CAPITOLO SECONDO.

CAPITOLO SECONDO.

Febbraio.

Un consiglio agli studiosi delle donne: osservino i loro diversi modi di far fermare il tranvai, di sulla strada e di dentro, e ne ricaveranno gran lume a giudicare del loro carattere. Alcune agitano l'ombrellino in alto, da lontano, come un capitano di cavalleria agita la sciabola, o gridano unaltimperioso, corrugando la fronte e tendendo il braccio come per dare un ordine perentorio a un marito ribelle; altre muovono la mano all'altezza della spalla, come chi chiama a sè qualcheduno, o l'alzano graziosamente con due dita tese e col capo un po' inclinato da una parte, sorridendo, nell'atto della scolaretta che chiede il licet alla maestra: mogline sottomesse, parrebbe. E infinita e piena di significati psicologici è la gamma deglialtargentini e gravi, tremoli e dolci come note di tortora o interiezioni amorose, o duri e taglienti come inod'una virtù inespugnabile.Quelle che hanno l'altsoave, per lo più, s'affrettano a salire, chiedendo scusa del ritardo con uno sguardo timido e sorridente; le altre, invece, se anche sono d'un bel tratto lontane, fanno il comodo loro, non badando agli atti d'impazienza dei passeggieri che aspettano, o mostrando un viso di regine offese. E sono anche più diversi i modi di far fermare per discendere. Le une s'alzano di scatto e danno una strappata alla correggia del campanello come padrone irritate che chiamino il servitore; le altre fanno un cenno di preghiera al fattorino perchè tiri lui, o se stanno sulla piattaforma, premono delicatamente con l'indice la spalla del cocchiere e gli domandano all'orecchio, come in confessione, se vuolfar il piaceredi fermareun momento. E si capisce che in molte, specialmente della classe alta, deriva da un concetto esagerato della brutalità degli uomini del popolo e del loro mal animo contro i signori la cortesia eccessiva e quasi umile che usan con loro; con la quale cercano d'ammansirli, come cagnacci ringhiosi, per timore di villanie gratuite; ed è altrettanto palese che quelli rispondono malamente, in molti casi, a quella cortesia soverchia, appunto perchè ne intuiscono la cagione, e se ne adontano.

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Stavo riandando queste osservazioni, fatte per l'addietro, quando salì accanto a me sul tranvai dei Viali, vicino alla Mole Antonelliana, un belgiovanotto di mia conoscenza, una specie di fanciullo erculeo, sano e fresco come un fiore, figliuolo d'un ricco proprietario di case, dilettante di pittura a ore perse, simpatico per un misto originale d'ingenuità e d'arguzia, e compagno di chiacchiere piacevolissimo, perchè conosceva mezza Torino. Seguitai con lui a voce alta il corso dei miei pensieri.

— Ah! — esclamò, — lei fa degli studi sui tranvai. E anch'io. — Aveva fatto egli pure delle osservazioni sull'“erotismo tranviario„, ma s'occupava d'un ordine particolare di fatti: era unospecialistadel bel sesso. S'interruppe per guardare una signora seduta dentro; poi mi domandò se mi ricordavo dove quella signora fosse salita. In piazza Vittorio Emanuele, mi pareva. — E scusi — ridomandò — ha osservato che abbia preso il biglietto di coincidenza? — Non l'avevo osservato. Rimase un po' pensieroso; poi disse piano: — L'ha preso di sicuro. È strano. Gira su tutte le linee e prende sempre la coincidenza. Ci dev'essere un perchè: forse per sconcertare i curiosi, o per sviare qualche spia, che sospetta d'aver alle calcagna. — Gli domandai chi fosse. Lo sapeva; ma non lo disse. — È la signora.... delle coincidenze — rispose sorridendo. E mi parlò della sua “specialità„. Egli si divertiva a indagare i misteri amorosi. C'era, per esempio, una signorina di famiglia conosciuta, che saliva sempre sul tranvai con la sua cameriera, ma fingendo di non essere in sua compagnia, e a un dato punto scendevano tutt'e due, e l'una pigliava da una parte, l'altradall'altra, come se non avessero nulla a che fare fra di loro: c'era lì sotto un segreto, che non aveva ancora potuto scoprire. Ah i tranvai, che agevolezze avevano portato agli amori e che tormenti alle gelosie! Egli sapeva di mariti gelosi che proibivano assolutamente alla moglie di salirvi; che piuttosto di salire con essa sulla piattaforma affollata, quando dentro non c'era più posto, facevano due miglia a piedi sulla neve, e che quando eran costretti a ficcar la loro metà in quella calca d'uomini in piedi, vigilavano le facce circostanti con occhi di basilisco soffrendo delle torture d'inferno. Ne aveva inteso uno, in un salotto, chiamare l'istituzione del tranvai immorale, e definire i carrozzoni veicoli di scandalo, case ambulanti di mala fama. Ma d'altra parte, era un'“istituzione„ assai comoda per il servizio di polizia coniugale. Egli conosceva una signora che cercava gli scontrini negli abiti di suo marito per accertarsi ch'egli fosse veramente andato dove aveva detto, e che spesso, quando egli usciva dicendo: — Vado nel tal sobborgo — usciva essa pure, subito dopo, per pigliare un'altra linea convergente allo stesso punto; per il che accadeva qualche volta che in capo alle due corse, alla barriera di Nizza o di Casale, moglie e marito si ritrovavano di fronte, lei contenta d'averlo riconosciuto sincero, lui arrabbiato d'esser stato seguito; e ne seguìva una scena. — La linea dove avvengono più incontri d'amanti — disse poi —, è quella da piazza Castello alla barriera di Nizza. — Gli domandai perchè. — Non loso — rispose —, ma è quella. Ne riparleremo. — E mentre stava per scendere, si rattenne per dirmi: — Guardi là, intanto, un quadretto curioso per lei.

Era un quadretto amenissimo, infatti; una famiglia numerosa, raggruppata da un lato del viale, due vecchietti, tre ragazze e due bimbi, che accennavano al cocchiere di fermare agitando tutti insieme nella nebbia una canna, quattro ombrelli e non so quanti fazzoletti, con le braccia in alto, con un movimento regolare e continuo, come un gruppo di naufraghi sopra uno scoglio, che chiedessero soccorso a un bastimento.

— Frequenti la linea della barriera di Nizza — mi ripetè il pittore discendendo; — ci troverà moltidocumenti.

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Dovetti appunto in quei giorni frequentar quella linea per andar a visitare un vecchio amico malato, che stava sul corso Galileo. E fu un piacere nuovo per me, in quelle mattinate grigie d'inverno, correndo quella lunghissima via diritta, a cui la grande stazione affumicata della ferrovia, i camini delle officine, il via vai fitto dei carri e la folla e la nebbia danno l'aspetto d'una via di Parigi o di Londra, osservare nella rapida corsa come la città via via dirada, rappicinisce e si acqueta fino alla barriera di Nizza, dove par che nelle cose e negli uomini incominci la pace della campagna. In pochigiorni conobbi la linea. Andando verso le dieci vedevo venir giù lavivandiera, il carrozzone consolatore che porta in piazza Emanuele Filiberto la colazione dei fattorini e dei cocchieri, il carico dei canestri sospirati, gli uni per gli scapoli, dati dalla Cucina economica dellaSocietà Torinese, gli altri portati alla Società o rimessi man mano al conducente lungo la via e raccomandati come bambini dalle mogli e dalle figliuole, appostate ogni giorno a quell'ora in quei dati punti, come per un convegno amoroso. Ritornando verso mezzogiorno incontravo il tranvai della “corsa degli impiegati„, quello che, partendo da piazza Castello alle undici e mezzo, raccoglie lungo il tragitto tutti itravetche vanno a desinare a casa in borgo San Salvario, sbadigliando a bocca squarciata, con la faccia lunga dalla fame e gli occhi rotanti dall'impazienza. Ritornando invece a notte fatta, trovavo nel carrozzone illuminato delle famigliole borghesi che andavano al teatro, eccitate dall'avvenimento insolito come se venissero a Torino da un'altra città, strette in conversazioni scolarescamente vivaci, come brigate giovanili partenti per un viaggio notturno d'avventure. E tra una corsa e l'altra, osservando i cavalli mentre aspettavo la partenza alla barriera, cominciai a prender simpatia per quelle povere bestie, venute la più parte dall'Ungheria, comprate alle fiere di Lunigo, di Novara e di Padova, alcune ancora belle e vigorose, altre con le gambe davanti già piegate e sformate dagli strapazzi, distinte con ogni specie di strani nomi, trovatidalla fantasia degl'impiegati intinti di lettere, — Sparta, Ovo, Falò, Rabagas, Romanziere, Ministro, Bibi, Colonnello, Episodio, Camelia, Passerotto, Senato, — destinate a passare un giorno dai tranvai allecittadine, alle carrette, alle macine, ai carri mortuari, ai carrozzoni dei saltimbanchi, per dare poi all'uomo anche la carne e la pelle e le ossa, dopo aver faticato dieci anni al suo servizio e lasciato la vita sotto la sua frusta....

