—Ci penserò;—disse il sottoprefetto, con accento solenne.—Qualche cosa si potrà fare certamente. Perchè infine, Ella ha ragione, signora; qui c'è un principio di mal esempio. Nessuno può sottrarsi agli obblighi della convivenza sociale; è cànone di filosofia civile. Siamo tutti operai, del pensiero o del braccio. Una società bene costituita non può ammettere queste diserzioni, e un savio governo dee volgere tutta la sua autorità a rimediarci. Questi tentativi di ribellione alla legge morale, anche non espressamente vietati dal codice, vogliono essere repressi, con quel diritto che emana dallo spirito, se non dalla lettera del codice. L'uomo che si apparta è come il lavorante che si arresta, ritardando col fatto suo il compimento dell'opera comune. Sventura ai popoli in cui s'infiltra questo male del ritirarsi in disparte, poichè allora la decadenza incomincia! Abbandonare le vie del consorzio benevolo, per pochi o molti dolori che se ne temano, è un rinunziare anticipatamente all'onore e al frutto delle utili iniziative, in cui c'è campo per tutte le operosità; un rinnegare la saviezza vigilante del governo, che tutto vede, punisce e premia quando occorre, ed ha balsami anche per la virtù male ricompensata. Questa, almeno,—conchiuse il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia,—è la mia opinione.—
E si concentrò gloriosamente nel vuoto sonoro delle sue frasi, lasciando che i suoi uditori argomentassero, da quel piccolo saggio, con quante chiacchiere si governi il mondo.
Arrivato a questo punto della mia narrazione mi par di sentire il lettore che esclama:—Un nuovo ordine monastico nel secolo decimonono! E, quel che è peggio, senza l'accompagnamento dello scopo religioso! nel solo intento di appartarsi dal mondo! Eh via!
Lettore umanissimo, e perchè no? Siamo davanti ad un caso strano, lo capisco. Ma il secolo decimonono, in riga di pazzie, va forse celebrato come la perla dei secoli? O non ne ha già fatte fin d'ora più di tutti i suoi riveritissimi predecessori? Vedete l'Icaria di Cabet, il Falanstero di Saint-Simon, il mormonismo, lo spiritismo, il comunismo, il nichilismo, e tanti altri tentativi di cataclismo. Io non voglio certamente paragonare tutta questa grazia di Dio con un povero convento di matti; mi fermo, anzi, a stabilire come esso sia il meno spiccato, il più innocente, il più roseo, tra tanti bei saggi della incontentabilità umana; i quali, germogliati all'ombra delle patrie leggi e fiorenti al sole della libertà….
Ma qui m'accorgo di metter mano ad una retorica, sulla quale il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia potrebbe vantare il diritto della priorità.Prior in tempore, potior in jure; lasciamo dunque la retorica al degnissimo cavalier Tiraquelli, e ripigliamo il filo del nostro racconto.
Il monastero di San Bruno aspettava in quei giorni un rinforzo. Erano cinque i nuovi ospiti, cinque le anime deluse che la seconda vocazione spingeva a cercare la pace in quel nido di laici regolari, sotto il governo temporaneo di padre Anacleto. Con questo nome era riconosciuto il priore. Fratel Giocondo aveva ricevuto ordine di dar passo ai cinque nuovi compagni, a mala pena si fossero presentati sul ponte, chiedendo d'essere avviati al convento.
La stessa mattina in cui aveva ricevuto quell'ordine del priore, il nostro converso dischiuse i battenti della torre a due ospiti. Veramente, gliene avevano annunziato cinque; ma non era poi necessario che dovessero capitargli tutti insieme.—Sono già due;—osservò egli giudiziosamente in cuor suo,—gli altri verranno dopo.
E rivolto ai due visitatori, domandò loro col sorriso sulle labbra:
—Vengono per farsi frati?
—È il nostro desiderio;—disse il più giovane dei due, mentre l'altro crollava la testa in atto di santa rassegnazione.
Erano due tipi diversi, nell'età, nell'aspetto, nella espressione. Il giovine era biondo, di belle fattezze e di proporzioni elegantissime, ma un pochettino impacciato ne' suoi abiti di viaggio. Come mai, sul limitare della vita, sentiva il desiderio di rinchiudersi in un convento? Quali dispiaceri potevano averlo colpito, con quella figura di arcangelo in vacanza, che pareva fatta a bella posta per vincere ogni resistenza? E il vecchio, così grasso, tondo, rubicondo e lucente, di che cosa poteva egli lagnarsi? Forse il cuoco gli aveva mandata a male una salsa? Ma bastava ciò per disamorare del mondo un bofficione di quella fatta?
Ahimè, lettori, pur troppo le apparenze ingannano. E nel caso presente ingannavano più che mai.
Scambiate le poche parole necessarie e pagato il contadino che aveva portate le loro valigie, i due viaggiatori seguirono il converso, a cui il più giovine dei due sorrise amabilmente, come si sorride in paese straniero ad una faccia conosciuta. Entrati nel bosco, risalirono il viale dei frassini, svoltarono tra i due poggi che sapete, videro il convento in mezzo alla sua conca di verdura, ridiscesero e finalmente giunsero al parlatorio.
—Vado ad avvertire il padre priore;—disse fratelloGiocondo.—Intanto farò mettere le loro valigie nella foresteria.
—Benissimo!—rispose l'arcangelo in vacanza; e parve (mi scusi l'ombra dell'Ariosto, se guasto un verso all'Orlando) e parve Gabriel che dicesse: ave.
Prima di andarsene di là, il frate converso diede una sbirciata ai due viaggiatori.
—Sarà un bel fratino, in fede mia!—diss'egli tra sè.—Ma lo accetterà il priore, che vuole la seconda vocazione? Speriamo che il su' babbo ne abbia per due;—soggiunse, pensando al più vecchio dei nuovi venuti.—Quello là è uomo da prendere di primo acchito il posto di cantiniere.—
Il parlatorio era, come tutti i parlatorii di frati, una stanza seminuda e fredda.—Nè i laici regolari, che avevano preso il posto dei Camaldolesi, si erano dati pensiero di abbellire quella parte dell'edifizio; una tavola di noce contro il muro, otto seggioloni in giro, un quadro scorniciato alla parete, erano tutti gli arredi della stanza. Il quadro rappresentava Mastino II della Scala; un uomo dalla barba di color castano, con un berrettone di pelo in testa, il sorcotto rosso sulla maglia di ferro, e la faccia veduta di profilo, forse per lodevole intendimento del pittore di far sapere alla posterità che quel pessimo arnese non aveva il tipo greco. Che diamine faceva Mastino II nel parlatorio di San Bruno? Quel che fanno tanti vecchi ritratti nelle case moderne. Avanzi di eredità trapassate più volte, compre fatte da un antenato in un momento di buona luna, non si sa il più delle volte chi siano; o quando si sa, resta il dubbio intorno alla strada che hanno fatta per giungere in casa.
Non c'era da guardar nulla, in quel ritratto, almeno cent'anni più giovane del suo originale. Veduto il nome di Mastino II, che era scritto a lettere gialle nel fondo del quadro, secondo il costume del quattrocento, il più giovane dei due viaggiatori si volse all'altro, e sorrise ammiccando, come se volesse prendersi spasso di lui.
—È proprio così? Non si ritorna indietro?—gli chiese quell'altro, con un piglio malinconico che faceva un bizzarro contrasto con la sua florida cera.
Il giovine aggrottò le ciglia in atto di chi non vuol sentire osservazioni ed è lì lì per escire dai gangheri.
—Zio, te l'ho detto; o fai a modo mio, o mando giù un veleno. Bada a te, di qui non si sfugge.
—Ma vedete un po'!—disse quell'altro, salutato col nome di zio.—Son dilemmi da farsi?
—Eh, sicuramente; quando si ha a fare con un ostinato come te!… Al polo, no; all'equatore nemmeno….
—Ma era un'impresa da matti!—esclamò il povero uomo.
—Non esciamo dunque di strada;—ribattè il giovine, crollando la testa con un piglio d'autorità consapevole;—eccoci a casa nostra, nel convento dei matti.—
Con quel biondo cherubino non si poteva vincerla nè impattarla. Lo zio fece come Giacobbe nella sua pugna con l'angelo; si diede per vinto ed alzò gli occhi al cielo, in atto di offerta e di rassegnazione, ma non senza aver data una sbirciatina malinconica all'occhiello del soprabito, che sarebbe rimasto vergine del brigidino commendatorio. E sospirò, tra un'occhiata e l'altra.
L'uscio del parlatorio si aperse e fratel Giocondo annunziò la venuta del priore. Lo zio, ricordandosi d'essere stato capitano della guardia nazionale, assunse un'aria dignitosa, se non a dirittura marziale. Il nepote scosse leggiadramente la sua zazzerina bionda, compose le labbra ad un sorrisetto malizioso e volse gli occhi all'entrata, per ricevere la prima impressione.
