—È vero tutto ciò, è spaventosamente vero!—disse la inferma crollando mestamente il capo.
—Or bene, signora, tutto ciò ha da finire. Gli stimolanti della scienza possono in cosiffatte agonie richiamare la vita, ma fino a tanto che la loro efficacia non siasi perduta, consumata dalla consuetudine sulle regioni cardiache e sulle estremità delle membra. Ma all'interno vuolsi provvedere, perchè coteste agonìe non si ripetano. Le sostanze ferruginose, i tonici, i cibi analettici (tutte parole che io non le starò a spiegare, perchè la scienza non perda anch'essa la suamateria colorante) debbono rinnovare il sangue, e ravvivare l'organismo per conseguenza. Alla complicità assassina del pensiero debbono far guerra i mezzi igienici, che consistono principalmente nel moto, nel mutamento dell'aria, cose tutte che recano novità di sensazioni e, disviando gradatamente l'animo dalle sue morbose consuetudini, finiscono a cacciar di sede l'interno nemico.
La signora Luisa stette anch'essa un poco sopra pensieri, come solea fare il suo interlocutore; poi gli rispose con quella lentezza che le era dimestica:
—Ella parla divinamente, signor dottore. Intendo ora com'Ella abbia saputo incantarmi il Giacomo, il quale non sa discorrere più che di Lei. E certo, se a me premesse molto di ricuperare la salute per godere la vita, io potrei mettermi ad occhi chiusi nelle sue mani, ed esser sicura del fatto mio. Ma innanzi di pensare a risanare, bisognerebbe che rinascesse in me il desiderio di vivere.
—Ma questa che Ella mi chiede sarebbe la convalescenza;—rispose Laurenti—ora nessun medico, sia pur Boherave redivivo, potrebbe condurla di primo salto a cotesto.
—Vede Ella dunque? Io non desidero la vita. Soltanto mi spaventa il dolor fisico; quello svenimento di iersera mi ha fatto paura, lo confesso. Ma se io potessi andarmene chetamente, senza una commozione violenta…..
—Ma perchè, Dio santo, perchè?…..—proruppe Laurenti, cogli occhi gonfi di lagrime.—Questo, signora, è odio di sè, e un'anima eletta non ha da sentire di così brutte passioni.
—Odio? no—rispose l'inferma.—Io non ho mai odiato nessuno, lo giuro a Dio che mi ascolta, e che Ella ha invocato. Non odio neppur me, povera creatura, che non ho mai fatto male ad alcuno. Ho a tedio ogni cosa, ecco tutto, senza frasi sonore, senza ira, senza rammarico.
Laurenti non seppe rispondere più nulla. Quella malattia resisteva a tutti i suoi consigli, a tutte le sue esortazioni. Chinò il capo, chiuse il volto nelle palme, e stette immobile, silenzioso, mentre nel profondo del suo cuore infuriava la tempesta.
Il soave accento della signora venne ad interrompere quel lungo silenzio.
—Suvvia, che cos'ha? che cosa ho detto io di male?
—Oh, gli è doloroso, signora, ciò che Ella dice, e più doloroso ancora ciò che fa pensare altrui. Perchè dispregia la vita? La vita è triste, ma è santa del pari, come tutte le tristi cose. V'hanno dolori da temprare, lagrime da tergere, adorazioni da innalzare, splendori da scorgere, e ci lasceremmo intristire nello sconforto? Il mondo, o signora, ha pure le sue gioie severe, le sue consolazioni profonde, che francano la spesa di vivere.
—Lo credo anch'io, signor Laurenti; Ella, come uomo, ha potuto trovarle, e nella sua operosa gioventù saprà prepararsi il conforto della età matura. Ma che faremmo noi donne, noi deboli, noi diseredate di questo gran patrimonio dell'umana attività?
—C'è apparenza, non sostanza di verità, in ciò che Ella dice. Io le concederò che la donna, o per natura sua, o per diversità di educazione, ma sempre per tirannia di consuetudine, non apparisca chiamata a partecipare ai gaudii multiformi della operosità umana. Ma, dicendole tirannia di consuetudine, ho detto ogni cosa. La educazione si può mutare; la natura si tempera col mutarsi della educazione.
La signora Argellani rispose a queste parole con un sorriso d'incredulità che messe Laurenti al punto di volerla convincere.
—Ella sorride?—soggiunse egli.—Voglia starmi ad udire. Andrò un po' fuori della medicina, ma che importa? Poi, con una malattia come la sua, anche il mio ragionamento potrà riuscire un rimedio.
—Vediamo dunque il rimedio—disse la signora Argellani.—Ella ha da dimostrarmi che la donna può partecipare alle grandi consolazioni della operosità umana. Io ho detto che non può; Ella dice che potrebbe, se non fosse la consuetudine. Io dico ciò che è; Ella ciò che dovrebbe essere. Ora io la avverto, signor dottore, che il mostrar la terra promessa da lunge, il dire «così potreste essere» non è punto un rimedio.
—Ho io detto cotesto?—rispose Laurenti.—La donna apparisce non chiamata a certe cose, ma pur ch'ella voglia, può dare una mentita a tutte le teoriche de' suoi avversarii. Poi, egli non è detto che tutte le supreme consolazioni della attività, consistano nel dar leggi ai popoli, nello scoprire i segreti della natura, nel sottoporre a teoremi il finito e l'infinito. V'hanno gaudii più conformi all'odierno modo di vivere della donna, i quali superano di gran lunga quelli dello scienziato e del pensatore, ed Ella non vuol metterli in conto?
—E quali sono?—chiese la signora Luisa.
—La storia progressiva della educazione e della importanza della donna nell'umano consorzio li dimostra assai meglio d'ogni mio ragionamento;—rispose il giovine.—Andando per due o tremil'anni a ritroso nella storia della civiltà, noi vediamo il ginecèo essere l'antica forma dell'esistenza femminile in quella medesima società di cui siamo gli eredi. Colà, in que' tempi, la donna non è che strumento di voluttà. I figli stessi che essa dà alla luce, non li educa lei. Sparta ed Atene educano i figli in comune; Roma stessa li sottrae per tempissimo alla madre, per metterli sotto la bacchetta del precettore. L'adolescente romano canzona sua madre intorno alle segrete trattazioni del Senato, e gli scrittori applaudono a quell'arguto sennino, imperocchè le donne non hanno da entrare nelle faccende dei loro mariti e figliuoli, ma da starsene in casa, alla conocchia ed al fuso, per meritarsi l'epitaffio della matrona romana:Casta vixit, lanam fecit, domum servavit. L'unica donna libera dei tempi antichi era la cortigiana, l'eteria; la quale, per conseguenza, era la sola che fosse utile a qualche cosa nel mondo, dappoichè intorno a lei convenivano, come oggi nella conversazione di una gentildonna, i più ragguardevoli personaggi, ed ella inspirava i filosofi e i magistrati, governava la repubblica ed esercitava il più bel diritto del reggitore di Stati, il diritto di grazia. Per tal modo la famiglia, diventando presso che inutile, tornava uggiosa all'uomo. Quella importanza che si negava alla moglie, alla sorella, alla madre, alla donna di casa, era acquistata dallaeteria, col sacrificio del pudore, il quale in fondo in fondo non doveva parer troppo grave, se era fecondo di tanti benefizi per lei.
—Fin qui, disse la signora Argellani, salvo l'ingegno del mio ottimo medico, non vedo nulla che faccia al caso mio.
