XIV.

Era una bellissima giornata, una di quelle giornate che fanno nascere nell'anima dei poveri condannati al lavoro quotidiano, il desiderio di una modesta entrata e di una carrozza per uscirsene alla campagna. Il cielo limpido, trasparente, rasserenava lo spirito e tingeva d'azzurro i pensieri; l'aria fresca del mare temperava la vampa del sole e ristorava i polmoni.

Fuori della città, i terrapieni, i fossi e le praterie, si smaltavano di margheritine, oracolo a buon prezzo per le fanciulle innamorate. I mandorli, i peschi, i peri fioriti, ornavano co' loro pennacchi bianchi e rosei le falde dei colli, non abbastanza inverdite dalle fronde novelline degli alberi. Rideva tutt'intorno quella giovine bellezza di natura che il pittore, costretto a cavare i suoi effetti dalla abbondanza delle frasche, dalle balze sassose, dai campi biondeggianti, non può ritrarre con efficacia; bellezza che forse apparirebbe falsa e stonata sulla tela, ma che parla al cuore e lo soggioga con tutte le grazie innocenti della prima gioventù. Oh primavera, gioventù dell'anno! Gioventù, primavera della vita!

La carrozza della signora Argellani uscì per via Carlo Felice e via Giulia, verso porta Romana. La signora Luisa non aveva sulle prime badato a questo itinerario; ma, come fu alla porta, chiese a Laurenti:

—Perchè non siamo andati per porta Pila? Dove mi conducete voi?

—Vi contento, signora;—rispose Guido.—Mi dicevate un giorno che sareste andata molto volentieri…..

—A Staglieno; me ne ricordo. Ma ricordo altresì che voi mi avevate risposto…

—Che non era ben fatto; sì certo, vi ho risposto così.

—Che la vista dal camposanto faceva male;—proseguì la Luisa.

—Sì, anche questo; ma oggi ho mutato pensiero,—disse il giovine, sospirando—Voi non volete più essere di questo mondo; i consigli degli amici non valgono a rattenervi, e bisognerà lasciarvi fare a modo vostro. Andiamo dunque al camposanto, ed avvezziamo gli occhi alla nuova dimora. Anch'io, signora, sono molto stanco di vivere.

—Voi! e perchè?

Laurenti le rispose con un'altra dimanda.

—Ah, credete di aver voi sola cagioni di rammarico e tedio della vita? Non tutti i forti dolori si manifestano negli occhi, o si dipingono sulle guancie.

Così dicendo, chinò la testa sul petto, e non fece altre parole. La signora Argellani non cercò di riappiccare il discorso, e ambedue fecero la strada in silenzio, fino al termine della malinconica gita.

Come furono al camposanto, la carrozza si fermò; Guido saltò a terra ed aiutò la signora a discendere, in quella che il custode della necropoli, aperto il cancello, si faceva incontro ad essi col berretto in mano.

Magnifica dimora è il cimitero di Staglieno, e quando sarà finito, nessun'altra città d'Italia potrà vantare il somigliante per ricchezza di marmi e di disegno. Tutto quanto il genio capriccioso di un pittore potrebbe fantasticare per darci immagine di una antica città, arcate sovrapposte ad arcate, templi, colonne, monumenti sovrapposti a gradinate gigantesche, giuoco mirabile di linee in prospettiva, pensile orto babilonese di architettoniche meraviglie, che si innalza a guisa di piramide sul fianco della montagna, tutto ciò si vede, non dipinto, non fantasticato, ma vero, ma edificato, scalpellato, a Staglieno. La morte è maestosa lassù; mirabile effetto del complesso, dell'armonia del tutto, contemplata da una giusta distanza.

Io non so (e chi può sapere siffatte cose?) che mala fine faranno le mie ossa. Ma dovunque e comunque io avessi a morire, non vorrei essere sepolto nel camposanto di Staglieno. Colà lo sfarzo opprime; colà il solito orpello della vita, la consueta menzogna, vi seguono nella morte, e non c'è per compenso un filo di verde, di cui un amico, venendo a salutarvi, possa dire: è succo della sua carne. Per me, ho sempre sognato una modesta fossa ed una modesta pietra, sulla cima di un poggio che guardi al mare, a' piedi d'un albero di pino, il mio albero prediletto, che ho amato da ragazzo pe' suoi frutti che andavo avidamente sgusciando sul focolare domestico; da giovinetto per le sue resinose fragranze che mi facevano bello il dimorare nella boscaglia; da giovine perchè piaceva alei, e più tardi perchè in terre lontane mi raffigurava la mia prediletta, la mia sacra terra di Liguria.

Così vorrei dormire il sonno eterno, lontano dalle visite cerimoniose dei viventi e dalla mala compagnia dei defunti. Ma ohimè, quando morrò, e se morrò nel mio letto, il mio sogno non gioverà a nulla, anco se confidato alla carta bollata di un testamento. I becchini verranno a pigliarmi, armati della legge municipale, e mi toglieranno anche la libertà della sepoltura.Libertas!Libertas!I nostri padri scrivevano questo motto, insieme coll'arma della repubblica, sulla porta delle prigioni.

La signora Argellani e Guido Laurenti entrarono sotto le arcate del cimitero. Luisa non era stata da molti anni colà, e ogni cosa le sapeva di nuovo. Avvezza poi da qualche tempo ad accarezzare nell'animo suo il pensiero della morte, quella vista non le strinse il cuore punto punto, e, sospesa al braccio di Guido, ella si fece anzi a correre spedita come una giovinetta curiosa che entri per la prima volta in un bel giardino annesso al palazzo in cui essa ha da metter dimora.

Cotesto non isfuggiva alla gelosa attenzione del giovine, e il suo cuore si riempiva di amarezza. Essa è felice, pensava egli, è felice perchè sente d'essere vicina a morire e non s'avvede, e nulla le dice che qui, daccanto a lei, c'è taluno che l'ama, e che morirà se ella muore! Che s'ha egli a dire di quella potenza magnetica che fu fantasticata svolgersi in raggi invisibili da tutti i nostri pori, circondare un corpo, un'anima diletta, e stringerla in una cerchia di arcani effluvii che la inebbriano e la soggettano a noi? Baie di cerretani! Se questa possanza non fosse una invenzione, la mia volontà l'avrebbe sprigionata, e a questa donna non balzerebbe ora il cuore per l'allegrezza, pregustando la voluttà della morte.

Ma se la signora Argellani non sentiva l'influenza magnetica del braccio a cui era sospesa, ella non istette molto a sentire l'influenza malinconica delle tombe.

—È un bel luogo—disse ella, dopo aver varcato le prime gallerie—ma è molto triste. C'è troppa bianchezza di marmi.

—Eh, signora mia!—rispose Guido, crollando la testa.—Ci vuol pure un po' di lusso, dopo la morte. La menzogna, che ci veste e che ci guida nella moltitudine dei vivi, dovrà forse fermarsi alla porta del cimitero?—

In quel momento un gran mausoleo (un mausoleo in tutta la forza del vocabolo, poichè era la tomba di un re di danari, se non di provincie, ed era stato eretto da una nuova Artemisia) si parò davanti agli occhi dei due visitatori.

—Chi dorme là dentro, ch'io non vedo la scritta?—chiese la signoraArgellani

—Un padre di famiglia, o signora. La vedova e i figli inconsolabili ci hanno speso cinquantamila lire. Gli è un magnifico monumento, in verità; le statue delle tre virtù teologali sono assai finamente condotte nel più bel marmo che si scavi a Carrara; quel ritratto è parlante. Era il banchiere Corradenghi, un uomo savio e liberale, che fece tanto bene al prossimo. Lasciò venti milioni di sostanza. Poveri suoi figli, abbandonati in così tenera età dalle cure paterne! La moglie, poverina, la conoscete voi, quella bionda signora, piccina e graziosa, che avrà oggi i suoi quarantaquattro anni e l'usufrutto del patrimonio, sua vita naturale durante? Il bassorilievo è del celebre Ghisolfi, quel tale che l'accompagna sempre a teatro e a diporto. L'epigrafe dev'essere stata commessa a quel valente professore del Federici, ma oramai non si sa come appiccicarla qui, a cagione di un certo aggettivoinconsolabile, che ci starebbe proprio a pigione.—

La signora Luisa chinò il capo a quella infilzata di tristi verità.

