CAPITOLO VI.Un racconto di Poe.
Perchè quella esclamazione di Giuliano? Era tutto un romanzo pazzo di amore, di un amore inverosimile, che,avvolto nel romanticismo sentimentale, un po’ mistico, accennato da Ettore a Giuliano, formava l’infelicità di due esseri, nati alla distanza di trent’anni l’uno dall’altro, quindi, l’uno per l’altro non nati.
Dissi un romanzo. No! Piuttosto una novella di Poe.
Il 5 dicembre 187... nel modesto cimitero di Miralto i becchini, davanti una folla di donne abbrunate e di tutte le notabilità miraltesi, calavano nella fossa la bara di una fanciulla.
Fra i pietosi accompagnanti la giovinetta all’ultima dimora, Ettore Ruggeri non v’era. La di lui assenza fu tanto più notata, perchè lo si era susurrato fidanzato alla povera morta. Ai più parve sconvenienza; non a tutti. Gli intimi, conoscendo lo schianto per la perdita crudele, scusavano la di lui mancanza ai doveri dell’etichetta necrofora. Come assistere alla convenzionale cerimonia, pazzi di dolore?
E Ruggeri impazziva.
Ribelle contro la morte, non sapeva convincersi che il dolce idillio fosse per sempre spezzato, che la gentile giovinetta l’avesse per sempre lasciato. Recava bensì fiori sulla tomba della fanciulla adorata, ma più che per rendere omaggio alla salma, per richiamarlaalla vita colle pazze evocazioni... Sola risposta, il silenzio raramente turbato dai pietosi visitatori di quel triste soggiorno.
Perduta la speranza, Miralto essendogli divenuto odioso, partì alla ventura, colla morte e la sua morta in cuore.
Peregrinando, si diede alle letture più bizzarre, lo strano panteismo di Fichte, la palingenesi modificata dei pitagorici, la teoria dell’identitàdello Schelling, spiegata da Locke, che la fa consistere nella permanenza dell’essere razionale. Perpersonavuolsi significare un’essenza pensante dotata di una coscienza che accompagna sempre il pensiero. È tale coscienza che ci fa tutti essere ciò che noi diciamonoi stessi, dandoci la nostra identità personale. Tale identità è perduta colla morte?
Questo il problema che affacciavasi alla mente sconvolta dell’infelice amante, convinto nella sua follìa che la giovinetta era rinata nell’ora stessa della morte.
Ingegnose ipotesi di filosofi bizzarri, le quali fanno sorridere di compassione la gente assennata, che poi non meraviglia, nè ride dell’ingenuità di quattro quinti dell’umanità conversante coi santi nelle preghiere e in comunicazione diretta colla divinità, per mezzo dei libri da messa; gente assennata e forte contro le superstizioni, la quale non ride, nè meraviglia alle teorie spiritistiche ed alle spiegazioni di alcuni fenomeni nervosi, con tutta una teoria rimessa a nuovo sotto il titolo di Ipnotismo.
Siamo tutti un po’ come i soldati della guerra dei Trent’anni. I luterani si burlavano delle reliquie, dei santini portati dai cattolici nella fede d’essere salvi dalle palle nemiche; per contro, i derisori portavano al collo o cucivano nei cappotti le imagini di Gustavo,l’eroe, le quali dovevano renderli alla loro volta invulnerabili.
Il tempo sana molte piaghe. Ruggeri, passata l’acutezza del dolore, dirò meglio, riacquistando la ragione, trascurò le teorie consolatrici. Tuttavia, nelle vicende di una esistenza agitata ed avventurosa, menata lungi, molto lungi dalla terra natale, esploratore, per conto di una società inglese, nella Patagonia ed Araucania (Aurocanian and Patagonian exploration land company), il ricordo della fede professata nei giorni del dolore gli ritornava frequente e la sua mente vi si adagiava con incredula compiacenza. Tra le vicende e le avventure romanzesche de’ suoi viaggi e di nuovi effimeri amori, la rimembranza insieme a quella della giovane morta e della cara Italia lontana, una speranza vaga di incontrarla ancora, la giovinetta tanto amata, tanto rimpianta. Ridente illusione che lo faceva sorridere, castello in aria vagheggiato non colla fede, ma quasi a conforto nelle tristezze profonde della esistenza nomade fra selvaggi brutali e feroci.
