XVI.

XVI.

La contessa Rescuati era sola in uno dei meno vasti fra i tanti saloni del palazzo.

Stava sdraiata su un lungo divano verde di foggia Impero. Nella penombra di un angolo, dietro a lei, biancheggiava confusamente un busto di marmo bianco, l'effigie del fu conte Rescuati. Di fronte, sulla lucentezza fredda della parete rossiccia a scagliola, spiccava in una greve cornice dorata un quadro, pregiato lavoro di Adeodato Malatesta. Il ritratto di Roberto a dieci anni, uno splendore di fanciullo baldanzoso, in sella, su un piccolo cavallino sardo.

A destra della Contessa e a portata della sua mano, un tavolino di certosina recava gli oggetti che potessero presumibilmente abbisognarle: libri, l'occorrente per scrivere, lavori incominciati... fialette di medicinali e d'essenze. E al centro, presso una minuscola statuetta d'argento dell'Immacolata, rigirata fra grani di madreperla d'un rosario, stava ancora un ritratto di Roberto, una fotografia-gabinetto: la testa soltanto, idealmente bella sulle larghespalle che andavano smarrite nella sfumatura delicata del lavoro.

In quella sala, fra quel busto e quei due ritratti, Tecla scendeva ogni mattino, quando poteva alzarsi. Alle sei del pomeriggio, sorretta da due domestici, passava nella vicina sala da pranzo, e quivi finiva la sera nell'ossequiosa compagnia del cappellano, del suo uomo d'affari e di qualche parente o amico di casa. Tardava quanto poteva a coricarsi, soffrendo di crudeli insonnie, cagionate da un quasi perenne stato nevralgico. Incomodi di lunga data l'avevano quasi al tutto privata dell'uso delle gambe. Aveva la cappella in casa, e non usciva, che due o tre volte all'anno.

Una vecchia zitellona povera, lontana parente della casa, aveva assunte presso di lei le funzioni di dama di compagnia. Ma la Contessa non era molto loquace, e il garrulo cinguettìo, l'ampia messe di pettegolezzi di Donna Marietta non erano fatti per distrarre i forzati ozi della sua benefattrice e patrona. La buona zitellona aveva imparato a passare molte ore con Tecla, pronta ai suoi cenni, ma in disparte, lavorando silenziosamente per conto proprio, rispettando i tentativi di riposo assoluto mercè i quali la Contessa tentava di conciliarsi almeno per qualche minuto il sonno che, nella notte, visitava sì scarsamente il suo capezzale.

Nella piccola contrada fuori mano, ove s'ergeva,grandioso e tetro, nel suo carattere medioevale, il palazzo Rescuati, nulla accadeva di atto a turbare la quiete dei vasti appartamenti deserti. Da quel silenzio malinconico, necessariamente uggioso ad un giovane, la Contessa aveva voluto allontanare il suo figliuolo.

L'aveva fatto, e non se ne pentiva. Ma ora egli da tempo non scriveva. Ella pensava: — Se ci fosse qualcosa, me ne scriverebbe Elisa.

Ma anche Elisa da un mese non scriveva. E a Tecla venivano dei pensieri strani su sè stessa, sull'esito della sua malattia, mentre riposava in silenzio, inerte, sul divano verde, facendosi sempre più pallida, più stanca, nella sua gran casa, taciturna anch'essa, senza luce, senza sole, senza gioventù, senza bambini, senza Roberto.

Donna Marietta sollevò il capo dal suo lavoro, e diede un'occhiata alla signora. Vide che la Contessa teneva chiusi gli occhi e stava immobile.

Allora la zitellona, con un piccolo sospiro di sollievo, si alzò, sgranchì la sua ossea personcina ritta e rigida come un paracqua, nella sua fodera di vestimenti semi monacali e chiotta chiotta, in punta di piedi, se la battè alla volta di recessi meno splendidi, ma dove almeno si potevan barattar parole colle cameriere o colla moglie dell'agente.

