CAPITOLO UNDECIMO.

CAPITOLO UNDECIMO.

Novembre.

Quanto più s'avvicinava la fine dell'anno, tanto più sovente pensavo al giorno in cui avrei abbandonato la “carrozza di tutti„ che era da molto tempo il mio pensiero assiduo; e presentivo che sarebbe stato triste per me, come per il romanziere il separarsi dal mondo del suo romanzo; con questa differenza, ch'io non mi separavo da fantasmi, ma da gente viva. Avrei continuato a correre sui tranvai, certamente, e a vedere i miei personaggi e scene e casi curiosi; ma con la mente occupata da altri pensieri, non osservando più che per caso, non facendo più gite con quel proposito, non più tendendo l'orecchio, nè cercando o interrogando; e i miei personaggi familiari si sarebbero sbiaditi a poco a poco ai miei occhi, per rientrare poi e finir con perdersi nella folla. Sì, col novantasei si sarebbe chiuso un anno veramente singolare della mia vita, e benchè ne desiderassila fine per riacquistare la mia libertà di spirito, pure avrei voluto insieme che si allontanasse; e per questo moltiplicai le corse, in quell'ultimo periodo, e cercai e osservai con più viva alacrità avvenimenti e persone, come per vivere più intensamente e prolungare nel mio pensiero il breve tratto di tempo che mi rimaneva. Intanto, qualche cosa essendo trapelato del mio disegno, io cominciavo a vedermi guardato da cocchieri e da fattorini con un'espressione insolita di curiosità, assai diversa negli uni e negli altri secondo il concetto che s'erano formati di quello ch'io intendessi di fare, e dello scopo del mio lavoro. Alcuni, quando li interrogavo, mi guardavano con un'aria di stupore comico, come una bestia rara, un bel capo matto, che stillasse sul loro conto qualche stramberia misteriosa, inaccessibile affatto a qualsiasi sforzo della loro immaginazione. Altri pensavano ch'io volessi dare una gran battaglia con lapiumain loro favore, e, comunque esordissi con le mie domande, tiravano subito il discorso sul servizio duro e sulla paga scarsa e su torti fatti a loro o ad altri, suggerendomi proposte dì riformeab imise argomenti di tirate tribunizie. Ma ne trovai anche parecchi, che, sospettando in me un ferro di polizia dellaBelgao dellaTorinese, un furbo mariuolo che, col pretesto di fabbricare un romanzo, tirasse a far cantare gl'impiegati per regola e norma delle Amministrazioni, stavano in guardia, e ad ogni mia più innocente domanda, anche lontanissima dall'argomento sospetto, s'affrettavano a rispondere: — Ah,io non potrei dir nulla; non ho da lagnarmi; faccio il mio dovere, son trattato bene.... cosicchè.... —; e il cosicchè voleva dire: — Non mordo all'amo; ne peschi un altro. — Quello che diede più vicino al segno fu Carlin; il quale, la prima sera di novembre, sul tranvai dei Viali, mi si piantò in faccia sorridendo, e con l'aria di chi ha scoperto in un amico l'intenzione di fargli un tiro burlesco: — Ah, dunque, — mi disse, — leici vuol metter tutti in poesia?

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È quella una corsa che deve fare, il giorno dei Santi, chi cerca lo spettacolo, non frequente a Torino, d'una grande moltitudine. Per il corso Margherita, per tutte le strade che vanno dal centro alla riva della Dora, sui ponti, sui viali del Regio Parco e per i sentieri a traverso i prati, s'allungavano cento processioni umane dirette al cimitero, cento torrenti e rigagnoli neri, che travolgevano nelle loro onde lente una profusione mirabile di fiori, come se avessero spogliato nel loro corso tutti i giardini della campagna di Torino. Il tranvai spezzava in due, a ogni tratto, delle grandi frotte di gente, così fitte e restìe a separarsi da parere stuoli enormi tutti di parenti e d'amici; famiglie numerose come tribù, dal nonno curvo ai nipotini condotti per mano, precedute dall'uomo più robusto, portante una grande corona; file di uomini e di donne, con corone piccole fra le mani, che facevano ala per un momento al nostro passaggio,mostrando una varietà infinita di visi pensierosi, spensierati, tristi, sereni, alcuni improntati d'un dolore recente, i più di indifferenza o di noia; e in quella grande moltitudine un grande silenzio, come in un esercito disarmato e prigioniero. Sulla giardiniera c'era un carico di corone e di ghirlande, adagiate o tenute ritte sulle ginocchia da signore e da donne del popolo; alcune di viole del pensiero e di rose bellissime; e forse ci sedeva già vicino e le adocchiava il ladro mortuario che ne avrebbe rubato il nastro la notte. O carrozza di tutti, piccolo panorama del mondo a dieci centesimi! Stando ritto in fondo, vedevo dentro il vano d'una gran corona di mirto e di semprevivi le teste combaciate d'un giovane e d'una ragazza che tortoreggiavano sulla panca davanti, e quell'idillio chiuso in quella cornice funebre mi faceva pensare a quante altre parole d'amore si sarebbero scambiate quel giorno, a quanti innamorati avrebbero pedinato le belle in mezzo alle croci e alle tombe, spandendo qua e là sulle iscrizioni dolorose la gioia degli sguardi e dei sorrisi corrisposti. Una povera donna, seduta davanti a me, teneva fra le mani una piccola corona di crisantemi violetti, da pochi soldi, che doveva esser destinata a un bambino, e parlava, parlava con voce accorata, come facendo uno sfogo, al marito duro, che non rispondeva. Ah, che pietà! Da qualche parola capii che la corona le pareva troppo misera, indegna del suo caro morticino, e che rinfacciava all'uomo l'avarizia crudele o il danaro sciupato all'osteria, che leaveva tolto di comprare una corona più bella. —Pover cit, va!— diceva. —Pover cit!— con un accento di compassione e di tristezza che stringeva l'anima, e guardava e rivolgeva la corona fra le mani con l'atto d'una bambina delusa e umiliata del regalo lungamente desiderato, lanciando tratto tratto delle occhiate d'invidia triste alle altre corone grandi e ricche, che le stavano intorno. Ci son piccoli dolori che fanno più pena delle grandi sventure. Mi dovetti voltare da un'altra parte, quando la povera madre discese al ponte delle Benne; dovetti guardare verso il Corso San Maurizio, che altri tranvai risalivano, pieni anch'essi di gente e di corone, tagliando una grande processione nera riversantesi da via Rossini in via Reggio, simile anche essa a un torrente su cui galleggiassero tutti i fiori delle sue rive predate.

