ATTO IV.

PEDOFILO. (Sto con animo assai travagliato dal fatto di Amasio mio figliuolo. La notte passata è scappato di casa, poi l'ho visto venir tutto turbato: l'animo mio s'incontra alcun male!…).

ERASTO. (Son venuto rissoluto per uscir di fastidio; e sará meglio arrossir una volta e scoprirlo che tenerlo secreto e impallidir mille volte il giorno e soffrir mille indignitá….)

PEDOFILO. (… Vo' manifestar al mondo che sia maschio e ritornarmene a Bologna, poiché intendo che la parte guelfa nostra nemica è giá dipressa e annichilata).

ERASTO. (… E vo' dirgli che siamo sposati di nascosto e sia pregna di me, ché non penso sará cosí goffo che, avendole tolto l'onore, me la voglia negar per moglie; e quando pur non volesse concederlami, venir alla forza, alla violenza, alla rapina).

PEDOFILO. (Ma ecco il fratello di colei che vien costá: vedrò modestamente potergli ragionar su questo fatto).

ERASTO. (Lo veggio venir verso di me). Ben venghi il mio padre e padrone!

PEDOFILO. Ben venghi il mio caro figlio e signore!

ERASTO. Avendomi tolto molti mesi sono Vostra Signoria per patrone e per padre, con quella confidanza che si conviene tra figlio e padre, son venuto a ragionargli….

PEDOFILO. Né altrimente riceverò le vostre parole.

ERASTO…. Sappiate, Pedofilo, mio carissimo padrone, che Amasia la tua figlia è moglie mia.

PEDOFILO. Vostra moglie? Giesú, che dite? e come? ERASTO. Perché ci siamo sposati di nascosto.

PEDOFILO. Come può esser questo?

ERASTO. Anzi è stato piú di questo: ch'essendole io sposo e servidore, siamo giaciuti insieme ed è giá pregna di me.

PEDOFILO. Cosí è pregna di voi come ne son io!

ERASTO. Il ventre gonfio ne potrá far a voi ben larga testimonianza.

PEDOFILO. Il ventre non si potrá mai gonfiar ad Amasia se non per qualche idropisia.

ERASTO. V'ho detto quanto è passato tra noi.

PEDOFILO. Voi avete visto il ventre gonfio a mia figlia?

ERASTO. L'ho visto e l'ho tocco, per dirlovi piú chiaramente, dalle due ore di notte insino all'alba.

PEDOFILO. Voi dite cose impossibili: la notte passata ha dormito meco dalle due ore insino all'alba.

ERASTO. V'ho detto il tutto.

PEDOFILO. E se voi sapeste il tutto, vi vergognareste e v'arrossireste di quel che dite.

ERASTO. Se non volete crederlo a me, credetelo a' testimoni.

PEDOFILO. Chi sono i testimoni?

ERASTO. Cintio, il vostro vicino, che n'è stato il nostro caro mezano, e la sua balia: che è passata dalla vostra casa alla sua per un tragetto quando siamo giaciuti insieme.

PEDOFILO. Come ha possuto passar dalla mia nella sua casa?

ERASTO. Dico, abbiamo fatto una buca nel muro tra voi e lui, e s'è passato per quella.

PEDOFILO. Vo' che le vostre parole stesse discoprano la bugia: fra la mia casa e quella di Cintio non vedete che v'è il vicolo in mezo? in qual muro avete voi fatto la buca? Se non è passata per aria o sotterra, non ha potuto venir per altra via. Non v'accorgete che tutto il restante sia bugia?

ERASTO. Ma io veggio il capitano. Eccovi un testimonio.

PEDOFILO. Oh che testimonio!

ERASTO. Capitano, di grazia accostatevi qua.

CAPITANO. Pedofilo, buon giorno, poiché tua figlia ha dato a costui la buona notte.

PEDOFILO. Chi te l'ha detto?

CAPITANO. Dimandate chi me l'ha detto? tutto il mondo.

ERASTO. Capitano, dite come passò il tutto e con veritá, e quanto avete visto.

PEDOFILO. (Sará piú difficoltá a far dir a costui una veritá che a farlo sudar di mezo gennaio).

CAPITANO. Quel che dico l'ho visto con questi occhi. Alle due ore di notte vidi Amasia nella casa di Cintio venir ad incontrar Erasto fin in mezo la strada, abbracciarlo e baciarlo; ed egli, condottola poi su, se l'ha goduta in sino a giorno; poi l'accompagnò sin alla strada e si licenziò da lui.

ERASTO. Anzi io volea portarla insin a casa in braccio; e per l'impedimento che costui mi diede, mi scappò dalle mani: ch'io volea che voi non l'aveste a veder piú mai se non dopo concessalami per moglie.

PEDOFILO. E questo è vero?

CAPITANO. Se questo non è vero, che questa mia spada non magni piú cuor di principi né beva piú sangue di colonelli.

PEDOFILO. L'arai tu visto in sogno questo?

CAPITANO. Se fusse altri che tu che ardisse cosí mentirmi sul viso, a questa ora arebbe veduto il ciel della luna.

PEDOFILO. E se altri che tu avesse avuto ardir far tal testimonianza, m'arebbe fatto adirar da dovero; ma ben ti conosco che cosí dici in questo il vero come nelle altre tue cose.

CAPITANO. Ti mostravi assai schivo di darmi tua figlia per isposa, che non l'accetterei per una fante di cucina: io te la renunzio ancorché sapessi che per me ne avesse a crepar di martello. Adio. PEDOFILO. Va' va'.

ERASTO. Ma ecco la balia di Cintio, viene a tempo: questa è pur stata mezana de' nostri amori.

BALIA di Cintia, ERASTO, PEDOFILO.

BALIA. (Veggio Pedofilo ed Erasto che gareggiano insieme. Iddio mi aiti!).

ERASTO. Balia balia, vien qui per amor mio!

BALIA. (Oimè misera, dove sono inciampata! o terra, apriti e divorami! adesso fia per discoprirsi il tutto. O figlia, dove m'hai tu ridotta!).

ERASTO. Vien qui tosto, di grazia.

BALIA. Vo in fretta per un servigio di grandissima importanza. (O Dio, come potrei scampare?).

ERASTO. Non può esser di maggior importanza di quello che si tratta ora.

PEDOFILO. (Oh, come il testimonio viene mal volentieri all'essamina!).

BALIA. Eccomi, che volete?

ERASTO. Balia mia cara, or non è piú tempo di nasconderci: ché ben sai che Amasia è mia moglie, però senza respetto alcuno narra alla libera il fatto come è passato.

BALIA. Che volete saper da me meschina? io non so nulla. (O Dio, in che intrigo mi ritrovo!).

ERASTO. Narra quanto sai di me e della figlia di questo gentiluomo.

BALIA. Non so che dirvi.

ERASTO. Tu non sei stata la mezana tra me e Amasia e principio de' nostri amori? non sai come sia meco giaciuta e sia mia moglie?

BALIA. L'avete detto voi: a che vi giova che lo redica?

PEDOFILO. (Non lo vuol dir di bocca sua).

ERASTO. Vo' che l'accerti in presenza di suo padre.

BALIA. Lo dissi, è vero.

ERASTO. Che cosa dicesti?

BALIA. Quello che avete detto voi.

ERASTO. Non abbiam fatto un traghetto nel muro divisorio fra l'uno e l'altro, per il quale è passata ogni volta ch'è venuta a giacer meco?

BALIA. Cosí come voi dite.

PEDOFILO. O Iddio, che intendo!

ERASTO. È piú di quello che avete inteso?—Dimmi, non è ella di me pregna e omai è sul mese del partorire?

BALIA. Quanto dite è cosí.

PEDOFILO. Non ti vergogni tu, feminaccia del diavolo, con la tua falsa testimonianza tôr l'onore e la fama a mia figliuola?

BALIA. Mi parto, ho da compir quel mio negozio.

ERASTO. Fermati un altro poco.—E la notte passata non è giaciuta meco dalle due ore insino all'alba?

BALIA. Vero vero.

PEDOFILO. Falso, arcifalso, falsissimo, e ne menti centomila volte per la gola, vecchia falsa, strega, ruffiana! Mira qua se tra noi v'è questo vicolo in mezo: in qual muro avete voi fatto il traghetto? Se dalle due ore di notte ha dormito in mia camera insino a giorno, come fu in braccio di costui? Come ardisci tu dir che sia pregna, se il suo ventre è piú ritirato in dentro che non è il mio?

