Vi aspetto! Luisa aveva proprio scritto così; cionondimeno Laurenti si fermò un'ora a pensare su quella lettera dopo averla letta tre volte. Due opposti sentimenti combattevano l'anima del taumaturgo, nel considerare che egli faceva il suo miracolo; la gioia dell'artefice che vedeva per opera propria, mercè una divinazione spontanea, rinascere a vita quella povera morente, e il dolore di scorgere com'ella lo avesse inteso a puntino.
Il poter vivere senza l'amore, era la cosa che la signora Argellani avesse meglio capito tra tutte le massime del giovine; era la dottrina che ella aveva fatta sua, midollo delle sue ossa, globulo del suo sangue. Egli è infatti dimostrato da lunga esperienza che un concetto comune, facile e piano, difficilmente trionfa, come quello che non fa profonda impressione; laddove il paradosso ha maggiore efficacia, e gli è appunto per via di paradossi che il mondo cammina. Ma che cos'è alla perfine il paradosso? Un'idea contraria a quella che si ha comunemente per vera; donde non consegue che possa chiarirsi assurda. Buona nella sostanza, ella si fa stimolante per la forma; ora le ròzze che tirano il carro del progresso hanno davvero bisogno di stimolo.
Un paradosso di questa fatta era appunto la massima di Laurenti che si potesse vivere senza l'amore. Concetto giusto fino ad un certo segno, come tanti altri che si presentano sotto la forma: «si può vivere senza questo,» alla qual forma il popolo, che grossamente ma direttamente ragiona, usa sempre rispondere: «ma con questo si vive meglio.»
Intanto, con quella sua lettera, Luisa diceva chiaro a Laurenti di aver fatto pro' delle ricette, ma di non avere inteso punto il cuore del medico. Facendolo troppo alto, non lo considerava più come un uomo. E cotesto non si poteva ascriverle a torto, imperocchè simiglianti sformazioni sono la cosa più naturale del mondo. Noi, quanti siamo, non immagineremo mai Socrate innamorato; lo vedremo sempre filosofante, perfino nella casa di Aspasia.
Guido insomma si avvedeva, leggendo la lettera della signora Argellani, di aver fatto opera sottile a suo danno, di essersi, come dice argutamente il proverbio, aguzzato il palo sulle ginocchia.
—Ma infine, pensò egli alzandosi in piedi, che importa che io abbia a patirne il danno, se ella risana? Percy è morto nel suo cuore, ed io l'ho salvata; questo è l'essenziale. Oramai la cura andrà da sè; la scienza darà i suoi medicamenti, infonderà il ferro nel sangue, discacciandone la linfa sovrabbondante; la mite stagione, l'aria, il moto delle membra e la calma dello spirito, le rifioriranno le guancie. Animo, su! Percy è morto. E poi, quando sarà risanata, morrò io.—
Questo pensiero, già parecchie volte accarezzato dal suo dolore nei profondi inesplorati recessi dell'anima, gli si affacciò al tribunale del raziocinio, armato di tutti gli arnesi della logica.
—Che cosa farei io, senza l'amore di quella donna? Si può egli vivere senza l'amore, quando non si disprezzi chi ve lo ha inspirato? Sono io tal uomo da andar co' sotterfugi, per vie coperte, a guadagnare tratto tratto un po' di terreno? Son io tale da accontentarmi alla sua amicizia? Son io uomo da consolarmi, da poter vivere senza di lei? È tale la mia tempra, da piegare innanzi alle difficoltà, da sviarsi tranquilla di rincontro agli ostacoli?
A tutte queste dimande, il raziocinio inflessibile rispondeva di no.
—Orbene, la risanerò affatto, e ne morrò io. Ripeterò sulla mia persona l'esperimento di prosciugar le vene ad un sano, per rinnovare il sangue e rinfrescar la vita nelle vene del moribondo.
Questa deliberazione, considerata per tutti i lati, gli parve buona, e la prese. Andò allo specchio, e gli sembrò di avere il volto sereno, quasi ilare pel fatto proposito. Sorrise alla sua immagine, si ravviò alla lesta i capegli, si vestì elegantemente come un forte che va a morire, e si recò difilato in casa Argellani.
La signora Luisa era nel suo salottino, intenta a cominciare un ricamo sul telaio. La vita si risvegliava in lei, e colla vita il desiderio di ripigliare i suoi consueti passatempi. Era ancora un po' fiacca per la gita e per le commozioni del giorno innanzi, ma piena di volontà; e colla volontà in aiuto, si fanno miglia di molte.
Il povero Guido non l'aveva mai veduta così bella come in quel punto, e in quell'operoso atteggiamento; ma chiuse gli occhi, o, per dir meglio, comandò ai suoi occhi di non vedere. Si fece in cambio a ringraziarla della sua lettera, la quale gli dimostrava com'ella avesse cavato profitto dai consigli del suo medico, e di tal guisa non mettesse a nudo la pochezza del suo sapere.
Ad ogni costo, e in breve, ella voleva essere risanata. Il ritorno alla vita si palesava in lei con una tal potenza di desiderio, da insuperbire ogni altro discepolo di Galeno che non fosse stato Laurenti. Ma egli, poveretto, era tutto umile in tanta gloria, e rimaneva oppresso dai ringraziamenti della bellissima inferma. Le toccò il polso con molta gravità, cercando di dimenticare che le sue dita premevano le carni della donna gentile; ordinò alcune pozioni; le disse che sarebbe tornato più tardi per condurla in giardino, e partì mezz'ora dopo che era entrato da lei.
E' fu un medico e nulla più; si ristrinse nel suo ufficio, come la chiocciola si rannicchia nel suo guscio; e di fuori appariva tutto gaiezza, tutto sorrisi, mentre sentiva lo schianto nel cuore.
Più tardi, in giardino, fu la medesima cosa. Uditrice la signora Luisa, e' fece una lezione di botanica col Giacomo; parlò della pioggia e del sereno con una mirabile franchezza. La donna gentile si stancò della passeggiata, ed egli le offerse il braccio per ricondurla in casa. Seduto accanto a lei sul canapè, si pose a leggerle un canto dell'Ariosto, facendole assaporare le prelibate dolcezze del racconto e la scioltezza di quelle stanze divine, fino a tanto gli occhi non le diventarono piccini dal sonno, e allora egli prese commiato.
Per tre o quattro giorni durò in quel modo, salvo che, in cambio di condurla a passeggio pel giardino, l'accompagnò in carrozza a fare qualche gita verso il bel paese di Pegli. La sottile brezza marina rinvigoriva il petto all'inferma; le resinose fragranze del pino ridestavano le inerti fibre; quel muoversi, quel mutar di vedute e di pensieri, le rallegravano lo spirito. Egli spiava con sollecita cura il rinnovarsi di quella esistenza preziosa, precorreva col pensiero impaziente il tempo che dovea risanarla, ed uccidere lui. E Luisa non si addava di quelle interne battaglie; ella si lasciava ire in balìa di tutte le sue rinnovate sensazioni, curiosa, inconscia e serena come il fanciullo che per la prima volta esca dal suolo natale per correr nuovi paesi; raccontava con affettuosa dimestichezza ciò che sentiva; dimandava ingenuamente ragione d'ogni cosa al suo medico; guardava sempre dinanzi a sè, e non volgeva mai gli occhi da fianco.
Egli frattanto, nelle ore che gli restavano disutili (ed erano molte ed eternamente lunghe) si condannava allo studio, e poichè s'era accorto che a meditare sui libri presto perdeva il filo della lettura, ricadendo nei soliti molesti pensieri, correva all'impazzata su per le circostanti montagne ad erbolare, ma più ancora a farneticare da solo. Dura vita che nessun uomo di cuore vorrebbe vivere un mese!
Un mattino, tornando a casa da una di quelle corse rabbiose, fu grande la sua maraviglia al vedersi venir tra le gambe il Giovannino, vestito da festa e razzimato, lisciato, come un putto dell'Albani, il quale, dopo aver ricevute le sue carezze, lo tirò per le falde dell'abito verso il viale, in capo a cui gli fece vedere la signora Argellani, seduta sul muretto, accanto all'olmo, e la Maddalena ritta, poco lunge da lei.
La signora Luisa non aveva mai posto piede in casa sua; però argomentate come rimanesse stupefatto al vederla colà, e seduta là appunto dove egli si stava quel giorno che per la prima volta aveva veduto lei, e l'amore gli era penetrato come una freccia avvelenata nel seno.
—Oh! Era tempo!—esclamò la donna gentile, appena lo ebbe veduto.
—Signora….—balbettò egli;—io non potevo certamente aspettarmi…..
—Zitto, per carità, coi vostri complimenti! Sapete che non mi vanno a sangue…. e se m'andassero a sangue, chi sa? a quest'ora sarei già insanguinata, o non sarei caduta inferma. Vi piace il bisticcio?
