CAPITOLO SETTIMO.
Luglio.
Calori, languori, esami: soffia il terror delcinquee dellozeroanche sulle giardiniere. Il tranvai è come una gazzetta vocale viaggiante che ci tiene in giorno non solo degli avvenimenti politici, ma delle passioni predominanti a volta a volta nello spirito pubblico. Da una settimana, su tutte le linee, colgo a volo da passeggieri d'ogni condizione frammenti di discorsi scolastici, espressioni di timori e di speranze, accenni a difficoltà e a pericoli, esclamazioni sospirose di mamme, che parlano di “preferenze„ e d'“ingiustizie„, di “raccomandazioni„ e di “pressioni„ come se avessero i figliuoli sotto processo. Sui tranvai che passano davanti alle scuole verso il mezzogiorno, salgono ragazzi e giovinetti coi capelli arruffati, col viso acceso e con le mani sporche d'inchiostro; i quali parlano con voce eccitata e stanca di soldati che si raccontino a vicenda i casi d'una battaglia.Si sente nella voce d'alcuni l'intenzione di farsi ascoltare e il compiacimento altero della vita intellettuale, si vede negli occhi loro un balenìo di speranze lontane di gloria, di alti uffici sociali e di ricchezze conquistate con l'ingegno. Ahimè! E io penso a quanti di loro, dopo esser passati per la trafila d'altri cento esami, e aver tentato e abbandonato, sgomentati dalla moltitudine dei concorrenti, molte altre vie maestre e traverse, parrà una fortuna di potersi rifugiare in uno di quei carrozzoni, col libretto degli scontrini in mano e il corno appeso al collo. E non vedo l'ora che sian passati questi “giorni del terrore„ dell'istruzione pubblica, poichè i discorsi che ascolto mi fanno pensare a migliaia di cervelli strapazzati, di cuori trepidanti, di amari disinganni paterni, di castighi, di scene domestiche dolorose, ed anche a suicidi miserandi d'adolescenti; e all'udir quelle allusioni alla farraggine delle materie d'esame, mi domando con tristezza quanto tempo passerà prima che s'abbia il sapiente coraggio di procedere a una semplificazione degli studi, la quale ne faccia d'un carico opprimente un nutrimento sano e gradevole, e penso con dolore che passerà un tempo anche più lungo prima che siano migliorate in modo le condizioni del lavoro meccanico, che non paia più una condanna il dovervi rimanere e quasi una degradazione il discendervi; senza di che non vi è salvezza per la società civile, che sarà uccisa dalla pletora degli spostati infelici e violenti. Ma mi rallegra un caso ameno, e non raro.Mi trovo sopra una giardiniera con un arguto professore di liceo, il quale, dicendomi che dallo strapazzo intellettuale nascerà nel venturo secolo qualche nuova malattia, una specie di tabe scolastica, che istupidirà un'intera generazione, tace tutt'a un tratto per tender l'orecchio verso due signore, che salgono dietro di noi, seguitando un discorso in cui egli ha inteso il suo nome. Ah! sono pericolosi i tranvai, in questi giorni, per i professori! Tendo l'orecchio anch'io. — Il grande scoglio è quello —, dice la signora più giovane, sospirando; e ripete il nome. — L'anno scorso si sperava d'esserne liberati, poichè n'è stufo anche il preside; ma ha delle protezioni al ministero, dicono, e restò. Basta guardarlo in faccia. Un di quei cani!
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Ma il luglio, con l'aprirsi dell'Arenae delTeatro torinese, posti sulla linea dei viali, mi portò un divertimento nuovo, che trovo descritto fra gli appunti, in una pagina finita. È uno spasso per me il percorrere quella linea la sera della domenica, all'ora che finiscono le rappresentazioni diurne. All'imboccatura di via Vanchiglia, e poi davanti all'Arena e al Teatro, si fanno tre infornate successive di passeggieri che portano nel tranvai tre ordini di discorsi disparatissimi di argomento, d'intonazione e di mimica, discordanti all'occhio non meno stranamente che all'orecchio. La prima è tutta d'uomini, usciti dal gioco del pallone, che continuano i commentie le discussioni sulle partite e sulle scommesse, ripetendo cento volte le stesse parole: quindici, quaranta, fallo, dividendo, battuta, rimessa, e imitando i colpi e le mosse con gesti impetuosi e esclamazioni ammirative, in cui spira un soffio sano di forza, di lotta, d'aria viva ed aperta. Davanti all'Arena, dove si rappresenta l'operetta, salgono dei giovanotti col viso acceso di tutt'altra fiamma, i quali commentano con risate e parole grasse le maglie piene, i gesti impronti e i motti equivoci, spandendo intorno un soffio di sensualità e di licenza, che desta nei vicini dei sorrisi lubrici e delle fantasie peccaminose. Un po' più là vengon su dal Teatro bottegaie, crestaine, qualche volta una famiglia intera, tutti coi lucciconi, ancora commossi dalla chiusa del dramma, esclamando tutti insieme: — Una bella produzione! — Fa troppo pena. — Hai visto com'è morto? — Ha fatto la fine che si meritava. — Povera ragazza! E son cose che succedono! — e spira nei loro discorsi lo sdegno contro il malvagio, la pietà per l'innocente oppresso, la gioia della virtù trionfante, una commozione buona, sincera, profonda, che fa comprendere quale grande forza, disconosciuta dai più, male usata da molti, inettamente trascurata da municipi e da governi, sia il teatro popolare. E da un capo all'altro della giardiniera gioco, musica e dramma, nomi di battitori e d'attori, ritornelli, volate, pistolotti, morte, amore, totalizzatore mi si confondono all'orecchio in una sola conversazione strana, antitetica, burlesca e triste come la vita:immagine della vita anche in questo: che a ciascun gruppo pare leggiero, stupido o odioso l'argomento dei discorsi dell'altro, e che basta l'accidente più futile, come l'apparizione d'un cappellino stravagante o il barcollare d'un ubbriaco che passa, a far sì che tutti si distraggono dai loro pensieri e mettan fuori in coro unOhprolungato di stupore, che rivela il fondo fanciullesco di tutti.
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Pioggie, uragani, il mondo sottosopra: un'estate degna dell'inverno di Abba-Garima. Ma debbo ai carrozzoni chiusi d'essermi trovato in una delle congiunture più curiose che possano occorrere a un passeggiere di tranvai. Dopo tanto tempo ritrovai sulla linea di via Garibaldi il bel capitano di fanteria e la moglie ipotetica dell'impiegato delle Poste (lettere raccomandate). Alla prima occhiata mi parve che non fossero più audaci come l'altra volta, che la passione, quetandosi un po', avesse ridato luogo in loro alla prudenza dei primi giorni. Eran sedute dentro con noi altre persone, fra cui ricordo un giovanotto che aveva nella cravatta una grossa spilla di porcellana, con su scritto ad arco in caratteri leggibilissimi: —Cerco moglie;— ma questi e gli altri discesero in Piazza Castello, e restammo noi tre soli. Vidi allora negli occhi dei due, che sedevano l'uno di fronte all'altro, balenare un raggio come di speranza. Senza dubbio, s'avevano da dire qualche cosa d'importanteprima di lasciarsi, come facevan sempre, come due persone che non si conoscessero, e aspettavano che io discendessi in via Po. Ma io dovevo fare ancora un buon tratto; oltrechè mi tratteneva lì la curiosità inseparabile dalla mia professione. M'accorsi ch'erano impazienti, incontrai uno sguardo di lui che mi disse chiaramente: — Se sapesse che piacere mi farebbe a discendere!
