«Rassicurati. Nessun pericolo. Mi reco presso Roberto; scriverò ogni giorno. In tutto e per tutto, abbi calma a fiducia.«Elisa.»
«Rassicurati. Nessun pericolo. Mi reco presso Roberto; scriverò ogni giorno. In tutto e per tutto, abbi calma a fiducia.
«Elisa.»
Un quarto d'ora dopo, il suocoupési fermava al portone della casa ove dimorava Roberto. Ella diede ordine al cocchiere che ripassasse fra tre ore.
Salì la scala angusta che metteva al piccolo appartamento di Roberto, indicatogli dalla portinaia. Non ebbe d'uopo di suonare il campanello. Il cameriere era uscito, lasciando l'uscio socchiuso. Ella penetrò in una piccola anticamera, e di là in un salottino; tipo, a lei nuovo affatto, dei salotti di appartamenti ammobigliati. Non era certo dei peggiori, poichè Roberto pagava una elevata pigione, ma allo squisito gusto della Contessa, alla sua assoluta abitudine di ricercate eleganze intime, tornò alquanto ingrata la vista di quella stanza senz'alcun carattere proprio, coi mobili di velluto stinto, col volgare addobbo, privo di stile, colla convenzionalità plateale degli accessori. Un odore stantìo di fumo di sigarette riempiva l'ambiente, oscurato dal giallore polveroso delle cortine. Nel caminetto era spento il fuoco; sui tavolini, sulle odioseconsollesdorate s'era adagiato un alto strato di polvere.
Elisa si arrestò esitante, colpita da uno nuovo e bizzarro sgomento dinanzi ad una porta che suppose dovesse condurre alla camera da letto di Roberto. Il cuore le batteva forte, mentre ella batteva dolcemente a quell'uscio...
Uno stizzoso abbaiare di piccolo cane le rispose dall'interno. Ella attese invano, ripetendo colla nocca delle dita guantate la domanda d'ammissione. Per un istante un desiderio la colse, quasi irresistibile, di non insistere, di tornare indietro. L'abbaiamento si ripetè più irritato che mai, ma ad esso si unì un fiocoavanti, che troncò l'esitazione di Elisa.
Aperse e s'inoltrò nella stanza.
Roberto s'era rizzato a sedere sul letto. Era acceso in volto e si sosteneva penosamente sul braccio sano.
Ella si fermò un secondo ancora sull'uscio... Ma egli aveva avuto, vedendola, un'esclamazione di gioia sì viva, sì irrompente che ogni dubbio cessò in lei. Si avanzò dolcemente sino al suo capezzale.
— Sono qui — disse con grande semplicità. — La mamma è inquieta ed io le ho promesso di far le sue veci.
Il cane, che Roberto aveva fatto tacere con una energica scopola, s'era rifugiato sul copripiede del padrone, e di là, raggomitolato nella sua bellissima pelliccia bianca di lupetto, guardava sagacemente, studiandola, quella nuova visita capitata al padrone.Ma dopo un istante, soddisfatto del suo esame, cessò di brontolare. Depose il muso appuntato fra le zampette e chiuse gli occhiuzzi sagaci, pensando che poteva dormire tranquillo. E non aveva torto quel monello di Arnetto. Il suo istinto non lo ingannava. Molti potrebbero trovare ch'egli fosse un cane stranamente illuso, giudicando dalle circostanze... Ma no, per l'appunto.
***
Il flemmone si dichiarò davvero e quel povero braccio di Roberto divenne enorme. Il giovane era vinto ormai, sbattuto da quella febbre che lo teneva desto talvolta per notti intere, lasciandolo poi in uno stato di abbattimento e di semi-torpore che contrastava stranamente coll'irrequietezza d'altri momenti. Non era un malato cattivo, nè intollerante del male, ma si seccava molto della forzata dimora a letto, delle ore solitarie che gli parevano sì lunghe, mentre le idee sfilavano rotte, confuse, come una processione scompigliata da un uragano, in quella sua bella testa febbricitante. Si trovava male, a disagio, in quell'appartamento ristretto, privo delle comodità, delle eleganze a cui era abituato a casa sua.
In tempi normali egli passava ben poche ore della giornata in quelle stanze un po' scure, un po' malinconiche, ma ora soltanto, dacchè non poteva lasciarle,avvertiva quanto gli fossero antipatiche. Il suo domestico fiorentino lo serviva bene e con una certa specie di zelo, ma era giovanotto anche lui e colla testa un po' all'aria, e volentieri, quando lo supponeva addormentato, scendeva chiotto chiotto per andare a far quattro chiacchiere dal tabaccaio del canto o coi cocchieri di una vicina rimessa di vetture. Un altro domestico, fissato per la circostanza, era un fior d'imbecille. L'infermiere, mandato da Serristano, aveva una faccia color di gambero e dei capelli rossi. Ora, Roberto nutriva un odio speciale pei capelli rossi! Non voleva dirlo a Serristano e si faceva continuamente delle ammonizioni; ma tant'è, la notte, alla luce incerta dellaveilleuse, quella zazzera rossa chinata per lo più, perchè l'uomo scordava talvolta di star desto, gli faceva l'effetto di un incubo.
Non aveva punto deplorato il veto opposto alla buona volontà di Speroni e C.idi tenerlo allegro durante la sua malattia. Le poche visite di quella lieta brigata gli avevano lasciata una testa tanto fatta. Ma paventava ancor più le visite che ogni tanto si credeva in dovere di fargli la sua padrona di casa, una vecchia pinzocchera, che voleva guarirlo a modo suo, facendogli fare una novena a S. Bobi, e consigliandogli perennemente i rimedi del dottor Pagliano.
Serristano veniva ogni tanto a vederlo e le sue visite liete e confortanti erano care a Roberto. Ancheil medico curante era un simpatico giovane, che sapeva il fatto suo e aveva presa grande simpatia per lui; ma aveva una clientela estesissima, non poteva fermarsi da lui che il tempo strettamente necessario e a Roberto le giornate, come le notti, parevano eterne. Non era stato mai malato fuori di casa, e, ricordando in quali condizioni si era altre volte presentato un tal caso, quante e quali cure gli avessero prodigate in famiglia la madre, i nonni, i dipendenti; un confronto si presentava, triste, alla sua immaginazione, e una grande malinconia s'impossessava di lui, mentre cercava dissimularla agli altri e a sè stesso quanto poteva. Pensava con infinito desiderio alle sue allegre passeggiate, ai lieti ritrovi fiorentini, ma più ancora al salotto della Contessa. Nella sua solitudine e nell'eccitamento della febbre, pensava molto anche a lei. Non avrebbe certo osato chiederle di venire, ma quando vide accostarsi al suo letto quella persona sì elegante e sì gentile, quando vide chinato maternamente sul suo quel volto un po' sbattuto dalle passate angosce, ma pur così dolce a vedersi, nella sollecitudine e nella tenera pietà dello sguardo, quando sentì posarsi sulla fronte greve ed accaldata quella mano morbida e fresca, dalla delicata epidermide, egli non la sgridò d'esser venuta. La ringraziò soltanto, baciandole la mano e si abbandonò come un figlio, col senso di una sicurezza, di un benessere al tutto nuovi in lui, alle cure di quelladonna. Non pensò ad altro. Poi, lo sappiamo, pensare non era il suo forte.