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Fin dal primo giorno conobbi su quella linea un cocchiere tipico; e do a questa parola il suo vero significato, perchè era un di quelli che in ogni famiglia d'impiegati o d'operai par che condensino in sè tutti i malumori, tutte le stizze, tutti gli spiriti ribelli della famiglia. Era un traccagnotto col capo nelle spalle, con un viso color di terra cotta, che pareva enfiato, con gli ocelli di bragia, la barba di setole, una voce di tuono. Gli muggiva in corpo una tempesta perpetua. Eruttava “accidenti„ smozzicati, di continuo, contro le biciclette che passavano, contro i monelli che spaventavano le bestie, contro i carrettieri che gl'ingombravan la via, contro chi saliva e chi scendeva, contro i cavalli, la frusta, il campanello, il colore del tempo. E quando non sacrava a voce, sacrava con tutti i moti della persona, col modo di frustare, di tirar le redini, di girar la testa e lo sguardo, di stringere il freno e di pestare i piedi; e quando non se la pigliava apertamente con nulla o connessuno, faceva dei soliloqui stizzosi inintelligibili guardando in alto, come se dei nemici visibili a lui solo lo provocassero, danzandogli davanti per aria, o si sfogava soffiando nel suo fischietto, cacciando dei fischi prolungati, rabbiosi, senza necessità, come se fischiasse la creazione. Da piazza Castello alla barriera non lo vidi un momento rabbonito; pareva che portasse dentro l'ira d'un popolo; non potevo capire come non schiattasse. Pensai che, se aveva moglie, la povera donna doveva aver il paradiso assicurato. Intesi che lo chiamavanTempesta, e il soprannome gli tornava a pennello. Dei passeggieri se ne lagnavano, brontolando; ma a me fece compassione, perchè un povero diavolo che passava la giornata a quel modo si condannava da sè al più miserando dei supplizi che gli potesse augurare la più vendicativa delle sue vittime; e mi pareva anche da compatirsi perchè per ogni Tempesta cocchiere c'era bene una decina di Tempesta passeggieri, che mettevan la pazienza dei suoi colleghi alla stessa prova a cui egli metteva la nostra.

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Apparteneva alla famiglia dei Tempesta il grosso signore coi baffi tinti e la caramella all'occhio, che la mattina dopo fece cenno di fermare all'angolo di piazza Carignano e di via Amedeo. Fece cenno in modo che il cocchiere, un perticone dal naso a becco, credè che lo facesse al tranvai di Vanchiglia sopraggiungente, e datagliun'occhiata, tirò via. Quegli si mise a correre accanto al carrozzone, col viso acceso, agitando la canna e gridando ira di Dio, e quando fu sulla piattaforma, ansante, investi il cocchiere. — Che maniere son queste? T'avevo fatto segno dì fermare; non ti faceva comodo, è vero? Queste sono facezie dabirichin! — Il cocchiere, risentito, si difese; ne nacque un battibecco; venne innanzi il fattorino, un giovane biondo, dall'aria per bene, che ebbe il torto di pigliar le parti del compagno. L'altro imbestialì, gridò che sarebbe ricorso alla direzione.

— Quando avrà tolto una giornata di pane alla mia famiglia, — rispose il cocchiere, — non avrà ragione per questo. Intanto, non mi deve trattare coltu.

Il signore tinto lo guardò con stupore; parve più punto da quella osservazione che dall'altre parole. — Conosco la regola, — disse bruscamente — si dà delleial controllore, delvoial fattorino e deltual cocchiere.

— È una regola rispose l'altro — che riguarda il personale, noi fra di noi, non i passeggieri.

— È quello che saprò dalla direzione, — ribattè il signore, tirando fuori un taccuino per segnarvi il numero del carrozzone.

— Faccia pure.

— Non ho bisogno del suo permesso.

Il fattorino s'interpose da capo con buone parole, e quegli, borbottando, s'acquetò; ma rimase ritto sulla piattaforma nell'atteggiamento d'un nume corrucciato. Dove m'era già apparso quelviso? Non mi ricordavo; ma avevo visto certo molte persone che avevan con quella un'aria di parentela, ne avevo visto in ogni paese, in mille occasioni, leticare con camerieri d'albergo, con giovani di caffè, con commessi di negozio, con fiaccherai e con facchini, anche più vecchi di trent'anni di loro, dando del tu a tutti, con lo stesso piglio di quello, e mostrando con tutti quasi un risentimento d'istinto. Era uno di quei tanti per cui la società pare che si divida in bianchi e in negri, e che non capiscono come in questi ci possa essere qualche cosa di somigliante all'amor proprio; che, trattando coi negri, giudicano naturale e logico di adoperare il Galateo dei bianchi rovesciato; che non adoperano più il bastone, come i loro padri antichi, soltanto per paura dei pugni, ma, per forza d'atavismo, lo alzano ancora qualche volta, e più sovente ne parlano; e che con queste tendenze accordano per lo più le loro idee politiche, abbracciando tutti coloro che parlano di libertà, d'eguaglianza, di diritti degli umili con una sola e vasta designazione: —I baloss.— I mascalzoni.

L'uomo tinto discese sdegnosamente sul corso Vittorio Emanuele; il fattorino biondo lo seguitò un tratto con gli occhi, e poi mise un soffio.

— Cattiva pratica, eh? — gli domandò un passeggiere.

Quegli scrollò il capo. Lo conosceva da anni. Era una calamità di quella linea: vi faceva due corse il giorno; non passava settimana che nonl'attaccasse con qualcuno. Una volta aveva fatto una scena perchè il fattorino, prima di dargli il resto, aveva esaminato il suo biglietto da una liracon diffidenza. Era ricorso un'altra volta alla direzione perchè a un suo rimprovero il cocchiere aveva risposto con unsorriso sarcastico. Un altro giorno aveva minacciato di ricorrere perchè lo stracciare gli scontrini, in segno di controllo,sulla facciadei passeggieri, invece di bucarli con le tanagliette come fanno sulle strade ferrate, era una mancanza di rispetto. E “ricorreva„ infatti. Alla direzione ci dovevano aver già un mucchio di lettere sue. Tutto il “personale„ della Società lo conosceva. Lo chiamavanotintura Migoneper via dei baffi. Quando saliva lui sul tranvai, si mettevan tutti sulle difese, preparati a un assalto. Poi soggiunse: — E se fosse il solo!

— Ce n'è dunque molti di quella semenza? — domandò il passeggiere di prima.

Il fattorino lo guardò e diede una forte soffiata nel corno, che fu insieme una risposta a lui e un segnale al tranvai del Valentino, che sopraggiungeva. Poi commentò la suonata. Di prepotenti come quello, pochi; ma di rompiscatole infaticabili, di stuzzichini, di brontoloni meticolosi e noiosi che attaccavano ogni momento una bega, o per gli scontrini troppo piccoli e di carta troppo sottile, o per i vetri che lasciavan passar l'aria, o per le tende delle “giardiniere„ troppo corte, o per il puzzo che mettevan nel carrozzone i cocchieri sedendovi dentro durante le fermate, o per il tavolato fradicio,o per le panche incomode, o per i battenti duri, ce n'era un reggimento. — Bisogna proprio dire — esclamò — che c'è della gran gente che non ha nulla da fare! Ah, non è la vita del Michelaccio la nostra... — Poi, accennando davanti a sè, disse con accento di rassegnazione filosofica: — Però, quando si vedon questi....

Guardai dove accennava e vidi venirci incontro un carrozzone pieno stipato, tutto di giovani. Quelli sulla piattaforma davanti stavan rivolti verso i cavalli, diritti, immobili, impettiti, col mento alzato, in atteggiamenti di statue: eran tutti imberbi e pallidi, con qualcosa di comune nell'espressione del viso, non so che di chiuso e di triste, come se avessero tutti un solo pensiero, come una squadra di condannati. Il carrozzone correva. Vidi dentro di sfuggita due schiere d'altri visi immobili, eretti, con quella medesima espressione indefinibile, quasi di raccoglimento severo, come se tutti fossero assorti nell'audizione d'una musica grave che venisse dall'alto e ciascuno di essi si credesse solo ad udirla. Anche la piattaforma di dietro era affollata di quelle statue viventi, dal viso scialbo e senza sorriso, rigide e mute, e v'eran tra quelli dei ragazzi che avevan la stessa espressione degli adulti, come se appartenessero a una razza non dotata che di una gioventù fisiologica, nella quale la vita dello spirito fosse già una vecchiaia pensierosa. Passarono così rapidamente che non ebbi il tempo di riconoscerli, e mi diede un brivido lavoce del fattorino, che disse: — Sono i ciechi dell'Istituto di via Nizza; prendono sempre un carrozzone per loro soli, a prezzo ridotto.

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Non vidi nessuna di quelle scene amorose che m'aveva preannunziato il giovine pittore: non era buona luna; ma mi toccò su quella linea, proprio l'ultimo giorno, una delle “migliori„ corse possibili; poichè (lo debbono aver tutti osservato) si danno sui tranvai le corse buone, in cui non s'hanno che incontri e impressioni gradevoli, e le cattive, che sono una sequela di piccoli dispiaceri. La buona ventura mi cominciò sulla linea del Martinetto, andando a piazza Castello per pigliarvi il tranvai della barriera. Era il tocco e mezzo, una giornata splendida. Trovai sulla piattaformaCarlin, il fattorino africanista, felice della partenza del colonnello Pittaluga per Assab, donde si diceva che sarebbe entrato nell'Harrar con un corpo di spedizione. Il suo piano di prender gli abissini fra due fuochi stava per attuarsi; egli ne discorreva con una guardia municipale. — Son suonati! — esclamava — son suonati! Cani di negri! Non uno, non uno n'ha da ritornare al suo canile! — Pareva che avesse suggerito lui l'operazione al ministro della guerra: raggiava vittoria dagli occhi. Ma riconobbi che la sua curiosità non si pasceva soltanto, nei giornali, di politica guerresca, poichè, poco dopo, gl'intesi domandar spiegazioni a un passeggiereintorno a quel “professore dell'Austria„ dotato, come dicevano, di due occhi diabolici, che vedevano dentro alle scatole chiuse. Capii dalla risposta che intendeva parlare dei raggi Röntgen e m'accorsi che la spiegazione gli confondeva, invece di chiarirgli le idee: cosa frequentissima, fra dotti e ignoranti, anche in politica. Che un uomo avesse una vista così forte da vedere a traverso il legno, per quanto fosse strano, lo poteva comprendere; ma la spiegazione dei raggi elettrici fece nella sua mente un buio fitto. Rimase un po' sopra pensiero; poi ritornò alla guerra d'Africa, nella quale, almeno, vedeva chiaro.

