X.
La duchessa d'Accorsi aveva dato il suo primo gran ballo della stagione subito dopo Natale e così splendidamente inaugurato il carnevale. Dino Follemare era tuttora in Inghilterra e il principe di Hetzengenfeld non accennava a partire. Era uno degli ospiti più assidui di casa d'Accorsi. Un fascino lo tratteneva evidentemente e nessuno discuteva questo fascino. Si era abituati ai miracoli della duchessa Ginevra.
Sui primi dell'anno ci fu, per occupare le buone lingue, un altro piccolo avvenimento, il matrimonio di Luciano Carisi. Delle nozze era stata consigliatrice ed auspice la duchessa d'Accorsi. Oh! ella aveva sempre protetto Luciano Carisi.
Da nove anni egli abitava a Firenze, in occasione d'un impieguccio conseguito. Era siciliano, piombato anzi dalla più lontana provincia del Mezzogiorno d'Italia.
Quando venne aveva vent'anni, era povero e poeta. Ma poeta davvero. La sua lira aveva dellecorde vergini, vibrate, stridenti di un'armonia genuina e selvaggia. Egli stesso somigliava alla sua lira, colla sua strana originalità d'aspetto e di modi, con un nonsochè di attonito, di eccitato nella bruna, nervosa faccetta dal tipo Arabo. Quando la Duchessa lo conobbe, per mero caso, indovinò in lui un avvenire e le piacque avviarlo e farlo conoscere in un mondo ove egli non avrebbe certo mai creduto di poter penetrare. Stentava la vita col prodotto dell'impiego e col suo lavoro letterario. Scriveva versi ardenti, saturi ancora dell'ispirazione locale del suo paese, delle calde passioni popolari. Una specie di brutalità grandiosa e sonora scaturiva, come una bolla irruente, dalla maschia originalità di uno stile primitivo, ma robusto. Scriveva anche in prosa articoli di polso, pieni di poesia, illustrando storicamente la sua Provincia. Ma poco ne ricavava. Era altiero e male avveduto.
Le sue sorti mutarono quando la Duchessa si assunse caritatevolmente l'incarico di dare un più pratico indirizzo all'ingegno di quello ch'ella chiamava ridendo «il Figlio delle Selve.» Dire che l'opera buona non suscitasse qualche maligno commento sarebbe troppo asserire! Audace del pari tornerebbe l'asseverare che i maligni avessero tutti i torti... Certo è che una influenza pesò, benefica in un senso, deleteria nell'altro, sul carattere e sull'avvenire di quel giovane. Egli acquistò rapidamente disinvoltura,garbo, uso di società; imparò ciò che piace ai più, seppe ciò che lo spirito deve lasciarsi dietro come un bagaglio inutile, per correre più spedito sulla via del successo. La penna selvaggia, dagli acri vigori, si fe' gradatamente più gentile, più discreta, accettò l'innesto dell'articolo corrente in fatto d'arte e di modernità. La fiera, squillante lira del montanaro mise una sordina alle sue corde più vibranti. Queste si fecero sottili, argentine, il loro suono acquistò il timbro equivoco di un elegante cinismo stuzzicante. Il poeta e la sua musa divennero mondani, attillati, si tinsero d'un'ibrida tinta traheinianaed'annunzianache entusiasmò specialmente le signore. Il Figlio delle Selve divenne inappuntabile nei modi, si fe' quasi un gentiluomo. Era l'ospite obbligato di tutte le feste, di tutte le partite, i suoi volumi erano dedicati a parecchie fra le signore dell'Olimpo fiorentino. Ebbe delle avventure, dei duelli. Viveva da signore, dacchè gli editori lo pagavano bene. Imparò a distinguere gli amici utili da quelli che non lo erano, ad evitare i colleghi a cui il successo non sorrideva, a comporre commedie gentili, incipriate, che si recitavano nei salotti con immenso plauso e ch'egli metteva stupendamente in scena. Dirigeva icotillonsartistici della Duchessa, dava alle signore dei preziosissimi lumi quando l'annunzio di un ballo in costume metteva sottosopra tutte le teste e le vanità femminili, insomma la Duchessa poteva esserfiera dell'opera sua. Aveva trovato un ingegno reale ma ineducato, lasciava un ingegno ammansato, civilizzato, assai più utilizzabile. Aveva realmente diritto alla gratitudine «del Figlio delle Selve.»