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Rifeci la stessa strada il giorno dei morti; ma la gente era scarsa, e velata da una nebbia umida, in cui le file dei lontani apparivano come processioni d'ombre, che ritornassero dalla città al cimitero, dopo aver reso ai parenti la visita del giorno innanzi. Pareva una serata d'inverno. Sulla giardiniera c'eran poche persone. Tutta la mia attenzione fu attratta da una sola. Sedeva sopra una delle ultime panche, in mezzo a uno spazio vuoto, una signora di quarant'anni, vestita di seta nera sbiadita, con una miseria di cappellino nero, guernito di rose selvatiche,e una piccola corona fra le mani, di perline nere e gialle, sulla quale erano disegnate due iniziali. Quelle povere rose, benchè pallide e sciupate, parevano ancor fresche e d'un rosso vivo appetto alla pallidezza cadaverica del suo viso infossato alle guance, smunto e secco come un teschio con la pelle; nel quale brillavano d'una fiamma febbrile due occhi dilatati e fissi, esprimenti una stanchezza mortale, una tristezza infinita. Quella veste logora disegnava le forme non d'un corpo, ma d'uno scheletro, e dalla pelle delle tempie e del collo trasparivano le vene come le righe d'uno scritto dalla carta velina. La corona diceva: — Sono afflitta; — la veste: — Son povera; — il viso: — Son moribonda. — Pareva che portasse quei fiori al camposanto per sè medesima. Aveva l'aspetto d'una vecchia ragazza; era senza dubbio una signora caduta in povertà; sola al mondo, forse. Tutt'a un tratto, le prese un accesso di tosse; con un brusco movimento appoggiò un braccio sulla spalliera davanti, chinò il capo sul braccio, e si mise a tossire, riscotendosi tutta a ogni schianto, violentemente, come alle strette d'un artiglio che le frugasse le viscere, e inarcando le spalle ossute e il busto lungo, d'una eguale strettezza dalle spalle alla cintura, come un tronco d'alberella incurvato, che un colpo di vento può infrangere. E tossì, tossì, senza tregua e senza fine, in un atteggiamento d'abbandono sconsolato, facendo dondolar le rose del cappellino e tenendo la corona in là col braccio teso per non sciuparla; tossì d'una tossefischiante, faticosa, implacabile, che quando pareva sul punto di cessare ripigliava più fitta e più aspra, come se non fosse dovuta cessare mai più, come se fosse stata un linguaggio, un'effusione di parole confuse, il racconto appassionato d'una lunga vita di miserie e d'angoscie, un'invocazione ardente, ostinata, disperata della morte. I pochi passeggieri stavano a guardarla con un'espressione mista di pietà e di ribrezzo. — Quella lì, — disse forte il fattorino, — non farà le feste di Natale. — Bruto! — gli dissi col cuore e con gli occhi. Un ragazzetto, voltato verso di lei dalla panca vicina, rideva. Finalmente, quando il tranvai fu a cento passi dal piazzale delle Benne, la disgraziata smise di tossire, e rialzato il capo, sfinita di forze, s'assicurò subito che la corona non si fosse guastata, palpandola qua e là con la sua mano di morta; poi, come ricordandosi a un tratto dello spettacolo che aveva dato di sè, girò sui vicini uno sguardo velato, umile, quasi vergognoso, come di chi chiede scusa d'un'offesa involontaria, e alzò a stento il braccio che pareva un osso, per far cenno di fermare. Quanto è male giudicare il cuore della gente incolta da una parola villana! Fu il fattorino, fu ilbruto, che prima di lei saltò giù dalla carrozza e con un atto di premura rispettosa e triste le porse la mano per aiutarla a scendere. Io non avrei detto quella parola; ma non avrei fatto quell'atto. Ah, la rettorica dei cuori gentili!

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Il principio dl novembre mi portò ancora un'altra tristezza. Pochi giorni dopo, in una mattinata piovosa e malinconica, salii in Piazza dello Statuto sul tranvai del Martinetto, dove trovai Carlin, che mi diresse subito la parola per espandere un suo caldo sentimento d'ammirazione. — Ha letto, eh? Quel Kossuth! Quelli son vecchi di polso! A quell'età, battersi in duello! Hanno un bel dire; ma non ne nasce più.... Sacrestia! Ebbene, mi fa piacere. — Aveva letto nel giornale la notizia del duello seguito a Pesth fra i deputati Kossuth e Ugron per una quistione politica, e credeva che si trattasse del padre, di cui ignorava la morte. Egli lo conosceva, il grand'uomo; glie l'avevano indicato una volta in tranvai sulla linea della barriera di Casale, e gli pareva miracoloso, giustamente, che quell'uomo facesse ancora valere le sue ragioni colsaber. Quando gli dissi che il duellante era il figlio, e che il vecchio Kossuth era morto l'anno prima, rimase stupefatto. Poi, essendoglisi chiarita la memoria, per dissimulare la vergogna del granchio, voltò all'improvviso la sua ammirazione verso il Chionio, l'autore delTempo che farà, il quale aveva predetto la pioggia appunto per quel giorno: — Un altro grand'uomo quello, una testa che fa onore a Torino. — Intanto s'era infilato via Garibaldi. Passato appena il canto di via delle Scuole, il tranvai fu arrestato da un convoglio funebre: un meschino carro diterza classe, a cui era appesa una piccola corona di edera, preceduto da una ventina difiglie verdi, e seguito da un prete e da poche altre persone, la più parte vecchi, curvi e zoppicanti sotto gli ombrelli: una cosa misera e triste quanto si può dire, sotto quell'acqua fitta, in quella strada rumorosa, dove nessuno si voltava neanche a guardare, in mezzo a quei muri tappezzati d'annunzi teatrali raggrinziti dalla pioggia. Mentre notavo che i più di quei vecchi avevano un nastro all'occhiello, vidi davanti a loro, sotto il carro, un piccolo cane tutto impillaccherato, che mi parea di riconoscere.... Eh, sì, proprio, era Ciuchetto. O mio povero buon veterano! Era lui, dunque, che portavano via! E infatti, voltatomi a guardar la porta da cui il carro s'era mosso, lessi il numero 43, la porta donde avevo visto uscir tante volte il caro vecchio, con la mano in alto, per accennare al cocchiere che fermasse. Povero mio buon veterano! L'avevo trovato l'ultima volta così contento della sua gita ai laghi d'Avigliana e del matrimonio del principe di Napoli. E anche quella mattina, all'ora solita, in quel luogo solito, egli aveva fatto fermare il suo tranvai; ma non più alzando la mano, poveretto, e non più per salire: egli era salito sopra un'altra carrozza, tutta per lui, e diretta fuor della cinta; e il suo povero Ciuchetto, il suo ultimo amico, lo accompagnava per l'ultima volta, rimasto solo al mondo, solo e senza pane, com'egli aveva tristamente previsto. Ebbene, egli aveva compiuto il suo cammino, il buon vecchio, e andava a riposare in pace;ma quel povero cane infangato, che andava in capo al corteo come il parente più prossimo, abbandonato e triste come un orfano, era più compassionevole a vedere del carro che gli portava via il suo padrone. E per un pezzo non mi potei più liberare dall'immagine di lui, che sarebbe ritornato dal cimitero solo, verso la grande città annebbiata, dove non aveva più tetto e non l'amava più alcuno....

