XI.
I balli finivano sempre tardissimo in casa d'Accorsi. Battevano le dieci a Santa Trinità quando l'ultimo gruppo di convitati, gli intimi, rimasti per la colazione finale, si congedarono dalla Duchessa, dal Duca e da donna Marina.
Il Duca s'avviò verso le scuderie e Ginevra rimase nell'appartamento ove una squadra di domestici spegneva i lumi e spalancava le finestre.
Il passo della padrona di casa, il suo portamento non tradivano stanchezza alcuna, mentre ella passava per le sale in disordine, coi mobili fuori di luogo, coi tappeti sparsi di mille traccie della recente invasione di ospiti. Nella sala da ballo era un vero campo di battaglia: un polverìo roteante turbinava, dorato dai raggi del sole che entrava dalle finestre. Il pavimento era ingombro di lembi d'abiti, di fiori pesti, di coccarde, di reliquie delcotillon. Sotto il divano, una bella ciocchetta di capelli biondi rotolava leggermente, mossa dal vento fresco che alitava da un vicino balcone.
Ginevra diede ancora qualche ordine colla sua voce imperiosa e temuta. Poi si avviò verso il suo appartamento privato. Ma prima di giungervi, alzando una portiera, si trovò faccia a faccia con sua figlia. Malgrado i suoi venticinque anni, la giovane non aveva impunemente perduta la notte. Il suo volto recava nella cruda luce mattutina le traccie di una grande stanchezza.
— Che fai qui? — chiese attonita la Duchessa. — Perchè non sei coricata? Sai pure che alle tre abbiamo il concerto in casa Roscas. Hai bisogno di riposarti.
— Mi riposerò. Volevo parlarti...
— Allora ti prego di spicciarti. Non son di ferro neppur io, per tua regola. A meno che non fosse per darmi una buona notizia. A proposito, mi pare che la cosa abbia progredito stanotte. Il Principe viene al concerto, nevvero?
— Verrà. Ma non si tratta di lui.
— Ah! Allora si tratta...
L'accento era perentorio. Marina ebbe un leggerissimo moto d'esitanza.
— Si tratta — disse poscia — di qualcosa che è accaduto stanotte e che riguarda Luciano Carisi e Roberto Rescuati.
La Duchessa ebbe un piccolo scoppio di risa.
— Ah! quei due ragazzi. I miei complimenti, Marina, per esser così presto al fatto della cosa. Ticredevo meglio occupata. Infatti, c'è stato un pettegolezzo.
— Che avrà conseguenze? — chiese Marina fissando sua madre.
In quel salotto stesso, poche ore prima, la Duchessa aveva avuto con Sacha Dzworoff un breve, concitato colloquio appunto sulle conseguenze del pettegolezzo. Il giovane russo aveva ricevuto delle precise istruzioni, che lo avevano alquanto meravigliato.
Ma la Duchessa alzò le spalle, sbadigliando lievemente.
— Chi può saperlo, mia cara Marina? Speriamo di no. E d'altronde, queste cose non si raccontano alle signorine. Ed ora ti consiglio ancora, fortemente, un po' di riposo. Stanotte eri splendida, ma stamane non sei a prova di luce. E poichè hai finalmente un buon gioco fra le mani, vedi di non gettarlo via come gli altri.
Si mosse per andare, ma la giovane la trattenne.
— Allora... — disse lentamente — non vuoi darmi altri ragguagli?
— Mia cara, sei decisamente curiosa. Non te ne do per la buona ragione che non ne ho io stessa. Oggi si saprà qualcosa. La tua amica intima, la contessa Serramonti, potrà forse essere più informata di me. Ma suppongo che non vorrai rivolgerti a lei. Davvero casco dal sonno. Buon giorno, mia cara.
Passò oltre e la sua lunga coda di velluto sparve ondulando per la fuga delle sale.
Marina rimase immobile per un istante, colle ciglia aggrottate, crudelmente perplessa. Strana, enigmatica, quella splendida figura di donna, così immobile, in abito da ballo, nella sala deserta e fredda, bianca d'invernale luce mattutina.
Si scosse con un piccolo brivido ed ebbe un energico cenno affermativo del capo, riassunto visibile di un rapido soliloquio.
Risalì nella sua stanza al terzo piano. Non chiamò la cameriera, si spogliò sola e si tuffò il volto ed il busto a più riprese in una vasca d'acqua fredda. Indossò poscia una corretta e scuratoiletteda mattino, una piccola giacchetta di panno grigio e si coprì il capo d'un cappellino nero, a cui sovrappose un velo. Poi scese una scaletta privata che metteva nella corte delle scuderie. Passò in una loggetta, ove sapeva che avrebbe trovata la figlia del portinaio. Benchè avesse vegliato tutta la notte, aggregata anch'essa al gruppo di cameriere che attendevano, in un salotto riservato, a riparare ai guasti avvertiti dalle signore nelle loro acconciature, la Gegia era tuttora alzata e narrava alla nonna gli splendori della notte trascorsa. Le accadeva qualche volta di accompagnare la signorina quando usciva la mattina per tempo. Non l'aspettava quel giorno e si meravigliò che non fosse andata a riposare; ma, senza muovere osservazioni, si approntò e fu ai comandi di donna Marina.
Uscirono assieme. Ma la Gegia arguì che la padroncina fosse più stanca di quanto pareva, perchè, svoltato il canto di piazza Curtatone a S. Lucia, ella fe' cenno a una vettura da piazza chiusa. Udì che, prima di salire, dava al fiaccheraio l'indirizzo di casa Serramonti.
