XV.

XV.

Venne la risposta:

«Carissimo Roberto,«È impossibile... Vi amo, sì, ma come una madre. Non posso prendere la vostra vita. Avete diritto a un'altra, ad una più razionale felicità. Questo, anche a vostra insaputa, sarebbe un sacrificio. Non posso accettarlo. Rimango ciò che ero, la vostra migliore amica. Dirvi ciò che provo in questo momento non mi sarebbe possibile. Ma immaginatelo, se lo potete, per non serbarmi rancore. Iddio vi benedica e vi ripaghi ciò che mi hanno dato il vostro affetto, la vostra fiducia, la vostra offerta! Da questa prova uscite forte, temprato ai dolori della vita. Più tardi, quando un amore più normale parlerà al vostro cuore, e vi guiderà verso una fanciulla degna di voi e che possa darvi la felicità nel modo in cui non è concesso a me di farlo; parlate di me a quella fanciulla, conducetemela, perchè io la baci in fronte e la benedica.Allora, Roberto, sarete contento, e io pure. Ora soffrite forse... e anch'io... sapete, soffro anch'io. Ma ho fatto così per il meglio, e perchè è impossibile, nevvero, è impossibile che sia altrimenti?... Andate da vostra madre, ditele che non ho fallito alla mia missione, che più di questo nè Dio, nè lei potevano chiedermi... E voi, Roberto, ancora, perdonatemi e siate felice.«Elisa.»

«Carissimo Roberto,

«È impossibile... Vi amo, sì, ma come una madre. Non posso prendere la vostra vita. Avete diritto a un'altra, ad una più razionale felicità. Questo, anche a vostra insaputa, sarebbe un sacrificio. Non posso accettarlo. Rimango ciò che ero, la vostra migliore amica. Dirvi ciò che provo in questo momento non mi sarebbe possibile. Ma immaginatelo, se lo potete, per non serbarmi rancore. Iddio vi benedica e vi ripaghi ciò che mi hanno dato il vostro affetto, la vostra fiducia, la vostra offerta! Da questa prova uscite forte, temprato ai dolori della vita. Più tardi, quando un amore più normale parlerà al vostro cuore, e vi guiderà verso una fanciulla degna di voi e che possa darvi la felicità nel modo in cui non è concesso a me di farlo; parlate di me a quella fanciulla, conducetemela, perchè io la baci in fronte e la benedica.Allora, Roberto, sarete contento, e io pure. Ora soffrite forse... e anch'io... sapete, soffro anch'io. Ma ho fatto così per il meglio, e perchè è impossibile, nevvero, è impossibile che sia altrimenti?... Andate da vostra madre, ditele che non ho fallito alla mia missione, che più di questo nè Dio, nè lei potevano chiedermi... E voi, Roberto, ancora, perdonatemi e siate felice.

«Elisa.»

Questo fu tutto ciò che quella donna, (ch'era pure una donna d'ingegno), seppe trovare nella sua testa per scrivere a Roberto, per dirgli che non voleva esser sua. Così riescì quella povera cosa, urtata, fredda, contradditoria nella stessa sua intima disperazione. Forse saputa leggere, intuiva. Ma saper leggere una lettera tutta intera, colle parole scritte e colle altre, non è dato a tutti... È un'arte che s'impara tardi, quando si è già pagato lo scotto di parecchie altre ignoranze. E Roberto non aveva ancora aperta quella partita odiosa col destino, e lesse quella lettera, com'era scritta, soltanto. Provò due ferite: una, acuta di cuore; l'altra, acutissima, di amor proprio.

— Ah! — stridette fra i denti. — Sono sempre stato un ragazzo per lei!

***

Ella non lasciò le Celle. Fu malata per una quindicina di giorni. Li passò quasi sempre sola nella sua stanzetta claustrale. Dall'unica finestra godeva di una grande latitudine di libero orizzonte. Attorno alla finestra si diramava, salito all'alto dal terreno, un cespo di gelsomini in fiore. Quando c'era il vento (e soffiava di frequente lassù) era una danza sfrenata nei rami arcuati. Questa era la sua distrazione. Ne aveva un'altra, la posta, che lassù capitava una sola volta al giorno. Nei primi giorni specialmente, l'arrivo della posta aveva il privilegio di scuoterla da quella specie di assoluta noncuranza di tutto che pareva invaderla ed assopirla. Si alzava sul letto, o dalla poltrona, e, fra le sue mani smagrite, i giornali e le lettere scorrevano più volte, in fretta. Poi, rifattasi pallida e quieta, lasciava per un momento intatto ed ammonticchiato quel gran fascio di carte, che pure le recava ricordi di amici, di persone simpatiche, notizie del suo mondo, del mondo dell'arte, della scienza, di tutto ciò ch'era stato un tempo la sua vita.