— Pensi un po' se non lo capisco! — gli risposi dentro di me. — Ma debbo trattenermi per ragion di studio: lei ci ha il suo amore, io ci ho il mio libro.
Il tempo passava. Uno sguardo della signora mi disse: — Se ne vada dunque una volta! — ma così apertamente, che ne fui offeso. E le risposi con gli occhi: — No, non è codesta la maniera: me lo chieda con più garbo e potrà essere ch'io la contenti.
Si scambiarono un'occhiata che equivaleva a un'esclamazione a due voci: — Che testardo importuno! — Egli tormentava con la mano la dragona della sciabola; essa l'anello dell'ombrellino.
Un momento dopo egli mi diede una guardata che fu un vero e proprio spintone; ma essa corresse subito l'effetto dell'atto brutale con uno sguardo ansioso e quasi umile, che diceva: — Lei ha capito; mi faccia questo favore; non abbiamo più che un minuto; la supplico.
Impietosito, feci l'atto di alzarmi; ma in quel momento sonò il campanello e il tranvai s'arrestò: saliva una famiglia.
E allora mi fulminarono tutti e due insieme con una tale occhiata, che mi parve di sentirmi entrare a un punto nelle carni la punta dell'ombrellino e la punta della sciabola, e m'affrettai a discendere, volgendo in mente questa pagina, che mi costa un rimorso. Ma non m'ero certamente ingannato: l'amore doveva esser già malaticcio, e mi diceva il cuore che un giorno l'avrei visto trasportar dal tranvai, come da un carro funebre, morto di consunzione.
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Seguita un tempo matto, variato d'acquazzoni violenti, di rasserenamenti repentini e di scrosci di pioggia rincalzanti; durante il quale faccio una scoperta preziosa che mi apre sul tranvai un nuovo ordine di godimenti artistici squisiti. Costretto a star sempre dentro al carrozzone, scopro che riescono bellissimi, all'apparire improvviso del sole, certi prospetti della città, veduti nel vano delle due porticine che li racchiudono come in una cornice oscura, giovando all'occhio come il far canocchiale della mano davanti a certi particolari d'un quadro. Quante piccole maraviglie! Da via Garibaldi immersa nell'ombra vedo un pezzo della facciata del Palazzo Madama, con dinanzi l'alfiere marmoreo del Vela, piccolo come una figurina di scacchiera, d'una bianchezza di neve, luminoso e vivo su quel fondo cupo, come se splendesse di luce propria e avesse sentimento della sua gloria. Nella via del palazzo di Città vedo inquadratonell'uscio, illuminato di fianco, il gruppo violento del Conte Verde e dei Saraceni, in mezzo alle statue più lontane del principe Eugenio e di Emanuel Filiberto: un quadretto un po' manierato e teatrale, ma vivissimo, della vecchia Torino austera e guerriera. Vedo in via Roma, come dentro a una finestra, l'alta figura impennacchiata del vincitore di San Quintino, che spicca in nero sulla lontana facciata ad arco della Stazione, trasparente e ridente come la porta monumentale d'un giardino maraviglioso. In via Po, come pel vano di due opposte feritoie, ammiro da una parte la Gran Madre di Dio, lumeggiata dal sole che tramonta, spiccante sul verde fosco della collina, come un blocco smisurato di marmo roseo, e dall'altra parte la faccia posteriore del Castello, rude e tetra, nell'atto che n'esce e passa sul ponte una processione diFiglie verdicoi veli bianchi: un quadretto medioevale misterioso e severo, a cui non mancano che due alabardieri corazzati ai due lati del portone, minacciante ancora una sortita d'assediati. E ricordo altri innumerevoli quadri alti e stretti, che presentano sfondi lontani e vaporosi di vie diritte e lunghissime, segnati d'un tratto nero da un camino d'officina, somigliante a un dito titanico; quadri pieni del verde dei colli e dell'azzurro e del bianco delle Alpi, su cui s'intaglia vigorosamente la spalla enorme d'un passeggiere ritto sulla piattaforma; quadri semplici e profondi, d'un sol colore turchino carico, in cui brilla uno spicchio argenteo di luna, e sopra la luna una stella.E durante una corsa sola, cangiando il tempo, tutte queste vedute s'annebbiano e tornano a rischiararsi, perdono e riprendono i colori, e mentre il quadro davanti, su cui si disegna la testa del cocchiere, si riaccende, il quadro di dietro, sul quale spicca la testa del fattorino, si rioscura, tanto che di là par mattino e di qua sera; e poi tutto quanto, davanti e di dietro, si confonde in un solo color grigio, rigato dalla pioggia obliqua, dietro alla quale spariscono le case, le colline, le Alpi, il cielo, e le due piccole porte non son più che le cornici di due paesaggi confusi, che rappresentano l'uggia e il malumore.
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E acqua e fulmini e ira del cielo. I giubilati debbon scappare ogni momento dai viali per rifugiarsi nei tranvai chiusi, dove, raggomitolandosi e tossicchiando, si lagnano dello sconvolgimento delle stagioni, del mondo mutato, dell'estate che non è più estate come al loro buon tempo. E in loro posso esaminar gli effetti lamentevoli di questi improvvisi mutamenti atmosferici che aggravano il peso degli anni, sconvolgono i nervi, inacerbiscono tutti gl'incomodi, scolorano tutt'a un tratto il mondo e la vita a innumerevoli creature umane. Vedo delle vere carrozzate d'umor nero, tranvai che paion sale d'aspetto di medici consulenti, con dei visi di vecchi atteggiati a quella serietà cupa e immobile, che tradisce la mente inquieta,intenta a osservare i movimenti irregolari della macchina interna scomposta, minacciante qualche brutta sorpresa. Quant'è mutato anche il mio buon veterano di via Garibaldi! Me lo trovo davanti, rincantucciato in un carrozzone della linea di Vinzaglio, con la fronte solcata da una ruga verticale profonda, e al mio: — Come sta? — risponde con voce rauca: — Niente, niente bene. E come si può star bene? Non c'è più stagioni! Chi ne capisce qualche cosa? È il mondo che va a soqquadro.... E poi, e poi, sono settantott'anni! — Ma non dice più quel numero in tuono di vanto: intacca a metà della parola, che par che s'allunghi e s'appesantisca sulle sue labbra cascanti. E quanto gli resta di vita negli occhi lo spende a cercare dal finestrino il suo Ciuchetto, che trotterella accanto al tranvai, tutto impillaccherato, e ad ammonirlo col dito, quando ricompare dopo uno sviamento, perchè, dice,luisa cheeglivuole che cammini sempre accosto al muro, per cansare i pericoli e perchè egli lo possa vedere. E pare che col sentimento della propria decadenza fisica cresca in lui l'affetto per la povera bestiola, il suo unico amico, il quale tra non molto, dopo tanti anni di fida compagnia, egli dovrà lasciar solo nel mondo, a morire forse d'una morte atroce, dopo molti mesi di vita randagia e famelica, esasperata da persecuzioni crudeli. Fuggono intanto di qua e di là dal tranvai, sotto la pioggia dirotta, gli alberi frondosi dei viali, fuggono le colonne snelle dei nuovi portici, appaiono e dispaiono le imboccature delle grandi strade, e sopra ogni cosascorre a traverso ai vetri il suo sguardo velato da un'espressione di tristezza, come se egli pensasse che è quella una delle ultime volte che gode quello spettacolo e il suo spirito pigliasse comiato quel giorno dalla sua cara e bella Torino. — Ah, bella, sì, e quanto! — par ch'egli dica con quello sguardo, — bella anche con questo tempo, bella anche così grigia e malinconica, anche così immollata e infangata come il mio povero cane....