Durante la corsa, Marina non aprì bocca. Giunte, ella scese sola e disse alla Gegia di aspettarla in carrozza. Al cameriere, che rispose alla sua energica scampanellata e che aveva l'aria alquanto incerta vedendola capitare sì per tempo, chiese se la Contesta era visibile. Vedendo ch'egli esitava, soggiunse:
— Ditele che sono io e per cose di premura.
Attese un istante immobile, pallida, sotto l'atrio di entrata. Aveva nelle ossa quel freddo speciale che si lascia dietro una nottata persa. Quando il cameriere tornò dicendole ossequiosamente che passasse pure, un'ondata di porpora salì sulla sua fronte e per un momento ella parve non aver capita bene la risposta. Ma subito tenne dietro al cameriere, che la precedeva.
La contessa Elisa le venne incontro. Era in veste da camera, unadouilettedi cachemire celeste. Doveva aver dormito poco. Aveva le labbra bianche, e un lividore sotto gli occhi li faceva parere quasi pesti e affaticati. Sulle guance non c'era vestigio di colore.
La Contessa dimostrava tutta la sua età, quella mattina, forse anche qualche anno di più.
Fece sedere la sua giovane amica, senza commentare la insolita venuta. Ma il suo sguardo aveva un'interrogazione angosciosa, che parve stranamente facilitare, per Marina, l'adempimento del suo proposito.
— Stanotte — disse con voce calma e con accento preciso — è successo in casa nostra un avvenimento... un diverbio.
— Ah! — interruppe Elisa — anche tu sai. E sai?...
Si arrestò. Ansimava alquanto.
— Non so. Vorrei sapere e per ciò sono venuta.
Un profondo disappunto si rivelò sull'alterata fisonomia della Contessa.
— Ah non sai?... E la Duchessa?
— La mamma non sa... o non vuol dire. Ma mi è parso... avevano detto... ch'ella fosse presente.
— Sì, infatti. Oh Marina che angoscia! Io parlavo con lui, e...
Si arrestò ancora, accorgendosi che stava per rivelare un secreto non suo.
— E...? — continuò Marina, curvandosi avidamente.
— E...? Carisi, che stava dietro a me, scattò fuori, e... accadde... non so bene. Per fortuna capitò Dzworoff e impedì una colluttazione al momento, ma...
— È inevitabile uno scontro — interruppe Marina.
Elisa chinò il capo, stringendo con un lieve moto convulso la mano della fanciulla.
Tacquero un istante, pallide, sotto l'oppressione di un pensiero che non dicevano.
— È il suo primo scontro? — chiese poscia Marina.
— Il primo.
— Chi sono i suoi secondi?
— Gli ho suggerito Serristano.
— Ha fatto bene. È un uomo di cuore e d'esperienza. E delle condizioni non si sa nulla?
— Ancora nulla. Aspetto. Ha promesso di scrivermi.
Diede un'occhiata piena d'angoscia alla piccola pendola inrocailledel caminetto. Segnava le undici.
— Ha ancora i suoi genitori? — chiese Marina.
— La madre! — rispose Elisa.
Di nuovo tacquero quelle due donne, assorte nella muta angoscia dell'attesa, senza che nè l'una, nè l'altra avvertissero quanto fosse strano, anormale il loro colloquio.
A un tratto la contessa Elisa balzò in piedi.
— È venuto qualcuno... ho sentito...
Infatti veniva il domestico. Recava un biglietto, del quale Elisa strappò vivamente la busta.
Lesse a voce alta e tremante:
«Cara Contessa,«Pare che tutto sia disposto per domani. Per me, Serristano e San Firmino. Se posso, verrò un momento a dirle le condizioni. Sto benissimo, e le bacio le mani.«Roberto.»
«Cara Contessa,
«Pare che tutto sia disposto per domani. Per me, Serristano e San Firmino. Se posso, verrò un momento a dirle le condizioni. Sto benissimo, e le bacio le mani.
«Roberto.»
— Ecco — disse Elisa — è deciso.
Era calma. Non l'aveva neppur detto a sè stessa che aveva sperato, follemente, una soluzione diversa.
Ancora le due donne tacquero. Poi si guardarono, tentando di sorridere l'una all'altra, senza saper perchè.
— Speriamo — disse poscia Marina, alzandosi con un subito ritorno al suo fare indifferente — che tutto vada bene.
— Speriamo — ripetè Elisa. — Vai di già...?
— Sì, devo andare. Abbiamo un concerto alle tre.
— Ah! sicuro... Sarà bellissimo. Ti divertirai.
Si avviarono lentamente verso l'uscio, scambiando, come per una subita, muta intesa, parole affatto estranee all'argomento di poc'anzi. Giunte all'uscio, si fermarono per un istante, con un nuovo indefinibile senso d'incertezza..., come se allora soltanto le colpisse l'ardua e pur già superata difficoltà di quel colloquio od un vago pentimento dell'emozione tradita.
Pure, all'ultimo momento, scambiarono un bacio, breve, caldo... quasi appassionato.
***
Nel rientrare, sullo scalone, ancora ingombro della splendida decorazione della notte, Marina s'imbattè con Sacha Dzworoff.
Il giovane scendeva sì frettolosamente, a capo chino, che Marina dovette scansarsi in fretta per non essere urtata.
— Oh! oh! mille scuse — sciamò Sacha — sono un vero stordito. Ma la credevo a letto e nel primo sonno. Invece è già in giro... fresca come una rosa.
In cuor suo pensava: Com'è smorta e sbattuta anche lei! Si scusò, adducendo gran premura.
Marina ebbe per un secondo l'idea di trattenerlo. Ma nol fece ed egli scese in fretta e furia l'ultima mano di scale.
Verso le due e mezzo, Marina era pronta per il concerto, e se l'avesse veduta Sacha in quel momento, non avrebbe formulata in cuor suo l'opinione di poc'anzi.