—Molto, signora; l'ammalato, che celia sulla sua infermità, è sul punto di mandarla a quel paese. Ma…..
—Ma infine vorreste sapere perchè sono venuta qua; non è egli vero? Vi contenterò subito. Maddalena è scesa la seconda volta a Genova per salutarmi, e il Giovannino, che non vi ha visto la prima, s'è richiamato per violazione di patti. Allora abbiamo pensato di venirvi a cercare, ed è un'ora che siamo quassù. Ma dove siete stato, voi?
—Ad erbolare, signora.
E qui Laurenti mostrò un fascio di pianticelle raccolte sui greppi.
—Ma sapete che voglio venire anch'io?—disse la signora Argellani.—Voi raccoglierete erbe, ed io darò la caccia alle farfalle.
—E' sarà un grande onore per me; ma le vi faranno correre e sudare di molto, quelle che già abbiano messe le ali. Quelle altre poi che sono ancora nel primo stato di bruchi, o in quello di larve, vi faranno ribrezzo.
—Orbene, io raccoglierò le erbe che mi direte, e voi le farfalle, i bruchi, e quello che vorrete; oppure io starò seduta su di un sasso muscoso a vedervi correre. Vi torna, così?
Laurenti fece un profondo inchino, e si avvicinò a stringerle la mano. Quella donna, per fermo, anco noncurante, non si poteva che amarla, dirò meglio, adorarla.
Il Giovannino fece gran festa a Laurenti, che gli regalò un bel libro di storia naturale, pieno d'immagini dipinte d'ogni maniera d'animali, cominciando dall'uomo. Quindi, fatta vedere partitamente la casa a' suoi ospiti, Laurenti scese con essi alla palazzina gialla.
Lungo il tragitto, appoggiata al suo braccio, la signora Argellani diceva a Guido:
—Se sapeste come mi sento meglio! come sono contenta! Non mi ricordo più di nulla, non penso più a nulla. Oggi vivo per vivere, e più tardi vivrò per studiare, per rallegrarmi lo spirito, per fare tutto il bene che potrò.
Discorso che stringea il cuore a Laurenti! Ed io morrò per voi! pensava egli frattanto.
Poco stante, Maddalena si accomiatò, e la signora Argellani la fece ricondurre nella sua carrozza fino a Staglieno.
—Vi eravate dimenticato di quella brava gente?—chiese la donna gentile a Guido, come furono soli.
—Sì;—rispose egli asciutto.
—Cattivo dottore! E non ricordate già più che quei buoni contadini ci hanno avuto la parte loro, mercè vostra, s'intende, in quella giornata che io reputerò sempre il principio della mia seconda vita?
Un amaro sorriso sfiorò le labbra di Laurenti.—Ed ella lo crede?—pensò egli—Ed ella può giudicarmi così dimentico?
E fatte alcune altre parole, se ne andò, pensando che le donne non avevano più che tanto di cuore.
Quel giorno medesimo, andando pensieroso per via, s'avvenne in un amico.
—Ohè, Laurenti, come va?
—Bene.
—Con che abbondanza di parole lo dici! Tu m'hai l'aria d'uomo che non istà bene affatto, se non per avventura di corpo, certamente di spirito.
—Tu vuoi celiare, oggi. E quando mi hai tu veduto diverso?
—Oh, parecchie volte, ma invero nei tempi passati; chè ora, come dicono i toscani, o non ti si vede, o quando ti si vede non ti si può parlare. Laurenti, Laurenti! Tu se' innamorato fradicio.
—Io? se' pazzo?
—Lo so di buon luogo.
—Che sei pazzo?
—No, che tu sei innamorato. Ti dico e ti ripeto che lo so. Figurati che se n'è fatto gran chiaccherare l'altra sera in fiorita compagnia…. in casa Perrotti, insomma.
—Che? come?—proruppe sbigottito Laurenti.
—Ah, vedi?Cascano i filinguelli al paretaio….
—Casco io? T'inganni; io argomento in quella vece che nelle chiacchere alle quali tu accenni ci sia una bella e buona malignità femminile.
—In quanto è a cotesto, avrai forse ragione. La signora Aurelia è un Asmodeo diventato femmina. Ma, in fin de' conti, non ti si faceva ingiuria a dire che sei il medico di una bellissima signora, che tu sei innamorato di lei, o ella….
—Taci; quei signori non sanno quel che si dicano. In tutto cotesto, salvo il negozio del medico, non c'è ombra di vero. E dimmi, fu pronunziato il nome?
—Mi pare di no, ma tutti capivano. I connotati c'erano tutti, e il nome lo si aggiungeva del proprio, nel fondo della coscienza.
—E tu non hai protestato?
—Io, amico carissimo? Ora sei tu il pazzo, non io. O come? Si dice innanzi a me che il mio Guido è avviluppato in una ventura amorosa con una bellissima dama (e la dicevano invero bellissima), che egli è contento, od è ad un pelo di esserlo; ed io, amico suo, dovrei saltar fuori a sacramentare che non è vero? che cotesto è impossibile, perchè Laurenti è brutto, spiacente, e non ha da trovare una donna che gli getti il tulipano dalla finestra? Di amici che possano farti simiglianti servigi vattene a cercare altrove, Laurenti mio, non nello studio del primo avvocato di Genova (primo per ingegno s'intende, e non per copia di mali negozi), dove io sto facendo conclusioni, senza conchiudere mai nulla per me.
—Hai ragione, chetati, hai ragione. Ma in quello che s'è detto dai Perrotti non c'è ombra di vero, sai? te lo giuro per la memoria di mia madre.
—Perdio, lo credo anco senza bisogno che giuri. Ma infine, perchè ti nascondi da ogni sguardo profano?
—Tu sai che è sempre stato il mio costume di vivermene soletto; ed ora sto appunto per andarmene…
—Che?
—Sì, vado a Milano.
—O quando?
—Dimani; vado a passare alcuni giorni laggiù, dove alcuni amici mi aspettano. Tu, se odi ancora a sparlare, puoi dire chiaro e tondo che io non sono neppure a Genova; poichè, alla fine, una calunnia, segnatamente quando risguardi una donna, se si può levarla di mezzo con due parole….
—Dici ottimamente, e, non dubitare, ti servirò a misura di carbone.
—Addio, dunque!
—Addio; buon viaggio, e fammi una retata di pallide lombarde.—
Verso sera Laurenti andò dalla signora Argellani, come aveva promesso. La conversazione non fu molto ordinata, nè ricca di belle novità, sebbene la donna gentile fosse d'un umor gaio oltre l'usato. Pensando alla sua partenza, che gli era nata in mente a mezza strada come una felice inspirazione, Guido non badava molto a tener vivo il dialogo con quelle immaginose parlate che egli sapea fare su d'ogni tema, solo che gli si desse appiglio con quattro parole.
Come fare a dirle che parto? pensava il giovine, mentre la donna gentile gli venia raccontando le sue pensate di quel giorno.—Il mio viaggio è nato lì per lì, senza preparazione, senza avvertimento di sorta… Ma infine, che cosa le importerà che io me ne vada? Ella oggimai non ha bisogno del medico, ed io d'altra parte non debbo a nissun costo lasciar credere alla gente che amo questa donna, cosa pur troppo verissima, e che ella ama me, il che non è punto vero. Ella amar me? Ella avvedersi solamente che io l'amo?…
Tutti quei bei pensamenti lo condussero finalmente a dire ad alta voce che la mattina seguente egli doveva partire per alla volta di Milano.
—Che? voi partite?
—Si, signora; parto.
—O come, aspettate a parlarmene adesso?
—Perchè stamane…. non ci ho pensato punto. Un amico di là mi prega di andare;… un amico d'infanzia…
La signora Argellani era rimasta attonita a quell'annunzio improvviso. Il pensiero che Laurenti, il suo medico, che ella era avvezza a vedere di continuo, se ne andasse da Genova, anco per una diecina di giorni, non le era venuto in mente giammai.
—Gli è strano!—pensò ella—gli è strano!
E fu per guardare colla coda dell'occhio la faccia di Laurenti; ma si trattenne, e si ristrinse a dirgli:
—Dunque ve ne andate domattina!
—Sì, ma vi lascio in convalescenza cosiffattamente avviata, che non può fallir più.
—Oh non dico per cotesto, signor dottore, che diffatti io mi sento rinata, e per vivere la mia seconda vita non ho d'uopo che di attenermi alle vostre ordinazioni. Mi duole in quella vece di veder partire gli amici.
—Starò pochi giorni—disse Laurenti alzandosi a mezzo dalla scranna per accompagnare quelle parole con un inchino, e voltarle ad un ringraziamento.
Pochi minuti dopo, si congedò, ed uscì dalla palazzina co' denti chiusi e i pugni stretti, come per vincere lo sforzo che il dolore gli faceva di dentro. E intanto la signora Luisa pensava a quella improvvisa partenza, ripetendo tra sè: «gli è strano davvero! Che cos'ha il signor Laurenti, che io non lo riconosco più?»
