mormorò, guardando quel volto scolorato, la parola:anemia.

Intanto, più la leggiadra inferma si avvicinava, e più Guido Laurenti accostava il libro agli occhi, fingendo di leggere arrabbiatamente. Voltava le pagine ad ogni tratto, come se ad ogni carta del suo Virgilio, edizioneLugduni, notis brevioribus, tabulisque geographicis adornata, ci fossero dieci esametri in cambio di trentacinque.

E si noti che qualcosa leggeva; i suoi occhi, quasi per isgravio di coscienza, qualche emistichio lo beccavano al volo; ma la mente era giù, a carezzare i capegli della bella signora, a scherzare coi capi svolazzanti di tulle, della sua cuffia leggiadra; ed essi, i poveri occhi, non poteano rimanersi che non guardassero a destra, non dissimilmente da scolaretti in castigo che stanno a rimasticare la lezione, vigilati dal pedagogo, e danno sguardi furtivi e frequenti ai più felici compagni che scorrazzano allegri nel sottoposto piazzale.

Ora, in quella ch'ei si provava a leggere tre esametri intieri, rosso in viso come una ciliegia, poichè si vedeva tanto vicina la dama e ne udiva la voce salire fino a sè per la prima volta, soave come un susurro della brezza, fu scosso improvvisamente dalla festevole parlantina del giardiniere.

—Signor Laurenti, buon giorno!

—Oh, buon giorno, Giacomo.

—E come va la camelia?

—Bene, grazie tante;—rispose Laurenti, come se gli fosse stato chiesto di una persona di casa.

Ma in quelle due frasi di risposta egli aveva cercato di mettere tutta la più gentile melodia della sua voce. Poscia, levatosi in piedi, salutò con un profondo inchino del capo.

La signora che alla esclamazione di Giacomo aveva alzata la testa, per naturale corrispondenza, rese il saluto.

Cotesto fu un attimo; ma anche in un attimo Dio aveva fatto la luce, che doveva rischiarare il creato in eterno.

Laurenti, fortemente turbato, ripigliò la lettura, o, per dir meglio, il suo atteggiamento di lettore; la dama, poi che ebbe risposto al saluto, ricondusse lo sguardo nella serra, per le cui aperte vetriere il Giacomo le accennava le piante.

—Veda, signora Luisa,—diceva egli—quella pianta d'alto fusto, dalle larghe foglie disposte ad ombrello, è il banano, della famiglia dellemusacee, che fa quei frutti eccellenti… ma non qui. Ne fa invece l'ananasso, della famiglia dellenarcisoidée, che Vossignoria vede qui basso.

—Bello!—disse la signora, con voce lenta e fievole.—E questa, che pianta è?

—Pianta di pepe; arbusto della famiglia delle…..

Non seguirò il dotto giardiniere nella infilzata delle sue classificazioni, per non riuscire uggioso al lettore benevolo. Il Giacomo parlava ad alta voce, collo scopo manifesto di farsi udire dal giovine naturalista, e dargli un buon concetto della sua sapienza botanica; ma che cosa importa al lettore la sapienza del Giacomo?

La signora prese un ramoscello che il giardiniere spiccò per lei dall'arbusto, un ramoscello di verde cupo, dalle foglioline lanceolate e dall'odore aromatico; quindi, a lenti passi, com'era venuta, si ritrasse di là.

Guido la seguitò lungamente cogli occhi; contò ogni sassolino che i suoi piedi calpestavano; poi la vide sparire tra le magnolie e gli allori.

Poco dopo la signora Luisa, anche la luce del giorno se ne andò via.

Ma non se ne andò Laurenti, il quale non si addiede nemmanco della notte sopraggiunta. Per lui, il muraglione, la prateria, l'aria tuttaquanta, erano rischiarate da una striscia luminosa, come la luce elettrica, via lattea spiccata dal cielo e distesa lunghesso il sentieruolo sabbioso.

O non era stata quella una gran giornata di sole per l'anima sua? Quante cose in un giorno! E come l'aria, rischiarata dal passaggio della bellissima donna, doveva essere popolata d'immagini graziose, di dolci speranze e di promesse arcane!

Luisa! Bel nome! Egli lo sapeva finalmente, e stava con fanciullesca cura a pronunziarlo, non come si fa a Genova, ma scandendolo in tre sillabe:Lu-i-sa, e sibilando un tal poco l'esse, alla maniera toscana.

E' non era un nome strano, di quelli che certi capi scarichi impongono alle bambine, per dare importanza di eroine da romanzo o da dramma alle loro creature grame. Gli era un nome quieto, gentile, dolce a pronunziarsi e dolce ad udirsi: Luisa!

E' non eraElisa, nome da mettere in endecasillabi morbidi e flosci come quelli di… acqua in bocca, per non farci maledire dal secolo, che li ha in gran pregio; non era neppureEloisa, nome da far ricordare la badessa del Paracleto, innamorata d'un teologo, o la svizzera di Gian Giacomo Rousseau, innamorata di un astrologo sconclusionato. EraLuisa, modestamente, umanamente e soavementeLuisa.

