CAPITOLO XIII.La seduta reale.
Dalle otto del mattino Roma, la Roma racchiusa nel circolo che ha per centro, al palazzo Bonaparte, l’angolo del Corso e via del Plebiscito, su cui prospetta l’antica fortezza di San Marco, altra terra irredenta; per raggi, via Vittorio Emanuele, via Nazionale ed il Corso, presentava animazione insolita.
Dall’alba gli stradini municipali avevano sparsa la inevitabile arena gialla, dal palazzo del Quirinale, lungo la via omonima, la discesa di Magnanapoli, il Corso, piazza Colonna, fino davanti l’ingresso di Montecitorio.
La sabbia gialla è una particolarità tutta romana, tradizione che si perde nell’epoca preistorica dei re.
Il lastrico di Roma è sdrucciolevole; la storia della Città Eterna infatti ci narra di cadute innumerevoli, almeno altrettante dei trionfi.
Provvida precauzione, la sabbia gialla, impedisce, se non le cadute delle amministrazioni capitoline e dei governi, gli stramazzoni dei cavalli.
L’arena gialla ha finito per essere emblema di festa. Nei tempi andati si soleva spargere per le corse deibarberi, come per le solenni apparizioni dei pontefici; ora, abolite le prime e rinchiusisi in Vaticano i secondi, l’arena si profonde per le solennità politiche, per le riviste militari, per gli ingressi ufficiali di principi, di re, di imperatori, per il corso delle maschere, quelledel carnevale, per il getto de’mazzettacci, ai quali soltanto, ormai, il carnevale del popolo è ridotto; per le periodiche messe funebri del Pantheon, per la solennità inaugurale di ogni sessione parlamentare, per i funerali ufficiali votati a spese dello Stato, del Comune o della Provincia, ad alti personaggi. I buoni quiriti, alla visti dello strato giallognolo d’arena, si schierano spontaneamente lungo i marciapiedi delle strade insabbiate, come se ubbidissero ad una parola d’ordine, aspettando rassegnati per lunghe ore la rappresentazione dello spettacolo gratuito, qualunque sia per essere, funerale o trionfo imperiale, non monta.
In quella mattina la ragione dell’insabbiamento era nota, e gli spettatori attendendo il passaggio delle berline reali, pazientavano nell’ammirazione delle cravatte bianche e dei cappelli a tuba degli invitati, i cui guanti spiccavano come macchie di calce sul panno oscuro dei soprabiti, sotto i quali nascondevansi le giubbe di rigore. Mormorii e risate gioviali, per i motti arguti dei popolani allo sfilare delle anacroniche uniformi, spesso ridicole, per la goffaggine di chi le portava, dei diplomatici e dell’alta burocrazia, le cui carrozze passavano alla spicciolata, precedendo il corteo reale, anzi i corteggi reali. Perchè sono due distinti; quello della regina e quello del re.
Per tale solennità, fino dal primo mattino le truppe sono schierate su d’una fila sola lungo i marciapiedi del percorso reale, facendo siepe alla folla curiosa che si addensa sempre più. La tramontana soffia tagliente, ma il buon popolo di Roma non ci abbada. Quante patriottiche bronchiti domani; chi ci pensa? La curiosità, che perdè la madre del genere umano, è la dote culminante dei quiriti, in fatto dicircensesdi qualunque genere, punto degeneri dagli avi.
Allagirandola, fuoco d’artificio per il Natale di Roma un tempo, poi per la festa dello Statuto, ed ora come lo Statuto abolito, in causa deibottiche simulano le bombe anarchiche; per lagirandolatutta Roma accorreva entusiasta, una frenesia pirotecnica da manicomio; così per le defunte corse deibarberi.
Piazza del Quirinale è gremita; là l’uscita trionfale dei sovrani ed il loro trionfale ritorno; là le batterie d’artiglieria; là lo squadrone dei corazzieri, luccicanti ai raggi del sole come gli arcangeli celesti agli splendori abbaglianti delle sfere empiree.