«15 aprile….
«Amico,
«Grazie della vostra lettera, sebbene la si facesse aspettare un po' troppo. Cattivo dottore! Sei giorni a Milano, senza mandarmi quattro versi per raccontarmi qualcosa di voi e chiedere novelle della vostra convalescente! E poi, mi scrivete due paginette asciutte, per dirmi…. che cosa? Aspettate, le rileggo; non c'è proprio nulla, e non sono nemmanco due paginette. La prima incomincia a mezzo il foglio, e la seconda ha quindici versi a stento, mettendo nel conto l'ultimo paragrafo dei soliti complimenti, ildevotissimo servitoreed il nome.
«Basta, se non avessi da ringraziarvi dell'esservi finalmente ricordato di me, avrei a sgridarvi ben bene. Ma non lo fate più, se no posso andare in collera a dirittura.
«Io vivo, amico mio, e potrei dire che vivo bene, se non fossi un pochino annoiata. Mi manca la vostra utile compagnia, il vostro leggiadro conversare. La è colpa vostra, d'avermi così male avvezzata. Ogni cosa che noi vedessimo, anco un fil d'erba, era argomento a svariate considerazioni, nelle quali io centellava la vostra scienza multiforme, senza pompa, senza occhiali, e sopratutto senza tabacchiera…. Ora argomentate voi quante ore della giornata mi rimangano disutili e sciocche.
«Scendo nel giardino per tempo, ad aiutare, o, per dire più veramente, ad impacciare il Giacomo, quando inaffia le aiuole. Giungo così, seguitandolo, fin sotto all'olmo; saluto la vostra edera, e poi torno in casa all'ora dell'asciolvere. Il cuoco non si diparte dalle vostre leggi, non ardisce pensare a novità nel reggimento di questo povero regno dissanguato, dissestato, che è il mio. Fuor di metafora, mangio prosaicamente dei pezzi di carne arrostita, che mi dipinge le labbra innanzi di andare a far sangue in petto, e bevo vino di Bordò. Il verde è sbandeggiato dal regno; perfino la innocente lattuga è condannata, come un pericoloso cittadino, un agitatore di popoli. Quindi mi metto a passeggiare da capo, ma all'ombra della casa, e dopo un'oretta vo a lavorare un tantino, quando non giungono visitatori; i quali sapete chi siano; la Maddalena e suo figlio.
«La Maddalena è già venuta due volte, dacchè siete partito; e ieri l'ho fatta rimanere a pranzo con me. Il Giovannino studia, e vi manda tre baci, tre soli! Gli ho chiesto se vi voleva bene, e mi rispose di sì; quante sacca, e mi rispose tre. Egli ha in mente il numero tre, simbolo forse de' suoi affetti infantili che si incarnano in sua madre, in voi, e nella vostra umilissima cliente.
«Sapete già che mi è tornata la mania del ricamare, come intermezzo a studi più gravi. Per punirmi delle mie passate malinconie, ricamo le più prosaiche pantofole che vi possiate immaginare. La signora Tonna, vedendomi lavorare con tanto fervore e metter seta e fili d'oro in forma di fiori e rabeschi, s'è posta in mente che io voglia mandare un'offerta a Roma; la qual cosa mi ha fatto ridere, ma proprio di cuore. Leggo poi di astronomia nel trattato di Arago, e di storia naturale nei libri che mi avete donati; faccio insomma un intriso di scienze, che non ardisco ancora battezzare col nome di studio.
«Dopo il pranzo, mi metto in carrozza e me ne vo fino a Pegli, o dall'altra banda fin oltre Nervi; respiro aria marina, e torno, a luna alta, in casa. E qui non apro più un libro; me ne vo a letto, e dormo subito della grossa, come un filugello, non già sognando di far seta, ma di essere tranquilla e contenta in uno di que' paesi fantastici che voi m'andavate qualche volta dipingendo, senza averli veduti più che tanto.
«E voi? Se non vi è troppo grave tener mezz'ora la penna tra le dita, come faccio io senza fatica, ditemi un po' quel che fate. E intanto ricordatevi della vostra riconoscente amica, ma nondivotissima serva
17 aprile….
«Signora,
«Io vegeto. Questa sarebbe l'unica frase che io dovrei mettere in carta, per darvi le più certe e le più chiare novelle de' fatti miei,Sed si tantus amor casus cognoscere nostros, cioè se voi avete tanto desiderio di conoscere particolarmente e diffusamente come io vegeti,incipiam, comincierò.
«Mi alzo anch'io di buon mattino, e vado a contemplare i monumenti di questa bella ed illustre città; poi in Brera a meditare su d'un quadro di Raffaello, o all'Ambrosiana a scartabellare vecchi codici, come un erudito, e senza intendervi nulla, del pari.
«Più tardi, all'ora in cui i milanesi si alzano da letto, vo a far colazione al caffè Martini, dove si scambiano le prime parole della giornata. Sto a sentire le chiacchere di certi buontemponi, intorno all'ultimo amante della contessa tale, intorno alla festa della tal altra, o i giudizi sul ballo della Canobbiana, o i commenti sull'ultimo articolo delPungolo. Quindi si piglia una carrozza e si va a desinare fuori le porte; o si desina in città e si esce a fare una cavalcata sui bastioni col dottor C. uno dei miei più cari amici, il quale ha un umore come il mio; poi si va a teatro, e da capo al Martini, o al Cova, o dove meglio torna al mio bizzarro collega.
«Ma quello che io faccia davvero, non so. Per rompere un tratto la monotonia del vivere, siamo andati fino a Bergamo, a salutare la statua di Torquato Tasso nella più malinconica piazza antica che io abbia veduta mai; di là fino a Brescia, e, Dio cel perdoni, fino a Lonato. Se non ci fossero i tedeschi, saremmo andati fino a Venezia. A Lonato, un bel paese che ha una chiesa più grande del naturale, ho visitato le rovine di un castello dei Veneziani, dal sommo del quale si vede il lago di Garda. Mi parve di scorgere il mare, e non ebbi pace fino a tanto non giunsi a Desenzano, dove mi imbarcai per Sirmione, a visitare gli avanzi della villa di Catullo. Ma non mi chiedete ricordi; viaggio con desiderio fino alla meta; quando giungo, mi passa la voglia, e non vedo l'ora di tornarmene via.
«Eccovi la mia vita; sono stanco, e sapete il perchè? Io credo di averlo indovinato. Di tanto in tanto, sul mare della vita vi colgono di cosiffatte calme moleste; non tira una bava di vento; la vela non giova, e non s'ha braccia per andare a remi. Io sono in questo misero stato, e se non fossi il vostro medico e non temessi colle opere di far contro alle mie stesse parole, potrei dirvene di belle, circa la utilità della vita.
«Voi intanto risanate, che siete chiamata a risplendere nel mondo per bellezza e bontà. Io pure ho speranza di vincere questa fiacchezza, e venir presto ad ammirare l'opera mia…. anzi a baciarle le mani.
«Amico,
«Ho letto attentamente la vostra lettera, e mi sono convinta che avete lo spirito infermo assai più di quello non vogliate parere. Ogni cosa vi tradisce; perfino l'arguzia vi esce stentata dalla penna; il vostro stile è arido e smorto; volete fare un racconto e non riuscite che ad una infilzata di fatti, da lasciarvi indietro una tavola cronologica.
«Io non so le cagioni del vostro male, e quelle che voi dite non sono cagioni, ma segni piuttosto e poetiche dipinture del male. Tuttavia v'hanno rimedi che giovano a tante malattie, e vo' dirvene uno. Sapete di che cosa avreste bisogno, voi? Di lavorare. Lasciate che faccia un po' la medichessa, e cerchi di risanarvi a mia volta. Lavorate; scrivete per esempio un libro, voi che sapete tante cose; non vi restate inoperoso, poichè l'ozio, se non è padre di tutti i vizi, come l'hanno detto gli antichi, è certamente il padre di molti dolori.
«E poichè sono venuta, io povera donna, a parlarvi su questo tono, lasciatemi dir tutto. Io pure incomincio a credere che fosse errore qualcosa di ciò che ho creduto, come voi di ciò che avete detto per consolarmi lo spirito. Egli è verissimo, e lo sento io dentro di me, che si possa vivere senza l'amore, ma quando lo si abbia provato, non prima. Ora voi, mio ottimo amico, avete anche un amore a provare, quello della famiglia. Voi siete giovine, atto a far felice una donna e ad esser felice per lei. O perchè non ne trovereste una fra tante, bella, buona e colta, da poterla rifare a vostra immagine, riflesso della vostra anima generosa? Voi l'amerete molto, ed ella vi amerà; i vostri passatempi saranno i suoi; i vostri studi, i vostri viaggi ugualmente. Se saprete cavarla fuori dalle sue frascherie, da' suoi nonnulla, dalle sue vanità muliebri, vera rovina del nostro sesso, ella vedrà la parte più degna della vita, v'intenderà, e voi sarete la sua guida; l'avrete innalzata nelle regioni del vostro pensiero, ed ella saprà tenervisi a pari.