Appena si sentì sola, Tecla aprì gli occhi con un pallido sorriso. Ah! gliel'aveva fatta a Donna Marietta!Ma tosto si distrasse dal pensiero di Donna Marietta. Coll'acuta percezione auditiva che è tutta propria degli ammalati, aveva udito, mentre era tuttora quasi impercettibile, uno strepito di passi che s'accostavano per la lunga fuga delle sale vicine. Riconobbe quello pesante e strascinato del suo vecchio servitore, ma non l'altro, un passo femminile leggero, ignoto, e che pure le andava suscitando una forte, crescente impressione. Il suo povero cuore prese a batterle forte in seno, come presago dell'alta angosciosa emozione che le strappò un grido, quando, apertosi l'uscio, udì annunziare e farsi avanti la contessa Serramonti.

Non poteva alzarsi. Elisa le corse incontro colle braccia tese per abbracciarla. Ma nella mente di Tecla quell'arrivo improvviso parve talmente connettersi alle sue preoccupazioni di poc'anzi ch'ella ebbe un pensiero soltanto, un terrore, una domanda:

— Roberto?

— Sta bene, ti accerto — ripeteva Elisa, profondamente colpita da quell'angoscia, nonchè dal terribile deperimento di Tecla.

— No, no — ripeteva Tecla ansante, ostinata nel suo spavento — cosa c'è?... cos'è accaduto? per pietà! dimmi.

— Nulla, ti accerto, nulla — replicò Elisa. — Son io, soltanto io, che vengo a dirti...

Cadde in ginocchio dinanzi alla madre di Roberto.

E sul seno palpitante di questa, in uno scoppio irrefrenabile di amore e di pianto, celò il volto. — Perdonami... — sussurrò. Questo è accaduto, ch'io l'amo!

***

L'una di notte.

Nel grande stanzone da letto, coi parati di damasco pallido, la luce velata dellaveilleusediffonde una luce sbiadita, insufficiente a rompere una penombra piena della confusa parvenza dei mobili e delle cose. Sul tavolino da notte, accanto al letto in cui giace Tecla Rescuati, la fiamma di una candela accesa in una piccola bugia d'argento rischiara, in una breve zona di riflessi, due forme femminili, vicine, quasi abbracciate, nell'intenso assorbimento di colloquio. Tecla, col capo affondato fra i guanciali, coi grandi occhi spalancati ascolta ciò che Elisa Serramonti, seduta su una poltroncina bassa e col busto appoggiato alla sponda del letto, le viene narrando sommessamente, per non destar la cameriera nella camera attigua. Un lieve odor d'etere si esala nell'ambiente. Il palazzo dorme silenzioso, nella grande pace notturna.

Ed Elisa narra, coll'irresistibile effusione di uno sfogo troppo a lungo represso, la strana storia del suo cuore. Cerca, nella tempesta appassionata dei suoi ricordi, di riannodare le sparse fila dei dettaglidi quel sentimento ch'ella ha lasciato giungere, nella sua ibrida forma, sino all'intero dominio di sè stessa. Ma, ogni inganno è scomparso ora; è la donna che parla, la donna che ama, che spasima, che sente vano ogni sforzo per tollerare ciò che ella stessa ha compiuto, che rinnega il suo eroismo e si confessa vinta e trascinata dal suo amore verso le vie, gli scopi, l'essenza di ogni vero amore!

Tutto disse a Tecla di quanto era accaduto, di quanto le aveva dimostrato e detto Roberto, di ciò ch'egli le aveva chiesto. La confessione fu completa, senza ambagi, e mentre Elisa andava così denunziando l'animo suo, sentiva ella stessa l'impressione di una rivelazione... la sorpresa di ravvisare in sè, di toccar con mano la propria attitudine a tutte le facoltà caratteristiche della passione. Ella tremava, nell'angoscia di quella confessione che atterriva il suo orgoglio; ma un'altra specie di orgoglio subentrava al primo, l'orgoglio di sentirsi finalmente, completamente donna.

