CAPITOLO XI.Nella bolgia.

CAPITOLO XI.Nella bolgia.

Durante i due giorni di assenza di Ruggeri, l’onorevole Giuliano aveva fatto molto cammino nella bolgia parlamentare.

Ferretti, presolo sotto la sua alta protezione, come il Lucifero di Byron, Manfredo, se l’era caricato sulle spalle, portandolo a volo nelle eccelse sfere ministeriali.

Ferretti non aveva accesso a Montecitorio; in compenso non vi erano anticamere per lui presso le eccellenze. Al suo presentarsi gli uscieri facevano ala rispettosamente, le porte si spalancavano a due battenti, senza ch’egli si desse la pena di farsi annunziare. Se il ministro era impedito di riceverlo immediatamente da qualche visitatore ammesso in precedenza all’onore di un’udienza privata, od occupato da qualche commissione burocratica o parlamentare, al nome di Ferretti si affrettava egli stesso sulla soglia del gabinetto, onde invocare pazienza dall’onnipotente giornalista o per assegnargli altra ora più opportuna. Spesso il visitatore veniva licenziato a profitto dell’impazienza del cavaliere Ferretti, che colle eccellenze affettava il tono confidenziale da collega a collega, da pari a pari. Il novizzo Giuliano non rinveniva dalla sorpresa e si congratulava in cuor suo della provvidenziale lettera di raccomandazione fornitagli dal commendatore Cerasi per quel magico personaggio.

Tutte le eccellenze ebbero accoglienze cortesi per ildeputato Sicuri, tutte promisero i loro buoni ufficî presso la futura Giunta delle elezioni, quasi tutte garantirono l’esito felice del processo. Il solo presidente del Consiglio era rimasto diplomaticamente abbottonato nella lungaredingote, divenuta proverbiale, sollevando un mondo di dubbî.

— Molto dipenderà da’ suoi primi voti. Avremo subito battaglia; per quanto scisse ed infinitesimali le due opposizioni, in alcune circostanze possono divenire temibili. Ella comprenderà che il Governo non potrebbe appoggiarla direttamente o indirettamente, senza la garanzia di favorire un amico.

Giuliano arrossì alla brutale imposizione; ma non seppe schermirsi, e finì per assentire ossequiosamente.

Ferretti promise per il proprio raccomandato.

— La Giunta delle elezioni non è nominata dal Governo, riprese il ministro; è scelta dal presidente della Camera. D’altronde ella sa, Ferretti, ch’io mi sono disinteressato dalle elezioni... Vedano il ministro La Fossa.

Ferretti rise poco rispettosamente all’affermazione del ministro.

— Sulla di lei elezione, sul di lei nome si è fatto molto chiasso... Ora un nuovo scandalo, che mi obbligherà a richiamare il sottoprefetto Cerasi, il cui troppo zelo ci ha compromessi.

— Un eccellente funzionario, osò replicare Giuliano.

— Lo so... Ma una soddisfazione all’opinione pubblica bisogna darla. Ha visto loSvegliarinodi stamane? Si scaglia contro il sottoprefetto, e ben presto tutta la muta dei botoli di opposizione latrerà sullo stesso tono. Bisogna prevenirli.

«Come mai lasciarsi cogliere in flagrante a stipendiare agenti provocatori nel giornalismo avversario? Sono errori, leggerezze imperdonabili!

— Necessità di lotta, osservò Ferretti.

— Lo comprendo; ma bisogna esser cauti, per non compromettere il prestigio delle instituzioni.

Ferretti sorrise nuovamente; per poco non sorrideva anche il ministro.

Gli àuguri!

— Lo richiami a Roma; è il sogno da lui vagheggiato. Qui potrà prestare ben altri servigi. E l’opinione pubblica sarà soddisfatta, perchè scambierà il trasloco per una punizione.

— Ci penserò, disse il ministro congedando i visitatori.

Pensato l’aveva, in verità, tanto che al commendatore Cerasi era già stato trasmesso l’ordine di partenza da Miralto, essendo stato posto a disposizione del ministero... La realizzazione del più ardente desiderio.

La stampa ostile gli aveva servito da sgabello.

***

Ferretti, previdente, aveva già scelto un avvocato per patrocinare davanti alla Giunta la causa di Giuliano. Un giureconsulto illustre, altissima notabilità parlamentare, influentissimo presso tutti i governi succedutisi dal 18 marzo 1876.