«A proposito di donne, sapete chi fu da me ieri mattina? La Perrotti. Ella è venuta a congratularsi con me del mio risanamento, e davvero non s'è congratulata invano. Quando ella è giunta, io, forse per la prima volta dacchè mi conoscete, era colorita in viso, e la poverina non ha potuto nascondere la sua maraviglia dispettosa. Mi ha invitata all'ultimo de' suoi lunedì, che si chiudono con una gran festa da ballo; e chi sa? son donna da accettare l'invito.
«Addio; non istate a smarrirvi per le vie di Milano e venite presto a vedere la vostra sincera amica
Se io non temessi di offendere il lettore, mostrando di dubitare della sua perspicacia, vorrei pure appiccicare un commento a questo carteggio. Solo per coloro che hanno letto più sbadatamente, dirò brevi parole.
Luisa era annoiata e non sapeva il perchè; ne accagionava il mancare improvviso della scienza chiaccherina del suo medico, e non indovinava che a mezzo.
Laurenti si sentiva morire, ed egli sì lo sapeva, il perchè; ma, non dandogli l'animo di dirlo a colei che era debitrice a lui della ricuperata salute, se n'era fuggito come un codardo che ha paura del male, e, nella fuga diventato anche ingiusto, non le scriveva e si adirava contro di lei.
Ella infine si era addata di qualche cosa. Riscontrando alcuni fatti, alcuni pensamenti, aveva veduto balzarne una scintilla di vero; ma non voleva ancora aggiustar fede a sè stessa. E intanto scriveva una lettera piena di pessimi consigli, pessimi come tutti quelli che danno le signore donne, quando e' non escono loro dal cuore.
—Oh, ella non mi amerà giammai!—aveva detto Guido, percuotendosi il fronte colla palma della mano, alla lettura di que' paragrafi.—Ella può credere che io amerò un'altra donna! Sì certo, lo può credere, se non si è neppure avveduta che amo lei, disperatamente lei! E adesso tornerà nei geniali ritrovi, nei teatri, nelle conversazioni… bene, bene, tre volte bene!
E passeggiando a passi concitati per la camera ripetè due o tre volte con Shakespeare, sebbene la citazione c'entrasse come i cavoli a merenda:
—Fragility, this name is woman!—
Egli era un sontuoso appartamento, quello della Perrotti, in via Palestro. Le sale non erano stragrandi, come quelle dei vecchi palazzi, ma spaziose abbastanza, e la quantità teneva luogo dell'ampiezza, imperocchè di due quartierini, posti al medesimo piano, se n'era fatto un solo, e ci stava ad agio in una fila di salotti, dove, alle conversazioni del lunedì, o a qualche festa da ballo, conveniva la miglior compagnia, vo' dire la più ricca e la più sfoggiata di Genova.
Oltre la sala da ballo, i salotti da conversazione e la credenza, c'erano le camere da giuoco sacre algoffotradizionale, giuoco genovese pretto sputato, contro cui si sono rintuzzate le armi della moda, tiranna ordinatrice diwhiste dilansquenet, come di crinolini rigonfi e di vesti sfiancate, di spalle ignude e di capigliature tolte a prestanza. Là, il signor Cesare Perrotti, perdendo quasi sempre di bei danari, s'era guadagnato il nome di magnifico, egli che usava lesinare la mattina sui venti centesimi in piazza de' Banchi, egli che non aveva mai reso servizio ad un amico in angustia.
Del signor Cesare Perrotti vo' appunto raccontarvene una che vi darà un giusto concetto dell'uomo. Un giorno fu da lui un tale, suo conoscente e degnissima persona, per chiedergli un migliaio di lire ad imprestito. Costui non era ricco, siccome vi tornerà agevole argomentare dal bisogno che aveva; ma gentiluomo perfetto qual era, e universalmente stimato, metteva la sua onoratezza a guarentigia della restituzione. Il signor Cesare Perrotti non poteva dirgli asciuttamente di no, nè come ricco mercatante, nè come uomo che la pretendeva a gran signore. Ma rastiate il Russo, dice il proverbio, e sotto l'intonaco v'apparirà sempre il barbaro. Ora sotto l'intonaco del signore e del ricco, c'era sempre il Perrotti.—Mi duole, rispose egli all'amico bisognoso, mi duole davvero di non potervi accomodare di questa somma. Come sapete, io traffico insieme col Branca, e nella nostra ragione di commercio c'è una clausola molto fastidiosa, che m'ha più volte vietato di far servizio agli amici, quella cioè di non far mai imprestiti sulla cassa comune.—Ma, aveva risposto quell'altro, egli non è già alla casa Perrotti e Branca che io domando questo servizio…—Sì, sì, intendo quello che volete dirmi, ma lasciatemi finire. Io, sempre per questo malaugurato atto di società, non piglio dalla cassa che ventimila lire all'anno, per mantener la famiglia, e il mio socio del pari. Ora, che cosa si fa con ventimila lire all'anno? Io lo domando a voi. Mettete su casa, tenetela in piedi con un certo decoro, senza scialaquo, e ve ne accorgerete al finir di dicembre! Avevo ancora tremila lire di sparagni, e le ho imprestate la settimana scorsa ad un tale, che conoscete anche voi, e rimarreste grandemente meravigliato se vi dicessi il nome. Già capisco che quelle tre mila lire io dovrò segnarle tra le partite perdute, ma tutti facciamo la nostra parte di minchionerie. Figuratevi, amico mio, se non vi accomoderei di questa piccola somma, sol ch'io potessi!….. Per fortuna, se non posso io, ci saranno cinquanta altri che si ascriveranno a ventura di darvi una mano in questo vostro bisogno.
In questa guisa si sgabellò il Perrotti; ma quanti altri non s'avranno a riconoscere in questo bozzetto? Imperocchè, già m'è occorso di dirvelo, io copio dal vero, e posso dire a parecchi, con Orazio Flacco alla mano:
……mutato nomine, de teFabula narratur.
E adesso gli è tempo di indossare il vestito nero, coi guanti paglierini, e di entrare nella festa da ballo dei Perrotti.
La signora Aurelia aveva già raccolti in casa tutti i suoi convitati. Nelle sue sale, alla luce dei doppieri, splendevano le più celebrate bellezze ligustiche, ornate, o no, di blasone, la Cisneri, la Roccanera, la Morati, la Vallechiara e tante altre. Tra gli uomini si notavano il Nelli di Rovereto, che aveva rassegnate da poco tempo le sue spalline di maggiore per non allontanarsi dalla Torralba, della quale era più che mai invaghito, il Pietrasanta, il Percy. Seguiva poi uno sciame di farfallini, solita mercatanzia, anzi zavorra di tutte le feste da ballo, senza di cui la contraddanza non avrebbe più il numero giusto di figure, e la polka o la scozzesa lascierebbero troppe signore a far tappezzeria di rincontro alla parete. Grande era lo sfarzo, non di diamanti, poichè la era una festa senza cerimonie (così almeno dicevano i padroni di casa), ma di sete, merletti, e foggie che avrebbero indotto in tentazione anco il povero Sant'Antonio.
Le danze erano per cominciare, allorquando un accalcarsi di uomini nelle prime sale, un pissi pissi, un voltar gli occhi curiosi tutti da un lato, annunziarono l'arrivo di una bella signora. La padrona di casa le era già andata incontro, e la conduceva nel folto della compagnia, in mezzo a due ale di riguardanti ammirati.
Era la signora Argellani, vestita di raso bianco con uno strascico abbondante, gli sgonfi della veste, i cappii e il dinanzi della vita raffermati da ramoscelli di fiorellini della memoria (vergiss-mein-nicht), i quali facevano eziandio bella mostra di sè nelle treccie nere, e col loro castissimo colore azzurrognolo non offendevano la bianchezza del volto, anzi giovavano a metterne in rilievo quel po' d'incarnato che già cominciava a mostrarsi sulle guance della bellissima donna.
Il vecchio signore che la accompagnava, era tutto pomposo, e andava in gota contegna, con quell'aria che vuol dire alla gente: ammiratemi ed invidiatemi. Ma chi non li conosce e non li pesa, questi innocenti amici di tutte le donne, piante parassite sull'albero della bellezza, talfiata draghi posti a custodia, che si contentano di guardare il pomo e non lo toccano mai? Veri servitori delle gran dame, e' vivono vicino ad esse, ma sempre in anticamera, e se qualche volta hanno sui visitatori il vantaggio di vederle nelle ore indebite, si ha a credere che ciò avvenga perchè le dame sullodate non li hanno neppure in conto di uomini.