Si recò calmissima, al tutto padrona di sè, nel gabinetto di sua madre.
Anche la Duchessa era pronta e calzava i guanti.
Fece come al solito la rivista dell'acconciatura di sua figlia.
— Stavolta, cara Marina, sei all'altezza della situazione. Suggerisci assolutamente delle idee regali.
Una lievissima contrazione passò sul volto di Marina, ma ella non rispose.
— A proposito — disse la Duchessa improvvisamente, — com'è andata la tua visita alla contessa Serramonti? Ci hai trovato Roberto Rescuati?
— No, — disse Marina, con superba calma.
— No? Curiosa!... Ma hai avuti da lei i ragguagli che bramavi?
— Sì, alcuni.
— Davvero? Ma è impagabile quell'Elisa! E ti ha detto anche la causa del duello?
Era sì ironico l'accento della Duchessa che Marina pensò, con un lampo di terrore, all'esitazione di Elisa.
— No — disse poscia.
— Ah! — rispose la Duchessa.
Il suo sguardo scintillava una luce sì beffarda che di scatto, involontariamente, Marina chiese: — Perchè?
— Perchè — rispose la Duchessa — perchè non poteva dirtela la vera causa del duello. E tu, mi spiace il dirtelo, ma hai fatta una singolare figura, per una signorina per bene. Nella tua curiosità di avere dei ragguagli sul duello di Roberto Rescuati, non ti sei contentata dei miei, ma sei andata giustamente a chiederli a...
Esitò un secondo, il secondo indispensabile al più abile tiratore per colpire il punto centrale del bersaglio.
— Alla sua amante — finì poscia tranquillamente. — Vuoi che andiamo, Marina? Si fa tardetto.
***
Sì... stavolta aveva oscillato davvero la portiera e l'immagine attesa s'era disegnata nello specchio. Lui!
Elisa non si mosse. L'attesa di quelle ore aveva esaurite le sue forze.
— Ebbene? — chiese.
Egli sedette. Era un po' scolorito in volto, ma ilare, animato.
— Tutto accomodato — rispose. — Domattina alle sette, in un certo parco, sulla strada di Fiesole... da un amico di Serristano... Un bravo giovane, quel Serristano.
— Sì... diss'ella a voce bassa. — E le...
— Le condizioni, vuol dire?... Oh discrete. Cioè, adesso... Ma stamane al primo abboccamento dei secondi, grazie! La pistola e venti passi di distanza. Frenetico quel Carlisi! E quell'altro, il suo padrino, più arrabbiato di lui. Ma ora l'hanno capita. Anzi, Serristano e Firmino non si rendevano ragione di quella subita arrendevolezza di Dzworoff. Adesso è ragionevole; si è scelta la sciabola. Almeno, non sarà una cosa illegale, se ci resto.
Un brivido scosse tutto il corpo di Elisa.
— Roberto! — disse con accento sì profondo e sì angosciato ch'egli ne rimase colpito.
— Dicevo per scherzo... sa? Sono di quelle solite cose, che finiscono con un buondéjeuner, da Donney. Per conto mio, non ho nessuna voglia di far strage. D'altronde, un duello non sta mica male nella vita di un giovanotto. Bisognava pure che ci capitassi un giorno o l'altro. Certo, se avessi saputo ch'era vicino colui non me la sarei presa così calda per quel suo matrimonio. Non è mica antipatico quelgiovane. Come mai è andato a finire così? È vero ch'è stata la Duchessa?
— Sì, — disse Elisa, — queste sono le opere sue; così esercita il suo potere.
Una condanna quasi sacra vibrava nelle sue parole.
Ma subito tornò a Roberto colla calma apparente che ella si era imposta quale supremo dovere della contingenza.
— Allora... Serristano consiglia?
— Nulla pel momento. Ho fatto due ore di scherma e stasera tornerà il maestro a casa mia. Ah sì... dice di riposarmi.
— Benissimo consigliato. Siete stato a casa? avete dormito?
— No. Volevo, ma non mi è riuscito. Invece, ho...
Stava per dire: — Ho fatto testamento. — Ma sostituì: Ho assestato alcune cose. Ho scritto alla mamma.
— Ah! — esclamò Elisa, che si era fatta color di fiamma.
— Per un caso soltanto. Perchè altrimenti, è meglio che non sappia niente. Sa, colle sue idee... Vuol dire... che, alla peggio... la commissione toccherà a lei, cara Contessa.
Tolse di tasca una lettera sigillata e la porse ad Elisa.
— Vuole?...
Un sudore pungente si levava alla radice dei capellidi Elisa. Ma, con un sorriso, ella prese la lettera e la depose nel cassettino.
— Per accendere il fuoco domattina.
— Ben inteso. Ma se invece... dovesse... allora gliela porterebbe lei, nevvero?
Ella non rispose; chinò solo il capo.
Egli tacque un istante. Un'espressione grave, qualcosa d'indicibilmente triste ed affettuoso si dipinse nei suoi sguardi.
— Povera mamma! disse Roberto a voce bassa e come smarrita. — Se avessi saputo! In fondo, non sono stato quello che avrei dovuto essere per lei... Intendo ciò ch'ella avrebbe voluto ch'io fossi, colle sue idee. No, non è mica solo per... per la circostanza che dico così. L'ho pensato delle altre volte, specialmente da che conosco lei. Voglio dire... È difficile a spiegarsi, ma lei capisce, nevvero?
— Capisco... Credo di conoscervi meglio forse di quanto conosciate voi stesso. So di quanto sareste capace, solo volendolo. E di questi pensieri, di questo volere, bisogna ricordarsi poi, non è vero?