BALIA. Adio adio, signori.

PEDOFILO. Mira che testimoni! Ma per mostrarvi che quanto dite di mia figlia è tutto falso, son uomo di farla calar qua giú e che tu veggia con gli occhi propri che non è pregna.

ERASTO. Di grazia, fatela calar qua giú, ché farò ch'ella confessi il tutto in vostra presenza; ché giá non è piú tempo di tenersi nascosto il fatto.

PEDOFILO. O di casa, fate che cali qua giú Amasia per cosa che importi assai.—Che pregne? che sposi? che traghetti? imparate di grazia ad esser piú continenti nel parlare.

ERASTO. Vi prego che voi tacciate: lasciate ragionar a me primo, ché forse vergognandosi della vostra presenza non volesse accertarlo.

PEDOFILO. Farò come volete. Eccola che giá viene.

AMASIO. Che comandate, mio padre?

PEDOFILO. Ascolta quel gentiluomo che dice.

ERASTO. Amasia, mia carissima sposa, or è gionto quel tempo cosí desiato da voi, cioè di tôrci questa maschera dal volto e non aver a viver piú di nascosto. Ho raccontato a vostro padre tutto quello ch'è passato tra noi; non ci manca altro, solo che l'accertiate di bocca vostra.

AMASIO. Che sposa, che sposa? che hai tu raccontato a mio padre? ma che cosa di nascosto è passata tra noi?

ERASTO. Vita mia, lo sai meglio di me: che siamo sposati di nascosto, giaciuti insieme e che v'ho resa gravida.

AMASIO. Io tua moglie? tu giacesti meco? io di te gravida?

ERASTO. Anima mia, perché lo nieghi?

AMASIO. Lo niego perché è una menzogna espressa!

ERASTO. Voi avete fatta la faccia rossa e vi vergognate: non è piú tempo di vergogna, perché sète giá mia moglie.

AMASIO. Tu mi fai vergognar da dovero, e bisognarebbe veramente esser senza vergogna perché non arrossisse. Io mi vergogno che si trovi uomo cosí senza vergogna che mi venga innanzi con queste favole! Ma dubito che tu sia cosí senza vergogna come senza cervello.

ERASTO. E perché senza cervello, vita mia?

AMASIO. Perché altri che un senzacervello non potrebbe dir queste cose. Quando mi hai tu veduta o parlato prima, che mi vieni cosí sfacciatamente dinanzi a ragionarmi di cose cosí sfacciate?

ERASTO. Moglie mia cara, non bisogna mostrarsi cosí semplice e innocente. Qui è tuo marito e tuo padre, non hai altri al mondo che ti amino piú di noi. Bisogna per finirla venir al tronco, per non aver a goderci insieme di nascosto; e se non volevate venir ad un tal tronco, non bisognava sposarci insieme.

AMASIO. Come sei tu giaciuto meco, in sogno od in farnetico?

ERASTO. La notte passata non sète voi venuta a giacer meco insino all'alba?

AMASIO. Veggio che non solo sei pazzo, ma dubito, se tratto molto teco, che non impazzisca ancor io. Dove hai tu meco trattato mai?

ERASTO. In camera e in letto.

AMASIO. Tu non puoi esser gentiluomo né persona onorata, poiché in sul viso e in presenza di mio padre senza sospetto alcuno ardisci dir cose che non fûr mai per imaginazione, con tanto pregiudizio dell'onor mio.

ERASTO. Moglie mia cara, non dico ciò per infamar l'onor vostro, ché non ho per altro a caro la vita che per spenderla in vostro servigio; e quando per ogni minima occasione nol facessi, allor non sarei né gentiluomo né persona di onore.

AMASIO. Di grazia, non mi ingiuriar piú di quello che ingiuriata m'hai: ché se a mio padre non fussero noti gli miei andamenti e la mia vita che gli facessero fede della mia innocenza, mi faresti impazzir da dovero.

ERASTO. Giá mi avveggio che ridete e volete accettar la veritá. Cara mia moglie, non piú burle, non mi straziate piú di grazia: togliamoci ad un tratto la noia di aver piú a vivere di nascosto. Prometto servir vostro padre di modo che non si pentirá di avermi concessa voi per isposa.

AMASIO. Io per me non so dove sia per riuscire questa cosa. Mira razza di uomo! dice che sia pregna di lui e vicina al parto, e non vede con gli occhi suoi che non sia vero.

ERASTO. Voi vi sète fasciata di sotto cosí stretta per non parer pregna, onde dubito che siate per isconciarvi.

AMASIO. Tu piú mi sconci con queste tue sconcie parole.

ERASTO. Non fate male a voi né al mio figliuolo. Deh, per amor di Dio, non siate cosí crudele che vogliate uccidere ad un tempo il padre e il figlio!

AMASIO. O Dio, che ostinato uomo è costui! e quando stimo che cominci a riconoscersi a poco a poco, io lo veggio indurito piú che mai.

PEDOFILO. Io son stato cheto insino adesso per veder dove avea a parar la favola. Ella si ha chiarito del tutto: io dubito che non siate stato ingannato da alcuno.

ERASTO. Io non sono stato ingannato se non da lei nell'amor suo; percioché io stimava che mi amasse come amava io lei e come suo sposo, ma veggio che è nemica del suo sposo e di se stessa.

PEDOFILO. E pur lá con la moglie. La tua perfidia mi condurrá oggi a manifestarvi cosa che da che sono in Napoli non non ho voluto manifestare.

ERASTO. Di grazia, ditela e togliete me e voi ad un tratto di fastidio, perch'io in una cosí fatta pertinacia sarei per perder la vita e l'onore, per non dir l'anima ancora.

PEDOFILO. San rissoluto di dirla.—Come hai voluto tu impregnar costui, s'è piú maschio che tu non sei? Dubiti che non sia di razza del lepre, che è maschio e femina, e che impregni altri e ch'ella resti impregnata?

ERASTO. Come maschio? non l'ho io avuta in braccio cinquanta volte?

PEDOFILO. Io per non rompermi con te tutto oggi il capo, avendoti manifestato quello che importa piú, vo' manifestarti quello che importa meno.—Amasio, va' dentro insieme con lui e fagli conoscere se sei femina o maschio.

AMASIO. E mi comandate cosí, padre?

PEDOFILO. Cosí ti comando io.

AMASIO. Venite dentro.

ERASTO. Volentieri.

PEDOFILO. (Io mi fo le maggior meraviglie di costui che abbi mai fatto di cosa alcuna in mia vita: che abbia ripieno tutto Napoli c'ha impregnata mia figlia e che sieno sposati di nascosto, che bisogna per onor mio manifestar a tutti che sia maschio. Con questo mi torrò dinanzi lui, il capitano e tanti che me la cercano. Ma eccolo venir fuori). Or sí che arai toccato con mano la veritá.

ERASTO. Pedofilo caro, io non ho faccia con che possa mirarvi né da comparir piú mai per questa strada: mi fuggirò da Napoli. Vi priego caldamente a perdonarmi, ché, essendo stato ingannato io, cercava ingannar voi: io era cosí perfidioso perché mi pensava che dicessi la veritá. Ma forse alcuno me la pagherá.

PEDOFILO. Poiché sète sodisfatto, ite in buon'ora.

ERASTO solo.