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Fu il professore azzeccasonetti il mio primo incontro lieto del mese; lieto non per suo merito, ma in grazia del caso. Mi colse in un momento buono per lui, una sera di festa, sopra una piattaforma dov'eravamo già in sei più del numero legale, stretti, accalcati in maniera che non avrei potuto fare il minimo atto di difesa; ma, con mia gran meraviglia, non m'investì subito. Era d'un umore orrendo, coi baffi irti come penne d'istrice, furibondo contro il direttore d'un giornale letterario che aveva rifiutato i suoi versi: un asino, un cretino che avrebbe “cestinato„ un canto anonimo del Leopardi ed empiva le colonne di porcherie. — Già, ha pubblicato anche delle cose sue, — mi disse senz'ombra d'intenzione offensiva; — lei lo deve conoscere. — E mi credevo già al sicuro, quando egli aggiunse: — Senta però come l'ho conciato.... un sonetto che è un vero schiaffo di quattordici dita.... — Mi vidi perso; ma fui salvato. Salì sulla piattaforma, ridendo sonoramente, unbel fusto di ragazza rosata, scarmigliata, sfrontata, abbondante di tutto, mezza brilla e col diavolo in corpo; la quale mise lo scompiglio in quel serra serra e tagliò in bocca a lui il primo verso. Tentò d'entrare nell'uscio, non potè; si cacciò avanti e disse una facezia grassa al cocchiere; poi si rifece indietro, e poi a destra e a sinistra; in mezzo minuto scomodò tutti e rise con tutti, rigirando sopra sè stessa e cascando a ogni sobbalzo del tranvai ora addosso agli uni ora agli altri, che le scoccavano in viso degli scherzi, a cui essa ribatteva con una risata, mettendo in tutte le nari l'odore dei suoi capelli e il calore del suo fiato. E fu un bel vedere la scintillaccia che diè fuori da tutti quei visi barbuti e gravi, senza distinzione d'età nè di classe. Fu come l'effetto d'una candela accesa in mezzo a uno sciame di farfalloni assopiti. C'erano degli operai, dei padri di famiglia in cilindro, un consigliere della Corte d'Appello con una faccia che pareva il frontespizio del Codice, un vecchio impiegato dell'Intendenza di finanza, e degli studenti, che poco prima si guardavano per traverso, uggiti dal contatto reciproco, e imbronciati gli uni contro gli altri. Ed eccoli ora, quasi riconciliati e affratellati per incanto, mostrare tutti negli occhi il luccichìo d'un giolito comune e scambiarsi dei sorrisi quasi amichevoli, come gente che trinchi insieme toccando i bicchieri. Eterno femminino! E anche il poeta, attaccato dal contagio, teneva fissi gli occhi su quella capigliatura scomposta e insolente che di tratto in trattosfiorava la bazza a lui pure, e mi pareva che il velarsi improvviso del suo sguardo accusasse ogni tanto un movimento indagatore del ginocchio; ma guizzava a un tempo sulla sua bocca l'espressione d'un altro sentimento. Era un sentimento di dispetto, un'umiliazione amara al pensare che poca cosa fosse la potenza della poesia, sua consolazione e suo orgoglio, se bastava l'apparizione d'una qualunque giovine asinella in calore, non solo a distogliere gli altri dall'ascoltarlo, ma a scompigliare nella sua mente stessa i “sudati carmi„ e a mutare in tutt'altro ardore il suo fuoco sacro. Quando la ragazza, lanciato in giro uncereaburlone che mostrava la coscienza degli effetti prodotti, discese d'un salto, egli aprì la bocca per ricominciare; ma, anch'io discendendo, non ebbe più che il tempo di vibrarmi la prima metà del primo endecasillabo, che mi restò confitto nella schiena come un dardo spezzato.

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Il secondo che ritrovai fu Desbottonass, una sera di domenica, sul corso Cairoli, in uno stato miserando. Egli salì a stento sulla piattaforma, sorretto per le ascelle da sua moglie grigia e rannuvolata come il cielo, e appena su, si aggrappò alla colonnina e resistette ostinatamente alle istanze della povera donna, che lo voleva tirar dentro, per timore d'una caduta. Rimase lì, afferrato con una mano al ferro e appoggiato con l'altra al parapetto, piegato e tentennantesulle gambe flosce, fissando stupidamente le rotaie che parevano fuggire in direzione opposta al carrozzone, come avrebbe fissato un acqua corrente, col capo ciondoloni sul petto. Era ancor molto dato giù dopo l'ultima volta che l'avevo visto sulla linea della Crocetta. Aveva il viso ingiallito e risecchito, diventato piccolo come quello d'un bambino, rigato di grinze lunghe e simmetriche come grandi gambe di ragno; la bocca cascante, come se non avesse più muscoli, in un atteggiamento tra di disprezzo e di nausea, e dei moti involontari e fitti del capo come se rispondesse continuamente di sì e di no alle domande d'un fantasma.

Ah, certo, egli non aveva più il capo alla politica, non si vantava più d'appartenere all'opposizione! Ma più triste a vedersi era la sua povera moglie, alla quale si leggeva in viso, sotto un resto di sollecitudine per lui, la stanchezza di soffrire, un'ira sorda contro il destino, e l'odio che le si era addensato in cuore contro quell'uomo, con cui era condannata a trascinare una vita di supplizio, come un prigioniero chiuso nella cella d'un pazzo. A un tratto, l'uomo alzò la testa e mi fissò in viso uno sguardo di stupore profondo, come se gli fossi cascato davanti dal cielo; uno sguardo in cui riconobbi alla prima ch'era impossibile che mi riconoscesse. Poi mi sorrise d'un sorriso stupido e torvo, nel quale appariva un'intenzione di scherno provocante, e mosse le labbra come per dire un'ingiuria, che non potè articolare. Era già a quel punto in cui il veleno accumulatodell'alcool si volge nel briaco in odio contro tutti, in bisogno di offendere e di ferire, anche il primo venuto, senza ragione nè pretesto, non per altro che per placare il demonio che gli morde le viscere. Ed io pensavo con grande pietà che quell'uomo s'era battuto per il suo paese, che aveva ammirato ed amato caldamente uomini politici cari a me pure, che un mio semplice accenno al suo Garibaldi era bastato a farlo vergognare d'un atto brutale; ma che allora, per certo, se anche fosse stato meno ubbriaco, nessuna mia parola, nessun nome caro, nessun richiamo al suo passato di soldato avrebbe più destato in lui alcun sentimento nobile e forse neppur più risvegliato nel suo cervello alcuna memoria. E continuava a guardarmi fisso, con quel sorriso beffardo sulle labbra bavose, dondolando il capo in atto di sfida, tentando e non riuscendo a cacciar fuori l'insulto che gli gorgogliava come il catarro d'un moribondo nella gola bruciata dall'acquavite. All'improvviso, come se fosse stato percosso alle gambe, si piegò e stramazzò sulla piattaforma. Sua moglie gittò un grido e si chinò per rialzarlo, sfogando a un tempo in atroci parole la rabbia fino allora compressa: — Ah schifoso! Ah assassino! Te lo avevo ben detto! È questa una vita da farmi fare? Tu vuoi farmi morire, impazzire, eh? Su, su, svegliati, levati, su, sporca bestia, su! — Il cocchiere fermò; l'uomo fu levato di peso da lei e dal fattorino, calato giù e deposto sulla proda del fosso; e il tranvai ripartì. Vidi ancora per un tratto il corpo inerte,disteso come un cadavere, col capo nudo nella polvere, e accanto a lui la donna, che continuava a gridare col pugno teso, come se espandesse all'aria tutto l'odio del suo sesso contro il veleno infame che gli muta la casa in inferno e gli dà dei figli maledetti, predestinati all'ospedale e all'ergastolo. Poi un gruppo di gente me lo nascose. E presentii che non l'avrei visto mai più.

