XVII.

Il pranzo durò troppo per due persone, le quali avevano tante cose da dirsi. Cioè, mi spiego, l'una aveva da dirle e l'altra da sentirle; ma voi vorrete concedermi che quest'altra non si sarebbe contentata di stare a sentire e avrebbe detto anche del suo. Ora il padre Anacleto era tanto curioso di sapere che cosa gli avrebbe risposto il padrino, vedendosi scoperto, come il padrino era curioso di sapere che cosa gli avrebbe detto il priore, e con che tono, e con quali propositi.

Come Dio volle, si levarono tutti da tavola, e il padrino, uscito dei primi dal refettorio, andò a chiudersi nella sua cella. Voleva egli cansare i soliti accompagnatori, o più specialmente lo zio? Quest'ultimo, anche a volerlo per forza come terzo nella conversazione, non si sarebbe potuto ottenerlo. Aveva lavorato troppo e sentiva il bisogno di riposare un pochino; perciò era andato a finire in libreria, su quella tale poltrona, e il sonno aveva stese le ali sul suo capo innocente. Il padre Agapito, il padre Restituto, ed altri suoi cortigiani, che si erano accompagnati subito a lui, sperando di veder tornare il biondo nepote, dovettero assistere all'assopimento dello zio. Quando ritornarono all'aperto, videro il priore che si allontanava dall'altra parte del chiostro, col serafino a fianco. Il priore aveva incominciato un discorso di qualche importanza, e si fermava ad ogni tratto, come un uomo che vuol calcare sulle parole; il serafino andava o restava, secondo i movimenti del suo interlocutore, e dava segno di molta attenzione, chinando spesso la testa, in atto di assentimento. C'erano insomma tutti i caratteri d'un dialogo, che non voleva essere interrotto da compagni importuni.

—Amici,—disse il padre Restituto a tutti gli altri che erano rimasti come lui con un pugno di mosche,—non vorrei che il priore degnissimo, dopo che ha riconosciuta la donna, ne prendesse una cotta.

—Eh via!—esclamò il padre Marcellino, che passava di là per andare alla sua cella, e si era fermato, vedendo quel crocchio d'osservatori.—Vorreste voi che proprio il fondatore dell'ordine venisse meno alla sua stessa dottrina?

—Oh, non sarebbe il primo;—osservò il padre Ilarione.—C'è pure stato il Creatore, che si pentì d'aver fatto l'uomo.

—In verità,—soggiunse il padre Costanzo,—sarebbe grazioso che l'esempio della prevaricazione ci venisse da lui!

—Dal Creatore?—domandò argutamente il padre Marcellino.

—No, dico dal padre Anacleto, dall'inventore della seconda vocazione.

—Che, forse lo gradireste, l'esempio?—

La bottata era di quelle da levare il pelo; ma il padre Costanzo finse di non intendere.

—L'esempio! l'esempio!—borbottò egli.—È sempre una brutta cosa, l'esempio.

—Quando è brutto, sicuro. Ma chi vi dice, o signori, che il padre Anacleto voglia dare un brutto esempio alla comunità di San Bruno? È il priore che discorre con uno dei suoi frati, ed io non ci vedo altro.

—Dopo quello che si sa?—chiese il padre Restituto.—Dopo quello che ci ha detto egli stesso, prima di andare in refettorio?

—Eh, potrebbe darsi appunto che parlasse al biondo novizio di quella tal rivelazione che gli è stata fatta quest'oggi.

—Il fratello Marcellino ha ragione;—entrò a dire il padre Agapito, che era stato silenzioso fino allora.—Scommetto che il priore ne fa una delle sue.

—Che cosa?—gridarono ad una voce il padre Restituto, il padreCostanzo e il padre Ilarione.

—Sta persuadendo il padrino Adelindo ad andarsene via del convento.

—Oh, questo, poi!

—Vedrete che è così per l'appunto. Il nostro priore è lo spirito dell'opposizione. Quando glielo dicevamo noi, non voleva crederlo, non voleva far nulla. E adesso che noi ci siamo acquetati…. Perchè noi ci siamo acquetati;-soggiunse il padre Agapito.—Voi stesso, fratello Restituto, glielo avete detto chiaro e tondo: ammettiamo anche il ridicolo. Il padrino Adelindo è un buon ragazzo; non dà molestia a nessuno; domanda soltanto di poter vivere con noi, in questa pacifica comunità. Anche lui, forse, avrà i suoi piccoli dispiaceri; vorrà anche lui dimenticare le noie del mondo; perchè vorremmo impedirglielo?

—Sicuramente!—gridò il padre Ilarione, sostenuto dall'approvazione dei colleghi.—Perchè vorremmo impedirglielo? Non sarebbe carità la nostra.

—E il priore avrebbe doppiamente torto a mandarlo via, senza consultare i suoi compagni;—aggiunse il padre Restituto.—Siamo tutti eguali qua dentro, e il suo priorato non è che una carica….

—D'ordine meramente amministrativo;—gridò il padre Costanzo.—Egli non può mettere la sua volontà, il suo capriccio, in luogo e vece della volontà di tutti.

—Si è sempre fatto ogni cosa d'accordo, non lo nego;—osservò il padre Marcellino.—Ma qui, forse, il caso è diverso. Le opinioni espresse l'altro giorno in capitolo potrebbero averlo persuaso a prendere una risoluzione da sè.

—No, niente risoluzione. Ogni cosa ha da farsi in capitolo.

—Bene, chiedetegli di convocare il capitolo, e fate la vostra domanda: vogliamo il padrino Adelindo; o Adelindo, o morte!—disse il padre Marcellino, ridendo.

—Andiamo, voi la mandate in burletta;—osservò il padre Costanzo, facendo il viso brusco.

—Noi non si dice che resti il padrino ad ogni costo;—aggiunse il padre Restituto.—Si dice soltanto, e si sosterrà, che ci vogliono certi riguardi.

—È questo, sì, è proprio questo!—gridarono ad una voce il padreCostanzo e il padre Ilarione.

Ma il padre Agapito, che quel giorno era il meno parolaio di tutti, diede sulla voce ai colleghi.

—Noi chiacchieriamo,—diss'egli,—e il priore decide.

—O che vorreste fare?—domandò il padre Marcellino.

—Andar laggiù, a disturbare il colloquio.

—Bravo! E non pensate ch'egli potrà dirvi….

—Che cosa potrà dirci? Sentiamo.

—Quello che gli direste voi, se foste ne' suoi panni, ed egli nei vostri.—"Padre Agapito, di grazia, un po' di pazienza; fra mezz'ora siamo da voi."

—È vero;—notò il padre Agapito, arrendendosi all'evidenza dell'argomento;—non si potrebbe mandar via un uomo più cortesemente di così. Ma vediamo se non c'è di meglio. Mi viene un'idea.

—Quale?—gridarono tutti.

—Mandare laggiù un tale a cui non si possa dire: "scusate, fra mezz'ora siamo da voi." Il padre Prospero, per esempio! Lo destiamo, lo armiamo in guerra e lo avventiamo come un brulotto nei fianchi del nemico.—

L'idea piacque, anzi fece furore tra gli astanti. S'intende che il padre Marcellino va messo in disparte; anzi, vi aggiungo che se ne andò pei fatti suoi, dopo aver salutata quella mattìa dei colleghi con un benevolo sorriso.

I tre congiurati rientrarono in chiesa. Il padre Prospero, fortunato lui, russava beatamente nella sua fida poltrona. Ed essi a fargli intorno un chiasso indiavolato, saltando, gridando, sventolandogli i fazzoletti sul viso. Ma il padre Prospero resisteva virilmente all'assalto. Lo presero allora per le mani, che teneva incrociate sul ventre, e gli gridarono all'orecchio un visibilio di sciocchezze.

—Fratello Prospero, svegliatevi; brucia il convento.

—Chi dorme non piglia pesci.

—Chi veglia alla luna e dorme al sole, non acquista roba, nè onore.—

Il padre Prospero finalmente si scosse.

—Amici,—disse egli, aprendo gli occhi e richiudendoli subito,—ego dormio, sed cor meum vigilat.

—Ah sì, un bel vegliare che fa!

—Sicuro, fa il chilo;—rispose padre Prospero, tentando di rimettersi a dormire.

—Come? che avete detto? In voi, l'incaricato di questa delicatissima operazione sarebbe il cuore? O che fa intanto lo stomaco?

—Non ne so nulla, io; si tratta di affari interni, nei quali io non entro. Ci pensi chi deve. E voi lasciatemi dormire in pace.

