CAPITOLO XII.Intrighi e amore.
Esclusi i saloni degli stranieri, ove le due aristocrazie romane, la bianca e la nera, si incontravano qualche volta come in terreno neutro, alcuni anni sono erano rarissimi i ricevimenti nei quali i due elementi, clericale e liberale, si potessero confondere.
L’aristocrazia romana aderente alla corte sabauda, le alte cariche e i funzionari dello Stato, senatori, deputati, magistrati, ufficiali dell’esercito, perfino i diplomatici presso il Quirinale, erano al bando dai saloni neri. Gli intransigenti sdegnavano incanagliarsi coi principi romani, che avevano aderito all’Italia nuova.
Oggi le barriere a poco a poco si rompono, e i due campi vanno sempre più confondendosi. I vecchî raggiungono Pio IX nella tomba, i giovani sono stanchi di querimonie ed approfittando della cristiana tolleranza del pontefice, non disdegnano fare scorrerie nel campo nemico, ove qualche volta piantano le loro tende.
La clausura è finita, il volontariato nell’esercito serve a fondere i due elementi. Gli stessiclubsclericali non domandano più l’atto di fede per l’ammissione dei nuovi soci. Come nell’aristocrazia, nella stampa; giornalisti clericali e così detti liberali, vivono da buoni colleghi, zappando ciascuno il proprio campo, nell’accordo più perfetto.
Le concessioni furono reciproche ed avvennero gradatamente,quasi insensibilmente, ad onta dei colpi di testa dei governanti, i quali, a scatti, provocarono violenze di cui fecero e fanno penitenza, per provare al mondo cattolico la piena libertà del Papato.
Il salone della contessa Marcellin, considerato come internazionale, per la maggioranza di frequentatori stranieri, da anni aveva servito di punto di congiunzione fra avversarî.
Non vi si cospirava propriamente, vi si intrigava. Tutti i conciliatori di ambo le parti vi erano passati.
Quanti castelli di carte rovinati al primo soffio di vento! In compenso vi ci si divertiva. L’onorevole Lastri l’aveva detto: «belle donnine e gente allegra.» Vi si combinavano anche affari, e, quantunque non vi si parlasse mai di finanza, di borsa, gran parte dei milioni perduti dal Vaticano e dalle famiglie principesche, trovarono l’esodo dalle porte e dalle finestre del sontuoso appartamento della vedova del senatore, senza colpa della padrona di casa, del resto. Il precipitare de’ valori italiani in genere, dei romani in ispecie, spalancò il precipizio ai troppo fidenti. Monsignor Arrighi, ora semplice prete, medita piangendo sui trenta milioni dell’obolo di san Pietro sfumati, Mario tonsurato sulla grande rovina. Uncrackpauroso! Pure la matura e sempre bella contessa non ha l’aria di avvedersi dei disastri avvenuti a lei d’intorno. La bufera passò sulla sua casa senza neppur spostarne una tegola, senza sgretolarne un ornato. Qualche intimo di meno e la disparizione di monsignor Arrighi, ritiratosi nel suo palazzo, intatto anch’esso, come l’elegante villino della contessa.
Alla sera i ricevimenti gaî; gli affari si trattavano di giorno. Ferretti, l’oculato borsista, l’affarista intraprendente e fortunato, il bandito onnipotente, non sarebbestato ricevuto; i suoi precedenti, la famigeratezza gli precludevano l’adito in società. Accarezzato, adulato, riverito per le sue influenze, come le donne di malaffare non aveva adito che per le porticine segrete ed in segreto, ed egli consolavasi dell’ostracismo apparente, compensato dalla sua occulta potenza sui portafogli, sulle coscienze rapaci od ingenue di una clientela infinita; compensato del regno su tutto ildemi-mondedella politica, della finanza, sugli eroi delle bische.
Compenso i convegni misteriosi colle alte notabilità, i rapporti intimi con monsignor Arrighi, amministratore incontrollato del patrimonio pontificio.