Di ritorno in patria, immischiatosi nuovamente alle lotte politiche, per breve tempo deputato, se qualche volta ripensava all’infelice amore, non ricordò più senza un sentimento di scettica incredulità alla perpetuazione dell’identità umana.
Follìe giovanili, aberrazioni di cervelli malati!
Da Miralto mancava da circa quindici anni; avrebbe preferito non ritornarvi mai più; necessità di affari ve lo ricondusse: la morte di un parente lontano, il quale lo aveva eletto crede universale del modesto patrimonio.
Dopo quindici anni la piccola città aveva subìto ben pochi mutamenti: le vie intatte; perfino i cartelli e le vetrine delle botteghe immutati; non così gli abitanti,invecchiati o morti; i fanciulli erano diventati uomini, i vecchî non erano più, sostituiti da altri, alla partenza lasciati nel fiore dell’età.
Anche i parenti della sua povera morta avevano raggiunta la loro diletta al cimitero, e la nota, la cara casetta, era abitata da nuovi inquilini, sconosciuti.
Il piccolo Giuliano ormai aveva venticinque anni, dei conti Sicuri ultimo rampollo.
Ettore non aveva riconosciuto nel giovinotto elegante il biondo fanciullo; questi, a sua volta, a fatica ricordò l’amico suo, lo zio d’adozione, che l’aveva colmato di dolci, di giocattoli e di carezze.
Straniero in patria, Ettore, si sentì afferrato da indicibile malinconia, ed un mattino, soffocato dai ricordi, volle recarsi al cimitero per visitare la tomba della giovinetta, sì dolorosamente e sì lungamente rimpianta. Un nuovo disinganno! La pietra sepolcrale, bagnata da tante lacrime, cosparsa di tanti fiori, non esisteva più. Gli eredi non avevano curato di acquistare il terreno in perpetuo e le misere spoglie eran state gettate nella fossa comune.
Altra tomba, di altra fanciulla, sorgeva a quel posto, da altri nuovi fiori, da altre nuove lacrime bagnata.
Ettore Ruggeri, ospite di Giuliano, rincasò malinconico sino al suicidio, confidò al giovane amico la desolazione dell’animo suo, e questi, nell’egoismo della giovinezza felice, per contro gli narrò il suo amore, le sue fidanze colla giovinetta Adele, che presto, fra un anno, avrebbe sposata.
L’amante, nella piena della gioja, non pensava quanto amaro doveva essere il contrasto della propria felicità collo sconforto dell’amico.
Una esistenza che incominciava fra le più ridentipromesse; l’altra che finiva nella solitudine, senza speranze, senza scopo.
— Ti presenterò alla mia fidanzata. Domani, San Giovanni, è l’onomastico della sua mamma; avremo una festicciuola di famiglia, sarai dei nostri... Non sei tu il mio zio? Non ti chiamavo così, quand’ero piccino?
Ettore ringraziò Giuliano, abbracciandolo commosso.
— Sta bene! Almeno avrò un nipote, anzi due, perchè la tua sposa necessariamente diverrà nipote mia il giorno del vostro matrimonio... E mi darete presto dei bei nipotini. Avrò ancor io una famiglia nella tua. Finirò per fissarmi a Miralto. Chi me l’avrebbe detto soltanto jeri! Ed io, che meditavo un nuovo viaggio fra i miei buoni patagoni!
***
Anche a Miralto, per quanto la leggenda e le tradizioni nella incivilita Alta Italia vadano perdendosi, la notte di San Giovanni è sacra agli amanti, ai fidanzati. La rugiada di quella notte primaverile è acqua lustrale, acqua benedetta che lava i peccati d’amore e cementa gli affetti.