—Siete crudele!—disse ella.

—Ma giusto, ma veritiero. Non son mica un'epigrafe, io, e non sono stato pagato per parlar qui in un modo, e lasciar pensare ed operare più lunge in un altro. Del resto, non c'è da far colpa a nessuno; tale il morto, tali i superstiti.—

Qualche lettore schizzinoso dirà che Laurenti poteva tenersi in corpo le sue considerazioni, dappoichè nella casa dei morti disdice la satira. Ma a cotesto si risponde: disdirà la satira nel cimitero, quando non c'entri più il panegirico, nè la bugia. In quanto a me, narratore fedele, ma anco un tantino mallevadore dei discorsi de' miei personaggi, non reputo sconvenevoli le note sarcastiche di Laurenti, imperocchè esse hanno riscontro nella consuetudine di tutti. Una mano sul cuore, lettori miei, e rispondetemi la verità. Chi di voi, andando a visitare un cimitero, non è stato tirato a simiglianti considerazioni, se non forse più acerbe?

Laurenti, poi, ci aveva la sua ragione particolare, a dire la verità nuda e cruda. Il suo disegno era pietoso, come vedrete a suo luogo.

Egli condusse la signora Argellani dinanzi ad un nome illustre nella scienza, e là, cavata una bella rosa che aveva tenuta nascosta sotto le risvolte dell'abito, la depose modestamente sull'urna.

—Che cosa fate?—gli chiese la signora Luisa, guardandolo in volto, e vedendo una lagrima tremargli negli occhi.

—Mando un saluto ad un amico, ad un maestro. Costui, signora, fu grande e fu umile. Hanno innalzato un monumento al suo ingegno; nessuno lo ha fatto al suo cuore, che fu più grande dell'ingegno a gran pezza. Povero e venerando amico! Vivo, lo avevano fatto commendatore; si ascoltavano le sue parole come altrettanti responsi; ed era onore grandissimo accompagnarsi con lui per le vie; ma una bronchite ha rotto il filo a tutte le ammirazioni, a tutti gli ossequi. Ossequi ed ammirazioni, si sono raccolti, sdebitati in questo marmo; l'affetto solo non reputa di avere saldato il suo debito alla rara bontà dell'animo, che faceva di quest'uomo un consolatore degli afflitti, la provvidenza degli sventurati. Imperocchè quest'uomo, o signora, è morto povero in una casa presso che vuota: quello che egli possedeva, lo avevano i bisognosi; la grande autorità ch'egli avrebbe potuto mettere a frutto per sè medesimo, fu sempre spesa a profitto d'altrui.

—Non siate adunque egoista,—soggiunse intenerita la donna gentile,—e consentite che anch'io metta la mano su questa rosa, per associarmi coll'animo al vostro tributo affettuoso. Ora voi, colle vostre parole, mi dimostrate che non è tutto menzogna in questi luoghi, come avevate detto pur dianzi.

—Ho io detto ciò in forma assoluta? No certo. E poi, anche il mio ricordo, che cos'è? La virtù di quest'uomo vive nelle mie ricordanze, ma come una pallida immagine del passato. Io, che l'ho amato come un padre, io vivo senza di lui, non sento la necessità di stargli daccanto. Gli altri, poi, e parlo dei buoni, leggono le sue opere, ma non hanno bisogno di salutar vivo l'autore. Vengono qui a caso, guardano con reverenza la sua tomba, e poi se ne vanno a desinare, forse un tal po' melanconici, per la visita fatta alla casa della morte, ma senza mandar giù un boccone di meno. Questa è la morte, o signora, e questa è la vita.—

Fecero alcuni passi in silenzio, chè ognuno dei due ci aveva da meditare su quel tema. Là presso era una porta, che metteva, per un ampio giro di scale, ad una galleria superiore. E per di là Guido fece salire la signora, affinchè ella cansasse la fatica di una lunga rampa all'aperto.

Sull'ultimo pianerottolo di quella scala, si apriva lateralmente una di quelle gallerie chiamate, con nome latino, colombarii; lunga sequela di nicchie aperte nei fianchi delle pareti, nelle quali si mettono le casse, e che poi si chiudono con un accoltellato di mattoni, sul quale si dà l'intonaco, e si appiastra l'epigrafe col suo numero d'ordine. Questa dei colombarii è la forma più triste della morte.

La signora Argellani, guidata dal medico, entrò nell'aria soffocata del colombario, e le si strinse il cuore alla vista di quella bassa vôlta, di quelle pareti le quali parevano doverla opprimere, man mano che si fosse inoltrata in quell'andito.

—Ohimè!—disse ella, guardando compassionevolmente quelle nicchie.—Come si ha da stare a disagio qui dentro! E non c'è fiori, non ghirlande, che dimostrino il memore affetto dei parenti e degli amici, a questi poveri rinchiusi!

—Che volete, signora? Si dimentica presto. C'è un'ora di viaggio, a venire fin qua.

—Ah, ecco delle foglie secche;—soggiunse ella;—gli avanzi di un mazzolino!

—Povera Caterina!—esclamò Guido, fermandosi a guardare là dove s'era fermata la signora.

Gli occhi della Argellani corsero allora a leggere l'epigrafe.

—Ah!—disse la donna gentile.—È qui la Caterina Stella?

E rimase immobile a guardare la nicchia, in atto di chi medita, col mento raccolto tra il pollice e il medio, il gomito stretto al seno, e l'altra mano penzoloni lungo le pieghe della veste.

Guido stette taciturno un tratto a contemplare quella statua vivente della meditazione, e indovinando i tristi pensieri che le ingombravano la mente, si fece daccanto a lei, parlandole in tal guisa:

—Sì, la Caterina Stella. Eccola lì, dietro questa parete sottile, tra quattro assicelle di quercia. Oltrepassate questo muro, spiate tra le fessure di quelle tavole cogli occhi della mente, e la vedrete, la Caterina Stella, il cui casato era così leggiadro tema di bisticci, foggiati a complimento. I suoi capegli d'oro, pari a quelli di madonna Laura, cantati da nuovi Petrarca, dipinti da un altro Simon Memmi, sono là entro, disciolti, senza la natìa lucentezza, corrosi dal tarlo. Quel volto ovale, quella bianchezza mirabile di carnagione, quegli occhi che mandavano faville….. non c'è più nulla! Vi ricordate della Caterina Stella ne' suoi bei tempi? C'era ressa di adoratori dintorno a lei, sebbene il marito fosse geloso come una fiera, e minacciasse pur sempre di mordere. Il Riccoboni lo dicevano il preferito tra tutti i suoi cavalieri, sebbene il Cigàla avesse avuto tre duelli per lei, e sebbene il Grandi, a chi ne parlava, dicesse con una certa sua aria misteriosa che le erano tutte chiacchere. Ella avrebbe forse trentadue anni, se vivesse; e sono già otto anni che la è qui povera Stella senza luce, povera Pleiade scomparsa dal firmamento! Io vengo qualche volta a vederla, e ho sempre notato che ella non ha mai avuto un fiore da nessuno, ella che ne riceveva tanti, il dì della sua festa, il 19 di Maggio! Nessuno de' suoi tanti adoratori, neppure quel tale che per lei si aperse nel petto una ferita, dichiarata risanabile in quaranta giorni, vien qui a piangere sulla tomba di lei, di lei che li aveva tutti quanti sotto il suo palchetto in teatro, pronti a raccogliere e voltare a sè ognuna delle occhiate che ella mandava sbadatamente in giro, o posti in sentinella sotto le sue finestre per cogliere il momento che ella si facesse a sollevare lo sportello della gelosia.

—E questi fiori secchi?—dimandò la signora Argellani.