In casa della contessa si erano tramati i grossi colpi di borsa, sorrisi in principio dalla volubile dea, allettamento incoraggiante a più formidabili operazioni, meno felici da prima, disastrose più tardi, quando furono ingrossate per l’impazienza di riguadagnare rapidamente le somme perdute.
L’oro usciva a fiotti dalle casse vaticanesche, che andavano man mano riempiendosi di titoli, i quali franavano per la china del fallimento nazionale colla violenza di una valanga alpina.
Il miracolo delle noci, mutate in foglie secche:Mobiliari, Generali, Venete, Crédit, Industriali, Istituto Romano, Raffinerie, Risanamento, Utilità, Omnibus, Immobiliari,ecc.
E con questi, i valori migliori, travolti dalla fiumana del ribasso, deprezzati non solo per il discredito interno, per le crisi estere: la greca, la portoghese, l’argentina, l’australiana, che avevan scossi i mercati più solidi ed ottimisti.
Un Waterloo finanziario, che lasciava lungo strascico di fallimenti e rovine, per molti anni irreparabili.
Colle banche e le società anonime, coll’obolo vaticano, le fortune annientate di molte famiglie principesche, e modesti patrimonî della borghesia a centinaja perduti.
Ferretti, l’abile, l’infallibile dall’occhio di lince, dalla seconda vista, sdegnato contro sè stesso per non essersi arricchito sulla rovina generale, scampato a mala pena al disastro universale, meditava la rivincita. La passione del giuoco, la febbre delle speculazioni, la libidine del rapido guadagno lo avevano acciecato ed usciva egli pure malconcio dal naufragio, furente di non aver saputo appropriarsi almeno i rottami dei disastri altrui.
La contessa Marcellin, più abile, aveva raccolte le briciole del banchetto nei giorni lieti e, previdente fra la follìa altrui, si era arrestata prima che la mano dell’angelo scrivesse le fatidiche parole di maledizione:
Mane — Tekel — Phares!
La volubile dea cessò di sorridere a Ferretti, vinto, ma non domo dalla fatalità. Dopo tante sfide temerarie e fortunate, tanti ardimenti felici e furfanterie impunite, era venuta l’ora dell’espiazione.
Tutto questo lo sapeva il deputato Lastri? Probabilmente no, perchè, nella sua rigida intransigenza in fatto di onore, non avrebbe mai varcata la soglia di una casa frequentata da Ferretti, fosse pur clandestinamente ricevuto.
Se li avesse conosciuti, certi misteri, a Giuliano li avrebbe rivelati.
Ma Giuliano ormai era lo zimbello di Ferretti, che lo teneva in pugno colla promessa di convalidazione, sperando rifarsi di una parte almeno delle occasioni perdute, sulla ingenuità del giovane onorevole.
Il progetto era semplice: speculare coi danari dell’onorevole Sicuri, non arrischiar nulla del proprio incaso di perdita; serbarsi la parte del leone nelle operazioni fortunate. Le oscillazioni dei valori più accreditati erano tempestose, unlansquenetfuribondo per gli audaci; i ribassi esagerati producevano le esagerate riprese. Nulla di più facile dell’arricchirsi, concedendo anche largo profitto al cliente. Si trattava di imbroccare felicemente le prime intermittenze, e la stella offuscata avrebbe brillato di nuovi, più fulgidi splendori.
I giorni nei quali Ferretti poteva tirare a colpo sicuro su tutti i grandi istituti di credito erano passati. L’alta banca si serviva pur sempre di lui come mezzano presso il Governo per i grossi e loschi affari, del di lui giornale, onde patrocinarli e lanciarli; ma ci voleva ben altro per la fame di quell’animale di rapina! le erano bricie. Le sovvenzioni sui fondi secreti eran lesinate con parsimonia da Arpagone, troppi concorrenti nella stampa erano sorti, il di lui esempio era stato imitato da colleghi altrettanto abili e meno compromessi; ilParlamentare, in condizioni migliori di pubblicità, assorbiva il meglio; cento giornalucoli di provincia erano piombati sulla cassa nera di Palazzo Braschi e, nugolo di cavallette, divoravano il resto.
