VIII.PERORAZIONE

VIII.PERORAZIONEQuante volte i miei giovani amici di acerba baldanza inuzzoliti, o le mie vecchie pratiche riumiliate dalla grossa, matura, anzi fradicia esperienza, tutti seminatori e mietitori del campo letterario italiano, per sfuggire al tedio piovorno di una giornata ottobrina, in villa, si saranno appressati alla libreria della casa d'affitto, per cercarvi dimenticanza in qualche volume, compagno nella noja, dell'uggia di quella morbida insistenza! — Tomi scompagnati sopra i palchetti del mobile: vengono di lontano e da venture curiose la storia delle quali sarebbe interessante raccontare — non oggi, però. Sono le briciole disperse del manzonianesimo di moda, un dì; quelle, raccolte con ammirazione nelle case pò bene dalle famiglie, che un giorno, laute di palazzi a Milano, di palazzine sul lago, oggi lamentano e li uni e le altre colle ipoteche ad esorbitare la spina del tetto, traendone profitto, quando non abbiano venduto, delli appartamenti, in città, delle delizie, in campagna.E però vi troveremo alla rinfusa Carcano, Mauri, Bazzoni, Pier Ambrogio Curti, Ignazio Cantù ed il Cesaresuo fratel degno, poligrafo ed impudente ricopiatore delli strafalcioni altrui, Bersezio, Guerzoni, Balbiani, la Pezzi, un Visconti-Venosta, il Grossi, che si trova a disagio in quella impropria compagnia, già mai Carlo Dossi. Vedetene la serqua mezzo sudicia, mezzo limpida, mezzo ironica, mezzo storica, mezzo fantastica, mezzo niente; la romanticheria sfiancata de' risciacquatori, delli intruglioni, delli imitatori, di tutta questa gente per noi illeggibile; si che que' giovani e que' vecchi, sospirando e gettando i libri a fascio, vorranno concludere col dire, che, finalmente, anche per le giornate di pioggia di nebbia e di vento in Francia, da Zola e da Leconte de l'Isle venne morto e sepolto il romanticismo come, in Italia, dal Verga e dal Carducci.Si disingannino: il romanticismo, sotto altri aspetti, sotto il reale aspetto che ha pur assunto la letteratura internazionale, nè Zola, nè Carducci poterono abbattere: si trasformò, ed è difetto di vista corta e di cervelli ingombri da categorie tedesche non vederlo operoso ed operante, sotto altri nomi: si rifugiò testè evidentemente, nelfuturismo; il quale ricopia le abberrazioni victorhughiane; e Manzoni, l'essenza non la vernice manzoniana, si agita ancora robusto tra noi, lasciati da parte li scoli, o profumati, o nauseabondi di Edmondo De Amicis e del Fogazzaro.Il romanticismo fu una prolifica foresta fiorita; si abbarbicò, si espanse, si riprodusse vicino le nostre città. La sua insistenza è meravigliosa; ha immesso barbette e radici, muffe, virgulti, pennacchi di corolle anche sui prossimi muri delle fabriche de' prodotti chimici, delle facciate di legno e di mota delleEsposizioni Universali, in sul frontispizio dei libri, nelle librerie dellaréclame. Il romanticismo, bosco vergine di miracolose proprietà, viaggia viridamente come la fascinata shakespeariana, che mosse alla conquista del castello di MacBeth,profezia di streghe ed inganno di guerra di Malcom, vendicatore di suo padre, Duncan, spodestato re di Scozia.Passeggiamoci dentro, adunque, per viali, sentieri, spianate, prati a pendio, colonnati d'abbazie gotiche, basse navate frondeggianti romaniche e massiccie; dimentichiamoci a raccorre ghiande, castagne, noci, ranuncoli, eriche, ellere, licheni, sopra i massi sporgenti a fior di muschio, aconiti, digitali, margherite, pamporcini e sassifraghe: poi, tra i fiori noti, le erbe conosciute, i virgulti comuni, troveremo il raro, l'inedito, il non saputo prima, la meraviglia. Così usa Gautier pe' suoiGrottesques; egli è buon maestro botanico e dobbiamo imitarlo.V'imbatterete, per ragion logica, in Carlo Dossi. — Lucido, poderoso, solenne, aveva frondeggiato un abete di perennità fruttuosa, che sorpassava dalle cime le betulle e le quercie, per quanto rigogliose, più basse e non sempre verdi: Giuseppe Rovani. Raccolta all'ombra sua, nutrita dello stesso suolo, un'altra pianta, specialissima, privilegiata di fiori e di frutti profumati e saporosi in modo insolito, dipinti di novissimi colori: Carlo Dossi. Verzicò, si espanse; oltrepassò erbe, virgulti, alberi, distese le sue rame, ne coperse la foresta e sott'intristirono per vecchiaia e per caducità betulle e quercie; morirono, tornarono in polvere vegetale a confondersi colla terra, spore per altre vegetazioni: la pianta rara, snella, schietta, a canto dell'abete, a suo paragone, ecco, a resister per altro e più acuto clima d'arte; anzi, per sua virtù, a rimutarsi intorno atmosfera, per ricomporre alle sue radici, humus adatto alla propria coltura e propagazione. — Dond'egli, che non lo ignora, instituisce la sua trimurti: Manzoni, Rovani, Dossi.Se la sua ammirazione è per il primo, il suo grande amore per l'altro: anzi il suo affetto, qualche volta, lo sostituisce nella preeminenza e può dirci che fu più grande perchè più infelice, più schietto perchè meno sospettoso e più deliberato;«Rovani[158]portò, in vita, la pena della sua troppa sincerità; Manzoni, invece, dando sempre ragione al lettore, finì col convincerlo del proprio torto: e, se Manzoni riuscì a farsi applaudire, facendo diversamente del comune, parve facesse lo stesso; mentre Dossi si fece odiare, perchè, parlando come la folla, parve esprimersi diverso. — Manzoni dice le cose sue come il lettore vuole; Rovani come non vuole il lettore; Dossi parla per proprio conto. — Manzoni dissimula il non credere; Rovani simula di credere; Dossi, credendo, non crede. Manzoni cambia le carte in mano al lettore; Rovani gliele strappa; Dossi confonde il giuoco. — Manzoni vuole che il bene si faccia per paura di un male; Rovani per necessità; Dossi per utilità. Donde Manzoni par credere all'altra vita; Rovani non crede nè in questa nè in quella; Dossi pur crede in codesta. — Ilnoidi Manzoni valeioe il lettore; ilnoidi Rovaniioenon io(che vi stanno per due) — l'iodel Dossi vale l'io solo. In altre parole: il primo si industria ad insinuare in altrui la propria opinione; il secondo la impone; il terzo la tiene per sè. — Lanaïveté, l'ingenuità della letteratura antichissima c'ispira quella riverenza che c'ispirano i bimbi; lapauvretédella nuova quel disprezzo che si ha per un uomo che faccia bambinerie. E pure Manzoni ritenne l'apparenza della ingenuità, mentre Rovani se ne spogliò: quindi Manzoni riuscì un malizioso doppio, non volendo parere un semplice. — Manzoni è la vendemmia della nuova letteratura fatta coll'uva di Alfieri, di Parini, di Foscolo; Rovani il torchiatico; Dossi la grappa». — «Lambicchiamone[159], dunque in buon'ora; ci servirà di sole invernata e, riscaldate da essa, le generazioni prepareranno, con impulso gagliardo, il terreno ed i tralci per le vendemmie future». Distilleria della quintessenza! «Delle letterarie stagioni dell'ultimo secolo, Manzoni è la primavera, Rovani l'estate, Dossi l'autunno»;per ciò, «Rovani[160]è il continuatore logico di Manzoni come Dossi è di Rovani. Rovani ha esagerato Manzoni, mentre gli altri lo impicciolirono; Carcano, per esempio, colla cortezza della sua vista, non comprese che la maggior innovazione del Matesuro era custodita nel suo midollo umoristico, e si limitò a copiare le forme esteriori dei caratteri e dell'insieme. Manzoni, umorista, è scettico: in un libro di umorismo il protagonista è sempre l'autore; non lo si può perder mai di vista, essendone il principale interessato». Breve, rapido, Carlo Dossi postilla a maggior chiarezza la sua estetica genealogia; ce la lega e senz'altro, ce la impone. Perchè un'altra volta vi si osserva quella continuità, che le pigre speculazioni dei necrofori letterarii trascurano, e se ne indicano i gradi; le pietre miliari di una letteratura nazionale disponendosi a diverse distanze l'una dall'altra lungo la medesima direttiva della strada maestra, per cui processionano i trionfi e le rogazioni del popolo; il quale si ricorda ed enumera il tempo trascorso e le conquiste assodate, leggendone sopra i maggiori nomi scolpiti.Tanto, in fatti, nella sostanza della serie estetica, identici riescono ad essere iMiti pagani e stoicidel Foscolo, come leMaschere cattolichedel Manzoni, iPersonaggi storicidel Rovani, come leAllegorie filosofichedel Leopardi, leDivinità gogliardiche e civilidel Carducci, come leCreature humoristiche, iTipi ambigui, leRappresentazioni satirichedi Carlo Dossi. Nella diversità delle espressioni, si conserva il motivo fondamentale di una necessità nazionale progrediente. Tali figurazioni hanno una medesima origine soggettiva, e per questo si sono esteriorizzate oppostamente: ciascun poeta ha scoperto nel suo mondo nuovo, creatogli dalla sua sensibilità e dalla sua volontà, e nell'uomo foggiato a sua imagine, queste varie espressioni, queste certezze intime, cui rende universali, regalandole di organi, di movimento e di possibilità generativa. Tuttesono verità, nè si negano reciprocamente; quand'anche si contradicano, non si annullano; si inanellano, invece, conseguentemente, determinando, con maggior precisione, or l'una or l'altra delle faccie del poliedro della vita multiforme e segreta, con più delicato disegno, in una luce più propizia e più intensa. Riuscito Carlo Dossi dalla astrusa e dedalea arteria collaterale di Don Alessandro, scaturì in un tipo personale; ha costituito un altro anello della catena genetica letteraria, per cui il dimenticarlo, od il trascurarlo, importa una reale oscurità ed una lacuna nello studio delle lettere nostre.Pure, la pigrizia, la burbanza, la vanità, le confusioni, attributi d'ogni e qualunque giornalismo affrettato, lo lasciarono da parte. E quando Domenico Gnoli, vecchio bibliotecario, considerava poco fa: «si è staccato il gancio che congiungeva l'arte nostra alla vita nazionale, l'anello che continuava la tradizione» errava, perchè non aveva posto mente alcaso Dossi. Oggi, si incomincia a scorgere qua e là interrottivamente la sua influenza; noi riconosciamo in lui un nostro proprio esponente, perchè tutto in lui è rimasto italiano, anzi, lombardo nella forma, nel modo, nel tono di comprendere la vita e di renderla. Per ciò, a lui ricongiunto, col cordone ombelicale della artistica figliazione, ilfare italianopermane anche in quanto si vuol chiamare impropriamentesimbolismo(di cui fu uno de' più completi assertori, prima che l'etichetta scolastica venisse stampata; perchèprima la cosa quindi il nome, non viceversa): e chi volle far credere l'opposto, abusò della ignoranza altrui adulandola, pompeggiando della propria, che non aveva saputo suggerirgli il nome dell'autore diColonia Felice. Ma non più: costoro devono riconoscere in noi, quei sintomi di cui egli è pur affetto, in nulla affatto forestieri; vizii o doti distintissimi di fragrante italianità.Carlo Dossi, più vivo che mai, dopo l'aulica presentazione di sè stesso, nel salone dell'avi, si fa a noi famigliare; vi prende per mano, vi fa entrare nell'appartamento intimodelle sue circonvoluzioni cerebrali, vi si dettaglia, nel compromesso sommamente simbolico, in cui vanno a fondersi per un tutto omogeneo, le più disparate dottrine. Vi farà assistere alla trasmutazione de' generi e delle scuole e voi perderete la nozione di quanto si chiamòclassicismoeromanticismo,idealismoenaturalismo. Tentò la bellissima esperienza di avvicinarsi alla perfezione, cioè di dire tutto quanto sentì in modo che, nella fatica di renderlo, nulla andasse perduto per consumo, attrito, stanchezza; volle sorpassare la natura nell'eccedere, proponendosi, dalli oppositi, una nuova espressione, oltre le già conosciute, tracciandosene una norma quando sull'arte del Cremona considera: «Pure[161]sono alcuni, i quali, dimenticando che l'Arte non si impana dall'Arte ma dalla Natura, vorrebbero che ogni artista facesse di salvatesta, sognasse ad occhi aperti; e vanno dicendo che il più veritiero poeta è colui che più finge, che altro è pittura e scoltura, altro fotografia. Anche noi, finchè si tratta di screditare il nudo realismo, cediamo in tale sentenza, ma a patto di non sostituirvi, quanto lo vale, un nudo idealismo. Scopo dell'arte è la poesia, che è l'accordo prudente tra il finito e l'infinito, altrimenti noi avremo o dei corpi senza animo, o degli animi senza corpo. L'artista deve copiare direttamente dal vero, ma nell'ambiente del proprio animo; deve, per così dire, stacciarlo attraverso il crivello del giudizio individuale».Donde facendovi i convenevoli, vi precede,Cicero pro domo sua: «Un[162]momento, bisogna assuefarsi alla vista delle tenebre. Al primo entrare, un sentor misto di fiori, muffa, petrolio. Il piede intoppica a ogni tratto e conviene saltare. Si passa, o almeno sembra, in mezzo a beccate di pappagallo e a gattesche strofinatine, in mezzo a vampe di forno e a zaffate di sorbettiera; quando poi la pupilla arriva a raccoglierela scarsa luce, che discende da una gotica ogiva o da un pertugio di cànova, or da una fiamma di gas o da una bugia di sego, ti accorgi di camminare in un magazzeno da rigattiere antiquario. Roba di tutti i tempi e le foggie, dalla più goffa alla più di buon gusto. Correggesche pitture nel bujo, sgorbi alla Bertini in pieno lume: litografie del Gonin con cornice dorata, acqueforti di Rembrand incollate sui parafochi. E qui incontri, ad esempio, un tripode pompeiano dal severo profilo con su un vaso chinese (una pazzia di porcellana) e, dentro il vaso, fiori di serra stradoppi, leandri che pajono rose, rose imitanti dalie, dalie che si direbbero camelie, — freschissimi per la metà, ma per l'altra metà marci; là un poltronone barocco, che sarebbe il trionfo della comodità, se non gli mancasse una gamba, sovra il quale riposa un elmetto dell'omerica Grecia, oltraggiato da una visiera medioevale in cartone e da un pennacchio di carabiniere... Quindi e ammassi di cenci infagottati in manti porpurei, e boccali di bettole contenente Tokai e pietre murrine scavate ad orinale e aquilotti in catene imbalsamati con rospi che strillano da usignolo e usignoli che rantolano rospinamente. Nè va taciuto di un violoncello di Stradivari cui servirebbe da archetto un bastante da scopa, nè un topo nella gabbia di un canarino, che invece resta intrappolato, nè idiritti dell'uomo, cuciti collacabalae ilsillabo; e Rousseau sposato a De-Maistre, e Omero a Merlin Coccajo. Ma quel che vedi gli è il meno. Più l'occhio insiste in quel folto di roba e più ne discopre. C'è, dico, roba da insuperbire mille palazzi. Di chissà quanti — morto chi la possiede e distribuita con senno — farà mai la nomea! Chè, se ora c'è tutto, pur manca tutto. È luogo più fatto per imbrogliare che per sviluppare le idee. A volta ti sembra di essere nella magnifica confusione di una foresta vergine; ti miri attorno — sei fra il prezzemolo... Provi, insomma, la nausea deltoujours perdrix, della essenza, che, per troppo sapore, è una offesa al palato; provi il disagio di una interminabile scala senza ripiani e di una bibliotecasenza catalogo. E però t'allontani alla svelta, non degnando pure di un guardo la soglia, che, in un mosaico di tutti i colori, vuol rammentato, con modestia superba, il nome diCarlo Dossi».Non formalizzatevene; egli usa codesto garbo; sente di esservi più comprensibile; dà di sè stesso l'apologo e l'apologia; non diversamente usò con Rovani, descrivendone iltempio: in cui «entrare[163]e sentirsi il cappello di troppo è tutt'uno. È una fuga d'imponenti saloni, sulle cui vôlte si stende l'ampia pittura del Tiepolo e dalle cui immense pareti pendono arazzi, tessuti a disegni di Raffaello immichelangiolito... Qui, non la boria fracassona del ricco, ma la silente maestà del Signore. Particolari ed insieme vi hanno pari valore e i più modesti mobili respirano solennità; qui, insomma, ammiri, non fai la stima. E tutto, vedi, è massiccio. Niente indorature, niente impiallacciatura. Mogano e rovere fin all'ultima fibra, oro sino all'ultima scaglia. I sedili comodi tanto per invitarci al riposo, non al dormire; i camini vasti abbastanza perchè il calore si diffonda egualmente in quanti mai vi si assidono. E nella splendida calma di queste sale reali, i pensieri vanno pigliando un far grave e svolgonsi grandiosamente; più non rammenti le piccolezze del vivere quotidiano se non per deriderle, nè la famiglia ti appare fuor dallo sfondo della umanità. Sono sale per un congresso di legislatori e di principi. In ogni dove, l'invisibil presenza del nume. — È la reggia di Giuseppe Rovani».E ripeterà il suo giuoco malizioso anche per Edmondo De Amicis: «È il quartierino[164]di un impiegato a duemila. Gli amici di chi vi dimora lo dicono un primo piano, ma, in verità, è un puro ammezzato sopra terreno. Stanze poche, mobiglia poca; tutto è veduto in una sola occhiata nè si domanda che cosa c'è negli armadi perchè si sa già. Domina il pino. I mobili, a uno a uno, non tengon valore, infimi comesono per la materia e la forma, pur, tutti insieme,, ne acquistano perchè fannola casa. Nella stanza da letto — e da pranzo — la tappezzeria par tela ed è carta; alcuni dipinti paesaggi sulle pareti — un vaso d'erbasavia sul tavolo — un casco di fanteria in un canto — radi i libri i quali ci avvertono che chi li legge non ha oltrepassato il liceo (benchè non sia detto con ciò che l'Università abbia per privilegio la creazione del genio) e un letto di una persona e mezza, con la sua brava Madonna a capezzale e i suoi lini, piuttosto grossi, ma di bucato. Nè fatevi in là, mie ragazze. È letto riconosciuto dallo Stato Civile. — E, sulla porta di abete, ma che a forza di gomito è diventata quale acero, sta un biglietto di visita in cartoncino bristol, con scritto su da mano femminea il simpaticissimo nome diEdmondo De Amicis». Il quale, breve arte, ma grande cuore, ne lo ringrazia: «Affretto[165]coi voti un occasione qualsiasi che mi sia concesso di mostrarti quanto ti sia verace ed amoroso amico, e di contraccambiarti, anche inadeguatamente, qualcuna delle tante gentilezze che mi hai usate. Se questa occasione tu vorrai fornirmela, anche di ciò ti sarò grato». Ma Carlo Dossi non gliela porse mai, tuttora postumo creditore e debitore di lui. Carlo Dossi è letterato eroico e stoico nel senso della schietta integrità del suo pensiero, della deliberata e profonda sincerità del suo stile: egli non ha sottintesi e tornaconti che non siano d'arte. Alcuni giudizii, che volle esporre sopra li autori contemporanei, pur unilaterali, rispondono ad una certa ed esemplare responsabilità, dote aurea di carattere, in questi tempi di sommessa e vagellante preoccupazione del non offendere per rivalersene. Egli può chiamare qualche volta Carducci un gramatico adulatore di popolo, sovvenutosi di Correnti quando diffamò la luna inceleste paolotta, ma lo inchinerà, decretando monumentale la sua poesia, per cui:[166]«Italia riebbe la lingua di Dante e la romana maestà, almeno, nella parola» — Egli invita a leggere Victor Hugo in riva al mare, ma subito, ricopia per lui una definizione dell'Heine «Un genio gibboso»: — può paragonare l'Aleardi ad una querula e gemente colomba amorosa; ma, nel riordinare la biblioteca di Alberto Pisani, lo pone vicino a Foscolo; — e Leopardi foggiare a serbatojo di perpetua infelicità, ma proporrà a ciascuno di imbeversi della sua chiarezza adamantina, di cui la lucidezza vince l'acqua fresca di una fonte indorata dal sole. Per