Questo nome gli suonò nell'orecchio tutta la notte e il giorno vegnente; questo nome gli balzò spiccato dal viso e da tutti i contorni della signora, quando egli la rivide un'altra volta in giardino, sicchè gli pareva non potesse ella in altro modo chiamarsi.

E il modo di avvicinarsi a lei? Dov'era il secondo vaso di camelie che dovesse, rompendosi a tempo, condurlo a fianco della bella signora?

In verità, debbo dirlo ad onore di Laurenti, e' non ci avea più pensato. Que' pochi fatti, quelle poche impressioni che mi sono provato a narrarvi, gli formavano come un viatico che gli sarebbe bastato per un mese di strada. Più tardi certamente sarebbe venuto il desiderio di nuove cose; imperocchè nessuno ignora esser l'amore una specie di scala di Giacobbe, il cui capo è arrembato all'uscio del paradiso e salito il primo piuolo si vorrebbe salire il secondo e così via via fino a tanto che non si giunga a cantare le litanie coi serafini. Ma Laurenti avea fatto un po' di sosta, come per misurare l'altezza a cui era giunto, e già gli pareva un bel tratto.

Il momento di ripigliar la salita, anzi di spiccare un gran volo a dirittura, veniva intanto senza che egli se ne accorgesse, senza che ei lo aiutasse, o vi si disponesse colla tensione dei nervi.

Una sera, verso le nove, egli stava nella sua biblioteca (ma non potrei giurarvi che studiasse) allorquando udì scampanellare all'uscio di strada. Si fece alla finestra, in quella che il servo, uscito dal pianterreno, andava ad aprire.

—Chi mai può essere, a quest'ora, e con tanta premura di entrare?

—Presto, presto!—gridò una voce affannata—dov'è il signor Laurenti?Venga subito, subito!

Laurenti aveva già riconosciuto la voce del Giacomo, e innanzi che egli finisse di parlare, aveva fatte le scale.

—Eccomi, Giacomo, eccomi qua. Che ci è di nuovo?

—La signora sta per morire, Dio mio! Non le si sente più il polso. La faccia presto, per carità!…..

Laurenti non istette a pensare; si morse il labbro fino a far sangue; afferrò il cappello, e giù a furia per la viottola, oltrepassando il Giacomo, che pure non andava di gamba malata. Come fu alla postierla della villa Argellani, vi si cacciò sollecito: il giardiniere la rinchiuse da dentro, e ambedue corsero, volarono per la prateria, fino alla palazzina gialla.

Guidato dal giardiniere, Laurenti entrò in quelsancta sanctorum, pur dianzi inaccessibile, di tutte le sue quotidiane adorazioni.

La prima persona che incontrò, fu un'adiposa femmina, dalla faccia bitorzoluta con qualche pelo sul mento e gli occhi mezzo chiusi da palpebre carnose, la quale ei riconobbe, senza averle parlato mai, per la signora Tonna, la governante di casa. Costei, che non istarò a dipingervi, poichè non ne franca la spesa, era una di quelle donne tutte miele in apparenza, affettuose a parole, ma che non si muoverebbero da un seggiolone per dar la mano a chi casca, buonissime a dire una terza parte di rosario secondo la vostra intenzione, perchè non hanno altro da fare, ed egoiste nel profondo dell'anima.

—Ecco il medico!—gridò il Giacomo, appena l'ebbe veduta—ecco il medico!

Laurenti, nella furia del correre e del pensare alla signora che si moriva, non pose mente al grido del giardiniere. Egli era corso perchè Giacomo ne lo aveva pregato, e perchè si trattava della signora Luisa; ma non si fermava a considerare il perchè egli fosse stato chiamato, e non altri, a darle soccorso.

Ma il Giacomo sapeva benissimo quello che faceva. Il lettore ricorderà ch'egli pretendeva di avere di tanto in tanto delle buone inspirazioni. Ora la buona inspirazione che egli aveva avuto fin dal momento del suo primo colloquio con Guido Laurenti, era quella di chiamarlo lui, come medico, a curare la sua bella padrona.

E la inspirazione, lasciando da parte l'amore di Guido che egli non conosceva, era ottima. La signora Argellani andava sempre peggiorando; i ragionamenti e i consigli del medico che aveva chiamato, non le erano sembrati buoni e non ci aveva punto badato. Anche il Giacomo, nel suo buon senso, aveva inteso che quella della signora non era una malattia da risguardarsi soltanto sotto l'aspetto fisico, ma che, derivando da cause morali, chiedeva rimedio del pari alla scienza del fisico e alla sapienza del metafisico. Intendiamoci bene; non erano queste le parole che gli venivano in mente a colorire il concetto; ma il concetto c'era, e il concetto s'incarnava nel nome di Laurenti, di quel savio e modesto giovine addottorato in medicina, che sapeva tante cose e che studiava sempre.

