CAPITOLO QUARTODAL PIRCHIRIANO A TORINOI.Sant'Ambrogio.—Sì signori, se la Sagra di San Michele si murò sul monte Pirchiriano lo dobbiamo ad un miracolo.—Ed ove invece doveva murarsi?—In cima a quest'altro monte che gli sta a riscontro, e che chiamiamo ilPicco di Celle.—Oh! narrate, di grazia, come avvenne il miracolo.—Ecco. La Sagra, come dissi, aveva ad innalzarsi nel Caprasio, sul Picco di Celle; ma i maestri muratori avendo quasi lavorato tutto il primo giorno per piantare le prime fondamenta, tornati il dì dopo per proseguire l'opera, più non trovarono traccia dei lavori del giorno innanzi. Pietre, mattoni, sabbia, calce, attrezzi, tutto era sparito!—Oh!—Allora l'architetto fece ricominciare il muramento con nuovi materiali e nuovi strumenti, e venuta la notte, ordinò che gli operai dormissero tutti quanti sul lavoro. E così fu fatto. I maestri muratori colla cazzuola e il martello in mano, si coricarono quali sur un mucchio di sabbia e quali sui muri stessi; e i falegnami si sdraiarono lunghi e distesi, chi sulle travi e chi sui loro banchi, impugnando una sega, una pialla, e via dicendo.—E la mattina seguente?—Destati alla dimane, invece di trovarsi sul Picco di Celle, si trovarono sul monte Pirchiriano in quella medesima positura, in cui si erano addormentati la sera.—Possibile!....—Qual cosa è impossibile a Dio?—Avete ragione.—Io vi ho narrato il miracolo così alla grossa, ma saliti alla Sagra, troverete nella chiesa, nel coro antico dei PP. Benedettini, una pittura che vi spiegherà tutto ciò per minuto.—Questo dialogo io raccoglieva nel borgo di Sant'Ambrogio, un mattino di settembre del 1854, mentre stavo aspettando una cavalcatura per salire alla Sagra; e fui ben lieto di cominciare con sì buoni auspici la pia pellegrinazione.Ogni angolo del mondo ha qualche cosa meritevole di ammirazione. Ne ha pure il modesto borgo di S. Ambrogio, che è cinto di mura diroccate, conta 1400 abitanti, sparsi in tre quartieri, divisi un tempo da tre archi, ora caduti. Ebbe tre torri, e ne rimangono due; e la sua chiesa parrocchiale serba in onore le ceneri del santo patrono, Giovanni Vincenzo di Ravenna, ed arcivescovo della città natale, stando alle notizie dei due antichi breviari in pergamena, con miniature, conservati gelosamente nell'archivio parrocchiale. I due breviari precedono il secolo decimoquarto, non però il mille duecento e sessanta, quando Papa Urbano IV stabiliva l'officiatura e la festa delCorpus Domini, indicata in que' codici che cominciano così:In nomine Domini, amen.—Incipit breviarium secundum consuetudinem monasterii Sancti Michaelis de Clusa.Queste cose mi diede a vedere con molta cortesia Giambattista Morelli, dal 1832 prevosto di quella parrocchia, de' più autorevoli ed eloquenti sacerdoti in Val di Susa.II.La Sagra di S. Michele.A dieci miglia da Torino, nella Valle della Dora, a guisa di promontôri irti e scabri, sorgono due monti, Pirchiriano e Caprasio, che separati dalle acque del fiume si guardano davvicinofra mezzodì e tramontana, come se da potenza misteriosa dovessero venir congiunti per impedire all'avido straniero l'entrata in Italia. I due monti abbondano di leggende, e specialmente il Pirchiriano per la famosa Badìa che gl'incorona il capo, già abitata da monaci Benedettini, ed ora da preti Rosminiani, uno de' quali mi è stato benevola guida al salire.Quel Rosminiano, Clemente di nome, avea in cervello tutte quante le cronache e tradizioni del Pirchiriano e de' luoghi circostanti, e mi aperse i tesori della sua erudizione.—Sino dal secolo nono dell'êra cristiana, egli mi diceva, le nostre giogaie furono abitate da penitenti cenobiti, che sulle cime di questo monte costruirono un oratorio all'Arcangelo S. Michele. Invitato sullo scorcio del decimo secolo a consacrare l'oratorio, venne Amisone vescovo di Torino. Si narra, che nella notte precedente alla consacrazione, a lui ed ai molti del suo seguito dormenti in Avigliana apparisse vivida luce sull'Oratorio e per le rupi del monte; e che pieno la mente di tal visione il vescovo, giunto all'Oratorio, incontrasse schiere luminose di angeli con insegne pontificali, e una colomba, che scesa dal cielo volava intorno all'alpestre tempietto. Entrato nella chiesuola vide i candelabri per prodigio accesi, e il pavimento sparso di cenere, e su le pareti le croci stillanti di olio, e l'altare eretto dagli angeli tutto fragrante di balsamo e d'incenso e radioso di luce sovrumana. Allora il buon vescovo si chiarì che il tempietto di S. Michele era stato già dagli angeli consacrato, ond'egli ne rese grazie a Dio, offerendogli il santo sacrificio della messa su l'altare taumaturgico.—Voi davvero mi narrate mirabili cose, io lo interruppi: ma da qual fonte mai traeste codeste memorie?—Non v'ha alcun dubbio intorno alla consacrazione degli angeli, ripigliò il prete Clemente: ne parlano con fede la Cronaca Clusina e la Malleacense, e l'Ughelli ed Agostino della Chiesa e il Terraneo ed altri gravi scrittori la confermano; ed anzi vi aggiungerò che i devoti della Valle qui concorrono ogni anno a celebrare il 29 maggio, giorno del miracolo.Ma se desiderate udire altro di questi luoghi, vi narrerò cose non meno mirabili, che vi tempreranno le noie dell'aspra salita.—Sì sì, proseguite, ve ne prego, io gli risposi.