In piazza del Quirinale gli applausi entusiastici, e sopratutto spontanei, periodicamente registrati dai giornali ben pensanti, telegrafati all’orbe intiero dallaStefani.
I soldati sono il lusso dei re e dei loro successori, i presidenti delle repubbliche.
Per la pacifica cerimonia, senza la sabbia gialla e le giocondità del popolino burlone, vi credereste in pieno stato d’assedio.
Soldati in via Nazionale, soldati in via del Quirinale, soldati a Magnanapoli, soldati lungo il Corso, soldati disposti in quadrato a piazza Colonna, soldati in piazza Montecitorio, soldati perfino dentro nel palazzo della rappresentanza nazionale. Soldati a tutti gli accessi delle vie per impedire la circolazione delle carrozze, eccettuate quelle degli invitati muniti di biglietto.
Nella Città Eterna, quando la corte si muove in pompa, i cavalli plebei si riposano. I tram, gli omnibus, le botti, i carri, i carretti, tutto si ferma... Siete di partenza? Addio treno! Le strade rumorose di Roma, della Roma politica, per la vietata circolazione dei veicoli diventano silenziose, quanto i calli di Venezia. Pozzolana e soldati!
***
Giuliano, temendo di essere in ritardo, ordinata la carrozza, si vestì con fretta febbrile. Era a quell’età nella quale non occorrono grandi apparecchî di toletta per essere presentabili. Alle dieci e mezza era in carrozza; il cocchiere frustava allegramente, scendendo al gran trotto via Nazionale. Frustava, sapendo che per lui non vi erano consegne proibitive; portava seco un rappresentante inviolabile. La prepotenza dei piccini è nella protezione dei forti. Appena una fermata a Magnanapoli, allosquareche circonda i ruderi delle mura di Servio Tullio, per farsi riconoscere dall’ufficiale e, dopo pochi minuti, a Montecitorio.
Il palazzo berniniano era, per l’occasione, parato a festa.
Un grande baldacchino rosso a frangie d’oro proteggeva dai raggi del sole il portone; due grandi cortine di velluto rosso a cordoni e fiocchi d’oro, scendenti a festoni, ornavano l’ingresso.
Nell’atrio, un battaglione di linea; tutt’intorno, carabinieri, guardie municipali (pizzardoni) in alta tenuta, ed una folla di invitati immensa; un pigia pigia plebeo, ad onta delle giubbe attillate, degli abbigliamenti eleganti delle dame, in gran tenuta esse pure, come la guarnigione.
I minuscoli piedi femminili, calzati ne’ scarpini lillipuziani, costretti a calpestare la pozzolana gialla della piazza, prima di giungere al tappeto disposto sulla gradinata dell’ingresso, scalpitavano impazienti, trattenuti come erano dalla risacca dell’onda umana irrompente nell’atrio e dagli scaloni invasi e rigurgitanti.
Il guardaportone, tutto d’oro, Atlante atletico, coll’orbeterraqueo di Pompeo per pomo alla enorme mazza, simile a quella de’ capitamburi guidanti nei tempi eroici i granatieri della guardia alla vittoria; gli uscieri gallonati dallepizzardemerlettate d’oro, dalle mantelline succinte, come quelle de’ bersaglieri, sovrapposte alle lunghe zimarre da ciambellani, non potevano far argine al mare irrompente, sul quale non vedevansi galleggiare che cappelli lucidi, a fumajolo, ed un agitarsi frenetico di mani inguantate; mani enormi, per l’effetto ottico del bianco sulle tinte oscure.
Tali confusioni, che a notte, all’ingresso di un grande teatro, per la prima rappresentazione di un’opera di celebre maestro, assumono qualche cosa di pittoresco, di giorno, alla luce insolente di una mattinata romana, sono sovranamente grottesche. Sì, stranamente ridicolo il nostro costume di società, uniforme ineluttabile, portato in pien meriggio all’aria aperta! Tanto stonato il contrasto fra le nostre giubbe, i nostri gibus e le livree dorate degli inservienti, le monture diplomatiche e militari! Tanto bizzarro il raffronto colle tolette smaglianti delle signore, tutte a piume, a nastri, a gemme; fra i cappelli mascolini e le mille foggie fantastiche dei copricapi delle dame, che un osservatore come Ruggeri, afflitto dalla malattia dei diavoli azzurri (blue devils) è tentato di credersi fra una turba di matti.