Ma volle compiere l'opera sua.
Il giovane non lavorava più come prima. Il lavoro suo era attualmente meglio retribuito, ma egli non si contentava più della semplicità parca del tempo in cui egli era rozzo e non conosceva la duchessa d'Accorsi. La vita del giovanotto elegante è cara, carucci anzichenò i successisicuridi un'operetta artistica, carissime poi le avventure, specialmente quando si tratta di persone per le quali deve essere naturalmente bandita ogni ignobile preoccupazione finanziaria. Egli s'era abituato ad un'esistenza signorile. Pur di continuarla seguì dolcemente, con mirabile abnegazione e libertà di spirito, i consigli della sua nobile protettrice. Chiese ed ottenne la mano di una giovane forestiera, sulla cui origine correvano voci poco favorevoli. Era bruttissima, ma assai ricca. E la Musa del poeta aveva d'uopo ormai ch'egli invocasse gli agi e le blandizie di una larga esistenza mondana.
La festa era stupenda quella sera in casa d'Accorsi e Luciano vi aveva condotta la sua fidanzata: una tedesca d'una bruttezza odiosa. Lo sposo era pallido, ma disinvolto. Molto del suo ingegno era diventato spirito ed egli ne faceva in quella sera un consumo straordinario.
Le sale erano stipate, ma tutto procedeva col mirabile ordine che aveva resi celebri i ricevimenti di casa d'Accorsi.
Il fiore della società fiorentina e forestiera sfilava per lunga fuga di sale illuminate con un eccesso di luce ch'era per sè sola una festa. Si ballava nell'immenso salone bianco e oro, laqueuesi formava all'uscio di destra, percorreva due sale processionalmente per giungere all'uscio parallelo a quello dond'era uscita e quivi sciogliersi nei meandri della danza, al suono dell'orchestrina celata nella galleria superiore in una nicchia di verdura. C'erano, quella sera, delletoilettessplendide, uno sfarzo insolito di gioielli; le signore, come le acconciature, erano fresche, non stancate ancora dai faticosi piaceri del carnevale. Una immensa prodigalità di fiori colmava gli angoli, i vani, quanto nello spazio era disponibile, senza ingombrare. E dovunque, nelle sale, nei salotti, nei gabinetti erano combinati recessi, nicchiette suggestive d'isolamenti, propri alle chiacchiere intime. Colà e in quei pressi, mentre la gioventù danzava sotto gli sguardi delle mamme e dei curiosi, si aggiravano coppie dall'andatura lenta, dai piccoli scoppi di risa represse, dai colloqui sommessi e sussurrati. Roberto, il quale errava senza ballare e coll'aria discretamente annoiata, sostò improvvisamente in uno di quei salotti.
Seduta su una delle tre poltrone circolarmente dispostedi unpâtè, stava la contessa Elisa. Parve a Roberto che dallo schienale della poltrona appoggiata a quella di lei emergesse qualcosa di nero, forse un braccio mascolino; ma di ciò egli non fece caso. Si accostò premurosamente, meravigliando di trovarla sola.
— E voi, come non ballate? — rispose ella — ciò è imperdonabile.
— Per carità, non mi tradisca. Sono sfuggito alla Duchessa, che voleva utilizzarmi presso una signorina forestiera. Sono sfuggito al supplizio cedendola ad un inglese di sua conoscenza. Mi lasci star qui un poco in santa pace.
Senza attender risposta, attirò a sè un morbidopouff, e sedette proprio dirimpetto alla Contessa.
— Ma davvero non ballate, Roberto?
— No, mi secca. E lei?
— Oh io... Ma la festa è magnifica, nevvero?