***
La cosa fu presto organizzata e in questo modo:
La mattina per tempo Elisa gli mandava Andrea, il quale, ammesso nella camera di Roberto, stava a sua disposizione per due ore circa, assistendo alla prima visita del medico, tanto da poter fare il suo rapporto alla Contessa. Verso le tre, capitava ella stessa e alle quattro veniva il dottore per la seconda visita, ed ella conferiva con lui.
Poi il medico se ne andava ed ella prolungava la sua dimora per qualche po'.
Roberto amava specialmente quei momenti, in cui egli sentiva tanto benefica, tanto placatrice l'influenza di quella donna. Ella parlava poco, si muoveva pochissimo, non aveva nessuno di quei zeli incomodi, di quelle insistenze crucciose che esasperano talvolta i malati, ma senza ch'ella facesse gran che, tutto pareva farsi più facilmente e meglio da che c'era lei. La camera stessa, quell'uggiosa camera volgare, pareva avere acquistato un nuovo carattere. Ella aveva fatta qualche alterazione nell'ordine dei mobili e degli accessori, recato qualche ninnolo, distribuita meglio la luce, disposto nei vasi qualche fiore senza profumo. Le sue visite erano inesprimibilmente carea Roberto, avrebbe voluto che non cessassero mai. Ma ella se ne andava invariabilmente quando nella camera calavano le prime ombre della sera. Ed egli, col rammarico di vederla partire, pensava dolcemente al domani. I suoi pensieri di malato non erano più inquieti, erano pieni d'abbandono e di una vaga spensieratezza beata.
La sera veniva Serristano, ma neppur egli faceva tardi, e, uscendo dall'abitazione di Roberto, soleva per un istante recarsi da Elisa a darle un piccolo resoconto finale. Ovvero, lo faceva incontrandola in società dove la Contessa doveva pure qualche volta fare un po' di comparsa e dove udiva chiedere sempre con molto interessamento della salute di Roberto Rescuati.
Prima di coricarsi, scriveva a Tecla. Era molto stanca quando si coricava. E dopo aver fatto uno stretto esame di coscienza, prima di addormentarsi e pur già come in sogno, pensava anch'ella dolcemente: domani....
***
— Oh! Oh! — esclamò Speroni un giorno in cui, uscendo dalla portineria ove era stato a chieder notizie di quel caro Roberto, si imbattè, sulla soglia, colla contessa Elisa; la quale era tranquillamente avviata, non alla portineria, ma verso le scale.
La Contessa non faceva mistero alcuno delle sue visite. Non osservò neppure l'aria stolidamente attonita di Speroni, nè la mossa incerta ed imbarazzata colla quale egli la salutò. Aveva fretta di salire quel giorno; il riferto d'Andrea non l'aveva al tutto soddisfatta, e sapeva che il medico deciderebbe dell'opportunità di operare il flemmone. Salutò con evidente distrazione, e salì.
Speroni la lasciò salire. Attese un istante per vedere se, avute informazioni più immediate dal domestico di Roberto, sarebbe ridiscesa. Attese a lungo anzi, con una gran paura che la Contessa ritornasse subito.
Ma no... Trascorse quasi un quarto d'ora, ed egli cominciò a gongolare. Una soddisfazione sincera ed ignobile si dipinse sul suo volto... Ora, era certo del fatto suo. Ma chetoupetaveva quella donna!
Speroni amava far visite. Era ciò che gli inglesi chiamano alady's man, un uomo da signore. L'espressione è bizzarra e da noi assumerebbe troppa varietà d'aspetti per essere facilmente adottata. Nel caso di Speroni, per esempio, avrebbe definito un uomo che della società delle signore avesse esclusivamente assorbite e fatte sue tutte le piccole viltà, le piccole cattiverie, i piccoli ignobili accanimenti che potessero mai, per avventura, lievemente adombrare lo splendore complessivo del carattere femminile, considerato da tutti i lati del poliedro.
Perciò Speroni provò subito un bisogno immenso di trovarsi fra delle signore e di farle divertire un pochino. Se si scandalizzavano, erano delle sciocche; se arrossivano, delle ingenue; se ridevano, delle donne di spirito. Se qualche volta toccava un'aspra o ben azzeccata risposta, rideva anche lui, ch'era un uomo di spirito alla sua volta. E, ad ogni modo, la novità era in corso e per merito suo.
Quel giorno cominciò a far visite ad ore impossibili e siccome ad ognuna non dedicava che poco tempo, quello necessario per narrare la sua «novità» e raccogliere il primo fiore dei commenti che suscitava, è facile credere ch'egli fornì in quel giorno una discreta carriera di visite. Erano solo le cinque e mezzo quando giunse da Mrss Glengham e in tempo pel suofive o clock tea.
Mrss Glengham era un'americana ultramilionaria alla quale non conferiva troppo l'aria circolante per tutta quanta l'atmosfera del Nuovo Mondo. Era un'aria troppo vibrata per i suoi polmoni, malati, poverini! La duchessa d'Accorsi le aveva accordata la sua protezione, e l'aveva sovvenuta dei suoi consigli sul modo da seguire perchè la società fiorentina aiutasse la buona signora a sbarazzarsi d'una incomoda pletora di quattrini, i quali non avrebbero forse, sul luogo della propria origine, osato mostrarsi sì bellamente alla luce del sole.
Aveva già dato parecchi gran balli, dei pranzi digala e dellesoiréesintime, alle quali gli invitati si divertivano immensamente; anche un pochino per letoilettesdella padrona di casa e per gli spropositi che le facevano piacevolmente dire in italiano. Si divertivano assai delle malinconiche passeggiate, alla ricerca di un cantuccio quieto, del padrone di casa. Mr Glengham non capiva una parola di italiano, e aveva il «porter» malinconico e amico dell'ombra. Lo si trovava ordinariamente a cose finite, addormentato su un divano, o anche sotto qualche tavolo, d'onde poi era difficilissimo il persuaderlo ad uscire.
