The Project Gutenberg eBook ofL'undecimo comandamento: RomanzoThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: L'undecimo comandamento: RomanzoAuthor: Anton Giulio BarriliRelease date: March 13, 2009 [eBook #28321]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'UNDECIMO COMANDAMENTO: ROMANZO ***
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Title: L'undecimo comandamento: RomanzoAuthor: Anton Giulio BarriliRelease date: March 13, 2009 [eBook #28321]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
Title: L'undecimo comandamento: Romanzo
Author: Anton Giulio Barrili
Author: Anton Giulio Barrili
Release date: March 13, 2009 [eBook #28321]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
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Anton Giulio Barrili
1891.
Riservati tutti i diritti
Milano.—Tip. Treves.
Leviamoci il cappello, signori lettori, perchè siamo in casa del sottoprefetto di Castelnuovo.
I Castelnuovi sono molti, sulla faccia della terra, e voi forse aspetterete che io vi dica in quale dei tanti vi abbia condotti. Ma io, con vostra licenza, non lo farò, per ragioni di alta convenienza ed anche di sicurezza personale. Il sottoprefetto del mio Castelnuovo sarebbe capace di aversela a male e di farmi arrestare come ozioso e vagabondo, la prima volta che mi saltasse il ticchio di visitare il suo circondario. Ora, siccome io ci ho proprio un gran desiderio di tornare laggiù e di non esser molestato nelle mie corse sconclusionate, voi consentirete, spero, che in questo particolare io mi tenga prudentemente a mezz'aria.
Per le necessità della storia, vi basti di sapere che si dice Castelnuovo in opposizione di Castelvecchio. Castelvecchio, ancora due anni fa, quando io ci sono stato, era una rovina sulla vetta del monte Acuto; il qual monte è uno dei soliti contrafforti dell'Appennino, che ricorrono così spesso nella orografia dei romanzieri. Castelnuovo è una cittadina fabbricata più in basso, tra il poggio dei Gemmi e la riva destra del Bedonia, un torrente in cui gli eruditi hanno trovato due radici celtiche, e le lavandaie di Castelnuovo cercano ancora due once d'acqua per otto mesi dell'anno.
Castelnuovo, come vi dice il nome, doveva averci il suo castello anche lui. Ma il forte arnese era sparito sotto un intonaco più moderno; le feritoie erano diventate finestre, e la gran mole bucherellata, imbiancata, rimessa a nuovo, accoglieva nel suo grembo quasi tutti gli uffici e le rispettive abitazioni dei rappresentanti del governo. C'era, ad esempio, la sottoprefettura, c'era la pretura, il ricevitore del registro, il conservatore delle ipoteche, e non ci mancavano i reali carabinieri, comandati dalla perla dei marescialli. Il verificatore dei pesi e misure abitava più lungi, e così pure il ricevitore delle dogane, con altri ufficiali, i cui nomi non vogliono venirmi alla penna. Lo spazio tiranno vietava l'accentramento della gran famiglia governativa di Castelnuovo. Si diceva anzi che ben presto dovesse andar fuori del palazzo demaniale il ricevitore del registro; un po' perchè ci stava a disagio lui, che aveva mezza dozzina di marmocchi, debitamente registrati, un po' perchè teneva a disagio il sottoprefetto, quantunque la famiglia di quest'ultimo constasse di due sole persone; marito e moglie, sottoprefetto e sottoprefettessa.
Si spiccica male, quel "sottoprefettessa", non è vero? Ma in fede mia, non si può fare altrimenti. E buon per noi che non abbiamo da masticar altro che il nome! La signora sottoprefettessa era asciutta e dura come uno stoccafisso, con una pelle risecchita, che pareva di cartapecora. Ottima signora, per altro, ed anche piacevole in conversazione, purchè non entrasse a parlare dei torti fatti a suo marito. Disgraziatamente, ciò le accadeva dieci volte al giorno. Ma, d'altra parte, siamo giusti, la signora sottoprefettessa aveva ragioni da vendere. Quei benedetti ministeri che passavano promettendo, e se n'andavano senza aver mantenuto, avrebbero fatta perdere la pazienza ad una santa, nonchè alla sottoprefettessa di Castelnuovo, che era a mala pena uno stinco. Otto o nove promozioni erano già venute, dacchè suo marito aveva diritto all'avanzamento. E quei bravi signori del ministero glielo avevano sempre saltato. Già, non amavano suo marito, perchè era un uomo d'ingegno e perchè il suo circondario era il meglio amministrato d'Italia. Per far carriera, con quei signori, bisognava essere asini calzati e vestiti, e lasciare che tutto andasse a rifascio, nella amministrazione del regno.
Il sottoprefetto ascoltava e sorrideva. Il filosofo sorride sempre. Il mare, più è profondo, più apparisce tranquillo a fior d'acqua. Queste olimpiche calme sono i conforti superbi del mare, dei filosofi e dei sottoprefetti saltati. Dopo tutto, il cavaliere Tiraquelli vedeva approssimarsi il giorno della giustizia. Sentiva egli altamente di sè? O serbava egli in corpo un segreto, uno di quei segreti che non si rifischiano ad anima viva, neanche alla moglie, nelle ore confidenti in cui l'uomo pubblico si leva dal capo l'aureola del potere e assume il berretto di cotone dell'uomo privato?
Lo vedremo tra breve, poichè siamo entrati in casa, anzi a dirittura nella sala di ricevimento. Il cavalier Tiraquelli riceve tutti i mercoledì. Novità inaudita negli annali della sottoprefettura di Castelnuovo! E riceve già da due mesi, con gran giubilo delle primarie famiglie del paese. I mercoledì della sottoprefettessa forniscono l'argomento delle chiacchiere cittadine, per tutti gli altri sei giorni della settimana. Voi, frattanto, lettori discreti, già avete capito esser questa la ragione che fa parere ristretto il suo quartierino al cavalier Tiraquelli, e che farà sgomberare il ricevitore del registro dal suo. Il ministro dell'interno, che non ha ancora pensato a mettere il cavaliere nell'elenco delle promozioni, il ministro dell'interno, dico, ha promesso di fargli dare tutto il secondo piano del palazzo demaniale, a patto che tiri avanti i suoi famosi mercoledì. Gatta ci cova; non pare anche a voi?
Infatti, vediamo. Ecco un sottoprefetto a quattromila lire, che non ha nulla di suo, nè rincalzi alla paga per ispese di rappresentanza, e che tuttavia si fa lecito di avere dei mercoledì! Capisco che non ci si mangia, alle sue veglie, e ci si beve al più al più, qualche bicchier d'acqua inzuccherata; ma infine, i lumi ci vogliono, e il pianoforte richiede ogni settimana l'accordatore. Notate anche la cortesia del ministro, che ascolta le lagnanze del sottoprefetto intorno alla ristrettezza del quartierino e si dispone a concedergli l'uso di tutto il secondo piano, relegando gli uffici della sottoprefettura al primo, donde il ricevitore del registro dovrà sgomberare alla svelta. Un segreto c'è sotto, lo vedete anche voi, e certamente vorrete saperlo. Ma, vi prego, non istate a beccarvi il cervello; io stesso ve lo dirò a suo tempo, e mettete pure che ciò avverrà quanto prima.
Tutti i rami della amministrazione erano rappresentati nella loro doppia essenza, mascolina e femminile, ai mercoledì del sottoprefetto di Castelnuovo. Quanto ai naturali del paese, sulle prime si erano tenuti un pochino in disparte. Le signore, in ispecie, non avvezze alle conversazioni e alle feste da ballo, temevano forse di sfigurare al paragone delle dame governative, che avevano viaggiato e conoscevano gli usi del mondo elegante. Ma a poco a poco la vergogna era sparita, e tutte quelle brave signore andavano alla sottoprefettura, maritate, zitelle e zitellone, che era un piacere a vederle. Si facevano quattro salti, mentre gli uomini sodi chiacchieravano di politica, di finanza e di amministrazione. Il maestro della banda cittadina, giovinotto di buona volontà e di alte speranze, suonava passabilmente il cembalo, dedicava polke e mazurke di sua composizione alle signorine di Castelnuovo, e qualche volta gli riusciva di farle stampare a Torino, o a Milano. Tutto ciò metteva un pizzico di sale nella vita, per il passato così insipida, di Castelnuovo Bedonia; gli conferiva un'aria di capitale, e sarei per dire di piccola Parigi.
C'era un guaio, nei mercoledì della sottoprefettura. Tanto è vero che non c'è niente di perfetto in questo basso mondo. I giovanotti non abbondavano a Castelnuovo Bedonia. Ma per compenso ballavano gli ufficiali del governo, che avevano quasi tutti la leggerezza voluta da questo nobile esercizio ginnastico. Di tanto in tanto capitava qualche ospite nuovo; ora un ispettore, mandato dal governo per rivedere le bucce ad un comune; ora un ufficiale dei carabinieri, che veniva a dare un'occhiatina alla caserma di Castelnuovo; ora uno studente in vacanze; ora un curioso giramondo, che amava le vie meno frequentate. La specie di questi fannulloni emeriti non si è ancora perduta; anzi pare che tenda ad accrescersi, dopo l'invenzione dell'alpinismo. E a proposito di alpinisti, ne erano capitati dodici in una volta, dal capoluogo della provincia, per far l'ascensione del monte Acuto, i cui mille centotrentadue metri sul livello del mare non meritavano forse che si scomodassero per lui tante brave persone.