Solo qualche ora dopo, sotto l'impero di una suggestione precisa della sua volontà, si dava tutta quanta alla lettura di quei fogli. Ma, in capo a qualche tempo, l'opuscolo, il giornale scivolava dallemani inerti, ed Elisa stava immobile collo sguardo distratto, fisso su quei rami esterni, che facevano alla finestra una cornice verde e danzavano in molle cadenza sulla solfa del vento.

Anche quando incominciò a star meglio, si limitò per qualche tempo a far moto, sulla passeggiata delle suore. La prima volta che uscì spingendosi sino all'estremità del viale, tornò a casa sì pallida, sì spossata che la Ghita se ne impensierì e ne fece motto con Andrea.

— Eh! — disse Andrea, — sicuro che non sta bene adesso, la Signora. È questa vita che non le conferisce. C'è l'aria troppo fine per lei.

Ammiccò leggermente... con un non so che di malizioso, che fece rimaner perplessa la Ghita e le chiamò sulle labbra una interrogazione.

— Volete dire... Andrea? Ovvero che abbia qualche dispiacere in cuor suo, eh?

— Ma! — disse Andrea, filosoficamente.

E non ci fu verso di cavargli altro!

***

Elisa cessò d'aspettare la posta. Cessò di fissare lo sguardo intento, dalla finestra, nella direzione del viale. Roberto non rispose. Roberto non venne a muoverle rimprovero, a lagnarsi di lei... Allora — ella disse risolutamente — sono libera.

***

Certo, era libera. Libera e contenta di sè! Si sentiva attorno alla fronte un'aureola, quella d'una santa, fra le mani una palma, quella del martirio. Diceva a sè stessa di aver fatto il suo dovere, di aver agito bene, da signora, da donna onesta, da donna assennata. Aveva dato ragione al mondo, al buon senso, a zia Balbina, agli amici ragionevoli; aveva evitato due terribili cose, un intrigo ridicolo e un matrimonio che lo sarebbe stato del pari. Non aveva tradita la fiducia di Tecla, non aveva approfittato d'un momento di vertigine, di uno scaldamento di fantasia di un fanciullo per fabbricare egoisticamente, su quelle basi fittizie, un edificio di felicità... chimerica.

Arrivata a questozenitdi congratulazione con sè stessa, Elisa non andava più in là. Il suo pensiero si fermava raccapricciando davanti all'immagine di quella felicità. Una spasmodica confusione si metteva nelle idee di quella donna, nel suo cuore, in tutta lei. Non era precisamente il rammarico del suo operato, bensì un lontano equivoco senso di disperazione incongrua, in contraddizione flagrante coi suoi mirallegro, era forse ciò che può provare un suicida che non è morto subito come credeva, ma sa che morrà tra breve, e ora non sa più se ha fatto bene o male a voler morire! Più volte disse a sè stessa: — Partirò.

Ma dove andare? L'idea di veder gente le dava delle acute orripilazioni di nervi. E in quella solitudine, ove pure soffriva tanto, c'era il ricordo, era rimasto il luogo ove s'erano incontrati.

Poteva vederlo ogni giorno quel luogo, se voleva. Era sempre là quello spazio erboso, una piccola spianata, come una sosta sul sentiero in discesa. Era là tuttora quel tronco d'albero a cui egli, pallido, s'era appoggiato. Vi si appoggiava ora, ella, pallida alla sua volta, cogli occhi socchiusi, colla bocca semi aperta. Là egli era apparso, era venuto a cercarla, a offrirle l'amore, la vita, l'avvenire. Là le sue braccia l'avevano stretta, là le loro labbra s'erano unite... Ah! il ricordo di quel bacio, di quella tempesta di baci! Le pareva di sentirli ancora, di dibattersi, di ricusarli... Ma essi non volevano andar via, tornavano irruenti, scottanti come uno sciame di farfalle di fuoco, ch'ella era impotente ad allontanare, che le gridavano: «Ma non vedi che sei tu che ci chiami, che ci vuoi, malgrado tuo; non lo comprendi che è la rivincita, che è ciò che doveva essere, ciò che non sapevi, ciò che ancora vorresti, ma che nonpuoi piùignorare?» E nella sua mente, nel suo spavento, nel suo sangue, l'eco di quei baci si ripercuoteva incessante sino a flagellarla nell'animo, nei sensi, sino a trarla di senno, sino a strapparle dalle labbra un grido in cui suonava, come un folle disperato richiamo, il nome di colui ch'ella aveva ricusatoe respinto... il nome di Roberto. E finiva col fuggire, disperata ella stessa, da quel luogo.