— Un avvocato un po’ caro, un po’ troppo salato, aveva detto Ferretti a Giuliano. La necessità di vincere ci vieta di lesinare. Per rendere proficui i sagrifici già fatti, bisogna aggiungere anche questo. Avrei combinato per diciottomila lire.

Giuliano diè un balzo.

— Oh, ma non le intascherà tutte lui. Creda a me, non è troppo! Coll’onorevole Rota per avvocato, in qualunque modo riesca composta la Giunta, possiamo esseresicuri della convalidazione. Alcuni dei membri, imposti dalla loro situazione parlamentare, si conoscono già. L’importante è di ottenere un relatore ligio al Governo. Il meccanismo è talmente complicato! L’esito, tranne in alcuni casi eccezionali, dipende non solo dal valore dell’avvocato, ma specialmente dalla distribuzione delle diverse cause ai singoli membri della Giunta... Se si incappa in un Catone, siamo fritti... È vero che son tanto rari, i Catoni! Supponga che il suo processo caschi in mano di un radicale, amico del competitore Bertasi: lei sarebbe spacciato. Bisogna quindi preventivamente correggere le combinazioni del caso; guidare la sorte.

Scesa la superba scalea del palazzo Braschi, sul cui pianerottolo era avvenuta la conversazione, Ferretti e l’onorevole Sicuri si lasciarono, dandosi ritrovo per il giorno seguente negli uffici di redazione dell’Ordine... Ferretti, salito in carrozza, partì rapido, come persona il cui tempo è prezioso; Giuliano riprese lentamente a piedi la strada di Montecitorio, per Piazza Navona.

Distratto, passò innanzi la statua del leggendario Pasquino senza pur osservarla... Pasquino! L’opinione popolare di Roma, l’ultimo dei tribuni, dal 1870 è ammutolito; un altro spodestato!

Infelice, non ha neppur mani e braccia per detergere le lacrime silenziosamente sparse ogni notte sulla propria sventura. Ad ogni mattino il volto sfigurato è intriso; gli scettici dicono di rugiada; ma si sa, non è cosa nuova, le statue pagane piangono quanto e più delle madonne. E n’hanno ben d’onde!

— Diciottomila lire! pensava Giuliano. Ci va di grosso, il signor Ferretti. Mi abbia scambiato per Giugurta? Ormai ci sono, e lesinare non si può!

Alla posta di Montecitorio, Giuliano ritrovò il telegrammarassicurante di Ruggeri. Trasse un grande respiro. Anch’egli, come il sottoprefetto, pensò che tutto il male non viene per nuocere.

— Sarò liberato dalVentriloquo...

È vero che in tutto quell’imbroglio la famiglia Sicuri ci aveva lasciato un brandello della secolare rispettabilità.

— Ma, pensava, le calunnie passano, la deputazione resta.

Col telegramma, un grazioso invito della contessa Marcellin, alla cui porta Giuliano aveva lasciata, colla lettera di raccomandazione del commendatore, una carta da visita.

La signora contessa era in casa la sera di ogni mercoledì e venerdì, felicissima di fare la personale conoscenza del deputato conte Giuliano Sicuri.

Mentre Giuliano varcava la soglia del gran salone di lettura, tenendo in mano la lettera d’invito, l’onorevole Lastri, conoscenza del giorno innanzi, scorgendo il monogramma sormontato da una corona, gli disse ridendo:

— Oh! A Roma da quattro giorni, e sei già ai bigliettini profumati e blasonati?

— Profumati sì; ma innocenti come l’acqua... Una noja! Un invito al thè della contessa Marcellin.

— Nientemeno! Salone conciliatore! I bianchi ed i neri vi sono mischiati come i pezzi della scacchiera nella scatola. Prelati e belle donnine, senatori, diplomatici presso le due corti, colonia straniera,rastaquèresa josa... quelli di Bourget... Deputati pochi...

«Salone allegro, difficilmente accessibile; la contessa ha il buon gusto di sceglierli i suoi assidui indigeni; per gli stranieri è altra cosa... Essi, a stagione finita, se ne vanno e non ritornano... Bella donna, sul ritorno, un zinzino letterata; però non scrive, almeno per il pubblico.Altro merito incontestabile: in casa Marcellin non si parla di politica; ma qualche celebrità parlamentare è stata inventata in quel salone.