E Ruggeri, giunto la sera prima da Miralto, era là ad osservare.
Nella qualità di ex deputato aveva potuto oltrepassare i cordoni di truppa; venuto a Montecitorio per cercarvi Giuliano, la sera innanzi irreperibile. La ragione, la conosciamo.
— Oh, eccoti, Giuliano!
— Ruggeri! Quando sei arrivato?
— Jersera. Al tuo albergo mi dissero ch’eri uscito,e che probabilmente saresti rientrato tardi, perchè eri in abito di società... Siamo già lanciati nellahaute!Le mie congratulazioni, Giuliano! La noja ti sia leggiera!
— Quali nuove da Miralto?
— Tutto bene. Te ne parlerò poi, perchè non hai tempo da perdere, se vuoi prender posto per godere dello spettacolo e prestar giuramento. Dar l’assalto di qui è operazione difficile; entra dalla porticina di via dell’Impresa.
— Dimmi almeno come stanno.
— Bene, ti dico! I saluti più affettuosi e la preghiera fervente di recarti presto a Miralto per condurli teco. La tua signora, sola in quel villaggio maldicente, dopo tutto ciò che è avvenuto, non vi si può più vedere. Il tuo piccolo Gustavo, un amore davvero... Ti ha scritto una lettera. Eccola. La sua matrina gli ha guidato la manina.
— Stella?
— Sì, anch’essa ti saluta. Questa è la lettera della contessa.
Eran giunti alla porticina riservata. In quel mentre tuonò il cannone da Castel Sant’Angelo.
— La regina esce ora dal Quirinale. Affrettati! Ti aspetterò al caffè Colonna. Questa cerimonia mi dà sui nervi... Una mascherata in quaresima.
Decisamente, dall’avventura della sera innanzi, l’onorevole Sicuri era mutato. Non fu con gioja che rivide l’amico, come senza emozione ricevette le due lettere che l’amico recava. Mentre Ettore gli parlava, egli colla mano inguantata accarezzava il braccialetto in una tasca del soprabito.
La campana di Montecitorio squillava alla distesa. Destino dei bronzi! La longevità cui sono condannatili costringe a tali e tante metamorfosi, che neppure gli uomini politici, nelle loro evoluzioni, sanno superare. Per altro, se gli uomini politici potessero vivere quanto una campana, ne vedremmo di belle!
Le statue delle divinità pagane, mutate in santi, come effigie di santi venerate, colla sola aggiunta di un’aureola stellata... La campana di Montecitorio, disposta dal Bernini sopra l’orologio dell’enorme e punto estetica cimasa della bellissima facciata, non chiama più alla preghiera i pii monaci dello stabilimento di beneficenza per i miseri, prima destinazione del palazzo. Ammutolita dal 1870, la campana non saluta più il mattutino, l’angelus, l’avemaria, non avverte il coprifuoco.
Silenziosa per mesi e mesi, si sveglia a rari intervalli. Una volta, due, ogni tre anni, squilla col timbro antico per salutare i reali di Savoja, inaugurando le nuove legislature, le nuove sessioni.
La campana non suona che quando parla la Corona.
C’era... ce l’hanno trovata, bisognava pure usufruirla! Meglio il suo, del destino delle campane consorelle, fuse, durante il primo impero napoleonico, per esser mutate in cannoni.
La campana di Montecitorio annunzia nuovi sagrifici al paese, nuove imposte, ritornello dei discorsi della Corona. È già un bel divario dalla sua prima destinazione; ma, non ammazza nessuno. La campana suonava alla distesa, il cannone tuonava dalla Mole Adriana, posta ai piedi del Vaticano.
L’arcangelo armato aveva ancora una volta incensi di polvere da cannone; ma eran detonazioni pacifiche, che non impaurivano neppure i colombi ed i gufi, appollajati nella millennaria fortezza.