Ma per tornarci.

***

A volte non era piùquellasensazione. Era l'antica larva della tenerezza materna che tornava, il bisogno acuto di un essere da amare, da educare, da avviare al bene, il rammarico dell'opera, della missione incompiuta. Ora in una forma nuova, con una inattesa entità di strazio, la colpiva una nuova immagine della sua vita, vuota, arida, incompleta. Ella non era stata amante, non era stata madre. Era bensì stata sposa... ma come?... Un tempo ella aveva avuto una specie d'insano orgoglio di quella sua esistenza a parte, in cui l'elemento intellettuale predominava, imponendo il proprio giogo alla femminilità stessa di lei, costringendola a rinnegare sdegnosamente il resto e a ignorarlo. Così, in quella specie d'intangibile Dea, molti avevano scordato la donna. Ella stessa l'aveva scordata!

Ed ecco ch'era venuto un uomo giovanissimo, senza esperienza, ignorante di una infinità di cose, nè più cattivo, nè migliore degli altri..., facile alle seduzioni, ma non corroso dallo scetticismo, indipendente dalle opinioni altrui, fedele a sè stesso e al suo desiderio, qualunque fosse. Era venuto fuor ditempo, fuor di proposito, ma senza cruccio alcuno di tempo o di proposito. Era bello, forte, sano di cuore, sventato..., irresistibilmente portato all'amore, creato per subire il fascino ed il giogo della donna. Aveva subìto quello di Elisa, quello che per l'appunto ella ignorava di avere... Coll'audacia e la serena imprudenza della sua età e dell'indole sua, egli aveva avuta un'accortezza, pur sì facile, ma che non avevano avuta gli altri: invece di studiare o di ammirare quella donna, l'aveva amata semplicemente, insegnandole così il vacuo errore di cui ella aveva finito coll'esser vittima, a spese di sè stessa.

A un tratto e pur così tardi, all'undicesima ora dell'amore della donna, nella vita di Elisa aveva posto piede quel fanciullo, era andato diritto, coll'audacia dell'ignoranza, là dove i tesori di quel cuore giacevano inerti, inavvertiti. E nella Dea egli aveva semplicemente, ridendo, risvegliata la donna!

Per compiere il sacrifizio del rifiuto, ella aveva tutto chiamato a raccolta; non solo il suo senno, ma anche il cuore. Era la gratitudine; era l'amore stesso che le avevan detto: «Non accettare.» Era anche una segreta viltà, il vago spavento di ciò che avrebbe potuto, dovuto forse soffrire più tardi... S'era immolata, perchè Roberto potesse esser felice con una sposa giovane, più bella, migliore di lei. Aveva sacrificato il suo amore, perchè il mondo non lo deridesse! Questo aveva fatto, in un parossismo di sgomento,coll'esaltazione, la cieca sete di martirio che sta talvolta in fondo al cuore della donna e che spesso e pur non sempre è la guida migliore del suo operato.

L'aveva fatto... sta bene! Ma ora?

Ora, soffriva. Sentivacosaaveva fatto, sacrificandosi. Sentiva insultante, beffardo il dubbio della presa risoluzione, cominciava a temere che fossero intollerabili per lei, forse per entrambi, le conseguenze del sacrificio...

Egli aveva letta integralmente la sua lettera, non le aveva risposto, non era venuto... Naturale: l'aveva obbedita. Ora era sola, come aveva voluto, senza di lui. Sola, di fronte ad un incomportabile senso della solitudine... Erano le lunghe ore vuote della giornata, quelle ancor più formidabili della notte, in cui non osava spegnere il lume per non guardare in volto l'indole indefinita dei suoi pensieri. Era la quiete morta della Villa, l'austero rimprovero che pareva rivolgerle l'ambiente, pieno un tempo di Dio, servo ora e come profanato dal culto terreno di un cuore immerso nella follìa, nella sconfitta vergognosa di un culto idolatra; e tanto... oh tanto umano!