La signora Giovanna Alfredi, la buona mamma ad Adele, fidanzata a Giuliano, gelosa osservatrice delle tradizioni di famiglia, aveva abitudine di solennizzare con pompa il suo onomastico, non tanto in proprio onore, quanto in omaggio al santo patrono, il Precursore, troppo innamorato o troppo amato dalla bellissima figlia di Erode.
Se il pranzo fu intimo, alla sera il grande giardino di casa Alfredi, illuminato a palloncini tricolori, accoglieva tutta Miralto. La Miralto ufficiale ed abbiente, lahigh-life.
In quella sera, Ruggeri rinnovò antiche conoscenze; nella qualità di ex deputato, ebbe omaggi dalle autorità ed un lungo colloquio col commendatore Cerasi, sottoprefetto a vita, diceva lui con amarezza, raccomandandosi indirettamente all’ex, persuaso che nella vita politica sarebbe rientrato, ed avrebbe usato della propria influenza in di lui favore. Un naufrago che segnala a tutti i piroscafi, anche se passano tanto lontano da non poter avvertire i richiami disperati. Robinson eternamente in attesa della nave liberatrice.
La nuova nipote, Adele, divina nella sua bellezza bionda, dagli occhî cupi, tutta previdenze e cortesie per lo zio nuovo, lo zio d’America, di Patagonia, diceva essa adorabilmente gentile, andava man mano presentandogli le amiche, che facevangli ressa intorno, per avere particolari dei lunghi viaggi; domande ingenue o maliziose sui costumi dei selvaggi, sui loro abbigliamenti, sui loro matrimonî. E risate argentine che rallegravano l’aria, già sì lieta nella limpida serenità primaverile.
Venne la volta della presentazione della signorina Stella Gabelli, una bruna, un Murillo sublime, come giustamente l’avrebbe qualificata cinque anni dopo Guglielmi, il segretario del sottoprefetto.
Veramente sublime, il Murillo, nella geniale irregolarità de’ lineamenti, un capolavoro della natura, che avrebbe convertito al romanticismo lo scultore più classico fra gli imitatori ed ammiratori della fredda convenzionale bellezza greca.
Ma, una bambina di quindici anni, quasi un fanciullo, ancor più ringiovanita dalle gonne succinte, che l’amor proprio materno le infliggeva, a suo dispetto.
Ettore Ruggeri rimase attonito, non seppe articolare una parola, e, dopo la stretta, ritrasse la mano come impaurito.
— È la mia più cara e bella amica, susurrò la fidanzata di Giuliano ad Ettore, per non essere intesa che da lui. Ha un anno meno di me, pure è la mia consigliera... Avrà quindici anni il cinque dicembre.
— Il cinque dicembre? ripetè Ettore. Il cinque dicembre 1873?
— Appunto.
Ettore fece uno sforzo titanico per sembrar cortese e calmo, perchè si sentiva impazzire... Un sogno! Un’allucinazione! Ada! Ada! Come l’aveva conosciuta vent’anni prima. Ada morta da quindici anni, il cinque dicembre 1873... Ada, la cui tomba aveva invano cercata al cimitero... Non era rassomiglianza, identità.
La giovinetta fu quasi atterrita dallo sguardo di Ettore; ma dopo il primo scambio banale di parole, vedendo raddolcirsi la di lui fisionomia, il carattere gajo dominò il sentimento di paurosa soggezione, e come per rompere il ghiaccio, con curioso sorriso chiese:
— Mi ha detto l’Adele che lei è stato tanti anni fra i selvaggi. È vero?
— Tanti anni no, appena due. Fui assente alcuni anni dall’Italia; ma, non sempre fra i selvaggi.
— E da Miralto?
— Sono quasi quindici anni... a dicembre, alla fine di dicembre.
— Non è bello rimanere tanto tempo assenti dal paese nativo.
— Che ci facevo? Non avevo più alcuno. Pochi amici, nessun parente. Giuliano era un bambino...
— Più nessuno? Nessuno? Tutti morti i suoi parenti?
