CAPITOLO DECIMO.
Ottobre.
Sulla soglia dell'ottobre trovo un controllore colosso, che è uno dei più bei tipi ch'io abbia intoppati nell'annata. Tocca col capo il cielo del carrozzone, con le spalle chiude gli usci e ferisce in viso i passeggieri con le punte di due baffi enormi, che paiono due S da cartellone d'arena. Fu carabiniere, ed è ancora; non ha fatto che mutar divisa; presta il nuovo servizio con gli stessi modi e con lo stesso linguaggio che usava nell'antico. Ha un aspetto terribilmente severo. Quando si pianta in faccia a un passeggiere, par che lo voglia invitare adeclinar le generalità, ed esamina lo scontrino come un passaporto, e glie lo rende fissandolo in viso, come se dicesse fra sè: — Costui mi ha l'aria d'un pregiudicato. — Non attacca discorso, non sorride con nessuno. Non intesi ancora che due parole sue, e furono una frase carabinieresca: disse bruscamente a uno che stava rittosul predellino: —È difeso!— Ho un forte sospetto che porti in tasca un par di manette. Certo, tutte le sue idee sociali e politiche sono in armonia col suo essere visibile. E io penso, guardandolo, al grande numero di quegli altri cittadini che dalla forma della professione o mestiere o stato in cui furono chiusi per caso riescono modellati moralmente in quel dato modo come quei bimbi che si facevan crescere dentro vasi di varia foggia quando fioriva l'industria dei mostricciattoli e dei balocchi umani, e vedendo all'opera con la fantasia le fabbriche innumerevoli di spiriti conservatori che la società tiene in moto, dico che hanno da lavorar molto e bene le officine avverse per far concorrenza efficace a una produzione così vasta, forte di tanti privilegi e avviata così bene. Mi apparve per la prima volta questo controllore Golia sulla linea di Vanchiglia, dove, avendogli fatto aspettare un pezzo lo scontrino che non trovavo, me lo restituì, dopo un serio esame, dandomi uno sguardo profondo, che pareva dire: —Te tegnerò d'oeucc!— Mentre si voltava, gli vidi dietro un orecchio una cicatrice: forse d'una coltellata tiratagli da qualche arrestato ribelle. Quando discese, rimase ancora un momento duro come un pilastro in mezzo alla strada, a guardare con occhio sospettoso il tranvai che s'allontanava, come avrebbe guardato in altri tempi una carrozza cellulare non ben sicura....
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Dopo questo spauracchio per vari giorni non trovai che gente contenta. L'ottobre si presentava col sorriso in fronte. Il primo fu il mio buon Giors, sulla linea di Vinzaglio, allegro e fresco come la mattinata. Gli domandai subito della moglie. Guarita! Guarita da un pezzo, salda sui trampoli,arditacome una sposa, e sana anche la frittura, tre sacchetti senza fondo, una rovina quotidiana. E, sorridendo, soggiunse in un italiano suo proprio una frase proverbiale che gli avevo inteso dire altre volte: —Tuto va bene, trane la gran miseria; — e si provò a fischiare il motivo dellaCarmen, ma senza riuscirvi. Poi mi diede notizie dellaveja, e poichè non capivo a chi volesse alludere: — Non si ricorda? La vecchia di Pozzo di Strada, quella del soldato d'Africa, che si mise a piangere a veder la battaglia stampata? Matta dalla contentezza, la povera vecchia! — Era stata nel tranvai quella mattina: un'altra faccia; pareva risuscitata; il figliuolo era vivo; le avevan mandato dal Ministero degli “affari della guerra„ per via del Comando del distretto, un pezzetto di carta sporca con quattro parole del ragazzo prigioniero, un foglio arrivato di laggiù,da ca' del diau, in un gran pacco, con molte altre lettere, che aveva raccolte e spedite quel prete mandato dal Papa. Ma proprio fuor di sè, da parere che avesse alzato il gomito, felice daallargare il cuore a vederla, povera anima tribolata! Portava il foglietto in seno, in un portamonete di pelle di pecora, e l'aveva fatto vedere a lui, e lo faceva vedere a tutti. — È venuto il foglio, va bene; ma quando verrà il figliuolo? Chi lo sa? Quando faranno la pace? Ne sa qualche cosa lei? Io non leggo la gazzetta perchè mi fan male agli occhi le parole piccole.... — E diede in una risata. C'era sulla prima panca un ostricaro con la berretta rossa e col canestro sulle ginocchia. Egli prese a stuzzicar l'ostricaro. Roba per aguzzar l'appetito, non è vero? E non c'era già abbastanza appetito per il mondo da portare in giro delle diavolerie per aguzzarlo? Che gusto avevano quelle bestie senza testa? Egli non n'aveva mai assaggiato in vita sua, e sentiva quella mattina un maledetto prurito di farne la conoscenza. E dicendo questo, fra una scossa di redini e l'altra, si voltava a guardare il canestro con un'espressione così comica di curiosità e di diffidenza, che l'ostricaro, esilarato, prese un'ostrica, l'aperse e glie la porse. Giors la sorbì, e trattenendola in bocca come per meditarne il sapore, domandò quanto costasse. — Un soldo e mezzo — rispose l'altro. —Baloss d'un lader!— gridò lui, trangugiandola con una smorfia di spaventato —, e hai la faccia di far pagare quanto un pane una porcheria compagna? — Tutti i passeggieri risero, e quel riso lo eccitò. Eppure, sì, quell'acquolina “amaricante„ stuzzicava la fame, ed egli avrebbe dovuto tribolare il doppio quella mattina per arrivare all'oradella macinatura. Ma già era destino che glie ne capitasse una ogni giorno per scavargli lo stomaco. E raccontò quella del giorno avanti. Stava discorrendo con una guardia daziaria, alla barriera, quando, al momento di partire, era salita una bella contadinotta, un fior di ragazza, che n'aveva quanto tre balie, un vero capitale, una cosa, una cosa.... insomma, una cosa magnifica. E lui, così in celia, l'aveva presa a complimentare, maravigliandosi, però, di vederle fare il viso verde invece di rosso. A un tratto quella gli aveva detto nell'orecchio, presto e secco: —Ciuto, c'a son d'tomin!— (Zitto, che sono caciole). Erano caciole di Rivoli! E qui una gran risata. Naturalmente, egli era stato zitto, non l'aveva tradita. Ma il più bello era stato poi: che, partito il tranvai, pigliando sul serio una sua facezia sul diritto a un compenso che gli dava la connivenza nel frodo, la bella ragazza s'era cavato dal seno e gli aveva dato untomin, un po' ammaccato, ma fresco e di quei grassi, d'un odor squisito di panna, ch'egli aveva aggiunto, con gran piacere, alla sua colazione. Ah, che delizia ditomin!Mai da che era al mondo egli s'era messo nel laboratorio un boccone così saporito, gli era colato giù fino alle polpe, gli aveva fatto montare alla testa mille grilli. E seguitò un bel pezzo a scherzare così sui cento sapori di quel boccone, senza mai eccedere, con una discrezione quasi istintiva d'uomo sano di nervi e di spirito, rifuggente dalle sudicerie, spandendo intorno la schietta allegria del suo buon appetito e delsuo buon cuore e sorridendo coi denti bianchi all'aria viva d'ottobre, che accarezzava la sua bella faccia di galantuomo....
