VII.
Una cosa che a Firenze capita di raro, la neve. Era cominciata nella notte, ed ora, lì dalle quattro, s'era formato uno strato alto due buoni palmi e che dava un bizzarro aspetto travestito alla lieta città dei fiori. Un'uggia tetra e pallida incombeva sulle vie deserte, sui palazzoni severi e sui villini eleganti. I Lung'Arni erano vedovi della solita ressa di equipaggi e di pedoni; nelle vie interne, orribilmente infangate, passava frettolosa, sotto lo schermo dell'ombrello, qualche figura di forestiere o di affaccendato. Nella quieta, filosofica poveraglia fiorentina era lo stupore melanconico di quella novità, e il senso inquietante d'un freddo estraneo alle sue abitudini, un freddo cui non bastavano a riparare i soliti cenci, la sommaria e pittoresca divisa di chi sa di avere tutti i giorni un po' di sole in casa. Al Club i signorini sbadigliavano sonoramente. Che si farebbe oggi senza le Cascine? La sola persona che mostrasseun po' di buon umore era quel bel tomo di Neri Speroni. Aveva vinto la sera prima sei mila franchi, giocando con Berto Rescuati. Ordinariamente soleva sempre dir male delle persone colle quali vinceva al gioco, era un suo vezzo speciale. Ma stavolta fece una eccezione, si degnò persino di giurare che gli dispiaceva... parola d'onore. Era proprio un buon figliuolo, colui, e l'avrebbe sempre sostenuto a spada tratta, in ogni emergenza.
Decisamente, il «provincialuzzo» era presto diventato uno dei loro. Il che non è tanto facile quanto potrebbe parerlo. La società fiorentina che prodiga veri tesori d'indulgenza e di ospitalità pel forestiero propriamente detto, non è di sì facile accontentatura sul conto degli ospiti piovuti da altre regioni italiane. Ha anch'ella i suoi capricci, le sue ubbie d'antipatia; certi noviziati li fa fare lunghi ed aspretti. Ma così non era avvenuto per Roberto. Era piaciuta a tutti la sua estrema semplicità, la franchezza bonaria ed accorta del suo carattere. Certo, non potevano trovargli nè grande ingegno, nè uno spirito al di sopra del comune. Ma a ciò ed a quant'altro gli mancava, suppliva con un'eguaglianza di umore piacevolissima e con una facoltà tutta istintiva di condursi prudentemente e di non mai ferire le suscettibilità d'alcuno, pur difendendo, in modo acconcio, le proprie. Per indole allegro, generoso, gentiluomo sempre, egoista forse, ma di un egoismo ragionevole, senza esitazionie colla piena coscienza del potere simpatico che esercitava senza fatica, era stato subito battezzato per un buon ragazzo. Era nota la sua famiglia, conosciuta la prosperità del suo patrimonio. La sua bellezza gaia, tutta vita, gioventù e salute, rallegrava gli occhi e il cuore. E le signore!...
Nell'Olimpo c'era già stato qualche tentativo d'accaparramento, non scoraggiato neppure dal poco misterioso riferto della storia dell'Augellin Bel Verde. Ma egli non sapeva ancora ravvisare il valore di certe mosse strategiche, eseguite a suo pro nelle alte sfere. Non era un'aquila quel caro Roberto e non aveva per anco acquistata la conoscenza completa di ciò che si potrebbe chiamare la sintomologia del futuro condizionale dell'amore. Ma forse questa ammirabile quanto involontaria ignoranza assumeva presso certi occhi interessati l'aspetto di una indifferenza o di una volontà che non ha fretta. Poichè suole talvolta la fortuna così maternamente e con tanta disinvoltura adoperare in pari tempo, in pro dei suoi favoriti, e le loro qualità e i loro difetti, ciò che possiedono e ciò che lor manca!
Quel giorno dunque a Roberto Rescuati mancava... il sole... appunto perchè, come sappiamo, nevicava. E gli mancava tanto quel matto sole fiorentino, ispiratore e complice di tanta gaiezza di vita! Come spenderle quelle due ore solitamente date alle Cascine? Che fare sino all'ora del pranzo, con quella neve che cadeva così, senza smettere!...
To'! E se andasse dalla contessa Elisa?...