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Un'ora d'oro, finalmente, e sotto un bel cielo di novembre, terso e lucente come l'acciaio. Salendo all'imboccatura della strada di Francia, trovai ritta sulla piattaforma di dietro, col suo sacco inseparabile, la vecchia di Pozzo di Strada, non trasformata proprio come Giors me l'aveva dipinta, ma con un viso in cui pareva si fossero ingranditi la fronte e gli occhi e diradata la rete delle rughe. Traspariva ancora dal suo sguardo un pensiero fisso; ma questo pensiero era: — È vivo —; c'era ancora sulla sua fronte un'ombra di tristezza: ma d'una tristezza in cui il figliuolo sterminatamente lontano non le appariva più steso a terra insanguinato, ma ritto in piedi, col braccio teso verso di lei, in atto di dirle: — Coraggio! Un giorno forse ci rivedremo. — Essa chiudeva gli occhi a quando a quando, e il suo viso assumeva in quei momenti l'espressione come d'un proponimento risoluto e saldo di campare, d'un animo preparato a vivere per molti anni sospeso dolorosamenteal filo d'una sola speranza, con l'ostinazione invitta di chi aspetta il soccorso ancor lontano, afferrandosi a un cespo sopra l'abisso. Era il giorno quindici. Son date che non si dimenticano. C'era accanto a me un signore, con la schiena appoggiata al parapetto e laStampafra le mani: un pezzo d'uomo che teneva il posto di due, con una barba fratesca, assorto profondamente nella lettura. Quella mattina io non avevo letto il giornale. Dando un'occhiata al foglio, ch'egli teneva spiegato, lessi in capo a una colonna un titolo in grandi caratteri che mi diede una scossa: —La pace con l'Abissinia. La restituzione dei prigionieri.— Poco mancò che non gli strappassi il giornale di mano. Guardai la vecchia: essa ignorava, senza dubbio. Dissi allora nell'orecchio al signore che quella donna aveva un figliuolo prigioniero del Negus, e non sapeva della pace, e che se m'avesse favorito il giornale le avrei data io la notizia. Quegli si voltò sull'atto a guardar la donna, ma non mi diede il foglio. Era anche lui un artista del sentimento. — Oh diavolo! — esclamò. — Ma glie la do io! — E l'apostrofò, quasi con violenza: — O, la buona donna! La pace è fatta. Non lo sapete? Ecco qua. C'è il dispaccio nel giornale. La notizia è arrivata stanotte; ma la pace è conclusa fin dal ventisei d'ottobre. Vuol dire che il vostro figliuolo è libero da venti giorni. I prigionieri si son messi in marcia per l'Harrar appena firmato il trattato. Qui è fatto il calcolo. Saranno all'Harrar fra un mesetto. Una ventina di giorni per arrivare a Zeila.... S'imbarcherannoa Zeila ai primi dell'anno. Dunque!... Prima della fin di gennaio lo avrete qui. Volete vedere il giornale?

O che non avesse capito nulla o che lo sbalordimento sospendesse in lei ogni altro senso, la vecchia non diede lì per lì alcun segno di commozione; prese il giornale, fissò sul punto indicato uno sguardo morto d'analfabeta, e poi guardò in viso il signore, corrugando la fronte, come per preparare l'intelligenza alla spiegazione che i suoi occhi chiedevano.

— Oh santa pazienza! — esclamò il signore ridendo. — Eppure ho parlato chiaro! C'è qui la notizia, per dispaccio. È fatta la pace in Africa. Menelik, il re di quelle parti, restituisce i prigionieri. Il vostro figliuolo è libero. Non avete un figliuolo prigioniero laggiù? Ebbene, fra un paio di mesi sarà a Torino.

Allora, finalmente, il suo viso si mutò, ma a grado a grado; poi, con un moto brusco, voltandoci le spalle, essa appoggiò la fronte alla colonnina e si mise a singhiozzare, come nascondendosi, a modo dei bambini che piangono in un angolo.

Il signore si mise a ridere; ma con la bocca contratta. Poi si chinò a raccogliere il giornale che la donna aveva lasciato cadere, lo piegò accuratamente e glie lo pose sul sacco. Poco dopo, essa staccò il viso dalla colonnina e sorrise intorno a tutti noi, come se vedesse il mondo cangiato; pareva ringiovanita; prese il giornale, ringraziò e domandò al signore se sul foglio c'era tutto stampato quello che egliaveva detto. Quegli rispose di sì. Essa s'infilò il giornale nel petto, con riguardo. Il tranvai passava in quel momento davanti alla chiesa di San Dalmazio: si fece il segno della croce.

— Dunque, — le dissi, — rivedreteGiacolin?

Sorrise, e non parve punto stupita ch'io sapessi quel nome, che per lei riempiva il mondo; ma come se in quel punto le si affollassero alla mente ad un tratto tutti i dolori, tutti i terrori, tutte le veglie angosciose d'un anno, s'oscurò in viso, e scrollando il capo e alzando gli occhi al cielo esclamò con un accento di tristezza inesprimibile, mista d'un fremito di sdegno: —Ah, ma i l'ai tribulà tant!— Poi si rischiarò da capo, e quando discese, col suo sacco stretto contro il fianco, nell'atto che passava davanti al signore del giornale, sorridendogli con gli occhi umidi, gli fece scorrere la mano sul braccio in atto di carezza materna.