—Sapete chi li ha posti qui?—disse Laurenti.—Il marito. Squallido come un tronco d'albero sul quale sia caduta la folgore, il solo amante vero che ella abbia avuto, fu lui. Gli altri tutti, allegro stuolo di farfalle, si sparpagliarono per l'aria. Egli in cambio, ogni anno, ogni mese, ogni settimana era qui, presso la sepoltura di sua moglie, e qui l'ho veduto entrar io molte volte. Ma oggi, anche lui s'è stancato, ed ha chiamato un'altra compagna sotto il vedovo tetto. Il suo dolore ha vissuto sette anni, e non ha potuto durare più a lungo neppur esso. Chi la ricorda più, ora, la povera Caterina dai capegli d'oro? Io, a caso, venuto qui insieme con voi. Tra i viventi che si accarezzano e si addentano laggiù, in quel popoloso centro di affetti e di rancori, la sua immagine non torna più alla mente di nessuno; il suo nome non è più sulle labbra di amici o di nemici; ella è morta due volte. Chi pensa all'orma sua sul selciato di Via Nuova, o sul battuto dell'Acquasola? Ah, bella cosa, in fede mia, bella cosa il morire!—

La signora Luisa era rimasta grandemente turbata da quel discorso doloroso del suo medico; ma l'ultima frase la scosse.

—E perchè no?—disse ella.—Bella cosa, pur sempre!

—Sì,—incalzò Laurenti,—bella cosa davvero! Con questa luce che splende fuori, voi sarete qui, rinchiusa in uno di questi androni, soffocata in una di queste nicchie, col capo da questa parte e i piedi dall'altra. Non vedrete più la terra, il mare, i fiori, sorriso di Dio. Qui sempre, sola, sola! Una volta all'anno, le cerimoniose usanze del mondo tireranno quassù un branco di curiosi viventi, che non volgeranno nemmeno uno sguardo su voi; gente felice, o distratta, dimentichevole sempre, che verrà a fare la sua passeggiata, e sarà molto, imperocchè i cento presenti faranno pensare ai centomila che stanno lontani. Se i morti pensano, se l'anima loro rimane e in qualche modo si dà pensiero del suo abito logoro, e' debbono pure dolersi di aver posto il loro affetto in cuori di sasso, di aver sudato per figli ingrati, di aver patito per chi non rammenta più che fossero nati. E allora che pensieri, che amarezze, nella notte di quelle nicchie sconsolate! Addio, Caterina dai capegli d'oro! Io non ho mai vegliato sotto le vostre finestre, non ho mai desiderato uno de' vostri sguardi fiammanti; pure, non vengo mai al camposanto, senza salire quassù, a salutarvi e portarvi le novelle degli uomini che vi hanno dimenticata.—

Ciò detto, Guido si volse alla donna gentile che stava ad udirlo.

—Ed ecco, o signora, per chi spesso si muore. L'amore…. bella cosa! Pigliatevi il fastidio di morire per cotesto, di lasciare il sole, i supremi diletti della intelligenza, le ineffabili consolazioni della fede, della carità, della speranza, il gusto delle arti, la curiosa investigazione delle scienze, la ricerca delle anime buone che intendano la vostra, e colla vostra facciano manipolo contro il volgo profano! Il Nume, a cui v'immolate, merita davvero il sacrifizio di questi nonnulla!—

—E le vostre consolazioni non tradiscono del pari? La ricerca delle anime buone non conduce ella forse di sovente in inganno?

—Sì, di sovente; ma chi cerca trova; gli inganni sono fermate, sono ostacoli, che non debbono disanimare i generosi, come il mal esito di uno sperimento non disanima il cultore della scienza. Del resto, il paragone tra l'amore e le altre consolazioni di cui vi ho parlato, non corre. Lo scienziato che studia, non si avvilisce punto per aver fallita la strada; l'uomo che ha errato nel giudicare degli altri, non si disonora a sperare che nuovi amici valgano meglio dei primi; laddove nelle cose di amore, segnatamente per le donne, il cercar molto, il far troppi sperimenti, conduce alla abbiettezza. Ma, appunto perchè non si possono moltiplicare le prove, appunto perchè bisogna starsene alle prime, non s'ha nemmanco a sentenziare sommariamente e condannarsi da sè a scontar la pena di un errore. Gli affetti mal posti, quando si riconoscono tali, contristano; ma non dobbiamo altrimenti lasciarci sopraffare; tanto più che l'amore, considerato in sè stesso, non è punto necessario alla vita.

—Dite da senno?

—Del migliore ch'io m'abbia. Anche in me, per avventura, la pratica potrà romper guerra alla teorica; ma, ch'io ami o no, non rileva, non toglie nulla alla bontà della tesi. E la mia tesi è questa, che si può vivere senza amore, che fuori dell'amore v'hanno gioie sublimi, altissimi conforti. Nè già pretendo che ognuno abbia ad intenderla così. Tutti vogliono provare, ed hanno diritto a provare. Ma io parlo per le anime inferme, che hanno provato e patito. L'amore non deve uccidere; non si ha da sacrificare a lui l'esistenza. Io lo considero come uno dei colori che compongono l'arcobaleno della vita, come un elemento che affina le anime, iniziandole al dolore ed alla pietà. Ma, passato l'amore, grandi cose rimangono ancora; rimane, verbigrazia, la carità, questa altissima tra le passioni, che ha tante forme, tante diramazioni quante sono le forme, i meati, della operosità umana.—

La signora Argellani era fortemente commossa. Il luogo, le dolorose sensazioni, il parlare tra sarcastico ed affettuoso, tra sdegnoso e malinconico, del giovine Laurenti, avevano destato un tumulto di pensieri, una vera rivoluzione nel suo spirito infermo.

Erano intanto usciti all'aria aperta, ed ella si era seduta su d'uno scaglione presso un cortiletto, dov'era la postierla del camposanto, che mette alla viottola sul dorso della montagna. Là seduta, la donna gentile stava raccolta in sè stessa, quasi ad udire il suono delle vigorose parole di Laurenti nel profondo della sua anima, suono che svegliava tanti echi e destava tante voci confuse.

Dopo una breve pausa, Guido si mosse, e nelle zolle erbose che facevano tappeto a' piè di un muricciuolo, colse una margheritina, che portò alla signora Argellani.

—Sarà,—disse egli—un ricordo del cimitero che porterete in città.

—E voi,—si fece ella a dire, seguendo il filo dei pensieri che internamente rivolgeva, in quella che pigliava il fiorellino dalle mani del giovine—non avete nessuna memoria qui dentro?

—Nessuna, salvo quel venerando amico che vi ho detto.

—Non una donna?—proseguì la signora Luisa.—E che cosa venivate così di sovente a far qui?

—A passeggiare. Le urne fanno bene allo spirito, anche quando non siano tutte urne di forti. Venivo qui a passeggiare, a pensare, per tutti coloro che non pensavano punto.

—Credevo che solo una morta avesse potuto tirarvi qua…..

—Una morta….. sì c'è stata una donna morta, ma non della morte materiale; però essa non dorme nel cimitero. L'ho sepolta qui….—così dicendo, Guido accennava il cuore—e la pietra, che vi ho posta sopra, non s'ha più da smuovere.—

La signora Luisa, a queste parole, alzò gli occhi per guardare in volto Laurenti, e, per la prima volta, nel suo medico, nell'amico, vide un fratello nel dolore.

—E perchè—chiese ella—non discacciarla del tutto dal vostro cuore?

—No, signora; bisogna ricordar sempre. Perdonare è da generoso; dimenticare è da stolto. Ricordare dunque, ma non morire, perchè non abbiano a riderne gli sciocchi.

—Potreste aver ragione;—soggiunse ella, con aria pensierosa.—La morte è assai brutta qua entro.—

Un lampo di gioia balenò negli occhi di Laurenti, ma la signoraArgellani non se ne addiede.

—Andiamo via—disse ella, poco stante, al suo compagno.—Mi sento oppressa da quest'aria di tomba.—

Laurenti fu sollecito ad accompagnarla verso la porta, che era chiusa da un semplice saliscendi.

—Andiamo in giù per la viottola—le disse egli—e non avrete a rifare la strada in mezzo al marmo e alle croci.—

La loro comparsa sul limitare, disturbò i negozii ad un crocchio di fanciulli che stavano là giuocando per terra, raccogliendo sassolini sopra cocci di stoviglie e pezzetti di lavagna, sucidi, scalzi, moccicosi, coi capegli arruffati, le vesti sbrandellate, come è agevole argomentare di ragazzaglia del contado, ma tutti pieni di salute e allegri come passere.