Piuttosto, era da desiderare che andassero a visitarlo i geologi e gli studiosi di archeologia preistorica; gli uni per le belle concrezioni calcaree, pei quarzi e per le tracce di minerali che presentava la roccia; gli altri per le caverne ossifere che si aprivano nel fianco della montagna. Di questi ultimi, voglio dire degli archeologi, uno solo era capitato a Castelnuovo, e fortunatamente non mostrava desiderio di andarsene. Non era uno scienziato di professione, ma un semplice dilettante, e per giunta non aveva ancora stampato nessuna memoria sull'Homo diluvii testis. Ma, non dubitate, se ancora non l'aveva stampata, nè scritta, minacciava di voler fare una cosa e l'altra al più presto. L'epoca neolitica e l'archeolitica erano il fatto suo, e le caverne di monte Acuto gliene davano saggi stupendi, in cuspidi di frecce, asce e raschiatoi di selce, amuleti di serpentina e di giadeite, cocci, depositi di ceneri e di ossa carbonizzate, ornamenti di conchiglie, grumi di terra d'ocra e via discorrendo. Gli avanzi dei banchetti attiravano particolarmente la sua attenzione. Studiava la forma delle ossa, delle mascelle, dei denti e delle corna, per accertare quali specie di cervi, di cani, e d'altri animali più prossimi alla domesticità, vivessero dieci e quindicimil'anni fa in compagnia dell'uomo, su per le forre di monte Acuto. Con l'ardimento della fantasia, andava anche più oltre. Non contento di aver trovato l'ursus spelaeus, che accennava già ad una bella antichità, sperava di trovare anche l'elephas primigenius, che è come a dire il babbo degli elefanti. Notate, che si sarebbe fatto onore, con la scoperta di un elefante, e in una parte d'Italia da cui non era passato il re Pirro, l'unico che avrebbe potuto lasciarcene qualcheduno, per trarre in inganno gli scienziati futuri.
Così sapiente come lo vedete, non era punto noioso. Il duca di Francavilla era prima di tutto un bel giovinotto, simpatico, spiritoso, elegante, alla mano, un principe democratico, un felicissimo impasto di gran signore e di buon figliuolo. Ballava, inoltre, come…. In verità, non saprei dirvi come ballasse. Le signore di Castelnuovo affermavano che ballava come un angelo; ma è poi vero che gli angeli ballino? Comunque, ballava bene, dettava quadriglie stupende, architettava sciarrade in azione. I suoi talenti di società non si contavano sulle dita. Infine, sappiate questa: fu lui che introdusse loskating ringnelle usanze di Castelnuovo. Per un dilettante d'archeologia preistorica, non c'era male; che ne dite?
Immaginate dunque come fossero allegri, dopo l'arrivo del duca di Francavilla, i mercoledì della sottoprefettura di Castelnuovo Bedonia. Si ballava, si faceva musica, si giuocava di galanteria, ci si divertiva a quel dio. La sottoprefettessa si faceva un onore immortale; il sottoprefetto gongolava dal canto suo e prevedeva non lontano il gran giorno in cui tutto il circondario di Castelnuovo si mostrasse ligio alla politica del governo, o meglio, del partito che siedeva al governo.
Perchè a questo egli lavorava, con altezza di concetto non intieramente richiesta dalla sua condizione secondaria. Volete sentirlo? coglierlo sul fatto, mentre egli sfodera tutti i più sottili accorgimenti della sua politica e tutti i più riposti artifizi della sua eloquenza?
Il cavalier Tiraquelli aveva condotto fuor della sala uno de' suoi convitati, col pretesto abbastanza ragionevole di fumare un sigaro. Passeggiavano ambedue sotto un loggiato che guardava nel cortile, collegando il quartierino del sottoprefetto con gli uffizi della sottoprefettura.
—Glielo assicuro io,—andava dicendo il rappresentante dell'autorità al suo interlocutore, uomo sulla sessantina, piccolo di statura, e cuor contento per dieci, come dimostravano le sue guance paffute,—glielo assicuro io, signor Prospero, Ella sarà cavaliere. Ma che dico, cavaliere? commendatore di schianto. Se la cosa si fa, come il ministro desidera, Lei non può dubitarne un minuto; abbia il collare per giunto a destinazione. Gliene impegno la parola mia, che è quella del governo;—aggiunse il sottoprefetto, con accento e gesto ugualmente solenni.
—Per me,—rispose quell'altro, stringendosi nelle spalle,—vorrei che fosse già combinata ogni cosa. Ma Ella capirà, signor cavaliere….
—Che cosa? che difficoltà può incontrare il signor Prospero in una faccenda di questo genere, e con l'autorità domestica di cui è, la Dio grazia, investito?
—Eh, più che Ella non pensi;—ripigliò il signor Prospero.—Se quella birichina si mettesse in testa di non volerlo, che ci potrei far io?
—Niente le dice che ci sia questo pericolo;—osservò gravemente il cavalier Tiraquelli.—Perchè la signorina rifiutasse, bisognerebbe che ci fosse un altro alle viste. Mi spiego? Ora, quest'altro non c'è; almeno, a noi non consta. Lei da una parte, come zio e tutore, io dall'altra come pubblico ufficiale che ha l'obbligo di sapere ogni cosa, non abbiamo notizie, nè indizii, che ci conducano a sospettare nulla di simile.
—È vero signor cavaliere, è vero. Ma, se debbo parlare alla libera, non è il cuore della mia nepote che mi dà pensiero, è la testa. Non ama nessuno, un po' perchè non ha ancora trovato quel tale che dovrebbe andarle a genio, ma molto perchè vuole la sua libertà, per fare a modo suo, contentare i suoi capriccetti….
—Tutta roba che passerà.
—Speriamolo;—disse il signor Prospero, accompagnando la frase con un sospiro tanto fatto;—ma l'avverto che è molto bizzarra. Si figuri che uscita appena di collegio, voleva andare al polo!
—Al polo artico?
—Artico, od antartico, non so; ma il fatto sta che m'è scappata fuori con questa idea, pescata non so dove.
—Forse in un trattato di geografia;—notò giudiziosamente il sottoprefetto.
—Può darsi. Ma che diamine gli salta in testa alle maestre, d'insegnare la geografia alle ragazze? A che cosa può servire la geografia?—
Il sottoprefetto lo fermò con un gesto.
—Signor Prospero,—gli disse,—la geografia è un ornamento necessario per l'uomo civile. Ella forse ignora che presso la sede del governo fiorisce una società geografica, posta sotto il patrocinio del re e sussidiata particolarmente dal ministero.
—Quand'è così, non dico più altro;—rispose il signor Prospero, inchinandosi.—La geografia sarà un ornamento necessario per gli uomini; ma per le donne…. poi….
—Qui Ella potrebbe aver ragione;—interruppe il sottoprefetto con aria di benevola condiscendenza.—E m'immagino che avrà detto alla signorina che le donne non debbono andare ai poli.
—Se gliel ho detto! Ma vuol sapere che cosa mi ha risposto, quella testa bizzarra? Bene, andrò dunque all'equatore; c'è due terzi d'Africa da esplorare; gli influenti del Nilo da riconoscere…. Ha detto influenti o affluenti? Non so.
—Affluenti ed influenti, è tutt'uno;—-osservò il sottoprefetto;—credo, per altro, che sia più proprio il dire affluenti. Dobbiamo badare anche al patrimonio della lingua, signor Prospero; dobbiamo badarci sopra tutto noi, che siamo i depositarii del potere. Ma anche sulla faccenda dell'equatore, io spero che Ella avrà fatto valere la sua autorità tutoria.
—-Autorità, veramente, ne ho poca;—confessò il signor Prospero.—Mi sono contentato di dirle che ci fa troppo caldo in Africa, come fa troppo freddo ai poli, che non avrei potuto risolvermi lì su due piedi ad accompagnarla; che, infine, ci avevo i conti della tutela da aggiustare, e che questa fatica, necessaria per lo meno quanto l'ornamento della geografia, mi avrebbe preso un anno di tempo.
—È un anno di guadagnato;—disse il sottoprefetto;—e in un anno la testa di una ragazza può far variazioni di molte. La signorina Adele è romantica, e, in fondo in fondo, questo non mi dispiace. Il nostro giovinotto calcherà su questo tasto. E non gli sarà difficile, perchè, a dirla in confidenza, è innamorato cotto, e gl'innamorati vedono sempre con gli occhi della persona amata. Signor Prospero mio, ne faremo una duchessa, della sua bella nepote. Dica sinceramente, non le va?