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Trovai un'altra anima contenta sulla linea di Vanchiglia. Bastò il suocereaa rivelarmi l'uomo mutato. Una vera trasfigurazione. Era il povero fattorino stato ferito da una bastonata e rimasto malato di terror cronico. Al primo vedere la sua nuova faccia pensai che fosse stato accomodato l'affare della querela, e glie ne domandai. Gli passò un'ombra sulla fronte. No, non ancora; la cagione della sua contentezza era un'altra, e, raccontandola, tornò a rischiararsi. Gli era caduta sul capo una di quelle carte da visita della fortuna, che fanno data nella vita dei poveri diavoli come le vittorie in quella dei generali. Tre giorni avanti, arrivando col carrozzone vuoto alla barriera di Casale, raccattò sotto una panca un portafogli di bulgaro rinvoltato in un pezzo di giornale, se lo ficcò in tasca senz'aprirlo e, secondo la regola, lo rimise nella corsa di ritorno al controllore, perchè lo portasse alla direzione. Rivenendo verso la barriera, arrivato in piazza Vittorio Emanuele, vede correre incontro al tranvai, col viso spaventato, un signore grasso; il quale salta sulla piattaforma e gli domanda con voce di moribondo: — Avete trovato...? — e al sentirsi rispondere: — Sì, è stato trovato.... — si lascia cascar di picchio sulla panca, conle braccia aperte e gli occhi in su, ansando come un mantice. Atto finale: comparsa del signore alla direzione, interrogatorio e riscontro, restituzione del portafogli, tanto per cento secondo l'uso: cento lire al fattorino. — Cento lire, m'intende; un biglietto rosso nuovo fiammante, coi due occhi di civetta, che pareva stampato il giorno prima! Ah, benedetto Iddio, son venute a tempo! — Dopo quella disgrazia che l'aveva tenuto tre mesi a mezza paga non gli era più riuscito di riassestarsi; la famiglia menava una vita d'angustie; si dovevan misurare il pane per pagare i debiti, e non vedevan la fine di quel purgatorio.... — Ed ecco tutt'a un tratto.... Ah, bisogna dire che c'è un Dio! — Splendeva una tal contentezza sul suo viso pallido, e abitualmente spaurito, che metteva pietà; metteva pietà il pensare che cento lire possano operare un tal rivolgimento nell'anima d'un uomo da guarirlo anche dal terrore abituale d'essere ammazzato. E ragionava sulla sua fortuna per gustarla meglio. Su tante linee, si sa, tutti i giorni si trova qualche cosa: fazzoletti, spille, chiavi, scatole di sigarette, perfin delle lettere amorose; ma dei portamonete con migliaia di lire, bazzica, è un caso raro. E proprio doveva toccare al figliuolo di sua madre! Si chiamavanascer fortunati. E mi descrisse la scena della sera, quando, rientrando in casa, aveva sventolato il biglietto, come una bandiera, sul viso di sua moglie e sulla testa dei bimbi addormentati: la povera donna s'era messa a piangere, i bimbi s'erano svegliati ebuttati giù dal letto, e poi tutti a ridere e a ballonzolare insieme da parer quattro villeggianti della Villa Cristina. — E che sarà allora — gli domandai — quando piglierete mille lire d'indennità a causa guadagnata? — A quella domauda si rioscurò, e parve ripreso dalla paura solita. — No —, rispose a voce bassa — quelle.... preferisco di non averle. — E rimase un po' pensieroso. — Ma! — esclamò poi rianimandosi. — Se non mi capitano altre disgrazie! — E soggiunse umilmente: — Io non faccio del male a nessuno, non voglio male a nessuno; nessuno dovrebbe volerne a me, non è vero? Perchè mi dovrebbero far del male? — Poi, dopo una pausa, guardandosi intorno, disse con un accento d'inquietudine, che mi fece pena: — Come si son già accorciate le giornate! — Non era ancora guarito, pover'uomo.
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Il terzo contento fu un personaggio nuovo, un vecchio pretino che vidi uscire dalla stazione di Porta Susa, con la valigia e l'ombrello, e salire sul tranvai chiuso della linea di Casale. Dal modo come girò lo sguardo per la piazza, soffermandosi, e come lesse l'insegna del carrozzone prima di salirvi, e come vi salì, osservando ogni cosa con un sorriso di curiosità e di maraviglia, argomentai che non avesse mai visto Torino o non ci fosse più stato dal tempo dei tempi. Aveva l'aria d'un prete di montagna, un viso roseo, gli occhi chiarissimi, un'espressioneingenua e buona, quasi infantile. Entrò come in una casa d'amici, sorridendo a tutti, in atto di ringraziare della buona accoglienza, e, appena seduto, mi domandò se il tranvai passava per la piazza Vittorio Emanuele. Il tono con cui gli risposi gli fece subito attaccar discorso familiarmente. Da trent'anni non era più stato a Torino, era quello il primo tranvai sul quale saliva. Aveva bene inteso parlar della cosa; ma dall'immaginare al vedere c'è un gran tratto. Si voltava a osservare il fattorino e il cocchiere, le panche, i vetri colorati, gli annunzi, gli altri tranvai che passavano, come un bambino. Mi ricordò un altro prete di montagna che, anni avanti, sul ponte di Po, m'aveva manifestato la stessa maraviglia per l'Angelo Brofferio, ch'era il primo battello a vapore ch'egli vedesse. — Ma guardiamo un po', ma guardiamo un po'.... E si fa fermare quando si vuole, non è vero? E ogni strada ha il suo?... E va così sulle rotaie, da per tutto, come sulla strada ferrata? — E quando il tranvai si mosse, diede segno di viva soddisfazione. — Ma è un bell'andare, proprio.... senza scosse.... e come si corre.... Una bella cosa, veramente, una bella cosa. E ora si farà andare con l'elettrico, dicono.... Sarà una maraviglia.... Ah, son cose che fa piacere di vederle! — E sorrideva intorno ai passeggieri, come a compagni d'un lungo viaggio, sconosciuti ancora, ma coi quali dovesse far poi conoscenza; ringraziò come d'un regalo il fattorino che gli porse il biglietto; stette un minuto in ammirazione del congegno del campanello,e quando m'alzai per discendere in piazza Solferino, s'alzò egli pure, e fattomi un cenno di riverenza col capo come a un conoscente, si rimise a sedere, visibilmente lieto di non avere ancor da discendere, di doversi trattenere ancora in quella “bella compagnia„ esilarata dal sorriso gentile con cui egli rispondeva al suo sorriso canzonatorio, credendolo un segno abituale della squisita cortesia cittadina....
