CAPITOLO VII.A Belvedere.
Chi sale la dolce erta di Monte Mario, il più elevato dei colli romani, a mezzo del cammino per giungere alla chiesa, dalla pietà di un De Rossi eretta alla Madonna del Rosario, incontra un edificio a foggia di chalet.
È la trattoria del Belvedere, scelta da Ruggeri per la colazione offerta all’amico Giuliano.
Il nome di Belvedere non mente; dalle terrazze dello chalet si svolge superbo il panorama di Roma; dal Monte Pincio a Monte Cavallo, da Piazza del Popolo al Colosseo; la città Leonina, la mole Adriana, il Tevere, il Gianicolo, San Pietro, il Pantheon, il Campidoglio, Sant’Onofrio, sacro alla memoria dell’infelice poeta dellaGerusalemme Liberata, martire dell’amore... L’intiera Roma; e, da lungi, i monti Albani, in tutto lo splendore di un dolce meriggio autunnale... L’estate di San Martino del Lazio, indescrivibile nella luminosa limpidità delle sue tepenti giornate.
I due amici si assidevano al desco, appunto quando il cannone di Castel Sant’Angelo annunziava alla città ed al mondo il mezzogiorno... quello di Roma, non ancora germanizzato dal compianto Genala.
La loro passeggiata era stata taciturna. Giuliano aveva troppe impressioni da nascondere ad Ettore, delle visite del giorno precedente, per non guardarsi dalle espansioni; dal canto suo, Ettore era assorto ne’ ricordievocati, non solo dalla presenza di Giuliano: da una lettera, una dolcissima lettera datata da Miralto.
Entrambi, la mente ingombra, avevano segreti da guardare.
A colazione servita, la conversazione cominciò ad animarsi. Ruggeri nella sua qualità di anfitrione sentiva il dovere di distrarre il giovane amico, pur non rendendosi conto delle ragioni della di lui taciturnità.
Suppose benevolo che la preoccupazione di Giuliano fosse causata dalla lontananza de’ suoi cari e lo invidiò.
La famiglia!... L’amore nella famiglia!
Il sogno, vagheggiato nelle notti solitarie, nelle tristezze quotidiane dell’esistenza divieux-garçon. Ed era con affetto quasi paterno che Ruggeri tentava diradare la supposta malinconia di Giuliano. Il soggetto alle distrazioni non mancava. Roma ai loro piedi, tremila anni di storia dell’umanità.
Roma, grande non solo per le glorie antiche, per ciò ch’è pur sempre. Non la Roma villaggio, sede di una dinastia transitoria, di un governo anomalo, la terza Roma ingombra delle rovine dello recenti crisi edilizie e bancarie, rovine materiali, morali e politiche; la Roma dei papi, capitale della cattolicità... immensa quasi quanto il mondo civile.
Roma Cosmopolis!
La Roma del Vaticano e di Propaganda Fide, la Roma dei credenti, la Città Santa dei pellegrini, l’Urbs dalla quale un vegliardo lancia dogmi indiscutibili e crea santi, nuove divinità da gran parte dell’umanità adorate. Roma sopravvissuta a Bisanzio, la Roma del papato ancor più vitale per la prigionia volontaria de’ suoi pontefici.
— No! no! caro mio, soggiungeva Ruggeri alle obiezioni ottimiste di Giuliano. L’occupazione di Roma,prima dell’avvento di una democrazia federalista al potere, fu una sventura, un errore necessario, inevitabile, fatale; ma un errore. Tentare poi di risuscitare la romanità e di eguagliarla, diceva Ettore additando l’embrione del colossale monumento a Vittorio Emanuele, dominante da Ara Cœli il Campidoglio, è follìa. La romanità è ben morta coll’ultimo dei tribuni, Cola da Rienzo, sublime illuso; la romanità l’hanno lapidata gli ultimi quiriti.
«Di romano, in questa grande necropoli, non rimaneva che il solo Pasquino; il proconsolo mutilato di Palazzo Braschi esulò, per farsi giornalista sabaudo a Torino, esulò venticinque anni prima della breccia di Porta Pia.