L'apparire di quella donna produsse una vera rivoluzione negli animi, e mentre molti ammiravano quella stupenda figura, molti altri avrebbero voluto essere invisibili agli occhi suoi. La più parte dei convitati la conoscevano, e parecchi tra essi, uomini e donne, le erano stati dimestici, ma l'avevano a poco a poco lasciata sola; v'erano anzi taluni ai quali non era neppur sembrato dicevole allontanarsi da lei con un po' di rispetto alle convenienze sociali; ed erano i più famigliari. Ella stessa, dal canto suo, s'era lasciata andar giù, aiutando in tal guisa l'oblio dell'universale. Percy l'aveva abbandonata; che le importava del rimanente? Ferita nel cuore, ella si lasciava morire, e dimenticare innanzi d'esser morta, ma non odiava, non disprezzava nessuno; la sua maggior vendetta era stata quella di mettere nell'albo il ritratto del Percy accanto a quello della marchesa Bianca. Atto puerile forse, ma indizio d'anima nobile. E così ridotta allo stremo, si appartò dal mondo, siccome il mondo si appartava da lei. Se non che ella era inferma, morente, e la sua generosa noncuranza non iscusava punto l'oblio di quella gente tra la quale era vissuta, alla quale aveva dato i più belli anni della sua giovinezza.
Cotesto farà intendere ai lettori che spero benevoli al mio racconto, come il vederla risanata, rientrar d'improvviso in iscena, riuscisse a molti peggiore di una mazzata fra capo e collo, e in taluni destasse come una ansiosa curiosità, in tal'altri il rimorso.
Tra questi ultimi più colpevole e più fieramente combattuto il Percy; al quale la sua apparizione gelò il sangue nelle vene come se fosse stata la testa di Medusa, sicchè egli non ebbe nemmanco la forza di muoversi dalla scranna su cui stava seduto presso la marchesa Bianca di Roccanera.
Povero regnatore di salotto! Egli era da qualche tempo assai giù. I suoi vagheggiamenti non gli avevano fruttato un bruscolo presso quella superba, che gli usava sempre le solite cortesie, ma gli faceva scorgere molto chiaramente che il suo gli era tempo sprecato. La marchesa Bianca non amava altri che sè; il leggiadro Percy, diventato suo adoratore, aveva saziato la sua vanità, e non c'era per lei più altro da spremerne. Per tal modo egli era capitombolato nel fosso, innanzi di afferrare i bastioni, e non è a dire com'egli fosse avvilito di quello smacco. La vergogna, soltanto la vergogna, lo riteneva colà, argomento alle beffe dell'universale, dispettoso, ingrugnato con lei, che fingeva di non addarsene punto, in quella che faceva buon viso alle cavalleresche gentilezze del duca di Marana y Cuelva, un giovine spagnuolo che correva per suo diporto da un capo all'altro del mondo, e si riposava un tratto a Genova di un suo recente viaggio alle Indie.
Donna di buon gusto, e di fino accorgimento, quella marchesa Bianca! Senza muoversi, e sopratutto senza commuoversi, ella sfiorava l'etnografia, facendo un albo di adoratori di tutte le razze. Chi sa che a furia di studiare, di raffrontar tipi diversi, ella non giunga alla scimmia! Gli è questo, dicesi, l'ultimo passo degli scienziati odierni, e certo, senza mestieri del dicesi, è l'ultimo passo di molte superbe, le quali, dopo aver molto cercato, e molto rifiutato, fanno capo a qualche gramo personaggio, diventato di botto l'archetipo della specie.
Lo stato di Percy era compassionevole davvero. La signora Perrotti non gli aveva lasciato trapelar nulla di quella apparizione improvvisa. E come d'altra parte avrebbe ella potuto dargliene sentore? La relazione di lui colla signora Argellani era come tante altre che si stringono e si rompono di continuo in questa nostra società bastarda. Tutti sapevano di quella intrinsichezza, ma tutti dovevano ignorarla del pari. Egli andava in casa della Luisa, come tanti e tanti altri; era sempre dove ella era, e mai dov'ella non fosse; ognuno poteva mormorarne alla spartita, nessuno buttargli sul viso quella indebita frase: voi, voi siete l'amante. La signora Perrotti non poteva dire a Percy, anche se lo avesse veduto i giorni innanzi, «badate che verrà l'Argellani» senza aver l'aria di sapere che c'era stato del fuoco e poi del ghiaccio tra i due, e che egli non aveva nemmanco ricordato il suo debito di cortesia verso l'inferma.
E poi, che serve? la signora Perrotti non si dava un pensiero al mondo delle angustie di quel leggiero corteggiatore di donne; ella badava a restituire in trafitture profonde i colpi toccati alla sua vanità. In quel battibuglio che ella pensava di far nascere, ce n'era per lui, vecchio ingrato, come per tante donne, regine di fresco, alle quali doveva sicuramente nuocere l'apparizione di quella donna, fantasma del passato, bellezza rinnovata, resa più efficace dalla oscurità in cui s'era lungamente costretta. La Luisa Argellani ricordava all'Aurelia, impastata di bellezza e di fiele, ciò che questa aveva patito per lei; ma poteva essere anco un'arma potente, un carro falcato da scagliarsi contro altri nemici, a vendicare più recenti sconfitte. Arcani del cuore! È egli mestieri di altre parole per farli intendere ad ogni generazione di lettori?
Ora l'effetto del carro falcato fu grande, più grande di quello che non s'argomentasse l'Aurelia. Come è bella! dicevano gli occhi di tutti, voltandosi alla nuova venuta. Intorno agli altri soli (soli che ricevono luce e calore, come ho già detto al principio di questo racconto, e non ne danno ai pianeti), intorno agli altri soli s'era fatto un ambiente freddo; v'ebbero donne le quali si credevano amate, e in quel momento sentirono mancarsi qualcosa d'attorno, e sto per dire l'aria respirabile. L'ammirazione era tutta laggiù; i pianeti raggiavano tutti verso la signora Argellani.
La bellissima donna sorrideva; di sotto all'arco eminente delle lunghe sopracciglia, i suoi occhi mandavano lampi, ma non già di tempesta; l'incarnato del volto non diceva soltanto la ricuperata salute, ma eziandio la modesta contentezza della vittoria. Strinse affettuosamente la mano alla Roccanera; si lasciò presentare qualche nuovo cavaliere, e presto fu dintorno a lei un crocchio di gentiluomini, una gara di motti leggiadri.
E intanto che faceva il Percy? Egli stette parecchi minuti sopra di sè; poscia, come uomo che dopo aver lunga pezza combattuto, si ferma ad una deliberazione che non gli par buona, ma che è pure l'unica a cui possa appigliarsi, si armò di coraggio e si fece innanzi. La signora Luisa aveva notato ogni cosa, ma il suo viso sereno non lasciava trasparir nulla delle fatte considerazioni.
—Posso io salutare la signora Argellani?
—Oh, signor Percy, Ella può farlo certamente. Io non ho dimenticato i miei vecchi amici.
Ella aveva detto queste parole con tanta cortesia e insieme con tanta misuratezza, che nessuno degli iniziati ai pericolosi nascondimenti di quel dialogo, potè scorgervi ombra di seconde intenzioni. Le donne stesse, che pur capiscono tante cose, non capivano nulla di quella schietta urbanità, non potevano cavarne un costrutto. Ella non aveva premuto della voce su nessuna parola; quella sua risposta era stata una musica, un sorriso, ma senza affettatura, senza ostentazione di sorta.
—Ah!—disse alla sua vicina un tale che s'imputava a volerla indovinare.—La è sempre innamorata come prima. Non vedi quei ramoscelli dinon ti scordar di me? L'Argellani è sempre stata quella dei simboli. La viene per riconquistare il Percy…..
—E ne verrà—a capo—rispose l'amica,—perchè la Bianca lo tiene da un pezzo sull'uscio, a morire dal freddo.—
In breve, passato di bocca in bocca, recato da un crocchio all'altro, fu quello il concetto universale. Percy stesso, senza saper nulla di que' ragionamenti, vedendosi così bene accolto da lei ed onorato di particolari discorsi, se pure non lo disse chiaramente a sè medesimo, certo ne adombrò in cuor suo e ne accarezzò quasi inconsapevolmente il pensiero.
La marchesa Bianca era in gran faccende pel ballo, ed egli ne fece suo profitto per rimanere da presso alla Luisa, non già solo con lei, ma di brigata con altri parecchi, i quali tenevano vivo il discorso.