C'era sulla piattaforma posteriore il cavaliereBicchierino, che non aveva trovato dentro il suo posto solito, e nell'interno, in fondo, la ragazza di borgo San Donato, poveretta, con una pezzuola verde sopra un occhio. All'angolo di via Siccardi, come sempre, salì il giovane, il suo supposto fidanzato, che la salutò col solito sorriso malinconico, e le sedette di fronte. Il cavaliere, ritto in faccia a me, leggeva laGazzetta del Popolo: aveva certo la consuetudine di leggerla ogni giorno anche a quell'ora, forse per riparare alle dimenticanze della lettura mattutina, o, più probabilmente, la leggeva mezza la mattina e mezza fra il tocco e le due. Incontrando per un momento il suo sguardo capii che non m'aveva perdonato il mio giudizio offensivo per la via Garibaldi. L'aria era limpidissima: per le imboccature delle venticinque vie laterali il sole mettevaaltrettanti torrenti luminosi nell'ombra severa della via lunghissima, e da una parte le grandi Alpi bianche e azzurre, dall'altra la facciata classica del Palazzo Madama, con tutte le vetrate fiammeggianti, formavano uno dei prospetti più ammirabili che la natura e l'arte, fronteggiandosi, possan fare ai due capi d'una via cittadina. Essendo salito a un certo punto il primo segretario del Municipio, che è poeta e artista, gli dissi: — Guardi, che bellezza è via Garibaldi! Non par di essere nello stesso tempo a Parigi, a Napoli e ai piedi delle Alpi? — A quelle parole il cavaliere alzò il capo dallaGazzetta, diede un'occhiata alla strada e alle Alpi, e poi una a me, rapidissima, e dignitosamente benigna, che significava quasi il perdono. Sia ringraziato il cielo, pensai; eccomi aperta la via alla conquista del suo cuore. — La corsa principiava bene.

All'angolo di via Botero un'apparizione straordinaria riscosse tutti i passeggieri. Salì e sedette dentro una coppia matrimoniale: inglesi, parevano; sposi, senza dubbio; ricchi, si vedeva; due dei più belli e poderosi esemplari della razza anglo-sassone ch'io avessi veduti mai, un atleta e un'amazzone, tutt'e due coi capelli d'oro, gli occhi di zaffiro e le guance di rosa, due splendori di gioventù, di forza, d'amore e di fortuna, di quelle creature che la natura sembra aver fatte l'una per l'altra, per mostrarequantunque ella può, e che lasciano per tutto dove passano un fremito d'ammirazione e d'invidia. Tutti gli occhi si fissarono su di loro;perfino Carlin uscì in un'esclamazione ammirativa: — Che bellapariglia! — Ah, quei due poveri fidanzati malaticci di San Donato, con quei panni logorati dalla spazzola, come parevano più poveri e più meschini vicino a quei due grandi e splendidi fiori britannici! N'ebbi un senso di pietà vivo, quasi doloroso, come a veder le vittime d'un atto d'ingiustizia crudele. La ragazza, in special modo, mi colpì. Guardava la signora, che le sedeva accanto e la sorpassava di tutto il capo, voltando il viso in pieno, per vederla con quell'occhio solo che aveva scoperto; la guardava come una creatura tanto al di sopra di lei che non la potesse neanche invidiare, e quel suo occhio dilatato e fisso esprimeva un'ammirazione così ingenua, una simpatia così buona e insieme una così dolce e umile rassegnazione all'inferiorità propria, che in quel momento era bellissimo, bello come una di quelle sante parole che in certe grandi prove della vita ci rivelano a un tratto, in un'anima, un tesoro infinito di bontà e di gentilezza. Osservai tutti i suoi movimenti. Dopo un poco essa fissò lo sguardo, con la stessa espressione benevola, ma meno viva, sul signore, e poi cercò quello del suo amico, e si guardarono tutti e due per qualche momento, e parve che si dicessero: — Come sono belli, come sono fortunati, non è vero? Ma, vedendoli, io mi stringo ancora più fortemente a te, perchè penso ch'essi hanno tanti altri beni ed io ho te soltanto, e che siamo fatti l'uno per l'altro noi due pure. — Quando essa s'alzò perdiscendere in piazza Castello, ed egli le tese la mano, il suo viso si colorì d'un leggiero rossore; forse perchè pensava che i presenti facessero in quel punto un confronto fra di loro e quegli altri due; e il suo rossore ebbe un riflesso leggerissimo sul viso di lui. Pudore della bruttezza e della povertà, più bello, più rispettabile di quello dell'innocenza.

Nella piazza, fra la gente che aspettava la partenza del tranvai della barriera, mi diede nell'occhio un ometto sbarbato di mezza età, con un viso e un vestito di commediante povero, il quale stava osservando con viva attenzione, e con gli occhi sorridenti, i due cavalli attaccati. Li osservai io pure. Si accarezzavano come due fratelli amorosi: l'uno faceva scorrere il muso sulla criniera dell'altro, ravvicinavan le teste toccandosi con le tempie, si strofinavano, si mettevano a vicenda la bocca accosto all'orecchio, socchiudendo gli occhi, come se si parlassero, come se si confortassero l'un l'altro della dura vita presente con la predizione dei lunghi sonni che avrebbero dormiti nei loro ultimi anni davanti alle porte dei teatri e delle stazioni, sotto la guardia dei fiaccherai sonnolenti. A un tratto l'ometto sbarbato mi rivolse la parola, come a un conoscente, con una vocina d'uccello: — Come si vogliono bene, eh? Effendi e Calice; quattro e cinque anni; sono ancora ragazzi; ma male appaiati: l'uno forte, l'altro debole: non fanno mica un buon servizio insieme. — Un “tranvaiofilo!„ Non m'occorse altro per riconoscerlo. Soggiunsesubito dopo: — Gran bella linea questa! — Era un amatore dellaSocietà torinese. Riprese infatti il discorso sulla piattaforma, quando si partì, dicendomi i profitti quotidiani e straordinari della linea di Nizza “la regina delle linee„ con quell'accento di compiacenza e d'alterezza con cui sogliono molti poveri diavoli numerare e magnificare le ricchezze dei milionari celebri e farsi quasi suonar nella mente i loro sacchetti, come se dessero in quel modo a sè stessi l'illusione momentanea e il godimento del possesso.

Il tragitto da piazza Castello in là fu amenissimo. Vicino alla piazzetta Lagrange, mentre il tranvai correva, una giovane signorina, graziosamente vestita, che stava aspettando sul marciapiede, prese la corsa, spiccò un salto, e piantato un piede sul montatoio, senz'afferrarsi alla colonnina, restò un momento ritta in quell'atto, come un acrobata che aspetti l'applauso: poi aperse l'uscio ed entrò in mezzo all'ammirazione generale. Il mio vicino soltanto non mostrò alcuna maraviglia. — È una maestra di ciclismo per le signore, — disse, o meglio, gorgheggiò; — vinse anche un premio alle corse, due anni fa. — E inteso ch'era la prima volta ch'io vedevo una signora salir sul tranvai a quel modo: — Lo credo, — rispose, — è ben raro; a Torino non ce n'è che quattro.

La sicurezza con cui fece quell'affermazione, come avrebbe detto: — Non c'è che quattro monumenti equestri, — mi stupì. Egli specificò, contando sulla punta delle dita. — C'è questa, dunque; ce n'è una sulla linea della Crocetta,un'ex cavallerizza del Circo Amato, che prese marito; c'è una serva sulla linea del Valentino, mi pare.... ma quella è una mezza matta; e una fioraia, che sta dalle parti di Porta Palazzo.

Lo guardai con ammirazione: era un uomo prezioso per me. E continuò, dicendo che la più straordinaria era la fioraia, perchè, sebbene ancor giovane, era un pezzo da ottanta, un centinaio di chilogrammi a far poco. Saliva tutti i giorni alla stess'ora, sul tranvai di Ponte Isabella, a una cantonata di via Milano. Parecchi andavano là apposta per vedere il salto, e quando sul carrozzone c'erano dei giovani allegri, gridavano tutti insieme:Hop! Hop!nell'atto che essa pigliava la rincorsa, e poi: — Là! Brava! Bene! — applaudendo, e lei, ch'era una burlona, ringraziava prima di sedersi, col gesto d'una ballerina alla ribalta. — Ah sui tranvai, — concluse, — per chi non ha occupazioni.... è uno spasso.