Non c'era più tornato dopo quello sciagurato incontro lassù ai Colli! Una bella figura aveva fatto! Infatti, quando s'erano incontrati poche sere dopo, in casa Corsini, essa l'aveva accolto, gentilmente sì, ma non più coll'affettuosità speciale dei primi giorni. È vero che, per compenso, non gli aveva più parlato di Gallerie, di Musei, nè di serate al Circolo Filologico. E sua madre, che lo tempestava di raccomandazioni! Va dalla contessa Elisa... Spero bene che non trascurerai di recarti dalla contessa Elisa... Ah!... quelle signore trascendentali, che tutte avevano al loro attivo qualche specialità intellettuale e che parevano sempre in attesa d'una sua manifestazione di qualche genere. Ed egli, al suo attivo, aveva per l'appunto la storia della gita di Vincigliata!
Pure, sentì che, se non coglieva quella giornata favorevole, se indugiava ancora, non avrebbe più avuto il coraggio di presentarsi dalla sua protettrice ed avrebbe fatto, inultima ratio, una figura da monellaccio. Perciò, si recò al palazzo di via S. Gallo, in carrozza e coltivando per tutto il tempo del tragitto un'intima e devota speranza che la Contessa fosse escita o non ricevesse.
Ma no, a farla apposta! Era in casa e riceveva.
Fu introdotto nell'ultimo salotto, quello dove ella soleva vivere la sua quieta vita intima. Elisa non aveva visite e stava leggendo. Le finestre eranochiuse e la camera illuminata da due lampade a becco solare, come se fosse di notte. Ma la luce era raddolcita e fatta rosea da due grandi paralumi di tulle bianco, su trasparenti d'un rosso chiarissimo. Un'invisibile bocca di calorifero dava all'ambiente un tiepore di primavera e nel piccolo caminetto d'angolo, dietro lo schermo d'un cristallo sul quale era inciso lo stemma della Contessa, scambiettava, viva e lieta allo sguardo, la vampa di una bella fiammata. Non oppressivo ma delicatissimo e sentito solo ad intervalli, l'olezzo misto di viole di Parma, dicalicanthus precoxe di gaggie, distribuite qua e là in certe fine conchette di cristallo Baccarat, s'univa all'aroma lievissimo dei biscottini di vaniglia posati su un tavolino in disparte, accanto al piccolo Somovar che andava levando il bollore. La Contessa era in veste da camera, cioè in una di quelle sfoggiate vestaglie che hanno un'eleganza tutta intima e speciale e che a lei stavano tanto bene.
Provò un senso di grata meraviglia, udendo annunziare Roberto, poichè cominciava ad essere inquieta sul conto del suo protetto e a discutere seco stessa se doveva o no scrivergli un biglietto. Volle compensarlo d'averla prevenuta e d'aver vinto l'imbarazzo del piccolo evento dei Colli. Lo accolse affettuosamente, con un sorriso dolce, che non si ricordava.
Egli provò, entrando, l'impressione bizzarra dell'illuminazionea quell'ora e questa valse a distrarlo dall'apprensione intima del primo incontro. Chiese subito cosa fosse quella notte anticipata.
Ella se ne scusò quasi. Ma era una vecchia, cattiva abitudine.
La sua vista, non molto forte, soffriva del riflesso crudo della luce nivea e tutto quel bianco le metteva un po' di malinconia. Perciò lo escludeva... Era ridicolo, naturalmente, sperava di non scandalizzarlo...
Oh!... scandalizzarlo... lui!...
Si mise a ridere di gran cuore. Non era facile a scandalizzarsi. Perchè non si dovrebbe far sempre ciò che accomoda? Gli piaceva anzi, quella notte in pieno giorno. E com'era elegante, la Contessa, con quella bellatoilette!...
— Oh!... — diss'ella — è una satira questa?... Non è niente affatto regolare, la vesta da camera, a quest'ora. Ma mi sono alzata tardi e supponevo che, con questo tempo, nessuno avrebbe pensato a venirmi a visitare.
— Non mi aspettava dunque? — chiese il giovane.
Ella scosse il capo dolcemente.
— Non vi aspettavo più — disse con un accento in cui suonava un'affettuosa nota di rimprovero.
Egli arrossì e chinò la sua bella testina, dai finissimi ondulati capelli neri.