—Bravo! Mentre la vostra bella nepote sta ascoltando la sua sentenza!—

Quelle parole ebbero la virtù di farlo saltare sulla poltrona.

—Che sentenza?—gridò.—Che sapete voi della mia nepote?

—Sappiamo, fratello Prospero,—disse il padre Restituto,—sappiamo quello che ci ha detto il priore, dopo il suo colloquio col sottoprefetto di Castelnuovo. Non vi confondete per così poco, e veniamo all'essenziale. Ora il priore è andato in giardino, col padrino Adelindo…. Mi capite? La visita del sottoprefetto e le sue rivelazioni stanno per avere un effetto.

—Ah!—disse il padre Prospero, come un uomo che avesse capito, od anche come un uomo che sbadigliasse.

E ricadde sulla poltrona, assai più disposto a riprender sonno, che a proseguire la conversazione.

—Come?—gridò il padre Restituto.—Non vi commovete?

—E perchè dovrei commuovermi, per un discorso del priore al… mio nepote? Il priore è una degnissima persona, che non vorrà mica dirgli una impertinenza.

—Sì, ma se egli frattanto gli dicesse pulitamente di andar via?

—Me ne andrei; il… mio nepote se ne andrebbe; noi due ce n'andremmo.

—Con questa flemma?

—Eh, proprio con questa. O che volete? Che si resti in paradiso a dispetto dei santi?

—Ma qui non ci siete, a dispetto di nessuno;—replicò il padreRestituto.—Qui tutti vi amano.

—Siete il più prezioso tra gli amici;—soggiunse il padre Costanzo.

—Un vero fratello per tutti noi;—ribadì il padre Ilarione.

—Il più simpatico tra gli uomini;—rincalzò il padre Agapito.

—Grazie, grazie!—esclamò il padre Prospero ridendo.—Dite anche il più amabile tra gli zii. Che vi pare?—soggiunse, mostrando di accettare allegramente la sua condizione e di non voler sembrare troppo ridicolo.—Uno zio come me non si trova mica tutti i giorni. Forse un po' debole, che si è lasciato menare per il naso, e come zio, e come tutore. Ma che farci? Avrei voluto veder voi nei miei panni. L'ho tenuta a battesimo, quella cara fanciulla. Piccina così, mi capite? Non c'era che quella, in casa, e per lei non c'ero che io. Figuratevi che, quando vedeva me, non volesse stare neanche più con la balia, e vi farete un'idea del bene che ho dovuto volergli. Cara figliuola! E che testolina, buon Dio, che testolina! Perchè, signori miei, non è solamente la sua bellezza che fa senso….

—È un angelo!—mormorò il padre Agapito.

—…. Ma anche la sua dottrina;—proseguì il padre Prospero.

—Oh, per questo, è un san Tommaso redivivo;—interruppe il padreCostanzo.

—Di che san Tommaso parlate?—chiese il padre Restituto.

—Di quello d'Aquino, per bacco!

—Ah! credevo di quello del dito. Infatti, la sua venuta quassù, che agli sciocchi potrebbe parere audacia, a me sembra amore di verità, sete di cognizioni….

—Oh, dite benissimo, sete di cognizioni:—ripigliò il padre Prospero.—Figuratevi che un giorno voleva andare al polo Artico. Se la sarebbe cavata, la sete, in quelle latitudini! E poi, voleva andare all'Equatore, per dissetarsi alle sorgenti del Nilo. Ed io che dovevo seguirla! Sarei guarito della polisarcia; non vi pare? Fortunatamente per le mie povere gambe, la malinconia gli è girata verso il convento dei matti…. Oh, scusate! Ripeto quel che si dice comunemente a Castelnuovo. Sebbene, tutto sommato…. via! siamo giusti…. un fil di pazzia ce lo avete. Dev'essere l'aria di San Bruno. Tanto è vero, che questo filo mi sembra di avercelo anch'io.—

Una schietta risata accolse l'ingenua confessione del padre Prospero.

—Dunque, dicevamo,—proseguì lo zio del padrino Adelindo,—eccoci qui tutt'e due. Voi non m'avete in conto di così sciocco, che non dovessi vedere il pericolo della nostra venuta.

—Un pericolo!—gridò il padre Restituto.—E quale?

—Ma sì, il pericolo di passare agli occhi del mondo per teste leggiere. Oramai, il male è fatto, e il giudizio è stato dato, poichè a Castelnuovo si chiacchiera alle nostre spese. Ma io me ne impipo, scusate il vocabolo. E se la mia signora nepote vorrà darmi retta, non ritorneremo a Castelnuovo.

—Ah, bravo!—gridarono tutti in coro.

—Grazie!—rispose il padre Prospero, inchinandosi.—Non ritorneremo laggiù; ce ne andremo a Torino, a Milano, a Venezia, a Vienna, a Parigi…. tutti paesi che hanno una eccellente cucina. Io sono eclettico, in materia di cucina. Mi basta che sia eccellente.—

L'allegria dei tre ascoltatori era prontamente svanita.

—Andarvene! Piantarci qui!—esclamò il padre Restituto.—Ma è possibile, fratello Prospero, che vi prenda una simile malinconia? E perchè, poi? Perchè al sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia è venuto in mente di portare quassù i pettegolezzi del suo capoluogo! Ma io per l'appunto vorrei star qui, in barba a tutti i sottoprefetti e a tutti i capiluoghi del mondo. Il priore parlerà come il sottoprefetto? Si sa;—notò ironicamente l'oratore;—le autorità si sostengono sempre tra loro. Ma noi, se occorre, abbatteremo le autorità.

—No, non vi scomodate;—rispose tranquillamente il padreProspero.—Vorreste fare di me un pomo di discordia. A qual pro?Tanto, per essere offerto a Venere, sarei troppo peso.—

L'arguzia non fu molto gustata dal padre Restituto, che, secondo le parole del padre Prospero, avrebbe dovuto far le veci di Paride.

—Ho capito;—diss'egli, crollando malinconicamente la testa.—Siete voi, proprio voi, che volete lasciarci, ed ogni pretesto vi accomoda.

—Scusate, caro amico;—rispose il padre Prospero, che quel giorno prendeva ardimento dalle scoperte de' suoi interlocutori;—io non voglio nascondervi nulla. L'idea di partire non è mia; voi stessi vedete che tutta questa crise è venuta dalla visita del sottoprefetto. Ma è certo che questa crise mi fa comodo; oh sì, mi fa comodo. Ancora l'altro dì, io lo dicevo alla mia nepote: che pesci si pigliano? Non ti basta questo mesetto di noviziato? vuoi proprio aspettar la tonsura?

—Confessione preziosa!—gridò il padre Costanzo.—Eravate proprio voi, il tentatore.

—Ma almeno non vorrete lasciarci qui su due piedi;—entrò a dire il padre Ilarione.—Siate umano, fratello Prospero!

—Stiamo a vedere che sarò un barbaro, se vorrò togliermi da questa condizione curiosa!

—Curiosa fin che volete. Ma sono veramente i punti curiosi che piacciono nella vita, come piacciono in teatro.

—Dite bene, in teatro. Ci siamo, in teatro. E ci siamo venuti in maschera. Vedete, padre Ilarione? Io non ho mai respirato così bene come ora, che la maschera ci è caduta dal viso e che non c'è più bisogno di cambiar tono di voce.

—Avete fatto una mascherata graziosissima;—osservò il padre Restituto.—Dovreste continuarla per qualche settimana ancora. Via, mettiamo per qualche giorno, se le settimane vi spiacciono. Del resto, non eravate voi soli, in maschera. E noi, che cosa siamo, se non laici in maschera di frati?

—Che gusto ci abbiate, non so;—disse il padre Prospero;—ma credo, col proverbio, che ogni bel giuoco debba durar poco.

—Baie!—ribattè il padre Agapito.—Lasciate che duri quanto può.D'altra parte, il termine non vi risguarda. Voi dovete obbedire.

—E a chi se è lecito?

—Alla vostra nepote, che vorrà rimanere.

—Rimanere! Che ne sapete voi, padre Agapito?

—Eh, mi riferisco alle sue stesse parole. Ancora questa mattina, al romitorio delle Querci, voi presente in carne ed ossa, se non per avventura in ispirito, ella diceva: sono tanto felice di trovarmi qui! La pace è una gran cosa, e non capisco come tanta gente a questo mondo si faccia in quattro per avere la guerra, come non capisco che si vada in capo al mondo per ammirare un effetto di sole, o di luna, che si ha sotto la mano, in casa propria.—

Il padre Prospero fece un sorrisetto, da cui traspariva tutto il suo amor proprio di zio.