Gli affari doganali, i contrabbandi legalizzati al ministero delle finanze colla complicità di funzionarî infedeli, pericolosissimi, rendevano meno per la concorrenza di deputati, i quali, senza pericolo, gli contendevano le offe.
Tentare il gran colpo! Un conto corrente di mezzo milione, e Ferretti si sentiva in grado di dar battaglia, di vincere.
Giuliano era l’uomo provvidenziale. Duecentomila lire depositate all’Istituto Romano e la garanzia del conte Sicuri potevano procurargli anche un milione.Necessario quindi di ammaliarlo, e sopratutto garantirsi del di lui silenzio presso Ruggeri, il più altezzosamente sprezzante de’ suoi nemici. Ferretti, in buona fede, la sola buona fede sua, riteneva di avere nemici fra i galantuomini. Aveva bensì de’ riconoscenti fra qualcuno de’ suoi beneficati, aveva ammiratori fra gli imbecilli divinizzatori del successo, aveva spietati concorrenti, ma nemici no. Il disprezzo non è odio. Ruggeri considerava Ferretti un animale immondo e pericoloso, dal quale bisognava guardarsi, per pulizia prima, poi per la propria sicurezza.
Certamente, se Ruggeri avesse soltanto sospettato i rapporti che andavansi annodando fra Ferretti e Giuliano, li avrebbe di un colpo troncati; ma Giuliano non osava dir tutto al troppo intransigente amico.
Sul conto di Ruggeri, Ferretti era d’accordo colla contessa Marcellin, per antica ruggine, per le stesse raccomandazioni del sottoprefetto Cerasi, il quale le aveva scritto, che se si voleva far qualche cosa del loro protetto, bisognava anzitutto sottrarlo all’influenza dell’ex deputato Ruggeri, che l’avrebbe costretto nell’Estrema Sinistra.
Il commendatore, dopo diciassette anni di esilio a Miralto, esagerava l’importanza e la possibilità di carriera del suo eletto. L’abile politico, dal microcosmo vedeva tutto ingrandito al di fuori, e gli pareva che col proprio, coll’ajuto dello contessa e di Ferretti, Giuliano avrebbe dovuto arrivare alto e sollecito. Per giustizia devo soggiungere che il sottoprefetto non sospettava neppure lontanamente i piani di Ferretti sul pupillo. Il sottoprefetto riteneva sempre il Ferretti all’apogeo della fortuna e della potenza... In fondo, il commendatore Cerasi si era appassionato per la sua creatura ed aveva finito per volergli bene... a suomodo. Non avrebbe mai cospirato a di lui danno, se non per farsene sgabello.
La contessa Marcellin, dal canto suo, indovinava i progetti di Ferretti; non li osteggiava, perchè anch’essa aveva il suo sul giovane deputato, sì caldamente raccomandato dal sottoprefetto.
Gli uomini politici vecchi, sui quali era basata la di lei influenza nelle sfere ufficiali, si spegnevano man mano, quindi il bisogno di nuove reclute, uomini dell’avvenire. Essa aveva fede, ad onta delle ultime prove disgraziate, nell’oculatezza di Ferretti, e questi, giovando a sè stesso, avrebbe potuto, aumentando il patrimonio dell’onorevole Sicuri, giovare alla di lui carriera politica. Per accaparrarselo e mantenerselo fedele, la contessa aveva meditato un piano che le sembrava dovesse essere infallibile.
***
Alle nove pomeridiane, nelcoupédella contessa Silva, anche il coupé dell’orizzontale gli era toccato in sorte, Giuliano si recava al villino della contessa Marcellin, all’Esquilino.
Un solo fanale era acceso, dei due simmetricamente eretti sui pilastri del cancello d’ingresso; nessun lume splendeva dalle finestre, non una carrozza stazionante nella strada e nel giardino che separava il villino dalla via. Tutto era silenzio! Nel giardino, mal rischiarato dall’unica fiamma del fanale, la penombra.
— O il cocchiere si è sbagliato, pensò Giuliano, o mi sono sbagliato io. Probabilmente non è oggi il giorno di ricevimento... Che sia giunto troppo presto?