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In quei giorni il freddo cominciava a mordere, gli ultimi villeggianti eran tornati, Torino aveva già preso il suo aspetto invernale d'affaccendamento gaio e frettoloso, i tranvai riboccavano, la circolazione della vita cittadina era su tutte le linee in pieno vigore. Un accidente usualissimo mi fece conoscere di questa vita friggente un momento singolare, che ancora non m'era occorso. Ero sul tranvai dei Viali, verso sera. Davanti al caffè Ligure, un grandecarro tirato da tre cavalli, carico d'un mucchio enorme di legname da lavoro, s'era affondato nel terreno, smosso per un cambiamento di rotaie, a traverso al passaggio dei carrozzoni; e i carrettieri frustando e molti altri spingendo a braccia e facendo leva con spranghe e sbarre sotto le ruote, a suon di grida e d'aneliti, non riuscivano a smoverlo. In pochi minuti sopraggiunsero e rimasero fermi in tre file i tranvai di tutte le linee che s'incrociano in quel punto; quelli dei Viali, di San Salvario, di Vanchiglia, del Corso Valentino, del ponte Isabella, come se avessero affrettato la corsa, attratti dalla notizia del caso. Ed eran curiosi a vedersi tutti quei macchinoni variopinti, schierati come le case ambulanti dei saltimbanchi in una fiera, immobili gli uni dietro gli altri nella nebbia, affollati di gente seduta e ritta, che si spingeva fuori dalle piattaforme e dai finestrini a guardar l'impedimento lontano, trinciando l'aria con gesti oratorii. Era un agglomeramento di gabbioni umani pieni d'impazienza verbosa per quella sosta che ritardava convegni d'affari, ritrovi amorosi, desinari, visite, faccende d'ogni natura, provocando in altre cento persone lontane altre inquietudini, altre noie, altri dispetti; una piena d'irritazione, di furia semicomica, che metteva in mostra il lato debole della soverchia regolarità della vita civile, in cui ogni più piccolo accidente fa l'effetto d'un disordine grave. Unlaudator temporis actiavrebbe sorriso, dicendo che, in un caso simile, i vecchi omnibus avrebbero fatto un giro e tirato avanti, mentre iltranvai, che li aveva vinti e scacciati, rimaneva prigioniero e impotente. Sì, sarebbe stata quella un'umiliazione dura per il mio tranvaiofilo. E possono ben far dei progressi le macchine locomotrici, ma l'uomo ch'esse portano resta sempre il medesimo, puerilmente curioso e affamato di distrazioni come uno scolaro. Ad ammirare un così comune accidente s'era da ogni parte affollata gente sulla strada, sotto i portici, davanti agli usci, alle finestre delle case intorno; e quando, per disperazione di rimover l'ingombro, si staccarono i cavalli da tutti i tranvai per fare il trasbordo, sei sciami di passeggieri accorsero di qua e di là in gran confusione, uomini e donne d'ogni età e d'ogni classe, pigliando d'assalto le piattaforme con grida, risa e spintoni, con la furia allegra di frotte di collegiali, eccitati da una avventura straordinaria, che rompa l'uniformità della loro vita quotidiana. Poi, in ogni tranvai che partiva, si vide un gesticolare concitato della gente che commentava il gran fatto. Avevo accanto il mio amico Schopenhauer, quello dei sette peccati mortali. — Come l'uomo è bambino! — gli dissi, accennandogli lo spettacolo. E lui, accennandomi i tre poveri cavalli del carro, che i carrettieri seguitavano a frustare senza pietà, mi rispose col suo sogghigno solito: — Bambino e belva. — Poi soggiunse con accento di stizza: — Tu non vedi mai l'uomo che per metà. — Strano! A quelle parole esperimentai in me un caso di doppia coscienza: l'uomo se ne compiacque, pensando: — È tantomeglio! — lo scrittore se n'ebbe per male. E, ahimè! la compiacenza cessò dopo un breve tratto; il risentimento non è morto ancora....

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Ma qui, proprio alla data del 18, trovo una pagina diretta all'amico Schopenhauer, nella quale s'oppone alla sua filosofia un argomento di fatto, domandandogli a che serva il formulare sull'anima umana dei giudizii, a cui, per fortuna, si è costretti a fare ogni momento delle eccezioni. In realtà, noi diamo sull'uomo una nuova sentenza ogni quindici giorni, e anche parecchie ogni ventiquattr'ore, e c'è da sospettare che chi ripete sempre la stessa mentisca cinque volte su dieci per cornaggine. L'argomento di fatto lo trovai la sera del 18 sul tranvai di Corso Vinzaglio. Erano occupati dentro tutti i posti, meno due: signore, signorine, due ragazze del popolo, un paino, un vecchio paglietta che conoscevo di vista. All'angolo del Corso Vittorio salì una donna.... che avrebbe fatto meglio a non salire. Non so se il regolamento ponga quelle infelici creature fra quelle che non si debbono lasciar entrare nei carrozzoni. Se sì, non fu vista dal fattorino. Era una donna sui cinquanta, mal vestita, senza cappellino, che si teneva con una mano davanti al viso una mezza maschera nera. Al viso? La disgraziata non aveva più viso: le era stato divorato tutto, tra il sommo del naso e la bocca, dal cancro, e pareva da una belva che l'avessedilaniata e rosa fino all'osso; e sopra la piaga orrenda, che la maschera non nascondeva a chi la guardava di fianco, si movevano due piccoli occhi grigi, in cui era espressa tutta l'infelicità che può sopportare un'anima umana. Io stavo fuori: quand'essa entrò e sedette, vidi in tutti i passeggieri un movimento d'orrore. Non la volevan guardare, ma non potevano, e la tornavano a guardare, torcendo il capo in là dopo ogni sguardo. Ma la resistenza fu breve. S'alzarono prima le due signore che le stavano accanto e uscirono sulla piattaforma a lagnarsi col fattorino che l'avesse lasciata salire; poi uscì una terza, e le altre si raggrupparono dall'altra parte del carrozzone; ne rimase una sola in fondo, separata dall'infelice dal solo spazio d'un posto: una signora piccolina e bruna, con due grandi occhi neri e i capelli un po' arruffati. E anche questa, dopo un momento, s'alzò; ma non per fuggire: diede un'occhiata al posto da cui s'era alzata, come se si fosse accorta che la panca non era pulita, fece un passo a sinistra e sedette accanto alla donna. Ah, mi parve di sentire il mio amico: egli avrebbe chiamata quella una “donchisciottata„ della pietà, e gli sarebbe parso appioppato bene il soprannome della signora. Eppure no; egli non avrebbe detto quella parola se avesse visto la dignità tranquilla, la semplicità gentile, inesprimibile di quell'atto. Sedutasi, essa non guardò punto le signore fuggite, come una vanitosa avrebbe fatto, in aria di vanteria e di rimprovero; non rivolse puntola parola alla disgraziata per farle comprendere l'intenzione pietosa dell'atto suo: se ne stette lì immobile, senza parlare, non per altro che perchè l'infelice non rimanesse sola in quel vuoto sepolcrale che le si era fatto intorno come a un cadavere, come a una cosa immonda che avventasse dei miasmi di morie, perchè vedesse che c'era ancora qualche creatura umana a cui non metteva orrore, che essa non era ancora reietta affatto dal mondo. E quella capì, perchè si voltò a guardarla, e non un sorriso, no, perchè nè il suo viso nè l'anima sua non potevan più sorridere, ma un baleno passò nei suoi occhi, che disse: — Ho capito e ti ringrazio. — Eh, che m'importa che ci sia nell'umanità tanto egoismo e tanta vigliaccheria! Uno solo di questi atti la lava ai miei occhi da mille sozzure, una sola di quest'anime ne illumina mille, e mi spezza l'odio nel cuore, e mi fa riaprir le braccia ai fratelli. O buona e brava Chisciottina! E dire che soltanto dopo, ripensandovi, compresi ch'essa aveva finto di trovar non pulito il suo posto per togliere alla sua mossa l'apparenza d'un atto di compassione!