—Cara fanciulla!—diss'egli, come parlando a sè stesso.—E non me le voleva mica far buone, a me, queste ragioni, quando le era saltato il ticchio di andare al polo Artico, o all'Equatore!

—Ella è contenta di star qui;—incalzò il padre Agapito.—E proprio ora, voi vorreste condurla via, perchè le riprendesse il capriccio dell'Equatore?

—State zitto! Non ci mancherebbe altro. Ma come volete che restiamo, se il priore ci scaccia?

—A questo ci penseremo noi. Egli, in una memorabile seduta del nostro capitolo, voleva tenere il padrino. Perchè oggi muta d'avviso? Gliene faremo questione.

—Ma….—ribattè il padre Prospero, che, tant'è, non se la sentiva di morire a San Bruno,—se le mie informazioni sono esatte, eravate voi che non volevate il padrino in convento. Perchè oggi mutate d'avviso? Io ve ne faccio questione.

—Fratello Prospero, volete saperlo? Volete proprio saperlo?—disse allora il padre Agapito.

—Sì, perbacco; quantunque mi sembri d'averlo già indovinato, il vostro segreto, ho una gran voglia di vedere come farete a spifferarmelo in tre.

—V'ingannate, se credete che ciò sia difficile. È un segreto che ve lo potremmo dire anche in sedici, quanti siamo a San Bruno. Infatti,—soggiunse il padre Agapito, col sorriso dello schermitore che è giunto in tempo ad una parata difficile,—non si tratta del nostro segreto, ma di quello del padre Anacleto. Il nostro degno priore non voleva saperne di congedare il padrino, fino a tanto si sentiva il cuore tranquillo. E non lo avrebbe voluto neanche adesso, se non gli fosse venuto il sospetto che qualcheduno mirava a vogargli sul remo. Ora, fratello Prospero, badate bene a ciò che ho l'onore di dirvi. Tutto dipende da questo colloquio che voi non volete andare ad interrompere. Se il priore si accorge di poter essere il preferito (la qual cosa è possibilissima, poichè con le donne non c'è da fidarsi mai), egli non dirà nulla, nel senso desiderato dal sottoprefetto di Castelnuovo. E voi, fratello Prospero, voi rimarrete qui, se non fino alla consumazione dei secoli, almeno almeno fino a quella dei capricci gentili della vostra bella nepote.

—Ah, per…. esempio, questa passerebbe ogni misura;—gridò il padre Prospero, niente rallegrato da quella prospettiva.—Capisco anch'io che sarà meglio andare un pochettino laggiù.—

E balzato in piedi, uscì con passo risoluto dalla biblioteca.

—Ce n'è voluto, per farlo muovere!—esclamò il padre Agapito.

—Lo spediente m'è parso arrischiato;—osservò il padre Restituto.—Si potrebbe anche ritorcere contro di noi.

—Ho bruciate le navi;—disse il padre Agapito, stendendo le palme e allungando il collo in atto di rassegnazione.—Tanto, badate a me, il padrino Adelindo non rimane più a San Bruno. Il priore non lo metterà alla porta; può darsi. Ma gli offrirà il braccio per condurlo fuori.

—È un vostro sospetto?—domandò il padre Restituto.

—Sì, per ciò che risguarda il priore. Ma ho qualche ragione per credere che il padrino si lascerà fare la corte. E voi sapete che quando una donna è disposta a lasciarsi fare la corte da un uomo, quell'uomo, se non è uno sciocco, se ne avvede; e quando quell'uomo se ne avvede…. Ma che cos'è? Ritorna il padre Prospero?—

Infatti, il padre Prospero ricompariva sull'uscio della biblioteca. Era andato con molta buona volontà verso il giardino. Restare a San Bruno gli piaceva poco. La cucina, veramente, si era migliorata, non senza merito del priore, che aveva interpretati i gusti gastronomici del suo preziosissimo ospite. Ma la bontà della cucina era troppo poco, messa a riscontro con la mancanza d'ogni svago. Il padre Prospero era un uomo amante del quieto vivere, non già della solitudine, fatta solamente per le anime che sanno bastare a sè medesime. E quel pericolo, poi!… Ma in fondo in fondo, era davvero un pericolo? Neanche il sottoprefetto di Castelnuovo, col suo Francavillain pectore, aveva potuto dir male del padre Anacleto. Non era ricchissimo, da stare a petto con la sua nepote; ma a questo ci avrebbe dovuto pensar lei. Infine, se si volevano bene…. Se si volevano bene e se lo confessavano, era da credere che il priorato del padre Anacleto fosse per finire, e la vita claustrale con esso.

Questa luminosa conclusione fece sì che il padre Prospero, scambio di tirare innanzi verso il giardino, dèsse una pronta voltata e ritornasse in biblioteca.

—Come? Che vuol dir ciò? Perchè non siete andato?—chiesero, l'uno dopo l'altro, i suoi compagni importuni.

—Signori, ho pensato meglio. Quel che farà il priore sarà ben fatto; e quel che piacerà alla mia nepote piacerà anche a me. Ho detto, e me ne vado a dormire. Almeno…. se potrò riprender sonno, dopo le vostre interruzioni.—

E il padre Prospero fece proprio così come aveva detto. Andò a sdraiarsi nella sua poltrona, e non volle più sentir altro.

Il lettore che è giunto fin qua, con una pazienza e con una cortesia di cui debbo rendergli grazie, vorrà sapere che discorsi facessero insieme il padre Anacleto, priore di San Bruno, e il monachino Adelindo. Li ha visti fermarsi, andare di costa, fermarsi da capo, sempre in atto di persone infervorate nella conversazione, e certamente s'immagina che dovessero parlare di cose molto gravi.

Ma per allora non c'era nulla di questo. Anzi, debbo confessare che quel modo di andare e di gesticolare non era altro che una trovata dei due personaggi, a cui dispiaceva di essere seguitati. Era una specie di quel giuoco che si fa tra due amici per via, quando si vuol cansare l'intromissione d'un terzo; del terzo incomodo, come è stato battezzato dall'uso.

Il guaio si fu che quella mimica, con cui dovevano tener lontani i compagni, fece ridere il padrino e ridere di consenso il priore. Per un dialogo serio, si cominciava bene, come vedete! Ma già, solo a vederlo, quel grazioso monachino, passava la voglia dei discorsi uggiosi, e veniva quella, dirò così, di mangiarselo, come si mangia un marzapane.

Ridendo a quel modo, giunsero presso un sedile di pietra, a cui faceva ombra una pianta d'alloro. Il serafino biondo si fermò sui due piedi.

—Che cosa sono queste gravi cose che avete a dirmi, signor priore? Sedete là, come si conviene alla dignità dell'ufficio, mentre io starò in piedi davanti a voi, da quel povero novizio che sono.—

Le parole erano di celia, ma non dissimulavano abbastanza una certa inquietudine nervosa, che si era impadronita del monachino.

—Ma no;—proseguì egli, senza dar tempo al priore di aprir bocca,—ditemi prima di tutto perchè non siete venuto da noi, lassù al romitorio delle Querci.

—Son io che fo la parte del novizio, e il priore siete voi, padrino Adelindo;—osservò il padre Anacleto.—Ma è vero altresì,—soggiunse egli a mezza voce, quasi parlasse a sè stesso,—che ho fatto una cosa da novizio.

—Ah!—esclamò il padrino, che aveva udita la frase.—Dunque volete confessare?

—Ecco qua;—disse il priore, non senza un pochino di confusione.—Liberatomi dalla compagnia del sottoprefetto, desideravo sapere dove foste, per dar notizia a voi e al vostro zio di ciò che era avvenuto. Fratel Giocondo mi disse che eravate alle Querci. Venni lassù e sentii le vostre voci. Stavo per avvicinarmi, quando mi accorsi che era con voi il padre Agapito. E ciò non mi andava.

—Perchè?

—Me lo domandate? Per il discorso che dovevo farvi, il padre Agapito mi riesciva d'inciampo.—

Non era ciò che s'aspettava il serafino biondo. Pure, gli bisognò contentarsene.

—Ma dunque è assai grave ciò che vi ha raccontato il sottoprefetto?—chiese egli, tanto per dir qualche cosa.