Mentre egli parlava s'eran seduti dentro, nel mezzo, l'uno di faccia all'altro, un vecchio frate cappuccino, piccolo e secco come una mummia, e un sottotenente degli alpini giovanissimo, che si guardavano a vicenda con molta attenzione, come due esseri strani l'uno per l'altro, che avessero per la prima volta l'occasione di esaminarsi dappresso; e questi e una bella baliona di Viù, che era seduta in fondo, con la sua grande cuffia bianca e il grembiale rosso, imperlata come una madonna, facevano tra l'altra gente uno spicco così vivo e fra di loro un contrasto così forte d'aspetto e di natura,che gli occhi di tutti i passeggeri correvano vivacemente, sorridendo, dall'uno all'altro, come su tre personaggi di commedia che rappresentassero una “situazione„ straordinaria.

Stavo osservando il quadretto, quando il tranvai s'arrestò, l'ometto sbarbato discese, e salì e sedette dentro, con un ragazzino sulle ginocchia, una donna del popolo, dalle forme robuste e dal viso ardito.

Il fattorino le andò a porgere due biglietti. Essa porse due soldi soli. — Deve pagare anche il bimbo, — disse quello, con uno spiccato accento modenese.

— Un bimbo di questa età? — domandò bruscamente la donna.

— Appunto perchè è di quell'età, — rispose il fattorino. — Il regolamento non esclude che i lattanti. Il suo è lattante?

— Cosa vuol dire?

— Se prende il latte.

— Sicuro che lo prende, tutte le mattine appena levato.

— Non mi pigli in giro: voglio dire se prende il latte della mamma, — e accennando col dito alle fonti: — il suo.

— Oh, dico, — rispose la donna risentita, — porti rispetto! — Tutti diedero in una risata; essa girò sui passeggieri un occhio minaccioso.... e poi rise anch'essa, confessando così schiettamente, in quel modo, d'aver finto di offendersi per imbrogliar la questione, che risero tutti un'altra volta.

La compagnia era di buon umore. All'angolodi via Baretti, salì una grossa signora sui cinquanta, rotonda e fresca come un cavolfiore, e tutt'ansimante, con un cappellino che pareva un cespuglio e un vaso di fiori stretto al seno. Entrando, mentre i cavalli ripigliavan la corsa, per andarsi a sedere al posto rimasto vuoto nel mezzo, si voltò troppo presto, perdette l'equilibrio e cadde seduta sopra un ginocchio dell'ufficiale, gettando uno strillo. Fu un momento solo; ma lo spettacolo di quel donnone sfereggiante e ansante, con quel faccione rosso, con quel cespuglio in capo e quel vaso al seno, seduta come una bimba sulle ginocchia di quell'ufficialetto sgomentato, era così stranamente comico che ne schiattò dal ridere la compagnia, e poi l'ufficiale, e finì con ridere essa pure, benchè tutta confusa, mettendosi a sedere sulla panca, con una mano sul viso.

Ma non era finita. Arrivati in piazza San Salvario, fa cenno di fermare una piccola signora bionda, che tiene due bimbi per mano. Il cocchiere ferma. Quella s'avvicina alla piattaforma anteriore e porge uno dei bimbi al fattorino che lo tira su e lo fa entrare: un bel bimbo biondo d'un paio d'anni, sorridente, che è accolto con carezze. Subito dopo entra il secondo, somigliantissimo al primo, vestito tal quale, sorridente anche lui, e ricevuto a festa come l'altro. Pareva che fosse finito; ma non s'eran visti quelli che la signora aveva dietro di sè. Il fattorino ne tira su e ne mette dentro un terzo, una copia un po' ingrandita dei due primi. Allora la compagnia cominciò a esilararsi, a scherzare: — Etre! — È un collegio. — Staremo qui un'ora. — Ne comparve un quarto: fu un coro d'esclamazioni. Comparve ancora una ragazzina sugli otto anni: fu uno scoppio d'allegria. Salì finalmente la signora, il ritratto miniato di tutti e cinque, rosea e serena come loro, e al suo apparire tutti tacquero; ma al vedere che n'aveva in corso di stampa un sesto, tutti si rallegrarono da capo, con un sorriso di simpatia ammirativa e un mormorio rispettoso di congratulazioni; e la gaiezza di tutta quella gente che carezzava i bimbi, e quei cinque visetti biondi che sorridevano tutti insieme, senza saper perchè, eccitati dal sorriso degli altri, e la giocondità amorevole di quella mammina snella e fresca come una ragazza, felice della sua fecondità trionfante, furono per alcuni momenti uno spettacolo delizioso.

L'ultima la godetti io solo. V'erano sulla piattaforma due uomini sulla quarantina, che discorrevano a voce bassa, l'uno in piemontese, l'altro in lombardo. Questo non faceva che esclamare di tratto in tratto: —Ah che loder! Ah che baloss!—; l'altro raccontava in tuono di lagnanza una lunga storia d'un tale, che, essendo suo socio in un affare, aveva prima tentato di soppiantarlo, poi s'era valso del suo nome per riscotere dei crediti comuni, e, rotta l'associazione, oltre al negare con una faccia di bronzo le sur birbonate, aveva ancora preteso da lui dei risarcimenti, minacciandolo d'una lite. E concluse: — Questo ebbe la faccia di farmi, capisci: come si chiamano queste azioni? — Aquesta domanda, il lombardo si levò la pipa di bocca, e con l'accento più naturale del mondo, senza la minima pretensione apparente di dire un'arguzia, come chi si serve d'un motto già entrato nel patrimonio della lingua comune, rispose pacatamente, dando a me un'occhiata distratta: —Hin azion de comendator.

A un cento passi dalla barriera, mentre i cavalli galoppavano, la maestrina di ciclismo uscì sulla piattaforma, si mise ritta sul montatoio, col viso alto e il velo al vento, e dondolato un poco il piede nel vuoto, discese senza una scossa, come se l'avessero posata in terra due braccia invisibili. Fra i passeggieri che si affacciarono ai finestrini per vederla scendere, vidi il viso del vecchio frate, stupito, che pareva dire: — Ma che razza di donne si fanno adesso!

E così terminò la corsa fortunata, una di quelle rare corse a traverso al mondo, nelle quali i nostri simili non ci si presentano che in aspetti graziosi e lepidi, dandoci quasi una passeggiera illusione che la vita non sia che una commedia piacevole, di cui non si diverta che chi non l'intende o chi è

.... malventuroso, e di piacerio incapace o inesperto.

.... malventuroso, e di piacerio incapace o inesperto.

.... malventuroso, e di piaceri

o incapace o inesperto.

*

Ma, ahimè, che bruschi voltafaccia ci fa la fortuna anche sui tranvai! Trovo fra le note segnato il 9, domenica, come una giornata nefasta. Era un tempo freddo, piovigginoso, grigio,come se piovesse cenere. Il dopo pranzo, appena salito sul tranvai del Corso Vinzaglio, accanto al buon Giors, che la pioggia pareva mettesse di buon umore, mi seguì un piccolo accidente di malaugurio, che dovrebbe servir di ammaestramento ai fumatori spensierati. Addentai il regalo che m'aveva fatto un giornalista spagnuolo passando per Torino, uno di quei principeschi sigari di Cuba, foggiati a punta, che a noialtri poveri italiani fanno l'effetto che fa il pan bianco a chi vive di pan di segala. Alla prima boccata di fumo Giors si voltò, e mise un'esclamazione: —Ah che bel bonbon!... E che buon puzzo! — e cominciò a aspirare i nuvoli, mettendovi il viso dentro, e inarcando la schiena e ridendo dal gusto, come se succhiasse egli pure. Ma non tenendo il sigaro con la mano, per non parer mal pratico della roba fine, a un traballar che fece il tranvai nello svoltare in Via Cernaia, ilbonbonmi sguizzò di bocca come una freccia e andò a cader capofitto nella mota. —Ah, malheur!— gridò Giors, con un accento di sincero rammarico, come se fosse saltato via dalle sue labbra; ma, guardatomi in faccia, vedendo che avevo l'aria del corvo della favola a cui casca dal becco il formaggio, diede in una risata di ragazzo. Si ravvide subito, però, osservando il mio riso forzato, e disse in tono grave di compatimento: — Già.... per fumare quei sigari lì.... è meglio prender la “cittadina„. — Ma fu egli stesso così colpito dall'arguzia della sua sentenza che diede in un nuovo scoppio di risa.

— Comincia male, — pensai; — su questa linea m'ha da capitare qualche disgrazia.

E non tardò. Salì all'angolo del Corso Vittorio un ex professore di ginnasio, mio antico conoscente, tutto zazzera e barba, un po' strambo, una di quelle facce rettoriche di vecchi letterati, che par che sian nati con gli occhiali; e mi si piantò davanti sulla piattaforma. Io mi vidi perduto. Era un recitatore spietato dei propri versi, che ammazzava gli amici a colpi di cetra. Questa razza crudele è particolarmente terribile sui tranvai, dove non potete sfuggire al supplizio e siete costretti a ricevere i colpi a bruciapelo, in piena faccia, col naso del carnefice a contatto col vostro. Per mia disgrazia appunto, essendo la piattaforma affollata, m'era impossibile movermi, ero in sua balìa con le braccia e con le gambe legate. Fatta una prefazione brevissima al suo ultimo “parto„, egli m'appuntò contro il petto un indice lungo e nodoso, e incominciò a dire i versi, prima a voce bassa, poi, infervorandosi, forte: —All'uomo!— Non era che un sonetto; ma steso tutto quanto in una forma interrogativa, che pareva stata scelta apposta per metter l'uditore alla berlina. Cominciava:Uom, chi sei tu?e a ogni coppia di versi ritornava questa domanda, alla quale il poeta, pessimista nerissimo, dava una serie di risposte vigorose, l'una più offensiva dell'altra per il re del creato —Uom, chi sei tu?— I passeggieri discosti, che non potevano capire ch'egli mi recitava una poesia, vedendo l'atto e non afferrando che qualche parola, credetteroche m'apostrofasse insolentemente, e si voltarono tutti a guardare. E quegli da capo, appuntandomi il dito contro il mento: —Chi sei tu? Con te stesso empio e mendace.— L'attenzione dei passeggieri si fece più viva. —Chi sei tu?— I più vicini sorridevano; ma gli altri sporgevano il viso stupito e inquieto, aspettandosi ch'io alzassi le mani. —Chi sei tu?— E tirò via a darmi dell'insetto, dellavana bolla, dellalarvata iena, un sacco d'ingiurie sanguinose, senza che il rossore che mi saliva alle guance e le smorfie di tormentato ch'io gli facevo sul viso gli destassero il più leggiero sospetto del mio stato d'animo. Il primo verso dell'ultima terzina terminando instile, presentii con un fremito la botta finale, una patente di viltà solennissima; e tentai di pararla coprendo la sua voce con un colpo di tosse; ma l'aguzzino ripetè il verso. Eravamo in quel punto davanti alla stazione; io avrei dovuto proseguire; ma, vergognandomi di restar là dopo essermi asciugati in silenzio tanti improperi, e anche per disingannar la gente mostrando che s'era buoni amici, discesi con lui nella piazza, dove mi presi nel fianco destro un altro sonetto....

Mezz'ora dopo ritornai dov'ero sceso per prender la linea dei Viali, salii sulla piattaforma d'un carrozzone pien di gente, e mi trovai davanti.... Maledetta giornata! Ecco un altro caso fastidiosissimo, non possibile che sui tranvai: trovarsi faccia a faccia, a contatto, costretti a guardarsi e quasi a confonder gli aliti, con un antico amico, col quale s'è rotta l'amicizia daquindici anni, e che da quindici anni non v'ha più guardato in viso. Se è un nemico che v'odia e che odiate, se n'esce subito: gli voltate bruscamente le spalle, o ve le volta lui. Ma se la rottura non avvenne che per una discussione giovanile stonata, nella quale aveste tutt'e due una parte di torto, e di cui vi pentiste, e supponete ch'egli si sia pentito, se non solo siete certi che l'orgoglio soltanto lo trattenne per tanto tempo dal ritornare a voi, ma sentite che è il sentimento stesso che impedì a voi pure di fare quel passo, quanto è penoso allora l'incontro! Per fortuna, due passeggieri discesero dopo un momento, ed essendosi fatto un po' di spazio, quegli potè adagio adagio, scostandosi un poco, voltarsi dalla parte opposta, senz'aver l'aria di farmi uno sgarbo. Ma fu quasi peggio perchè, non avendo più il suo viso davanti, ebbi libero il pensiero, che prese la via dei ricordi. Egli era là, con la nuca a un palmo dal mio mento; da una contrazione appena visibile della sua guancia capii che doveva essere un po' commosso; gli vedevo per la prima volta molti capelli grigi; mi ricordai delle allegre serate che avevamo passate insieme, dei discorsi pieni di confidenze reciproche, delle lunghe passeggiate fuor di porta che avevo fatto con lui; mi ricordai del riso di buon figliuolo con cui accettava il soprannome diSiapure, che gli avevamo posto, perchè nelle discussioni dicevasia purea ogni tratto, come un intercalare; mi ricordai che in fondo era un caro amico, un po' troppopronto, un poco affettato, ma d'indole affettuosa, incapace d'un'azione ignobile; mi rivenne anche in mente che, sette o otto anni addietro, aveva perduto sua madre, morta miseramente, d'una caduta di carrozza, e che per vari mesi dopo l'avevo visto pallido e accasciato; pensai che sarebbe spettato a me di coglier quell'occasione, di toccargli la spalla con la punta delle dita, chiamandolo per nome, e di fargli, al suo voltarsi, un sorriso che fosse un invito, una preghiera.... E mi mancò il coraggio di farlo. E allora, vilmente, riandai col pensiero quella tal discussione, rimasticai le sue parole offensive, attenuai cavillando le mie, m'irrigidii nell'orgoglio, e stetti così, duro e muto, finchè egli discese senza guardarmi, e infilò via San Massimo, sotto alla pioggia. Ma allora rimasi male, pentito, con la coscienza d'essermi portato da anima piccola, e d'aver meritato la chiusa dell'Uom, chi sei tu. — Ah povero mondo! — pensai — Me ne riserba altre, quest'oggi, la carrozza di tutti?

Me ne riserbava ancor una, di fatti, e proprio sulla stessa linea, che presi in Corso San Maurizio per tornare a casa, dopo aver visitato gli apparecchi del carnevale in piazza Vittorio Emanuele. E anche questo fu un caso d'appiccicamento forzato; ma d'indole comica: uno di quei mezzi briachi espansivi che vi s'attaccano come mignatte. Era un operaio sui cinquanta, bassotto, col cappello arrovesciato indietro e un ciuffo di capelli grigi sulla fronte; che pareva si fosse preso tutta la pioggia della giornata,tant'era fradicio da capo a piedi. Stava solo sulla piattaforma, masticando un mozzicone di Virginia, con una faccia che mostrava un gran prurito di chiacchierare. — Appena salii, mi guardò fisso con due occhi lustri, e si rivelò meneghino alle prime sillabe: —Pisson d'on temp!— Con questo fiore di lingua attaccò la conversazione. Aveva fatto una passeggiata fuor di porta (si vedeva)cont on amis, nel quale s'era imbattuto la notte,a la vœuna e mezza, dopo tanti anni che non si vedevano, un compagno d'armi del 1866, che s'era trovato con lui a Rocca d'Anfo,sotto Garibaldi. —Hoo minga bevu tropp— disse, — ....duu gott.... — Era un po' allegro, ne conveniva; ma questo non gli avrebbe impedito d'andar la mattina dopo al lavoro: era lavorante in ferro. Poi disse ex abrupto:Vedaremm, vedaremm, queste prossime elezioni.Cossa el ne pensa lu?— Ma, senz'aspettar la risposta, mi guardò in viso, col capo un po' inclinato da una parte, sorridendo maliziosamente, e, appuntandomi l'indice al petto: —Lu el dev vess de l'oposizion!

Parendomi pericoloso il fargli delle confessioni politiche, mi contentai di sorridere. Egli picchiò il pugno nella mano in atto di trionfo e gridò: —Ah! el disevi mi! Mi conossi la gent da la fisonomia.— Egli aveva dato il suo voto allo Zavattari. —Cossa ne pensa lu del noster Zavattari?

La mia risposta lo soddisfece.

—El credi mi!— esclamò. —E del noster Cavallotti, sentimm on poo...? E del noster Imbriani?

Ma le mie risposte, troppo laconiche, non finivano di contentarlo. Me ne fece dell'altre, a cui non risposi più che con cenni del capo. Allora scrollò una spalla, dicendo: —Hoo capii: el vœur minga desbottonass.— E sorrise in atto di compatimento. Poi, tutt'a un tratto, come se gli fosse venuta su un'ondata di vino, mi fissò negli occhi uno sguardo torvo, e voltandosi verso di me con un movimento brusco che gli fece fare un traballone: —Ovèi, disi.... el me credariss forsi on confident de questura?

Caspita! Bisognava rispondere. — Che cosa le passa per la testa? — dissi con gravità. — So bene che uno che s'è battuto con Garibaldi non può far di questi mestieri.

— Ah! — esclamò rasserenandosi. — Ecco una parola giusta! — E provò a ripetersi la mia risposta per gustarla meglio. —Ben ditt!... Ah lu l'è fin! Lu el m'ha daa una risposta che ghe fa onor!— E poi da capo: —Ch'el me disa donca— domandò con un sorriso sarcastico —,cossa el ne pensa lu de Francesco Crispi?

Ma non aspettò la risposta: si voltò verso la strada e, tirando un moccolo, mostrò il pugno all'orizzonte, come se il fantasma del suo nemico sorgesse dietro la collina di Superga. E poi un'altra volta, con un'ostinazione mulesca: —Ma ch'el me disa propri quel ch'el pensa del noster Zavattari?

E continuò così, implacabile, per tutto il tragitto. Salirono altri; speravo che s'attaccasse ad altri. Ma no, egli rimase incollato a me, seguitando a tempestarmi di domande, ora stizzendosidel mio laconismo, ora approvando calorosamente le mie mezze risposte, ora interrogando e rispondendo in vece mia, e lodandomi della risposta che s'era fatta egli stesso. Ma alla fine si dichiarò malcontento. —L'è inutil.... l'è inutil— concluse scrollando il capo, con un sogghigno amaro: —El se vœur propri minga desbottonà.... — E voltatosi ancora una volta a guardarmi prima di discendere, diede in una gran risata, e esclamò: —Ah! che politicon!... Ah che maggia!

Discese, respirai. Ma fatti appena quattro passi, mentre era ancora fermo il tranvai, si voltò indietro: tremai che risalisse; non risalì. Mi ripetè soltanto con un sorriso furbesco, tendendo la mano e tentennando sulle gambe: —E pur.... lu el dev vess de l'oposizion!— Detto questo, se n'andò. Ero libero; ma il divertimento era durato per la bellezza di duemila e quattrocento metri. E così si chiuse per me la nefasta giornata del 9, della quale, rientrato in casa, presi nota con dispetto, maledicendo alla poesia tranviaria, alle amicizie rotte e alla politica brilla, quasi infastidito del mio soggetto....