—Ora vengo al buono, gentil signora, rispose Laurenti sorridendo.—La società cristiana ha trasformato la donna, o, per dir meglio, ha accettato la trasformazione che il cozzo di parecchie nazioni, la fusione di un nuovo metallo di Corinto, avevano recata nel suo grembo. Certo, per dar ragionevole nascimento all'uomo-dio, bisognava immaginare una donna superiore a tutte le altre, un vaso d'elezione. Ma se Maria nei primi tempi cristiani è già grande, non è ancora la Madonna, la consolazione degli afflitti, la madre della misericordia, la regina dell'amore. Il gran miracolo dell'affetto, nei primi tempi di cui parlo, è compiuto dalla donna di Magdalo, anche essa un'eteria, che sparge d'unguenti preziosi i piedi del Nazareno, che li asciuga col volume dei suoi capegli, che è la prima ad affermare il mistero della risurrezione. La vera donna, il tipo della società moderna, si manifesta più tardi, quando la società germanica e la società giudaica si confondono nella nuova fede, quando la Vestale romana, la profetessa di Rugen e la profetessa d'Israele, scompaiono, e rimane, giganteggia la forma femminile più umana e più vera, che è rappresentata dalla donna teutonica che combatte sui carri, e dalla gran madre dei Maccabei, Nella nuova società, la donna è già considerata come l'educatrice dei proprii figli, la consigliera del marito, il compimento dell'uomo. Cotesta gran novità ha portato i suoi nobilissimi frutti. Nel medio evo la donna è già elemento potentissimo di civiltà; essa ingentilisce il costume, accende gli animi alle mirabili imprese, e, dopo aver presieduto le corti d'amore, detta un poema a Dante, un canzoniere a Petrarca. Ancora un passo innanzi, ed ella stessa contenderà all'uomo gli allori, sarà viaggiatrice ardita con Ida Pfeiffer, scienziata insigne con Maria Sommerville, scrittrice e pensatrice profonda con Giorgio Sand. Se ella possa diventar pari all'uomo, non so, e non voglio indagare, poichè mi è noto che in tante e tante cose lo ha superato. Ma veniamo al caso nostro, signora. Ella è sola, ha cuore e mente, e nessun ostacolo allo svolgimento della sua operosità. Quanta libertà di azione, che alla più parte delle donne è vietata, sta raccolta nelle sue mani! Ed Ella non vorrà usarne? Si lascierà vincere da arcane malinconie, si lascierà morire come la povera vittima dell'antico ginecèo, perchè l'uomo, il sultano, l'aveva posposta ad un'altra?
—Non intendo il paragone;—disse la inferma rizzando il capo e guardando in volto Laurenti, come se volesse indagar negli occhi di lui un intento riposto di quelle sue ultime parole.
—Ed io non ho voluto fare un paragone;—rispose prontamente ii giovine.—Le chiedevo in quella vece se le paresse dicevole una imitazione di quella fatta.—
La signora Luisa stette un tratto silenziosa; poi, a mo' di commento a tutto il discorso del suo medico, si fece a dirgli:
—Queste sue argomentazioni, delle quali riconosco il pregio, sono molto generiche, e non mi persuadono ancora della utilità del vivere, per una donna mia pari.
—Perchè? C'è egli bisogno di intender tutto? Si opera secondo il proprio cuore, secondo il proprio consiglio. L'attività è l'uomo.Fare, fare, è l'impresa gentilizia di questo grande ignorante che è l'uomo, di questo credente nel cuore, scettico nella mente, che Goëthe ha incarnato nel suoFausto. Fare, fare; ed è perdonato anco l'errore, e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non tengono; chi più ha operato, colla coscienza di voler giungere al vero, ha salvato l'anima sua. Infine, o signora, chi saprà dire il perchè siamo nati? E se cotesto non si potrà saper mai, perchè fermarci a mezza strada? Operiamo con retti intendimenti; non turbiamo l'ordine prestabilito. Ella, che si reputa un granellino di sabbia, la cui scomparsa non abbia a guastare, e nemmanco ad essere notata, può essere in quella vece necessaria a qualche cosa per utile di qualcheduno, o a qualcheduno per utile di qualche cosa. Mi avvedo che comincio a ragionare come un filosofo tedesco, ma la sostanza è vera.—
Il naturalista filosofo si fermò, aspettando qualche nuova obbiezione da combattere; ma la signora Luisa era rimasta muta. I concetti che egli aveva svolti le giravano confusi per la mente, come una musica nuova di cui non s'è anco potuto cogliere il senso melodico.
—Dunque,—proseguì egli, a mo' di perorazione—farà Ella ciò che io le ho detto?
—Non so, signor Laurenti.—E perchè, poi?…
—Perchè? Già lo ho detto le sode ragioni. Se queste non approdano, metterò mano alle scherzevoli. Pensi Ella che il suo medico è giovane; che ha bisogno di una clientela, e che se Ella si lasciasse morire, e' si farebbe canzonare da mezzo mondo, e l'altra metà non vorrebbe far capo a lui. Ella dunque vede che si può esser sempre utili a qualche cosa.
—Oh, se la mia missione in terra ha da esser questa…—disse la signora Luisa.
—Ho trovato questa,—rispose Laurenti—poichè Ella non ha voluto saperne delle altre.
—Intendo benissimo; ma anche per questa, mi ci vorrà la vocazione, e in verità non la sento ancora, sebbene io vorrei pare far cosa grata ad un amico come Lei. Non creda del resto che io desideri morire; la verità si è che non mi sento la voglia, nè il bisogno di vivere. Ella faccia i suoi esperimenti; gli è ciò che io possa consentire al mio medico; ma penso che sarà una vana fatica.
—Vedremo!—sclamò Guido, e si alzò, poichè notava che quella lunga conversazione aveva affaticato lo spirito della signora Argellani.—Del resto, tornerò domattina.
—Ella sarà sempre il benvenuto.
—Come medico?
—Come amico.
—Torna lo stesso, infin de' conti. Gli amici sono ottimi medici, ed io ci guadagnerò una doppia laurea. Ella intanto si attenga alle ordinazioni del suo…. amico.
Com'egli fu uscito dalla camera, la signora Luisa si fece a meditare su tutte le cose che egli le aveva detto, ma con pochissimo frutto, imperocchè il dolore che la donna gentile ci aveva nel profondo, non la perdonava a nulla, pari all'orribile tenia che si cela nelle viscere e distrugge il cibo, volto al sostentamento del corpo.
—Buon giovine e forte intelletto!—pensò la donna gentile.—Se fa il medico, salirà presto in rinomanza. Ma la sua fama e' non ha certo a cominciarla con me.—
E sospirò. Il suo pensiero era già altrove.
La malattia della signora Luisa appariva ostinata oltre ogni credere, e Laurenti scorgeva come fosse malagevole il vincerla, imperocchè tutto quanto egli avrebbe tentato di fare, coll'aiuto della scienza, per rinnovare il sangue in quel morente organismo, sarebbe stato quotidianamente combattuto, contramminato, distrutto dall'interno nemico.
Questo nemico e' lo aveva sentito, quasi lo aveva veduto. Alcune frecciate, accortamente tratte, avevano colto nel segno, e l'interno struggitore avea dato cenno della sua assidua presenza.
A chi non è egli avvenuto, nei dì dell'infanzia curiosa e sollazzevole, di andarsi a sdraiare su d'un prato, quando l'erba è falciata, e la terra lascia scorgere, tra ciuffi di verde reciso, tutti i misteri della sua crosta? Si notavano allora certi buchi, artisticamente scavati tra le radici della gramigna o del sermolino, che andavano in linea diagonale nel profondo della terra, e dato di piglio ad un fuscellino, il più diritto e il più lungo che si potesse trovare, si frugava leggermente in quella piccola tana, fino a tanto che non si vedesse sbucar fuori un animaletto nero, dalla corazza rabescata. Era il grillo solitario, il notturno cantore, che faceva capolino sull'uscio, e si rintanava sollecito.
Questo ricordo d'infanzia tornò alla mente del giovine. Il negro animale, stuzzicato dalle sue dimande improvvise, era comparso più volte, mostrando le sospettose antenne, ma s'era rimbucato da capo. La sua presenza era posta in sodo, ed oramai, per sloggiarlo, e' bisognava lavorar di fine, usare accorgimento e prudenza, ma non dargli più tregua.
Ella non vuole essere risanata, pensò, dappoichè non vuol consolarsi, riamare la vita. S'ha dunque da risanarla a suo malgrado, e senza che veda, senza che sospetti il come. Disturbiamo il suo pensiero, non gli diamo più agio di operare, e sarà tanto tempo guadagnato pel lavorìo della scienza. La natura farà il rimanente. Nei recessi dell'anima stanno rimedii sottili, imponderabili, ignoti, ma potenti, efficaci, solo che abbiano il modo di svolgersi. E' fu un sassolino, spiccatosi dal monte, che scese a rovesciare la statua. L'operosità latente, stimolata da un nonnulla, in certe occasioni particolari, si sveglia e riedifica; il germe, bagnato da una goccia di rugiada, si fa pianta e prospera anco in una fenditura di marmo.
