A che pensava frattanto il padre Anacleto, priore dei conventuali di San Bruno? Gli balenava alla mente il doloroso pensiero di avere fatti male i suoi conti, di avere tirato avanti, di operazione in operazione, un faticoso problema, non tenendo a calcolo un elemento essenziale, la cui presenza, inavvertita da prima, gli mandava a rotoli tutto il suo edifizio di numeri.
Ma perchè, poi, s'aveva a parlare di conti sbagliati? E non si dava forse troppa importanza ad un elemento, fastidioso sì, più fastidioso delle mosche in estate, ma non certamente essenziale nella vita? Un fiore non fa primavera; e una quistioncella tra frati non doveva credersi il finimondo. Di certo, quello screzio si sarebbe composto; non era possibile, non era credibile, che quattordici persone ragionevoli perdessero la tramontana per una donna entrata in convento.
Che sotto le spoglie del nepote di Prospero Gentili si nascondesse una donna, il padre Anacleto lo aveva sospettato fino dal primo giorno; poi ne aveva acquistata la certezza, ma senza curarsi più che tanto del fatto e delle conseguenze che potesse portare in famiglia. Con tutto il suo ingegno, il padre Anacleto era un grande innocente.
E non vi faccia meraviglia. La penetrazione dell'uomo non è il più delle volte che effetto di cattiveria naturale. Non s'indovina il peggio; accade di pensarlo, con la certezza, o con la speranza, di apporsi al vero. Così è l'uomo; pensa il male per abitudine, lo cerca per desiderio. C'è della gente che va a caccia di scorpioni, per farne quell'olio balsamico che sapete; e c'è della gente che va frucando qua e là, in busca di cattive interpretazioni, che debbono far onore alla sua perspicacia. Guardate che talentone! Come vedeva giusto! Prima ancora di osservare il baccello, ha gridato: c'è il tonchio.
Il padre Anacleto non era fatto così; anzi, per dirvela in tutta confidenza, era sempre stato un buon ragazzo. La vita ad un certo punto lo aveva seccato, ed egli si era tratto un poco da banda senza molta ira, o, per dire più esattamente, con un'ira generosa, assai presto sbollita. Per odiare gli mancava il tempo, e dedicava ai suoi nemici una profonda noncuranza; tanto profonda, che pareva qualcos'altro e lasciava credere che egli affogasse in una medesima broda l'umanità tutta quanta. Ma questo era tutt'altro che vero. Il padre Anacleto non disprezzava l'umanità; soltanto amava lasciarla tranquilla, non la molestava co' suoi cerotti filosofici e gradiva in ricambio di non esserne molestato.
—Mi sono annoiato del mondo;—soleva dire il priore, quando gli chiedevano il perchè della sua ritirata al deserto;—non ci avevo da far nulla di utile; ho fatte le valigie ed eccomi qua. Ancora giovane, voi dite. O che? avrei dovuto aspettare ad aprir gli occhi da vecchio? E non sarebbe meglio che l'esperienza venisse all'uomo dieci o vent'anni prima del termine usuale?—
L'idea di cercare la solitudine gli era venuta di schianto; ma le ragioni psicologiche erano assai più lontane. In tutti, del resto, è una propensione antica verso la società ristretta, e sono in ciò degni di nota i fanciulli che fanno con sedie e sgabelli un piccolo serraglio nell'angolo di una camera, come a dire una casa nella casa, per andarcisi a chiudere, quando la pioggia batte sui vetri. Neanche a star nella camera, al largo, si sarebbero bagnati; ma no, bisognava guarentirsi meglio, tapparsi in un cantuccio, e in una casa fatta con le proprie mani. Ogni uomo ha l'istinto di star chiuso. E chi vive in piazza, come chi pensa ad alta voce, o presto o tardi si pente.
Il futuro padre Anacleto aveva dunque veduto un grande vantaggio nella casa fatta da sè, nella famiglia artificiale, di cui gli aveva dato un esempio la milizia, e di cui ne vedeva un altro nelle fraterie. Di quella e di queste aveva fatto un miscuglio, come i cavalieri di Rodi, e lo aveva trovato gustoso. E in quella stessa guisa che un giorno, nel grande sfacelo del mondo romano, alcune anime accorte si erano ridotte a salvezza nella vita monastica, così pareva al futuro padre Anacleto che potessero raccogliersi in pace, lontani dal mondo pazzo, i naufraghi della vita moderna, o per espiarvi la loro parte di follie, o per non commetterne altre. Il monachismo si aboliva, come istituto sociale; ma era proprio il caso d'inventarlo da capo, come istituto personale. Vivere in disparte, astenersi dallo assassinare il prossimo, come molti usano, sotto pretesto di fargli del bene, studiare, nutrire la mente di cose belle, poteva essere ancora un savio consiglio, e non tanto egoistico come a prima giunta sembrava. A buon conto, meglio amare sè stessi che non amare nessuno, vi pare? È meglio una vita contemplativa, che giri al dolce far niente, che una vita operativa, la quale vi conduca al far male. Del resto, che obblighi si hanno con la società? Il futuro padre Anacleto ci aveva studiato su, e non era giunto a persuadersi che ce ne fossero di positivi. Perciò considerava la società come una corrente che attrae e costringe ad andare con lei quanti si trovano nella sua via; ma non costringe e non attrae chi è riuscito a cavarsene fuori.
Sopprimere le attrazioni, le lusinghe sociali; questo era il punto. A lui parve che la cosa potesse ottenersi a quel periodo della vita in cui le due lusinghe più forti ci hanno fatto soffrire di più. Naufraghi dell'ambizione e naufraghi dell'amore, gli uomini intelligenti potevano riconoscersi a vicenda, vivere insieme, guarire insieme, trovare in terra quella pace che le anime afflitte sperano in cielo.
La prima società era nata quasi ad un tempo con l'idea, tra pochi amici, che usavano da gran pezza ricambiarsi i loro pensieri. Ma presto la voce era corsa, ed altri compagni si erano offerti. Il concetto era buono; la regola nuova, a cui il caso aveva dato il nome di San Bruno, attecchiva; e il padre Anacleto, non più futuro, ma presente, ed eletto a voti unanimi priore, mirava già a nuovi trionfi dell'ordine.
E qui, non era forse la natura che operava dentro di lui? La natura, questa virtù misteriosa che si lascia qualche volta strappare un segreto, qualche altra imporre una legge, ma che a lungo andare governa sempre lei e manda in aria tutti gli artifizi degli uomini?
La voglia d'ingrandire l'ordine nuovo di San Bruno poteva giustificarsi col numero dei frati, che erano già troppi nel convento; ma non c'entrava anche un pochettino di quello spirito di propaganda, che è la vanità o l'ambizione di tutti gli uomini e di tutte le sètte? E il padre Anacleto, prendendo il suo mandato sul serio, innamorandosi dell'opera sua fino al punto di fondare una dottrina e una regola di vita su ciò che poteva intendersi ancora e permettersi come capriccio personale, non lavorava forse a ricomperarsi una parte di quelle noie, per cui gli era venuto in uggia il mondo, da cui era fuggito con tanta sollecitudine?
Per intanto, ne aveva già avuto un saggio dalla radunanza del capitolo. Che matti, i suoi frati! Anch'essi avevano preso il loro stato sul serio. Ma allora, perchè non aggradire un pizzico di tentazione? Perchè non cogliere con giubilo l'occasione di un trionfo, che li avrebbe mostrati davvero uomini superiori? Così pensava, e giustamente, il buon padre Anacleto. E poi, gli sfuggivano delle frasi come queste:—Tanto chiasso per una ragazza! Se tutti la vedessero con gli occhi miei!—
A proposito, con che occhi la vedeva lui? Non vorrei che il sor priore degnissimo si vantasse un pochino. Vediamo dunque, scrutiamocorda et renes. Il serafino biondo gli piaceva; non c'è che dire, gli piaceva, ed egli non se lo dissimulava neanche: segno che il suo peccato era di quelli che si confessano liberamente a sè medesimi, perchè non si credono destinati a portar conseguenze. Il serafino gli piaceva, come piace un bel quadro, mettiamo laTrasfigurazionedi Raffaello, o laComunione di San Gerolamodel Domenichino. Si ammira, si rimane estatici a contemplare, magari ad adorare, ma il sentimento del bello è così puro in noi, che non si forma neanche il desiderio di possedere quel quadro; salvo nel caso che si sia principi della finanza, o rigattieri; due tipi che qualche volta si trovano fusi in una sola persona. Ma fate che per un caso straordinario quel quadro ammirabile vi appartenga; e lo stesso sentimento del bello, così profondo e così puro dentro di voi, farà sì che non vi saprete risolvere per nessun patto a cedere il quadro. Questa è dunque la passione intelligente e schietta dell'uomo per la bellezza, in ogni sua manifestazione. E certo, lo ammetto anch'io, sarà più difficile sentirla così schietta, quando la bellezza si incarni in una donna viva. Ma infine, dato un carattere nobile, e uno stadio iniziale (poichè l'amore stesso ha il suo primo gradino nell'ammirazione) anche una cosa tanto difficile potrà sembrarvi possibile. E non vi parrà più così strano il mio padre Anacleto.