ciò, egli è permalosissimo letterato, difficile a leggersi; bisogna che ci accostiamo a lui, intonando il nostro momento al suo, non ascoltandolo nelle sue bizze, concedendogli le sue troppo squisite bontà, interpretandolo e ricordando spesso i suoi pensieri da pagina a pagina, da imagine a imagine, valicando periodi, distanze, apparenti contraddizioni. Egli stesso si vanta di scrupolosa e meticolosa incontentabilità. Richiede lettori a sua imagine e somiglianza; que' lettori ideali che augurò ai poeti grandi Pietro Verri, nelDiscorso sull'indole del Piacere e del Dolore, e precisamente questi, ch'io invoco a me stesso ed a chi amo, ammirando, dalle pagine clandestine (pur troppo! perchè nessuno v'ha che abbia avuto la malinconia di proporlo o di citarlo) del mioVerso Libero, quando desidero che ilLibro viva nelle mani del lettore. Così, quante volte ho voluto avvicinare le mie opinioni sopra la lingua, lo stile, la funzione del libro e l'obbligo de' lettori verso di noi, riproponendole alle premessa dossiane; altrettante ho dovuto convincermi delle ragioni che ci ricollegano, riconoscendo in lui un precursore di identiche dottrine e di più sicura e provata esperienza. Per questo, il lettore venga a noi e si eserciti a nostro paragone emulandoci, creandoci, dalla indicazione, l'imagine completa, ricreandosi a foggiare, non inerte o distratto, ma collaboratore.Il suo pubblico, «il[167]pubblico di un letterato, non ègià quello dell'uomo politico e del canterino (celebrità spesso e l'uno e l'altro di gola) pei quali è indispensabile e folla e contemporaneità di fautori; non ne occorrono a lui nè migliaia, nè centinaja, e neppure ventine ad un tratto; glie ne bastano pochi, uno anche, purchè siano degni, a lor volta di lode, e perchè si succedano — sentinelle d'onore — fino al più lontano avvenire. — Stieno però tranquilli i pubblicisti che fanno missione, direbbesi, di alimentare il cretinismo italiano; nè io, nè altri miei colleghi saremmo mai rei di abigeato di qualche loro lettore». Per questo, il libro deve vivere nelle sue mani, al suo contatto, vibrare, come un rocchetto elettrico e dar scintille, comunicando, nel circuito funzionale di una corrente, imagini, idee, passioni.Veramente, a stile d'eccezione, comportano lettori armati a tutta prova ed intelligentissimi: Carlo Dossi se ne era fabricato uno a suo modo, avendo trattato la lingua di tutti come unvolgare, su cui operarde condendonon accettarcòndito. Si sentiva un Dante per qualcuno, che si sarebbe innamorato de' suoi tentativi e de' singolarissimi processi, mentre ripugnava dal lasciarsi ammirare ed imitare. «Alla[168]domanda — qual sia la miglior lingua — si può sempre rispondere: leggete Shakespeare è l'inglese; leggete Richter, è il tedesco: è l'italiano con Foscolo; è il milanese con Porta». A Gian Paolo Richter, sopra tutto, cui venne a conoscere prima de' simbolisti francesi e ch'era sgusciato dalle mani ortogoniche, e per ciò stroppiatici, della signora Kalb, riuscito senza avarie dalla piegatura gibbosa, cui il salotto di Goethe a Weimar, imponeva a chiunque lo frequentasse; — a Gian Paolo ricercò la vergine emozionalità idealista verbale, per cui veniva reso il mondo e si foggiavano i suoi fenomeni in figurazione, preindicando Nietzsche: «Il mondo è l'espressione della mia volontà». Questo suo stile «a[169]viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando il lettore a proceder guardingo ed a sostarein tempo — parlo sempre del non dozzinale lettore, ossia scaltrito in queidocksdi pensiero che si chiamano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean Paul — segnala cose che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio, le idee, o sottintese, o mezzo accennate, fanno sì che egli prenda interesse al libro; perocchè, interpretandolo, gli sembra quasi di scriverlo. Aggiungi, che una simile illuminazione a traverso la nebbia, facendo aguzzare al lettore la vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle idee dell'autore assai più addentro che se queste gli si fossero, di bella prima, sfacciatamente presentate, ma insensibilmente gli attira il cervello — a modo di quei poppatoi artificiali che avviano il latte alla mammella restia — a meditarne di proprie. In altre parole, dall'addentellato di una fabbrica letteraria, egli trae invito e possibilità di appoggiarvene contro un'altra, — la sua — e, da lettore, mutatosi in collaboratore, è naturalmente condotto ad amar l'opera altrui divenuta propria».Che altro può dire di più Mallarmé nelQuant au livre? Che altro noi? — Riunito, con estrema sottigliezza di sapere e sensibilità, il suo eloquio, compostolo di una efficacia e vivacità personale, di una abitudine determinata e potenziale, presta a scattare a muoversi, ad assumere tutti i gesti, le pose, dalla corsa al raccoglimento, senza ricorrere a stampi, a reminiscenze, a ricalchi, a strofinature pedagogiche, volle una sua interpunzione, una ortografia sua, volendoci attestare, che, «lo[170]scrittore il quale infrange l'ortografia tradizionale, prova luminosamente il valore della sua forza creatrice». Qui egli impiegò la sua dote di assimilazione e di conio novissimo; estrasse, dai dialetti, dall'anticaglie, dal gergo furbesco, dalle parole passate in disuso, dalle lingue straniere; rimestò, impastò, condensò, con sua fatica, con perseveranza, mentre li altri, scombussolati, intontiti, fuori di pista e di stalla, andavano urlando: «Il pensiero è oscuro,contorto; è barbaro, incomprensibile»; lo accusavano di forzata originalità, di ostentata lambiccatura, di manieratezza, di insufficienza, di tracciar rebus e sciarade, assolutamente, come i simbolisti di dieci anni fa.Ed egli a non udirli, a non accorgersi delle loro grida, delle loro lamentazioni; ad aggiungere al suo stile il profitto di una vastissima erudizione, che, passata a traverso il ciarpame secentesco delle frasi e delle superstizioni, si era imbevuta dell'ambiguo, del pauroso, del cinereo verbale, di quella trepidazione continuativa, di quei vocaboli massicci come i cantarani del tempo, o scorrevoli inafferrabili, come una vena di ruscello rapidissima, i quali rappresentano la trovata ed il valore estetico del barocchismo ed hanno sopravissuto al suo discredito ed alla immeritata dimenticanza.Quindi inalza la sua creazione; la dipinge, la scolpisce, le dà respiro, la circonda di fiori, di puzze, di gioielli e di detriti. Egli vuole una solida casa di immarcescibile materia, ben piombata nel suolo e tanto alta da salir alla luna, verso cui lunaticamente sermoneggia e schernisce. Tutti i materiali gli servono per ornarla; come al pittore di genio tutte le materie colorate, non distinguendone i generi, confondendo pastello, vernici, acquarello, tempera, guazzo, alluminatura, disegno con matite d'ogni tono e durezza, pur di compiere il capolavoro, che è fuori d'ogni scuola e d'ogni regola; perchè la bellezza naturale non sottopone sè alla regola, ma la incomincia e la detta.Poi, diffida ancora del lettore per quanto sapiente ed esperto: gli mette in sulla bocca i suoi accenti, come li appostilla sopra le parole stampate. Vuole ch'egli pronunci in questo modo e con questo ritmo; gli insegna a scandere la sua prosa in questo suono, con questa pastosità, con questo calore, fermandosi sulle apostrofi, sulle elisioni, sui tronchi, determinando specificatamente, da questo complesso di vicinanze e di visione tipografica, la suggestione che ne riesce, guidandola, come egli desidera, per il completo attuarsi del suo magistero. Ci chiama a fabricare con lui il suo e nostropalazzo, macum medicamine, desiderando di essere il solo architetto, responsabile ed ubbidito: il lettore non può divagare, aggiungere o togliere ciò ch'egli non voglia; nulla è lasciato all'arbitrio suo, al suo troppo presumere: l'autore non abdica aldroit de maîtrise; e la facoltà che egli ha consentito di indovinare e di completare è diretta dall'altra volontà, che, a distanza, la comanda pena il perdersi dentro la boscaglia impervia, ciottolosa ed inspinata di quei periodi, alli orecchi domesticati dalla melopea, striduli e disarmonici, ma, alli altri, che percepiscono l'armonia morale e l'omotopea, sonori ed euritmici di una profonda pienezza wagneriana.Perchè Carlo Dossi pregia e non lamenta la fortuna vituperata da Jean Moréas, ritornato alla academia, dopo le brevi rivoluzioni simboliste quando, nelliEquisses et Souvenirallude a sè stesso, discorrendo di Goethe: «Infelice il poeta che nasce in uno de' momenti equivoci in cui la tradizione dell'arte è passata a caducità ed è necessario distruggere l'ordine per cercare di ristabilirlo sopra di una più solida base. Può darsi che si invidii la gloria di tale artefice, ma la vita sua, in quell'immenso sforzo, è pur sempre avvelenata». Ora, se l'autore diColonia Feliceprese luce in una di queste crisi, come Goethe, come il Moreas — in cui la genialità per essere feconda deve prestarsi ad assumere l'aspetto di una originale pazzia — non ne farà mai ammenda coll'imitare il greco-francese, al quale lascerà digitare da solo l'alessandrino classico«Vos scrupules font voir trop de delicatesse;»egli rimane il barbaro e si compiace di attestarlo, già che almeno in arte non si smentirà mai. — «Dossi[171]è nato per essere un corruttore delle lettere italiane: — dice egli di sè stesso. — Ed in ciò gli Italiani gli dovrebbero riconoscenza, perchè, così, egli prepara loro un nuovo rinascimento. I libridel Dossi sono, quanto al carattere, un misto di scetticismo e di sentimentalità. E due sono i periodi dello stile di lui: I. di avviluppamento, II. di sviluppo —L'Altrieri, ad esempio, si compone di tre parti che sono come le tre persone della Trinità. In uno, il Dossi si rimane terra, terra (parte seconda) nell'altro sta a terra, guardando il cielo (parte prima) nell'ultimo, in cielo e guarda in terra. — Dei tre generi è riuscito passabilmente nei due primi. Egli del resto, vorrebbe dedicarsi al solo primo, il quale è a pari distanza dalle due esagerazioni della odierna letteratura (1880). Ma nel terzo non è riuscito, un po' per le sue inerenti difficoltà, un po' per la lingua e l'indole italiana che male si presta, in un cielo così azzurro, alle nebbiosità». Chè, s'egli non è della opinione di Giuseppe Ferrari, il quale esagerò G. B. Vico, nel presumere lalingua italiana reazionaria, cercando di scriverla con genio e capriccio originale; vi incontrava però la scarsità dei tempi e de' modi verbali, invocando la greca abbondanza luminosa, colorita e sonante a cui appetiva, sforzando il carattere chiuso della nostra. «Dossi[172]aveva tentato non di far sentire le parole, ma i suoni; di avvicinarsi, cioè, più che fosse possibile alla musica, come già aveva tentato di rendere la letteratura una pittura» impresa ripropostasi da' simbolisti italiani ultimi venuti sotto il nome diFuturisti; i quali osarono il processo dossiano ad oltranza, e, sforzando la rude e ferrigna materia del vocabolario nostro, lo fanno vivere come armonia, lo avvampano di luci colorate come una cinematografia erotta sulla notazione della realtà, alla rappresentazione imaginata e leggendaria della più sicura verità sostanziale ed umana.Per tal modo, il fare dossiano raggiunge il vertice della nostra eloquenza, oltre la quale, di una linea, si gonfiano la caricatura ed il grottesco letterario, un'altra e peggiore retorica d'impotenza e d'imprudenza menzognera. — Nello svolgersidel secolo, seguendone le fasi, con Foscolo, la prosa italiana ha assunto muscoli e coraggio repubblicano e guerriero, per maggiori libertà e nobile indipendenza, contrastando a Napoleone e pur napoleonica, poi che senza di questi, lo Zacinzio stesso avrebbe assunta altra e meno rappresentativa fisionomia: con Manzoni, ha pulsato il suo cuore in ritmo col cuore della ristaurazione, vagheggiando una tranquillità mite, fingendo una sicurezza per questa e per l'altra vita, volendosi persuadere, col persuadere altrui, nelle necessarie virtù cattoliche, ogni giorno più rare: con Carducci, esercitò le membra ben nutrite sui campi del Risorgimento e pretese a sè Roma completamente romana, invano: con Carlo Dossi, piange e ride, nel medesimo tempo, lo spasimo della gioia e dell'angoscia, sensitivamente raggricciata; si aumentò di tutte le squisitezze, che i sensi acutissimi le obbligavano, raggiungendo il confine dell'ineffabile, in bilancia sulla parodia e la caricatura, tal di qua del grottesco, ma quasi in aspettazione paurosa e patologica della pienezza totale, cui, in alcuni istanti, raggiunse: si rivela, insomma, padrona dell'inesprimibile e lo rende come la cosa più semplice, senza urtare l'educazione. Con Gabriele D'Annunzio, la forma è tutto un rappezzo d'abiti d'imprestito, decaduta nell'arlecchineria della moda che rimpicciolì la sua figura, prima così diritta e schietta, sopra di uno scheletro elegantissimo, su cui s'inturgidiva carne per l'eroica. Per ciò Foscolo, Manzoni, Carducci e Carlo Dossi non furono mai, ne saranno, cantori alla moda — per quanto la vera critica li faccia stipiti di loro arte distintissima; e Gabriele D'Annunzio rappresenta la pura moda; ma ciò, che questa crea, spazza pur via; e costui, abile sartore da rigattiere, durerà sin che vive e gli staranno intorno a trombettarlo i commessi viaggiatori delle sue specifiche.Se non che Carlo Dossi rimarrà sempre uncaso difficiledi cui daranno la soluzione rari spiriti di eccellenza; i quali non professeranno la critica ma sentiranno, per affinità di indole e di carattere, un'arte di astruse intensità. Lo provala stessaCritica[173]di Benedetto Croce, il geniale senatore novello e principe, a detta di tutti, in quella professione. Ed egli dimostra di aver compreso non troppo dell'opera dossiana se ributtaColonia Felice,Ritratti umani,Desinenza in A,Amori, tra le scorie della sua produzione. Così, essendo egli, come meridionale, un emotivo, afferrato dallaVita di Alberto Pisani, diL'Altrieri, diGoccie d'inchiostro; e, come riflessivo di metafisiche tedesche, cercando unsistema in arte, non avvide il bell'esempio di un artista che sa dare, con eguale intensità nel male e nel bene. Anatomico specialista il Croce, — cioè critico e non costruttore — può conoscere esattamente la topografia dei visceri essenziali, ma difettoso biologo non sa l'ufficio e le relazioni di questi nei processi differenziali della vita particolare d'ogni individuo. Dunque, sapientissimo di nomenclature — di sistemi — è improprio a rilevare le funzioni, cioè le attitudini, le attività, i gesti, la sequenza del moto e del divenire; ond'io diffido di quelli che sannotroppo di una cosa sola, e Benedetto Croce è con loro. In fondo, borghese, per quanto imbevuto di socialismo hegeliano si sente scandolezzato alle pitture della giusta malignità dossiana; gli sembra d'aver davanti qualche cosa di furioso e di perverso; rimasto alle categorie, isola li apparati in una necrofilia di dilettante, non li considera nell'organismo in totalità; giudica quindiab inferiori, di sotto in su, errando nel caso generale, doppiamente nel caso specifico; poichè non devesi maidefiniresu una estetica, ma semplicementesentirla. — Con maggior ragione, allora la folla che pesa è sucida, il greggie, non si ritroverà in Carlo Dossi; e Pipitone Federico lo ha già notato: «A chi[174]sappia intenderlo, apparirà forse il più meraviglioso ed efficace prosatore d'Italia, dopo il Foscolo e il Guerrazzi, l'unico credo, che sappia lottarevittoriosamente colla lingua restia; pure, affermo, che solo pochi riescono a intenderlo, perchè al pubblico non corre obbligo di educarsi a un'aristocrazia fuor di moda adesso». E però, quanti ha egli trovato che si piegassero alla sua difficile disciplina?Che sian pochi, qualche volta, l'autore diDesinenza in Aha rammaricato per le solite ed umane contradizioni; e l'ho visto rimbrunito davanti alla indifferenza de' più, e, ne' colloqui in cui mi apriva il suo animo ed il suo affanno, recitare unde profundisdi amara rassegnazione. Riguardo a sè stesso, dechinato a precoce vecchiaia, ascendeva a generalizzare: «Ad una certa età, come non si può più coitare, così non si ha più la capacità di voler bene, di essere buoni ed onesti:» riguardo alla sua epoca, di una gagliardia che fu, insisteva particolarmente: «Morto Cremona, il mio Perelli, Grandi e Crispi, il mio tempo e l'opera mia hanno cessato di agire» In altri istanti, più scorati e di una sincera umiltà, suggeritagli dalle malinconiche riflessioni del dolore fisico, sottopose sè stesso mancipio di una dispettosa e crudele reversibilità: «Tolto di carriera, nessun onore letterario, salute mala: oggi, per quale giusta ragione, ch'io non conosco, sconto con queste pene una mia incosciente malvagità, o la cattiveria de' miei maggiori?» Ed enormizza i suoi difetti davanti alla scrupolosa rassegna del suo esame di coscienza; com'egli, malato imaginario, parevagli di sentire l'avvicinarsi della agonia, e, sospeso, soffocato dalla imminenza, diveniva di sè stesso il tormentatore emerito, mentre il suo polso numerava battute isocrone, i suoi polmoni respiravano in ritmo, il suo cervello auscoltava il fenomeno della autosuggestione, notandone le fasi per un bozzetto delCampionario.Allora e dianzi egli, esagerando, errava addolorandosi di chimere. Abituato alla società di chiarissimi ingegni, al contatto ed all'attrito de' quali, in reciproca emulazione, si raffinava allenandosi a sempre nuove audacie, il disertare dallelettere, l'immettersi per altra via, lo portarono in un deserto, in cui, unica voce a rispondergli, l'eco della sua. Concentrò la sottigliezza; lambiccò un'altra volta, sino alla morbosità, la essenza singolarissima; e, non badando che a sè, non uscendo nel mondo, che lo circondava e che pur riteneva memoria del suo passaggio ed impronta del suo pollice, si è creduto dimenticato. Certo, con lui e dietro di lui, non erano interessi da soddisfare, non ambizioni, che, agevolando la sua, potessero avvantaggiarsi, ma l'affetto semplice, l'amicizia che non ha prezzo, ed è perciò esemplarmente gratuita anzi, quanto meno rimunerata, più profonda. — Nessuna ditta editrice aveva assunto, in blocco, il monopolio sfruttatore del suo ingegno; nessun incettatore di genialità era venuto a proporglisi come impresario, per cartellonarlo, in vedetta, sulli angoli delle vie per farne strombazzare il nome da tutti i lestofanti, che quando meno intendono, più forte sbraitano nell'arringo piazzajuolo. Solo, colli amici, a lottare contro l'ignoranza e la mala grazia del pubblico, riuscì per altro ad incidere la sua presenza, se non in latitudine, in profondità. È la sementa immessa profonda, a contatto delli strati più densi e meno depauperati dell'humus, quella che meglio rigoglia a sua stagione; ora, è la stagione di Carlo Dossi, se, annusatane l'aria dal più esperto editore italiano, questi protegge e spande, con sicuro profitto, l'opera di lui e se ne assume la ristampa completa.Lontana dalla insistenza personale di chi scrisseColonia Felice, una sua propaggine continuò crittogama; la sua tendenza, che sboccia coi giovani, covata da buon fomento, si conservò senza nulla perdere della sua virtù criptografa. Raccolti in un corpo solo i suoiMargini, leNote gramaticali, leEtichette, lePrefazioniformerebbero una recentissimaArs poeticaanche ad uso de' più esigenti futuristi, per le più libere