—Questo è un uomo che mi va a genio;—aveva detto il Giacomo—e poichè un medico s'ha a chiamare oggi o domani, tanto meglio che sia lui. Egli finalmente non si contenterà di fare una visita e di scrivere una ricetta.—

Nato il concetto, rimaneva da lavorarci attorno, considerarlo per tutti i versi. E più il Giacomo lo considerava, e più gli piaceva. Nel fatto, c'era una sola, ma grande, difficoltà a metterlo in pratica. Come avrebbe egli persuaso la sua signora, che non volea saperne di medici, a chiamare il vicino, giovanotto sconosciuto nell'arte d'Ippocrate, e all'apparenza più fatto per dare immagine di Marte che non di Esculapio?

Egli dunque stava cercando l'occasione, e rimuginando disegni, l'uno più strambo dell'altro; allorquando l'occasione si offerse da sè, e tanto facile, che il nostro buon Giacomo se ne spaventò, e l'avrebbe voluta più difficile, più lontana eziandio.

Ma in fin de' conti, non l'aveva fatta lui, nè chiamata. Si dolse dell'improvviso male che aveva colto la padrona, e se ne dolse tanto più, in quanto che, sulle prime, a lui uomo ignaro di siffatte cose, era parso assai più grave di quello che invero non fosse, ed aveva creduto la padronain articulo mortis. Ma il suo primo pensiero, appena si parlò di chiamare un medico, fu quello di metter la mano sul giovine vicino. E per verità, fu tutto amore per la signora, e amore intelligente, che gli fe' pigliare la strada della collina, anzi che quella del piano.

Laurenti fu fatto passare dalla governante in un salotto, e di là nel pensatoio della signora Argellani, dov'ella aveva i suoi libri e il suo telaio da ricamo, quindi nella camera da letto.

Egli penetrava a bella prima nel santuario della dea; ma il suo turbamento non gli consentì di badare a cotesto, nè allo sfarzoso buon gusto che aveva presieduto all'arredamento di quella camera.

Su d'un letto a baldacchino di seta azzurra come i paramenti della camera, adagiata sul copertoio di raso color di rosa, trapunto a fiorami, era la signora Argellani, vestita ancora, ma col seno discinto. Le sue fanti, non avendo avuto tempo nè agio a spogliarla, si erano fatte ad agevolarle il respiro a furia di forbici, tagliando per tal guisa la vita della veste, il busto e lo scollo di una camicia di tela battista, che pendeva arrovesciato a brandelli.

Il giovine si accostò al capezzale. La signora era bianca e fredda come persona morta; e tuttavia, sebbene così fredda e bianca, cogli occhi chiusi e le labbra scolorate, appariva bellissima; quel collo e quel seno, mirabilmente modellati, davano immagine di quelle stupende forme di cera nelle quali l'arte rivaleggia colla natura, e fa, Dio mi perdoni, pensare assai più che la natura viva.

Fu prima cura di Laurenti mettere la mano al polso e quindi sul cuore della supina, per accertarsi che la vita non l'avesse abbandonata. Ma giammai indagine di medico fu fatta con più casta riserbatezza. Egli non aveva nè occhi nè senso che per esplorare le pulsazioni del sangue e i battiti del cuore. E nulla sentì; solo un lieve sudore che gli inumidì le mani additava il patimento di quella povera carne senza colore, e insieme col patimento la vita.

Lo stato d'anemìa era evidente, e una breve osservazione da vicino raffermò nell'animo di Laurenti il concetto ch'egli si era formato pochi giorni innanzi, vedendo la signora Argellani da lunge. L'anemìa, questo brutto male che (parlo agli ignari di medicina e di grechi paroloni) significa privazione, scemamento considerevole della sostanza del sangue, era visibile nello scoloramento dei tessuti, nella scomparsa dei vasi sottocutanei; donde l'estremo pallore della pelle e delle membrane mucose delle labbra, nelle quali qualche vaso filiforme portava a mala pena un po' di color roseo sbiadito.

Luisa era come una povera pianta, che aduggia, intristisce, sottratta alla benefica azione della luce. Che grave rammarico aveva fatte le tenebre intorno a lei? Qual era il sole della sua vita, che, oscuratosi ad un tratto, le scemava negli interni meati e le scolorava il sangue, nutrimento necessario dell'organismo umano?

Questa era la incognita che Laurenti avrebbe voluto scoprire. E intanto chiedeva alle fanti che cosa avessero fatto per richiamarla in sè stessa.

—Le abbiamo spruzzato il viso,—risposero,—con acqua di fior d'arancio.

—Che! Non serve a nulla. C'è acqua di Colonia?

—Credo di sì,—rispose la signora Tonna, avvicinandosi allo specchio, dove erano boccette di acque odorose.

Ma siccome la signora Tonna, da quella tranquillona che era, non si spicciava punto, Guido corse egli stesso a rovistare in tutti quelli arnesi del mondo muliebre.

—C'è dell'acqua di Felsina;—disse la governante,—ma di Colonia non ne trovo.

—Acqua di Felsina? tanto meglio; è più aromatica. Prendete qui, voi altre, strofinatele con quest'acqua il petto…. più giù…. sul cuore, mentre io le ne stropiccio le mani. Così va bene; ancora, ancora, fino a tanto che ricuperi i sensi.