Al quale, dopo tutto, quel serafino biondo appariva quasi un raggio di sole nel cielo grigio ed uniforme di San Bruno. Quel monachino roseo ci aveva anche del paggio; e al padre Anacleto sembrava che egli facesse in convento il medesimo contrapposto felice che un bel paggio elegante ed amoroso doveva fare in una di quelle corti medievali, sempre minacciose e sempre minacciate, che stringono il cuore al solo pensarci.
E poi, e poi, gli pareva da gentiluomo non avvedersi di nulla, non cercare nelle sue sensazioni più oltre di quello che esse lasciavano scorgere. C'era del poeta, nel padre Anacleto; e forse per questo aveva meritato di esser priore in un convento di matti.
Finita la radunanza del capitolo in quel modo che sapete, il nostro priore sperò che i suoi degni colleghi non sarebbero andati più avanti con le loro ingiuste antipatie, e con le loro sciocche paure. Il padrino si sarebbe annoiato di quella vita rinchiusa e avrebbe accomodato lui ogni cosa, abbandonando il convento? Sì e no. Del resto, l'idea di una fuga del serafino biondo non veniva molto chiara alla mente del priore. Non vengono mai chiare e spiccate alla mente che le cose vagheggiate un po' a lungo o più profondamente desiderate. Infatti, vedete, gli veniva chiarissima l'idea che i suoi compagni si sarebbero chetati. Che diamine! Mandar via un novizio che non faceva male a nessuno! Chi avrebbe avuto mai un così triste coraggio, poichè non voleva averlo lui? lui, più equanime, più freddo, e più tranquillo di tutti?
E frattanto, notava un fatto curioso. I suoi vecchi amici, padre Anselmo e padre Bonaventura, suoi partigiani dichiarati in capitolo e difensori del serafino, incominciavano a girargli nel manico; erano di giorno in giorno meno teneri pel loro protetto; quel latte e miele che scorreva dalle loro labbra quando parlavano di lui, incominciava a saper d'agro. Per contro, padrineggiavano, serafineggiavano gli oppositori. Padre Agapito e padre Restituto, in ispecie, erano diventati col serafino d'una cortesia, d'una dolcezza, che sarebbe stato impossibile desiderarne di più. A buon conto, il priore ne avrebbe desiderato di meno. Perchè? Forse perchè nella sua qualità di priore doveva amare le parti giuste per tutti; forse perchè nella sua qualità di osservatore, notava un cangiamento troppo rapido di sentimenti e di modi; forse perchè… Oh insomma, trovatelo un po' voi, il perchè.
Tra questi giuochi d'altalena, e osservazioni e malinconie psicologiche, capitò al priore la visita del sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia. E accompagnata da circostanze eroicomiche, che io vi racconterò senza farmi pregare. Il signor sottoprefetto era venuto a cavallo, con una coppia di carabinieri per iscorta. D'onore, o di sicurezza? Il fratello Giocondo, che non lo conosceva e che stava fermo alla consegna, non aveva voluto lasciarlo salire al convento, come egli mostrava desiderio di fare.
—O scusi;—gli aveva detto, con un tono agrodolce, come faceva quando incominciava a scappargli la pazienza.—Se viene a cercare il priore per arrestarlo, mi mostri il mandato di cattura e passi. Se viene per fargli visita, dica il suo nome ed aspetti, come fanno tutti gli altri.—
Il signor sottoprefetto l'aveva masticata male e aveva risposto:—aspetterò.—
Così dicendo, il nostro personaggio porgeva al converso la sua carta di visita, con un gesto che voleva dire:—A voi, ecco chi fate aspettare; andatelo a riferire al vostro principale, che vi darà una strapazzata coi fiocchi.—
Ma il converso non pose gli occhi sul cartoncino di Bristol, o non volle dare al visitatore burbanzoso la consolazione di farlo in sua presenza. Del resto, lo conosceva già, per averlo veduto alcuni giorni addietro, quando era stato al parlatorio chiedendo del padre Prospero e annunziandosi modestamente "il suo amico Tiraquelli". Tira quelli, o quelli altri, era tutt'uno pel fratello Giocondo, che uscì con la carta di visita in mano, per andare ad avvertire il priore.
Il signor cavaliere e sottoprefetto misurò una ventina di volte la lunghezza del parlatorio, che era di otto metri e qualche centimetro, e non domandava tante fatiche per essere accertata. Indi uscì sul piazzale a contemplare la valle e sentir mormorare il torrente; poi tornò in parlatorio a guardare il brutto muso di Mastino II della Scala; battè le labbra e crollò il capo più volte in segno d'impazienza; finalmente trasse una rifiatata, perchè si udiva un passo abbastanza frettoloso sul battuto del piazzale, certo indizio della venuta del priore.
Era infatti il padre Anacleto, e il sottoprefetto lo vide tosto apparire nel vano dell'uscio.
Il sottoprefetto aveva udito parlare più volte della gioventù e della bellezza del priore; ma aveva sempre data la tara alle chiacchiere della gente, pensando che si esagerano sempre le qualità degli uomini misteriosi, quando per l'appunto queste qualità paiono in contraddizione col genere di vita, a cui questi uomini si sono consacrati. Perciò, dovette stupirsi al vedere quell'uomo, più giovane e più bello di ciò che egli si degnava di credere, e punto ridicolo nella sua veste di frate. Il padre Anacleto portava la tonaca con quella medesima disinvoltura, con quella medesima coscienza di fare il comodo suo, che si riscontra negli artisti, pittori e scultori, quando vi compariscono dinanzi con certe zimarre, farsetti, e berrette di velluto, che paiono spiccati da un quadro del Cinquecento.
Il padre Anacleto, per dirvi tutto con una frase vecchia e francese, aveva una bella testa italiana. Perciò voi dovete immaginarvi subito i grandi occhi profondi, dalle pupille nere, circonfuse da una luce azzurrina, le ciglia lunghe, la pelle fine, i lineamenti grandiosi, saviamente accompagnati da una bella barba e da una bella capigliatura ondata e lucente. Il suo volto esprimeva l'onesta alterezza dell'uomo giovane e forte; gli occhi, la nobiltà del pensiero che sa elevarsi per virtù propria e non ama prender nessuno a compagno.
Tutte queste minuzie, che io vi descrivo, non istette ad osservarle partitamente il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia; le colse come a dire in un fascio, e, senza pure volerlo, paragonò quel tipo di maschia bellezza con la faccia dilavata e sciocca del duca di Francavilla. Anche quello era un bel giovane (chi dice di no?); ma bisognava vederlo senza confronti.
Poco, anzi nulla contento del suo esame, il signor sottoprefetto si disponeva a rispondere con un inchino alle prime parole del padre Anacleto.
Il priore era entrato con la carta di visita tra le dita, e le aveva data un'ultima occhiata, prima di attaccare la frase:
—Signor…. commendatore….—
Il vocabolo dava la giustificazione dell'occhiata. Sul pezzo di cartoncino Bristol, che il visitatore aveva consegnato al fratello Giocondo, c'era scritto per l'appunto così: "C. avv. Eudossio Tiraquelli, sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia." Ma quel C, che diavolo significava? Cavaliere, o commendatore? Una persona bene educata non poteva mica fermarsi lì, a domandare: scusi, che grado ha lei nella gerarchia delle umane grandezze? E quella medesima persona, trovandosi ad un bivio di quella fatta, non poteva mica fidarsi di dire: "signor cavaliere"; doveva dire senz'altro: "signor commendatore", anche pensando che se l'interlocutore lo fosse stato davvero, non si sarebbe contentato di lasciarlo argomentare da una semplice iniziale.
Il signor sottoprefetto fece l'inchino che vi avevo annunziato; un inchino che pareva una tacita accettazione del titolo, o un atto di ringraziamento per l'augurio, pensato o involontario che fosse.
—Signor…. commendatore….—diceva il padre Anacleto;—a che cosa posso attribuir l'onore di una sua visita?
—Al desiderio, al piacere di conoscerla. Non si meravigli, la prego;—rispose con grande volubilità di parole il sottoprefetto di Castelnuovo;—noi, poveri ufficiali preposti alla amministrazione delle provincie, dobbiamo conoscere il paese, per formarci un giusto concetto dei suoi bisogni; e dobbiamo per conseguenza conoscer tutti i nostri amministrati…. anche quelli che non hanno bisogno di noi.—
Il priore fece un inchino e additò un seggiolone al suo ospite. Ma il sottoprefetto fece le viste di non essersi accorto di quell'invito.