—Ebbene udite. Fra i cenobiti che assistettero alla costruzione dell'Oratorio di S. Michele vuolsi ricordare il santo romito di Ravenna, Giovanni Vincenzo. Il bravo prevosto di S. Ambrogio vi avrà fatto leggere nei codici membranacei dell'archivio parrocchiale, che Giovanni, essendo arcivescovo di Ravenna, nel conferire la cresima dimenticò il fanciullo di una povera vedova, il quale morì senza il sacramento della confermazione. L'arcivescovo ne fu addolorato, e colla preghiera ottenne da Dio la risurrezione del fanciullo, onde lo potè rendere, subito cresimato, alla madre. Salito in fama di santo per così segnalato miracolo, a fuggire le tentazioni della vanità, lasciò il seggio episcopale e si chiuse nella solitudine delle Alpi. Visse penitente sul Caprasio e poi tramutossi al Pirchiriano fra i cenobiti di S. Michele. Vien tuttavia ricordato sul Caprasio da una cappella alla B. Vergine, ch'egli eresse, e lo ricordano le sue spoglie mortali venerate nella chiesa di Sant'Ambrogio. Ma la più splendida memoria di lui è la Badìa, di cui lassù appariscono le rovine, che fu edificata col suo consiglio e patrocinio.A que' tempi fu veduto salire per questi greppi un francese di grande autorità, Ugone di Montboissier, gentiluomo dell'Alvernia, detto loScucito. Avea seco la sposa Isengarda e sèguito numeroso; e veniva da Roma, dove erasi prostrato innanzi alla tomba degli Apostoli ad invocare dalla Chiesa perdono di gravi peccati. La Chiesa gli perdonò, ingiungendogli a penitenza, o di vivere sette anni esule dalla patria, o di edificare sulle Alpi un monistero.—Edificherò un monistero—egli disse; e secondando la voce del cielo, ed animato da angeli apparsigli in sogno, venne fra queste Alpi, e andò sul Pirchiriano a richiedere di consiglio il romito Giovanni. Lascio nella loro integrità le pie tradizioni del luogo, per cui vi dirò che il signore d'Alvernia, giunto a questi dirupi, franto dai disagi delle salite e bisognevole diristoro per sè e i suoi, aveva soltanto un'ampollina di vino, che però benedetta dal romito Giovanni si converti in vena inesauribile da dissetare la stanca compagnia.Ugone d'Alvernia a tale prodigio sempre più si accese nella deliberazione di erigere il promesso monistero presso il miracoloso Oratorio, spendendo in tale impresa i molti suoi tesori, coll'assistenza del romito Giovanni, e coll'assenso di Arduino marchese d'Ivrea, dipoi re d'Italia, sedente allora nel castello d'Avigliana.Sorse infatti sul finire del decimo secolo, o nei primi anni dell'undecimo il magnifico monistero, cheAbbazia della Stellafu nominato, edAbbazia di S. Michele della Chiusadallo storico paesello alle falde occidentali del monte, e più comunemente per antonomasia laSagra di S. Michele.Papa Silvestro II, compiacendo al vescovo Amisone, fu largo di privilegi alla Badìa di S. Michele che, per le donazioni de' fedeli cresciuta di ricchezze, colla preghiera e coll'opera de' suoi trecento monaci Benedettini si segnalò per santità e dottrina fra le quattro prime badìe d'Italia, emula delle più cospicue nella cristianità.—Mentre queste e simili altre cose mi andava raccontando il prete Rosminiano, io non soddisfatto della cavalcatura salivo a piedi, soffermandomi di tanto in tanto a guardare i pittoreschi dintorni, e pensavo che gli scrittori di que' luoghi farebbero meglio a distinguere la schietta storia dalle vane leggende, che ad accozzare un indigesto ammasso d'incondita erudizione, come fece l'Avogadro nella suaStoria dell'Abbazia di S. Michele[23], per cui si direbbe ch'egli fosse un cronista de' tempi barbari, anzi che uno storico nella piena luce del secoloXIX.III.Dopo un'ora e mezzo di aspro cammino fra selve di castagnigiungemmo alle cime del monte; e quivi su d'uno spianato vidi gli avanzi di un piccolo edifizio ottangolare, antico sepolcro de' monaci, di maniera moresca nelle nicchie e finestruole. Passando oltre, avrei immaginato di appressarmi alla fantastica dimora delle fate, se già non avessi saputo di trovarmi in cospetto alle gigantesche mura della Badìa, in parte risparmiate dal tempo a testimoniare l'ardire dei primi edificatori di tanta mole, monumento bizzarro e massiccio, monastico e feudale, su gli acuti vertici del Pirchiriano.Trasportiamoci col pensiero sulle Alpi, quando incerti e male agevoli erano i passi chiusi da foltissime selve, e temuti castelli facevano paura ai minacciati viandanti. Il popolo facile per l'indole sua a dar fede al maraviglioso, vedendo sul Pirchiriano sorgere l'edificio di colossale struttura, con ponti levatoi, torri e bastite, dedicato all'Arcangelo Michele, nella sua ingenua ignoranza reputandolo superiore all'industria umana, lo avrà facilmente creduto lavoro de' celesti, origine alle leggende e alle frequenti visioni.IV.Entrato per una porta coperta di ferro e salendo per tortuosa via fra acacie e ginepri virginiani e per diversi ordini di scale, giunsi ad altra porta che mette nel cenobio.Le reliquie di antichi dipinti, le grigie pietre quadrangolari bene commesse, e i due pilastri su cui poggia l'arco della porta a tutto sesto, i bizzarri loro capitelli con leoni nei tre lati rozzamente scolpiti, gli uni addossati agli altri e avviticchiati nelle code, imprimono nell'alta facciata del monistero una cupa severità, sì che nell'ingresso del chiostro ci si presenta l'immagine veneranda e temuta del vecchio abate con pastorale e spada. Ma nel prossimo terrazzo l'anima del pellegrino viene rallegrata dalla varia ed amena vista di gioghi e valli, torri, paesi ed acque. Due volte in quel terrazzo vidi sorgere il sole dalMusinèe irradiare il vicino montePelato, così detto dallecime spoglie di alberi, e il Caprasio santificato dalle benedizioni del Romito di Ravenna, e la Valle Rubiana fra il Caprasio e il Pelato. E più lunge io vedeva illuminarsi i ridenti ed impomati colli che, altieri della funerale basilica di Soperga, ad oriente incoronano la vetusta metropoli dei Subalpini; e nella sottoposta valle fra il Pirchiriano e il Caprasio, solcata dalla strada di ferro, fra tanta varietà di luoghi io salutava tutta sfavillante di luce la Dora Riparia che a vasti piani è dispensiera di vita, avvegnachè talvolta soverchiante d'acque rompa gli argini, e impetuosa divori le gioconde speranze dell'agricoltore.—Oh! quanto diverso sarà stato l'aspetto di questa valle della Dora, quando il sistema feudale copriva i gioghi circostanti di castella, e multiformi signorie opprimevano le genti! (io esclamai la prima volta che il Rosminiano mi condusse al terrazzo, sul limitare della Badìa).