In un intermezzo delle danze, il crocchio si accrebbe. Il duca di Marana si faceva presentare dalla padrona di casa alla signora Argellani. Era un bel giovine, il duca di Marana y Cuelva; forte di ricchezza e di nobiltà in un mondo nel quale non si pregiano che queste due cose; d'ingegno e di cognizioni svariate, che lo facevano amare dagli uomini assennati; di modi leggiadri e magnifici, che lo rendevano accetto alle donne. Se fosse uomo da lasciare il suo cuore in pegno, non era noto, e non si poteva ancora argomentarlo dal corteggiar che faceva la marchesa Bianca; ma io potrò parlarvene con più agio in un'altra storia, vera come questa, che mi farò a raccontarvi, se m'accorgerò che a questa facciate buon viso.
La presentazione del duca di Marana fu il colpo di grazia per gli ondeggiamenti del Percy. Ah, ah! pensò egli. Costui che corteggiava la Bianca, or viene a' piedi della Luisa!…. Ma qui non troverà certamente vanità di femmina da accarezzare.
E questo pensiero intanto accarezzava la sua. La Luisa, quella Luisa che egli aveva abbandonata per correr dietro alla marchesa Bianca, valeva ben più di costei, se l'adoratore novello della Roccanera disertava con armi e bagagli per venire nel campo della Argellani. Ora cotesto, meglio assai che le grazie evidenti della persona di Luisa, significò a lui l'efficacia di quella rinnovata bellezza, e lo fortificò nel suo folle proposito.
—Signora—disse il Marana, inchinandosi davanti alla Luisa,—io non mi sono fatto presentare a Vostra Mercede soltanto per ossequiarla, ma eziandio per iscrivere il mio nome nel suo libriccino, se egli c'è un foglietto bianco per me. Mi concede Ella l'onore di una contraddanza, o d'altro ballo che non abbia impromesso?
—Signor duca, io debbo, con mio grande rammarico, negarle questo nonnulla, come agli altri gentili cavalieri che me ne hanno richiesta. Son fresca di malattia, e non ardisco ancora provar le mie forze.
—Mi duole—soggiunse il Marana;—ma Vostra Mercede non avrà certamente negato a nessuno la grazia di rimanerle vicino.
—Oh questo poi no.—
Il duca di Marana si sedette presso a lei, pigliando il posto che gli offriva cortesemente un amico, e cominciò allora una gaia conversazione che non dovea garbar punto al Percy. Il cuore di costui pativa un'aspra battaglia, al vedere Luisa tanto cortese col giovine spagnuolo; la qual cosa lo conduceva all'amarissima considerazione che quella bellissima era stata sua, e che egli non era più nulla per lei, nè aveva più ragione a dolersi.
Luisa cionondimeno era sempre pari a sè stessa, e non faceva differenza tra lui e il Marana, od altri de' suoi ammiratori stretti a crocchio d'intorno al sofà sul quale essa stava adagiata. A lui spesso volgeva la parola amorevole, incuorandolo a parlare, ed egli notò che ella, avendo per caso a ragionare della marchesa Bianca, ne disse un gran bene, senza che dalle sue parole trapelasse pure un'ombra di rancore. Ma così fatto è il cuore dell'uomo, che perfino quelle schiette lodi tornavano amare al Percy, il quale avrebbe amato meglio scorgervi uno zinzino di gelosia.
Alla credenza, dove il duca di Marana la condusse, fu un vero trionfo per la donna gentile. Il ballo, quando ripigliò, ebbe a rimanere un po' fiacco, per la contumacia ostinata dei cavalieri. Sissignori, cotesto avvenne, contro tutte le buone creanze. Ognuno di que' vagheggini pensava che la sua assenza non avesse a far sconcio, e per tal modo ne rimasero una dozzina, a far le viste di satollarsi, ma nel fatto per non allontanarsi dal contemplare la regina della festa, che tale essa era stata salutata per acclamazione…. di votanti maschi, s'intende.
Luisa che si addiede di quella diserzione dal ballo, e non voleva po' poi farsi odiare oltre il bisogno dalle sue sorelle in Eva, fu costretta a mandare, con dolci esortazioni, parecchi de' suoi conoscenti nella sala delle danze.
Uno dei più renitenti ebbe l'impertinenza di rispondere, così forte che tutti potessero udirlo:
—Vado, signora, vado, ma solo perchè ella me lo comanda.—
Bel complimento invero per la dama alla quale egli andò a chieder l'onore di una mazurca.
Della signora Argellani, che era là seduta a sostenere gli assalti della ammirazione verbosa di otto o dieci cavalieri, le galanterie foggiate a madrigale, e gli inni ristretti, lampeggiati in languide occhiate; della signora Argellani, dico, si notava la nobile compostezza, si levavano a cielo le risposte leggiadre, si respiravano avidamente i sorrisi. Uccisa dai caritatevoli rimpianti delle donne, ella rinasceva nello spirito innamorato degli uomini. E chi aveva ardito dire ch'ella fosse imbruttita, se era anzi bellissima, e nessuna delle più celebrate per eccellenza di forma poteva entrare a paragone con lei? Che occhi profondi! che profilo delicato! che collo voluttuosamente tornito! E giù una filatessa di pregi, in lingua pigliata a prestanza dal pittore e dallo scultore. I signori uomini sono assai materiali quando nei loro crocchi ragionano delle bellezze di una donna, e ci hanno del brutale nella loro ammirazione.
Ma brutale o no, l'effetto era grande. Perfino la rinomata bellezza della marchesa Bianca aveva impallidito dinanzi alla regale maestà di persona della nuova venuta, e dinanzi alla divina serenità di quel viso. Fu insomma un subisso, una battaglia campale, una vittoria per quella rinnovata bellezza che appariva d'improvviso, tremenda, irresistibile, giusta il biblico paragone, come oste schierata in campo.
«Non ti scordar di me» dicevano umilmente i suoi fiori; ma il trionfo oltrepassava que' modesti desiderii. In quella che taluni si pentivano d'averla dimenticata, il suo regno era assicurato su salde basi nel cuore di tutti. Ella rientrava loricata, catafratta, in quella società dove il suo petto inerme aveva ricevuto un colpo terribile, e dond'era uscita semiviva; vi rientrava col cuore sano, libero e forte, educata dai suoi danni a conoscere uomini e donne, a non amare nè odiare; magnanima, non fiaccamente pietosa; superba, non orgogliosa, come colei che sapeva la sua forza e si sentiva di tutti a gran pezza migliore.
E nessuno la aveva intesa, quella pericolosa guerriera; nessuno aveva indovinato il segreto dell'anima sua generosa.
Cotesto doveva tornar fatale al Percy.
Il giovinotto aveva fatto male i suoi conti, come tutti coloro che lasciano far d'abbaco alla propria vanità. Meglio per lui se avesse dato ascolto alla vergogna, la quale gli diceva di non osare. Ma la vanità era a tortura; la gelosia di quella donna che era stata sua, rinasceva più gagliarda, quanto più gli altri tutti la dicevano bella e colle parole e con gli occhi. Gelosia e vanità lo persuasero a ridiventar tenero; dopo essere stato villano. Infine, per chi era il dolce richiamo di quei fiorellini simbolici che le adornavano tutta la persona, se non per lui, per l'antico ed unico amante? Se ella avesse incominciato un romanzetto amoroso col suo medico, siccome era stato bisbigliato da qualcheduno, perchè sarebbe venuta alla festa da ballo? E perchè, dato il caso di un capriccio che l'avesse fatta uscire dal suo eremo, perchè il medico, che pure dicevano essere un giovanotto, non c'era anche lui? No, no, il medico non c'entrava punto; quell'amore sbocciato di fresco tra una ricetta e una toccata di polso, era una calunnia bella e buona; Luisa non amava nessuno; dunque….
Il dunque veniva pe' suoi piedi; dunque ella poteva amar lui, anzi lo amava ancora, non aveva mai tralasciato di amarlo. Que' fiori erano una confessione ed una preghiera: o non era quella una donna che aveva aspettato di ripristinarsi in salute, per tornare, armata di tutto punto, fresca e bella come prima, a ripigliarsi il suo? Sì certo, la era così, non poteva essere altrimenti.
Fatti tra sè questi bei ragionari, Percy colse il momento che potè dirle due parole da solo, e fattosi animo le susurrò questa frase:
—Mi permettete di venire ad implorare perdono?
Ciò detto, chinò gli occhi a terra e stette tutto tremante ad aspettare la risposta. Fu quello un momento terribile per lui; la terra gli mancava sotto i piedi, e dimenticandosi di aver ragionato con tanta logica pur dianzi, già si sentiva fulminato da uno sguardo e da una parola di superbo dispregio.
Ma egli, chinato com'era, non vide lo sguardo, e la parola giunse in quella vece al suo orecchio dolcissima e carezzevole.
—Perdono? di che, sig. Eugenio? di non essere venuto a vedermi? Oh, non avete bisogno di scuse; io ho inteso benissimo lo stato vostro. Sarete stato trattenuto….
—Sì;—s'affrettò egli a soggiungere, cogliendo imprudentemente il pretesto che ella gli offriva;—compiangetemi; ho avuto molti torti con voi, ma vi giuro….