«Ha fatto bene ad andarsene da Roma; i suoi inni a Bismarck ed al Kaiser Kœnig, dalla capitale della latinità sarebbero stati doppiamente sacrileghi.
«Ilcactusdà il frutto e muore; non si ricostituiscono nuove glorie sulle macerie delle antiche.
«Bibliopolis, la città imaginaria di Charles Nodier, fu distrutta dalle formiche. Le nuove Rome che, ad intervalli di molti secoli, si tentò ricostruire, non furono che opera di demolizione dell’antica, della Roma grande.
«La vedi, la vedi laggiù, la nera rovina?
— Dove? chiese Giuliano facendo riparo agli occhi colla mano.
— Là, fra il Palatino e le alture dell’Esquilino, quasi in direzione di San Giovanni Laterano. L’hai ritrovata?
— Sì! sì! Una massa nerastra, la distinguo benissimo... Il Colosseo!
— Appunto... L’anfiteatro Flavio, cementato dal sangue di migliaja di martiri cristiani, i nihilisti diRoma imperiale; ebbene, minato da ottanta generazioni, da cento rivoluzioni, condannato ad immondezzajo, fortezza smantellata e saccheggiata dai barbari, tempestata dal piombo delle artiglierie medioevali, secolare cava di travertino, è più solido, più grandioso ed imponente del Vaticano e del San Pietro insieme.
«Lo scheletro imperituro di Roma antica... Imperituro, ma scheletro... un fossile! Il genio della rinascenza italiana si smussò in Roma, patria del barocco, infelice tentativo di rivolta contro la severa architettura antica. Nessuno disconosce Bernini; troppo fedele interprete del pensiero del papato, geloso di grandezze inarrivabili, l’artista esimio ha continuata l’opera fatale dei barbari e dei Barberini, accomunando nella distruzione le antichità romane alle medioevali. Ciò che non osò il sommo Michelangelo, l’artista divino, egli l’ha osato. La critica gli sia leggiera, esso pure vittima della fatalità storica, formica demolitrice della grande Bibliopolis.
«Che dire ora dell’arte piemontese, la quale ai capilavori di Bramante e di Michelangelo, ai palazzi della Cancelleria e Farnese, per affermare la intangibilità sabauda in Roma, oppose il palazzo delle Finanze, e ricostrusse, sconciando, o sovrapponendosi alle preziose rovine, rovine nuove sulle antiche, la terza Roma, coi criteri degli architetti di Montecarlo e di Aix-Les-Bains?
«Ove fallì Michelangelo, il quale di grande in Campidoglio lasciò soltanto ciò che non era suo, la statua di Marco Aurelio, potevano trionfare gli architetti di Quintino Sella e di Agostino Depretis? No! Roma antica fu troppo grande, troppo grandiosa la Roma de’ papi, perchè la Corte di Torino potesse accettarne l’eredità.
— La Corte... la Corte di Torino, è l’Italia ch’entrò in Roma per la breccia di Porta Pia! sclamò Giuliano impazientito.
— Te lo concedo... Ma, ti pare che il nuovo piccolo popolo possa gareggiare colle schiaccianti memorie?
«L’Italia in Roma è il Capitan Fracassa di Gautier nel castello diroccato degli avi.
«E poi, troppe rovine da abbattere a nostra volta, millenarie anch’esse, solide esse pure quanto il travertino del Colosseo, rovine, ostacoli, dei quali l’Italia nuova non si rese conto. Quanti miliardi di formiche, quanti secoli per demolirle nel mondo intiero?
«E quale nuova divinità opporrete alla divinità imperante?
«Quale il mito che sorgerà dalla crisi celeste sugli altari abbattuti?
«Perchè gli uomini sono così fatti: eternamente in rivolta, non sanno vivere senza padroni in terra, senza miti nelle nuvole.