— Ha ragione — disse — e io ho tutti i torti. Ma ora mi perdona?
Aveva, così dicendo, una grazia insinuante, di bimbo abituato all'indulgenza, ma sincero nel pentimento.
Ella crollò il capo, ma con un sorriso così buono, che Roberto proseguì con marcata intenzione:
— Mi perdona... di tutto?
Ella comprese: la scena dei Colli tornò presente al suo pensiero. Ebbe un piccolo cenno, grave, di assenso. E quando, subito dopo, ella chiese a Roberto se aveva notizie di sua madre, c'era nella sua voce una calma assoluta, una dignità delicata di voluto oblìo diquell'argomento.
È sempre difficile, per una vera signora, il toccare certi tasti! Peggio per quelle che non hanno mai avvertito il valore di questa difficoltà. Molte hanno eletto di superarla e di ammetterequell'argomento. Non già che manchi plausibilità di motivi a questo sistema di concessione; sono tanto formidabili, ormai,quelle altre!... Si lasciano così poco ignorare! Ci può essere una specie di coraggio abile nella signora che si avventura su quel campo sdruccevole. Si può sfiorarlo, a rigore, senza insudiciare più in là che la suola delle scarpette e cavarsela con uno sfoggio guizzante di spirito e disinvoltura. Ma, per alcune signore, l'assoluta ignoranza, ilnoli me tangeredell'argomento è qualcosa che s'addiceloro specialmente e torna più armonico all'estetica morale del loro essere. Evitano per istinto, per una indefinita paura, per non farsi male alle labbra, consentendo loro quelle allusioni.
Roberto si sentì tolto un gran peso dal cuore. Comprese, una volta per tutte, che ella non l'avrebbe mai annoiato, come temeva, su quel proposito. Ah! che brava donnina, quella lì!
Si mise a chiacchierare, allegro, narrandole della sua vita, delle cose sue in quella maniera piana, semplice, senza pretesa alcuna, che gli era propria e colla quale, per una singolare dote di compensazione, egli suppliva alla mancanza di più brillanti facoltà discorsive. Non urtava mai le suscettività, anche appena accennate, d'altrui, ed evitava, come avvertito da un'intima cautela, tutto ciò che potesse tornar sgradito. Aveva molto tatto, assai più di quanto non paresse comportare la complessiva levatura del suo ingegno. Una maligna signora aveva detto di lui ch'egli era uno di quegli sciocchi che lasciano dire le sciocchezze alle persone di spirito.
La signora maligna diceva solo parte del vero; Roberto non era uno sciocco!
Quel giorno, forse per la contentezza di essersela cavata a buon mercato, forse per l'influenza combinata di quel tiepore pieno di quiete e di profumi discreti, il giovane si sentiva, colla Contessa, assai più ad agio di quanto nol fosse stato tempo addietro.Era alla mano, buona, semplice; gli chiedeva dei fatti suoi con un interessamento che, dopo tutto, egli non meritava guari!
Ella sapeva tante cose di lui, dei suoi primi anni. Gli rammentò un episodio di quel tempo, quand'egli, piccino, ostinato, aveva fatto una bizza tremenda per un certo dolce che la nonna non gli aveva permesso di mangiare a tavola. Risero, ricordando assieme il cuffione della nonna e un certo vecchio domestico di casa Rescuati, un vecchio originale, che rispondeva in versi ai comandi dei padroni. Oh, Dio, sì, così buffo... nevvero? Era morto, ora, da un pezzo.
Rovistarono a lungo, amichevolmente, nei ricordi del passato. A Roberto la cosa tornava naturale e non sgradita. E del paro gli tornava piacevole il parlare ad Elisa delle persone nuovamente conosciute, del soggiorno sì bene iniziato a Firenze. Di tutto ciò, il giovane era (come doveva essere) assai soddisfatto ed espresse la sua soddisfazione con quella semplicità di termini e quell'assenza di facoltà critica che gli erano speciali. Il giovane non era molto entusiasta, nè profondo nei suoi apprezzamenti; ma in essi era sincero, scevro al tutto di quella specie di timidità irritata che dà la coscienza della sproporzione fra la propria capacità di sentire e definire qualcosa e la necessità di presentare questa definizione, secondo l'aspettativa critica di chi ascolta.
