Chapter 8

Al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

Al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

Al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

Entravamo allora in quel largo corso Vercelli, ai due lati del quale si aprono strade e vicoli che si perdono nei campi e s'alzano camini di officine da ogni parte, in mezzo a case disuguali e sparse, che paion d'un villaggio, ma che serbano ancora nell'architettura, nei colori, nelle botteghe, in qualche cosa che sfugge alla parola l'aspetto assestato e rigido dei quartieri centrali di Torino. Quando fummo all'imboccatura di via Carmagnola, il fattorino m'accennò una casetta di due piani, poco lontana, coi terrazzi tutti fioriti, e disse: — Guardi; io stavo là,nel tempo felice. Il mio povero padre è morto là, al primo piano. S'era come in campagna. Ora stiamo a un quarto piano di via Barbaroux, in due buche, e la mattina mi tocca a fare un par di miglia per trovarmi sul posto prima di giorno. — E soggiunse sorridendo: —Uomini fummo ed or sem fatti sterpi.

Poi riprese il discorso di prima. — No — disse — lei non si può figurare le pretensioni e le stramberie del pubblico con cui abbiamo da fare. — E le peggio, disse, non erano quelle della gente bassa, dei barabba che vogliono cantarein tranvai, e che rispondono alle preghiere con minacce, a cui convien rassegnarsi per non averesuon di man con elle; dell'erbaiola che vuol caricare a ogni costo un sacco grande come un armadio, senza un pensiero al mondo che il fattorino si buschi una multa per cagion sua; del briacone fradicio che si vuol sdraiare nella giardiniera come in una stalla. Più irritanti di costoro son le persone per bene che dovrebbero essere ragionevoli: il signore, per esempio, che pretende che il fattorino faccia alzare un tale per far posto a sua moglie, quello che vorrebbe ch'egli facesse smetter di fumare un tal altro che gli manda il fumo sul viso, la signora rimasta in piedi che se la piglia con lui perchè non c'è posto, dicendogli cheha pagato e ha diritto di sedersi, o anche lo minaccia difar rapportoperchè non fa tacere un signore vicino che “parla male„.

— Il pericolo per me —, disse — è che qualche volta mi dimentico della mia condizione e son tentato di rispondere da “signore„ come rispondevo una volta, che sarebbe la mia rovina. Che sforzo debbo fare per rimandar giù le parole che mi vengon su! E me ne vengono, sa! Ma...! D'essere stati poveri è facile scordarsi; ma d'esser stati signori, quanto è difficile!

E continuò, dicendo che non potevo immaginare con che razza d'accattabrighe, anche ben vestiti, s'avesse da fare sui tranvai: con implacabili che brontolano alle spalle del fattorino o del cocchiere per lo spazio di tre chilometri,che riattaccano il lucignolo risalendo sul tranvai il giorno dopo, che serbano in corpo l'amaro d'un diverbio per dei mesi, che si prendono a parole fra di loro per le cause più futili e trascinano dei piati di maestro Adamo e Sinon Greco da borgo San Salvario fino alla barriera di Milano, ripetendo trecento volte la stessa frase con l'ostinazione d'un maglio di macchina a vapore. E il primo, il primissimo torto, in ogni caso, è sempre del fattorino, sul quale cascan tutti d'accordo. Nessuna pietà per lui,anima prava. Gli accadeva qualche volta, stando in piedi da dieci ore, di sentirsi la schiena rotta e d'avere un gran bisogno d'appoggiarsi un momento al parapetto della piattaforma posteriore, per riaversi un poco. Ebbene, non c'era caso che uno dei passeggieri che vi s'appoggiavano, mentre le panche eran mezze vuote, indovinasse mai il suo bisogno e gli lasciasse il posto per misericordia. Mai. Ogni passeggiere tratta il fattorino come se si fosse levato da letto un'ora prima e dovesse tornare a letto alla fin della corsa; ognuno ha l'aria di dirgli:Omai convien che tu così ti spoltre.... Ah, se assaggiassero per una settimana la nostrapiumae la nostracoltre!