ERASTO. O meraviglia delle meraviglie, o Dio, che ho visto e tócco con le mie mani? ed è possibile che sia stato tanti anni e tanti mesi in cosí fatta cecitá e abisso di ombre, d'imagini, di larve e d'incantamenti? son fuor di me stesso o sono in un altro mondo? Ed è possibile che abbi amato una donna e tante volte giaciuto seco e resala gravida di me, e or trovo che sia mutata in altro sesso? Ahi, Cintio Cintio, questa è l'amicizia cosí cara e cosí stretta che hai tu finta tanti anni meco, per tradirmi sotto quella e venir meco a cosí sconci modi? O mondo traditore, e di chi debbo fldarmi? Per giacer tu con mia sorella, farmi dormire con una puttana vecchia! Ma perché dico «puttana vecchia», se le mie mani mai non toccorono carni piú morbide e delicate e un corpo piú sodo e ben formato? se mai non intesi parole piú ben formate e accorte? né costumi vidi piú nobili e piú onorate maniere, né spirito piú vivace e divino? Io non penso che sia stata donna, ma qualche corpo aereo formato per incantamenti d'un demonio, o per dir meglio d'un angelo in donna trasformato. Ma poiché la prima volta che ho veramente parlato con Amasia e conosciuto in lei costumi poco rispettevoli e modi troppo sdegnosi e creanza piú tosto d'un orgoglioso maschio che de una modesta femina convenevole, un tanto amore mi si è in odio converso. O povero Erasto, ingannato, burlato e aggirato per lo naso! Amo chi non so chi sia, son giaciuto con chi non conosco, ho impregnato non so che cosa; e pien d'un vano amore, non so quel che desio e sol mi resta non so come il nome di marito. Cintio me la pagherá ben sí; conoscerá quanto possa un sdegno d'un amante schernito! Poco sará se l'aprirò il petto con le mie mani e ne strapperò quel cuor malvagio e traditore; farò che il mio amar a molti ritorni amaro. O Dulone, or conosco gli avisi che tu mi davi, ch'eran d'un buon servo e amorevole! Sia io fatto in mille pezzi, se non me ne pagherá e se di lui non ne farò qualche funesta tragedia!

BALIA di Cintia, CINTIA.

BALIA. Fermati, figlia mia, non correr con tanto impeto, frena questo pensiero con qualche ragionevol discorso, non ti lasciar cosí vincer dal dolore e dalla disperazione, perché di tante hai eletta la piú perigliosa, precipitosa e disperata rissoluzione.

CINTIA. Balia mia, vorrei maledir mille volte l'ora che nacqui: deh! perché non mi soffocasti nella cuna? Qual pensi ch'or sia l'anima mia, se pur ho anima in questi affanni? Il mio male è senza conforto; però non è piú tempo di speranze o di trattenimenti. Egli non sol non mi ama, ma da lui son odiata, sdegnata e aborrita. A me è impossibile il viver senza di lui; però prima che sia d'altro uomo, voglio essere della morte. Che cagion ho di vivere? La vita m'è per ogni rispetto molesta: restando in vita, mi sarebbe il vivere piú acerbo d'ogni acerbissima morte; sarei una che morisse mille volte il giorno senza poter morire; solo nella morte può esser la mia pace e la mia requie. Onde essendo risoluta morire, tardando mi uccido prima che mora: ogni momento che tardo m'è una morte; il pensar a morire è il maggior travaglio che sia nel morire.

BALIA. Figlia, tu sei cosí ebra dell'ira e infrenesita dal furore che capiterai male. Non correr con tanto impeto, frena i tuoi spiriti cosí feroci e furiosi, spera un poco meglio. Il tempo suol apportar piú maturo consiglio: forse la fortuna ci apporterá qualche rimedio, ci fará qualche favore.

CINTIA. Che rimedio può trovarsi ove non è rimedio alcuno? il caso è irremediabile! Se la fortuna ci ha mostrato qualche favore, ha fatto l'ultimo suo sforzo come quando all'infermo viene il miglioramento della morte. Giá s'è scoverto che Amasia sia uomo; e in un'ora, in un punto si son scoverti tanti inganni, son perdute tante fatiche e tanti consigli che abbiam fatto tanti mesi e anni. Non ci è piú speranza, non ci è piú pericolo, non ci è piú che temere, ogni cosa è piena di garbuglio: ecco il fiele che ave amareggiato tutte le passate dolcezze—se posso dir in tanto tempo aver gustato alcuna vera dolcezza!

BALIA. Che hai dunque determinato di fare?

CINTIA. So ch'egli arde di rabbia contro me e m'odia insino a morte: incontrandomi con lui, porrá subito le mani all'armi, le porrò anch'io. Io cercherò di pungerlo e inasprirlo con le piú ingiuriose parole che saprò imaginarmi. Al primo colpo gli mostrarò disavedutamente il fianco accioché mi passi il core: vo' che quella mano che da principio mi involò il core, quella istessa lo ferisca e uccida. Quando poi mi conoscerá morta, conoscerá parimente il mio amore e la mia fede; e so che la sua spada passará allor in un punto duo cuori. Cosí morendo per le sue mani, mi saranno le piaghe care e fortunate; morrò felice e con quella morte mi involerò dalla morte. Però ti prego non invidiarmi cosí dolce e felice morire!

BALIA. Non sará meglio, o figlia, che gli scuopra ch'io sola son stata cagione del tutto e ch'io l'ho ingiuriato e tradito; accioché, sfogando la rabbia contro la mia vita stanca giá di viver e poco lontana dalla morte, serbi la tua piú degna vita a piú felice fortuna? Qual sarebbe la mia vita, tu mancandomi? rimarrei orfana, vedova, sola e sfortunata, ché tu in vece di tutti sei mia madre, mio marito, mia compagna e mia figlia. E poi ben convien ch'io ne patisca la pena, perché io son stata cagion di consigliarti e aiutarti in questo amore.

CINTIA. Madre mia, se tu facessi questo, mi condurresti ad uccidermi con le mie mani per disperata e mi faresti perder la vita e l'anima insieme: però ti prego che non cerchi ingannarmi con farmi restar in vita, ché privandomi di ciò mi privaresti di una giocondissima morte e col volermi esser pietosa m'usaresti opra di crudeltade.

BALIA. Figlia, non sarebbe piú bene che lo scoprissi a tuo padre? ché mi confiderei di far tanto con lui ch'egli scoprisse il fatto a Sinesio suo padre, e fra loro trovassero qualche assetto a questi intrighi. Chi è sforzato morire fa prima ogni sforzo di non morire: ché all'ultimo non saremo al peggio di quel che noi siamo.

CINTIA. Sará peggio, perché mio padre, sentendosi oltraggiato da mia madre per l'inganno usatogli, e poi oltraggiato da me nel fatto dell'onore, si sentirá due volte ingiuriato; né stimerá ch'io spinta da amor di marito abbia concesso il mio corpo ad Erasto, ma ben da lascivo o disonesto appetito; onde, fatta rea e suspetta appo mio padre di un vano appetito, non si terrá per pago se mi strangolerá con le sue mani. Onde saresti cagione d'una mia doppia morte; donque per quanto amor mi porti, lascia ch'io sodisfaccia al mio desio e con una volontaria prevenga la necessaria mia morte. E dopo morta, scuopri per ordine ad Erasto il tutto, e digli che occecata da troppo ardentissimo amore ho fatto quanto ho fatto. A mio padre dirai che non s'affligga, ché non ha perduto un maschio, ch'egli tanto desiderava, ma una femina sfortunata e infelicissima.

BALIA. O indarno nata bella, o indarno tante virtú imparate, e cosí morir tu devi? ahi stelle crudeli, e che è quel che ascolto? Figlia, ti prego per quello latte che asciugasti dalle mie poppe, per quei dolci travagli che ho sofferti in allevarti e nudrirti—giacché tu non conosci tua madre, ch'io son stata la tua balia e la tua madre,—che tu non corri con tanta furia. Vo' partirmi, ché non ti incontri con lui dinanzi gli occhi miei. Ahi, che solo pensandoci mi si schianta il core! Figlia, ti benedico il sangue che ti ho dato; il resto pongo nelle man d'Iddio.

CINTIA. Va' e accompagna i prieghi tuoi con i miei a Dio, ché raccolga la misera anima mia. E tu che raccogliesti le membra al mio natale, tu ricevi ultimamente il mio corpo moriente; e se essendo bambina le tue braccia mi fûr culla, mi sieno feretro nella mia morte!

LIDIA. (Misera me, che non trovo riposo, né per molte volte che mi sia fatta su la fenestra posso veder Cintio aver altri da parte sua che venghi a trattar con mio padre su le mie nozze; e pur si mostrava meco tutto di fuoco in desiarle! Ma eccolo. Mi par assai d'animo travagliato. Dio m'aiti! forse non ará potuto accapar con mio padre le nozze).

CINTIA. (Ogni rumor che sento, ogni persona che veggio mi par Erasto che mi chiami e mi sfidi ad uccidermi con lui).

LIDIA. Cintio, Cintio mio!

CINTIA. Eccomi, eccomi pronto, che volete da me?