—Che! ci avrei un gusto matto. Quei Gamberini, così superbi della loro contea, che guardano il paese con tanto disprezzo, dall'alto di una bicocca piena zeppa d'ipoteche….
—Parli piano, per carità!…
—Ha ragione, ha ragione. Ma il maestro è al cembalo e non si sentirebbe neanche una cannonata, là dentro. Quei Gamberini, dico, s'avrebbero a far gialli dalla rabbia. E la povera contessina!… Come la vedo brutta, quando saprà che il signor duca di Francavilla, venuto tra noi per studiare antropofagia….
—Antropologia, signor Prospero!
—Vada per antropologia. Tanto, non conosco nè l'una nè l'altra, di queste riverite signore. M'andrebbe in tanto sangue, la rabbia dei Gamberini! E se Adele si risolverà, non sarò io che ci avrò nulla a ridire. Ma bisognerà andar cauti, signor cavaliere, trattar la cosa coi guanti….
—È la massima dell'uomo politico;—notò opportunamente il sottoprefetto.—Solo la mano ha da esser di ferro; chi è guidato da essa non deve sentirla.
—Ed Ella mi dice,—ripigliò il signor Prospero,—che Sua Eccellenza il ministro….—
Il sottoprefetto non lo lasciò finire.
—In confidenza,—diss'egli, mettendo familiarmente il suo braccio sotto quello del suo interlocutore,—in confidenza, commendatore mio…. (lasci che io la chiami fin d'ora così)…. se rimango a Castelnuovo Bedonia, gli è solamente per questo. Abbiamo qui una parte, e non l'ultima, di un vasto disegno politico.—
A quella confidenza inattesa, ed anche oscura parecchio, del sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia, il signor Prospero spalancò gli occhi e la bocca ad un tempo.
—Come!—diss'egli, dopo esser rimasto un istante in quell'atteggiamento di stupore.—Tutto questo, nel matrimonio della mia nepote?
—Ma sicuro! E non può vederlo anche Lei, solo che ci pensi un pochino? Signor Prospero mio, le faccio un ragionamento. Mi segua attentamente. Che cos'è, prima di tutto, la ricchezza d'un paese? La proprietà territoriale, mi risponderà Lei, la proprietà territoriale che dà i frutti e guarentisce le rendite, rappresentate nei loro termini visibili e trasmissibili, dell'oro, dell'argento e della carta. È un cànone di economia che la carta non possa superare una certa quantità, oltre la quale il suo valore si scema, crescendone di tanto il valore delle cose cercate. Cionondimeno, è desiderabile che la carta, termine transitorio di scambio, come l'oro è un termine fisso, dia nell'abbondanza piuttosto che nel difetto, ottenendosi con ciò una mobilità maggiore del capitale e una tendenza a spendere, di cui tutte le industrie e tutte le arti si vantaggiano, e per conseguenza tutte le classi di cittadini. Ella mi segue, signor Prospero?
—La seguo, ma veramente…. non vedo ancora….
—Vedrà poi. I ricchi, signor Prospero, i proprietarii della terra, sono i distributori della vita in un popolo. Ma non sono ancora tutto, come non è tutto ancora, nel corpo umano, quel congegnato sistema di arterie e di vene che spinge il sangue dal cuore a tutte le estremità, e dalle estremità lo riconduce al cuore. Non sono ancora tutto, ripeto. Accanto alla ricchezza, alla forza dell'oggi, c'è la tradizione, la ricchezza dell'ieri, che può esser forza o ricchezza del domani. Per uscir di metafora, ci sono i nobili, le grandi famiglie storiche, a cui principi e stati son debitori di tanta gloria e di tanta fortuna. Un paese ha mestieri di gloria come di pane. Anche la gloria è un elemento di prosperità. Un paese che non abbia tradizioni è come una casa a cui manchino i quadri. Ci avete il letto, la tavola, i cassettoni, le sedie, ma quella parete nuda vi dà la sensazione del vuoto. Ella m'intende, signor Prospero?
—Faccia conto;—rispose quell'altro, che incominciava a confondersi.
—Or dunque,—ripigliò con aria di trionfo il sottoprefetto,—che cosa dobbiamo far noi, per ornamento della gran casa che si chiama paese? Dobbiamo, o ch'io m'inganno, mantenere gelosamente le sue tradizioni. Il tentativo di cancellare ogni cosa non è savio; aggiungo volentieri che è vano, come si è dimostrato in Inghilterra sotto il Cromwell, e peggio in Francia, sotto il Robespierre. La reazione succede fatalmente all'azione. È una legge storica, com'è una legge meccanica. Uno stato prudente e previdente deve trasformare quello che non può mutare, tener conto di tutte le forze e moltiplicarle, associandole. Non le pare?
—Sono intieramente della sua opinione;—rispose il signor Prospero che non capiva più nulla.
—Ah, meglio così!—ripigliò l'oratore.—Ella dunque ammette con noi la necessità di queste alleanze tra famiglie e famiglie, tra i grandi nomi e le grandi ricchezze. Ma non basta.
—Come? Non basta ancora?—si provò a dire il signor Prospero.
—No, certamente, e la ragione non isfuggirà alla sua perspicacia. L'opera di un savio governo non finisce qui; deve andar oltre, promuovere queste alleanze tra provincia e provincia, perchè tutte le parti del gran corpo sociale ne risentano i benefici effetti e il corpo medesimo si rassodi nell'intreccio di tutte le parti che lo compongono. Ora, che cosa siamo noi, prefetti (e dico prefetti, perchè la promozione non può star molto a venire), che cosa siamo noi, se non gli strumenti di questa indagine, di questa cura diligente, di questa….—
Il cavalier Tiraquelli cercava il sostantivo, e il signor Prospero glielo suggerì.
—Impresa matrimoniale;—diss'egli.
—Signor Prospero!—esclamò il sottoprefetto, rizzando la testa, come per dare tutta la misura della sua dignità offesa.
Ma tosto si avvide, all'aria modesta del signor Prospero, che il suo interlocutore non aveva voluto dir niente di malizioso, e ripigliò, sorridendo:
—Diciamo anche impresa matrimoniale, quando i matrimonii non escano da quest'ordine elevato d'idee. Noi, inoltre, abbiamo l'ufficio, ugualmente nobile, di cercare il merito, dovunque si trovi, di farlo risaltare e di premiarlo, ad esempio ed incitamento per tutti. Ella, signor Prospero, ne ha la sua parte, e il governo aveva già pensato a mandarle la croce.
—A me?
—Sicuramente. Il nostro signor Prospero non era forse capitano della guardia nazionale?
—Che non si è mai radunata.
—Non è colpa sua, signor Prospero, ma dei passati ministeri, che non hanno pensato mai a rialzare il prestigio di questa istituzione in Castelnuovo Bedonia. Per me, ufficiale del governo, Ella è stato capitano per oltre dieci anni; ha dunque diritto alla croce di cavaliere. E non basta.
—Non basta?—disse il signor Prospero, con accento perplesso, tra il dubbio e la speranza.
—Non basta,—ribattè il sottoprefetto,—Ella ha parlato nel comizio agrario di Collemezzo.
—Dio buono—esclamò con aria modesta il signor Prospero.—Per dire che avrei piantato grano, scambio di sorgo, e patate, scambio di barbabietole.
—Egregiamente! Con ciò Ella ha dimostrata la sodezza del suo raziocinio. Non tutto è da cangiare nel mondo;—si degnò di riconoscere il sottoprefetto;—e ci sono delle vecchie usanze a cui bisogna attenersi, perchè esse hanno con sè il rincalzo dell'esperienza. Se i nostri padri, da tempo immemorabile, hanno creduto di mantenersi fedeli alla coltivazione della patata…. Cioè, no da tempo immemorabile, perchè la patata è relativamente moderna…. Ma insomma, signor Prospero, l'esperienza insegna, e Lei rappresenta l'esperienza, che bisogna star fermi nella conservazione dei vecchi sistemi. Un partito conservatore, saviamente conservatore, è anche necessario come forza d'equilibrio, in uno stato bene congegnato. Tutto è equilibrio, in politica come in meccanica. Ed io non tralascerò di dirlo in Senato.
—Come?—gridò il signor Prospero.—In Senato? E quando?
—Quando ci andrò;—rispose il sottoprefetto, abbassando le ali della sua ambizione.—Ma torniamo a noi. Ella è un agronomo, signor Prospero. L'Italia ha bisogno di agronomi. Non lo ha letto, Virgilio?Salve magna parens frugum Saturnia tellus.Eccole un bel verso, da mettere per epigrafe sopra un opuscolo, che io le consiglio di scrivere.—
L'idea dell'opuscolo agrario, ad onta dell'epigrafe, nuova di zecca, che gli suggeriva il sottoprefetto, sorrise mediocremente al signor Prospero degnissimo.
—In fede mia,—diss'egli,—non saprei da che parte rifarmi.