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Varie lunghe corse in mezzo agli alberi gialli e spogliati a mezzo, sotto il cielo grigio, dentro a una nebbia somigliante a una sottilissima polvere diffusa, in cui volteggiano le foglie inaridite; e nessun passeggiere di mia conoscenza; ma, in compenso, parecchie conoscenze nuove,e nuove osservazioni sulla carrozza di tutti, come palcoscenico dell'ambizione e vetrina della vanità. Uomini noti o smaniosi di notorietà, donne belle e Apolli in soprabito amano tutti il tranvai dove possono offrirsi per mezz'ora all'ammirazione di una decina di concittadini, costretti a guardarli, anche se non vogliano, e a portarsi via nel cervello la “negativa„ della loro effigie. Ci sarebbe da scriver qualche pagina sull'arte di figurare in tranvai. C'è chi, per mettersi in mostra, attraversa il carrozzone, come un salotto, da una piattaforma all'altra; chi, fattolo fermare, lo raggiunge a passo lento per dar tempo ai passeggieri d'ammirare la grazia o la maestà del suo incesso; chi nell'atto di rizzarsi per tirar la correggia del campanello cerca degli “effetti„ di slancio e d'impostatura, come gli attori e le attrici nel saltar su dalla poltrona per accennar la porta a un insolente. E ci son fra questi degli originali che vanno in tranvai per mettere in mostra la loro rassomiglianza con uomini celebri. Avevo già visto su parecchie linee un falso Vittorio Emanuele, un facsimile del d'Azeglio, una brutta copia del Cialdini; ma non m'era passato mai per la mente che si potesse ostentare con compiacenza anche la rassomiglianza con un brigante. Rinvenni il tipo una sera, rincantucciato in un carrozzone della linea del Martinetto, sul quale c'era Carlin. Una signora era scappata fuori e lo guardava impaurita dalla piattaforma di dietro. Altre tre, rimaste dentro, s'erano rannicchiate nell'angolo opposto, e l'osservavanocon diffidenza. E c'era di che: una grinta da farsi arrestare non per altro che per i connotati. Era ravvolto in un gran mantello alla spagnola, ricacciato dietro una spalla, sotto al quale pareva che nascondesse un trombone; aveva un largo cappello alla calabrese calcato sopra un orecchio, e di sotto alla tesa rotava due occhioni di gufo e metteva avanti un naso criminoso e due grossi baffi provocatori. L'ombra del cappellaccio e il lume che lo rischiarava dall'alto davano alla sua faccia dei rilievi accesi e delle infossature nere di testa satanica. Girava la testa lentamente, come un automa, e fissava gli occhi, dilatandoli, ora sull'uno, or sull'altro dei suoi osservatori, che abbassavano tutti lo sguardo. Chi poteva essere quell'originale? Non certo un povero diavolo perchè quanto si vedeva del suo vestiario era fine e pulito. Le supposizioni, fra i passeggieri della piattaforma, erano diverse. Chi pensava che fosse un evaso dalle patrie galere, chi un brigante delle Calabrie di passaggio per Torino; un giovanotto espresse il dubbio che potesse essere Jack lo sventratore. — Ma a delle faccie così, — disse un vecchietto con tutta serietà — dovrebbe esser proibito d'entrare, per regolamento! — (Oh se si lasciassero legiferare gli spauriti, che orrenda tirannia! E si vedrà). Tutti aspettavano che scendesse, per vederlo meglio. Fummo soddisfatti in piazza Castello. S'alzò. Non era molto alto: la lunghezza del busto ci aveva illusi. Quando comparve sulla piattaforma, tutti gli fecero largo. E in quel momento un sorrisoche gli guizzò sulle labbra mi svelò il segreto. Era semplicemente un capo ameno, un buon diavolaccio forse, che si serviva della sua figura di spauracchio a scopo di vanità, armonizzando con la propria faccia il vestiario e gli atteggiamenti, per il gusto strambo di spandere il terrore sui tranvai notturni; e quei piccoli trionfi teatrali d'ogni sera eran forse per lui l'alimento principale, se non unico,de l'orgueil qui nous fait vivre, come dice lo Zola; poichè di tutte le passioni umane è l'orgoglio quella che si pasce di cose le più disparate, dall'eroismo al delitto. Appena fu disceso, si ripresero i commenti a voce alta. — Dev'essere un pazzo — disse Carlin. — Una donna esclamò: — Ma è un parente del diavolo! — E una graziosa signora, ancora un po' spaventata, mi disse sorridendo: — È un socialista, di sicuro.

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Un soggetto di quadro per Giacomo Grosso, il giorno dopo, in via dell'Accademia Albertina: un carrozzone chiuso in cui troneggia una signora splendida in mezzo a un gruppo di povera gente, come una castellana che dà udienza ai suoi servi. Al contrasto che facevan con lei i suoi compagni di corsa accresceva forza la lordura del tavolato, imbrattato di mota e sparso di pezzetti di carta, di bucce di arancia e di castagne, su cui si posava il suo vestito di principessa. La guardavan tutti attentamente, in silenzio, come avrebbero guardato un'opera d'artein una vetrina. Non dava più di vent'anni; era bella e bianchissima; uno di quei visi di signore torinesi, d'un carattere mal determinato tra franco e italico, in cui nessun tratto ha una bellezza singolare, ma tutti insieme una grazia squisita; una sposa recente, pareva; vestita d'un panno nero ricamato, con un superbo mantello di lontra, coronata di grandi penne di struzzo e di rose incarnatine, e lampeggiante di diamanti ai polsi e agli orecchi. Aveva tanto indosso quanto per ciascuno di quelli che la guardavano sarebbe stato un capitale, un rivolgimento della sorte, un sogno luminoso avverato. Eppure il suo viso, di un contorno ancora un poco infantile, aveva un'aria d'ingenuità così schietta e così amabile, il leggiero rossore che davano alle sue guance la suggezione e la compiacenza insieme d'esser fissata a quel modo, così a lungo e da vicino, da tutti quegli occhi, esprimeva una modestia e una semplicità d'animo così graziosa, e pareva ella stessa così ad agio in mezzo a quella gente, senza un pensiero al mondo che la potessero insudiciare la cesta della vecchia erbivendola seduta accanto a lei e i piedi del bambino tenuto sulle ginocchia dalla donna di rimpetto, che tutti la guardavano con un'espressione manifesta di rispetto e di simpatia. E questo mi fece dubitare se quel che si dice del lusso, che offende e irrita il povero, non si debba attribuir piuttosto al modo vanitoso col quale si ostenta, all'aria abituale di — Fatti in là — di chi lo sfoggia, che non proprio allusso per sè medesimo, che è bellezza e splendore, di cui s'alletta anche l'occhio di chi n'è privo. Ma il quadretto era attraente in special modo per le riflessioni diverse che si leggevano, sotto alla simpatia e al rispetto, negli occhi di quegli ammiratori, chiarissime per me come se le vedessi scritte sulla loro fronte. La vecchia mostrava di fare uno studio comparato dei prezzi del velluto e della lontra con le entrate ed uscite del suo bilancio domestico. La madre del bimbo, che pareva la moglie d'un operaio, dall'aspetto affaticato, la guardava più che altro nel viso, con l'aria di pensare alla vita beata che quella signora menava, levandosi la mattina alle dieci per oziare dolcemente tutta la giornata, senza l'ombra d'un sopraccapo. C'era una ragazza del popolo che lasciava gli occhi addosso agli orecchini, come affascinata, e diceva con gli occhi che per portare un'ora al giorno quelle due stelle appese al capo avrebbe acconsentito allegramente a campar di pan duro e di mele verdi. Un giovine operaio la covava con uno sguardo fiso e luccicante da cui traspariva l'immaginazione delle voluttà sovrumane che doveva dar l'amore di quella semidea, così bianca, così fine, fasciata e coperta di tanta roba odorosa e preziosa. E c'era in un angolo un vecchio mal messo, dal viso di ritontito, che la osservava con un'espressione attonita come se meditasse in lei, senza comprenderlo, il gran mistero della legge sociale che interpone una così enorme distanza tra l'una e l'altra creatura umana. Ma quelloche la mangiava con gli occhi più avidamente era il fattorino marchese, ritto accanto a me sulla piattaforma. Aveva però un bell'arricciarsi i baffetti biondi con le dita agitate e pigliar delle impostature di tenore e levarsi il berretto per passarsi la mano sulla fronte accesa: egli non riusciva ad attirar lo sguardo della bella signora, la quale guardava soltanto i suoi ammiratori di dentro, a uno a uno, coi suoi begli occhi lenti e sereni, in cui brillava il riflesso della simpatia che vedevan negli altri. Ma che bussolotto da gioco è mai il cuore umano! All'angolo di via Mazzini, essa fece fermare e discese; tutti, di dentro, mossi da quella curiosità che cerca l'andatura d'una persona come un indizio dell'animo, misero il viso ai finestrini per vederla camminare.... Era zoppa! Ebbene, in quasi tutti quei visi passò un sorriso leggiero di soddisfazione, anche su quello della ragazza, che esclamò: — Che peccato! — E non era una malignità. O buon Dio! Era una piccola consolazione di dannati. Aveva avuti tanti doni dalla natura, era tanto più fortunata, tanto più felice di loro.... che almeno la sua felicità avesse una tacca! Questa non pareggiava le partite, di certo; ma almeno d'un piccolissimo che faceva parer loro meno enorme, meno umiliante la disuguaglianza. Tutti si rimisero a sedere con questo pensiero negli occhi, e il marchese, alzato il naso come un can da caccia, si consolò come potè del suo insuccesso: aspirando il profumo ch'essa aveva lasciato nel suo marchesato.