Ifive o clock teasdi Mrss Glengham erano sempre molto frequentati. Quel giorno, c'era folla. C'era la duchessa d'Accorsi colla figlia, della quale si diceva ormai con molta insistenza che fosse davvero invaghito il Principe regnante di Hetzengenfeld; invaghito al punto di pensare sul serio a sposarla! Ah se faceva questo la Duchessa, se ci arrivava... chi avrebbe potuto negarle l'omaggio di una sconfinata ammirazione?
Il salotto era affollato e ad ogni istante capitavano nuove visite, che rendevano necessari spostamenti di gruppi e allargamenti di circoli. In mezzo alle ricchissime, ma semplici e scure acconciature da passeggio delle visitatrici, spiccava la stravagante e fantasticatoilette d'intèrieurche Mrss Glengham si credeva in diritto di sfoggiare ai suoi ricevimenti di giorno. Era qualcosa di splendido e di grottescoad un tempo e lo squisito taglio Vatteau di quella creazione di Worth faceva assolutamente a pugni colla tozza, enorme corpulenza della donna che l'indossava e che aveva creduto di completarne l'intonazione capricciosa colla innovazione d'unfoulardalla creola, negligentemente stretto attorno alla propria zazzera ribelle, che si ostinava a proclamarsi nera, sotto una generosa tintura d'aurocrome. Ma tutti stavano serii davanti a quella stonatura stridente, e il coraggio civile di fargliene i complimenti non mancò a qualcuno. Ed ella era felicissima, contenta di sè e degli altri, gongolante per il novero straordinario delle tazze di thè che avevano in quel giorno irrorati i petti di tanti rappresentanti dell'high-lifefiorentina.
A questa gradita sì, ma accaparrante occupazione, ella doveva pure ogni tanto frapporre qualche pausa di riposo; ed allora la sostituiva al tavolo da thè, qualche visitatrice di buona volontà e fra le signorine specialmente si spiegava un gaio zelo di aiuto. Così fu che Marina Negroni, vedendo a un dato momento un po' intralciato il servizio, si offrì a far circolare le tazze e cominciò col recarne di qua e di là, secondo l'occorrenza: cosa non molto facile con tutta quell'agglomerazione di gente e di mobili. Ma ella seppe destreggiarsi benissimo, e aveva quasi sbrigato il suo incarico, quando giunse presso un gruppo di signore e di giovanotti, in mezzo ai quali Neri Speroninarrava, come già l'aveva narrata tante volte in quel giorno, la sua famosa avventura del mattino.
Così n'ebbe piena contezza anche Marina Negroni, mentre aspettava, sorridendo, con una tazza di thè in una mano, con un adorabile bricchettino di Boemia, per la panna, nell'altra. E udì pure al centro del gruppo alzarsi la voce stridente di sua madre. Ella difendeva Elisa e canzonava Speroni.
— Mio caro, siete uno sciocco. Da quando in qua si dicono di queste cose? Può essere una cosa naturalissima. Rescuati è stato raccomandato a quella cara Elisa, e lei, che gli ha fatto sin qui da istitutrice, ora gli fa da infermiera. È nell'ordine.
— Ma come, come? — ribatteva energicamente Speroni, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a ciò che egli riteneva il valore intrinseco della sua novità — come interpretare altrimenti... E poi già, si sa, egli ci andava tutti i giorni sin da prima. Del duello, non si è mai potuto appurare la causa reale. E noi, che per tanto tempo abbiamo creduto... poveri gonzi!...
— Parlate per voi, — interruppe Ginevra, con una sì insolente e fina espressione di canzonatura che tutti si misero a ridere — e lasciate stare Elisa Serramonti, se vi piace. Sapete che non vi può vedere dipinto. Ovvero, provate a battervi e rovinarvi un braccio per vedere se Elisa viene a farvi da suora di carità. Ha tanto buon cuore, sapete!
La sortita della Duchessa ebbe un effetto di plauso e di risa che finì di annichilire il povero Speroni. Ma un altro effetto ebbe ancora. Che, pur difendendo generosamente la sua amica Elisa Serramonti, la duchessa d'Accorsi riuscì ad imprimere nell'animo de' suoi uditori l'impressione assoluta della realtà di ciò che egli, Speroni, aveva solo voluto insinuare.
Una delle signore componenti il gruppo si voltò, avvertendo qualcuno dietro di sè.
Era Marina colla sua tazza di thè, un po' oscillante, fra le mani, ma con un gentile sorriso d'invito.
— Con panna, nevvero, cara Sofia?
***
— Adesso — disse Elisa lietamente — siete proprio guarito.
— Le pare? — rispose Roberto dal seggiolone ove stava affondato, avvolto in una vesta da camera orientale, che gli dava un aspetto singolare, niente affatto disdicevole al suo tipo bruno e delicato.
— Mi pare ed è — replicò la Contessa. — Lo ha proclamato il dottore. Un po' di pazienza ancora e il braccio al collo per un po' di tempo e poi starete benone e non vi sarà più traccia delle vostre campagne.
Scherzava, ma aveva in cuore un'angoscia segreta, il pensiero che per l'ultima volta ella era venuta a trovare Roberto in casa sua.
Roberto taceva. Sapeva anch'egli che, dopo quel giorno, non sarebbe più tornata.
— Vorrei essere ancora malato!... — disse con un sospiro.
— Bravo... Mi rallegro. Bell'onore fate alla vostra infermiera! al dottore, a tutti quanti. E non vi bastano trenta giorni di dolori, febbre, tagli, chinino e compagnia bella?
— Sì... — diss'egli. — Ma c'era lei...
Elisa scosse il capo ridendo.
— Ma io ci sono sempre, Roberto; non scappo mica. Fra qualche giorno verrete a trovarmi, e riprenderete la vostra vita solita. A proposito, sapete che siete l'eroe del giorno? Vi preparano delle ovazioni. Sarete perseguitato dall'entusiasmo generale, non vi lasceranno in pace.
— Mi pare ch'ella canzoni alquanto, cara Contessa, — disse placidamente Roberto.
— Ma che, — protestò Elisa, — non canzono affatto. Ve ne accorgerete. E bisogna che vi spicciate di tornare all'onor del mondo. Il carnevale è agli sgoccioli.
— Come... è già finito il carnevale?
— Quasi; era breve quest'anno. Ma è stato brillantissimo. Lo pensavo sempre quando mi trovavo alla sera ad una festa: se ci fosse Roberto...