«Si susurra anche di qualche mitria di vescovo distribuita per l’influenza della contessa. Vedova del conte senatore Marcellin, antica famiglia veneta dogale, la contessa è divorziata da poco da un cardinale. Divorzio non per incompatibilità di carattere, per ragioni di decoro. I loro rapporti sono rimasti eccellenti. Per altro Sua Eminenza non appare mai ai ricevimenti ufficiali del mercoledì e del venerdì.

Giuliano, poco edificato dalle informazioni maligne, da lui non chieste, tentò divergere la conversazione.

— Dimmi un po’, chi è quel deputato che sta leggendo là, all’estremità della tavola?

— Quello? Non è un deputato; credo non lo sia mai stato. È un senatore. A Montecitorio lo si vede raramente. Se è qui, gli è che deve bollire qualche cosa di grosso nella pentola dei provvedimenti finanziari... Qualche catenaccio o monopolio, se pure non si tratta di ferrovie... È iltrait d’union, il ponte sul quale sono passati tutti i ministeri di Sinistra per avere l’unanimità dei voti della Destra in Senato.

«È il senatore Loschi, ninfa Egeria inevitabile, indispensabile. In affari passa per jettatore etpour cause; in politica, viceversa.

«Abbiamo il Senato in rivoluzione, si conta su di lui per ammansarlo... per ciò prevedo un grosso affare, per lo meno un catenaccio. Simili favori non si ponno mica pagare a contanti: concessioni, preavvisi, compartecipazioni... Il proverbio dice, continuò l’instancabile parlatore: «fammi indovino e ti farò ricco!» Il preavviso in tempo utile di una operazione del Tesoro, ti può far milionario in quarantott’ore.

«Si arrischia, qualche volta, per gli umori della Camera... Un catenaccio abortito può essere un disastro. S’è già visto poco tempo fa. Case colossali saltarono come fuscelli. Avevan fatto provviste ciclopiche onde prevenire l’aumento del dazio; il catenaccio respinto, i prezzi precipitarono e con essi i bagarini.

— Bagarini?

— È un termine romanesco, affibbiato agli aggiotatori di ogni genere, incettatori di merci per monopolizzarle sui mercati, nelle borse, a prezzi elevati.

«L’altro laggiù, vicino al senatore, il calvo che sta scrivendo, è anche un curioso tipo. Non è ricco, spende centomila lire ad ogni elezione; ma ci vive splendidamente. È un’agenzia ambulante d’affari, e dell’ufficio non paga neppur l’affitto. L’ufficio l’ha qui, non spende un centesimo in oggetti di cancelleria, largamente forniti dalla Camera. Non avendo ditta, si vale dell’intestazione della rappresentanza nazionale. La sua ditta è la Camera dei deputati; il recapito, Montecitorio. A servirlo non parano tre uscieri, cui non dà mai un soldo di mancia; probabilmente ha intenzione di associarli negli utili della sua azienda.

«Vive a Montecitorio, scrive cento lettere al giorno, non ha mai parlato nelle sedute pubbliche, non ha mai letto un ordine del giorno o ascoltato un oratore; in compenso ha sempre votato per tutti i ministeri... A memoria d’uomini non vi ha un solo appello nominale con un suo voto di opposizione. Duecento svizzeri altrettanto fedeli al potere, e i ministeri sarebbero inamovibili e indistruttibili quanto e più del Colosseo.

«Il curioso, riprese il deputato Lastri senza prender fiato, si è che nel collegio ha fama di rivoluzionario ed è portato sugli scudi da una maggioranza radicale.

— Come mai una simile contraddizione? chiese Giuliano, che cominciava a divertirsi all’arguta maldicenza del collega.

— Non è contraddizione, bensì un fenomeno comunissimo e costante. Tranne pochi, anzi pochissimi, disgraziati zimbelli della politica, ogni deputato ha due personalità distinte, come certi personaggi di Hoffmann. Il deputato in vacanza al collegio; il deputato in funzione a Roma.

«Non parlo del candidato, perchè è tuttavia allo stato di bruco, nelle meravigliose metamorfosi parlamentari; mi occupo della crisalide, uscita dal bozzolo elettorale, con tanta fatica, tanta cura e sorprendente abilità tessile dal bruco tramato.