La sua voce aveva un accento di infinita tenerezza.
Egli l'ascoltava, sorridendo.
— Com'è buona, — le disse poscia colla sommissione d'un fanciullo affettuoso. — Sa che le voglio tanto bene?
— Anch'io, Roberto, vi voglio tanto bene.
La voce moriva, incolore, sulle sue labbra.
— Sì — diss'egli, balzando in piedi e con un atto quasi iroso, — mi vuol bene... lo so, come a un figlio!
Senza attendere, nè avere risposta, prese a passeggiare in su e in giù pel salotto. Parlava ora concitatamente del suo duello, di quanto aveva combinato con Serristano; questo, quest'altro colpo. Aveva frequentato la scuola di scherma; parlava colla sicurezza di un buono scolaro, col sangue freddo di chi è sicuro del fatto suo.
Ella ascoltava, pallida e in silenzio.
A un tratto, Roberto, cessò di parlare. Girellò ancora più volte pel salotto, toccando distrattamente libri e gingilli.
Poi con un piccolo brivido nervoso si fermò e disse come a malincuore: — Sono stanco!
— Lo credo. Non avrete dormito molto stanotte?
— Affatto. E l'altra notte e la notte avanti, avevo fatto tardi al Club.
Prese il suo cappello, per congedarsi. Ma invece s'indugiò irrequieto; poi sedette sur unachaise longue, che gli era vicina.
— Come si sta bene qui. Quasi, quasi...
Era realmente stanchissimo, in quell'istante, sotto l'influenza di un'improvvisa reazione di nervi. Lo aveva colto un subito, imperioso bisogno di riposo e di sonno.
Essa gli andò accanto.
— Volete riposare qui? — gli chiese.
Senz'attender risposta, abbassò alquanto un cuscino che giaceva sullo schienale; poi, con atto dolcemente autorevole, posò una mano sulla spalla di Roberto e gli disse:
— Riposate.
— Che, che! — replicò il giovane, tentando di reagire contro la tentazione dell'invito e la involontaria flessione delle membra. — Ma le pare?
Ma poi, come vinto, ubbidì e si allungò alquanto su quel letto improvvisato.
Elisa osservò che la guancia di Roberto era a un contatto disagevole col ricamo rilevato del cuscino. Con una rapida mossa, come avrebbe potuto fare una madre, passò il braccio dietro il capo di lui, lo sollevò alquanto, e stese rapidamente sul ricamo il suo fazzoletto di battizza.
Poi adagiò sul cuscino la testa di Roberto e gli chiese sommessamente:
— Va bene così?
Egli era già mezzo assopito. Riaperse le palpebre un istante per mandare alla Contessa uno sguardo affermativo, pieno di languido benessere, mentre la bocca aveva un sorriso vago, quasi infantile. Poi si addormentò.
Elisa stette immobile, ritta, accanto a lui, guardandolo.
Un grande silenzio regnava nel salotto. Si udiva da lungi l'eco affievolito dei pochi strepiti di via S. Gallo e il sordo ronzìo di un moscone, smarrito nei labirinti di seta e di trina, fra le doppie cortine applicate alla finestra.
Il respiro del dormente era sì lieve che la Contessa si chinò, per udirlo meglio, mentre un pensiero imperlava di sudore la sua fronte. Lentamente, inconsciamente, s'inginocchiò al suo fianco.
Così sentiva il suo respiro. Vedeva, tranquilla nel sonno, la poderosa forma dai nobili e fini contorni. Il volto era idealmente bello... le parve più bello del solito, con quel lieve pallore di stanchezza, colle labbra socchiuse sul lucido smalto dei denti, e appena ombreggiate all'alto da un disegno più che da una forma di bruni mustacchi. Attorno alle lunghe palpebre calate si allargava più diffusa l'ombreggiatura delicata, così suggestiva di confusi sensi di passione e di sentimento...
— Dio! — mormorò Elisa — com'è bello!...
Non l'aveva mai veduto così bello, non aveva mai compreso come in quell'istante la poesia ed il fascino di una giovane e maschia bellezza!
Pensò ciò che sarebbe quel volto improntato di un carattere tragico, in un sonno più greve, nel sonno che...
Balzò in piedi, con un senso folle di raccapriccio e per un istante il suo seno non ebbe respiro.
Scosse il capo, ridendo. Scacciò quell'impressione; poi, di nuovo, s'immerse nella contemplazione del dormente.
Sì, era bello... Una festa per gli occhi quel suo aspetto, un calore pel cuore la sua compagnia, la sua gioventù, la giovanile allegria del suo carattere, delle sue parole. Ah! Dio, era stato crudele per lei!... Non le aveva dato nessuno ch'ella potesse amare così, come Tecla amava suo figlio. Pure, anche per lei Roberto era un oggetto di inesprimibile affetto, ormai! Certo, ella soffriva ora come se egli fosse stato un figlio suo, in pericolo di morte.
Poichè era veramente in pericolo di morte, dopo tutto. Un momento, un colpo mal parato, una mossa abile di Carisi... Ah maledizione! Ma perchè, perchè?... E quegli sciagurati, Serristano e gli altri, che non avevano saputo impedire, che discutevano il modo di far ammazzare quel ragazzo... E tutto ciò... per una parola, un'inavvertenza! Ah non poteva... non doveva essere!
Ebbe un impulso frenetico di far qualcosa, qualunque cosa, per stornare il pericolo. Mille confuse suggestioni si urtarono nel cervello di quella donna. Scrivere a Serristano, avvertir la Questura, telegrafare a Tecla. Ma tosto, per una inevitabile reazione di buon senso, sentì quanto tutto ciò fosse impossibile.