Laurenti argomentava benissimo, e il suo cuore indovino metteva le fondamenta di un ottimo sistema terapeutico. Ma egli v'era alcun che di maggiore, di più efficace, che gli veniva in aiuto, e che egli per fermo non poteva scorgere, non che mettere in conto, poichè quella tal cosa era egli, egli stesso. La signora Argellani non aiutava il suo medico, non lo secondava nei generosi conati ch'egli faceva per arrestare lo struggimento delle sue forze vitali. Ma intanto un nuovo elemento era penetrato nella sua esistenza, e creava necessariamente consuetudini nuove. Il ghiaccio era rotto; la primavera alitava dintorno a lei, tutti i suoi stimolanti profumi, tutti i suoi vivaci tepori. La bella inferma credeva di esser sempre sola col suo rammarico, e non lo era già più. Il suo deserto era popolato, e un'aria di giovinezza, spirando da tutti i lati, recava i germi della vita nuova. Stava daccanto a lei l'apparenza del medico; ma sotto quella spoglia tranquilla, palpitava il cuore, ardeva la mente dell'innamorato, che doveva circondarla di una rete invisibile, operare per la sua anima, ingombra dal tedio d'ogni cosa, quello che aveva operato la fantastica volontà di un altro innamorato per gli occhi di Caterina di Russia, allorquando fiorivano i giardini e sorgevano i villaggi lungo la brulla strada che essa doveva percorrere.
Ora, questo innamorato, fin dal primo momento aveva impreso a fabbricare la sua rete. Uscito dalle stanze della inferma, era andato dal Giacomo, diventato di botto suo primo assistente, ad indettarsi con lui per tal cosa che questi dovesse fare nel giorno medesimo.
La conseguenza di questo dialogo si fu che, verso il cadere del sole, la signora Argellani scese a diporto in giardino.
Era fiacca, come al solito, la donna gentile, e dopo aver passeggiato per pochi minuti, come fu presso l'albero di pino, si adagiò sul rustico sedile, e rimase immobile per contemplare le nuvole rosee dell'occidente. L'immagine del suo medico era le mille miglia lontana.
Ma il medico, lontano dalla sua mente, non era distante dall'albero di pino. Egli veniva lentamente pel sentieruolo, col capo chino, col suo solito libro tra mani, e si avvicinava a lei, che finalmente allo scalpiccio de' piedi sulla ghiaia, volse gli occhi dalla sua parte, e si addiede della sua presenza.
La prima impressione che quella vista fece nell'animo della signora Argellani, fu di molestia; ma, cortese com'era, si pentì tosto, e volse al suo medico il più affettuoso saluto.
Laurenti intese quel senso di molestia, e si sentì stringere il cuore; ma vide il pentimento subitaneo e si riebbe. Il volto diafano della signora era uno specchio fedele di tutte le interne sensazioni.
—Signora, le disse egli inchinandosi, le chieggo scusa e licenza ad un tempo di venirla a turbare nella solitudine del suo giardino. Ero venuto a cercare del Giacomo, del mio amico e collega in botanica.
—Ella non ha da chiedere nè licenza nè scusa, signor dottore, ed è qui, come lassù, padrone assoluto.
—Grazie; ed io vengo per l'appunto a far atto di padronanza.
—Ah! esclamò là signora con un sorriso che invitava a proseguire.
—Sì, soggiunse Laurenti, debbo impadronirmi d'una bella varietà di viole del pensiero, la quale io non ho, e il suo giardino ne ha parecchi esemplari. Così passeggiando sono sceso ne' suoi dominii….
—Col fidato volume tra mani, aggiunse la signora.
—Fidato davvero; è il mio Virgilio.
—Come? Dalla scienza alla poesia?
—Sissignora, ma poesia latina.
—Che differenza ci vede ella, signor dottore?
—Grandissima. Qui c'è la fragranza arcana della lingua disusata; però si studia ogni frase, si colgono intime bellezze di espressione che nella lingua nostra non si avvertirebbero nemmanco.
—Ed ecco una consolazione che noi povere donne non possiamo avere, noi sbandeggiate dagli studi classici.
—Ah, Ella si ricorda della conversazione di stamane? Questo è buon segno, almeno per me!
Ciò detto, e per non prolungare un dialogo che la signora Argellani aveva cominciato per mero debito di cortesia, Laurenti si volse al giardiniere, che stava pochi passi discosto a sarchiellare un'aiuola.
—Orbene, Giacomo; la mia pianta…
—Oh, non se l'ha mangiata il lupo, signor Magnifico, ed è laggiù che l'aspetta. Se Vossignoria vuole portarsela con sè, venga e la leveremo da terra.
—Signora,—disse Laurenti, volgendosi alla donna gentile—potremo averla patrona in opera di tanto rilievo?
—Volentieri.
E la signora Argellani si alzò: ma Guido non le offerse il braccio, sebbene ne avesse una voglia spasimata. Con quella donna ci voleva giudizio, e l'amore, che lo fa perdere a tanti, ne dava al giovine naturalista una libbra di più.
Egli anzi, con quella facilità che è sempre l'eccesso dello stento, si messe a chiaccherare di botanica e di orticoltura col Giacomo, dei proverbi contadineschi sul bel tempo e sulla pioggia, e di altre cose simiglianti, con le quali io non eserciterò per fermo la pazienza del benigno lettore. Venne poscia una filatessa di considerazioni sulle figure che erano rappresentate dai quattro petali screziati della viola del pensiero; quella per esempio che il Giacomo levava da terra per lui, era il ritratto parlante di un professore di greco di sua conoscenza…. e sapeva il greco del pari. Considerazioni che fecero ridere la signora Argellani, quantunque ne avesse così poca voglia nel cuore.
Ma erano pallidi sorrisi, come dicono i francesi con efficacia d'immagine. La gentil donna non era punto distratta; anzi seguitava la conversazione, e con quella eletta cortesia che è pregio naturale delle grandi anime, tenea vivo ella stessa il dialogo, aiutava le arguzie a sbocciare. Senonchè, mentre le labbra parlavano e sorridevano, in fondo al cuore c'era il vuoto, e di tanto in tanto ella ne sentiva gli arcani stringimenti.
Intanto venne la notte, e colla notte l'eterno discorso della rugiada, che invita a mettersi al coperto. Guido stava per accomiatarsi, ma la signora Argellani lo invitò ad entrare in casa, ed egli si tenne i suoi saluti tra i denti.
Era quella la tristissima ora, l'ora saturnia della giornata, per quella povera bella. Era l'ora in cui, in altri tempi, il campanello scosso mandava il più argentino dei suoi squilli, e poco dopo il servitore, sollevando la portiera del salotto dov'ella stava a lavorare, o a suonare il cembalo, diceva le consuete parole: «il signor Eugenio Percy.»
Egli entrava e portava la luce con sè. Ragionavano di nonnulla, nei primi tempi, stavano a guardar la luna dai vetri delle finestre, si bisticciavano fanciullescamente per una fettuccia, per una acconciatura di testa, per un'aria di ballo; ma i nonnulla dicevano una cosa sola; la luna sollevava nei loro cuori la marea di un solo sentimento; tra le loro contese, tra gli sdegni e il volar degli strali, danzava sempre, si rigirava uno spirito folletto colle alucce di farfalla, il quale spandeva filtri amorosi nell'aria e avvelenava le punte col miele.
Più tardi, non si guardava più la luna, non si contendeva più di nonnulla; era in quella vece un intimo favellio, un ricambio di dolci pensieri, una melodia susurrata, sospirata anzi, nella nicchia d'un sofà di velluto, colle mani strette nelle mani, gli occhi incantati negli occhi. Poi la lettura di un libro, spesso interrotta, o insensibilmente trasmutata in un'estasi; poi l'attesa di lui, fino a tanto che ella si fosse vestita per andare a teatro: poi un mondo di cose, e tutto in quell'ora, tutto ricordato in quell'ora, riassunto in quell'ora.
E quell'ora, già consacrata da tanto affetto, era vuota. I bei giorni erano finiti; il nodo si era spezzato; ma quell'ora non poteva essere dimenticata, per le consuetudini che essa richiamava alla mente.