Giuliano, spogliato il soprabito, si affrettò a prenderposto nell’aula, che presentava spettacolo veramente imponente. Nessuna sala di teatro offerse mai colpo d’occhio più sorprendente. Fra le macchie nere delle giubbe dei senatori e deputati, pigiati nei banchi, ingombranti l’emiciclo; fra il nero delle giubbe degl’invitati, lo smagliare giulivo degli abbigliamenti femminili, il luccicare delle uniformi.
Le tribune riboccanti e variegate come immensa corona di fiori, gli sfarzosi addobbi, la sontuosità del trono dai gradini coperti di ricchi tappeti, gli scanni dorati dei principi; la risurrezione, meglio, l’esumazione dei riti del fasto monarchico antico, in tutta la loro pompa superba.
Anacronismo curioso, spettacolo di altri tempi, come di altri tempi il modello delle uniformi diplomatiche, le livree degli uscieri.
Gli ultimi dinastici convinti gioivano, come i fedeli alle funzioni pontificali in San Pietro.
E il cannone tuonava, squillava insistente la campana di Montecitorio... Appunto come già per la benedizione pontificale, che veniva impartita ogni anno alla città ed all’orbe dal defunto Pio IX.
Frattanto le berline reali scendevano lentamente dal Monte Quirino, per le vie assiepate di soldati, di popolo... I balconi gremiti, le bandiere al vento.
Gioite, o popoli! Abbiamo una Camera, e fra poco il sovrano vi annunzierà la pace universale e la necessità di altri tributi per mantenerla.
Tre carrozze di gala, precedute da un picchetto di corazzieri, seguite da uno squadrone di carabinieri. Battistrada rosso, tricorno, parrucchino incipriato, pantaloni di cuojo, stivaloni. Il costume di Emanuele Filiberto. Moda iconoclasta! Gli sfarzosi abbigliamenti degli avi eroici relegati nelle scuderie!
Carrozze dorate allaPompadour, staffieri e cocchieri rossi, in tricorno e parrucchino, i tiri a quattro uniformi, di enormi meclemburghesi, solenni sotto le ricche bardature quanto il cavallo di Marco Aurelio.
Dieci minuti dopo, un crescendo di cannonate ed un agitarsi ancor più rumoroso della campana.
Il re!
Non più tre, sei berline d’oro, ed altre carrozze. Modestilandeauxmoderni, vergognosi della loro borghese semplicità; si sarebbero scambiati per vetture di rimessa dietro sontuosi carri funebri... Altra stonatura! Nove berline sono molte, ma non sufficienti a contenere le due case, civile e militare, al prestigio regio. Altre ne occorrono!Provideant consules!
Nell’aula un grande mormorio, uno sporgersi curioso dai parapetti delle tribune.
Pubblico, senatori, deputati, diplomatici, tutti scattano in piedi, come ad un comando militare. La regina appare alla tribuna della presidenza. Applausi frenetici... Una, due, tre salve prolungate. La regina saluta ripetutamente, sorride del suo gentile sorriso stereotipato. Chi potrebbe dire quante ansie, quanti rimpianti, quanti terrori si nascondono sotto quel sorriso? Non è tutta rose neppure l’esistenza dei sovrani!
Dieci minuti di attesa, spesi dalle signore nell’esame dell’abbigliamento della regina. Le più lontane si consolano pensando che i giornali della sera lo descriveranno minutamente, numerando perfino le perle nere della collana a triplice giro.Le collier de la reine!Se in Italia fossimo romanzieri, l’interessante romanzo si potrebbe scrivere sulle perle nere dell’Eritrea, senza l’ombra di imitazione del racconto di Dumas padre, o del libretto deiPescatori di perle, musicato da Bizet.
Dieci minuti precisi, contati al cronometro, dopol’ingresso della regina, nuovo movimento di curiosità nelle tribune e fra la massa nera, picchiettata di bianco, dei senatori e deputati.
Come se un torrente avesse rotto le dighe, una vera inondazione di metallo lucente, con grande strepito di ferrivecchi.