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Gli effetti d'un dramma in tranvai:fu uno degli ultimi e dei più piacevoli episodi del mio novembre. La sera della domenica, ch'era già notte, il tranvai del Martinetto s'arrestò in via Po davanti al teatro Rossini, donde usciva la folla dopo la rappresentazione diurna della Compagnia piemontese. Un signore mise sulla piattaforma un piccolo spazzacamino e salì con la moglie e con due signorine. Siccome al Rossini s'era rappresentato quel dopopranzoGli spazzacamini, il vecchio dramma risuscitato del Sabbatini, che faceva singhiozzar Torino da quindici giorni, io pensai che il piccolospaciafornelfosse l'attorino Eugenio Testa, protagonista minuscolo del dramma e principalissimo distillatore del pianto pubblico, e che i suoi parenti lo riportassero a casa così, col vestito del palcoscenico, per un capriccio. Ma no: era uno spazzacaminuccio autentico, raccattato alla porta del teatro, nell'impeto della commozione, da una buona famiglia borghese ancora lacrimante, che lo portava per suo conto e piacere al borgo San Donato, dov'egli aveva detto di star di casa col proprio padrone. Sedutisi tutti dentro, il signor padre si mise il ragazzino sulle ginocchia, con una certa ostentazione provocante di carità cristiana e di tenerezza poetica, e prese a carezzarlo paternamente, adocchiando gli altri passeggieri, mentre le sue donne lo guardavano con gli occhi umidi, rivolgendogli molte domande.Il padre e la madre avevan l'aspetto di due bottegai danarosi, ma d'origine povera, ai quali le figliuole, istruite e ingentilite dalla scuola, avessero rifatto una specie d'educazione letteraria e sentimentale: queste, benchè pure commosse, serbavano una compostezza dignitosa; quelli avevano l'espansione dell'affetto un po' volgaruccia; ma sincera. Strana potenza del teatro! Essi vedevano veramente in quel bimbo il protagonista del dramma, che corre per il palcoscenico per scansar le pedate del padrone bestiale, il povero montanarino che è venduto nel primo atto, martirizzato nel secondo, e restituito alla famiglia nel terzo, dopo esser stato creduto morto d'asfissia in una gola di camino, e riversavano sopra di lui tutta la pietà affettuosa che avevano insaccata in galleria. Ed egli accoglieva tutte quelle tenerezze senza mostrare sul visetto nero alcuna maraviglia, tra indifferente e triste, come se pensasse che quella sua avventura non era che la fortuna d'un momento, che tutta quella bontà non gli toglieva di doversi levare la mattina dopo avanti luce per rigirar la ruota della dura vita d'ogni giorno. Dentro, alcuni guardavano la scenetta con simpatia, altri con un sorriso un po' canzonatorio per quella effusione di sentimento, che pareva loro un po' teatrale, e forse non meritata. Un signore rotondo, che era accanto a me, mi tradusse in parole quel sorriso. — Eh, son furbacchioni che vanno apposta all'uscita del teatro per sfruttare la commozione del pubblico e scroccar qualche soldo! — Furbacchioni! Oh diamine! Gli avrei volutodomandare se, quando egli aveva qualche favore da chiedere a un suo superiore, giudicava una furberia disonesta l'andarglielo a chiedere in un momento in cui gli paresse meglio disposto a concederglielo. Che raffinate delicatezze pretendono da chi non mangia abbastanza i delicati ben pasciuti! Continuavano intanto le interrogazioni e le carezze al ragazzo, e non cessarono che in piazza dello Statuto, dove la famiglia fece fermare per discendere. Il padre lo baciò, le signore gli passarono la mano sotto il mento senza timore d'insudiciarsi. —Ciao, pover cit.— Ricordati dove stiamo di casa. — Bada a non lasciarteli prendere. — Alludevano ai soldi che gli avevano messi in tasca. Infatti, appena furon discesi, il ragazzo si cacciò una mano nel petto, tirò fuori il gruzzolo e contò quanto c'era. — Ah, vede! — disse trionfando il mio vicino, — vede il furfantello! Sono i soldi che gli stanno a cuore, non le carezze. — È proprio vero, — gli risposi. — Ah ingordo quattrinaio! Esoso Shylock! Vile adoratore dell'oro! — Il curioso fu che, pur comprendendo l'esagerazione scherzosa, egli mi credette sincero in fondo, e sorrise di soddisfazione. Razza d'un cane! Era il rappresentante d'una legione, lui, e credette della sua legione me pure. E quando scesi, mi disse col tono d'un confratello: — Buona sera! — Ma a me non venne alle labbra che il saluto pisano: — Tremoti a chi t'affetta il pane.