— lo non ti riconosco più! sclamò Giuliano scandalizzato. Ragioni come l’arciprete di Miralto, che sostiene l’immortalità della Chiesa.
Ruggeri sorrise e mescendo nel bicchiere dell’amico:
— Bevi di questo Frascati! Moderatamente, perchè ubriaca, come la gloria ed i ricordi delle grandezze romane. Quando per qualche anno ne avrai bevuto, con moderazione, di questo vino eccellente, senza avvedertene avrai cambiato di idee.
«Io non ho mutato di principî, ho soltanto perduto molte illusioni.
«La Chiesa non è più eterna di ogni altra instituzione umana; ma, duttile, malleabile come cera, ha la facoltà di trasformarsi a seconda delle esigenze dei tempi. L’avvenire è della democrazia; ebbene, la Chiesa precede le rivoluzioni sociali e lancia il verbo socialista.
«Finchè aveva il poter temporale da salvaguardare, materialmente debole, il vice Dio era il servo umilissimodei monarchi; oggi sono i sovrani che ne invocano l’appoggio. La repubblica moderata in Francia gli deve in gran parte l’ultima vittoria elettorale contro i partiti monarchici.
«Il giorno nel quale, in Italia, la Chiesa volesse decisamente partecipare alle lotte politiche, mezzo il Parlamento sarebbe composto di clericali... Non le gioverebbe però, perchè una reazione sarebbe inevitabile. Preferisce minare lentamente i nostri ordinamenti politici, lasciando che gli errori, le colpe dell’Italia officiale facciano il resto.
— Dunque tu credi che Roma ritornerà ai pontefici?
— E chi ti ha detto ciò? Credi tu che vi siano tre matti in Vaticano, i quali vagheggino seriamente il ristabilimento del potere temporale?
«Ci pensi? Le ferrovie, i telegrafi, i telefoni, il giornalismo, un esercito di mercenarî con tutti i terribili e rovinosi progressi delle nuove armi, dei nuovi ordinamenti militari, i regolamenti sull’igiene e sulla prostituzione, l’anarchismo da combattere... Sarebbe il suicidio. Roma ritornerebbe ludibrio, come già lo fu, prima del 1870, quando in piena Europa civile vedevi come a Costantinopoli i cani vaganti cibarsi delle immondezze deposte dagli abitanti sulle porte, in attesa della prolunga del treno militare per portarle al Testaccio o buttarle ne’ pubblici immondezzaî, che ad onore e gloria della teocrazia ingemmavano le strade della Città Eterna, dai nomi pomposi di eroi e cesari, di papi più o meno gloriosi, di dogmi cattolici, di santi e perfino della santissima Trinità. Il poter temporale è ben morto, come i comuni medioevali, come le repubbliche italiane, già sì fiorenti e gloriose. Tanto varrebbe voler tentar un ritorno al feudalismo in Francia.
Giuliano scoteva il capo per diniegare, pur non avendo ragioni da opporre.
— Anacronismo, continuava Ruggeri; il poter temporale era ben morto prima di morire. Non così il papato, dalle guarentigie riconosciuto sovrano. E due re in Roma sono incompatibili. Se Costantino abbandonò le sponde del Tevere per quelle del Bosforo, gli è che la convivenza col vescovo di Roma era divenuta impossibile.
Giuliano sorrise esclamando:
— Via! via! tu esageri, e per provare la tua tesi, rifai la storia a modo tuo.
— A modo mio? Non ti basta l’autorità di Dante? La chiesa greca non invase mai il potere civile; vi furono dei patriarchi ribelli, eccezioni rarissime; ma il patriarcato bisantino riconobbe sempre incontrastata la supremazia imperiale. La chiesa latina, no; sempre in lotta col potere civile, vicariato divino, si reputa superiore ad ogni istituzione umana. Sudditi i sovrani cattolici; eretici ribelli gli altri, coi quali tratta per necessità di esistenza.
«Bismarck, il quale diè l’ultimo crollo al potere temporale, da Berlino ebbe paura del Vaticano, ed il giovane Guglielmo riparò il primo sgarbo fanciullesco con una seconda visita umilmente sollecitata... solennemente, ma meno cordialmente accolto di Severine.