proposte ed attestazioni estetiche, da cui, per citare, non sai che trascegliere innamorandovisi dietro; e non si terminerebbe più. — Che cosa ha detto di più, in fatti, il futurismo,il quale non rispetta i termini del prima e del poi? Risponderei: Che cosa ha detto di meno? È tutto qui: «L'imitazione[175]ritrae la linea esterna ed alto lì; lo studio fa scoprire la interna, che in tutte le opere eccelse, per quanto fra loro lontane e di specie e di lingua e di epoca, è eternamente quella. Vuoi che il tuo libro possa vincere il tempo? Sia in istile tuo, in parole dell'oggi, in idee dell'indomani, in arte del sempre». — Ed ama i libri piccoli, li opuscoletti leggieri e volanti, che si portano, senza fatica, in tasca, e, da lontano, colpiscono, scagliati, sempre nel segno, giavellotti, da mano maestra e sicura: ed odia i grossi libracci sesquipedali,li in foliobuttirosi ed impeciati fratescamente, dove la massa delle sciocchezze si fa piramide; perchè pochissime sono le cose buone, belle e nuove che si possono dire: ma, per intanto consiglia che converrebbe aggiungere, nelle gazzette letterarie, alla rubricalibri nuovi, l'altravecchi libri, perchè questi contengono, virtualmente, come ghiandole seminali della letteratura tutto quanto di... inedito i libri, che verranno, potranno stampare.Così, egli sempre interruppe la consuetudine; l'obbligò a pensar molto, prima di poterlo giudicare; tutto quanto sciorinò, evidentemente, la sua prosa è il meno di quanto ha dato; suscita, coll'emozione di sentimento, come un romantico, l'emozione di pensiero, come un classico; ed è continuativo. — Non permette che venga osservato sotto il semplice schermo naturalista, nè a traverso alla lente azzurra romantica; s'adatterebbe a prender posto tra i simbolisti. Il suo processo estetico, col quale riguarda il suo interno ed espone le scoperte ch'egli fa sopra il mondo, lo manifestano tale. L'idea, il pensiero, l'emozione che ne risultano vengono esposti non in forma narrativa, ma colla satira, coll'epica, colla lirica, facendoli parte integrante del suosentire, non del suoaver saputo, delsuo conoscere. Ed in questa schiera, chedovrebbe essere, quella senza etichetta ed in cui dovrebbero raggrupparsi tutti che danno suggello indelebile di sè; in questo ambito di grande libertà e di massima sincerità senza disciplina, in cui ognuno che vi si presenta è pari, quindi senza gerarchia, consuonerebbe il nome di Carlo Dossi.Perchè, ogni cosa umana concorda con lui, dall'amore al ragionamento, dallePandettealContratto sociale, dalleSerate di PietroburgoallaMicceide. In tal modo manifesta la sua sensibilità coll'essere universale; vibrare a tutto quanto esorbita dalla lenta e comune pigrizia, dalla fortunata ed accidiosa ignoranza della mediocrità; e però sfoggia la sua dottrina, la sua pratica, la sua ironia, che, qualche volta, eccede e diventa sarcasmo, conservando, nel suo ribrezzo, nel suo scatto d'odio, nel suo rifiuto, una grande indulgenza ed una misericordia che non si meraviglia nè del miracolo, nè del più comune e disgraziato delitto. Ma col sicuro osservare le smorfie dell'uomo civile, spesso si sentì preso dalla nostalgia del selvaggio: notò le piccolezze, le grette sparagnerie, le povertà del cuore, della borsa e del cervello borghese italiano, non lo risparmiò, nè se gli piace, si risparmia con lui: il sorriso maschera il singulto, la risata le lacrime; egli sofre mentre maledice la miseria, la laidezza, il delitto e li trova pur sempre necessari alla vita.Nel giuoco del parallelogramma delle tendenze morali, comprende ed avvalora ogni direttiva ed ogni forza per quanto contraria; compassionando, si vale per burlare e burlarsi: mente, sesso, scherno, applauso applica, intende, amministra. Grande psicologo, sotto le vesti, l'apparato, l'ornamento dei fronzoli delle sopraposizioni e delli incrostati depositi della civiltà, ha scoperto ancora l'uomo nudo; ed oltre ai giardini, ai parchi circoscritti e tosati dal giardiniere e dalle cesoje dell'ars topiaria, la natura: merito enorme, che sa svellere i veli della ipocrisia e spogliare i falbalà della gente per bene, onde si vedano le miserabili anatomie; si che noi, amando di riguardarci nello specchio azzimati, vi ci possiamo,con orrore, scorgere nani, gobbi, sciancati, animali lupini incontro ad imagine e crudeli. Gli servì e s'impose freddezza di cuore, quasi una logica crudeltà; nelli istanti dell'osservazione, sicura maestria del gesto; quando viviseziona, imperturbabile serenità, se anche sopra sè stesso ed i suoi operi, notomizzando, sulli organi vivi che pulsano, sul cervello che farnetica; usò metodo d'ordine; ripristinò, per suo conto, delle categorie prima di lui non autorizzate a comparire in filosofia ed in estetica: egli stesso fu la sua pietra di paragone, perchè ebbe il più grande e meritato disprezzo per la folla che fischia ed applaude: libero uomo, sopra tutti i pregiudizi, tanto da sapersene usare contro coloro che ne abbondano e di piegarli alla sua volontà, uomo forte.Carlo Dossi ci ha arricchiti di un'opera singolare, intensa e completa come un Albero della Scienza del Bene e del Male. Volle in fatti che si frescasse, sulla parete e la volta del suo studio, al Dosso, il serpente incollarato di perle e di fisciù a stringerlo, ascendendo, nel tronco. Anche s'indora, in sul frontone del palazzo, la divisa che lo afferma: «Pax candida fortis»; antica leggenda che arreca una colomba araldica, sullo smalto azzurro della pezza, sin dal lontano tredicesimo secolo. — Egli ha vinto; quindi sta in pace. Rivide sè stesso in trasmutazione estetica e il suo tempo; ripassò il mondo come una successione di fenomeni, di anime; rifuse la critica e l'avviò per altra via, concretò le sue idee, le rivestì di panni tagliati su misura esatta. Voltosi per altro campo non venne abbandonato dalle sue distintive qualità; diplomatico seppe le sale auliche, ma non si dimenticò delle foreste vergini e della sacra verginità delli artisti.A lui, Francesco Crispi della Sinistra storica, chiese l'eloquenza letteraria, come la Destra la imprestò da Correnti. Col Perelli e Primo Levi daLa Riformaera venuto allo statista siciliano in non dissimili intenzioni di quelle che trassero Giosuè Carducci all'ode per nozze della figlia di lui. Si era posto al fianco del ministro tra l'anarchia critica e l'ammirazioneper la italiana energia di quell'arditissimo tra li uomini di politica attiva. Allora la giovane Italia bollente d'entusiasmo era uscita di sotto la ferula e la melensaggine del Depretis. «Era[176]stata per molto tempo costretta a rimaner repressa dalla acciaccosa politica del vecchio di Stradella, a mò di una giovane sposa, piena di vita, obbligata a giacersi con un vecchio puzzolente ed a fasciargli le ferite di vergognose battaglie, in cui essa non aveva combattuto»: — nello stesso modo che la spumante Donna Amalia doveva subire il contatto delvinattieretra la solita compagnia de' suoi sozii: «il[177]quadrilatero napolitano, cioè, composto da Nicotera, De Zerbi, Bernardino Grimaldi e San Donato, tra cui si moveva, come sensale, il Fazzari, se avessero potuto arrivare al potere avrebbero spadroneggiato il Napolitano spogliandolo come lupi affamati».Su queste indiscrezioni di utilissima opportunità storica, Carlo Dossi ricordava volentieri quelli anni in cui, sbarazzinamente,Il Don Chisciotte della Manciapupazzettava, colla matita agile ed acuta diGandolin: La Real magione di Don Ciccio. E, là, tra unCapitan Fracassadi carta, alabardiere real — guardaportone — un Don Achille Lanti, debellatore di pacchi postali — un Don Emilio Buffardeci, primo capellano, direttore spirituale, consultore teologo — un Don Petruccio Lacava, gran cacciatore appariva pure una Donna Alessandrina Fortis, «dama di palazzo puramente onorario, perchè le sue attribuzioni sono esaurite dal tempo in cuiBerti filava»; e si trovavaen habit à la françaisecon lavorini e passamani sulla cucitura ed una gran chiave a battergli le polpe deretane e magre «il Cavalier Pisani-Dossi, primo ciambellano del cifrario. L'autore dellaColonia Felice, colla quale vaticinava chiaramente l'Eritrea, è il geloso depositario dei segreti grammaticali di Don Ciccio, la cui lingua superiore non accetta la sintassi del volgo, nè la pedanteria delle vecchieformole letterarie. Annesso alla carica di primo ciambellano, oltre ad uno stipendio cospicuo, vi ha un proverbio onorifico: «La chiave non ha ossi, ma fa rompere il Dossi».Del resto la sua curiosità d'antitesi se ne è sempre avvantaggiata. Mentre riconosceva in Crispi «una[178]virtù massima, la celerità; ed un massimo difetto: la fretta»; mentre rivolgeva in mente, e ve la conservava per una colonna votiva al Dosso, l'epigrafe: «Francesco Crispi, d'animo grande, fantasiò che l'Italia fosse grande o cercò suscitare negli Italiani la coscienza del loro valore: ma la folla gli rispose che voleva essere piccola e vile, e fra tanto volontari pigmei più gigantesca apparve la sua figura» — non si dissimulava la meraviglia di trovarglisi vicino: «Strana[179]sorte la mia, questa di Carlo Dossi, d'essere diventato lui — lui l'amante e l'entusiasta di ogni nuovo principio e forma avvenire — il collaboratore di un uomo il cui pensiero e la cui dottrina è tutta roba da rigattiere, roba vecchia, senz'essere antica, straccia ed usata». — Forse gli pareva, come[180]ad altri sognatorelli suoi pari, la molteplicità della vita cosa interamente vera?»Comunque, egli ne sperimentò l'efficacia; e se alcuno mai può vantarsi d'aver vissutoin triplice partita— novissimo calcolo che esorbita dalla computisteria ma è tutto psicologico e letterario, — costui è Carlo Alberto Pisani-Dossi.Rappresentante del nome italiano al di là dei mari, dalla Columbia portò in patria, nel suo museo di Corbetta, cimelii, studi sopra la civiltà pre-colombiana; dalla Grecia vasi, cocci, memorie, ch'egli si scavò e rinvenne nel suolo eroico, colle proprie mani. Ai gabellieri di Atene veniva, di quel tempo, ordinato di lasciar entrare senza sospetto in città, quest'omino, col cappello a cencio ed a sghimbescio impastranato ed impantanato, reggendo involti preziosamente custoditisotto il braccio, e che se ne veniva scantonando ratto dalla postierla, guardingo, quasi temesse d'essere scovato: Carlo Dossi, lasciata la politica internazionale, s'era dimenticato, su, alle rovine dell'Acropoli, del Partenone, fuori per lo Stadio, ricercatore indefesso; tornava, in quell'arnese da muratore anarchico bombardiere (e che altro poteva essere l'involto prezioso?) la sera, a palazzo.Da lui l'arenile di Assab e di Massaua, disgraziata conquista intrapresa da unbluffitaliano (inversione di natura, però che prima la funzione e l'organo e dopo il gesto) ebbe il nome rubricante di una sperata porpora coloniale:Eritrea: ed a lui, il Negus, gajo ed africanamente volpino, mandò per insegne, sciamma bianco e scarlatto, scudo di cuojo, lancia di frassino e d'acciajo mal temprato, nominandolorasdi sua corte, donandogli denti di elefante con cuneiformi inscrizioni amariche.Archeologo, consultò il ventre della nostra terra romana e lombarda perchè ci indicasse l'età passata, la forma delle cose scomparse, in cui è conservata l'anima delli avi. Infin il suo silenzio di venti anni è tale e perfetto per coloro che non sono nella sua intimità. Senza dogmatismo, senza preconcetti aperto a tutte le influenze, acuto e previdente per farne suo pro, fu il primo, padroneggiando la forma con isfarzosità d'artista, ad accostarsi, senza partito preso, senza pretesti d'utilità e di morale, senza smanie di professore, alla vita ed alla natura. E di tutti i privilegi, che la natura e la società gli hanno conferiti, solo accolse e pregiò l'aristocrazia, designazione di nascita, genialità. Ha fatto più di quanto Bacone da Verulamio assegna al gentiluomo; non un libro solo, non un solo figlio, ma una sola casa, che sarà modello d'architettura nostra, a meraviglia ed a studio de' posteri.Oggi, questo suo bel palazzo del Dosso, un'altra pagina letteraria che volle di marmo e di cemento, si illumina di sole e di quiete. Vergine gliela prepararono perchè vi scrivesse le sue memorie perennemente, la genialità architettonica ed originaledi Luigi Conconi, con cui, sui progetti già chiaramente tracciati, intervenne l'ordine calmo e meticoloso della materiale esecuzione di Luigi Perrone, felicemente compresi e rifusi nel monumento, fatica di lavoro comacino, fervido disegno ed ordinanza italiana.Biancheggia tra i cipressi ed i pini; vigila sul Lario si addita da lungi. Dentro, le sale, che il pennello di Carlo Agazzi ha ornate e decorano, ritratti di Tranquillo Cremona ricordano volti, aspetti cari per la famiglia e per la storia; un secolo di passione italiana cantano le colonne delPortico dell'Amiciziastoriate coi più bei nomi, colla notizia delle più belle gesta d'arte, di guerra e di pace. La piramide delle Tre Arti, dond'esce il fumo culinario e famigliare sfolgora, col faro elettrico, la notte; come le Tre Arti irraggiano dalla nostra terra benedetta: Cesare Ravasco le ha plasmate giovani, possenti, bellissime. Si svolgono i viali tra i lauri ed i roseti. A maggio, è un profumo di corolle aperte, rosse, rosee, bianche, pallide, tee, aranciate, spioventi, piangenti, ridenti, pazze, chiuse, maliziose, accartocciate, tra le sfumature di ogni tono di verde. E il giardino è un immenso incensiere all'azzurro smagliante.E, sbucano dalle macchie, curiose, bionde, adolescenti, sudate, turgide, pei giuochi e le corse, ridendo, cantando, non più creature fittizie e di sogno, ma forti persone vive cui la pubertà equivoca, i figli suoi; la lietezza, la festosità; la razza fresca che si protende; la carne sua, concorsa a attestarlo in tangibilità operante;«. . . . . . tre fortunea tendere le braccia desioseoh, rose umane!per abbracciar l'evento non oscurode' calmi giorni prossimi.nel presidio sicuro di leali virtù».Ed è con loro la madre gentile a proteggerli, sorretta dalle pregiudiziali cattoliche, e con loro il marito; «incomparabile esimia sposa ed amica, ardentemente desiderata lungamente attesa»: colei che, titolare in sulla soglia, appare e sorride in atto d'accoglienza tra i fiori all'ospite; colei di cui parla la colonna votiva, «concessa a Carlo Dossi dalla preghiera della santa sua madre e discesa quaggiù»; — chi trova al suo sguardo fiducioso e prudente la domanda insistente e pia cui non si rifiuta mai:«. . . e apporta la nepenteper il delirio dell'ammalato,trema in le mani,comprime il cor che palpita;e porge la bevanda medicata,come recando un calice a festadi soavi tristezze,invito suadente, tumida di carezze,coll'angoscia nell'anima,parole di speranza sopra le labra a sbocciare».Vecchie canzoni; perpetue rispondenze, ritornano ad intonarsi in sul motivo.La mensa, al Dosso, riconferma l'ospitalità al visitatore; il castaneto, che invade la collina, penetra dalle semilunari pareti di cristallo e frascheggia sulla volta tra il motto che invita a cristiana sanità. Ingannate, dalle foglie vive alle brezze ed al sole, ma fisse all'intonaco del fresco dell'Agazzi, ronzano api e tentano farfalle: sorridono all'evidenza della finzione i commensali; si sturano dalla memoria aneddoti al fomento del vino che s'arrubina mei bicchiere. — Ma il vespero invita ad uscire: allaVedetta, che opposta impende colla balaustra barocca a Como, s'affacciano, col panorama, a me lontanissime e recenti memorie.Massiccia, quadrata, la città romana si imprime in un rilievo di planimetria sotto la guardia delle torri, s'incurvaad ansa sulla spiaggia: il lago la riflette. Il Broletto l'attesta comune e repubblica, s'accampano le case disegnando le vie diritte, allineate sull'asse delle porte, in rassegna legionaria e consolare; la Catedrale proclama lavoro ed arte comacina e schietta; le fabriche dei sobborghi la invelettano, anacronismo, di fumi lunghi e cinerei, come una miss romantica; e vi appunta rose il tramonto; le vetriate fiammeggiano in una cipria d'oro. Orgoglio e mestizie galloppano, colle nubi figuratrici, in cielo; insieme mi scendono in cuore e mi eccitano a ricordare le avventure secolari della mia casa, glorie e dolori e sconfitte de' miei maggiori. Rutilan armi, corsaletti bruniti, partigiane; portano le rotelle ed i palvesi tre lucci voraci e ghibellini, embricati d'argento sulla porpora: passano cavalcate splendide e ambascerie per isponsali viscontei, processioni di lutto e di pompa ai mortorii ducali; evocansi magistero di magistrature comunali, assunte porpore cardinalizie, pedanteschi roboni e concioni secentesche; dottori d'academia, di toga e di stola; prelature e vaneggianti isterismi ascetici di monache e di priori; libertini impiumati, instivalati, la lunga toledana a battere ne' polpacci turgidi di spadaccino e di cacciatore, patteggiatori per il Medeghino amici e rivali dell'Innominato e nell'Oldrado; strascici di matrone: quindi, altre avventure napoleoniche, cariche garibaldine a raggiare di sangue sull'ultimo sangue del cielo, versato dal sole morente. Postremo ed ammalato, su vita incerta e breve a chiudere la razza, riguardo, a' miei piedi, le squadre delle vie comasche intersecarsi, ricoprendosi della cenere violetta della sera: le imagini smuntano all'allucinazione e sotto la penna che cerca fermarle vive in altrui, come già mi smagliavano palpitando in mente e dentro al cuore per famigliare pietà.Ora, di me che importa? Qui non sono che araldo. Pe' giovani amici e coetanei — alle vecchie pratiche non mi rivolgo — ho voluto spronare questa bizzarra chinea avariata della estemporaneità, spingendola, al corso, meno tarda e viziosa, per giungere primo a riconoscere Carlo Dossi tranoi. La cavalla s'impunta inalberandosi, recalcitra, sbuffando, spara calci, sgroppando, scrollandosi; un più mal destro scudiero avrebbe perso le staffe. Ma sotto le mie ginocchie, il ventre, ecco, ansima, le costole piegano; alli aculei d'acciajo delli speroni la pancia le si insanguina; il morso stira nella barra, le apre la bocca; le froge rosse le schiumeggiano; lo staffile arguto e vibrante fischia sulle terga. Onde, d'un balzo, si fa al galloppo dalle quattro zampe ferrate; ed io su a dirigerla verso il Campidoglio della gloria. Vi trombetto l'annuncio.Perchè Carlo Dossi vi giunge dai gradini più alti, e la sua persona, qui, ritta, viene accettata intiera; ed altri impazienti eccita a seguirlo come un indice illuminato dal sole, coi restii che si affollano ancora indecisi, ma che già ne sono attratti. Se verrà raggiunto da più alacri questi lo accompagneranno, forse lo potranno continuare: ma badino alle sue parole: «Voi vi[181]fate, critici, una sbagliatissima idea di quello che sia la società umana, ritenendola tutta compresa, insieme alla fama ed al resto, nei pochi metri quadrati de' giornalistici uffici, che smerciano i vostri veleni, sacri asili all'infuori de' quali non sarebbe che «lido e solitudine nera». — Anch'io miro alla Fama, ma a patto solo di giungerla all'aria aperta e colla trionfata quadriga de' cavalli bianchi, non sul carretto dell'immondizia di Checco, non sul biroccio giallo-nero ed infangato di Cesare, non sulle penne rubate, sempre vendibili a chi più paga, di Ruggero». E su questi tre ultimi nomi, ai quali lascio libero chiunque di preporre il cognome, l'Araldo-Cintraco trombetta l'ultimo squillo per«L'ORA TOPICA».