—Sono in volta per visitare tutti i comunelli del circondario;—proseguì egli.—È la nostraVia crucis. Perciò spero non vorrà trovar nulla a ridire sull'accompagnamento di due carabinieri. L'autorità—soggiunse il sottoprefetto, atteggiando le labbra ad un sorriso, come faceva ogni qual volta stava per dire qualche cosa di profondo o di grazioso,—l'autorità è amicizia, quasi fratellanza, che è come a dire confidenza, per gli uomini di vaglia; ma pel volgo, che non la intende senza una certa solennità d'apparato, dev'essere ravvolta nella nube, accompagnata da lampi e tuoni, come il Dio degli eserciti.—
Il priore s'inchinò da capo, ma non aggiunse nulla del suo a quel saggio d'eloquenza sublime.
—Ella vedrà nella mia visita anche un pochino di curiosità;—riprese il sottoprefetto, lasciando i lampi e i tuoni in disparte e degnandosi di uscir dalla nube.—Non voglio negarlo; anzi le confesso sinceramente che avevo da gran tempo un desiderio vivissimo di conoscer Lei, persona tanto ed universalmente stimata, e di dare una sbirciatina al suo convento laico.—
Il priore, che l'aveva capito fin da principio, e che non voleva parere uno di quelli che bevono grosso, accettò la dichiarazione e ci appose il suo visto.
—Sarà sempre un onore per noi di appagare la sua curiosità. Del resto, non si potrebbe neanche rifiutarglielo,—soggiunse il priore, temperando con un sorriso l'asprezza del colpo,—come si è fatto con tutti i signori di Castelnuovo.
—Ah, se non ci hanno piacere….—balbettò il sottoprefetto;—se non amano le visite…. non vorrei essere importuno.
—No, la prego, non si dia pensiero di ciò;—rispose il priore.—La sua curiosità, signor commendatore, non è offensiva per noi, dacchè il suo ufficio la rende quasi obbligatoria. Lei deve sapere ogni cosa; gli altri non hanno nessun diritto di metter gli occhi nelle nostre faccende. Frati, nel senso religioso, non siamo; non diciamo messa, non confessiamo, non distilliamo acqua di melissa, non fabbrichiamo cerotti. No, nessun rimedio, nè per le anime travagliate, nè pei corpi infermi. Attendiamo invece a medicare noi medesimi, nel silenzio e nella pace d'un chiostro; e ci pare che si faccia già molto. A che volerci vedere? Siamo fatti come tutti gli altri, e viviamo qui come essi vivrebbero in villa, godendo il fresco e facendo qualche cosa d'inutile, tanto per ammazzare il tempo. Ma basti dei signori di Castelnuovo. Mi permetta, signor commendatore; dò un ordine e sono da Lei.—
Il commendatorein votisfece un inchino, che voleva dire: s'accomodi. E il padre Anacleto, uscito dal parlatorio, andò a cercare il converso che aspettava i comandi.
—Fratel Giocondo,—gli disse sotto voce,—avvertite di questa visita i colleghi. Capisco che il sottoprefetto si fermerà a colazione. Chi vorrà venire in refettorio mi farà piacere; chi vorrà essere ammalato sarà servito in camera.—
Fratel Giocondo rispose col cenno del capo di chi ha inteso tutto e non ha bisogno d'altro; indi si mosse per andare al convento. Ma il padre Anacleto lo trattenne ancora.
—Prendetevi cura dei carabinieri, che non abbiano a mancar di nulla, nè essi, nè le loro cavalcature. I carabinieri sono ottima gente; trattateli bene. Ma mi raccomando, che non vi facciano cantare!
—Non c'è pericolo;—rispose il fratel Giocondo.—Lei sa, priore, che stono maledettamente.
—Bene; vi permetto di stonare…. nel senso di non rispondere a tono;—ripigliò il padre Anacleto.—Non abbiamo niente da nascondere, è vero; ma non tutto ciò che si può dire va detto.—
Dopo questo breve colloquio, il priore tornò nel parlatorio.
—Eccomi a Lei, commendatore;—diss'egli.—Se vuol favorire….—
Ecco adunque il signor sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia messo dentro alle segrete cose del convento di San Bruno. Ma ohimè, molto meno addentro di quello che egli credesse. Perchè, infatti, se egli si era posto in mente di sorprendere la signora Adele Ruzzani, il conto gli riusciva fallato, per la prontezza di spirito del priore.
Questi, a dir vero, aveva date le sue istruzioni in genere, per lasciar libertà a tutti i suoi colleghi di essere o di non essere presenti. Ma non voglio neanche tacervi che nella sua sollecitudine c'entrava un pochino il pensiero del serafino biondo. Bisognava stare con gli occhi bene aperti, poichè tutti quei tentativi di entrare in convento, da parte dei signori Castelnovesi, miravano al padrino Adelindo. Il priore lo aveva indovinato, anche senza sapere che il padrino veniva dal capoluogo del circondario. Lo perseguitavano dentro e fuori, il grazioso monachino, e lui lo difendeva di dentro e di fuori. Questo era nella nobiltà dell'animo suo, ed anche un pochino in quel certo che di gentilmente puerile, che tutti gli uomini hanno, quando non si vergognano di essere a tempo e luogo bambini.
Così avvenne che all'ora della colazione, di sedici frati che vivevano a San Bruno, non ce ne fossero in refettorio che quattordici. Il padre Prospero e il padre Adelindo erano andati fuori, e la campana del refettorio non aspettava nessuno.
Ma, che diavolo? Non erano neanche quattordici, i presenti. Oltre quei due, che il priore non s'aspettava di vedere a tavola, mancava anche il padre Agapito. Anche lui fuori; e perchè?
Il priore trovò un minuto di tempo per chiederne al fratello Giocondo.
—È andato a passeggio col padre Prospero e col padrino;—rispose il converso;—per non lasciarli soli. Tutti e tre mi hanno detto di andarli ad avvertire al romitorio delle Querci, quando sarà partito il sottoprefetto.
—Per non lasciarli soli!—mormorò dentro di sè il padreAnacleto.—Benissimo!—
E qui sarebbe il caso di soggiungere: "benissimo un corno!" perchè al padre Anacleto quella novità piaceva poco. Il degno priore si seccò maledettamente, a colazione, e il malumore gli crebbe tanto, mentre faceva vedere il convento al suo noioso visitatore, che incominciò a rispondergli in un certo modo agrodolce, che non era mai stato nelle sue consuetudini.
—Ma sa Lei che questo è un piccolo paradiso?—andava dicendo il sottoprefetto.—Non ci manca che l'angelo con la spada di fuoco, per cacciarli fuori. Perchè, infine, scusi la libertà delle mie parole, questo è un tradimento che fanno alla società.
—Signor commendatore,—rispose il padre Anacleto,—alla società non siamo debitori di nulla.
—Eh, nulla!… nulla, poi! Dove mi mette Lei i canoni della filosofia civile?
—La filosofia civile! La filosofia civile, è una spiritosa invenzione dei filosofi. E poi, quand'anche fosse una cosa seria…. Scusi, non parlo pe' miei colleghi, che possono difendersi meglio da sè; parlo pel mio signor me, che conosco un tantino. Qual è, secondo la filosofia civile, il mio debito verso la società? Darmi a lei, secondo le forze e l'ingegno. Le forze, le ho date, quando era necessario, e fin dove ho potuto, in uno di quegli uffici che non sono dei più ricercati, in una di quelle posizioni in cui non c'è nessuno che voglia starvi dinanzi. Se Dio vuole, ce n'è uno, dei posti, che non fa invidia ai soliti competitori; il posto del soldato in faccia al nemico. E qui, modestamente, ma volentieri, ho fatto il debito mio. Resta l'obbligo secondo l'ingegno. Ma qui, la prego a considerare una cosa. Io non ho ingegno; sono una talpa; non devo dunque più nulla.
—Il suo modo di argomentare, perdoni, non è solamente un tantino paradossale;—osservò il sottoprefetto;—ma è grandemente ingiusto verso di Lei.—
Il complimento era girato bene; ma il priore non ci si lasciò cogliere.