—Buona volontà, amico mio, e il resto viene da sè. Leggete qualche libro d'agronomia; servirà per risvegliarvi le idee. Io ho avuto molto profitto daiSegreti di Don Rebo, dell'Ottavi; un libro aureo, che m'ha aiutato ad improvvisare quattro discorsi. Capirà, signor Prospero, che il mio campo non è l'agronomia. Io sono anzi tutto un uomo politico. Legga l'Ottavi, è una miniera; metta insieme quattro principii di scienza, per far da preambolo ai consigli della sua pratica, e vedrà. Come capitano della guardia nazionale aveva diritto alla croce di cavaliere; come agronomo l'avrà a quella d'ufficiale.
—Il commendatore è ancora lontano;—osservò il signor Prospero, ridendo.
—Tutt'altro; facciamo questo matrimonio, che tanto premerebbe al ministro per le ragioni che ho avuto l'onore di esporle, e avrà subito il collare.
—Capisco, capisco, sarebbe un premio per un fortunato incrociamento di razze.
—Ella ha molto spirito, commendatore; le faccio i miei complimenti.
—Oh, con Lei, signor prefetto, chi non ne avrebbe?
—Dunque, da bravo, abbia anche un poco della mia premura, e mi conduca questa faccenda a buon porto.
—Farò quel che potrò, ne stia certo. Se l'Italia ha da avere un benefizio da questo matrimonio, non sarò io che darò indietro. Ma badi, signor prefetto, io non sono che un tutore e uno zio. Posso consigliare, aiutare, spalleggiare; ma bisogna che il giovinotto, dal canto suo….
—Farà il suo dovere, non dubiti. Lo faremo tutti, il nostro dovere, perchè sia contento il ministro e incarnato il suo profondo disegno. Lo metteremo in evidenza, il duca di Francavilla, lo faremo brillare. E frattanto, incominciamo dal ritornare nella sala. Il sigaro è finito e non si deve sospettare che abbiamo a ragionare di troppe cose fra noi.
—Dice bene; andiamo.—
E il signor Prospero Gentili, zio materno e tutore della signorina Adele Ruzzani, fanciulla romantica come vi ho detto, e milionaria, come avrete capito, gittò il suo mozzicone dal loggiato nel sottoposto cortile; indi seguì il cavaliere Tiraquelli, sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia, nella sala di ricevimento.
I soliti quattro salti non erano ancora incominciati, sebbene il maestro di musica avesse già tentate le dame e i cavalieri con gli accordi d'un valzer, e i ballerini più feroci della sottoprefettura fossero tutti presenti. Ma prima di dirvi il perchè di quell'indugio coreografico, credo necessario di darvi un'idea della sala. Non sarà un quadro, ma un semplice abbozzo.
Accanto alla sottoprefettessa, sul canapè di damasco rosso, che era la cattedra pontificale, ilsancta sanctorum, e tutto quel che vorrete di più solenne là dentro, sedeva la contessa Gamberini, signora bofficiona e rosea, come contrapposto e compenso all'altra risecchita e giallognola. Tre quattro dame, delle più venerabili di Castelnuovo, sedevano nelle poltrone, vicino al canapè, facendo circolo alle due maggiori divinità. Altrettanti medaglioni mascolini si accompagnavano ai femminili. Erano i notabili di Castelnuovo, il sindaco, l'assessore anziano, il notaio, un magistrato a riposo, e via discorrendo. Pareva di vedere un lettisternio di Numi, sul fare di quelli che gli antichi romani collocavano in un luogo rilevato del triclinio, per avere gli Dei testimoni ed auspici ai loro banchetti. Se l'immagine pagana non vi garba, mettete che il canapè fosse un altare cristiano. Il signor sottoprefetto ne era il sacerdote; ed ora appoggiato ad un bracciuolo,in cornu epistolae, dov'era sua moglie, ora all'altro,in cornu evangelii, dov'era la contessa Gamberini, celebrava i divini uffizi, ministrava il verbo governativo ai fedeli.
Più in là, accanto ad una mensola enorme, su cui torreggiava uno specchio antico, dalla cornice intagliata e dorata, si raccoglieva un crocchio più allegro, sebbene le teste grigie vi abbondassero. Il ricevitore del registro, ottima persona, amante della burletta, intratteneva i suoi colleghi delle ipoteche, delle dogane e dei pesi e misure, con qualche storiella di gioventù e con qualche accenno discreto alla divina bottiglia. Quelli erano gli uomini che attendevano tutto il santo giorno al loro ministero, ma non amavano portarne il ricordo con sè, dopo la chiusura dell'uffizio.
Vicino al pianoforte, dall'altra parte della sala, era un altro crocchio, più numeroso, quello dei giovani. Lo dominava con tutta la sua autorità quadragenaria la signora Morselli, donna stimabilissima, che aveva un solo difetto, quello di credersi un soprano sfogato. Lo temperava, per altro, non cantando mai se non pregata e ripregata. E la pregavano, e la ripregavano sempre, non foss'altro, per sentimento di gratitudine; poichè la sua presenza dava a tutti i giovani dei due sessi un ottimo pretesto per rimanere lontani dal gruppo delle persone gravi, che pontificavano intorno al canapè di damasco rosso. In quel crocchio di giovani, amanti della musica, si degnava di stare più a lungo che altrove la contessina Berta Gamberini. Laggiù si vedevano i pochi zerbinotti di Castelnuovo; farfallini più o meno eleganti, che aliavano dal pianoforte ad una tavola rotonda, su cui, intorno ad una lampada Carcel, piantata in un vaso che voleva parere della Cina, erano disposti gli albi, le strenne, i giornali, ed altre curiosità, che ottenevano di tanto in tanto uno sguardo della signorina Adele Ruzzani.
Berta Gamberini e Adele Ruzzani erano i due poli di quel piccolo mondo.
I due poli magnetici, intendiamoci, e non i geografici, che non mi servirebbero di paragone, così freddi come sono, e circondati di ghiacci millenarii, mentre qui s'ha a descrivere la gioventù che piace e la bellezza che rimescola il sangue.
Berta, a dir vero, non era una bellezza da far ammattire la gente. Inoltre, appariva troppo grave, troppo compassata; e questo, se conferiva alla nobiltà dell'aspetto, nuoceva all'espressione. Ci si vedeva l'alterigia di cinque generazioni di Gamberini, ci si sentiva la degnazione, anche quando, pregata dalle amiche, metteva le mani sulla tastiera del pianoforte. Adele Ruzzani era più bella, più attraente, e, secondo i casi e gli umori, anche più amabile. Per altro, bisognava far l'occhio a certe bizzarrie. Adele Ruzzani portava i capelli corti, tagliati poco sotto all'orecchio, come un paggetto medievale. A taluni la novità piaceva, ad altri no; le amiche sostenevano che i capegli di Adele, scorciati fin da quando era bambina, duravano così, perchè non avevano voluto più crescere. Ma l'acconciatura di Adele Ruzzani era certamente un capriccio. Piacesse, o no, quella zazzerina bionda, che saltellava ad ogni moto del capo, si attagliava benissimo alla sua spiritosa figura. Adele Ruzzani, poi, non amava molto la musica; ballava per mera condiscendenza e non voleva parlar mai di mode. Non aveva i gusti femminili; le piacevano i discorsi gravi, quantunque non isgradisse di variarli spesso, saltando, come suol dirsi, di palo in frasca; si lagnava qualche volta di non sapere il greco e il latino, e prometteva d'imparar l'uno e l'altro alla prima occasione. Quasi sarebbe inutile il dirvi che l'occasione non veniva mai. A quella graziosa birichina mancava sempre il tempo di fare una cosa simile, e di desiderarla per due giorni di seguito.
Ad onta di questi difetti, che parranno piccoli o grossi, secondo il modo di vedere, i giovani facevano tutti la ruota davanti alla signorina Adele. Non sempre ci si trovavano bene, con lei, che aveva l'aria di canzonarli, e che li piantava lì su due piedi, non badando ai loro madrigali, per tener dietro ad un ragionamento di amministrazione, o di politica pura. Sì, Dio buono, anche di politica, che è il colmo dell'abominio.
—O perchè non lascia questi discorsi agli uomini?—si chiedeva qualche volta, vedendo la signorina Adele infervorarsi in quelle miserie dello spirito.
Domanda vana, che risponde ad un sentimento sciocco. Io, per me, vorrei che certi discorsi, con cui andiamo turbando la nostra esistenza mascolina, se li usurpassero pure le donne. Quando odo una bella figlia d'Eva ragionar di politica, Dio mi perdoni, l'abbraccerei. Ecco, io dico tra me, ecco una persona che ci trova gusto, a masticare questo pezzo di sughero!