Quante volte i miei giovani amici di acerba baldanza inuzzoliti, o le mie vecchie pratiche riumiliate dalla grossa, matura, anzi fradicia esperienza, tutti seminatori e mietitori del campo letterario italiano, per sfuggire al tedio piovorno di una giornata ottobrina, in villa, si saranno appressati alla libreria della casa d'affitto, per cercarvi dimenticanza in qualche volume, compagno nella noja, dell'uggia di quella morbida insistenza! — Tomi scompagnati sopra i palchetti del mobile: vengono di lontano e da venture curiose la storia delle quali sarebbe interessante raccontare — non oggi, però. Sono le briciole disperse del manzonianesimo di moda, un dì; quelle, raccolte con ammirazione nelle case pò bene dalle famiglie, che un giorno, laute di palazzi a Milano, di palazzine sul lago, oggi lamentano e li uni e le altre colle ipoteche ad esorbitare la spina del tetto, traendone profitto, quando non abbiano venduto, delli appartamenti, in città, delle delizie, in campagna.

E però vi troveremo alla rinfusa Carcano, Mauri, Bazzoni, Pier Ambrogio Curti, Ignazio Cantù ed il Cesaresuo fratel degno, poligrafo ed impudente ricopiatore delli strafalcioni altrui, Bersezio, Guerzoni, Balbiani, la Pezzi, un Visconti-Venosta, il Grossi, che si trova a disagio in quella impropria compagnia, già mai Carlo Dossi. Vedetene la serqua mezzo sudicia, mezzo limpida, mezzo ironica, mezzo storica, mezzo fantastica, mezzo niente; la romanticheria sfiancata de' risciacquatori, delli intruglioni, delli imitatori, di tutta questa gente per noi illeggibile; si che que' giovani e que' vecchi, sospirando e gettando i libri a fascio, vorranno concludere col dire, che, finalmente, anche per le giornate di pioggia di nebbia e di vento in Francia, da Zola e da Leconte de l'Isle venne morto e sepolto il romanticismo come, in Italia, dal Verga e dal Carducci.

