CAPITOLO XIV.Intermezzo.

CAPITOLO XIV.Intermezzo.

Sono scorsi circa due mesi dalla convocazione della Camera, ma ben poche le sedute importanti.

La costituzione degli ufficî assorbì le prime tornate, nelle quali la maggioranza e le opposizioni si contarono.

Il Governo fa circolare, per mezzo de’ suoi amici, le liste de’ suoi candidati; le opposizioni contrappongono i proprî.

Dai risultati degli scrutini si misura la forza della maggioranza. Equa giurisprudenza impone però al Governo di accordare una parte, minima invero, delle cariche agli oppositori.

Eletto il seggio presidenziale: un presidente, quattro vice presidenti, otto segretarî, due questori, si procede alla divisione della Camera in nove ufficî; i deputati vengono assegnati agli ufficî diversi per estrazione a sorte. Ogni ufficio nomina un presidente, un vicepresidente, un segretario.

Fra le nomine, dal regolamento lasciate alla scelta del presidente della Camera, havvi quella di venti deputati che devono far parte della giunta delle elezioni, altissima magistratura parlamentare, giudice della validità o meno delle elezioni contestate. I giudici di Giuliano.

La Camera poi vota i nomi dei componenti di trecommissioni parlamentari permanenti, fra le quali importantissima quella composta di trentasei membri per l’esame dei bilanci e dei rendiconti consuntivi.

Impossibile, per chi non conosce il dietroscena di Montecitorio, farsi idea delle gare fra deputati per aver l’alto onore di coprire una di tali cariche. Compromessi, concessioni, diserzioni, piccole e grandi viltà, per ottenere che il proprio nome sia inscritto nelle liste dei candidati del Governo... degli amici del Governo, ch’è poi la stessa cosa.

Il Governo, che tenne al battesimo elettorale la sua maggioranza, l’ingrossa negli squittini, accaparrandosi per di più la benevolenza degli oppositori, scelti per necessità fra gli aspiranti avversarî... La nomina, ripercossa nei collegi elettorali, aumenta l’autorità dell’eletto, il quale in tal modo va già seminando per le elezioni future.

— Ogni incluso, spiegava l’onorevole Lustri a Giuliano, ha un amico, se non due o più, corifei troppo modesti o nulli o troppo novellini per poter aspirare ad onori speciali; essi ripongono la loro vanità in accomandita, cioè nel trionfo del collega prediletto, gruppo infinitesimale fra i gruppi che compongono i partiti, nei quali si divide la Camera, e questi due, tre o più amici dividono col prescelto la loro riconoscenza per il gabinetto, dirò meglio, per il presidente del Consiglio, in Italia, da molti anni, qualunque siasi, vero dittatore con tutti i gabinetti, con tutte le maggioranze, quasi sempre le stesse, le quali, disaggregate il giorno delle inevitabili crisi, atterrano l’idolo per erigerne un altro, che verrà ad epoca non lontana egualmente atterrato, per essere sostituito da uno de’ predecessori precedentemente travolto. Vicenda continua!

Lastri paragonava i ministeri ai limoni:

— Le maggioranze li spremono; quando, esausti, non danno più, si gettano. Ed il quarto d’ora dell’esaurimento viene sempre, mentre i deputati non cessano mai di chiedere... limonata, per sè o per i loro elettori.

«Ministero nuovo, anche composto di limoni vecchî, libro nuovo. Il dare e l’avere passa alla finca profitti e perdite, e si ricomincia da capo.

«Lo stesso Depretis, soggiungeva Lastri, a chi gli aveva fatto osservare la di lui stabilità al potere, lo stessocompiantoDepretis, come un Richelieu od un Mazzarino, ministro a vita, lo sapeva tanto, che, per rimanere, offriva spontaneamente alla Camera assetata l’olocausto de’ suoi colleghi. Le crisi parziali con lui erano periodiche come le stagioni. Se il presidente del Consiglio era sempre il medesimo, la maggioranza veniva spostata; chiamando al potere de’ capigruppo dell’opposizione, le nuove reclute erano più ferventi, le influenze nuove portavano elementi nuovi in sostegno al Governo, che formulava nuovi programmi.