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Una bella giornata, finalmente, e una bella scena, un esempio nuovissimo della potenza del femminino eterno, quale non può darsi che sulla carrozza di tutti. Una bella ragazza bruna, esuberante di vita, con un roseto vermiglio sul cappellino, stretta in un superbo vestito nero luccicante di perline nere, che le modella come una maglia il busto svelto e opulento, siede in capo a una panca della giardiniera, tenendo una gamba sull'altra e un piedino per aria; il quale sfida il mondo, di pieno accordo col viso, scintillante di civetteria, e sorridente d'una larga bontà consolatrice. La giardiniera corre sotto il sole giù per il viale Regina Margherita, dov'è costretta a rallentare perchè è smossa la strada, e lì s'incontra con un reggimento di fanteria che vien su in quattro file, di cui la prima a sinistra passa rasente la pedana, dalla parte dov'è seduta la bella. Primi i soldati della fanfara, passando con le trombe alla bocca, volgongli occhi a quel viso bruno che sorride sotto quel cespo di rose rosse e a quello stivaletto giallo che segna il tempo della musica sotto quel vestito imperlato. E dalla fanfara pare che la scintilla trapassi lentamente per tutta la colonna. A tre, a cinque, a otto per volta, man mano che passano, tutti i chepì si voltano, tutti gli occhi s'avvivano, tutte le bocche si arrotondano; sul viso degli uni guizza un sorriso, dalla bocca degli altri scocca una parola; molti si girano indietro, parecchi perdono il passo, e chi dà di gomito al vicino, chi si sporge un po' in fuori per veder più da presso il piedino e il roseto. A dieci passi di distanza l'effetto della scintilla è già visibile. E via via, ufficiali, soldati, caporali, sergenti, teste bionde del settentrione e teste brune del mezzogiorno, visi barbuti e imberbi di piemontesi, di napoletani, di siciliani, di sardi, per quanto la colonna è lunga, tutti si voltano dalla stessa parte, come se sfilassero davanti a un generale d'armata, ed esprimono con lo sguardo il pensiero medesimo, con una regolarità preveduta, che finisce con mettere in allegria tutti i passeggieri del tranvai, adocchianti a vicenda i soldati e la ragazza, la quale sorride amabilmente a tutto il reggimento, come una sovrana contenta. Oh eterno femminino! E pensare che la grande forza dello Stato è formata da cento colonne d'uomini come quella, ciascuna delle quali, passando davanti a quel roseto, farebbe come quella fa; che quel visetto bruno darebbe una scossa elettrica a tutto l'esercito nazionale, setutto l'esercito le sfilasse accanto a quel modo! Che cos'è mai un grande esercito visto dall'alto d'una giardiniera, quando sporge fuor di questa lo stivaletto d'una bella ragazza!
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E pioggia da capo, e vento, e tuoni: i cocchieri hanno il viso lavato dagli acquazzoni, i cavalli grondano, i vetri sgocciolano, le signore salgono con le vesti fradicie e con la bocca torta, e lanciano, entrando, occhiate feroci l'una all'ombrello dell'altra. La cortesia consueta si risente del cattivo tempo anche fra le persone più cortesi, e pure i visi più simpatici appariscono in una luce poco favorevole. No, non son questi i giorni da cercar moglie sui tranvai: non ci si vedono che signorine smorte, imbronciate contro il cielo: il mio bel pittore, se ancora non ha trovato, deve perdere il suo tempo. E argomento dal suo viso l'una e l'altra cosa, vedendolo salire sul carrozzone in via Madama Cristina; e più che dal viso, dall'atto rabbioso, in lui insolito, col quale dà uno strappo all'ombrello che non si vuol chiudere. Sul suo largo viso roseo di buon ragazzo v'è un'ombra di malinconia anche più scura di quando lo vidi l'ultima volta, e sotto quell'ombra un'altra, che par d'una irritazione abituale. Gli domando se ha trovato: egli scrolla le spalle d'atleta con un moto di dispetto fanciullesco, corretto da un sorriso forzato di cortesia, e inveisce contro il tempo. Ma è tutt'altra, capisco, la causa del suomalumore; lo capisco un momento dopo da una tirata rude e sconnessa ch'egli fa contro le ragazze torinesi, con la violenza improvvisa d'un uomo d'animo semplice, a cui manca ogni sentimento dell'arte delle transizioni. — Anime fredde, pezzi di ghiaccio, bambole; belle bambole, piene di tritura di legno. — C'è di mezzo una bambola — dissi tra me, — senza dubbio. — Per loro — continuò — tutto sta nelbel contegno; ma quando sotto il bel contegno non c'è nulla.... è la virtù delle statue. Manca la materia combustibile, questo è quanto. Angeli d'alabastro, santine di neve. Ha detto bene l'Alfieri:là dove Italia boreal diventa. Figliuole di Borea. — Io lo incoraggiai, paternamente. Che diavolo! Se non faceva breccia un uomo come lui, un Ercole gentile, bello, artista, sul fior dell'età, chi l'avrebbe fatta? — Ah sì, artista! Non è aria per l'arte qui; se fossi un uomo di scienza, o se portassi le cedole appese al collo, forse.... — E poi lo cominciava a seccare anche la città; anzi era un pezzo che lo seccava: tutta quella geometria, tutto quel giallo, quel girare e rigirare e parersi sempre nello stesso luogo! A giorni gli saltava il ticchio di far le valigie e di scappare come un cassiere. Non aveva alcuna meta determinata: gli sarebbe piaciuto di andare a caso, di città in città, lontano, fino all'ultima punta della Sicilia. — Guardi un po' queste case, queste strade, se non fanno pigliare in odio l'angolo retto e l'omologia. E la gente è tal quale. Non le pare che tutti si rassomiglino? Come no? Ma ci son centinaia di signorineche paiono state tutte calcate l'una sull'altra, ritagliate con un solo giro di forbici sopra un foglio piegato in cento.
— Ah! — gli dissi ridendo — ce ne dev'esser una che è sfuggita alle forbici....
Ma non mi badò, e insistette. Da qualche tempo vedeva delle carrozzate di gente che avevan tutti un'aria di famiglia; tutti i giovani gli parevano impiegati amille e due, i vecchi, tutti sergenti pensionati, le signorine, tutte istitutrici di collegio, tirate a filo di regolamento....
— Eh, lasci andare, — gli osservai, — ci son pure delle belle ragazze....
— Oh per questo sì! — E qui si tradì. — Ci son dei tipi.... delle figure raffaellesche.... certi visi bianchi con gli occhi azzurri.... d'una purezza, d'una grazia! Ma manca la vita, la fiamma. N'ha più una siciliana nel dito mignolo che dieci di loro da capo a piedi....
Io ci volevo un coreDentro a quel seno bianco....
Io ci volevo un coreDentro a quel seno bianco....
Io ci volevo un core
Dentro a quel seno bianco....
E tacque un momento; poi riprese bruscamente: — Io, già, vedo delle gran facce antipatiche. — E chiamò la mia attenzione sui passeggieri. — Veda un po' che mutrie. Mi par di vedere un piccolo museo d'automi di cera. Sarà anche un po' effetto del tempo, forse.... Insomma, mi secco. — E dopo un po', nell'atto di scendere, soggiunse sorridendo, ma con accento di tristezza: — Mi darei per un nichel....