A me duole di averlo a dire, perchè mi si darà forse, ed immeritamente, nota di materialista. La consuetudine è un forte vincolo; ella rafforza l'affetto quando è vivo e lo fa parer vivo quand'esso è già morto. Per tal guisa durano certi amori e certe amare ricordanze che la dignità offesa dovrebbe aver discacciate dall'anima. Imperocchè, se il cuore sanguina, la ragione può rimarginare la ferita; ma la consuetudine, quest'abito morboso della esistenza, offende i nervi anche dopo il risanamento, e riproduce la sensazione del dolore.
Quell'ora dunque era vuota; nessuna novità veniva mai a turbarne la solitudine dolorosa, e la povera inferma, seduta in un angolo del suo pensatolo, suggeva più veleno in quell'ora che in tutto il rimanente della giornata. Guido Laurenti, senza conoscere la cagione, aveva indovinato il male, anzi il punto culminante del male.
Entrato nel salotto della signora Argellani, egli stette a discorrere di cento cose. Ella era un tal poco distratta: ma era già molto che non fantasticasse da sola. Di discorso in discorso, di palo in frasca, si venne a ragionare di viaggi, e Laurenti si fece a dirle della mania ch'egli aveva da giovine di correre il mondo, mania tanto più forte, quanto egli era più impossente a soddisfarla.
Suo padre amava che egli studiasse; danari quanti ne voleva, ma non si muovesse per nissun pretesto da Genova. Un giorno, cionondimeno, fatti gli esami del primo anno di medicina, e' gli aveva mandato un bel gruzzolo di monete, perchè contentasse la sua voglia di andare a Roma. Quel viaggio e' lo aveva in mente da un pezzo, e gli parea mill'anni di non mettersi la via tra le gambe; ma l'uomo propone, e gli amici dispongono. I danari del babbo erano andati in mano di uno strozzino, per salvar dalla prigione un suo amico e parente, che era meno ricco e più scapato di lui, Come cavarsela con suo padre? E sopratutto, come cavarsi la voglia di fare una gita? Pensa, ripensa, e' non trovò altro partito che quello di viaggiare nelle proprie tasche, e dettare una relazione del viaggio, per mandarla a suo padre.
Gli era un bel paese davvero, sebbene un po' brullo. Anzitutto non c'era da snocciolare nemmanco una lira in beveraggi a' cocchieri; il conto dell'oste si pagava colla massima agevolezza; i ciceroni non costavano nulla. La scatola dei solfanelli lo conduceva a dotte considerazioni sul progresso delle industrie; il fil di seta col quale erano cucite quelle tasche, lo guidava fuori del laberinto, e di costura in costura lo portava a passare la Manica. Una lettera, un sigaro, erano accidenti importantissimi del viaggio. La scoperta di un ultimo scudo nel taschino del panciotto, era un amico, un compaesano trovato a mezza strada. Il conto del sartore che lo aveva vestito, poteva adombrare benissimo un incontro di briganti che lo avessero spogliato. E giù di questa conformità. Il padre aveva letto, aveva riso, ed aveva mandato qualche altro migliaio di lire a suo figlio, perchè andasse a viaggiare da senno.
Il racconto era condito di piacevolezze, di argute considerazioni, di modeste reticenze. La signora Argellani, da distratta si fece attenta, si lasciò andare in balia di nuove sensazioni, e viaggiò anch'essa col suo medico, diventato di punto in bianco umorista, sulle orme di Enrico Heine e di Giuseppe Revere.
Suonarono le dieci. La negra cura per quel giorno era vinta; il medico otteneva il suo primo trionfo, senza rullo di tamburi e senza suono di trombe.
Nè fu la sola. Il giovanotto, diventato prudente come la serpe della Scrittura, aveva diradate le sue visite mattutine, poichè il permesso di scendere dopo il pranzo nella villa Argellani, gli recava la dolce consuetudine di veder la signora con manco cerimonie, e accompagnarla di prima sera in casa, dove stava a ragionare una o due ore con lei. Gli era un medico, un amico ed un vicino insieme; condizione complessa, irta di difficoltà, imperocchè egli aveva sempre qualche cosa a temere. La donna malinconica, infastidita del vivere, poteva un bel giorno non vedere altro in lui che il medico ostinato a risanarla, e ribellarsi alle sue cure. L'interno nemico, stretto soverchiamente, potea rivoltarsi anco lui, e condurre la signora Argellani a sospettar dell'amico, a diffidare delle cortesie del vicino. Gli bisognava dunque temperare accortamente una cosa coll'altra, star di continuo all'erta, indovinare qual lato dovesse porre in rilievo, qual altro dissimulare. Fatica improba, che solo un profondo amore potea far sembrare gradita.
Le ore dopo il pranzo erano, come ho detto, consacrate al giardino. Virgilio rallegrava il viaggio dalla postierla fino all'albero di pino; quindi andava a dormire nelle tasche della giubba, e cominciavano le svariate conversazioni. La signora era di mente colta come di cuor delicato, e Laurenti sapeva farla pensare, com'ella sapeva farlo parlare. Si usavano cortesie a vicenda, e le ore passavano rapide come baleni.
I pallidi sorrisi, le dolci malinconie, i subitanei stringimenti di cuore, rispondevano ai diversi stati dell'animo della signora Argellani. Ma intanto la natura operava, e le nuove consuetudini si filtravano inavvertite nel suo delicato organismo. Guido Laurenti, il quale, per tutta la gente di casa, era ilMagnifico, vo' dire il medico, e che ci aveva acquistato una grande autorità, dettava la lista della colazione e del pranzo; poi, col pretesto di procacciare sonni lunghi e tranquilli all'inferma, le dava a bere i suoi tonici, le sue pozioni ferruginose, e le andava man mano rinnovando il sangue nelle vene.
Non se ne addava ella punto? No certamente, poichè non le accadeva mai di pensarvi su. La sua melanconia non era apertamente turbata, ed ella lasciava che il medico facesse a modo suo. I modi del giovine erano prudenti e cortesi; la conoscenza di lui non riusciva di peso, ed ella non poteva scorgere in lui un amante.
O come non lo vedeva?—chiederà taluno. Le donne vedono sempre ogni cosa.
Sì, benigno lettore, esse vedono sempre ogni cosa, ma quando non abbiano in mente una di quelle preoccupazioni, le quali tolgono di badare al rimanente. Vi è egli mai avvenuto di amare una donna, la quale vi usava ogni maniera di cortesie, e frattanto non andavate innanzi di un passo? Quella donna, se vi rammenta, pensava ad un altro, e voi, poverino, voi non eravate che un semplice amico. Noi, pigliati a mazzo, uomini e donne, non abbiamo cuore che per chi piace a noi, e quando il cuore non c'è, egli avviene eziandio (salvo il caso di una dichiarazione, la quale non consenta più di ignorare) egli avviene, dico, che non ci sia neppure la mente. E voi, un bel giorno che quella lunga adorazione sulla soglia del tempio v'era paruta troppo lunga, fattovi un cuor da leone, incominciavate a parlare. Ella a prima giunta si meravigliava di quella novità, poi vi compiangeva, s'industriava a consolarvi con melate parole, e finalmente vi metteva, sebbene con tutti gli onori dovuti ad un cuor generoso, fuori l'uscio di casa. Voi tosto a maledire il giorno, l'ora e il momento che l'avevate veduta; voi a farle colpa de' suoi superbi disdegni, e perfino delle sue gentilezze. Povera donna! Come si è spesso ingrati ed ingiusti per ragion d'egoismo!
Non mi si dica dunque che le donne vedono tutto. Vedono, quando non hanno altra immagine che loro ingombri la vista. Se il loro cuore è tranquillo, sì certamente elleno si accorgeranno del vostro amore, anche quando sia ai cominciamenti, anche prima che ve ne accorgiate voi medesimo. Ma pur troppo, con tutta la loro avvedutezza, con tutta la loro perspicacia, le povere donne hanno la benda sugli occhi, quando amano e soffrono.
E nulla vedeva, di nulla si accorgeva, di nulla sospettava la signora Argellani. Vi ho già detto che ella non si addava quasi dell'opera del medico, e che ignorava affatto il lavoro possente della nuova consuetudine. Il rimedio arcano, imponderabile, si era svolto dai recessi della sua anima, ed operava inavvertito come la dose dell'omeopatico.
Guido Laurenti, dal canto suo, cercava sempre il nemico, e lo combatteva gagliardamente, efficacemente, senza conoscerlo ancora.