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Ma anche la “bella compagnia„ in quei giorni dava ragion di ridere alle sue spalle. Trovo notato fra gli appunti: —Galileo Ferraris.— È il ricordo d'una corsa fatta con lui per un tratto del viale Margherita. I giornali avevano pubblicato in quel torno le proposte fatte dalla Società al Municipio per l'istituzione dei tranvai elettrici, e spesso, tra i passeggieri, s'udivano su quell'argomento delle uscite amenissime. Sarebbero forse state più guardinghe le due eleganti bottegaie o modiste o quidsimile, che ci divertirono per cinque minuti, se avessero saputo che quel bel signore bruno e pallido, dal sorriso dolcissimo e dagli occhi socchiusi, il quale stava leggermente chino per raccogliere, senza farsi scorgere, i loro discorsi, era un elettricista di fama mondiale. La più giovane, con un cappellino incoronato di magnolie, giurava che sui nuovi tranvai elettrici non avrebbe mai messo piede, e domandatadall'altra del perchè, rispondeva vivamente: — Ma come?E s'a se scianca 'l fil?(E se si strappa il filo?) Tutto va per aria! — Ma l'amica non si curava di quel rischio: aveva inteso dire che il maggior pericolo era un altro: se per inavvertenza, salendo o scendendo, si toccava la cassetta dov'era “il deposito delle scintille„ c'era da pigliare una scossa da cadere in terra stecchiti come per una nerbata sulla testa. Come se la godeva il buon Ferraris, lisciando la barba nera con la sua piccola mano femminea! Ma non era quella la più amena ch'egli avesse udita in quei giorni. La sera innanzi, sulla linea del Martinetto, aveva inteso un vecchietto ciaccolone fare i più neri pronostici su quei novi fili che stavano per aggiungersi ai troppi altri già distesi fra casa e casa; i quali, saturando l'aria di elettricità, erano cagione di tanti sconcerti nervosi, di tante malattie bisbetiche e stravaganze d'idee e audacie matte di partiti sovversivi, per cui il mondo andava diventando un inferno. Che strana cosa, non è vero? In una delle città più colte d'Italia, intorno alle maraviglie della scienza, forza e gloria d'una civiltà di cui insuperbiscono tutti, udire presso a poco gli stessi discorsi che s'udrebbero sulle rive del Victoria Nianza o in mezzo alle foreste del Gran Chaco! — Basta — concluse la modista giovane — non sanno proprio più che diavolerie inventare per accorciarci la vita. — Delizioso! — disse il Ferraris. Quella si voltò, e al vedere quel bel signore bruno che, pur avendo l'aria d'intendersenepiù di lei, pareva che consentisse nel suo giudizio, gli fece un sorrisetto di simpatia e di gratitudine.
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È di quei giorni una pagina sui “fenomeni d'elettricità erotica„ che posso trascrivere tal quale. “È l'avvicinarsi, che si sente nell'aria, della stagione sentimentale, è il pensiero che sia questo l'ultimo mese delle giardiniere, così propizie all'osservazione del bel sesso, e l'ultimo dei leggieri e scarsi vestiti estivi, ai quali succederanno tra poco gli alti colletti che fasciano i colli e gli ampi mantelli che nascondon le vite, son queste od altre le cagioni, per cui noto ora negli erotici un'intensità di sguardo, una fissità di contemplazione, un languore di voluttà più cascante che nei giorni dei grandi calori? Curiosissimo il tipo osservato stamani sulla linea di Madama Cristina: un signore vestito correttamente, con gli occhiali d'oro e una barba di sultano, d'una pallidezza e d'una serietà d'Amleto maturo; il quale, stando ritto in fondo alla giardiniera, con una spalla appoggiata alla colonnina, a ogni signora che salisse o scendesse da quella parte, sporgeva in fuori il busto e il capo per conoscere da quale calzoleria provenisse il suo stivaletto; ma con un piegamento guardingo, percettibile appena, della persona, che io gli vedevo preparare con un moto avanti del piede su cui doveva appoggiare, ogni volta che da quel lato della strada suonava unaltfemminile. Quell'atto ripetuto discolaresca curiosità sessuale, fanciullescamente dissimulata, faceva un contrasto altamente comico con la quasi tragica gravità del suo viso barbuto, e anche più comico all'immaginare i pensieri ch'egli doveva volgere in capo, ma di cui non un lampo appariva dietro agli occhiali d'oro, in quegli occhi sporgenti, grigi, muti come due palle di cristallo. Ah, se si potesse, in un solo tranvai, penetrar con la mente dietro al velo misterioso di tanti visi gravi, freddi, innocenti o indifferenti, che mostruoso guazzabuglio si scoprirebbe di pensieri e d'immaginazioni, di desideri e di propositi, infinitamente diversi da quelli che le maschere fanno supporre! Un viso eccettuato, peraltro: quello della “vergine morta„ che salì al crocicchio del corso Valentino, e per la quale gli occhiali d'oro si sporsero avanti come per l'altre; un viso così bianco, così puro, così virgineo da far giurare che non nascondesse mai neppur l'ombra d'un pensiero che la bocca non potesse esprimere, e che non sarebbe potuto arrossire nemmeno s'ella avesse saputo che lo sguardo di quegli occhiali vedeva a traverso ai panni la sua nudità. Come sempre, si voltarono tutti a guardarla; ma sul suo viso di marmo candido neanche questa volta non tremò un muscolo, non passò un lampo, non guizzò il barlume d'un sentimento di compiacenza. Soltanto, quando fu seduta, cosa insolita, girò il capo a destra e a sinistra, con un movimento vivace, come se cercasse per la via qualcheduno, da cui sospettasse d'esser cercata....„