Si disingannino: il romanticismo, sotto altri aspetti, sotto il reale aspetto che ha pur assunto la letteratura internazionale, nè Zola, nè Carducci poterono abbattere: si trasformò, ed è difetto di vista corta e di cervelli ingombri da categorie tedesche non vederlo operoso ed operante, sotto altri nomi: si rifugiò testè evidentemente, nelfuturismo; il quale ricopia le abberrazioni victorhughiane; e Manzoni, l'essenza non la vernice manzoniana, si agita ancora robusto tra noi, lasciati da parte li scoli, o profumati, o nauseabondi di Edmondo De Amicis e del Fogazzaro.

Il romanticismo fu una prolifica foresta fiorita; si abbarbicò, si espanse, si riprodusse vicino le nostre città. La sua insistenza è meravigliosa; ha immesso barbette e radici, muffe, virgulti, pennacchi di corolle anche sui prossimi muri delle fabriche de' prodotti chimici, delle facciate di legno e di mota delleEsposizioni Universali, in sul frontispizio dei libri, nelle librerie dellaréclame. Il romanticismo, bosco vergine di miracolose proprietà, viaggia viridamente come la fascinata shakespeariana, che mosse alla conquista del castello di MacBeth,profezia di streghe ed inganno di guerra di Malcom, vendicatore di suo padre, Duncan, spodestato re di Scozia.

Passeggiamoci dentro, adunque, per viali, sentieri, spianate, prati a pendio, colonnati d'abbazie gotiche, basse navate frondeggianti romaniche e massiccie; dimentichiamoci a raccorre ghiande, castagne, noci, ranuncoli, eriche, ellere, licheni, sopra i massi sporgenti a fior di muschio, aconiti, digitali, margherite, pamporcini e sassifraghe: poi, tra i fiori noti, le erbe conosciute, i virgulti comuni, troveremo il raro, l'inedito, il non saputo prima, la meraviglia. Così usa Gautier pe' suoiGrottesques; egli è buon maestro botanico e dobbiamo imitarlo.

V'imbatterete, per ragion logica, in Carlo Dossi. — Lucido, poderoso, solenne, aveva frondeggiato un abete di perennità fruttuosa, che sorpassava dalle cime le betulle e le quercie, per quanto rigogliose, più basse e non sempre verdi: Giuseppe Rovani. Raccolta all'ombra sua, nutrita dello stesso suolo, un'altra pianta, specialissima, privilegiata di fiori e di frutti profumati e saporosi in modo insolito, dipinti di novissimi colori: Carlo Dossi. Verzicò, si espanse; oltrepassò erbe, virgulti, alberi, distese le sue rame, ne coperse la foresta e sott'intristirono per vecchiaia e per caducità betulle e quercie; morirono, tornarono in polvere vegetale a confondersi colla terra, spore per altre vegetazioni: la pianta rara, snella, schietta, a canto dell'abete, a suo paragone, ecco, a resister per altro e più acuto clima d'arte; anzi, per sua virtù, a rimutarsi intorno atmosfera, per ricomporre alle sue radici, humus adatto alla propria coltura e propagazione. — Dond'egli, che non lo ignora, instituisce la sua trimurti: Manzoni, Rovani, Dossi.

Se la sua ammirazione è per il primo, il suo grande amore per l'altro: anzi il suo affetto, qualche volta, lo sostituisce nella preeminenza e può dirci che fu più grande perchè più infelice, più schietto perchè meno sospettoso e più deliberato;«Rovani[158]portò, in vita, la pena della sua troppa sincerità; Manzoni, invece, dando sempre ragione al lettore, finì col convincerlo del proprio torto: e, se Manzoni riuscì a farsi applaudire, facendo diversamente del comune, parve facesse lo stesso; mentre Dossi si fece odiare, perchè, parlando come la folla, parve esprimersi diverso. — Manzoni dice le cose sue come il lettore vuole; Rovani come non vuole il lettore; Dossi parla per proprio conto. — Manzoni dissimula il non credere; Rovani simula di credere; Dossi, credendo, non crede. Manzoni cambia le carte in mano al lettore; Rovani gliele strappa; Dossi confonde il giuoco. — Manzoni vuole che il bene si faccia per paura di un male; Rovani per necessità; Dossi per utilità. Donde Manzoni par credere all'altra vita; Rovani non crede nè in questa nè in quella; Dossi pur crede in codesta. — Ilnoidi Manzoni valeioe il lettore; ilnoidi Rovaniioenon io(che vi stanno per due) — l'iodel Dossi vale l'io solo. In altre parole: il primo si industria ad insinuare in altrui la propria opinione; il secondo la impone; il terzo la tiene per sè. — Lanaïveté, l'ingenuità della letteratura antichissima c'ispira quella riverenza che c'ispirano i bimbi; lapauvretédella nuova quel disprezzo che si ha per un uomo che faccia bambinerie. E pure Manzoni ritenne l'apparenza della ingenuità, mentre Rovani se ne spogliò: quindi Manzoni riuscì un malizioso doppio, non volendo parere un semplice. — Manzoni è la vendemmia della nuova letteratura fatta coll'uva di Alfieri, di Parini, di Foscolo; Rovani il torchiatico; Dossi la grappa». — «Lambicchiamone[159], dunque in buon'ora; ci servirà di sole invernata e, riscaldate da essa, le generazioni prepareranno, con impulso gagliardo, il terreno ed i tralci per le vendemmie future». Distilleria della quintessenza! «Delle letterarie stagioni dell'ultimo secolo, Manzoni è la primavera, Rovani l'estate, Dossi l'autunno»;per ciò, «Rovani[160]è il continuatore logico di Manzoni come Dossi è di Rovani. Rovani ha esagerato Manzoni, mentre gli altri lo impicciolirono; Carcano, per esempio, colla cortezza della sua vista, non comprese che la maggior innovazione del Matesuro era custodita nel suo midollo umoristico, e si limitò a copiare le forme esteriori dei caratteri e dell'insieme. Manzoni, umorista, è scettico: in un libro di umorismo il protagonista è sempre l'autore; non lo si può perder mai di vista, essendone il principale interessato». Breve, rapido, Carlo Dossi postilla a maggior chiarezza la sua estetica genealogia; ce la lega e senz'altro, ce la impone. Perchè un'altra volta vi si osserva quella continuità, che le pigre speculazioni dei necrofori letterarii trascurano, e se ne indicano i gradi; le pietre miliari di una letteratura nazionale disponendosi a diverse distanze l'una dall'altra lungo la medesima direttiva della strada maestra, per cui processionano i trionfi e le rogazioni del popolo; il quale si ricorda ed enumera il tempo trascorso e le conquiste assodate, leggendone sopra i maggiori nomi scolpiti.

Tanto, in fatti, nella sostanza della serie estetica, identici riescono ad essere iMiti pagani e stoicidel Foscolo, come leMaschere cattolichedel Manzoni, iPersonaggi storicidel Rovani, come leAllegorie filosofichedel Leopardi, leDivinità gogliardiche e civilidel Carducci, come leCreature humoristiche, iTipi ambigui, leRappresentazioni satirichedi Carlo Dossi. Nella diversità delle espressioni, si conserva il motivo fondamentale di una necessità nazionale progrediente. Tali figurazioni hanno una medesima origine soggettiva, e per questo si sono esteriorizzate oppostamente: ciascun poeta ha scoperto nel suo mondo nuovo, creatogli dalla sua sensibilità e dalla sua volontà, e nell'uomo foggiato a sua imagine, queste varie espressioni, queste certezze intime, cui rende universali, regalandole di organi, di movimento e di possibilità generativa. Tuttesono verità, nè si negano reciprocamente; quand'anche si contradicano, non si annullano; si inanellano, invece, conseguentemente, determinando, con maggior precisione, or l'una or l'altra delle faccie del poliedro della vita multiforme e segreta, con più delicato disegno, in una luce più propizia e più intensa. Riuscito Carlo Dossi dalla astrusa e dedalea arteria collaterale di Don Alessandro, scaturì in un tipo personale; ha costituito un altro anello della catena genetica letteraria, per cui il dimenticarlo, od il trascurarlo, importa una reale oscurità ed una lacuna nello studio delle lettere nostre.

Pure, la pigrizia, la burbanza, la vanità, le confusioni, attributi d'ogni e qualunque giornalismo affrettato, lo lasciarono da parte. E quando Domenico Gnoli, vecchio bibliotecario, considerava poco fa: «si è staccato il gancio che congiungeva l'arte nostra alla vita nazionale, l'anello che continuava la tradizione» errava, perchè non aveva posto mente alcaso Dossi. Oggi, si incomincia a scorgere qua e là interrottivamente la sua influenza; noi riconosciamo in lui un nostro proprio esponente, perchè tutto in lui è rimasto italiano, anzi, lombardo nella forma, nel modo, nel tono di comprendere la vita e di renderla. Per ciò, a lui ricongiunto, col cordone ombelicale della artistica figliazione, ilfare italianopermane anche in quanto si vuol chiamare impropriamentesimbolismo(di cui fu uno de' più completi assertori, prima che l'etichetta scolastica venisse stampata; perchèprima la cosa quindi il nome, non viceversa): e chi volle far credere l'opposto, abusò della ignoranza altrui adulandola, pompeggiando della propria, che non aveva saputo suggerirgli il nome dell'autore diColonia Felice. Ma non più: costoro devono riconoscere in noi, quei sintomi di cui egli è pur affetto, in nulla affatto forestieri; vizii o doti distintissimi di fragrante italianità.

Carlo Dossi, più vivo che mai, dopo l'aulica presentazione di sè stesso, nel salone dell'avi, si fa a noi famigliare; vi prende per mano, vi fa entrare nell'appartamento intimodelle sue circonvoluzioni cerebrali, vi si dettaglia, nel compromesso sommamente simbolico, in cui vanno a fondersi per un tutto omogeneo, le più disparate dottrine. Vi farà assistere alla trasmutazione de' generi e delle scuole e voi perderete la nozione di quanto si chiamòclassicismoeromanticismo,idealismoenaturalismo. Tentò la bellissima esperienza di avvicinarsi alla perfezione, cioè di dire tutto quanto sentì in modo che, nella fatica di renderlo, nulla andasse perduto per consumo, attrito, stanchezza; volle sorpassare la natura nell'eccedere, proponendosi, dalli oppositi, una nuova espressione, oltre le già conosciute, tracciandosene una norma quando sull'arte del Cremona considera: «Pure[161]sono alcuni, i quali, dimenticando che l'Arte non si impana dall'Arte ma dalla Natura, vorrebbero che ogni artista facesse di salvatesta, sognasse ad occhi aperti; e vanno dicendo che il più veritiero poeta è colui che più finge, che altro è pittura e scoltura, altro fotografia. Anche noi, finchè si tratta di screditare il nudo realismo, cediamo in tale sentenza, ma a patto di non sostituirvi, quanto lo vale, un nudo idealismo. Scopo dell'arte è la poesia, che è l'accordo prudente tra il finito e l'infinito, altrimenti noi avremo o dei corpi senza animo, o degli animi senza corpo. L'artista deve copiare direttamente dal vero, ma nell'ambiente del proprio animo; deve, per così dire, stacciarlo attraverso il crivello del giudizio individuale».

Donde facendovi i convenevoli, vi precede,Cicero pro domo sua: «Un[162]momento, bisogna assuefarsi alla vista delle tenebre. Al primo entrare, un sentor misto di fiori, muffa, petrolio. Il piede intoppica a ogni tratto e conviene saltare. Si passa, o almeno sembra, in mezzo a beccate di pappagallo e a gattesche strofinatine, in mezzo a vampe di forno e a zaffate di sorbettiera; quando poi la pupilla arriva a raccoglierela scarsa luce, che discende da una gotica ogiva o da un pertugio di cànova, or da una fiamma di gas o da una bugia di sego, ti accorgi di camminare in un magazzeno da rigattiere antiquario. Roba di tutti i tempi e le foggie, dalla più goffa alla più di buon gusto. Correggesche pitture nel bujo, sgorbi alla Bertini in pieno lume: litografie del Gonin con cornice dorata, acqueforti di Rembrand incollate sui parafochi. E qui incontri, ad esempio, un tripode pompeiano dal severo profilo con su un vaso chinese (una pazzia di porcellana) e, dentro il vaso, fiori di serra stradoppi, leandri che pajono rose, rose imitanti dalie, dalie che si direbbero camelie, — freschissimi per la metà, ma per l'altra metà marci; là un poltronone barocco, che sarebbe il trionfo della comodità, se non gli mancasse una gamba, sovra il quale riposa un elmetto dell'omerica Grecia, oltraggiato da una visiera medioevale in cartone e da un pennacchio di carabiniere... Quindi e ammassi di cenci infagottati in manti porpurei, e boccali di bettole contenente Tokai e pietre murrine scavate ad orinale e aquilotti in catene imbalsamati con rospi che strillano da usignolo e usignoli che rantolano rospinamente. Nè va taciuto di un violoncello di Stradivari cui servirebbe da archetto un bastante da scopa, nè un topo nella gabbia di un canarino, che invece resta intrappolato, nè idiritti dell'uomo, cuciti collacabalae ilsillabo; e Rousseau sposato a De-Maistre, e Omero a Merlin Coccajo. Ma quel che vedi gli è il meno. Più l'occhio insiste in quel folto di roba e più ne discopre. C'è, dico, roba da insuperbire mille palazzi. Di chissà quanti — morto chi la possiede e distribuita con senno — farà mai la nomea! Chè, se ora c'è tutto, pur manca tutto. È luogo più fatto per imbrogliare che per sviluppare le idee. A volta ti sembra di essere nella magnifica confusione di una foresta vergine; ti miri attorno — sei fra il prezzemolo... Provi, insomma, la nausea deltoujours perdrix, della essenza, che, per troppo sapore, è una offesa al palato; provi il disagio di una interminabile scala senza ripiani e di una bibliotecasenza catalogo. E però t'allontani alla svelta, non degnando pure di un guardo la soglia, che, in un mosaico di tutti i colori, vuol rammentato, con modestia superba, il nome diCarlo Dossi».