C'era un fil di ridicolo in quella condizione di laici che volevano parer frati. Ma bisogna dire ad onor loro che non si curavano affatto di ciò, e che la noncuranza prendeva carattere di dignità. Vivevano in quella solitudine non cercando nessuno; chi ci andava doveva accettarli come volevano essere. Frati o non frati, avevano scritta sulla porta del monastero la sentenza inventata dal Rabelais:Fais ce que voudras, e non si occupavano d'altro.
Il padre Anacleto, degno priore di San Bruno, non era grave che a mezzo, e portava con disinvoltura cavalleresca la sua tonaca lunga, di color tabacco. Aveva la barba nera, finissima, un po' rada e corta sulle guance, i capegli riccioluti e lucenti, la fronte ampia, lo sguardo aperto, il naso diritto e fine, il labbro sottile e vermiglio. Il primo sentimento che destava a vederlo, era di schietta simpatia; il secondo di stupore e di curiosità. Come poteva essere che un uomo così giovane e d'aspetto così piacente si fosse dato ad un genere di vita, che era una rinunzia anticipata a tante allegre vittorie? Ma guardandolo attentamente, nel corso della conversazione, si notavano alcune rughe sottili sulla fronte, le quali talvolta si raccoglievano a fascio nel mezzo delle sopracciglia; si vedevano certe contrazioni improvvise di labbra, certe nubi di tristezza sugli occhi, e si capiva allora che quell'uomo era vissuto molto in breve spazio di tempo, e che le burrasche della vita potevano aver fatto assai più che solcargli la fronte, o adombrargli lo sguardo.
Aveva in mano la sua berretta di velluto, e la sporse avanti, in atto di salutare, mentre con una occhiata cercava di abbracciare i due visitatori e di coglierne a volo i pensieri.
—In che posso servire le Signorie loro?—dimandò, poichè li ebbe invitati a sedere.
Lo zio aperse le labbra per rispondergli, ma non gli venne fatto di spiccicare una sillaba. Perciò, rinunziando ad una impresa che vedeva superiore alle sue forze, si volse al nepote con la muta preghiera dello sguardo. L'arcangelo in vacanza crollò leggermente le spalle, in atto di stizza non potuta nascondere, per quella che gli pareva una insigne debolezza d'animo, e rispose tutto d'un fiato:
—Signore, siamo due che vogliamo ascriverci alla regola di SanBruno.—
Il priore sorrise, e, con accento pacato che non escludeva un senso d'arguzia, ripigliò:
—Si dice San Bruno per mo' di dire. Ma sanno proprio le Signorie loro di che cosa si tratta? L'ordine è forse un tantino burlesco nella forma, poichè non siamo frati, ma è serio nella sostanza, poichè abbiamo una parola d'onore, la quale ci obbliga come il più solenne dei voti.
—Lo sappiamo;—replicò l'arcangelo.—Si vien qua per vivere fuori del mondo, non curando le sue vanità dolorose.
—È vero,—disse il priore, inchinandosi,—ma non è tutto il vero. Ciò ch'Ella dice, mio giovine signore, ognuno di noi potrebbe farlo da sè, ritirandosi per sua elezione a vivere in campagna. Qui, invece, viviamo uniti, foggiandoci il nostro piccolo mondo, riveduto e corretto, senza le noie del grande, ma con tutto il buono, con tutto l'utile che può trovarsi nella vita. Rinunziamo agli affetti pericolosi che lasciano tracce di dolore e di amarezza, ma vogliamo e pratichiamo la carità fraterna, che è un santo bisogno del cuore: rinunziamo alle ambizioni, ma ci dedichiamo allo studio, che affina l'intelligenza ed è poi il naturale ufficio dello spirito.
—Lo sappiamo, padre, e Le domandiamo di poterci dedicare con Lei a questo genere di vita.
—Ma badi;—osservò il priore.—È un genere di vita più alto, o più umile, secondo si guarda, ma certamente diverso da quello che si fa generalmente e a cui c'indirizza la nostra educazione e l'ardore delle nostre passioni. Perciò, a non aver pentimenti, è necessaria una vocazione sincera, e riconosciuta tale, mercè il confronto, che può farsi solamente quando si è vissuto a lungo tra gli uomini. Non basta un desiderio onesto di pace, o una poetica aspirazione alle squisite compiacenze della solitudine; è necessario che il desiderio sia profondo e l'aspirazione provata nei disinganni della vita. Che il mondo offra amarezze e dolori in molto maggior numero e quantità dei piaceri e delle consolazioni, è cosa nota oramai, e può esser creduta anche, sulla fede dei vecchi, da coloro che non ne hanno fatta la triste esperienza in sè medesimi. Ma altro è l'accettare per vera una massima, altro il conformarvi tutta quanta la vita. Si conosce il bene e si loda, ma ci si attiene al peggio, o ci si torna quando fa comodo. Da questo rifugio, invece, non si ritorna più indietro. Donde la conseguenza che ci si debba venire…. (mi scusi, ma la franchezza è necessaria)…. che ci si debba venire ad una età più matura, che non sia, per esempio, la sua.
—Ho ventidue anni;—disse arditamente l'arcangelo.
—Sia pure, ma non è molto. E poi, Ella non ha neanche l'ombra dei baffi.
—Scusi, che gliene importa a lei?—
Il priore sorrise, a quella involontaria scappata del biondino.
—A me, nulla;—rispose.—Ma non vorrei aver l'aria di accalappiar minorenni.
—Son solo; non ho che mio zio;—ribattè il giovine.—E mio zio, qui presente, si fa frate con me.
—Davvero?—chiese il priore, volgendosi allo zio.
—Davvero;—rispose questi, facendo il gesto delloet cum spiritu tuo.
Il padre Anacleto ebbe un istante di raccoglimento; indi alzò la fronte, come un uomo che ha preso un partito e si dispone a parlare. Ma il pensiero del nostro personaggio doveva essere difficile ad esprimersi, anche per un uomo della sua autorità, perchè egli, dopo aver sollevata la fronte, stette parecchi secondi immobile, con gli occhi fissi sul volto del giovane cherubino. Questi arrossì fino alla radice dei capegli, ma non chinò altrimenti i suoi.
—Mi perdonano la franchezza?—incominciò finalmente il priore.
—Dica liberamente.
—Ma badino,—soggiunse,—voglio essere schietto, anche a risico di parere…. scortese.
—Non le riuscirà;—disse il cherubino, che non aveva ancora ombra di baffi, ma dimostrava già di aver molto giudizio.
—Grazie;—rispose il priore, cascando e sapendo di cascare.—Volevo dire che dubiterò; e il dubbio è sempre scortese; ne conviene?
—Secondo la maniera di esprimerlo;—ripigliò il cherubino.
—Orbene,—disse il priore, stringendosi nelle spalle,—prendiamo la forma più mite. Qui vedo due cose, egualmente temibili. O si tratta d'uno scherzo….—
A queste parole, il cherubino scattò sulla sedia.
—Non c'è scherzo, qui;—interruppe egli vivacemente;—La prego a crederlo; lo giuro sul mio onore. M'ingannerò…. c'inganneremo,—soggiunse, ravvedendosi tosto,—ma è un nostro desiderio sincero di viver qui, se Ella non ce ne reputa indegni. Siamo gente per bene, pronti a sopportare la nostra parte di spese, a metter fuori quanto occorre, e più ancora, per vivere in questa comunità di San Bruno. L'idea è superiore alla mia età, dice Lei. Che cosa ne sa? Scusi, veh! Non sono ancora sotto la sua tutela. Riconoscerò domani la sua autorità, la sua giurisdizione. Per oggi almeno mi lasci dire liberamente quello che penso. Che cosa ne sa? Metta che io sia vissuto nel mondo quanto occorre per capire che esso non val nulla, che è bugiardo, sciocco e noioso. Non basta, forse, per venire a rifugio quassù?
—Eh, non basterebbe;—disse il priore, crollando la testa e sorridendo.—Ma lasciamola lì. Io le aveva accennato un mio dubbio. Le è dispiaciuto e non voglio tornarci su. L'ardore che Ella ha messo a ribatterlo, mi dice chiaro che non debbo ripeterlo, neanche spiegandolo.
—Dovrebbe ritirarlo senz'altro;—replicò il cherubino.—Per nessuna cosa al mondo io mi farei lecito uno scherzo di questa fatta, e sopratutto con Lei!…—
Non era niente più d'un complimento; ma il tono con cui fu detto turbò lo spirito del padre Anacleto.
—Rimane l'altra parte del dilemma;—diss'egli, mutando registro.—Il suo sarà dunque un desiderio sincero. Ella lo afferma ed io lo credo. Ma anche un desiderio sincero può essere…. di poco durata.
—Durerà, creda anche questo, durerà.