— Sì, splendida. Bisogna dire il vero. Tutto perfetto, riuscitissimo. È vero che la Duchessa fa le prove generali dei suoi balli, illumina le sale, dispone i domestici, i mobili, tutto insomma come dev'essere, due o tre sere prima?
— Dicono. Così è sicura del fatto suo, in ogni modo.
— Già... Per le feste e per tutto... nevvero?
L'intonazione dell'accento era alquanto monella.
Ma la contessa Elisa non incoraggiava le monellerie.Finse di non aver capito e fece ancora l'elogio del buon gusto e della speciale arte di ricevere nella quale decisamente la duchessa d'Accorsi non aveva rivali. Poi gli chiese dolcemente:
— Avete visto come è splendida stasera Marina Negroni?
— Ah! — rispose egli con indifferenza. — Infatti, un magnifico granatiere.
— Avrete ballato con lei... spero?...
— Naturalmente, come padroncina di casa. Ma non so mai cosa dirle. Ora balla una conversazione col Principe tedesco. A proposito, è vero quel che si dice, che la Duchessa voglia far di sua figlia una Principessa regnante? Sarebbe proprio il colmo, nevvero? Dopo...
— Roberto! — interruppe vivamente Elisa con accento di rimprovero.
Egli rise. — Ecco com'è lei... Non si può dir niente. Bene; sia per non detto. Una bellissima festa. Com'è carino qui!
Era veramente carino: in quel gabinetto, tutto in raso azzurro pallido a riflessi perlacei nella luce discreta delle lampade dai globi velati di garze e di trine. Ci doveva essere negli angoli, nelle giardiniere, un'immensa quantità di mammole. Non si vedevano, ma un odore penetrante impregnava tutta l'atmosfera. A sommo delpâtè, sul quale sedeva la Contessa, un altocamerusdiffondeva la pompa verdeggiantedei suoi flabelli. Una di quelle foglie lambiva quasi la delicata testina col suo piccolo chou di piume bianche, in mezzo a cui scintillava tremolante, sulla montatura a spirale, un limpidissimo brillante.
Ella era in bianco. Dietro, un lungo strascico di raso, davanti uno spumeggiare leggero di trine ricchissime, qua e là trattenute da grossi mazzi di piume bianche. Le trine salivano sino alla scollatura modesta, appena tracciata sulla bianchezza immacolata dell'epidermide. Il collo, d'una meravigliosa rotondità e di una freschezza quasi verginale, era cinto da una riviera di brillanti, non molto grossi, ma di una purissima acqua. Fra le mani ella teneva un piccolo mazzolino di giacinti rosa e un enorme ventaglio di madreperla coperto di piume bianche di struzzo. Forse non lo sapeva di essere così squisitamente attraente in quel momento, in quel luogo, colla dolcezza tenera del suo sguardo, al tutto accaparrata dall'attenzione ch'ella prestava a ciò che le andava dicendo quel suo figliuolo, che protestava d'annoiarsi.
Veramente, in quell'istante, non aveva per l'appunto l'aria di un uomo annoiato. La guardava, sorridendo con una bizzarra espressione, che le ricordò Boboli... quella loro famosa gita!
A un tratto le chiese: — Permettete?... — E s'impossessò della sua mano; voleva veder da vicino unbraccialetto di minutissimo lavoro orientale, che cingeva il fine polso di lei. S'indugiò, come se studiasse quell'aurea manifattura.
La sua testa era chinata e prossima al busto di lei. Da lontano, dalla sala da ballo, giungevano gli accordi giocondi, spensierati di un valzer di Marco Sala.
Roberto ebbe un'idea curiosa. Senza lasciar quella mano, chiese alla Contessa: — Dica la verità, non è un pochino in collera con me?
Ella sorrise, poi disse: — Sì. Perchè non siete più venuto a trovarmi?
— Perchè? perchè temevo di seccarla. Perchè io so che è tanto buona e che ella mi trova un... — Si arrestò un momento, poi proseguì: — Ebbene, ha torto! L'accerto che ha torto.