Adele Ruzzani era dunque una fanciulla capricciosa. Ma, lo ripeto, non faceva fuggire nessuno. Quante cose non si permettono ad una coppia di milioni, quando vestono gonnella? Si può dir corna di quei milioni, desiderare di vederli spartiti, quegli spicchi di settantacinque centesimi, che toccherebbero ad ognuno, secondo i calcoli più diligenti, se la divisione fosse fatta con equità, dal primo dei livellatori all'ultimo dei livellati; ma intanto quei due milioni comandano il rispetto, incatenano lo sguardo. Si fa il filosofo, si torce il muso, si gira, ma ci si casca poi sempre, anche giurando che ciò si è fatto per la bellezza di due occhi, per la freschezza di due guance, e via discorrendo. Il fatto sta che si guarda quella bellezza due volte più delle altre, collocate su d'un piedestallo più umile, e si ha l'aria di voler trovare la ragione di certi riflessi dorati nella cavità dell'occhio e nel sottosquadro della guancia.
Resta sempre che bisogna essere scaltri e non lasciarsi scorgere. Le ragazze in genere sono furbacchiotte, e le ricche in particolare sono sospettose. Con loro, anche a non pensarci affatto, potreste passare per cacciatori di doti.
E scaltro la parte sua era il signor duca di Francavilla. Il giovane dilettante di archeologia preistorica mostrava un'eguale sollecitudine per tutti gli strati sociali di Castelnuovo. Faceva nobilmente la sua corte alle signore attempate; poi, senza parere, andava dalle giovani, prendendo posto in mezzo ai due crocchi, mettendosi all'equatore tra quei due poli, ora tenendo a chiacchiera la signorina Adele, ora la contessina Berta, parlando a questa di musica, a quella di viaggi. Per allora, la Gamberini amava discorrere di Riccardo Wagner, la Ruzzani della Nuova Guinea. E il Francavilla passava dalLohengrinai Papuas, con quella leggerezza, con quella disinvoltura che fa onore a chi parla e invidia a chi ascolta.
Nè, per la signorina Adele e per la contessina Berta, erano dimenticate le altre. Il signor duca di Francavilla pagava nobilmente l'ospitalità di Castelnuovo. Aveva gentilezze per tutte; gli bastava il cenno di questa o di quella per cambiar materia; pari alle farfalle di carta inventate dai giapponesi, svolazzava di qua e di là ad ogni soffio, e non toccava mai terra. Duca portentoso! E dire che quel giovinotto, uno tra i primi gentiluomini d'Italia, era là, ascoso in un circondario campestre, passando le mattinate a scavare il suolo delle caverne, e le serate a profondere il suo spirito nella sala di una sottoprefettura!
A proposito, e dove abbiamo lasciato il nostro ottimo sottoprefetto?Un uomo simile non va trascurato. Egli è il primo in CastelnuovoBedonia, non lo dimentichiamo.
Il nostro cavalier Tiraquelli era rientrato nella sala di ricevimento, in compagnia del fido signor Prospero Gentili, il cui volto aperto e sorridente pareva già lumeggiato dai toni caldi d'un collare della Corona d'Italia. Il futuro commendatore aveva fatto un mezzo giro a sinistra, per andare tra gli uomini gravi, nel consesso degli Dei, accanto al canapè di damasco rosso, dove sfolgoravano di luce propria la padrona di casa e la contessa Gamberini. Il sottoprefetto aveva fatto un mezzo giro a destra, verso il crocchio dei begli umori; aveva ascoltata con benevola gravità una barzelletta del ricevitore del registro; quindi, come un sovrano in volta attraverso le file de' suoi cortigiani, era andato verso il pianoforte, dove scoppiettava l'arguzia del duca di Francavilla.
—Signor duca, bene arrivato. Di che si parlava?
—Ah sì, Ella capita proprio a tempo, signor cavaliere,—disse il duca, ridendo.—Ce n'ho una che vale un Perù. Ella ha nella sua giurisdizione una meraviglia, ed io non ne sapevo ancor nulla.—
Il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia atteggiò le labbra ad un sorriso tra l'arguto e il melenso, che rispondeva benissimo allo stato particolare di un uomo, il quale per ragione dell'ufficio dovesse indovinare a volo e che frattanto avrebbe voluto essere aiutato un pochino.
—Una meraviglia!—esclamò egli avvicinandosi e cercando di guadagnar tempo.
—Mi correggo;—ripigliò il duca di Francavilla.—Le meraviglie, nel suo circondario, sono parecchie, anzi più delle sette di cui si vantava l'antichità;—soggiunse egli, volgendo intorno una rapida occhiata, come se volesse sparpagliare il complimento tra tutte le sue ascoltatrici.—Ma intendevo parlare d'una meraviglia medievale, di una stranezza, d'un anacronismo…. infine, per chiamar le cose col loro nome, del convento dei matti.
—Ah!—rispose il sottoprefetto, dando una rifiatata.—E lei, signor duca, si è inerpicato fin là?
—Certamente; il dilettante d'archeologia preistorica ha perduta la sua giornata, facendola guadagnare al curioso. Ho veduto il convento dei matti e ci ho mangiata anche la frittata dell'amicizia.—
Il duca di Francavilla non s'immaginava di aver fatto una cosa tanto singolare. Lo pensò, quando vide che tutti gli si strinsero intorno, come altrettanti bambini a cui avesse raccontato di essere andato alle tre montagne d'oro, o agli alberi del sole.
—Racconti, signor duca, racconti!—gli dissero.
—Penetrare nel convento dei matti non è mica una cosa facile!
—Davvero?
—Sicuramente, e Lei può stimarsi fortunato. Ci è una guardia così severa contro tutti i curiosi!
—È vero quello che se ne dice?—domandò la signorina Adele Ruzzani.
—Signorina….—rispose il duca,—io veramente non so che cosa se ne dica….
—Che ci sono in quel convento degli uomini in collera col mondo.
—Come tutti i frati, signorina.
—Che si lasciano crescere la barba fino alla cintura;—soggiunse la signora Morselli.
—E si scavano la fossa come i certosini;—rincalzò la contessinaBerta.
—Signore mie, non ho veduto niente di ciò;—rispose il duca di Francavilla.—Ho trovato delle persone a modo, con le barbe regolari, ed anche col mento raso. Che siano in collera col mondo, mi par di capirlo dal fatto che si son dati alla vita monastica. Ma infine, non mi è sembrato che odiassero tutti, poichè mi hanno ricevuto benissimo, senza sapere chi fossi, e mi hanno lasciato andare via senza domandarmelo affatto.
—Essi,—notò il sottoprefetto,—non odiano che il sesso gentile.
—Oh brutti!—esclamò la signora Morselli, con un gesto di orrore.
—Già,—continuò il sottoprefetto,—abborrono le giovani; per aver grazia davanti a loro, bisogna essere venerabili.—
La signora Morselli che voleva essere annoverata fra le giovani, arricciò il naso, peggio che non avesse fatto da prima.
—Ma in che modo è andato a battere lassù, signor duca?—ripigliò il sottoprefetto, lasciando a mezzo il suo dialogo con la signora Morselli.
—Oh, in un modo naturalissimo, e quasi senza avvedermene. M'ero alzato stamane per tempo, e andavo al mio lavoro prediletto nella caverna della Ripa, quando mi venne udito dalla costa di rimpetto il rumore di alcuni sassi che si staccavano dall'alto e sdrucciolavano giù per la frana. Alzai gli occhi e guardai. Credetti alle prime di riconoscere un cane; ma la sua andatura guardinga per un sentiero così strano, mi pose in sospetto.
—Un lupo, forse?—disse la signora Morselli, fingendo un brivido di leggiadra paura.
—No, una volpe. Non istetti molto ad accertarmene, osservando la sua coda alta e vistosa. Avevo il mio fucile ad armacollo; ma la distanza era troppo grande e non mi fidai di lasciarle andare una botta. Un contadinello che veniva dietro a me, con un carico sulle spalle, mi disse:—"Badate, se volete prenderla, io posso insegnarvi il suo covo, che è là."—E mi additava una balza, sormontata da cinque o sei pini bistorti, a forse cinquecento metri dal punto ov'era la volpe.—"Vuoi tu accompagnarmi?"—gli dissi.—"Per ora, fino a mezza strada,—mi rispose;—ma se volete aspettarmi, tanto che io consegni questo carico alla badìa, vi accompagnerò fino alla tana."—Non sapevo che si trovasse una badìa da quelle parti, e domandai che frati ci fossero.—"Non son frati,—mi disse il contadino,—quantunque vestano da frati; il parroco dice che son lupi travestiti da pastori; la gente dice che son matti."—"E tu che cosa ne dici?"—"Che potranno benissimo esser matti, ma che di sicuro non sono lupi, e che non vanno vestiti da pastori, perchè hanno la tonaca, proprio alla maniera dei frati."—La cosa mi parve singolare. Lasciai correre la volpe e interrogai il contadino, sperando di cavarne qualche notizia intorno a quel convento di frati che non erano frati, di lupi che non erano lupi, e di matti che potevano esser savi, più di tanti e tanti che ne hanno la riputazione. Ma il contadino mi aveva detto quasi tutto quel che sapeva. Gli abitatori del convento non li conosceva; soltanto ne aveva veduti due o tre da lontano, e non era in relazione che col frate converso. Egli non mi sapeva descriver nulla, neanche l'abito di quei monaci, se avesse qualche particolarità notevole, che lo avvicinasse ad un ordine, o lo distinguesse da un altro. Ed io, curioso come…. un uomo, risolsi di accompagnarlo fino alla porta del convento. Tanto, a sentir lui, era tutta strada per andare verso i pini, dove ci aveva il suo covo la volpe. Mi allontanavo invece dalla mia caverna ossifera; ma questa mi avrebbe sempre aspettato. Eccomi dunque, signore e signori, in viaggio per il convento dei matti. Si passa un torrentello, si entra in una forra, si scende ancora, fino ad un ponte massiccio, d'un arco solo, che mette ad una torre quadrata con le sue feritoie in basso, le sue caditoie in alto e i merli sul colmo, come ogni torre che si rispetta.