Erano ancora i fantasmi della terribile notte insonneda lei passata, le insane idee che un istante arrecava e l'altro metteva in fuga. Sorrise con una beffarda ironia di sè stessa.
No, la legge mondana voleva così; il pregiudizio, la voce pubblica. Se non si batteva, Roberto sarebbe stato un vigliacco. E non lo era... no... non lo era! Andrebbe sul terreno e in modo degno di lui, del suo nome, dell'amore di... sua madre.
Con uno strano impulso di orgoglio, si chinò ancora su di lui, frenando un subito desiderio di accarezzare quella giovane fronte.
Certo, l'avrebbe protetto il sangue freddo che ella aveva sempre rilevato nel suo contegno, quella padronanza di sè stesso che gli era propria e che pareva tutto propiziargli, tutto semplificare attorno a lui. Quella calma gaja dell'esistenza ch'egli pareva quasi comunicare anche a lei, mettendo come un riposo, un ambiente più aerato nella gravità complicata dei suoi pensieri e delle sue abitudini. Ah com'era mutata, in realtà, la sua vita, dacchè Roberto aveva cominciato a frequentar casa sua! Che raggio di sole, di gioventù aveva portato con sè! Qualcosa di così nuovo, di sì fresco... si dolce...
S'arrestò ad un tratto, nella mente di quella donna, l'irruenza di quei pensieri. Le parve notare che Roberto non dormisse più quietamente, come poc'anzi.
Così era. Il giovane si moveva di frequente: come se stesse a disagio. Lievi contrazioni agitavano isuoi muscoli e non andò guari che le sue fattezze assunsero un'espressione angosciata. Evidentemente, lottava con un incubo.
Forse per l'inconscio sforzo d'una reazione, si destò ad un tratto. Balzò a sedere, aprendo due occhi sgomentati. Lo sguardo errò torbido, incerto per la sala, per fissarsi poscia, coll'espressione di chi trova uno scampo, sulla contessa Elisa.
Colle mani calde, tremanti, afferrò quelle di lei.
— Oh! son qui... È lei... Domani, nevvero?... domani?
Ella non parve avvertire la confusa angoscia di quella frase. Gli disse solo dolcemente:
— Siete qui, Roberto, da me, con me...
Egli era al tutto desto ormai, e aveva raccapezzate le sue idee. Diede in un piccolo scoppio di riso.
— Oh, curiosa! Niente, sa? Un sogno, una sciocchezza...
Elisa aveva in quel frattempo liberata una delle sue mani dalle strette di Roberto, e tolto dal cuscino il fazzoletto, lo andava passando dolcemente sulla fronte del giovane, bagnata di qualche stilla di sudore. E l'amorosa voce, tremante, sussurrava quiete, ilari parole di conforto e di rimprovero. Certamente, aveva sognato. Bella cosa, turbarsi così per un nonnulla!...
Egli ebbe ancora un piccolo brivido, subito vinto. Era stato terribile quel nonnulla. Ma era passato. Egli era lì, ora... con lei.
Senza lasciare la destra d'Elisa, afferrò l'altra mano di lei, quella che teneva il fazzoletto, e di nuovo le strinse entrambe nelle sue. Poi sollevò il volto ed i loro sguardi s'incontrarono da presso. Ella, pallidissima, solo intenta a velare l'intima angoscia di quegli istanti, lasciava che l'animo suo parlasse dentro i suoi occhi, pieni di immensa tenerezza. Ed in quelli di lui era una ineffabile espressione di gratitudine e di fiducia, insieme ad una indecisa, patetica forma di appello...
Lentamente, come sopraffatto dall'intensità delle lotte segrete ch'egli aveva sino a quell'istante saputo dissimulare, Roberto chiuse gli occhi, e, a guisa di uno stanco fanciullo, posò il capo sul petto della Contessa. Lo sguardo di quella donna ebbe lo smarrimento vago di un'estasi. Ella non si risentì nè si ritrasse. Tacque. Ma, sotto il morbido rialzo del seno, i violenti battiti del suo cuore giungevano all'orecchio di Roberto.
— Ah!... — mormorò questi, quasi inconsciamente, — morire... non sarebbe niente. Ma così... nevvero?...
— Così... — sussurrò Elisa, come un'eco lievissima, involontaria.
Ci fu una lunga pausa, di quella pace, di quel silenzio. Niente altro.
Lentamente, come lo aveva chinato, Roberto rialzò il capo. La stretta delle mani si sciolse. Egli si alzò e si allontanò. Elisa non lo trattenne.
Roberto si recò alla finestra, e, sollevate le cortine, guardò a lungo nel giardino. Dal caminetto, dalla pendolina rococò, che tante gaie ore di colloquii aveva noverate colla sua voce argentina, venne ora l'accento dell'ora tarda, quasi serale, che doveva separare quei due.
Egli tornò indietro e prese il cappello.
— Le cinque, nevvero? Come sono venute presto! Serristano mi aspetterà a casa.
— Certo, — disse lei — e vi sgriderà, perchè non avete seguito il suo consiglio.
S'arrestò... Sentiva di non potersi più fidare del suono della propria voce. Ed era sì pallida ormai, durava a reggersi in piedi una fatica così evidente che Roberto ebbe la subita intuizione di ciò che quella donna soffriva per lui. Un lampo di fiero, beato orgoglio passò nei suoi occhi, ma nel suo cuore destossi in pari tempo una nobile e generosa pietà.
— Ha ragione — disse dolcemente. — E Serristano pure. Vado a casa a riposarmi davvero. Ma, anche lei, deve promettermi d'esser buona. Non voglio che si senta male... sa?
Una bizzarra metamorfosi della situazione pareva aver subitamente invertite le circostanze. Era il giovane ora che, colle parole e cogli sguardi, infondeva in lei il coraggio e la calma, ella che subiva l'impero del sangue freddo di lui.