—Ecco la vita daccanto alla morte!—esclamò Laurenti.—La filosofia filtra i suoi esempi dappertutto.

I marmocchi s'erano levati in fretta, e due più grandicelli, e per conseguenza più ruvidamente soggettosi, giuocarono di calcagna, lesti come ramarri all'avvicinarsi dell'uomo.

—Che bel bambino!—disse la signora Argellani, adocchiandone uno, che era rimasto fermo, e che era meglio in arnese degli altri.—Come ti chiami?

Il fanciullo non rispose, e spalancò i suoi occhi azzurri per guardare la bella signora.

—Via, sii buonino! Come ti chiami?—ripetè ella, accarezzandolo.

—Non lo so—borbottò il fanciullo, dimenando le spalle e chinando gli occhi sopra un coccio che teneva tra mani.

Ma la signora Luisa, a cui quella scena campestre risvegliava nel cuore quella passione pei bambini che tutti sentiamo, segnatamente quando non ne abbiamo dei nostri, volle averne l'intiero e proseguì:

—Vuoi venire a star con me?

—No!—rispose asciuttamente il fanciullo.

—E perchè? Ti metto forse paura?

—No!—ripetè egli, che quella parola la sapeva dire per bene.

—E perchè dunque non vuoi venire con me?

—Perchè voglio stare con mia madre.

—Carino! E dov'è tua madre?

—È in casa.

—E dov'è la casa?

Il marmocchio, stretto da tutte quelle dimande, non rispose più nulla.

—Prendi;—entrò a dire Laurenti.—Questo lo porterai alla mamma.

E gli messe in mano uno scudo. Il ragazzo lo guardò; parve paragonarlo col coccio, poichè lasciò tosto cadere quest'ultimo, voltando e rivoltando invece con molta curiosità quel nuovo balocco che gli luccicava tra le dita; poi si mosse per andarsene, dando ragione a quello scettico che lasciò scritto:—«volete levarvi uno dai fianchi? dategli in mano cinque lire.»

—Come si dice, Giovannino? Fa una riverenza al signore e alla signora, e di' loro: grazie tante!—

Queste parole erano dette da un nuovo personaggio, di genere femminino, cioè dalla madre del ragazzo, che era capitata allo svolto della viottola, chiamata colà dai fuggiaschi.

—Grazie!—borbottò Giovannino, udendo la voce della madre, presso la quale fu sollecito a ricoverarsi.

—È vostro figlio?—chiese la signora Argellani.

—Sissignora; e scusi se gli è un orso. Ma quando gli è in casa parla anche troppo. Che cos'è questo? che cos'è quest'altro? E giù una litania di domande e di ciarle, che m'introna la testa.

—È un bel biondino, e vi somiglia di molto.

—Oh, non lo dica, per carità; gli è tutto il suo povero padre.

—Siete vedova?

—Per mia disgrazia, sì.

—Oh, poverina! Ed è molto?

—Saran tre anni a San Giovanni Battista, e al mio piccino, che allora lo portavo ancora nel seno, ci ho voluto mettere il nome. Oh, beati Loro, che li hanno qui, i loro morti da vedere. Io, disgraziata, non posso nemmeno andare a dire un deprofundis sulla tomba del mio povero Sandro.—

E così dicendo, la contadina si asciugò due grosse lagrime col lembo del suo grembiale.

—Dove è morto?—chiese Laurenti.

—Lassù, per l'Italia, a San Martino. Oh, me lo aveva detto, quando lo richiamarono sotto le armi: «Maddalena, non ti vedrò più, e morirò d'una palla, o d'inedia, lontano da te.» Ed io allora: «Che hai, Sandro? Non ti accorare; tornerai. Fatti onore…» E mi scoppiava il cuore a dirgli così, proprio come mi scoppia adesso che me ne ricordo. E lui a dirmi: «Ama mia madre e mio padre, poveri vecchi, che ti hanno sempre voluto bene, come se tu fossi la loro figliuola. Ama nostro figlio, e se io non debbo vederlo, non gli dare un altro padre, che metta le mani addosso al mio sangue…» Oh, poveretto, così buono! Il dì ch'io avessi a sposarne un altro, vorrei morire maledetta, e non andar nemmeno a riposare nel sagrato.

—Sarà morto da valoroso, il vostro Sandro…

—Oh per questo, sì certamente, e ci ho accanto al letto la sua medaglia al valor militare, che se l'ha guadagnata appunto quel giorno. Il signor sindaco, a cui l'ha mandata il colonnello, ha voluto venire egli stesso, per sua grazia, a portarmela… Oh, mio povero Sandro! La mi pareva bagnata del suo sangue, quando l'ho vista, e sono caduta come morta sul pavimento.

—Povera donna!—mormorò la signora Luisa, voltandosi a Laurenti.—Guardate; il dolore la rende anche più bella. Suvvia, buona Maddalena, fatevi animo; mirate il vostro bambino, che a vedervi piangere, fa greppo egli pure. Accompagnatemi a casa vostra, se non è lunge; berrò volentieri un bicchier d'acqua, e mi siederò, perchè sono stanca oltremodo. Mi consente il mio medico, di bere un bicchier d'acqua?

—Sicuramente, e' non c'è nessun male.

La Maddalena si rasciugò le lagrime e si fece con rispettosa sollecitudine innanzi alla signora Argellani, per additarle il cammino, lieta e superba dell'onore che le faceva quella gran dama.

Era una bella giovane, la Maddalena, e certo essa non lo ignorava. Sandro glielo aveva detto le tante volte, prima di condurla in moglie, e non rifiniva di dirglielo tutti i giorni; più tardi, gliene faceva testimonianza il ronzar continuo di certi mosconi intorno alla villa e qualche stornello cantato di nottetempo nella viottola, che a lei faceva alzare disdegnosamente le spalle tra le lenzuola. Ma, se ella sapeva di avere un viso piacente, non sapeva per fermo come fosse elegante la sua persona, come il taglio della vita fosse aggraziato, il piede fatto al tornio, le mani piccine, la carnagione finissima, sebbene il sole l'avesse un tal po' abbruciacchiata e sparsa di minute lentiggini.

Simiglianti bellezze non sono rare nei pressi delle grandi città. E' si direbbe che il tipo della bellezza, gelosamente custodito dalla tradizione, accarezzato dall'ozio, rammorbidito dalla frescura, rinfrescato mai sempre dagli esemplari del buon gusto e da tutte quelle misteriose affinità che ne governano la riproduzione nei centri popolosi, spiri alcunchè della sua arcana virtù nelle circostanti campagne, sicchè le rustiche madri, come le cavalle di Erittonio, secondo narra Omero, fecondate da Borea, partoriscono talfiata di cosiffatte Veneri campestri che il pittore girovago ammira, e si affretta a ritrarne la fuggitiva immagine nell'albo, e che il cacciatore contempla, dimenticando i tordi e le quaglie, troppo spesso assenti dalle nostre colline.

—Siete bella, Maddalena!—le disse la signora Luisa, appoggiandole amorevolmente il braccio sulla spalla.

—Oh! Vossignoria dice per celia!—rispose Maddalena.—Ella, sì, può tenersene, che è bella come la Madonna. Ma, La mi scusi, veh! se metto la lingua dove non istarebbe a me. Ella ha da far del moto, stare allegra, perchè mi pare che La non s'abbia riguardo.—

Luisa sospirò e non rispose.

—Brava, Maddalena, ditegliele anche voi, due ragioni in croce!—gridò Laurenti che veniva dietro, dando la mano al Giovannino, suo amicone dopo la faccenda dello scudo.

Frattanto erano giunti dinanzi ad un rustico portone, sull'arco del quale c'era una Madonna nella sua nicchia, colla scrittaSalve,solve,salva, miracolo di epigrafia bisticciosa di qualche letterato secentista. Maddalena, fattasi da un lato, introdusse gentilmente i suoi ospiti per un sentieruolo sassoso, il quale s'inerpicava tra due file di macìe, coronate di ulivi e peschi fioriti, fino alla casa colonica, dov'ella abitava.