— Ah! pensava... Allora dunque pensava a me anche quando era nel mondo, quando non era qui?
Sul volto di lui era un sorriso tenero e beato, e la guardava con una espressione, involontaria forse, ma che a lei faceva sempre l'effetto di un brusco richiamo all'idea di un grande pericolo e di un grande dovere.
Ella sentì un moto più rapido dei battiti del cuore. Ma si attenne al sistema adottato. Ignorare...
— Certo, rispose semplicemente — Perchè no?
E prese a narrargli, col suo fare sciolto e quieto, i particolari delle ultime feste, quanto aveva in esse attirata l'attenzione dei curiosi. Il pettegolezzo non era il suo forte, ma ella sapeva, narrandolo, dare all'episodio di società un colore originale e divertente.
Egli l'ascoltò, interessandosi a quanto ella diceva. Senonchè, a volte l'attenzione dello sguardo pareva assorbita più dalla narratrice stessa, che dalla narrazione.
***
Egli stava bene ora, decisamente. Aveva superato, mercè la sua robusta costituzione, in un periodo relativamente breve, tutte le fasi di un male non lieve. Ma i dolori prolungati, le lunghe febbri prodotte dal processo d'infiammazione, la dieta prolungata l'avevano indebolito alquanto. La convalescenza era normale. E, cosa strana, egli non la affrettava, nè colla volontà, nè col desiderio, quei due sì validi efficienti al pronto ricupero delle forze giovanili. Ein quel momento, per esempio, così mollemente adagiato nel suo seggiolone, colla bellissima testa appoggiata al grande guanciale di piuma, collo sguardo accarezzato da un non so quale riflesso di benessere intimo, egli pareva assorto in una bizzarra e languida contentezza infantile.
Quando ella si alzò per andar via, egli non la trattenne. Lasciò che, per risparmiargli un moto incomodo al braccio tuttora fasciato e raccomandato ad un fazzoletto sospeso al collo, gli rialzasse il guanciale che s'era alquanto rimosso. Per fare ciò più speditamente, ella depose il suo manicotto sulle ginocchia di Roberto. Egli passò nell'interno di quel leggero batuffolo di trine e piume la mano che aveva libera, mentre, attorno alle cartilagini del suo naso affinato dalla malattia, si produceva una vibrazione, l'aspirazione d'un olezzo, sentito coll'acuità di sensazione speciale ai nervi delle persone convalescenti.
Frugò alquanto, sinchè trovò e ne trasse qualcosa con un'esclamazione di gaio trionfo.
— To'... cos'ha qui? dei misteri!
I misteri erano due foglie di violetta che cingevano cinque viole, in numero. Ma viole comuni, la volgare mammoletta del prato.
Si voltò verso Elisa:
— Come, già le viole? È dunque passato l'inverno?
— Oh non ancora. Siamo ai primi di marzo. Ma non è più l'inverno. L'ho avuto stamane, questo mazzolino, dal fattore delle Celle. Me le mandano sempre. È il mio messaggio di primavera.
— Quando mi sono coricato nevicava, e adesso è primavera... — disse Roberto, con accento bizzarramente pensoso.
— Quasi...
Il giovane tacque, odorando il profumo delle viole. Poi chiese:
— Fuori fa freddo?
— No, affatto.
Erano accanto alla finestra. Egli s'alzò e l'aprì. Era la prima volta, dopo tanti giorni.
La Contessa aveva detto il vero; non faceva freddo affatto. L'aria aveva un tepore straordinario, come accade talvolta a Firenze prima ancora che vi giunga la buona stagione.
Roberto aspirò quell'aria fortemente, con avidità. Era un'arietta vibrata, ma sciroccale. Veniva dai paesi caldi, era una di quelle arie inquiete, capricciose, che sembrano sature dei vaghi misteri della terra e del cielo.
La finestra guardava su una corte cinta da tre lati dal fabbricato della casa, e al quarto lato dall'alto muraglione d'un giardino limitrofo. Dalla parte del giardino s'alzava, sovrastando d'alquanto al sommo del muraglione, un mandorlo, i cui rami,privi affatto di foglie, si andavano qua e là costellando di botoline bianche. E nello sfondo cupo di un'anticamera, nella casa dirimpetto, da una gabbia posata accanto a una finestra aperta, giungeva un acuto, giocondissimo gorgheggiare di canerini.
In tutto l'essere di Roberto si operò quasi una trasformazione. Un subito colore roseo subentrò al suo pallore di convalescente. Si eresse sulla persona e le sue nari aspiravano a lungo voluttuosamente quell'aria, mentre un leggero tremore scorreva la sua persona.
A un tratto, quasi inconsciamente, afferrò la mano di Elisa, ed ella se la sentì stretta come in una morsa, si sentì avvolta da uno sguardo di fuoco. Sentì da quella mano sprigionarsi un calore umido di febbre, vide sul volto di lui una rapida contrazione, il succedersi di violente indefinibili espressioni; ebbe il presentimento e il terrore di una esplosione.
Ma egli s'era già dominato; aveva lasciata la mano di lei e chiudeva tranquillamente la finestra.
— È la primavera, — disse, tornato al tutto padrone di sè. — Ecco il suo manicotto, Contessa. Le viole me le lascia, nevvero?
— Se vi fanno piacere... Roberto.
— Sì, tanto...
Ella si dispose a partire e non permise che egli l'accompagnasse sino all'uscio. Volle vederlo sedutotranquillamente nel suo seggiolone. E gli mise accanto un giornale.
— Sarete buono, — gli chiese — non farete imprudenze?
— Sì — rispose il giovane asciugandosi la fronte ancora imperlata di un lieve sudore — io sarò buono... Ma ella non venga più, nevvero... non venga più!
***
Egli era affatto guarito: andava, veniva per conto suo, raccoglieva la sua messe a lungo differita di applausi, di mirallegro e di ammirazione. In tutti i salotti era accolto con grandi feste, poco meno che come un eroe. La duchessa d'Accorsi aveva saputo trovare e dirgli qualcosa di molto lusinghiero pel suo amor proprio, qualcosa di così francamente ed abilmente espresso ch'egli ne rimase incantato e dovette pur convenire seco stesso che, dopo tutto, la Duchessa era una persona di molto spirito e di una conversazione assai gradevole. Poi aveva saputo che aveva presa a cuore la cosa. Naturalmente, ciò si doveva attribuire all'interessamento per Carisi. Ma ella sorrise con sì fine ironia quando Roberto gli parlò di Carisi e del suo prossimo matrimonio... Ed il suo occhio grigio ebbe un'acuità finissima, improvvisa, che avrebbe potuto servir d'uncino ad unapiù lunga conversazione. Ma Rescuati non era, come sappiamo, molto avveduto, nè pronto a cogliere la palla al balzo. E la Duchessa, per così dire, rintascò il suo sguardo, con un sorriso paziente, che Roberto non avvertì.