LIDIA. (Giesú, questi pon mano alla spada!). Signor Cintio, volgetevi qua a me.

CINTIA. Deh, voi sète! (Questa sovraggionta mancava al mio affanno!).

LIDIA. Cuor mio, come state cosí travagliato?

CINTIA. Che avete voi ad impacciarvi de' fatti miei, o sia travagliato o felice?

LIDIA. Non sapete voi che i vostri travagli son miei? come sia possibile che voi passando un minimo travaglio, a me non sieno vive punture nell'alma?

CINTIA. Di grazia, badate a' casi vostri.

LIDIA. Dunque, cosí tosto vi son uscita dal core?

CINTIA. Dal cor voi non ne sète uscita, perché non ci entraste giamai.

LIDIA. Oimè, che subiti mutamenti son questi? questo è dunque l'amor che cosí caldamente dimostravate portarmi?

CINTIA. Che mutamenti? che amor? io non so che vi dite.

LIDIA. Non merita tali risposte quello che ho fatto per voi.

CINTIA. Che cosa faceste voi per me mai?

LIDIA. Eh, Cintio, non mi straziate piú di quello che sin qui fatto m'avete! Non so che volete da me: m'avete tolto la vita, l'onore e l'anima.

CINTIA. Veramente che voi dovete sognarvi, dovete dormir ancora.

LIDIA. Piacesse a Dio che dormisse, piacesse a Dio che mai mi svegliasse o fusse morta mille anni sono per non udir quel che sento! E giá parevami che il cor mio presagesse questa disgrazia, ch'impossibil mi pareva che essendo cosí subito rivoltato ad amarmi, che s'avesse a scemar in me un punto. Il vostro è stato odio e non amore; ché avendo perduto con voi l'anima e il core, ben poco mi parea se non mi aveste fatto perder l'onore ancora.

CINTIA. Io non so quello che vi diciate, e io ho altri garbugli per la testa che badar alle vostre ciancie.

LIDIA. O dolor che avanzi tutti gli altri, o anima, o spirito mio, perché non fuggi da questo corpo tribulato? Non vi muove dunque la data fede?

CINTIA. Che fede, che fede vi diedi io mai?

LIDIA. Mi desti quella fede solo per ingannarmi sotto quella fede! Or che piú tradimento può ascoltarsi che tradir una povera feminella sotto la fede, o che piú agevol cosa d'usar fraude ad una donna, ad una che potevi sempre ingannar che volevi? che sapevi ben quanto t'amava e che voleva tutto quello che tu volevi, e che Amor m'avea bendati gli occhi che non sapea quel che facesse? Ah quanto rara si trova la fede negli uomini!

CINTIA. So che se non mi parto di qua, che non saresti per finir tutto oggi.

LIDIA. Un traditor perfido e disleale non potea rispondermi altro che questo: ora m'accorgo chi tu sei! Tu gentiluomo? tu perfido, barbaro e inumano! Ma o che io morrò o farò che ti sia tratta quella lingua di bocca, accioché non inganni alcun'altra povera donnicciuola: ti farò cavar quel cuore malvaggio e traditore!

CINTIA. Giá s'è partita. Non mancava altro agli affanni miei! La fortuna non comincia per una sola: a tempo che non so se debba viver un'ora, arò pensiero dell'altrui vita. Misera, che farò, qual sará il pensier mio? Non credo che viva anima cosí tribulata nell'inferno come la mia: resto al mondo per un infelice essempio d'ogni miseria. Oh quanto felici coloro che morti sono! che sará della mia vita?

ERASTO. (Ed è pur stato possibile ch'un uomo abbia potuto coprir sotto una simulata amicizia cosí orribile tradimento?).

CINTIA. (Oimè, giá conosco alle narici aperte e inspiranti infocato fumo, dall'aria della fronte turbatissima e dal minaccievol volto la tempesta in punto contro di me!).

ERASTO. (Ma veggio Cintio tutto mutato nel volto: giá gli sará raccontato l'affronto). Cintio, vo' cercando di te per tutta la cittá.

CINTIA. Eccomi al vostro comando.

ERASTO. Abbreviamo le ciancie. Dimmi di grazia, Cintio, che ingiuria o dispiacere tu ricevesti da me mai, ch'io meritassi d'esser cosí amareggiato nell'anima per tuo conto? e sotto una finta amicizia nascondessi un verace tradimento? Ma non è buon nemico chi non sa fingere un buon amico.

CINTIA. Non so che vogliate dirvi.

ERASTO. Che mi abbi girato e aggirato come un putto, con darmi ad intendere che Amasia mi amasse e sposarla all'oscuro; e dopo ingravidata la ritrovo maschio e che non mi conosce. Tu gentiluomo di onore no, ma d'infamia; tu di fede no, ma di tradimento!

CINTIA. Io sono gentiluomo e di onore e di fede, e ve lo farò conoscere, e son qui nelle man vostre, e se non vi fossi verrei a porvemi per giustificarmi con voi.

ERASTO. E hai tu tanta lingua e tanta fronte? e non ammutisci e non arrossisci? In cambio di Amasia mi conduci a giacer meco una puttana vecchia.

CINTIA. Nol dite che sia una puttana, ché ve lo manterrò con questa spada mentre arò spirito a reggerla. Non m'avete voi confessato che la prima notte che giaceste seco, godeste le primizie della sua virginitá? come è or dunque una puttana vecchia?

ERASTO. Ho detto «puttana vecchia», non perché non sia vero quello che ti confessai; ma chiunque ella si sia, è una vile e poveraccia, poiché sotto altrui nome s'è venuta a giacer con uno che non sa chi si sia.

CINTIA. Ed io vi dico che è nobile e ricca quanto voi, e conosce meglio voi che voi stesso. Ma che gran sceleratezza o peccato ha commesso costei contro di voi che le portate tanto odio e vi sentite cosí oltraggiato da lei? Una che ha brusciato in tanto foco per voi, amatovi con tanta fede e datovi quei segni d'amore che da onesta donzella si potessero dare; anzi ella per compiacervi ha trasportato i termini di ogni donnesca onestá! E se pur ha peccato contro di voi, in una sola cosa ha peccato: che v'ave amato troppo svisceratamente, e accecata dal troppo insopportabile amore è venuta ne' termini che voi sapete.

ERASTO. Chi è dunque questa femina?

CINTIA. Non bisogna saperla: perché mentre non la conoscete l'amate, conoscendola l'odiate; sotto la falsa sembianza la raccogliete e abbracciate, sotto la vera la scacciate e aborrite; non sapendo chi sia l'onorate, e avendola dinanzi agli occhi l'ingiuriate e oltraggiate e mostrate di non conoscerla.

ERASTO. Chi è cotesta brutta disgraziata?

CINTIA. Disgraziata e infelice sí bene, ma non brutta se dicevate il vero quando stavate abbracciato con lei: che avanzava di leggiadria tutte le umane creature.

ERASTO. Chi ha inteso questo da me?

CINTIA. Chi v'era presente: io.

ERASTO. Eravamo duo soli.

CINTIA. Fra quelli ci era ancor io.

ERASTO. Dimmi, dov'è cotesta donna?

CINTIA. Dove volete voi che sia? piú presso che voi non vi pensate: quanto voi sète lontano da me.

ERASTO. Che ne sai tu?

CINTIA. Niun lo sa meglio di me.

ERASTO. Non è peggior sordo che quello che non vuole intendere. Parlami un poco piú chiaro, rispondimi a proposito: chi è quella che m'hai fatta sposare?

CINTIA. Dimandatelo a voi stesso che l'avete avuta in braccio tante volte: niuno sa meglio di voi che la conoscete come me.

ERASTO. Non la potei mai veder bene perché eravamo all'oscuro o con un lumicino: cosí accordato fra voi per ingannarmi, come m'avete giá ingannato. Ma io vorrei che, imparando il mio linguaggio, mi dicessi chiaro chi fu quella.

CINTIA. Perché sète ingrato sopra tutti gl'ingrati e cieco sopra tutti i ciechi, anzi indegno che mai piú donna v'ami, ancorch'ella non vel dica chi sia, tutto il mondo parla per lei: ve lo dicono gli occhi suoi, il volto, la sua bocca e l'anima e il sangue dell'anima sua, la qual, trafitta dalle vostre ingiuriose parole piú assai che da un acutissimo coltello, vi manda il sangue fuori. Non vedete le lacrime sue? che son altro le lacrime che il sangue dell'anima? E se pur sète tanto cieco e sordo che non volete udirla né vederla, ve lo dirá all'ultimo la sua morte che sará tra poco; anzi uccisa dalle vostre mani, morta l'abbracciarete e la basciarete. Ma voi che sète di cosí bel giudicio, di cosí raro intelletto e discortese cosí altamente, come non ve ne accorgete?

