CAPITOLO VIII.Da Roma a Miralto.

CAPITOLO VIII.Da Roma a Miralto.

Giuliano rincasava al tocco dopo mezzanotte. Era affranto dalla giornata faticosissima.

Dopo l’asciolvere di Belvedere, l’ingresso a Montecitorio, le formalità burocratiche per il suo riconoscimento ufficiale, e finalmente, senza la scorta di Ruggeri, amatissimo, ma importuno, per le sue contraddizioni, le eccentricità, il fare tutorio assunto, un banchetto improvvisato alRistorante delle Venete, fra deputati antichi e novellini, di ogni età, di partiti diversi e diverso provincie, contestati o no, ed anche di qualche candidato non proclamato, corso a Roma per protestare contro la proclamazione del competitore; la nota funebre fra gli evviva della vittoria; i morti e feriti rimasti sul campo di battaglia!

Morti ribelli, invocanti dalla futura giunta il miracolo della risurrezione; feriti incurabili, fidenti nella guarigione. La giunta delle elezioni, la Madonna di Lourdes parlamentare.

Conforto per Giuliano ilsocios habere penantes, anzi, il trovarsi in condizioni migliori di altri antichi parlamentari, i quali, non proclamati eletti dall’assemblea dei presidenti de’ seggi elettorali, erano condannati al limbo degli ambulatorî della Camera, in attesa d’un problematico annullamento e nell’incertezza dell’esito d’una seconda prova alle urne.

Dei novellini, Giuliano ebbe le più cortesi accoglienze. Appena trent’anni, il più giovane degli eletti, la persona gentile, la simpatia inspirata dallo sguardo azzurro, dalla dolcezza quasi infantile, l’eleganza innata, l’abbigliamento inappuntabile senza pretensioni al dandinismo, il titolo autentico di conte e la fama di milionario, lo ponevano in una situazione eccezionalmente fortunata, tutte le cordialità furono per lui, anche quelle de’ pezzi grossi, più ritrosi e sdegnosi; nella gerarchia parlamentare, colonnelli e generali, che deducono la loro importanza, il loro grado, dal numero delle medaglie commemorative ciondolanti pesantemente dalle massiccie catene d’orologio, come il mazzo di chiavi dallachâtelained’una vecchia marchesa, feudataria massaja, delle commedie di Scribe.

È dei parlamentari come del vino: acquistano valore dal tempo, dal numero delle legislature; la loro importanza è classificata dall’anno della prima elezione, come ilcognacdagli anni di botte.

I pochi superstiti del Parlamento subalpino sono specialmente apprezzati.

Per altro vi sono anche de’ giovani influenti ed ascoltati per il loro ingegno e per la loro abilità nell’intrigo; ma, essi rappresentano, fra i vecchi marescialli, gli ufficiali di stato maggiore, gli ajutanti di campo; quelli della maggioranza, in attesa della promozione a sottosegretarî di Stato; quelli delle opposizioni e sottocapigruppo, spesso assai più prossimi dei loro avversarî ministeriali al bastone di maresciallo, il portafogli. È facile a comprendersi; i primi, già acquisiti al potere, del quale godono giornalmente i piccoli favori, non occorre comprarli, dirò meglio, convertirli, coi favori grossi.

Tutte le strade menano a Roma, e nella Camera anchei sentieri topograficamente più opposti, le scorciatoje più disastrose possono condurre al banco dei ministri.

La coerenza non è ingrediente necessario alla composizione degli uomini di Stato... Viceversa, ai convinti, agli ostinati, raramente la fortuna sorride; si premiano le transazioni, non la fermezza nelle convinzioni.

La qualità di legalitario, vale a dire di disponibile, non nuoceva a Giuliano, lusingato fino all’entusiasmo dalle liete accoglienze.

— Do già del tu a mezza Camera! pensò con soddisfazione infinita, lasciandosi cadere nella soffice poltrona del salotto numero 11, mentre il cameriere accendeva la lampada.

Alla Camera italiana vi è fra deputati la democratica abitudine, non so se invalsa per un residuo di tradizione latina, o se ereditata dalla rivoluzione francese, di trattarsi confidenzialmente alla seconda persona singolare, senza tener conto delle differenze d’importanza parlamentare, di posizione sociale o d’età. I meridionali abbandonarono il voi spagnuolo e latinamente situteggianocome gli antichi quiriti.

I La terza persona, l’ellaed illeitoscano, non servono che nelle discussioni pubbliche nell’aula.

Giuliano non aveva indagato le origini di tale consuetudine, ma inorgogliva della confidenziale intimità accordatagli da celebrità, che la distanza non aveva impicciolite e da Miralto gli eran sembrate imponenti. Il duca d’Ermida, il gran capo della Destra e gran signore, per giunta, presidente del consiglio spodestato, ma indicato per le prossime combinazioni, non solo gli aveva promesso d’occuparsi della sua elezione; lo aveva anche invitato alle serate intime... non politiche.

Si capisce, un neofita legalitario non avrebbe potuto accedere al tempio della Destra pura, nei giorni di solennità. Era già altissimo onore il poter fare capolino nella sagrestia.

E Giuliano vaneggiava, richiamato soltanto alla realtà dalle lettere, dai giornali che ingombravano il tavolino. Tutta la posta della giornata, la corrispondenza intima da Miralto, che per espresso suo desiderio non gli era stata spedita alla Camera.

Due lettere voluminosissime della sua Adele; alla soprascritta di una terza riconobbe la calligrafia del sottoprefetto; i giornali eran pure di Miralto.

La fisionomia di Giuliano si abbujò e, mentre il cameriere, presso la porta, in rispettoso atteggiamento di attesa sollecitava le disposizioni per il mattino seguente, fatto un pacchetto dei giornali li gettò sul canapè, dicendo a voce alta, credendosi solo:

— Non voglio amareggiarmi; li leggerò domani.

Prese le lettere della sua Adele, e baciandole mormorò:

— Poverina! Due in un giorno! A te risponderò subito.

Il cameriere tossì, per non rimanere più a lungo inavvertito.

— Ah! siete là? Tanto meglio! Portatemi del caffè e del cognac.

Solo, aperse delle due lettere la prima capitatagli, la lesse con compiacenza infinita... A volta un sorriso, un sospiro, e la lettura continuava non senza difficoltà, essendo i fogli, non numerati, coperti di caratterini fitti, tracciati in tutti i sensi ad inferriata.

A lettura finita, nella pupilla di Giuliano brillava una lacrima, una lacrima di tenerezza, una goccia vivificante di rugiada.

Lesse rapidamente anche la seconda, più breve; la rilesse commosso.