*

Mi rinfrescarono l'ispirazione tutt'a un tratto le “giardiniere„ che fecero la solita apparizione transitoria negli ultimi giorni di carnevale. Quelle grandi carrozze leggiere e aperte da ogni lato, in cui i passeggieri siedono gli uni dietro gli altri, tutti rivolti da una parte, in modo che,stando ritti sul davanti, un po' di sbieco, s'abbracciano con lo sguardo ventotto visi disposti in sette file, come nella platea d'un teatro minuscolo, presentano un molto più largo e più vario campo all'osservatore che i carrozzoni chiusi. Vi potei far subito delle osservazioni nuove sulla famiglia amenissima degli erotici, che, non potendo più giovarsi della confusione e del serra serra, vi si mostrano più scopertamente. I più arditi, i giovani per lo più, s'appoggiano con impostature eleganti al parapetto anteriore, voltando le spalle ai cavalli, e passano in rassegna il bel sesso della piccola platea volante, come usano di fare, tra un atto e l'altro, dalle sedie chiuse. I più timidi, che sono anche gli osservatori più profondi e i goditori più raffinati, stanno ritti in fondo, di dove non vedono i visi, ma godono di molti altri aspetti della forma femminile, che pare li compensino largamente di quella privazione. Di là, in fatti, possono accarezzare con lo sguardo i colli bianchi, i ciuffetti di capelli agitati dall'aria sulle nuche, i piccoli recessi candidi e rosati intorno alle orecchie, i saldi nodi delle capigliature morbide sporgenti sotto ai cappellini e le lunghe trecce cadenti sulle schiene giovinette; e possono anche osservare a bell'agio i diversi atti graziosi, risoluti o languidi, artificiosi o semplici, con cui le belle persone siedono e si assettano, e misurare con gli occhi le vite snelle e le braccia rotonde, e spingersi pure, senza farsi scorgere, ad osservazioni più delicate sulle passeggiere dell'ultima panca, chinando losguardo quasi a piombo sulle linee moventi che s'inarcano dai colli alle cinture e sulle curve ferme che scendono dalle cinture ai ginocchi. Si sale di rado in una giardiniera, in cui non si possa osservare qualcuno di questi osservatori cogitabondi, che col luccichìo delle pupille dicono chiaramente con che cosa si stia trastullando il loro pensiero.

Un bell'originale di questa famiglia conobbi sulla linea dei Viali il dopopranzo della domenica grassa. Stava ritto accanto a me, in fondo alla giardiniera. Era un signore attempatotto, rotondo e roseo, senza un pelo di barba, con una bella capigliatura grigia ondulata che gli scappava di sotto a un piccolo cappello a tuba: tutto vestito di nero e impiccato in un alto solino bianchissimo. L'avrei preso per un pastore evangelico se non avesse mandato intorno un profumo acuto d'essenza di rose. La giardiniera era piena di signore e di signorine. I suoi occhi celesti e vivi scorrevano senza posa su quella folla di cappellini che offriva l'aspetto d'un'aiuola fiorita, accompagnavano per un tratto ogni signora che scendeva, squadravano, avvolgevano, scrutavano ogni signora che saliva, non perdevano uno solo dei movimenti che faceva ciascuna per alzarsi, per voltarsi indietro, per aggiustarsi le vesti, per far posto ad un'altra: pareva che egli pigliasse degli appunti mentali. Ma non v'era ombra di sensualità nel suo sguardo: v'era un'espressione come di compiacenza artistica, un continuo leggerissimo sorriso di godimento puro e tranquillo dell'immaginazione. A un datomomento vidi i suoi occhi dilatarsi fissandosi sulla spalliera mobile dell'ultima panca, alla mia sinistra; guardai: egli aveva colto sul fatto una crestaina, salita poco prima con un giovanotto, la quale, tenendo le braccia ripiegate indietro sopra la cintura, e facendo l'indiana, agitava le dita fra le mani dell'amico, ritto dietro di lei, indianeggiante egli pure; e mi parve che quella scoperta lo rallegrasse, gli destasse un senso di gioia benevola, come quella d'un padre che vede scherzar la figliuola col fidanzato. Un tal colore, se altro non era, egli dava abilmente al suo sentimento. Lo giudicai uno di quei vecchi fortunati, sani di temperamento e di spirito, che dal bel sesso sono ancora attratti, ma non turbati, che ammirano una bella donna come una bella aurora, che davanti allo spettacolo della bellezza e della grazia femminile e degli amori e delle ebbrezze della gioventù, dignitosamente rassegnati alla parte di spettatori, non provano che un senso di dilettazione serena, scevra d'ogni invidia e d'ogni rimpianto. Seguitai un'altra volta il suo sguardo, che si fissò, con un'espressione di maraviglia, all'estremità d'una delle panche del mezzo.... e riconobbi là il profilo purissimo della “vergine morta„; la quale subito, nella mia fantasia, si distese sopra un panno nero, in mezzo a quattro ceri, con gli occhi chiusi e lo braccia in croce, ravvolta in un velo bianco e coronata di fiori.

Era anche questa volta sola, vestita con la semplicità di tutti i giorni, con una rosa bianca sul cappellino; bianca come il suo viso immutabilmentesereno di creatura sovrumana, che non potesse nè arrossire, nè ridere, nè piangere, intangibile ad ogni passione terrena. Il chiodo della curiosità mi si ficcò anche più addentro che la prima volta. Chi poteva essere? Qualcuna delle signore vicine, di tratto in tratto, si voltava a guardarla: pareva che non se n'avvedesse. Ma della sua impassibilità maravigliosa diede una prova anche maggiore. In un momento che s'era fermi, passò lentamente in bicicletta, venendo in direzione opposta alla nostra, dal lato dov'ella sedeva, un bel tenente dei bersaglieri, il quale la fissò, e tirò via. Ma appena si ripartì, quegli tornò indietro e prese ad accompagnare il tranvai, come un aiutante di campo una carrozza reale, col viso rivolto verso la ragazza. Molti s'accorsero della manovra e si misero a guardarli tutti e due. L'ufficiale sorrise, un po' confuso, ma non si scostò; essa non diede il minimo segno nè di compiacenza, nè di suggezione, nè di dispetto, come se sulla bicicletta ci fosse stato un bambino di sei anni: osservava le ruote e il movimento alternato dei pedali col suo sguardo tranquillo e limpido, come se studiasse il meccanismo. Quegli ci fiancheggiò ancora per un po', continuando a guardarla; poi fece forza, passò avanti e disparve; e lei girò sui passeggieri che la guardavano i suoi grandi occhi d'angelo senza sesso, nei quali non era indizio d'alcun pensiero, come se nulla avesse visto e nessuno l'avesse guardata. Ma era veramente un miracolo d'innocenza o d'austerità d'animo, oppure un prodigio di simulazione?Questo sospetto mi fece riflettere. E doveva aver fatto in tutti un'impressione assai viva poichè, quando discese all'angolo di via Gioberti, tutte le teste dei passeggieri, come se un colpo di vento le voltasse, si girarono a guardarla, e vidi che la sua smilza figura di bambina cresciuta in furia, la modestia monacale del suo vestire e la sua andatura stranamente fanciullesca accrebbero in tutti lo stupore, come in me la curiosità. Ma chi poteva mai essere? E avrei fatto la sciocchezza di scendere e d'andare a chiederne informazioni al portinaio della casa dov'entrava, se la mia curiosità non fosse stata attratta in quel punto dal viso d'un bimbo, che stava ritto sopra una delle prime panche, in mezzo a una signora e a una governante, e che mi pareva d'aver visto altre volte.

Mi pareva quello a cui sua madre aveva fatto abbracciare la bambina bionda, sul carrozzone di Giors, l'ultimo giorno di gennaio. Riconobbi infatti la madre ai capelli un po' scomposti e al profilo ardito, mentre si voltava a sinistra, a parlare con una persona che non vedevo. Essendoci un posto vuoto sulla panca dietro la sua, mi ci andai a sedere alla prima fermata, curioso di veder da vicino quella signora originale, a cui avevo ripensato molte volte, ricordando le vampate rosse che le salivano al viso quando s'accalorava e l'aria di suora di carità intrepida che spirava dai suoi grossi occhi neri. Parlava con una ragazzina povera di tredici o quattordici anni, col capo nudo, magrissima, che pareva convalescente, e tossiva. Mi stupìla sua voce robusta, calda, un po' velata, come di chi ha molto gridato; ma assai di più il modo com'essa parlava a quella poverina, alla quale rivolgeva delle domande e pareva facesse delle raccomandazioni, che il rumore del carrozzone non mi lasciava intendere. Era un'espressione del viso, un atteggiamento, un accento di sollecitudine e di cortesia, che rispondevano mirabilmente a un'idea ch'io avevo in capo della maniera da usarsi dai signori coi poveri; nella quale la benevolenza non abbia ombra di curiosità nè di sforzo, e sia delicatamente rattenuta la manifestazione della pietà, e questa non apparisca punto di natura diversa da quella che noi sentiamo per i dolori dei nostri eguali, e la familiarità non si mostri concessa per proposito, ma data per moto spontaneo dell'animo, senza coscienza di darla.

Eravamo a metà del corso Cairoli quando un pezzo d'uomo barbuto, una figura di fattor di campagna arricchito, che dava le spalle alla signora, non mostrando di sè altri connotati che due enormi orecchie vermiglie, accese un sigaro Cavour e si mise a far fumo come un camino.