—Ben vi apponete, egli mi rispondeva: gagliardi baroni se ne dividevano il dominio, e l'abate della Sagra di S. Michele era de' più autorevoli, cinto dal potente clero e dagli armigeri, sicuro nelle vigili mura della colossale Badìa, e tenendo in soggezione i molti vassalli eziandio col castello a cavaliere di S. Ambrogio, del quale vedeste non ha guari i cadenti merli. A lui obbedivano cento e quaranta fra badìe e chiese, ed egli, vestendo corazza e stola, benediceva la potestà laicale, beata nella virtù del sacerdozio.—V.In seguito il prete Clemente mi diede altre singolari notizie, per le quali la società del medio evo mi si presentò non beata, come parve al Rosminiano, ma afflitta da contendenti signorie, che non di rado tinsero d'umano sangue le acque della Dora.Gettandomi colla mente nel labirinto delle giurisdizioni feudali, ricordai i principali signori di quei dintorni, ed ora noto i nomi di parecchi, che appresi dal conte Cibrario, tanto benevolo all'autore di queste pagine.I Provana con titolo comitale ebbero in signoria Almese ed Alpignano, e il contado di Caselette fu dei Cauda, poi dei Cays, e quello di Chianocco appartenne ai Grossi ed ai Carignani, e dei Tomatis fu il castello di Chiusa. Chiavrie era dei Somis, che diedero alle lettere italiane un conte, dottissimo filologo, ed Exilles fu dato ai Bertola, de' quali primo conte fu il celebre Antonio, ingegnere, che costrusse le difese di Torino nel 1706. Gli Agnes furono conti di Fénil, di Rosta i Carron, i Niger lo erano di Oulx, di Foresto i Vivalda, e di Val della Torre i Caselette. Di Rubiana erano conti i Chiavarina, di S. Antonino i Pullini, che ebbero un abate, economo generale, ricordato per un bel museo da lui raccolto, ed ebbero un cardinale i Bottiglia conti di Savoulx. Marchesi di Frassinere furono i Bonaudi, e di Giaglione i Ripa, e i Groppello conti di Borgone vantarono un celebre uomo di Stato, cui son dovute le principali riforme economiche di Vittorio Amedeo II. Il feudo di Trana fu dei Gastaldi, Orsini e Gromis. Villarsamarco era feudo dei Mistrotti, e quello di Villarbasso fu degli Ambrosii, d'Angennes, Mistrotti; Pianezza appartenne al conte Martinengo nel secolo XVI; dipoi fu marchesato di donna Matilda di Savoia e de' discendenti da lei; e Reano era contado dei principi del Pozzo della Cisterna, dai quali riconosce la costruzione della gotica chiesa parrocchiale, adorna di bei dipinti. Giaveno fu della Badia di S. Michele, poi feudo di Brichanteau; e i Bertrand di Monmegliano, potenti e prepotenti baroni, cagione di molti travagli agli abati di S. Michele, furono conti del memorabile castello di Brusolo, ove nel 1610 seguì tra il Piemonte e la Francia il trattato, pel quale Enrico IV prometteva a Carlo Emanuele I la Lombardia, alto disegno rotto in allora dal pugnale di Ravagliacco, ma ricomposto e adempiuto ai dì nostri col trionfo del sangue latino. Baratonia fin dal mille fu capo di un viscontado, ed Avigliana ebbe a signori i Carron marchesi di Santommaso, famiglia che vantò nei secoliXVIIeXVIIItre generazioni di ministri, e da ultimo il marchese Felice, storico di nobile ingegno e d'indole preclara.A questi nomi dovremmo aggiungere altri molti di vescovi ed abati, onde organavasi in Val di Susa il consorzio feudale, frastagliato di tante e sì diverse giurisdizioni, che inceppavano il commercio e le industrie ed impedivano lo svolgimento del vivere libero e civile.VI.Che strano e disonesto brulichìo di baroni contendenti e contristati vassalli! Il medio evo fu il barbaro trionfo dell'ignoranza armata. Il disordine di que' tempi vien significato dall'istessa irregolare costruzione dell'edifizio, foggiata negl'irregolari picchi del monte; ed io lo vedeva espresso eziandio nelle strane figure intorno ai capitelli ed alle basi così delle ritte che delle ritorte colonne, miscuglio di arte romana e gotica, fatto più bizzarro dai ristauri di età posteriori. Visitiamo la Badìa a parte a parte. Facciamoci intorno all'enorme pilastro che ricorda quelli d'Egitto, e regge le vôlte principali dell'edifizio; saliamo e scendiamo nei tortuosi angusti andirivieni del monistero, per le alte scale intagliate nella roccia, sotto gli archi della chiesa, de' corridoi e delle grotte, qui fra lapidi impresse di gotici segni e di stemmi gentilizii, là fra teschi accatastati e fra cadaveri ritti entro nicchie, semicoperti da cenci, ed abbracciati alla croce, mummificati dal vento del Moncenisio, che perpetuo percuote quelle vette; e fra tanto sacro orrore sentiremo nell'animo il peso dei tempi feudali.Che dirò d'una sera che, rischiarato da fiaccole per l'ampia scalinata, fra sepolcri e scheletri tornai ad affacciarmi alla mirabile porta del vestibolo, per cui si sale al tempio? Colonnette di marmo a diversi colori, attortigliate, cilindriche, ottangolari con base e capitello di varia foggia reggono quella singolar porta a tutto sesto, adorna di fregi e meandri in basso rilievo intagliati con ogni sorta di vezzi e fiori intrecciati, e coi dodici segni del zodiaco ne' pilastri. Ai quattro angoli d'una base di colonna sono scolpiti quattro grifoni, e ai quattro angolid'un'altra base quattro leoni, di cui l'uno morde la coda all'altro. In un capitello sono raffigurate aquile, che afferrano un cerchio, in altri veggonsi uomini furibondi che si accapigliano, e serpenti che si avviticchiano ai martoriati, lor dando di morso, come i serpenti punitori dei ladri nell'inferno dantesco. Che più? Uno de' capitelli rappresenta Caino in atto di uccidere Abele, e in un altro si vede Sansone scrollante le colonne del tempio. Io riguardava pieno di stupore. La luce delle fiaccole balenava nelle mummie, nelle lapidi e nelle simboliche figure delle colonne; ed io andava fantasticando che mai significare potesse quella gran porta abaziale. Qual fosse il concetto dell'artista del medio evo non saprei dire; ma io poeta nelle sculture della porta immaginai rappresentate le discordie e le prepotenze della barbarie; e vidi il Caino del feudalismo che prostrava il misero popolo, l'Abele della borgata; e nel Sansone caduto fra le rovine del tempio de' Filistei io vedeva il