Al cameriere che entrava col vassojo:

— Domattina, inutile svegliarmi... Troverete sul tavolo una lettera ed un telegramma; bisognerà spedirli subito... Presto, chè la lettera possa partire col primo treno. Per il caffè chiamerò io.

Il cameriere s’inchinò e sparì discreto come ombra. Giuliano, riletti alcuni brani delle care lettere, sorseggiato il caffè, centellinato il cognac, si dispose a scrivere:

«Adele mia!«Così ti desideravo. Le tue lettere mi rendono felice. Anche tu hai compreso che altri doveri incombono ad ogni cittadino, oltre quelli della famiglia; altro affetto dobbiamo nutrire, del quale l’amore non deve, non può essere geloso... l’amore di patria...»

«Adele mia!

«Così ti desideravo. Le tue lettere mi rendono felice. Anche tu hai compreso che altri doveri incombono ad ogni cittadino, oltre quelli della famiglia; altro affetto dobbiamo nutrire, del quale l’amore non deve, non può essere geloso... l’amore di patria...»

Giuliano sostò; punto soddisfatto dell’esordio, lacerò il foglio, mormorando:

— La deputazione mi dà sullo stile. Scrivevo ad Adele un proclama elettorale... La patria c’entra come i cavoli...

Si rimise all’opera:

«Mia cara Adele.»

Stette colla penna sospesa senza scrivere altro; meditava distratto, il pensiero batteva la campagna, i fumi di Montecitorio gli ottenebravano la mente, i personaggi conosciuti nella giornata gli sfilavano innanzi come se riflessi dalla lente d’una lanterna magica; l’invito del duca d’Ermida, le promesse, le cortesie degli uni, i progetti di altri, i brindisi del banchetto...

Quando, una diversione inattesa mutò d’un tratto la corrente de’ suei pensieri.

Poco lungi dall’albergo, in via Torino, le melodie d’una serenata di mandolini e chitarra, accompagnanti il canto un po’ gutturale di un tenorino, delizioso nelle inflessioni delle mezze voci, strazianti per l’accento di profonda, dolce malinconia. Uno stornello che pareva lamento: la distanza ammortiva lo stridulo degli strumenti e l’aria fredda della notte serena vibrava soavemente al canto innamorato.

Giuliano, aperte le imposte, si affacciò per intender meglio. Gemevano discreti i mandolini; il tenore cantava:

Fiore di spino:Più furgida tu sei, più d’una stella,Più candida tu sei d’un girsurmino...

Fiore di spino:Più furgida tu sei, più d’una stella,Più candida tu sei d’un girsurmino...

Fiore di spino:

Più furgida tu sei, più d’una stella,

Più candida tu sei d’un girsurmino...

e nel profondo silenzio notturno, l’eco luminosa dei taciti astri; alle vibrazioni del canto romanesco sposavansi le vibrazioni di luce del cielo stellato. Un bisbiglio di voci sommesse, il rumore di imposte chiuse, i passi lenti de’ serenanti che s’allontanavano. Nel lontano, come ultimo saluto, ancora una nota squillante del tenorino, una nota prolungata d’addio, poi il silenzio.

Il freddo intenso costrinse Giuliano a ritrarsi dalla finestra. Mezzo intirizzito si rimise al tavolo:

«Mia cara Adele,

«Più furgida tu sei, più d’una stella,Più candida tu sei di un girsurmino...»

«Più furgida tu sei, più d’una stella,Più candida tu sei di un girsurmino...»

«Più furgida tu sei, più d’una stella,

Più candida tu sei di un girsurmino...»

Sostò... Una voglia matta di partire per Miralto, un accesso delirante di nostalgia innamorata... Gettò la penna:

— Stanotte impossibile scrivere... Domani!

***

Domani! Domani la politica! Domani l’amore! Misero uomo di stato, il nostro Giuliano!

Accese una candela per ritirarsi nella camera da letto; ebbe un pentimento:

— Almeno un telegramma, poverina!

Scrisse su d’un modulo telegrafico un saluto eloquente, preannunziando per il giorno seguente una lettera-volume, promettendo imminente una gita a Miralto.

Il sonno fu tardo; lo stornello gli martellava il capo, e i sogni furono per la sua Adele adorata, più candida assai di ungirsurmino.

················

Il sottoprefetto quella notte era in ribasso.

***

Il mattino seguente, di buonissima ora, Giuliano, avvolto nella veste da camera, al crepitìo della fiamma avvampante del caminetto, scriveva, compensando il ritardo a rispondere colla lunghezza della lettera, fedele racconto delle sue impressioni, dall’arrivo in Roma.