La contessa Elisa aveva riprese le sue abitudini. Riceveva i suoi amici, dava i suoi soliti pranzi, faceva le sue solite visite. S'era riavuta dal terribile sgomento della sua scoperta. Aveva detto alteramente a sè stessa che non era vero, ch'era stato il delirio, l'immaginazione di un istante, l'opera di una surrecitazione momentanea del pensiero. Una violenta ira beffarda le gonfiava il cuore, ora, quando pensava a ciò che l'era parso per un istante. La malattia di Roberto era venuta in buon punto per tranquillizzarla, per calmare la sua coscienza a torto allarmata. Ella amava Roberto... sì... ma come si amava un figlio, nulla più.
A furia di dirsela, di ripetersela, quella soluzione ingegnosa delle sue terribili dubbiosità morali, Elisa se ne fece una specie di convincimento. Visto che non poteva assolutamente essere altrimenti, la cosa doveva essercosìper l'appunto. E così... poteva andare. Così infatti era andata per tutto il tempo della malattia di Roberto, così andava ancora... sinchè potrebbe andare. Il lato più pericoloso di tutto ciò era questo per l'appunto. La parteveradi quella ch'era in complesso nulla più d'una povera menzogna.Poichè, realmente, nel cuore di una donna che non ha avuto figli e che ama, se ama un uomo più giovane di lei, il sentimento materno non può rimanere escluso, anzi ha una forma misteriosa, travestita finchè si vuole, ma pure irrecusabile, di partecipazione alla passione stessa, e reca all'amore un contingente speciale, che, pur fondendosi nella corrente di questo, gli imprime a volte l'esteriorità dei caratteri propri. Da questa non ravvisata fusione, dalla lotta dei due sentimenti, che, pur coadiuvandosi a vicenda, a vicenda pure si soverchiano e costituiscono la realtà relativa della situazione, fra l'urto ugualmente impetuoso di due tenerezze appassionate e che facilmente si scambiano i propri attributi, deve essere, ed è invero crudele il martirio di un cuore, non solo, ma di un nobile spirito femminile. È terribile essersi a lungo orgogliosamente ignorata donna e trovarsi a un tratto, per sorpresa, di fronte all'ignoto della propria femminilità, bruscamente destatasi... E, come per salvarsi da quella terribile visione di un paventato cielo... di un paradiso pieno di fiamme d'inferno... ecco l'illusione serena, calmante, rivestita di vero, di una pseudomaternità; ecco il primo, il supremo degli istinti... eccolo con tutta la sua purezza infinita, colla sua normalità di cure, di abnegazioni, di appassionato esclusivismo; ecco l'attrattiva ardente del sacrifizio... l'oblio assoluto di sè stessa, la tenerezza pura, paga di sè sola, senza esigenze, ignara dei suoidiritti. Ecco il vecchio eterno istinto della protezione dell'amore, che vigila, che tutela... a qualunque costo! Ed ecco ciò che forse talvolta più di tutto, nel cuore straziato di Elisa affascinava il suo volere, dicendole: Vinci... a qualunque costo... Domalo, a furia di sprezzo, quel tuo indegno rivale, soffocalo, calpestalo, regna tu in sua vece, senza ch'egli sappia e se ne avveda! Ci giungerai, purchè non discuta il prezzo dei tuoi sforzi. Elisa non discuteva infatti. Il suo volere era gagliardo e la sosteneva. E Roberto aveva potuto dire a sè stesso: Ella è stata per me veramente una madre... Ed alla sua gratitudine si univa un senso di bizzarra e quasi amara umiliazione, ch'egli sentiva senza cercare di definirla. Egli non soleva studiare, nè discutere i propri sentimenti, come faceva Elisa. Perciò questa era tanto più infelice di lui.
***
Le cose si erano rimesse sul piede di prima. Il carnevale, ormai agli sgoccioli, toccava uno zenit quasi tempestoso di divertimenti e la società fiorentina pareva mossa da un turbine irresistibile. S'erano dichiarati parecchi matrimoni, ma non nella misura quantitativa sognata dalle mamme, le quali trovavano che i risultati finali minacciavano di presentare una rubrica molto più abbondante dal lato deplorevolissimo delleliaisonsin cui il matrimonio nonentra che per uscirne assai maltrattato. Due o tre scandaletti ben condizionati avevano data una speciale dose di piccante alla stagione. Altre novità di quel genere erano alle viste, difendendosi ancora, benchè sempre più debolmente, contro le denegazioni degli increduli.
Oh! gli increduli di queste cose. Fortuna che sono pochi. Poichè, in realtà, chi più guastafeste di loro?
Una mattina la contessa Elisa, che conservava l'abitudine di uscir per tempo a passeggiare, passava in via Cavour e si trovava dirimpetto al palazzo Riccardi. Camminava con lena, recando in mano dei fiori che aveva testè ella stessa comprati da un fioraio in piazza S. Maria. Fiori di campo, a dir vero, niente di raro, ma di colori vivaci, crochi, anemoni di campo. Voleva metterli in mezzo al tavolo, in sala da pranzo. Chi sa che Roberto non capitasse quel giorno a colazione?
Sorrise. Ella amava quelle visite così improvvise, in cui egli, capitando, le diceva: — Ho fame, sa?...
Mentre sorrideva così, ai suoi pensieri, vide avanzarsi dall'altra parte della via una signora di sua conoscenza, accompagnata dalle figlie, due leggiadre signorine, per le quali ella aveva una speciale simpatia e che la madre loro, la marchesa di San Terenzio, aveva educate rigidamente nell'atmosfera di una speciale austerità d'ambiente.
Elisa, vedendole, ebbe un senso di rimorso... Soleva scambiare con esse, un tempo, frequenti visite. Ora, da qualche tempo le aveva trascurate. È vero che anche le San Terenzio da qualche tempo non s'erano fatte vive, ma certo, la colpa era sua. Le venne il desiderio, lì per lì, di andare a salutarle e a far loro le sue scuse. Fece un piccolo cenno da lungi coi suoi fiori e si disponeva ad attraversare la via, quando si fermò... a un tratto. Le tre signore non avevano avvertita la sua presenza e con un moto pronto, simultaneo, come obbedendo ad una parola d'ordine, invece di procedere per la via retta avevano improvvisamente svoltato l'angolo del palazzo Riccardi, filando strette, sollecite, per piazza S. Lorenzo.