«Depretis preveniva l’inesorabile opera demolitrice del tempo con riparazioni e riattazioni anticipate.

«Un ringiovanimento continuo del decrepito edificio.

«Aveva applicato al Governo le norme prudenti del genio civile per i grandi manufatti.

«Il trasformismo è il più grande portato della scienza parlamentare.

«Ma il trasformismo ci ha resi ciò che siamo... E noi abbiamo reso, ormai, il parlamentarismo impossibile.

***

Lasciamo le divagazioni del vecchio Lastri, e ritorniamo al nostro racconto.

Dopo la rinnovazione di tutto il macchinario parlamentare,ch’era stato messo a dormire colla chiusura della legislatura, erano avvenute poche avvisaglie delle opposizioni sconfitte su tutta la linea; un grande voto di fiducia al Governo con duecentocinquantasì, contro sessantano, e sessanta o settanta deputati assentatisi (in gergo parlamentaresquagliati) dall’aula al momento dell’appello nominale, onde ritardare a dichiararsi ed impiegare con maggior utile i voti futuri. Poi le vacanze natalizie e di capo d’anno.

Un lungo mese di preparazione impiegato dal Governo nell’ordinare e disciplinare il suo esercito, nell’assegnare a ciascuno dei capigruppo le sue mansioni, nel continuare l’opera di disaggregazione delle esigue, ma violente ed ostinate opposizioni.

Quale grande forza per il gabinetto la spada di Damocle sospesa su di un centinajo di deputati non ancora convalidati dalla giunta!

I sospesi avevano tutto da temere o da sperare dalla influenza governativa, perchè le sentenze della giunta non sono definitive; la Camera, anzi la maggioranza, decide in appello. Non sono rari i casi nei quali le proposte della giunta furono respinte. Fra quei cento deputati sospesi, forse dieci o venti, che osino affrontare le ire del Giove del Consiglio; gli altri portano umilmente il tributo del loro voto sull’ara del ministero, il quale premierà la dedizione favorendo la convalidazione.

Guai ai ribelli! se la loro influenza personale nella Camera non è tale da prevalere contro le cospirazioni!

Giuliano, soggiogato da Ferretti, che continuamente gli faceva balenare il pericolo dell’invalidazione, aveva sempre votato per il Governo. La veste di legalitario ne lo autorizzava; ma i legalitari erano il bersaglio della stampa indipendente, nella Camera stessa eranozimbello. La maggioranza li accoglieva come figliuoli prodighi; ma il senso morale collettivo, che spesso protesta anche nelle assemblee più degenerate, si ribellava contro di essi... I loro voti, sempre accolti da mormorìi, dai commenti pungenti delle tribune, i loro discorsi inascoltati. Camuffati da radicali, avversarî nello stesso campo degli amici loro, rappresentavano qualche cosa di più deplorevole de’ transfughi numerosi dagli altri partiti di opposizione, apertamente, senza sottintesi, senza restrizione inscrittisi nella maggioranza. Fenomeno momentaneo, perchè certe anomalie contro natura non ponno essere che effimere. Tristo fenomeno, prova dell’abbassamento parlamentare italiano!

Il cuore di Giuliano sanguinava nell’umiliante situazione: venti volte aveva giurato di romperla con ogni transazione, di giuocar tutto per tutto, ritornando invalidato, piuttosto di continuare nella servitù avvilente che tacitamente gli veniva imposta. Venti volte era venuto meno a’ suoi propositi.

Lastri, vecchio scettico, indurito nel parlamentarismo, pur deplorando, perdonava tutto alla inesperta gioventù di Giuliano; Ruggeri ne era desolato; ma si era imposto la medesima riserva, dopo una scena violenta, avvenuta a proposito di Ferretti e del commendatore Cerasi, che, richiamato a Roma a disposizione del ministero, ne era agente principale ed inspiratore.