—Oggi le pare, ma chi ci assicura del domani? Io, veda, sono obbligato a distinguere, a considerare tra i possibili, se non a dirittura tra i probabili, che il suo desiderio, vivissimo oggi, si muti un giorno in avversione. E allora? Il voto pronunziato adesso, il patto conchiuso tra noi, non rincrescerebbe a Lei solamente, e farebbe anche torto alla mia previdenza, che si sarebbe mostrata assai misera. A farla breve, sono il priore di nove (e saranno presto quattordici), tutta gente posata, che vive in una quiete esemplare. Ma Ella sa come si ottenga lo stato di quiete negli animi, materia assai più delicata e gelosa che non siano le bilance dell'oro, e come un nulla possa turbare quel felice equilibrio. Se un giorno—osservò acutamente il padre Anacleto, fissando i suoi occhi scrutatori in viso al cherubino,—se un giorno dovessero dirmi: "Signor priore, siete andato un po' leggermente nella faccenda di quella ammissione," crede Lei che non ne sarebbe turbata la nostra bella armonia, unica guarentigia di pace, unico bene che renda la nostra vita preferibile a quella del mondo?—
Un'aria di profonda mestizia si dipinse sul volto del giovine. Pareva uno di quegli angeli del buon tempo antico, che, tornati al paradiso, trovarono la spiacevole novità della porta chiusa.
—Orvia,—ripigliò il padre Anacleto, dolente di aver fatto pena al suo giovine interlocutore,—non ci fermiamo a guardare tutti i casi possibili, che saranno ugualmente improbabili. Ella e suo zio mi aiutino a mettere in pace la mia coscienza; accettino di entrare come ospiti, per ora, e questa ospitalità la chiamino pure un noviziato. Tra un anno…. Non le piace? Diciamo adunque fra sei mesi. Neanche? Diciamo allora fra tre, riparleremo della loro vocazione.—S'intende,—osservò il priore,—che anche dopo accettati nella famiglia, il vincolo non sarebbe indissolubile. Ma c'è sempre una parola d'onore che impegna; si è ammessi per questa parola, e la parola, pei gentiluomini, è legge. Se così non fosse, mi capiranno, il convento di San Bruno si tramuterebbe facilmente in albergo, ed io ne sarei l'albergatore, o il direttorepro tempore. Ora, nè il mio carattere concentrato, nè le mie abitudini studiose, mi consentirebbero di esercitare questo ufficio.
—Ha ragione; ma noi Le giuriamo fin d'ora….
—No, non giurino, per carità. Io non accetto il giuramento, non l'ho udito. Rimangano qui, li avremo in qualità di novizi. Finora non se n'erano accettati; ma sarà una eccezione alla regola. E prima di tutto, siccome qui ognuno si dedica a qualche lavoro, vediamo un po' che cosa sanno far Loro?
—Io…. veramente….—balbettò lo zio—qualche cognizione di agronomia….
—Troverà da applicar poco;—riprese il padre;—qui non abbiamo che l'orto e il frutteto. I campi mancano affatto; i boschi sono stati decimati prima che noi si comperasse il convento. Ma infine, quel poco che c'è offrirà a Lei materia di studio, e saremo lieti di avere un agronomo in famiglia, come già abbiamo il botanico. E Lei?
—Quasi nulla;—rispose il cherubino arrossendo.—Un po' di canto…. il pianoforte…. Frivolezze, Ella dice bene;—soggiunse tosto, notando un atto involontario di labbra, con cui il padre Anacleto aveva accolte le sue parole.
—No, non dico questo;—notò il priore.
—Lo penserà; è tutt'uno.
—Non lo penso nemmeno. Anche la musica è una bella cosa, e più seria che non si creda generalmente. È matematica applicata ai suoni e interessa una parte della fisica, che non è certo la meno importante. Helmholtz ci ha scritto un libro, il quale è tutt'altro che frivolo, poichè ci dà una dimostrazione completa dei fenomeni del suono e delle leggi musicali che ne derivano. Herschel, studiando a fondo l'arte sua, che era per l'appunto la musica, fu gradatamente condotto allo studio della geometria e quindi alla conoscenza dell'astronomia teoretica, al perfezionamento del telescopio e alla scoperta di Urano. Amo ricordare questi fatti,—soggiunse il padre Anacleto, che si sentiva alquanto impacciato a dover conversare con quello strano novizio,—per dimostrarle che apprezzo la musica anch'io. Disgraziatamente, qui mancano i mezzi di coltivarla; abbiamo volta la chiesa ad uso di biblioteca, e non c'è neanche la fortuna dell'organo.
—So disegnare un pochino;—si provò a dire il giovane.
—Ah bene! questo è il fatto nostro;—gridò il padre Anacleto.—Oh, non dubiti, non le domanderemo i cartoni di Raffaello. I soli principii del disegno basterebbero. Abbiamo in mente di fare un giornale, una specie di rassegna mensile, per registrarvi i nostri studi, e avremo appunto bisogno di tavole illustrative; segnatamente per gli scavi delle nostre caverne.
—Ahi come il duca di Francavilla!—scappò detto allo zio.
—Lo conoscono? È un bravo signore, che ha voluto farci una visita.Egli è qui a Castelnuovo per certi suoi studi preistorici….
—Per studi, e per altro;—mormorò il cherubino, che la sapeva lunga, anche senza aver ombra di baffi.
—Non saprei;—ripigliò il padre Anacleto, che era prudente e non andava a cercare il pel nell'uovo.—È venuto a trovarci una settimana fa e non ci ha parlato d'altro che delle sue ricerche scientifiche. Anche noi avevamo già pensato a scavare le caverne ossifere di monte Acuto; ma finora ci mancava l'uomo da ciò. Ora avremo uno studioso di queste materie, tra i cinque che verranno in settimana a far vita con noi. È un valente professore. Insegnava a Torino. Gli hanno fatto torto, a quanto pare; qualcheduno si è fatto bello di una sua scoperta; il governo non lo ha tenuto nella giusta considerazione, ed egli ha abbandonata la cattedra. Come vedono, son tutti i delusi, i disgustati delle perfidie umane, che vengono ad accrescere la nostra schiera. Metteremo il professore all'archeologia, ed Ella disegnerà gli oggetti ritrovati. Va bene?
—Sì, sì!—gridò il cherubino, battendo allegramente le palme.
Ma subito si penti di mostrarsi così bambino in faccia al priore, che lo guardava tra sospettoso e ammirato; arrossì per la terza volta, chinò gli occhi e ripigliò:
—Scusi, la prego; ma gli è che son tutto felice di trovare in me un piccolo talento, che possa tornare utile alla comunità.—
Stabiliti questi preliminari, il padre Anacleto si offerse ai nuovi ospiti di San Bruno, per condurli a visitare il convento, e l'offerta fu accettata con giubilo dal biondo cherubino, che vedeva così superate tutte le difficoltà della sua introduzione in quella bizzarra clausura.
Anche allo zio era parso di escirne egregiamente. A farselo apposta, un priore, non si poteva ottenerlo più pastoso di così.
—Che sia cieco?—pensava egli, mentre seguiva il padre Anacleto e il biondino, nella loro passeggiata per tutti i corridoi del convento.—Quando egli ha messo fuori quel dubbio intorno all'età, ho subito detto: ci siamo! E come lo squadrava dal capo alle piante! Ma poi, sia lode al cielo, s'è lasciato abbindolare con tanta buona grazia! È anche vero che gli è stato risposto con un certo calore!… Non fo per dire, ma il mio signor nepote, poichè oramai bisogna chiamarlo così, ha una eloquenza che va diritta al cuore. Non si sgomenta di nulla, lui! Vi guarda nel bianco degli occhi, e vi fa fare tutto quello che vuole; anche delle pazzie come questa. Ma saranno tutti ciechi e tre volte buoni come il padre Anacleto! Qui sta il busilli.—
Il nepote, frattanto, pensava anche lui, mentre andava scambiando osservazioni col priore.
—Ha capito? Temo di sì. Per lo meno, il dubbio gli è nato. Ma egli è un gentiluomo, e non è andato più in là. Questa avventura mi piace. Ci sarà qualcosa da ridire; ma infine, si servano, io non ho da render conti a nessuno. E poi, sono con mio zio. Questo priore, che uomo! Il duca di Francavilla lo ha chiamato simpatico; ma mi pare che sia più di simpatico; un bel giovane addirittura; e senza saperlo, senza averne l'aria, come dovrebbero esser tutti. È la prima faccia d'uomo che vedo. O son tutti insipidi, svenevoli, come il duca di Francavilla, o duri, arcigni, antipatici…. Che orrore!—
Vi fo grazia del resto. E non mi fermo neanche a dipingervi tutto quello che videro i nuovi ospiti di San Bruno. I conventi, su per giù, si rassomigliano tutti nella loro semplicità grandiosa ed umile ad un tempo, che credo entri per molto nella tenacità del sentimento che fa perdurare gli ordini monastici, che li fa sopravvivere alle leggi da cui sono stati colpiti. C'è una virtù arcana che attrae verso le mezze solitudini del chiostro, e quella forma architettonica stabilita, quasi invariabile, salvo nei minuti particolari, esercita un fascino sullo spirito moderno, che pure ha distrutto il pensiero onde quella forma è scaturita. Sono spariti i conventini, i monasteruzzi borromineschi di due secoli fa; il largo tipo dei chiostri antichi è rimasto, e se ne ricorda volentieri perfino…. indovinate chi? il nostro soldato, che è stato così spesso ad alloggio nei vecchi monasteri tramutati in caserme.