La contessa Elisa faceva in petto le sue riserve su quella incondizionata ammirazione della vita fiorentina. Un momento, provò la tentazione di discuterla con Roberto, di lasciarsi andare sulla china ed esporre i suoi fini e delicati perchè. Ma un istinto indulgente, squisitamente buono, la trattenne. Perchè annoiare quel ragazzo, togliergli delle illusioni, se ne aveva? Era così raro di trovare una persona contenta dei fatti propri, erano così stucchevoli i giovani che si davano delle arie annoiate, disilluse, a ventitrè anni! Così non discusse, assentì e la conversazione non languì per questo. Non vivacissima, ma quieta, cordiale, si potrasse oltre il solito limite di una visita e Roberto si era appena alzato per congedarsi, quando un domestico venne ad avvertire la Contessa che il pranzo era pronto.
— Volete farmi compagnia? — disse questa a Roberto.
Egli si scusò, aveva realmente un impegno. Ma con una fiducia nuova, venutagli lì per lì, soggiunse:
— Se mi permette... un'altra volta.
Si mise a ridere, colpito dalla meraviglia del suo ardire.
— M'invito da me... eh!... questa è curiosa?
— No; lo sapete che mi fate tanto piacere — rispose vivamente Elisa. — Venite martedì. Ho qualcuno, qualche amico.
Sul franchissimo volto di lui passò una smorfia involontaria e questa smentiva così palesemente il suo cerimonioso chinar del capo, quale atto di assenso, che la Contessa diè in una bella risata.
— No, no, dite pure, per me è precisamente lo stesso, un altro giorno o quello.
— Ah! — diss'egli, incoraggiato — proprio... davvero? Un giorno, per esempio, ch'ella non avesse nessuno... per l'appunto.
Ella lo guardò meravigliata.
— Ma, vi annoierete — disse sincerissimamente.
— No, — disse Roberto. — Delle persone forastiere ne vedo tutti i giorni al restaurant e la sua è tutta gente...
— Nuova... per voi... — suggerì pietosamente Elisa, vedendo che il giovane s'arrestava, temendo di esser trascinato dalla propria sincerità. Ma certo. Ebbene, facciamo così. Venite quando volete. Se passate di qui a quest'ora, ricordatevi di me. Addio, Roberto.
Egli baciò, con un certo suo atto gentile di omaggio, la mano che cordialmente ella gli porgeva. Quei baciamani che insegnano ancora le vecchie nonne, in provincia. Poi il giovane se ne andò, assai più contento di quando era venuto.
Quando fu nella via, vide che non c'erano carrozze. Era venuta la sera e la neve calava tuttora, scaraventata da una brezza acuta e pungente, che investì il giovane sgradevolissimamente. Provò unasubita tentazione, quella di tornare indietro, di rifugiarsi ancora presso quella signora così buona, con quel bell'abito da camera, in quel salottino così caldo e così ben rischiarato. Ma non cedette alla tentazione. Abbottonò con cura il soprabito, aperse l'ombrello e mosse in cerca di una carrozza, allontanandosi per la via, chiara di quell'albore speciale che dava tanta malinconia alla contessa Elisa.
***
Il fatto era vero e i commenti correvano, infiniti. Era accaduto un grosso guaio tra la duchessa Ginevra e il marchese Dino di Follemare. Egli non la seguiva più a cavallo, nè in legno alle Cascine. Lo si vedeva ancora la sera nel salottino bianco da gioco nel palazzo d'Accorsi o a Doney col Duca, ma con tutto ciò un freddo evidente esisteva nei rapporti del giovane colla famiglia. Egli era, a modo suo, assai malinconico, e sulla scipitezza fondamentale del suo bel volto si andava fissando una specie di perplessità dolorosa. Gli amici avevano bensì tentato di farlo parlare, ma Dino Follemare aveva sempre avuta una qualità, rara oggidì anche in chi dovrebbe avere il privilegio di essa: la discrezione nei fatti intimi e delicati del cuore.
Finalmente gli amici credettero d'aver trovato. Dino si era allontanato a cagione di ciò che tutta Firenzecominciava a vedere; l'assiduità sempre crescente del principe di Hetzengenfeld presso la duchessa Ginevra d'Accorsi.