Le sedute erano state poco numerose; in compenso numerosissimi i voti di fiducia, perchè il presidente del Consiglio, prodotto di non si sa quale alchimia parlamentare, con meraviglia di tutti, specialmente sua, arrivato all’altissima carica, non per ciò che era, bensì per quello che non era, si compiaceva nel trastullarsi colla sua imponente maggioranza, moltiplicando i voti di fiducia, forse per tentare di rafforzare la fiducia propria,vacillante, di sè stesso, forse sperando imporre al Senato, messosi in ribellione per certe nomine scandalose di senatori.

Ad ogni voto, Giuliano rinnovava i propositi; ad ogni votazione successiva veniva meno. Un’altra catena gli pesava; una catena di rose, direbbe il poeta; di rose! ma le spine pungenti gli laceravano la coscienza.

***

Durante il mese di vacanza parlamentare, ritornato alla famiglia, si era ritemprato nei dolci affetti della sposa e del suo bimbo. Dalla serenità felice della esistenza casalinga ripensava con terrore al ritorno a Roma, ove Giulia l’attendeva impaziente, sollecitandolo in ogni modo alla partenza. Da Miralto, Giulia gli era odiosa, ed egli malediva le ebbrezze colpevoli di un amore che lo costringeva a mentire ad ogni ora, ad ogni minuto, colla sua Adele adorata. Malediva alla necessità dei mille sotterfugi per nasconderle la corrispondenza della marchesa. Corrispondenza quotidiana; volumi, poemi nei quali tutta l’anima ardente di Giulia era trasfusa fra i baci e i sospiri, fra le espansioni del desiderio delirante, progetti insensati di fuga e gelosie feroci.

Quelle lettere maledette, impregnate dell’inebbriante profumo, infiammavano anche Giuliano, che alla fragranza sottile, voluttuosa, avvampava, come la notte del primo incontro con Giulia, al contatto delle di lei tumide labbra, olezzanti. Sentiva di odiarla; pure i sensi prevalevano sull’affetto immenso nudrito per Adele, che non sapeva, non sentiva i delirî brutali della passione, calma nell’amore infinito per il suo Giuliano, casta, direi, anche negli amplessi legalizzati dal sindaco, santificati dal parroco.

Giuliano, non nato alla lotta, tentava sottrarsi all’influenza di Giulia; dilaniato da rimorsi, aveva giurato in cuor suo di non rivedere mai più la marchesa, sentendosi troppo debole per sottrarsi al fascino di quella bellissima e strana donna, odiata e tanto desiderata ad un tempo.

Un giorno Giuliano ritrovò il coraggio di scriverle per invocare dalla di lei generosità la forza di mantenere i vacillanti propositi.

«Per carità, Giulia — le aveva scritto — fa ch’io possa ricuperare la pace dell’anima, turbata da rimorsi strazianti... Qui, in presenza del mio bimbo, circondato dall’affetto di quella santa, che fu l’amore di tutta la mia giovinezza, che deve essermi compagna in tutta la vita, sento intiera l’enormità della mia condotta. L’inganno mi pesa. Ciò che mi resta di lealtà si ribella alla menzogna quotidiana con questa affettuosa, fidente creatura, del cui amore, della cui fede ormai mi sento indegno.«Ti scongiuro, Giulia, dammi tu la forza di lottare, di vincere la funesta passione che mi hai inspirata, nella quale tu stessa non puoi trovare la felicità, perchè non si può essere felici delle lacrime degli innocenti; non vi è, non vi può essere felicità nel rimorso.«Giulia, tu stessa, sventurata ne’ tuoi affetti domestici, puoi essere giudice della jattura che colpirebbe la mia famiglia il giorno nel quale la nostra relazione venisse scoperta, e lo sarebbe certamente, o tosto o tardi.«Tu, riacquistata la libertà, per l’abbandono di un marito di te indegno, puoi amare senza rimorsi... Ma io!... Io!... Giulia, perdonami! Giulia, ti invoco in nome del mio bimbo innocente, che si trastulla a’miei piedi, mentre ti scrivo questa lettera che sarebbe bagnata di lacrime, se nelle ansie cocenti dalle quali sono torturato, potessi avere il sollievo di piangere...«Addio, Giulia... Il tuo perdono, non avendo il coraggio di invocare il tuo oblio.«Giuliano.»