Fuori, l'aprile infuriava. Elisa non l'aveva mai vissuta così, la primavera! Le pareva una legge vivente d'amore universale, sorda a tutto ciò che non era sè stessa, una gran voce solenne che ledicesse crudelmente: E tu... cosa fai? perchè ti sei scordata di me?

Elisa si inebbriava di lunghe contemplazioni tenere della campagna, aveva delle emozioni assurde, puerili, pei più piccoli particolari dell'esistenza animale e vegetativa. A tutte le effervescenze misteriose della natura ella prestava un'attenzione nuova, tutto le pareva una rivelazione, uno stato nuovo di sè stessa, quasi il repentino guarire d'una antica cecità, di una cecità di nascita. E in quella nuova partecipazione ad una luce ignota si univa una sensazione folle e pura, che tutto questo fosse semplicementelui, e che ormai ella non potesse più in nessun modo vivere senza questo e senza di lui...

La coglieva una perplessità piena di strane angoscie. Doveva pur confessarlo a sè stessa, che non era forte, come aveva creduto di poterlo essere. Aveva calcolato di più sull'orgoglio e sul buon senso. Ora: quegli alleati infedeli, non la spalleggiavano più. Di fronte alla logica stessa a cui aveva dovuto il coraggio della sua risoluzione, s'alzava sottile, plausibile un'altra logica, che insidiosamente voleva da lei un'adesione.

E se, dopo tutto... si fosse ingannata?

Se, invece d'essere eroica, fosse stata nulla più che fredda e codarda? S'egli soffrissecosì... al par di lei?

E allora ella perdette l'unica cosa che la sostenesse, lafedenel suo operato.

Passò un mese così, di fronte a questo dubbio... V'erano dei giorni ch'ella passava aspettando Roberto, sentendo, che se fosse venuto ella gli avrebbe detto d'avere ingannato lui e sè stessa. Ma egli non venne, nè scrisse, ed ella ebbe dei momenti in cui chiese a sè stessa:

— È così che s'impazzisce?

***

Un giorno, respinta da Firenze, le pervenne una lettera di Tecla.

La contessa Rescuati ignorava che Elisa fosse alle Celle. Le scriveva, dicendole di sentirsi assai poco bene, e rimproverandola pel suo lungo silenzio.

Anche Roberto non le scriveva quasi mai. Tempo addietro, circa un mese fa, aveva accennato alla possibilità di far ritorno a casa. Poi non aveva più scritto che all'agente per chiedere una forte rimessa di denaro. Nient'altro.

Nella lettera di Tecla era evidente un'angoscia di madre che non osava appalesarsi tutta. Nel cuore della Serramonti ebbe un'eco d'indefiniti sgomenti, quasi di un rimorso... Roberto voleva forse partire?...

— Partire... Viaggiare... Perchè... Forse?...

Ella non reggeva più all'urto contradditorio dei suoi pensieri.

***

A un tratto, in quella notte d'anima, guizzò come un lampo di luce la possibilità d'un'ipotesi...

Era la notte anche fuori, ma una notte divina, tra le ultime dell'aprile, immersa nel candore di un plenilunio tepente.

Elisa stava sulla passeggiata delle monache.

Attorno agli archi del porticato il gelsomino in fiore spiegava i suoi rami, i quali danzavano, cullandosi nella brezza.

— Tanto, così non potrei vivere, — disse Elisa. Parlava ad alta voce, alla notte, come un'insensata. Attorno a lei l'erbette, mosse dal vento in un leggiero scompiglio, sussurravano urtandosi una contro l'altra: «Guarda lassù, come soffre... colei!» Dal seno bianco dei gelsomini si spiccò un olezzo. Le passò rasente, e le disse: «Va.»

Dalla macchia vicina si levò, tremulo d'amore, un gorgheggio d'usignolo e disse parimenti: «Va.»

Solo da lungi, dietro un colle, nero di cipressi e di abeti, un lungo, cupo strido d'assiolo echeggiò. Quello parve che dicesse: «Bada!»

Ma Elisa non gli badò. Chinò il capo come se acconsentisse agli altri, alla maggioranza. La brezza notturna si quietò di repente, e qualcosa si quietò pure nello sfinito animo di lei. — Ha sofferto, — disse tra sè, ha sofferto tanto anche lei. Ha pure amato... Mi comprenderà!... Ed egli mi ama... E io... non posso più vivere così.

Amen! disse la notte serena.


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