—Non creda, commendatore, non creda. Ci ho un po' di chiacchiera che inganna; ma è tutto spolvero, praticaccia, senza alcun lume di scienza. Ho studiato poco, da giovane, ed ho lasciato correre, da uomo maturo. Tornando alla questione, io, senza dottrina e senza trattati la ragiono così. Che cos'è questo diritto sociale? Come lo intendono loro, non è altro che la giustificazione di tutte le tirannie, levate di mano a Tizio e Caio, e date in custodia al signor Tutti, un benedetto uomo il quale non sa mai che cosa si voglia. La società vuol questo; la società vuole quest'altro; qui non si può stare perchè l'interesse sociale non lo permette; di qui non si può escire, perchè l'interesse sociale non lo consente. Se studio l'arabo, la società vuol far di me un professore; non mi serve a nulla il dire che l'ho studiato per mio gusto; debbo essere professore, l'interesse sociale esige che io lo sia, affinchè un altro professore possa dar dell'asino a qualcheduno e dichiararmi un intruso nel gran tempio del sapere. Perchè c'è anche il tempio, coi rispettivi penetrali e il rispettivo sacerdozio. La società si tratta bene, con la rettorica per maestra di casa. Ma in nome di Dio, bisognerebbe che c'intendessimo sul valore delle parole e sulla definizione dei doveri. Ci abbiamo invece una dozzina di scuole, se non più, ognuna delle quali interpreta tutto a suo modo. Un giorno erano dottrinarii; oggi son tutti sperimentali; domani saranno tutti evoluzionisti; dottrinari che ammettevano questo e negavano quest'altro, scindendosi in varie chiesuole; sperimentali che negavano questo e ammettevano quell'altro, spartendosi anche loro in tanti laboratorii; evoluzionisti, che ammetteranno e negheranno ogni cosa, per far la strada pulita e ritornare da capo. Prima avevamo l'individuo libero, anzi allo stato selvaggio e nato, magari Dio, senza levatrice; poi venne, o tornò, l'uomo schiavo di tutte le autorità ideali e materiali, dalla formola del filosofo alla chiamata del questore (scusi, veh, ma questa è storia per sommi capi); adesso abbiamo l'uomo libero da capo, e tutte le teoriche a bollire nella medesima pentola. Sciogliere, legare, accentrare, decentrare, libero arbitrio e impulso fatale, probabilità e necessità, leggi scaturite dal fatto, fatti rampollati dalla legge, l'ovo prima della gallina e la gallina prima dell'ovo; io, per me, credo sia tutto un intruglio, un sacco d'invenzioni più o meno felici, per esercitare i rètori moderni e intrattenere i curiosi. Credo anch'io a certi doveri, ma d'indole negativa, come il non far male a nessuno. Credo ancora che il fare del bene sia una bella e nobile cosa; ma anzi tutto, che cosa sono la nobiltà e la bellezza? Armonia di linee, equilibrio di facoltà, dicono i moderni. Appunto per ciò, la nobiltà è un fatto, non una legge. Se pure lo fosse, noi potremmo mettere tra i contravventori i cinque sesti dell'umanità. Veda un po' che razza d'armonie! C'è anzi dei filosofi che le chiamano antinomie, e ci hanno bravamente già costrutto un sistema. Ella si annoia, commendatore…. Non mi dica di no; lo vedo, lo sento, e finisco. Noi siamo qui oltre una dozzina d'uomini, i quali, in tanta confusione d'idee, abbiamo creduto savio partito di tirarci da banda. Aggiunga che la società ci annoiava; tutti, qual più, qual meno, abbiamo avuto a dolerci della società, o di qualcheduno dei suoi, e ci siamo allontanati dal giuoco. Eccoci qua in un convento laico, come ha detto benissimo Lei. Questa è la vita in pochi, e perciò facilmente accomodata al gusto di tutti gli interessati, con norme accettate volentieri da ognuno. Viviamo in pace rispettosa con le leggi del paese, paghiamo le tasse, non domandiamo d'essere riconosciuti come un ente morale; agli occhi della società siamo e non siamo. In compenso della nostra modestia, le domandiamo una cosa sola; di non parlarci delle sue tirannie, battezzate col nome di doveri positivi. Vede, avevamo un tiranno, Mastino II della Scala, capitato qui non so come, forse come un avanzo d'eredità toccata agli antichi frati di San Bruno. Anche dipinto, quel tiranno ci dava noia; lo abbiamo messo alla porta, lo abbiamo relegato nel parlatorio, là presso al ponte, perchè se la dica coi forestieri, lasciando in pace noi altri.—
Il padre Anacleto non era stato mai così sciolto di lingua, nè così fiero e sarcastico. Ma già, voi l'avete capito, o lettori; il padre Anacleto aveva perdute le staffe. E intanto che snocciolava le sue massime, dentro di sè il padre Anacleto pensava a tutt'altro; per esempio al padre Agapito, che era andato fuori col padre Prospero e col padrino Adelindo.
—Per non lasciarli soli!—
Questa era la frase detta dal converso. E questa frase gli si era scolpita davanti agli occhi, come il famosissimoMane Thecel Faresagli occhi di Baldassare.
—Per non lasciarli soli!—
E in questo pensiero si andava crucciando il nostro degno priore. Perchè? Mettete che fosse per amore del buon ordine e della serietà del convento, frutto di quella tale abitudine di sorveglianza, che fa scorgere un guaio in ogni piccola novità. Il pensare in questa guisa sarà anche un fargli cortesia, poichè egli stesso credeva di crucciarsi per quella sola ragione.
Frattanto, il sottoprefetto si disponeva a rispondergli.
—Ella ha parlato eloquentemente. Sì, mi permetta di dirlo, eloquentemente! Ma Lei mi perdonerà se io mi permetterò di soggiungere che anco Cicerone e Demostene….
—Hanno perdute delle cause; è questo che vuol dire?—interruppe il padre Anacleto.—Oh, Dio buono, lo so; come so di non esser Demostene, nè Marco Tullio. Noi, del resto, signor commendatore, le cause nostre ce le trattiamo e ce le giudichiamo da noi, e in questa, che è capitale, ci siam data ragione. Di grazia, che cosa fanno, loro del governo, a chi vive secondo le leggi? Lo lasciano stare ne' suoi panni; al più al più, glieli fanno stringere addosso qualche volta dall'agente delle tasse.—
Il sottoprefetto sorrise di mala voglia. E le parole e il tono con cui erano profferite lo seccavano ad un modo.
—E qualche volta,—replicò egli,—si fanno lecita una piccola osservazione. Noi siamo per la libertà in tutto e per tutti, ma non rinunziamo all'ufficio di dare un consiglio, quando ci sembri utile il farlo. Io, le parlerò schiettamente, sono venuto qua per due cose. Anzitutto, per vedere di persuadere Lei e i suoi colleghi dell'errore in cui vivono. Scusi, sa, ma non è bella questa loro rinunzia al civile consorzio, con tutti i danni che la società ne risente. Se non vogliono riconoscere i diritti della società, pensino, pensino a quelli dell'Italia, di questa gran madre, al cui risorgimento non sarà troppo il concorso di tutti i suoi figli.
—Questo è un argomento più serio;—rispose il priore, a cui il nome d'Italia aveva fatto rizzare la fronte e balenar gli occhi d'una luce improvvisa.—Dicono che la patria non sia una cosa sensibile e che c'entri molta poesia nella formazione di questo ideale. Io so che c'entrano i nostri amori d'infanzia, le nostre lagrime d'adolescenti, i nostri rossori e i nostri sdegni d'uomini fatti. L'Italia comprende in sè la parte più pura dei nostri interessi, che sono gli affetti e le consuetudini; l'Italia è la nostra medesima superbia di schiatta, la nostra consapevole nobiltà di sangue, forte come un'idea maturata lungamente nell'animo, vigorosa come un istinto, che non si può soffocare, nè discutere. Tristo colui che nei furori della politica, o seguendo il filo di certe sue deduzioni, dimentica questo concetto della patria, e impaziente di provar tutto, di rimutar tutto, non sa sopportare qualche piccolo guaio in famiglia, dopo aver dovuto soffrire tanta vergogna di comandi stranieri!—
La faccia del sottoprefetto di Castelnuovo risplendeva d'allegrezza.Ma a spegnere i lumi venne subito la seconda parte del ragionamento.
—La patria dobbiamo avere in cima a tutti i nostri pensieri;—proseguiva il padre Anacleto;—per lei dobbiamo lavorare; ma per lei, quando è tempo, saperci trarre in disparte. Anche la lontananza volontaria è una forma dell'amore. E poi, siamo forse fuori d'Italia? E i bisogni suoi, quando si mostrassero tali da richiedere l'opera nostra, non ci troverebbero al posto? So stare in arcioni come un altro e mettere un cavallo a carriera. Ero a Montebello, signor commendatore, e nessuno può dirmi che io abbia dimenticato l'obbligo mio verso la patria. O che vorrebbe Lei? che, per adempiere a quest'obbligo, facessi il consigliere comunale, o l'aspirante al ministero? Ce n'è già tanti, su quella via! A buon conto, io faccio pure qualcosa. Non vede? Dò esempio di modestia a tutti i poveri di spirito della mia circoscrizione. E adesso, signor commendatore, se non le spiace, passiamo alla seconda ragione della sua visita.—
Il sottoprefetto non gradì troppo quel modo spicciativo che aveva il priore di condurre la conversazione, parlando lui come e quando voleva, per cangiare argomento quando e come gli facesse comodo. Ma poichè si era imbarcato, gli bisognava andare fino all'ultimo. E accettò di passare all'altra parte del discorso, ma promettendo in cuor suo di ricattarsi di quella leggerezza del priore, col peso delle sue osservazioni.
—Volevo appunto venirci,—diss'egli,—e stavo cercando le parole. Questa è veramente la parte più delicata, ed io avrò mestieri di tutta la sua indulgenza. Loro signori son tutti uomini, qua dentro? Voglio dire…. non ci hanno donne?—
Il padre Anacleto balzò sulla seggiola.—Ci siamo!—pensò egli, frattanto.