«Per carità, Giulia — le aveva scritto — fa ch’io possa ricuperare la pace dell’anima, turbata da rimorsi strazianti... Qui, in presenza del mio bimbo, circondato dall’affetto di quella santa, che fu l’amore di tutta la mia giovinezza, che deve essermi compagna in tutta la vita, sento intiera l’enormità della mia condotta. L’inganno mi pesa. Ciò che mi resta di lealtà si ribella alla menzogna quotidiana con questa affettuosa, fidente creatura, del cui amore, della cui fede ormai mi sento indegno.

«Ti scongiuro, Giulia, dammi tu la forza di lottare, di vincere la funesta passione che mi hai inspirata, nella quale tu stessa non puoi trovare la felicità, perchè non si può essere felici delle lacrime degli innocenti; non vi è, non vi può essere felicità nel rimorso.

«Giulia, tu stessa, sventurata ne’ tuoi affetti domestici, puoi essere giudice della jattura che colpirebbe la mia famiglia il giorno nel quale la nostra relazione venisse scoperta, e lo sarebbe certamente, o tosto o tardi.

«Tu, riacquistata la libertà, per l’abbandono di un marito di te indegno, puoi amare senza rimorsi... Ma io!... Io!... Giulia, perdonami! Giulia, ti invoco in nome del mio bimbo innocente, che si trastulla a’miei piedi, mentre ti scrivo questa lettera che sarebbe bagnata di lacrime, se nelle ansie cocenti dalle quali sono torturato, potessi avere il sollievo di piangere...

«Addio, Giulia... Il tuo perdono, non avendo il coraggio di invocare il tuo oblio.

«Giuliano.»

La giovane marchesa ricevette quella lettera un mattino al suo svegliarsi, recata dalla cameriera colla consueta tazza di caffè.

— Francesca, deponi il vassojo ed apri le imposte, ch’io possa leggere.

Messasi a sedere sul letto, impaziente lacerò la busta; un sorriso di gioja le illuminava il volto quasi infantile.

I raggi del sole, irruenti nell’elegante gineceo di Giulia, le offesero le pupille brune, che per un istante dovettero ripararsi sotto le palpebre dalle lunghe ciglia, folte e nere come quelle di una circassa: una smorfia graziosa ed un grido di protesta...

— Francesca, vuoi acciecarmi... Apri a modo! sclamò la marchesa, facendo riparo colla mano sinistra agli occhi che tentava riaprire, mentre colla destra, dal braccio nudo fino alla spalla, ravviava la nera capigliatura fluente, che, scioltasi nel sonno, inondava i guanciali, le faceva velo al viso pallido, dalla pelle vellutata, leggermente ambrata e come l’ambra trasparente, dalle vene azzurrine appena adombrate.