—Oh Gesummaria!—esclamò la signora Tonna, lasciandosi cadere su d'una scranna—povera signora! E adesso crede Lei che potrà rimettersi?

—Sì, certo, non dubiti. Vede? La comincia a muover le labbra; queste frizioni aromatiche fanno il loro effetto. Ma che modo le è venuto male? Forse qualche commozione improvvisa?….

—Oh no, signore; io stava di là, nella mia camera, e mi disponevo a venirle a chiedere se avesse bisogno di me, per andarmene a dormire. Poichè, sappia, signor dottore, che io patisco di nervi; la fatica prolungata mi fa male, e bisogna che mi metta a letto di buon'ora…. Questa sera son certa che passerò una cattiva notte…. molto cattiva. Figurarsi! Dopo un colpo così forte….

—Ma, signora Tonna!—le gridò spazientito il Giacomo, che stava sull'uscio, cogli occhi addosso a Laurenti, e già lo vedeva mordersi le labbra,—Non è del suo mal di nervi che le domanda il dottore, bensì della padrona, per sapere in che modo la è caduta in svenimento.

—Ah sì, perdevo la testa!—soggiunse la pacifica governante.—Ero dunque venuta qui presso, nella camera accanto, per chiedere se aveva nulla a comandarmi. La signora stava sdraiata sul lettuccio, ma non ci badai, perchè la c'è tutte le sere e non parla mai, anche quando ci son io a tenerle un po' di compagnia. Le parlai e non mi rispose; solo mi accennò colla mano che me ne andassi pure; ma io mi avvidi che soffriva, e fu un miracolo di nostro Signore che non ubbidissi; poichè subito dopo mandò un gemito e mormorò: mi sento morire. E allora io chiamai gente, perchè ha da sapere che io non posso veder patire una mosca, e mi coglie subito il mio male…. un brutto male….

—Ma,—interruppe Laurenti,—Ella ha detto, se ho inteso bene, che la signora è tutte le sere a meditare sola e silenziosa nel solito posto.

—Tutte le sere, e alla stess'ora! Oh la non dubiti, che non manca neppure una volta. Già, e' bisogna dir tutto…. Ella si stanca con quelle sue passeggiate in giardino, così cagionevole com'è; ed io l'ho raccomandato più e più volte al Giacomo, che la lasciasse tranquilla. Egli è qui presente, e può dire se non è vero.

Il Giacomo incominciò a rispondere crollando le spalle, come colui che non menava buone alla signora Tonna le sue fisime intorno ai danni del moto.

—Oh che?—soggiunse poi,—L'aveva da star sempre murata in casa? Ella ci sta fin troppo per sua elezione, la povera signora; che se noi non le si dice di muoversi un tratto e di scendere a respirare, un poco d'aria, ella starebbe di continuo sdraiata sul suo lettuccio a contare i moscherini che volano.

—Egli ha ragione;—disse Laurenti.—Queste sono malattie che tolgono insieme colle forze la volontà, e s'ha da vincere, col moto continuo, colla mutazione dell'aria, quella naturale propensione che hanno gli ammalati a stare fermi. Così pure è necessario che siano distolti da quella malinconia del pensar sempre. L'eccesso della vita intellettuale riesce a danno della vita fisica, e non aiuta a far sangue.

In quella che così ragionavano, la signora Argellani si mosse e diede un gemito. Laurenti, il quale l'aveva sempre tenuta per mano, proseguendo a stropicciarle le estremità coll'acqua di Felsina, s'inchinò rasserenato verso di lei.

La vita era a poco a poco tornata; il sangue rifluiva liberamente. Poco dopo, la signora Luisa aperse gli occhi, sebbene a mezzo, e senza guardare in nessun luogo.

—Stia di buon animo, signora;—le disse dolcemente il giovine.—E' non è stato nulla…. un po' di debolezza soltanto.

—Dove sono?—mormorò ella,—Mio Dio! La vita non mi ha dunque abbandonato?

—Oh, che cosa dice mai?—esclamò la signora Tonna, che si era affrettata ad avvicinarsi al capezzale.—Vossignoria ha avuto un po' di male, come l'altra volta; ma noi tutti le siamo sempre stati dattorno….

—Grazie, mia buona Antonietta, grazie! E così dicendo, la signora Argellani aperse gli occhi del tutto, provandosi a guardare. La prima cosa che vide, fu lo stato suo, la persona discinta; e una fiamma pallida e lieve le serpeggiò sulle guancie. Laurenti intese il pensiero dell'inferma, e afferrato un capo del copertoio di raso sul quale era adagiata, fu sollecito a ravviarlo sul petto ignudo; ed ella, seguendo degli occhi quel braccio di persona ignota che le stava daccanto, si volse a guatare il giovine, tra spaurita e curiosa.

—Non abbia timore, signora;—le disse egli allora, per rispondere in qualche modo a quella muta interrogazione.—Sono un amico.

—Gli è il medico,—soggiunse Giacomo, facendosi innanzi anco lui,—ed io sono andato a chiamarlo in fretta, appena mi fu detto che Vossignoria si sentiva male.