feudalismo sfasciarsi fra i combattuti castelli e le ire dei vassalli.VII.In mezzo ai terrori del medio evo non di rado i monisteri furono asilo di pace e di santità, e sede nobilissima della scienza. Tale fu quello di S. Michele della Chiusa. Basti ricordare i preclari uomini che lo fondarono, governarono e protessero, e tosto all'ingresso del cenobio voi vedrete svolgersi ricca di splendori la storia di dieci secoli, da Arduino il generoso e sventurato re d'Italia, lontana imagine di Carlo Alberto, al monarca Vittorio Emanuele II, che l'uno e l'altro vendicando, alla trionfante nostra Penisola restituì più splendida e sicura la regal corona dei marchesi d'Ivrea.Sedendo su gli scaglioni della roccia presso la porta simbolica del medio evo, nell'ora vespertina, io vidi aprirmisi lo storico volume di un millennio. Risorti nella mia mente agitata dalla maestà del luogo e dall'ora conveniente alle meditazionisalivano per que' scaglioni, e per la porta misteriosa entravano nel tempio uomini di grande autorità.Saliva il magnanimo marchese Arduino, accompagnato dal fondatore e dal primo abate del monistero, Ugone e Adverto; e li seguivano il beato Giovanni di Ravenna, ed Amisone, vescovo di Torino. Salivano gli abati Benedetto il Seniore e il Giuniore, e con essi l'Ildebrando, il restitutore della libertà alla Chiesa e combattitore delle superbie e simonie imperiali del tedesco Enrico IV. Santo Anselmo, l'arcivescovo di Cantorbery, congiunto di sangue coi principi di Savoia, e il venerabile cardinale Pier Damiani salivano ragionando insieme della fede, della ragione, della scolastica e del ristauramento della ecclesiastica disciplina. Il beato Umberto III saliva accompagnato dal suo diletto monaco Antoniano Giovanni Gerson, che gli andava recitando alcuni versetti del suo libroDe imitatione Christi. In seguito nella chiesa odorosa d'incenso e sonante di cantici io vedeva affollarsi lunghe schiere di monaci venerati, e famosi principi, fra i quali Eugenio di Savoia, abate commendatario della Sagra, prima di essere il vindice capitano delle milizie subalpine, e l'immortale Giacinto Gerdil, precettore di Carlo Emanuele IV, l'ultimo abate, quando allo scorcio del secolo passato la Rivoluzione francese abbatteva il vecchio edifizio sociale per ringiovanirlo.La mia mente non riposava, ed ultimo vedeva salire il glorioso martire dell'indipendenza italiana, re Carlo Alberto, che tornò in onore la deserta Abazia, e fece rivivere quello stupendo monumento di antichità cristiana. Egli mi apparve accompagnato dal sommo filosofo Rosmini-Serbati, al cui sodalizio della Carità affidò la cura della risorta Abazia, divenuta, come Superga ed Altacomba, sepoltura dei principi della R. Casa di Savoia.VIII.Il monastero, tanto ammirevole e fantastico nella porta poco anzi descritta, non è del pari nell'interno della chiesa: la qualeristaurata più volte, è disforme dalla bellezza delle porte d'ingresso. Ha tre navate, di stile gotico le laterali, di stile romano quella di mezzo, sorrette da grandi colonne ricche di fregi, fra i quali leggonsi lettere Carlovingiche. Sono da osservare alcuni buoni dipinti e l'altare maggiore; un monumento romano con pie sculture dedicato da Servio Clemente alla memoria de' suoi genitori e della moglie, e il bellissimo mausoleo d'un abate, probabilmente Guglielmo d'Acaia, effigiato in pietra, e steso sotto un baldacchino fra quattro colonne.Per una piccola porta dalla chiesa si discende nell'angusto vestibolo dell'ipogeo, già umile dimora al romito Giovanni di Ravenna. Le spoglie mortali dei Principi di Savoia, tumulate nella Metropolitana torinese, furono nell'anno 1836 da Re Carlo Alberto fatte trasportare alla Sagra di S. Michele e deporre nella chiesa ai lati dell'altar maggiore; e nell'anno 1856 per ordine di Re Vittorio Emanuele II vennero composte con ogni onoranza in distinti avelli nella sotterranea cella di San Giovanni, illustrati dal conte Luigi Cibrario con latine epigrafi, che sono la concisa ed elegante storia dei sepolti e del trasferimento delle loro ossa. Gl'Italiani salutano riverenti le ceneri de' Principi Sabaudi, e sulle loro tombe suona continua la preghiera dei sacerdoti Rosminiani.IX.I Rosminiani.Il sodalizio della Carità fondato dal Rosmini, ed approvato dalla Chiesa l'anno 1839, sarebbe de' più possenti nella cristianità, qualora simili instituti fossero ancor piante da rifiorire ai dì nostri.I Rosminiani non sono nè monaci nè frati, ma sacerdoti regolari che possono dedicarsi alla vita contemplativa, e, chiamati, applicarsi alle missioni ed agli spedali, all'aiuto de' parrochi, all'educazione del popolo, insomma al più ampio esercizio dellacarità. E perchè nessuna legge circa i beni ecclesiastici potesse pregiudicarli, accortamente il Rosmini ordinava che il sodalizio della Carità fosse congregazione di privati sacerdoti, ciascheduno dei quali vive del proprio. Finchè vien tutelata la proprietà dei cittadini, sarà pure inviolata quella dei sacerdoti Rosminiani, i quali sono poi tra loro vincolati a dare ciascuno le loro rendite all'istituto e vivere insieme.—E quando alcuno di voi cessi di vivere, a chi spetteranno i suoi beni? domandai ad un Rosminiano.—Egli avrà testato in favore d'un altro Rosminiano.—E se l'erede si scioglie dai patti rosminiani ed abbandona la casa della Carità?