Bella di quella bellezza orientale come doveva aver imaginata la sua andalusa Alfredo De Musset. L’arco delle nere sopracciglia, forse troppo accentuato, dava un non so che di durezza alla gentile fisionomia, contrasto al sorriso affascinante di una bocca sensuale, che mostrava volentieri due file di denti, felini nella purezzadel loro candore. Il piccolo naso profilato, tendente all’aquilino, dalle narici aperte e mobili a tutte le forti emozioni, i grandi occhî nero-azzurri, tagliati a mandorla, ricordavano quelli dellemademoiselles Chrysanthème, delle tappezzerie e delle lacche giapponesi, rivelavano una fibra dalle violenti passioni, che, in quella personcina snella, flessibile, ed al tempo stesso carnosa, l’eleganza personificata nella miscela felice di quelle doti, nessun osservatore superficiale avrebbe potuto sospettare. Non era alta e neppure piccina; sembrava più alta che non fosse per la perfezione delle proporzioni, la vita sottile da bimba, il seno turgido, le spalle alquanto pioventi, scultorie, le braccia grassoccie dalle fossette ai gomiti arrotondati, come alle guancie nel sorriso, come agli arti delle piccole mani. Mani e piedi mostruosi, veramente giapponesi nelle loro minuscole proporzioni.

Con tutto ciò non ho descritto nulla, e nessuno de’ miei lettori, che non abbia conosciuta personalmente la marchesa Giulia ed ammirata da vicino, può farsene un concetto.

Una bellezza bizzarra, talmente mutabile da non riconoscersi qualche volta, non solo a giorni di distanza, ma nella stessa giornata. Nella calma era quale l’ho descritta; ad ogni impressione vivace la volubilità della fisionomia la trasformava completamente.

Nipote della contessa Marcellin... Era poi realmente nipote? Fatto è che, orfana, a Roma, presso la zia non venne che all’età di diciotto anni, dopo la morte del senatore. Il pretesto era plausibile: consolare la vedovanza della zia.

Giulia, oltre l’avvenenza, le doti simpatiche dello spirito, la gentilezza dell’animo, possedeva l’invidiabile privilegio della ricchezza; erede universale di un parente...lontano, diceva la zia. Però partito agognato da tutti i cacciatori di dote dell’high-lifecosmopolita, frequentatrice del salone Marcellin.

La giovinetta scelse, fra i numerosi aspiranti, il marchese Fiori, e scelse male. Di antica nobiltà, la famiglia Fiori per vicende politiche emigrava in Francia fin dal principio del secolo; quindi il marchese era cittadino della repubblica e il matrimonio fu celebrato sotto la legge francese.

Fortunata circostanza che, dopo l’abbandono del marito, dava a Giulia diritto al divorzio, da essa per altro non invocato, forse per non spogliarsi del titolo di marchesa e riprendere il nome di fanciulla, dallo stato civile molto complicato. D’altronde, ormai rassegnata alla vedovanza, che da principio le aveva fatto spargere molte lacrime, non sentiva velleità di uscirne; tanto più che i disordini rovinosi del marito avevano schierato a di lei favore la pubblica opinione. Vittima compianta e glorificata.

Certo è che, ad onta della libertà dei modi, di alcune eccentricità veramente singolari e d’una certa stranezza nell’abbigliamento, la maldicenza non aveva ragione di mordere contro di essa,enfant gâtéindisciplinato, ma esemplare nella condotta morale.

Riceveva pochi amici, e le giornate le passava dalla zia, che nell’intimità chiamava mamma, affettuoso epiteto, al quale nessuno trovava a ridire.

Il lettore chiederà come mai tale fiore di virtù siasi tanto facilmente lasciato cogliere da Giuliano, senza contrasto, senza pure la parvenza di un assedio regolare, senza pretendere all’onore delle armi.

Misteri del cuore delle figlie d’Eva! Forse il quarto d’ora. Il quarto d’ora fatale, nel quale la derelitta sentì prepotente il bisogno d’amare e di essere amata, intollerabilel’isolamento in una società frivola, nauseanti le galanterie di una turba di adoratori, simili tutti fra di loro, dagli eguali luoghi comuni esotici, dalle stesse smancerie affettate, dal medesimo linguaggio, dall’eguale abbigliamento... ridicolo. Forse il quarto d’ora soltanto, il quarto d’ora nel quale la Vergine dello Stecchetti scende inconscia all’altare di Adonai ad incontrare l’angelo dell’Annunciazione.