— È preso, — pensai, — non c'è dubbio; presoda un viso bianco con gli occhi azzurri. Oh, imbroccherò bene il tranvai dove ci saran tutti e due....
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Fu il pittore che me l'attaccò? Fu il brutto tempo? Fu una cattiva disposizione di salute? Per alcuni giorni soffersi anch'io del suo male — l'uggia del prossimo — un male bisbetico, il quale s'inasprisce in particolar modo nei tranvai, dove le facce antipatiche, che per la strada non si vedono che di sfuggita, ci rimangono sotto gli occhi per qualche tempo, e s'è quasi forzati a guardarle. Antipatiche, perchè? Non può esser altro che per questo, che son per noi delle maschere di nemici ipotetici, facce da cui argomentiamo opinioni, passioni, gusti, consuetudini opposte alle nostre, esseri, fra i quali e noi, se ci frequentassimo, non potrebbe correre nè affetto, nè stima, nè accordo alcuno. Quante ne vidi in quei giorni, e quante ne ricordai! E a chi non accade lo stesso? Son persone sconosciute con cui da anni, ogni volta che c'incontriamo, scambiamo uno sguardo malevolo, o indifferente ad arte, o facciamo uno sforzo per non guardarci; gente di cui lo sguardo, la voce, la sola vicinanza ci mette in impiccio, ci dà una molestia, un senso sgradevole come quello d'una punta di stecco fra i denti o dei capelli tagliati nel collo; disgraziate creature, di cui il passo, il modo di far fermare il tranvai, di salire, di sedersi, di pagare, di metter lo scontrino sul cappello, tutto ci è spiacevole,come se fossero stati impastati e ammaestrati per farci dispetto. Quando ce li vediamo all'improvviso daccanto, ne risentiamo una scossa, come per un urto, e un sentimento di suggezione ad un tempo, come se sotto il loro sguardo si tradisse il nostro pensiero, ed essi potessero misurare la piccolezza dell'animo nostro dal potere che hanno sopra di noi. E quella promiscuità forzata del tranvai ce li rende più uggiosi, come degli intrusi in casa nostra, ed è una vera liberazione quando discendono. Quanti ce ne sono, e come ci pullulano davanti in quei giorni di malumore! Pare che ciascuno ci perseguiti e che tutti si siano dati l'intesa per non lasciarci pace. Non ricordo bene quanto sia durato quel periodo; ma so che mi parve di riveder tutti quelli che avevo intoppati in vari anni. Feci delle corse calamitose, durante le quali cinque o sei, successivamente, mi si strofinarono addosso salendo e scendendo, m'infradiciarono coi loro ombrelli, mi soffiarono in viso il loro alito, mi gridarono all'orecchio deglialte deifermastonati, nasali, villani, melliflui, irritanti, mi fecero sentir dei discorsi scipiti, vanitosi e pedanteschi, mi tormentarono coi loro sguardi insistenti coi quali parevano dirmi: — Siamo saliti apposta per te e spendiamo con piacere due soldi per farti soffrire. — Che rabbia e che vergogna! Sì, proprio, patimenti vergognosi, antipatie ignobili, rabbie miserabili, mosche e vermi dell'anima, che, se un atto della volontà si potesse rassomigliare a un atto meccanico, direi che vanno spazzati via con la scopa.
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Una commozione viva di pietà mi ruppe il corso di queste giornate maligne. In una giardiniera di via Garibaldi, su una delle prime panche, era seduto un soldato con l'uniforme d'Africa: un piccolo fantaccino macilento, che pareva non accorgersi d'essere guardato da tutti, e che alle domande di cui lo tempestavano alcuni vicini curiosi rispondeva a monosillabi, con l'accento d'una persona seccata, guardando qua e là, come se cercasse qualcosa per aria, con lo sguardo diffuso e fuggente, proprio degli scampati a una strage. Ebbi un rimescolo quando, voltandomi indietro, vidi ritta dietro all'ultima panca, col suo sacco solito, la vecchia di Pozzo di Strada, immobile, con tutta l'anima negli occhi, fissi sull'elmetto di quel giovane con l'espressione attonita e profonda dell'ipnotizzato, intento all'oggetto che lo affascina. Certo, essa viveva ancora tra la disperazione e la speranza, e la vista di quell'uniforme le risollevava nell'anima in tutta la prima violenza la tempesta dei due opposti sentimenti che se la contendevano. Era una povera divisa di tela come quella, che da quattro mesi eterni essa vedeva col pensiero, lacera, sforacchiata, insanguinata, fatta a brani e sparsa per le rocce e pei rovi del campo di battaglia scellerato. Chi sa mai che cosa pensasse, che cosa vedesse in quel momento nella figura di quel soldato? Che cosa le diceva mai quello spettro del suo figliuolo,sorto improvvisamente sulla sua strada: — Mamma, son vivo? Mamma, soccorrimi? Mamma, muoio? son morto? addio per sempre? — Le era un conforto o uno strazio il vederlo? Non si poteva comprendere da quel suo viso chiuso di vecchia contadina usata a soffrire, da quel suo occhio immobile, dilatato, asciutto, che pareva fisso in un punto solo di quella persona come in un altr'occhio che s'affisasse in lui, fisso come se non si fosse dovuto movere mai più se la corsa non avesse avuto più fine. E mi domandai perchè, appena vedutolo, essa non fosse corsa a interrogarlo con quell'ingenua illusione delle madri ignoranti che domandano allo sconosciuto reduce dall'America notizie del figliuolo emigrato. Pensai che forse ella aspettava che il tranvai si fermasse per andarsegli a sedere accanto; ma il tranvai si fermò ed ella non si mosse. Fu timidezza? O la ritenne il terrore di saper la verità? Discese, come sempre, al crocicchio di via Venti Settembre, e appena fu sul marciapiede, si fermò, col suo sacco in spalla, e si voltò indietro a guardare il soldato un'ultima volta. E poi tirò via, a guadagnarsi il pane, curva sotto il suo sacco e sotto il suo dolore.