—Un cattivo medico, in verità;—ripigliò Laurenti.—Ma in un momento di bisogno, val meglio che nulla.

—Grazie anche a Lei, signore;—disse la bella inferma, stendendogli la mano;—ho molto sofferto, ma le sue cure mi hanno giovato, e adesso mi par di rinascere.

—Aiutiamo dunque, e presto, la madre natura. Ella incominci a mettersi a letto senz'altro, che intanto noi penseremo al rimanente.

Ciò detto, si ritrasse, perchè le sue donne avessero agio a spogliarla, e dopo avere ordinato qualche pozione che le confortasse lo stomaco, andò a sedersi nel salotto vicino, per meditare sulla malattia di quella donna gentile, ma anzitutto per raccogliere e mettere a sesto i suoi pensieri confusi.

Colà seduto a fantasticare da solo, gli avvenne di innamorarsi della malattia, come già s'era innamorato della donna. Il cuore e la mente erano interessati del pari in quella grand'opera. Poter vincere quel male, e restituire il sangue in quelle vene colme di linfa! Egli in quel punto si pentì davvero di non aver confortato colla pratica assidua lo studio di quell'arte salutare, che gli appariva tanto più nobile allora, in quanto che doveva rivolgersi a salvare una vita cotanto preziosa per lui. Ora questoper luisignificava per tutto il mondo. Il mondo senza quella donna gli sarebbe paruto a gran pezza più paurosamente nero di quel sogno sulla distruzione delle cose, che Lord Byron descrisse in versi tali da mettere i brividi addosso ad ogni generazione di lettori.

Salvarla, salvarla! Ma come? Il suo consiglio senza guida si aggirava in un circolo vizioso di ragionamenti, come un povero disgraziato nel labirinto di Creta, senza il filo pietoso di Arianna.

La causa, pensava egli, la causa morale di questa malattia, chi la indovina? Che giova sapere come si restituisce al sangue la materia colorante, se quel nemico nascosto, invisibile, seguiterà a guastare il faticoso lavoro della scienza? Si sa che il nemico c'è, e che veglia ai danni vostri! mirabile scoverta! Ma dove sia, donde venga, come sia forte, la scienza di tutta la facoltà riunita, non saprebbe chiarirvi.

Gli è un uomo; sì certamente un uomo! Ma è vivo, o morto, rammarico del passato, o angoscia del presente? O forse non è nè l'una nè l'altra cosa? La negazione dell'amore, la mancanza di questo necessario elemento di vita in un cuor sensitivo, non potrebbe inaridire le fonti della esistenza in quella gentil creatura, come, e forse peggio di un amore violento?

Ogni cosa è possibile. I segni della clòrosi sono cosiffattamente somiglianti a quelli dell'anemia, da farle parer quasi gemelle, ed esse, come si scambiano a vicenda i caratteri, così avviene che possano anco scambiarsi le cause.

Il nemico, il nemico! Scoprire il nemico nascosto; gli è questo il problema.

Così pensava Laurenti, seduto su d'un seggiolone, coi gomiti appuntellati sull'orlo di una tavola rotonda che sorreggeva una gran lucerna di bronzo dorato. La lucerna era accesa, ma la luce, sebbene gli illuminasse la fronte, non gli rischiarava punto i pensieri.

Questo è il problema!—disse, e cangiò postura. Nel muoversi a quel modo, gli venne veduto un volume, legato stupendamente, colle carte dorate e le iniziali della signora impresse a fuoco sulla coperta. Le mani gli corsero a quel libro, mentre il pensiero era altrove, e macchinalmente ne apersero i fermagli.

Era quello un albo da ritratti, o alla prima figura che gli cadde sott'occhio, un pensiero gli balenò nella mente. La soluzione ch'io cerco si avrebbe a trovare qui dentro? Se un amante c'è, vediamo dove può essere stato collocato. L'albo è la raccolta di tutti gli amici e di tutti i conoscenti effigiati. Ma costui, come indovinarlo? Dove metterò il dito, per dire: egli è qui? Cerchiamo intanto; di solito, smaglianti ritratti dell'uomo amato si mettono nelle ultime carte, confusi fra una signora grinzosa, un parente lontano, od altre persone di minor conto, per modo che non risaltino agli occhi del riguardante curioso.

Sfogliò il libro con molta cura; vide persone note, ma nessuna figura d'uomo gli parve colorire il concetto ch'egli s'era formato. Uno solo lo trattenne alquanto a pensare, un solo ritratto d'uomo, che veniva dopo quello della marchesa di Roccanera, anzi, chiudendo il libro, combaciava con esso.

—Chi è costui? Ah, lo ricordo, il Percy; un bel giovine, in fede mia; occhi neri e grandi; capelli nerissimi e lucenti; i contorni finissimi; ma egli c'è alcun che di duro, di sarcastico, in questa fisonomia che vuol parere soave. Gli è stato messo accanto alla marchesa Bianca, alla Bianca, come dicono i nostri eleganti, e ci sta bene. L'altro giorno erano insieme all'Acquasola, ella su d'un magnifico leardo pomellato che correa l'ambio, ed egli su quel sauro che ha comperato per quindicimila lire dal Nelli di Rovereto, e il Nelli le ha subito perse in una notte al Casino. Ma che diamine vo almanaccando io? Qui non c'è l'uomo ch'io cerco, e forse ha ancora da nascere. Quella è una malattia la cui causa morale è una negazione, e non altro.—

Buttata là questa sentenza, e l'albo sulla tavola, si alzò più contento, per ritornare nella camera della signora Argellani.