—Dio, come descrive bene!—mormorò la signora Morselli.—Par di vederla.
La modestia del duca di Francavilla fece le viste di non aver udita la mezza voce del soprano sfogato.
—Di là dal ponte,—diss'egli, continuando,—è una macchia fitta di frassini e di cerri che nasconde il sentiero. Che pace, là dentro! Solo a vedere quella conca di verde cupo, ho intesa la vita monastica, e per cinque minuti ho invidiati i santi uomini che vissero là dentro, ignorati dal mondo.
—Fino alla soppressione delle fraterie;—notò il sottoprefetto.—L'eremo di San Bruno è stato venduto dieci anni fa.
Le signore mostravano desiderio di udire la continuazione del racconto. E il duca proseguì:
—Entrato sotto il portico in compagnia del contadino, vidi il frate converso, un giovialone con tre giri di pappagorgia, tondo come una botte, ma giovane ancora, e con due occhietti neri che non stavano mai fermi. Voleva parere arcigno, ma non gli riuscì.—"Che cosa vuole, questo signore?" chiese egli al contadino.—"È un cacciatore, e domanda di riposarsi un poco."—"E vorrà un bicchier di vino, m'immagino."—"Padre,—risposi io,—l'ora è troppo mattutina."—"Che! mattina o sera, è sempre ora di bere."—"Concedo, ma a patto che si sia mangiato un boccone."—Il converso mi guardò con aria compassionevole.—"Non è l'opinione di tutti i filosofi;—rispose;—Anassagora pretende che si debba ber vino soltantopost pastum; Zenone invece sostiene chepotum semper juvabit."—Volli mettermi anch'io all'altezza di quella erudizione burlesca e replicai:—"Ambedue s'accordano per combattere la dottrina di Talete."—"Ah sì?—ribattè egli con accento tra il burbero e il rabbonito.—E che cosa dice Talete?"—"Aqua optima rerum."—"Per risciacquarsi il viso una volta alla settimana, non nego."—"Padre, io m'inchino alla sua equanimità; il mondo fu più severo di Lei, e condannò il sistema di Talete all'oblìo." Queste parole mi fruttarono un sorriso del frate converso, il quale mi disse:—"Venga al convento e farà colazione."—In ogni altra circostanza avrei ringraziato, rifiutando; ma quella fortunata occasione di visitare un convento di matti non era da lasciarsi sfuggire, e ringraziai, accettando. Signor ricevitore, non avrebbe fatto lo stesso? Intanto, guardavo il mio uomo, così tondo e così vispo, con quella sua tonaca color tabacco, tutta strappi e frittelle. L'illusione era perfetta; avevo davanti un vero frate torzone. Sbrigatosi dal contadino e preso l'involto sulle braccia, il converso mi accennò di seguirlo. La strada era più grande che non l'avessi creduta da prima, vedendo quella macchia così fitta di cerri e di frassini. Il mio strano compagno mi domandò se fossi del paese, ed io notai l'aria di contentezza che si dipinse sulla sua faccia rubiconda, appena gli ebbi detto che ero forestiero, che mi trovavo a Castelnuovo per ragione di studio. "Il priore è gentilissimo,—mi disse,—e sarebbe anche ospitale, se le visite non fossero quasi sempre di curiosi, che vogliono sapere chi siamo, e perchè viviamo qui ritirati."—"Non vorrei essere importuno"—mi affrettai a rispondere.—"No, non ci pensi neanche;—replicò il converso!—Lei è uno studioso, dunque non è un curioso."—Mi parve che la distinzione fosse molto arbitraria, ma lasciai correre, pensando che lo studioso mascherava abbastanza bene il curioso e che sarei potuto giungere a quel benedetto convento. La strada costeggiava un rigagnolo, ma a poco a poco si alzava sul fianco della collina. Qua e là, a giuste distanze, sorgevano certi tabernacoli, che rispondevano alle stazioni dellaVia crucis. Dalle vette circostanti si vedevano spuntare i tetti dei romitorii. Finalmente, svoltato un angolo tra due poggi, mi si parò davanti agli occhi una valle, con qualche segno di coltivazione, e un grosso edifizio nel mezzo.
—Il convento di San Bruno:—disse il sottoprefetto, approfittando di una pausa del narratore.—È stato venduto per ottomila lire, e un solo taglio d'alberi ne ha fruttate cento cinquantamila.
—Ai frati nuovi?
—No, a certi speculatori che avevano comperato l'eremo e poi lo hanno rivenduto ai frati nuovi, ai matti, come li chiamano in paese.
—Son matti davvero!—gridò la signora Morselli.—Odiare le donne! Ma si può dar di peggio?
—E quanti sono?—chiese Adele Ruzzani, a cui piacevano poco tutte quelle interruzioni.
—Nove, per ora, ma se ne aspettano cinque.
—Graziosi, quei novizi!—esclamò il sottoprefetto.
—Avanti, coi nemici delle donne!—ripigliò la signora Morselli.—ELei, cavaliere, non li obbliga a smettere?
—Signora, mi dica lei come si potrebbe farlo. Sono in regola con tutte le leggi dello stato. Non sono mica una famiglia di monaci all'antica; sono una brigata d'amici che vivono in comune, e non domandano d'essere riconosciuti come ente morale.
—Non ci mancherebbe altro! un ente morale, questo covo di celibi!
—Covo di celibi! Ben trovato! Come a dire un covo di bricconi;—gridò il duca di Francavilla, dando la sua occhiata in giro, per comprenderci anche la signorina Adele, senza aver aria di far preferenze:
—Bisogna disfare il covo!—ripicchiò la signora Morselli, facendo di buona voglia la sua parte di mamma.—Signor cavaliere pensiamoci.
—Eh, pensiamoci pure;—disse il sottoprefetto con aria di condiscendenza, temperata da un sorrisetto e da una crollatina di spalle.—Se in Parlamento penseranno a votarmi una legge contro il celibato, non dubiti, mi metterò subito in campagna, con una mezza dozzina di carabinieri. Signor Prospero, Lei mi aiuterà, chiamando sotto le armi la guardia nazionale.
—Propongo un altro metodo;—entrò a dire il ricevitore del registro.—Sono quattordici, i frati di San Bruno? Si va col sindaco e con quattordici ragazze da marito.
—Bella trovata!—gridò la signora Morselli.—Resta a vedersi se le ragazze di Castelnuovo si degneranno di fare la strada per quei quattordici sciocchi. Già m'immagino che saranno anche brutti.
—No, signora mia;—rispose il duca di Francavilla;—li ho veduti in refettorio e….
—A proposito. Ella deve continuare la sua storia, signor duca. Era rimasto…. Dov'era rimasto?
—In vista del convento. Ma il resto del viaggio può esser soppresso, senza nuocere alla chiarezza del racconto.
—No, no, vogliamo tutto, dall'a fino alla zeta.
—Non le facciamo grazia d'una virgola.
—Capisco,—disse il duca ridendo,—non mi permettono di far punto.
—Incominci, la prego, a non far punto e virgola;—gridò quel capo ameno del ricevitore.
—Obbedisco;—replicò il duca di Francavilla, inchinandosi.—Dalla svolta a cui eravamo rimasti, fino al convento, sono forse mille passi, e la strada scende insensibilmente fin là. Non si direbbe che, in un luogo alpestre come quello, si nasconda una valle, e direi quasi una conca, di così dolce declivio. Ah, non è questo che vogliono, signore mie? Accettino dunque il mio metodo; prendiamo la via più breve ed entriamo difilati in convento. È fabbricato come tutti gli altri, ha un portone, un androne, un parlatoio; certi santi dipinti a fresco lungo le pareti, e i miracoli di san Bruno nelle lunette tra i cornicioni delle mura e gli archetti della vôlta; un cortile con un porticato in giro, il pozzo nel mezzo, e gli ortaggi intorno al pozzo. Dico male; ortaggi, no; ci hanno piantato dei fiori. E questi fiori mi hanno dato da pensare. Perchè dei fiori, nel convento dei matti? Non è una comunità di odiatori delle donne? Ora, dove non si amano le donne, e che servono i fiori? Io non mi ci raccapezzo, e lascio il quesito ad ingegni più accorti del mio. Accennerò soltanto una cosa, che potrà servire come schiarimento agli studiosi. Il frate converso mi ha detto che il priore non ama l'aglio e tollera appena il prezzemolo nella frittata.