Stava per risalire in carrozza e andarsene senz’altro. Fu prevenuto da un domestico gallonato:
— Il signor conte Sicuri?
— Appunto!
— La signora contessa, quantunque un po’ indisposta, la prega di voler entrare.
Giuliano fu preso dal panico. La sua timidità già allarmata si inalberò alla minaccia di un solo a sola colla contessa... Sarebbe ritornato addietro con entusiasmo; ma, non vi era modo.
Il cerbero in calzoni corti, calze di seta, fibbie e galloni d’oro, lo precedeva premuroso. Dovette seguirlo, facendo di necessità virtù.
— Maledetta la fretta! pensò. Potevo ritardare di mezz’ora e, probabilmente, avrei trovato il cancello chiuso.
E col coraggio della disperazione, il solo coraggio dei timidi, affrontò risolutamente la scalea in marmo bianco che dal giardino metteva al vestibolo, mentre ossequioso, il domestico, spalancava la porto vetrata.
Nella penombra, chè anche il vestibolo era appena rischiarato da una lampada in bronzo cesellato dai cristalli a colori, un sentore di eleganza, un profumo di buon gusto signorile, veramente moderno fra i massicci mobili antichi di quercia bruna e i soffici tappeti orientali. Nulla del lusso imponente de’ grandiosi palazzi romani, da Giuliano visitati durante il precedente soggiorno in Roma.
Il comfort artistico, senza ostentazione di ricchezza. Nulla di monumentale nella scala, che dal vestibolo metteva al primo piano; snella, leggiera, dalla branca dorata, era di modeste proporzioni, le pareti coperte da una tappezzeria oscura, trapunta in oro colle armi dei Marcellin, sormontate dal corno ducale.
Qualche cosa di misterioso nell’atmosfera soffice, tiepida, silenziosa, nella ossequiosità taciturna del domesticopremuroso, che lo precedeva come ombra, senza produrre il minimo rumore su per i gradini imbottiti. Anche là, la luce, meno fioca, era mitigata da cristalli colorati; i doppieri, sorretti da personaggi mitologici, copie in bronzo di statue greche, erano spenti... Per contro, l’anticamera, come il vestibolo dai mobili in quercia intarsiati, era splendente di luce. Agli angoli, quattro fauni reggevano ciascuno un candelabro dal quale avvampavano saettanti molteplici fiamme; due grandi specchiere scendevano fino a terra, previdenza gentile per le eleganti visitatici, che, appena scese di carrozza, avessero voluto rassettare l’abbigliamento scomposto; un magnifico arazzo spiccava dalla tappezzeria grigia, qualche oggetto d’arte sulleconsoles, un trofeo d’armi per sovrapporta all’ingresso della scala, e, vivente ornamento bizzarro, un magnifico levriere, artisticamente atteggiato, quasi a guardia della porta del salone, immobile, incurante del nuovo venuto, come se la consegna fosse stata di simulare il marmo.
Un secondo domestico si impossessò del soprabito e della canna di Giuliano, mentre il primo lo annunziava sotto voce, quasi avesse temuto risvegliare i mani dormenti di quel villino fatato.
Giuliano, senza avere avuto il tempo di riaversi, si trovò in una vasta sala. Al primo entrare, pel rapido passaggio dalla luce vivissima dell’anticamera nella semi oscurità, non seppe discernere che un paralume roseo, attraverso il quale spandevansi raggi miti, rutilanti, come di una lontana aurora boreale in una notte polare.
Un luccichìo confuso, appannato, di mobili dorati, di specchî, di cristalli; ed in fondo in fondo al salone, non avvertito da prima, un tavolo da giuoco, quattro giocatori intenti alla partita, nella penombra anch’essi,per gli opachi paralumi che projettavano tutta la luce dei doppieri sul tappeto verde del tavolino.
Giuliano ristette; abituandosi alla semi oscurità, riuscì a discernere due donne sedute su d’un divano. Fu l’affare di un istante. Una di esse gli venne incontro, porgendogli la mano.