Dapprima egli aveva solo annunziata una tappa a Firenze. In realtà, aveva avuta l'intenzione di svernare a Roma. Ma Firenze, la sirena, lo tratteneva e il dolore per la morte della virtuosa Principessa che aveva fornito dieci eredi al trono di Hetzengenfeld, cominciava a prendere un'attitudine più riposata. Non si può credere quale conforto andassero recando allo spirito abbattuto del Principe la discreta simpatia e le infinite risorse intellettuali della duchessa Ginevra d'Accorsi! Il sovrano viaggiava appunto allo scopo di distrarsi dal suo dolore. Agli occhi di una società che la Duchessa d'Accorsi aveva sì vittoriosamente addestrata ad esser testimone compiacente di tanti cambiamenti «a vista», il fatto della caduta del povero Dino non poteva suscitare estrema meraviglia. Se di qualcosa s'eran fatte le meraviglie, era piuttosto che la cosa fosse durata sì a lungo e malgrado tante piccole varianti (passeggiere, a onor del vero) dal lato della Duchessa. E certamente quest'ultima era una delle più brillanti fra le imprese di quella eccelsa signora. Una testa coronata, si ha un bel dire, è sempre una testa coronata, quand'anche, come quella del Principe regnante di Hetzengenfeld, rappresenti, nella sua caparbia esagerazione del tipo militare germanico, unalontana rassomiglianza con quella di un vecchio leone sdentato. Non era bello il Principe vedovo e i suoi cinquantasette anni suonati si accusavano, grevi nei forti solchi del volto e nella pinguedine floscia del corpo.
Con tutto ciò, non era d'aspetto spiacevole. I modi avevano una gravità altera, l'occhio tra grigio ed azzurro tradiva allo sguardo molto acuto una specie di dolcezza intima, un misticismo recondito ed austero. Egli era abbastanza istruito, un po' pedante. Si diceva che avesse condotta, in massima, una vita molto casta. Ciò faceva sorridere alcuni. Oh! la virtù tedesca, l'amore ufficiale, per decreto! Il retroscena delle Corti esemplari in Germania! Intanto però e in ogni caso, un po' di rivincita si iniziava a Firenze. E Firenze sogghignava, chiedendosi se un giorno o l'altro la Duchessa d'Accorsi, non avrebbe preso il volo, per andare a porre le basi di una pseudo sovranità sul modello di quella di Mad.ede Maintenon, meno il matrimonio, s'intende... almeno sino a nuovo ordine. Ma la duchessa Ginevra aveva ideato qualcosa d'altro pel futuro bene del Principato di Hetzengenfeld.
Dino Follemare aveva ricevuto un giorno un bigliettino di una ben nota calligrafia, che lo chiamava in una non meno nota località. Quivi il suo raziocinio era stato sottoposto ad una prova di fiducia, duretta anzichenò. Gli era stato proposto di non credere nèai propri occhi, nè alle proprie orecchie e di trattare lavox populicome un vano strepito. Erano venuti in campo dei gran personaggi, la generosità, l'abnegazione, ecc. A capo di quel nobile drappello stava l'amor materno, armato di tutto punto. Ciò che richiedeva assolutamente l'avvenire di quella povera Marina, ciò che imponeva a lei Ginevra... il più duro, il più crudele dei sacrifizi... temporanei.
Il marchese Dino aveva durato una certa fatica per raggiungere l'alta regione di dovere e di sentimento in cui spaziava con sì ampio volo l'eloquenza materna della Duchessa. Era un elemento nuovo e del quale egli non aveva grande pratica.
Stava immobile, taciturno, ascoltando.
— Ed ora — gli disse la Duchessa, terminando la perorazione con un sorriso, il suo sorriso di domatrice d'uomini — ora che sei pienamente al fatto della cosa, tu parti, nevvero?
Attese un istante, poi corrugò la fronte. Che!... esiterebbe forse... colui?
Pur troppo, egli esitava. Nel suo sguardo, per quanto affascinato, perdurava una inquietudine. E, per una volta, il docile, supino spirito trovò il coraggio di una resistenza.
— E se rimanessi, invece?