—Avanti, signor duca, avanti!
—Sono agli ordini delle signorie loro. Andando oltre in compagnia del converso, incontrai un frate, vestito in tutto come il mio accompagnatore, ma più pulito quel tanto. Mi parve un uomo sui quarant'anni, ma forse lo faceva più vecchio la gravità dell'aspetto. Non badò a me, tranne per rispondere al mio saluto con un cenno del capo.—"Padre Anselmo!" gli disse il converso, inchinandosi.—"Fratello Giocondo!" gli rispose quell'altro. Seppi così che il converso si chiamava Giocondo; un bel nome e bene appropriato al personaggio.—"Chi è questo padre Anselmo?" gli domandai.—"È il bibliotecario" mi rispose il converso.—"Diamine! non l'hanno in cantina, la biblioteca?"—"Che! Magari avessero più vino e meno libri! Ma già, all'esser tinozzi di quel buono, preferiscono d'esser pozzi di scienza, ed hanno fatto una biblioteca ricchissima."—Più avanti, c'incontrammo in un altro.—"Padre Bonaventura!" disse il converso, inchinandosi come prima.—"Fratello Giocondo!" rispose quell'altro, e tirò via.—"E questo chi è?" domandai.—"L'astronomo."—"Come? Avete anche un osservatorio?"—"Sicuramente, e un laboratorio di chimica, e tante altre diavolerie. Tutte le settimane i padri si radunano un giorno a capitolo, e mettono i loro studi in comune."—"Benissimo! E faranno un giornale?"—"Ci hanno pensato,—mi rispose fratello Giocondo,—ma finora non sono in numero per impiantare anche una tipografia. Presto saranno quattordici e allora stamperanno il giornale scientifico."—"Riescirà interessante e lo leggerò volentieri."—"Credo che sarà difficile; fanno conto di stamparne a mala pena quindici copie; una per ciascheduno di loro, ed una per la biblioteca. Almeno, così ho sentito dire."—Rimasi di stucco. Saranno matti, sì e no, pensavo, ma certamente sono molto curiosi. Seguitai il converso; vidi la chiesa, che è stata trasformata in biblioteca; quindi entrai nella sala del capitolo, che ha i sedili torno torno, come al tempo dei frati Camaldolesi, con la giunta di certi scaffali nel mezzo, per le riviste scientifiche, letterarie ed artistiche di tutte le parti d'Europa. Dal medaglione della vôlta, san Bruno benedice ogni cosa.—
La società raccolta intorno al duca di Francavilla s'era fatta seria, a mano a mano che egli procedeva nella sua narrazione.
—È una rinunzia al mondo, senza uscire dal mondo;—osservò il più sentenzioso tra tutti i sottoprefetti del regno.
—Così la intendono difatti;—ripigliò il duca di Francavilla.—Ho veduto finalmente il priore; un uomo sui trentacinque, o giù di lì; bruno di capegli, di fattezze regolari con due occhioni intelligenti che prendono risalto dalla bianchezza del viso. Anch'egli porta la tunica color tabacco, ma dallo scollo gli escono fuori i solini della camicia, che rompono la monotonia del vestiario, e porta in capo una berretta di velluto, tagliata artisticamente, sulla foggia del Cinquecento. Mi accolse benissimo, quantunque gli occhi indagatori tradissero un'ombra di sospetto. Gli raccontai sinceramente chi fossi, perchè mi trovassi a Castelnuovo e, pel momento, lassù. Egli allora ad interrogarmi sulle caverne, sugli scavi, e sulla profondità de' miei studi, che è poca davvero. Si vedeva chiara l'intenzione di darmi l'esame; ma io feci mostra di non avvedermi di nulla e gli sciorinai tutta la mia povera scienza. Ebbi la fortuna di entrargli in grazia; il suo volto si rasserenò e la sua lingua si sciolse.—"Voi ci guadagnate la mano;—mi disse;—anche noi volevamo intraprendere qualche ricerca di questo genere; perchè qui, nel convento di San Bruno, si vuol bastare a molte cose e fare un piccolo mondo per noi."—"Non c'è il grande?" osservai.—"Grande, sì,—mi rispose,—ma noioso troppo, con le sue invidie, co' suoi rancori, e con tutte l'altre malinconie che guastano ogni cosa. Nessuno può viverci a modo suo; e questo sarebbe il meno male;—soggiunse con aria benevola;—ma il guaio è questo, che nessuno può adoperarsi per gli altri, senza esserne pagato di mala moneta. Faccia il mondo i fatti suoi e ci viva dentro chi vuole; noi, tirati in disparte, avremo tutto il buono del mondo, e respingeremo il cattivo."—"Incominciando dalle donne?" osai domandargli.
—Ah, ci siamo!—gridarono le signore.—E che cosa le ha risposto?
—Rimase a tutta prima in silenzio, guardandomi fisso. Veramente, m'ero spinto un po' troppo. Ma la mia aria non era d'uomo che avesse gettato là un frizzo per dar noia al proprio interlocutore, bensì di un uomo che amava illuminarsi nella discussione. E il priore lo intese, poichè, fatto un sorriso malinconico e data una crollatina di testa, mi rispose…. Aspettino, signore mie, vorrei ricordarmi con precisione di tutto. Un ragionamento così bello!…
—Via, per farcelo parere più bello, questo benedetto discorso, non ce lo faccia aspettar troppo;—gridarono le dame, con quel tono di familiare autorità, che dimostrava il conto in cui era tenuto il personaggio.
—Pazienza, lo ripeterò male; ma non sarà colpa mia;—ripigliò il duca di Francavilla.—"Signore, mi disse il frate, non è così che l'intendiamo noi altri. La nostra comunità non ha ufficio di odiare le donne. Esse non entrano nel nostro credo, non fanno parte del nostro ideale, ecco tutto. Si odiano forse i diamanti, per la semplice ragione che non si portano in dito?"
—Ha detto questo, il priore?—domandò la signora Morselli.
—Per l'appunto, signora, e m'è sembrato abbastanza gentile. Non pare anche a lei?
—Sì, per un uomo che sfugge le donne, non c'è male. Continui, la prego.
—Questa, dissi io, è l'opinione della comunità; ma personalmente, quale concetto si formano delle donne?—"Signore mio, personalmente si sfuggono; si sono sfuggite. Ognuno di noi è venuto qua con la seconda vocazione. Si meraviglia di questa mia distinzione? Pure è naturalissima. Ogni uomo ha due vocazioni, nella sua gioventù. La prima, che è vera o falsa, senza che a tutta prima si possa discernere; donde vengono i tardi pentimenti, le smanie e le lunghe agonie del chiostro. Sant'Antonio, romito volontario nella Tebaide, raccolto da mane a sera nelle sue sante meditazioni, vedeva ad ogni tratto il demonio che assumeva tutte le forme de' suoi desiderii soffocati e delle sue ambizioni represse. Santa Teresa sofferse indicibili tormenti, rimpianse più volte il suo voto, e l'ardente misticismo della sua vita e le cagioni della sua morte provarono qual grande sacrificio avesse fatto, e certamente superiore alle sue forze. Non è da fidarsi della prima vocazione. Perciò, la società moderna fa bene a sopprimere, in quel modo che può, tutti gli ordini monastici, fondati sulla indissolubilità d'un voto pronunziato prima del tempo. La seconda vocazione è vera, perchè essa càpita all'uomo esperto nelle battaglie della vita, ed egli vi si abbandona con piena cognizione di causa. Non mi dicano male di questa vocazione e non muovano guerra a' suoi legittimi affetti; lascino a tutti i cuori feriti, a tutte le anime deluse, il loro rifugio nella solitudine, il loro conforto nella pace di un fraterno ritrovo."—"Come è vero!" gridai. La mia esclamazione gli piacque, poichè egli continuò, infervorandosi:—"Voi dunque lo vedete, o signore, ci siamo raccolti in parecchi, tutti colpiti dai medesimi disinganni. Eravamo tre, da principio, come la prima compagnia di san Bruno, e ci eravamo affratellati nei nostri dolori. Non già i dolori dei vent'anni, che son passeggeri come i nembi di primavera; bensì i dolori dei trenta, che hanno una radice più profonda e si nutrono nell'amara esperienza del mondo."—"Scusate,—interruppi,—voi qui parlate dei dolori che reca all'uomo un affetto infelice; ma l'uomo non vive soltanto per l'amore; c'è l'ambizione, potente diversivo; c'è il desiderio di esser utile al suo simile. La politica, per esempio…"—Non mi lasciò finire. E per quanto io m'immagini di far dispiacere al nostro ottimo signor sottoprefetto….