— Signor conte, devo farle mille scuse se la ricevo nell’intimità. Indisposta, ho dovuto rinunziare al consueto ricevimento, limitandolo agli intimi, fra i quali spero ella vorrà annoverarsi.
Il complimento era gentile. Giuliano balbettò un ringraziamento.
— Signor conte, mia nipote Giulia... disse, ravvedendosi, la marchesa Giulia Fiori. — Giulia! il conte Sicuri, deputato al Parlamento.
La marchesa Giulia, a sua volta, porse la mano e soggiunse:
— La zia temeva che vedendo tutto bujo ella se ne sarebbe ritornata. Abbiamo messo di guardia un domestico per trattenerla.
— Sono riconoscente, signora; ma non vorrei abusare della cortesia; la contessa è sofferente... e forse...
— Che dice? Un po’ di emicrania, ma ormai sto assai meglio... Anzi, Giulia, faresti bene a togliere quel paralume che ci sprofonda nell’oscurità.
Giuliano fe’ atto di prevenire la marchesa; la giovine signora con agilità da monello arrivò prima e la magnifica sala si rischiarò come per incanto.
— Ah, così va bene! disse la curiosa figlia d’Eva, che friggeva d’esaminare la nuova conoscenza, da tre giorni soggetto di tutte le conversazioni della zia. C’era da credersi in una catacomba.
Un istante di silenzio, il tempo di riconoscersi. La giovine marchesa d’un colpo d’occhio rapido passò inrivista il nuovo arrivato, ed al sorriso fuggevole, quasi impercettibile, che le sfiorò le labbra, parve soddisfatta.
Giuliano, colla sua aria timida da monachella, inspirava infatti la simpatia di primo acchito. L’abbigliamento inappuntabile senza pretensione allagomme, la gentilezza dei modi, lui inconscio, gli accaparravano più della simpatia, la benevolenza, specialmente del bel sesso.
Meglio esaminata, la sua bellezza bionda appariva un po’ scipita, un po’ scialba, troppo femminea per la regolarità e l’espressione de’ lineamenti; la distinzione della persona, alta e snella, correggeva il difetto.
La sua Adele lo amava così, pure anch’essa ne conveniva: «Per un uomo, è troppo signorina,» diceva ridendo. La contessa Ida Marcellin fu meno rapida nel suo esame; uno sguardo scambiato colla nipote parve dire: «Me lo figuravo così.»
In quel mentre dal tavolo dei giocatori, che fin là si eran passate le carte silenziosi come automi, sorse un vero tumulto. La partita era finita, evidentemente perduta da una parte per un grosso sproposito di uno d’essi. Recriminazioni violente e clamorose del compagno perdente che non sapeva rassegnarsi alla sconfitta.
— Una partita vinta! stravinta! perduta poi per le sue distrazioni! Reverendo, se si sbaglia così a dir messa, poveri fedeli! povere anime del purgatorio!
Una risata accolse l’apostrofe, e il reverendo a difendersi:
— La scopa gliel’ha data lei... Del resto, come vincere? Non avevo carte...
La contessa s’interpose, ed approfittando della tregua presentò Giuliano.
Un prete, un senatore, un capodivisione al ministero delle finanze ed un alto funzionario vaticanesco, presentatocol titolo di commendatore, come il capodivisione; l’uno di Gregorio Magno, l’altro della Corona d’Italia, non monta, commendatori entrambi e buoni amici.
— La conciliazione in pieno, pensò Giuliano, rendendo gl’inchini e scambiando strette di mano.
La partita finita, le conversazioni si intrecciarono; Giuliano, trattenuto dalla marchesa Giulia inun a parte, fu tratto a narrare della sua felicità domestica, della rimpianta Miralto, dei progetti di richiamo della famiglia in Roma. La giovane marchesa s’interessava molto, troppo, a quelle confidenze da essa abilmente provocate.
— Il piccino quanti anni ha?
— Tre appena...
— Dunque, siamo ancora nella luna di miele!
— Presso a poco! La prima nube è apparsa per la mia elezione. La contessa non voleva saperne.
— Oh! e perchè?
— Si è messa in mente che a Roma l’avrei amata meno... Fisime di fanciulla!