Il convento di San Bruno, come tutti quelli del medesimo ordine, aveva i suoi quartierini, in cui ogni frate potesse viver solo, con la sua stanza da letto, l'oratorio, l'anticamera e la ruota per cui introdurre il suo pasto frugale, o metter fuori la scodella vuota. Ma la ruota, oramai, serviva soltanto per le lettere e i giornali, quando giungeva il postino; la stanza da letto non era più così nuda come al tempo dei camaldolesi; quanto all'oratorio, ognuno ci teneva la sua biancheria, i suoi abiti, e all'occorrenza i suoi libri più alla mano. Fratel Giocondo, ad esempio, ci teneva il Gattinara e il Pomino, due autori di sua predilezione, tra i quali da lungo tempo aveva istituito un confronto.
I due novizi furono condotti alle loro stanze. Il priore non aveva chiesto i loro nomi, ma li chiese allora il converso, facendosi avanti col registro dell'ordine.
—È vero;—disse il cherubino;—avevamo dimenticato di darli. Zio, incominciate.—
Il vecchio prese la penna e scrisse il nome di Prospero Gentili.
Il giovine, con meno sincerità, ma con altrettanto coraggio, vi scrisse quello di Adelindo Ruzzani.
E intanto, la signorina Adele Ruzzani, dov'era?
Domandiamolo al sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia. Il degno ufficiale del governo, che ha in mano il servizio della pubblica sicurezza di tutto il circondario, dovrebbe sapere ogni cosa. "Nulla sfugge all'occhio vigile dell'autorità" era una delle sue frasi predilette.
Ora, ecco ciò che sapeva il cavalier Tiraquelli.
Due giorni dopo quella sua famosa conversazione sotto il loggiato, egli vedeva di bel nuovo il suo interlocutore ed amico, il futuro commendatore signor Prospero Gentili.
—Orbene, come vanno le cose?—gli aveva chiesto senza dargli tempo di esporre le ragioni della sua visita mattutina.—A me pare che ci sia un progresso. L'ha notata anche Lei, l'attenzione vivissima con cui la sua bella nepote ascoltava l'altra sera il duca di Francavilla? È un buon segno; che ne dice?
—Sì, un buon segno,—ripetè il signor Prospero con aria distratta.
—Che? Non le pare?—gridò il sottoprefetto, che coglieva le mosche per aria.
—Ho forse detto il contrario?—chiese il signor Prospero, prendendo una scossa improvvisa.
E dentro di sè aggiunse:
—Non ci mancherebbe altro! Dopo che quella birichina m'ha fatto giurare!….
—No;—rispondeva frattanto il sottoprefetto;—ma credevo che Ella ci avesse ancora qualche dubbio.
—Per me, niente affatto;—ripigliò il signor Prospero.—Quantunque, per esser sicuri, sarà utile di parlare con lei.
—Lo faccia una volta, al nome di Dio. Se non lo fa Lei, chi ha da farlo?
—È giusto;—disse il signor Prospero,—è giusto. Gliene parlerò, appena saremo tornati da questo viaggio.
—Questo viaggio!—esclamò il sottoprefetto.—O dove?
—Come? Non gliel ho ancor detto? Ero venuto a bella posta per prendere congedo. Veda un poco dove ho la testa!
—E dove va?—tornò a chiedere il sottoprefetto, senza curarsi più che tanto di vedere dove avesse la testa il signor Prospero.
—A Milano, con mia nepote. Sì, pare che ciò sia necessario;—soggiunse il signor Gentili, notando un atto di stupore del sottoprefetto.—La mia Adelina ha certe spesucce da fare….—
Il cavalier Tiraquelli era visibilmente sconcertato dall'annunzio di quella gita.
—E dica…. staranno molto?—domandò.
—Oh, non credo. Si tratta di una visita alla modista…. Come sa, la mia nepote si serve d'ogni cosa a Milano. Ci sarà anche una conferenza col gioielliere, per rinnovare la legatura di tutte le gioie di famiglia. Anche per le gioie la moda è cambiata, e la mia nepote vuol tutte legature a giorno.—
La faccia del sottoprefetto si rasserenò.
—Potrebb'essere un indizio;—diss'egli.
—Indizio, di che?
—Non vede? Questa cura di rimettere a nuovo le sue gioie. Signor Prospero mio, non ha mai posto mente che, quando si avvicina il tempo della cova, la cingallegra si mette al grave, e va attorno pel bosco a beccar le pagliuzze, per comporre il suo nido?—
Il signor Prospero spalancò gli occhi e la bocca ad un tempo; gli occhi per ammirare e la bocca per ridere.
—Ah ah!—esclamò egli.—Ed io, bestia, non ci aveva pensato. Ella ha una grande penetrazione, signor cavaliere!—
Il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia assunse un'aria conveniente all'ammirazione ond'era fatto argomento.
—Oh, guarda!—aggiungeva mentalmente il signor Prospero.—Quella birichina m'ha consigliato di metter fuori il pretesto delle gioie, ed io non ci ho scoperto il baco. Ma già, le donne hanno un punto più del diavolo.
—Benissimo, dunque, tutto va a gonfie vele;—disse il sottoprefetto.—Mi rincresce, per verità, che abbiano a stare lontani una settimana…. Voglio credere che la loro assenza non durerà di più. Ad ogni modo, Ella mi scriverà, non è vero? Avrò così un buon argomento per consolare quel povero duca. Poveretto, è innamorato morto. Confessi, signor Prospero mio arcicarissimo, che una coppia così bella non si potrebbe immaginare, anche se non si trattasse di secondare un alto concetto politico di Sua Eccellenza.
—Eh, eh!—rispose il signor Prospero, seguitando a ridere.—Sono del suo parere.
—Ella, dunque, tasterà il terreno.
—Tasterò, non dubiti, tasterò. Quantunque…
—Quantunque, che cosa?
—Quantunque, dopo la spiegazione che Lei mi ha data sulle gioie e sui nidi, sarebbe quasi inutile; non le pare?
—Sì, ma, anche a prevedere una risposta, è chiaro che bisogna provocarla. E oramai, più presto si fa, meglio è. Io la consiglierei di parlarne a dirittura in viaggio. E mi scriva, sa? Appena ha qualche cosa di nuovo, me ne avverta. Se c'è un sì chiaro e tondo, lo mando per telegrafo al ministro. E la commenda vien subito.—
Il signor Prospero sospirò. Quella benedetta commenda, egli non l'aveva mai veduta così lontana come in quel punto.
Il mercoledì seguente fu freddo, almeno nel salotto della sottoprefettura. Il duca di Francavilla, che per solito era così gentile, così premuroso, con tutte le dame, giovani e vecchie, belle e brutte di Castelnuovo, per modo che non si sapeva quali fossero le sue preferenze, il duca di Francavilla scoperse quasi il suo giuoco, mostrandosi distratto nella conversazione, svogliato nel ballo, infastidito d'ogni cosa. La contessina Berta ebbe un bel tormentare il cembalo; non le toccò neppure un complimento. Ed anche lei fu noiosa parecchio. Le amiche trovarono che i suoi nervi erano più aristocratici del solito. E il ricevimento della sottoprefettura risentì di quella diversità d'umori; se non fosse stato il ricevitore del registro, che era sempre uguale a sè stesso, sarebbe parso un mortorio.
—Dunque, la bella Ruzzani è partita?—chiese la contessa Gamberini alla sottoprefettessa, su quel canapè di damasco rosso che i lettori conoscono.
—Sì, è andata a Milano per certe spese.
—Un matrimonio alle viste?
—Eh!—rispose la sottoprefettessa, non dicendo nè sì nè no.
—Qui non c'è nessun partito per lei, ch'io mi sappia;—ripigliò la contessa, cercando di scoprir terreno.
—Pare anche a me;—replicò la sottoprefettessa.—Ma forse ci sarà qualche domanda di fuori.—
La signora sottoprefettessa non era nel segreto di suo marito, o era d'una fintaggine a tutta prova. La contessa Gamberini non potè cavarne altro.