L'incontro era dunque mancato.
Elisa restò alquanto perplessa. Non le era parso dapprima che le tre signore dovessero per l'appunto voltare da quella parte.
E proprio non l'avevano veduta? Era stata così subitanea quella loro mossa... così brusca!
Esitò un istante, stretto il cuore da un vago sgomento. Poi disse: — Non m'avranno veduta... La Marchesa è tanto miope infatti. Ma le figlie?...
Procedeva lenta, a capo chino, cercando di persuadersi che decisamente esse non l'avevano veduta, e meravigliandosi in cuor suo dell'inquietudine di quel dubbio. E così non si avvide che qualcuno camminava rapidamente dietro a lei, per raggiungerla...Se ne avvide solo quando udì alle sue spalle una voce giovane, nota, inesprimibilmente cara al suo udito.
— Contessa!
— Ah! Roberto!
Si fermò. Una subita, folle emozione l'aveva colta; un repentino oblìo di tutto ciò che non fosse quella voce.
— Si può sapere dove va a quest'ora? — le chiese Roberto, mettendosele semplicemente a fianco.
— Oh! vado a casa. E voi, Roberto?
— Io?... vengo da lei, se me lo permette.
— Certo... faremo colazione assieme.
Egli s'inchinò. — Magari — disse. — Ho un appetito tremendo.
Ella sorrise, contenta.
Camminavano assieme, scendendo per Via Cavour, scambiando qualche parola, ma senza nessuno sforzo reciproco per mantenere la conversazione. Egli non aveva l'abitudine di spendere molte parole e non amava prendersi la briga d'intrattenere le persone colle quali si trovava. Una delle ragioni che gli rendeva sì cara la compagnia della Contessa era questa, che ella, nel suo squisito intuito di bontà, lo lasciava sempre a sè stesso, indovinando tutte le più riposte varietà della sua disposizione del momento, assecondandolo sempre, con una suprema delicatezza di indulgenza e di simpatia, ch'egli era troppo giovanee troppo inesperto per apprezzare al tasso reale del suo valore, ma di cui sinceramente approfittava, senza studiarla, contento che così fosse e ch'ella, stando con lui, non lo molestasse obbligandolo a parlare di scienze e arti e di quelle altre storie delle quali ella faceva il suo pane quotidiano.
No... ella non parlava mai di ciò, con quel giovane, non lo seccava mai. Lo aveva accettato, lo amava qual'era, senza neppur studiarlo, imperfetto, mondano, fanciullo, lontano le mille e mille miglia dal suo ideale dell'uomo. Lo amava incondizionatamente, ciecamente, con una dedizione bizzarra e a lei stessa incomprensibile, di tutti i suoi vecchi sogni, di tutte le esigenze della sua immaginazione, della superfetazione della sua fantasia, tanto raffinata dal complicato, incessante lavoro della coltura. Forse tutto ciò non era che un'intima, crudele rivincita di quel destino di donna, lungamente offeso, disprezzato, rinnegato da lei.
Perciò ella gli camminava allato, queta, senza obbligarlo a discorrere, misurando il proprio sul passo di lui, celere e spedito. Pensava solo ch'era con lui, che per qualche ora starebbe con lui. Ciò le bastava. Un vago sorriso errava sulle sue labbra, una dolcezza vaga, diffusa per tutte quante le facoltà dell'esser suo le teneva luogo di tutto, per quell'istante, come per tutti quelli ch'ella passava con lui.
Sapristi! che appetito aveva quel Roberto!... Sparivanoquei piattini leggeri, delicati di colazione da signora che formavano il solitomenudella Contessa; sparivano ch'era un piacere!
Andrea, quel buon vecchio domestico il quale conosceva ormai così bene i gusti dell'ospite della sua signora, aveva servito un supplemento improvvisato, qualcosa di solido e di meglio adatto al robusto appetito d'un giovane. E l'idea e l'esecuzione di essa erano state ben accolte e il vecchio domestico, il quale subiva come tutti il fascino della bellezza, del fare sciolto e bonario di Roberto, lo serviva con un piacere quasi visibile attraverso la correttezza austera del contegno.
Oh l'allegra colazione! e che gaiezza intima, squisita metteva la presenza di Roberto in quella sala, ove Elisa soleva talvolta trovare interminabili i pasti elaborati ch'ella consumava, sola, di fronte a quel lusso, nell'apparato austero, quasi oppressivo nel suo cerimoniale immutabile e silenzioso. C'erano i suoi pranzi di amici, è vero, i pranzi delicati, elegantissimi, tanto ricercati, in cui ella presiedeva un'accolta di persone intelligenti, celebri, che andavano a gara per farle provare tutte le compiacenze di un elettissimo ambiente, per darle tutte le soddisfazioni d'amor proprio che un ospite possa desiderare. Pure, cosa le parevano ora, di fronte alla bizzarra gioia che le procuravano quelle colazioni o quei pranzi con Roberto solo, lieto, affamato, che mangiava contutto lo spensierato appetito della sua età, che rideva di tutto, dicendo tutto ciò che gli passava per la testa, come se fosse in casa sua!
Non si accendeva più il fuoco in sala da pranzo. Era primavera ormai e dalle finestre aperte entrava un'arietta mite, in seno alla quale danzava sussurrando il traforo verde delle piccole fogliuzze nuove sugli alberi del giardino. Erano capitate di recente le prime rondinelle. C'erano dappertutto per la casa tante mammolette ed egli ne aveva sempre all'occhiello un mazzolino.
Era guarito bene ora, stava benissimo. Non portava più il braccio al collo. Della sua malattia non gli rimaneva ora che un leggero dimagramento della persona e questo, affinando ancor più le sue fattezze, pareva averle rese più cesellate e più belle. E attorno alle palpebre, nell'incavo profondo come quello di certe statue greche, l'ombra diffusa, indefinibile pareva essersi più intensa tra il naso profilato e la forma alquanto smagrita dell'ovale. La fisonomia diveniva così più espressiva, assumendo quasi una nuova dolcezza di sentimento.
Mentre egli sorseggiava tuttora il suo cognac, Elisa si alzò, pregandolo di rimanere per fumare la solita sigaretta. Ella darebbe frattanto un'occhiata alla posta del mattino, che aspettava da parecchie ore.
Elisa passò nel suo salotto e trovò infatti giacential solito posto i giornali e parecchie lettere. Fra queste una da Milano, di Marcello Plana.