—Perchè mi fa questa domanda?—chiese egli poscia, guardando il sottoprefetto con aria di curiosità che voleva essere soddisfatta.
—Perchè,—rispose il sottoprefetto,—perchè corre una voce inCastelnuovo….
—Ah, una voce! E quale, di grazia?
—Che ci sia nel convento di San Bruno una donna, anzi una ragazza, fuggita da casa sua.—
Ciò detto, il nostro personaggio ricolse il fiato. L'aveva finalmente dato fuori, quel che gli pesava sullo stomaco!
Il priore stette alcuni minuti secondi senza rispondergli. Lo guardava sempre in viso, ma non più con quell'aria di curiosità che aspetta una spiegazione, bensì di curiosità che vorrebbe indovinare gli arcani gelosi, i moti dell'animo, i fini riposti.
—Minorenne?—chiese egli, dopo quell'istante di pausa.
—E ancora sotto tutela;—rispose il sottoprefetto di CastelnuovoBedonia.
—Ciò è grave;—disse il priore.—E noi siamo accusati di rapimento, o di qualche altra cosa consimile; non è vero?
—No, tolga il cielo che io pensi una cosa simile, o la dia per pensata da altri;—rispose prontamente il sottoprefetto.—La signorina Adele Ruzzani, poichè questo è il nome della ragazza, è qui, sempre giusta le voci che corrono in Castelnuovo, col suo zio e tutore signor Prospero Gentili.
—Di buona voglia, adunque?—notò il priore.
—Sembra;—disse quell'altro.
—Sembra ed è, signor sottoprefetto;—ribattè il padre Anacleto, tralasciando di dare del commendatore al suo ospite, come aveva fatto fino a quel punto.—Io non ho più schiarimenti da chiederle, poichè Lei ha profferito dei nomi. C'è infatti qui, tra gli ultimi venuti, un padre Prospero, con un suo nepote, assai giovane, il cui nome corrisponde benissimo a quello della signorina Ruzzani, accennato da Lei. Mi hanno pregato di accoglierli nella nostra comunità; ed io, considerando la giovinezza del nepote, li ho accettati soltanto come novizi. Ciò significa che nessuna parola li costringe; sono padroni di andarsene quando vogliono. Desidera di vederli e di interrogarli? Si accomodi. Ma non qui, intendiamoci, non qui; al parlatorio del ponte, dove potrà farli chiamare. Perchè, lo sappia, signor sottoprefetto, nel nostro convento non è che una fortuna, la pace. Ed ogni sua domanda di veder qui, subito, i due nuovi compagni nostri, che non erano a farle corona in refettorio, potrebbe dare argomento a chiacchiere e sospetti, che io debbo in ogni modo evitare.
—No, non occorre che io li veda;—rispose il sottoprefetto appena gli venne fatto di entrare in discorso.—Ella si altera…. mi giudica male…. mentre io era venuto semplicemente per dirle come stavano le cose. Supponevo che non sapesse nulla…. che fosse stato ingannato…. E poichè la casa Ruzzani è una delle primarie di Castelnuovo e di tutto il circondario…. Oramai, non è rappresentata che dalla signorina Adele; una ragazza di molto ingegno, ma un pochettino bizzarra. Sempre rispettabile per altro, sempre rispettabile! Una cosa solamente non si riesce a capire, per qual ragione, o capriccio, la signorina si sia risoluta ad entrare così di schianto in una società d'uomini….
—Di cavalieri, signor sottoprefetto;—interruppe il priore;—di cavalieri, la prego a volerlo considerare.
—Oh, non ne dubito punto. Ma infine, Lei capirà, il mondo ha i suoi diritti. Su questa fuga della signorina Ruzzani e sulla sua entrata nel convento di San Bruno, in veste d'uomo, poichè non potrebb'essere altrimenti, si è fatto un gran chiasso a Castelnuovo e fuori; cosicchè l'autorità superiore della provincia ha già chiesto ragguagli a me, che ero bensì informato del fatto, ma non avrei voluto dar noia a Lei per tutto l'oro del mondo. Questo è lo stato delle cose. Aggiungo che non mi sono mosso a bella posta. Come ho già avuto l'onore di dirle, andavo attorno per visitare i nostri comuni di montagna, e ho fatto, come si suol dir, un viaggio e due servizi. Avrei potuto mandarle l'avviso di ciò che sapevo, ma ho preferito recarlo io stesso, per ragioni di delicatezza e di convenienza che spero vorrà riconoscere.
—Grazie,—rispose il priore, con un tono di voce da cui traspariva un filo d'ironia.—Ma, la prego, qual è lo scopo del suo cortese avvertimento? Debbo io respingere la signorina Ruzzani e il suo tutore dal convento di San Bruno, per far piacere ai signori chiacchieroni di Castelnuovo?
—Eh, non per contentar nessuno; ma per far cessare le mormorazioni, le ciarle assassine del mondo, perchè no? Intenderei che non volesse far nulla, se, nell'atto di accogliere i due novizi, avesse saputo che uno di essi era una donna; ma poichè Lei non sapeva affatto….
—Non lo sapevo,—ripigliò il priore;—sono stato ingannato tanto più facilmente, in quanto che non ho voluto farci troppa attenzione. Ma se l'avessi fatta, se mi fossi avveduto, e mi fosse piaciuto di accogliere egualmente il finto novizio, che male ci sarebbe?
—Nessuno, da parte sua. Ma poichè è detto che chi ha più prudenza ha anche l'obbligo di usarne, e perchè sarebbe stata opera di buon cavaliere avvertire quella fanciulla del passo falso che ella faceva….
—La sua osservazione sarebbe eccellente,—interruppe il priore,—se la fanciulla fosse capitata da sola. Ma io la prego a non dimenticare che è venuta in compagnia del tutore, e vive qui…. sempre in compagnia del tutore.
—Ah, una gran testa, il tutore!—scappò detto al cavaliereTiraquelli.
—Infatti, non brilla per averne molta;—si degnò di ammettere il priore, che pensava in quel punto alla gita del romitorio.
—Ah, vede, lo riconosce anche Lei;—gridò con accento di vittoria il sottoprefetto.—Aggiunga che sarà un gran guaio…. Parlo ad un uomo di cuore, e perciò vengo a Lei col cuore in mano. Sarà un gran guaio se la signorina Ruzzani non tornerà presto a casa sua, trovando il modo di negare questa scappatella. In verità, se rimane al convento, se lascia correre dell'altro le ciarle della gente, ella non troverà marito; ad onta de' suoi milioni non lo troverà, salvo il caso che ne esca uno di qui, dove tutti l'hanno conosciuta e possono fare testimonianza che questo capriccio, imprudentissimo sempre, non ha potuto offuscarne il buon nome.—
Il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia giunse con evidente compiacenza alla chiusa del periodo. E più si compiacque d'averlo rigirato con quell'arte, allorquando vide che il padre Anacleto ne era stato tocco sul vivo.
—Non abbia paura, signor sottoprefetto, non abbia paura;—gridò il priore, con impeto.—Qui nessuno pensa ad ammogliarsi. Che forse crederebbe Lei che qui si tendessero trappole alle ragazze con dote?—
Il sottoprefetto balzò in piedi con aria tra scandalizzata e mortificata.
—Lei crede proprio che io…. con le mie parole….—E qui le reticenze del signor sottoprefetto dovevano far fede di una commozione profonda.—Se Lei ci trova alcun che di offensivo, od anche di meno rispettoso per la sua comunità, la prego, faccia conto che io non abbia neanche aperto bocca.
—Sì, bene, la ringrazio;—disse il priore, che appariva grandemente confuso, e non fingeva davvero;—la ringrazio della sua… comunicazione…. Vedrò, penserò, farò cessare questa ragazzata, perchè, infatti, Lei ha ragione; un galantuomo non può permettere che una fanciulla si perda così nella stima della gente. Ha ragione, ripeto, ed io le sono gratissimo. Non mi domandi di far tutto oggi stesso; debbo studiare il modo e l'opportunità; ma infine, stia certo, rimanderemo a casa la signorina…. Come ha detto?
—Ruzzani.
—Ruzzani, bene; la signorina Ruzzani…. Adelina Ruzzani, che si fa lecite le scappatelle a San Bruno. Daniele femmina, che entra spontaneamente nella fossa dei leoni!… E perchè, poi? Capriccetti di ragazza, fatti più vivi e più strani da una testa bizzarra. Non le pare, signor commendatore?
—Ho piacere che le torni il buon umore;—disse il sottoprefetto.—In fede mia, sarei stato troppo dolente, se le mie parole, dette a buon fine, avessero potuto….