—Lo potrà fare, ma pensi alla sua coscienza.Niccolò Tommaseo nel settimo anniversario dalla morte di Antonio Rosmini così parlò delloSpirito della sua istituzione. «Una delle prove del noviziato era l'assistenza agli infermi per lo spazio d'un mese almeno. E il Rosmini intendeva fondare un collegio di medici, per rendere filosofica insieme e religiosa la scienza, da tanti fatta men che mestiere. Il suo Istituto ammette coadiutori nelle arti meccaniche; così come ingiunge le missioni lontane: ed egli, stendendo alla grande regione dell'India il suo pensiero, desiderava trovare uomini che s'addentrassero nella filosofia de' Bramani per guadagnarli alla verità con l'aiuto della civiltà loro propria, intanto che altri per vigore di carità solleverebbero dalla natìa depressione i poveri Paria. Voleva imparassersi le lingue de' vari paesi; e in ogni cosa e luogo trattassesi principalmente con coloro da cui si possa imparare. Richiedeva l'esercizio del dire improvviso, non solamente per predicare, ma e pe' colloquii e per le scuole: le quali apriva e festive e notturne a uso dei poveri; e a' maestri degli elementi dava per protettore il Calasanzio; e diceva che dovess'egli accettare una cattedra, la pedagogia presceglierebbe alla stessa filosofia. Scelta insieme e umile e sapiente».Il sodalizio della Carità, più che fra noi, è diffuso in Inghilterra e vien rispettato da quanti ne conoscono i seguaci. Ione conobbi parecchi, che nobilmente operano e pregano su le rive del Verbano presso il sepolcro del loro celebre fondatore, e sul Pirchiriano intorno ai sepolcri dei Principi Sabaudi.Quelli della Sagra di S. Michele insegnano gli elementi delle lettere ai poveri fanciulli del villaggio di S. Pietro, provvedendoli di libri e di pane, ed aiutano i parrochi dei paesi circostanti nell'evangelico ministero. Accompagnandomi intorno alla Badìa mi ricordavano gli antichi monaci dissodatori d'incolti terreni. Anche i Rosminiani convertirono ermi luoghi in ameni pensili giardini, ricreati da frequenti zampilli di acque ed allietati da rose, mirti ed allori, da platani, cedri e quercie, e da vigneti, che sospendono i loro grappoli fra l'edera di negre roccie, ed attestano il vigore della vita innanzi a caverne, crani e croci.X.La Bell'Alda.Il prete Clemente dai ridenti giardini riconducendomi ai malinconici corridoi della Badìa, mi trasse al vecchio coro dei monaci benedettini, ora squallido e muto, e su d'una parete mi additò rozzamente dipinta la fondazione del monastero secondo la leggenda popolare. Dipoi, passando per l'andito, dove entro una cappella ammirasi Maria bellamente dipinta su tavola del Macrino d'Alba, mi condusse alle rovine dell'antica grandiosa dimora dei trecento monaci. Alla splendidezza dell'opulenta Badìa succedette lo squallore e il silenzio della morte tra frantumi di colonne, d'archi acuti e di capitelli. Accresce orridezza alle confuse macerie verso tramontana un profondo precipizio, innanzi a cui il prete Clemente mi disse:—Qui si racconta una storia di lagrime. Leggiadra e desiderata fanciulla, detta Bell'Alda, per sottrarsi alle insidie d'un seduttore che la inseguiva, invocò l'aiuto di Maria, e leggiera come piuma di colomba spiccando un salto da questo vertice, illesa toccò il fondo dell'irto precipizio; ma Alda invanitasi diprova così felice, ne fece un secondo con diversa fortuna: restò morta giù negli spaventosi dirupi!XI.Due Salti.Due salti di donna sono famosi nelle tradizioni e nei canti di Grecia e d'Italia. Ricordato dai Greci è tuttodì il salto di Saffo, e gl'italiani lamentano il salto di Alda.Visitai sul promontorio di Leucade le rovine del tempio di Apolline, dove la tradita poetessa di Lesbo mise l'ultimo lamento contro l'ingrato Faone, prima di gettarsi disperatamente nelle acque dell'Ionio. A pochi passi di là, nel deserto monastero di Santo Nicola, presso piccolo giardino, una chiesuola e i rozzi sepolcri di due vescovi, mi fu aperta la cella in cui visse austeramente la pia Susanna, che morta venne sepolta col capo appoggiato al tronco dell'arancio, che la romita piantò di sua mano all'ingresso di quell'umile asilo.Colà il vecchio monaco Cipriano, che contava cento e più anni di vita, m'imbandiva frugal mensa, benedicendola colla tremebonda sua destra. Dipoi, tornato al muto delubro di Apolline, colsi fra le rovine una viola che, sebbene arida, è per me tuttavia piena di vita; e la serbo nelle pagine di Grecia a ricordanza dell'isola ospitale che m'ebbe tre mesi infermo per grave frattura toccatami al piede sinistro, nel saltare da una barca sul lido prossimo al promontorio, infausto ai poeti dell'uno e dell'altro sesso. La serbo a ricordo della infelice donna miseramente tradita in amore, ed a memoria del Leucadio Aristotile Valaoriti, ch'empie de' suoi mirabili versi l'isola materna e tutta Grecia.Presso il luogo del salto di Alda, come presso quello del salto di Saffo trovai grotte di antichi romiti e l'ospitalità di uomini solitari. Incontrai inoltre una bionda giovane Britanna, che insieme colla sua famiglia era andata nel vicino villaggio diRanverso a piangere un amato fratello nella casa ove era morto. La desolata sorella, salita alle balze di Alda, si assise sotto un albero secolare, e mentre fissava i molti fiori da lei raccolti per quelle rupi, io vidi ad un tratto serenarsi il turbato volto della donzella, che sorridendo mi disse:—Poeta, anche questi fiori appassiranno fra breve, ma nella primavera risorgeranno.—E sì dicendo guardò amorosamente il cielo, come se lassù nell'eterna primavera vedesse risorto il fiore degli affetti suoi, il perduto fratello.Uno dei fiori caduti di mano alla donzella fu raccolto nelle pagine della Dora, e mi ricorda il lutto della Britanna, il salto di Alda e l'amorevole ospitalità dei Rosminiani, che spesso con filiale riverenza mi parlavano del sapiente loro institutore.XII.Il promontorio di Leucade e il Pirchiriano hanno in sè tante e sì diverse memorie di Grecia e d'Italia, che non saprebbesi ben dire se appartengano più al cielo o alla terra.Chi desidera udire i casi di Salto, ricordati ai dì nostri con sublime dolore, li cerchi nei canti di Leopardi e Lamartine e nelle musiche del Pacini. Nelle loro pietose armonie troverà significata con verità di estri la poetessa di Mitilene.E chi volesse conoscere vivamente descritte le venture di Alda, si piaccia di cercarle nelle opere di Massimo d'Azeglio e Cesare Balbo. Ed io volli indagare, come dalla tradizione alpigiana pigliassero argomento alle loro pagine que' due Piemontesi, gloria della letteratura e politica italiana.XIII.Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio.Cesare Balbo in una delle sue novelle narrate da un maestro di scuola racconta il caso dellaBella Alda, innestando qualchecosa di suo alla leggenda[24]. Suppone accaduto il tristo caso verso il 1200 o 1300,al tempo d'una delle discese de' Francesi per la Comba di Susa; e imagina che soldati di Francia tentino la onestà di Alda e la costringano a precipitarsi giù per i dirupi del Pirchiriano.Per tal guisa lo scrittore prende occasione a rimproverare la baldanza de' Francesi, e lamenta l'oltraggio che spesso a noi fanno i temerari stranieri.Massimo d'Azeglio, poeta e pittore[25], inventa i casi del monaco Arnaldo, e splendidamente narrando e ritraendo le tradizioni e le pittoresche veduto della Badìa, mette in bocca al monaco il racconto, e gli fa dire che il caso di Alda sia avvenuto ai tempi di Federico Barbarossa, quando gli Imperiali scorrazzavano audacemente in quella valle, ponendo a sacco e distruggendo Susa, Avigliana e tutte le circostanti castella, indignati di Umberto III, Conte di Savoia, che di animo guelfo teneva per il Papa. Le quali cose egli narrando ne accende di sdegno contro i nemici, che ci vengono da Lamagna.In quanto all'essersi Alda insuperbita del miracolo e l'aver fatto un secondo salto onde morì, il D'Azeglio scusa la stranezza del racconto dicendo: «Ha sete sempre l'animo nostro di maraviglie, nè trovandole vicine, le cerca nel remoto passato e nel tenebroso avvenire».Il Balbo invece osserva: «Non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici, erano appunto quelli che si chiamavano Giudizi, ma furono vere tentazioni di Dio. Quindi è che si potrebbe dire, che domandando giustizia e riparazione l'Abate e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il miracolo e dei secondi il negarlo, venissero poi gli uni egli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto a vanità, vi si lasciasse persuadere».XIV.Due Laghi.Un altro subalpino, lodato scrittore di storie, Domenico Carutti, in un libro di racconti[26]celebrò la Sagra di San Michele e i suoi dintorni, ed io li ricordai scendendo, verso la parte meridionale della Badìa, ai due laghi di Avigliana da lui descritti con brio ed eleganza.Breve istmo selvoso separa i due laghi; quello chiamato dellaMadonnaha sessanta mila metri quadrati di superficie, e ne ha trentadue mila e cinquecento l'altro denominato da SanBartolomeo. Il lago della Madonna per un canale versa le sue acque nell'altro.Sulle rive s'incontrano casolari pescherecci, e quelle acque bagnano le falde a verdi ridenti colli, dietro ai quali biancheggiano di neve le alte giogaie delle Alpi.Giunto alle rive del maggiore dei laghi, pregai un pescatore che nella sua barca mi traghettasse alla riva opposta, appiè del convento dei PP. Cappuccini. Quel pescatore pallido e gramo, benchè giovane, mi accolse volentieri nel suo navicello e mi fece sedere presso la rete, che gli aveva procacciato abbondante pescagione, ed agitando i due remi si pose a vogare, traendo affannosamente frequenti sospiri.—Mi sembrate di cattivo umore, gli dissi; eppure dovreste sorridere al lago della Madonna, che vi dà gran copia di anguille, di tinche e di trote.—Oh! Vossignoria non conosce bene questi luoghi, mi rispose: qui nato, qui vivo di crucci; e mi costa molte pene questa pesca.Qui si scontano i peccati dei nostri padri: dove ora veggonsi i laghi sorgeva l'antica Avigliana.Si narra che gli abitanti fossero di mala vita, e che rifiutassero gli atti della carità cristiana verso il prossimo, anzi facessero villanie ai poveri: Dio stesso ne fece l'esperimento. In una fredda e nevosa giornata d'inverno, qui sul far della sera capitò un vecchio pellegrino, stanco dal viaggio e dal digiuno. Andò di porta in porta ad invocare per una notte ricovero e ristoro. Ebbe ripulsa da tutti, fuorchè da una vecchierella, che gli usò carità nel breve tratto di terra fra i due laghi, dove abitava.Il pellegrino era nostro Signore: il dì appresso risparmiò la casa ed il giardino della pietosa vecchierella, e punì amaramente il resto degli abitanti, tutto subbissando in queste acque, per cui udrà spesso ripetere ironicamente:Viana villana per la sua bontà l'è sprofondà.—Ma ora, io ripresi, vi dovreste confortare nella pesca abbondante e nel vivido sorriso di questi luoghi salubri.—Salubri! esclamò il pescatore tutto tremante per i brividi della febbre che lo assaliva. Ella sogna davvero. M'accorgo sempre più che per la prima volta ella visita questi luoghi. Qui l'aria è ancora infetta dei peccati della sprofondata Avigliana: Iddio non cessò di castigarla di qualche orrendo misfatto. In questo umido cielo, e nei dintorni paludosi dominano le febbri, ed io ne sono spesso travagliato. I frati pregano e benedicono le acque, ma invano; parecchi di essi sono al pari di me travagliati dalla febbre terzana.—Cercai di consolarlo, augurandogli abbondanza di pesci e serenità di salute, e gratificatolo del pronto tragitto, toccai il lido innanzi al Convento.XV.Quel convento dei PP. Cappuccini, sormontato da una cupola, sorge su d'un poggio verde di cipressi, salici ed olmi; e un'alta croce di legno gli sta d'innanzi guardiana della preghiera e dellapenitenza. Entro una nicchia difesa da cancello di ferro mormora perenne fontana, le cui acque si accolgono in petroso bacino. I villici assetati vi trovano ristoro usando della tazza assicurata al cancello e pendente da una catenella. Così come i Dervissi d'Oriente, i buoni frati d'Occidente accanto al romito ospizio offrono agli stanchi pellegrini il beneficio di acque desiderate.Io ne bevetti con soddisfazione; e le trovai fresche e grate come quelle che nell'Epiro attinsi alle fonti del Pindo, al di là del lago di Giannina. Ma le acque di Avigliana non hanno, come quelle del Pindo, la virtù vivificatrice de' carmi; perchè entrato nel Convento per una cancellata di legno, sulle pareti del vestibolo lessi a grandi caratteri quattro sonetti, dai quali ci è lecito argomentare che quivi i frati dalle loro acque non attingano la poetica inspirazione.Torcendo lo sguardo da quei quattro peccati di poesia, nel mio quaderno presi a notare la bella veduta di quei siti pittoreschi e le cose pregevoli del convento. Ma i frati mal sospettarono di me.In Manfredonia, nell'antica chiesa Sipontina, mentre si facevano scavi dispendiosi per trovare un sognato tesoro, ed io notando raccoglieva le notizie del luogo, fui preso dal volgo per un mago francese, esperto di nascosti tesori, e fui investito da sì indiscrete e minacciose interrogazioni, che a liberarmi dovettero intromettersi uffiziali di polizia, e una cospicua famiglia mi tutelò ospitalmente. Nel convento di Avigliana i frati nel 1854 non mi credettero un mago, ma un Delegato del Governo, andato a registrare le riposte loro ricchezze, sicchè il Padre Vicario con modi bruschi non cessava di ripetermi:—Nulla v'ha qui che meriti di essere notato, nulla, nulla.