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Ripiove, e riecco la noia dei carrozzoni chiusi; ma rallegrata da una “scena d'interno„ amenissima. V'è nel mezzo una signora secca e elegante, già sulla “detestata soglia„ della maturità,visibilmente stizzita dalla vicinanza d'una bella bionda giunonica di vent'anni, che la offusca con lo splendore del suo viso e con lo sfarzo dei suoi abiti, e a cui ella saetta delle occhiate di traverso come se le volesse dar fuoco. In un angolo, seduto sulle ginocchia di sua madre, un bimbo paffuto, inebbriato dal profumo d'un canestrino di lamponi, su cui lascia gli occhi, senza punto intenerire la servotta rosata e tutta curve che lo tien fra le mani; la quale finge di non sentire il gomito e il ginocchio audace d'un satirello canuto, con gli occhiali d'oro e il nastrino di cavaliere, che par che fonda al suo contatto. —Invidia, gola e lussuria, — mi dice all'orecchio quel diavolo diSchopenhauer, a cui nulla sfugge; un mio buon amico, pessimista marcio, ma galantuomo, che non avrebbe alcun difetto oltre la sua filosofia, se non fosse, nonostante questa, infiammabile come un arabo. Il tranvai si ferma per aspettare la pancia d'un signore che viene avanti di lontano a passo di lumaca, come se dormisse camminando. E l'amico scatta: — Ma costui s'infischia del mondo! — e se la piglia col fattorino: — O che dobbiamo aspettare il comodaccio di quel pachiderma?... E avanti dunque, maledetta l'accidia! —Accidia ed ira, — dico io, puntando il dito nel petto a lui, che sorride amaro. Sale finalmente l'aspettato, s'adagia, e si riparte. Ma ecco che, dopo pagato il biglietto, il nuovo entrato si lascia sfuggire dal portamonete bellissimo un soldino, che rotola fra i piedi dei passeggieri. Si china lui, sichina il fattorino, si scomodano tutti, e il soldo non si trova, ed egli s'ostina a cercare e a scomodare il prossimo, che principia a brontolare, sudando e soffiando, col viso acceso e turbato, come se avesse perduto un diamante. — To' — dice allegramente lo Schopenhauer, — l'avarizia. — Ma la nostra attenzione è attirata in quel punto da una vecchia signora segaligna, entrata poc'anzi dall'altro uscio, la quale, all'atto di pagare, s'accorge, quasi spaventata, di non avere in dosso il portamonete. — Mi permetta di pagar per lei,madama, — le dice cortesemente un signore che le sta accanto. — A chi dovrò render la moneta? — domanda essa, con un'aria di diffidenza. — La darà a un povero, — risponde il passeggiere. Quella sta un momento pensando.... Che sarà mai passato per quel cervello di scarafaggio? Prende un'aria sostenuta, come se fosse stata offesa, tira il campanello, e discende. — Esuperbia! — esclama il mio amico ridendo. — Tutti e sette in una corsa sola! Ah, siamo proprio maturi per un nuovo diluvio. È un mondo finito!
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Sì, strano davvero un mondo in cui si fanno delle scoperte come quella che facemmo il giorno dopo, sulla linea della barriera di Casale, io e un mio amico emiliano, critico letterario acuto, e raccoglitore attivissimo di “documenti umani„. Questi, nell'atto di pigliare il biglietto, osservò e mi fece osservare la mano aristocratica delfattorino, piccola e bianca, con le dita affusolate; alla quale corrispondeva, più nell'espressione che nei lineamenti, il viso pallido, contornato d'una barba castagna finissima. Subito dopo il fattorino scambiò col controllore alcune parole in italiano, ma con un accento emiliano spiccato, in cui il mio amico riconobbe la pronuncia particolare della classe signorile della sua regione. Osservammo i suoi modi: era singolarmente cortese, ma un po' impacciato, un po' timido, come se fosse nuovo al suo ufficio; nel quale, peraltro, pareva che mettesse molto impegno. — Qui c'è un mistero, — disse il professore, investigatore eterno d'uomini e di cose; e appena il fattorino si fu scostato, domandò al controllore come si chiamasse. Costui, una figura alta di prete spretato, dalla voce e dai gesti rudi, sorrise, e gli diede la risposta nell'orecchio. L'amico ebbe una scossa. Era un conte, d'uno dei più illustri casati d'una città illustre, discendente, forse, della madre d'un poeta famoso.
Eccitati dalla curiosità, domandammo al controllore se sapesse da quali vicende quegli fosse stato ridotto in quella condizione. Non lo sapeva; ma conosceva l'uomo da vari mesi. Oh, un gran buon volere, una gran forza d'animo. Da principio ei gli aveva detto: — Badi, questo mestiere non fa per lei; vedrà che non ci può reggere. — Ma il conte gli aveva risposto con fermezza: — Vedrà che mi ci adatterò come gli altri. — E, infatti, aveva tenuto duro. Egli, peraltro, gli continuava a far delle raccomandazioni,di quando in quando: che non usasse con la gente troppe delicatezze, perchè eran mal ricambiate; che a chi trattava male rispondesse secco, se voleva che lo rispettassero; che certi villani, a trattarli coi guanti, s'insuperbiscono, e diventano più prepotenti. Ma sciupava il suo fiato: quegli era malato di gentilezza incurabile, e appunto per questo, che cos'è il mondo! i passeggieri, in generale, trattavan peggio con lui che con gli altri.
Mentre il controllore parlava, il fattorino girava dentro il carrozzone e con le sue mani patrizie pigliava i due soldi da signore, da donne del popolo, da operai; nessuno dei quali poteva immaginare per che lungo ordine di magnanimi lombi discendesse il sangue purissimo a quell'uomo che porgeva loro lo scontrino con tanto rispetto. Ed io lo guardavo, e pensando ai tanti che si bruciano le cervella per un rovescio della fortuna, sentivo una simpatia e un'ammirazione più viva per lui, che la mala sorte sopportava con così sereno coraggio, guadagnandosi il pane con un lavoro onesto, mostrandosi veramente nobile d'animo quale era di sangue.
Tornato accanto a noi, egli porse lo scontrino a una graziosa ragazza in capelli, salita un momento prima sulla piattaforma, con un grosso involto di panni sotto il braccio; la quale mostrò di compiacersi assai dell'atto e del sorriso cortese con cui egli prese i suoi due soldi e le disse grazie, inchinandosi leggermente. Il fattorino rientrò; il professore domandò alla ragazza: — Vuol diventare contessa?
Quella lo guardò, stupita.
— Ma sì, — riprese l'amico; — non ha che da innamorare quel fattorino, che è un conte.
La ragazza diede in un gran ridere; poi, accennando col piede il canestrino della colazione posato contro il parapetto della piattaforma, disse: — I conti non mangiano lì dentro.
Noi confermammo ed essa continuò a ridere; ma, cominciando a dubitare, arrossì un poco, e si mise a guardare il giovane, che era dentro il carrozzone, con una curiosità viva, che diventò seria a poco a poco, come se le sorgesse dietro un sentimento di pietà. E forse per dissimulare questo sentimento tornò a sorridere. Ma si rifece seria da capo e, messo fuori unmah!pensieroso, espresse il suo pensiero con questo proverbio filosofico: —Il mondo è fatto a scala....