Roma li....«Adele mia,«Non hai idea del tempo che si perde in questa Roma farraginosa... Appena se jeri trovai modo di scrivere il telegramma, che avrai ricevuto stamani. La mia giornata fu tutta assorbita da mille faccende; ed a sera, rientrando, mi sentivo talmente affaticato che non seppi rispondere alle tue care lettere, le qualimi attendevano da parecchie ore, poste in evidenza dalla mano intelligente del cameriere, sul tavolino, sovrapposte al plico della corrispondenza, lettere, giornali che non ho peranco aperti.«Giornata di emozioni quella di jeri; più lietamente non poteva terminare.«Le tue affettuose resipiscenze mi colmano di gioja. Credi tu che ci ameremo meno a Roma?«Scrivendoti dalle due camerette dell’albergo del Quirinale, ancor sature de’ dolci ricordi del nostro viaggio di nozze, sono convinto del contrario. Scorsero tre anni e mesi, eppure, qui, tutto mi parla di te, del nostro amore. Nulla, nulla è invecchiato, nulla è mutato, come se cento altri viaggiatori non avessero soggiornato dopo di noi in queste camere. Sul tappeto del tavolino, dal quale ti scrivo, scorgo ancora la traccia della goccia d’inchiostro che lasciasti cadere scrivendo la prima lettera alla tua povera mamma; la prima, dopo la nostra partenza da Miralto; lettera a quattro mani, dalla redazione tanto laboriosa, perchè, pur volendo esprimerla, non osavi dir tutta la nostra felicità, temendo ingelosire, offendere la buona donna inconsolabile della tua lontananza... Ricordi? Erano scatti di gioja che traboccavano dalla tua penna, che, riletti, ti facevano arrossire come offesa al tuo pudore, ingratitudini, insulto al di lei dolore.«Quante cancellature e pentimenti e aggiunte in quella brutta copia... E quanti baci! Ricordi?«In Roma ti amerò ancor più. Miralto è uno spegnitojo. La nostra esistenza felice finirebbe per sembrarci monotona. L’eccessiva tranquillità, turbata ora soltanto e momentaneamente dalle agitazioni, dalle polemiche elettorali, col tempo ci parrebbe scipita...«Ci ameremo ancor più! Tu, dolce, diletta suora dicarità, sarai il mio conforto nelle delusioni, che, pur troppo, prevedo grandi; mi sarai consiglio.«La nostra casa sarà l’oasi benedetta, nella quale, nelle stanchezze delle lotte politiche, troverò riposo all’ombra del tuo amore... Qui potremo preparare un avvenire a nostro figlio...«Mi scrivi che a Roma l’idillio sarebbe finito; ebbene, incominceremo il romanzo; un romanzo sereno, tutto amore; non so se sarà un romanzo moderno; ma certamente, per noi, un romanzo felice.«A Roma non passeremo che sei mesi dell’anno; i ritorni a Miralto, dopo le lunghe assenze, ci faran sembrare più bello il nostro piccolo palazzo, tanto piccino in confronto dei mastodonti romani, più amena la veduta dei campi verdi solcati dal limpido fiume, più ridente il nostro giardino... L’idillio riprenderà a dispetto del romanzo...«Ti preoccupi del dispendio... Ma, cara mia, siamo abbastanza ricchi per poterci accordare il lusso del soggiorno in una grande città durante i mesi gelidi dell’orribile inverno di Miralto. D’altronde qui gli affari, onesti s’intende, sono facili e promettenti per chi voglia, colla dovuta prudenza, cercare impiego fruttifero ai proprî capitali... Senza rischî, tu potrai facilmente raddoppiare il reddito della tua dote, ora paurosamente sepolta nei sotterranei della Cassa di risparmio di Milano. Io stesso potrei impiegare meglio, convertendo in altri valori, i titoli di rendita provenienti dall’eredità dello zio Giuseppe. Bisognerà pur rifarci delle spese di questa benedetta elezione, forse a ragione da te osteggiata, ma che ora s’impone inesorabile. Tu stessa ne convieni, retrocedere sarebbe scorno troppo grave.«Così ti volevo, ragionevole di fronte ad un fattocompiuto, ineluttabile; dicono i Francesi:le vin est tiré, il faut le boire.«Ed ora, cara mia, eccomi a dar evasione, come direbbe il sottoprefetto Cerasi, alla pratica che registreremo nella rubricacuriosità.«Tu vuoi saper tutto, non solo le mie azioni, le mie impressioni, perfino i miei pensieri. Dalla buona volontà che metterò nel soddisfare la tua legittima curiosità, dipenderanno, tu dici, le tue decisioni future.«Imaginati con quale ardore mi ci metto, e ti giuro che non solo dirò la verità, ma tutta, tutta la verità. Ora che sei ritornata ragionevole, sarebbe tradimento nasconderti il minimo incidente che può interessarti. Non sei tu la mia alleata? Con te e per te! Questo il mio programma. Ti va?«Impressione per impressione, comincio dalla fine. Di deputati ve ne sono sempre troppi in Roma, il numero nuoce alla loro importanza fuori del sacro recinto della Camera.«L’aggettivo dionorevolea Roma ha tutt’altro valore che in provincia. È moneta erosa e non fu senza sorpresa che vidi deputati e perfino ministri messi dal pubblico a livello della folla.«Democrazia ammirabile, se la disinvoltura colla quale viene accolta la nostra presentazione fosse inspirata ad un sentimento di eguaglianza e non al discredito della carica che copriamo.«Congratulazioni al nuovo giovane eletto a migliaja; pare, da ciò che scrivono i giornali, ch’io sia il più giovane deputato della Camera; congratulazioni al vincitore delle urne contro un radicale sbracato, non al deputato.«I cavalieri, i commendatori pullulano a migliaja in Roma, considerati quanto e più di noi. L’importanteè di avere un qualificativo da far precedere al proprio nome e quello di onorevole non è il più onorato dal pubblico.«Ruggeri ad una mia osservazione in proposito rispose: I funzionarî titolati vengono nominati a vita; i deputati invece sono fenomeni elettorali momentanei. La condizione di deputato è transitoria e fuori della Camera non ha valore che per gli elettori postulanti ai ministeri, ove poi, per compensazione, i commendatori burocratici sono potenze che trattano da pari a pari coi legislatori.«La spiegazione di Ruggeri non mi ha appagato, e non ti nego che il mio amor proprio di neo eletto fu ben poco soddisfatto, accorgendomi che il mio titolo di conte è assai più apprezzato di quello di deputato.«Nemo propheta in Roma!soggiunse Ruggeri, sorridendo allo sfogo della mia onorevolezza delusa.«Bisogna convenire, per altro, che in gran parte i deputati poco fanno per rialzare la dignità della loro carica colle forme esteriori.«Se ne togli un centinajo, più o meno accurati nel vestire, i rimanenti rappresentano troppo fedelmente negli abiti e nei modi gli elettori dell’articolo 100. E in Italia, dice quel matto di Ettore, paese artistico per eccellenza, è l’abito soltanto che fa il monaco. I deputati hanno per sola indennità la libera percorrenza ferroviaria; ve ne sono di poveri, poverissimi, costretti, se onesti, all’esistenza degli infimi travetti. Come vuoi, soggiunge Ruggeri, che la dignità di legislatore sia rispettata nelle taverne romanesche, fra il puzzo dell’aglio e delle fritture coll’olio rancido, dai clienti cenciosi, dalle etere dei trivî?«Si indicano i martiri della miseria legislativa, nobili vittime del loro disinteresse.«Deputati viaggianti ogni notte nei treni diretti per mancanza d’una soffitta ove dormire, onorevoli periodicamente naviganti sui piroscafi postali per potersi tratto tratto sfamare alla lauta mensa della Società di navigazione, che era concessa gratuita agli onorevoli, ora non più.«Ruggeri cita un collega che racimolava i resti di candele alla Camera, per non coricarsi all’oscuro.«La è storia antica, perchè, ormai, i deputati veramente poveri sono eccezioni rarissime; eccezioni ancor più rare, quelli disposti al martirio.«Le condizioni nuove delle lotte elettorali tengono a distanza dalle urne i poveri. Per quei pochi, a ciò che dice Ruggeri, i mezzi di corruzione sono infiniti e difficilmente ponno sottrarvisi; gli adescati finiscono per soccombere le maggioranze si fanno sempre più imponenti.«Vedi, mia dolce Adele, che ti dico tutto. Ma noi, fortunati, non avremo nulla da chiedere, e, passata la crisi della elezione contestata, potrò riprendere intiera la indipendenza, la libertà d’azione.«Ora sono costretto a certi riguardi, non solo per l’avvenire, anche per il passato. Parrebbe ingratitudine nera verso il Governo lo schierarmi oppositore, dopo l’appoggio avuto nella lotta elettorale.«Ho già veduto parecchî ministri, quello dei lavori pubblici; il Grande Elettore, come lo chiamano i giornali avversarî, fu veramente cortese. Per la recente, strepitosa vittoria elettorale, a lui attribuita in gran parte, è onnipotente nel gabinetto.«Mi parlò con interesse del nostro sottoprefetto e convenne che un funzionario sì devoto ed intelligente, atto a rendere tanti servigî, non deve rimanere più a lungo nella oscura situazione nella quale è lasciato datroppi anni. Mi promise di parlarne al presidente del consiglio, ministro dell’interno, al quale sarò presentato oggi da un celebre giornalista, più influente, dicono, degli stessi ministri, presso il quale mi giovò assai la raccomandazione del sottoprefetto.«A proposito, le di lui lettere di presentazione non le recapitai ancor tutte. Il tempo manca, le giornate dovrebbero essere di quarantotto ore; domani mi recherò certamente da monsignor Arrighi e dalla contessa Morin.«Fra tre giorni la grande solennità: l’inaugurazione della legislatura, colle due Camere riunite nell’aula di Montecitorio e tutti i poteri dello Stato.«Il re pronunzierà il discorso inaugurale, presenti tutti i principi colle loro case civili e militari. Lo spettacolo sarà imponente... Ti vorrei qui. Ma i tuoi capricci hanno ritardato la tua venuta in Roma.«Mi metterò in cerca d’un appartamento, e fra poco avrò la gioja di venirti a prendere a Miralto. Vedrai, saremo felici anche qui.«Ho ancora tante cose da dirti; ma l’ora incalza.... Sono aspettato dal mio presentatore presso il presidente del Consiglio... E poi, non vorrei perdere il corriere... A stasera, adunque, la continuazione di questa lettera, già troppo lunga.«Frattanto, a te mille baci, mille al nostro piccolo Gustavo; alla signorina Stella, coi miei, i saluti di Ruggeri, che me ne incaricò tacitamente, per suggestione, l’originale. Di lui ti scriverò; è ancor più strano; ma, pur sempre affettuoso... Addio! No, arrivederci presto, fra qualche giorno, a Miralto.«Il tuoGiuliano.»