— Dunque — insistè Roberto — sarà buona?
Elisa chinò il capo, docilmente.
— A rivederci — diss'egli in tuono lieto.
— A rivederci.
Simultaneamente, diedero un rapido sguardo circolare attorno a loro, sulle pareti, alle cose del salotto.
Egli proseguì: — Saprà subito, naturalmente, domani. Vedrà che tutto avrà un lieto fine. Verrò subito a vederla.
— Certo... l'aspetto.
Egli prese la mano di lei e curvandosi la baciò. Era l'atto solito e cortese in cui egli sapeva mettere tanta grazia di omaggio. Senonchè stavolta in esso parve riassumersi l'appassionata riverenza, tutto l'ardore di gratitudine e di adorazione che irrompevano in quell'istante nel cuore del giovane. Ella comprese il significato di quel bacio. E quella mano, così baciata, scese poscia lenta con un gesto di sublime benedizione, sulla testa chinata di Roberto.
— Andate, Roberto — disse Elisa quietamente.
Egli non rispose. Alzò il capo, la guardò, le sorrise, ed uscì.
················
Ghita, la cameriera della contessa Elisa, entrando la mattina susseguente alle otto nella camera della sua signora la trovò già alzata. Lo era da parecchie ore. Stava allo scrittoio, ma non scriveva, nè si occupava altrimenti. Aspettava, soltanto.
Roberto le aveva detto: «alle sette.» Dunque, qualcosa doveva già essere accaduto.
Ma solo verso le otto e tre quarti le fu recato un biglietto scarabocchiato a lapis e pressochè illeggibile. Pure, ella lesse:
«Benissimo tutto, scalfittura per ridere. Verrò più tardi.«Roberto.»
«Benissimo tutto, scalfittura per ridere. Verrò più tardi.
«Roberto.»
Al primo momento Elisa non avvertì di provar nulla; nè gioia, nè altro. Una ridda di confuse sensazioni sbalestrò lo spirito di quella donna nelle regioni di un cieco indefinito... Poi, d'improvviso, e sotto l'impressione di qualcosa che somigliava ad uno spasimo nervoso, strinse forte le mani sul petto anelante. E allora soltanto, quasi costretta da quell'atto inconsulto, si sprigionò l'esplosione di una gioia folle, ebbra! Un senso di trasporto inenarrabile si tradusse con un sol grido, con una sola parola:
— Roberto!
D'un balzo, Elisa fu allo scrittoio, ne strappò la lettera destinata a Tecla.
Con un breve, rauco scoppio di risa la gettò nel caminetto, sulla brace incandescente. La lettera si contorse dapprima senza ardere, con degli scatti di vipera ferita a morte. Poi si avvolse d'un denso fumo bianchiccio, poi, con un subito lampeggiar di fiamma, si accese. Oh! lo splendore di quella vampa, di quellelingue di fuoco che mordevano la carta, che cancellavano quelle parole...
E allora bruscamente, improvvisamente del pari, qualcosa, un'altra luce, un'altra fiamma, divampò nel pensiero di Elisa. Qualcosa ch'era nella sua gioia, oltre la sua gioia, che rivelava al suo pensiero tutto un fatale mistero di sè stessa, che spiegava tutte le complicazioni dell'agonia ch'ella aveva vissuta nelle ore scorse. Nella mente, nell'animo si fecero strada una certezza, un istinto irrecusabili. Ella si dibattè un istante contro lo sgomento supremo di quella rivelazione, si rifiutò al terrore di quel vero, spietato, incalzante! Ma solo un istante. Comprese a un tratto, brutalmente, che ella amava Roberto, ecomelo amava.
— Ah! — gridò — misera me!...
***
Verso le cinque di quello stesso giorno, invece di Roberto si fece annunziare dalla contessa Elisa il marchese Geri di Serristano. Elisa ebbe un secondo di terrore. Che c'era di nuovo? Perchè lui, anzichè Rescuati?
Serristano la rassicurò. Roberto era in realtà lievemente ferito ad un braccio. Pel sorvenire di un piccolo accenno di infiammazione e solo per misura precauzionale, il dottore aveva ordinato qualche giorno di letto.
Strano a dirsi; la Contessa provò quasi un senso di sollievo, udendo che non avrebbe avuta occasione di veder subito Roberto. Il cuore ha talvolta di questi bizzarri controsensi; li ha più spesso che non si creda.
Elisa ascoltò con attenzione il particolareggiato racconto del duello. La vertenza era stata esaurita secondo le regole della più stretta cavalleria. Erano state bene interpretate le consuetudini e rigorosamente osservate; i due giovani s'erano condotti benissimo. Non era stato un duello facile; l'irritazione visibile di Carisi e la sua valentia di schermidore napoletano (era allievo di Parise) lo rendevano formidabile per l'inesperienza del giovane Rescuati. Ma questi aveva a suo pro un mirabile sangue freddo, e si era felicemente giovato delle sue cognizioni tecniche, rendendo all'avversario, pel colpo d'avambraccio ricevuto, un buon colpo di bandoliera.
— Ma non grave... speriamo — disse vivacemente la Contessa.
— Oh no! per fortuna. Un mesetto di cura e basta. E non è per cagion sua se non si è buscato di peggio. Si sarebbe detto che ci teneva a farsi accoppare... Forse ci teneva, per l'appunto.
— Povero giovane! — mormorò Elisa.
— Le prime trattative — continuò Serristano — dimostravano in lui l'intenzione che il duello avesse luogo in condizioni assai più gravi. E se le cose avevanopotuto assumere un'indole più mite, non era difficile attribuirle all'intervento di una volontà benefica e... femminile.