—No, non s'incomodi a cercare le scuse. La mia giustificazione è tutta nel non aver badato più che tanto a certe apparenze, ed essermi lasciato cogliere alla franchezza meravigliosa con cui zio e nepote si sono presentati quassù. Capisco che è tutto merito della signorina. Una bella commediante, glielo assicuro io; se va sul teatro, fa furore di certo. La sua giustificazione, signor commendatore, è tutta nell'onesto desiderio di far cessare uno scandalo nel circondario che così degnamente amministra. Esso non era qui, Vossignoria ne è persuasa; sta tutto nella interpetrazione che il pubblico può dare ad un fatto già così nuovo in apparenza e poco naturale per giunta. E noti, signor commendatore, il danno morale che ne deriva anco a noi. La quiete nostra, che è il primo dei beni, per cui ci siamo raccolti in questa solitudine, la quiete nostra vuole oramai che la signorina Adele Ruzzani faccia ritorno a Castelnuovo…. o vada altrove, se la residenza non le piace, che a noi non importa saperlo.—
Il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia era fuori di sè dalla contentezza.
—Mi permette che io l'abbracci?—gridò.
Il padre Anacleto lo lasciò fare. Non vedeva l'ora di levarselo dai piedi, per gittar via quella maschera che gli pesava sul volto.
—È una gran fortuna per me di aver conosciuto un uomo del suo merito tra i miei amministrati;—ripigliò il sottoprefetto.—Perchè, infatti, il convento laico di San Bruno è nella mia giurisdizione. Sono il solo, tra i capi di circondario in Italia, che possa vantarsi di possedere una simile novità.
—San Bruno ha adunque ottenuto grazia presso di Lei?—domandò il padre Anacleto.
—Che mi canzona? Dopo tutte le savie considerazioni che Ella mi ha svolto, ho sentito quasi il desiderio di piantar lì le grandezze umane e di venirmi a chiudere in San Bruno con Lei.
—Se verrà,—disse il priore, ridendo a fior di labbro,—lo faremo prefetto della nostra congregazione.—
Come Dio volle, il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia se ne andò, accompagnato dai due "satelliti del potere". Si stropicciava le mani, il degno personaggio, passando il ponte dell'eremo.
—Gli auspici sono favorevoli;—diceva egli tra sè.—Il misantropo mi ha promesso di mandar via la signorina; mi ha chiamato commendatore; ha finito con offrirmi una prefettura…. Che Iddio e il ministro dell'interno lo imitino!—
Intanto Adele fra le ombrose piante….
Ma no, parliamo anzi tutto del padre Anacleto. Voi lo avete visto assai brutto, nella sua conversazione col sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia, e non solamente perchè lo annoiasse quella visita del rappresentante del governo. Gli erano rimaste scolpite in mente le parole del fratello Giocondo, e le andava considerando da tutti i lati. "Per non lasciarli soli!" Ma era proprio necessario che non andassero soli a passeggiare nel bosco, mentre il bosco era rinchiuso nella cinta del convento, e a forse dugento passi da casa? Ed era proprio necessario che quella cura cavalleresca se la prendesse il padre Agapito? Egli non aveva mai osservato il padre Agapito con occhio d'artista; ma in quel momento, pensandoci su, gli pareva il più giovane e il più bello tra tutti i conventuali di San Bruno. E proprio lui ad accompagnare la signorina e lo zio,per non lasciarli soli!
Si aggiunga che il sottoprefetto, con tutte le sue chiacchiere, gli faceva perdere un tempo prezioso. Quanti altri discorsi non si sarebbero fatti in quel mezzo, e più gustosi, nel romitorio delle Querci? E lui, frattanto, il povero priore, a dirsela col sottoprefetto, per cagione di madonna! E lui a sentirsi gettar là il sospetto che un pretendente alla mano di Adele Ruzzani potesse uscir fuori dal convento laico di San Bruno! E quel pretendente di cui egli negava l'esistenza, non poteva essere il padre Agapito in persona? Questo pensiero gli aveva dato una stretta al cuore; lo aveva fatto scattare come una molla; lo aveva reso ingiusto con lei, feroce col signor Prospero, rabbioso col padre Agapito, e in fine, e sopra tutto, scontento di sè medesimo. Oh, scontento, poi, in un modo da non dirsi!
Il povero priore non lo sapeva mica, che diavolo s'avesse in corpo. Son io, che, dovendo pure dipingervi l'uomo, mi trovo costretto a lasciarvelo indovinare. Se uno in quel punto gli fosse capitato davanti e gli avesse spifferato lì chiaro e tondo quello che noi ora pensiamo di lui, altro che scattare come una molla! Scommetto che il nostro ottimo priore sarebbe saltato come saltano qualche volta le polveriere, per un tiro bene aggiustato di artiglierie nemiche, o per imprudenza di amici e custodi. Lui, per esempio, lui innamorato? lui, l'uomo della pace, il cuor morto ad ogni affetto, e l'inventore benemerito della seconda vocazione? Oh, mai!
Accompagnato il sottoprefetto fino all'ingresso del ponte (e con che gusto, immaginatelo voi), il padre Anacleto se ne ritornò verso il convento. Erano le tre del pomeriggio. Il cielo appariva sereno, di zaffiro sbiancato e asperso di una polvere d'oro, sotto la vampa del sole. Il vecchio monastero di San Bruno aveva un'aria di festa, quasi di gioventù. Spariscono le rughe dal volto, alla luce dei doppieri, in una festa da ballo. Ed anche un muro screpolato, un intonaco annerito e corroso da un centinaio d'inverni, può apparir bello, quando vi batton sopra i raggi del sole. E poi, le mura del convento di San Bruno prendevano come un aspetto di vita dalle alte finestre, coi davanzali sporgenti, donde ricadevano in fuori le mostre variopinte dei violaciocchi, delle verbene e dei garofani schiattoni; bella usanza svecchiata dagli antichi conventuali, che amavano tutti di avere il loro orto pensile, come un invito ai sorrisi del sole nelle prime ore del giorno. Il portone era spalancato, e di là dalla mezz'ombra dell'androne, si vedeva scherzare tra i colonnini del chiostro una luce più viva, forse perchè riflessa dalle mura rintonacate di fresco; e insieme con quella luce spiccavano tra i vani le tinte vermiglie dei vivaci oleandri e le gialle delle eleganti giorgine.
Il lieto spettacolo dell'ingresso non attrasse il padre Anacleto. Nel lume di quella apertura donde gli veniva tanta varietà di toni più caldi, si disegnavano a tratti e sparivano certi profili scuri come chiazze di terra d'ombra. Erano i compagni del padre Anacleto, che andavano e venivano lungo le arcate del chiostro. Per solito, intorno a quell'ora, i frati di San Bruno, a riposarsi dalle ore di studio, si raccoglievano a chiacchierare, ed erano tra loro discorsi interminabili d'arte, di filosofia e di politica. Sì, anche di politica. Questa poco piacevole materia di discorso entrava anche a San Bruno, ma di sbieco, come di rimbalzo, e senza la millesima parte di quella che i matematici direbbero la sua forza iniziale. Politica svigorita, insomma; politica passata allo staccio, e che aveva lasciato per via tutto il noioso accompagnamento delle ragioni personali. Se sapeste come si parla bene di politica, quando non se ne spera e non se ne aspetta nulla, nè di prima, nè di seconda mano! Si gode come tanti astronomi, quando cade tra loro il discorso sulle rivoluzioni di Marte, sulle malinconie di Saturno, e sugli splendori di Venere.
Al padre Anacleto parve che quei frati si muovessero con una volubilità maggiore dell'usata, o almeno con più spigliatezza, indizio di vivacità, di allegrezza maggiore, e chi più n'ha ne metta. E la cosa gli piacque; perchè, come vi ho detto, il padre Anacleto non era in uno dei suoi giorni migliori, e tutto gli dava noia.
Voltò a destra, seguendo il sentiero che rasentava le mura del convento. Ed anche colà ogni cosa rideva al sole, più che egli non avesse veduto mai; forse perchè non gli era accaduto mai di osservare tanto contrasto fra l'aspetto delle cose e lo stato dell'anima sua. Il sentiero correva in mezzo a due file di erbe umilissime, di quelle tali erbe che solo un botanico riconosce. Mettete che fossero pastinache da un lato, e romici dall'altro. Ma le pastinache avevano gli ombrellini fioriti d'un bianco così splendido, le romici avevano le foglie d'un verde così insolente, che egli non si ricordava di avere mai visto l'eguale; forse perchè non gli era accaduto di osservare tanto contrasto…. Diavolo! ripetevo una frase già detta poc'anzi. Scusate, lettori, mi fermo in tempo e non vi dico più altro.
E i calabroni, che andavano ronzando qua e là nella frappa! E le farfalle screziate d'oro, che aliavano di fiore in fiore! E le cavallette, che saltavano di cespuglio in cespuglio! E le cicale, che facevano il loro verso monotono da ogni tronco d'albero, lungo la strada! E le lucertole, che guizzavano da un sasso all'altro! E gl'insetti di cento specie diverse, che susurravano d'ogni parte il loro inno alla vita! Tutte le forme delle operosità, tutte le voci dell'esistenza, stringevano d'ogni parte il padre Anacleto, che andava…. Dove andava? Or ora lo saprete, se già non l'avete indovinato.