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Feci riguardo agli erotici, i giorni appresso, quest'altra osservazione: che si possono ascrivere alla famiglia loro quasi tutti quei baldanzosi, i quali, nonostante il peso degli anni e della pancia, che li dovrebbe render prudenti, rischiano ogni momento d'andare a letto per quaranta giorni, saltando sul tranvai mentre corre. La più parte, in fatti, saltano per la donna. Hop! Hop! E là! Cinquant'anni e vedete che leggerezza! È divertente studiare i diversi campioni. Per parte d'alcuni, che la compiono con disinvoltura, la prodezza può far colpo; ma ad altri tolgono ogni virtù di seduzione lo sguardo ansioso che fissano sul punto di mira, gli atti scomposti della rincorsa, lo sgomento che mostrano in viso del pericolo corso, e la pena che durano, dopo seduti, a ricomporre la carcassa, soffiando come foche: quando pure non cascan sulla panca malamente, aggrappandosi alla colonnina come a una corda di salvamento, col cappello sbiecato e la parrucca andata di traverso. Ah, vecchi peccatori impenitenti e temerari! Ma se sul tranvai non c'è bel sesso, non c'è caso che si cimentino. E gareggiano nobilmente tra di loro, e sono gelosi del salto più snello e più aggraziato dei giovani. Ne fui testimonio la mattina sulla linea di via Cernaia. Uno di questi vecchi acrobati galanti, con tanto di panama e di sottoveste bianca, che pareva tinto col granatino, aveva fatto la sua prova in piazzaSan Martino. Poco dopo, mentre s'andava di tutta corsa, un giovanotto biondo e asciutto, vestito da damerino, saltò su egli pure, ma da tre passi distante, e senz'afferrarsi alla colonnina: un vero salto da maestro. Non era che il primo saggio. Passato il corso Siccardi, saltò giù, corse a un banco, prese un giornale, raggiunse di volo il tranvai, e vi saltò sopra come prima. Le signore si voltarono a guardarlo. All'imboccatura di via Santa Teresa, saltò giù un'altra volta, corse alla buca delle lettere, vi buttò dentro una cartolina, e poi da capo una corsa, e un salto, e ritto là sulla piattaforma. S'alzò un mormorio di stupore: non s'era mai vista una cosa simile: le signore n'erano ammirate; fu un vero trionfo. Ma l'uomo del panama, ingelosito, ruppe l'incanto. Si chinò un poco verso le signore dell'ultima panca e disse abbastanza forte: — È il Tony della compagnia equestre del Balbo, quello che salta otto cavalli. — Poi soggiunse, scrollando una spalla: — Sfido io; è la sua professione! — e detto questo, dopo aver dondolato un po' il piede fuori del montatoio, si lasciò andar giù sulla strada con mollezza elegante, — vendicato.
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Uno che non salta, per esempio, è il cavalier Bicchierino. Lo vidi salire il giorno dopo sulla giardiniera di via Garibaldi, mentre stavo sulla piattaforma in fondo con l'operaio lattoniere, vestito dei suoi panni da lavoro, con un tuboda gas acciambellato sotto il braccio. Posato e preciso in ogni cosa, egli fece fermare alzando e abbassando tre volte la canna come un antico capo tamburo, non salì che dopo aver guardato se i cavalli eran ben fermi, e non sedette sull'ultima panca che dopo averla spolverata accuratamente col fazzoletto. Poi, per riassestarsi addosso i panni scomposti nella salita, scrollò un po' il capo e le spalle, come fa la gallina per scoter le penne, e, compiuta quell'operazione, non si mosse più. Era proprio un destino ch'io non potessi mai conquistare durevolmente l'animo suo. Il lattoniere, con la sua serietà e lentezza solita di pensatore, aveva avviato un discorso sulle nuove funzioni dei municipi in Inghilterra, delle quali s'occupava da qualche tempo, nelle ore rubate al sonno, con la diligenza che gli era propria, ritagliando notizie da giornali e trascrivendo periodi da riviste nel suo grosso vademecum di conferenziere. Interrottosi un istante per osservare l'operazione d'insediamento del signore sconosciuto, ripigliò: — Quando lo diciamo noi, pare che sian cose dell'altro mondo. Ma il municipio di Birmingham, per esempio, quando saranno passati i settantacinque anni per cui diede in enfiteusi agli impresari il terreno per lo sventramento, resterà ben padrone di tutte le case costrutte, con un reddito annuale di cento mila sterline. E questo è bene un passo sulla strada che condurrà il municipio ad essere come il direttore d'una grande impresa cooperativa di cui ogni cittadino sarà azionista.... —
Un movimento leggerissimo delle spalle del cavaliere m'avvertì ch'egli aveva inteso le ultime parole e un'inclinazione appena visibile del suo capo m'avvertì che stava in ascolto.
Il lattoniere, accarezzandosi il mento con la mano nera di piombo, continuò a citare, pacatamente, col tono d'uno che dettasse. — Un gran numero di città inglesi avevano convertito in servizi municipali, con piena soddisfazione del pubblico, i servizi dell'acqua potabile, del gas, della luce elettrica, ricavandone benefizi enormi e ribassando i prezzi. Il municipio di Glascow s'era assunto anche l'esercizio dei tranvai, riducendo l'orario degl'impiegati, aumentando i salari e istituendo le corse di cinque centesimi per mezzo miglio, con un profitto molto superiore al canone che gli pagavan prima le Società private.... —
Tutta la disapprovazione che possono esprimere la nuca e la schiena d'un cittadino io la vidi espressa a quelle parole dall'aspetto posteriore del cavalier Bicchierino; il quale doveva credere esagerati iperbolicamente i dati di fatto, se pur non credeva tutte una fantasia quelle citazioni.
Il lattoniere continuò, insistendo sull'esempio del municipio di Glascow, che da qualche anno esercita con vantaggio proprio e del pubblico anche altre funzioni di indole più privata. — Giusto, perchè il municipio non potrebbe anche incaricarsi di far lavare la biancheria?
A quest'ultimo colpo, il buon cavalier Bicchierino non si potè più contenere e si voltò aguardarci mostrandoci negli occhi arrotondati e nella bocca aperta tutta la stupefazione che può contenere un'anima umana. Diede uno sguardo all'oratore e un altro a me, che avevo l'aria d'approvare, e in quello sguardo lessi la mia sentenza. Un uomo che stava a sentire, acconsentendo, delle stravaganze così spropositate, delle assurdità così mattamente ridicole, non poteva essere che un insensato, meritevole della più profonda commiserazione; un uomo da perdonargli che gli paresse stretta via Garibaldi e che tagliasse ilPopolocon le dita. E dal modo come voltò le spalle e riprese il suo atteggiamento capii che non mi restava più nessuna, nessuna speranza di risollevarmi nella sua stima.