ERASTO. Io non sento da te se non parole mascherate. Ma lasciamo questa ingiuria e tocchiamone un'altra maggiore. Dimmi, come sei infellonito cosí contro di me che, praticando in casa mia cosí alla libera, mentre ch'io giaceva con quella… che non so come nominarla, in casa tua, tu venivi in mia casa a far violenza a mia sorella?

CINTIA. Ti giuro su la mia fede che non solamente non ho ciò fatto, ma né meno mi passò per il pensiero giamai!

ERASTO. Che fede fede? che fede hai o avesti tu mai? La tua fede ti serve per ingannare chi ha fede nella tua fede.

CINTIA. «Chi non ha fede non crede». Ti giuro da quel che sono!

ERASTO. Da un disleale, da un traditore.

CINTIA. Credete a me!

ERASTO. Crederò io a quella lingua mendace che m'ha fatto mille spergiuri?

CINTIA. Io non feci in voi mai cosa onde meritasse riceverne cosí ingiuriose parole; ma qualunque ciò dice contro di me, ne mente mille volte per la gola!

ERASTO. Ecco qui il testimonio. Vien qui, Dulone: non hai tu visto costui la notte passata in casa mia ragionar con Lidia ed entrare in casa mia?

DULONE. È vero e l'ho visto!

CINTIA. Tu hai visto me entrar in casa sua la notte passata?

DULONE. Io io, sí sí, con questi occhi!

CINTIA. Se tu non fossi suo servo a cui porto rispetto, ti darei tanti calci su lo stomaco che ti farei vomitar il sangue e l'anima, o la veritá. Ma s'era di notte, come mi conoscevi?

DULONE. Ti conobbi alla statura, alla voce, alle vesti, al mover della persona, al volto senza barba.

ERASTO. Anzi quello che costui dice, Lidia lo conferma e mi cerca vendetta dalla violenza che l'hai tu usata.

CINTIA. Io non l'ho fatto violenza, ma riveritala sempre come mia sorella.

ERASTO. Dulone, di' a Lidia che cali giú: vo' veder se, nello affronto, in quel tuo volto vitriato resterá qualche segno di vergogna.

CINTIA. Non trovarete mai altro che la notte passata, che voi giaceste con quella che voi tanto ingiuriate, io non mi partii da voi, e se fui sempre con voi, non poteva essere altrove.

ERASTO. Non darò piú fede alle parole tue.

LIDIA. Che comandate, fratello?

ERASTO. Dimmi liberamente come passò la cosa tra voi e costui la passata notte, e non temer di nulla.

LIDIA. Io non vi niego, fratel mio caro, che non abbia amato costui di tutto cuore, perché mille volte dalla vostra bocca ho inteso raccontare il valor, la virtú, i costumi e le sue gentili maniere; e io, ponendo effetto a' suoi trattamenti quando egli con voi trattava, conobbi ch'era assai piú di quello che voi dicevate. Lo desiai per marito e, lo confesso, ne feci motto a mia madre; ella a mio padre e a voi, e ne ragionò con Arreotimo suo padre: ma egli non volse accettarmi mai. Oggi, ragionando egli con Amasia, disse voler ragionar meco alle due ore di notte. L'attesi: venne e mi chiese perdono della sua ostinazione; mi die' la fede di sposo; calando al buio per stringer la fede, mi baciò per forza e con una villana violenza e grandissima discortesia fe' oltraggio all'onor mio.

CINTIA. Ed è possibile che una signora cosí nobilmente nata, come voi sète, finga contro di me cosí bugiarda bugia? Se ben ho ragionato oggi con Amasia, non mi fece di voi parola mai.

LIDIA. Io non arei stimato né col pensiero che in un gentiluomo, come voi sète, vi fusse cosí mala creanza e tanto tradimento che neghiate or quello che non vi vergognaste di farlo con tanta sfacciatezza.

ERASTO. Che rispondi, Cintio?

DULONE. Non vedete il tacere e il timore, che sono i perpetui compagni della colpa?

CINTIA. S'io l'avessi desiata per isposa, l'arei chiesta a voi o a vostro padre, la qual, come offertami da prima, so che me l'arebbe concessa, e non venir a questi modi cosí indegni.

ERASTO. Dunque, ella non dice il vero?

LIDIA. Io in nessuna parte ho mentito di quel che ho detto.

ERASTO. Io non posso piú crederti, ché, avendomi due volte ingannato, non prestarò piú fede alle tue parole.

CINTIA. Chiamo Iddio in testimonio!

ERASTO. Tu te ne servi per ingannare.

CINTIA. Dico che ciò non solo non è vero, ma meno può esser vero; anzi se Iddio volesse far questo vero, bisognarebbe trasformarmi dalla mia natura e darmi altro naturale col qual bastasse a farvi una simile ingiuria. E presto v'accorgerete che dico il vero.

ERASTO. Lidia, vattene su, ché tra noi diffiniremo le nostre contese.—Cintio, l'amicizia che hai avuta fin ora meco non è stata per altro che per tradirmi; ma d'oggi innanzi ti arò per quel traditore che tu sei.

CINTIA. Io non ti ho fatto altro tradimento che di averti troppo amato.

ERASTO. Tu non mi ci corrai piú con le tue paroline; e la spada scoprirá la veritá, e giá mi vien la stizza passartela per lo petto.

CINTIA. Piú tosto per lo ventre, acciò non resti al mondo seme di tanta ingratitudine! Ma poiché la volete meco, la torrò con voi assai volentieri. Ponete mano alla spada.

ERASTO: Ancor ardisci, puttaccio, di provocarmi?

DULONE. Padron, state in cervello, ché sta armato di giacco: perciò ha tanto ardire.

CINTIA. Vedete se ho soverchiaria con voi: ecco il fianco nudo.

ERASTO. Va' va', ché ci vedremo.

CINTIA. Finiamola ora.

ERASTO. Ci troveremo bene in altro luogo.

CINTIA. Dove, quando e come volete!

ERASTO. Son desto o dormo, son vivo o morto? Che novitá son queste che veggio o che ingannano gli occhi miei? O caso non piú intervenuto! e se il racconto, che fia di Cintio?

DULONE. Voi l'avete fatta, padrone, assai onorata: provocate prima Cintio all'armi, ed egli facendovisi incontro animosamente con la spada poi, l'avete sfuggito.

ERASTO. Volevi tu che avessi ammazzato una donna?

DULONE. Che donna?

ERASTO. Quando si slacciò il giubbone, si ruppero i lacci della camicia e dimostrò una mammella nuda.

DULONE. Che mammella mammella? dove egli ha mammelle? quante volte l'ho io spogliato e vestito, quante volte avete dormito voi seco, quando siamo andati alla villa a caccia, dove si videro mai mammelle?

ERASTO. Io ti dico che ho visto la piú leggiadra mammella che si vedesse giamai in donna.

DULONE. Stimo che il furore e l'ira, di che eravate acceso contro di lui, v'abbino mostrato una cosa per un'altra.

ERASTO. A me parve cosí vedere.

DULONE. La rabbia e lo sdegno imbriaca come il vino.

ERASTO. Potrebbe esser quel che tu dici. Andiamo a incontrarlo, ché vo' ucciderlo in ogni modo.

DULONE. Se non fate conto dell'onor di vostra sorella e d'un incontro come quel che v'ha fatto, di che voi vi risentirete?

ERASTO. Andiamo andiamo.

ARREOTIMO padre di Cintia, BALIA.

ARREOTIMO. Ed è vero quanto mi dici?

BALIA. Io v'ho narrato appuntino tutto il fatto, onde nelle mani vostre sta la morte e la vita di mia figliuola.