Roma li....

«Adele mia,

«Non hai idea del tempo che si perde in questa Roma farraginosa... Appena se jeri trovai modo di scrivere il telegramma, che avrai ricevuto stamani. La mia giornata fu tutta assorbita da mille faccende; ed a sera, rientrando, mi sentivo talmente affaticato che non seppi rispondere alle tue care lettere, le qualimi attendevano da parecchie ore, poste in evidenza dalla mano intelligente del cameriere, sul tavolino, sovrapposte al plico della corrispondenza, lettere, giornali che non ho peranco aperti.

«Giornata di emozioni quella di jeri; più lietamente non poteva terminare.

«Le tue affettuose resipiscenze mi colmano di gioja. Credi tu che ci ameremo meno a Roma?

«Scrivendoti dalle due camerette dell’albergo del Quirinale, ancor sature de’ dolci ricordi del nostro viaggio di nozze, sono convinto del contrario. Scorsero tre anni e mesi, eppure, qui, tutto mi parla di te, del nostro amore. Nulla, nulla è invecchiato, nulla è mutato, come se cento altri viaggiatori non avessero soggiornato dopo di noi in queste camere. Sul tappeto del tavolino, dal quale ti scrivo, scorgo ancora la traccia della goccia d’inchiostro che lasciasti cadere scrivendo la prima lettera alla tua povera mamma; la prima, dopo la nostra partenza da Miralto; lettera a quattro mani, dalla redazione tanto laboriosa, perchè, pur volendo esprimerla, non osavi dir tutta la nostra felicità, temendo ingelosire, offendere la buona donna inconsolabile della tua lontananza... Ricordi? Erano scatti di gioja che traboccavano dalla tua penna, che, riletti, ti facevano arrossire come offesa al tuo pudore, ingratitudini, insulto al di lei dolore.

«Quante cancellature e pentimenti e aggiunte in quella brutta copia... E quanti baci! Ricordi?

«In Roma ti amerò ancor più. Miralto è uno spegnitojo. La nostra esistenza felice finirebbe per sembrarci monotona. L’eccessiva tranquillità, turbata ora soltanto e momentaneamente dalle agitazioni, dalle polemiche elettorali, col tempo ci parrebbe scipita...

«Ci ameremo ancor più! Tu, dolce, diletta suora dicarità, sarai il mio conforto nelle delusioni, che, pur troppo, prevedo grandi; mi sarai consiglio.

«La nostra casa sarà l’oasi benedetta, nella quale, nelle stanchezze delle lotte politiche, troverò riposo all’ombra del tuo amore... Qui potremo preparare un avvenire a nostro figlio...

«Mi scrivi che a Roma l’idillio sarebbe finito; ebbene, incominceremo il romanzo; un romanzo sereno, tutto amore; non so se sarà un romanzo moderno; ma certamente, per noi, un romanzo felice.

«A Roma non passeremo che sei mesi dell’anno; i ritorni a Miralto, dopo le lunghe assenze, ci faran sembrare più bello il nostro piccolo palazzo, tanto piccino in confronto dei mastodonti romani, più amena la veduta dei campi verdi solcati dal limpido fiume, più ridente il nostro giardino... L’idillio riprenderà a dispetto del romanzo...

«Ti preoccupi del dispendio... Ma, cara mia, siamo abbastanza ricchi per poterci accordare il lusso del soggiorno in una grande città durante i mesi gelidi dell’orribile inverno di Miralto. D’altronde qui gli affari, onesti s’intende, sono facili e promettenti per chi voglia, colla dovuta prudenza, cercare impiego fruttifero ai proprî capitali... Senza rischî, tu potrai facilmente raddoppiare il reddito della tua dote, ora paurosamente sepolta nei sotterranei della Cassa di risparmio di Milano. Io stesso potrei impiegare meglio, convertendo in altri valori, i titoli di rendita provenienti dall’eredità dello zio Giuseppe. Bisognerà pur rifarci delle spese di questa benedetta elezione, forse a ragione da te osteggiata, ma che ora s’impone inesorabile. Tu stessa ne convieni, retrocedere sarebbe scorno troppo grave.

«Così ti volevo, ragionevole di fronte ad un fattocompiuto, ineluttabile; dicono i Francesi:le vin est tiré, il faut le boire.

«Ed ora, cara mia, eccomi a dar evasione, come direbbe il sottoprefetto Cerasi, alla pratica che registreremo nella rubricacuriosità.

«Tu vuoi saper tutto, non solo le mie azioni, le mie impressioni, perfino i miei pensieri. Dalla buona volontà che metterò nel soddisfare la tua legittima curiosità, dipenderanno, tu dici, le tue decisioni future.