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Feci un'altra corsa disgraziata pochi giorni appresso: il ventidue, memorando. Era incominciata bene, peraltro. Ero occupato da qualche tempo a far raccolta fra i passeggieri di tutte quelle espressioni: — Io dico la verità.... diciamo la verità.... per dir la verità.... siamo sinceri.... francamente parlando.... parliamoci schietto, ecc., che, appunto perchè occorrono così maravigliosamente fitte sulla bocca di tutti, sono una prova patente della quasi universale bugiarderia degli uomini, nei quali deriva dalla coscienza di mentir quasi sempre il sospetto di non esser creduti mai. Infervorato in questo lavoro, ero molto contento quella sera d'avere fatto una buona collezione in dieci minutisulla giardiniera delForo Boario, e stavo osservando con piacere, nella conversazione di due signori, che c'è anche un modo cortese e usatissimo di darsi a vicenda del bugiardo con le formole: — Dice la verità?... Ma è vero proprio?... Mi dà la sua parola?... — quando quel senso misterioso che ci annunzia la presenza d'un nemico alle spalle mi fece voltare il viso indietro.... e riconobbi gli occhi malevoli e il pizzo ostile di Guyot; il quale discorreva piano con un grosso signore sonnecchiante, seduto alla sua destra. Ero ben certo che mi avrebbe sempre odiato; ma il suo sguardo mi fece capire in quel punto che la scena delGridoe dellaLottaaveva invelenito terribilmente il suo odio, e che egli covava in petto il proposito d'una vendetta. — È la sua volta — pensai — non c'è che rassegnarsi. E stetti aspettando, con l'orecchio all'erta.
Il cuore non m'aveva ingannato. Non passò un minuto che l'udii parlare con quella particolare sillabazione di chi vuol farsi sentire da qualcuno, che non è la persona a cui parla. Aveva una curiosa voce, che pareva uscirgli dalle narici, con un soffio di siringa vuota. Galeotto della vendetta fu il giornale che teneva fra le mani.
— Ha visto? — domandò al suo vicino. — Hanno sciolto la Camera di lavoro di Livorno.
E dopo una pausa: — Pare anche che il Codronchi, in Sicilia, si decida a procedere con energia. Ha sciolto la federazione socialista di Corleone.
Il signore insonnito rispondeva con monosillabi d'approvazione.
— Ah, quello rimetterà presto le cose al posto. Ha anche fatto sequestrare il libro di quel Giuffrida....
— Scritto in prigione.
— Scarabocchiato in prigione.
Credevo che fosse finita. Ma l'uomo era ben provvisto di materiali da guerra. Accennò ancora (e sentii fremere di gioia la sua voce) alla “bella accoglienza„ fatta ai deputati socialisti francesi e agli altri fondatori della vetreria d'Alby dagli operai di Carmaux — a fischiate. — Ora sarò libero, — pensai. No, fu spietato. Biasimò ancora l'amnistia per i condannati politici, che s'annunciava in quei giorni. — Sa che comprende anche i facinorosi che son dentro per i fatti di Sicilia e della Lunigiana.... E ci fanno un bel regalo!
Mi prese una tentazione, e fu un punto che non vi cedessi. Volevo voltarmi a domandargli perchè non annunciava pure, per amareggiarmi l'anima, ch'era stato ammazzato il brigante Tiburzi nelle macchie d'Orbetello. Ma non volli turbare la sua gioia. Ah, la sentivo! Egli doveva sorridere infernalmente come Giacinta Pezzana nellaMaria Stuardaquando grida:
Ella si parteCol pugnale nel cuore. Oh vendicataIo son! Divina gioia!
Ella si parteCol pugnale nel cuore. Oh vendicataIo son! Divina gioia!
Ella si parte
Col pugnale nel cuore. Oh vendicata
Io son! Divina gioia!
Eppure, io non avevo in cuore che un sentimento di stupore: che due uomini, viventi nellostesso tempo e appartenenti alla stessa classe, potessero pensare e sentire così oppostamente intorno alla più alta delle quistioni del tempo loro, ed esser così certi tutti e due di esser nel vero, da provar odio e pietà l'uno per l'altro, come due creature diverse e nemiche di civiltà, di religione e di razza. Guyot non parlò più; pensava certamente ch'io non avessi più fiato nel corpo. Io feci il morto, per mantenerlo nell'illusione. Ma la parolafacinorosi, detta da lui, mi ridestò un sospetto: quella parola, me ne ricordavo bene, ricorreva due volte in quella certa lettera anonima che avevo ricevuto dopo l'assassinio del presidente Carnot. Che la lettera fosse proprio sua? Mentre ventilavo quest'idea, egli discese all'imboccatura di via dell'Arcivescovado, e s'allontanò con passo di trionfatore, senza degnare d'un ultimo sguardo quello che restava di me sul tranvai. Da tutta la sua persona traspariva la superba certezza d'avermi finito.
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Sulla stessa linea, partendo dalla barriera del Foro boario, all'ora dell'uscita libera dei soldati, vidi la sera seguente un quadretto nuovo e bellissimo: una carrozzata d'artiglieri, con una monaca nel mezzo, di quelle addette alle prigioniere delle vicine carceri; la quale dava l'immagine di Santa Barbara, protettrice dell'arma, scortata da un drappello dei suoi guerrieri, che la conducessero in trionfo a Torino.C'era al freno il protetto di donna Chisciotta. Appena lo riconobbi, m'andai a sedere accanto a lui, per vedere se era in bernecche. Non era, o non pareva; aveva la faccia rossa, peraltro, e rannuvolata, come sempre. Mi diede un'occhiata, come a un viso noto di frequentatore di tranvai, e partì. Subito dopo attaccò un moccolo solenne. Erano state tese le catene a traverso il viale, dovendo passare il treno di Milano: c'era qualche minuto da aspettare. Ahimè! L'uomo non perdeva che il pelo: appena fermato il tranvai, saltò giù e corse verso un bancuccio vicino, dove si dava il bicchierino di “rabbiosa„.
Il fattorino gli gridò dietro: — Guardati che c'è madama!