Non formalizzatevene; egli usa codesto garbo; sente di esservi più comprensibile; dà di sè stesso l'apologo e l'apologia; non diversamente usò con Rovani, descrivendone iltempio: in cui «entrare[163]e sentirsi il cappello di troppo è tutt'uno. È una fuga d'imponenti saloni, sulle cui vôlte si stende l'ampia pittura del Tiepolo e dalle cui immense pareti pendono arazzi, tessuti a disegni di Raffaello immichelangiolito... Qui, non la boria fracassona del ricco, ma la silente maestà del Signore. Particolari ed insieme vi hanno pari valore e i più modesti mobili respirano solennità; qui, insomma, ammiri, non fai la stima. E tutto, vedi, è massiccio. Niente indorature, niente impiallacciatura. Mogano e rovere fin all'ultima fibra, oro sino all'ultima scaglia. I sedili comodi tanto per invitarci al riposo, non al dormire; i camini vasti abbastanza perchè il calore si diffonda egualmente in quanti mai vi si assidono. E nella splendida calma di queste sale reali, i pensieri vanno pigliando un far grave e svolgonsi grandiosamente; più non rammenti le piccolezze del vivere quotidiano se non per deriderle, nè la famiglia ti appare fuor dallo sfondo della umanità. Sono sale per un congresso di legislatori e di principi. In ogni dove, l'invisibil presenza del nume. — È la reggia di Giuseppe Rovani».

E ripeterà il suo giuoco malizioso anche per Edmondo De Amicis: «È il quartierino[164]di un impiegato a duemila. Gli amici di chi vi dimora lo dicono un primo piano, ma, in verità, è un puro ammezzato sopra terreno. Stanze poche, mobiglia poca; tutto è veduto in una sola occhiata nè si domanda che cosa c'è negli armadi perchè si sa già. Domina il pino. I mobili, a uno a uno, non tengon valore, infimi comesono per la materia e la forma, pur, tutti insieme,, ne acquistano perchè fannola casa. Nella stanza da letto — e da pranzo — la tappezzeria par tela ed è carta; alcuni dipinti paesaggi sulle pareti — un vaso d'erbasavia sul tavolo — un casco di fanteria in un canto — radi i libri i quali ci avvertono che chi li legge non ha oltrepassato il liceo (benchè non sia detto con ciò che l'Università abbia per privilegio la creazione del genio) e un letto di una persona e mezza, con la sua brava Madonna a capezzale e i suoi lini, piuttosto grossi, ma di bucato. Nè fatevi in là, mie ragazze. È letto riconosciuto dallo Stato Civile. — E, sulla porta di abete, ma che a forza di gomito è diventata quale acero, sta un biglietto di visita in cartoncino bristol, con scritto su da mano femminea il simpaticissimo nome diEdmondo De Amicis». Il quale, breve arte, ma grande cuore, ne lo ringrazia: «Affretto[165]coi voti un occasione qualsiasi che mi sia concesso di mostrarti quanto ti sia verace ed amoroso amico, e di contraccambiarti, anche inadeguatamente, qualcuna delle tante gentilezze che mi hai usate. Se questa occasione tu vorrai fornirmela, anche di ciò ti sarò grato». Ma Carlo Dossi non gliela porse mai, tuttora postumo creditore e debitore di lui. Carlo Dossi è letterato eroico e stoico nel senso della schietta integrità del suo pensiero, della deliberata e profonda sincerità del suo stile: egli non ha sottintesi e tornaconti che non siano d'arte. Alcuni giudizii, che volle esporre sopra li autori contemporanei, pur unilaterali, rispondono ad una certa ed esemplare responsabilità, dote aurea di carattere, in questi tempi di sommessa e vagellante preoccupazione del non offendere per rivalersene. Egli può chiamare qualche volta Carducci un gramatico adulatore di popolo, sovvenutosi di Correnti quando diffamò la luna inceleste paolotta, ma lo inchinerà, decretando monumentale la sua poesia, per cui:[166]«Italia riebbe la lingua di Dante e la romana maestà, almeno, nella parola» — Egli invita a leggere Victor Hugo in riva al mare, ma subito, ricopia per lui una definizione dell'Heine «Un genio gibboso»: — può paragonare l'Aleardi ad una querula e gemente colomba amorosa; ma, nel riordinare la biblioteca di Alberto Pisani, lo pone vicino a Foscolo; — e Leopardi foggiare a serbatojo di perpetua infelicità, ma proporrà a ciascuno di imbeversi della sua chiarezza adamantina, di cui la lucidezza vince l'acqua fresca di una fonte indorata dal sole. Per ciò, egli è permalosissimo letterato, difficile a leggersi; bisogna che ci accostiamo a lui, intonando il nostro momento al suo, non ascoltandolo nelle sue bizze, concedendogli le sue troppo squisite bontà, interpretandolo e ricordando spesso i suoi pensieri da pagina a pagina, da imagine a imagine, valicando periodi, distanze, apparenti contraddizioni. Egli stesso si vanta di scrupolosa e meticolosa incontentabilità. Richiede lettori a sua imagine e somiglianza; que' lettori ideali che augurò ai poeti grandi Pietro Verri, nelDiscorso sull'indole del Piacere e del Dolore, e precisamente questi, ch'io invoco a me stesso ed a chi amo, ammirando, dalle pagine clandestine (pur troppo! perchè nessuno v'ha che abbia avuto la malinconia di proporlo o di citarlo) del mioVerso Libero, quando desidero che ilLibro viva nelle mani del lettore. Così, quante volte ho voluto avvicinare le mie opinioni sopra la lingua, lo stile, la funzione del libro e l'obbligo de' lettori verso di noi, riproponendole alle premessa dossiane; altrettante ho dovuto convincermi delle ragioni che ci ricollegano, riconoscendo in lui un precursore di identiche dottrine e di più sicura e provata esperienza. Per questo, il lettore venga a noi e si eserciti a nostro paragone emulandoci, creandoci, dalla indicazione, l'imagine completa, ricreandosi a foggiare, non inerte o distratto, ma collaboratore.

Il suo pubblico, «il[167]pubblico di un letterato, non ègià quello dell'uomo politico e del canterino (celebrità spesso e l'uno e l'altro di gola) pei quali è indispensabile e folla e contemporaneità di fautori; non ne occorrono a lui nè migliaia, nè centinaja, e neppure ventine ad un tratto; glie ne bastano pochi, uno anche, purchè siano degni, a lor volta di lode, e perchè si succedano — sentinelle d'onore — fino al più lontano avvenire. — Stieno però tranquilli i pubblicisti che fanno missione, direbbesi, di alimentare il cretinismo italiano; nè io, nè altri miei colleghi saremmo mai rei di abigeato di qualche loro lettore». Per questo, il libro deve vivere nelle sue mani, al suo contatto, vibrare, come un rocchetto elettrico e dar scintille, comunicando, nel circuito funzionale di una corrente, imagini, idee, passioni.

Veramente, a stile d'eccezione, comportano lettori armati a tutta prova ed intelligentissimi: Carlo Dossi se ne era fabricato uno a suo modo, avendo trattato la lingua di tutti come unvolgare, su cui operarde condendonon accettarcòndito. Si sentiva un Dante per qualcuno, che si sarebbe innamorato de' suoi tentativi e de' singolarissimi processi, mentre ripugnava dal lasciarsi ammirare ed imitare. «Alla[168]domanda — qual sia la miglior lingua — si può sempre rispondere: leggete Shakespeare è l'inglese; leggete Richter, è il tedesco: è l'italiano con Foscolo; è il milanese con Porta». A Gian Paolo Richter, sopra tutto, cui venne a conoscere prima de' simbolisti francesi e ch'era sgusciato dalle mani ortogoniche, e per ciò stroppiatici, della signora Kalb, riuscito senza avarie dalla piegatura gibbosa, cui il salotto di Goethe a Weimar, imponeva a chiunque lo frequentasse; — a Gian Paolo ricercò la vergine emozionalità idealista verbale, per cui veniva reso il mondo e si foggiavano i suoi fenomeni in figurazione, preindicando Nietzsche: «Il mondo è l'espressione della mia volontà». Questo suo stile «a[169]viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando il lettore a proceder guardingo ed a sostarein tempo — parlo sempre del non dozzinale lettore, ossia scaltrito in queidocksdi pensiero che si chiamano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean Paul — segnala cose che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio, le idee, o sottintese, o mezzo accennate, fanno sì che egli prenda interesse al libro; perocchè, interpretandolo, gli sembra quasi di scriverlo. Aggiungi, che una simile illuminazione a traverso la nebbia, facendo aguzzare al lettore la vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle idee dell'autore assai più addentro che se queste gli si fossero, di bella prima, sfacciatamente presentate, ma insensibilmente gli attira il cervello — a modo di quei poppatoi artificiali che avviano il latte alla mammella restia — a meditarne di proprie. In altre parole, dall'addentellato di una fabbrica letteraria, egli trae invito e possibilità di appoggiarvene contro un'altra, — la sua — e, da lettore, mutatosi in collaboratore, è naturalmente condotto ad amar l'opera altrui divenuta propria».

Che altro può dire di più Mallarmé nelQuant au livre? Che altro noi? — Riunito, con estrema sottigliezza di sapere e sensibilità, il suo eloquio, compostolo di una efficacia e vivacità personale, di una abitudine determinata e potenziale, presta a scattare a muoversi, ad assumere tutti i gesti, le pose, dalla corsa al raccoglimento, senza ricorrere a stampi, a reminiscenze, a ricalchi, a strofinature pedagogiche, volle una sua interpunzione, una ortografia sua, volendoci attestare, che, «lo[170]scrittore il quale infrange l'ortografia tradizionale, prova luminosamente il valore della sua forza creatrice». Qui egli impiegò la sua dote di assimilazione e di conio novissimo; estrasse, dai dialetti, dall'anticaglie, dal gergo furbesco, dalle parole passate in disuso, dalle lingue straniere; rimestò, impastò, condensò, con sua fatica, con perseveranza, mentre li altri, scombussolati, intontiti, fuori di pista e di stalla, andavano urlando: «Il pensiero è oscuro,contorto; è barbaro, incomprensibile»; lo accusavano di forzata originalità, di ostentata lambiccatura, di manieratezza, di insufficienza, di tracciar rebus e sciarade, assolutamente, come i simbolisti di dieci anni fa.

Ed egli a non udirli, a non accorgersi delle loro grida, delle loro lamentazioni; ad aggiungere al suo stile il profitto di una vastissima erudizione, che, passata a traverso il ciarpame secentesco delle frasi e delle superstizioni, si era imbevuta dell'ambiguo, del pauroso, del cinereo verbale, di quella trepidazione continuativa, di quei vocaboli massicci come i cantarani del tempo, o scorrevoli inafferrabili, come una vena di ruscello rapidissima, i quali rappresentano la trovata ed il valore estetico del barocchismo ed hanno sopravissuto al suo discredito ed alla immeritata dimenticanza.

Quindi inalza la sua creazione; la dipinge, la scolpisce, le dà respiro, la circonda di fiori, di puzze, di gioielli e di detriti. Egli vuole una solida casa di immarcescibile materia, ben piombata nel suolo e tanto alta da salir alla luna, verso cui lunaticamente sermoneggia e schernisce. Tutti i materiali gli servono per ornarla; come al pittore di genio tutte le materie colorate, non distinguendone i generi, confondendo pastello, vernici, acquarello, tempera, guazzo, alluminatura, disegno con matite d'ogni tono e durezza, pur di compiere il capolavoro, che è fuori d'ogni scuola e d'ogni regola; perchè la bellezza naturale non sottopone sè alla regola, ma la incomincia e la detta.

Poi, diffida ancora del lettore per quanto sapiente ed esperto: gli mette in sulla bocca i suoi accenti, come li appostilla sopra le parole stampate. Vuole ch'egli pronunci in questo modo e con questo ritmo; gli insegna a scandere la sua prosa in questo suono, con questa pastosità, con questo calore, fermandosi sulle apostrofi, sulle elisioni, sui tronchi, determinando specificatamente, da questo complesso di vicinanze e di visione tipografica, la suggestione che ne riesce, guidandola, come egli desidera, per il completo attuarsi del suo magistero. Ci chiama a fabricare con lui il suo e nostropalazzo, macum medicamine, desiderando di essere il solo architetto, responsabile ed ubbidito: il lettore non può divagare, aggiungere o togliere ciò ch'egli non voglia; nulla è lasciato all'arbitrio suo, al suo troppo presumere: l'autore non abdica aldroit de maîtrise; e la facoltà che egli ha consentito di indovinare e di completare è diretta dall'altra volontà, che, a distanza, la comanda pena il perdersi dentro la boscaglia impervia, ciottolosa ed inspinata di quei periodi, alli orecchi domesticati dalla melopea, striduli e disarmonici, ma, alli altri, che percepiscono l'armonia morale e l'omotopea, sonori ed euritmici di una profonda pienezza wagneriana.

Perchè Carlo Dossi pregia e non lamenta la fortuna vituperata da Jean Moréas, ritornato alla academia, dopo le brevi rivoluzioni simboliste quando, nelliEquisses et Souvenirallude a sè stesso, discorrendo di Goethe: «Infelice il poeta che nasce in uno de' momenti equivoci in cui la tradizione dell'arte è passata a caducità ed è necessario distruggere l'ordine per cercare di ristabilirlo sopra di una più solida base. Può darsi che si invidii la gloria di tale artefice, ma la vita sua, in quell'immenso sforzo, è pur sempre avvelenata». Ora, se l'autore diColonia Feliceprese luce in una di queste crisi, come Goethe, come il Moreas — in cui la genialità per essere feconda deve prestarsi ad assumere l'aspetto di una originale pazzia — non ne farà mai ammenda coll'imitare il greco-francese, al quale lascerà digitare da solo l'alessandrino classico

«Vos scrupules font voir trop de delicatesse;»

«Vos scrupules font voir trop de delicatesse;»

egli rimane il barbaro e si compiace di attestarlo, già che almeno in arte non si smentirà mai. — «Dossi[171]è nato per essere un corruttore delle lettere italiane: — dice egli di sè stesso. — Ed in ciò gli Italiani gli dovrebbero riconoscenza, perchè, così, egli prepara loro un nuovo rinascimento. I libridel Dossi sono, quanto al carattere, un misto di scetticismo e di sentimentalità. E due sono i periodi dello stile di lui: I. di avviluppamento, II. di sviluppo —L'Altrieri, ad esempio, si compone di tre parti che sono come le tre persone della Trinità. In uno, il Dossi si rimane terra, terra (parte seconda) nell'altro sta a terra, guardando il cielo (parte prima) nell'ultimo, in cielo e guarda in terra. — Dei tre generi è riuscito passabilmente nei due primi. Egli del resto, vorrebbe dedicarsi al solo primo, il quale è a pari distanza dalle due esagerazioni della odierna letteratura (1880). Ma nel terzo non è riuscito, un po' per le sue inerenti difficoltà, un po' per la lingua e l'indole italiana che male si presta, in un cielo così azzurro, alle nebbiosità». Chè, s'egli non è della opinione di Giuseppe Ferrari, il quale esagerò G. B. Vico, nel presumere lalingua italiana reazionaria, cercando di scriverla con genio e capriccio originale; vi incontrava però la scarsità dei tempi e de' modi verbali, invocando la greca abbondanza luminosa, colorita e sonante a cui appetiva, sforzando il carattere chiuso della nostra. «Dossi[172]aveva tentato non di far sentire le parole, ma i suoni; di avvicinarsi, cioè, più che fosse possibile alla musica, come già aveva tentato di rendere la letteratura una pittura» impresa ripropostasi da' simbolisti italiani ultimi venuti sotto il nome diFuturisti; i quali osarono il processo dossiano ad oltranza, e, sforzando la rude e ferrigna materia del vocabolario nostro, lo fanno vivere come armonia, lo avvampano di luci colorate come una cinematografia erotta sulla notazione della realtà, alla rappresentazione imaginata e leggendaria della più sicura verità sostanziale ed umana.