La marchesa Giulia sorrise stranamente.
Il domestico entrò con un grande vassojo. La contessa preparava e mesceva il thè... i giocatori discutevano tutta via, ma serenamente, sul sette bello, sulla primiera e le scope dell’ultima partita. La marchesa non interrogava più e Giuliano narrava le sue impressioni romane, narrava, narrava, perfino eloquente, conchiudendo:
— I miei entusiasmi sono già un po’ sbolliti... Ma ormai devo dire come Vittorio Emanuele: «Ci siamo, ci resteremo!» Se fosse da ricominciare, ci penserei due volte... Troppe noje, troppi impegni, troppe contrarietà...
Si morse la lingua; stava per aggiungere: «e troppe spese.»
Non gli parve conveniente completare la confessione, dicendo che l’elezione era stata ottenuta a contanti e che a contanti e a protezioni intendeva aver giustizia dalla giunta.
La contessa distribuiva le tazze di thè, i giocatori si mischiarono alla conversazione che divenne generale... Dopo una mezz’ora il reverendo se n’andò col capodivisione. Giuliano fe’ atto di seguirli:
— Si trattenga ancora un momento, onorevole; a minuti arriverà la mia carrozza, partiremo tutti insieme. Non è per anco mezzanotte.
Giuliano sedette, lieto di prolungare la geniale conversazione. Le due donne avevano saputo con tatto infinito sorvolare su tutte le forme cerimoniose, trattando Giuliano con cortesia intima, sì che egli, tanto timido, si sentiva come fra antiche, care conoscenze. La bellezza sfolgorante della marchesa Giulia, la sonorità della voce melodiosa, il sorriso compiacente e benevolo, perfino il profumo che esalava dalla persona dalle movenze plastiche, eleganti senza affettazione, le cure simpatiche e cordiali dalle quali era circondato, provocavano in Giuliano un senso di benessere infinito ed all’infinito avrebbe voluto protrarre la partenza. Passò un’altr’ora; la loquela di Giuliano aveva assunta vivacità insolita. Ascoltato con simpatia, incoraggiato da sorrisi, da quattro begli occhî intenti, da repliche briose e confidenziali, discorreva, discorreva, sorpreso egli stesso di scoprire in sè una facoltà inaspettata.
Gli altri visitatori se n’erano andati tacitamente. Al pendolo del caminetto scoccò il tocco.
— Già la una! E la mia carrozza non è ancor giunta, sclamò la marchesa inquieta. Che abbia dimenticato di ordinarla? Il cocchiere crederà ch’io rientri colla tua, zia.
— Farò attaccare.
— Oh, sarebbe lungo. E poi la tua gente deve essere a letto da due ore. Manda a prendere una carrozzella alla stazione di Termini.
— Marchesa, il miocoupéè a sua disposizione.
La giovine donna stette titubante; una vampa fuggevole di rossore le colorò il volto.
— Attendermi? Sto lontano, presso il Tevere, quasi a Piazza del Popolo. Via di Ripetta. Tutta Roma da attraversare. No! no! Meglio mandare in cerca di una botte...
— Io non oso insistere. Il mio albergo è a due passi di qui... Farò una passeggiata a piedi gradevolissima.
— A quest’ora?... Colla tramontana che soffia stanotte! Non permetterò mai.
Intervenne la contessa:
— Giulia, tu puoi accompagnare l’onorevole Sicuri all’Albergo del Quirinale, poi continuare il tuo lungo viaggio fino al Tevere.
Giuliano non replicò; la combinazione fu accolta coll’assentimento del silenzio.
***
Ecco i due giovani, soli, nella semioscurità della carrozza, rapidamente trasportati verso l’Hôtel du Quirinal.
Fino a Piazza Termini non avevano scambiato che poche frasi. Giuliano era commosso; quell’avventura impreveduta lo turbava. Un profumo inebbriante si sprigionava dagli abiti della marchesa. L’alito caldo della giovane signora sfiorava il viso di Giuliano, che sentiva il sangue affluirgli al cervello... In Piazza Termini, poco lungi dall’albergo, la corsa gli era sembratatroppo breve. Senza riflettere, senza chiederne il permesso, abbassò il cristallo e gridò al cocchiere:
— Via di Ripetta!