ARREOTIMO. O misero Arreotimo, e qual prima piangerai di tante disgrazie? che di maschio ch'io pensava Cintio, or sia femina; o di femina che ora la trovo, sia disonesta; o che nel fin perduta l'onestá, abbia insieme a perder la vita? o debbo forse pianger me stesso che sia vissuto insino a tanto ch'abbia dovuto veder tante disgrazie? Che tu sia femina o maschio me ne doglio e rallegro; ma mi doglio che pensandomi aver un maschio mi ritrovo aver una femina, e mi rallegro ch'essendo femina sia di tanta virtú e valore. Dogliomi non abbia avuto piú riguardo all'onor tuo; mi rallegro che, inscusabile in sé rendendosi la tua incontinenza, il pregiudicio, che hai fatto a me e a te stessa, sia stato per uomo di tanta qualitá, la cui riputazione e bellezza sarebbono state bastevoli a far arder altra persona di una fanciulla inesperta. Ché se le femine cinte di mura e sotto le guardie di madri, padri e fratelli pur fanno delle scappate, come tu, andando libera e trattando con gentiluomini giornalmente, non avevi da pericolare? Dogliomi ch'io non sapendo che fusse femina l'ho fatto conversar con lui e interdettole ogni altra conversazione, talché io medesimo son stato il ministro e il fabro della mia ruina. Ma a che effetto Ersilia mia moglie ingannarmi?

BALIA. La poveretta sperava che, vivendo piú lungo tempo, l'amore, la riverenza e l'ubidienza, con le quali ella pensava amarvi, ubidirvi e riverirvi, avessero intercesso appo voi il perdono dell'inganno usatovi, e in ricompensa di tanta affezione vi foste contentato d'esser stato ingannato. Ma la morte le ruppe ogni disegno, onde lasciò a me imposto e alla figliuola con profondi gemiti, che avessimo fatto il dovuto officio per lei quando l'inganno scoverto si fusse; ché non desio di danari, non di riputazione, ma dell'onore e dell'anima l'avevano a ciò indotta.

ARREOTIMO. Dogliomi di tanta diffidenza che avea meco, ché i suoi buoni portamenti fûr tali che sarebbono stati bastanti per maggior cosa, non che di farmi curar nulla di ciò: or non conosceva ella che io non amava cosa in terra piú di lei?

BALIA. Chi piú ama piú serve.

ARREOTIMO. Ma tu a cui era commessa la cura della sua persona, e sapevi ch'era donna e senza la cura della madre, e conoscevi la sua inchinazione, perché non la rimovevi da cotali pensieri overo avisarmene me ancora, ma l'aiutavi a scavezzare il collo? ché non fece mai donna errore che la madre o la balia non ne fussero la mezana.

BALIA. Che poteva far una povera vecchia? l'ammoniva, l'amminacciava che voleva far consapevole voi del tutto, e con questi spaventi la trattenni cosí dui anni; all'ultimo, spinta da una precipitosa desperazione d'amore, ributtava tutte le mie ragioni e col pugnal nudo in mano minacciava o d'uccidersi in mia presenza o fugirsene da Napoli in luogo ove mai piú di lei si sapesse novella. Io, che la vedeva cosí risoluta e infuriata, che volea fare? feci il possibile ché, avendo a capitar male, fusse il manco possibil male.

ARREOTIMO. Io m'ho inteso schiantare il core pensando al pericolo dove s'è trovata: ché vedendosi Erasto cosí burlato da lei né sapendo la cosa come fusse passata, tirato da sdegno l'avesse dato qualche ferita, e fusse stata al mondo essempio di costante ben sí, ma d'infelicissimo amore.

BALIA. Ma perché perdete ora il tempo in parole, che potreste piú utilmente spenderlo per la vita di vostra figliuola? ché dubito che non siate prevenuto da lei, che, per scampar presto dalle miserie che gli sovrastano, vuol con la morte por fine alla sua favola.

ARREOTIMO. Che ti parrebbe di fare?

BALIA. Trovar Sinesio, vostro carissimo amico, e componere seco di modo il fatto che si racchetino fra loro.

ARREOTIMO. Cosí vo' fare. Tu vattene a casa; e se Cintia vi cápita, dille per quanto ha cara la grazia mia, che non si parta fin ch'io non ritorno. Io veggio Sinesio molto minaccioso e iracondo; se ne viene alla volta mia.

BALIA. Io vado.

SINESIO. Arreotimo, vengo a recarti nuova di grandissima importanza e molto stomachevole e molesta, ma necessaria in ogni modo che si sappi; e dubito che la nostra antica amicizia, nella quale fin da fanciulli siamo allevati insieme, or s'abbia a partir con odio e con rancori, e piaccia a Dio senza sangue, ché sai che i pericoli e l'ingiurie rompono i legami dell'amicizie.

ARREOTIMO. Di che cosa?

SINESIO. L'ascoltarete. Sappiate che Cintio vostro figliuolo, fingendo di far giacere Erasto mio figlio con una certa sua innamorata, gli ha supposta in cambio di lei qualche donna di cattivo essere; ed egli intanto se ne veniva in mia casa dove era ricevuto come figliuolo, e sotto color di voler Lidia mia per isposa, l'ha tolto l'onore. Or che vi par di questo? vo' che si dia la sentenza di tal ingiustizia con la vostra bocca.

ARREOTIMO. Veramente il fatto è assai brutto e infamissimo, ed io desidererei sopra di ciò il parer tuo.

SINESIO. Dirò alla libera quanto giustamente si devria fare, ché se ben siamo in conflitto di tante passioni, pur convien che al fin prevaglia la ragione. Bisogna che questa burla gli costi molto cara. Prima porlo in man della giustizia, ché ben sapete che vi sia pena capitale; e se quella ci manca, farcela con le man nostre, cioè darli cinquanta pugnalate nel core.

ARREOTIMO. Se mio figlio avesse fatto l'ingiuria che voi dite, meritarebbe il gastigo giá detto?

SINESIO. Non ho detto la metá di quello che meritarebbe.

ARREOTIMO. E dite da vero?

SINESIO. Non beffeggio; ché dico da senno, né mi par tempo da scherzi questo.

ARREOTIMO. E se vostro figlio avesse usato l'istesso atto a mia figlia, lo giudicareste voi cosí crudelmente?

SINESIO. Il somigliante io farei verso mio figlio, e forse piú crudelmente, avendo avuto ardir di oltraggiar un amico come tu mi sei.

ARREOTIMO. Cosí faresti?

SINESIO. Cosí farei.

ARREOTIMO. E ne giuraresti?

SINESIO. E ne giurarei.

ARREOTIMO. Or per questa giustizia, avendola voi commendata di vostra bocca e giurato che cosí fareste, diamo Erasto vostro figlio in poter della giustizia, o che gli diamo cinquanta pugnalate nel cuore, e se vi è, un castigo piú severo di questo; e se voi non fate far la giustizia che m'avete promessa, provederò io per quella via che miglior mi parerá.

SINESIO. Che cosa t'odo io dire?

ARREOTIMO. Il fatto va tutto al contrario di quel che pensate: ché Cintio non ha tolto l'onore a Lidia, ma Erasto l'ha tolto a mia figliuola, l'ha impregnata ed è quasi vicina al parto.

SINESIO. Che figlia aveste voi mai? voi mi burlate.

ARREOTIMO. Ho una figlia femina, e non vi burlo.

SINESIO. Di grazia, disvelatemi il negozio ché lo capisca.

ARREOTIMO. Sappiate che Cintio mio è femina e no maschio.

SINESIO. Perché lo facevate andare cosí da uomo?

ARREOTIMO. Non l'ho saputo infino ad oggi, ché Ersilia mia moglie me lo nascose, come l'intenderete piú distesamente; e conoscendo io vostro figlio cosí virtuoso e onorato, gli ordinai che non trattasse con altri che con lui. L'etá e la natura han fatto lor corso; ché s'è innamorata di lui, e dubitando non esser rifiutata da lui l'ingannò: dandogli ad intendere che giaceva con Amasia di cui egli stava invaghito, giacque seco e n'è pregna. Erasto chiedendo Amasia a Pedofilo ostinatamente, questi l'ha fatto veder ch'è maschio; onde tenendosi beffeggiato da Cintio, l'ha disfidato ad uccidersi seco. Cintia, sovrapresa dall'ultimo grado della disperazione, vuol morir per le sue mani, il svillaneggia e provoca il sdegno contro di sé. E or si sta su queste prattiche. Ecco la somma del fatto; fatemi dunque la giustizia che avete promesso di farmi.

SINESIO. O istoria tutta piena di amore, degna di non esser creduta! ed è possibile che fra le donne se ne trovi una di cosí alti pensieri, di cosí sublimi spiriti, d'animo cosí bello e di maniere cosí illustri e cosí stupende? O felice coppia d'amanti! veramente conosco Erasto molto diseguale a lei di merito; e se mai lo desiai di maggior qualitá e valore, lo desidero ora accioché fusse meritevole di tanta donna.

ARREOTIMO. Che dunque pensate di fare?

SINESIO. Patirei piú tosto che si spartisse l'anima dal mio corpo che si partisse cosí rara e cosí virtuosa coppia d'innamorati! e so che altramente facendo, procacciarò la morte dell'uno e dell'altra. Va' che suo sia quel marito che si ha comprato con tanto pericolo dell'onore e della sua vita. O mia felice vecchiezza, vissuta vicino a tanto che veggia una nuora entrarmi in casa, di cosí real animo, di tanta donnesca virtú, di tante lettere e di tanto maneggio d'armi! Questa sará il frutto e il trastullo di questa poca vita che m'avanza; questa sola mi fará parer dolce e passar men gravemente i difetti della mia vecchiaia. Oh che non basto fra me stesso rallegrarmi tanto che me ne veggia satollo! Mi parrá ragionando con lei di ringiovenire. Se mi fu cara la vita mia, mi sará d'oggi innanzi. Vo' ch'ella governi il tutto e sia donna e madonna del mio avere.

ARREOTIMO. Vorrei ringraziarvi a pieno di tanto buon animo verso la mia figliuola; ma non posso, ché le lacrime me l'impediscono. Son rivenuto; mi avete riposto l'anima nel corpo, ché avendo mal ella, non era possibile che avess'io potuto vivere.

SINESIO. Non piú parole, ché la brevitá del tempo non ricerca piú lunghi ragionamenti: itene a casa, e s'ella vi cápita, sia vostra cura di trattenerla, ché se s'incontrasse con Erasto prima ch'io le parlassi, potrebbono porre in effetto il loro fiero proponimento; ch'io cercherò di Erasto e di racchetarlo.

ARREOTIMO. Adio.

ERASTO. Quanti impeti di precipitose voglie in un punto m'assalgono, né so dove dar di capo!

SINESIO. Erasto, tu qui sei?

ERASTO. Cosí non vi fussi e che fussi morto dieci anni sono!

SINESIO. Che cose ti traggono cosí fuor di cervello?

ERASTO. Inganni, finzioni e tradimenti.

SINESIO. Fermati un poco qui, narrami il tutto: forse non saran tali come gli estimi.

ERASTO. Non fui mai ne' miei giorni in maggior angoscia: una nuvola di melancolia m'adombra d'intorno il core.

SINESIO. Narramelo, ti dico.

ERASTO. Lo saprete un'altra volta, ch'or non ho tempo.

SINESIO. Il negarmelo cosí ostinatamente mi accresce la voglia di saperlo.

ERASTO. Sappiate che doppiamente mi sento oltraggiato da Cintio, e nel fatto di mia sorella e dell'avermi fatto sposar una donna, che non so chi sia, sotto nome di Amasia, che col vostro consenso l'avea fatta dimandare al padre. M'ha fatto giacer seco e l'ho impregnata: al fin ho discoperto che Amasia sia maschio.

SINESIO. Nel fatto di Lidia l'ingiuria è manifesta, ma non sappiamo chi l'ha ingiuriata; nel fatto di Amasia di che ti duoli di lui? Se non hai goduto quel corpo di Amasia, pur l'hai goduto con l'imaginazione e ne hai preso piacere.

ERASTO. Quella donna, con la quale mi fe' giacere, era d'una bellezza incomparabile, d'un spirito vivacissimo e di sí meravigliose maniere che l'anima mia cieca non se le sa imaginare piú grandi e stupende; e or non posso saper da lui chi sia.

SINESIO. Ti contentaresti che fusse tua sposa colei con la qual tu giacesti?

ERASTO. Vorrei saper due cose: prima di che condizione ella sia….

SINESIO. Di miglior che tu non sei, e con forse cinquantamila ducati di dote.

ERASTO. Vorrei ancor sapere se il tôr costei per moglie fosse di vostro contento.

SINESIO. Io ne sarei contentissimo, né altro mi resta ad esserne contento a pieno se non che ne resti contento ancor tu.

ERASTO. Ed io son contento, contentissimo.

SINESIO. Ed io farò che sia tua moglie. Nel fatto di Lidia, non è possibil che Cintio gli abbi usata violenza.

ERASTO. Caro padre, di grazia dimmi chi sia la mia moglie.

SINESIO. Cintio è tua moglie: eccola bella e spedita.

ERASTO. Come Cintio mia moglie? Padre, voi mi burlate.

SINESIO. Sappi che Cintio è donna, e il padre non l'ha saputo insino adesso. Ella, conversando teco e conoscendo il tuo merito e il suo, e conoscendosi degna di te e tu di lei, conoscendo Amasia indegna di te e tu di lei, s'occecò nell'amar tuo; né avendo animo di scoprirloti perché tu stavi invaghito di Amasia, per non morirsi di passione, si dispose ingannarti e giacque teco sotto nome di Amasia.

ERASTO. O Dio, che intendo! ecco districato l'intrigo d'una intricatissima comedia: questa luce ha disgombrato tutte le tenebre del mio intelletto. Ho tanto legati i sensi che non so se sia vivo o morto: l'anima mia sta cosí confusa tra tanta meraviglia e allegrezza che non può mostrar quel mar di gioia dove or nuota. Ecco passo da un abisso di affanni ad un mar di delizie! O vivo spirto del cuore e dell'anima mia, chi sará piú di te generosa e amorevole, chi piú costante in amare, chi piú fedele in servire, chi nella conversazione piú dolce, chi ne' trattamenti piú soave? O donna degnissima d'ogni onore, o essempio di eroica virtú, chi sará piú di te paziente, servente e perseverante? e chi di me piú cieco, piú ingrato e piú disamorevole? Poiché tante volte sotto altri nomi e altre persone, in tanti sonetti, in tante elegie, in tante cifere m'hai narrati gli accidenti degli amori tuoi, ed io tanto ignorante non intendeva e non penetrava il secreto, or come potevi tu piú dolcemente beffarmi? con quai piú onorati modi potevi tentar l'animo mio? con qual piú grazioso effetto potevi scorger la mia disamorevolezza? Ed io con tante villane e discortesi parole e al fin con fiere pugnalate ho voluto pagarti di tanto amore! Al fin non riuscendoti meco alcun disegno, volevi morire e morir per le mie mani. Dio sa che sia ora di te, ché, non ti riuscendo il morir per le mie mani, dubito che ti sarai uccisa con le tue; e se non sei morta, sarai poco lontana dalla morte, ché giá ti scorgeva i segni nel volto spiegati dalla disperazione. Hai voluto pagar, o invittissima donna, la colpa delle mie sciocchezze con la tua morte: il che ha dato a questo core un perpetuo tormento, a questi occhi perpetue lacrime; anzi mi ucciderò con le mie mani, ché veramente mi conosco indegno di piú vivere, infame mostro, senza anima e senza core!

SINESIO. Ma perché trattieni te stesso e me consumando questo tempo in dolerci? corri e senza lasciar punto di sollecitudine va' ricercandola per una strada, ed io per un'altra; forse l'incontraremo. Io vado ringraziando sempre la divina bontá ché mi dia per nuora una donna di sí mirabil condizione!

ERASTO. Vado. Ma eccola che viene. O dolcissima vita dell'anima mia, mira come sta in estasi rapita da se stessa, e se ben mesta e afflitta, pur spira di un generoso ardire!

CINTIA. Io ho gran dubio che, quando disavedutamente mi sfibiai il giubbone, Erasto se sia accorto ch'io fussi femina, e però ritirò la spada e non m'uccise; ma se la sua spada mi perdonò la vita, non me la perdonerá il veleno. Ahi! che il mio amore per sí strani successi non scema punto, ma va piú sempre crescendo.

ERASTO. (Va ragionando fra se sola, fa diverse mutazioni, s'adira, s'attrista e si vergogna: segni d'affanno che la sua misera anima deve patire! Eccolo che mi sta aspettando, e se dalla vista si ponno scorgere gli effetti dell'animo, arde nel suo petto la rabbia e lo sdegno contro di me).