Per tal modo, il fare dossiano raggiunge il vertice della nostra eloquenza, oltre la quale, di una linea, si gonfiano la caricatura ed il grottesco letterario, un'altra e peggiore retorica d'impotenza e d'imprudenza menzognera. — Nello svolgersidel secolo, seguendone le fasi, con Foscolo, la prosa italiana ha assunto muscoli e coraggio repubblicano e guerriero, per maggiori libertà e nobile indipendenza, contrastando a Napoleone e pur napoleonica, poi che senza di questi, lo Zacinzio stesso avrebbe assunta altra e meno rappresentativa fisionomia: con Manzoni, ha pulsato il suo cuore in ritmo col cuore della ristaurazione, vagheggiando una tranquillità mite, fingendo una sicurezza per questa e per l'altra vita, volendosi persuadere, col persuadere altrui, nelle necessarie virtù cattoliche, ogni giorno più rare: con Carducci, esercitò le membra ben nutrite sui campi del Risorgimento e pretese a sè Roma completamente romana, invano: con Carlo Dossi, piange e ride, nel medesimo tempo, lo spasimo della gioia e dell'angoscia, sensitivamente raggricciata; si aumentò di tutte le squisitezze, che i sensi acutissimi le obbligavano, raggiungendo il confine dell'ineffabile, in bilancia sulla parodia e la caricatura, tal di qua del grottesco, ma quasi in aspettazione paurosa e patologica della pienezza totale, cui, in alcuni istanti, raggiunse: si rivela, insomma, padrona dell'inesprimibile e lo rende come la cosa più semplice, senza urtare l'educazione. Con Gabriele D'Annunzio, la forma è tutto un rappezzo d'abiti d'imprestito, decaduta nell'arlecchineria della moda che rimpicciolì la sua figura, prima così diritta e schietta, sopra di uno scheletro elegantissimo, su cui s'inturgidiva carne per l'eroica. Per ciò Foscolo, Manzoni, Carducci e Carlo Dossi non furono mai, ne saranno, cantori alla moda — per quanto la vera critica li faccia stipiti di loro arte distintissima; e Gabriele D'Annunzio rappresenta la pura moda; ma ciò, che questa crea, spazza pur via; e costui, abile sartore da rigattiere, durerà sin che vive e gli staranno intorno a trombettarlo i commessi viaggiatori delle sue specifiche.

Se non che Carlo Dossi rimarrà sempre uncaso difficiledi cui daranno la soluzione rari spiriti di eccellenza; i quali non professeranno la critica ma sentiranno, per affinità di indole e di carattere, un'arte di astruse intensità. Lo provala stessaCritica[173]di Benedetto Croce, il geniale senatore novello e principe, a detta di tutti, in quella professione. Ed egli dimostra di aver compreso non troppo dell'opera dossiana se ributtaColonia Felice,Ritratti umani,Desinenza in A,Amori, tra le scorie della sua produzione. Così, essendo egli, come meridionale, un emotivo, afferrato dallaVita di Alberto Pisani, diL'Altrieri, diGoccie d'inchiostro; e, come riflessivo di metafisiche tedesche, cercando unsistema in arte, non avvide il bell'esempio di un artista che sa dare, con eguale intensità nel male e nel bene. Anatomico specialista il Croce, — cioè critico e non costruttore — può conoscere esattamente la topografia dei visceri essenziali, ma difettoso biologo non sa l'ufficio e le relazioni di questi nei processi differenziali della vita particolare d'ogni individuo. Dunque, sapientissimo di nomenclature — di sistemi — è improprio a rilevare le funzioni, cioè le attitudini, le attività, i gesti, la sequenza del moto e del divenire; ond'io diffido di quelli che sannotroppo di una cosa sola, e Benedetto Croce è con loro. In fondo, borghese, per quanto imbevuto di socialismo hegeliano si sente scandolezzato alle pitture della giusta malignità dossiana; gli sembra d'aver davanti qualche cosa di furioso e di perverso; rimasto alle categorie, isola li apparati in una necrofilia di dilettante, non li considera nell'organismo in totalità; giudica quindiab inferiori, di sotto in su, errando nel caso generale, doppiamente nel caso specifico; poichè non devesi maidefiniresu una estetica, ma semplicementesentirla. — Con maggior ragione, allora la folla che pesa è sucida, il greggie, non si ritroverà in Carlo Dossi; e Pipitone Federico lo ha già notato: «A chi[174]sappia intenderlo, apparirà forse il più meraviglioso ed efficace prosatore d'Italia, dopo il Foscolo e il Guerrazzi, l'unico credo, che sappia lottarevittoriosamente colla lingua restia; pure, affermo, che solo pochi riescono a intenderlo, perchè al pubblico non corre obbligo di educarsi a un'aristocrazia fuor di moda adesso». E però, quanti ha egli trovato che si piegassero alla sua difficile disciplina?

Che sian pochi, qualche volta, l'autore diDesinenza in Aha rammaricato per le solite ed umane contradizioni; e l'ho visto rimbrunito davanti alla indifferenza de' più, e, ne' colloqui in cui mi apriva il suo animo ed il suo affanno, recitare unde profundisdi amara rassegnazione. Riguardo a sè stesso, dechinato a precoce vecchiaia, ascendeva a generalizzare: «Ad una certa età, come non si può più coitare, così non si ha più la capacità di voler bene, di essere buoni ed onesti:» riguardo alla sua epoca, di una gagliardia che fu, insisteva particolarmente: «Morto Cremona, il mio Perelli, Grandi e Crispi, il mio tempo e l'opera mia hanno cessato di agire» In altri istanti, più scorati e di una sincera umiltà, suggeritagli dalle malinconiche riflessioni del dolore fisico, sottopose sè stesso mancipio di una dispettosa e crudele reversibilità: «Tolto di carriera, nessun onore letterario, salute mala: oggi, per quale giusta ragione, ch'io non conosco, sconto con queste pene una mia incosciente malvagità, o la cattiveria de' miei maggiori?» Ed enormizza i suoi difetti davanti alla scrupolosa rassegna del suo esame di coscienza; com'egli, malato imaginario, parevagli di sentire l'avvicinarsi della agonia, e, sospeso, soffocato dalla imminenza, diveniva di sè stesso il tormentatore emerito, mentre il suo polso numerava battute isocrone, i suoi polmoni respiravano in ritmo, il suo cervello auscoltava il fenomeno della autosuggestione, notandone le fasi per un bozzetto delCampionario.

Allora e dianzi egli, esagerando, errava addolorandosi di chimere. Abituato alla società di chiarissimi ingegni, al contatto ed all'attrito de' quali, in reciproca emulazione, si raffinava allenandosi a sempre nuove audacie, il disertare dallelettere, l'immettersi per altra via, lo portarono in un deserto, in cui, unica voce a rispondergli, l'eco della sua. Concentrò la sottigliezza; lambiccò un'altra volta, sino alla morbosità, la essenza singolarissima; e, non badando che a sè, non uscendo nel mondo, che lo circondava e che pur riteneva memoria del suo passaggio ed impronta del suo pollice, si è creduto dimenticato. Certo, con lui e dietro di lui, non erano interessi da soddisfare, non ambizioni, che, agevolando la sua, potessero avvantaggiarsi, ma l'affetto semplice, l'amicizia che non ha prezzo, ed è perciò esemplarmente gratuita anzi, quanto meno rimunerata, più profonda. — Nessuna ditta editrice aveva assunto, in blocco, il monopolio sfruttatore del suo ingegno; nessun incettatore di genialità era venuto a proporglisi come impresario, per cartellonarlo, in vedetta, sulli angoli delle vie per farne strombazzare il nome da tutti i lestofanti, che quando meno intendono, più forte sbraitano nell'arringo piazzajuolo. Solo, colli amici, a lottare contro l'ignoranza e la mala grazia del pubblico, riuscì per altro ad incidere la sua presenza, se non in latitudine, in profondità. È la sementa immessa profonda, a contatto delli strati più densi e meno depauperati dell'humus, quella che meglio rigoglia a sua stagione; ora, è la stagione di Carlo Dossi, se, annusatane l'aria dal più esperto editore italiano, questi protegge e spande, con sicuro profitto, l'opera di lui e se ne assume la ristampa completa.

Lontana dalla insistenza personale di chi scrisseColonia Felice, una sua propaggine continuò crittogama; la sua tendenza, che sboccia coi giovani, covata da buon fomento, si conservò senza nulla perdere della sua virtù criptografa. Raccolti in un corpo solo i suoiMargini, leNote gramaticali, leEtichette, lePrefazioniformerebbero una recentissimaArs poeticaanche ad uso de' più esigenti futuristi, per le più libere proposte ed attestazioni estetiche, da cui, per citare, non sai che trascegliere innamorandovisi dietro; e non si terminerebbe più. — Che cosa ha detto di più, in fatti, il futurismo,il quale non rispetta i termini del prima e del poi? Risponderei: Che cosa ha detto di meno? È tutto qui: «L'imitazione[175]ritrae la linea esterna ed alto lì; lo studio fa scoprire la interna, che in tutte le opere eccelse, per quanto fra loro lontane e di specie e di lingua e di epoca, è eternamente quella. Vuoi che il tuo libro possa vincere il tempo? Sia in istile tuo, in parole dell'oggi, in idee dell'indomani, in arte del sempre». — Ed ama i libri piccoli, li opuscoletti leggieri e volanti, che si portano, senza fatica, in tasca, e, da lontano, colpiscono, scagliati, sempre nel segno, giavellotti, da mano maestra e sicura: ed odia i grossi libracci sesquipedali,li in foliobuttirosi ed impeciati fratescamente, dove la massa delle sciocchezze si fa piramide; perchè pochissime sono le cose buone, belle e nuove che si possono dire: ma, per intanto consiglia che converrebbe aggiungere, nelle gazzette letterarie, alla rubricalibri nuovi, l'altravecchi libri, perchè questi contengono, virtualmente, come ghiandole seminali della letteratura tutto quanto di... inedito i libri, che verranno, potranno stampare.

Così, egli sempre interruppe la consuetudine; l'obbligò a pensar molto, prima di poterlo giudicare; tutto quanto sciorinò, evidentemente, la sua prosa è il meno di quanto ha dato; suscita, coll'emozione di sentimento, come un romantico, l'emozione di pensiero, come un classico; ed è continuativo. — Non permette che venga osservato sotto il semplice schermo naturalista, nè a traverso alla lente azzurra romantica; s'adatterebbe a prender posto tra i simbolisti. Il suo processo estetico, col quale riguarda il suo interno ed espone le scoperte ch'egli fa sopra il mondo, lo manifestano tale. L'idea, il pensiero, l'emozione che ne risultano vengono esposti non in forma narrativa, ma colla satira, coll'epica, colla lirica, facendoli parte integrante del suosentire, non del suoaver saputo, delsuo conoscere. Ed in questa schiera, chedovrebbe essere, quella senza etichetta ed in cui dovrebbero raggrupparsi tutti che danno suggello indelebile di sè; in questo ambito di grande libertà e di massima sincerità senza disciplina, in cui ognuno che vi si presenta è pari, quindi senza gerarchia, consuonerebbe il nome di Carlo Dossi.

Perchè, ogni cosa umana concorda con lui, dall'amore al ragionamento, dallePandettealContratto sociale, dalleSerate di PietroburgoallaMicceide. In tal modo manifesta la sua sensibilità coll'essere universale; vibrare a tutto quanto esorbita dalla lenta e comune pigrizia, dalla fortunata ed accidiosa ignoranza della mediocrità; e però sfoggia la sua dottrina, la sua pratica, la sua ironia, che, qualche volta, eccede e diventa sarcasmo, conservando, nel suo ribrezzo, nel suo scatto d'odio, nel suo rifiuto, una grande indulgenza ed una misericordia che non si meraviglia nè del miracolo, nè del più comune e disgraziato delitto. Ma col sicuro osservare le smorfie dell'uomo civile, spesso si sentì preso dalla nostalgia del selvaggio: notò le piccolezze, le grette sparagnerie, le povertà del cuore, della borsa e del cervello borghese italiano, non lo risparmiò, nè se gli piace, si risparmia con lui: il sorriso maschera il singulto, la risata le lacrime; egli sofre mentre maledice la miseria, la laidezza, il delitto e li trova pur sempre necessari alla vita.

Nel giuoco del parallelogramma delle tendenze morali, comprende ed avvalora ogni direttiva ed ogni forza per quanto contraria; compassionando, si vale per burlare e burlarsi: mente, sesso, scherno, applauso applica, intende, amministra. Grande psicologo, sotto le vesti, l'apparato, l'ornamento dei fronzoli delle sopraposizioni e delli incrostati depositi della civiltà, ha scoperto ancora l'uomo nudo; ed oltre ai giardini, ai parchi circoscritti e tosati dal giardiniere e dalle cesoje dell'ars topiaria, la natura: merito enorme, che sa svellere i veli della ipocrisia e spogliare i falbalà della gente per bene, onde si vedano le miserabili anatomie; si che noi, amando di riguardarci nello specchio azzimati, vi ci possiamo,con orrore, scorgere nani, gobbi, sciancati, animali lupini incontro ad imagine e crudeli. Gli servì e s'impose freddezza di cuore, quasi una logica crudeltà; nelli istanti dell'osservazione, sicura maestria del gesto; quando viviseziona, imperturbabile serenità, se anche sopra sè stesso ed i suoi operi, notomizzando, sulli organi vivi che pulsano, sul cervello che farnetica; usò metodo d'ordine; ripristinò, per suo conto, delle categorie prima di lui non autorizzate a comparire in filosofia ed in estetica: egli stesso fu la sua pietra di paragone, perchè ebbe il più grande e meritato disprezzo per la folla che fischia ed applaude: libero uomo, sopra tutti i pregiudizi, tanto da sapersene usare contro coloro che ne abbondano e di piegarli alla sua volontà, uomo forte.