La bella inferma si era addormentata, e la lieve respirazione, il battito regolare del polso, sebbene assai debole, facevano testimonianza del buon effetto delle frizioni aromatiche e della pozione corroborante che aveva bevuto poco prima.

Egli stette a contemplarla un tratto, al fioco chiarore del lumino da notte, posato sulla lastra marmorea del tavolino, accanto alla cortina del capezzale. Com'era bella in quella tranquilla postura, e com'era dolce quel sonno!

L'opera sua per quel giorno era finita, e con essa si dileguava in quel momento l'ansietà del medico che indaga ed aiuta lo scioglimento di una crisi. Allora il giovine cominciò a guardare con altri occhi, vo' dire cogli occhi del cuore, la signora Argellani, e a misurare il gran passo che aveva fatto in quella sera, nel corso di due o tre ore. Egli si vedeva là, nel santuario, accanto a quella donna che poco innanzi ei temeva di non dover avvicinare giammai; si vedeva solo, autorevole, al suo capezzale, angiolo custode del sonno, e certamente suo salvatore più tardi.

Così almeno pensava e prometteva a sè stesso, con quella fidanza generosa che è propria dei giovani, e segnatamente degli innamorati.

Studierò, diceva in cuor suo; la scienza, interrogata dall'amore, non ha segreti, Studierò, consulterò, vaglierò tutte le sentenze dei maestri, pur ch'io sottragga questa bella creatura alla morte.

Poi, sempre guardando alla dormente, si ritrasse dalla camera sulla punta de' piedi, e uscì dalla palazzina, dopo aver raccomandato che non turbassero il sonno all'inferma, e detto che sarebbe tornato alla mattina vegnente.

È mia opinione che il sole non spuntasse mai più splendido dal monte di Portofino, che in quel giorno il quale segui la visita di Laurenti alla sua bella vicina.

So bene che molti si proveranno a darmi sulla voce, mettendo fuori le loro ricordanze personali (e chi non ci ha le sue, lampi di gioia viva in un cielo di tenebre!) o quelle dei loro amici; ma io tengo fermo, e non patisco osservazioni. Essi notino, del resto, che nell'anima di Guido Laurenti si riunivano, si maritavano anzi, due consolazioni: l'amore nascente che ottiene la sua prima vittoria, e la coscienza d'essere stato utile in qualche modo alla persona amata.

Il giovanotto s'era addormentato con cinque o sei libri di medicina tra le pieghe del suo coltrone, e si svegliava più tardi del solito. Però, quando fu alzato, vide che il servitore aveva fatto egli stesso il giardiniere, e maneggiato l'inaffiatoio per lui; cosa che non era accaduta tre volte in un anno.

Si vestì con la sua eleganza consueta, che era gemella della semplicità; passeggiò alquanto pei viali; poi quando gli parve ora, scese nella viottola, e spinse l'uscio del giardino di sotto, che il Giacomo aveva già aperto secondo la sua intenzione.

Il Giacomo, dal canto suo, quantunque non avesse nulla a fare laggiù, stava baloccandosi nella prateria, e rimondava un salice, che ci aveva la gran ventura d'essere vicino a quella postierla per cui doveva entrare ilMagnifico.

—Buon giorno a Vossignoria—gridò il giardiniere, appena lo ebbe veduto.—Questa mattina ella ha aspettato l'alba dei tafàni per alzarsi da letto.

—Sì, ero un po' stanco. Ma come va la signora?

—Benissimo, e sia benedetto il medico che l'ha curata! Io ci ho proprio avuto una buona ispirazione, e me ne voglio vantare, quantunque i miei vecchi dicessero che chi si loda s'imbroda. Sa Lei, signor Laurenti? L'ispirazione m'è venuta quando eravamo in casa sua, dove, per sua grazia, mi condusse a vedere quella filza di bestiuole e di barattoli. E veda un po' se non ho fatto bene; la signora ha detto che da tre mesi in qua non aveva più avuto un sonno così tranquillo come stanotte. Bravo, signor Magnifico, e bravo io che l'ho tirato giù dal suo muraglione!

—Voi dimenticate, caro il mio Giacomo, che prima d'esser tirato giù da voi, vi avevo tirato su io stesso con una pianta di camelia…… che io avevo tirato giù a bella posta.

Il lettore intenderà di leggieri che quest'ultima parte del suo ragionamento, Guido non l'avea messa in parole, e se l'era tenuta gelosamente per sè.