— Tutti!
Ed Ettore fissò lo sguardo nei profondi occhî della fanciulla, quasi per indagare se quella domanda avesse un’intenzione recondita; come per indovinare se sapesse.
Stella, non sapendo reggere alla fissità dello sguardo di Ettore, abbassò gli occhî arrossendo.
Con Adele si erano allontanati dal crocchio delle signore e signorine; silenziosi s’avviarono al parapetto del giardino pensile dominante il Ticino, indovinato appena nell’oscurità dai guizzi lucenti delle limpide e rapide acque, dal mormorìo della corrente. Furono raggiunti da Giuliano:
— Che ne dici, Ettore, della nostra festicciuola? Non sono le feste dei saloni di Roma; ma il Ticino vale il Tevere.
— Oh! di tanto più limpido, se non egualmente glorioso.
Giuliano offerse il braccio alla fidanzata. Stella, con fare da monello, e senza che le fosse offerto, si mise a quello di Ettore.
— Ora, si fermerà a Miralto. Se non ha famiglia, bisognerà farsene una. Lei è ancora giovane.
— Le pare? Quarantacinque anni.
— Quarantacinque! Già, certo, sono molti.
— Trenta più de’ suoi, signorina.
— Trenta!
E contando sulle dita da bambino, con un’adorabile smorfia ripetè:
— Sicuro! Trenta! Chi lo direbbe? Vi sono tanti giovinotti che sembrano più di lei attempati. E poi, tanto stupidi, così manierati...
Come colta da un’idea improvvisa, si sciolse dal braccio del suo cavaliere dicendo:
— Corro da mamma, che, non vedendomi, deve essere inquieta.
Spiccato un salto, agile come capretto, sparì infilando il gran viale, tutto luce e colori, illuminato com’era da miriadi di palloncini.
Ettore, ritornando al parapetto, nel punto più bujo per non essere veduto, nè importunato, i gomiti appoggiati sul davanzale, stette lungamente, lo sguardo perduto nell’oscurità.
— Quale rassomiglianza!
Mezz’ora dopo era ancor là, fissando il bujo. Giuliano venne a chiamarlo.
— Vieni, perdio; ti si cerca dappertutto, e la signorina Gabelli dice che sei ripartito per la Patagonia.
— Ah, ci pensavo! Ho la nostalgia degli oceani... l’Atlantico e il Pacifico, che al capo Horn si confondono; ed in presenza del nostro minuscolo Ticino, bello, limpido come un ruscello da giardino, penso con rimpianto alle rapide furibonde del Rio Negro, alle terribili burrasche dello stretto di Magellano...
— Non è cortese per le signore di Miralto, il preferir loro le patagone. Se lo sapessero, ti caverebbero gli occhi!
La fredda brezza aveva spopolato il giardino, gli invitati si erano raccolti negli appartamenti. I palloncini andavano man mano spegnendosi; i pochi rimasti accesi, agonizzando, mandavan sprazzi intermittenti di luce. Dall’interno il pianoforte intonò un valzer, e dal giardino ormai oscuro, distinguevasi la ridda dei danzatori sfilanti dietro le aperte finestre del salone.
— Presto, presto! disse Giuliano. Ho impegnato il primo ballo coll’Adele.
Affrettarono il passo; ma, impaziente, Giuliano prese la corsa, piantando l’amico per raggiungere la fidanzata, che l’attendeva al limitare del vestibolo, sull’ultimo gradino della scalea del giardino. I due giovani sparirono per confondersi colle coppie danzanti nella sala.
Immobile, la personcina di una giovinetta, rischiarata dai lumi interni, spiccava nel vano della grandeporta del vestibolo. Era il Murillo, Stella Gabelli, messa in luce, in tutta la soavità delle forme gentili, dalle curve deliziose, protestanti contro l’abbigliamento quasi infantile. Non attese che Ettore avesse salita la scala; scese ad incontrarlo, e con sorriso tutto innocenza, più indovinato che veduto nella penombra:
— Oh, bravo, signor Ruggeri; lei, che è coraggioso, mi accompagni fino in fondo, laggiù nel giardino. Ho esposto sul lauro il mio moccichino per raccogliere la rugiada di san Giovanni, e d’andarci sola ho paura.