Daccanto all'uscio di quella casa, e sopra un ceppo d'albero, segato a mo' di sedile, stava a soleggiarsi un bel vecchio, dal volto arsiccio, incorniciato da due ciocche di capegli bianchi, che gli uscivano dalla risvolta di una berretta di lana rossa, e cadevano sui larghi solini arrovesciati di una camicia bianca, il cui sparato lasciava scorgere le corde vigorose del collo e il sommo del petto villoso. Egli se ne stava là, colle spalle appoggiate al muro, e le braccia incrociate, che uscivano abbrustolite dalla rimboccatura delle maniche, a guardare le persone che salivano il sentieruolo; ma come la signora Luisa fu giunta al ripiano della casa, si levò da sedere, e cavatasi la berretta, fece un profondo inchino.

—Buon giorno a Vossignoria;—disse egli, con quella facile cordialità rusticana che par zotichezza ai pratici del nostro riguardoso galateo.—Ella ha fatto bene a venirsene un tratto quassù. C'è alto come in Paradiso; ma quando ci si è, con sua licenza, non si direbbe mai di andarsene via.—

—Padre,—disse Maddalena al suocero,—la signora è venuta a bere un bicchier d'acqua e riposarsi un tantino.

—Vino! Oh, ce ne abbiamo del buono, grazie al cielo, quantunque le annate siano scarse. E non fo per dire, ma ce n'ho un barlozzo di quel bianco, che è passante come l'acqua, e a berne un dito, prima di desinare, fa venir l'appetito. Mariangela! Mariangela! Fatevi innanzi!

—Vengo, vengo;—rispose una voce di dentro.

—Non vi state a pigliar fastidio per me;—disse la signoraArgellani—non chiedo che un bicchier d'acqua.

—Gli è un po' sordo, signora,—disse Maddalena,—ed è l'unico difetto del mio bravo suocero.

Poi, accostandosi al vecchio, gli disse a voce alta:

—La signora vi ringrazia, padre mio, ma non vuole che un po' d'acqua.

—Ah!—soggiunse egli, ridendo,—l'acqua è buona, e fa gli occhi belli. La nostra è di fontana, e l'appanna il vetro come i sorbetti. Io preferisco due dita d'acqua rossa, perchè son vecchio, e il vino, con sua licenza, è il latte dei vecchi. Mariangela, andate ad empir la brocca alla fontana del Coppo!

—No, vado io,—disse la Maddalena che già usciva di casa colla brocca in mano.

Mariangela, una vispa donnina sui sessanta, degna Bauci di quel Filemone, era intanto venuta fuori con due sedie per la signora e per Laurenti; ma egli diede la sua a Luisa, perchè stesse più a suo agio, appoggiando i piedi sulle stecche, e andò comodamente a sedersi sull'erba, di riscontro a lei, presso il primo palo di un anguillare di viti.

Poco stante, la bella Maddalena fu di ritorno coll'acqua, e, risciaquati i bicchieri, ne offerse alla signora Argellani e a Laurenti. Quell'acqua meritava davvero gli elogi del vecchio. La fontana del Coppo, anzi il Coppo, come dicevasi per brevità, godeva di una fama di freschezza singolare a dieci miglia discosto.

Mentre bevevano, e Guido anzi si faceva empir da capo il bicchiere, il Giovannino era andato a ficcarsi tra le ginocchia del nonno, per mostrargli lo scudo.

—Bella moneta!—esclamò il vecchio. Ce ne vogliono cinquanta di queste, tutti gli anni a San Michele, per pagar la pigione. Quando c'era tuo padre, le si raggruzzolavano più presto; due mesi di viaggi a Genova, colle ortaglie e le frutte, e si metteva anche qualcos'altro di costa; ma ora….

—E non ho buone gambe da andarci io?—disse la nuora.

—Che! ti pare? una bella e delicata creatura come sei tu, Maddalena, far di queste corse tutte le sante mattine? Si guadagnerà meno; si farà anche un po' di digiuni, oltre quelli che la Chiesa comanda, e non ci si pensi più. Il Santo poi non è un cattivo giovine, e quando può, non tralascia di andare.

—Chi è il Santo?—chiese la signora.

—È un brav'uomo,—rispose Maddalena,—un povero trovatello che mio suocero ha tolto con sè, per fornire i lavori più gravi, che egli, co' suoi sessant'anni sulle spalle, non potrebbe più fare. Ah, quando ci è mancato il Sandro, si è perduto ogni cosa.

—E come vanno le vostre faccende?

—Non bene, signora. I tempi sono grami; le raccolte scarseggiano, e non c'è punto riprese. La vigna ci ha la maledizione addosso: gli ulivi anch'essi hanno dato poco frutto nell'ultima annata; delle ortaglie si è cavato qualcosa, ma non già come ai tempi del Sandro. Egli si alzava per tempissimo; correva a Genova in quattro salti; faceva buon negozio, e tornava ancora a tempo per tutto il rimanente. Non è vero, padre mio? Guadagno scemato, e spesa più grande!

—Grande! Sì! è grande, la villa—disse il vecchio, che stava attento a raccogliere il più che potesse delle parole di Maddalena—è troppo grande oggi, e mi fa sentire quelli che mancano.

—Consolatevi, buon padre!—gli disse la signora, tirandolo dolcemente a sè, per parlargli nell'orecchio;—il Sandro vi manca, ma avete acquistato una buona figlia.

—Oh, quanto a questo, la dice una verità sacrosanta. Maddalena lavora per due, e poi, vuol bene ai suoi vecchi, e Dio la benedirà. O che, crede che io non le capisca, certe cose? Gli orecchi non mi servono più molto, ma gli occhi vedono meglio e più lontano di prima. Bella com'essa è, i partiti le fioccano attorno, ma essa non vuol saperne, e lascia che cantino.

—Padre, padre,—gridò intenerita la bella nuora, facendosi rossa come una brace,—e potreste credere che io lascierei, anco per tutto l'oro del mondo, la casa del mio Sandro, di lui che mi ha voluto tanto bene? Veda, Vossignoria; qui tutto mi fa ricordare di lui. Qui, dov'Ella è, Sandro stava seduto a far sempre qualcosa, quando ci aveva finita la sua giornata…. Ed erano faticose le sue giornate! Quando egli aveva sudato pei campi fino a sera, e' non aveva anche finito, ma dava l'acqua pei solchi dell'orto. E' non erano che sassi, e lui a furia di sudore, li ha fatti diventare una buonissima terra, dove si ricava il meglio del podere. E questo bel filare di viti, chi l'ha messo, se, non lui?….

—Va a prendere il ritratto del Sandro e la sua medaglia, che la signora veda!—interruppe il vecchio, che aveva capito tutto, parte udendo, colla mano raccolta intorno all'orecchio, e parte indovinando ai gesti e agli atti della nuora.

Maddalena non se lo fece ripetere, e corse in casa per spiccar l'uno e l'altra dalla parete.

La signora Argellani prese in mano il ritratto, e si fece a contemplarlo insieme con Laurenti. Il Sandro era vestito da sergente, del settimo reggimento di fanteria, e a malgrado delle basette che gli coprivano il labbro superiore, e della disparità degli anni, si vedeva che Maddalena non aveva detto bugia a sostenere che il Giovannino era tutto suo padre.

—Era sergente?—esclamò Guido.

—Sì, e avrebbe anche potuto diventare ufficiale, perchè sapeva leggere e scrivere;—s'affrettò a rispondere la vecchia madre.—Quando ei ci ha mandato il ritratto da Milano, ci ha scritto una lettera, che tutti ne hanno fatto le maraviglie. Il mio povero figlio!….

E ciò detto, la vecchia andò a sedersi sulla soglia, nascondendo la fronte tra le mani.

La signora Luisa intanto s'era posta a guardare la decorazione.

—Or bene, che ne pare a Vossignoria?—disse il vecchio.—Se l'ha guadagnata, il Sandro! Non le davano mica a tutti, allora!….

—E come l'ha avuta!