—Ma pure, o molto reverendo, io gli diceva, merita di essere visitata la chiesa del convento. È prezioso su l'altar maggiore il tabernacolo coperto di tartaruga, preziosa la tavola in cui sono effigiati Maria e i santi Rocco e Sebastiano. Mi permetta, ottimo Vicario, ch'io qui rimanga ancora qualche istantead ammirare ilCristo in crocedel Caravaggio e gli altri due dipinti, che voglionsi di Lionello Spada.I frati si avvidero dell'errore e tosto lo emendarono, illuminandomi con due ceri l'altar maggiore, ond'io potei davvicino guardare la Madonna, alla quale in ogni secolo si aggiunge una corona d'argento con pompa solenne. Ne ha tre la Madonna; l'ultima le fu tributata con festa di otto giorni nel 22 agosto del 1852.XVI.Avigliana.A pochi passi dal convento si entra in Avigliana, che fu turrita città piena di popolo e di commercio, seggio del marchese Arduino e dei Conti di Savoia, culla di Umberto II e di Amedeo VII detto ilConte Rosso. Ora è borgo di tre mila abitanti, che si distende da oriente a tramontana per le estreme pendici del monte, su cui veggonsi le rovine del suo celebrato castello.Nell'erbosa piazza v'ha un antico pozzo circolare a cui sogliono attinger acqua gli Aviglianesi, e per le ripide e tortuose vie s'incontrano torri, chiese vetuste, portici e vestigia di gotiche costruzioni, che attestano le glorie passate collo scudo e la croce di Savoia scolpiti in più luoghi tra i fregi de' capitelli.XVII.Addì tre dicembre del 1851 un eletto giovane, caldo di poesia e fior di gentilezza, Camillo Verdi, in sul meriggio mi accompagnava fra i deserti ruderi del vecchio castello, già segno a gravi sciagure.Invadevano il castello le armi di Lamagna ai tempi del conte Umberto III di Savoia, parteggiante per la Chiesa, nemico a Federico Barbarossa; e nel 1636, comechè difesa dal presidio spagnuolo, la rôcca di Avigliana fu assalita dai Francesi chenell'orrendo eccidio risparmiarono una donzella piemontese, disarmati dalla rara sua bellezza. Risorta la rôcca di Avigliana, fu nel 29 maggio del 1691 nuovamente percossa dai Francesi capitanati dal Catinat, al quale, si racconta, una vecchierella indicasse laPietra-piana, l'eminenza donde il Generale potè con truce fortuna investire il castello, e farne informe ammasso di rovine, per muovere dipoi al campale combattimento della Marsaglia, ov'ebbe il bastone di maresciallo.Rimangono del castello vôlte sotterranee e una massiccia muraglia con tre finestre. I gufi e le nottole fanno lor nido e stridono ove un tempo fra gli scudieri e i falconieri ferveano le virtù cavalleresche ne' tornei, nelle caccie e negli amori dei corazzati principi e guerrieri, e ne' canti de' trovadori, ed ove si agitavano le politiche imprese, che per lungo ordine di vicende prepararono il concetto rinnovatore della presente Italia.XVIII.Per una scala salii al sommo di que' ruderi, mentre d'intorno rideva tranquillamente la natura. Il verde e l'azzurro e il color di porpora splendevano nell'acque e ne' monti, e per la serena vôlta dei cieli un venticello del Moncenisio spingeva bianche nuvolette in Lombardia.Da quelle vette solitarie ad oriente io vedeva il prossimo ospizio di S. Antonio di Ranverso, e più in là il castello di Rivoli, la torre di Buttigliera e la cupola di Superga; e una grigia nebbia vivida di luce mi segnava il corso del Po lambente le falde ai colli di Torino. Verso la parte meridionale parevano sfavillare di perle e smeraldi i colli di Giaveno e i due laghi, come dalla parte nordica i gioghi del Rubbione e del Musinè e le acque della Dora; e ad occidente rividi la Sagra di S. Michele e il Pirchiriano che mi nascondeva il varco delle Chiuse, dilatando le sue ombre sulla Dora, e di là salutava le torri di Susa e le nevi del Moncenisio.Il mio compagno vedeva il brio della sua gioventù riflessonelle cose circostanti, per cui le stesse pannocchie di grano turco nelle case del borgo ci parevano tappeti d'oro pendenti dalle tettoie e dai ballatoi giù per le brune pareti. Insomma quel giorno festivo pareva un giorno di primavera venuto a rallegrarmi fra i geli del dicembre sul monte di Avigliana. Oh quanta vita intorno allo squallido castello, scheletro roso dal tempo e non più curato dagli uomini!Camillo Verdi meco ricordava il Conte Amedeo VII che, degno figlio del Conte Verde, nacque in quel castello addì 24 febbraio 1360; e acceso di nobile ardore declamava la ballata di Giovanni Prati, intitolataIl Conte Rosso, che forse il poeta immaginò, attingendo dalla vista di que' luoghi le felici sue inspirazioni. Scendendo dal monte volentieri io ripeteva col Verdi:«O voi, che languite scorati e pensosi,Poeti d'Italia, dai lunghi riposiSorgete una volta, sorgete a cantar.Tendete concordi l'orecchio devoto,Chè un'eco possente del tempo remotoSusurra sull'Alpi, passeggia sul mar».XIX.Ripetendo i versi del Prati, c'imbattemmo in quattro popolane dal volto giocondo e rosato, che cantavano sedute sul dorso d'un poggio presso il cimitero della parrocchia di Santa Maria Maggiore, la cui squilla annunziava l'ora meridiana.Quelle gaie donne erano l'espressione della gioventù che, inconscia delle