Ma tutto questo disse con tuono piuttosto di satira che di querimonia, e con la stessa vivacità studentesca riepilogò e concluse la sua chiacchierata. Sì, veramente: badare a chi sale e a chi scende, e a chi chiama da vicino e da lontano, saltar giù a raddrizzar gli aghi e a badare ai crocicchi, strusciarsi fra i passeggieriaccalcati a pescare i soldi ritrosi, cambiare, notare, rendere i conti, rispondere a cento domande, rabbonire i litiganti, e pregare e leticare e spolmonarsi e beccarsi del villano e del buricco da gente bene e male educata, continuamente con le gambe in moto, con le braccia per aria, con la mente tesa e gli occhi all'erta e la multa sulla testa, per dodici ore filate, sotto il sole e sotto la pioggia, col vento e con la neve, tutti i santi giorni dell'anno, per cinquanta soldi al giorno.... è una dura vita. — E soggiunse in ischerzo: —Tanto è amara che poco è più morte.Se Dante tornasse al mondo, aggiungerebbe alle sue bolge delle linee di tranvai e metterebbe a fare i fattorini i peccatori della peggio specie.

Eravamo arrivati a quella piazza solitaria della barriera, che par la piazza d'un villaggio lontano da Torino, di là dalla quale s'allunga nell'aperta campagna la strada di Milano, e lì, al momento di scendere, l'arguto dantista spostato me ne disse ancor una, che mi parve la più amena di tutte, il più curioso esempio di pretensione indiscreta, ch'io avessi mai inteso citare, di passeggieri saccenti. Il giorno avanti, essendo salita sul tranvai una signora tedesca ch'egli non era riuscito a comprendere dove volesse andare, un signore pingue e dignitoso aveva detto con tutta serietà al suo vicino: — Bella figura che ci facciamo! La società dovrebbe prender dei fattorini che sapessero le lingue. — Ed egli, il dantista, gli aveva risposto: — Soltanto le lingue viventi, non è vero? Facoltativi il latino e il greco, tutt'al più. —