—Sì, giudicatene voi. È venuto, con lo scopo apparente di conoscermi, e con l'altro, reale e non saputo dissimulare, d'intrattenermi su certi ospiti di San Bruno.—

Così dicendo, il padre Anacleto fissava gli occhi in volto al monachino, per vedere che effetto gli facesse l'esordio. Ma il monachino se ne stava là ritto, davanti al priore, con gli occhi e il naso in aria, e il labbro inferiore un pochettino sporgente, col proposito evidentissimo di secondare la mossa degli occhi e del naso. E quando io vi dico così asciuttamente gli occhi e il naso, credete pure, o lettori, che io faccio forza al mio naturale ed anche un pochettino alla giustizia. Due epiteti, via, ci vorrebbero, e per quegli occhi e per quel naso. In quanto alla bocca, poi, giuro per le labbra di san Giovanni Grisostomo, che ce ne vorrebbero tre.

—Per esempio,—continuò il padre Anacleto, vedendo che il monachino biondo non si commoveva punto della sua entrata in materia,—egli mi ha detto che il padre Prospero Gentili è un signore di Castelnuovo Bedonia, uomo per bene e molto rispettato in città.

—Oh, grazie tante della sua degnazione!—esclamò il monachino, che subito riprese la sua aria di me la rido.

—E m'ha aggiunto,—proseguì il padre Anacleto,—che il signorProspero è zio e tutore d'un fior di ragazza, la signorina AdeleRuzzani.—

Una vampa di rossore tinse il volto del serafino biondo; ma non ci fu altro segno di commozione in lui, che restò fermo nel suo atteggiamento statuario.

—Mia sorella;—diss'egli, guardando in aria.

—Ah!—esclamò il priore.—Vostra…. sorella? E avete avuto il coraggio di lasciarla sola?

—Oh, non c'è bisogno di farle la guardia;—ribattè il serafino, senza muovere la testa, ma lasciando cadere dall'alto un'occhiata tra curiosa e canzonatoria al padre Anacleto;—ed ella si difenderà abbastanza bene da sè. Sarà vana, sarà sciocca; alcuni, anzi, pretendono che sia un po' matta….

—Eh, mi pare che, con tante belle qualità, la non ci abbia a star male;—osservò sarcasticamente il padre Anacleto.

Ma il monachino fu pronto alla parata, e ribattè il colpo del padre Anacleto, prima che questi potesse avvedersi d'esser giunto alla misura.

—Badate, signor priore;—disse il monachino;—io non ammetto nulla di ciò che pretendono gli altri, e voi farete ottima cosa, sopra tutto cavalleresca, a tenere da me. Volevo dire soltanto che, anco ammettendo ciò che agli altri, amici e nemici, piace di farla parere, Adele Ruzzani è una buona figliuola. In questo, almeno, signor priore, non eravate già della mia opinione?

—Dirò volentieri di sì, quantunque io non conosca vostra sorella. Ma questo non è strettamente necessario, se posso giudicarla da voi. Rispondetemi ora, e non istate con gli occhi rivolti alle nuvole, ve ne prego. Dimenticate per un momento la patria;—soggiunse il priore, con una sottile galanteria che fece sorridere il serafino, nell'atto che chinava gli occhi d'un punto.—Come va che voi siete qui a San Bruno? la vostra sorella, così buona, vi ha lasciato partire da casa? da quella casa che è tanto cara e fida ai giovani pari vostri? E voi perchè separarvi da lei, per venirvi a chiudere in una società di malinconici come la nostra? Quali afflizioni sono state le vostre?

—Vedo l'aria di trionfo con cui mi fate la vostra domanda;—notò il serafino.—Già, io, così giovane come sono, non posso, non debbo aver dispiaceri. Perciò, non mi riescirà di rispondere; balbetterò, mi confonderò, e voi, nella vostra autorità priorale, compatirete il mio stato. Disingannatevi, signor priore; so dire la mia ragione. Da bambino, m'hanno avvezzato a fare tutto ciò che volevo. È un difetto, lo capisco; ma io non me ne lagno. Sappiate intanto che su questo difetto io ci ho innestata una piccola qualità: la schiettezza. Dico sempre quello che penso, io.

—Ecco una bella digressione;—osservò il padre Anacleto.—Come pittura del vostro carattere, la gradisco moltissimo; come lezione a me, non so di averla meritata.

—Scontroso priore! Nè pittura, nè lezione;—replicò il serafino;—è stata una dichiarazione preliminare. Dopo di che, vengo subito a dirvi le mie afflizioni. Esse si confondono con quelle di mia sorella; i suoi dispiaceri sono per l'appunto i miei. Ammettete questo ravvicinamento di personaggi, e il resto va da sè.

—Ammetto anche la consustanzialità;—disse il padreAnacleto.—Proseguite.

—Mia sorella, per questa medesima consustanzialità che voi avete trovata così opportunamente,—osservò il monachino biondo,—la pensa in ogni cosa come la penso io. Giovanissima, le pare di esser vissuta già molto; quello spirito di libero esame, che ha sempre recato in ogni particolarità della vita, le tien luogo d'esperienza e l'aiuta a vedere i tranelli ond'è seminata la strada. Non è bruttissima; almeno, quel che le manca in bellezza, lo possiede in ricchezza. E perciò molti si sono fatti avanti a chiedere la sua mano, e in famiglia s'era parlato di maritarla….

—Ah!—scappò detto al priore.

—Vi dispiace?—chiese il serafino, fermandosi a mezzo.

—Dispiace a voi, deve dispiacere anche a me;—disse il padre Anacleto, correggendosi in tempo.—Non mi dite voi forse che tutti quei vagheggini e pretendenti non erano degni di lei?

—In verità, non ho detto questo.

—Ma si sottintende, e sta come se fosse detto. Se così non fosse, perchè vi dorrebbe di certi corteggiamenti interessati?

—È vero;—rispose il monachino.—Diciamo dunque, non già che i partiti fossero indegni di lei, ma semplicemente che le spiacevano, come continuano a spiacerle. Tra gli altri quell'ultimo che le è stato proposto, con modi abbastanza incalzanti e in circostanze tali, che l'hanno mortalmente seccata.

—E messa in fuga da Castelnuovo, non è vero?—chiese argutamente il priore.

Ma il serafino biondo non raccolse la celia.

—Avrà torto, può darsi;—diss'egli continuando;—voglio anche ammettere che il sapersi ricca l'abbia anche un pochino guastata. Non già col farla insuperbire, intendiamoci! La ricchezza non fa girar la testa che agli sciocchi. La gente che ragiona non desidera la ricchezza per altro, fuorchè per procacciarsi tutte le possibili soddisfazioni intellettuali e morali. Mia sorella, invece, l'amerebbe per la soddisfazione del viaggiare, del veder sempre nuovo paese e nuovo orizzonte. Ma è donna, la poverina. Non la vedete voi, la noia dell'esser donna, in una società così mal combinata come la nostra? Dicono che sia la migliore delle esistenti, e bisogna rassegnarsi. Ma non senza qualche atto di protesta, ve l'assicuro. Ah, benedetti gli uomini! Voi, per esempio, voi, signor priore, lo avete potuto colorire, il vostro disegno. La società vi tornava molesta, e vi siete appartato dalla società. Una donna non può. La sua ricchezza e la sua libertà, quando possiede l'una cosa e l'altra, non le servono a nulla; debbono essere confiscate a benefizio di un altro, che sta per giungere, che sarà Tizio, sarà Caio, e che ella dovrà scegliere fra i cinque o sei più importuni, mentre forse le sarebbe piaciuto assai più di aspettare dal caso la conoscenza di Sempronio.

—Sempronio!—ripetè il priore, con accento malinconico che colpì il serafino biondo.

—Che c'è, signor priore?—domandò questi, fermandosi ad un tratto.—Vi dà forse noia, questo nome…. antico?

—No, anzi! Continuate.—

E sospirava, così dicendo, il povero padre Anacleto.

—Tizio e Caio, nel caso di mia sorella,—notò il monachino, proseguendo il discorso,—rappresentano il tornaconto, l'egoismo, la caccia alla dote, la volgarità mascolina, tanto più ributtante quanto più lavora a nascondersi sotto le apparenze d'un amore profondo, nato lì per lì come i funghi, e cresciuto gigante nello spazio di una settimana. Sempronio, invece, il povero Sempronio sarebbe la sincerità, l'amor vero, che nasce anche lui lì per lì….

—Come indovinare che è l'amor vero, se nasce lì per lì, come l'altro?—interruppe il padre Anacleto.