«Imaginati con quale ardore mi ci metto, e ti giuro che non solo dirò la verità, ma tutta, tutta la verità. Ora che sei ritornata ragionevole, sarebbe tradimento nasconderti il minimo incidente che può interessarti. Non sei tu la mia alleata? Con te e per te! Questo il mio programma. Ti va?

«Impressione per impressione, comincio dalla fine. Di deputati ve ne sono sempre troppi in Roma, il numero nuoce alla loro importanza fuori del sacro recinto della Camera.

«L’aggettivo dionorevolea Roma ha tutt’altro valore che in provincia. È moneta erosa e non fu senza sorpresa che vidi deputati e perfino ministri messi dal pubblico a livello della folla.

«Democrazia ammirabile, se la disinvoltura colla quale viene accolta la nostra presentazione fosse inspirata ad un sentimento di eguaglianza e non al discredito della carica che copriamo.

«Congratulazioni al nuovo giovane eletto a migliaja; pare, da ciò che scrivono i giornali, ch’io sia il più giovane deputato della Camera; congratulazioni al vincitore delle urne contro un radicale sbracato, non al deputato.

«I cavalieri, i commendatori pullulano a migliaja in Roma, considerati quanto e più di noi. L’importanteè di avere un qualificativo da far precedere al proprio nome e quello di onorevole non è il più onorato dal pubblico.

«Ruggeri ad una mia osservazione in proposito rispose: I funzionarî titolati vengono nominati a vita; i deputati invece sono fenomeni elettorali momentanei. La condizione di deputato è transitoria e fuori della Camera non ha valore che per gli elettori postulanti ai ministeri, ove poi, per compensazione, i commendatori burocratici sono potenze che trattano da pari a pari coi legislatori.

«La spiegazione di Ruggeri non mi ha appagato, e non ti nego che il mio amor proprio di neo eletto fu ben poco soddisfatto, accorgendomi che il mio titolo di conte è assai più apprezzato di quello di deputato.

«Nemo propheta in Roma!soggiunse Ruggeri, sorridendo allo sfogo della mia onorevolezza delusa.

«Bisogna convenire, per altro, che in gran parte i deputati poco fanno per rialzare la dignità della loro carica colle forme esteriori.

«Se ne togli un centinajo, più o meno accurati nel vestire, i rimanenti rappresentano troppo fedelmente negli abiti e nei modi gli elettori dell’articolo 100. E in Italia, dice quel matto di Ettore, paese artistico per eccellenza, è l’abito soltanto che fa il monaco. I deputati hanno per sola indennità la libera percorrenza ferroviaria; ve ne sono di poveri, poverissimi, costretti, se onesti, all’esistenza degli infimi travetti. Come vuoi, soggiunge Ruggeri, che la dignità di legislatore sia rispettata nelle taverne romanesche, fra il puzzo dell’aglio e delle fritture coll’olio rancido, dai clienti cenciosi, dalle etere dei trivî?

«Si indicano i martiri della miseria legislativa, nobili vittime del loro disinteresse.

«Deputati viaggianti ogni notte nei treni diretti per mancanza d’una soffitta ove dormire, onorevoli periodicamente naviganti sui piroscafi postali per potersi tratto tratto sfamare alla lauta mensa della Società di navigazione, che era concessa gratuita agli onorevoli, ora non più.

«Ruggeri cita un collega che racimolava i resti di candele alla Camera, per non coricarsi all’oscuro.

«La è storia antica, perchè, ormai, i deputati veramente poveri sono eccezioni rarissime; eccezioni ancor più rare, quelli disposti al martirio.

«Le condizioni nuove delle lotte elettorali tengono a distanza dalle urne i poveri. Per quei pochi, a ciò che dice Ruggeri, i mezzi di corruzione sono infiniti e difficilmente ponno sottrarvisi; gli adescati finiscono per soccombere le maggioranze si fanno sempre più imponenti.

«Vedi, mia dolce Adele, che ti dico tutto. Ma noi, fortunati, non avremo nulla da chiedere, e, passata la crisi della elezione contestata, potrò riprendere intiera la indipendenza, la libertà d’azione.

«Ora sono costretto a certi riguardi, non solo per l’avvenire, anche per il passato. Parrebbe ingratitudine nera verso il Governo lo schierarmi oppositore, dopo l’appoggio avuto nella lotta elettorale.

«Ho già veduto parecchî ministri, quello dei lavori pubblici; il Grande Elettore, come lo chiamano i giornali avversarî, fu veramente cortese. Per la recente, strepitosa vittoria elettorale, a lui attribuita in gran parte, è onnipotente nel gabinetto.

«Mi parlò con interesse del nostro sottoprefetto e convenne che un funzionario sì devoto ed intelligente, atto a rendere tanti servigî, non deve rimanere più a lungo nella oscura situazione nella quale è lasciato datroppi anni. Mi promise di parlarne al presidente del consiglio, ministro dell’interno, al quale sarò presentato oggi da un celebre giornalista, più influente, dicono, degli stessi ministri, presso il quale mi giovò assai la raccomandazione del sottoprefetto.

«A proposito, le di lui lettere di presentazione non le recapitai ancor tutte. Il tempo manca, le giornate dovrebbero essere di quarantotto ore; domani mi recherò certamente da monsignor Arrighi e dalla contessa Morin.

«Fra tre giorni la grande solennità: l’inaugurazione della legislatura, colle due Camere riunite nell’aula di Montecitorio e tutti i poteri dello Stato.

«Il re pronunzierà il discorso inaugurale, presenti tutti i principi colle loro case civili e militari. Lo spettacolo sarà imponente... Ti vorrei qui. Ma i tuoi capricci hanno ritardato la tua venuta in Roma.

«Mi metterò in cerca d’un appartamento, e fra poco avrò la gioja di venirti a prendere a Miralto. Vedrai, saremo felici anche qui.

«Ho ancora tante cose da dirti; ma l’ora incalza.... Sono aspettato dal mio presentatore presso il presidente del Consiglio... E poi, non vorrei perdere il corriere... A stasera, adunque, la continuazione di questa lettera, già troppo lunga.

«Frattanto, a te mille baci, mille al nostro piccolo Gustavo; alla signorina Stella, coi miei, i saluti di Ruggeri, che me ne incaricò tacitamente, per suggestione, l’originale. Di lui ti scriverò; è ancor più strano; ma, pur sempre affettuoso... Addio! No, arrivederci presto, fra qualche giorno, a Miralto.

«Il tuoGiuliano.»

Come il lettore avrà notato, Giuliano scrisse bensì la verità alla sua Adele, ma non tutta la verità. Avevataciuto delle diecimila lire versate in acconto a Ferretti, il cui nome per pudore non aveva osato scrivere.