A questo punto l’oratore avvicinò una seggiola al lungo tavolo sul quale erano sparsi a centinaja i giornali d’ogni lingua e paese, e si sedette facendo segno al giovine collega di imitarlo. Tutt’intorno era un via vai di onorevoli, molti sconosciuti fra loro; quindi, ai saluti, ai benvenuto dei colleghi antichi, le presentazioni dei nuovi. Argomenti delle conversazioni, colle narrazioni degli episodi eroicomici della recente battaglia elettorale, il programma finanziario del ministero, il discorso della Corona, indetto per il giorno seguente.

L’onorevole Lastri, intanto che discorreva col neofito Giuliano, spiegandogli la doppia individualità parlamentare, scambiava ogni tratto saluti e sorrisi, pur non distraendosi dalla dissertazione. Il deputato Lastri, temuto per la lingua pungente, qualche volta spietata, godeva grandi simpatie, guadagnate colla rispettabilità personale, colla bontà d’animo, contrasto bizzarro alla sua maldicenza.

Nei sorrisi, che egli raccoglieva distratto, vi era qualche cosa di furbesco e di timido, come avessero volutosignificare tacitamente: «Chi stai dilaniando?» E gli onorevoli gli si approssimavano facendogli circolo, forse non per curiosità soltanto; anche nell’intenzione di scongiurare, colla loro presenza, il proprio massacro. Eran stati tali, sì incredibilmente scandalosi i recenti abusi e le gherminelle elettorali, che ognuno temeva venisse il proprio turno. L’oratore, abituato ad una galleria di ascoltatori, continuava senza preoccuparsene, trattando Giuliano con simpatia speciale:

— Il deputato in vacanza, continuò l’onorevole Lastri, negli abiti, nel contegno, nel linguaggio, nelle convinzioni, nei principî, nella condotta politica, è tutt’altri del medesimo onorevole a Montecitorio.

«Molti elettori rivedendo in Roma il deputato del loro cuore e del loro collegio, non sanno riconoscerlo, tanto è trasformato; trasformazione, la quale non può aver raffronto che in quella di certi cattivi mariti latitanti dal tetto conjugale.

La galleria degli ascoltatori, che s’addensava sempre più, rise al raffronto... Giuliano richiamato, per associazione di idee, alla sua Adele lontana, fece sorridente un atto di diniego, e l’occhio, stranamente azzurro ai bagliori del cielo di Roma, si velò inumidito. Lastri, osservatore finissimo, gliene seppe grado... Lo fissò in volto per studiarlo meglio, sentì un brivido di tenerezza e, senza interrompersi, pensava: «un agnello spontaneamente venuto per farsi scannare nel grande macello!»

L’onorevole Lastri, parlatore instancabile ed inesauribile, era dotato della facoltà di alcuni celebri giuocatori di scacchi, di poter, cioè, tener testa contemporaneamente a parecchi competitori su diverse scacchiere. Discorreva perfettamente, pur pensando ad altro.

«Ha la mente foderata,» aveva detto di lui un collega, dopo una felice replica al ministro dell’istruzionepubblica, il cui discorso non avrebbe dovuto sentire, immerso come era stato, mentre il ministro parlava, in una vivissima discussione archeologica col celebre medico archeologo deputato Gloriosi.

— L’Italia, non c’è che dire, continuava l’onorevole Lastri, è eminentemente democratica. I monarchici sono monarchici per solo amore dellostatu quo, non per convinzione, per diffidenza dell’ignoto. I dinastici, eccettuata l’alta burocrazia e l’ufficialità dell’esercito, non si trovano più che in Piemonte, ed ancora bisogna cercarli. La grande massa, quindi, è democratica o clericale. Il clericalismo, naturale nemico delle instituzioni, tende colla politica di Leone XIII a democratizzarsi. Ma i clericali propriamente detti, per ordine del pontefice, non votano. Non per paura della sconfitta; per timore della vittoria. Vittoriosi, provocherebbero una reazione. Quindi conflitti; forse la guerra civile, fors’anche lo sfacelo di questa Italia nuova, tanto necessaria al Papato, per atteggiarsi come vittima all’estero e vivificare i feticismi che andavano spegnendosi, e ancora per avere un grande paese nel quale sussistere, prosperare, agire liberamente.

«In quale terra, in quale monarchia o repubblica, il Papato potrebbe, a questi chiari di luna, aver maggior splendore e libertà?

«Le querimonie di Pio IX avevano stancato non solo i fedeli, anche il Padre Eterno; il quale, informato a tempo dal compianto generale Carini, sulle idee ed intenzioni dell’arcivescovo di Perugia, diede ordine allo Spirito Santo di inspirare a favore del cardinal Pecci il prossimo futuro conclave.