Carlo Dossi ci ha arricchiti di un'opera singolare, intensa e completa come un Albero della Scienza del Bene e del Male. Volle in fatti che si frescasse, sulla parete e la volta del suo studio, al Dosso, il serpente incollarato di perle e di fisciù a stringerlo, ascendendo, nel tronco. Anche s'indora, in sul frontone del palazzo, la divisa che lo afferma: «Pax candida fortis»; antica leggenda che arreca una colomba araldica, sullo smalto azzurro della pezza, sin dal lontano tredicesimo secolo. — Egli ha vinto; quindi sta in pace. Rivide sè stesso in trasmutazione estetica e il suo tempo; ripassò il mondo come una successione di fenomeni, di anime; rifuse la critica e l'avviò per altra via, concretò le sue idee, le rivestì di panni tagliati su misura esatta. Voltosi per altro campo non venne abbandonato dalle sue distintive qualità; diplomatico seppe le sale auliche, ma non si dimenticò delle foreste vergini e della sacra verginità delli artisti.

A lui, Francesco Crispi della Sinistra storica, chiese l'eloquenza letteraria, come la Destra la imprestò da Correnti. Col Perelli e Primo Levi daLa Riformaera venuto allo statista siciliano in non dissimili intenzioni di quelle che trassero Giosuè Carducci all'ode per nozze della figlia di lui. Si era posto al fianco del ministro tra l'anarchia critica e l'ammirazioneper la italiana energia di quell'arditissimo tra li uomini di politica attiva. Allora la giovane Italia bollente d'entusiasmo era uscita di sotto la ferula e la melensaggine del Depretis. «Era[176]stata per molto tempo costretta a rimaner repressa dalla acciaccosa politica del vecchio di Stradella, a mò di una giovane sposa, piena di vita, obbligata a giacersi con un vecchio puzzolente ed a fasciargli le ferite di vergognose battaglie, in cui essa non aveva combattuto»: — nello stesso modo che la spumante Donna Amalia doveva subire il contatto delvinattieretra la solita compagnia de' suoi sozii: «il[177]quadrilatero napolitano, cioè, composto da Nicotera, De Zerbi, Bernardino Grimaldi e San Donato, tra cui si moveva, come sensale, il Fazzari, se avessero potuto arrivare al potere avrebbero spadroneggiato il Napolitano spogliandolo come lupi affamati».

Su queste indiscrezioni di utilissima opportunità storica, Carlo Dossi ricordava volentieri quelli anni in cui, sbarazzinamente,Il Don Chisciotte della Manciapupazzettava, colla matita agile ed acuta diGandolin: La Real magione di Don Ciccio. E, là, tra unCapitan Fracassadi carta, alabardiere real — guardaportone — un Don Achille Lanti, debellatore di pacchi postali — un Don Emilio Buffardeci, primo capellano, direttore spirituale, consultore teologo — un Don Petruccio Lacava, gran cacciatore appariva pure una Donna Alessandrina Fortis, «dama di palazzo puramente onorario, perchè le sue attribuzioni sono esaurite dal tempo in cuiBerti filava»; e si trovavaen habit à la françaisecon lavorini e passamani sulla cucitura ed una gran chiave a battergli le polpe deretane e magre «il Cavalier Pisani-Dossi, primo ciambellano del cifrario. L'autore dellaColonia Felice, colla quale vaticinava chiaramente l'Eritrea, è il geloso depositario dei segreti grammaticali di Don Ciccio, la cui lingua superiore non accetta la sintassi del volgo, nè la pedanteria delle vecchieformole letterarie. Annesso alla carica di primo ciambellano, oltre ad uno stipendio cospicuo, vi ha un proverbio onorifico: «La chiave non ha ossi, ma fa rompere il Dossi».

Del resto la sua curiosità d'antitesi se ne è sempre avvantaggiata. Mentre riconosceva in Crispi «una[178]virtù massima, la celerità; ed un massimo difetto: la fretta»; mentre rivolgeva in mente, e ve la conservava per una colonna votiva al Dosso, l'epigrafe: «Francesco Crispi, d'animo grande, fantasiò che l'Italia fosse grande o cercò suscitare negli Italiani la coscienza del loro valore: ma la folla gli rispose che voleva essere piccola e vile, e fra tanto volontari pigmei più gigantesca apparve la sua figura» — non si dissimulava la meraviglia di trovarglisi vicino: «Strana[179]sorte la mia, questa di Carlo Dossi, d'essere diventato lui — lui l'amante e l'entusiasta di ogni nuovo principio e forma avvenire — il collaboratore di un uomo il cui pensiero e la cui dottrina è tutta roba da rigattiere, roba vecchia, senz'essere antica, straccia ed usata». — Forse gli pareva, come[180]ad altri sognatorelli suoi pari, la molteplicità della vita cosa interamente vera?»

Comunque, egli ne sperimentò l'efficacia; e se alcuno mai può vantarsi d'aver vissutoin triplice partita— novissimo calcolo che esorbita dalla computisteria ma è tutto psicologico e letterario, — costui è Carlo Alberto Pisani-Dossi.

Rappresentante del nome italiano al di là dei mari, dalla Columbia portò in patria, nel suo museo di Corbetta, cimelii, studi sopra la civiltà pre-colombiana; dalla Grecia vasi, cocci, memorie, ch'egli si scavò e rinvenne nel suolo eroico, colle proprie mani. Ai gabellieri di Atene veniva, di quel tempo, ordinato di lasciar entrare senza sospetto in città, quest'omino, col cappello a cencio ed a sghimbescio impastranato ed impantanato, reggendo involti preziosamente custoditisotto il braccio, e che se ne veniva scantonando ratto dalla postierla, guardingo, quasi temesse d'essere scovato: Carlo Dossi, lasciata la politica internazionale, s'era dimenticato, su, alle rovine dell'Acropoli, del Partenone, fuori per lo Stadio, ricercatore indefesso; tornava, in quell'arnese da muratore anarchico bombardiere (e che altro poteva essere l'involto prezioso?) la sera, a palazzo.

Da lui l'arenile di Assab e di Massaua, disgraziata conquista intrapresa da unbluffitaliano (inversione di natura, però che prima la funzione e l'organo e dopo il gesto) ebbe il nome rubricante di una sperata porpora coloniale:Eritrea: ed a lui, il Negus, gajo ed africanamente volpino, mandò per insegne, sciamma bianco e scarlatto, scudo di cuojo, lancia di frassino e d'acciajo mal temprato, nominandolorasdi sua corte, donandogli denti di elefante con cuneiformi inscrizioni amariche.

Archeologo, consultò il ventre della nostra terra romana e lombarda perchè ci indicasse l'età passata, la forma delle cose scomparse, in cui è conservata l'anima delli avi. Infin il suo silenzio di venti anni è tale e perfetto per coloro che non sono nella sua intimità. Senza dogmatismo, senza preconcetti aperto a tutte le influenze, acuto e previdente per farne suo pro, fu il primo, padroneggiando la forma con isfarzosità d'artista, ad accostarsi, senza partito preso, senza pretesti d'utilità e di morale, senza smanie di professore, alla vita ed alla natura. E di tutti i privilegi, che la natura e la società gli hanno conferiti, solo accolse e pregiò l'aristocrazia, designazione di nascita, genialità. Ha fatto più di quanto Bacone da Verulamio assegna al gentiluomo; non un libro solo, non un solo figlio, ma una sola casa, che sarà modello d'architettura nostra, a meraviglia ed a studio de' posteri.

Oggi, questo suo bel palazzo del Dosso, un'altra pagina letteraria che volle di marmo e di cemento, si illumina di sole e di quiete. Vergine gliela prepararono perchè vi scrivesse le sue memorie perennemente, la genialità architettonica ed originaledi Luigi Conconi, con cui, sui progetti già chiaramente tracciati, intervenne l'ordine calmo e meticoloso della materiale esecuzione di Luigi Perrone, felicemente compresi e rifusi nel monumento, fatica di lavoro comacino, fervido disegno ed ordinanza italiana.

Biancheggia tra i cipressi ed i pini; vigila sul Lario si addita da lungi. Dentro, le sale, che il pennello di Carlo Agazzi ha ornate e decorano, ritratti di Tranquillo Cremona ricordano volti, aspetti cari per la famiglia e per la storia; un secolo di passione italiana cantano le colonne delPortico dell'Amiciziastoriate coi più bei nomi, colla notizia delle più belle gesta d'arte, di guerra e di pace. La piramide delle Tre Arti, dond'esce il fumo culinario e famigliare sfolgora, col faro elettrico, la notte; come le Tre Arti irraggiano dalla nostra terra benedetta: Cesare Ravasco le ha plasmate giovani, possenti, bellissime. Si svolgono i viali tra i lauri ed i roseti. A maggio, è un profumo di corolle aperte, rosse, rosee, bianche, pallide, tee, aranciate, spioventi, piangenti, ridenti, pazze, chiuse, maliziose, accartocciate, tra le sfumature di ogni tono di verde. E il giardino è un immenso incensiere all'azzurro smagliante.

E, sbucano dalle macchie, curiose, bionde, adolescenti, sudate, turgide, pei giuochi e le corse, ridendo, cantando, non più creature fittizie e di sogno, ma forti persone vive cui la pubertà equivoca, i figli suoi; la lietezza, la festosità; la razza fresca che si protende; la carne sua, concorsa a attestarlo in tangibilità operante;

«. . . . . . tre fortunea tendere le braccia desioseoh, rose umane!per abbracciar l'evento non oscurode' calmi giorni prossimi.nel presidio sicuro di leali virtù».

«. . . . . . tre fortune

a tendere le braccia desiose

oh, rose umane!

per abbracciar l'evento non oscuro

de' calmi giorni prossimi.

nel presidio sicuro di leali virtù».

Ed è con loro la madre gentile a proteggerli, sorretta dalle pregiudiziali cattoliche, e con loro il marito; «incomparabile esimia sposa ed amica, ardentemente desiderata lungamente attesa»: colei che, titolare in sulla soglia, appare e sorride in atto d'accoglienza tra i fiori all'ospite; colei di cui parla la colonna votiva, «concessa a Carlo Dossi dalla preghiera della santa sua madre e discesa quaggiù»; — chi trova al suo sguardo fiducioso e prudente la domanda insistente e pia cui non si rifiuta mai:

«. . . e apporta la nepenteper il delirio dell'ammalato,trema in le mani,comprime il cor che palpita;e porge la bevanda medicata,come recando un calice a festadi soavi tristezze,invito suadente, tumida di carezze,coll'angoscia nell'anima,parole di speranza sopra le labra a sbocciare».

«. . . e apporta la nepente

per il delirio dell'ammalato,

trema in le mani,

comprime il cor che palpita;

e porge la bevanda medicata,

come recando un calice a festa

di soavi tristezze,

invito suadente, tumida di carezze,

coll'angoscia nell'anima,

parole di speranza sopra le labra a sbocciare».

Vecchie canzoni; perpetue rispondenze, ritornano ad intonarsi in sul motivo.

La mensa, al Dosso, riconferma l'ospitalità al visitatore; il castaneto, che invade la collina, penetra dalle semilunari pareti di cristallo e frascheggia sulla volta tra il motto che invita a cristiana sanità. Ingannate, dalle foglie vive alle brezze ed al sole, ma fisse all'intonaco del fresco dell'Agazzi, ronzano api e tentano farfalle: sorridono all'evidenza della finzione i commensali; si sturano dalla memoria aneddoti al fomento del vino che s'arrubina mei bicchiere. — Ma il vespero invita ad uscire: allaVedetta, che opposta impende colla balaustra barocca a Como, s'affacciano, col panorama, a me lontanissime e recenti memorie.

Massiccia, quadrata, la città romana si imprime in un rilievo di planimetria sotto la guardia delle torri, s'incurvaad ansa sulla spiaggia: il lago la riflette. Il Broletto l'attesta comune e repubblica, s'accampano le case disegnando le vie diritte, allineate sull'asse delle porte, in rassegna legionaria e consolare; la Catedrale proclama lavoro ed arte comacina e schietta; le fabriche dei sobborghi la invelettano, anacronismo, di fumi lunghi e cinerei, come una miss romantica; e vi appunta rose il tramonto; le vetriate fiammeggiano in una cipria d'oro. Orgoglio e mestizie galloppano, colle nubi figuratrici, in cielo; insieme mi scendono in cuore e mi eccitano a ricordare le avventure secolari della mia casa, glorie e dolori e sconfitte de' miei maggiori. Rutilan armi, corsaletti bruniti, partigiane; portano le rotelle ed i palvesi tre lucci voraci e ghibellini, embricati d'argento sulla porpora: passano cavalcate splendide e ambascerie per isponsali viscontei, processioni di lutto e di pompa ai mortorii ducali; evocansi magistero di magistrature comunali, assunte porpore cardinalizie, pedanteschi roboni e concioni secentesche; dottori d'academia, di toga e di stola; prelature e vaneggianti isterismi ascetici di monache e di priori; libertini impiumati, instivalati, la lunga toledana a battere ne' polpacci turgidi di spadaccino e di cacciatore, patteggiatori per il Medeghino amici e rivali dell'Innominato e nell'Oldrado; strascici di matrone: quindi, altre avventure napoleoniche, cariche garibaldine a raggiare di sangue sull'ultimo sangue del cielo, versato dal sole morente. Postremo ed ammalato, su vita incerta e breve a chiudere la razza, riguardo, a' miei piedi, le squadre delle vie comasche intersecarsi, ricoprendosi della cenere violetta della sera: le imagini smuntano all'allucinazione e sotto la penna che cerca fermarle vive in altrui, come già mi smagliavano palpitando in mente e dentro al cuore per famigliare pietà.

Ora, di me che importa? Qui non sono che araldo. Pe' giovani amici e coetanei — alle vecchie pratiche non mi rivolgo — ho voluto spronare questa bizzarra chinea avariata della estemporaneità, spingendola, al corso, meno tarda e viziosa, per giungere primo a riconoscere Carlo Dossi tranoi. La cavalla s'impunta inalberandosi, recalcitra, sbuffando, spara calci, sgroppando, scrollandosi; un più mal destro scudiero avrebbe perso le staffe. Ma sotto le mie ginocchie, il ventre, ecco, ansima, le costole piegano; alli aculei d'acciajo delli speroni la pancia le si insanguina; il morso stira nella barra, le apre la bocca; le froge rosse le schiumeggiano; lo staffile arguto e vibrante fischia sulle terga. Onde, d'un balzo, si fa al galloppo dalle quattro zampe ferrate; ed io su a dirigerla verso il Campidoglio della gloria. Vi trombetto l'annuncio.

Perchè Carlo Dossi vi giunge dai gradini più alti, e la sua persona, qui, ritta, viene accettata intiera; ed altri impazienti eccita a seguirlo come un indice illuminato dal sole, coi restii che si affollano ancora indecisi, ma che già ne sono attratti. Se verrà raggiunto da più alacri questi lo accompagneranno, forse lo potranno continuare: ma badino alle sue parole: «Voi vi[181]fate, critici, una sbagliatissima idea di quello che sia la società umana, ritenendola tutta compresa, insieme alla fama ed al resto, nei pochi metri quadrati de' giornalistici uffici, che smerciano i vostri veleni, sacri asili all'infuori de' quali non sarebbe che «lido e solitudine nera». — Anch'io miro alla Fama, ma a patto solo di giungerla all'aria aperta e colla trionfata quadriga de' cavalli bianchi, non sul carretto dell'immondizia di Checco, non sul biroccio giallo-nero ed infangato di Cesare, non sulle penne rubate, sempre vendibili a chi più paga, di Ruggero». E su questi tre ultimi nomi, ai quali lascio libero chiunque di preporre il cognome, l'Araldo-Cintraco trombetta l'ultimo squillo per

«L'ORA TOPICA».


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