—Dica pure, dica pure!—rispose il cavalier Tiraquelli, a cui era dedicata quella sospensione rettorica.
—Sì,—ripigliò il duca di Francavilla,—a giudizio del mio interlocutore la politica e il desiderio di adoperarsi a pro' del suo simile, sono altrettante afflizioni di spirito.—"È vero,—mi rispose,—ad una certa età l'uomo incomincia a sentire questi filantropici stimoli, d'esser consigliere comunale, deputato, amministratore d'opere pie, membro d'un consiglio agrario, capitano della guardia nazionale…."
—Signor Prospero,—disse il sottoprefetto, interrompendo, non senza un perchè, il duca di Francavilla,—questa è per noi.
—Anzi, tutta per me;—replicò il signor Prospero.—Ma io non me ne lagno. Continui, signor duca, continui.—
Il duca di Francavilla rimase a tutta prima un po' sconcertato; ma intese benissimo che il sottoprefetto voleva offrirgli un appiglio a correggere con le sue note il discorso del priore di San Bruno.
—Non son io che parlo, è il priore;—disse egli;—relata refero, e ambasciatore non porta pena. Non è vero, signor Gentili?
—Gliel ho già detto; continui. Capitano della guardia nazionale lo ero così poco, che il giudizio di questo priore dei matti non potrebbe neanche risguardarmi. Del resto, io non sono un ambizioso pentito,—soggiunse con amabile ipocrisia il signor Prospero,—e senza mestieri di farmi frate.
—Torno dunque con animo tranquillo al priore di San Bruno;—ripigliò il duca di Francavilla.—"Appunto nella politica, diceva egli, toccano all'uomo le delusioni peggiori. Che cos'è la politica, e in genere la passione dell'uomo per la cosa pubblica? Per gli uni è soddisfazione di vanità personale, o giuoco d'interesse; per gli altri uno sfogo d'amor patrio, sentimento nobilissimo tra tutti. Lascio i primi, che non meritano neanche la nostra indignazione, e bado solamente ai secondi. Che conforto è il loro? Che onesta soddisfazione derivano dal tempo e dall'ingegno che sprecano e dalle amarezze che ingoiano? La persuasione di aver fatto opera inutile, oltre che sospetta. E allora vi domando io, con che animo consigliare ad un galantuomo di star saldo nel suo ufficio di palo, che non arresta nulla, e sarà egli stesso travolto? Avete osservata mai,—soggiunse il priore,—la corrente d'un fiume, in un giorno di piena? Rami, tronchi d'alberi, quanto è caduto sotto il gorgo invasore, va via rapidamente a fior d'acqua. Un ramo, un fuscello, quel che volete, lentamente si allontana dalla via diritta. Un vortice ha turbato il suo corso, un fiotto lo ha mandato fuori di strada. E quel ramo, quel fuscello, tentenna un istante, indi a mano a mano si scosta. Sono molti con esso, nella corrente del fiume; parecchi, come attratti da una forza irresistibile, tornano al mezzo, per essere travolti dall'onda; altri se ne allontanano sempre più, e riescono ad afferrare il punto in cui l'acqua, risospinta dalla piena, si ristagna, offrendo a quei rami, a quei fuscellini, un rifugio, un asilo. Io ho sempre pensato che quei fuscellini possiedano un'anima, la coscienza e la volontà di non essere travolti dalla corrente."—"Scusate,—interruppi,—ma l'acqua stagnante è limacciosa, solo la corrente è limpida."—"Volete dire che il mio paragone non corre?—ripigliò il priore, sorridendo.—Sia pure; rivoltatelo, fate che il torbido sia nel mezzo della corrente e il limpido sui lati. Oppure, non vedete nel paragone che il tumulto e la calma."—
—Caspiterina, che sfarzo di ragionamento, per dirle che hanno seguito ilrumores fugedi Catone e che odiano il mondo!—esclamò il ricevitore del registro.
—No, mio signore;—rispose il duca di Francavilla;—non odiano il mondo, a rigore di termini. Anche su questo capitolo, come su quello delle donne, ci hanno le loro idee capricciose.—"Il mondo non è brutto,—mi diceva per l'appunto il priore;—il crederlo tale è un errore di coloro che hanno già la mania suicida nel sangue. Il mondo è quello che è, un complesso di bene e di male, con sovrabbondanza di male o di bene, secondo gli umori e la condizione di chi giudica. In ogni sua parte, il mondo può offrire qualche allegrezza, o qualche consolazione, come può offrirne la vita, in ogni classe sociale. L'uomo di senno, in qualunque condizione egli sia, a qualunque classe appartenga, misura il pro e il contro della sua partecipazione, non già con gli occhi dell'egoista, che bada a sè, ma con quelli del generoso, che vuol fare tutto ciò che è utile altrui. E lo fa, all'occorrenza, non badando a speranze di premio, nè guastandosi il sangue, se le trova fallaci; lo fa, sopratutto, perchè giova al suo simile, e solamente nel caso in cui egli è persuaso di giovare. Tra tutte le fatiche una sola è grave, l'inutile. E l'uomo, governandosi in quella guisa, senza sdegno, senza debolezze, senza vani rimpianti, cerca di mettere al sicuro la sua parte di felicità. Non vedete Cincinnato, che coltiva i suoi campi, e prima e dopo i ripetuti onori del consolato, della dittatura e dello interregno? Scipione Africano è inescusabile davvero, perchè va troppo tardi a digerire nella quiete di Literno gli amari bocconi che gli hanno fatto inghiottire i suoi concittadini. Se ci fosse andato prima, non lo avrebbero trovato superbo, nè arrogante, e non gli avrebbero dato del ladro, o poco meno, come fecero, con molto accanimento, in pubblica assemblea; ed egli, educando fiori in riva al suo lago, esule volontario e benevolo, non sarebbe morto arrabbiato."—Così parlò, signore mie, il priore di San Bruno, con molta bontà e senza quel tono cattedratico, che io, compendiando le sue parole, ho dovuto dare al discorso.
—Confessi, signor duca,—osservò la sottoprefetessa,—ch'Ella è innamorato del discorso ed anche dell'oratore.
—Sì, non lo nego, ho trovato del buono nell'uno e nell'altro. E poi, quella cortese accoglienza del refettorio, mi ha messo di buon umore, mi ha fatto parer grazioso, tollerabile, anche quel branco di matti.
—Saluteremo dunque un nuovo frate di San Bruno?—domandò la signoraMorselli.
—Se parla per me, non credo;—rispose il duca.—Ho ben altre idee per il capo!
—E ben altri uffici l'aspettano nel mondo;—aggiunse gravemente il sottoprefetto, dando un'occhiata al signor Prospero, commendatore di là da venire.
—Non ho ambizione,—rispose modestamente il duca;—ma siccome il mondo non mi ha fatto nulla, e non ho ragione di fuggire il bel sesso, che mi è tanto cortese della sua attenzione in questo momento, io non mi farò frate, lo giuro. Dico soltanto che anche lassù, per qualche settimana, ci si potrebbe vivere. È intenzione di quei frati di avere nel loro convento ogni cosa necessaria, ed anche molte delle superflue, che pure aiutano tanto ad abbellire la vita e a coltivare lo spirito. A farla breve, si foggiano un piccolo mondo nel grande, e ci si chiudono dentro.
—E dal grande,—chiese il sottoprefetto, col suo solito acume,—non filtrerà nulla di gramo nel piccolo?
—Sostengono di no, cavaliere mio. La loro teorica, come ho avuto l'onore di dirle, è fondata sulla serietà della seconda vocazione. Uomini provati alle battaglie e infastiditi dalle vanità della vita, si ritirano al deserto, non portando altro con sè che il desiderio della pace. Quali ambizioni minute potrebbero turbarli nel loro ritiro, se hanno rinunziato alle grandi? L'Ariosto ha collocata la discordia in un convento di frati. Ma questi hanno giurato di non volercela a nessun patto. Per dare il buon esempio, il priore, a mala pena saranno arrivati i cinque nuovi compagni che si aspettano, convocherà il capitolo, per rassegnare la sua dignità, accettatapro temporee nel solo intento di dare indirizzo al suo ordine.
—Ed è un bel giovane, questo priore?—domandò la signora Morselli.
—Tanto simpatico;—rispose il duca.
—E in che modo s'è ridotto lassù? Che disinganni ha potuto avere?
—Signora mia, glie l'avrei chiesto volentieri, ma ho avuto paura di passare per un curioso. Lassù non amano i curiosi, e ho dovuto tenermi la voglia in petto.
—E gli altri frati, come sono?
—Belli e brutti, giovani e maturi; ce n'è per tutti i gusti.
—Oh, stiano pure da sè;—gridò la signora Morselli.—Nessuna donna vorrà piangere la loro fuga dal mondo. Quantunque,—soggiunse,—bisognerebbe trovare il modo di farli pentire. Questo loro proponimento mi pare una sfida bella e buona, e Lei, signor cavaliere, dovrebbe raccoglierla.