—C'è della gente che lo conosce, come si conoscono i funghi mangerecci dai velenosi;—rispose il monachino, ridendo.—A buon conto, i velenosi risplendono di più; mettono in mostra i più vivi colori. Vogliono sedurre, i bugiardi! Quegli altri, invece, sono più modesti, più umili, più timidi; si direbbe anzi che amino nascondersi, confondersi con le foglie secche ond'è coperto il terreno.

—Anche questo è un giuoco facile a imparare;—osservò il padreAnacleto,—e guai al povero cercatore, o alla povera cercatrice, seTizio e Caio si mettono in testa di parergli Sempronio.—

Il monachino tentennò la testa, in atto d'incredulità.

—No, non ci riescono;—diss'egli.—L'esperienza in causa propria vien presto; e Tizio e Caio, per dissimulare che facciano, si tradiscono sempre in qualche nonnulla. Sempronio, quando c'è, s'indovina. Almeno, tale è la mia opinione.

—Indovinarlo, quando c'è, non dico di no;—ribattè il padreAnacleto.—Ma badate, padrino Adelindo, è assai difficile trovarlo.

—Sono con voi. Mia sorella, difatti, non lo ha trovato. Inchini, genuflessioni, occhiate, sospiri, spasimi, n'ha avuti a bizzeffe; ma era tutta merce di Tizio e Caio.

—Povera sorella!—esclamò il padre Anacleto.—Intendo la sua tristezza. E l'ultimo dei Tizi, o dei Caj, com'è andato a finire?

—L'ultimo? Stava appunto per cominciare. E comincierà da senno, se mia sorella ritorna a Castelnuovo. Voi ora intenderete perchè mi dispiacerebbe di vederla andare laggiù. Col mondo inframmettente che vuol dire la sua in ogni cosa, coi parenti che non amano le zitelle in casa, con tutte le ciarle noiose, con tutti i sarcasmi che opprimono una povera ragazza, voi capirete, signor priore, che un giorno o l'altro bisogna prendere una risoluzione. Ed è doloroso il prenderla, quando si sa anticipatamente che sarà una risoluzione cattiva.

—Già,—disse il padre Anacleto,—quando la ragazza aspetta…. d'incontrare Sempronio. Vuol dire che il cuore di vostra sorella non ha ancora parlato?—

La domanda era ardita, e il serafino biondo stette un pochino perplesso.

—No, ch'io sappia;—diss'egli.—Se pure, più tardi, dopo la mia partenza da Castelnuovo….

—Ah! credete possibile che dopo la vostra partenza si sia trovato un…. Sempronio? Sarebbe un peccato!—disse il padre Anacleto, al cui pensiero si raffigurò in quel mentre l'immagine del padre Agapito, che raccoglieva tralci di fiammole, sotto il romitorio delle Querci.—Auguro a vostra sorella di non concedere così ciecamente il suo cuore. Gli uomini valgono così poco!—

Il serafino socchiuse gli occhi e diede al padre Anacleto una sbirciatina, donde trapelava il suo umor gaio e malizioso.

—Signor priore,—diss'egli poscia, con quel suo misto di timidezza e di confidenza che gli tornava così bene al viso,—siete forse venuto a San Bruno per ira contra gli uomini? Io, veramente, credevo che fosse per un altro genere di malinconia.

—Fratello mio,—disse il priore,—c'è stato un po' di tutto.

—Raccontate!

—A che servirebbe?

—Non badate a ciò; raccontate, ve ne prego, raccontate.—

E così dicendo, il serafino biondo, con atto di curiosità infantile, andava a sedersi accanto al padre Anacleto.

—Non v'aspettate un racconto come il secondo libro dell'Eneide;—rispose il priore, sorridendo.—Io mi sbrigherò in pochi versi, perchè la mia storia è molto comune. Ho creduto di amare….

—E vi hanno tradito?—chiese il serafino, interrompendo.—Ma qui c'è da farne due, di libri.

—No, v'ingannate. Se m'aveste lasciato finire! Ho creduto di amare…. e non era vero.—

Il serafino stette alquanto sopra di sè, meditando la frase del padreAnacleto; quindi, con un'aria di sommo candore, rispose:

—M'hanno detto che tutti gli uomini siano usi a parlare così.

—Davvero? E chi ve lo ha detto, padrino Adelindo?—chiese il priore, rizzando il capo e guardando in faccia il serafino.—Sarebbe questo, per avventura, un frutto dell'esperienza…. di vostra sorella?

—Ecco, voi andate in collera;—notò il serafino, arrossendo.—Vi ho proprio toccato sul vivo. Senza volerlo, badate, senza volerlo.

—Non vado in collera, e voi non m'avete toccato sul vivo;—replicò il padre Anacleto.—Mi avete chiesto una confessione, ed io ve l'ho fatta sinceramente. Ma già, dovevo capire che certe cose vanno tenute per sè.

—No, anzi, dite ogni cosa. E non era vero, avete detto. Come vi siete accorto che non era vero? E se vi siete accorto che non era vero, perchè mai, riconosciuto l'errore, siete venuto a chiudervi in questa solitudine?

—Padrino, padrino, voi siete un gran curiosaccio!—disse il priore, cansando di rispondere.—Ho conosciuto nella mia giovinezza un uomo insigne, grande per l'ingegno, e tuttavia bambino per la cara ingenuità de' suoi modi. Perchè la tal cosa? perchè la tal altra? Era questa la sua forma consueta di dialogo. Gli dicevate: bella giornata, quest'oggi! E lui subito a domandarvi: perchè mi dici questo? Ma…. perchè mi pare una bella giornata; e non c'è altra ragione che questa. No, rispondeva lui, ce ne dev'essere un'altra; tu non puoi dire che è una bella giornata, senza averci una ragione più intima. E via di questo passo, il mio illustre amico ci aveva la manìa degli interrogatorii; per modo che io lo nominai di mia autorità presidente perpetuo di tutte le commissioni d'inchiesta del felicissimo regno d'Italia.

—Dev'essere stato un gran simpaticone, quel vostro amico!—osservò il serafino.—Egli aveva la manìa del sapere; perciò merita tutta la mia stima. E a lui, signor priore, rispondevate come ora a me, continuando a schermirvi?

—Pazzerello!—esclamò il padre Anacleto, volgendo un'occhiata amorevole al serafino, e reprimendo in pari tempo un sospiro.—Bisognerà contentarvi ad ogni costo. Sappiate dunque che io non mi sono accorto fin d'allora che non era vero. Anzi, ho sofferto molto, da principio. Credevo di non doverne guarire mai più. L'amore…. Ma scusate, padrino; questi non sono discorsi da farsi a voi.

—Perchè?

—Perchè siete giovane, molto giovane, e non siete passato ancora per queste trafile. Stando qui, poi, non dovrete passarci.

—Ah!—gridò il serafino.—Resterò dunque?—

Il padre Anacleto si scosse, come uomo che d'improvviso si sveglia.

—Scusate;—diss'egli;—non pensavo ora a questa necessità…. dolorosa. Voi uscirete, padrino Adelindo. Perchè, infatti, che cosa rimarreste a far voi, nell'eremo di San Bruno, in questa solitudine di giovani vecchi, in queste tenebre anticipate, mentre tutto risplende intorno a voi, mentre tutte le voci del creato vi salutano e vi richiamano alla vita?

—E mentre tutto mi scaccia di qui, incominciando da voi, non è così?—chiese il serafino.

Il priore stette un istante perplesso.

—No, non è proprio così. Io non vi scaccio; è la forza delle cose che vi consiglia a ritornare nel mondo.

—Per trovarci le afflizioni di cui mi parlavate poc'anzi?