La luce, piovente dal lucernario, sapientemente mitigata, parve raddoppiata ai bagliori degli elmi, delle spalline, delle tracolle, dei cordoni d’oro e d’argento, delle sciabole, delle corazze.
Il re colla sua casa militare, in uniforme da generale, coll’elmo piumato come un uccello fantastico. Salutata la regina, come tutti, ritta in piedi, sale al trono, seguito dai principi; il seguito si arresta intorno alla gradinata. Due arcangeli d’acciajo, due enormi corazzieri, si dispongono ai lati del trono.
Ancora un applauso. Il cannone di Castel Sant’Angelo tuona tuttavia; ma la campana, con gran sollievo di tutti, ridiventa silenziosa.
Il guardasigilli riceve il giuramento dei nuovi senatori; il presidente del Consiglio fa la chiama dei deputati e li invita al giuramento, colla nota formola, misteriosa come un dogma cattolico; l’inseparabilità del bene della patria e del re.
I senatori giurano fra un mal represso bisbiglio.
Che è? Pare che la scelta fatta dalla Corona dei nuovi legislatori vitalizî non garbi; perchè fra i motti sarcastici si intendono degli oh! oh! irriverenti per la maestà del luogo e la solennità della cerimonia.
Giurano i deputati; ma Giuliano non vide altro, non udì il discorso del re, letto con voce fioca, non notò la freddezza glaciale colla quale il discorso fu accolto, non avvertì i mormorii disapprovatori, quando la Corona alluse alla necessità di esser pronti a nuovi sagrificî.
Una distrazione invincibile lo aveva isolato fra la folla. Delle centinaja di teste sporgenti intente dalle tribune non ne vedeva che una: la marchesa Giulia.
Come l’aveva scoperta fra la confusione di spettatrici che nella ressa, nella varietà delle acconciature dai mille colori, dalle mille tinte, si confondevano insieme come lo sfondo di un quadro di pittore impressionista?
Lontanissimo dal pensiero che la marchesa potesse essere nell’aula, non l’aveva cercata. Pure si era sentito importunato dalla fissità di un binocolo appuntato su di lui. Lo sentiva, lo sguardo rafforzato dalle lenti, anche quando, distratto da altro, non lo curava. Il binocolo, facendo maschera al viso, gli impediva di riconoscere la persona di lui tanto occupata; per di più, a metà nascosta alla vista da una delle colonne che sostengono gli archi delle tribune.
Riguardò meglio.... Il binocolo si distaccò, una mano accennò un saluto, mentre la vezzosa testa araba della marchesa, scotendosi sorridente dall’alto in basso, pareva volesse dire:
— Finalmente mi riconoscete!
Appena terminata la lettura del discorso reale, senza pur attendere che la corte movesse, Giuliano si precipitò alla ricerca del proprio cappello e del soprabito, coll’intenzione di raggiungere la marchesa. Mentre egli saliva le scale della tribunaB, gli invitati la discendevano fra una confusione indescrivibile. Ascendere contro corrente, impossibile! pensò di aspettare all’uscita nella strada. Attese lungamente, invano: Montecitorio si era vuotato. Gli uscieri chiudevano gli aditi, ed egli era ancor là, immobile, in agguato, fra i poliziotti in borghese, che assiepano sempre le vie della Missione e dell’Impresa, di guardia al palazzo.
Taceva la campana, il cannone era ammutolito, la folla si era diradata; rientravano le truppe nelle caserme dopo sei ore di immobilità. La festa era finita, appena ricordata dalle bandiere esposte alle finestre e dalla pozzolana gialla della strada. Gli strilloni offrivano il discorso a due soldi, e Giuliano, indispettito per la delusione, ricordò finalmente di non aver fatto colazione, si sovvenne che Ruggeri lo attendeva al caffè Colonna.
— La rivedrò alle quattro, pensò, dando una crollatina di spalle, come per liberarsi dal dispetto.
Un incidente di nessuna importanza lo fece sorridere e lo rimise quasi di buon umore. Passava una popolana con un bimbo per mano.