Essa lo guardò, con serenità veramente olimpica. Rispose, adottando senza transazione il freddo voi ufficiale:
— Padronissimo, mio caro. In fondo, ciò nulla muterebbe. Ma, come vi ho detto, ho d'uopo del campo libero. Vi sentite di non intralciare i miei progetti?
La domanda era categorica. Dino alzò su Ginevra uno sguardo pieno d'angoscia.
— Farò di tutto — mormorò.
— Non basta far di tutto — ribattè recisamente la Duchessa — bisogna che così sia. Ciò che vi dissi è la verità. Peggio per voi se non la credete. Io non mi curo di mentire... per così poco.
— Vi è facile chiamarlo così — rispose Dino. È poco infatti, per voi. Ma per me...
Ella alzò lievemente le spalle.
— Per voi, se aveste un po' di buon senso e un po' di pietà pel sacrificio di altri, sarebbe la cosa più adatta alla circostanza. Del resto, fate voi. Sapete che io non recedo da una presa risoluzione. Se vi piace di rimanere e di affrontare i benevoli giudizi dei comuni amici... padronissimo. Sarà un pochino più spiacevole per voi, ecco tutto.
Egli aveva curvato la testa e stringeva fra le mani la fronte affaticata dal dubbio. Lo sguardo di lei cadeva imperioso e sprezzante su quella testa bruna e chinata. Dino aveva bellissimi capelli, fini come seta e ricciuti. Ginevra passò sbadatamente una mano fra quelle ciocche. Egli trasalì.
Senza muoversi, come un fanciullo scorato, sussurrò: — Ginevra... non posso!
Un lampo d'ira passò nello sguardo di quella donna, la collera crudele di chi non ama più e non riesce a liberarsi colla sollecitudine bramata dell'amore di chi ama ancora... sempre... malgrado tutto!
Ma di nuovo, colle dita ella sfiorò i capelli del giovane: Bisogna potere, Dino. Io lo posso... eppure.
Di repente egli alzò il capo, per guardarla. Ginevra sostenne, sorridendo, il suo sguardo. E colla poderosa, evocatrice malia del proprio, ella circuiva, afferrava la memoria, i pensieri, la volontà di lui, tutto lui, nella sincerità e nell'irremediabilità della passione ch'essa aveva saputo ispirargli.
— Sia come volete — diss'egli finalmente. — Partirò... Ma non oggi, non subito, nevvero?
Ella ebbe un gesto d'impazienza.
— Oh Dio... che ragazzo. No.. quando vorrete. Suvvia... pensate che io pure, soffro tanto... Tornerete, ben inteso, subito dopo il grande evento. E allora... Si arrestò...
Egli tentò di sorridere, ma il suo volto tradiva ancora una riluttanza dolorosa.
— D'altronde... — disse allora quietamente Ginevra d'Accorsi — o questo o niente, figliuolo caro.
***
Dino Follemare non partì subito.
Non gli reggeva il cuore di abbandonare quelluogo, ove pure soffriva tanto. Da dieci anni ormai viveva buona parte della sua vita in quella casa e le abitudini, l'atmosfera di essa erano diventate le sue. Erano innumeri i legami che lo stringevano a quell'ambiente. Nel lusso largo, diffusivo della famiglia, nella preponderanza sociale della quale essa godeva, nell'impianto della splendida ospitalità famigliare, Ginevra d'Accorsi aveva messo il violento riflesso della sua energia e della sua formidabile personalità. A tutto dava impulso ed irradiazione; qualcosa del suo fascino insolente si era comunicato alle mura stesse del palazzo. Vivere fra quelle mura, nel calore di quella irradiazione, era, per un uomo della tempra del marchese Follemare, la sola cosa possibile. Senza di lei, lungi da quelle mura, la vita non aveva pregio alcuno, tutto era un approssimativo, una larva di esistenza.
Essa l'aveva preso così, tutto quanto, sin da otto anni addietro, nell'impetuosa sincerità di un violento capriccio dei sensi. Lo aveva tolto alla vita attiva, alla carriera militare, al matrimonio, alla famiglia.