Ella non capiva bene il senso di quella inattesa sortita, non capiva neppure perchè un violento rossore imporporasse la fronte di lui, perchè nei suoi sguardi si accendesse una specie di collera e assieme a questa un'arcana specie di luccicore.
— Come mai potete dir ciò, Roberto. Vi accerto...
— No, lo so, non ha voluto farmi dispiacere. Ma non sono uno sciocco, sa... nè un fanciullo. E solo perchè... No, la lasci stare dov'è, la sua mano.
Ella scosse il capo. — Ma, Roberto...
— No, no, — proseguì concitato il giovane, — non quell'eterna indulgenza! Scommetto che, a momenti,uscirà a parlarmi della mamma e a dirmi che le ha scritto per darle nuove dei miei buoni diporti.
Elisa aveva una gran voglia di ridere, ma una irritazione, qualunque ne fosse la causa, era visibile in lui e un istinto tutto femminile le fece intuire ch'era meglio non contraddire quel fanciullo.
— Verrete domani a pranzo da me? — gli chiese dolcemente.
— Ha gente? — ribattè Roberto, raddolcendo a un tratto la voce e lo sguardo.
— No. Cioè.... potrei.
— Mi fa questo santo piacere di non invitar nessuno? Allora... sì. Ma badi, non voglio tradimenti.
— No — diss'ella, tentando ancora di ritirare la sua mano.
Roberto la tratteneva, ridendo, ed ella picchiava la mano di lui colla punta del grande ventaglio bianco, ridendo anch'ella d'un piccolo riso tra spensierato e nervoso.
A un tratto, alzando gli occhi, si accorsero che avevano vicina la padrona di casa.
Ginevra era vestita semplicemente quella sera, colla semplicità richiesta dalla sua qualità di padrona di casa.
Un velluto verde cupo cingeva, con audacissima scarsità di taglio, la forte persona, le ànche fortemente disegnate, il busto opulento, dalle arditissimecurve. Ella pareva ondulare, sirena, nella spoglia di un serpente.
— Ah! siete qui? — sclamò colla sua voce stridente. — Bravi! è questo il modo di far sciopero? A momenti finisce il valzer. Contessa, si ricordi che il Principe desidera di conoscerla. A proposito, avete visto Luciano Carisi?
Un lievissimo movimento si produsse nella poltrona dietro quella in cui sedeva la contessa Elisa, ma nessuno venne fuori da quel recesso avvolto in una penombra olezzante.
— No? — disse la Duchessa, vedendo che quei due movevano il capo ad un cenno di diniego. — Oh Dio... Dove si sarà cacciato? la signorina Helman lo va cercando. È moltochicnevvero quella signorina? Basta, bisogna che io scappi... Ilbuffeta momenti, cara Elisa... È un amore, stasera, splendida: badate, Rescuati, è una donna pericolosissima la Contessa; può far a meno di ognicoquetterie... Vi raccomando, invisceribus, se trovate Carisi, mandatemelo... Mi scusate, nevvero, se non mi trattengo?
Lanciò come una freccia l'ironia mordente di quella scusa e s'allontanò rapida, trascinandosi dietro il lungo strascico flessuoso.
Attraversò alcune sale e si fermò sulla soglia d'un salotto da giuoco, popolato soltanto di uomini. Socchiuse le palpebre per meglio acuire il formidabile sguardo e fece una rapida rivista.
— Dzworoff! — chiamò poscia con accento vibrato.
Il giovane buttò le carte sul tappetto verde e corse presso la signora.
— Volete rendervi utile? — gli chiese questa colla sua enigmatica precisione d'accento. Ma non attese risposta: — Andate nel salottino azzurro — proseguì; — c'è della gente che si diverte... Disturbateli; ciò vi divertirà.
Se ne andò senza voltarsi. Sapeva che Sacha avrebbe ubbidito.