Ed accennando alle cause del discredito del titolo di onorevole, aveva sorvolato su tutto ciò che gli aveva narrato la mala lingua di Ruggeri; di deputati abbrutiti, scacciati senza formalità dalla Camera; di certo portafogli sparito per opera d’un collega, dalle tasche del soprabito di un deputato; di onorevoli giunti poveri a Montecitorio, in pochi anni milionarî; di debiti strepitosi di alcuni; di quadri spariti da gallerie fidecommissarie, per infedeltà del deputato titolare; di deputati arbitri ne’ litigi del Governo, ricchi e straricchi a forza di benevole transazioni; di medaglie parlamentari ricattate dalla presidenza in luoghi innominabili; di mezzane da trivio diramanti le loro circolari erotiche su carta intestata della Camera; di onorevoli falliti o compromessi neicrackspiù clamorosi; di note associazioni fra deputati ed appaltatori governativi; di ogni specie e notorie scandalose incompatibilità morali e materiali; di affaristi trafficanti da una parte la loro influenza politica, dall’altra il loro voto.

E deputati giornalisti venduti, lautamente impinguati coi fondi segreti, e deputati corruttori, compiacenti mezzani di transazioni politiche dei colleghi, per conto di ogni gabinetto.

— Ti ho detto, aveva soggiunto Ettore al giovane amico, che Montecitorio è ilclubpiù aggradevole del mondo; ma, pur troppo, non si possono, come negli altri circoli, vagliare i membri; bisogna accettarli quali vengono, come il suffragio li manda... Ma se ciò è a danno del prestigio parlamentare, non lo è per i gentiluomini onesti, veramente onorevoli, onestamente esercitanti il loro mandato. Il discredito che colpisce la carica, si muta per essi in un aumento di stima. L’onestà, chedovrebbe essere obbligo per tutti, è merito speciale. Vi è il libro d’oro anche alla Camera e, ad onta delle perenni seduzioni, sono numerosi i migliori di ogni partito che su quel libro dell’aristocrazia dell’onore hanno diritto d’essere inscritti.

Per pudore, Giuliano, non aveva detto tutto alla sposa, alla nuova alleata, come l’aveva chiamata. Costretto dalla riconoscenza, direi, dalla complicità e dalla sua difficile situazione di contestato, a servire un Governo che cominciava a disistimare, si sentiva menomato nella propria stima, e preferì sorvolare.

Spedita immediatamente la lettera, Giuliano accingevasi ad aprire il corriere lasciato intatto la sera precedente, quando la porta del salotto, senza preavviso, si spalancò violentemente.

Giuliano che, seduto al tavolo, volgeva le spalle all’ingresso, balzò alla rumorosa irruzione. Riconoscendo Ettore, pallido, immobile sul limitare, gli corse incontro come per chiedergli ragione di quell’entrata drammatica; ma non formulò parola, presentendo una sventura.

— Non sei ancora partito? chiese severamente Ruggeri.

— Partito? E perchè? Per dove?

— Non hai letto? Non hai ricevuto i giornali di Miralto? Nessuno ti ha telegrafato, ti ha scritto?

— Che è dunque avvenuto? Adele? Mio figlio? In nome di Dio, parla!

E ravvedendosi si slanciò verso il tavolo; afferrato il primo giornale capitatogli sotto mano, febbrilmente ne lacerava la fascia.

Accorse Ruggeri.

— No! Nessuna disgrazia a’ tuoi... Non dovevo allarmarti così! Ma io credevo che tu li avessi letti i giornali... Per ciò mi meravigliavo di vederti qui. Ora sono io che devo chiederti scusa.

— Che è dunque avvenuto? chiese trepidante Giuliano.

— Nulla di irreparabile... Maledetti i nervi... Tutti così voi altri giovani; noi, peggio, siamo violenti... violenti sino alla brutalità, scusami. Dammi quel maledetto giornale; lo leggeremo poi, e ascoltami... Ti dico che nessuna disgrazia è avvenuta ai tuoi... Dammelo, quel libello infame! riprese Ettore, strappando di mano il foglio a Giuliano... Siediti e parliamo con calma. Ne abbiamo il tempo. Ormai, perduto il treno del mattino per l’Alta Italia, non puoi partire che con quello di Firenze, alle tre. Siediti, ti dico, ed ascoltami. Quando partisti da Miralto, sapevi che il giorno seguente vi sarebbe stato un gran pranzo dal sottoprefetto? che tua moglie era invitata colla sua amica, la signorina... la signorina Stella, riprese dopo breve pausa, quasi avesse provato difficoltà a pronunciare il nome della giovinetta.

— Sì, lo sapevo, e non vidi ragione di oppormi. Adele era tanto addolorata per la mia partenza, ch’io fui liete della distrazione che le si offriva; fui io ad insistere.

— E di male non ve n’era infatti. Leggi ora che cosa stampaIl Ventriloquo, il giornale tuo avversario...

«Leggi.

Il breveentrefiletdel foglio diceva così:

Amore e politica.«Gli assenti hanno sempre torto, dice il proverbio, che ha quasi sempre ragione. Da Menelao in poi, i destini dei mariti assenti si ripetono e si rassomigliano. Anche per oggi la rupe Tarpea è molto prossima a... Montecitorio.«Alle lacrime della separazione, succedono troppo spesso e troppo presto i conforti della lontananza, i confortatori non mancano mai.«In un collegio d’Italia, anzi dell’Alta Italia, partitoil nuovo eletto, il personaggio che l’aveva fatto eleggere celebrava con un sontuoso banchetto la vittoria elettorale del Governo. La bellissima Penelope sconsolata era fra gli invitati e vi si recò accompagnata dall’inseparabile amica, unastrofulgidissimo. Essa pure aveva bisogno di distrazioni e conforti, eroina d’un romanzo, che Mascagni potrebbe musicare, essendo il preciso pendant dell’Amico Fritz, salvo lo scioglimento.«Dopo il pranzo, le danze. Euterpe e Tersicore furono sempre le mezzane più pericolose, e sembra abbiano sedotto la bella Penelope, troppo lungamente insensibile ai sospiri dell’azzimato spasimante, fortunato alpinista di pianura, che, dopo tante inutili escursioni sotto le impassibili finestre, ha finalmente compiuta l’ascensione al primo piano, raggiungendo la vetta de’ suoi ideali.«Ogni fatica merita premio; le prestazioni dell’artista burocratico volevano una ricompensa.«La scultura piange. Michelangelo s’è mutato in Don Giovanni.«E l’assente?Georges Dandin, tu l’as voulu.»

Amore e politica.

«Gli assenti hanno sempre torto, dice il proverbio, che ha quasi sempre ragione. Da Menelao in poi, i destini dei mariti assenti si ripetono e si rassomigliano. Anche per oggi la rupe Tarpea è molto prossima a... Montecitorio.