— Paura di che, signorina? balbettò Ettore.
— Non so. Ho paura del bujo e della solitudine. — Nell’oscurità mi pare che mi manchi il respiro, come fossi in una tomba... Oh, ma questa non è oscurità completa, i palloncini, le stelle, e poi c’è lei. Via, mi dia la mano; la precederò, perchè adesso mi sembra che paura ce l’abbia lei.
Infatti la mano, da Ettore porta a Stella, tremava come una foglia al vento. La giovinetta, scoppiando in una risata argentina, si diede a correre attraversando i noti sentieri, trascinando a rimorchio il cavaliere.
Aveva detto giusto, Stella; il lauro era in fondo in fondo al giardino, ed il fazzoletto non era più al suo posto, portato dalla brezza. Cercarono a tentoni, curvi alla ricerca; le loro mani si incontrarono; la lussureggiante capigliatura della giovinetta sfiorò ripetutamente il volto di Ettore; il caldo alito della respirazione di Stella si confondeva col suo, troppo vicini per non urtarsi, e troppo bujo per poter evitare i contatti.
Ad Ettore il sangue affluiva al cuore, che pulsava concitato; come una vertigine... La bambina non rideva più.
Se Ettore avesse potuto meglio discernerla nell’oscurità, l’avrebbe veduta pallida... pallida come la morta.
— Ah, eccolo! gridò la fanciulla. L’ho ritrovato. Quale fortuna! è tutto molle di rugiada... Anch’io l’avrò il mio fidanzato, quest’anno, soggiunse tentando di ridere...
E ammutolì. Poi, dopo breve silenzio:
— Senta com’è intriso.
Le loro mani s’imbrogliarono daccapo, ed Ettore, incosciente, portò alle labbra la gentile, fredda manina della bimba, che lasciò fare, mentre colla sinistra spiccava un ramoscello d’alloro porgendolo ad Ettore.
Ritornarono, non più correndo, lentamente, tenendosi per mano, senza pronunziare parola. Giunti alla scalea, Stella la salì in due salti, e nel salone si confuse fra le amiche. Ettore, riposto il ramoscello, salì al vestibolo... Scorgendo la giovinetta:
— Com’è bella e pallida... L’altra! Ada! La morta!...
***
Questo il secondo, l’ultimo romanzo di Ruggeri, ricaduto in piena teoria della perpetuazione dell’io, la teoria dell’identità umana. — No! non era un secondo romanzo; la continuazione del primo, del romanzo giovanile.
Tale fede era piuttosto allo stato di superstizione, non mutando per nulla le di lui convinzioni filosofiche e scientifiche. Un’aberrazione, lo sapeva; pure, in tale aberrazione si cullava volontieri... Ed ormai anche la giovinetta, convinta di aver ricordi d’oltre tomba, rimembranze vaghe di una esistenza precedente, riamava il suo Ettore, come se la morte non avesse interrotto il loro primo idillio; lo riamava, come se egli non fosse invecchiato di quindici anni ed essa di tanto non fosse ringiovanita.
Cinque anni dopo il loro incontro, troviamo Stella a Miralto, Ettore a Roma.
Perchè quella separazione?
Perchè egli, comprendendo tutta la follìa di un amore in tanta sproporzione di età, fuggiva. Infelice nella giovinezza, primavera della vita; infelice nell’autunno.
Una tomba li aveva uniti nella superstizione comune; le esigenze della vita sociale, le stesse leggi della natura li separavano.
— Fra dieci anni, Stella, che ne ha venti, sarà in tutto lo splendore della sua bellezza; io... io, sessantenne. Un vecchio!
Il sacrificio di entrambi.
Questa la ragione dell’esclamazione di Giuliano, quando i due amici si separarono, dandosi ritrovo per il mattino seguente.