—Del resto, buon Giacomo,—proseguì il giovane,—la gran medichessa è stata sempre la natura. V'hanno sostanze semplici le quali fanno tutto, e l'uomo se ne piglia immeritamente il vanto, come se fosse lui l'inventore, il creatore delle sostanze stimolanti e delle deprimenti che un giorno a caso conobbe, nè tutte per bene, e che battezzò tutte con orribili nomi. Nel caso della vostra signora, e' non c'era a far altro che stimolare un tratto l'inerte materia, e questo ho fatto io, senza molta fatica.

—Sì, sarà vero, ma queste sostanze bisogna saperle adoperare a tempo e luogo. O che, mi canzona? Vossignoria è un gran mago, e non vuol sentirselo a dire.

Laurenti si messe a ridere, e salutato il buon giardiniere, si avviò verso la palazzina.

Anche per la signora Argellani il sole s'era levato più bello, quel giorno. Ella s'era alzata alla sua ora consueta, e stava seduta presso la finestra, a bere la tiepida aria del mattino, quando Laurenti entrò nel suo pensatolo.

La donna gentile arrossì lievemente, come poteva una poveraanémica, vedendo il suo giovine Esculapio.

—Signora,—balbettò egli, inchinandosi profondamente, come per nascondere la sua commozione—già alzata a quest'ora?

—Sì, mi sentivo meglio, assai meglio dei giorni scorsi;—rispose la signora Argellani,—ed ho voluto poterle testimoniare col fatto la efficacia delle sue cure. Ma anzitutto il suo nome, perchè io lo ricordi come quello di un amico…..

—Guido Laurenti, signora, e desideroso di meritare questo titolo.

—Già siamo buoni vicini;—disse ella;—ma io per verità non sapevo che Ella fosse medico, e che il rimedio stesse accanto alla malattia, con un semplice muro di separazione. Qui tutti la credevano un naturalista, e più particolarmente un botanico.

—Mi diverto, signora; lo studio è una grande consolazione alla gente sola, e fa bella la solitudine stessa.

—Alla sua età!

—Ho già vissuto molto, signora, e senza lo studio, che apre nuovi orizzonti allo sguardo dell'anima, avrei potuto finir male. Ma parliamo di Lei; come va il polso?

—Veda;—gli rispose la signora Argellani, sporgendogli il braccio.

—Non c'è male; ma sono troppo piccole pulsazioni. Signora, badiamo bene; qui c'è una malattia di sfinimento, che alla sua età (lasci che parli anch'io dell'età) che alla sua età non ci dovrebbe essere. Ora, se io le ragiono liberamente della sua malattia…..

—Oh non ho paura, io!—interruppe la signora Luisa sorridendo malinconicamente.—Amo anzi che mi si parli così.

—Sta bene, e ciò mostra la buona tempra dell'animo suo; ma io non ho poi da dirle nulla che metta alla prova il suo coraggio;—rispose Laurenti.—Se io le ragiono liberamente della sua malattia, egli è che il suo organismo non ci ha punto colpa, sibbene il pensiero.

La signora Luisa non fe' motto, quantunque Laurenti si fosse fermato a bella posta per avere una parola di lei, da riappiccare il discorso. Ella in quella vece chinò la testa e guardò il pavimento.

—Orbene, gli è il pensiero che fa guerra all'organismo, e in Lei, signora, l'organismo ha resistito e resisterà ancora un pezzo; ma non bisogna far troppo a fidanza con esso. Quello che è accaduto ier sera non deve ripetersi.

—Oh lo desidero anch'io;—esclamò con atto di sgomento la signoraArgellani—Fu invero una brutta visione. Stavo seduta pensando…..

—A che cosa?—interruppe Laurenti.

Quella dimanda parve riuscisse molesta alla signora, poichè, fattasi anche più pallida dell'usato, alzò gli occhi a guardar fiso Laurenti.

—Signora—proseguì egli—non le paia disdicevole la mia dimanda. Chi le parla è un medico, e quando anche non lo fosse, Ella ha voluto cortesemente salutarlo col nome di amico.

—Sì, sì, e perchè alla perfine tacerei?—disse l'inferma, dando in uno scoppio di pianto improvviso.—Stavo pensando a morire. Mi pareva d'essere già supina nella bara, ad attendere il mio ultimo momento. La campagna tutt'intorno era bella; un usignuolo cantava tra i rami di un albero dietro la mia testa: più lunge mi pareva di scorgere una strada e centinaia di allegre persone che andavano e venivano, ragionando e ridendo, senza accorgersi punto di me. Ma le son fanciullaggini, coteste…..

—No, signora; rispose Laurenti, prendendole affettuosamente la mano—La prego anzi a continuare.