— Ah! — sclamò Elisa — la duchessa d'Accorsi!
Subito si morse le labbra e una confusione penosa si fece palese sul suo volto.
— Cioè, — mormorò — non voglio dire... è una mia supposizione...
— No, — disse Serristano, sorridendo — è per molti, come per lei, un convincimento, che non manca di una base plausibile... Si può sbarazzarsi con spirito di un passato che non ha più ragione d'essere, e in pari tempo adoperarsi perchè di questo passato non rimanga il corollario di una tragedia. Ora, la curiosità pubblica sarà eccitata dalla probabilità della rottura delle nozze di Carisi.
— Ah! ella crede?...
— Lo desidero per Carisi. Il conte Rescuati ha espresso, nella frase sfuggitagli, l'opinione che sta in fondo a tutte le coscienze oneste. E la duchessa d'Accorsi assume facilmente delle gravi responsabilità.
Elisa tacque un istante. Poi disse, come se parlasse a sè stessa, anzichè a Serristano:
— L'amore è sempre una responsabilità.
L'accento di Elisa era sì grave, ella pareva sì profondamente assorta nel senso di quelle parole cheSerristano la guardò meravigliato. Ella, che non soleva mai parlare di queste cose.
— Certo... — ripetè Elisa come un'eco, — se ama davvero.
Ancora, nella sua voce sommessa, vibrava la peculiare, inesplicabile coloritura dell'accento.
Serristano pensò un istante: — Cosa c'è in quella voce? Una curiosità o un segreto?
Dopo un momento, s'alzò per congedarsi.
— La contessa Rescuati — gli disse Elisa — non è ancora stata informata dell'accaduto. Il suo delicato stato di salute e la cognizione di alcune sue opinioni personali sul duello ci hanno dissuasi dal recarle sì grave scossa. Ma io credo di poter esprimere in suo nome il sentimento d'altissima gratitudine che ella, edotta del fatto, proverebbe per chi, come lei, ha, in così grave circostanza, sì amorevolmente assistito suo figlio.
Serristano si chinò commosso: — Non ho fatto che il mio dovere. So di dovere a lei, Contessa, l'onore di essere stato scelto a padrino del conte Rescuati, e di cuore ne la ringrazio, poichè il suo consiglio mi ha procurato la compiacenza d'essere utile ad un giovane tanto simpatico e che ha saputo condursi tanto bene in questa prima e difficile prova.
Essa chinò il capo, assentendo. E sul suo volto si diffuse una subita misteriosa bellezza, un non so chedi ideale, che parve trasfigurarla. Non pensava a sè in quel momento, pensava solamente a Roberto.
Ancora Serristano chiese a sè stesso: — Ma cos'ha quella donna?
Questo aveva soltanto: l'amore!
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Fu per tutta Firenze un grande avvenimento questo del duello fra Rescuati e Carisi, e ne accrebbe non poco la simpatia di cui già godeva il primo. Da qualche tempo in qua, il poeta montanaro aveva spiegato un carattere nuovo e sgradito, un fare beffardo, diverso dall'antica spigliatezza, che gli aveva conciliata dapprima tanta benevolenza. Lo spirito suo s'era mutato in critico e mordace, e bisognava stare attenti, quando si parlava con lui, per non farsi canzonare. E il suo progettato matrimonio, benchè non unico esempio di transazioni poco consentanee ad un vero sentimento di dignità e d'indipendenza personale, benchè alcuni trovassero, in qualche basso fondo delle proprie segrete aspirazioni, un sospiro d'invidia pei vantaggi materiali di esso, non era certo tale da conciliare a Carisi l'aperto plauso dei più. Che fosse opera della Duchessa, ciò non meravigliava guari. Anzi... era consono al suo carattere. Anche dopo aver spezzati i vecchi trastulli, ella si divertiva talvolta a serbare una certa tal quale giurisdizione sui rottami e a disporne a suo grado. Era anzi una dellesue speciali prerogative, e convien dire ch'ella avesse una straordinaria e prestigiosa abilità per coonestare la sistemazione di oggi coll'accaduto di ieri, poichè le cose finivano sempre coll'accomodarsi in un modo ovvio, ragionevole, vantaggioso insomma; quasi onorevole. Ed era tanto tempo che le cose camminavano così per quella privilegiata fra tutte le donne!
Il torto marcio l'aveva avuto lui, Carisi, con quella sua improntitudine di saltar fuori, così a sproposito, dal suo nascondiglio!... C'era; poteva starci quieto sino alla fine, invece di disturbare la gente a quel modo. Lo doveva pur sapere cosa pensavano di lui e del suo matrimonio! Ed era imperdonabile di esser rimasto senza appalesarsi, celato in quel terzo dipâtètraditore, testimonio indiscreto di un colloquio, (oh... la Duchessa aveva detto delle cose tanto carine, a questo proposito!) un colloquio che pareva assai bene avviato... E quella scenata in casa della Duchessa e quell'accanimento così sragionevole!... Mentre invece Rescuati era stato addirittura splendido. I padrini suoi e di Carisi n'erano rimasti incantati: Carisi stesso aveva resa giustizia all'inappuntabile contegno del suo avversario. Insomma, era un coro di lodi e un trasporto generale di simpatia e Roberto aveva toccati tutti gli onori della giornata.
Speroni era, s'intende, a capo degli entusiasti. Già, l'aveva consigliato lui, benchè in forma non ufficiale.In realtà l'aveva seccato a morte coi suoi frivoli consigli, ma, ora che le cose erano andate bene, s'intende che il merito era suo. Infatti fu lui a proporre una piccola unione e sottoscrizione di amici per festeggiare il battesimo d'armi di quel caro Bertino, con un punch d'onore da Giacosa.