—Oh, ve li ho già perdonati, i vostri torti;—proseguì la signora Argellani.—Noi donne intendiamo di molte cose, senza bisogno che ci si dicano, e impariamo ad essere generose… Ma non parliamo di ciò; ecco qui il duca di Marana che torna.
—Questa donna ha da ridiventar mia!—esclamò tra sè il Percy, e in quella che l'altro si avvicinava alla signora, si pavoneggiò da lunge in uno specchio che copriva tutta la parete di rincontro. Le grazie irresistibili del suo volto non erano punto scemate, e il nostro eroe, rifattosi animoso, pensò con lieta baldanza a que' tempi in cui sapeva ridere e piangere così bene, e commuovere a suo talento quel cuore di donna.
Povero vanitoso! Mezz'ora dopo, egli e il duca di Marana accompagnavano la signora Argellani fino alla sua carrozza dov'ella salì in compagnia del vecchio custode che ho già fatto conoscere di profilo ai lettori.
Quella notte la marchesa Bianca se ne andò a casa soletta; chè non poteva parerle compagnia quella di due o tre vagheggini di second'ordine, solite ombre di Percy, quando c'era lui per ricondurla da teatro o da qualche veglia notturna.
Intanto alla signora Luisa, nel salire in carrozza, era parso di raffigurare sul margine opposto della strada il volto mesto e severo di Guido Laurenti. Il cuore le balzò forte nel petto; rispose a mala pena poche scucite parole ai complimenti di commiato de' suoi accompagnatori, e si rannicchiò pensierosa nel fondo della carrozza, che pigliava al piccolo trotto la discesa della via.
Se tu lo avessi veduto, o Percy, quello sguardo! Se tu lo avessi sentito, quel sobbalzo repentino del cuore di lei! Certo la baldanza ti sarebbe svanita, e più tardi, la speranza di riconquistare il terreno perduto, di essere riamato da lei, non ti avrebbe popolato di sogni leggiadri la solitudine del notturno riposo.
Il cuore ragiona assai comodamente talvolta, allorquando il raziocinio è fuori di casa ed egli va a sedersi sulla scranna deserta del vicino. Tira a sè tutti i più minuti particolari e i più inconcludenti, per farne manipolo a sostegno di ciò che egli desidera; storce a nuove e inaspettate apparenze le cose, sicchè coloriscano meglio i suoi dirizzoni; non dissimilmente da un avvocato storcileggi che fa forza agli articoli del codice, per far parere il dritto storto e il torto dritto. Senonchè il leguleio vede il baco della argomentazione, e Percy non vedeva quello della sua; anzi avrebbe dato del pazzo a colui che gli avesse detto come tutti que' nonnulla da lui posti a mosaico non avessero cemento da tenerli uniti, e come Luisa nel fondo del cuore ci avesse ben altra immagine che la sua.
Io non fo, lettori umanissimi, un romanzo a guisa di trappola, per cogliervi alla sprovveduta colle mie invenzioni; e neppure vo' tenervi a bada con meditate reticenze e bene architettate sospensioni. Se io tenessi voi sulla corda, potreste darla di santa ragione a me, che ho scritto per fare una dipintura di caratteri, la quale non debba avere altro pregio, salvo quello del vero, dell'umile vero. Però, non voglio (sebbene sarebbe stato più fine accorgimento) aspettare altre otto o dieci pagine per dirvi che Luisa non pensava punto a riconquistare il Percy. Ma il Percy le era necessario, e per averlo a' piedi ella non ebbe neppur bisogno di artifizi, di lusinghe donnesche; egli aveva dato nella pania di per sè, e la pania non era stata che la naturalezza della donna gentile. Il perdono della noncuranza, temperato dalla cortesia di un'anima che non voleva ricordarsi di aver patito, egli, ingegno volgare, lo aveva interpretato come un dolce richiamo ad altri tempi, che la sua sconfinata baldanza, memore di tutti i trionfi ottenuti, gli faceva credere di poter rinnovare.
Alla dimane, come fu ora di visita, andò a salutarla, vestito con studiata eleganza di foschi colori. Ella lo accolse colla stessa serenità, colla medesima dimestichezza della sera innanzi. Ma egli non poteva tenersi in que' modesti confini dov'ella stava così agevolmente; volle scusarsi del passato, e per iscusarsi, mentì, sebbene ella non gli chiedesse nè menzogne, nè scuse. Parlò della marchesa Bianca come di un capriccio nel quale era stata impegnata la sua dignità mascolina; lasciò intendere che dal suo trionfo medesimo era stato costretto a rimaner lontano da quella che non aveva mai tralasciato di amare; che poi la vergogna, il timore di averla offesa, e che so io, lo avevano tenuto in disparte, vicino ad una donna che non gl'importava un bruscolo; ed ella diffatti, la signora Luisa, aveva potuto vedere co' suoi occhi com'egli se ne fosse liberato senz'altri riguardi.
Tutto ciò sembrerà orribile ai lettori, imperocchè io ho già detto come stessero le cose tra lui e la Roccanera; ma se cotesto è orribile, non parrà altrimenti inverosimile, nè strano. Quanti, mettendosi con un po' di buona voglia a frugare nella loro coscienza, non ci troveranno la colpa di una così trista bugia, che non parve delitto, solo perchè fu sussurrata all'orecchio di un amico? Calunniare una donna è la cosa più agevole del mondo. La veduta delle esterne apparenze aiuta la credibilità nell'animo di chi ascolta; tutti vi hanno veduto aliare intorno a quella donna, come l'ape dintorno al fiore; che cosa c'è di più naturale che il fiore abbia aperto il calice de' suoi profumi e dato ascolto all'amoroso ronzìo dell'alato raccoglitore di miele? La credulità del mondo è come una macchina bene inoliata; date col dito sul primo congegno e la macchina va, stritolando a vostro benefizio la prima riputazione che le avrete messa tra i denti.
Luisa stette silenziosa ad udire i racconti apologetici del bruno Percy. Aggiustava ella fede a quelle triste invenzioni? Io non saprei dirvelo; forse non vi badava più che tanto. Egli del resto non raccontava le cose appuntino; chè ella non lo avrebbe consentito; ma si aiutava a furia di mezze parole, rigiri di frasi e reticenze sottili, che adombravano il pensiero, senza metterlo in evidenza, e facevano indovinare il nome della donna, senza che fosse mai pronunziato.
L'arrivo di nuovi visitatori interruppe la difesa di Percy, il quale non potè nemmeno sapere che impressione avesse fatto il suo discorso nell'animo di lei. E frattanto, Laurenti non si vedeva comparire.
Il giorno seguente, fu la medesima storia, con questo solo mutamento che il Percy era accompagnato dal duca di Marana. Dopo un'oretta di conversazione, piacque a Percy di invitar la signora a scendere un tratto in giardino; ma la signora Argellani non ne volle sapere, perchè era un po' stanca; padroni essi, se ci volevano andare.
—Oh, non sarà mai!—gridò il Marana.—Un giardino senza fiori, non è un giardino.
Perchè ricusava di scendere in giardino la signora Argellani? Temeva forse di far vedere in sua compagnia il Percy a Guido Laurenti, che certamente doveva essere appiattato dietro i vasi del suo muraglione! O forse non voleva guastare il giardino, sacro ai soavi rapimenti di un nuovo affetto, oltre i quali ogni passo di piede profano sarebbe paruto un sacrilegio?
Io, per me, mi accosto più volentieri a quest'ultima sentenza.
Frattanto quattro giorni passarono, quattro giorni segnati a nero dalla assiduità del Percy e di molti altri visitatori dei due sessi. E di Laurenti nessuna notizia; le sue finestre erano sempre chiuse.
Era proprio lui che essa aveva veduto, nel salire in carrozza? La donna gentile voleva dubitarne, ma non le veniva fatto. Tra pel buio della strada e per la fretta del salire, ella non lo aveva ben guardato; ma l'impressione che aveva risentito dalla vista di quel malinconico personaggio sul margine estremo della via, era stata così violenta da non consentire alcun dubbio intorno alla materiale presenza di Guido. Quella veduta aveva operato su lei come una corrente elettrica; ora una semplice rassomiglianza, un dubbio, avrebbero forse potuto far tanto?
Come a Dio piacque, venne il quinto giorno, e suonarono le due dopo il meriggio. La signora Argellani era seduta nel suo salotto col bruno Percy, e col duca di Marana che veniva per la seconda volta a salutarla, quando fu annunziato il signor Guido Laurenti.
Lascio pensare a voi quale effetto facesse, e segnatamente in quel punto, il semplice annunzio. Luisa tremò tutta; a Percy, memore delle ciarle altrui intorno al medico della signora, si strinse il cuore; solo il duca di Marana rimase tranquillo ad aspettare la comparsa del nuovo venuto.