A quel grido egli si fermò e girò intorno uno sguardo sospettoso. L'altro diede una risata, e allora egli scrollò le spalle e andò a bere. Quellamadamanon poteva essere che donna Chisciotta, nota ai colleghi di lui come sua protettrice, e precettrice severa e vigilante di temperanza. Ebbene, se quelguardatiaveva avuto forza d'intimidirlo, voleva dir che l'uomo non era ancora perduto affatto sulla via della combustione spontanea. Risalì sul tranvai forbendosi la bocca col dorso della mano, e sferzati i cavalli appena il passaggio fu libero, principiò a dar fuori quel tanto di filosofia che s'era messa in corpo per cinque centesimi. Cadevano le foglie secche dagli alberi di Corso Oporto: egli si mise a dissertare sulle foglie, come parlando ai cavalli. E una, e due, e tre, e via senzafine: erano le annunziatrici dell'inverno. Ah, quante cose gli annunciavano: le lunghe eterne giornate con la pioggia e col vento in faccia, le nebbie fitte e gelate, la notte alle cinque pomeridiane, le corse interminabili nella neve, interrotte da lunghe fermate, da cadute di cavalli, da sviamenti, da fatiche di negri. A un tratto si rivolse a me, come a un conoscente. E quellapovra fiacome avrebbe passato l'inverno con quella scellerata tosse che le schiantava l'anima? Gli dicevano che le avrebbe giovato l'aria della riviera. Eh si! Ma l'insegna dell'albergo dove l'avrebbero tenuta gratis, quella non glie la dicevano. Con chi non hadi questila morte non fa cerimonie. Sono soltanto i signori che possono pregarla d'aspettare. — E soltanto dopo questo sfogo, mi diede la notizia che aveva una figliuola unica, la quale s'era ammalata e non più rimessa dopo una certa disgrazia. Ma non disse che disgrazia fosse.
Quando il tranvai fu per attraversare il Corso Umberto, il suo sguardo si fece fisso e il suo viso s'incupì anche di più, senza ch'io ne capissi subito la cagione. Non la capii che quando vidi il Corso Oporto ingombro di sciami di ragazzi che uscivano dalla Scuola municipale di Monviso. Allora principiò per il pover'uomo una vera tortura. I ragazzi, inseguendosi in giro e strillando, passavano e ripassavano a traverso le rotaie, a pochi passi dai cavalli, come per giocare col pericolo, e il disgraziato cocchiere, mutato in viso, pregava, minacciava, sagrava invano, stringendo le briglie con lemani tremanti e volgendo intorno gli occhi dilatati e spauriti, a cui s'alzava davanti la visione del bambino travolto ed ucciso; e nel viso e in tutti i movimenti della persona mostrava un contrasto violento e doloroso tra la furia di uscir di quel passo e la ripugnanza, quasi lo sgomento di procedere, come se oltre ai ragazzi scorrazzanti qualche altro impedimento terribile, veduto da lui solo, gli sbarrasse la strada. Quando finalmente si svoltò in via Venti Settembre, tirò un lungo respiro e si asciugò il sudore della fronte.
E per tutta la via Venti Settembre non parlò più. Stetti attento quando si passò nel punto dov'era seguita la disgrazia; ma egli non voltò il capo: tenne lo sguardo diritto davanti a sè, in fondo alla strada; con la fronte così alta, però, e con un'attenzione così fissa, da non lasciar dubbio che fosse forzata. Solo quando si sboccò sul viale Margherita, tornò a guardare le foglie che cadevano e riprese le sue considerazioni sull'inverno. — E una, e due, e via, a poco a poco, l'una dopo l'altra, vengon giù tutte; gli alberi perdono i capelli. Si sente già l'odore del giorno dei morti. Quest'inverno vuol essere anche più tristo dell'estate. Cosa ne dice? C'è mai stata un'annatapì malheureusa? Avremo una gran mortalità, certamente. Oh, per quel che è di me!... Andarsene, è tanto di guadagnato. Ma è veder andar gli altri.... Oh che brutto mondo!
Ma qui, curvandosi e cacciandosi avanti tutt'a un tratto come per gettarsi fuori del parapetto,urlò un: — Via! — sgangherato, che mi diede un rimescolo. Un ragazzo scalzo aveva attraversato le rotaie sfiorando il muso ai cavalli col capo.
— Ah! questi ragazzi! — esclamò poi con voce quasi di pianto. — Questi ragazzi mi faranno morir disperato! — e fermato il tranvai vicino al casotto di piazza Emanuele Filiberto, sbattè le redini sul parapetto con un atto di desolazione....
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Quelle ultime giornate del mese furono per le mie escursioni le più piacevoli dell'annata. Era il mio punto di partenza Porta Palazzo, donde passano o si diramano otto linee dirette ai sobborghi più lontani, e la mia linea preferita quella del Ponte Isabella; la quale percorsi l'ultima volta in una di quelle mattinate dolci e chiare di fin d'ottobre, in cui si confonde col sorriso della stagione che se ne va la malinconia di quella che viene, e si sente nell'aria come la mestizia d'un addio. Attraversato il centro della città, e percorso un gran tratto di quella interminabile via Cristina di cui sfugge il fondo allo sguardo, si svolta nel viale ridente di Raffaello, e di là si esce all'aperto, fra la fuga dei nuovi edifici universitari, ai quali i camini altissimi dalla forma di minareti danno l'aspetto d'un enorme falanstero orientale, e l'ultimo lembo del grande parco del Valentino, che si ristringe lungo la riva e va a finire con un bacio nelfiume. Qui nulla parla del passato, tutto è giovinezza e speranza, e par che non ci giunga il rumore e il fumo della battaglia della vita. Si attraversa una piccola città adolescente, tutta nomi di poeti e d'artisti, dove poche case rustiche resistono ancora all'assalto dei villini e dei palazzi, brillanti avanguardie cittadine, che da ogni parte le incalzano e le avvolgono; si arriva allo sbocco del corso Dante, di là dal quale sorge ancora un altro sobborgo bambino, che va fino al corso Galileo, ultima onda di Torino, a morire fra i campi; e si giunge sulla strada di Moncalieri, alle falde dei colli, dove il tranvai si ferma, in mezzo alla solitudine e al silenzio. E là discesi, ad aspettare che si ripartisse, ammirando il paesaggio vasto e sereno. Di qua le rive serpeggianti e solitarie del Po, ristretto e imbrunito dalle ombre dei boschetti, e la piramide del Monviso all'orizzonte, già tutta bianca; di là le acque larghe e lucide, rispecchianti il villaggio medioevale; più oltre, il castello rosso del Valentino; la mole Antonelliana nel cielo; e dietro di me la collina che cominciava a ingiallire, macchiata da un folto di pini, come una testa grigia da una ciocca nera. Tutto era terso e fresco, e l'aria odorava di vegetazione autunnale; ma pareva che vi corresse ancora un fremito della primavera e vi passasse già un brivido dell'inverno. Salì sul tranvai una coppia d'innamorati, che si tenevan per mano; di ritorno da una passeggiata romantica, forse: rosati in viso, eccitati dalla frescura e dal moto, luminosi d'amore. Il cocchieresolfeggiava un'arietta guardando le Alpi. Il grande silenzio non era rotto che dal filo di quella voce e dai picchi sonori delle lavandaie del fiume, che non si vedevano. Era uno di quei momenti in cui ci coglie come a tradimento il pensiero della vecchiezza, e ci rattrista. Guardavo i due amanti, e pensavo: — Essi sono l'Aprile, ed io.... il mese corrente. — Vedevo di là dal ponte la trattoria dell'Olimpo, appartata e chiusa, che mi ricordava dei festosi banchetti giovanili, dei cari amici, delle ardenti discussioni letterarie. Come mi pareva tutto lontano, e la casa, e gli amici, e le idee discusse! Eppure provavo un conforto vago in quella pace, come il sentimento d'una dolce rassegnazione, e il principio d'un riposo infinito. E udii con rammarico il grido brusco del fattorino: — Via! — come se mi dicesse: — Andiamo! Torniamo allo strepito della città e alle cure della vita; torniamo a lavorare.... e a invecchiare.