La peregrina idea fu accolta con plauso, e riescì una cosa piacevolissima... per gli amici. Ma non da Giacosa ebbe luogo la geniale e chiassosa riunione, bensì nel piccolo appartamento occupato da Roberto in via dei Serragli. L'eroe della festa non poteva uscir di casa. La sua ferita, benchè già chiusa, s'era fatta rossa assai, e un gonfiore s'andava levando attorno alla cicatrice. Il braccio era dolente e doveva esser recato ad armacollo. Il medico volle che Roberto rimanesse a letto, poichè s'era dichiarata un po' di febbre. Nel salotto attiguo alla camera da letto, e accanto all'immensobolfiammeggiante, Speroni si investiva della sua duplice parte di iniziatore della festa e di rappresentante del festeggiato. Era un chiasso indiavolato, e Roberto avrebbe volentieri mandati al diavolo quegli allegri compagni, immemori del mal di capo che gli martellava le tempie. Non gli parve vero quando se ne andarono, rinnovando strette di mano, proteste d'ammirazione d'amicizia. E il male è che promettevano di tornare, alla spicciolata, per tener compagnia a quel simpaticone di Roberto. Ma il buon volere della gaia brigatasi urtò l'indomani nel veto assoluto del medico, che esigeva pel malato la calma e la solitudine. S'era dichiarato un flemmone al braccio ferito.
La sera stessa del giorno in cui aveva avuta da Serristano la relazione del duello di Roberto, la contessa Elisa aveva mandato il suo vecchio Andrea a prender notizie del conte Rescuati. E così di seguito sera e mattina, per parecchi giorni, sino a che le giunse il referto di questo flemmone... Quel nome le fece un senso bizzarro di terrore. Si ricordò di un domestico di suo padre, che, in seguito appunto ad un flemmone, era stato gravemente malato. E una grave lotta cominciò nel suo cuore, già tanto travagliato.
La luce improvvisa che s'era fatta nell'animo suo l'aveva profondamente sconvolta. Ella si dibatteva in un mare di terrori e d'angoscie, dalle quali la sollevava solo a volte ed artificialmente l'illusione di essersi ingannata, o la determinazione presa con una specie di energia disperata di annientare coll'opera, col fatto, colla propria azione sull'animo suo l'effetto di quella funesta rivelazione... No... non sarebbe... perchè non doveva, non poteva essere! Ella vincerebbe prontamente quella inesplicabile, quella fatale debolezza, che l'aveva colta a tradimento! A volte un rossore profondo saliva alle sue gote, un'indignazione contro sè stessa le mordeva il cuore nel rimorso della sua imprudenza, nella coscienza della sua fiacchezza, nella derisione di ciò ch'ella avevacreduta la sua invulnerabilità! Sì, ella aveva passata una quasi intera esistenza scevra di passioni, di pericoli, nella calma austera d'un ambiente esclusivamente intellettuale, nello sprezzo tacito ed intimo di tutto ciò che si attiene al disordine, all'eccesso dei sentimenti, alla sregolatezza delle passioni, per giungere poi ora, in ritardo, tanto fuor di luogo, fuor di tempo... a soffrire così... in quel modo sì inatteso, sì terribile e, dopo tutto, sì inutile!
Poichè a lei il sacrificio soltanto parve l'ultima parola di quella sciagurata scoperta. Non pensò ad altro...
Iddio fa un dono immenso ad una donna quando le dà, per angioli custodi, il criterio ed il buon senso. Ma, quando la fatalità, l'imprudenza, ovvero la purezza stessa di questa donna, l'hanno esposta ad un pericolo ch'ella non ha saputo prevedere e ch'è più forte di lei, allora... oh, allora gli angioli custodi diventano due carnefici e i più spietati, che vendetta divina possa aver mai messi a fianco d'una umana esistenza. Con questi carnefici ella era dunque alle prese, quando una lettera di Tecla venne a vieppiù turbare l'animo suo.
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La contessa Rescuati aveva avuto da suo figlio una lettera, in cui egli le diceva succintamente dell'accaduto e del suo malessere attuale.
Malgrado le assicurazioni fattele da Roberto, ella era in grave pensiero per lui. Sarebbe venuta immediatamente a Firenze, ma l'infermità di cui soffriva ella stessa s'era siffattamente inacerbita in quel tempo che i medici non le permettevano di lasciare il letto. Supplicava Elisa di recarsi presso suo figlio, e di renderle esatto conto dello stato di Roberto. Se no... ella riterrebbe il silenzio di lei quale una tacita conferma dei suoi terrori, e partirebbe... a qualunque costo.
La contessa Elisa aveva contezza precisa della malattia nervosa, che complicata da gravi affezioni reumatiche, aveva fatto della contessa Rescuati una povera invalida. Ravvisò nella lettera un'agitazione che Roberto non aveva certamente creduto di eccitare a tal grado, e pensò che, oltre ai rischi del viaggio per Tecla stessa, la visita di una donna sì evidentemente turbata d'animo non avrebbe certo giovato alla calma richiesta dallo stato di Roberto. Si ricordò che aveva promesso a Tecla di far le sue veci presso il figliuolo. Imprudente... ah, quanto imprudente... ma pur sacra, quella promessa!
Passò un'ora, sola, in camera sua, in intima communione con sè stessa, di fronte all'esatta idea di ciò che doveva essere la sua linea di condotta. Alle più virili facoltà dell'animo suo chiese consiglio. L'ora susseguente la trovò calma e risoluta nella sua determinazione.
Si vestì, e fece attaccare il suocoupé. Passò all'Ufficio telegrafico e vi lasciò un telegramma per Tecla, così concepito: