CAPITOLO DODICESIMO.

CAPITOLO DODICESIMO.

Dicembre.

Col nuovo mese fui preso da un nuovo ardore di correre su tutte le linee alla caccia dei personaggi e delle avventure, illuso da questa ingenua speranza d'almanaccone superstizioso: che perchè avevo un libro da finire m'avrebbe aiutato la fortuna, presentandomi casi e scene singolari, adatti a dare allaCarrozza di tuttiuna chiusa di romanzo; e già covavo sotto a quella speranza la tentazione di far tutto di fantasia l'ultimo capitolo, se la fortuna mi fosse fallita. Incurabile malato di romanticismo, tormentato dal bisogno di cucinar la natura in salsa piccante e di servirla in forme architettoniche come i bodini nei pranzi di gala! Proprio all'ultimo mi ridava fuori il malanno ereditario, dopo che m'ero attenuto fino allora all'intento di ritrarre la vita libera e sparsa come me la vedevo correre intorno, risoluto di fare un'opera informe, ma sincera. Ma l'illusionedurò pochi giorni, l'ardore di correre fu spento fin dal primo da una di quelle solenni nevicate torinesi che fanno rientrare in petto i propositi di vagabondaggio poetico come i nasi nei baveri e le mani nelle tasche, e con quell'ardore pericoloso mi fuggì ogni tentazione di chiusa romanzesca. E fu tanto meglio, credo, per il mio scartafaccio.

*

Nevicava fitto, a fiocchi larghi come scontrini di tranvai, la lunghissima via Nizza era tutta coperta d'un tappeto bianco, che smorzava il rumore dei carrozzoni nevosi, correnti sulle rotaie invisibili, e in mezzo a tutta quella bianchezza alpina nereggiava come un orso Tempesta, imberrettato e incappucciato, con tanto di guantoni e di zoccoli, non mostrando del viso che il naso a pera e i baffi a spazzola, agitati dal soffio d'un sagrato perpetuo. Se la pigliava coi fiocchi che gli entravano in bocca, con gli spalatori che ingombravano la strada, coi passeggieri che, salendo, gli scotevan sui piedi l'ombrello fradicio, e dava ogni tanto una stratta furiosa alla tenda immollata, che pareva si ritirasse per dispetto, lasciandolo scoperto all'intemperie.

— Brutto tempo, eh? — gli domandai con buon garbo. Mi rispose brusco: — A me lo dice? Una bella notizia! — Ne avremo forse per un pezzo, — soggiunsi. — Non lo so, — grugnì.

Ah povero Tempesta! Mi ricordai d'un mattodella Villa Cristina che disegnava con la matita le varie parti del corpo che gli dolevano, schizzando in ciascuna una bestia feroce, la quale, secondo lui, rodendogli le carni, era causa del suo dolore; e mi domandai se proprio egli non avesse in corpo qualche animalaccio rabbioso, se non un serraglio intero, che lo dilaniasse. Ma già, non ce n'abbiamo uno tutti, non fosse che un bruco o un tarlo piccolissimo che ci dà delle giornatacce scellerate? Eppure, quanto più lo studiavo, tanto più mi pareva che, a casa sua se non altro, non dovess'esser un cattiv'uomo, perchè, insomma, egli sputava tanto tossico in servizio da non comprendersi come ne potesse ancor serbare per la famiglia dopo una giornata di dodici ore. A momenti ero tentato di battergli una mano sulla spalla e di dirgli amorevolmente: — O me lo vorresti dire, benedetto porcospino, da che parte si potrebbe toccarti per non pungersi? — Ci si punse in quel momento una vecchia signora, che avendogli detto timidamente, perchè fermasse: — faccia grazia.... — n'ebbe per risposta una spallata, con questo complimento: — Chefaccia grazia!... Si dicefermi, si dice. — La cortesia gl'irritava i nervi come la musica fa andar del corpo certe bestie.

In piazza San Salvario, dove facevano la battagliola dei ragazzi, gli passò a un palmo dal naso una palla di neve: egli girò sui combattenti un'occhiata sterminatrice e mise un bramito di leopardo. Poi se la pigliò con uno dei cavalli,Livorno, che zoppicava, chiamandolo assassino, ladro, ciampicone da forca, e rincalzandoogni epiteto con una frustata. Uno dei cinque passeggieri che stavano sulla piattaforma s'arrischiò a fargli un'osservazione garbata: — Ma se zoppica, che colpa ci ha? — Si voltò come un'istrice: — Sì signore, è un vizio, una malizia; zoppica soltanto quand'è con me, ha da sapere! — E sbuffò. Poi soggiunse: — Bisogna conoscer le bestie prima di parlare. — Quell'altro rispose pacatamente: — Già, è proprio vero: prima di parlare... bisogna conoscer le bestie. — Tutti risero. E allora seguì un miracolo: sorrise anche Tempesta. Ma fu come un lampo sur una rupe. Subito si rioscurò, rimenò una frustata aLivorno, trattandolo di boia infame e di Giuda porco, e ricominciò a spandere per la lunghissima strada bianca il soffio della sua rabbia implacabile.

*

Seguitò a venir giù neve, senza posa, così fitta da parere che se ne potesse far delle palle cogliendola a due mani per aria, densa al punto che i tranvai apparivano come ombre dietro al velo dei fiocchi, e non si vedevano ancora quando già li annunziavan vicini lo scalpitìo faticoso dei cavalli e il gridìo continuato dei cocchieri, affacciati ai finestrini delle tende come vedette alle feritoie d'una fortezza mobile. Ma tutta quella neve non smorzava il fuoco bellicoso di Carlin, che trovai un dopo pranzo sulla linea di Vinzaglio, furibondo per l'eccidio della spedizione del Cecchi, sopra tutto contro il Ministeroperchè aveva dichiarato di non aver alcun proposito di “occupazioni militari„. Il bombardamento di Gezira e la fucilazione dei cinque Somali, invece di quetarlo, l'aveva irritato, come farebbe a un affamato un minuscolo antipasto di ghiottonerie stimolanti. Come sempre, egli avrebbe voluto bruciare, sterminare, disperdere ogni cosa, cancellare il Benadir dalla faccia dell'Africa. — Insomma — fremeva — tutti ce le danno e noi non le rendiamo a nessuno! Figure da nasconder la faccia nei calzoni! — E non riusciva a capacitarsene considerando che avevamo gente a bizzeffe, milioni d'uomini senza lavoro, una sovrabbondanza di gregge umana da dover benedire ogni occasione che si presentasse di spedirne fuori una gran quantità, per alleggerire l'Italia e invader “le terre dei cani„. — Cosa ne voglion fare di tutta questa gente? Siamo in troppi. Tutti i nostri guai vengon da questo. È il multiplicamini che ci rovina... — E della nostra eccessiva fecondità mi addusse una prova singolare. Giusto tre giorni avanti, su quella stessa linea, nel numero 139, una donna era stata presa dalle doglie, e c'era mancato poco che scodellasse un “passeggiere„ lì per lì, durante la corsa: s'era dovuto fermare il tranvai, e s'era fatto appena in tempo a trasportarla in una portieria di via Roma: al ritorno del tranvai l'amico era già fuori, che cantava come un gallo. — Vededunque! — Proprio, la nascita intempestiva di quel bacherozzolo, per lui, era l'argomento Achille In favore d'una politica belligera in Africa. —Bombardè!Bombardè!— e ripetendo questo suo “delenda„ dall'alto della piattaforma, con le braccia incrociate sul petto, fissava lo sguardo su piazza Castello bianca di neve con l'espressione di Napoleone primo nelmilleottocento quattordicidel Meissonnier. Ma che diversi pensieri si volgono qualche volta nell'interno del tranvai e sulla piattaforma! Appunto in quel momento c'eran dentro da un lato parecchie belle signore; nei due angoli in fondo due signori in tuba, con la cravatta bianca, che andavano a qualche pranzo di gala; in faccia alle signore una mezza dozzina di giovani e brillanti ufficiali della Scuola di guerra, fra i quali un bellissimo tenente belga; e si vedeva negli occhi di quella compagnia silenziosa la fiammella della galanteria, si indovinava nell'aria di quel salotto ambulante una vibrazione di piccola corte d'amore, l'incrociarsi delle simpatie e delle attrazioni frenate dalla convenienza, un lavorìo vivo di immaginazioni eccitate, vagheggiaci tutt'altre conquiste da quella del Benadir, tutt'altre battaglie da quelle che il povero Carlin invocava mostrando il pugno alla neve.... Un simbolo anche questo: la politica che sbraita e vuol rifare il mondo, e l'amore, padron del mondo, che le ride alle spalle. Ma non espressi questo pensiero a Carlin per non scemargli quello che era forse il maggior conforto della sua vita. E come se, comparendo per l'ultima volta nei miei appunti, egli dovesse per me sparire dal mondo quella sera, gli feci, scendendo, un saluto cordiale, ch'egli interpretò come un'approvazione generaledi tutta la sua politica del 1896, e che mi valse in risposta un buon sorriso di ministro soddisfatto a deputato devoto. E muoia la sua politica e viva la sua memoria....

*

Continuò a nevicare, e anche io presi gusto quelle sere a cacciarmi nei carrozzoni, attirato dall'aspetto di intimità familiare, dall'immagine dì brigate raccolte a veglia, che offrivano i passeggieri pigiati dentro, soddisfatti d'essere al riparo dalle intemperie e particolarmente disposti, in quella comunione non ingrata di calorico animale, alle conversazioni amichevoli. Trovai in una di queste comitive fortuite, la sera della festa della Concezione, sulla linea di via Cernaia, il sindaco di Torino, rannicchiato in un angolo, e non riconosciuto da alcuno, fuorchè dal fattorino, che, stando fuori sulla piattaforma, lo guardava a traverso il vetro dell'uscio, curiosamente. Certo che l'illustre sindaco, vedendo quel povero fattorino col capo imbacuccato in un cuffione, infradiciato dalla neve, che lo guardava dal di fuori come il pezzente infreddolito guarda dalla strada il signore seduto al caldo nella trattoria, era a mille miglia dal pensare che quello fosse un conte come lui, forse di più antica famiglia della sua, certo d'un casato più famoso nella storia d'Italia. Ma di nessun pensiero malinconico dava indizio il viso del conte incognito, atteggiato all'espressione consueta di serena rassegnazione: parevache egli si dilettasse della vivacità insolita della compagnia, composta di piccoli borghesi e d'operai puliti, fra i quali s'incrociavano conversazioni diverse. Parlavano dell'esposizione finanziaria del Luzzatti, del capitale perduto del Banco di Napoli, della proposta d'unatassa militare, con le frasi raccolte nei giornali della mattina, e con quel tono misto di sfiducia amara e d'indifferenza canzonatoria con cui in Italia si suol ragionare della cosa pubblica. A un tratto si fece silenzio; poi un passeggiere, di cui il lume rischiarava soltanto la parte inferiore del viso, adombrato dal naso in su da un grande cappello, saltò fuori con la legge sugliinfortuni del lavoro. — Ahi! — dissi tra me — siamo al Senato —; e tenni d'occhio il sindaco senatore. E il Senato, che aveva per la seconda volta rinviata la legge all'Ufficio centrale, fu da quel gran cappello e da un altro dello stesso taglio, che gli s'allargava daccanto, conciato barbaramente. — “Quegli scatarroni mezzi morti„ — quei vecchi reazionari della malora... — la legge sarebbe stata in vigore da un pezzo se non fosse dovuta passare per quell'anticamera del camposanto dove tutte le riforme in pro del popolo erano ferocemente combattute... — e altre gentilezze su quest'andare. Deliziosa corsa per un Senatore! Ed ecco che un terzo, facendo un salto da Roma a Torino, vien fuori a lagnarsi del servizio di sgombero della neve, dicendo con un vocione di contrabbasso che, per questo riguardo, si facevano le cose meglio, ma molto meglio, non ricordo benein quale piccolo comune del circondario, dove egli aveva sortito i natali! Ah, questa carrozza di tutti, che covo d'insidie per gli uomini in carica! Ma il bravo sindaco sostenne intrepidamente la seconda come la prima scarica, fissando con un vago sorriso filosofico un annunzio delCioccolatte Talmoneattaccato fra due finestrini. Il fallimento della Banca di Como, che venne dopo sul tappeto, lo liberò, e mentre la nuova conversazione s'andava accalorando, altri tranvai passavano, in cui si vedevano di sfuggita altre comitive illuminate dall'alto, sale correnti di club e di caffè, farmacie di villaggio ambulanti, piccole aule di Consigli comunali, pieni di visi gravi o ilari di politicanti, di maldicenti, di pettegoli, di sonnacchiosi, di brilli, che apparivano un momento e sparivano nel turbinìo della neve.

*

Dopo la neve venne la nebbia, quella nebbia invernale di Torino, densa e fredda, d'un sapore irritante quasi di bruciaticcio, che invade ogni vuoto e copre la città come un immensa nuvola di cenere immobile, quasi palpabile, e nasconde case, alberi, gente, carrozze, lampioni, circoscrivendo in un raggio di cinque passi lo spazio visibile a ogni persona; che intercetta come un muro grigio la vista delle piazze e dei corsi e riempie i portici come un fumo uscente da migliaia di cantine incendiate, e dà a ogni tratto l'illusione che quartieri interi siano scomparsi,inghiottiti dalla terra, fra i vapori d'un cratere enorme. Si correva come dentro a un'oscurità bianca, a traverso a una sequela infinita di veli umidi, che il tranvai lacerava, non vedendo gli altri carrozzoni che all'ultimo momento, come se sorgessero per incanto dal suolo, e non altri passanti fuor che larve che scappavano spaventate al sopraggiungere dei cavalli; e quel continuo succedersi e incrociarsi affrettato di fischi e di squilli in quell'aria opaca dava l'idea d'una città agitata da un grave affanno, oppressa dalla minaccia di qualche grande pericolo misterioso.

Stavo sulla piattaforma, pigiato da tutte le parti, in compagnia d'un giovane poeta cubano, nuovo a Torino e a quello spettacolo, il quale accresceva la sua naturale malinconia. Venuto per la prima volta in Europa, e arrivato il giorno avanti dalla Francia, non si poteva persuadere d'essere in Italia, dove s'era immaginato che anche le città settentrionali avessero un inverno mite e sereno come quello della sua isola nativa. Guardava intorno quasi spaurito e mi diceva di tratto in tratto in un suo italiano transatlantico: — Ma questa è Siberia! Questo è lo Spitzberg! E come piace a lei quest'orrore?

— Sì — gli risposi — ho dei gusti di Eschimese. La nebbia m'eccita l'immaginazione. Non vedo nulla, non riconosco i crocicchi, non so molte volte in che punto mi trovi; la città mi pare ingigantita; suppongo d'essere a Londra, a Pietroburgo o a Nuova York. Mi piace qualche volta di sentire l'umanità senza vederla.La nebbia mi rompe la monotonia della vita, mi dà mille sorprese e sensazioni insolite. Questa risonanza strana, smorzata di tutti i rumori, mi alletta come un linguaggio nuovo delle cose. Mi fa più piacere che alla luce del sole rincontrare l'amico in questa oscurità livida, come nell'ombra d'una foresta vergine, vedermi davanti tutt'a un tratto il viso d'una bella donna come se m'apparisse nello squarcio d'una nube, sentir voci conosciute di conoscenti invisibili e risa di ragazze misteriose, che si perdon nell'aria come voci di folletti. E poi, che vuole? La sera, in special modo, la città piena di gente e di lumi, che lavora e si diverte, mi sembra una espressione più potente della civiltà umana sotto questo gran mantello lugubre che la natura le getta addosso senza riuscire a soffocarne la vita e l'allegria.

Il cubano non pareva persuaso. Se avesse dovuto vivere in Italia, non avrebbe piantato le tende a Torino. E mi domandò se la città mi paresse confacente al lavoro artistico, abbastanza italiana d'aspetto da dare all'ispirazione d'un poeta tutti gli aiuti esteriori che dovevan dare Venezia, Napoli, Firenze, Roma; se non ci sentissi la monotonia.

— No — risposi — non c'è monotonia nella libertà. Qui sento la mente libera. Mi par che il pensiero si dilati spaziando nelle vaste piazze e vada più lontano lanciandosi per le vie lunghissime, per la grande raggiera dei viali fuggenti da tutte le parti verso la campagna. Gli edifizi non attirano lo sguardo; ma perciò appuntonon lo distraggono dalla grandezza del tutto e dalla bellezza della natura; si ritraggono anzi di qua e di là per lasciar maggiore spazio al volo dell'occhio e della mente verso le Alpi e la collina. In nessun'altra città si vede tanto verde, tanto azzurro, tanta bianchezza; in nessun'altra ha un riso così fresco e così splendido la primavera, che qui pare un ricominciamento del mondo. E poi, essendosi in tanti anni trasformata la città sotto i miei occhi, vedo ed amo sempre negli aspetti nuovi gli aspetti scomparsi, m'avvolge un nuvolo di memorie a ogni passo, sento mille voci di persone e di cose passate che mi chiamano, ribevo dei sorsi d'aria della gioventù della patria e della mia. Godo qui delle bellezze che non sono che per i miei occhi perchè le illumina e le colora un raggio che esce dal mio cuore. Vedo in fondo a ogni strada una città d'Italia e nelle rondini che volano attorno al palazzo Madama le mie speranze fuggite, che cantano e mi salutano ancora.

Il giovane scrollò il capo. — E trova in armonia con la sua — domandò ancora — anche l'indole degli abitanti? Non le riescono un po' freddi e chiusi... un po' troppo nordici, come ho inteso dire?

— Non li può giudicare uno straniero, e neanche un italiano d'altre province, se non vive qui da molti anni. La benevolenza è velata, il cuore non s'apre e non si dà tutto di primo slancio; ma tutto quello che dobbiamo conquistare ci è poi più caro quando è nostro. La cortesia discreta, la promessa guardinga prevengonodisinganni e amarezze, e così nel buoni si trova sempre maggior bontà che non s'aspettasse. I loro difetti sono negativi, incavi, non punte, e per questo non feriscono. Le possono parer duri; ma per ciò lei li può afferrare e tenere, e non le sgusciano di mano. V'è nell'affetto che gli occhi esprimono e la bocca tace una dignità che ne raddoppia il valore. E chi ha dei difetti opposti a queste virtù, e n'ha coscienza, ama la gente che glie li comprime più di quella che glieli accarezza. Per questo io son legato alla città anche dalla gratitudine; legato da tanti vincoli del cuore, del pensiero e del sangue, che non potrei più vivere altrove a nessun patto, neppure a quello di diventar ricco se fossi povero, sano se fossi infermo, e di trovar cento nuovi amici se qui non mi restasse un amico; e sono ben certo e m'è un conforto il pensare che morirò qui.

Mentre dicevo quest'ultime parole, un signore, che m'era stato accanto fino allora senza che lo vedessi nel viso, girò il capo adagio adagio come una statua semovente, e mi fissò gli occhi negli occhi. Ah, l'avevo conquistato finalmente! Capii a volo dal suo sguardo che la critica di via Garibaldi e la lacerazione dellaGazzetta del popoloed anche quelle matte teorie di socialismo municipale m'erano perdonati per sempre. Il buon Bicchierino, il “controemarginato„ signor cavaliere Bicchierino, impiegato modello di non so qual regia amministrazione, il più puro e più geloso di tutti i torinesi nati e da nascere, era intenerito, era vinto, era mio. Quandodiscese si toccò con la mano l'ala del cilindro, e prima di perdersi nella nebbia rivolse verso il tranvai un leggerissimo sorriso benigno, che mi tolse l'ultimo dubbio: avevo un amico di più. Sia ringraziata Cuba! L'avvenimento era un buon auspicio per una lieta fine dell'anno.

*

Svanì la nebbia e splendette il sole, che ci parve di rivedere dopo una notte di sette giorni. I tranvai ricominciavano a correre liberamente per la città chiara e come ritinta di colori più vivi, dorata in ogni parte da larghi sprazzi di luce, e fattorini e cocchieri, usciti da una settimana di ansie e di fatiche penose, salutavano con un'allegrezza di liberati dal carcere l'aria limpida in cui si drizzavano le Alpi bianche nitidissime, che pareva si fossero avvicinate durante i giorni dì cattivo tempo. A Porta Palazzo, dove aspettavo il tranvai della barriera di Lanzo, verso l'ora della colazione, era una festa; da tutti i carrozzoni che arrivavano da tutte le barriere saltavano giù cocchieri e fattorini e, seduti sui montatoi, dentro al casotto dei biglietti, sulle ceste rovesciate della verdura, facevano il loro pasto, alternando con le bocconate fameliche apostrofi chiassose alle erbivendole e ai colleghi arrivanti e partenti; e così incappottati com'erano, con quei cuffioni e quei guanti enormi, in mezzo alla neve della vasta piazza, dove qua e là ardevano dei fuochi, sarebbero parsi una banda di cosacchi bivaccantitra i carri della provianda durante una fermata in mezzo alla steppa; se non avessero fatto una macchia italianissima in quel quadretto russo i mucchi d'arance siciliane che brillavano sui banchi in mezzo all'erba montanina e ai rami di alloro annunciatori del Natale....

Salito sul mio tranvai, mi trovai daccanto sulla piattaforma il giovane tipografo biondissimo, lo sposo novello, fresco e gaio come l'aria. M'abbordò con Antonio Maceo, domandandomi se credevo che gl'insorti cubani avrebbero proseguito la lotta non ostante la sua morte; ma io m'accorsi bene che aveva qualcos'altro da dirmi, e indovinai ch'era una lieta notizia, e ch'egli cercava un'entratura garbata per darmela. Dopo qualche preambolo, infatti, smettendo a un tratto la serietà politica, m'annunziò con una gioia visibilissima che forse... fra qualche mese... se tutto andava bene... la causa socialista avrebbe avuto un soldato di più. Restava soltanto a sapersi se sarebbe stato un compagno o una compagna. Mi congratulai. E allora diede la stura a un'allegrezza infantile. Fatti certi calcoli, egli s'era messo in capo che dovesse nascere in Aprile, verso la metà, forse il giorno stesso della nascita di Ferdinando Lassalle: data di buon augurio. In ogni modo aveva già fissato, se era un maschio, di mettergli i tre nomi: Ferdinando (Lassalle), Federico (Engels) e Carlo (Marx). E si diede una fregatina alle mani. Poi tessè l'elogio della sua sposa. Oh, sempre, sempre più contento. Forte ancora al lavoro, nonostante il suo stato, buonae amorosa con la mamma di lui, e non punto mutata d'idee, come tante altre, dopo il matrimonio. Era lei stessa che gli diceva: — Ernesto, ricordati di non mancare alla riunione della tal sera.... Non dimenticare di rinnovar l'abbonamento al giornale.... Mettiamo qualche cosa anche noi per laCassa elettorale.... — E appunto quella mattina era lei che l'aveva sollecitato a portare i denari d'una piccola colletta a un compagno disoccupato e malato, che abitava in borgo San Salvario. Passavano la serata assieme a leggere dei volumi presi alla biblioteca dell'Associazione dei lavoratori del libro; ma preferivano gli opuscoli di propaganda, che compravano del proprio. Essa si appassionava in special modo per la storia delle socialiste celebri: Eleonora Aveling, Annie Besant, Severina. E in questi discorsi duravano fino a tardi, fin che la mamma s'addormentava con la calza in mano. Poi, all'improvviso, parendogli d'avermi parlato con troppa familiarità dei fatti suoi, fece di nuovo il viso serio per domandarmi se credevo alla voce corsa dello scioglimento prossimo di tutti i circoli socialisti e di tutte le Camere di lavoro della Liguria; ma, vedendomi sorridere, e insistendo io perchè mi riparlasse della sua famiglia, che m'avrebbe fatto molto piacere, m'afferrò il braccio in segno di gratitudine e ricominciò con maggior effusione. Sì, era felice, gli era toccata la più buona e brava ragazza che potesse desiderare. Era una così bella cosa andar d'accordo, essere uniti in quell'idea, avere quella speranza comune. Qualchevolta, quando sentivano insieme una buona musica, senza bisogno di parlarsi, essi si commovevano tutti e due fin quasi a piangere, pensando ai compagni degli altri paesi, all'opera di tutti, all'avvenire, al loro bambino che avrebbe visto un mondo migliore. Ed io alla mia volta, guardando quel bel giovane, quel “nemico della famiglia„ così innamorato e felice, pensavo quanto la famiglia lo nobilitava e gli dava forza, quanto era sano e fecondo l'amore in lui, in quella prima giovinezza in cui il matrimonio appare ancora alla più parte dei giovani della borghesia una cosa lontana, una fine da farsi dopo molti anni d'amori vagabondi, dì seduzioni, d'adulteri, un buon contratto per arrotondare il patrimonio o una buona alleanza per affrettar la carriera; e mi confermavo nella fede che fosse davvero un mutamento sociale benefico e santo quello per cui si sarebbe diffuso nella gioventù un tale amore, data la famiglia a tutti in quell'età, che ora non la vuole o non può averla per dure ragioni d'interesse o per ignobili ragioni di convenienza. Mentre io facevo queste riflessioni ed egli si disponeva a discendere, lo vidi mettere alla lesta non so che cosa nella tasca d'un signore che ci stava ritto davanti. Maravigliato, gli domandai spiegazione dell'atto. Egli sorrise: era un opuscoletto di sesto minimo, intitolatoI calunniatori del socialismo, a cinque centesimi; egli soleva ficcarne così delle copie nelle tasche dei borghesi, sui tranvai, senza farsi scorgere; oh, non per convertirli, ci voleva altro; solamente per“chiarire le loro idee„, per distruggere le leggende assurde che s'andavano formando intorno al socialismo nella mente di molti, i quali finivano con crederlo tutt'altra cosa da quello che è. — Arrivati a casa — disse — leggono per curiosità, e forse si ricredono di qualche pregiudizio: è sempre quel po' di guadagnato. — E mi raccontò che altri usavano quel modo, di far entrar l'idea per la via delle tasche non potendo per la via degli orecchi, e che n'aveva avuto il primo pensiero il falegname di mia conoscenza, il quale seminava opuscoli in tutti i soprabiti, senza grande spesa, essendoci su ogni centinaio il ribasso del quaranta per cento. E accennandomi con una strizzata d'occhio il signore, soggiunse: — Ne ho già serviti tre questa mattina, — e contento e trionfante, come se avesse fatto tre conversioni, saltò giù in piazza San Carlo, dove vidi allontanarsi e perdersi fra la gente la sua bella testa bionda dorata dal sole.

*

Ed ecco un altro sorriso sulla fronte del mio anno morente, un'altra pagina lieta per l'ultimo capitolo, un altro uomo felice: il giovane pittore che mi salta accanto sulla piattaforma, in via Garibaldi, con una stella di montagna all'occhiello e con un viso rosato, che è un annunzio di matrimonio in sembianza umana. Prevenni la sua parola raccontandogli come l'annunzio mi fosse stato dato il mese avanti da un'ondatadi porpora che avevo visto salire alle guance d'una bella signorina, l'ultimo giorno che c'eravamo incontrati. S'imporporò un poco anche lui, e gli feci le mie congratulazioni: una creatura angelica, che avevo mille volte ammirata, pensando sempre che sarebbe stato fortunato il cittadino d'Italia su cui ella avesse racchiuso le sue ali. Folgorò dagli occhi; ma si mantenne serio e mi fece un discorso molto pacato. Si, era tutto fissato per il gennaio. Egli era contento. Buona indole, carattere sodo, giudizio, istruzione, molto affezionata a suo padre, un ex colonnello di fanteria, decorato di due medaglie al valore: sarebbe stata certo un'ottima madre di famiglia e sarebbero vissuti insieme di buon accordo. Ma io capii che quella pacatezza di psicologo ragionatore era una delle solite imposture d'innamorato; sotto a quelle parole compassate sentivo divampar l'anima, ed ero ben certo che se anche ella non avesse avuto la “buona indole„ e il “carattere sodo„ e “il padre decorato„ e tutte le belle doti d'“un'ottima madre di famiglia„ egli l'avrebbe amata furiosamente ad un modo e chiesta e voluta a tutti i costi. — Sa che è studentessa di medicina? — mi domandò. Finsi di non saperlo, e gli chiesi celiando s'egli le avrebbe lasciato continuar gli studi. — Ah, neppur per sogno! — rispose con slancio, non ricordandosi l'apologia delle studentesse che m'aveva fatto un giorno; ed io sentii nel suo accento una vampata di gelosia otelliana, che abbracciava nelle sue spire tutta quanta la Facoltà medica,e tutta la studentesca insieme, e tutta la clientela possibile, non esclusi i malati di dentizione. Mi restava la curiosità di sapere se proprio l'avesse conosciuta sul tranvai, come mi aveva detto, e gli domandai anche questo. Ne rise di cuore: era stato così, veramente, sulla linea di Ponte Isabella, gli ultimi giorni di maggio. — Non si ricorda — mi disse — del fatto raccontato dai giornali in quei giorni, d'un carrozzone della Belga che, sboccando sul corso Valentino, urtò e rovesciò una vettura postale, gettando a terra il cocchiere, che si ferì gravemente? — Non mi ricordavo. Ebbene, egli s'era trovato con lei per la prima volta su quel carrozzone, e gli aveva “fatto senso„ il veder lei, lei sola, mentre le altre signore strillavano o svenivano, discendere ardita e tranquilla e accorrere in soccorso del caduto e sollevargli da terra il capo insanguinato e posarselo sulle ginocchia per asciugargli la ferita col fazzoletto. — Ecco una ragazza di polso e di cuore! — aveva detto. Ed era rimasto ferito anche lui, ma d'una ferita per cui il fazzoletto non serviva. Poi... l'aveva rivista. E a poco a poco.... Ma sorvolò alle prime manifestazioni non corrisposte, al periodo, che doveva esser stato abbastanza lungo, quando egli inveiva contro le ragazze torinesi, figlie di Borea, fredde come le Alpi, calcate tutte l'una sull'altra come figurine di carta, e saltò subito a dire della conquista immediata, fulminea ch'ella aveva fatto di suo padre, la prima volta che gliel'aveva indicata in tranvai. — Già, fu proprio così — concluse — sullalinea di Ponte Isabella, in un carrozzone chiuso della Società belga, che portava il numero 125. — E non accorgendosi ch'io ridevo a sentirgli rammentare anche il numero, tirò fuori il portafogli, e come avrebbe fatto della reliquia d'un santo, ne cavò fuori con riguardo e mi mostrò lo scontrino bianco di quella corsa memorabile, ancora intatto, come se fosse del giorno stesso. — Così — disse col suo sorriso ingenuo — se un giorno mi farà disperare, io le mostrerò lo scontrino, e le dirò: Ah, come ho speso male i miei dieci centesimi! — Ma l'amore, la felicità che scintillava sul suo buon viso di fanciullone erculeo smentivano l'apparente sincerità di quella supposizione. E ripose accuratamente nel portafogli il suo biglietto di partenza per il paradiso terrestre. Era felice, sì, proprio. E me lo confermò lo sguardo e l'accento involontario di pietà col quale, per cambiar discorso, mi domandò se procedeva il mio lavoro, come domanderebbe un milionario a un parente povero se è bene avviata una sua lite per un'eredità di qualche centinaia di lire; felice al punto che, nel domandarmi ancora se nel mio libro ci sarebbe stato anche lui, mi lasciò quasi comprendere che non gli sarebbe spiaciuto di entrarci. Ma quando discesi mi salutò con un sorriso che mostrava già il pensiero assai lontano da me: ilbuona seraera per me; il sorriso era già per la signorina del numero 125. Ma io avevo un mezzo permesso di incastrare il suo romanzetto nella miaCarrozza, e me n'andai soddisfatto della mia corsa.

*

Un altro felice; ma non con soddisfazione mia; anzi un brutto momento per me in un carrozzone caratteristico della vigilia di Natale, partito da Porta Palazzo, pieno stipato di signore e di ragazzi carichi di presepi, di Gesù bambini, di pastori, d'asini e di bovi, mezzo nascosti fra i rami di mirto e di lauro, con giocattoli fra le braccia, scatole di fichi sulle ginocchia e arance e melagrane nelle tasche e fra le mani: un misto d'Arca di Noè, di boschetto e di dispensa, da cui usciva un fremito e un trillìo confuso d'anime in festa. Davanti a me, sulla piattaforma posteriore, c'eran due carabinieri, che davan le spalle all'uscio; alla mia sinistra un gruppo di persone attempate e gravi, che discorrevano amichevolmente del voto dato dalla Camera alla lotteria per le Opere pie di Torino. Dopo aver ascoltato per un po' i loro discorsi, tornando a guardare dentro al carrozzone, incontrai lo sguardo di Guyot, seduto fra due presepi. Subito egli voltò gli occhiali e il pizzo da un'altra parte, corrugando la fronte, con l'espressione di chi torce lo sguardo da un serpente boa. Barbaro Guyot! Non era pago della vendetta atroce di due mesi avanti; m'odiava dunque a morte veramente; era proprio un nemico implacabile! E aspettai che il suo sguardo si fissasse un'altra volta nel mio, risospinto dall'odio stesso che glie lo faceva fuggire, per fargli comprendere con unosguardo che non m'eran rimaste nelle carni, com'egli forse credeva, le sue frecce avvelenate, che godevo d'una buona salute ed ero ancora in grado di far del male alla società. Ma invano. Non si voltò più. La mia vista, pensai, è davvero per lui un supplizio insopportabile, quando non mi debba guardare per torturarmi! E pazienza. Intanto salì sulla piattaforma altra gente, forzando a cambiar di posto quelli che già c'erano, e tutti insieme si rimescolarono, urtandosi e pigiandosi, cercando ciascuno la posizione meno incomoda per tirare il respiro e per resistere ai trabalzi. Cessato appena il serra serra, parecchi discesero, fu un'altra volta visibile dalla piattaforma l'interno, e quale non fu la mia maraviglia, riguardando dentro, al veder gli occhi del mio nemico vaganti sulla mia persona con un leggero sorriso che pareva di benevolenza! Doveva esser seguito un miracolo. Pensai che, dopo il primo moto invincibile di repugnanza destatogli dal mio aspetto, ripensando alla vendetta passata, egli avesse avuto un senso di resipiscenza, un pentimento d'aver passato il segno, d'avermi offeso troppo nel vivo, e volesse farmi capire che, se non pentito, era appagato della rivalsa che s'era presa, e intendeva di desistere, cominciando da quel giorno, dalle ostilità. Eppure, il suo sorriso non diceva questo ben chiaro, era un sorriso ambiguo, c'era sotto un barlume di compiacenza maligna. E, fissandolo, m'accorsi che il suo sguardo sorridente oscillava su di me come un pendolo, oltrepassando di qua e di là la miapersona. Che cos'era mai? Mi guardai a destra e a sinistra.... Abbominevole furfante! Era seguito,

come suole avvenir per alcun caso,

come suole avvenir per alcun caso,

come suole avvenir per alcun caso,

che i due carabinieri, separati dal rimescolio dei passeggieri salenti e scendenti, avevan dovuto spostarsi, e dopo vari giri sopra sè stessi s'eran ritrovati l'uno alla mia sinistra, l'altro alla mia destra, ed io stavo in mezzo a loro come un arrestato. L'iniquo Guyot si deliziava della vista di quel quadro. Il quadro gli rappresentava l'adempimento d'un suo desiderio, l'attuazione d'una profezia, la mia fine meritata e inevitabile, il vero posto che spettava a me nella società. Ed io che m'ero illuso.... Ma quello che più mi irritò non fu la sua gioia di quel momento: fu il pensare che avrebbe portata quella gioia a casa, descritto il quadro in famiglia, esilarato gli amici al caffè; che quel mio ammanettamento ideale sarebbe servito in gran parte — oh, senza dubbio! — ad abbellirgli le feste di Natale. Fui tentato di scender subito; ma mi rattenne un altro poco il pensiero ch'egli avrebbe goduto anche di quella fuga, dicendo: — Eh, già, si capisce, si sentiva a disagio... — Ma poi non ci potei più reggere, tirai il campanello e lacerai il quadro saltando giù, dopo avergli lanciato un'occhiataccia, che deve avergli fatto dire: — Che sguardo! Ha rivelato la sua vera natura. E adesso? Chi sa? Quella gente lì è capace di tutto....

*

Ma fu questa la sola brutta avventura ch'io ebbi in quell'ultimo mese.

La mattina di Natale, rallegrata dal sole, i tranvai riboccavano di signore impellicciate, di bimbe con grosse bambole dai riccioli biondi strette contro al petto, di signori che portavano a casa la ghiottoneria supplementare per il pranzo, di bottegaie in gala e d'operai con la barba fatta; tutte faccie serene e vivaci; con le quali non contrastavano che quelle rannuvolate dei cocchieri e dei fattorini, tristi o stizziti della rude giornata di lavoro che si vedevan davanti, incominciata per loro al lume delle stelle e destinata a finire fra chiassi e prepotenze d'ubbriachi, dopo quattro bocconi ingozzati alla disperata. Ah, le feste solenni, per quanta gente sono terribili! Salito in piazza Carlo Felice per andare in piazza Statuto, mi parve di ritrovarmi sullo stesso carrozzone in cui avevo fatto la stessa corsa il primo giorno dell'anno: era un continuo salire e discendere di signori e di signore, uno scambio di scappellate e d'inchini, un baratto di sorrisi e di cerimonie, come in una sala di ricevimento. Per un tratto, da piazza San Carlo a piazza Castello, il tranvai fu tutto signorile: tutto penne di struzzo, manicotti di martora, luccichìo di braccialetti e di spille, di libretti da messa e di borse di confetti, tutto eleganza, complimenti e profumi. Quanti eran là dentro che pensavano al “fanciul celeste„nato fra un asino e un bue mille e ottocento novantasei anni avanti, e alle parole ch'egli aveva dette al mondo:quod superest date pauperibus?Ahimè! Il bambino voleva dir per l'uno il principio del carnevale, per l'altro l'apertura del Teatro Regio, per questo una festa chiassosa in famiglia, per quello una strenna splendida; e i soli altari su cui molti altri l'adorassero erano le lucide vetrine di bottega dinanzi a cui correva il tranvai rapidamente, piene di capponi, d'aragoste e di gelatine. In non uno forse di quei mille battezzati che vedevo passare si formava il proposito di mutare, cominciando da quel giorno, pensieri e consuetudini dell'animo, di esser buono, giusto, sincero, umile, di amar tutti e di perdonar sempre come il maestro sublime di cui ricorreva il dì natalizio. E studiavo appunto a uno a uno tutti quei visi che non spiravano altro che compiacenza del lusso, vaghezza di attirar gli sguardi e desiderio e aspettazione di piaceri mondani, quando, in piazza Castello, salì una coppia coniugale, che, non trovando più posto dentro, si piantò in faccia a me sulla piattaforma. Era la supposta moglie dell'impiegato postale, lanostra capitanessa, come dice il Ferravilla nelCalzolar di donn, stretta al braccio d'un placido ometto di quarant'anni, suo marito senz'alcun dubbio, che sorrideva vagamente con gli occhi socchiusi, come compiacendosi dell'abbandono di ragazza innamorata con cui gli si lasciava andare addosso la sua graziosa donnina. Il capitano era dimenticato! E se quelladolcezza amorosa di lei non derivava dalla successione d'un tenente, significava un ritorno del cuore pentito e spoetizzato della colpa al sano affetto matrimoniale, alla modesta ma salda felicità circoscritta dallo sportello delle lettere raccomandate. E me ne rallegrai, anche perchè potevo così chiudere in forma edificante nel mio libro la storia della sua avventura. Un momento essa mi guardò, e parve che mi riconoscesse, ricordandosi forse del giorno che lei e l'altro mi volevan mettere fuori del carrozzone. Vidi passare un'ombra sul suo viso.... Ma che aveva a temere? Ch'io le preparassi il tiro che le faccio per le stampe non se lo poteva sognare. Infatti, si rinfrancò subito e si strinse più forte al marito, che questa volta chiuse gli occhi affatto, con un sorriso più soave.Dormi, fanciul celeste.

*

Dopo il Natale passarono alcuni giorni senza ch'io vedessi più alcuno. Pareva che i miei personaggi m'avessero già tutti abbandonato e fossero scomparsi nella nebbia che tornava ad avvolgere la città, umida e densa, nascondendo ogni cosa. Solo il terzultimo giorno ne ritrovai due nel carrozzone del Martinetto, in via Garibaldi, sotto un raggio fuggitivo di sole. Stando sulla piattaforma, un po' a sinistra dell'uscio, vidi dentro, di profilo, la sposa del borgo San Donato, col capo inclinato dalla parte opposta alla mia, nell'atto della Madonna della Seggiola. Mipassò un'idea. Sporsi il capo.... Ebbene, non credevo d'aver messo tanto affetto a quei due poveri esseri. Fu una vera gioia quella che sentii. Essa teneva sur un braccio un bambino in fasce. Alla sua destra, in fondo, sedeva suo marito. Ma era lei veramente? Aveva nell'atteggiamento del capo e del busto tutta la grazia che può dare la maternità a un corpo infelice; nel viso una luce nuova, come la coscienza altera e forte d'essere una creatura necessaria e sacra a un'altra creatura, e gli occhi più grandi e più dolci, con l'intensità di sguardo di chi fissa un orizzonte, come se in quegli altri due piccoli occhi in cui fissava i suoi ella vedesse come per due spiragli un mondo misterioso e lontano. Era venuto dunque l'aspettato, la grande consolazione dell'iniquità della natura e della sorte, la cara speranza di tutti i giorni e di tutte le ore, quello che la poneva in alto come una regina e le ingrandiva la vita come il concetto d'un'impresa eroica! E proprio in quel punto parve ch'egli rispondesse: — Sì, son venuto! — con una voce acuta e imperiosa, che era segno d'un corpicino sano e gagliardo. Essa sorrise, si guardò intorno con aria timida, interrogò con lo sguardo suo marito, e con una mano in cui si vedeva la titubanza, arrossendo leggermente, fece sguisciar due bottoni dagli occhielli del petto; poi, con un atto risoluto e pudico insieme, che porgeva e nascondeva ad un tempo, appagò la boccuccia avida, che subito tacque, per bere la vita. Allora essa rialzò il viso rosato e trionfante. Ah santa maternità!In parola d'onore, era bella. E il povero giovane guardava quel visetto enfiato dallo sforzo del succhiare con un occhio fisso e amoroso, che pareva dirgli: — Bevi, bambino; piglia da lei col latte l'anima bella, l'amor del lavoro, la rassegnazione alla povertà, il coraggio, la dolcezza, la forza; succhia la vita della mia sposa, e sarai buono e onesto; bevi l'anima di tua madre, e sarai la nostra ricchezza e la nostra gloria! — E in quell'atto li lasciai, mandando un buon augurio a tutti e due, e uno al nuovo personaggio, che avevo amato io pure, di cui ero stato padrino in cuor mio prima che nascesse, e che sarebbe stato un ricordo gentile di tutta la mia vita.

*

Ed eccoci all'ultimo giorno, che per me fu solenne. Uscito verso sera dalla direzione della Società Torinese e attraversata la piazza solitaria della barriera di Nizza, salii sul carrozzone della linea di piazza Castello, qualche minuto avanti che partisse. I lampioni della barriera rompevano appena la nebbia fittissima, in cui si movevano come larve fattorini, cocchieri e guardie daziarie, espandendo in risa e in facezie l'allegria bevuta dai liquoristi vicini per festeggiare la fin dell'anno. Mi parve di riconoscere tra quelle voci i grugniti di Tempesta; ma li coperse subito il canto squarciato d'una brigata di beoni, uscenti da un'osteria della piazza, dicui non appariva che la lanterna vermiglia. Quando il carrozzone partì, io ero solo dentro, in un angolo. Era l'ora in cui sono affollati tutti i tranvai che vanno ai sobborghi e quasi vuoti affatto quelli che vanno dalla cinta al centro di Torino. Avrei potuto allungarmi sui cuscini dellaTorinesee dormire tranquillamente; ma nonostante la stanchezza che m'aveva lasciata una notte insonne e una giornata di corse, non mi riuscì nemmeno d'assopirmi un po': mi distraeva la vista della strada nebbiosa, dove la fuga dei caffè sconosciuti e delle imboccature di strade che non riconoscevo e i larghi vani oscuri delle interruzioni del fabbricato, nei quali indovinavo la campagna dai lumi lontani, mi davano l'illusione d'entrare in una grande città straniera. Era quella l'ultima mia corsa dell'anno. Al pensarci, seguiva nella mia mente, per effetto dell'intento unico che in tutto quell'anno m'aveva guidato, una confusione di immagini singolarissima: si legavano i ricordi di tutte le corse, come se queste non fossero state interrotte dalle altre mille occupazioni della mia vita, e mi pareva d'aver fatto un viaggio continuo, a traverso alle quattro stagioni, di giorno e di notte, scendendo da un carrozzone per salire in un altro, andando avanti e indietro senza posa per tutte le vie, come se non avessi avuto altro domicilio che la carrozza di tutti. E tutte le persone, le scene, gl'incontri, gli accidenti che m'erano occorsi su quelle tavole mobili mi si affollavano alla memoria, distinti dagli altri avvenimenti della mia esistenza, come se questiavessero riguardato un altro me stesso, come se per un anno fosse stata separata nella mia esistenza e nei miei interessi l'umanità corrente sulle rotaie da quella che avevo visto e praticato fuori delle linee dei tranvai.

Ma, forse a cagione della solitudine e della stanchezza, e anche del tempo uggioso, erano le persone e le scene più tristi quelle che m'apparivano più vive. Lontano, come dentro alla nebbia, passavano le coppie amoreggianti sulle giardiniere domenicali, gli erotici appiccicati alle signore, le maschere del martedì grasso, le brigate brille, le teste tinte, le passeggiere saltatrici, una confusione bizzarra di monache e d'avventuriere, di contesse e d'erbivendole, di balione fiorenti e di zitellone malinconiche, di magistrati, di carabinieri e di “sovvertitori„; passavano e svanivano. Ma vicino, immobili, e come sotto il lume del carrozzone, vedevo l'angoscia della vecchia madre singhiozzante alla visione di Abba-Garima, la disperazione cupa di Taddeo e Veneranda fulminati dalla morte della loro creatura, il carro funebre del buon veterano che attraversava la strada al tranvai, e il cadaverino sanguinoso del bimbo schiacciato, e il finto sonno miserando della vecchia meretrice trafitta dagli sguardi dell'innocenza coronata di fiori. Quanti dolori, quante miserie anche in quelle poche gabbie volanti, dove pure i dolori e le miserie maggiori non salgono! Ruppero un momento quella tristezza, passando a braccetto, il pittore e la “vergine morta„, il tipografo biondo e la sua compagna, e gli sposi di borgoSan Donato, felici. E poi un'altra ondata di gente dolorosa mi passò davanti: la povera donna sformata dal cancro, la tisica schiantata dalla tosse, la mamma angosciata della corona mortuaria troppo povera, e il fattorino percosso a sangue, e tutti i suoi compagni intirizziti, fradici, rotti dalla stanchezza, che mostravan negli occhi velati il tormento del sonno e il terrore della multa, e in mezzo a loro il mio buon camerata della Scuola di Modena, nella sua uniforme di controllore, che mi faceva un cenno triste di saluto....

Mi ruppe il corso di questi pensieri una brusca fermata. Dov'eravamo? Riconobbi vagamente piazza Nizza a traverso al velo della nebbia. Alcune persone salirono. Il tranvai si rimise in moto e io mi rituffai nei ricordi.

Miserie, sventure, dolori. Ed anche quante tristizie, quante viltà, quante vergogne! Ma qui seguiva una lotta nell'animo mio. Dietro la faccia bestiale di Tempesta martirizzatore dei cavalli s'alzava il viso onesto e buono di Giors, che mi diceva sorridendo: — Hai conosciuto me solo; ma ci sono molti altri Giors, te lo assicuro. — Mi sorgeva davanti Desbottonass, abbrutito e inferocito dall'alcool, e dietro a lui una schiera d'altri briaconi suoi pari; ma subito si cacciava tra me e la sua immagine l'operaio lattoniere, che mi accennava una folla d'amici suoi, ai quali brillava sulla fronte, come a lui, una dignità nuova, il raggio della vita intellettuale, l'ardore d'un santo e infaticabile apostolato di civiltà, d'amor fraterno e di pace. Mi venivainnanzi uno stuolo di signore e di signori orgogliosi, sdegnosi del contatto del popolo e spiranti in ogni atto un disprezzo insultatore della miseria e provocatore dell'odio; ma al momento stesso lo stuolo s'apriva per lasciarmi vedere la dolce signorina bionda, intenerita e altera di sorregger con la spalla la testa grigia del vecchio muratore svenuto. Mi rivedevo di fronte il ricco egoista ed esoso, incredulo della fame, calunniatore della povertà, lesinatore arrabbiato del centesimo; ma m'appariva accanto a lui la buona famiglia borghese, impietosita dal dramma, che accarezzava il visetto nero e ficcava il gruzzolo in tasca allo spazzacamino. Mi si rizzava in faccia la persona tronfia di Tintura Migone, il negriere fallito, insolente con gli umili, prepotente coi deboli, aborritore dei bambini; ma spuntava al di sopra dei suo capo il viso ardente, copriva il suo brontolìo la santa voce di donna Chisciotta, che mi diceva: — Ci son io, e valgo io sola un esercito di costoro! — Poi da capo m'avvolgeva una folla di superbi, di sordidi, di depravati, di vili, che mi schernivano e mi dicevano: — Che cosa sogni, imbecille! Il mondo siamo noi —; e un'altra volta accorrevano donna Chisciotta e Giors e la signorina bionda e il lattoniere e gli sposi di San Donato e il tipografo dalla testa d'oro, e mi dicevano tutti insieme: — No, quelli non sono il mondo come non sono il cielo le nubi nere, se anche lo coprano intero. Spera in noi, credi in noi, confortati in noi; noi siamo le avanguardie d'un'umanità bella; noi abbiamo l'avveniresulla fronte e la vittoria nel cuore; sarà nostro il regno del mondo.... —

Fui un'altra volta interrotto; il tranvai si fermò; riconobbi nella nebbia l'obelisco dei ribelli del 1821: eravamo in piazza San Salvario; salirono altri passeggieri; si ripartì.

Allora la stanchezza mi vinse, chiusi gli occhi, mi sentii salire il sonno al cervello, e rimasi non so quanto in uno stato come di dormiveglia febbrile, agitato da immagini vivacissime. Vedevo a traverso ai vetri del carrozzone la strada rischiarata da torrenti di luce bianca, corsa da una moltitudine fitta di carrozzoni luminosi e di enormi carri sovraccarichi, non più tratti da cavalli, di carrozze d'ogni grandezza e d'ogni forma, mosse da una forza occulta, che s'incrociavano e s'incalzavano rapidissimi, come nella previsione confusa del vecchio fabbro, amico del lattoniere; e pensando al tempo in cui le vie risonavano di schiocchi di frusta e di grida di carrettieri e di cocchieri, mi pareva che fosse un tempo remotissimo, del quale serbassi appena la memoria. Guardavo il tranvai che mi portava, ampio e elegante come una sala, e la gente che lo riempiva mi pareva anch'essa mutata. Erano diversamente vestiti; ma non più con grandi differenze, come se i signori e i poveri si fossero ravvicinati, quelli discendendo e questi salendo a una mediocrità decorosa; e non vedevo più nei modi un contrasto di volgarità e di gentilezza, ma una garbatezza uniforme, meno manierata della presente, una cortesia dignitosa e semplice, senz'alcun indiziodi ostentazione o di sforzo. E alcune cose mi riuscivano strane e mi facevan pensare. Due passeggieri in faccia a me discorrevano d'amministrazione comunale, e mi stupivo che parlassero così familiarmente, vedendo che l'uno aveva le mani delicate e bianche e l'altro due grosse mani brune di lavoratore, e più sentendo che il primo diceva: — Quando apersi la seduta.... — e che l'altro gli faceva in accento di rimostranza delle osservazioni a cui egli prestava un'attenzione viva e rispettosa, come da pari a pari; e mi sembrava d'aver visto quei due visi lungo tempo addietro, come nei primi anni della mia infanzia. Così non mi riusciva nuovo il viso del conduttore in bella divisa, che ogni tanto vedevo di profilo sulla piattaforma, nell'atto d'avvertire garbatamente quei che scendevano di badarsi dalle carrozze che passavano; e mi destava una vaga reminiscenza l'aspetto d'un ragazzino seduto in un angolo, con un fascio di libri sotto il braccio, lindo e sorridente; e domandai a me stesso: — Dove ho visto costui? — vedendo un operaio che smise di leggere il giornale e s'alzò rispettosamente per cedere il posto a una vecchietta ben messa, che entrava salutando tutti con un sorriso, e che mi fece anch'essa l'impressione d'una conoscenza antica, ma dimenticata da molt'anni. Poi, a poco a poco, spuntò nella mia memoria come un raggio, che rischiarò quei visi l'un dopo l'altro. Nei due che parlavano degli affari del Comune riconobbi il sindaco di Torino e il falegname propagandista, il conduttore era Tempestarincivilito, il ragazzo era lo spazzacamino redento, l'operaio del giornale, Desbottonass, rigenerato, e la vecchietta ultima entrata, la madre del soldato, rifatta. E quel contrasto fra le immagini antiche e quella novità degli abiti, dei modi, degli sguardi, degli accenti, che rispondeva a una mia vaga e ardente speranza del tempo passato, quando a sperar quelle cose s'andava in carcere, mi riempiva il cuore d'una dolcezza inesprimibile, d'una gioia che mi mandava agli occhi le lacrime. E avevo bisogno di sfogarmi, di far festa con gli altri, di gridare: — Non era dunque un sogno, no! Com'è bello! E come s'è potuto credere un sogno? — e stavo per fare il mio sfogo con uno sconosciuto mio vicino, quando questi mi prevenne afferrandomi una mano e sciamando: — No, non era un sogno; ed è bello, sì; e come ho potuto creder questo una follia scellerata? — Mi voltai, vidi due occhiali e una barba a pizzo: era Guyot!