—No, voi non le troverete;—rispose il padre Anacleto.—Se sarete buona, se sarete sincera…. Vedete, signorina, vi chiamo come bisogna chiamarvi, perchè questo incognito non può essere conservato più a lungo. Vedete, signorina, ciò che nuoce un pochino a voi donne è il vostro desiderio di piacere. Scusabile vanità, non lo nego, ma che porta le sue conseguenze spiacevoli. Gli uomini vi considerano schiave e vi proclamano regine. Vi lasciate lodare, ossequiare, incensare, e voi siete le vittime di questa lode, di questo ossequio, di questo incenso continuo. Così avviene che, mentre cento uomini si contentano di un ricambio superficiale d'affetto, che essi medesimi hanno voluto così, e v'ingannano allegramente, ce n'è uno che si trova ingannato e ne soffre, poichè il vostro carattere s'è fatto leggero, e voi non avete potuto dare a quell'uno ciò ch'egli chiedeva da voi, la sincerità, la fede, quello spirito di perfetta rinunzia della vostra volontà, dei vostri capricci, senza cui non è amor vero e durevole. Siate schietta, come siete bella; non vi compiacete nelle piccole vittorie dell'amor proprio, nei piccoli trionfi della vanità, ed aspettate. L'uomo degno di voi, quel Sempronio che dicevate poc'anzi, non tarderà a giungere, e voi lo amerete com'egli vi amerà; nè egli nè voi avrete forse mestieri di dirvelo. Qui, nella solitudine di San Bruno, un povero priore pregherà per voi e sarà lieto di sapervi felice.—

Il serafino biondo era stato ad udire con molto raccoglimento la predica. Ma, come il padre Anacleto ebbe finito, egli saltò su e rispose, con accento commosso:

—Venite fuori! Il mondo vi chiama, non lo sentite voi forse, signor priore? Le cicale hanno finito di stridere; i grilli non hanno ancora incominciato. Ma le voci del mondo suonano per voi, come suoneranno per me. Che fate voi della vostra gioventù, voi che date consigli? Non avete amato davvero…. Sono le vostre parole, ed io non vi credo un bugiardo. Venite fuori, dunque, e non istate ad intristire in quest'eremo!

—Serafino! serafino!—esclamò il padre Anacleto.—Non vi ho ancora detto ogni cosa. La vita, per l'uomo, non si compone tutta d'amore. È nell'indole nostra, pur troppo, che essa sia più complessa; in noi è una varietà di uffici, che non è fortunatamente in voi. Sappiate adunque che ci sono molte altre cose, le quali m'hanno fatto prendere in uggia il civile consorzio. Non lo credete? Eppure è così. Quando si è veduta l'invidia al posto dell'emulazione, l'egoismo al posto della fratellanza….—

Il serafino interruppe alle prime quella triste rassegna con una crollata di spalle.

—Tornate all'altro motivo, ve ne prego;—soggiunse.—Questo, che accennate, val poco; anzi non val nulla affatto. Quante volte, nella vostra vita, avete trovato…. che non era vero?—

Il padre Anacleto rimase un istante perplesso. Ma gli occhi scrutatori del monachino gli erano addosso. Perciò, fatta una pronta risoluzione, rispose:

—Parecchie volte; mettete anche cinque.

—Ah, meglio così;—disse il monachino, dopo aver fatta anche lui la sua piccola controscena.—Se m'aveste detto una volta sola, m'avreste fatto paura.

—Paura! perchè?

—Perchè? me lo domandate il perchè? Avevo creduto che non me lo domandereste;—rispose il monachino, con aria tra corrucciata e confusa.

Il padre Anacleto non vide lì per lì che il corruccio.

—Se v'ho offeso, perdonate;—diss'egli.—Io sono un pochettino ignorante. Vivo così fuori del mondo, che certe delicatezze mi riescono difficili oramai. Se dovessi intendere per un certo verso…. se mi apponessi al vero…. qualcheduno che so io mi salterebbe agli occhi.

—Qualcheduno! Chi?

—Il padre Agapito, per esempio.

—Ah, ecco il…. sospettoso;—esclamò il padrino, con una sospensione, che accennava alla voglia di usare un altro epiteto.—Siete sospettoso voi?

—Ferocemente?—disse il padre Anacleto, intendendo di rispondere all'epiteto che non era venuto fuori.—Ed eccovi per l'appunto una ragione per star qui, lontano dal mondo e dalle sue tentazioni. Sospettoso e fantastico, cioè nato per essere infelice. Non vi pare che io faccia bene a ritirarmi in disparte?

—Eh!—rispose il monachino, con un sorrisetto più malizioso che mai;—mi pare che siate in certe materie un po'….—

E s'interruppe aspettando, che l'altro gli ripigliasse la frase. Il padre Anacleto obbedì a quel tacito invito.

—Vile, volevate dire? Sì, ditemi pure che sono un vile. Sfuggo almeno al ridicolo. Non getto alle turbe il segreto delle mie debolezze. Mi chiudo in questa solitudine della mente e del cuore. Ho l'apparenza della felicità, e conquisto la pace.

—Una pace di tomba; gran bella cosa!—esclamò il serafino,—E credete di fare il vostro dovere? Anzi, dirò di più, credete di non esser debitore di nulla al mondo, per poter farne impunemente ciò che fate? Signor priore, lasciate che una donna, una fanciulla, si attenti di darvi una lezione; direte poi se ho torto, ed io m'inchinerò al vostro giudizio. Voi, ammaestrato dall'esperienza, m'istruirete nei misteri della vita, nelle guerre ch'io non conosco, nelle viltà, più o meno sapienti, che io aborro istintivamente, e davanti alle quali ho chiusi gli occhi finora. Son donna, e non posso e non devo vedere ogni cosa. Ma posso dirvi, indovinando…. Lo sapete pure, i più famosi indovini erano donne.

—Siete sul tripode, mia bella pitonessa; parlate;—rispose il padreAnacleto.

—Benissimo. Io dunque vi dico che, se la vita è una guerra, bisogna saperla accettare com'è. Il soldato che si ritira davanti al pericolo, non è un soldato. Qualunque siano le sue ragioni, fossero anche quelle di Achille, il ritirarsi sotto la tenda non è stato e non sarà mai bello. Sapete voi perchè siete nato? E se non lo sapete, perchè vi mettete a vivere come se non foste nato, sottraendo una forza al concerto di forze di cui ha mestieri la natura?… Ho letto i miei libri anch'io, come vedete;—disse il serafino, ridendo.—Non ho esperienza mia; metto a profitto quella degli altri. Sentite qua, priore; Iddio si è pure scomodato a dare i suoi comandamenti all'uomo!…

—Dieci! Ed io non fo contro a nessuno dei dieci.

—Ma all'undicesimo? Qui vi voglio. C'è l'undicesimo, che li riassume tutti; o, per dire più esattamente, i dieci, che conoscete voi, ne suppongono un undicesimo ed ultimo.

—Ah sì? E qual è, di grazia, questo undicesimo?

—Eccolo qua. Non so se lo esprimo bene; ma voi mi correggerete, mettendolo in bella forma, e lo farete incidere nelle tavole della legge. Starai nel consorzio de' tuoi simili; vivrai della loro medesima vita; amerai e soffrirai con essi, perchè non ti è dato sottrarti alla legge comune.

—Egregiamente!—esclamò con ironico accento il padre Anacleto.—Ma la pena? Non c'è legge che valga, senza la sua sanzione penale. Spero che non mi vorrete già minacciare le pene dell'altra vita!

—Anche quelle, se occorre;—rispose il serafino.—Ma c'è una pena anche in questa, non dubitate.

—E quale?

—Pensateci, padre Anacleto, pensateci! E frattanto, ritorniamo al vostro ordine. Debbo restare, o partire?—

Il padre Anacleto guardò come trasognato quel biondo monachino che lo aveva messo con le spalle al muro. Voleva fargli la lezione, e per contro l'aveva ricevuta. E come se ciò non bastasse, quel malizioso padrino, dopo averlo così ridotto, gli diceva con piglio quasi beffardo: a voi, ricordate il perchè m'avete fatto venire a questo colloquio; debbo restare, o partire?

Partire! Era presto detto. Quella era stata anzi la prima idea del priore. Ma che diamine gli saltava in testa, al monachino, di richiamare il padre Anacleto all'adempimento di un dovere, proprio nel punto ch'egli se n'era scordato? Restare, poi! Come si sarebbe potuto dirgli di restare, dopo le rivelazioni del sottoprefetto di Castelnuovo, e la notizia che ne avevano avuta tutti i conventuali di San Bruno? E quella pena nella vita presente! Che cosa era quella pena? E perchè doveva pensarci lui, per indovinarla? Non era meglio andare per la più breve e dirgliela di volo?

Turbato da tutti quei dubbi, il padre Anacleto balzò in piedi e si diede a passeggiare lungo il viale. A passi concitati, si capisce; e rotando gli occhi, e mordendosi le labbra. Questo di mordersi le labbra, di rotar gli occhi e di fare le volte del leone, è un modo come un altro, per cercare un'idea: ma debbo soggiungere, per amore di sincerità, che esso non è sempre di effetto sicuro.