«Carlo Magno, risuscitando una larva dell’antico impero, fece abbandono di Roma, affidando ai pontefici ed al tempo il compito di distruggere monumenti e memorie, la cui grandezza lo umiliava, lo impauriva. Costantino fuggì, Carlo Magno abdicò.
«Chi avrebbe potuto credere che la bufera della rivoluzione francese e delle conquiste imperiali, scatenatasi non solo contro il cattolicismo, ma contro il papato,contro il pontefice prigioniero, contro Roma, ridotta provincia imperiale, sarebbe passata rafforzando la fede degli illusi credenti?
«Ciò che Carlo Magno non aveva osato, osò Napoleone, ed il titolo di Re di Roma imposto al figlio si converse in una tragica, pietosa ironia.
«Trentatrè anni dopo, le bajonette francesi ristabilivano sul trono del mondo il pontefice, fuggiasco a Gaeta.
«Bizzarre fatalità storiche!
«Se gli enciclopedisti del secolo XVIII potessero far capolino dai loro sepolcri, sarebbero ben poco lusingati dall’effetto della loro opera demolitrice.
«Voltaire vedrebbe i monumenti a Giovanna d’Arco; Diderot, d’Alambert, l’Europa ancor più credente.
«Che possono fare gli uomini politici, in presenza di tale inconcepibile fenomeno?
«La scienza negatrice cammina a passi di gigante; ma lo scetticismo scientifico non tocca le masse, credenti per tradizione, per atavismo... per istinto, per bisogno.
«Il soprannaturale ha sempre esercitato un fascino irresistibile sulle menti umane, anche illuminate. Vi sono scienziati atei, superstiziosi come donnicciuole, credenti nella jettatura, nei talismani, nellemascottes, nella trasmissione del pensiero, nello spiritismo...
Ruggeri si arrestò come sorpreso da un pensiero intimo, che lo avesse distratto dalle sue dimostrazioni.
Stette muto un istante, col capo appoggiato fra le mani, in preda ad una meditazione dolorosa. Giuliano, avvezzo alle stravaganze dell’amico, ne rispettò il silenzio.
— Suvvia, Giuliano, riprese Ettore, ancora una goccia di questo Frascati, dal colore dell’ambra... Siamo pur pazzi, noi, a perdere il nostro tempo nello scrutare l’avvenire.
«Vedi laggiù, lungo il Tevere, fra il ponte della Lungara ed il ponte Sisto?
— Il palazzo Farnese?
— No. Più oltre. Si distingue appena, coperto in parte della mole del Farnese; è il palazzo Spada.
«Nell’atrio superiore vi è la statua di Pompeo ai cui piedi fu trafitto Cesare. Severa nella sua nudità, è gigantesca in confronto del piccolo mondo ch’essa regge nella mano sinistra. Simbolo della potenza romana, che ne rimane ora?... Poche rovine mutilate!
«Sai come si chiama la strada che abbiamo percorsa per recarci qui e rifaremo tra poco?Via trionfale!niente meno! Quale irrisione! Nell’abbandono in cui è lasciata, presto non sarà neppur più fiancheggiata dai radi alberi, non mai sostituiti.
«Certo, se è caduto l’impero romano, se dopo sei secoli di lotte gloriose è caduta Bisanzio, anche il papato dovrà cadere, ed il cattolicismo finirà, come tutto deve finire. Ma, quando?
«Quante dinastie, quanti imperi si saranno spenti, quanti cataclismi politici e sociali saranno avvenuti? Avverandosi anche la profezia di Napoleone I, di un’Europa cosacca, credi tu che la fede dei trecento milioni di cattolici muterebbe?
«Ti ripeto, la lotta dell’Italia contro il papato è ineguale; noi siamo a disagio in Roma, e lo sfacelo dei nostri ordinamenti è in gran parte prodotto dalla convivenza delle due sovranità incompatibili.