Impastata, se così può dirsi, di bellezza e di fiele, per modo che l'interno umore spandendosi sul volto gli conferiva un'aria antipatica, e per contro la bellezza delle forme faceva a molti dimenticare di chieder novelle dell'anima, la signora Perrotti Maria Aurelia al fonte battesimale, era una delle più eleganti dame di Genova, e delle più reputate eziandio.
Ella teneva conversazione il lunedì, nel suo sontuoso quartierino di via Palestro, e convenivano colà tutti coloro che cantassero e chiacchierassero di più entro la cerchia daziaria della capitale ligustica. Colà tenori, baritoni e soprani dilettanti assassinavano Verdi e Rossini; colà, vecchie che volevano parer giovani, stolidi di ogni età e d'ogni risma, Veneri pensionate, Adoni in disponibilità, assassinavano la riputazione del prossimo. Le novelle del giorno, i pettegolezzi della civil compagnia, passando pel salotto della signora Aurelia, uscivano rifatti nella forma più corretta, come la pasta bianchiccia che si mette nella cartiera, esce tesa, levigata ed asciutta sul cilindro, per modo che ci si potrebbe già scrivere.
Aveva un amante la signora Perrotti? Oibò, la era una rispettabilissima dama, e la maldicenza aveva abbastanza ossequio figliale per lei da non rivoltarsi contro sua madre. Io medesimo vi giuro che ella non amava nessuno, e che nessun uomo, di que' tali che onorano una donna dandole l'incenso dei loro affetti, s'era mai innamorato di lei. Ve l'ho dipinta bella, e non v'era alcuno per verità che non la salutasse tale; anzi a molti piaceva; ma i cuori più ardenti, fattisi da presso a lei, sbollivano gradatamente; intorno a quella donna, senza saperne il perchè, si gelava. I coraggiosi c'erano stati, ma non di que' tali che ho detto più sopra; ed io potrei narrarvi una storia…. Ma non la voglio commettere a questi fogli, perchè pur troppo non fo altro che copiare dal vero, ed anco i meno facili conoscitori di maschere, potrebbero dire: è la tale!
Costei un giorno, dieci anni innanzi i tempi di cui ho impreso a narrarvi, insuperbiva della corte spietata che le faceva Eugenio Percy. Ma la Argellani in quel torno era capitata a Genova, e il signorino, attratto da quella nuova e più efficace bellezza, aveva levato prontamente l'assedio che ancora non era scavata la seconda parallela. L'amor proprio, che di tutti gli amori è il più permaloso, aveva toccato una ferita mortale. Ma la signora Perrotti se n'era ricattata a misura di carbone. Percy non aveva anche baciato il sommo delle dita alla bella Argellani, che già il suo trionfo era strombazzato ai quattro venti. Il signor Argellani, vecchio Alcibiade che se la spassava a Milano, lunge dalla bella moglie, ma molto vicino ad una prima donna di mezzo cartello, di mezzana bellezza e di mezzana virtù, vide pioversi le lettere anonime che assassinavano la fama (intemerata, vi so dir io, intemerata) di sua moglie, e gli parvero un'ottima ragione per ravvicinarsi sempre più al mezzo cartello sullodato, e chieder poscia una separazionein formis.
Il processo era fecondo di scandalo, e c'era a Genova chi se ne stropicciava le mani e l'acquolina gli correva alla bocca. Ma il vecchio Alcibiade, un bel giorno (io lo chiamerò proprio un bel giorno) era capitombolato da cavallo e s'era rotto una gamba. La cangrena era sopraggiunta e se lo aveva beccato, lasciando libera la mal maritata signora Luisa, e gli amici dello scandalo con un palmo di naso. La donna gentile stette fuori di Genova qualche tempo; poi tornò, e vivendosene sola, fuori di scena, ridusse anche le male lingue a tacere. Infatti, che cosa di nuovo rimaneva loro da dire, se tutto il peggio già l'avevano detto, quando non era anco vero?
Le rare comparse in teatro, lo andar sempre a diporto in carrozza e fuori di città, l'avevano come appartata dal mondo. Pochissime signore andavano a farle visita, tra le quali la signora Perrotti, che giurava d'esserne innamorata e di non poter vivere senza di lei. Diplomazia femminile, che potrebbe dare dieci punti dei sedici ai gran maestri dell'arte politica!
Senonchè, anche le visite da lunga pezza erano cessate. La malattia era stata un ottimo pretesto per la signora Argellani a non muoversi di casa, e in breve quelle poche visitatrici, amiche del buon tempo, e ligie al cerimoniale, avevano spulezzato. Da tre mesi non se n'era veduta una alla palazzina gialla, nemmeno la signora Aurelia, quella che non potea vivere senza vederla!
Il lettore può dunque argomentare come fosse gran meraviglia per tutta la gente di casa, veder giungere un dì, verso le due dopo il meriggio, la signora Perrotti, inamidata, impettita, colla piuma bianca sul cappellino, e un gran galano sotto il mento, per visitare l'inferma.
La gente di casa non sapeva che in tutti i ritrovi e conversazioni di Genova, dove la signora Argellani era conosciuta, correva la voce di un peggioramento della sua malattia. Già i medici, a detta di ognuno, l'avevano data spacciata; epperò la signora Perrotti, la sua buona amica, non poteva ritenersi dallo andare da lei, per vedere che figura facesse un'amica moribonda. Il cuore di alcune donne ha delle strane consolazioni!
La signora Luisa era in quel punto seduta nel suo salotto, insieme con Guido Laurenti, che le aveva portato un libro nuovo, promessole la sera innanzi. Ella cominciava a provare i benefici effetti della cura assidua, affettuosa del suo medico. I colori della bella salute non erano anche tornati sulle sue guance smarrite, ma per chiunque l'avesse veduta un mese innanzi, il miglioramento era notevole, e prometteva grandi cose.
Quando le annunziarono la signora Perrotti, ella rimase stupefatta, e fu molto che potesse sollevarsi a mezzo dal sofà, come in atto di farsi incontro alla Aurelia, che correva ad abbracciarla.
—Or bene, come va questa bella inferma?—disse la Perrotti, dopo aver fatto scoppiettare le labbra asciutte sulle guance della signora Luisa.—Ma bene, in verità! Qui c'è odore di miracolo…
La signora Aurelia aveva pur ragione a maravigliarsi, dappoichè lo stato della Argellani non rispondeva punto al ritratto che le avevano dipinto i benevoli.
—Mia gentile Aurelia—le disse la signora Luisa, ricambiandola di atti cortesi—io ti ringrazio davvero della buona memoria che hai conservata di me.
(volume secondo)
—Che, che! Figurati se io non pensavo alla mia Luisa! Non ho potuto correre, come avrei pur voluto, prima d'ora, per tante cose che avrò a dirti più tardi. Già saprai che il Gigi è stato a letto anche lui parecchie settimane, pel suo solito male; poi i figli di mia sorella da rimandare in collegio, dove non volevano stare… Insomma ognuno ci ha le sue da contare. Ma finalmente eccomi qui! Come son lieta di vederti, la mia buona Luisa!
E così parlando con una volubilità straordinaria, la signora Aurelia stava girando e rigirando per tutti i versi, accarezzando e mettendosi sul cuore, le manine sottili della signora Argellani.
Laurenti era lì presso, in uno stato d'angustia che ognuno intenderà di leggieri. Egli già stava per mettere la mano sul suo cappello e prender commiato, allorquando la signora Argellani, vedendo come l'amica sua lo avesse già più volte guardato, si fece a dirle, accennandolo:
—Il dottore Laurenti, al quale io sono debitrice della vita.
—Ah!—esclamò la signora Perrotti, guardando fiso il giovine—sono lieta di conoscerlo. Signor dottore, se Ella ci risanerà la nostra bella Luisa, noi le vorremo un gran bene.
—Grazie—rispose Laurenti alzandosi, e facendo un inchino;—ma la signora Argellani risanerà, perchè è giovane e forte, ed io non ci avrò merito alcuno.