— E cosa ha detto il re? chiedeva il bimbo alla mamma.
— Che i bambini disubbidienti li manderà a prendere dai carabinieri.
— Quanta verità! pensò Giuliano avviandosi verso il caffè.
Sulle due piazze Montecitorio e Colonna, pochi capannelli; sulla gradinata della Camera, qualche signora in attesa della carrozza in ritardo.
Giuliano salì all’atrio sperando ancora. La marchesa non c’era.
Un crocchio, invece, di deputati che facevano circolo ad una gran dama, a giudicare dalla ossequiosità degli onorevoli che la circondavano.
Un neo eletto chiedeva alla signora le impressioni della solennità.
— Ciò che mi ha più colpito, rispose la signora, è la grande quantità di teste calve di senatori e deputati.
— Principessa, replicò l’onorevole Lastri, tutto merito della politica, la quale fa impazzire la gente e cadere i capelli.
L’onorevole Lastri, scorgendo Giuliano, lo chiamò, e senza neppur prevenirlo lo presentò alla principessa d’Ajano, della illustre famiglia napoletana, borbonica fervente, da poco aderente a Casa di Savoja, compensata immediatamente colla nomina a senatore del principe.
— Principessa, le presento un deputato non ancor calvo, il conte Sicuri.... Ahimè, qua dentro lo diventerà ben presto!
La principessa porgendo la mano:
— Speriamo di no! Meglio varrebbe, onorevole Sicuri, lasciare la Camera.
— Mille volte, soggiunse Lastri; ma è della deputazione come dell’acqua del Nilo, chi l’ha bevuta, dicono gli Arabi, la riberrà.
«Del resto, è così di tutti i vizî... La deputazione è un vizio, il peggiore; ne so qualche cosa io, che, giurando sempre di non volerne più, sono già alla mia nona legislatura.
Poi con un sospiro, che voleva parere da burla, ma troppo ben imitato per non essere a due terzi sincero:
— Il giorno, forse non lontano, nel quale i miei elettori non volessero più sapere di me, finirei per fare anch’io l’anima vagante negli ambulatorî... Montecitorio diventa una necessità, la deputazione una seconda natura... Principessa, vede quell’onorevole là? Quell’ex? È...
Un grido mal represso, quasi unanime, fermò sulla bocca dell’onorevole Lustri il nome. E, scongiuri strani, le mani si chiusero a pugno, l’indice e il mignolo sollevati a guisa di corna...
— Per carità, non nominarlo! interruppe l’onorevole Cortesi terrorizzato.
Giuliano non comprendeva nulla al terrore, vero o simulato, dei presenti, ed ancor meno alla mimica, cui non era stata estranea la principessa.
Lastri gli susurrò all’orecchio:
— È un jettatore feroce. Rejetto dagli elettori, si è stabilito a Montecitorio per maledizione d’Italia. Ha un nome di paese; ma per indicarlo nessuno lo pronunzia, lo chiamano invece con quello del corrispondente capoluogo di provincia; l’ex deputato Modena.
La principessa rideva, ne ridevan tutti; ma più come d’un pericolo scampato, che per incredulità nel mal occhio.
— Io non ci credo, soggiunse la principessa; pure, non si sa mai! D’altronde, qualche cosa di vero ci deve essere.
In quel momento uno staffiere annunziò che la carrozza di Sua Eccellenza era di ritorno dal Senato, ove il principe si era recato, dopo il giuramento, per presentarsi a’ suoi nuovi colleghi.
La principessa nel salire in carrozza inciampò; per poco non cadeva. Si volse sorridente a Giuliano:
— Vede, onorevole, che qualche cosa c’è?
E Lastri a soggiungere:
— Per carità, principessa, non dimentichi uno solo degli scongiuri d’obbligo.
— Non tema! rispose ridendo la principessa, coll’indice ed il mignolo della destra inguantata rivolti al cielo, mentre i due magnifici baî partivano scalpitando.
Lastri e Giuliano s’avviarono verso il vicino caffè.