«Abbiamo risanata l’aria coi lavori del Tevere, colle bonifiche dell’Agro, coi nuovi infelici edifizî; ma la Roma papale è deleteria per tutti i poteri civili. Roma papale uccide la monarchia. La malaria ci appesta.
«Il papato coll’Italia può forse conciliarsi; colla dinastia, finchè sventolerà la croce sabauda dal palazzoapostolico del Quirinale, impossibile. Il non possumus di Pio IX è di granito.
— Io non mi ci raccapezzo, sclamò Giuliano. A quale conclusione vuoi venire? Anche tu vorresti abbandonare questa bella, gloriosa Roma?
— E chi ti ha mai detto ciò? Abbandonarla! Quasi che Roma fosse un galleggiante, che il Tevere potesse trasportare in pieno mare. Roma è Italia, è il cuore d’Italia e nessuno la porterà via.
«Noi, giacobini per atavismo, non sappiamo far distinzione fra Stato e Patria. Una confusione sacrilega fra Patria e Governo.
«Prima del 1866 non appartenevano alla grande patria germanica, Amburgo, Brema, Lubecca, Francoforte? Città libere, non erano meno tedesche e patriottiche di oggi, unità integranti dell’impero accentratore. Città libere, ma per ciò la confederazione germanica non rinunziava a garantirsi della loro fedeltà al patto federale, ed a garantire la loro difesa. Chi ti dice di abbandonare Roma al papa? Cosmopolis è destinata ad una nuova grande missione: inevitabilmente, la capitale morale della lontana, ma inevitabile confederazione latina. Dammi una Italia federativa, come ormai, dopo tante delusioni, la sognano, la vagheggiano gli statisti illuminati, e la città libera di Roma non sarà più ostacolo e pericolo.
Giuliano trasecolava, convincendosi sempre più che l’amico suo era impazzito.
— Come, tu, garibaldino, che a Mentana hai combattuto al grido di «Roma o Morte!» parli in questo modo?
— E quale incoerenza fra ciò che ho fatto e ciò che dico? Roma cesserà forse di essere la Roma vagheggiata da Garibaldi, solo perchè il Parlamento federalerisiederà nel palazzo della Signoria a Firenze, invece che a Montecitorio? Roma, sede dei grandi controlli federali, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cassazione, sarà meno italiana? L’Università romana sarà meno frequentata, ed il potere civile sarà meno forte, non avendo più inciampi di ibride concessioni, come le guarentigie, contratto unilaterale, disconosciuto dal papato; ma legge per noi, che, volendolo imporre, ce lo siamo imposto? Sarà meno fervido il senso di orgoglio e di affetto dell’intiera Italia per la grande madre comune, solo perchè in Roma avremo ventimila burocratici di meno, ed i vescovi di Roma non avranno più il pretesto di atteggiarsi a prigionieri?
«Nuova York è menomata nella sua influenza nel nord degli Stati Uniti, perchè il Parlamento e gli uffici risiedono a Washington?
«Allorchè Thiers portò la Camera a Versailles, Parigi cessava di essere Parigi?
«Vuoi che lo dica, lo sproposito? soggiunse Ettore dopo breve pausa. Non avrei forse il coraggio di proclamarlo pubblicamente; ma le verità sono verità, anche quando non vogliamo sentircele dire.
Ed abbassando la voce, quasi temesse di essere ascoltato da un terzo invisibile:
— Io temo assai, disse, che Roma cesserebbe di essere Roma, il giorno che il papa se ne andasse.
Giuliano scattò come per l’impressione di una puntura.
— Tu! tu, un mangiapreti, parli in tal modo?
— Mangiapreti, dal più al meno... lo sono pur sempre. Ma, a forza di mangiarne, ho finito con una indigestione
«La constatazione di un fatto, deplorevole se vuoi, è indipendente dalle mie convinzioni... Pure, le cose stanno come te le dico.