—Troppa modestia, signor dottore!—ripigliò a dire la Perrotti, in quella che stava notando il turbamento del giovine;—la gratitudine di tutti gli amici della mia bella Luisa, non può venir meno per simiglianti dichiarazioni. Ma sai, Luisa, che tu sei grandemente mutata? Tu mi sembri già fuori di convalescenza, e noi vogliamo vederti in mezzo a noi, senz'altro indugiare.—
Queste erano le parole proferite dal labbro; ma ecco che cosa pensava intanto la signora Perrotti:
—Qui c'è del segretume, e bisogna metterlo in chiaro. Me la davano spedita dai medici, ed ella è qui seduta nel suo salotto, col suo medico accanto… un medico che non si sa chi sia, nè donde venga… un medico molto giovine, troppo giovane, e bello per giunta alla derrata, il quale si turba, perde le staffe appena gli si mettono gli occhi addosso. A me non le si danno ad intendere! L'innocentina! Era lì per morire! E la ci ha il cascamorto a' fianchi!… Qui c'è del segretume, dico, ed ho fatto assai bene a venire.
Intanto la signora Argellani rispondeva alle cortesie della Perrotti:
—Mia buona Aurelia, sono così fiacca, ed ho così poca voglia di muovermi!
—E che fatica ci hai tu da fare? Ti metti in carrozza, e via. Tutti i lunedì in casa nostra c'è sempre il fiore della buona compagnia. Canta la Morati, con una vocina da soprano che innamora, e un buon gusto, poi, un buon gusto… E la Roccanera! Quella fa bene ogni cosa; canta, e si accompagna sul cembalo in un modo!…..
Gli occhi della signora Argellani si rabbuiarono, al ricordo di quel nome di donna.
—La è davvero una bella donnina!—continuò la Perrotti.—Dicono che i suoi occhi non abbiano riscontro in tutta Genova, ed io, imparziale come sono, lo ammetto. La gentilezza de' suoi modi, il suo ingegno, poi, non temono rivali. Che te ne pare, mia buona Luisa? Non la è un ottimo acquisto per le nostre serate? Se tu non ti lasciassi intristire in casa, se tu volessi tornare a risplendere in mezzo a noi colla tua bellezza e la tua bontà, come in altri tempi, certo anche le più belle dovrebbero tremare; ma che vuoi? Chi si ritira dal campo, perde la battaglia.—
Laurenti non poteva patire quella parlantina, innocentissima in apparenza, e piena di tradimenti nel fondo. Egli, avvezzo da molti giorni a notare ogni cosa, e cogliere i sospiri al volo, vedeva come la signora Luisa soffrisse a quelle parole della sua visitatrice. Ed egli pure si sentiva a disagio, ma, fiutando la guerra, non perdeva una sillaba.
—Anche il Percy, sai, è venuto ai mieilunedì. Che farfalla, Dio buono, che farfalla gli è mai! E da te, cara Luisa, non è venuto da molti giorni?
—Nè da giorni, nè da mesi;—rispose la signora Argellani, posta alla tortura.—Io non vedo nessuno da un pezzo.
—E allora perchè raccontarmi una frottola?—disse la caritatevole amica, con aria di chi faccia una domanda a sè stesso.—Or saranno due settimane, gli ho chiesto di te, ed egli mi ha risposto che stavi benissimo. Io perciò ho creduto che fosse stato a vederti. Ma guardate un po' che cavalieri, a' dì nostri! Non parlo per Lei, signor dottore; ma invero i signori uomini hanno oggimai certe consuetudini!…. Cavalli, cani, giuoco e bellezze di palcoscenico! Bisogna vederli in teatro, metter fuori le braccia dai palchetti e dagli scanni, per far pompa d'applausi!…. A proposito di teatro, sai, Luisa? Abbiamo un'ottima prima donna, una francese, un fior di bellezza, checchè ne dica il Percy. Figurati che l'altra sera, da me, c'è stata a questo proposito una discussione coi fiocchi. La Bianca affermava, e con ragione, che fosse bellissima; Percy s'era incaponito a dire di no, e indovina il perchè? Te lo do alle mille.
—Non saprei…..—si provò a dire la signora Argellani.
—Eh, capisco che bisognerà dirtelo. Percy non voleva che la prima donna fosse bella, perchè non aveva gli occhi della Bianca, i capegli della Bianca, il profilo della Bianca, e giù una litania di questa fatta, che gli die' causa vinta. È molto arguto il Percy….. ma, a dirti il vero, mi diverte qualche volta e non mi piace mai.
—Signora, che è? si sente male?—gridò Laurenti, balzando dalla sedia ed accostandosi alla signora Argellani, che egli era sempre stato a guardare attentamente, fino a quel punto.
La donna gentile si sentiva diffatti venir meno, e, non osando farsi scorgere, s'era aggrappata, per tener ritta la persona, al bracciuolo del sofà, mentre gli occhi smarriti, stravolgendosi nelle orbite, troppo chiaramente mostravano il patimento dell'anima.
—Nulla….. Nulla…..—rispose ella, chetandolo con un cenno della mano distesa.—Il caldo mi soffoca….
—Oh, povera la mia Luisa!—gridò, strillò la Perrotti, giungendo le mani.—E che fare adesso, signor dottore?
—Aprire quella finestra, anzitutto!—rispose Laurenti; poi, volgendosi alla inferma, si fece a dirle:—Animo, signora; un po' di calma, e il male passerà subito. Senta l'aria fresca che viene…. Io già le aveva raccomandato più volte di non stare così rinchiusa, e ier l'altro, per l'appunto, Ella ebbe a pentirsi di non avermi voluto dar retta.—
Non era vero niente; ma Guido aveva notato ogni cosa, aveva indovinato che crudel passatempo fosse venuta a pigliarsi quella pietosa amica, e non voleva che il patimento improvviso della signora Argellani potesse rimanere senza una spiegazione ragionevole innanzi a quella donna impastata di bellezza e di fiele.
Che ella fosse persuasa dalle invenzioni di Guido Laurenti non vi dirò; certo in apparenza le menò buone, e ne tolse argomento a parecchie esortazioni, affinchè la sua Luisa, la sua cara Luisa, volesse ascoltare i consigli di chi le voleva bene ed amava vederla risanata prestissimo.
Frattanto il giovine che voleva salvar le apparenze per gli altri, tradiva sconsideratamente sè stesso. L'ansietà che traspariva dagli occhi e dal gesto, era a gran pezza maggiore di quella che avrebbe potuto manifestare, in un caso più grave, il medico più dimestico, più stretto in amicizia alla persona inferma. In genere, il seguace di Esculapio, come quegli che intende le ragioni del male, e che ha fatto il callo a tutte le commozioni, non si spaventa, non si riscalda oltre misura. Guido, in quella vece, era come tramortito, bianco nel volto come un cencio lavato, e se la signora Argellani non fosse stata là, adagiata sul lettuccio, cogli occhi stralunati e le membra prosciolte, si sarebbe potuto credere che l'ammalato fosse lui.
—Ah, ah!—pensava la signora Perrotti, guardandolo di sottecchi.—Il medico ha perduta la testa. E si voleva darla ad intendere a me! Vedete l'innocentina che si moriva d'affanno per l'abbandono di Percy, e già si diceva che fosse per innalzarsi il rogo, come la regina di Cartagine. Che l'amor proprio abbia patito, s'intende; ma far l'eroina da romanzo, poi, figurarsi! Il consolatore è un bel giovine, in fede mia. Se Percy lo vede, metto pegno che va in collera. Quell'altro là è un vanitoso, il quale s'immagina che tutte le donne abbiano a morire per lui, e non può credere che una, piantata in asso da lui, si consoli con un altro. La Roccanera lo ha sulle corna, e quando egli se ne sarà persuaso, il che non tarderà molto, e' vuol starmi fresco davvero! Bene, bene; qui c'è da far quattro chiacchere per lunedì sera. Ma anzi tutto andiamo a darne notizia a qualche amica; intanto, qui non ho altro da fare.—
E finito questo monologo, si alzò per andarsene.
—Se tu avessi bisogno di me, e se io potessi esserti utile, rimarrei. Ma qui sono d'impaccio e null'altro, mia cara Luisa, e il tuo ottimo medico e la signora Tonna porranno ogni cura a farti riavere da questo male passeggiero. Non è egli vero, signor dottore, che sarà una cosa da nulla?
—Certamente, signora; un po' d'aria, un po' di moto, e cosiffatti vapori si dileguano subito.