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Sì, uno strano mondo veramente; e scopersi appunto in quei giorni, perdurando la pioggia, che in nessun modo se ne può veder meglio la stranezza che di dentro al carrozzone, osservando tutto ciò che passa di volo nel finestrino di faccia, quando si corre per una delle vie principali. È la lanterna magica della vita pubblica, la più bizzarra fuga delle più disparate immagini che si possano incalzare nella mente d'un febbricitante che sogna. Ecco una gran donna seminuda, dipinta a colori di pesca, che vi offre una bottiglia enorme d'un liquore miracoloso,e cede il posto subito all'annunzio d'una conferenza agraria; al quale succede una vetrina di decorazioni cavalleresche e una vetrina di burattini, e poi il vano d'una stradetta oscura della vecchia Torino e il cartellone dellaFiglia di madama Angote il fondo nero d'una chiesa, stellato dalle candele accese dell'altar maggiore, nel momento che un gruppo di devoti uscenti alzano la tenda della porta. La cornice rimane immobile per pochi secondi inquadrando una gran testa di maiale esposta nella vetrina d'un salumaio; poi racchiude successivamente l'interno d'una bottega dove una bocca squarciata urla unaliquidazione volontaria, l'annuncio del Fonografo a dieci centesimi, leVergini di Torino, romanzo a dispense, e una vetrina piena di cedole e di marenghi, nell'atto che vi specchia la sua miseria una povera donna in cenci, con un bimbo al seno e uno per mano. Si va di tutta corsa, e nella cornice che fugge passano con rapidità crescente una elegante signora senza testa, col prezzo fisso sul petto, un uomo scorticato dalla fronte ai piedi, che vi mostra tutti gli organi dipinti, e cinquanta lire di mancia per chi ritrovi una cagna; e poi, più a rilento, un angolo di giardino tropicale, pieno di ananassi e di banani, eL'assassinio della corriera di Lione, dramma in sette quadri, “con sparo di pistole sul palco„, e le teste d'una ragazza e d'un giovanotto che amoreggiano al banco in fondo a una tabaccheria. Segue un'altra breve fermata, durante la quale il finestrino vi presenta un annunzio d'Indulgenza plenariaaffisso alla porta d'una chiesa; e avanti da capo, a precipizio, l'immagine colorita d'un biciclista che par che v'irrompa addosso, ilPagamento gratuito dei coupons, la Colonia Eritrea a volo d'uccello, una gran madonna di porcellana che guarda il cielo e un giocatore che guarda il pallone in aria, seguìti istantaneamente da un crocchio di signori che bevon la birra dietro un lastrone di cristallo e da un piroscafo imbandierato che porta all'altro mondo mille affamati. L'occhio e il pensiero riposano per un breve tratto in cui non passa che l'assito nudo d'una casa in riparazione; e poi ricominciano a incalzarsi più rapidi gli abiti fatti, i libri di lusso, gli specifici portentosi, le ghiottonerie, laSocietà di Cremazione, ilCinematografo, ilSapone della Vergine, intercalati di cento grida stampate: — O anemici! — Tutti al Bazar! — Leggete tutti! — Incredibile! — Inarrivabile! — Occasione unica! — che vi par di sentirvi risuonare nell'orecchio; fin che, al momento di sboccar nella piazza, vi appare nel finestrino, ultima visione, un piccolo cane agitantesi sull'alto d'un carro carico e latrante furiosamente non si sa a chi o a che cosa.... forse a quel carnevale strambo della vita, a quella confusione matta di cose e di idee, a quella fuga ciarlatanesca di vanità, di pompe, di promesse, di menzogne e d'insidie, che gli dà le vertigini e gli muove la bile.
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Qui trovo segnato fra gli appunti un cambiamento generale nello stato psicologico dei tranvaioli (la bella parola non è mia: la coniò una povera pazza che saluta ogni giorno i passeggieri del tranvai a vapore di Pianezza da una finestra della Villa Cristina). “A una settimana d'acquate essendo succeduto un sereno fermo e un calore torrido e secco, succede alla musoneria, come nei primi giorni dell'estate, un sovreccitamento nervoso, che fa le discussioni più vivaci, la mimica più scomposta, la galanteria più ardita, e mette ogni tanto in volto alla gente delle vampe improvvise, da parer che piglin fuoco come covoni di paglia.„ Tra i più eccitati trovai una mattina Carlin, sopra una giardiniera dei Viali, acceso in viso e col berretto per traverso. Quando salii, tuonava contro l'Impero Ottomano: le notizie dei combattimenti seguiti in Macedonia con la peggio dei Turchi l'avevano invasato d'odio bellicoso contro i Turchi; ai quali imprecava morte e distruzione, mostrando il pugno a quello ch'egli credeva l'Oriente. Ma mutò a un tratto discorso, e teso il pugno proprio dalla parte opposta alla Svizzera, inveì contro Zurigo per la cacciata degli operai italiani, dicendo che si dovevan mandare centomila uomini, con gli alpini alla testa, contro quei patatucchi, a snidarli da quelle case che avevamo fatte noi, —noi— diceva, picchiandosi la mano sul petto, —noi, con le nostre sacrosante mani. — Poisi rasserenò alquanto parlando della mandata del Commissario civile in Sicilia, che per lui era unvicerè, dispotico di far quel che voleva. Ma anche su questo argomento si rinfiammò subito. — Per quella gente che non sta mai quieta, che non vuol intender ragione, non c'è altro che la mano di ferro d'un vicerè, che possa ridurla al dovere. — E diceva questo senz'aver la più vaga idea delle condizioni dell'isola, per un puro sentimento atavico d'idolatria del potere, per la compiacenza che gli dava il pensiero d'una qualsiasi forza che vincesse e comprimesse un'altra forza, fuori d'ogni considerazione di giustizia e di diritto. In fine, venne a una conclusione profonda: tutto il mondo andava per traverso; c'eran miserie e guai da per tutto; di contenti non c'eran che quelli che facevano all'amore. —Rien que l'amour, — disse con un sorriso che diede alla sua faccia un'espressione affatto nuova per me. — Avere una donnina che ci voglia bene, efessla bonna, far la dolce vita insieme, così, come quei due là, che son sempre attaccati l'uno all'altro come due spicchi d'arancia, sempre d'amore e d'accordo, come se li avesse maritati nostro Signore in persona.... — E la coppia che m'accennava, sulla terza panca davanti a noi, eran proprio i piccoli sposi di borgo San Donato, che non avevo più visti dopo quel giorno alla barriera di Casale.
Potei veder bene lei perchè stava seduta un po' di fianco, col viso voltato indietro, in ammirazione di tre splendidi bambini biondi, con levestine bianche ricamate; il più piccolo dei quali era tenuto sulle ginocchia da una balia in gran gala. La gestazione avanzata aveva ridotto anche più smunto e compassionevole quel suo povero viso a cui la natura aveva negato ogni grazia femminina e perfin la freschezza giovanile; ma vi splendeva in quel punto la dolcezza soave di quel primo sentimento della maternità, che in ogni bambino fa vedere alla sposa un fratello della creatura che aspetta, e istituire dei confronti amorosi fra quello e l'immagine che essa vagheggia; e questi pensieri balenavano nella bontà dei suoi occhi quando essa fissava il più piccolo di quei tre bimbi; il quale fissava lei e le sorrideva. Certo, guardando quello, essa parlava al suo. — Tu non sarai un piccolo signore come questo, — gli diceva forse, — la tua mamma è povera, non ti potrà mai vestire a quel modo; ma, in compenso, sarà la tua nutrice lei, ma non t'addormenterai mai su altro seno che sul suo, ma avrai tante cure, tanto amore quanto ne possa avere il figliuolo d'un principe; e se non sarai bello, se non sarai florido come questo, io t'amerò egualmente, io t'amerò anche di più, io sarò altera e felice lo stesso di tenerti sulle ginocchia così, di dire al mondo che sei la mia creatura, di consacrarti tutte le mie forze e tutta l'anima mia. — Ed era così intento e così affettuoso il suo sguardo che la balia, a un dato punto, indovinando forse i suoi pensieri, sollevò un poco il bimbo di sotto alle ascelle, e glielo porse; e quella, spinto il capo innanzi vivamente, come un'assetata alla fonte, lo baciòcome potè, sulla testa, tre volte, avidamente, con gli occhi raggianti di tenerezza e di gratitudine....