In casa della zia si era tanto parlato del giovine protetto del commendatore Cerasi! Da prima la curiosità.... poi... poi chi può dire che cosa siasi agitato nella testina capricciosa di Giulia, nel di lei cuore ancora sanguinante per la chiassosa sventura domestica che l’aveva colpita?

Probabilmente, senza il malaugurato ritardo della carrozza, Giuliano e la marchesa avrebbero continuato nel loro cammino, buoni amici, per la simpatia reciprocamente inspirata al primo incontro, senza che la loro amicizia venisse turbata dallapassione funesta, come la qualificò Giuliano nella sua lettera.

D’altronde, a che cercare le cause, o mendicare circostanze attenuanti?

Era destino! Quanti avvenimenti ci sono serbati, dei quali invano si cercherebbero le ragioni?

Fatalità o combinazioni del caso!

Due esseri, ignoti l’uno a l’altro, partono da punti estremi, dal caso o dalla fatalità guidati per lunghe peregrinazioni; tutte le circostanze cospirano per avvicinarli; una combinazione fortuita, impreveduta, imprevedibile, li mette di fronte; si riconoscono, come Erodiade e Haasvero. Ma lo stretto di Behring non li separa, e più fortunati o più sventurati del leggendario Ebreo errante e della figlia di Erode dalle mani insanguinate, procedono insieme pel sentiero della felicità o per la strada maestra della disperazione.

Stendhal, che volle classificare le diverse manifestazioni della passione così dettaamore, quantunque la parola sia spesso impropriamente adoperata, sentimento troppo spesso ferocemente felino; Stendhal, il quale, come un collezionista ornitologo i suoi soggetti impagliati nella bacheca, specificò e classificò l’amore in rubriche diverse, ammette ilcoup de foudre. L’amore improvviso e ingiustificato, ingiustificabile; lo ammette anche nei temperamenti meno accessibili alle passioni. Stendhal impaglierebbe la vezzosa marchesa, grazioso colibrì, per riporla nella scansìa dei fulminati.

Fatalità o caso! Per rispetto ai credenti non parlo di Provvidenza, perchè non posso ammettere che essa deroghi fino a rendere certi servigi, e farsi complice di adulterî, condannati da tutte le leggi umane e divine.

Fatalità o caso! La ragione, se esiste, è impotente a dominare l’amore. Delirio della febbre, non sente ragione; gli ostacoli lo fanno avvampare più vivace. Nella felicità incontrastata soltanto si consuma... tutto a danno degli amori legittimi, della morale.

Giuliano, scrivendo la lettera che ho ricopiata, si era appigliato imprudentemente ad un mezzo che sarebbe stato eccellente per conseguire sulla marchesa l’effetto opposto del desiderato.

Giulia, che con tanta impazienza aveva lacerata la busta della lettera di Giuliano, non la lesse immediatamente. Ristette, quasi avesse voluto assaporare lentamente, con delizia maggiore, il buongiorno dell’amico lontano.

Voleva essere sola, senza l’importuna testimonianza della cameriera, che si affaccendava nei preparativi della toletta mattinale della signora.

Dopo il primo lampo di gioja, centellinò la tazza di caffè e congedò la donna:

— Francesca, quando avrò bisogno di te, suonerò.

Le due ammirabili braccia con gesto uniforme si alzarono per ravviare e raccogliere la capigliatura, e nella superba seminudità la marchesa Giulia si dispose a leggere, scotendo il capo, come per scacciare, colle ciocche ribelli, un pensiero molesto.

Alle prime righe banali, da me omesse, si rabbujò. Poi un grido, un’esclamazione:

— Miserabile!

Spiegazzando la lettera colle mani convulse, ne fece una pallottola che gettò lontano, ripetendo:

— Miserabile! Miserabile! Miserabile!

Si lasciò cadere supina e coprendosi colle mani il volto in atto disperato, scoppiò singhiozzando in pianto.