— Sta bene! interruppe l’onorevole Alfredi, uno degli ascoltatori; ma ciò non spiega la nostra doppia individualità.

— Doppia come le cipolle! Ti servo subito. Se in ogni collegio vi sono elettori ed elettori: dinastici, monarchici, repubblicani, socialisti, clericali votanti, clericali astensionisti, sonvi pure collegi e collegi nei quali le dosi della miscela elettorale sono diversamente ripartite, e siccome ogni singolo deputato assume nel proprio collegio il contegno che la maggioranza degli elettori gli inspira, così ogni collegio (escludo quelli delle grandi città) ha un tipo speciale, tutto locale, di deputato, travestito a seconda delle opportunità elettorali. Come ogni città d’Italia ha la propria maschera: Arlecchino, Pulcinella, Meneghino, Gianduja, Stenterello, ecc., ecc., così ogni collegio ha la propria maschera parlamentare, edizione unica.

«E tutte queste maschere, che siamo noi cinquecento otto, nientemeno! quando arrivano a Roma, buttano i cenci provinciali, per uniformarsi tutti come una legione di carabinieri.

«Nel collegio predichiamo il sollievo dagli aggravî, a Montecitorio votiamo nuove imposte; a casa riduzione dell’esercito; alla Camera, coi bilanci, votiamo fra gli entusiasmi le maggiori spese per gli armamenti; là il libero scambio, qui nuovi balzelli doganali, nuove barriere ai nostri prodotti; discentramento al collegio, giacobinismo a Montecitorio; libertà giurata agli elettori; alla Camera approviamo ogni arbitrio, ogni infrazione alla legge, ogni enormità dispotica, perfino i decreti ministeriali o regi sostituiti alla sovranità nazionale; laGazzetta ufficialegrande legislatrice... Che dico? Siamo giunti alla evirazione, rinunziando, in odio al patto fondamentale, alle nostre prerogative di inviolabilità, superfettazioni, ormai, come la defunta guardia nazionale.

«Ai collegi, le cinquecent’otto maschere sono patriotilacrimanti sull’esilio delle sorelle irredente, e qui triplici sfegatati, teneri amici dell’Austria.

«Ecco, mio caro Sicuri, disse alzandosi il deputato Lastri, in atto di andarsene, ecco come quel deputato che tu sai, possa essere radicale al suo paese, pur essendo ministeriale a Roma.

Giuliano anche erasi levato da sedere e la galleria, a conferenza finita, si disperse per le sale ed i vasti ambulatorî.

Lastri, preso a braccio Giuliano, continuò sottovoce:

— Quegli ascoltatori mi annojavano; uno fra gli altri avrebbe potuto credere che alludessi a lui se ti avessi narrato che vi sono deputati inamovibili pel solo fatto che disimpegnano per il loro collegio ogni sorta di commissioni. L’onorevole Cortesi spinge la compiacenza verso gli elettori suoi al punto che la di lui abitazione qui in Roma è un varo bazar da 49 ed anche più. Dalle museruole ai collari per i cani, ai cinti ortopedici; dai manicotti per signora alle vanghe per contadini, c’è di tutto. L’elettore desidera e, come per incanto magico, l’oggetto gli appare sul tavolo sotto forma di pacco postale o ferroviario contro assegno... Il solo parroco ha diritto di aver merce a credito, perchè paga in messe ed in propaganda elettorale dal pulpito e nel confessionale.

«Il curioso si è che l’onorevole Cortesi a Roma è un mangiapreti arrabbiato, e nel collegio non manca ad una sola funzione religiosa. Vota sempre contro tutti i governi, ma si squaglia tutte le volte in cui l’opposizione potrebbe comprometterlo con Santa Madre Chiesa. Tutto ciò perchè i clericali sono in maggioranza nel suo collegio, e non osando a Roma un’opposizione apertamente clericale, si imbranca con chi può, contro tutti i ministeri, pur di poter dire ai papisti suoi elettori,più papisti del papa: «Vedete! Non un voto per il Governo usurpatore!»

«Vi fu un momento in cui la posizione dell’onorevole Cortesi fu scossa, denunziato da un giornale clericale di provincia. Non rispose, non polemicò; inondò il collegio di corone del rosario per le vecchie, di libri da messa per le giovani, di abitini ed imagini sacre per i fanciulli, il tutto benedetto da Sua Santità, e senza neppur le spese di porto. Tutto il gentil sesso fu per lui, ed il sesso forte votò come volle il debole.