—Ne sono proprio contenta!—esclamò la Perrotti.—Addio dunque, Luisa; fatti animo. Io, se avrò domani un ritaglio di tempo, verrò ad abbracciarti risanata, e se non potrò io, manderò il servo a pigliar le tue nuove.
—Grazie, mia buona Aurelia;—rispose l'Argellani stendendole la mano—a rivederci—
Fatte ancora quattro parole col dottore per raccomandargli colei che essa amava più degli occhi suoi (frase che si adoperava fin dai tempi de' Romani, e che ha perduto ogni efficacia, come tutte le frasi vecchie), la signora Perrotti, inamidata, impettita, se ne andò, gittando un bacio col sommo delle dita alla Luisa, e simulando di asciugarsi una lagrima.
La signora Argellani aveva resistito a quella conversazione con una virtù non minore per fermo di quella dei martiri cristiani, che si lasciavano tanagliare il petto senza mettere un lamento. Il non essere ella andata del tutto fuori dei sensi, potrebbe citarsi come una testimonianza dei trionfi che ottiene un semplice sforzo di volontà senza altro estrinseco aiuto. La virtù dell'animo l'avea tenuta col fronte alto, e le labbra sorridenti; la virtù dell'animo le aveva dettate quelle parole: «mia buona Aurelia» che certamente non avevano ottenuto licenza dal cuore. Ma appena la Perrotti fu andata via, ella ruppe in un grido: «è male! è male!» fe' per alzarsi dal sofà, come se volesse sottrarsi al patimento che stava per vincerla, ma tosto ricadde contro la spalliera, priva di forze e di sensi.
Guido per ventura era là, pronto a soccorrerla con tutti i partiti dell'arte sua. La casa era sossopra: le fanti facevano una cosa; un'altra il giardiniere; la signora Tonna non faceva nulla, ma era già molto che non lisciasse il gatto, o non biasciasse paternostri; Laurenti, poi, badava a tutto e si faceva obbedire a puntino. Per tal guisa, il male, combattuto sui cominciamenti da una intelligente volontà, non ebbe agio a sopraffare la donna gentile, come avea fatto la volta innanzi, e non v'ebbe altro danno che la paura.
Ma qual cuore fosse quello di Guido, lascio che vel pensiate voi, o lettori. Le parole della caritatevole amica gli avevano aperto gli occhi, e quegli occhi correvano assiduamente dal volto della Perrotti al volto della Argellani, cogliendo sensi arcani di espressione, così nel viso del carnefice, come in quello della vittima. I nomi della Roccanera e del Percy avevano scosso l'inferma; la narratrice delle loro geste aveva sorriso, e non era uscita dall'argomento. Nulla era sfuggito alla attenzione di Laurenti. Il nemico c'era, ed era colui che la Perrotti aveva nominato. Glielo diceva il cuore; glielo diceva il turbamento della donna gentile; glielo diceva più apertamente di ogni altra cosa la malvagità che trapelava dall'accento affettuoso della signora Perrotti.
Il colpo che la signora Argellani aveva ricevuto, lo aveva sentito pur egli, ed era stato così poderoso che egli ne era rimasto a prima giunta sbalordito, senza aver tempo nè modo a pensarvi, senza misurare nemmanco la grandezza del dolore. Certo il colpo non gli dovea tornar nuovo; chè, intelligente com'era, il suo nemico e' lo aveva indovinato fin da principio. Le prime impressioni sono sempre le più giuste. Più tardi la sua perspicacia, esercitata nel vuoto, s'era smarrita. Alcune considerazioni sulla malattia dell'Argellani, voluta derivare dalla negazione anzi che dalla prepotenza dell'amore, lo avevano addormentato, ed egli era a mezzo del più bel sogno che uomo potesse far mai, quando la voce stridula della signora Perrotti era venuta improvvisamente a svegliarlo.
E' fu un brutto ridestarsi pel povero Guido; il suo castello di carte, tirato su con tanta costanza, con tanto affetto, era crollato ad un soffio. E bisognoso egli stesso di aiuto e di conforto, aiutava e consolava la inferma, la quale lo ringraziava delle sue cure, delle sue consolazioni, con parole fatte per tribolarlo di più, per cacciare più profondamente il verrettone nella ferita.
—È inutile, è inutile ogni cosa!—gli aveva ella detto, porgendogli amichevolmente la mano.—Cominciavo a chetarmi, a dimenticare. Ma la fatalità mi perseguita; il passato mi uccide. Adesso, Ella sa il mio segreto, signor Laurenti, e sa perchè non ho più nessun desiderio di vivere.
L'amore è una triste cosa, e sto per dire una delle più gravi malattie dei tempi odierni. Non già che fosse sconosciuto agli antichi, chè sarebbe dir troppo; ma ogni lettore assennato vorrà ammettere che quella passione, rozza forma dell'istinto, passò per molte e molte filiere lungo il corso dei secoli, innanzi di affinarsi a quel modo che oggi si nota, e di aguzzarsi tanto, da penetrar nelle carni a guisa di pugnale.
Le svariate e progressive forme della educazione umana hanno temperato, mutato ogni cosa, e l'amore anzi tutto. L'uomo primitivo, colui che s'innoltrava nella boscaglia armato di una accetta di selce, non sentì altro nel cuore che la voce confusa dello istinto brutale. La donna non gli fu data da santità di connubio, ma dal furto, dalla rapina, e il giorno delle nozze non fu celebrato da geniali conviti, nè da canto di bardi. Chiusa nella spelonca, ella amò il suo rapitore, perchè era forte, perchè combatteva le fiere e portava a lei le spoglie sanguinose; perchè le ornava il collo coi denti del mostro ucciso, o con le pagliuzze del rilucente metallo, raccolte nel letto dei fiumi. Essa lo temeva e lo desiderava ad un tempo; non lo rispettava, non lo amava ancora. Ed egli, poi, non riconosceva che il diritto della forza; quando si sentiva offeso, combatteva; quando la donna gli andava a versi, combatteva ancora. La vita era la guerra; la soddisfazione dell'istinto era il trionfo.
Più tardi, fu gran segno di civiltà la donna chiusa in uno scompartimento della tenda. La famiglia creò le consuetudini; le consuetudini assunsero forma ed autorità di legge. Allora la donna non si rubò più; si ebbe dai parenti, in pegno d'alleanza, o in mercede di prestati servigi, sempre come una cosa, e senza dolersi molto, o rompere il patto, se ella aveva gli occhi cisposi. Si pigliava la donna come moglie, o come serva, ma non la si amava ancora; ella per contro incominciava ad amare colui che la rendeva feconda. Per lei, talfiata, se bella, si facevano guerre; il nemico calava sulla tribù come un avvoltoio sulla preda; uccideva il padrone, e ne ereditava la donna, timida creatura, senza volontà per resistere, senza odio per respingere l'amplesso di mani insanguinate.
Il greco ed il romano, tutti intesi alla vita pubblica, non hanno tempo per gli affetti soavi. La donna che amano e cantano, non è mai la moglie, ma una facile bellezza, straniera alla famiglia, Lalage, Lesbia, Cinzia, e tutte l'altre regine dell'ode e della elegia, sono donne intorno alle quali si perde la umana dignità, donne che fanno piangere in distici Catullo, Tibullo e Properzio, ma non uccidono nessuno. L'amore è un arciero bendato, che scaglia le sue frecciate perfino a Giove, suo avolo; ma nessuno muore per le conseguenze della ferita. Paragonate cotesto con Werther e Jacopo Ortis.
Antichi esempi di forti amori ve n'ha, ma feroci, teatrali, cantabili, come la forma tragica od epica per cui gli hanno fatti passare i signori poeti. L'amore da pari a pari, che si filtra in tutte le costumanze, in tutte le bisogne della vita, è scaturito dal medio evo, da questo gran crogiuolo di cose nuove, da questo ricostruttore del mondo. La donna nelle più umili sfere sociali è già la compagna dell'uomo; nelle più alte è, più che compagna, regina; tende a superarlo, e ne verrà a capo, imperocchè essa ha più virtù, più affetto, più sottile intelligenza di lui. Egli è ancora per molti rispetti lo schiavo della materia; essa è già la forma eterna, ilweibliches Wesendel dottor Fausto, ladivadegli antichi. Anchise che fu innalzato al talamo di Venere, Peleo che ottenne in maritaggio da Giove la più bella delle sue oceanine nipoti, non sono più a' tempi nostri invenzioni mitologiche. Il mondo appare a prima giunta più materiale, ed è in quella vece dieci cotanti più poetico di prima. Si soffre per l'amore, perchè l'amore si è immedesimato nella vita. È egli vero che noi diventiamo più deboli, più infermicci, diventando più civili? Le armature degli avi ci opprimono col loro peso, nè più verremmo a capo di tendere l'arco di Ulisse. Per contro, un dardo che a' tempi andati vellicava la cute, oggi ci entra nelle carni e ne uccide. L'amore è una malattia. Chi lo avrebbe mai detto ad Ippocrate?