L'aria mossa portò i nuvoli in viso alla ragazzina, che prese a tossir forte, torcendo il capo e schermendosi con le mani.

La signora stette un po' incerta; poi sporse il capo avanti e, con buon garbo, pregò il fumatore di smettere, accennandogli la ragazza che tossiva.

Quegli voltò il suo faccione rosso, sgraditamentesorpreso, diede un'occhiata alla signora e alla sua protetta, e continuò a fumare.

Alla signora venne su una delle vampate solite e si gonfiò il collo come a una cantante che prepara una nota poderosa. — Signore, — ripetè, meno cortesemente di prima —, abbia la bontà di smettere.... per umanità, non per cortesia.

L'uomo scrollò una spalla e cacciò fuori un altro nuvolo.

— Mettiti al mio posto —, disse allora risolutamente la signora alla ragazza, scattando in piedi, e soggiunse forte: — Che screanzato!

Quegli si voltò in tronco, con gli occhi larghi, dicendo con violenza: — Guardi come parla!

— Parlo come debbo!

L'uomo s'alzò.

— Oh s'alzi pure; sono una donna; ma non ho paura! — E ritta in faccia all'omaccione, mentre il fattorino ed altri s'interponevano, col viso eretto e acceso e l'occhio imperterrito, stringendo a sè con una mano il bimbo piangente e tenendo l'altra sulla spalla della ragazzina impaurita, la piccola e brava signora era bella da baciarla in fronte.

Sopraffatto da un coro di voci ostili, l'uomo si rimise a sedere, bofonchiando, senza levarsi il sigaro di bocca, ma non fumando più; e pochi minuti appresso, arrivando il tranvai allo sbocco di via Bonafous, la signora discese col bimbo e con la governante, dopo aver salutato la sua protetta, e si perdette in mezzo alla folla immensa accalcata intorno ai baracconi e alle giostredi piazza Vittorio Emanuele, donde s'alzava un frastuono infernale di grida e di musiche discordanti.

*

Per tre giorni le giardiniere furono infestate da un esercito dipierrotse dibébés, vestiti a centinaia d'un solo colore, come se li avesse arruolati e mascherati la Prefettura, e ripetenti tutti, dalla mattina alla sera, lo stesso eternociaoeti conosco, col medesimo grido in falsetto, acuto e molesto come i loro fiati vinosi e le esalazioni della loro biancheria sospetta e della loro pelle in sudore. Nel piccolo teatro del tranvai, con mio rammarico, si sostituiva alla commedia piacevole di tutti i giorni il veglione chiassoso, dove non potevo più osservare che la caricatura buffonesca della vita. Di mala voglia, il dopo pranzo del martedì grasso, feci una corsa da piazza Statuto alla Gran Madre di Dio. Erano giunte dall'Africa le brutte notizie dei combattimenti di Seeta e di Alequà coi ribelli. Intorno a me, fra i passeggieri, si commentavano i fatti, e alle parole tristi che si scambiavano intorno alla strage, alle sevizie usate ai feriti, alla morte dei tenenti Negretti e Caputo e dell'ufficiale arso vivo, e ai pronostici che si facevano di altri casi più funesti, si mescolavano le note festose delle trombette e dei corni, gli strilli e i canti delle maschere che passavano e i lazzi e le risa di quelle del tranvai; e in mezzo a quella baldoria mi parevano più miserandee più terribili le immagini di quelle povere vittime lontane della guerra maledetta. Ah, che cosa sono i lutti nazionali quando cadono nei giorni destinati dal Calendario alla gozzoviglia e al baccano!

Per un tratto di strada mi stette seduto accanto un uomo maturo, il quale non aveva altra maschera che un gran naso orizzontale, e con quel becco di cicogna sul viso, come se lo portasse per obbligo, leggeva con gran serietà laGazzetta del Popolo; poi un operaio alticcio e mezzo assonnito, che, dimenticando d'essersi annerita la faccia con sughero bruciato per divertir sè ed il pubblico, discorreva con accento lamentevole di certi suoi dispiaceri di famiglia a un amico addormentato. A metà di via Po, una graziosa mascherina verde, scendendo dal carrozzone mi diede un lattone sul cappello e mi disse nell'orecchio: — Abbasso il socialismo! —; ma non me n'offesi perchè, agli occhi e ai modi, non mi parve, per quanto riguardava la sua persona, una troppo fiera nemica della proprietà collettiva. Al posto di lei salì poco dopo una vecchia signora, di capelli bianchissimi, d'aspetto dignitoso e buono, che serbava ancora i segni d'una bellezza gentile, e sulla panca davanti un giovanotto in maschera di pulcinella, con gli occhi accesi dalle libazioni, che stringeva un sacchetto di confetti con due mani rudi d'operaio. Ed ebbi allora un esempio di quanto valga la gentilezza più dello sdegno a imporre rispetto anche a un animo volgare. Colpito da quella bella canizie signorile, il giovane s'appoggiò allaspalliera della panca, proprio in faccia alla signora, sorridendole con familiarità impertinente, con l'intenzione manifesta di dirle qualche facezia grossolana. Cominciò con la formola solita: — Ah, ti conosco.... t'ho conosciuta quand'eri giovane.... cerca un po' di ricordarti.... — Una risposta secca avrebbe provocato un'insolenza. La signora rispose invece dolcemente, scrollando il capo: — Tu sbagli, povero figliuolo; quand'io ero giovane tu non eri ancora nato....

La pacatezza, la grazia sorridente, velata d'una certa mestizia, e l'accento di benevolenza quasi materna con cui ella disse queste parole, tanto diverse da quelle ch'egli s'aspettava, fecero rimanere il giovane come interdetto. Sorrise, scotendo il capo; volle ribattere, ma non osò, e per uscirne tuffò la mano nel sacchetto e porse alla signora due caramelle, che essa accettò; poi si mise a sedere, e non disse più nulla.

Il tranvai, come un barcone scendente da un fiume in un lago, entrò dentro alla folla enorme di piazza Vittorio Emanuele; e in mezzo a quella moltitudine bamboleggiante attorno alle grandi giostre scintillanti d'oro e di specchi, ai baracconi imbandierati, ai pagliacci urlanti, ai fantocci mostruosi, dinanzi allo spettacolo di tutta quella gente d'ogni condizione e d'ogni età che girava sui cavalli di legno, sulle barche, sui velocipedi, sulle altalene e accorreva agli squilli di tromba dei ciarlatani chiamanti a raccolta l'imbecillaggine umana, la persona più seria, l'unico che paresse un uomo, che mostrasse d'aver ancoraun cervello nel cranio era il povero cocchiere, un gobbetto di pelo rosso, che, rattenendo i cavalli, s'affannava a fischiare, a gridare: — Attenti! — a rimovere dalle rotaie i rimbambiti, molti dei quali gli rivolgevano delle ingiurie, offesi dalla superiorità di giudizio ch'ei mostrava d'aver sopra di loro. Che respiro tirò il pover'uomo quando si trovò all'aperto sul ponte di Po, fuor del pericolo di storpiar senza colpa il suo prossimo e della necessità d'aver cervello per mille! Tirò fuori il fazzoletto turchino e s'asciugò la fronte grondante di sudore, e quando si arrivò in faccia alla Gran Madre di Dio, staccati appena e riattaccati i cavalli, afferrò il suo canestro, sedette sul predellino, e si mise a ingozzare in furia una povera minestra fredda di riso e fagioli. Io stetti osservandolo, aspettando che il tranvai ripartisse. Poteva aver trentacinque anni; doveva esser un contadino, perchè portava due cerchietti dorati alle orecchie, e all'udire il suo accento vercellese, pensai che fosse uno di quei lavoratori delle risaie, che i loro colleghi del tranvai chiamano burlescamentemangiarane, dicendo che la vita dura del cocchiere è una delizia per essi, appetto a quella d'inferno che menavano prima. Vedendo che l'osservavo, mi raccontò a parole rotte, masticando, la storia della sua colazione; la quale era in ritardo di quattr'ore, poichè quella mattina, essendo egli stato mandato all'improvviso dalla linea dei Viali a quella del Martinetto a supplire un assente, il canestro, che gli aveva portato sua moglie, s'era sviato.e passando di tranvai in tranvai, aveva girato per le linee dalle dieci alle due, prima di raggiungerlo. E il povero gobbetto, digiuno dall'alba, mentre mangiava a precipizio, si voltava a ogni boccone a guardar se l'altro tranvai arrivasse, già affannato dal pensiero della folla che avrebbe dovuto riattraversare, spolmonandosi a fischiare e a urlare, in piazza Vittorio Emanuele, in via Po, in via Garibaldi, fino al capo opposto di Torino.... — Ah il carnevale — esclamò — per noi altri!... Se conoscessi chi l'ha inventato! — E fece l'atto di scaraventare il canestro in faccia a qualcuno.

Ripartii con lui; si ruppe un'altra volta l'onda umana della gran piazza, in mezzo a un frastuono diabolico, e anche prima d'arrivare in via Po, il tranvai era stracarico. V'era una mescolanza di cappellini fioriti, di chepì, di tube, di capigliature arruffate, di berrettine rosse e di cappelli a pan di zucchero e di cappucci di maschere, un pigia pigia di gente con l'argento vivo addosso, che lanciavano risa e grida, come scoppi di razzi e di petardi, agli alti tranvai che passavano; dai quali rispondevano altre bocche spalancate e braccia fendenti l'aria, come da tanti gabbioni di matti. A ogni tratto la giardiniera si fermava, e molti scendevano, molti salivano, disputandosi il posto, cadendo seduti e rialzandosi, strofinandosi a vicenda per tutti i versi e scambiandosi urtoni, complimenti e pizzicotti, con un cicaleccio e un vocìo che assordava. In piazza Castello mi si venne a piantar davanti, sulla piattaforma posteriore, un mascherone colossale,insaccato in un dominaccio nero che gli dava l'aspetto d'un fratello della Misericordia, e costui e altri due mascherotti vinolenti, quando furono in via Garibaldi, cominciarono a tormentare una donna, che le loro schiene mi nascondevano, tempestandola di domande buffe, e chiamandolamareenona, per canzonatura.