La marchesa non protestò, e Giuliano, richiudendo lo sportello:
— Marchesa, non potevo permettere rientrasse così sola, a quest’ora, in quartiere tanto lontano dal centro.
Essa ringraziò porgendogli la mano coperta dal guanto, calda del tepore della pelliccia, sotto cui erasi rifugiata a riparo del freddo frizzante... Giuliano afferrò la piccola mano, non la lasciò più... Docile, la manina, non protestò, pur rimanendo inerte alle strette insistenti della mano di Giuliano.
Così fino alla discesa di Magnanapoli, nel più profondo silenzio.
Essa, come fanciullo freddoloso, erasi rincantucciata nell’oscurità dell’angolo estremo dell’angusto coupé. Giuliano l’avrebbe creduta dormente se, ad intervalli, ad ogni faro elettrico, la luce, entrando dagli sportelli, non avesse illuminato due occhioni sbarrati, quasi paurosi. Alla svolta di Magnanapoli una ruota si incagliò nella rotaja del tram: un urto violento strappò un grido alla bella taciturna, lanciata contro Giuliano, che, inconsciente, inebbriato, la rattenne contro il suo petto, allacciandola brutalmente alla vita col braccio destro... Un molle atto di difesa, una breve lotta per svincolarsi, finchè, come vinta, Giulia lasciò cadere la testa incappucciata sulla spalla di lui.
Il cavallo non aveva rallentato e, rapido, troppo rapido, correva lungo il Corso, quasi deserto a quell’ora.
L’ambiente della carrozza riscaldato dall’alito, saturo del profumo bizzarro, dava le vertigini a Giuliano, il quale colle labbra desiose cercava quelle di Giulia, che nascondevansi riluttanti sotto il gran bavero dellapelliccia. Lotta in silenzio, rotta appena da sospiri, da flebili gemiti di protesta.
Il cavallo svoltava l’angolo di San Giacomo, correndo quasi senza rumore sull’asfalto del breve tratto di strada che fiancheggia l’ospedale, poi giù al trotto serrato per via di Ripetta.
Non sapendo a qual numero fermarsi, il cocchiere rallentava in attesa di ordini. Giunto in piazza del Popolo si fermò per conto proprio.
Il bacio, il lungo e dolcissimo bacio, fu interrotto; i due giovani furono richiamati alla realtà, come svegliati da un sogno.
— Dio mio! Dio mio! mormorò Giulia, rincantucciandosi nel fondo della carrozza.
Giuliano, affacciatosi allo sportello, chiese al cocchiere ciò ch’era avvenuto.
— Il numero del palazzo?...
— Ah, marchesa, il numero.
— Centotrenta, mormorò Giulia.
Ed il cocchiere, svoltato, a rifare la lunga via, per fermarsi poco dopo davanti ad un portone aperto ed ancora illuminato.
La marchesa era aspettata. Scese sorretta da Giuliano, senza pronunziare parola. In compenso, una stretta convulsa di mano, più eloquente d’una dichiarazione d’amore.
— Marchesa, quando ci rivedremo? mormorò sottovoce Giuliano, per non essere udito dallo staffiere che attendeva sulla porta.
— Domani... alle quattro! bisbigliò Giulia.
Raccolto il lungo strascico dell’abito, con gesto pieno di grazia, sparì quasi correndo verso lo scalone.
Al ritorno, Giuliano vide ancora splendenti di luce le sale del caffè Colonna. Fece arrestare, e, sceso, disse al cocchiere:
— Andate pure. Rientrerò a piedi.
Era arso dalla sete. Un turbine di pensieri contrastanti. Rimorsi pungenti... Una soddisfazione fatua per la galante avventura. Adele e Giulia!