Una fiera battaglia si combatteva nell'anima del padre Anacleto. I tempi trascorsi gli ripassarono tutti dinanzi, mutandosi e rimutandosi senza posa, come le immagini bizzarre di un caleidoscopio. Vide i giorni in cui aveva amato e sofferto, ringraziato il cielo e bestemmiato…. Sì, anche bestemmiato, perchè l'uomo non è un angelo, e le sue ire hanno sempre mestieri d'uno sfogo volgarmente feroce. Aveva egli amato mai veramente? Poc'anzi, rispondendo al serafino, aveva detto di no, e creduto di rispondere il vero. Ma infine, poco o molto che fosse, aveva amato; diciamo pure che aveva amato secondo l'età, con più leggerezza, per vanità di carattere e per ardore di sensi; ma, ad ogni modo, aveva amato e si era trovato nel caso di soffrire così profondamente, come se quell'amore fosse il più grande, il più solenne di tutta la sua vita. Ma in quel punto, e facendo senza volerlo un esame di coscienza, il padre Anacleto notava di non essersi mai trovato così oppresso da due pensieri ad un tempo; anzi tutto dalla vergogna di confessarsi debole ad una donna che non gli aveva lasciato intender nulla del proprio cuore e poteva ridere saporitamente di lui; inoltre, dal voto della comunità di San Bruno, che, se pure non faceva di lui un frate, non impegnava meno la sua fede di gentiluomo. E poi, quelle ombre moleste de' suoi compagni, che s'erano invaghiti del serafino! e quella ghirlanda di fiammole, passate dalle mani del padre Agapito a quella testina bionda che gli aveva fatto perdere il senno! Dio! Non possedere ancora la certezza di essere amato ed essere già così ferocemente sospettoso! Ma che sospettoso d'Egitto? Là, nel segreto della sua coscienza, queste ipocrisie non avevano corso. Geloso, bisognava dire; ferocemente, diabolicamente geloso.

Il padre Anacleto apparteneva a quella classe d'uomini nei quali predomina la fantasia, e che perciò soffrono il doppio degli altri. La mente si finge terrori e sospetti nuovi, e li ripercuote sul cuore. Uomini siffatti hanno paura di non essere amati, anche nei casi in cui ogni altro figlio d'Adamo si crederebbe già d'essere il re del creato. Dico il re del creato, perchè, infatti, l'uomo che si sente amato, o ne ha l'illusione, va sempre col pensiero a questo apogèo della felicità, che è l'impero del mondo. Non così i fantastici, dei quali vi ho detto; essi dubitano sempre, e di tutto. Forse vedono meglio degli altri; perchè, andiamo in fondo, qual è la creatura di cui sia certo l'affetto, anche quando ve lo ha dimostrato? Non siamo noi esseri mutabili, secondo le varie impressioni? E non è possibile che una donna già mezzo vostra, anzi vostra del tutto, si cangi in un punto? Sono capricci indefinibili, quelli che muovono il cuore, come sono quantità imponderabili quelle che danno il crollo alla bilancia. Più delicato è il congegno, più è soggetto alle influenze esteriori.

Del resto, mettete pure che il padre Anacleto non pensasse nulla di tutto ciò che son venuto esponendo. Egli andava su e giù, non pensando affatto; faceva come l'ubbriaco, che cerca un filo e non lo trova, o che, vedendone parecchi, tra le idee confuse che gli si affacciano alla mente, non ne afferra nessuno. Una volta si fermò davanti al serafino, come se volesse dirgli qualche cosa; poi si volse di schianto e proseguì la sua via. Si pentì subito subito, e tornò indietro; si fermò da capo, e la parola gli tremava sulle labbra. "Vi amo!" voleva dirgli. Ma no; era una frase volgare. E poi, l'avesse anche detta, che cosa si sarebbe sentito rispondere? Se il monachino biondo gli avesse riso in faccia? Perciò non disse nulla; si contentò di guardare il serafino nel bianco degli occhi. E il serafino lo guardava a sua volta con una fermezza quasi beffarda, come se volesse dirgli: oh, se non incominci tu, bel priore, non parlo io di sicuro!

Finalmente, poichè tutto ha un fine quaggiù, anche i contrasti di un'anima innamorata, il padre Anacleto prese una risoluzione. Era forse la peggio; ma compatitelo, egli non era padrone di scegliere.

—Avete ragione;—diss'egli;—partirete.

—Ah!—esclamò il serafino.

Il padre Anacleto si pentì subito di averla detta; ma non era più tempo. Del resto, quella esclamazione del serafino non significava rammarico; era una esclamazione breve, senza espressione, senza colore; si poteva anche interpretarla per un grido di allegrezza.

—Partirete domani, se così vi piace;—soggiunse il padreAnacleto.—Dopo tutto, meglio così. E ditemi…. Dove andrete?

—A Castelnuovo;—rispose il serafino, chinando la testa.

Potrei aggiungere che chinava la testa per nascondere il suo rossore. Ma, in verità, se lo dicessi, non potrei sostenerlo. La cosa non sarebbe neanche stata necessaria a quell'ora. Le ombre della notte calavano sul giardino del convento. I grilli incominciavano a cantare da tutti i punti della vallata. E il povero padre Anacleto sentiva una gran voglia di mandarli a quel paese.

—Ma, di grazia, ora che siamo fuori, si potrebbe sapere perchè si va via, così di schianto, senza dire neanche buon giorno?

—Non mi dir nulla, zio! Si va via….

—Dopo essere venuti, lo capisco, era il meglio che si potesse fare.

—Ah, sì, ho fatto male a venirci. Se ti avessi obbedito!

—Tarda confessione, ma preziosa. Te la ricorderò per le altre occasioni. Il polo artico! L'equatore!… Sai, non ci vengo, al polo; e all'equatore, nemmeno.

—No, non dubitare, non si andrà più in nessun luogo. Son divenuta una donna di casa. Da oggi in poi si rimarrà chiusi a Castelnuovo.

—Ecco un'altra esagerazione. Per un viaggetto in paesi cristiani, non ho mai detto di no. E se ora si dèsse una corsa a Torino, a Milano, a Venezia….

—No, voglio restare a Castelnuovo. Che cosa ci manca, laggiù? Tu ci hai tutte le tue abitudini; io le mie, i libri, i fiori, i pennelli. Sai, zio? la vita può esser bella anche così. Credo anzi che sia bella solamente così. Uno scrittore ha detto che la più bella cosa del mondo è la luce; poi vien subito il verde.

—Sarà un matto.

—No, sai! Voleva dire che il massimo dei piaceri è quello degli occhi. Vedere è sapere.

—Passi per la luce. Ma il verde! Che c'entra il verde, in seconda linea, se è già incluso fra i sette colori del prisma?

—È vero; ma lo scrittore, parlando del verde, intendeva lo spettacolo della campagna.

—Ha bisogno di troppi commenti, il tuo scrittore. E, se Dio vuole, non sarà Dante. Ma parliamo d'altro. Andare a Castelnuovo! Non ti sembra un errore?

—Già siamo in cammino, e, dovunque tu volessi andare, ti bisognerebbe sempre toccar l'uscio di casa.

—Lo capisco, ma si può andare a casa per fuggire da capo, oggi stesso o domani. Senti, ragazza mia, le ciarle di Castelnuovo mi spaventano. Tra noi e gl'importuni ci vorrei mettere un mese, almeno una quindicina di giorni, di cui si potesse dire dove li abbiamo passati. Intanto, nel nostro soggiorno temporaneo, si vedrebbe, si concerterebbe….

—No, non me ne parlare; non voglio.

—Non voglio, è una grama ragione.

—E poi, per viaggiare, fa troppo caldo.

—Oh, eccone una, che è molto seria, in verità! Come se qui presso, e con la tonaca del convento, si fosse stati al fresco!—

Questo dialogo, e il rimanente che si ommette per brevità, occorreva tra il signor Prospero Gentili e la sua bionda nepote, Adele Ruzzani, all'alba, nella discesa tra il ponte di San Bruno e la vallata sottostante, dove i nostri due personaggi erano aspettati per salire in carrozza.

Erano usciti dal convento alle cinque del mattino. L'ordine di far venire la carrozza laggiù era stato dato dal padre Anacleto la sera antecedente, subito dopo il colloquio in giardino. Era necessario provvedere in tempo, perchè lassù le carrozze non potevan giungere, non avendo gli antichi frati pensato mai a condurre una strada carrozzabile fino alla vetta del monte.