— Omare, come ve lo siete goduto il martedì grasso?

— Guarda che po' di sacco di confetti che ha vuotato!

— O una giratina sulla giostra a barche l'avete data?

— L'ho trovata io in unGabinetto riservato agli adulti!

— L'ho vista in maglia nelPadiglione orientale!

Non udii alcuna risposta. Un minuto dopo, i tre buffoni saltarono giù, e io riconobbi all'estremità dell'ultima panca la vecchietta di Pozzo di Strada, che doveva esser salita, come sempre, all'angolo dì via XX Settembre. Aveva il fazzoletto in capo, il suo sacco vuoto sulle ginocchia, il suo solito atteggiamento umile e raccolto. Non mostrava alcun risentimento delle beffe, come se non le avesse neppure intese: guardava con lo sguardo attonito d'un bimbo le ragazze mascherate che passavano in bicicletta, i drappelli di maschere che sfilavano accanto al tranvai pestando i tacchi e ripetendo tutte in coro lo stesso grido come branchi di capre, la doppia processione nera che andava e veniva sui marciapiedi; ma pareva che nonvedesse nulla. Vide però la chiesa dei Santi Martiri, quando vi si passò davanti, e si fece il segno della croce. Quel pensiero fisso, che già le avevo visto nel viso, pareva che si fosse fatto più profondo e più inquieto; più sovente essa socchiudeva gli occhi e chinava il mento sul petto e poi si riscoteva come da un breve sogno angoscioso, e m'appariva più piccola, più risecchita, più meschina, come se dall'ultima volta che l'avevo veduta non avesse più dormito e fosse diventata più povera. Che cos'aveva? Non immaginavo alcuna causa determinata del suo dolore; ma sentivo così in confuso che la cognizione di quella causa era celata in qualche parte della mia mente, e che quando l'avessi saputa mi sarei maravigliato di non averla scoperta io medesimo. Si segnò di nuovo quando passammo davanti alla chiesa di San Dalmazzo, chiuse gli occhi ancora una volta quando si sboccò in piazza Statuto, e più su, vicino al monumento del Fréjus, quando io discesi a destra per andare a casa, essa discese a sinistra verso lo stradone di Rivoli. La vidi allontanarsi col suo sacco vuoto sotto il braccio, a passi lenti e uguali, curva sotto il suo dolore misterioso, come sotto un giogo invisibile, solitaria in mezzo alla vasta piazza già oscura, piccola, compassionevole come una formica smarrita. E con quel povero punto nero che si perdette nell'orrizzonte silenzioso della campagna svanirono per me tutti gli splendori e tutti gli strepiti del carnevale.

*

La ritrovai pochi giorni dopo sulla stessa linea, alla prima corsa della mattina, e cercai subito un modo d'interrogarla, per scoprire il suo segreto; ma mi distrasse da lei un nuovo spettacolo, un corso d'osservazioni nuove sul singolare aspetto in cui si presenta all'occhio del passeggiere dei tranvai la battaglia elettorale. Ferveva già l'agitazione per quelle tanto aspettate elezioni amministrative, che dovevan decidere finalmente della prevalenza del partito cattolico o del partito liberale. I muri erano tappezzati di manifesti d'ogni forma e colore che s'alzavano superbamente fino ai terrazzini e scendevano umilmente fin sui marciapiedi, come per attaccarsi alle gambe dei signori e per leccare le scarpe ai poveri. Su tutte le linee si correva per lunghi tratti in mezzo a un coro visibile di esortazioni, di promesse, di accuse, di preghiere, di minacce, fra cui sonavano più alto, come note acute, centinaia di nomi noti ed ignoti, aristocratici, borghesi, plebei, quasi gridati dai muri, come da una folla, con mille diverse intonazioni allegre e solenni, imperiose e supplichevoli; alle quali pareva che il carrozzone sfuggisse, fischiando e scampanellando per dir di no, che non ci credeva, e che aveva altre cure per la testa. A ogni fermata, tutte quelle voci si facevan sentire più forti e più chiare, e poi si confondevano da capo in un mormorìo sordo e lontano, in cui non si raccapezzava più nè programmi nè nomi. Dentroal tranvai, peraltro, sorgevano dispute concitate, delle quali non m'arrivava all'orecchio che qualche parola, comebaloss,ciarlatan, è tempo di finirla, la vedremo, e cose simili; e c'eran dei signori che, senza disputare, aprivano l'uno in faccia all'altro, in atto ostile, l'Italia realee laGazzetta del Popolo, altri che facevan pacatamente discussioni tutte aritmetiche, in cui ritornavano a ogni tratto i cinque mila, i sette mila, i dieci mila, come nei discorsi di guerra, e altri parecchi che, tendendo un orecchio a quei discorsi, guardavan la fuga dei manifesti sui muri con un sorriso canzonatorio continuo, come gente che si spassasse a un modo dei neri, dei rossi e dei tricolori. Sugli altri tranvai che passavano, intanto, vedevo dei giovani di mia conoscenza, che tenevan sotto il braccio dei pacchi di stampati, con l'aria di gente affaccendata, che corresse fin dalla prima mattina e dovesse correre fino alla sera, stimolata a un tempo da un obbligo e da una passione: servitori volontari e conscienti d'un'idea. E fu appunto uno di questi fattorini apostolici che mi fece fare la prima scoperta riguardo a uno dei miei compagni misteriosi di viaggio.

Ero sul tranvai del Martinetto, una mattina di nebbia, accanto al cavaliere Bicchierino, che leggeva la sua solitaGazzetta, in piedi. Salì sulla piattaforma un falegname mio conoscente, con un gran cappello alla calabrese e una giacchetta spelata di velluto color cacao, che gli vedevo addosso da cinque o sei anni, e un grosso pacco di stampe sotto il braccio. Eraun originale curiosissimo d'indole come d'aspetto, che, a vederlo serio, con quel barbone rossastro e ispido, con quelle folte sopracciglia irsute e quel collo taurino, pareva un uomo terribile, e quando rideva, il più gran bonaccione di questo mondo, benchè avesse una voce di cannone Krupp. Era un filosofo, il quale esprimeva tutti i suoi pensieri in forma di sentenza, e ne notava una gran parte in un taccuino, che portava sempre con sè, spaziando di preferenza nel campo della morale, dei costumi, della rigenerazione della donna e dell'educazione dei fanciulli. Non un pensatore astratto, peraltro; ma “un propagandista individuale„ appassionato, un ragionatore infaticabile, capace di “lavorare„ un amico renitente per un anno di seguito, tutti i giorni, con la tenacia d'un missionario; e buon lavoratore con questo, sobrio per istinto e per proposito, tanto da privarsi del vino e del tabacco per dare il suo obolo alla causa e per comperare opuscoli, giornali e anche ritratti e calendari socialisti, di cui tappezzava le pareti della sua camera. Buono e semplice, in fondo, e arguto: canzonatore benevolo della borghesia; rallegrato da una sua idea fissa, che era di turbare i sonni al Prefetto, di esser vigilato continuamente dalle Autorità, delle quali soleva parlare con un tono comicissimo di compatimento, come se ogni giorno sventasse qualche loro trama e facesse loro qualche bel tiro; e prendeva in fatti per ogni suo atto più innocente ogni specie di precauzioni sopraffini e superflue, sorridendo maliziosamente nella sua grossa barba.

Appena salito, prese a discorrere con me, a bassa voce, ma con viva soddisfazione, del movimento elettorale, che s'avviava bene. Gli scappò una sola frase a voce alta: — Torino si scuote. — Il cavaliere Bicchierino la sentì, e, alzati gli occhi dallaGazzetta, lo guardò un momento con un'espressione di grande stupore. Egli continuò a discorrere; altri salirono. A un certo punto, guardandomi intorno, vidi dall'altro lato della piattaforma gli occhiali e il pizzo grigio di quel tal mio nemico misterioso, che quando mi vedeva da una parte del tranvai saliva dall'altra. Egli guardava me e il mio conlocutore con due occhi così dilatati e sporgenti, tirando rapidamente fra l'uno e l'altro dei tratti di congiunzione così vigorosi, e con un'espressione di sdegno così viva, che la verità mi si scoperse come al chiarore d'un lampo. Era il socialista ch'egli odiava! E mi balenò nello stesso punto un vago sospetto che fosse lui l'autore d'una lettera anonima che avevo ricevuto il giorno dopo dell'assassinio del povero Carnot, intestata col vocativo: —degno amico di Caserio....

Ed io che avevo fatto il disegno di conquistarlo! Indovinata la causa dell'orrore che gli destavo, non c'era proprio da far altro che un atto di mesta rassegnazione. Ma, insomma, il mistero era svelato; avevo fatto nel mio piccolo mondo del tranvai la prima scoperta importante; e poi.... chi sa mai! Intanto gli affibbiai nelle mie note il nome di Guyot, il mangia-socialisti francese, per mio comodo.


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