Intanto il sottoprefetto, sicuro del fatto suo, aspettava la lettera del Prospero. Il giorno stesso in cui il futuro commendatore era stato a prender congedo, per accompagnare la sua bella nepote a Milano, egli scriveva al ministro questa lettera confidenziale:
"Ho l'onore di annunziare a Vostra Eccellenza che la faccenda procede benissimo. Il duca di Francavilla ha fatto il viaggio di Cesare:veni, vidi, vici. Quest'oggi la ragazza è partita per Milano, dove rimarrà otto giorni, al più. Le mie informazioni particolari, e sicurissime, mi pongono in grado di dirle che essa è andata a far rilegare a nuovo le gioie di famiglia. Questo è, come vede l'Eccellenza Vostra, un indizio eccellente delle sue inclinazioni. Del resto, lo zio e tutore della signorina è felicissimo di aiutare a questa unione, ed io confido che Vostra Eccellenza vorrà premiare lo zelo di questo egregio cittadino, il quale è entrato con tanta facilità nelle idee del primo ministro (lo dico senza adulazione, e con la mia usata schiettezza) che abbia mai avuto l'Italia. Frattanto, io gli ho lasciata intravvedere la commenda. I motivi, per i due primi gradi, ci sarebbero: dieci anni di grado nella guardia nazionale, in qualità di capitano, per la croce di cavaliere; l'opera prestata nel comizio agrario, e le analoghe cognizioni, per quello di ufficiale. Quanto all'esito dei nostri negoziati, spero di poterle mandare qualche ragguaglio tra breve e di mostrarmi degno dei favori che la Eccellenza Vostra si è degnata di promettermi."
Tre giorni dopo, il ministro rispondeva di suo pugno:
"Cavaliere carissimo.—Non dubiti, provvederò pel Gentili, com'Ella giustamente propone. Ella faccia il suo dovere, come sempre. Lavoriamo per un nobile intento. In questa faccenda, a prima vista di così poco rilievo, c'è più importanza che Ella, già tanto perspicace, non veda. Perseveri, stringa le fila, e mi mandi buone notizie; io farò altrettanto con Lei."
—Sono commendatore e prefetto!—gridò il cavaliere Tiraquelli, appena ebbe finito di leggere.
La sottoprefettessa, che era presente a quello sfogo di onesta soddisfazione, inarcò tosto le ciglia.
—Che? come? Si lascia Castelnuovo?
—Sì, Erminia; sì, Erminiuccia mia, ma non per ora. Ci vuole ad ogni cosa il suo tempo. Non dubitare, sarai prefettessa entro l'anno. E senatrice, per giunta. Perchè, si sa, una ciliegia tira l'altra. Esser prefetto e non senatore, mi parrebbe una sconcordanza. Che cosa sono i prefetti, se non le colonne amministrative del regno? E i senatori che cosa sono? Le colonne legislative. Ora, non può esser buon legislatore se non chi ha dato prova di esser buon amministratore. Donde la conseguenza…. mi pare…. Oh le dirò io, le ragioni di questa necessaria connessione;—proseguì il sottoprefetto di Castelnuovo, quando fu solo nel suo ufficio.—L'amministrazione, o signori…. una saggia amministrazione è una legislazione applicata, come la legislazione…. una saggia legislazione, è una amministrazione pensata. E perchè l'opera amministrativa proceda regolarmente, è necessario…porro unum est necessarium, che l'opera legislativa sia informata ad un concetto pratico, eminentemente pratico. Non si è mai badato a questa necessità; ed è stato l'errore, da cui son proceduti tutti gli altri. L'organismo di uno stato… Bello, quest'organismo dello stato!—osservò il sottoprefetto, fermandosi, come per ammirare l'opera sua.—Dev'essere anche nuovo. L'organismo dello stato, o signori, è come un ben inteso sistema di distribuzione d'acque, che, attinte alla sorgente donde emanano tutti i poteri, si dividono in cento canali, per recare a tutte le parti del campo i benefizi della vita.Et uda mobilibus pomaria rivis.Questa è la chiave, questo è il problema.—Hoc opus, hic labor.—That is the question.—Anche l'inglese ci sta bene, in un discorso, quasi più del latino. Già, le citazioni fanno sempre buon giuoco. E le frasi, anche. Il prestigio delle istituzioni, l'era dei sacrifizi, la servitù secolare, il trionfo delle idee, la forza del diritto che si contrappone al diritto della forza, il vasto campo delle ipotesi e la severa scuola dei fatti…. Vedete come le trovo! Come mi fioriscono sulla lingua! Ed anche questofioriscono! Non l'ho mica cercato. Tiraquelli, amico mio, siamo nati oratori; dobbiamo andare in Senato.—
Qui il signor sottoprefetto si fermò di schianto.
—Ma quando?—pensò egli.—Prima di tutto la promozione a prefetto, e un po' di fortuna per saltare una classe. Ma prima di tutto, ancora, il matrimonio Francavilla Ruzzani. E questo diavolo del signor Prospero, che non mi ha scritto ancora! È capace di non esser forte in ortografia, e di vergognarsi. Se sapessi dov'è alloggiato, gli manderei un telegramma.—
Quest'idea del telegramma, passata a caso per la mente del sottoprefetto, ci tornò il giorno dopo. Il signor Prospero non si era fatto vivo, e il cavalier Tiraquelli era sulle spine.
—Ah, lo accomodo io! Non mi ha detto a che albergo voleva scendere; ma io gli farò vedere che posso saperlo ugualmente. Nulla sfugge all'occhio vigile dell'autorità.—
E quel giorno, per l'appunto, il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia batteva il telegrafo per domandare al questore di Milano in quale albergo si trovasse ad alloggio un signor Prospero Gentili, di cui dava tutte le indicazioni necessarie.
—Sarà maravigliato, domattina, di ricevere un mio telegramma, prima di alzarsi da letto. Caro signor Prospero! Sarà pure obbligato a rispondermi.—
Per intanto, capitò la risposta del questore di Milano. In nessun albergo, secondo che appariva dai rispettivi elenchi dei viaggiatori, esisteva un Prospero Gentili, od altro di somigliante, con nepote o senza.
Se aveste veduto il muso del sottoprefetto di Castelnuovo, dopo la lettura di quel telegramma! L'usciere, che aveva portato il foglio e lo aveva veduto accogliere con tanto allegra sollecitudine, dovette svignarsela in fretta, per non ricevere il calamaio, od altro arnese dello scrittoio, nella testa. Il segretario venne per la firma, e fu mandato al diavolo. Entrò la sottoprefettessa e fu mandata col segretario. Insomma, il nostro uomo schiattava dalla rabbia, e finì col chiudersi nel suo ufficio, dichiarando che per tutto quel giorno non voleva vedere nessuno.
Il signor Prospero non era andato a Milano! Che cosa voleva dire quella novità? Peggio ancora, che cosa voleva dire quella bugia? Perchè, infatti, si trattava d'una bugia, e detta con animo deliberato. Era il "mentire sapendo di mentire" di cui si è fatto tanto spreco in politica. La bugia del signor Prospero sarebbe stata perdonabile, se egli fosse partito solo. Un ripesco amoroso, Dio buono, chi non l'ha? Ed è forse necessario che un uomo dica chiaro e tondo: badate, io vo da questa parte, anzi che da un'altra? Ma il signor Gentili era partito con la sua nepote, e dopo aver preso formalmente congedo. La cosa era grave; rasentava lo sfregio. Uno sfregio all'autorità? Il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia non era uomo da tollerarlo.
E frattanto, nessuno si presentava. Lo lasciavano solo co' suoi dubbi, senza offrirgli l'occasione d'un piccolo sfogo. Il signor cavaliere si rammentò allora di aver detto che non voleva vedere nessuno.
E afferrato il campanello, suonò furiosamente.
L'usciere comparve sull'ingresso.
—Che cosa comanda il signor cavaliere?
—Chiamatemi il signor Borgnetti.—
Il signor Borgnetti era il delegato di pubblica sicurezza del circondario di Castelnuovo Bedonia.
Un pensiero venne in mente al sottoprefetto, poichè l'usciere fu andato. Se il questore di Milano si fosse ingannato, negando l'arrivo del signor Gentili in quella città? Ma no; come poteva ingannarsi, se aveva veduto l'elenco dei viaggiatori? O forse il signor Prospero, andando a Milano, aveva creduto opportuno di cangiar nome? Perchè? Ma, lo avesse pur fatto, il telegramma del cavalier Tiraquelli al questore di Milano dava chiaramente i connotati della persona, e il telegramma del questore rispondeva con uguale chiarezza intorno ai due casi.