Calmato alquanto il primo accesso delle lacrime, ancor singhiozzante, sperando di aver mal compreso, di aver frainteso il senso della lettera, scese dal letto per ricercarla; carponi sul tappeto la ritrovò di sotto al mobile ove s’era ficcata. Con calma apparente, la calma della disperazione, rimanendo a terra ginocchioni, sul tappeto, stirò colle mani il foglio gualcito; la lettura era difficile per le lacrime che le velavano gli occhi; leggeva lentamente, a voce alta: le parole le uscivano dalla strozza rotte dai singhiozzi.

Finita la lettura, la ricominciò con una specie di voluttà felina, elevando la voce quasi avesse voluto chiamare a testimoni dell’infamia di cui era vittima ascoltatori invisibili. Singhiozzi e risa feroci!

«Addio, Giulia, il tuo perdono, non osando invocare il tuo oblio!»

— Vile! Non una parola di rimpianto! E, per di più, il quadro della sua felicità colla «santa, l’amore di tutta la sua giovinezza... la compagna di tutta la vita...» Vile! Il perdono no! L’oblio forse, se mi saràpossibile... Ma prima la vendetta! sclamò alzando i pugni in atto di minaccia.

Terribile, in quel momento, e bellissima, avvolta nella capigliatura bruna, contrasto alle nudità marmoree, nell’atteggiamento della Maddalena di Guido; una Maddalena non pentita, non rassegnata; Nemesi imprecante il destino, il suo Dio!

Scattò ritta e, afferrato il campanello lo scotè violentemente. Accorse la cameriera.

— Dio mio, signora, che è avvenuto?

— Vestimi in fretta, devo uscire. Presto! Ma spicciati dunque!... Che fai?

— O signora, che è mai successo?

— No! no! non perdono!

E si coricò sulla poltrona, scoppiando nuovamente in lacrime, mentre Francesca tentava indossarle un accappatojo.

— Povera signora! Così nuda, prenderà un malanno... Non pianga, marchesa.

E Giulia, come incosciente, a lasciar fare, mentre la piena del cordoglio traboccava in pianto.

La Francesca intanto le ravviava la folta capigliatura, fissando l’enorme fascio di capelli con un nastro, intrecciandoli rapidamente, ed avvolgendo la treccia, a mo’ di serpente aggomitolato, dietro la nuca.

— Vestimi in fretta, Francesca, devo uscire. Ordina la carrozza!... Fai presto!

E la poveretta soffocava strozzata dai singhiozzi.

Francesca suonò, a sua volta, e corse sulla porta gridando a un domestico:

— La carrozza della marchesa... Carrozza chiusa!

Ritornò affaccendata ed amorevole a vestire la signora, come avrebbe fatto di una bambola inerte. Giulia lasciava fare e singhiozzava.

La toletta non fu lunga; sull’accappatojo, Francesca passò un mantello impellicciato; adattò al capo un cappello dalle larghe tese, un velo fitto, per nascondere ai domestici gli occhî rossi, molli di pianto...

— Dirai al cocchiere che vado dalla contessa.

E scese lo scalone, accompagnata, quasi sorretta dalla cameriera.

Quando fu in carrozza...

— Ah! la lettera! Francesca, sali, troverai un foglio a terra; recalo subito... Spicciati!

Francesca non si spicciò troppo; il tempo di scorrere essa pure il foglio maledetto, causa di tante lacrime.

— Povera signora! mormorò la cameriera scendendo a precipizio le scale. Povera signora!

Confidente della di lei felicità, la fedele domestica comprendeva tutto lo schianto, tutta l’amarezza del disinganno.

Giulia entrò nelboudoirdella contessa Marcellin, senza farsi annunziare; entrò come un uragano. La contessa, sorpresa, le si fece incontro chiedendo ansiosa:

— Che c’è? Che è avvenuto, Giulia?

Intravedendo le lacrime di sotto al velo:

— Dio mio! Hai pianto, Giulia?

Questa abbracciò la madre balbettando:

— Sono tanto infelice, mamma!


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