«Alle lacrime della separazione, succedono troppo spesso e troppo presto i conforti della lontananza, i confortatori non mancano mai.

«In un collegio d’Italia, anzi dell’Alta Italia, partitoil nuovo eletto, il personaggio che l’aveva fatto eleggere celebrava con un sontuoso banchetto la vittoria elettorale del Governo. La bellissima Penelope sconsolata era fra gli invitati e vi si recò accompagnata dall’inseparabile amica, unastrofulgidissimo. Essa pure aveva bisogno di distrazioni e conforti, eroina d’un romanzo, che Mascagni potrebbe musicare, essendo il preciso pendant dell’Amico Fritz, salvo lo scioglimento.

«Dopo il pranzo, le danze. Euterpe e Tersicore furono sempre le mezzane più pericolose, e sembra abbiano sedotto la bella Penelope, troppo lungamente insensibile ai sospiri dell’azzimato spasimante, fortunato alpinista di pianura, che, dopo tante inutili escursioni sotto le impassibili finestre, ha finalmente compiuta l’ascensione al primo piano, raggiungendo la vetta de’ suoi ideali.

«Ogni fatica merita premio; le prestazioni dell’artista burocratico volevano una ricompensa.

«La scultura piange. Michelangelo s’è mutato in Don Giovanni.

«E l’assente?Georges Dandin, tu l’as voulu.»

— È un’infamia, urlò Giuliano, che ad ogni frase di quella lettura aveva sussultato come un torturato ai morsi della tenaglia rovente. È un’infamia inaudita! Hai ragione, Ettore; è necessario ch’io parta subito per schiaffeggiare il miserabile libellista.

— No, caro Giuliano, non devi schiaffeggiare nessuno; simili sozzure non si raccolgono. Devi partire, invece, per impedire il duello di quello sciocco di segretario del sotto prefetto, Guglielmi, che, essendosi riconosciuto nell’artista burocratico, indicato dal giornale, mandò i padrini alla redazione delVentriloquo.Atteggiandosi a paladino, l’imbecille compromette ancor più quell’angelo di tua moglie. È necessario evitare un nuovo scandalo, ad ogni patto!

«Ma tu, che deputato sei? Non leggi i giornali del tuo collegio? Sì dicendo, Ruggeri si alzò, e dal pacco di corrispondenze scelse un giornale. Almeno il tuo l’avresti dovuto scorrere, e non ti sentivi il coraggio di ingojarla tutta la prosa dei tuoi redattori?... Leggi dunque: qui, in terza pagina.

Questione d’onore.«Sappiamo che, a proposito di un articolo infame pubblicato in un libello cittadino, il signor Aristide Guglielmi, ritenendosi indicato dal giornale calunniatore, ha mandato a quella redazione i suoi padrini.«Deploriamo, perchè questa è una di quelle vertenze che non possono essere risolte sul terreno dell’onore... Contro i libellisti insultatori e calunniatori di donne, sola arma il codice penale... Quantunque a punizione dell’abietto libellista potrebbe bastare l’universale disprezzo.»

Questione d’onore.

«Sappiamo che, a proposito di un articolo infame pubblicato in un libello cittadino, il signor Aristide Guglielmi, ritenendosi indicato dal giornale calunniatore, ha mandato a quella redazione i suoi padrini.

«Deploriamo, perchè questa è una di quelle vertenze che non possono essere risolte sul terreno dell’onore... Contro i libellisti insultatori e calunniatori di donne, sola arma il codice penale... Quantunque a punizione dell’abietto libellista potrebbe bastare l’universale disprezzo.»

— Ed ora leggi, più sotto, le ultime righe dell’ultima colonna: lì, lì, soggiunse Ruggeri, sotto al titoloComunicato.

Il giornale a caratteri cubitali aveva stampato:

Comunicato.«Riceviamo e di gran cuore pubblichiamo, rendendo omaggio alla lealtà del nostro avversario:«Onorevole Direzione del giornaleL’Onesto.«Avendo letto oggi sul giornale il Ventriloquo un articolo contenente gravi insinuazioni a carico di una gentildonna e di una rispettabile signorina,mi affretto a dichiarare che respingo ogni solidarietà col disgraziato redattore, che acciecato trascorse a tal punto, e deploro altamente l’inqualificabile pubblicazione. Per i miei rapporti precedenti col citato giornale avrei potuto essere sospettato annuente, però, a tutela del mio onore, mi rivolgo alla di lei cortesia, signor Direttore, perchè voglia far pubblica questa mia dichiarazione. Ringraziando:«A. Bertasi ex deputato.»

Comunicato.

«Riceviamo e di gran cuore pubblichiamo, rendendo omaggio alla lealtà del nostro avversario:

«Onorevole Direzione del giornaleL’Onesto.

«Avendo letto oggi sul giornale il Ventriloquo un articolo contenente gravi insinuazioni a carico di una gentildonna e di una rispettabile signorina,mi affretto a dichiarare che respingo ogni solidarietà col disgraziato redattore, che acciecato trascorse a tal punto, e deploro altamente l’inqualificabile pubblicazione. Per i miei rapporti precedenti col citato giornale avrei potuto essere sospettato annuente, però, a tutela del mio onore, mi rivolgo alla di lei cortesia, signor Direttore, perchè voglia far pubblica questa mia dichiarazione. Ringraziando:

«A. Bertasi ex deputato.»

— Come lo riconosco a tale lettera, il bravo Bertasi! È doloroso il trovarsi in lotta contro di lui! sclamò Giuliano, alquanto tranquillato dai due commenti all’articolo calunniatore.

— Vedi! vedi, qual uomo sei!? sclamò indispettito Ruggeri, che fra l’altre aveva scoperta la lettera datata da Miralto, da Giuliano non ancora aperta. Qui hai una lettera col timbro di Miralto, e non ti sei neppure degnato di lacerarne la busta. Vedila subito; vi saranno altri particolari.

— Ah, la lettera del commendatore Cerasi... disse Giuliano... Jeri sera rientrai tardi; la mattinata l’ho passata scrivendo; stavo per aprirla, quando sei venuto. Con mano tremante ruppe il suggello di cera portante lo stemma dei Cerasi. Era una lunga lettera scritta a caratteri grossi, inclinati a sinistra; a prima vista un manoscritto, gotico; l’illustre professore Lombroso avrebbe potuto dedurre il carattere dell’uomo da quella calligrafia, che nella dura regolarità rivelava la fermezza e la metodicità del burocratico politico. Giuliano, nella paurosa curiosità, saltò i primi foglietti, cominciando dalla chiusa, e lesse ad alta voce:

«La signora contessa non ne sa nulla; per fortunanon legge i giornali e non ricevendo alcuno, non è a temersi il pericolo di una indiscrezione.«L’indignazione in tutto il collegio è grande e, dal punto di vista politico-elettorale, la sudicia pubblicazione ha giovato.«Basterà presentare alla giunta delle elezioni un simile documento, per provare in qual modo combattano ed abbiano combattuto i nostri avversarî, che sono pure gli avversarî delle istituzioni. Il di lei competitore, l’ex deputato Bertasi, tenta abilmente prevenire il colpo con una lettera che l’Onesto, troppo ingenuamente, ha pubblicata. Era al suoVentriloquoche doveva mandarla.«Ma la giunta ed il pubblico non saranno tanto ingenui da prestar fede alla ipocrita e tardiva resipiscenza...