Guido Laurenti era infermo da senno. Come fu uscito dalla casa Argellani e si ridusse nella sua camera, pianse a guisa d'un bambino, ma le lagrime non valsero a sollevarlo. Il suo caso era grave. Se la signora Luisa fosse stata una donna leggiera, la quale avesse stuzzicato l'amor suo per farsene giuoco di poi, egli avrebbe potuto odiarla tre mesi e disprezzarla per tutto il rimanente della sua vita. Questi odii e questi dispregi, anco sragionati (poichè non sempre si ha ragione intiera contro la donna che ci offende) aiutano a vivere, e danno, se mi è consentita la frase, il tono, il chiaroscuro alla vita. Ma come odiare la donna gentile, che era innocente d'ogni artifizio, d'ogni lusinga più lieve con lui? E come sperare di farsi amare da lei, da quella donna diventata necessaria alla sua esistenza, se nel cuore di quella donna era scolpita l'immagine di un altro? Pari alla vezzosa Minoide, abbandonata dormente sul lido di Nasso, egli non vedeva scampo, nè uscita, nè speranza, nè tregua.
Uscì finalmente di casa, dopo avere stancata la mente in ogni più disperato proposito. Aveva giurato di non andar più da quella donna; ma come fare? Non era egli il suo medico? E doveva lasciarla morire, perchè essa non lo amava e non lo avrebbe amato giammai? Era dicevole, onesto, generoso, il fuggire da lei?
Questa interna battaglia durò molti giorni. Il povero giovine voleva e disvoleva; malediceva e pregava; rimpiangeva le gioie della materia e la vita sollazzevole che avrebbe potuto fare, ad annegarvi dentro quella delicatezza di sentire che è sempre ragione di tanti patimenti; cercava gli amici e li sfuggiva; andava a consolare l'inferma, poi correva a teatro, dove qualche volta vedeva il Percy, e si struggeva a guardarlo. Se avesse potuto sfogarsi contro di lui! Ma la vendetta gli avrebbe forse divelto l'amore dal seno?
Intanto la donna gentile era sospesa tra la vita e la morte. La scienza di Guido la teneva in vita, senza salvarla, senza allontanarla d'un passo dall'orlo pauroso del nulla.
Fu questo dolente spettacolo quotidiano che rafforzò nell'anima tribolata di Laurenti il più generoso consiglio: rimanere al suo posto, contenderla con ogni sua possa alla morte, o morire con lei. Questa specie di patto, di compromesso tra il suo dolore e il dovere, valse a calmarlo, e, mostrandogli la morte come una uscita aperta nel fondo, a farlo rimanere, tranquillo in apparenza e sereno, presso la povera donna.
La malattia della signora Argellani, fatta più grave dalla ricaduta, non era di quelle che inchiodano la loro vittima sul letto. V'erano giorni ch'ella stava alzata e scendeva anche in giardino; ma lo sfinimento era manifesto, e riusciva più doloroso a vedersi, in quanto che si scorgeva la bellissima donna attendere tranquillamente a tutte le consuetudini della vita.
Un giorno, con dolce violenza, egli l'aveva condotta a diporto in capo alla prateria, vicino alla conserva delle piante esotiche. Là seduta, ella stava guardando in aria, senza fare parola.
—A che pensate, signora?—le chiese Guido, mettendo per la prima volta nel suo discorso la forma amichevole del voi.
—Penso al sole che muore;—rispose Luisa.—Vedete che dolce morire, senza improvvisi contrasti di luce e di tenebre! I raggi si vanno allontanando man mano dalla terra; poi le nuvole, anch'esse, di rosee si fanno pallide; giunge il crepuscolo…. e tra poco la notte, inavvertita quasi, apportatrice di calma.
Laurenti si nascose il viso tra le mani, per celare le lagrime che gli rompevano improvvise dagli occhi; ma il singhiozzo, che non potè nascondere del pari, fece volgere dal suo lato la signora.
—Perchè piangete, amico mio?
—Oh, voi mi fate un gran male con simiglianti discorsi!—proruppe egli a dire.—Ho la disgrazia di esser giovine, e di non saper conservare la serenità dell'animo, dinanzi alle malattie come la vostra, nelle quali la prima cagione è la volontà, e che assumono, già ve l'ho detto una volta, il carattere del suicidio. Morire! morire, perchè un uomo non vi ama!….
—No, signor Laurenti; mi conoscete assai poco. Io morirò perchè la vita non mi par bella, nè desiderabile punto. Anche gli uomini possono aver contribuito a farmela parer tale, ma non è per essi che io muoio.
—Sofisma!—esclamò il giovine,—Voi, intanto, infastidita del presente, rimpiangete il passato.
—Se ciò fosse vero, ve lo direi schiettamente;—rispose la donna gentile.—Credetemi, amico; e che io possa perdere la stima di un uomo generoso come voi siete, se io non penso ora, e fermamente, che, posta innanzi a me la scelta tra la più misera esistenza e il ritorno delle prime illusioni, non istarei in forse un solo momento ad eleggere quella. Ma, noi, povere donne, siamo pur troppo come quell'edera lassù, che dal vostro muraglione è andata ad allacciarsi al tronco dell'olmo. Non l'avete mai osservata, voi?
Guido sospirò, e non rispose.
—Or bene, io l'ho guardata spesso, e sempre con tenerezza ineffabile. Essa è il nostro simbolo, sebbene l'abbiamo così mal battezzata nel dizionario dei fiori; essa è il simbolo del cuore, di cui le sue foglie hanno quasi la forma, di cui le sue costumanze riproducono la vita. «Où je m'attache, je meurs» bella impresa che fa trovata, io credo, da una povera figlia d'Eva, la quale guardò una pianta di edera prima di me, e vi riconobbe l'immagine sua!
—L'uomo, dunque…… sempre l'uomo!—esclamò, con accento di amarezza Laurenti.
—Sì, l'uomo, se così volete,—soggiunse la signora Argellani,—ma non già un certo uomo. Strappate quell'edera dall'albero, al quale s'è abbarbicata, ed ella muore. Ma muore ella forse perchè non può più avvinghiarsi a quell'albero, e pendere in graziosi festoni dai rami? No, signor Laurenti; essa muore perchè è stata divelta, schiantata ed infranta. Noi siamo come l'edera; divelte dal nostro luogo di elezione moriamo; ma non istate a credere che rimpiangiamo l'affetto degli uomini dappoco, e che moriamo perchè esso ci manca; dite piuttosto che siamo le vittime dei nostri errori, e paghiamo largamente colla vita un fallato giudizio. Io dunque non rimpiango nulla, se non forse di aver fatto perdere il tempo al mio ottimo medico.
Guido la ringraziò con un cenno del capo, ma non rispose motto. Egli pensava a mille cose in un tempo, e, tra i concetti che gli giravano confusi nella fantasia, gli pareva che dovesse esserci il buono. Però stava cercando, e non rispondeva nulla a quel disperato ragionamento. Ma come gli parve di aver trovato, si alzò in piedi e le disse:
—Mi avete promesso di venire domani a fare una gita in carrozza.
—Sì, e non disdico la mia parola. Sarà la mia ultima uscita. A che ora verrete?
—Alle undici, se non vi dispiace.
—No, certo; e dove andremo?
—Perchè questa curiosità? Quando io vi ordino qualche pozione, domandate voi come si chiama?
—Avete ragione, e poichè non c'è nulla che m'abbia a risanare, mi farò presso di voi un merito di non chiedervi nulla.
Laurenti stette muto per la terza volta; ma per la prima volta, accompagnandola in casa, le offerse il suo braccio. Ella del resto era molto stanca, e ne aveva bisogno per reggersi in piedi.