Dopo dieci secondi, che bastarono a Percy e alla signora Argellani per ricomporsi, ma non già per avvedersi scambievolmente del loro turbamento, Laurenti apparve sull'uscio. Egli era pallido come la morte, severo nel portamento, accigliato nel viso, sicchè non parve più a Luisa quello di prima. E invero egli non era più quel Laurenti che col suo Virgilio tra mani si avanzava modesto pel sentieruolo della villa verso l'albero di pino, a' piedi del quale ella stava seduta; non era più quel Laurenti che le diceva un inno di amore cogli occhi, innanzi di volgerle la prima parola.
Questo mutamento vide Luisa nella occhiata fuggevole che volse a lui, mentre egli entrava con passo misurato nel salotto, volgendosi al canapè sul quale ella stava seduta. In quel viso sparuto, in quegli occhi affondati nelle orbite, ella lesse il lavorìo distruttore di un lungo soliloquio. L'amore, con tutti i suoi patimenti, con tutte le sue collere, trapelava da quel volto e da quegli sguardi severi.
E frattanto dovergli sorridere, come al più spensierato, al più gaio de' suoi visitatori! E frattanto dovergli rivolgere una di quelle parole in cui non si potesse indovinare l'accento della pietà, sorella dell'amore! Povera donna! Era quello un tristo momento per lei; o essere male intesa da lui, o sospettata dagli altri.
Mentre questi pensieri si agitavano confusi nella mente di Luisa, gli occhi di Percy e di Laurenti si scontrarono, acuti e gelidi come lame di pugnale; chè amendue si sentivano nemici implacabili e fatali.
—Finalmente!—esclamò Luisa, simulando il più gaio sorriso.—Ella è di ritorno, signor Laurenti?
—Ella!—ripetè amaramente in cuor suo il giovine Laurenti.—Ella! Ella! Si torna allo stile di cerimonia, a quanto pare. Donne, donne, avrò io sempre a provarvi mutevoli, fugaci come l'onda?—
Questo pensò, e frattanto si avvicinò a lei per stringerle la mano; ma il pensiero comandava agli atti, e la sua mano freddamente toccò la mano di Luisa, senza quella pressione che dice tante cose nel fuggevole ma veemente scocco di una scintilla elettrica fra nervi e nervi. E Luisa del pari non aveva ardito stringere la mano di Guido.
—Quando è Ella arrivata?—gli chiese la donna gentile, così per tener vivo il discorso.
—Ieri a sera, signora, e non ho voluto lasciar passare la giornata senza venire a chieder sue nuove.
—Il signor di Marana; il signor Percy!—disse ella presentando i suoi visitatori a Laurenti; quindi, voltasi ai due nominati, presentò loro il nuovo venuto, a cui soggiunse andar debitrice della ricuperata salute.
I tre s'inchinarono leggermente, salutandosi a vicenda; ma il duca di Marana, il quale senza saperne il perchè, sentiva d'essere la testa più tranquilla della conversazione, fu il solo che si facesse a parlare.
—Signor Laurenti,—disse egli,—io sono lieto di conoscerla, e di unire i miei ringraziamenti a quelli di tutti i sinceri amici della signora Argellani. Avevo udito parlare della sua scienza e m'è accaduto, come a tanti altri in simili occasioni, di crederla un vecchio professore. L'autorità del sapere si dipinge sempre nella nostra mente coi capegli grigi; ma quind'innanzi io sosterrò ch'essa li ha biondi, o neri, e sarà tanto di guadagnato per l'onore della gioventù calunniata.
—Io la ringrazio, signor di Marana;—rispose Laurenti arrossendo.—Qui per l'appunto il gran medico, se non è stato un giovane (che non posso attribuirmi questo vanto) è certamente stato la gioventù, ed io non ho fatto che secondarla.
—La modestia del dottor Laurenti si giova perfino dei bisticci—interruppe Luisa.—Ma ora, Ella ci dica un po' che cosa ha fatto a Milano.
—Nulla che franchi la spesa di essere raccontato, signora mia. Ho passeggiato, ho curiosato, mi sono distratto, come si può fare in ogni altra città.
—Non in tutte, signor dottore!—gridò il duca di Marana.—Qui Ella casca in una materia nella quale io mi tengo baccelliere. In ogni città si può passeggiare e curiosare, non già distrarsi. La vera distrazione e' bisogna andarla a cercare molto, ma molto lontano, e non certamente nei ristretti confini dell'Europa.
—In India, per esempio, come ha fatto Ella!—disse Luisa sorridendo.
—Appunto, in India. Colà si vive una vita nuova, ed io non ho potuto dimenticare l'antica se non colaggiù. In ogni città di Europa, il sole, il tramonto, la luna, e tutte le ore della giornata mi richiamavano alla mente ore simiglianti vissute a Madrid, e colle ore mi rinnovavano nel cuore i maledetti stringimenti di una travagliata giovinezza. Le conversazioni, i teatri, le passeggiate di Parigi, di Vienna, di Napoli, mi mettevano sempre sotto gli occhi letertullie, i teatri, ilPradodella mia nativa città. Il raffronto mi perseguitava dovunque; la negra cura saliva in arcioni con me, e mi guastava il piacere del correre; un cappellino di donna elegante che io vedessi a passare per via mi faceva giungere all'anima i dolori che m'erano già derivati da un altro cappellino e da un'altra veste di seta. La conformità del costume in tutti gli angoli di questa vecchia Europa non mi dava pace nè tregua.
Una parentesi, e sarà breve. In quella che il duca di Marana proseguiva il suo ragionamento, Guido cercava uno sguardo di Luisa. Ma gli occhi della signora cansavano sempre i suoi. Percy le era seduto vicino, e la dardeggiava di malinconiche occhiate; ella sorrideva ai discorsi del Marana e poi andava a finire il sorriso dal lato di Percy. Le era caduto il fazzoletto, e Percy s'era chinato sollecitamente a raccoglierlo: donde i muti ringraziamenti e gli inchini scambievoli.
Il cuore di Laurenti durava un'aspra guerra, una tortura così acerba da togliergli perfino la coscienza di sè.
—E dica, signor di Marana,—soggiunse egli,—come è venuto a capo di distrarsi dalle sue cure laggiù? Come ha potuto dimenticare?
—La contento in poche parole. In India c'è, sto per dire, un altro sole; almeno ei non rassomiglia punto a quello d'Europa. Là non c'è tramonto; l'astro maggiore se ne va dall'orizzonteinsalutato hospite, e al giorno succede improvvisa la notte. C'è già dunque il risparmio delle malinconie del crepuscolo. Là, il dramma è la guerra cogli uomini e colle fiere; la conversazione si fa colle tigri, delle quali si odono i ruggiti in lontananza. I fiori di quella regione non ricordano i mazzolini di rose e viole che si offrivano in Europa ad una bella spensierata o crudele; lejungledi folti bambù e di liane avviluppate in giganteschi festoni non le rammentano i querceti dove Ella è andato a nascondere i suoi primi dolori. Io là, signor Laurenti, ho amato Sumitra… un elefante sul cui dorso andavo alla caccia della tigre, e il cui barrito mi annunziava l'appressarsi del nemico. Ad Ellora ho ammirato i templi scavati nel sasso, e mi piacquero quelle immani divinità dai mille piedi, dalle mille braccia, e dal viso terminato in proboscide, poichè non arieggiavano nessuna fisonomia di cristiani. Insomma l'ho detto, la natura è al tutto diversa colà, e la dea della bellezza, che da noi si chiamerebbe Venere ed avrebbe il viso bianco, laggiù porta il nome di Lacmi, ed è tutta dal capo alle piante di color cioccolatte.
—Ella ne parla con molto affetto, dell'India!—soggiunse la signoraArgellani.
—Sì, perchè io le sono debitore della pace dell'anima. Ero infermo e l'India mi ha risanato. Ero partito dall'Europa colla morte nel cuore, e sono ritornato pieno di vita, e così forte che ho potuto rivedere Madrid senza tristezza, e le persone che mi avevano fatto patire, senza che il mio cuore accennasse con un battito più frequente di averne sentito la vicinanza.
—Veda che strano concatenamento di pensieri e di cose!—esclamò Laurenti.—Ella parla dell'India, signor duca, ed io ci andrò tra pochi giorni….. sebbene io non abbia da andare a cercarvi altre medicine che quelle della sua flora così ricca e svariata.
—Ella in India?—proruppe Luisa; ma seppe frenar subito il ribollimento del sangue; di modo che, allorquando Laurenti volse gli occhi a lei per risponderle, non ebbe a notare che uno sguardo sereno e freddo, e quello sguardo gli gelò il cuore, dove accanto alla menzogna già stava per germogliare il rammarico di averla detta.
—Sì, in India, o signora. Mi è stata offerta una missione scientifica; ed era da ricusare o da accettare sui due piedi. L'ho accettata, e debbo per conseguenza recarmi ad Alessandria d'Egitto; di là fino al golfo Persico…