—Oh lo abbiamo saputo da un suo compagno;—prese a dire la Maddalena—e' pare che in quel giorno le cose non andassero molto bene, e il re aveva detto: «figliuoli, o facciamo noi San Martino lassù, o i tedeschi vengono a farlo da noi». Allora il capitano della compagnia disse: «ragazzi, c'è quel cannone lassù, che seguita a fare un fuoco indiavolato. Sei uomini di buona volontà per andare ad impadronirsene, e fo avere la medaglia a tutti». Chi saltò fuori il primo? Sandro. Piglia con sè i primi che escono dalle file, e li conduce dietro ad un ciglio di terra, fino a cinquanta passi discosto da quel maledetto cannone. La mitraglia rompe fuori, e si spande con fracasso. Uno casca morto, due altri si trascinano carponi; ma il Sandro, con gli altri due, corre addosso al cannone, lottando disperatamente contro i cannonieri, a colpi di bajonetta e di calcio, come venivano meglio. Insomma, il cannone fu preso, ma Sandro era ferito a morte, ed ebbe appena il tempo di alzare il cappello sulla punta della baionetta, facendo cenno ai compagni di affrettare il passo, e gridare: viva l'Italia!—

Qui Maddalena si fermò, e diede in uno scoppio di pianto.

—Maddalena! Mariangela!—gridò il vecchio contadino.—Vi ho già detto che non voglio veder piangere nessuno. Viva l'Italia! L'ha gridato mio figlio, e lo griderò anch'io. L'Italia mi ha preso il mio Sandro, ma ora nessuno verrà più a metterci i piedi sul collo. Ero ragazzo, quando vennero qui inglesi e francesi a far le fucilate su queste montagne, e mangiavano e bevevano senza pagare lo scotto!…..—

Quel povero vecchio l'aveva trovata egli, la buona ragione. I mali della servitù gli avevano fatto intendere i pregi della libertà; specie di argomentazioneex absurdoche valeva tutti i ragionamentia prioridel mondo.

Guido Laurenti era commosso da quella magnanima semplicità. Là, in mezzo alla gente dei campi, aveva trovato l'idilio e l'elegia; ma certo e' non pensava di averci a trovare per giunta l'epopea.—Voi ragionate dirittamente;—andò egli a gridare all'orecchio del contadino,—ma io penso che non andrete molto d'accordo col parroco.

—Oh, dica Don Venanzio quel che gli pare; le sue ragioni non m'entrano. Dio ha fatto la terra per gli uomini e gli uomini per la terra. Ognuno ha da essere padrone in casa sua. Questa è la mia opinione; e poi, male non fare, paura non avere.

E il vecchio contadino, inconsapevole apostolo della religione naturale, si andò a sedere sul suo ceppo d'albero, come un uomo, se non per avventura contento di sè, certo tranquillo nella coscienza.

—Animo, buona madre; animo, buona moglie!—disse Laurenti alle donne.—Pigliate esempio dal capo di casa, e non istate a piangere; pensate a questo piccino, immagine di Sandro, che verrà uomo a sua volta, e sarà un bravo figliuolo come suo padre.

—Lo spero bene;—soggiunse Maddalena.—E' va già a scuola, ed ha molto amore allo studio.

—Davvero, Giovannino? Vai già a scuola? Sai leggere?

—Conosce le lettere;—rispose Maddalena,—alla sua età, è già molto.

—Orbene, leggi un po' qui!—disse Laurenti, cavando di tasca un taccuino, e scrivendovi un verso colla matita, a lettere maiuscole.—Che cos'è questo?

—Elle!—rispose il bambino.

—Bene; e questo?

—U, Lu….

—Ma benissimo! Sai già compitare?

—I… Lui… esse… a… sa… Luisa!—proseguì il marmocchio, più contento di Archimede, quando ebbe a gridare il suo storico Eureka.

—Ma bravo Giovannino!—gridò Laurenti, ammirato.—Eccoti un altro scudo. Luisa; sì, proprio, Luisa!

—È il nome della signora?—chiese Maddalena.

—Sì;—rispose Laurenti, non senza arrossire un tantino.

Maddalena si accostò al vecchio, che stava contemplando la scena, senza capirne un'acca, e gli disse all'orecchio:

—Giovannino ha letto il nome della signora, che si chiama Luisa.

—Riverisco la signora Luisa;—soggiunse il vecchio.—E il suo signor marito come si chiama?

Così dicendo, il vecchio accennava del gesto Laurenti; e i lettori argomenteranno di leggieri come questi si facesse rosso a quella dimanda. Guardò in viso la signora, e anch'ella, non potendo arrossire, appariva fortemente turbata da quell'errore innocente. Laurenti, allora, dopo averle dato una seconda occhiata, colla quale pareva volesse chiedere scusa, si volse a Maddalena e le disse:

—È in errore vostro suocero; la signora Luisa non è che mia sorella.

Maddalena stette un tratto incerta (sono così perspicaci le donne!), poi ripetè al vecchio le parole di Laurenti.

—Ah, mi scusino le Signorie Loro;—disse il vecchio contadino.—Credevo proprio che fossero marito e moglie. Che bestia! Dovevo bene accorgermi che si rassomigliano. E si vorranno bene, a quanto pare. Egli è ben fatto, amarsi tra fratello e sorella…. Un fratello e una sorella, sono, con loro licenza, come il palo e la vite.

—O come l'olmo e l'edera;—mormorò Laurenti, tanto che potesse udirlo la signora Argellani.

La signora sorrise dolcemente dell'errore del vecchio, della spiegazione trovata e della considerazione del suo medico; poi, come per rompere quella conversazione che traeva al difficile, volse la parola al fanciullo:

—Giovannino, tu dunque non vuoi venire con me?

Il fanciullo stette zitto, dondolandosi nel suo solito modo.

—Suvvia, rispondi!—entrò a dirgli la madre.—Vuoi andare con questa bella signora?

In cambio di rispondere, anzi forse per rispondere meglio, ilGiovannino si aggrappò alla veste di Maddalena.

—Lasciatelo stare, Maddalena; egli non mi ama punto.

Cotesto non pensava il fanciullo, e lo significò facendo greppo a quelle parole della signora Argellani, che lo abbracciò teneramente, non badando alle sue vesti di seta perlata che a quella stretta non ci guadagnavano per fermo.

—Manco male!—disse ella.—Tu dunque mi ami un pochino. E verrai colla mamma a trovarmi?

—Sì, sì!—gridò Giovannino rasserenandosi in viso e battendo le palme.

—Ti darò delle chicche; ti comprerò un bell'abitino pel dì delle feste, e dei libri colle immagini, per imparare a leggere.

Fu quello il colpo di grazia per la ritrosia del fanciullo. Ma egli ricordava lo scudo di Laurenti, il quale non era di là da venire, come le chicche, l'abitino e i libri; e la sua gratitudine si manifestò con una dimanda che risguardava appunto il generoso donatore.

—E questi ci sarà?

—Come, questi?—gridò Maddalena.—Ti saresti per avventura allevato con lui? S'ha a dire questo signore; hai capito?

—Sì, ci sarò anch'io;—soggiunse Guido temperando l'effetto del rimprovero materno con una carezza.

—Carino!—proseguì la signora.—Fate che vada sempre a scuola, Maddalena, e portatemelo qualche volta a Genova. Vi lascerò il mio nome e il mio ricapito. Signor fratello, scriveteglielo voi su d'un pezzetto di carta.

Sorridendo di quella parentela che egli stesso le aveva imposta, Laurenti cavò il taccuino, e spiccandone un foglietto, vi scrisse il nome della signora col ricapito della palazzina gialla. Ciò fatto, la signora Argellani si alzò per accomiatarsi da quella buona famiglia.

—Ora, disse Maddalena, se Vossignoria non si è annoiata nella compagnia di povera gente come noi, venga a trovarci qualche volta. L'aria è così buona quassù, e non potrà farle che bene!

—Sì, grazie, verrò;—rispose la signora, ed aggiunse a voce più sommessa, come parlando tra sè medesima:—se pure non dovrò venirci a stare per sempre.