Non solo coll'amore e colla colpa, ma con mille altri mezzi di possesso, ella aveva incatenato a sè quel bellissimo giovane, dall'animo mite, dall'intelligenza limitata, fedele per temperamento e gentiluomo sino all'esagerazione. Egli si era rovinato per lei, solo per non allontanarsi da lei, per non far macchia nello sfoggio opulento della sua sfera. Ridotti ora aduna diecina di mila franchi i già cospicui redditi di casa Follemare, Dino sapeva, per una di quelle misteriose facoltà che chiamerei volentieri segreti di razza, vivere ancora da gentiluomo, senza mancare ai doveri e alle esigenze delle sue speciali circostanze di fronte alla Duchessa. Era buono, ben voluto da tutti; alcuni avevano di lui una pietà ch'egli ignorava. Non si credeva infelice. Era completamente d'accordo col proprio destino. Non pensava all'avvenire, nè si rammaricava del passato. Avrebbe voluto vivere e morire così.
Quando si sparse la notizia della rottura (nessuno seppe mai come fosse avvenuta e chi ne avesse pel primo sparsa la nuova), ci fu nel pubblico la vaga attesa di qualche conseguenza. Ma nulla si produsse, non il più lieve scandalo. Allora fu un coro d'ammirazione per la Duchessa... s'intende! Che prudenza... che tatto, che profonda abilità di condotta! Certamente, il torto marcio doveva averlo lui. E, in ogni modo, che babbuino... lasciarsi «ringraziare» così... dopo tanti anni!
Una bella mattina, Neri Speroni andò a fare una visitina a Dino Follemare, nel Lung'Arno Acciaioli. Un appartamento di poche camere, ma squisitamente mobiliato ed adorno. Alcuni vecchi capi d'arte di famiglia, la raffinatezza dei gusti di Dino e gli eccellenti consigli della Duchessa, tutto aveva contribuito a fare di quel quartierino, pur lasciando intatto ilsuo carattere di dimora mascolina e di scapolo, un nido di rara eleganza. Gli amici trovavano sempre colà un'ospitalità cheta e cordiale e il ricordo dei gusti speciali ad ognuno di loro in fatto di liquori, bevande, sigari e sigarette.
Speroni, per esempio, amava il cognac e ipanatelas. Davanti a lui, stava un vassoio con un bicchierino e una bottiglia del suo liquore preferito e il tepido salotto verde era già invaso dal fumo di un secondo di quei preziosi sigari, ma il giovane non aveva ancora trovato il destro di esaurire il mandato impostogli dalla curiosità universale.
Finalmente gli parve d'aver trovato. Sulla scrivania dell'amico Dino stava, riccamente inquadrata, una fotografia della Duchessa.
Neri l'afferrò con una gran risata e sclamò energicamente:
— Come, ancor qui l'infida?
Dino gli tolse tranquillamente di mano la cornice e la rimise al suo posto. Non aveva schiuso labbro, ma s'era fatto pallido e sulla sua fronte si venivano addensando certe linee che avrebbero facilmente ammonita una persona di buon senso o un vero amico.
Ma Neri Speroni non voleva venir meno alla sua riputazione di stordito incorreggibile. Ci teneva caramente.
— Lo sai — continuò con un ghignetto confidenziale — che oggi la Duchessa va a fargli vedere lavilla Palmieri? Ceneranno, pare, lassù! Come mai hanno scordato d'invitarti?
Si fe' più intenso il pallore sulla faccia di Dino. Ma egli si frenò.
— La Duchessa — disse quietamente — è padrona d'invitare chi le pare e piace.
Speroni depose ilpanatelase fece un grande inchino.
— Corbezzoli! Vedo con piacere che sei molto filosofo. Del resto, tutto sommato, hai tutte le ragioni. Non sarebbe certo il caso di prendersela a cuore per una...
Si scansò rapidissimamente, troncando di botto la frase, afferrando por aria, a pochi centimetri dal suo volto, la mano di Dino, che stava per piombargli addosso, con tutte le caratteristiche d'uno schiaffo.
— Ohe!... ohe! — sclamò concitato...
Ma subito si decise a prendere la cosa in scherzo, da buon amico.
— Ohe, ripetè, sei matto... ti pare? Dicevo così per chiasso! Ma... ma... ma... abbiamo da vederne ancora... di queste!