«La signora contessa non ne sa nulla; per fortunanon legge i giornali e non ricevendo alcuno, non è a temersi il pericolo di una indiscrezione.

«L’indignazione in tutto il collegio è grande e, dal punto di vista politico-elettorale, la sudicia pubblicazione ha giovato.

«Basterà presentare alla giunta delle elezioni un simile documento, per provare in qual modo combattano ed abbiano combattuto i nostri avversarî, che sono pure gli avversarî delle istituzioni. Il di lei competitore, l’ex deputato Bertasi, tenta abilmente prevenire il colpo con una lettera che l’Onesto, troppo ingenuamente, ha pubblicata. Era al suoVentriloquoche doveva mandarla.

«Ma la giunta ed il pubblico non saranno tanto ingenui da prestar fede alla ipocrita e tardiva resipiscenza...

— Ah, questo è troppo! sclamò Ruggeri. Bertasi è un galantuomo...

— Ne sono convinto anch’io, rispose Giuliano... Pure, ciò che dice il sottoprefetto è assennato... Un documento simile deve essere una prova capitale davanti alla giunta.

— E tu lo vorresti portare in giunta? Compromettere l’onore di tua moglie, trascinare il di lei nome davanti a giudici cinici, i quali, pur dandoti ragione, piglierebbero per vangelo le calunnie, ridendo della tua ingenuità? Non sai che al male si crede sempre, più facilmente che non al bene? Non ti basta dello scandalo di Miralto, per volerlo rinnovare alla Camera? A Miralto la tua Adele è conosciuta, quindi rispettata come una santa... A Miralto non vi è un solo individuo che possa credere ad una sillaba di quell’articolo; ma, qui, a Roma, la città degli scandali! Il tuo sottoprefetto, per avere avuta una simile idea, deve essere un fiero farabutto.

Giuliano, che non aveva trovate obiezioni, ballottato nell’incertezza, quantunque tranquillato dall’assicurazione che la sua Adele viveva nella completa ignoranza dell’accaduto, continuò la lettura:

«È anche importante evitare il duello del mio segretario Guglielmi. Un duello sanerebbe tutto dal punto di vista politico, perchè la di lei personalità scomparirebbe e il grave scandalo, senza scemare negli effetti morali, assumerebbe davanti ai magistrati parlamentari il carattere di una bega di innamorati e non di un fatto politico. La mia autorità non vale presso quel ragazzaccio di Guglielmi, che al mio divieto rispose colle dimissioni. Riservandomi di usare la forza in caso estremo, sarebbe bene che ella intervenisse direttamente per ottenere la desistenza, senza ch’io sia costretto ad aggravare lo scandalo.«Venga dunque a Miralto, se gli affari glielo concedono. In ogni modo telegrafi e scriva, affinchè io sappia a che attenermi.«Con affetto e stima,«Suo devotissimoCerasi.»

«È anche importante evitare il duello del mio segretario Guglielmi. Un duello sanerebbe tutto dal punto di vista politico, perchè la di lei personalità scomparirebbe e il grave scandalo, senza scemare negli effetti morali, assumerebbe davanti ai magistrati parlamentari il carattere di una bega di innamorati e non di un fatto politico. La mia autorità non vale presso quel ragazzaccio di Guglielmi, che al mio divieto rispose colle dimissioni. Riservandomi di usare la forza in caso estremo, sarebbe bene che ella intervenisse direttamente per ottenere la desistenza, senza ch’io sia costretto ad aggravare lo scandalo.

«Venga dunque a Miralto, se gli affari glielo concedono. In ogni modo telegrafi e scriva, affinchè io sappia a che attenermi.

«Con affetto e stima,

«Suo devotissimoCerasi.»

— Siamo d’accordo! sclamò Ettore, quando la lettura fu finita. D’accordo, partendo da punti diametralmente opposti. Egli vuole gonfiare lo scandalo per servirsene come arma di difesa politica; da Miralto vuol portarlo a Roma onde eternarlo negli archivi della Camera, e propalarlo dal tribunale della giunta; io voglio che muoja ove è nato, nel fango di Miralto. Le dimissioni di quell’imbecille di segretario aggravano ancora il fatto, loSvegliarinodi stamattina ne ha già parlato.

«Via, prepara la valigia, annunzia per telegrafo il tuo ritorno e piglia il treno delle tre.

«Un duello, e nessuno toglierà di testa alla gente che il Guglielmi sia l’amante di tua moglie.

Giuliano non rispose. Gettata la lettera sul tavolo, senza neppur leggerne i primi fogli, si mise a passeggiare concitato per l’angusto salotto, indeciso sul da fare.

— Appunto alle tre dovrei essere presentato al presidente del Consiglio, sclamò arrestandosi d’un tratto... Non posso mancare. Partirò stasera.

— Stasera sarà troppo tardi! proruppe Ruggeri indignato. Metteresti l’udienza del ministro in bilancia coll’onore della tua famiglia?

— Parti tu... sarà meglio. Io ti raggiungerò domattina, pigliando il treno delle dieci stasera!

A Ruggeri caddero le braccia... Sdegnò aggiungere altre sollecitazioni.

— Partirò, disse; ma, dammi la parola d’onore che domattina sarai a Miralto.

— Te la do, rispose Giuliano porgendo la mano all’amico.

Ettore finse di non avvedersene e non stese la sua. Susseguì lungo silenzio, imbarazzante per entrambi.

Pure l’affetto, in Ruggeri, prevaleva allo sdegno. Sorgendo finalmente da sedere, in atto di congedarsi, disse:

— Forse meglio così! Domattina a Miralto. Previeni il sottoprefetto della mia partenza. Spero che, all’arrivo, tu avrai soltanto da ratificare e mettere lo spolvero su ciò che avrò combinato. Tu va dal tuo presidente del Consiglio, e dio te la mandi buona!

«A domani adunque! riprese sorridendo.

Ma, appena uscito, scotendo il capo mormorò:

— Disgraziato! Non c’è nulla da farne, nulla da sperarne. Ormai si preoccupa più della convalidazione che della famiglia, del suo amore, del suo onore!


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