La contadina udì le parole e indovinò il senso riposto; però, afferrando con impeto affettuoso le mani della gran dama, si fece a ragionarle così:

—Che dice Ella mai? Perchè queste tristi parole? Vossignoria ha da vivere, perchè è giovine e bella, ha da vivere per esser felice e far gli altri felici. Sono rari già troppo i buoni, a questo mondo!

La signora Luisa rispose a quella voce del cuore con un malinconico sorriso e strinse le mani a Maddalena; poi si volse al vecchio per prender commiato da lui.

—Ancora cent'anni di vita così vegeta e robusta!—gli disse ella nell'orecchio.

—Son troppi, son troppi!—rispose il contadino;—ma se verranno, non li manderò via certamente.

Intanto giungeva Mariangela, che era andata lì presso a raccogliere alcuni fiori per farne un mazzolino. Erano garofani e mughetti salvatici, pratelline e ramoscelli di timo, che la buona vecchia legò con un virgulto di ginestra, e li offerse alla signora Argellani.

—Grazie, buona madre; andrò a casa, fiorita come una sposa. Ci ho anche una margheritina…. la vostra, signor fratello.

—Ah, credevo che l'aveste perduta…. gittata via.

—Bravo! e dove avete mai veduto che io faccia così poca stima delle cose che mi sono regalate? Eccola qui!—

Laurenti chinò il capo, in atto di chi riconosce il suo torto, ma in verità per nascondere la commozione che lo avea preso, al veder la margheritina uscire dallo sparato della veste di Luisa.

Poco stante, scendevano dalla collina, accompagnati dai contadini, Guido da un lato e Maddalena dall'altro, aiutarono la signora a far quella strada sassosa fino al piano, dove li aspettava la carrozza.

—A rivederla, signora!—le disse Maddalena, come la vide tranquillamente adagiata.—Io non le ho ancora parlato che una volta, e l'amo già, direi quasi, come una sorella, se non fosse che Ella è una gran signora e io una povera contadina.

—Maddalena, ricordatevi che in questa terra, qui presso, noi ridiventiamo tutti uguali, e chiamatemi pure sorella. A rivederci, dunque; portatemi il Giovannino, perchè vo' fargli da madrina, sebbene io non l'abbia tenuto al battistero.

—Che importa? e' sarà per la cresima, quando verrà il tempo di pigliarla. Ho detto bene?—

La signora Luisa sorrise all'augurio, e la carrozza partì al trotto per alla volta di Genova.

Gli avvenimenti della giornata, avvenimenti psicologici, s'intende, erano stati tanti e così affollati, che i due compagni di viaggio non reputarono dicevole di stare a barattar parole. La signora guardava i suoi fiori, e pareva tutta affaccendata a considerarne i colori e a contarne le foglie; Guido stava spiando colla coda dell'occhio quello che essa faceva, ed aveva aria di guardare sbadatamente il paese.

—Che cosa fa ella adesso?—pensò egli, vedendola deporre il mazzolino e ripigliare in mano la margheritina che egli le aveva donata. Ma non istette molto a venirne in chiaro, poichè la signora Argellani volgendosi a lui, gli disse:

—Permettete? Vorrei fare una dimanda a questo fiore, e per farla bisogna che lo guasti.

—Oh, fate pure; ma che cosa volete chiedergli?

—Se vivrò.

—E in che modo?

—In un modo semplicissimo; per sì e per no.

—Gli è un giuoco inutile, poichè il vivere è in voi quistione di volontà, e potete saperne da essa quanto vi torni.

—No, io non ne so nulla, non voglio nulla da per me. Se la margheritina non mi dirà di no, accetterò il responso. Vedete? incomincio. Sì, no, sì, no, sì….

—Badate, signora; avete strappato due petali in una volta….

—Orbene, un no di più, e vado innanzi. No, sì, no, sì,…. no…..

—E sì—gridò Laurenti, respirando liberamente.—La è propria finita con un bel sì. Oramai siete condannata a vivere.

—Che!—rispose la signora, lasciandosi andar la persona contro la spalliera della carrozza.—Gli è un giuoco e null'altro; voi lo avete detto pur dianzi.

—No, no; voi lo avete voluto come un responso, e adesso bisognerà rassegnarsi. La vostra volontà non c'entrava, diceste; orbene! non l'adoperate adesso per far contro all'oracolo.—

La signora Argellani non rispose più nulla, e fu silenzio fino alla palazzina gialla, dove ella discese, e Guido prese commiato da lei.

Nel ringraziarlo della sua cortese compagnia, la signora Argellani aveva detto a Laurenti come ella si sentisse stanca e pensasse di andare a riposarsi di buon'ora. Donde avvenne che quella sera, rotte le sue consuetudini, il giovine rimase come un pesce fuor d'acqua, nella agonia della incertezza, che è la peggiore di tutte. Dopo il desinare andò a passeggiare pel giardino, ma non c'era nè luce, nè aria, nè fiori per lui. Uscì per la città, ma non sapeva dove andarne a parare; tornò a casa e aperse un libro, ma non potendo reggere alla lettura, uscì di bel nuovo, e andò viaggiando all'impazzata, in uno stato d'animo che gli innamorati intenderanno; temendo e sperando, facendo e disfacendo senza posa castelli in aria, d'ogni forma e d'ogni misura.

Come a Dio piacque, giunse la notte, e colla notte un po' di sonno. Il mattino seguente, quattordici ore erano passate, e cotesto parve un sollievo a Laurenti, il quale scese per tempissimo in giardino ad inaffiare le sue piante, e poi, per far ora, se ne andò ad erbolare su pei terrapieni, fuor delle mura.

Egli aspettava le dieci con impazienza, e intanto, cercava di ingannare il tempo, sradicando giusquiamo, euforbia e cicuta. Quella mattina era consacrata proprio allo studio dei tossici. Suonarono le dieci, ed egli non si mosse di lassù castigando sè stesso con altre due ore di quel molesto indugiare; di guisa che, allorquando fu per tornarsene a casa, già era il tocco dopo il meriggio.

—C'è stato nessuno a cercar di me?—chiese egli al servo.

—Non so;—rispose questi.—Io sono stato fuori per tante cose, e sono tornato poco fa.

Laurenti entrò in casa coll'animo scombuiato, e stringendo i pugni dentro le tasche della spolverina.

—Ah!—esclamò la governante, appena ebbe veduto il padrone.—Che cosa ha, che le vedo gli occhi così stralunati?

Crollò le spalle a quella dimanda della donna, e si volse alla scala per salire nelle sue stanze; ma non aveva anche posto il piede sul primo scalino, che il servo si fece innanzi per presentargli i giornali e le lettere tolte dalla posta.

—Sta bene…. Ma qui c'è una lettera che non viene dalla posta. Chi l'ha portata?

—Il giardiniere di casa Argellani;—rispose la governante.

—E perchè non dirmelo subito, che ci era questa lettera? E' poteva trattarsi di cose rilevanti….

—Ma se Vossignoria è giunta appena adesso…. Non ho avuto ancora il tempo di parlarle….

—Benissimo; avete ragione.

E così dicendo, salì frettoloso al piano superiore; corse nella sua camera, e andatosi a sedere presso la finestra, ruppe il suggello, cavò un foglio scritto su tutte le quattro facce, d'una scrittura fitta e sottile, che cominciava colla parolaamicoe finiva col nome della signora Argellani. Ora, come gli tremassero le dita, e come il sangue gli rifluisse veloce dal cuore alle tempie, sel pensi ognuno che abbia ricevuto la prima lettera di una donna amata.

La prima lettera d'una donna amata! E' non v'è cosa al mondo che valga questo preziosissimo dono. Pensare che quella mano sulla quale imprimereste tanti baci, si è appoggiata sulla carta per formar quelle lettere; che quegli occhi, dai quali implorate uno sguardo fuggevole, vigilavano la scrittura; che quella mente, nella quale vorreste regnar solo, dettava i pensieri e le parole; e tutto per voi, non pensando che a voi! Egli è perciò che le cose di minor rilievo, i nonnulla, acquistano un pregio grandissimo; le virgole che determinano il più semplice concetto, parlano un'arcana favella all'anima vostra; uno svolazzo di penna, la filettatura di una maiuscola, sembrano dirvi «ti amo» poichè tutta quella gentile fatica è stata fatta per voi, non pensando che a voi.