Uno splendore d'intima fiamma irradiava il suo volto; l'occhio era umido, sfavillante di luce e di passione. Tecla comprendeva, vedendola così, il pericolo a cui, senza saperlo, aveva esposto suo figlio. Ascoltava, pallida, attenta. E quando Elisa ebbe finita la sua confessione, si lasciò scivolare in ginocchio, e con una completa remissività, con un appello supremo alla giustizia ed al cuore della madre, sussurrò, stringendo violentemente le mani di lei:

— Ora ti ho detto tutto... Tu sei sua madre. Decidi.

Tecla si raccolse un istante; pensò... Forse chiese a Dio, anch'ella, una forza. Non era stato quello il suo sogno di madre... Forse ella sentiva confusamente quanto è temerario ogni tentativo di felicità. Ma Roberto amava quella donna. Tecla sapeva ciò che ella era stata, ciò che saprebbe esser ancora per lui! Pensò che non glielo avrebbe portato via, per quel poco tempo ch'ella aveva ancora da vivere! E l'antico eroico spruzzo di tenero romanticismo, ch'era sempre stato nel suo cuore, disse anch'esso la sua parola! Elisa attendeva, bella... oh inesprimibilmente bella della sua passione e della sua fiducia disperata... Tecla risolse.

— Elisa — mormorò — non piangere... Io ti comprendo... in tutto... Sei stata sublime; di più non potevi fare!... E ora, poichè lo ami ancora, se egli t'ama sempre, prendilo il mio figliuolo... Io, sua madre, te lo do!

***

Dagli spiragli delle chiuse imposte trapelava ora uno scialbo biancheggiare del mattino; la candela era pressochè consumata e sulla faccia di Tecla stava il pallore delle notti più cattive. Ma ella in quel momento non avvertiva di soffrire. La intensa concitazione di Elisa era passata anche in lei. Tecla si eccitavafebbrilmente nei sogni di un avvenire che, dopo tutto, le rendeva suo figlio.

Era una conversazione rotta, confusa tra quelle due donne, soggiogate dallo stesso sentimento, ed entrambe così atte a subirne l'impero. Tecla comprendeva ora l'appassionata infatuazione di Elisa, come Elisa aveva alla sua volta compreso l'ardente, il cieco amore materno di Tecla. Parlavano a scatti, con un'assoluta sincerità, certe che, ora, non potrebbero fraintendersi in nulla.

— Bada, soffrirai! — aveva detto Tecla ad Elisa.

— Lo so, è inevitabile... Ma non importa. Era una viltà la mia... quella di non voler soffrire! Naturalmente, sarà questione di pochi anni... Ma avrò tanta cura, lo amerò tanto che, per qualche tempo, tutto sarà compensato... E poi... quando verrà il momento... oh... non lo tormenterò, sai... saprò soffrire, tacere quanto occorre. Alla peggio, morirò... Ma intanto... intanto!

Il delirio della sua gioia era in quel momento portato all'estremo. Pareva il trionfo di una rivendicazione... pareva quasi un diritto. E Tecla si accendeva anch'ella all'ardore di quel cuore amante che aveva, finalmente, trovata la sua via.

— Sì, sarete felici. Egli ti ama, tu sei degna del suo amore. Vedendoti, comprenderanno... E non me lo porterai via, nevvero, il mio figliuolo? Egli sarà felice qui con noi. Tu che sei forte, che hai il suoamore, saprai indirizzarlo al bene, ispirargli il desiderio di una vita attiva, giovevole, lo spingerai a delle belle, a delle nobili occupazioni. Lo conosco, è il mio figliuolo... Son io che l'ho avvezzato un po' male, che l'ho fatto un po' pigro, un po' imperioso. Ma in fondo, per chi ama, egli è capace di sacrifici, di sforzi! Ha bisogno di affetto, di un ambiente suo, casalingo... Verrete qui nevvero... vivrete con me? Qui, vedi, le illusioni si possono serbare più a lungo, sono meno osteggiate dal genere di vita, si rimane indietro in tante cose; anche col tempo... E lo terremo qui con noi... veglieremo noi!... E tu farai in modo ch'egli sia sempre... sempre contento, nevvero?