A mano a mano che egli s'inoltrava, la via si faceva più scabra. Il terreno scoglioso dava ospitalità ad erbe di più facile contentatura. Ma in quella stagione le erbe di primavera cedevano il campo alle erbe d'estate, e si vedevano intiere famiglie di cadaveri ritti, che un soffio di vento avrebbe abbattuti, o l'urto d'un piede mandati in frantumi. La più parte erano imbrèntini, che nel maggio avevano fatto pompa delle bianche corolle e degli stami dorati, ma che allora mostravano i calici disseccati e le foglie bruciate dal sole. Ma tutto non era vecchio, nè moribondo, colà. In mezzo a quel seccume di cespugli, le eriche spingevano in alto le loro vette verdeggianti, gremite di fiorellini; e i prunai facevano pompa dei loro frutti rossicci che solo l'autunno avrebbe maturati; e il timo vestiva a nuovo i suoi piccoli rami serpeggianti, e la vitalba stendeva d'arbusto in arbusto le sue braccia sottili. Ogni cosa mostrava di vivere; anche la morte, poichè essa metteva in mostra i germi di una vita futura. Dai calici inariditi apparivano le capsule semi aperte, coi grani pronti a balzar fuori, per dar vita a nuove generazioni di piante. E la vampa del sole incombeva su tutto, con lo sguardo tranquillo e possente dell'eterno signore, che sa di possedere e di essere amato.
Ancora una volta, mi domanderete, dove andava il priore? E qui, se non mi risolvessi a dirvelo io, sareste capaci di dirmelo voi, facendomi perdere il merito dell'annunzio. Passin passino, il padre Anacleto se ne andava al romitorio delle Querci.
Il piccolo edifizio fratesco, chiamato con questo nome, sorgeva su d'un poggio alle spalle del convento. Di lassù si allargava la prospettiva, e in mezzo a due contrafforti del monte si spiegava in lontananza una valle, nel cui fondo, ove il cielo si confondeva col piano, appariva qualche cosa di bianco, che doveva essere la piccola città di Castelnuovo Bedonia. Veduto di lassù, il capoluogo del circondario amministrato dal cavaliere Eudossio Tiraquelli non riesciva punto noioso; anzi, il serafino biondo, appena giunto sul colmo dell'erta, aveva dichiarato che quello era l'unico punto da dove si potesse contemplare con qualche apparenza di gusto il suo domicilio legale.
L'eremo prendeva il nome da un filare di querci, che incominciava a vedersi in prossimità della sua vetta. Le querci costeggiavano il sentiero sassoso che metteva a quella solitudine. Ma la più parte degli alberi era stata tagliata dai primi compratori del convento. Restavano solamente cinque o sei querci, dai tronchi bistorti, che avevano avuta la fortuna di non parer buone a nulla, e di esser lasciate in piedi sul ciglio natale, donde protendevano i loro rami sfoggiati su d'una piega laterale del colle.
La pace del luogo era fatta per rasserenare uno spirito anche più turbato di quello del padre Anacleto. Al canto delle cicale, che sembrerebbe così monotono e fastidioso in città, si avvezzava facilmente l'orecchio in quella solitudine aprica. Il saltellare delle locuste, l'aliare delle farfalle di cespuglio in cespuglio, il trapassar veloce delle libellule dal corpo sottile e dai riflessi metallici, tutto, perfino quel confuso tremolìo dell'aria, che sembrava un continuo brulicar di vapori da terra ai raggi assidui del sole, doveva rallegrare lo sguardo del viandante, o, alla più trista, fargli dimenticare per un momento le molestie della vita. Ma all'orecchio del padre Anacleto era giunto un altro rumore, che non gli consentiva di tener dietro al canto delle cicale. E il suo occhio cercava qualcheduno, di cui quel rumore indicava la vicinanza.
Avrete già inteso che quello era un rumore di voci. Esso veniva per l'appunto dalla insenatura del poggio che era protetta dall'ombra delle querci. Il padre Anacleto si avanzò guardingo, per quella propensione naturale che abbiamo tutti a cogliere qualche segreto in aria, e che in lui era accresciuta da ragioni particolari, veramente inutili a dirsi.
Si avanzò guardingo, come vi ho detto, allungò il collo tra due cespugli, e vide…. Vide tal cosa che aveva il torto grandissimo di rassomigliare maledettamente ad una scena d'idillio. Lo saprete anche voi, lettori umanissimi; non c'è cosa che dia noia come un idillio, nel quale noi stessi non abbiamo una parte, ed una parte primaria, per giunta.
Accenniamo la scena. Anzi tutto il padre Prospero, sdraiato sul tappeto, in verità non troppo soffice e non troppo verdeggiante, del prato, con la testa posata contro la sporgenza d'un sasso e col suo fazzoletto sugli occhi, per ripararsi dai raggi del sole che sforacchiavano in alto la frappa. Accanto al padre Prospero il serafino biondo, seduto con una quantità di fiori in grembo. Più lungi, accanto ad un prunaio, il padre Agapito, che stendeva le mani davanti a sè, per cogliere certi ramoscelli fioriti e recarli al serafino biondo.
—Date qua,—diceva il monachino,—e non ne cogliete più altri. Vorreste per caso seppellirmi sotto i fiori? Ce n'ho già per tre ghirlande, non che per una.—
Il padre Agapito si era affrettato ad obbedire, e portava al serafino biondo due bei rami sarmentosi di fiammola. Se nol sapete, la fiammola è la più vaga e la più odorosa delle nostre clematiti. Nasce spontanea ne' boschi e ricinge con le sue braccia flessuose i tronchi degli alberi, s'intreccia coi prunai, serpeggia, s'innalza e ricade graziosamente, facendo pompa di bei fiorellini bianchi e stellati, dal cui mezzo si rizzano gli stami filiformi a pennacchio.
Di que' sottili ramicelli il serafino biondo aveva intrecciata una ghirlanda, e, cedendo ad un moto di vanità infantile, se n'era cinto le tempia. Pareva uno di quei leggiadri fraticelli incoronati, che occorrono così frequenti nelle tavole dipinte del Quattrocento, così piene di poesia e di sentimento religioso.
—Che ragazzate!—esclamò il priore stizzito.
Perdonate questo sfogo di malumore al padre Anacleto. Egli aveva veduto il padre Agapito piantarsi davanti al serafino, e rimaner là estatico, in adorazione, come un domenicano, o un francescano qualunque, al cospetto della Madonna, in una di quelle tavole che vi ho accennate poc'anzi.
Gli era venuta la voglia di balzar fuori dal suo nascondiglio. Ma il pensiero di capitar là come un guastafeste lo trattenne. Era un pensiero pieno di amarezza, che egli non conosceva ancora, o che forse aveva dimenticato da un pezzo. Il povero padre Anacleto stette alquanto sopra di sè, come studiando quel nuovo sentimento del suo cuore; indi scosse sdegnosamente la testa e si allontanò dal suo osservatorio. Lentamente da prima, per non farsi sentire; indi a precipizio, per la via che metteva al convento.
Tratto tratto si fermava lì sui due piedi, senza che ne apparisse il perchè; rotava gli occhi, si mordeva le labbra, crollava la testa, quindi ripigliava l'aìre. Ahi, padre Anacleto! Quanto mutato da quel degno priore d'una volta, che viveva contento a San Bruno, nella placida rinunzia e nel benevolo disprezzo dell'universo mondo! Era lui che aveva inventata la frase. E su lui la natura, eterna prepotente, vendicava l'umanità conculcata.
Niente gli andava a versi, in quel punto; nè il sole, che lo coglieva di sbieco, obbligandolo a torcer gli occhi; nè lo stridìo delle cicale, di cui si accorgeva la prima volta in quel giorno; nè lo svolazzare degli insetti, mosconi e libellule, che venivano a far le capate contro le sue guance imperlate di sudore, o farfalloni e vanesse, che gli facevano davanti agli occhi la loro danza capricciosa. Un bel ramarro verde si soleggiava sul colmo d'uno scoglio, e lo guardava con due occhietti lucidi come rubini. Sapete che il ramarro è l'amico dell'uomo. Io forse un giorno vi racconterò la storia della mia amicizia con due ramarri; amicizia che costò loro la vita. Ma per non allontanarmi dal ramarro del padre Anacleto, vi dirò che il saurio innocente se ne stava lassù, guatando il passeggero e ansando con le fauci semiaperte. Parve al priore di essere canzonato da quella graziosa bestiuola? Od era forse più vero che in quel momento non volesse veder nessuno, nè uomo, nè bestia? Fatto sta che il priore si chinò, raccolse un sasso da terra e lo levò in alto per castigare l'insolente. Per fortuna, il ramarro vide quel braccio in aria, e guizzò via come folgore. Del resto, anche il padre Anacleto, pentito di quel moto di collera irragionevole, lasciava ricadere la pietra.