— È possibile? sclamò Giuliano.
— Possibile o no, la è così, caro mio. Tutti fanno lo spirito forte; pure, un zinzino ci credono tutti... Esclusi pochi di voi altri, settentrionali, miscredenti, che sfidate il cielo e l’inferno... Anche tu, come tanti altri conterranei tuoi, finirai per convertirti.
Era il tocco.
— Ruggeri avrà perduto la pazienza, pensò Giuliano; se ne sarà andato.
Lo calunniava! Ettore, solo ad un tavolino, un bicchiere d’assenzio davanti, era tutto intento alla lettura delGrapich.
— Scusa del ritardo, Ettore.
— Oh che! Stavo leggendo un articolo interessantissimo sulla mia seconda patria, la Patagonia... Ne ho la nostalgia.
— Non è una ragione per non far colazione, soggiunse Lastri. Spero si mangerà anche in Patagonia...
— Quando si può, disse Ettore, stendendogli la mano affettuosamente.
Quei due uomini, quei due originali, si conoscevano da anni e si amavano.
— Larara avis, soggiunse Lastri indicando Ruggeri. Un deputato dimissionario per sua precisa volontà. Un ex, incredibile a dirsi, refrattario a tutti i tentativi di ricandidatura. Ruggeri fra gli ex è una eccezione curiosissima. Un giorno o l’altro la scriverò la fisiologia dell’ex deputato stabilito alla Camera... Qualche cosa di pietoso fino allo strazio. Il supplizio di Tantalo; quello di un beone al regime dell’acqua, posto a guardia d’una fontana di Chianti rosso.
«Il Senato ne accoglie molte di quelle povere anime in pena, e da questo punto di vista la Camera vitalizia è il più umanitario fra gli ospizî. Ma il Senato non è la Camera! Se non Sant’Elena, è, per lo meno, l’isola d’Elba. Pur sempre una terra di relegazione.
«Il fumo della sovranità senza lo scettro, senza il dominio, senza le emozioni delle battaglie, senza i lauri della vittoria, senza il diritto alle prede di guerra. A dirla prosaicamente, il fumo senza l’arrosto. Può essere tanto proficua, per chi vuole e sa, la nostra rovinosissima condizione di deputati!
«Quante goccie perdute lungo il percorso, da un bilancioall’altro, del gran fiume di mille e seicento milioni annui, non compresi i nuovi debiti ed i disavanzi obbligatorî! Quegli spandenti sarebbero bastati a dissettare i lombardi alla prima crociata... E chi sa: i Savoja sarebbero ancora re di Gerusalemme, senza contare Cipro.
«N’exilez personne!sclamava Vittor Hugo.
«Il peggiore degli esilî è quello dagli ambulatorî, per l’ex deputato, inasprimento feroce, l’incuranza sdegnosa del competitore in carica.
«Nessun maggior dolore!
Ruggeri ascoltava sorridente. Giuliano pensava alla giunta delle elezioni...
Se la sentenza gli fosse contraria? Se l’elezione venisse annullata?
Quanta verità nelle divagazioni del vecchio Lastri! Chi ha bevuto berrà!... Giuliano aveva assaggiato il liquore nella coppa fatata, ed ormai l’idea dell’annullamento, del ritorno alla semplice condizione di elettore, gli era insopportabile quanto il pensiero di una grande sventura domestica.
Dal sentimento intimo traeva la spiegazione chiara del fenomeno, in apparenza inesplicabile, di maggioranze servili a tutti i padroni, a tutti i governi, violenti perchè forti della minaccia di uno scioglimento della Camera. Il pericolo, i dispendî di una nuova prova elettorale sono spauracchio anche ai migliori, che in gran parte si arrendono per scongiurare lo scioglimento, o per aver propizio il Governo nei comizî elettorali; la sospensione delle offe per altri, numerosissimi, sempre ministeriali, sempre candidati ufficiali, con Dio e con Satana.
Il diritto della Corona di sciogliere il Parlamento, garanzia liberale in apparenza, si risolve in realtà nella più grave violazione della indipendenza parlamentare.