— Sì, sì... — ripeteva Elisa con trasporto... — Non temere, farò tutto ciò che mi dirai... tutto ciò che sarà necessario perchè egli non si penta, perchè non rimpianga ciò che ha rinunciato per me. E così isolati, a furia d'amore, saremo felici a lungo... e Dio... forse mi perdonerà la mia audacia.

Tacque, vinta dall'emozione, sorridente, estatica fra le lacrime... Poi quelle due donne, per un impulso simultaneo, irresistibile, si strinsero in un abbraccio appassionato nel pensiero, nell'amore, nell'avvenire di Roberto!...

***

— Apri le imposte — disse Tecla ad Elisa.

Elisa obbedì e la luce del giorno fatto rischiarò il volto alterato di Tecla. Un periodo di reazione era già successo all'eccitamento di poc'anzi, non impunemente subito da quel fragile organismo.

— Vuoi che chiami la cameriera? non ti senti bene, mi pare — chiese Elisa.

— Oh no... non è nulla. È solo la mia solita crisi. Non suonare, aspetta, fra un momento... Voglio dirti ancora una cosa.... Che conti di fare?... Vuoi che gli scriva io?...

Un lieve cenno di Elisa l'avvertì che quel mezzo non le pareva adatto.

— Vuoi scrivergli tu?

Elisa arrossì violentemente.

— Oh no... no...

— Allora?...

— Vorrei — disse Elisa, turbata, con una sincerità di pudore che pareva metterle sulla fronte l'aureola d'una vergine — vorrei... che la cosa venisse da sè, naturalmente. Ecco... io tornerei ora a Firenze. Giusto, ai primi di maggio ci son le corse, è un ritrovo generale. C'incontriamo così come per caso e... allora... allora!

Tecla non pareva al tutto persuasa di questo ritardo.Ma comprendeva che Elisa volesse, per un sentimento delicatissimo d'orgoglio e d'amore ad un tempo, scegliere un terreno neutro ed un'occasione fortuita per ricondurre Roberto al punto delicatissimo della ripresa degli antichi rapporti... Pure... tant'è!

Ma non seppe, lì per lì, concretare precisamente le proprie obbiezioni. E sentiva una confusione, cagionata dall'imminente crisi nervosa, mettersi nei suoi pensieri e scompigliarli.

— Fa come credi. Ma non perder tempo. Per tanti motivi. E ora, vuoi chiamare la donna? Non ti sgomentare, sai... È solo... solo...

Cadde inerte sul guanciale. Era solo la sua crisi. Ma, forse a cagione delle emozioni testè subite, l'aveva colta con una violenza che poteva realmente parer minacciosa ad Elisa, ignara di quanto può tollerare talvolta un fisico di donna nervosa, apparentemente inetto ad ogni sforzo di resistenza. Ci furono dei momenti di parossismo, in cui Elisa, raccapricciata, potè credere che fosse per spezzarsi, da un momento all'altro, il tenue filo di quell'esistenza.

Ma il filo non si spezzò, e otto giorni dopo quella notte, piena per entrambe di sì vive emozioni, Tecla ed Elisa si dicevano addio. Elisa partiva per Firenze per ritrovarvi Roberto, per dirgli che s'era ingannata, che lo amava e che sarebbe sua.

Tecla rimaneva, aspettando.

Il medico aveva raccomandato di evitare a Tecla ogni forte impressione. L'addio fu dunque calmo. Solo all'ultimo momento, mentre Elisa si chinava per baciare l'amica coricata sul divano, questa si sollevò alquanto, e tracciò un piccolo segno di benedizione sulla fronte di Elisa. Ed Elisa ebbe un rapido ricordo di quella benedizione che aveva messa, lei, come una madre, sulla fronte di Roberto, quando egli doveva battersi con Carisi. Un lampo di terrore, il senso indefinito di un rischio, di un pericolo le attraversò l'anima, come un razzo che fende l'aria gioconda d'una notte di festa.

Ma subito sorrise, libera da quel semi pensiero. Ah!... ma non eran passati due mesi!...


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