*

Per tre giorni, nulla di nuovo, fuorchè una fuga atterrita di signore da un carrozzone chiuso, dove un matto originale, credendo di divertir la compagnia, s'era levato di tasca e messo sopra una spalla due topini bianchi addomesticati, che gli giravano intorno al bavero, come una collana vivente: uno stridìo, un sottosopra, per cui accorse una guardia civica, decorata della medaglia al valor militare (Donne, da voi non poco la patria aspetta!). E poi, la domenica del ventisette, andando e ritornando dallo Sferisterio, due incontri desiderati. Il primo, sulla giardiniera della linea dei Viali:TaddeoeVeneranda, con la loro bambina. Ma quanto mutati tutti e tre! Al primo sguardo, capii, vidi tutto: una malattia mortale della creatura adorata, una serie di giorni e di notti orrende, la casa risonante di singhiozzi, la mamma in ginocchio, il padre forsennato. La loro bimba era ancora smunta e pallida, e sui loro visi mutati, sotto la gioia della risurrezione, si vedevano ancora i segni dell'angoscia e del terrore. Come la prima volta, mi ritrovai dietro di loro, che avevano la piccina in mezzo, rivolta verso di me. Come si ricorda il viso di quelli che accarezzarono i nostri bambini! Mi riconobbero, mi sorrisero, e interrogarono con uno sguardo ansioso il mio sguardo, come dicendo: — La trova molto cambiata, non è vero? — e mostrarono meglio, in quel momento, i segni del grande dolore sofferto.i quali mettevan più pietà in quelle due nature placide, che dovevano aver vissuto per tanti anni una vita tutta tranquilla. E poi, senz'aspettar la mia risposta, mi diedero la triste notizia: il crup, un mese di letto, la bimba considerata perduta; e dopo la notizia, la storia, con un torrente di parole: i primi sintomi del male, il medico, i rimedi, l'aggravarsi della malata, le parole sue, che avevan credute le ultime inquella notte, in cui la loro ragione si smarriva e il mondo crollava sotto i loro piedi. Ah, no, è troppo terribile! Ah, chi non l'ha provato, non lo può pensare! E poi la sosta della malattia, i primi buoni indizi, le prime parole consolanti, e la gioia infinita; e qui un'effusione di gratitudine per il dottore, il cavalier Boni, un cuore! un ingegno! un angelo! L'altro, l'angelo piccolo, non lo portavan fuori che da tre giorni; era quella la sua terza passeggiata di convalescenza. — Comincia a riprender colore, — dissi. — Ah, sì? Comincia a riprender colore? — E mi guardarono con riconoscenza, come se fosse la mia parola che avesse soffuso un po' di roseo su quel piccolo viso, e con questo era il mondo intero che si ricoloriva ai loro occhi. E la covavano con lo sguardo, la carezzavano con le mani allargate come per afferrarla e per proteggerla. E a questo punto seguì una scena che mi commosse. Presentandosi il controllore a domandar gli scontrini, essi gli porsero anche quello della bimba. Quegli osservò che, se l'avessero tenuta sulle ginocchia, poichè non aveva ancora tre anni, avrebbero potuto non pagareil posto. Eh, lo sapevano! E capii bene il loro pensiero. Pigliare lo scontrino per lei come per una più grande e farle occupare un po' di spazio era per loro come un'affermazione che facevano a sè stessi, una volontaria e cara illusione che la sua persona fosse qualcosa di più di quello che era, una “quantità„ meno “trascurabile„ di quanto poteva parere. Con che dolce accento, quando discesi, mi dissero: — A rivederla! — E a me, vedendoli allontanarsi, passarono confusamente nel pensiero altri convalescenti che avevo visti seduti su quelle panche, in mezzo ai loro parenti racconsolati; e quel tranvai che dà anche al povero uscito di malattia, e alla sua famiglia, il conforto e la gioia d'una passeggiata in carrozza, che non potrebbero fare altrimenti, m'apparve sotto un aspetto nuovo, pietoso e benefico, come quello d'una carrozza futura, ch'io sogno, non destinata ad altro, e messa al servizio di tutti gli scampati dalla morte.

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Uscendo dallo Sferisterio, presi sul corso Margherita la giardiniera della linea di Vanchiglia, tutta piena di facce allegre, color di ribotta, che venivano dalla Madonna del Pilone, l'Auteuil di Torino. Eravamo a metà di via Vanchiglia, quando fra le sette schiere di nuche che mi stavan davanti ne vidi una, fra le più vicine, che mi parve di riconoscere: era d'un uomo, un operaio all'apparenza, che tenevaaperto dinanzi il giornalePer l'idea. Dove avevo già visto quella larga nuca di testardo? Accanto a lui sedeva un ragazzetto, col capo appoggiato al suo braccio, e accanto al ragazzetto una donna giovane, che, voltandosi un momento di fianco, illuminò la mia memoria. Era quel tale operaio venuto dal Vercellese, disoccupato e arrabbiato, e sparlante dellaCamera del lavoro, il quale, due mesi addietro, sul tranvai di via della Cernaia, aveva strappato di mano al suo bimbo e buttato nella strada la caramella ch'io gli avevo regalata. Ah, maledetto sangue! Non feci in tempo a frenare l'ondata di sdegno che mi rivenne su, quantunque il giornale ch'egli leggeva mi dicesse che la sua mente s'era aperta a nuove idee, come il suo vestire e quello dei suoi mi diceva ch'egli aveva trovato lavoro, e che l'animo suo doveva essere quindi mutato. Ma fu un'ondata sola, che ricadde subito, sopraffatta da una viva curiosità. Vedendomi, si sarebbe egli ricordato di quell'atto, e m'avrebbe ancora mostrato nello sguardo il sentimento che gliel'aveva fatto compiere, o un sentimento opposto, o indifferenza soltanto? E stetti a aspettare che scendessero. Fecero fermare in via Lagrange e s'alzarono tutti e tre, presentandomisi di profilo, così vicini, che, scendendo, non potevano non vedermi. Incontrai prima lo sguardo della donna, che fissai per farmi riconoscere; e mi riconobbe infatti, dopo un momento d'incertezza, e arrossì leggermente, chinando gli occhi. Incontrai subito dopo lo sguardo di lui, che mi riconobbe alla prima.Quanto è puerile e finto l'orgoglio, che fa prendere all'offensore, per ingannare e mascherare insieme la sua coscienza, l'atteggiamento dell'offeso! Mi diede un'occhiata torbida e discese col viso adombrato. — Ho io dunque, — pensai, — una così odiosa faccia di borghese egoista, sfruttatore e disprezzatore d'operai, ch'egli non m'abbia ancora perdonato, dopo due mesi, un atto di cortesia? — E di nuovo stava per venirmi su l'ondata di sangue.... ma il grido diavanti!del fattorino la compresse, come una parola magica: mi ricordò l'avanti!col quale un giovine signore, apostolo ardente dell'Idea, una delle anime più generose ch'io conosca, soleva chiudere ogni suo racconto di atti d'ingratitudine e di diffidenze ingiuriose con cui era ripagato qualche volta dai lavoratori incolti e duri che catechizzava. —Avanti!— concludeva, e si ridava all'opera con un coraggio d'eroe e una pazienza di santo. Sì, che cosa sono questi risentimenti se non guaiti miserevoli di quello che ti resta dello stupido orgoglio antico?Avanti!