Anelante, turbato, Laurenti spiegò il foglio e lesse la lettera della donna gentile.

«Amico,

«Consentite che vi scriva, poichè non mi verrebbe fatto dirvi a voce tutti i nuovi e confusi pensieri che mi vanno turbinando nella mente. Ho bisogno davvero di vederli uscir neri dalla penna in parole formate, per raccapezzarmi io medesima in questo tumulto di sentimenti, in questo brulichio di nuove paure e di nuovi desiderii. Forse, anco volendo e potendo, non ardirei farvi la confessione che ora commetto alla carta.

«Debbo ringraziarvi, amico mio? Sì certamente, perchè voi siete stato l'angiolo consolatore nelle tenebre della mia agonia, aiutatore, benefattore accettato e deriso ad un tempo, imperocchè io ho sfruttato i soccorsi momentanei della vostra scienza ribellandomi poi a tutte le sue lontane deduzioni e cercando in cuor mio di farla mentire. Il ringraziarvi non è dunque altro che un rendere giustizia, abbenchè tarda, alle vostre cure amorevoli.

«Io (quasi arrossisco a dirvelo) non desidero più di morire. E non m'abbiate, per carità, in conto di una paurosa femminuccia! La scena del mondo aveva orizzonti nuovi, che io, chiusa tutto intorno da nuvole fitte, non avevo saputo scorgere. Voi, medico pietoso dell'anima, avete squarciato un lembo di quegli uggiosi vapori, nei quali io stava per addormentarmi, disperatamente tranquilla, e m'avete fatto trapelare in lontananza il cielo sereno.

«È una assai triste cosa la morte. In quella che voi parlavate, io mi sono misurata nella buca, ed ho veduto che ci si stava a disagio. Inoltre, quel silenzio immane, pesante come una cappa di piombo…. ed eterno, mi parve orribile, orribile! Chi lascia ricordanza ed affetti dietro di sè, può morire. Forse la certezza del rimpianto altrui, fa della morte una raffinatezza di voluttà. Ma soli, soli sempre, e nulla che ci ricordi…. e dal mondo, per cui si muore, nessun profumo che salga fino a noi, triste cosa per fermo, eterno ghiaccio che ci avviluppa, e, siccome avete detto voi così acconciamente, ne uccide due volte!

«Egli m'è sovvenuto di certa leggenda antica, di que' poveretti che andavano al camposanto sepolti senza lenzuolo, e il dì dei morti, uscendo da terra per andare a salutare i parenti e gli amici, non avevano un cencio di che coprire le loro miserevoli nudità. Vedevano i compagni, ben coverti dalla pietà ricordevole dei superstiti, valicar leggieri la soglia del camposanto e correre colla brezza notturna fino all'abitato, per deporre un freddo bacio sulla fronte dei cari viventi, raccolti a meditazione dintorno al focolare domestico. Ed eglino, poveretti, nulla! Eglino, dimenticati dal mondo, erano costretti a rimanersi vergognosi nel sacro recinto, e a richiudersi intirizziti nella fossa.

«Vedermi morta là dentro, senza affetto, senza rimpianto, vedermi a dormire ignorata, obliata in eterno, senz'altro compenso della comune allegria dei superstiti, che una menzogna scolpita sul marmo, argomento al sogghigno dei riguardanti curiosi, fu una amara lezione, della quale io vi sono debitrice.

«Ma dove avete imparato voi, cuore di donna in petto virile, il segreto di scuotere la fibra intorpidita dall'agonia, di cogliere un dolore nel profondo, di irritarlo, di cacciarlo da tutte le sue ridotte, suscitando a congiura tutte le ire dormenti, tutte le speranze affievolite di un'anima che più non intendeva sè medesima, e soffocarlo, nell'impeto supremo di tutte quelle forze collegate? È la scienza forse, che vi ha fatto indovino, mago e ricreatore di spiriti?

«Vi ricordate di quei bambini che si trastullavano sulla porta del cimitero? Ohimè, come la vita è vicina alla morte! ma, per contro, come il rimedio è provvidenzialmente vicino al male! Cari fanciulli! Essi non sanno nulla della vita; ignorano se dalle sue battaglie deriverà ad essi la morte o il trionfo, il dolore o la gioia; ma vivono e sorridono, e più tardi, giunti all'età dell'affetto, avranno desiderii e speranze, conformi alla legge che tutti trascina. Certo avranno a patire, e taluni anche a desiderare di non esser nati mai. E frattanto, il far del bene a costoro, anco per renderli infelici, è un bisogno dell'anima, ufficio gentile della virtù e fonte di gaudii ineffabili. La rondinella che porta pagliuzze al nido e cibo ai figli seminudi, adempie al precetto dell'amore e fa opera buona, anco se intenda che quei poveri pennuti, appena potranno volare, affaticheranno vanamente le ali per lunga distesa di mari, o cadranno fulminati dal piombo del cacciatore crudele, che addestra l'occhio e la mano ad uccidere le indifese creature di Dio. E Maddalena vive maternamente così; ella soffre in pace e spera che il suo Giovannino rassomigli a Sandro, al continuo argomento de' suoi affettuosi pensieri.

«Vo' fargli del bene, al Giovannino, se vivrò. Egli del resto non dovrà serbarne gratitudine a me, sibbene a voi solo, mio nobile amico, che avete guidato i miei passi.

«Quante belle cose sono da farsi nella vita! Sì, credo anch'io che si possa vivere senza l'amore. Davanti al sepolcro di Caterina Stella ho pensato, pesato anzi la vacuità di questi affetti fuggevoli, che non sopravvivono alla morte, spesso nemmeno alla gioventù e non valgono il sacrifizio di noi medesimi.

«Anch'io penso con voi che v'abbiano buoni e malvagi nel mondo, e che bisogni amare i buoni, dimenticare i malvagi. Anche i buoni sono deboli, ed hanno il loro lato gramo, quello in cui la materia vile predomina. Perdonare, non dimenticare il male che si fa; comportare le debolezze, render giustizia alle virtù; non disperare della specie umana, far del bene, operare insomma, operar sempre, e non curarsi del premio; è questa una buona e consolante dottrina.

«Cotesto pel cuore. Per ciò che riguarda la mente, è conforto grandissimo, e gaudio dell'intelletto che riverbera su tutta l'esistenza, studiare, indagare il vero in ogni ragione di cose, diventar lucidi come il prisma, poter come esso rifrangere la luce più pura, e scomporla in sette colori.

«Ah, noi donne siamo pur disgraziate! Nessun lavoro di educazione, nessuna voce amica ci chiama a queste regioni dove saremmo tanto più felici quanto più ci sentiremmo nobili. In quella vece ci si rinchiude nella cerchia dei mezzi conforti della mente, dei mezzi gaudii del cuore, nè certo i più eletti, e poi ci si comanda di vivere!

«Infine, che vi dirò? Voi mi avete disvelata a me stessa; io mi sento, per opera vostra, rivivere, e voglio vincere, se fia possibile, il male, che uscito dallo spirito, mi regna ancora nel sangue. Fate voi; la vostra scienza mi aiuti.

«Come vi ricompenserò? Voi non badate a mercede. Appena vi ho scorto, v'ho inteso amico sincero, e pietoso a me per comunanza di affanni. Voi avete molto patito, ma, forte per natura, armato di ingegno e di virtù, vi siete sollevato di per voi nelle più alte regioni, dove non giungono i grossi vapori della materia, e operate il bene per la necessità dell'animo vostro. Che cosa potrei io profferirvi? E che cosa avrei io da profferirvi, che già non abbiate, vo' dire la contentezza interna, il sorriso sereno della vostra coscienza?

«Addio! L'orologio suona le nove, e mi sento spossata. Vo a letto, e dormirò tranquilla, aspettando che questa lettera vi giunga domani per tempo. Voi siete mattiniero, e la leggerete mentre io dormirò, forse sognando di essere risanata da voi. Addio, dunque vi aspetto.


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