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Ebbi un altro momento, di quelli che non si scordano, sulla linea della Crocetta, uno di quegli incontri inaspettati che ci lasciano stupefatti e pensierosi come se avessero il significato recondito d'un avvertimento del destino. Allo svolto da Piazza Carlo Felice in via Sacchi salì sul tranvai un controllore sui cinquant'anni, piccolo e pingue, con due enormi baffi rossicci brizzolati, che gli mascheravano mezzo il viso;e incominciò il suo giro sulle pedane per chiedere i biglietti. Dalla cautela con cui s'aggrappava alle colonnine e posava i piedi per non cascare, argomentai che fosse nuovo al proprio ufficio, al quale anche si prestava male la sua corpulenza. Quando mi fu vicino sulla piattaforma, ancora parato ai miei occhi da due persone interposte, gl'intesi dir forte al fattorino: — È al numero 136; — e quella voce risvegliò qualche cosa nella mia memoria, ma così lontano e confuso, che subito disparve, come l'ombra d'un uccello che passi. Essendo vuota l'ultima panca, il controllore s'infilò tra questa e quella accanto, per prendere i biglietti dei passeggieri ch'erano in piedi. Quando fu davanti a me, mi disse, toccandosi il berretto con una mano: — Il biglietto, signore.... — e restò con la bocca aperta e la mano per aria, fissandomi in viso. Ci fissammo così a vicenda, per qualche secondo, in atto interrogativo, e poi, nello stesso punto, uscì dalla sua bocca il mio nome e il suo dalla mia. Un intimo impulso gli fece sporgere il viso, ma si tirò indietro; io mi spinsi innanzi e gli baciai la guancia; egli mi rese il bacio, e volle dir qualcosa; ma non potè. Sorridemmo tutti e due, col respiro un po' oppresso. E un'onda di memorie attraversò la mia mente in un lampo: la Scuola di Modena, il suo lettuccio di ferro in un angolo del camerone della quarta squadra, una discussione sull'utilità dell'“ordine sparso„ sotto un albero del giardino ducale, il cappotto bigio chiaro ch'egli aveva portato dal Collegio militare d'Asti, e un nostro breve incontro perle vie di Piadena durante la guerra del 66. Da trent'anni non c'eravamo più visti, e non avevo più avuto notizie di lui. — Ebbene?... — Ebbene?... — Ma la conversazione s'arrestò lì; c'era gente intorno; vidi che gli tremavan le labbra; non si poteva proseguire. Fece un cenno con la mano, come per dirmi: — A più tardi, — e riprese il suo giro. Controllore! Dopo trent'anni! Lui! Per che vicende era passato? E ricordai i suoi bei disegni topografici con un tratteggio di montagna che gl'invidiavo, il suo costante buon umore, la rassegnazione di buon figliuolo con cui una volta era andato alla cella di rigore, estratto a sorte per un tumulto della compagnia, al quale non aveva preso parte. Poi, rifrugando nella mia memoria, mi parve di ricordarmi d'aver inteso dire molti anni innanzi ch'era andato in America, dove faceva il maestro elementare. E aspettai con impazienza che i vicini scendessero per interrogarlo e per dirgli la buona memoria che avevo sempre serbata di lui. Ma, tutt'a un tratto, egli discese. Dalla strada mi fece ancora un saluto con la mano, sorridendo, ma con una leggiera espressione di tristezza; poi voltò le spalle e s'avviò verso il Corso. Aveva ancora quell'andatura, tal quale, con quell'atteggiamento del capo, con quelle spalle curve, da cui scappavano le cinghie dello zaino. E lo seguitai con gli occhi fin che potei, con un senso di stupore misto di sgomento, pensando che un giorno solo, un caso, un punto della mia vita avrebbe potuto far sì che un altro mio amico, in quello stesso giorno, ritrovasseme su quel tranvai, con quel berretto gallonato sul capo, in atto di dire a lui: — Signore, il biglietto.... — Dopo quel giorno non lo vidi più.