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Sì,avanti: una bella chiusa di discorso, e com'è facile il dir delle parole nobilmente severe al nostro orgoglio! Il male è che l'orgoglio, quando gli si parla a quel modo, si rannicchia e lascia dire, e poi, alla prima occasione, ricomincia a fare il comodaccio suo. Delle belle parole glie ne dissi anche la seradopo, trovandomi sopra una giardiniera di via Roma, seduto, a tre panche di distanza, dietro le spalle diSiapure, che aveva, accanto la sua ragazzina; e furon parole al vento. La bimba stava voltata un po' di sbieco, e mi guardava con una insistenza singolare. Certo, mi conosceva; certo, aveva “letto„ qualche cosa. Ma non riuscivo a capire il suo sentimento dal suo sguardo, che somigliava a quello con cui qualche volta si fissa una persona pensando ad un'altra. Aveva inteso suo padre parlar male di me? O gli aveva inteso esprimere con parole benevole il rammarico della nostra amicizia spezzata? Sentivo un malessere sotto lo sguardo pensieroso di quel giudice di dieci anni, che pareva mi frugasse nell'anima, e che ora aveva l'aria di dirmi dolcemente: — So che a mio padre vuoi ancora bene: perchè non gli stendi la mano? — e ora con espressione di rimprovero: — Tu odi mio padre; perchè l'odi? — No, bambina, — le risposi in cuor mio, — rassicurati, non l'odio; non potrei e non lo merita; ho dei torti io pure. Sì, certo, dovrei esser io il primo, come tu pensi, a tendergli la mano. Ma per far questo, vedi, dovrei esser ragionevole e buono; e non son nè l'uno nè l'altro, benchè abbia scritto qualche cosa che può farlo credere, e benchè tu mi veda i capelli grigi. Io son pieno d'orgoglio. Ah, se tu sapessi come questo povero orgoglio ci fa più piccini di voi! Ecco, vedo che c'è un posto vuoto vicino a voi due: sento una voce che mi spinge a scendere sul predellino e ad andarmi a sedere accanto a tuopadre; e sento un'altra voce che mi dice: — Sta lì! Non ti muovere! —; la prima è dolce e m'intenerisce; la seconda è aspra e mi sdegna; e non di meno io cedo a questa; e me ne vergogno in faccia a te, cara bambina; ma preferisco questa vergogna alla compiacenza profonda e gentile che proverei facendo quello che tu vorresti, e che io pure vorrei. Andiamo, volta il capo dall'altra parte, non mi guardar più; non merito lo sguardo dei tuoi occhi buoni e innocenti, te lo assicuro! — Si fermò in quel punto il tranvai eSiapuresi voltò a guardare dove fosse diretta l'attenzione continuata della sua figliuola: mi vide e mi fissò. Sarebbe stato quello il buon momento! Ma lo lasciai passare. — Avanti! — gridò il fattorino, e il tranvai ripartì. Come mi suonò diverso quell'avantida quello del giorno prima! Sì, avanti — voleva dir questo — avanti sempre così, orgogliosi, meschini, spregevoli fino alla morte.