— Ah! — pensò con uno schietto senso di rimorso, mentre apriva la busta con mano tra esitante e impaziente — e io che non gli scrivo più da tanto tempo!
Infatti, era assai trascurata la sua corrispondenza da qualche tempo in qua.
Marcello Plana scriveva breve, senza lagnarsi del suo silenzio. Non era una delle sue solite lettere briose; parve anzi ad Elisa che l'intonazione fosse un po' fredda. Rileggendola, si avvide di un poscritto:
«E il marito di Marina: come sta?»
La lettera le cadde sulle ginocchia, ed un senso di malessere la invase subitamente, mentre un rossore impetuoso le saliva alle guance.
Un ricordo si fe' ad un tratto vivo, imperioso dinanzi a lei. Il ricordo del colloquio che avevano avuto cinque mesi prima, lei e Marcello, in quel salotto... Pensò al sorriso ironico di lui, alle velate parole in cui ella non aveva saputo ravvisare l'ammonimento...
Per un secondo ebbe un vivo rancore verso l'amico, che non le aveva parlato più esplicitamente.
Ma subito un senso di giustizia e di profonda umiliazione corresse in lei quel vago grido di rimprovero... Oh! come avrebbe egli potuto supporrech'ella potesse dimenticare così la sua età, le convenienze, le circostanze per lasciarsi vincere da una sì insana, sì ingiustificabile, sì sciagurata debolezza?
Visse un istante d'acuta angoscia intima, ripensando a ciò ch'era accaduto in quei cinque mesi, alla progressiva infatuazione del suo cuore, alla cecità colpevole, imperdonabile che l'aveva colpita. Per un minuto fu schiacciata dal senso della responsabilità che pareva essersi a un tratto aggravata su di lei. Poi, coll'intimo orgoglio di una reazione, quasi di una sfida:
— Ebbene, — mormorò. — Soffrirò... ecco tutto... Ma nessuno saprà... nessuno!
Squassò il capo, alteramente, gettando sul tavolino la lettera di Marcello Plana.
Prese le altre non ancora aperte. Su una delle buste ravvisò la calligrafia di zia Balbina. Provò un senso disaggradevole di sorpresa. Zia Balbina scriveva assai di rado. Ma sempre, dalla sua lettera rimaneva qualcosa di spiacevole, un'impressione o dolorosa o umiliante. Stavolta, lì per lì, Elisa non ravvisò subito il carattere solito delle epistole di zia Balbina. Ella scriveva soltanto per invitare Elisa a recarsi per qualche tempo presso di lei.
L'invito sorprese Elisa. Sapeva che zia Balbina le serbava tuttora un certo rancore pel suo rifiuto di andar ad abitare con lei, e le pareva strano che,dopo parecchi anni, dopo un lunghissimo periodo di silenzio, così ad un tratto, ella reiterasse l'invito in quella forma secca, quasi imperiosa:
«Credo che il tuo buon senso non darà luogo ad esitazioni od indugi da parte tua. Ti aspetto dunque infallantemente. Il resto a voce; intanto spero ti sarai convinta chenon sempreva errato nei suoi giudizi e nelle sue previsioni il criterio della tua affezionatissima zia«Balbina.»
«Credo che il tuo buon senso non darà luogo ad esitazioni od indugi da parte tua. Ti aspetto dunque infallantemente. Il resto a voce; intanto spero ti sarai convinta chenon sempreva errato nei suoi giudizi e nelle sue previsioni il criterio della tua affezionatissima zia
«Balbina.»
Per un momento ci fu un po' di caos nella mente di Elisa... Ma, poi, un raggio di fosca luce le penetrò nel cuore, col freddo di una lama. Si ricordò l'aspra profezia di zia Balbina: «Credi di cavartela così sola, senza un appoggio, un consiglio. Ma verrà un giorno che ti morderai le unghie e gli altri rideranno.»
Balzò in piedi spaventata. Ridere... gli altri! Di chi? di lei! del suo soffrire!
Strinse le tempia fra le mani... Le parve che una mano brutale, con un colpo subitaneo, la denudasse tutta da capo a piedi, in mezzo ad una piazza ingombra di una moltitudine.
Pensò disperatamente:
— Ma come? come?
Si ricordò ad un tratto di una circostanza. La San Terenzio era intrinseca di zia Balbina. Le due signoremantenevano un nutrito carteggio a proposito di buone opere, di predicatori e simili. Sì, ora si ricordava senza equivoci, senza incertezze. Da qualche tempo in qua, le San Terenzio la trattavano con molta freddezza. Quella mattina stessa avevano, (non c'era dubbio ormai) evitato il suo incontro.
Zia Balbina era stata informata da loro. Certo ella alludeva a Roberto! Ma interpretando sinistramente la familiarità, l'amicizia...
Si arrestò, nella foga stessa dei suoi pensieri. Una voce si levò nella sua coscienza e ripetè come un'eco beffarda:
— Amicizia?
Ma dunque... si parlava di ciò, dunque quello ch'ella credeva il suo segreto era invece il segreto delle signore San Terenzio, di tanti, di tutti... Dunque credevano ch'ella fosse...
Mille piccole futili circostanze a cui non aveva posto mente, che aveva disprezzate, nell'assorbimento della sua nuova esistenza, le tornarono ad un tratto, inesorabilmente, vive al pensiero. Le visite diradate degli amici, una indefinibile e pur sentita alterazione nel modo in cui le parlavano gli uomini, certi sguardi curiosi in cui la riverenza solita era come attenuata da una curiosità ironica, nuova, certi sguardi di signore... Non ne rammentò uno, speciale, velenoso, pieno di ironia, che le aveva rivolto pochi giorni prima la Duchessa d'Accorsi.
Per un momento fu intollerabile l'angoscia di quella misera. E veramente terribile per una donna che, pur avendo scordato per un istante il mondo ed i suoi giudizii, li conosce e sa cosa possano. È terribile il sentirsi ad un tratto, a torto od a ragione, in balìa del mondo e dei suoi giudizii!
— Contessa, — disse all'uscio la voce fresca e sonora di Roberto.
Ma Elisa in quell'istante non l'udì; stava seduta accanto al tavolino, con la testa sprofondata tra le mani, rannicchiata su sè stessa, come inconsciamente ella volesse ridursi al minor spazio possibile, sopprimersi, annientarsi.
La involontaria posa era rivelatrice di una così intima angoscia che Roberto si spaventò.
Le venne presso rapidamente, si inginocchiò ai suoi piedi, e ripetè dolcemente, con un inquieto e tenero appello:
— Contessa! cara Contessa!