«Tutto il mondo civile sfila per Roma: chi s’accorge del Quirinale? Il grande zimbello è il cupolone di San Pietro, lo spegnitojo, e in fin d’anno il papa ha benedetto più visitatori, che non abbiano passato in rassegna soldati i monarchi della triplice alleanza. Togli il papa, e dopo tante liquidazioni possiamo chiudere la bottega d’antiquarî che c’è rimasta.
— Tu scherzi, Ruggeri...
— Non ischerzo... Roma sabauda è appena tollerata dal mondo cattolico. Le ambasciate estere accreditate presso il Quirinale, quasi vergognose, non espongono gli stemmi dei loro governi. Gli stemmi sono privilegio riservato alle ambasciate presso il papa.
— È possibile? sclamò Giuliano.
— Non so se sia possibile, ma è vero. A Roma nulla di più vero dell’impossibile. E sì, caro Giuliano, che dell’acqua n’è passata sotto i ponti del Tevere, dal 1870.
«I principi cattolici non osano venire in Roma a rendere la visita ai re d’Italia, e la stessa regina d’Inghilterra, eretica, si fa visitare a Firenze.
«Credilo a me: due sovrani in Roma sono come due galli in un pollajo. Uno, per lo meno, è di troppo. Come puoi credere durevole la biarchìa giapponese in Roma, se anche nel Giappone ha messo capo alla guerra civile ed alla rivoluzione?
«Con tutto ciò, se vi ha Stato servile alle pretese clericali, sempre più esigenti, è il nostro.
«Tale disagio, tali incompatibilità sono in gran parte origine dello sfacelo morale e materiale che dalle pubbliche amministrazioni della capitale si comunica, direi si irradia, se il verbo non fosse a sproposito, per tutta Italia.
«Malaria! soggiunse Ruggeri, dopo breve pausa... Malaria! ripetè con gesto teatralmente solenne, girandole braccia aperte, come per indicare ogni cosa, cielo, terra, il mare, sfolgorante da lungi ai raggi solari, come lamina di acciajo brunito.
«Malaria!
«Ed ora che, come era mio dovere, ti ho presentato alla vecchia nonna, della quale sei e sarai ospite nella qualità di legislatore, scendiamo per la via Trionfale e passiamo il Tevere. Più copioso d’acque del Rubicone; ma, d’acque torbide; torbide come le due politiche delle due Corti, nel torbido pescatori tutti, più o meno.
«Giuliano! Ancora una goccia del biondo Frascati, una sigaretta, e poi trionferemo. Il caffè lo berremo all’Aragno, l’anticamera di Montecitorio e di tutti i ministeri.
«Vi si fa della politica per dodici ore filate, dal tocco alla una dopo mezzanotte. È il caravanserraglio di Roma giornalistica, parlamentare e burocratica.
«Poi andremo a Montecitorio, ove ti sarò guida e donno meglio di Virgilio a Dante.
«E sì che le bolgie di Montecitorio sono ben più intricate di quelle dell’inferno dantesco.
Giuliano sorrise.
— Un inferno aggradevole, a quel che sembra, se tu che non vi sei costretto, vi passi le tue giornate.
— Oh, per questo sì. In Roma la condizione di ex onorevole, volontario, è la più invidiabile. Non le mille cure, le bizze, le ire, i dispiaceri, le seccature, le delusioni, ed anche i rimorsi, qualche volta, per chi ha coscienza, del deputato in carica; ma il diritto di frequentare le sale di Montecitorio... Il più grandiosoclubdel mondo, senza le tentazioni ed i pericoli del gioco.
«Una biblioteca modello, tutte le riviste, migliaja di giornali,comfortinglese, la relazione, se vuoi, delle celebrità della scienza, delle lettere, per eccezione mandatedal suffragio alla Camera, insieme alle notabilità politiche. Con tutto ciò, libertà assoluta, tale che in mezzo a quella folla appassionata, tumultuosa, puoi trovare la più completa solitudine. Come circolo, Montecitorio è una grande instituzione. Peccato non si possano vagliare i soci. Ahimè! i membri delclubnon si scelgono, bisogna pigliarli come il suffragio ce li manda... E come funzioni il suffragio, ne sai qualche cosa, Giuliano. Tu, soggiunse Ruggeri con espressione di affetto quasi paterno, tu prodotto, vittima forse delle recenti elezioni.