Come dovessero accogliere la notizia di quella partenza i frati nuovi, lascio argomentare a voi. Essi non si erano avveduti, non avevano sospettato di nulla in quella sera, perchè il padre Anacleto avea fatto il suo colpo alla chetichella, da quell'uomo savio e prudente che era. Povero padre Anacleto! La sua prudenza e la sua saviezza non lo avevano mica salvato dalle interne burrasche. In quella notte che era l'ultima del soggiorno di quel monachino biondo al convento, il padre Anacleto aveva passato ore d'inferno. La pena dei trasgressori dell'undecimo comandamento, che il monachino biondo non gli aveva voluto dire, lasciandogli la cura d'indovinarla da sè, egli già incominciava a scontarla. E ne sentì più acerbo lo strazio nell'anima, quando, allo scoccar delle cinque del mattino, gli venne udito un rumore di passi nel corridoio; indizio certo di una aspettata partenza.

Pochi minuti dopo le cinque, erano venuti a battere all'uscio della sua cella. Era andato ad aprire e il fratello Giocondo gli aveva recata una carta di visita, triste saluto degli ospiti che erano partiti pur dianzi. La carta diceva per l'appunto così:

e la sua nepote Adele Ruzzani, ringraziano il padre Anacleto, priore di San Bruno, della cortese ospitalità ad essi accordata. Ne serberanno grata memoria e rivedranno assai volentieri l'amico, in Castelnuovo Bedonia (palazzo Ruzzani, via S. Michele, N. 8) se egli vorrà ricordarsi de' suoi riconoscenti novizi ed amici.

Il nome del signor Prospero, come potete immaginare, era stampato; il resto era fatto a penna, e con una leggiadra mano di scritto, che non doveva esser quella del signor Prospero.

—Ah serafino! serafino!—esclamò il padre Anacleto, sospirando, poi ch'ebbe letto due volte.

Non era più il caso di aspettare un sonno che per tutta notte non aveva voluto scendere sulle ciglia del padre Anacleto. Il priore uscì dalla sua cella, e andò a passeggiare nel chiostro. Il luogo era deserto; peggio ancora, senza luce, quantunque incominciassero a penetrarvi i primi raggi del sole. Ma voi capirete benissimo che qui si parla per via di metafora, seguendo il pensiero del padre Anacleto, che ricordava in quel punto il verso dantesco:

Io venni in loco d'ogni luce muto,

e ben presto avrebbe potuto aggiungervi i due seguenti, che dànno intiera la terzina:

Che mugghia, come fa mar per tempesta,Se da contrarii venti è combattuto.

Infatti, quella mattina, all'ora del refettorio, il padre Anacleto fu posto in mezzo da' suoi conventuali, che cominciarono a tempestarlo di domande.

—Padre priore!

—Orbene?

—I novizi?

—Sono partiti stamane.

—In che modo?

—Ma…. nel modo più naturale. A piedi, fino al fondo della discesa, dove hanno trovata la carrozza che li aspettava, per ricondurli a Castelnuovo. Signori miei,—soggiunse il priore, vedendo che quel breve racconto non persuadeva molto i suoi uditori,—dopo ciò che era intervenuto ieri mattina….

—Che cosa è intervenuto?

—Lo sapete pure: il mio colloquio col sottoprefetto di Castelnuovo. Dopo quel colloquio, di cui vi ho subito fatto parola, voi capirete bene che essi non potevano più rimanere a San Bruno.

—È doloroso!…—esclamò il padre Restituto.

—Eh, lo dico ancor io;—rispose il priore.

—È doloroso,—ripigliò il padre Restituto,—che siate venuto a questa estremità, senza sentire…..

—Che cosa? I vostri pareri? Li conoscevo già da ciò che si è detto, e lungamente, nella ultima adunanza del capitolo.

—C'è ben altro che il capitolo!—gridò il padre Restituto.—Se volete degnarvi di rammentare quel che s'è detto ieri, prima di entrare in refettorio, io stesso, che prima non vedevo di buon occhio la presenza dei novizi tra noi, vi ho confessato sinceramente d'essermi convertito alle vostre ragioni.

—Era una cortesia da parte vostra,—disse il priore, inchinandosi.—Ma restava sempre una opinione personale.

—A cui partecipavano tutti;—entrò a dire il padre Agapito.—Del resto,—soggiunse egli speditamente, per non lasciarsi sopraffare da nessuno,—e appunto perchè si era parlato di conversioni, avreste pure potuto aspettare un giorno e un'ora.

—Non bruciava mica il convento!—esclamò il padre Ilarione.

—Eccone un altro!—disse il priore, sforzandosi di ridere, ma assai più disposto a mandarli tutti al diavolo in un solo convoglio.

—E un altro ancora, e un altro, fino ad avere l'unanimità;—ribattè il padre Ilarione.—Scusate, priore, non c'eravate che voi, a vedere la necessità di mandar via i novizi: noi altri si era già tutti persuasi di tenerli.

—Ma per che farne, Dio buono?—gridò il priore, che già stava per mettere la pazienza da un lato.—Non voglio credere che vi passasse per la testa di farne due frati!

—E perchè no? Erano pure venuti per questo!

—Via, signori, parliamo sul serio, se si può. Ci eravamo prestati cortesemente ad un capriccetto di donna; ecco tutto. Non si fonda impunemente un ordine come il nostro, senza destare la curiosità della gente, senza far nascere le voglie più strane. Una ragazza molto gentile e molto romantica, s'è messa in capo di vedere il convento; ha trovato il modo di violare la consegna, o la clausura, se così mi è lecito dire. Non l'abbiamo riconosciuta subito; perciò ha potuto ella rimanere tra noi. Ma ditemi, o signori; poichè la cosa è stata scoperta, anzi, poichè c'è stata solennemente annunziata, era prudente da parte nostra, era savio, di dire a quella ragazza: restate? E in un convento d'uomini?

—Di cavalieri, lo avete detto voi;—osservò il padre Agapito.

—Sì, per non mandar via il padrino, fino a tanto non ci constava nulla di lui. Ma da ieri, o signori, avevamo una notizia ufficiale, e la confessione stessa del padrino Adelindo.

—Confessione ricevuta da voi!—ripetè ironicamente il padre Agapito.

Il priore era già per uscire dai gangheri.

—Di grazia, che cosa vorreste dire con ciò?

—Che era una confessione insufficiente, fatta a voi solo. Noi tutti, radunati in capitolo, avevamo il diritto di mandar via i novizi. E voi, facendo di vostro capo, lasciate sospettare….

—Signor Mario Novelli!—interruppe il priore.

—Lasciate sospettare,—proseguì stizzito il padre Agapito,—che vi piacesse poco, in così gelosa materia—(e calcò sull'epiteto)—aver consiglio da noi.

—Signor Mario Novelli!—ripetè il priore, alzando la voce d'un tono.

Ma l'altro aveva già perdute le staffe.

—Mario Novelli! Mario Novelli!—ripetè, alzando la voce a sua volta.—Che cosa è questa novità di chiamarmi oggi col mio nome di gentiluomo?

—Per richiamarvi appunto al vostro debito di gentiluomo;—replicò il padre Anacleto.—Mi avete detto villania, e ne chiamo a testimoni i vostri colleghi. Signor Mario Novelli,—proseguì con accento severo il priore,—appese alla parete della mia cella ci sono due lame di Toledo e due canne Lepage. E questo per farvi intendere che, se accetto le osservazioni di tutti, non ammetto le insinuazioni di nessuno.

—Poveri noi!—gridò il padre Marcellino, in mezzo al tumulto che le parole del priore avevano destato nella comunità.—Non ci mancava più altro.

—Conte Gualandi del Poggio,—rispondeva frattanto il padre Agapito, o se vi torna meglio, il signor Mario Novelli,—sono a vostra disposizione.

—Ma no, non è possibile!—gridarono parecchi, cercando d'intromettersi.—Un po' di calma, signori! Non facciamo uno scandalo.

—È necessario;—rispose il padre Restituto.—Il priore ha provocato.

—Che provocato!—ribattè il padre Anselmo.—Si è difeso contro un ingiurioso sospetto.—

La lite era per inasprirsi anche fra le seconde parti. Ma il priore la troncò subito con queste gravi parole:

—Signori, vi prego! Per qualche ora almeno, sono ancora il vostro superiore. Usatemi la cortesia di tenervi neutrali e lasciate a me la cura di sciogliere le questioni che mi risguardano. Signor Novelli,—proseguì, rivolgendosi al padre Agapito;—eccovi i miei padrini: il signor Giorgio Verna e il signor Nello Altoviti.—


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