— È possibile? Mi pare d’aver sognato. Strana donna! E quel profumo bizzarro, come bizzarra la di lei bellezza... Lo sento ancora, mi fa impazzire. Deve essere legno di sandalo... Anche sulle labbra quel profumo... No, domani non ci andrò. Che donna sarà? Vedova? Maritata?... Marchesa Fiori. Nome da romanzo... Troppo gran dama per essere un’avventuriera. D’altronde, è nipote della contessa Marcellin, altissima nobiltà veneta.
Così almanaccando rimase ultimo nel caffè; i camerieri assonnati, colla massima buona grazia, lo misero alla porta.
Rincasava alle quattro del mattino, sfatto, stanco, livido, la testa in fiamme. Aveva percorso a passi affrettati mezza Roma, come pazzo, fuggente la persecuzione d’un fantasma invisibile.
— Buona Adele! mormorava addormentandosi.
***
Era mattino già alto, quando Giuliano fu svegliato dal bussare insistente all’uscio della sua camera da letto.
— Che diavolo c’è? chiese indispettito al cameriere.
— Perdoni, signor conte, non l’avrei disturbato se il suo cocchiere non avesse insistito perchè lo svegliassi, dovendo farle una comunicazione urgentissima.
— Urgentissima? Fatelo passare.
Il cocchiere entrò timidamente; vecchio soldato, si mise in sull’attenti, aspettando di essere interrogato.
— Che è avvenuto?
Non rispose, fece segno alla presenza del cameriere, e colla mimica degli occhî fece comprendere che non avrebbe parlato davanti al testimonio.
— Portatemi una tazza di caffè, ordinò Giuliano, ponendosi a sedere sul letto.
— Signor conte, stamattina nel rassettare il legno ho trovato questo oggetto, certamente perduto jersera dalla signora che ella ha accompagnato a via di Ripetta... Deve essere di gran valore, perciò mi sono permesso di farla svegliare... Mi bruciava le mani. Non avrei voluto essere sospettato.
Sì dicendo, porse a Giuliano un oggetto accuratamente avvolto in un numero delloSvegliarino.
Giuliano, svolto il giornale, vide uno splendido braccialetto, di gran prezzo realmente.
— Brav’uomo, e l’avete ritrovato?
— Nelcoupè, signor conte, sul soppedaneo. È fortuna che la signora uscendo non l’abbia fatto cadere a terra colle vesti a strascico... Sarebbe stato perduto.
— Antonio, cercate là, su quel tavolino, vicino alla finestra... Vedete? Vi è un portafogli... datemelo.
Giuliano, tratto un biglietto, lo diede al cocchiere.
— Oh, signore, per me? È troppo... Non ho fatto che il mio dovere.
— Via, grullo! È poco, troppo poco... Tieni, ed aspetta gli ordini... Avrò forse bisogno della carrozza più presto del solito... Che tempo fa?
— Bellissima giornata di sole; ma la tramontana soffia gelata.
Il cameriere rientrava col caffè. Antonio, raggiante di gioja si ritirava mormorando:
— Bravo giovinotto, il signor conte. Se fosse stato un inglese od un tedesco, mi avrebbe dato cinque lire, un biglietto da dieci al più.
Giuliano pensava:
— Anche questo braccialetto ci si mette. Ero deciso a rompere ogni rapporto colla marchesa... Ora, come fare? Mandare il braccialetto senz’altro, sarebbe sconvenienza... Scriverle? Che so io della sua casa? Potrei comprometterla col marito, se un marito c’è. Il meglio è che lo porti io, oggi alle quattro. Maledetto contrattempo, avrei voluto evitare questa visita. In ogni modo non mi vedrà altro... Raramente... Qualche volta dalla contessa Marcellin... Roma è grande e si ritrovano soltanto coloro che si cercano.
Riesaminò minutamente il giojello... La corona di marchesa sovrapposta al monogramma G. F...
— Giulia Fiori! Anche questo sente il profumo satanico che mi dà al cervello come l’assenzio!
Buttò il braccialetto sulle coltri e balzò per vestirsi, preoccupato, non sapendo ricordare l’affare importante che gli incombeva per quel mattino. Cercava, cercava inutilmente.
Ad un tratto, percotendosi la fronte colla palma della mano:
— Ah, perdio! La seduta reale.