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Il caldo cresce, il sole arroventa i crani, i cervelli levano il bollore, e i cocchieri, con gli occhi infocati e le tempie imperlate di sudore, gesticolano nei nuvoli del polverone come oratori alla tribuna, incitando con grida stridule di beduini i cavalli immollati e trafelati. Sulla linea di Vanchiglia, mi trovo seduto dietro a un di loro, che espande clamorosamente i suoi affetti con un amico ritto al suo fianco, trinciando l'aria con la mano libera come se impartisse una benedizione continua agli alberi e alle case. Alle prime parole m'accorgo che non è infiammato soltanto dal caldo, ma dall'acquavite, e appena afferrato l'argomento del suo discorso, riconosco in lui il poveretto a cui è toccata la disgrazia del bimbo schiacciato in via Venti Settembre. Non aveva la sbornia allegra, peraltro; non era sovreccitata nell'anima sua che la tristezza consueta, una pietà amara per quella sua povera figliola, sempre malata dopo quel giorno terribile, sempre distesa là in quel fondo di letto, con gli occhi infossati e con le mani color di cera, che s'ostinava dieci volte il giorno a riprender l'ago e le forbici, e li lasciava ricader sulla coltre, dicendo: — Non posso.... non posso più.... — Ma la grappa levava l'espressione del suo dolore all'altezza della lirica. L'amico loconfortava invano; egli rifiutava i conforti con dinieghi vigorosi del capo, dando al freno delle girate violente. Il rumore d'una locomotiva stradale mi coperse per qualche momento la sua voce: quando la risentii, era cambiato il soggetto del suo discorso e cresciuto l'ardore della sua parola. Raccontava come, tornato a casa una sera, aveva trovato sul tavolino da notte della sua malata un mazzetto di fiori, delle pesche, una scatola di Liebig, una bottiglia di Marsala. Chi aveva portato quel ben di Dio? Chila — la signora! Non c'era da domandarlo. Ma c'era dell'altro. La camera, ch'egli aveva lasciata sottosopra, come si trovava da vari giorni, con tutte le carabattole per aria, era ordinata, assestata di tutto punto come quando la figliuola erain gamba: una cappella in un giorno di festa.... E chi aveva fatto questo? Non mica la portinaia, che s'affacciava all'uscio la mattina e la sera, e scappava via come per paura della peste. Era stata anchechila! Era capitata là una mattina a visitar la figliuola, e, data un'occhiata in giro, aveva detto: — Ah! io non voglio mica che la mia malatina stia in mezzo a questociadeldi casa di matti! A me! — E tic tac, alla svelta, senza neppur levarsi il cappellino, aveva dato sesto a ogni cosa. —Chila, capisci? con le sue proprie mani, come unadonna a poste, seguitando a chiacchierare e a dir facezie per tenerla allegra, come una sorella. — E al momento d'andarsene, di sull'uscio, le aveva detto: — Di' al babbo che non beva, ricordati! — Qui il cocchiere si lasciò scappare il ridere; poi, rifattosiserio a un tratto, proruppe in un'esclamazione appassionata: — Ah, non ce n'è un'altra, no, non ce n'è un'altra come quella; non c'è, non c'è un'altra santa signora compagna!
E poichè l'amico, sorridendo, gli faceva cenno che si quietasse, egli s'eccitò di più, picchiando il pugno sul parapetto, come irritato da una contraddizione: — Sì, è una santa signora, è un angelo, è la madonna in corpo e in anima, e lo voglio gridare a tutta Torino, capisci!
E una nuova esortazione dell'amico spinse ancora il furore della sua gratitudine d'un grado più in su. Bestemmiò e ricominciò: — Sì, io mi farei ammazzare per quella donna lì, capisci; mi farei pestare, schiacciare, bruciar vivo, mettere a pezzi.... Oh che gioia di donnina! Oh che amore, che benedizione, che anima santa di donnina! — e si baciò il dorso della mano e attaccò un'altra serie di moccoli adorativi.
E quando scesi e mi voltai a guardarlo, lo vidi ancora col viso in aria e con la bocca aperta, che apostrofava il fantasma dellaChisciottina, scotendo il capo a ogni parola come se scandesse il suo laudario, e agitando la frusta da destra a sinistra come per aprire il passaggio alla piena della sua passione.
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Sì, tutti sono sovreccitati, e più che altri gli attaccalite e i prepotenti dello stampo diTintura-Migone; per i quali pare che del caldo, della polvere, d'ogni noia dell'estate sia colpevoletutta quella classe di persone con cui essi possono sfogare il proprio malumore senza pericoli. C'è chi se la piglia col cocchiere perchè vi sono trentadue gradi all'ombra, chi aspreggia il fattorino perchè il municipio non fa inaffiar le strade abbastanza, e perfino chi pretende dal controllore che dia ordine di accelerare la corsa perchè, andando come si va, corpo d'un cane, non s'è ventilati un bel corno. Ma vidi un bel caso di castigo l'ultima domenica di luglio, sul corso Regina Margherita. Dopo aver fatto fuoco e fiamme per una bazzecola, uno di questi neroncelli gridò scendendo: — Vado immediatamente a far rapporto alla direzione! — La direzione è lì, — gli disse garbatamente un operaio che m'era accanto, indicandogli la direzione della Società Belga, proprio di faccia alla giardiniera. Quegli, che la credeva invece chi sa dove, e non aveva alcuna intenzione d'andarvi, guardò l'iscrizione sulla facciata, indispettito, e dopo un momento di titubanza, comicamente contrastante con la sua risolutezza di poco prima, voltò le spalle ai sorrisi canzonatori dei passeggieri e s'avviò dalla parte opposta.... col viso di quel vecchio galante delJean Tommerayche, quando la signora ch'egli corteggia fa l'atto di cedere, prende il cappello e se ne va via dicendo: — Saprò chi m'ha fatto questo tiro. —
— Poteva almeno ringraziarmi dell'indicazione — osservò placidamente l'operaio, senza sorridere. Era il lattoniere autodidattico, il socialista “legalitario„ e ragionatore, che andava, in un sobborgo a tenere una conferenza, stringendosotto il braccio uno dei suoi registri pieni di estratti di giornali e di note; e aveva accanto un compagno tarchiato e serio come lui, un fabbro ferraio sui sessanta, tutto grigio, suo devoto amico e ammiratore, che soleva accompagnarlo in quelle gite, dandosi l'aria d'un segretario di gabinetto. Un curiosissimo personaggio costui, che avevo già incontrato più volte: entrato nel socialismo non per effetto di ragionamenti propri, ma per fede cieca nella ragione dell'altro; la cui cultura rapidamente acquisita e il progresso intellettuale continuo gli apparivano come un miracolo, più efficace di qualunque argomento a dimostrargli la giustizia della causa che aveva sposato. Il progresso del lattoniere era continuo, infatti: bastò un breve discorso a provarmi che anche nei due mesi da che non l'avevo più visto la sua mente s'era allargata e arricchita, e la sua parola fatta più facile e più esatta. Rimasi addirittura maravigliato a udirlo commentare le recenti elezioni generali del Belgio in confronto con quelle di due anni innanzi, spiegando la ragione del quasi assoluto annientamento del partito liberale; giustificando l'alleanza dei socialisti coi radicali, ch'era stata fatta dai primi senza alcuna concessione pericolosa alla loro indipendenza avvenire; calcolando come, se non ci fosse stato il voto plurimo, se tutti i partiti fossero scesi nella lotta ad armi eguali, non il clericale, ma il socialista avrebbe avuto la vittoria. Ma dall'uomo pratico ch'egli era, di questo non andava a parlare ai suoi uditori: andava a persuaderlidella