Il sottoprefetto di Castelnuovo non ci vedeva più lume.—Oh, devo saperlo!—borbottava.—Lo saprò, dovesse costarmi…. È un'azionaccia che mi fa il signor Prospero. Ma è possibile? No, non può essere, qui c'è di sicuro un equivoco. Ah sciocco petulante! Asino calzato e vestito! T'hanno a far commendatore! Te lo darò io, il collare! Ma che cosa può essere accaduto, che questo signor Prospero…. Non vorrei che gli fosse capitata qualche disgrazia per istrada. Ma, in questo caso, perchè non mandarmelo a dire?
Il sottoprefetto ripigliò il campanello e suonò da capo. L'usciere ricomparve sull'ingresso.
—Il signor Borgnetti?
—S'è mandato a chiamare. Era a letto, e si veste.
—A letto! a quest'ora? E il governo non dirà che gli si mangia il pane a tradimento?—
Il Borgnetti capitò finalmente. Era un coso secco allampanato, colore e fibra di stoccafisso, con baffi arroncigliati e mosca ripiegata in fuori, gli occhi grigi e mobilissimi, una gran smania di parere unhidalgospagnuolo, col solo guadagno di poter essere paragonato a Don Chisciotte della Mancia. Le sue grandi imprese si restringevano a qualche articolo su pei giornali, buttato giù a tempo avanzato. In confidenza, era una vittima della sua grande schiettezza; i governanti lo avevano in uggia, perchè in altri tempi un suo scritto aveva risicato di far nascere una quistione europea. Come avrete capito, era un buon diavolo, incapace di quelle brutte cose che con tanta grandezza d'animo voleva appiopparsi, e aggiungerò incapace di far male ad una mosca, se non avesse avuto il vizio di tormentare ad ogni momento la sua.
—Ella dormiva!—notò severamente il sottoprefetto.
—Cavaliere….—mormorò il delegato;—quando l'ufficio è chiuso… quando non c'è niente da fare…
—C'è sempre da fare, nel suo ministero, come nel mio;—replicò il superiore.—Sieda; dobbiamo parlare a lungo. Sono scontento di Lei.
—Di me?
—Di Lei.
—Ma…. il motivo?….
—I motivi, vorrà dire? Sono parecchi, i motivi. Le parlo franco, perchè Lei ama la franchezza.
—È il mio difetto;—rispose l'hidalgocon enfasi.
—Bene; si senta dunque dire che la polizia in Castelnuovo Bedonia è mal fatta; sì, molto mal fatta. Ho lagnanze continue del governo, sempre e solamente per questo. I tre banditi, perchè non si prendono? perchè si lasciano ad infestare la campagna, con gran pericolo della…
—Banditi!—interruppe il delegato.—Dica renitenti alla leva. È male, non dico di no; ma non si tratta punto di uomini pericolosi. Non hanno rubato nulla, finora; i contadini li proteggono, li sottraggono a tutte le ricerche della forza. Un servizio per le forre di monte Acuto, tra quelle selve di faggi e di cerri, non è mica la cosa più agevole del mondo. Un po' di tempo, e saranno presi anche i tre renitenti; un po' di tempo e non altro.
—Il sindaco di Trigallo,—proseguì implacato il sottoprefetto,—continua a fare orecchi da mercante alle nostre ingiunzioni.
—Quello non è affar mio;—rispose il delegato;—è affar suo.
—Per le questioni che avvengono, o che possono avvenire in paese, tocca alla pubblica sicurezza, ed Ella ci deve pensare;—ribattè il sottoprefetto.—Ma già, secondo Lei, niente ha attinenza con la pubblica sicurezza. Questo spetta ai carabinieri, quello agli uscieri, quell'altro ai doganieri; le guardie di questura debbono stare al corpo di guardia, e il signor delegato deve spartire il suo tempo tra il letto e la letteratura. Le parlo franco, perchè Lei ama la franchezza. Da Lei, dal suo ufficio, non si può neanche sapere donde vengono, e dove vanno tante persone…. che vengono e che se ne vanno.
—Si spieghi;—disse il signor Borgnetti, che quella volta aveva dimenticato di vantarsi del suo difetto, rammemoratogli con patente ironia dal superiore imbizzito.—Si spieghi!
—La servo subito;—ripigliò il sottoprefetto, che era giunto dove voleva.—Ella non tiene neanche un elenco quotidiano di chi giunge e di chi parte dal circondario.
—Ella non me lo ha mai domandato.
—Si domandano, queste cose? Sono i principii, i rudimenti del mestiere.
—Mestiere!…—osservò il signor Borgnetti, impermalito.
—Bene, dica sacerdozio e mi lasci tranquillo. Io le ripeto che certe cose si debbono sapere. Perchè, poi, succede che….
—Che cosa? A buon conto, da una settimana in qua non è venuto un forestiero che abbia dato sospetto di nulla. E quanto a partenze, nessuno si è mosso di qui.
—Nessuno! Proprio nessuno! E il Gentili, che è andato con la nepote, è dunque nessuno?—
Qui il Borgnetti ebbe l'aria di cascar dalle nuvole.
—Scusi, signor cavaliere,—diss'egli,—non mettevo il Gentili tra le persone che vanno osservate…
—Tutte, tutte egualmente, e il signor Gentili non dee sfuggire alla legge comune;—rispose il sottoprefetto.—Che cos'è la partenza? Un fatto. Orbene, Lei deve prendere nota del fatto, e delle ragioni del fatto, perchè il suo superiore le sappia.
—Voglio sperare, almeno,—si provò a dire il povero delegato,—che le ragioni del viaggio del signor Gentili le avrà sapute, senza bisogno delle mie indagini.
—Io so quel che so;—rispose il sottoprefetto,—ma Lei deve metterle in carta, come tutte le altre informazioni d'ugual genere. Io debbo averle sott'occhi, come un maestro di musica ha lo spartito di un'opera, dove sono notate tutte le parti. L'amministrazione è un'orchestra. Guai se manca l'accordo fra due istrumenti; ogni cosa va a rotoli. Dov'eravamo rimasti? Ah, ecco, al caso del signor Gentili. Saprebbe dirmi Lei dov'è andato il signor Gentili con la sua nepote? È l'esempio che mi viene a taglio per la dimostrazione del mio assunto, ed io me ne servo. Ella vedrà poi con che frutto. Suvvia, mi dica dunque dov'è andato il Gentili?
—A Milano,—rispose il delegato.
—No;—ribattè il sottoprefetto, con accento di rimprovero, come se la colpa fosse tutta del delegato.
Il Borgnetti si strinse nelle spalle.
—Bene;—diss'egli;—tutti l'han detto ed io non ho creduto di doverne dubitare. Ma, se non è andato a Milano, vuol dire che sarà andato altrove.
—Ed ecco dove Ella perde la bussola, signor Borgnetti mio riverito. Ma veniamo a noi. Ella si ricordi che io so tutto, ma che voglio metterla alla prova. Infatti, è una specie d'esame d'idoneità, a cui la sottopongo, ed eccole il tema: Sapere dove è andato veramente il signor Prospero Gentili, con sua nipote Adele Ruzzani. Se non riesce nella prova, l'avverto, signor Borgnetti, che Lei ritorna negli Abruzzi, donde è piovuto a Castelnuovo Bedonia.
—Signor cavaliere,—gridò il Borgnetti, scuotendo la testa con aria che voleva parer fiera,—è una prova di sfiducia, che non avrei creduto mai….
—Bene, lo creda adesso e non avrà più a maravigliarsene. Io fo il mio dovere;—borbottò il cavaliere Tiraquelli, chinando la testa e misurando a lunghi passi il pavimento.—Il ministero ci fulmina con le sue osservazioni. Crede Lei che sia una cosa piacevole aver dei rimproveri, quando si ha tutto il diritto di aspettare degli elogi?
—No, davvero;—rispose il Borgnetti;—ed io, per l'appunto….
—Ed io per l'appunto,—riprese il sottoprefetto,—che dovrei ricevere i rimproveri per la via gerarchica della prefettura da cui dipende Castelnuovo, pel solo fatto che mi trovo a godere la confidenza particolare di Sua Eccellenza il ministro dell'interno, ricevo biasimi in prima mano. Ecco qua,—soggiunse il sottoprefetto, togliendo una lettera dallo scrittoio e spiegandola all'altezza del proprio naso,—ieri il ministro mi ha scritto:—"Caro Tiraquelli…. Vedi un po' tu, se hai un delegato pratico del servizio, o no. A me, dopo quel che ne sento, pare di no. Ne vuoi un altro? Domandalo."—
Al delegato parve un po' strana la intromissione del ministro dell'interno in quelle piccolezze d'un circondario così poco importante, com'era quello di Castelnuovo Bedonia. Ma non potendo dubitare del fatto, così audacemente asserito dal suo superiore e corroborato da una lettera di quella fatta, arrisicò un giudizio severo sulla gravità dei ministri in genere, e di quello dell'interno in particolare.