Infatti, dopo un secondo d'esitazione, Sacha si diresse verso il salottino azzurro. Ma non potè giungervi subito. Il valzer era giunto alla fine in quel momento e le coppie accaldate si sparpagliavano per l'appartamento ingombrando gli sbocchi.
La contessa Elisa e Roberto erano rimasti immobili, dopo la rapida apparizione della Duchessa. Pareva ch'ella si fosse lasciato dietro un vago indefinibile sgomento, che Elisa tentò dissimulare dietro l'apparenza di una finta contrizione.
— Avete sentito, Roberto? turbiamo l'ordine della festa. Lasciatemi tornare in sala e voi rendetevi utile, mettetevi alla ricerca di Luciano Carisi.
— Grazie tante dell'incombenza. Come se ci tenessi a trovarlo, quel bel poeta colle sue arie tragiche. È un individuo che mi fa ribrezzo...
— Oh Roberto... che parolone!
— Ma sì, sì... — insistè il giovane, alzando la voce e dando sfogo ad un malumore che aveva forse tutt'altra causa. — Ha vista quella sua orribile sposa?... Un uomo che fa un matrimonio simile, nelle sue condizioni, è un uomo che si vende.
Non proseguì.
Un urto violento aveva scosso ilpâtè; qualcuno era comparso, ad un tratto, fra quei due, gettandosi contro Roberto.
Roberto si dibattè un istante sotto la cieca stretta di Luciano Carisi. Elisa esterrefatta emise un grido. Quasi nello stesso momento apparve all'uscio la pallida figura di Sacha Dzworoff in cerca del maligno piacere promessogli dalla Duchessa. Senza rendersi conto di ciò che succedeva, ebbe l'accortezza di far rapidamente ricadere dietro di sè l'ampia portiera di velluto, poi corse fra quei due.
— Signori, — gridò — siete in casa d'Accorsi!
Quei due si separarono. Con un colpo difensivo, bene assestato, Roberto aveva respinto l'aggressore. Si guardavano ora frementi, pallidi, consci della gravità dell'accaduto.
— In nome di Dio, — sclamò Sacha frettolosamente... — non è questo il luogo. Una signora... la Duchessa...
Luciano Carisi era livido.
— Chiunque, al mio posto, avrebbe fatto così... Sono stato insultato... atrocemente.
— E io sono stato aggredito da un...
— Per carità... — interruppe Sacha — non uno scandalo... vien gente.
Infatti, l'onda dei reduci dal valzer si faceva sentire sempre più vicina, stava per invadere il salotto.
Quei due compresero. Compresero lo spavento col quale si dibatteva la contessa Elisa.
— Allora, a domani! — disse Carisi con subita calma e rivolgendosi a Roberto.
— A domani! — rispose questi con fredda alterigia.
Sacha Dzworoff non esitò un secondo. Infilò il suo nel braccio di Carisi e lo trascinò via.
Nell'uscire, sollevò la portiera e s'incontrò con una coppia che si dirigeva in cerca di riposo verso il salottino azzurro. La signora, che conosceva Dzworoff, lo salutò, ed egli la trattenne un istante, proprio sulla soglia, con un piccolo fuoco di fila dei suoi frizzi più gustosi, per impedire il passo quanto più si poteva e lasciar tempo a quegli altri due di riaversi.
Ma l'espediente non poteva prolungarsi troppo, ed egli dovè lasciar libero il varco.
Condusse Carisi in un corridoio, dove in quel momento non c'era nessuno.
— E ora, cosa contate di fare? — gli chiese perentoriamente.
— Di battermi — rispose l'altro — e all'ultimo sangue. — Volete esser mio padrino?
— Perchè no? — disse Sacha ridendo. — Non ho mai potuto soffrire colui... Ma voi, perchè siete così accanito con lui?
— Perchè ha detto la verità — rispose gravemente il montanaro.
***
La contessa Elisa non aveva frattanto seguito l'abitudine del più delle signore in siffatte emergenze; non era svenuta, nè si era lasciata sopraffare da una crisi nervosa. Il suo mento soltanto aveva un leggero fremito, ch'ella dominava, mordendosi il labbro inferiore.