—Orbene, mentre l'usignuolo cantava, ed io avrei pur voluto scorgerlo; mentre quella moltitudine allegra andava a diporto, mentre il cielo era sereno e una brezza leggiera correva per l'aria, facendo stormire le fronde, a me andava man mano affievolendosi il respiro. La vita se ne andava, e mi pareva di vederla, come un umor diafano, rifuggirsi dalle estremità, rifluire verso il cuore, dove c'era uno spiraglio, per cui quell'umor diafano svaporava, svaporava sempre. Io non potevo muovermi; le mani e le braccia, che già erano gelide, non mi obbedivano più, siccome avrei voluto, per metterle contro quello spiraglio aperto e chiuder dentro un rimasuglio di vita, tanto almeno ch'io potessi veder dileguare in fondo della scena quella allegra processione di felici, e udir l'ultimo gorgheggio dell'usignuolo che seguitava a cantare. Volevo gridare, ma non mi veniva fatto; lo sforzo anzi non faceva che aiutare, precipitare, lo svaporamento di quell'umor diafano che rifluiva al cuore, ed io, con gli occhi sbarrati, ne stavo a contemplare la spaventosa consunzione. E il vapore saliva, saliva in leggieri vortici che non mi era dato di respirare, imperocchè quella brezza che se li rapiva, non giungeva mai fino alle mie labbra. Oh, fu un lungo e terribile sogno che io non vorrei rifare per fermo.

Così dicendo, la donna gentile si nascose il viso tra le palme, singhiozzando amaramente.

Guido stette un momento sovra pensieri; quindi, accostandosi a lei, le disse con accento soave:

—Signora, desidera che io le spieghi il suo sogno?

—Ella?

—Sì, io; non ho la scienza dei magi antichi, ma ho fede che il mio poco ingegno riesca ad interpretare il suo sogno, e meritarmi il suo favore, come la interpretazione di un altro sogno meritò a Giuseppe ebreo la grazia del Faraone. Vuol dunque udirmi?

—Ella è il mio medico, sebbene da ieri soltanto;—disse la signoraLuisa—ed ha il diritto di farsi ascoltare.

—Orbene, signora, la sua triste visione dice apertamente una cosa: che Ella ama la vita.

—Io?—esclamò l'inferma, accompagnando la parola con un amaro sorriso.

—Sì, Lei. Non l'ama certamente come l'amano tanti, per le sue gioie materiali, pe' suoi sollazzi, ma l'ama, perchè è istinto della creatura amar quello che il creatore le ha dato; perchè infin de' conti, nella vita più malinconicamente vissuta, egli c'è sempre alcun che di leggiadro, di gentile, poniamo il canto di un usignuolo invisibile, la favella arcana di una onesta coscienza, o il soffiar della brezza, o un raggio di sole, alito e luce di poesia, che i crassi vapori della tristizia dei più non possono dileguare nè spegnere nelle anime elette. Guai se non fosse così; guai se l'istinto della conservazione non fosse riposto qui, nel profondo del cuore. Chi di noi non vorrebbe farla finita, e rompere ad un tratto questa catena di miserie? Il suicidio, atto di aberrazione, quando non è una pena volontariamente inflitta alla colpa che si giudica da sè, diventerebbe la cosa più normale del mondo. Ella ama la vita, signora; Ella ama la vita, inconsapevolmente, come l'amo io apertamente, dopo aver bevuto la sua coppa, e sentito che era amara. Dunque, signora, mi lasci parlare, mi consenta di entrare nel segreto del suo cuore, colla discreta autorità del medico e dell'amico. La sua malattia è una di quelle che crea il pensiero, e in esse si compiace; ed Ella si strugge, perchè il pensiero, dopo aver dato argomento al male, assiste inerte ai suoi spaventosi progressi.

—È vero!—disse la signora Argellani, guardando in viso, non senza curiosità, quel vecchio di ventott'anni, dai capegli biondi e dagli occhi cilestri che le parlava a quel modo.

—Ora,—proseguì Laurenti,—come il pensiero sta seduto a contemplare la propria rovina, così le sue membra si prostrano, e direi quasi che rifuggono dal moto, se il rifuggire non indicasse moto egli medesimo. Ecco perchè, più le sue forze si scemano col distrursi della sostanza vitale, più Ella ama rimanersi immobile, seduta lunghe ore su d'una scranna; ecco perchè il pensiero ha modo di foggiarsi una bara e adagiarvisi dentro ad aspettare la morte. Non è così?

L'inferma accennò dal capo, in atto di assentimento.

—Così seduta, non turbata da alcuno, perchè è padrona in casa sua, e può sorseggiarsi a sua posta quel veleno soave, Ella pensa, pensa di continuo. Il sangue, in cui vanno sempre scemando la materia colorante e le altre parti più sostanziali, s'è fatto più acquoso, a gran pezza più leggiero, e scorre dieci cotanti più rapido. Donde un facile mutarsi di pensamenti e d'imagini; i dolori della vita….. Io non conosco, nè m'attento d'indagare i suoi, signora; ma ci debbono essere, ed io li considero come un elemento della mia argomentazione…. I dolori della vita, dico, le fanno ressa, si affollano intorno al cuore, esalano al cervello di continuo, si trasformano in pallide visioni, le quali per l'appunto riflettono lo scemarsi della vita nelle sue vene, e il suo struggersi in tenui vapori; e qui la mente si offusca, il cervello dolora, fischiano gli orecchi, le idee cozzano, si confondono, la lingua s'impaccia, e sventuratamente non c'è tanta vitalità insita nelle fonti, per rifluire vigorosa alle estremità, e dissipare quella orrenda pressura.


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