—Vedete di che cosa si dà pensiero un ministro!—diss'egli tra sè.—Almeno ci avesse un'ombra di ragione!—
Il sottoprefetto depose la lettera sullo scrittoio, non senza dare una guardata altezzosa al Borgnetti, per vedere che senso gli avesse fatto quel saggio di stile epistolare. Il povero delegato stava duro, ma era diventato verde come un ramarro.
—Capisce?—gridò il sottoprefetto, per ribadire il chiodo,—la forma è amichevole, ma il colpo mi è venuto ugualmente. Ed Ella, frattanto, non sa dirmi neanche dove sia andato il Gentili. La cosa più naturale del mondo! Non si tratta mica di andar sulle traccie d'un ladro, che fugge di nottetempo, nè d'un bancarottiere, che ha bisogno di sottrarsi alle ricerche combinate dell'autorità e dei proprii creditori. Si tratta d'un pacifico ed onesto cittadino, che, non avendo nulla a nascondere, se ne va tranquillamente, alla luce del giorno, per una gita di piacere. Ed Ella non sa nulla!
—Se mi avesse mostrato il desiderio di sapere qualche cosa,—rispose il delegato,—lo avrei fatto pedinare. Lo avrei pedinato io, per maggior sicurezza. Noti, cavaliere, che ero appunto sulla piazza dello Statuto, quando il signor Gentili è montato in carrozza.—"Signor Gentili, se ne va?"—"Sì, vado a Milano."—"Ah, bene; una città che merita. E resterà molto lontano da noi?"—"Oh, una ventina di giorni."
—Anche una ventina!—esclamò il sottoprefetto.—E a me aveva detto una settimana!
—Sì,—ripigliò il delegato,—mi disse una ventina di giorni.—"Buon divertimento," gli risposi.—"E a Lei, signor Borgnetti, quiete perfetta in Castelnuovo."—Così ci siamo lasciati. Dovevo io immaginare che mi spacciasse una frottola?
—Doveva;—replicò il sottoprefetto, con breviloquenza alfieresca.
—Ma scusi, non si trattava mica d'un ladro… d'un bancarottiere….
—Non si sa mai. Un uomo è sempre un essere pericoloso, per l'ufficiale di pubblica sicurezza. Oggi è sano; domani ammattisce. Oggi le sue faccende vanno bene ed egli è un galantuomo; domani vanno male ed egli mette una firma falsa. Nulla e nessuno deve sfuggire all'occhio vigile dell'autorità.Maledictus homo qui fidit in hominem, dovrebb'essere la massima della Questura…. ed anche d'altri uffici più alti;—mormorò il sottoprefetto, traendo un sospiro.
—Signor cavaliere, le prometto che saprò dove è andato il Gentili.
—Sì, bravo, a quest'ora!
—Farò quel che potrò, anche in ritardo. Poichè non vuol dirmeloLei….
—Oh, non ci mancherebbe altro, che io le dessi l'esame e le suggerissi la risposta! Vada là; faccia le sue indagini, mi sappia dire la cosa più facile del mondo, ed io…. le restituirò la mia stima.—
Il delegato se ne andò, con la sua lavata di testa. Come fu nelle scale, si messe a ridere.
—Sono uno sciocco io, a spaventarmi di queste alzate d'ingegno!—diss'egli.—Questo rogantino è in collera col Gentili, che gli ha detto una cosa per un'altra. Non sa nulla e vuole appoggiarsi a me, senza parere di averne bisogno. Contentiamolo, via! I superiori son tutti così. Tutto sta a saper conoscere l'umore della bestia.—
Nella sottoprefettura di Castelnuovo Bedonia era già il secondo mercoledì senza Adele Ruzzani. L'astro maggiore si nascondeva, e il cielo, quantunque ci avesse in mostra tutti i minori, pareva orbo di luce. Queste cose, per altro, non bisognerebbe andarle a dire alla contessina Berta Gamberini, nè alla contessa Beatrice, sua madre. Secondo la loro opinione, dove son esse c'è tutto, o, per dire la cosa con un po' di modestia, non ci manca più nulla.
Il sottoprefetto ignorava ancora che diavolo fosse accaduto del signor Gentili e della sua bella nepote. Quella cima del delegato non ne sapeva di più, quantunque, per far le cose a modo e venire in chiaro di tutto, avesse mandato le guardie travestite a prender lingua in casa Ruzzani.—I padroni sono andati a Milano;—rispondeva il segretario.—A Milano;—soggiungeva il maestro di casa.—A Milano;—ribadiva il cuoco.—A Milano;—ripeteva lo sguattero. Se in casa Ruzzani ci fosse stato anche un pappagallo, son certo che il signor Borgnetti ci avrebbe avuto una testimonianza di più per l'andata a Milano.
Chieder notizie in casa degli assenti, non era di sicuro il miglior mezzo per averle autentiche. Ma il delegato non sapeva a qual santo votarsi; tanto più che il santo dei questori e dei delegati di pubblica sicurezza non è ancora stato fissato, ed è forse un po' tardi per pensarci adesso. In città mancavano a dirittura le tracce dei colpevoli. La loro carrozza li aveva trasportati alla stazione della strada ferrata, e laggiù facevano coincidenza due volte al giorno i treni diretti, per modo che non si poteva argomentare dall'ora, se fossero andati a levante o a ponente. I carabinieri, mi direte. Ma in quel tempo c'era dissidio tra i carabinieri e la pubblica sicurezza; dissidio che credo non sia anche stato composto. I carabinieri, interrogati sulla partenza del signor Gentili, avevano risposto: noi andiamo alla stazione per vedere le facce sospette; il signor Gentili non era una faccia sospetta, dunque…. Il sillogismo non faceva una grinza, e i carabinieri non dovevano sapere se il signor Prospero fosse andato da quella parte, anzi che da un'altra. Ma era proprio partito? I carabinieri si stringevano nelle spalle. Neanche questo li riguardava. Il carabiniere non ha che la consegna; ora, quando la consegna non dice di ricordarsi di un fatto, il carabiniere può benissimo dimenticarlo; meglio ancora, non osservarlo.
Così restavano le cose, al regime del buio pesto. Intanto il sottoprefetto non poteva sfogare con nessuno quella rabbia che aveva in corpo; doveva fremere e tacere; sopra tutto tacere, anche col duca di Francavilla, che ad ogni tanto gli toccava il tasto delicato della propria felicità.
—Orbene, cavaliere, quando tornano i nostri viaggiatori?
—A giorni, signor duca, a giorni. È impaziente?
—Dio buono, i giorni mi paion mesi. Castelnuovo, non lo nego, è una bella città….
—A chi lo dice?—gridava il sottoprefetto, prevedendo il resto.—Io non vedo l'ora di andarmene, da questo paese di orsi intrattabili. Ma finirà, vivaddio, o in un modo o nell'altro. Ma di grazia, signor duca, mi levi una curiosità. Le piace poi tanto quella signorina Ruzzani? Io credevo che anche la contessina Berta Gamberini….
—Berte Gamberini ce n'è mille in ogni città d'Italia;—sentenziò il duca di Francavilla.
—Eh, capisco; capisco che non si sarebbe scomodato a far il viaggio di Castelnuovo Bedonia;—ripigliò il sottoprefetto, crollando la testa.—E poi, c'è la grande, la luminosa idea del ministro, che soverchierebbe ogni altra ragione, quando pure ci fosse. Concetti meravigliosi… quando si possono applicare! Ma, pur troppo, non sempre gli alti concetti hanno la fortuna d'incarnarsi nei fatti. E un modesto terra terra è ancora un sufficiente ideale di governo.
—Che cosa dice?—gridò il duca di Francavilla.—Vede forse qualche difficoltà nella conclusione del negozio?
—No;—rispose il sottoprefetto.—Cioè, possiamo dire sì e no, no e sì. Com'Ella sa, queste cose vanno trattate con somma delicatezza, anzi a dirittura coi guanti. Ora, quando si palpa così poco, non si sa mai se si è molto avanti, o molto indietro. Mi spiego? Del resto, il signor Prospero, tutore della ragazza, è contentissimo, onoratissimo di questo disegno. Quanto alla signorina, che dirle di più, dopo l'idea che le è venuta di far rilegare a nuovo tutte le gioie di famiglia?
—Che capriccio!—esclamò il duca.—Non si poteva far dopo?
—Eh, duca mio, le ragazze hanno tutto il loro pizzico di vanità. Questa poi ci aggiunge di aver sempre fatto a modo suo e di tener dietro a tutte le prime impressioni. Compatiamola, del resto. Ha da sposare un duca di Francavilla, e non vuole che il mondo rida di lei. Tutto ha da essere rinnovato in casa sua. Dopo le gioie, vedrà i mobili e tutto il rimanente. Scommetterei che rifaranno la facciata al palazzo.—
Il duca strinse le labbra, in atto d'uomo che non è punto contento di certe lungherie; crollò la testa e se ne andò pei fatti suoi.