—Diavolo!—borbottò egli, riprendendo la sua via.—Bisogna farla finita; se no, si perde la pace.—
Tornò al convento, senza fare altre fermate, o monologhi. I suoi frati erano quasi tutti sotto il portico, e in attesa del pranzo stavano ragionando di politica. Vi ho già detto che quell'argomento non era sbandito da San Bruno. Si può parlar di politica senza guastarsi il sangue, quando non c'entrano le ragioni personali, nè di prima, nè di seconda mano; in quella stessa guisa che si può toccare impunemente una vipera, o un serpente a sonagli, se a questi interessantissimi ofidii siano stati strappati prima i denti del veleno. Resta sempre la necessità di toccarli con precauzione, per cansare le strette. E così la politica, anche come discorso accademico, vuol essere trattata coi guanti.
Per quell'onesto riguardo che tutti usavano al padre Anacleto, gli si domandò il suo parere su d'un punto controverso. Ma il priore, che in ogni altra circostanza avrebbe trovato il modo di contentare le due parti, trovando il buono, o almeno la buona intenzione da per tutto, per quella volta si allontanò dal suo metodo e ne disse di tutti i colori. Niente andava più bene in Italia. Si era in un ronco. O saltava il ministero, o si sarebbe andati incontro a grossi guai.
—Priore, o che l'avete fatto anche al sottoprefetto, questo discorso?—chiese facetamente il padre Tranquillo.
—Gliel'avrei fatto sicuro, se avesse chiesta la mia opinione;—rispose il padre Anacleto.—Egli è venuto invece a parlarmi di tutt'altro. Sapete di che?
—Sentiamo;—dissero tutti, raccogliendosi intorno al priore.
—Dei due novizi che abbiamo accettati a San Bruno.—
Così disse il priore, e si pentì subito di aver cominciato. Ma i due novizi erano stati meno fortunati del ramarro. Il sasso era gettato e non si tirava più indietro col desiderio.
—Oh diamine!—esclamò il padre Atanasio.—E come c'entra il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia?
—C'entra…. c'entra,—balbettò il priore, che oramai doveva dir tutto,—perchè il padre Prospero è un vecchio tutore di Castelnuovo.
—Un nobile ufficio quello di tutore!—disse il padre Tranquillo.—E forse il nostro novizio ha dilapidate le sostanze del pupillo?
—Magari lo avesse fatto, che non ci avremmo a veder nulla noi altri!—scappò detto al priore.
—Che ha fatto dunque di male?—gridò il padre Bonaventura.
—Avete incominciato; dovete dirci ogni cosa;—soggiunse il padreRestituto.
—Ha condotto il suo pupillo tra noi;—rispose con voce sepolcrale il priore.
—Ah! il padrino Adelindo?—esclamarono tutti.
—Che non è un padrino;—ripigliò il padre Anacleto.—Il pupillo, signori miei, è…. una pupilla.
—Grande scoperta!—gridò il padre Restituto.—Lo avevamo detto, noi altri, e voi non volevate crederlo.—
La faccia del priore si rabbruscò, a quell'escita del padre Restituto, capo dell'opposizione in capitolo.
—Adagio, Biagio!—osservò il padre Tranquillo, prendendo le difese del superiore.—Il nostro degno priore, se ben ricordo le sue parole, non ha già detto di non volerlo credere. Ha detto che, quando pure il monachino fosse stato… una monachina, non c'era da far nulla, e che la nostra cavalleria doveva far le viste di non accorgersi della cosa.
—E forse ho avuto torto;—soggiunse gravemente il priore.—Eravamo allora nel dubbio; oggi abbiamo la certezza. Il padrino Adelindo non è altro che Adele Ruzzani, una ragazza di Castelnuovo, pupilla del signor Prospero Gentili, suo zio materno, e fortunata erede d'un vistoso patrimonio. Un capriccio di testolina bizzarra l'ha condotta qui, nel convento dei matti…. come dicono cortesemente laggiù! Il tutore è uno sciocco. Almeno, la sua condiscendenza al disegno stravagante della nepote ce lo fa avere per tale.
—Quel caro padre Prospero!—notò pietosamente il padre Anselmo.
—E noi—proseguì il priore, senza por mente all'interruzione—siamo qui in un bivio curioso; o di perdere la nostra cara tranquillità monastica, ritenendo una donna tra noi, o di mostrarci ridicoli, fingendo di non saperlo. Che ve ne pare?
—Non vedo il ridicolo;—disse il padre Restituto.
—Come? Voi, per l'appunto, che gridavate più di tutti?
—Mi son convertito alle vostre ragioni;—rispose il padre Restituto, con un candore che sapeva d'ironia.—Del resto, amico priore, se voi mettete a' voti le due corna del dilemma, ci troverete in maggioranza pel ridicolo. Scusate, è un gusto come un altro, e chi si contenta gode. Il padrino Adelindo, poichè io sto sempre per chiamarlo così, è un ottimo ragazzo. È la luce e l'allegria del convento. Quando non c'è lui, par d'essere al buio. Infatti, signori,—conchiuse il padre Restituto, levando la voce e stendendo la mano,—ecco un raggio di sole.—
Proprio in quel punto, appariva dall'androne il serafino biondo, seguito dal padre Prospero e dal padre Agapito.
Quest'ultimo aveva una cera non troppo contenta. Forse gli dispiaceva che la passeggiata fosse finita; forse aveva avuto qualche piccola contrarietà. Più allegro era il padre Prospero, che si toglieva finalmente dal sole, e si avvicinava per giunta al refettorio. Quella mattina il cuoco gli aveva promesso un desinare di suo gusto, con una certa replica d'agnellotti, che gli erano maledettamente piaciuti il giorno prima, e il padre Prospero, mandando a quel paese i consigli del medico, si abbandonava tutto alla voluttà di una pregustazione, che era già per la sua incipiente polisarcia un prezioso alleato.
Precedendo di qualche passo i compagni, il padrino Adelindo entrava nel chiostro. Il viso, incoronato da quella bionda zazzerina che sapete, si mostrava tutto di un incarnatino tenero, pari al colore delle rose bengalesi, che trasparisce da una velatura di bianco. E gli occhi! Che dirvi degli occhi? Si capiva, vedendoli, anche il riso di Beatrice, che ha esercitata la pazienza di tanti commentatori dellaDivina Commedia. Ricorderete, o lettori, che Beatrice rideva con gli occhi.
Accenno un fatto nuovo, che s'intenderà di leggieri, quando si pensi che per la prima volta si vedeva il monachino biondo senza più dubitare del vero esser suo.
—Come mai si è potuta fidare di venir qua in veste d'uomo?—chiedevano gli astanti in cuor loro.
E la tacita domanda era naturale in tutta la comunità di San Bruno. Coloro che avevano creduto un uomo il biondo novizio, dovevano riconoscere di aver avute le traveggole; tutti gli altri potevano maravigliarsi che i loro compagni le avessero avute. E negli uni e negli altri era l'obbligo oramai di riconoscere la donna, anche facendo le viste di durar nell'inganno.
Gl'inchini al biondo serafino furono molti; i complimenti per il suo aspetto fiorente si alternarono con le premurose domande intorno alla sua passeggiata. Poco mancò che taluni non gli offrissero il braccio, per condurlo in refettorio. Arcano potere di due begli occhi!
—Bisogna finirla;—borbottava il priore, rimasto alquanto in disparte,—bisogna finirla!—
Il serafino biondo si accostò a lui col suo leggiadro sorriso. Al giocondo lume dei due smeraldi, onde Amore gli aveva scoccate le sue armi (permettete che io vi significhi la cosa con una immagine dantesca), il povero priore si sentì rimescolare il sangue nelle vene. E facendo forza a sè medesimo, e cercando di dare alla sua faccia una espressione più severa del solito, così disse al serafino biondo:
—Non avete più la vostra ghirlanda di fiammole?
—Ah!—esclamò il serafino.—Eravate lassù? Ma perchè non venirci a trovare?—
Il padre Anacleto non credette opportuno di rispondere.
—Del resto, avete fatto bene;—soggiunse il serafino.—Si parlava tanto di voi!
—Di me?—chiese il priore, inarcando le ciglia.—E che cosa si è potuto dire di me?
—Non male, sicuramente. Anzi ho pensato ad un certo punto che dovessero fischiarvi gli orecchi. Si parlava, tra l'altre cose, della gran noia che vi dava quel sottoprefetto con la sua lunga fermata.—
Così dicendo, il serafino fissava gli occhi addosso al priore, come se volesse leggergli in faccia il segreto di quella visita.
—Ah, sì;—disse il padre Anacleto;—quel sottoprefetto è un cert'uomo!…
—Che cosa voleva da voi? È lecito saperlo?
—Ve lo dirò più tardi, padrino Adelindo. Ho bisogno per l'appunto di parlare con voi e con vostro zio, e mi farete la grazia di passare dopo pranzo da me.
—No, no, niente grazia, con mio zio!—rispose il serafino.—Preferisco farla da solo. Andrò verso il giardino, e voi mi accompagnerete. Va bene così?—
Il priore Anacleto rimase un po' sconcertato da quell'aria di padronanza. Ma poi si strinse nelle spalle e chinò la testa in atto di dire:—sia fatta la vostra volontà.—