CINTIA. Erasto, son qui per mantenervi quello che v'ho promesso.

ERASTO. Che cerchi tu da me?

CINTIA. Quel che sei solito darmi: crudeltá, morti, uccisioni. Io son colui che t'ho turbato, ingannato e tradito.

ERASTO. Come sei diventato cosí severo accusator di te stesso?

CINTIA. Su su, alle mani, non piú tardare, fammi morire, ché non potrai cosí mortalmente ferir questo corpo che non abbi piú acerbamente feritomi nell'anima.

ERASTO. Tu vieni a disfidarmi molto disarmato e con molto poca arte di scrima.

CINTIA. La prontezza dell'animo vincerá la poca arte dello schermire, e al corpo disarmato la disperazione ministrará l'armi, troverá nuovi usi, fará che l'unghie e i denti mi serviranno in vece di pugnali e di coltelli; e per mostrarti che ho voglia di morire, solo, nudo e senza armi m'ucciderò teco come tu vuoi.

ERASTO. Sei giá disposto di ucciderti meco?

CINTIA. Dispostissimo.

ERASTO. Orsú, poiché sei cosí disposto di ucciderti meco, per esser noi stati tanto tempo prima amici insieme, abbracciamoci e baciamoci, e dopo ripigliamo l'armi e feriamoci.

CINTIA. Mi contento d'ogni tuo contento.

ERASTO. Lasciate l'armi; ecco lascio le mie.

CINTIA. Io ho lasciate le mie.

ERASTO. O vita assai piú cara della mia vita, come vuoi ch'io dia morte a te da cui ho ricevuto tante volte cosí graziosissima vita? O mia sposa dolcissima, il dar morte a te che sempre fosti suavissima esca di miei pensieri, senza la cui vita né viver vorrei né esser stato nel mondo; o mia vera Amasia, e non piú imagine della finta Amasia—sei l'una e l'altra, e la vera e l'ombra della falsa,—uccider te da cui solo riconosco la mia vita? Oh quanto sarei cieco e ingrato sopra tutti gli uomini del mondo, sí come m'hai sempre rimproverato, se conosciuto l'error mio, come giá il conosco, non ricorressi alle tue ginocchia dove m'inchino, non ricercando da te vita, no, ma perdono! Hai vicina la spada: piglia quella vendetta di me che par che meriti tanta offesa. Io ti giuro per la tua vita, a me piú cara dell'istessa mia vita, che se non conoscessi nell'interno della mia conscienza non averti offeso per nequizia o malignitade, ch'io medesimo me la darei per le mie mani; ma perché non ho alcun rimorso nella mia mente, fa' che ne speri perdono dalla tua benevolenza. Ecco io abbraccio le ginocchia; né mi levarò da queste mai, se non mi dái alcun saggio che, avendo a far penitenza tutto l'avanzo della mia vita, in ricompensa io ne abbi a sperare il perdono.

CINTIA. Erasto, alzatevi e non mi offendete con questo atto: perché inchinarvi dinanzi a una che vi fu sempre serva?

ERASTO. Non mi levarò mai se non mi date prima la penitenza.

CINTIA. Alzatevi, vi dico, e se dite che voi sète servo, ubidite alla vostra padrona: il castigo e la penitenza sará che se non conoscendomi non mi avete amata, or che mi conoscete debbiate amarmi come io amo voi.

ERASTO. Che io non debba amarvi? e comandarmi voi il contrario, come potrei ubbidirvi? Vita mia, d'una cosa di voi mi doglio, che avete avuto in me cosí poca confidenza: ché, conoscendo esser cosí ardentemente da voi amato, perché non doveva io amarvi? perché con cosí onorati inganni e cosí fideli tradimenti ricoprirvi? perché non venir meco alla libera? Voi sète stata cagione a voi stessa della vostra afflizione: ed io sarei stato il piú disconoscente uomo e ingrato, come voi dite, se non avessi con amore corrisposto a un tanto amore.

CINTIA. Conosceva io che il mio ardire era troppo di desiderarvi; e troppo ostinata nell'amarvi, dubitava che la candidezza della mia fede, la qual non volli né col pensiero macchiare di un picciol neo di suspizione, non fusse mai per esservi cara abbastanza; però ricorsi agl'inganni.

ERASTO. Orsú, andiamo a casa, non tardiamo a dar cotal contentezza a mio padre, che con somma allegrezza vi sta aspettando.

CINTIA. E come? vostro padre sa alcuna cosa di questo fatto?

ERASTO. La balia ha discoperti al vostro e al mio padre gli amori nostri, e di commun consentimento giá sète stata confirmata mia sposa. Ma voi come non parlate?

CINTIA. Non so s'io mi sia anco viva: ancor mi par esser preda della disperazione della morte o della volontá di morire; e avendovi, meno credo di avervi.

ERASTO. O giorno pieno di tante gioie e di tante meraviglie, o cielo a me cortese di tanti doni, o fortuna che con tanti rivolgimenti ti sei traposta tra le nostre avventure! Benedetto sia Iddio, che m'è pur lecito di veder alla libera quel volto tanto desiderato, quel petto, quel seno e quelle mani che sotto tante imagini, viluppi e ombre m'eran nascoste! Veggio pur quegli occhi vivaci. E ben veramente mi chiamavi cieco, ché non conosceva quel celeste lume de' tuoi begli occhi che, a malgrado delle mie tenebre, nella piú oscura notte scintillavano come stelle e fulgoravano come mille soli: e quali altri, salvo che gli occhi tuoi, potevan cosí alte meraviglie? or gli riconosco e raffiguro. Ti tocco e stringo, e non lo credo ch'a pena.

DULONE. Signora Cintia, non piú signor Cintio, sia lodato Iddio ch'è scoverta ogni cosa; e poiché la fortuna e tutto il mondo vi riverisce, giusto è che vi riverisca ancor io e che vi cerchi perdono delle offese, e del mio mal animo che v'ho sempre avuto, e di aver sempre dissuaso al padrone ché non v'amasse; ma poiché il mio padrone, che è di maggior giudicio ch'io non sono, ci s'era ingannato, non è gran cosa che mi fusse ingannato ancor io. V'ho offesa non volendo, anzi voi stessa m'avete dato cagione che vi offendesse. In tanta allegrezza è di ragion che mi perdoniate.

CINTIA. Dulone mio, io non sol ti perdono, ma ti ho caro piú di prima per duo cagioni: l'una perché sei fidele al tuo padrone, l'altra perché la fortuna s'ha voluto servir di te per istrumento della mia felicitá. Tu hai proposto e Dio ha disposto: la sorte ha combattuto per me contro il padre, la madre e nemici; e quelli che han cercato di farmi danno, quelli mi han fatto piú utile. Erasto mio, mi sento un caldo che mi scorre per tutta la persona, e certi movimenti per il corpo, non so se da soverchia allegrezza o dal passato dolore.

ERASTO. Apri la porta, Dulone. Entrate in vostra casa, vita mia.

PEDOFILO. Sto con animo assai dubioso e pieno di malinconia, ché Amasio, mio figliuolo, m'ha detto che ha usato violenza a Lidia e toltole l'onore; e dubitando di non venire ad alcun atto disconvenevole col fratello, è risoluto averla per moglie o di morire: e non so se sia vero o se lo dica perché consenta a' suoi desidèri.

SINESIO. Eccomi, vi ha tolta la fatica di averlo a cercare.

PEDOFILO. Sinesio caro, arei voglia di dirvi ben cinquanta parole.

SINESIO. Saria ben vi rispondessi non poterne ascoltar una sola se ben avessi cinquanta orecchie, perché ier mi diceste con due orecchie non poter ascoltarne a me meza.

PEDOFILO. So che piú volte m'avete chiesta Amasia per isposa di vostro figliuolo; e perché me la chiedevate con grande istanza, stimo che avevate prima giudicato tra voi e me non esservi molta disaguaglianza di nobiltade o di ricchezza.

SINESIO. Cosí ho sempre stimato certo.

PEDOFILO. Or di quel parentado che voi me prima ricercavate, io ne ricerco voi; e dove volevate dar Erasto ad Amasia mia, or vorrei dar Amasio a Lidia vostra.


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