—Auf!—disse il prefetto, come fu solo.—Una gran noia, questo posare in falso! E durarla, poi!—
Immaginate con che animo si trovasse a fare il suo ufficio di padrone di casa, nel secondo mercoledì che vi ho detto, e con che gusto dovesse sentire dei ragionamenti come questi:
—Quel signor Prospero è un traditore! Chi l'avrebbe mai detto, con quell'aria ingenua! Piantarci lì, senza una parola d'avvertimento! E passi che ci abbia lasciati lui; ma rapirci la signorina Adele! Questa è grossa davvero. Vogliamo domandarne soddisfazione. Avrà da pentirsene!—
Mentre queste inezie si dicevano nel crocchio dei buontemponi, il duca di Francavilla, con aria svogliata, sedeva accanto alla tavola rotonda, sfogliando un albo, per la decima, o per la dodicesima volta, e mandando al diavolo Castelnuovo Bedonia, con tutte le sue dipendenze. La contessina Berta sedeva al pianoforte e suonava una romanza per la signora Morselli, che andava inutilmente in visibilio. La serata era fredda, quasi più fredda di quella della settimana antecedente; tutti i convenuti, qual più, qual meno, quale per un verso, quale per un altro, avevano le lune.
La sola contessa Beatrice Gamberini era più ilare del solito, più pomposa, più bofficiona, più rosea.
Avete mai provato a mettere una mela vizza sotto la campana d'una macchina pneumatica? A mano a mano che l'aria si rarefà, la mela va perdendo le rughe; la sua pelle si rialza, si stende, brilla, vi dà l'illusione della freschezza. Così la contessa Beatrice; veduta ad una certa distanza, così colorita e con gli occhi pieni d'insolito brio, pareva di dieci anni più giovane.
La contessa Beatrice era l'unica persona che quella sera non avesse dato noia al sottoprefetto con l'eterno argomento del signor Prospero e della signorina Adele. Umana tra tutte le contesse del mondo! Anzi, divina senz'altro! Il cavalier Tiraquelli le votò nel segreto dell'anima sua una gratitudine immensa. E per dimostrargliela in qualche modo, ed anche per sottrarsi alle domande importune degli altri, si piantò al fianco della contessa, stando a chiacchiera con lei e dandole ragione in ogni cosa che ella dicesse.
Si era parlato del più e del meno, di un'omelia del vescovo, di una lettera su Castelnuovo, stampata due giorni addietro in un foglio della capitale, di amministrazione comunale e di mode. La varietà dei discorsi aveva tirata intorno al canapè di damasco rosso la maggior parte degli ospiti, perfino le ragazze, che, di solito, si raccoglievano accanto al pianoforte. Dalle mode, per natural transazione, si venne a parlare del lusso, veramente sfrenato, che invadeva tutte le classi sociali, anche nella piccola città di Castelnuovo; poi delle sostanze limitate, degli scarsi raccolti, con una piccola scorribanda sull'agricoltura.
—Qui ci vorrebbe il signor Prospero Gentili,—saltò su a dire il ricevitore del registro.—Sentiremmo un bel discorso sui concimi artificiali.—
Quell'accenno personale diede maledettamente sui nervi al cavalierTiraquelli. Era un presentimento?
—Il signor Gentili! Poveretto!—esclamò la contessa Beatrice, levando il viso a mezz'aria.
—Poveretto! Perchè?—domandò il ricevitore.
Il sottoprefetto non domandò nulla, ma tese gli occhi e aperse la bocca anche lui. Andava incontro alle parole della contessa Gamberini, come la biscia all'incanto.
—Non sa?—ripigliò la contessa.—È andato a farsi frate.—
Un grido universale accolse quella rivelazione improvvisa.
—Frate!—esclamò il ricevitore.—E dove?
—Poco lungi da noi; nel convento dei matti.—
La bomba era scoppiata. E quella candida bofficiona della contessa Beatrice se ne stava lì, con le braccia raccolte alla cintura, le labbra aperte e gli occhi di smalto, in mezzo a quella ventina di persone stupefatte, come se non fosse stata lei che aveva dato fuoco alla miccia.
Il duca di Francavilla aveva alzata la testa e lasciato di sfogliare il suo albo. La contessina Berta, dal canto suo, aveva abbandonato il pianoforte, e bel bello, senza parere, si era accostata al crocchio del canapè di damasco.
—Dei matti!—balbettava frattanto il signor sottoprefetto.
—Sì, mio Dio; non lo sapevano?—ribattè la contessa Beatrice.
—Ecco;—rispose il sottoprefetto, vedendo che tutti avevano posti gli occhi su lui, e che non c'era verso di cansarla;—qui bisognerebbe distinguere. Io so, per esempio, e non so. Ma di grazia, contessa, che cosa consta a Lei, di questa risoluzione del signor Prospero? Se ci sarà qualche discrepanza tra le sue informazioni e le mie,—soggiunse il cavaliere Tiraquelli con aria di suprema bontà,—correggeremo le une o le altre, secondo il bisogno.
—Oh, l'avverto che non correggerà le mie;—gridò la contessaGamberini.—So poco, io; ma quel poco io l'ho per sicuro.
—Da fonte per ordinario assai bene informata;—notò ridendo il signor ricevitore del registro.
Ma nessun giornalista era presente, per arrossire, e la insigne scioccheria destò a mala pena il sorriso di due o tre intendenti.
—Dal mio fattore;—ripigliò la contessa.—Ed ecco come è andata la cosa. Il mio fattore era in campagna, alla Serra, per visitare un piccolo podere che abbiamo noi, tra monte Acuto e San Bruno. Discendeva appunto da una scorciatoia in mezzo ai faggi, quando vide andare in su due persone, sedute sugli asinelli, e seguite da un contadino, che portava due sacche da viaggio. Una di quelle due persone era il signor Prospero Gentili.
—Quando?—chiese il sottoprefetto, con aria di voler stabilire i fatti e le date.
—Nove giorni fa;—rispose la contessa.—Il signor Gentili non vide il nostro fattore che era nascosto dietro alle frasche; ma questi vide lui e lo riconobbe benissimo. E quando gli venne tra i piedi il contadino, che ritornava con le due umili cavalcature al piano, gli domandò come fosse che aveva lasciato il signor Gentili lassù.
—E lui?
—Il contadino rispose che non conosceva punto il signor Gentili. Lo aveva trovato, col suo compagno, presso la stazione della strada ferrata. Si era offerto a portargli le sacche da viaggio, e quello gli aveva risposto: "Vorremmo andare fino a San Bruno; sapreste trovarci due cavalcature?"—"Sicuro, che le troverò;—rispose il contadino;—ci ho il fatto vostro in casa di mio padre."—Così si erano conosciuti ed intesi; il contadino li aveva accompagnati fino al ponte di San Bruno, e aveva udito dalle labbra stesse del viaggiatore le parole: "veniamo per farci frati" dette al converso che era andato ad aprire.—
Tutti quei particolari fecero un gran colpo sull'animo degli astanti. La meraviglia era stata così forte, che nessuno si era dato pensiero di chiedere chi fosse il compagno del signor Gentili in quella domanda d'ammissione. Ma era pronta alla riscossa la contessina Berta, che si fece innanzi, col suo giovanile candore, e dimandò:
—C'era anche Adele?
—Anche Adele;—rispose la contessa madre alla contessina figlia.
—Sarà un po' difficile che riesca a farsi frate;—disse il ricevitore del registro.
—Uno scherzo! una ragazzata!—mormorò il sottoprefetto.
—Scherzo e ragazzata finchè si vuole;—osservò la signora Morselli.—Ma una donna…. una ragazza…. in un convento d'uomini….
—Dio buono!—interruppe quella santa creatura della contessa Beatrice.—Adele è in compagnia del suo tutore, del fratello di sua madre. Io non ci trovo nulla di male. Ah, signor duca,—proseguì la contessa Beatrice, volgendosi al Francavilla, che era rimasto là ingrullito, e, da Almaviva che voleva essere, incominciava a far la figura di Don Bartolo,—Lei ha fatto una descrizione troppo bella del convento di San Bruno, e i nostri amici se ne sono innamorati di schianto.—
Il duca di Francavilla fece una risatina melensa, indi si morse le labbra e tornò a sfogliare il suo albo. Fu una gran confusione, un pandemonio, nel salotto della sottoprefettura di Castelnuovo Bedonia. E in verità, c'era materia a discorrere per tutti i versi. Una occasione più ghiotta non era capitata mai. Dio buono, la signorina Adele in un convento d'uomini! Era ben fatto, forse? E se era male, fino a che punto lo era? Certo, l'idea di quella gita era venuta a lei e il tutore non aveva fatto che obbedire. Altro che Milano! conchiudevano tutti. Altro che rilegare a nuovo le gioie di famiglia! avrebbe potuto conchiudere il sottoprefetto.