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La stagione, intanto, benchè non fosse ancor nevicato, incrudiva, e i tranvai correvano la mattina presto fra gli alberi e lungo le siepi dei viali biancheggianti di brina, come in mezzo a una maravigliosa vegetazione di filigrana, e sotto i fili del telefono e delle lampade voltaiche tutti bianchi, somiglianti a fasci di cordoni di lana; e cominciavano i cocchieri e i fattorini a pestare i piedi e a mandar fumo dalla bocca, mettendo mano alle provvigioni dei sagrati invernali. Fu una di queste mattine brinate che, strizzato dall'aria fredda di Via Garibaldi, non potendo più reggere sulla piattaforma, mi cacciai dentro al carrozzone, dove mi trovai davanti la studentessa di medicina e suo padre. Essa sedeva nell'angolo vicino all'uscio, bianca come la filigrana degli alberi e i baffi paterni; e il suo bel viso d'angelo imperturbato, invulnerabile dalle passioni umane, sorgeva con la grazia d'un giglio fuor dal bavero a tromba della mantellina nera che le avvolgeva il collo. Suo padre stava seduto col busto ritto e col petto sporgente come doveva stare a cavallo alla testa del suo reggimento. Non si parlavano. Gli occhi grandi e dolci di lei si volgevano qua e là, secondo il solito, guardando tutti come se non vedessero alcuno, ed io mi potei compiacere meglio dell'altre volte nell'immaginazione del suo corpo vestito di bianco e coronato di rose, disteso fra quattro ceri, con lemani incrociate sul petto virgineo, che non conobbe l'amore. Prima che s'arrivasse a metà della via, il carrozzone era pieno dentro e affollato sulla piattaforma. Molti la guardavano; ma, come sempre, pareva che essa non se n'avvedesse. Tutt'a un tratto s'animò, scosse vivamente il capo, sorridendo, come se salutasse qualcuno a traverso al vetro dell'uscio, ed io vidi una cosa strana, inaspettata, incredibile: un'onda di porpora le coperse il viso fino alle tempie e i suoi occhi raggiarono d'una luce nuova, vivissima, dolcissima, che mi fece l'effetto d'un prodigio, come se in quel momento ella si fosse trasformata da statua di marmo in donna di carne e di sangue. Suo padre pure aveva salutato con un sorriso e uno sguardo amichevole. Mi voltai prontamente a sinistra per vedere a traverso al finestrino chi avesse operato il miracolo; ma mi trovai in faccia un maledetto vetro colorato con l'annunzio della China-Migone, che intercettava la vista: vidi soltanto per aria, di là dall'uscio, un cappello a cilindro che salutava, e che scomparve subito come un'ala di falco. Ah, quel cilindro non poteva essere che d'un giovane, quel giovane non poteva essere che un amante, quell'amante non poteva essere che un fidanzato. Gli occhi di lei, che rimasero fissi, sfavillando, sulla persona invisibile, la porpora che si fece men viva, ma non disparve, e la bocca semiaperta e parlante che tradiva il palpito accelerato del cuore, mi tolsero ogni dubbio. La vergine morta innamorata! La vergine morta sposa! Era dunque possibile?E mi riprese una così smaniosa curiosità di sapere chi fosselui, che per poco non commisi la villania d'alzarmi per guardar fuori. Ma non potei rattenermi a lungo, e per levarmi quel chiodo, tirai il campanello prima del tempo. — Chiunque sia — pensai — lo debbo riconoscere agli occhi. — Il tranvai si fermò, apersi l'uscio.... e mi trovai davanti il pittore in tuba, con un viso fiammeggiante, che diceva tutto. Fece un atto di forte sorpresa, arrossendo, e mi balbettò con un sorriso d'uomo impicciato: — Le darò poi una notizia. — Ah, non occorre! — gli risposi scendendo. — Mi darà delle spiegazioni; la notizia la so già, e me ne rallegro. — E lo lasciai lì stupefatto. Ma non quanto me. Era lei, dunque, la dea misteriosa; lei, la vergine morta! Chi se lo sarebbe sognato? Eppure, lo avrei dovuto sospettare fin dal giorno ch'egli m'aveva fatto quella curiosa difesa delle studentesse di medicina. Ma già, era uno di quegli indizi che si riconoscono a cosa scoperta. Era lei! Il colosso s'era innamorato d'uno spirito. E perchè no? Un matrimonio d'antitesi. Una bella coppia, del resto. E mi durò la maraviglia per un pezzo. La vergine morta!... Ma che vergine morta? La visione era mutata: ancora vestita di bianco e distesa come una morta; ma con le guancie di porpora e con le braccia aperte.... Oh, tutt'altra cosa. Infine, non poteva accader di meglio per il mio interesse di scrittore. E me ne tornai a casa soddisfatto.

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Ma non doveva finire così lietamente il mese di novembre. Finì con un triste incontro. Fu l'ultimo giorno appunto, il giorno dell'uccisione della contessa Lara. L'aria era nebbiosa, gli alberi del Corso San Maurizio tutti bianchi come d'una incrostatura di sal gemma, e il sole senza luce nel cielo grigio, come un occhio enorme di moribondo. Salendo sul tranvai che andava verso il Corso Margherita, vidi dentro, a traverso al vetro dell'uscio, il viso del signor Taddeo, e gli feci un cenno di saluto. Egli mi guardò fisso e non mi salutò. Allora soltanto, al secondo sguardo, lo vidi così miseramente mutato, che m'attraversò la mente un pensiero improvviso come un fulmine: — La bambina è morta! — Sporgendo il capo un po' a destra vidi anche il viso della signora, e lo stesso sinistro pensiero mi ribalenò: — La bambina è morta! — Erano pallidi, d'aspetto invecchiato, improntati d'una tristezza tragica, immobile, disperata, somigliante all'espressione di stupore infinito che è qualche volta sul viso dei cadaveri. Il mio primo senso fu quasi di terrore, una tentazione di discender subito per non vederli, per non sapere. Ma mi rattenne una speranza: che qualche altra disgrazia li avesse colpiti, non quella: la perdita d'ogni avere, la morte del padre o della madre, uno spavento mortale per qualche tremendo pericolo corso. La bambina poteva essere nel carrozzone, non in mezzo a loro come le altre volte, ma alla sinistra della madre, inun posto che dal difuori io non potevo vedere. Ma benchè non avessi che a fare un passo a destra per veder se c'era, non ebbi il coraggio di farlo, come se avessi temuto di vedere accanto a lei, invece della bambina, una piccola bara. Eppure, com'era possibile? Mi ricordai dell'ultima volta che l'avevo vista, poco tempo addietro, così bella e vispa, ammirata da tutti, splendente di salute e d'allegrezza in mezzo ai suoi parenti trionfanti. E questo ricordo dandomi animo, feci il passo a destra. Ah! non vidi la piccola bara; ma fu come se l'avessi vista: vidi un mazzo di fiori sopra un ginocchio della mamma. Dei fiori fra le mani, con quel viso, essa non li poteva tenere che per portarli al camposanto, e su quella fossa. Soprastetti nondimeno, sperando ancora, con viva ansietà, per vedere se si fermavano sul piazzale delle Benne per prender la via del cimitero. Chi sa mai? Se non si fermavano, poteva darsi che la bambina vivesse. Furono pochi minuti d'aspettazione; ma mi parvero così lunghi! Tenevo gli occhi fissi su di loro, e mi batteva il cuore. Il tranvai sboccò sul piazzale e svoltò verso il Corso Margherita.... — È viva! — pensai. Ma in quel punto il padre s'alzò col braccio teso, e intesi un suono di campanello che mi fece rabbrividire come un — No! — inesorabile, risposto alle mie parole. Il tranvai si fermò: i due sventurati mi passarono davanti; il padre mi guardò e mi riconobbe. Io non osai di salutarlo. Egli mi diede uno sguardo torvo e mi disse con voce aspra: — È morta, sa; — la madre passò senza guardarmi.


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