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A questa avventura di romanzo succedette una scena di farsaccia, che vorrei non aver veduta, e che racconto soltanto per non lasciar nulla da parte di quanto può accadere sulla carrozza di tutti. Ma chi avrebbe potuto prevedere una scenata simile osservando quella giardiniera pochi minuti avanti, quando la raggiunsi in piazza dello Statuto? Era proprio una carrozzata di gente per bene, alla quale disdiceva intollerabilmente un cartello sospeso al di sopra della panca di mezzo, con su scritto in grossi caratteri: —Letame di cavallo. Trovasi in vendita a pressi convenientissimi presso la Società Belga.— Vedo ancora sulla panca in fondo un consigliere comunale e un medico militare in divisa; più in qua un generale di brigata pensionato, con laGazzetta di Torinofra le mani; due maestre della Scuola Sclopis; signore, signorine, faccie rispettabili di grossi contribuenti e d'impiegati da tremila in su. Regnavano tra quella eletta di passeggieri la pace e il Galateo; il mormorio discreto delle conversazioni era coperto dallo scalpitìo dei cavalli lanciati al galoppo; nulla dava indizio dello scoppio che doveva avvenire. All'improvviso, dando le spalle alla compagnia, sentii il suono d'una ceffata edue grida furenti: —Baloss!— e: —Canaia!, e voltandomi, vidi alle prese nel mezzo due signori senza cappello, che con una mano si tenevano afferrati a vicenda per la cravatta e con l'altra si barattavano delle mazzate sul capo; una signora che gridava, altre che si preparavano a svenire, uomini saliti sulle panche per separare i lottatori, e poi un gruppo stretto intorno a questi, di cui non m'apparivano più che le due teste scarmigliate e i due bastoni branditi. La lotta cessò subito; ma i due nemici non s'allentarono, e rimasero in quell'atto di rappresentanti della “situazione europea„ ciascuno tenendo l'altro per la gola, come per dire: — Se non mi picchi, non picchio; se ti muovi, t'accoppo. — E quella coppia così atteggiata, su quella carrozza che correva, faceva uno strano effetto, come d'un quadro plastico, concorrente al premio, portato in giro sopra un carro di carnevale. Il cocchiere aveva appena fermato, che i due campioni si allentarono e si rimisero a sedere, improvvisamente racquetati dal pensiero del cappello volato via; e allora la corsa ripigliò. Ma non mi riuscì neanche allora di vederli in viso perchè restavano in piedi i loro vicini, intesi a sedare la contesa verbale che ricominciava; nè potei capire che cosa dicessero, perchè il cicalìo dei commentatori soverchiava la loro voce. Le notizie che arrivarono fino a me eran contradditorie. Chi diceva che fosse nata la lite dal fumo che l'uno dei due mandava in viso alla moglie dell'altro; chi diceva invece d'un piede dato nelle reni alla signoraper sbadataggine; chi asseriva che non si trattasse d'un piede sbadato, ma d'una mano investigatrice. Quello in cui tutti concordavano era che alla ceffata maritale aveva dato la mossa decisiva unboricnudo e crudo opposto dall'altro ad un'osservazione vivace. Finalmente, quando i pacieri sedettero, riconobbi la triade alle facce pallide e convulse e ai due cappelli magagnati: una bella donnina col nasino all'in su, un marito col viso bitorzoluto, e un biondo secco coi baffi sovversivi, all'ultima moda. E fu il cocchiere, una faccia di ex carrettiere burlone, che, rivoltando in bocca una cicca, dedusse la morale dell'avvenimento. — S'ha un bel dire —, disse, fra due sputate nere —, bene educati, male educati.... signori e povera gente, quando c'è di mezzola fumela, se le ammollano tutti ad un modo....
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Con quest'avventura volgare dovrei chiuder l'ottobre, se proprio la penultima sera del mese, per andare allo Sferisterio, non avessi avuto la buona ispirazione di salire sulla giardiniera della linea dei Viali, nel punto dove il Corso Oddone sbocca sul Corso Margherita. Salendo, vidi alzarsi un cappello a cencio da una testa che a tutta prima mi riuscì nuova; ma nell'atto di sedere sulla panca davanti riconobbi un muratore venuto tre anni addietro a casa mia per darmi dei ragguagli intorno al lavoro dei garzoni, quando pensavo di scrivere sulle faticheprecoci dei ragazzi; e nell'atto stesso vidi accanto a lui l'operaio della caramella, sua moglie e il piccino, seduti anch'essi sulla stessa panca. Vidi passar nell'occhio del marito, nel momento che si fissò nel mio, il ricordo di quella scena: non altro che un'ombra sfuggevole, ma che era ancora di rancor voluto, più che di rammarico, e al tempo stesso una mal celata espressione di stupore ch'io fossi conosciuto e salutato quasi amichevolmente dal suo compagno. Sedetti, voltando le spalle a lui e agli altri tre, e stetti in una vaga aspettazione, non so ben di che, inquieta, e pure piacevole, pensando che la curiosità gli avrebbe fatto domandare all'amico chi fosse lo sconosciuto ch'egli aveva offeso, e che una parola di quello sarebbe bastata a mutargli in tutt'altro senso quell'antipatia cieca, ch'era nata, come tante nascono, non dal risentimento d'un torto patito, ma dalla coscienza amara e dispettosa d'un torto fatto.
Appena seduto, in fatti, udii delle voci sommesse, da cui compresi che le teste si erano avvicinate; ma durarono pochi secondi, e la brevità del colloquio, appunto, m'accertò di quanto già l'altra volta m'aveva fatto supporre il giornale che gli avevo visto leggere: che, soltanto il mio viso essendogli sconosciuto, non gli sarebbe occorsa alcun'altra notizia o spiegazione quando avesse inteso il mio nome. Seguì un silenzio lungo, durante il quale mi parve di sentirmi entrar per la nuca e scendermi dal cervello nel cuore i suoi pensieri. L'ascoltavo, udivo le sue parole come se veramente le pronunciasse.E gli rispondevo dentro di me: — Vedi che ti sei ingannato. Ah certo, fu una trafittura al cuore che tu m'hai dato. Ma non credere, non t'ho serbato rancore. Io ho capito. Eri senza lavoro, abbandonato, infelice; eri sdegnato contro la società, e ti è parso uno scherno ch'essa porgesse un dolce al tuo bambino mentre negava il pane a te, a lui e a sua madre. Pensa se non t'ho capito e scusato! — E pensavo pure ch'egli avrebbe voluto fare un atto, dirmi una parola che m'esprimesse il suo sentimento; ma non immaginavo in qual modo si sarebbe potuto esprimere senza fare al proprio orgoglio una violenza che sapevo difficile, io che in tanti altri casi simili non ero riuscito a farla al mio. — Non farà e non dirà nulla — pensavo — mi saluterà al momento dì scendere, e sarà tutto. Ma basterà questo. Purchè io sia certo che ha mutato sentimento; che importa che me lo dichiari a parole?
Ebbene, m'ingannavo. Nel punto che si svoltava sul corso San Maurizio, udii di nuovo un rapido bisbiglio dietro di me, poi un breve silenzio, poi qualche cosa come un peso mutato di posto, e mentre mi domandavo che cosa potesse essere quell'armeggio, mi sentii prima un alito nell'orecchio, poi una piccola mano sopra la spalla, poi una bocca infantile che strisciò la mia guancia. Ah, caro bambino! Me lo porgevano. Era lui il messaggiero muto, il pegno palpitante della riconciliazione. Potete immaginare come me lo presi....