Ma la mia esclamazione di maraviglia e il sogno con essa furono rotti da unaltvigoroso, che risonò nel tranvai, e che mi svegliò come un pugno. Apersi gli occhi e riconobbi nella nebbia il corso Vittorio Emanuele, dove avevo da scendere per andar a pigliare il tranvai di corso Vinzaglio, che m'avrebbe portato in piazza Statuto. Trovai a stento un po' di posto sulla piattaforma davanti affollata, dove salirono ancora, all'imboccatura di via Roma, altri due; uno dei quali rimase sul predellino, in barba al regolamento, con una gamba spenzoloni, come un acrobata sopra un trapezio.

Eran tutti cappottoni di buon panno, tube lustre, “risotti„ freschi, baffi arricciati, caramelle luccicanti, tutta gente per bene, eccitata dal pensiero allegro della cena di mezzanotte, e anche dal solo pensiero della fin dell'anno; chi sa perchè? e ridevano di quel pigia pigia, cacciandosi a vicenda dei nuvoli di fumo nel naso, negli orecchi e nella nuca, e domandandosi scusa l'un con l'altro delle fiancate e delle pestate di calli, con una familiarità da veglione. Di tratto in tratto il tranvai si fermava per lasciar discendere o salire una signora; e allora raddoppiava il buon umore e il chiasso, dovendo saltar giù quattro o cinque per aprirle il passaggio, e sforzandosi gli altri per far rientrare i petti e le pancie; non tanto però da non sentire il contatto morbido dei mantelli e dei manicotti e i profumi delicati delle capigliature, che facevano scintillare gli occhi e dilatare le nari. E così si percorse il primo tratto di via Roma, si passò accanto a Emanuele Filiberto grandeggiante nella nebbia e s'infilò la strada tra piazza San Carlo e Piazza Castello. Qui, per lasciar passare un grosso signore che scendeva, girai sui talloni e mi trovai davanti, quasi a naso contro naso, nella piena luce d'una lampada elettrica,Siapure; il quale aperse gli occhi e la bocca con quella particolare espressione di brusco stupore che suol provocare l'apparizione inaspettata d'un nemico, e che io sentii riflessa nello stesso punto sul mio viso. Fu un momento solo, che mi bastò a dir tra me: — Tocca a lui, poichè lo mandai a salutare dallafigliuola, — e un impulso brutale dell'orgoglio mi fece girar di nuovo su me stesso, voltandogli le spalle; pentito dell'atto, peraltro, avanti che fosse compiuto. — Ah, impostore! Non era dunque sincero il saluto alla bimba se non hai osato di ripeterlo al padre! — Ma era troppo tardi, dopo quell'atto. — È finita, dunque, — pensai — fuggita quest'occasione, non se ne offrirà un'altra mai più; resteremo nemici per sempre! O miseria dell'anima mia!

— Edmondo, — sentii dire in quel punto da quella voce, che da tanti anni non avevo più intesa.

E allora mi voltai di scatto, gli misi un braccio intorno al collo e lo baciai sul viso; egli fece l'atto stesso, e mi rese il bacio. E restammo un momento così, col respiro oppresso, senza poter parlare. C'era lì sulla piattaforma il controllore colosso, l'ex carabiniere, che ci lanciò un'occhiata severa, non parendogli forse regolare una scena simile sopra un tranvai in servizio. Ma Siapure non se ne accorse; aveva gli occhi umidi, il mio buon Siapure. Mi strinse ancora una mano fra le sue; poi diè uno strappo alla correggia del campanello, dovendo scendere.

— Voglio rivederti domani, — gli dissi.

— Verrò da te con la bimba, — rispose.

E discese. Sentii una grande contentezza; ma fu breve, chè subito vi succedette un sentimento amaro di commiserazione per me stesso. O Dio buono! E c'eran voluti tanti anni per fare una cosa così semplice, così ragionevole, così buona per tutti e due!

Ma mi distrasse Giors, al quale mi trovai daccanto, essendo scesi tutti gli altri in via Garibaldi. Era allegro; gli piaceva la nebbia, che secondo non so quale sua teoria fisiologica “rinforza l'uomo„ e lo stuzzicava la vista dei buoni bocconi esposti nelle vetrine illuminate dei salumai. Mi parlò con molte esclamazioni ammirative d'un tacchino in gelatina che aveva visto in via Roma. Ah, sacrista! che bel bestione! che maraviglia! una rotondità di mappamondo di cavalla, una bianchezza di latte dentro a quell'oro, tre chilogrammi di ben di dio, una tentazione che non se la poteva levar dalla mente, che gli ballava davanti agli occhi per la strada, e la bocca gli faceva acqua come una fontana. E rideva, dicendo questo, e faceva la gobba come se quel ben di dio l'aspettasse alla barriera di Francia, sul piccolo desco dei lupicini; al quale nemmen quella sera, pover'uomo, non si sarebbe potuto sedere. Ma troncò quel discorso per fare i suoi complimenti a una giovine bambinaia che salì sulla piattaforma, con una bellezza di bimba in braccio, d'un anno al più, bionda come il sole, colorita come una pesca, vestita d'una cappottina azzurra elegantissima, tutta guernita di pelo bianco sopraffino, che le faceva come una corona di gelsomini intorno al viso incappucciato. Giors si voltò indietro per aprir l'uscio; ma la ragazza gli accennò di no, che non s'incomodasse: la bimba era capricciosa, non voleva star dentro ai carrozzoni; guai a portarcela; le piaceva star sul davanti a veder correre i cavalli; non era ancor di seimesi, che già aveva manifestato risolutamente quella volontà. E detto questo, rimase accanto a lui, tenendo la bimba su, col capo all'altezza del suo, tanto accosto che quasi si toccavano. La vicinanza di quella bimba eccitò Giors fuor di modo. Diede in una risata enorme. — Ah, la bellatotina! Lei vuol star fuori, vuol stare; vuol star qui accanto a Giors; non ha mica paura dei suoi grossi baffi da spaventapasseri. Ah, che amore di creatura! È l'amica dei cocchieri, lei. Ecco una signorina che sa stare al mondo! — E chinando il viso verso di lei, godeva a far scorrere la guancia sulla guarnizione bianca e morbida del suo cappuccio, e rideva, esclamava, la guardava negli occhi con la dolcezza d'un padre e l'allegria d'un fanciullo.

Non m'era mai parso tanto buono come mi parve in quel momento, mai tanto retto e sano il suo sentimento della vita; mai non avevo compreso così chiaramente da quali pure e profonde sorgenti di bontà innata derivasse la sua allegrezza, il suo coraggio, la sua energia al lavoro, l'amabile e forte serenità della sua anima onesta.

— Ah, la mia bellatotina! — continuò a esclamare. — Guardate che begli occhietti azzurri e che botton di rosa d'una bocca! Che pan di burro! Ecco una ragazza che troverà marito anche senza dote! Parola d'onore, se non n'avessi già tre, ne vorrei aver una compagna....

Ed eravamo già in piazza Statuto, tutta grigia di nebbia, ch'egli seguitava a fare le suedichiarazioni d'amore. Lo pregai di fermare; fermò, e mi disse con la sua voce cordiale: — Buon anno, monsù!

— Buon anno, Giors! — gli risposi.

Egli parve colpito dall'accento con cui gli feci quel saluto. Mi guardò, e poi mi rispose la parola che da molto tempo ripeto sempre, e che mi pare la più dolce e la più sapiente delle parole umane: — Speriamo!

Sì, mio buon Giors: speriamo!

Fine.


Back to IndexNext