— Come sarebbe a dire? replicò Sicuri, sorridente, non sentendosi offeso per il tono affettuoso che aveva condita l’apostrofe poco lusinghiera dell’amico.
— Sarebbe a dire? Che tu, mio povero Giuliano, in quella bolgia, mi fai l’effetto d’un fanciullo caduto nella fossa dei leoni... Speriamo nel miracolo di Daniele.
Cozzati i bicchieri, i due amici si alzarono per avviarsi... Stettero un istante al parapetto del terrazzo a riguardare.
— Il panorama è veramente superbo; ti sono grato, caro Ettore, di avermi condotto qui; ti perdono perfino i paurosi paradossi politici coi quali hai voluto condire la colazione eccellente.
— Paradossi? Sei più giovane di me; è sperabile quindi che mi sopravviverai lungamente... Vedrai che cosa ti serbano la fine di questo secolo ed il principio del futuro...
«Vedi, laggiù a sinistra, laggiù all’estremità dei Prati di Castello? Vedi quel piazzale? Ebbene, è là che il giovane imperatore Guglielmo ed il re d’Italia passarono in rivista un corpo d’esercito... Guglielmo, lusingato dai ricevimenti festosi, entusiasmato dalla purezza del cielo di questa Roma sirena, pigliò sul seriola sua parte di imperatore romano germanico, e da padrone, in casa altrui, precedeva di tutta la lunghezza d’un cavallo il re d’Italia, suo ospite, quasi fosse vassallo.
«Rientrando, si fe’ allestire un trono nella grande sala del palazzo Caffarelli, proprietà germanica al Campidoglio, per darsi l’illusione di imperare anche in casa nostra.
«Il giorno seguente, terminato il torneo eseguito a Villa Borghese... La vedi, là, dietro il Pincio... Segui la direzione di Porta del Popolo...
— Sì! sì! la distinguo.
— Nel fitto degli alberi vi ha un circo, chiamato Piazza di Siena. È là che si celebrò il torneo, esumazione della gloria di Casa Savoja; i conti Rossi e Verdi tornearono per due ore davanti l’ospito imperiale.
«A torneo finito, si organizzarono in corteo al seguito dell’imperatore, il quale dovette credere per un momento di essere ritornato ai tempi di Federigo Barbarossa... Ma, papa Alessandro era risorto nella persona di Leone, che nicchiava dai terrazzi del Vaticano. In quell’ora tutta la democrazia europea non era con i torneanti ed i trionfatori per il Corso... Un ritorno in ispirito alla lega lombarda.
— Quali esagerazioni!
— Esagerazioni, lo ammetto, perchè i tempi sono mutati. Ma, se la prima parte della profezia di Heine si è realizzata colle vittorie germaniche e la ricostituzione dell’impero, la realizzazione della seconda parte, il suo sfacelo, è in preparazione. Cieco chi non vede... Che dire poi della cecità dei sovrani, della insipienza dei loro consiglieri, i quali, nella città de’ Camilli, de’ Marcelli, de’ Fabî, de’ Scipioni, de’ Pompei, de’ Cesari, ti esumano le gesta dei conti di Moriana, per far comprendere agli alleati che Italia è un Piemonte ingrandito,e Roma un feudo come il marchesato del Monferrato?
«L’apoteosi del Conte Rosso in Roma! Per lo meno umoristica!
***
I due commensali scesi per le scale e scalette serpeggianti nelle viscere del ristorante Belvedere, saliti in botte, si avviarono, per la via Trionfale, verso Roma.
Il cocchiere, messo di buon umore dalle abbondanti libazioni, le sfogava frustando e costringendo il povero bucefalo ad una corsa sfrenata.
I due amici erano ricaduti nel silenzio.