La memoria gli aveva suscitato proprio in quel momento il ricordo di un duello di Dino col conte d'Estonaz, un savoiardo che si batteva molto bene, ma che se n'era tornato in Savoia con tre quarti di naso, invece di quello che aveva portato, aquilinoed intero, sul terreno del parco Stibber a Montughi.
Ci fu un momento di silenzio; poi Neri disse un: «andiamo... via!» così chiaramente propiziativo che Dino, alzate lievemente le spalle, tornò a sedere, pallidissimo sempre, ma calmo.
Prese la bottiglia e versò un secondo bicchierino di cognac all'amico Speroni.
— Una volta per tutte — disse con calma. — Non amo questi discorsi.
— Oh infatti... — s'affrettò a protestare Neri Speroni, figurati se volevo!... Dicevo, così per dire... del resto... Sei un bel tipo... tu. Questo cognac è divino, parola d'onore. Sai che abbiamo presto la compagnia Ciniselli al Politeama? Non mi pare che ci deva essere gran che in fatto di cavalli... Ma una ginnasta, mio caro... una ginnasta!
***
In capo a due settimane, Dino Follemare si recò a casa d'Accorsi per fare la sua visita di congedo. Andava in Inghilterra, alla ricerca di un cavallo e di un fantino per le corse del venturo maggio.
Trovò la Duchessa sola, nel salotto nero e rosso.
Essa fece le meraviglie.
— Come! partite davvero?
Convien dire ch'ella avesse già scordato il consigliodatogli. Ad ogni modo, nei suoi occhi, dietro un velo di mestizia, ardeva un piccolo fuoco di gioia.
— Ho provato a rimanere — disse Dino — ma non mi è possibile.
Un tremore era nella voce di lui, una simulazione di tremore oscillò nelle parole della Duchessa.
— Oh Dino... che dolore!
La minima espressione di sentimento assumeva, in quella donna, un valore estremo, irresistibile.
Più che mai, in quell'istante Dino credette al sacrificio della madre. Non aveva a sua disposizione le frasi che avrebbe potuto suggerirgli quel convincimento. Pure, nelle sue poche, interrotte parole, Ginevra avrebbe potuto trovare quell'ospite sì raro nelle umane espressioni, un sentimento vero ed assoluto. Ma Ginevra sapeva da tanto tempo ormai che quel giovane la amava. Ed ella non lo amava più e mentre metteva nell'addio la seduzione che sapeva infallibile, mentre nel cuore di lui si assodava il convincimento che l'amore di quella donna lo avrebbe accompagnato dovunque, che lo avrebbe accolto, festante, al suo ritorno, nel cuore di quella donna tumultuava sola e spietata la gioia di un pensiero:
— Finalmente! Ah! finalmente!
Mentre scendeva lo scalone a capo basso e con una leggera nebbiolina sugli occhi, Dino si accorse ad un tratto che doveva ritirarsi per cedere il passo a due persone che salivano e ch'egli conosceva. Siritrasse dunque e salutò profondamente. Erano due suore di Carità. Appartenevano ad un conventino del vicinato, poverissimo di mezzi propri e in gran parte sostenuto dalle pie liberalità d'un Comitato di signore, del quale Ginevra d'Accorsi era presidentessa. Più volte egli era andato a prenderla al Conventino.
Quando le due suore l'ebbero oltrepassato, egli si voltò per vederle ancora. Salivano con passo pari e misurato. Sul tappeto cremisi, che copriva i gradini, strisciavano i lembi delle stinte gonne azzurre. A seconda dei moti delle teste, tremolavano le falde penzolanti degli immensi cuffioni bianchi; i rosari battevano in cadenza, audibilmente, sui grembiali azzurri.
All'ultima mano di scale, Dino fece un altro incontro. Lentamente, sbuffando alquanto, il principe di Hetzengenfeld solo, senza il minimo aiutante di campo, si dirigeva al piano superiore. Veniva a far visita alla Duchessa.
Come aveva salutato le suore, così il marchese Dino di Follemare, traendosi in disparte, salutò colla voluta espressione di etichetta l'alto personaggio. Il Principe rispose con un saluto affabile e dignitoso. Una folla di pensieri passò turbinando nella testa del giovane, un misto di collera, d'odio, d'intimo trionfo. Attese ancora un istante, incosciente, immobile, sotto il peso dell'emozione indefinita che lo signoreggiava.
Poi scese.