Colle mani, le sue belle mani morbide e nervose, cercava di rimuovere quelle di Elisa dalla fronte che esse celavano.
Il volto di lei apparve; apparve anche una contrazione dolorosa, che voleva essere un sorriso, uno sguardo che voleva essere calmo, ma che si tradiva saturo di un dolore ineffabile.
Egli era sempre inginocchiato ai suoi piedi. Una pietà turbata, crucciosa, gli gonfiava il cuore.
— Mi dica cos'ha. Contessa, cos'è accaduto. Suvvia, mi dica... Oh non si crucci così. Sono state quelle letteracce, nevvero, che le hanno fatto pena, che le hanno recata qualche brutta notizia.
Oh la pietà crudele di quella voce dolcemente imperiosa, pressante, che voleva sapere!...
Ella scosse il capo.
— No... no... Nulla, vi accerto.
Ma egli era convinto... Prese la lettera di zia Balbina. Era caduta a terra; la gettò sul tavolino accanto alle altre, cacciandole tutte quante in un fascio.
— Così... — disse. — E nuovamente si rimise come prima, trattenendo le mani che cercavano debolmente di ritirarsi, cercando colla pietà, coll'amore dei suoi sguardi, gli sguardi smarriti che volevano e non potevano fuggire.
— Perchè è così triste? Era così contenta un momento fa... E ora... cosa è accaduto? chi le ha dato pena? perchè non vuol dirmelo?
La voce aveva un tremore sempre più accentuato, una tristezza sempre più dolce, più incalzante.
— Oh, parli, dica, posso far qualcosa? Perchè non mi vuol dire? perchè mi nega la sua confidenza? E lo sa pure, lo sa che io le sono tanto grato, che io le voglio tanto bene!
Oh ella lo sapeva... Ella aveva ravvisata tardi, ma finalmente l'indole della simpatia, della gratitudineche Roberto aveva per lei. Si sentiva amata da lui, da quegli che ella adorava. E per un secondo una gioia intima, acuta le innondò il cuore. Ma tenne il capo chino, stette immobile, padrona di sè, sotto la carezza inebbriante di quella voce, di quelle parole, obbedendo al crudele ammonimento d'un supremo istinto: «Se alzi il capo ora, se rispondi in questo minuto, sei perduta.»
Non si perdette... la calunnia non divenne una verità.
Roberto l'amava; ma era inesperto della passione. Non comprese... non seppe...
Quando rialzò il capo, ell'era già la più forte.
— Si, — disse dolcemente, — queste lettere mi hanno fatto pena; hanno...
Un dubbio colse Roberto. Egli stette perplesso un istante, guardandola non più teneramente, ma con un'aspra perentoria espressione, ch'era anche essa una conferma.
Un nuovo, un immenso senso di gioia colmò l'animo di Elisa.
— È geloso! — pensò.
Gli sorrise con una dolcezza infinita, arrossendo come una fanciulla.
— Oh! no — disse quasi inconsciamente... — no!
Ma subito, subito dopo, si fece seria, pacata, in tutto presente a sè stessa.
— In fondo — disse, alzando lievemente le spallee rivolgendosi con grande semplicità a Roberto... — sono io che sono una sciocca e che ho torto... Si tratta di pettegolezzi, cose da nulla.
— Sì? — chiese Roberto solo a mezzo convinto. — Ma allora... perchè se n'è crucciata così?
— Appunto, perchè sono una sciocca...
Roberto tacque un istante, guardandola fiso nel bianco degli occhi, mentre ella cercava di trattenere sotto il fuoco di quello sguardo la voluta quiete della sua fisonomia.
— Lei, cara Contessa, è un angiolo, nè più nè meno. Ma ha un benedetto vizio. Di prendersela troppo facilmente per ciò che le dicono, o dicono gli altri.
— Ma Roberto....
— Sì, signora... è proprio così... Crede forse che, quando abbia fatto tanti sacrifici e contentata una massa d'imbecilli, questi le saranno grati o la compenseranno in qualche modo? Mai più. E così, tutto il bello e il buono della vita se ne va... per niente.
— Per niente! — echeggiò una voce di supremo desiderio nel cuore di quella donna!
— Guardi — proseguì Roberto... — faccia come me... faccia ciò che vuole, ciò che le pare. Io, vede, di quello che possano dire o far gli altri non m'importa affatto. È il mio metodo, e me ne trovo bene.
— Ma voi siete un uomo. Roberto.
— E lei è una donna. Ma dev'esser sempre unavittima perchè è una donna? Sacrificarsi sempre, perchè? Si vive una volta sola. Chi ce le ripaga le gioie che non abbiamo saputo godere?
Negli occhi di Roberto s'era accesa una strana intensa luce; le sue mani serravano, tremanti, quelle della Contessa.
Ma ella sorrise, e disse rapidamente, ridendo:
— Oh Roberto, ma questo è un ricordo classico di scuola. Siete un vero epicureo.
E rimase anelante, quasi convulsa, colla contrazione di quel riso fissa sulle labbra.
Roberto arrossì violentemente sotto la sferza di quel ricordo di scuola, gettatogli in pieno volto.
Neppur questa volta ravvisò l'estremo terrore che aveva suggerito a lei come uno scampo, quell'allusione. Un avvilimento lo colse, un'ira contro di lei, contro sè stesso. Con un atto violento afferrò il cappello.
— Buon giorno — disse bruscamente, avviandosi verso l'uscio.
Ma una subita vergogna lo colse a mezza via. Si fermò; guardò quella donna pallida, che gli teneva dietro collo sguardo angosciato, ansioso.
Tornò indietro lentamente. Pareva ora davvero un fanciullo confuso, incerto del perdono.
Quando le fu vicino, stette immobile, aspettando. Essa gli porse la mano senza parlare, ma con una grande dolcezza di sorriso.
— A rivederci — gli disse.
— Mi manda via? — sussurrò egli.
— Oh no! Roberto. Ma è tardi e... devo vestirmi per uscire.
— Oggi, alle Cascine?
— No, non credo, ho molte visite da fare.
— Allora stasera, alla Pergola...?
— Sì... cioè non son certa. Sono un po' stanca. Ecco; domani.
— Sino a domani? È lunga, sa, sino a domani.
Ma non osò insistere. Se ne andò lasciando, ignaro, dietro a sè un'anima affranta da mille lotte contradditorie, e pur già penetrata tutta quanta dal desiderio febbrile, inebbriante di quel domani, che le avrebbe ricondotto Roberto...