Guardava Roberto intensamente, ed egli tentava di esser disinvolto. Ma era invece turbatissimo.
Una coppia era penetrata nel salotto, ma i due che la componevano erano molto occupati di loro stessi. Non così la susseguente. Guido d'Aspano e la sua ballerina andarono incontro alla contessa Elisa e bisognò ch'ella scambiasse con loro qualche frase. In quel mentre capitò Neri Speroni.
— È aperto ilbuffet— disse gaiamente. E scomparve.
L'annunzio aveva prodotto un movimento generale verso l'altra parte dell'appartamento. Elisa e Roberto si trovarono soli.
Per un momento, una suprema angoscia sconvolse le fattezze di Elisa.
— Roberto... — sussurrò — Roberto...
Egli strinse contro il suo il braccio di lei. — Mi rincresce per lei... Ma chi avrebbe pensato che fosse là dietro quell'imbecille. E ormai, è fatta.
Tre giovanotti, al seguito di una brillantissima signora, passarono ridendo e motteggiando con lei. Uno dei giovani guardò Roberto e la Contessa, poi si chinò all'orecchio della signora:
— È curioso; che aria tragica hanno quei due!
Passarono. Elisa si chinò verso Roberto.
— Consigliatevi con Geri Serristano... Non mettete di mezzo Neri Speroni. Siate calmo, ve ne scongiuro... Per... per vostra madre!
— Non dubiti, Contessa. Voglio farle vedere che non sono ciò ch'ella mi ha creduto ier l'altro... poc'anzi; che non sono un ragazzo. E allora... forse...
Tacque. Erano nella sala delbuffet, splendidamente fornito e davanti al quale facevano sosta innumeri gruppi di convitati, fra i quali serpeggiava la Duchessa, col suo occhio di lince, accorta di tutti e di tutto. Uno spazio della sala era ingombro di tavolini, attorno ai quali sedevano le signore in attesa dei cavalieri che avrebbero conquistato per esse e per loro stessi il materiale della cena da farsi in comune, in un crocchio omogeneo. Il duca d'Accorsi si fe' presso ad Elisa.
— Contessa, desidera?...Consumé...Bordeaux?...
Ella stava per ricusare, quando le parve a un tratto di sentire che le venivano meno le forze sotto l'urto dell'interna emozione. Rispose affermativamente e mentre il padrone di casa si accostava al banco, ella disse a Roberto: — Lasciatemi ora. Laggiù c'è Serristano; andate a parlargli.
Il Duca tornava colconsumé, ch'ella accettò e sorbì col sentimento di dover essere forte ad ogni costo. E mentre tentava di rispondere alle laconiche osservazioni del Duca, seguiva collo sguardo quasi ipnotizzato Roberto, il quale aveva raggiunto Geri Serristano e attendeva per parlargli che avesse finito di servire la sua dama.
Quasi simultaneamente vide Sacha farsi presso alla Duchessa e bisbigliarle qualcosa all'orecchio. La Duchessa aveva fortemente aggrottate le ciglia.
Alla Contessa pareva ora di vivere come in uno stato d'allucinazione. La grande luce della sala, l'acciottolìo dei piatti, il tramestìo dei domestici, il brusìo delle voci, le risate, gli appelli alla cena, il gorgoglìo dei vini zampillanti nei bicchieri, tutto quel caleidoscopio ditoilettesfemminili, a cui s'alternava il nero o il rosso delle giubbe mascoline, parevano determinare in lei la sensazione di una vertigine.
S'allontanò, lasciando libero il suo tavolino, subito invaso da un crocchio giovanile... Alcuni dei suoi fedeli vennero ad incontrarla, ed ella si vide costrettaa farsi presente a sè stessa, mentre una intollerabile angoscia pareva volerle spezzare il cuore.
La Duchessa passò rapida, senza vederla, seguita da Sacha, che le parlava vivamente. Ella udì solo una parola di lei, concitata: — Non voglio... non voglio!
Roberto raggiunse un istante la Contessa.