«Cortesi è un altro deputato a vita. A vita sono pure i deputati feudali, i quali, per altro, essendosi infiltrata un po’ di fillossera socialista nei loro contadini, sono costretti a pagar salata la elezione, che una volta ottenevanogratis et amore. È ben vero che alla fine di ogni legislatura son già rifatti della spesa, lesinando sui salarî... Poveri villani, sono essi che pagano l’elezione del padrone. Sono i cenci che vanno alla cartiera!

Un pensiero impertinente dovette passare per la testa dell’instancabile parlatore, perchè fermandosi di botto sorrise scotendo il capo, come se si fosse trattato di una grande corbelleria.

Giuliano, che cominciava ad interessarsi vivamente alle maldicenze del vecchio collega, iniziazione preziosa nei misteri di Montecitorio, quantunque ancor più pessimiste delle rivelazioni di Ruggeri, chiese curiosamente:

— Perchè ridi?

— Oh, un ricordo, per associazione di idee... Ti ho detto che sono sempre i poveri che pagano, fatto costante dal giorno che Adonai condannò Adamo a guadagnarsi il pane col sudore della fronte.

«Ebbene, vedi quel deputato là, alto, snello, daltipo distinto, dai lineamenti fini, eleganti, dalla lunga chioma nera ricciuta, lo vedi là, che sta osservando una carta geografica in rilievo, appesa alla parete?

— Sì! sì, lo vedo.

— È un medico distintissimo che, per sua sciagura, si è dato alla freniatrìa. Dico sciagura, perchè nulla di più contagioso della follìa. Fino a jeri fu radicale appassionato e, credo, anche convinto; ma il di lui collegio, già repubblicano, ha fatto una rapida evoluzione socialista.La lotta di classe, il vangelo; quindi, ostracismo alla politica, specialmente a quella parlamentare. Il deputato, necessariamente si è fatto socialista, classificandosi lottatore anch’esso. Vota contro i ministeri, non che gli importi se al Governo siavi il duca d’Ermina di Destra, piuttosto che il Bellitti, attuale presidente del Consiglio di... di... e chi sa di qual partito sia il nuovo padre eterno ministeriale? o il Dentarelli che lo appoggia, aspettandone la successione, Tartufo raffinato, il quale ha già preparato la bara dell’alleato; o il grande altitonante Sicirri, che detronizzato nicchia ringhiando come un can mastino alla catena, o in fine il diavolo! Il lottatore di classe vota contro, perchè il suo è il programma delle palle nere.

«Ebbene, questo filantropo socialista, in una delle ultime tornate della legislatura tanto inonoratamente testè sepolta, si scatenò contro gli amici antichi dell’Estrema, chiedenti lo sgravio dei contributi, che rovinano la proprietà fondiaria: «Imposte! Non bastano! Ne vogliamo altre delle imposte... Le imposte sui ricchi, le imposte sul lusso, le imposte sulle fortune, sui patrimoni scandalosamente improvvisati, sugli affari loschi, rovina dello Stato e della nazione!»

«L’ingenuo non pensava che le imposte dei ricchi sono i poveri che le pagano. Non pensava che l’abolizionedel lusso rappresenta la fame degli operaî che ci vivono... Colpite la produzione, ed avrete rovinato gli opificî, come l’imposta sulla proprietà fondiaria ha rovinata l’industria agricola... Sempre i cenci che vanno alla cartiera! Lotta di classe davvero; ma contro quella che si vorrebbe difendere!

Il deputato Lastri, ravvisatosi, tirò l’orologio dal taschino, esclamando meravigliato:

— Già le cinque! Sicuri, ti lascio. Se mi vorrai cicerone fra queste rovine nuove, nessun archeologo ti potrà meglio servire, neppure il professore Bernabei fra gli avanzi etruschi. Rovine di uomini, di nomi cari, di coscienze, qualche volta di patrimonî, compenso alle rapide fortune ed ai patrimonî rifatti nella gran rovina del paese.

«A proposito, vai stasera dalla contessa Marcellin?

— Necessariamente: l’invito è tanto gentile, che sarebbe sconvenienza il non andarvi.

— Verrò ancor io, chè anch’io sono fra i pochi ammessi all’onore dei mercoledì e dei venerdì.


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