necessità d'un'associazione cooperativa, con argomenti tratti dalle loro condizioni e dai loro bisogni particolari, ch'egli conosceva perfettamente, come conosceva i bisogni, le condizioni d'ogni sobborgo o villaggio, industriale o commerciante od agricolo, in cui fosse chiamato a parlare; in ciascuno dei quali arrivava con un grande corredo di osservazioni, di notizie e di cifre, raccolte pazientemente da pubblicazioni statistiche e da conversazioni con gente colta, anche d'altri partiti. E mentre, scansandosi ogni momento per lasciar salire o scender qualcuno, egli mi esponeva la traccia della sua conferenza con quella semplicità modesta di linguaggio e d'intonazione, che faceva il miracolo di soffocare nei suoi eguali ogni gelosia della sua autorità e quasi ogni invidia della sua preminenza intellettuale, io osservavo il suo vecchio compagno, tutto intento alle sue parole; il quale guardava lui e me, alternatamente, con un'espressione viva di compiacenza d'amico e d'alterezza di collega, mista di non so che di paterno e di umile insieme; tanto più commovente in quanto era visibile che il suo cervello, intorpidito dal disuso, apertosi troppo tardi a quella nuova luce di idee, non lo capiva che per barlume. Punto dalla curiosità, tirai anche lui nel discorso; nel quale entrò volentieri, con una vivacità che mi stupì; ma per uscir dall'argomento quasi subito, con frasi indeterminate e strane, che attirarono fortemente la mia attenzione. Riconobbi sull'atto il caso, accennato dal De Vogüé, d'una di quelle dottrine che, seguendola legge della caduta delle idee, discendendo, cioè, dalla mente eletta che le concepì nella gente semplice e inculta, si deformano, o, meglio, si contraggono e si cristallizzano in un piccolo residuo tenace, equivalente quasi a una forza d'istinto, nata con loro. In lui era la dottrina del Rénan, l'Avvenire della Scienza, ridotta in questa sola idea semplicissima: che grazie ai progressi indefiniti della scienza, e in particolar modo della meccanica, l'uomo sarebbe riuscito un giorno a provvedersi così abbondantemente e con così poca fatica quanto gli abbisogna, che ogni miseria, ogni ingiustizia, ogni lotta sociale avrebbe avuto fine come la tempesta al cader del vento. Per quale via fosse discesa, per quale spiraglio entrata nella sua mente, come un raggio in una grotta, quell'idea unica, nella quale egli aveva una fede assoluta, immobile, invincibile, e che era il tema di tutti i suoi discorsi e la fonte d'altri cento embrioni d'idee a cui non trovava parola, forse non sapeva dire egli stesso. Della sua stessa idea principale io non afferrai che la coda, quando, con una brusca transizione, egli venne a parlare dei futuri tranvai elettrici, e movendo da questi, precorse gli anni con la fantasia, eccitato come da una visione della città avvenire, che ritrasse in frasi vivaci ed informi, senza badare al sorriso di compatimento con cui il suo amico lo ascoltava. Egli vedeva le strade corse da ogni sorta di “automobili„ fitti come i moscherini per l'aria; i ragazzi portati a scuola, gli operai al lavoro, le donne al mercato; tutti i pesi trasportatia volo; le distanze sparite, le fatiche soppresse, un risparmio enorme di tempo e di forza, la vita agile e facile in tutte le sue forme:tutt coma la losna, tutto come il lampo; e faceva un gesto continuo con la mano come per indicare una cosa che guizzi e scompaia. Ed era ancora eccitato dalla sua visione quando scese con l'amico in piazza Vittorio Emanuele per prendere il tranvai a vapore di Moncalieri, e di lontano mi fece ancora quell'atto: —coma la losna, — che riassumeva tutta la sua dottrina e la sua speranza....
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Qui, tra gli ultimi appunti di luglio, trovo poche righe, che mi ricordano una serata afosa, in cui il tranvai corre sotto gli alberi non mossi da un alito, in mezzo a passanti che si fanno vento col cappello, mostrando al lume dei lampioni la fronte luccicante di sudore, fra due file di case alte, dove alle finestre, ai terrazzini e alle soffitte è affacciata gente che guarda il cielo e le montagne lontane, col capo rovesciato indietro e con la bocca aperta, come se gridassero: — Aria! Aria! Aria! — E: — aria! — invoco anch'io, bevendo con avidità il po' di fresco che mi manda in viso il ventaglio d'una signora vicina. Ma al passare lungo i quartieri popolari, dove pullulano migliaia di bimbi scalzi, sdraiati per terra, coricati sui marciapiedi, ammucchiati nei fossi, ravvoltolantisi tra i cocci e la bruttura, coi visi e i colli segnati di scaglie e di gore, conle braccia e le gambe nere fino ai gomiti e ai ginocchi, e la camicia e i panni ridotti a un solo colore dalla polvere addensata d'una settimana, un altro grido mi vien sulle labbra. Aria, sta bene. Ma e l'acqua? Sta bene la refezione scolastica. Ma e la disinfezione scolastica? E mi compiaccio a immaginare un gran carro inaffiatore che corra sulle rotaie lungo quei fossi e quei marciapiedi schizzando zampilli su quei mucchi brulicanti di piccole creature sudicie, o un'enorme tinozza ambulante d'acqua tepida, dove li tuffo e li sciacquo tutti per rimandarli ai loro giochi più vispi, più sereni e più buoni. Quanti malanni, quanti mali umori, e chi sa anche quanti piccoli germi d'infezione derivino all'animo da quella sporcizia! Di chi la colpa? Sì, certo, è in parte incuria colpevole; ma è più miseria, ignoranza, penuria di tempo, di spazio, di comodi, e mancanza di dignità e d'amor proprio che da tutto quello deriva. E allora.... allora non trovo a confortarmi che nella dottrina del vecchio fabbro ferraio: la scienza, la macchina vôlte a vantaggio diretto di tutti, la produzione moltiplicata dal perfezionamento dei processi e dal lavoro fatto universale, e il lavoro reso da queste due cause per tutti quale non è ora che per pochi, abbreviato e alleviato in modo che a tutti avanzi tempo, forza e libertà da dedicare alla cura del corpo e alla cultura dello spirito. Eh, bisogna pur giunger lì, per una via o per un'altra, se non si vuol rinunciare alla speranza! Ma mentre dico tra me queste cose, mi dà prima nell'occhio la mano tremante con cuiil fattorino accende il lume del tranvai, e poi il suo viso malandato e turbato, che mi par di riconoscere. È lui, infatti; il povero fattorino che, dopo esser stato percosso, quasi mortalmente, da passeggieri sconosciuti, contro i quali la Società ha mosso causa, trema sempre al calar della notte, per terrore d'una vendetta. E allora mi raffiguro la scena selvaggia, penso a quelli sconosciuti che, non provocati, per puro istinto di malvagità, han messo in pericolo di morte e reso malato e infelice forse per sempre un uomo onesto e buono, e ritornando al mio ideale della miseria e dell'ignoranza soppresse, mi domando: — E la malvagità umana sarà soppressa mai?
E questa domanda, a cui non oso di rispondere, mi lascia triste e pensieroso. Ma per un minuto soltanto. Mi riviene in mente l'operaio lattoniere, mi salta su dinanzi il buon falegname dalla giacchetta di velluto stinto, penso a tanti altri che vengon su come loro, che diffondono nel popolo idee e sentimenti di giustizia, di fraternità, di pietà per i deboli, di orrore per la violenza, che lo educano alla vita intellettuale, alla dignità di classe e alla fede nella forza dell'idea e nel progresso della civiltà; e le mie speranze tornano ad accendersi l'una dopo l'altra, come i lumi che fuggono lungo la via.