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E — avanti! — gridavaDesbotonassogni volta che il tranvai si fermava sul Corso San Maurizio, la sera della festa di San Pietro. Aveva accanto sua moglie; doveva aver festeggiato il proprio onomastico; era briaco fradicio. I lampioni, danzando e moltiplicandosi ai suoi occhi, confondevano le sue idee topografiche; credendo di essere al Valentino, si stupì di veder lì la Mole Antonelliana, che apostrofò; scambiò l'Arena torinese con una casa di canottieri; e lavista improvvisa del piazzale delle Benne lo riempì di maraviglia come un'apparizione fantastica. —Ma dovè che semm chi?— andava esclamando; —ma dovè che se va?— E sempre ripicchiava su quel chiodo di non voler che il tranvai si fermasse, e gridava: Avanti! con furore crescente. Poi s'assopì per qualche momento, e, ridestandosi, fu preso da un impeto di tenerezza malinconica per sua moglie, e messole un braccio dietro la schiena e il capo sulla spalla, cominciò a confessarle i suoi torti, a dirle che era una buona, una santa donna, ch'egli era indegno di lei, che voleva cambiar vita; e glie lo prometteva e glie lo giurava; ma prima voleva esser perdonato. E inutilmente essa gli rispondeva di sì, che gli perdonava, ma che si quietasse, che non facesse scene. Ogni sua assicurazione di perdono non faceva che dar la stura a una nuova e più larga ondata di parole di pentimento e d'affetto, rotte da singhiozzi di pianto e di vino. —Ah no.... meriti minga.... no, sont minga degn.... A ona donna come ti! La mia Mariettina! Dimm che te me perdonet! Te me 'l devet dì ancamò una volta, ancamò cent, ancamò mila volt!... — E di nuovo accennava a torti propri, a virtù di lei, all'assistenza ch'essa gli aveva fatta quand'era stato malato, al rimorso ch'egli avrebbe sempre avuto di non essersi portato con lei da buon marito, all'amore che le avrebbe dimostrato di lì avanti, cangiando condotta, e perseverando sulla buona via,fina al moment de sarà i œucc. E in quell'eruzione di parole briache, che mettevan disgusto,veniva pur fuori il fondo d'una natura buona, guasta, ma non pervertita ancora, che mi faceva pensar tristamente a quante altre nature simili il vizio aveva pervertito affatto e andava pervertendo di continuo; e alle miserie e ai martirii d'innumerevoli povere donne come quella, torturate e uccise dal veleno maledetto ch'esse non bevono; e tutte quelle larve d'uomini avvelenati e di donne infelici, che mi passavan davanti per l'aria, rendevano triste ai miei occhi quella bella sera stellata e tepida di fin di giugno. Triste di questo pensiero antico, misto di rimorso e di vergogna; che non facciamo nessuno il dover nostro, che dovremmo bandire una crociata universale, ardente e infaticabile contro il mostro, non per mezzo di leggi e di prediche, ma disputandogli ad una ad una le sue vittime, con amor paziente e intrepido, col consiglio, con la preghiera, con la carità, con la comunione intellettuale, con tutte le forze che mettiamo in opera per salvar dal suicidio un fratello.


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