— Ebbene! — disse questa, sforzandosi a sorridere.
— Ho parlato con Geri. Accetta. Propone Guido San Firmino.
— Ah! E giudica... crede?
— Che domani Carisi manderà i secondi. Passerò da lei domani.
— Sì. Intanto siate calmo, nevvero?
— Altro che! — diss'egli ridendo. — Ma lei non si inquieti. Non è nulla. Anzi, è una cosa da prendere in ischerzo.
— Sicuro! — diss'ella e tentò di ridere. Ma lo sforzo fu così visibile ch'ella dovette sedere su una poltroncina vicina per riaversi alquanto.
L'orchestra ricominciava a suonare. Una nuova coppia passò rasentandoli. Il Principe di Hetzengenfeld dava il braccio a Marina Negroni e le parlava sommessamente. Ella era in bianco, pallida, correttamente splendida. Ascoltava ad occhi bassi le parole del suo compagno. Alzò gli sguardi freddi e luminosi solo quando fu davanti a quei due. Li fissò un momento, ma non tradì nè con una parola, nè con unbatter di palpebra l'impressione ricevuta dall'aspetto dei loro volti. Rispose, in tedesco, con perfetta calma d'accento, ad una domanda testè fattale dal Principe.
Il ballo procedeva allegrissimo, sempre più animato e brillante. La Duchessa, come sempre, pareva infondere nei suoi convitati una febbre di vivacità e di brio. Solo verso le tre, qualcuno disse vagamente ch'era accaduto qualcosa tra Carisi e Rescuati.
Il segreto trapelava. Una indiscrezione, forse, qualche parola detta a voce non abbastanza sommessa.
Non si sapeva. Cosa? Perchè?... Non bisognava dire... Le signore non dovevano sapere.
— C'era di mezzo una signora... Chi? La contessa Serramonti.
— No... Impossibile! Lei! Come?... A cagione di cosa?... Ma per lei... proprio per lei?
Il sussurro si diffondeva e la curiosità s'era fatta cocente.
Ma la gioventù danzava e laflirtationalata non ristava. Roberto si era eclissato e Luciano Carisi stava facendo le sue scuse alla sua fidanzata per un malessere che lo obbligava a ritirarsi in casa. Sacha, a cui il medico proibiva di ballare e di fumare, si era fatto centro di un circolo di mamme ancor giovani, coll'incarico di impedir loro di richiamar le figliuole che danzavano e la celia era inesauribile in quel crocchio. La contessa Elisa attese sino all'ora in cui aveva ordinata la sua carrozza. Allora soltantoprese congedo, resistendo alle pressanti istanze della Duchessa. Quando questa si fu convinta che l'ospite voleva assolutamente partire, l'accompagnò sino alla anticamera assieme al Principe di Cannera, il quale doveva scortare Elisa sino alla carrozza. Mentre il vecchio gentiluomo si era allontanato per mettere il soprabito, Ginevra chinò rapidamente la sua bocca di serpente a livello dell'orecchio di Elisa.
— Coraggio! — le fischiò sommessamente. — Non tema di nulla.
Si ritrasse subito, con un sorriso amabile ed assestò meglio la pelliccia bianca al collo di Elisa. — Non pigli freddo, cara Contessa... Sono contenta che si divertano. Ora comincia ilcotillon... A rivederci presto, nevvero?
S'involò mentre l'orchestra preludiava ilcotillon, la danza che riesciva sempre così splendidamente in casa d'Accorsi. E affranta, pallida, colpita da un turbamento che ella non definiva e che pareva sconvolgere tutto quanto l'esser suo, Elisa scendeva le scale lentamente al braccio del Principe di Cannera, ascoltando gli elogi che il vecchio gentiluomo prodigava ai padroni di casa... Ma quella Duchessa poi... quella Duchessa... nevvero?
— Sì — disse quietamente Elisa.
Quando fu in carrozza, svenne. Ma solo per cinque minuti. Scese con passo fermo, dinanzi allamarquisedella sua palazzetta.