miserie umane, folleggia fra le macerie della morte.Tornato altre volte in Avigliana, visitai la Chiesa parrocchiale di Santa Maria, su cui rosseggia l'acuto antico campanile. Un buon vecchio, sagrestano da trent'anni, mi additò in una cappella la Madonna effigiata in tavola da Macrino d'Alba, e facendomi osservare i due biondi angioletti appiè della Vergine irradiati di celestiale bellezza, dicevami che un Inglese avea profferto dieci mila lire per quel quadro.Forse qualcuno de' nostri filantropi ed economisti avrebbe detto a quel sagrestano, custode amoroso della patria arte cristiana: Perchè non permettere che il quadro del Macrino viaggiasse per Inghilterra, ed accettare in cambio le dieci mila lire? Con quella pecunia il Curato avrebbe potuto degnamente onorare il cimitero della parrocchia, che, povero di croci e di lapidi, pare un cimitero di scettici, e mal difeso da basso e rustico muricciuolo, sta a cavaliere della parte del paese detta ilBorgo vecchio.A dir vero, per poco che il monte franasse, o qualche valanga di nevi giù rotolasse, nelle lunghe serate d'inverno, mentre le famiglie de' villici intorno ai loro focolari novellano di streghe e spettri, non istupirei di udire un dì o l'altro, che i morti di Avigliana per i fumaiuoli e le finestre fossero entrati nelle case impaurite dei vivi.I creatori di leggende aspettano per la fortuna de' loro versi qualche simile accidente dal cimitero aviglianese.XX.Visitai pure la bella chiesa parrocchiale di S. Giovanni ristaurata nel 1846, nella cui facciata di stile gotico è figurato un gigantesco San Cristoforo. Colonnette di mattoni rossi, con simboli de' vangelisti e la croce di Savoia scolpiti nei due bizzarri capitelli reggono l'arco a sesto acuto della porta d'ingresso. Nel vano dell'arco è dipinta Maria col divin Figlio e angioletti con musicali strumenti. Nell'atrio veggonsi antichi affreschi: entro la chiesa un pulpito di legno di noce bene intagliato, e la mirabile tela in cui Gaudenzio Ferrari ritrasse la Sacra Famiglia fra i martiri Crispino e Crispiniano, cogli arnesi dell'arte del calzolaio, e segnando appiè del dipinto l'annoMDXXXV. Una tela attribuita a Guido Reni e una Vergine del Moncalvo si ammirano nella cappella, ove sono in onore le spoglie mortali del beato Cherubino Testa di Avigliana. Domandai notizie del santo quivi sepolto, e il curato della chiesa mi rispose:—Cherubino Testa fu monaco Agostiniano, esempio di carità.Un dì gli si convertirono in rose i pani che distribuiva ai poverelli. Il cadavere di lui fu trovato con un giglio che gli usciva dal cuore.XXI.Di molto pregio eziandio è la chiesa di S. Pietro, alla quale accompagnandomi un sacerdote, mi fece passare innanzi alla casa un tempo del Montabone, e all'angolo di essa mi accennò le finestre della stanza in cui ospitò Papa Pio VII, quando prigioniero era condotto in Francia. Interrogai il sacerdote se in Avigliana era rimasta sacra la ricordanza del passaggio del Papa.—Oh! certamente, rispose un buon vecchio che veniva in compagnia del prete. Si racconta che allora i nostri laghi per solito non davano trote; ma nel dì che ospite avemmo Pio VII, il lago di Santa Maria ne diede trenta libbre, che furono presentate alla mensa del Prigioniero Apostolico dal nostro Carlo Montabone allora sindaco di Avigliana.All'estremità del paese prossima ai laghi fui guidato per erbosa gradinata alla chiesa di S. Pietro sormontata da tre torricelle commesse di mattoni, e col S. Cristoforo dipinto sulla facciata, del quale rimane soltanto parte della testa. Nel tempio v'ha l'effigie del merlato castello di Avigliana con quattro torri e pregevoli affreschi, in parte nascosti da intonaco di gesso, e un pertugio che vogliono abbia servito agli oracoli del Gentilesimo, quando quella Chiesa era delubro della dea Feronia, la Dea dei boschi ricordata da VirgilioViridi gaudens Feronia luco.Avigliana la ricorda in un suo quartiere denominato tuttavia regione Feronia, e Vincenzo Monti la celebrò splendidamente nella sua Feroniade.XXII.La Festa della Pentecoste.Il sacerdote, mio cortese Cicerone, avvertendo ch'io notava molte cose vedute od udite, mi disse:—Fareste assai bene di registrare fra le vostre memorie la nostra festa della Pentecoste, la più grata di Avigliana.—Ben volentieri lo farò, se voi avrete la bontà di narrarmene i particolari, gli risposi.Allora il sacerdote mi condusse dirimpetto alla chiesa di S. Pietro nel vasto cortile degliAllais, sotto la tettoia affumicata, in cui tremolavano rami di edera, e v'erano carri e manipoli di fieno ed altre masserizie.—Tutto questo ingombro vien tolto la vigilia della Pentecoste, esclamò il sacerdote. Questo luogo, abbarrato pel buon ordine, vien conceduto ai preparativi della festa. Entro i buchi della muraglia affiggonsi pali, cui si appendono, assicurate con uncini a ferree collane ad uso de' bestiami, trenta lucide caldaie piene d'acqua, di fagiuoli e ceci.—Ma, io interruppi impaziente, chi dà tutta codesta roba?—È elemosina del popolo, ripigliò il prete. Quattro confratelli della parrocchia di S. Giovanni, tre volle all'anno, girano per le case a questuare grano, meliga, legna e danaro; e tutto viene convertito nella compera de' prescritti legumi per il convito della Pentecoste. E perchè quanti ne mangeranno abbiano la salute dell'anima e del corpo, il parroco di S. Giovanni in rocchetto e stola e con seguito di altri preti viene a benedire la pia imbandigione.Compiuto il rito della benedizione, si appicca il fuoco alle legna accatastate sotto le trenta caldaie fra la pubblica allegrezza. Dei confratelli della parrocchia destinati a preparare il convito,chi pensa al lardo ed ai polli, chi attende ai ceci ed ai fagiuoli, altri alle legna ed al fuoco, e tutti sono affaccendati intorno alle caldaie che ardono sino a mezzanotte. Nel mattino della festa il popolo accorre impaziente con vasi di legno e di creta per avere ciascuno la desiderata porzione. Non vi parlerò delle scodelle e marmitte che cadono o si spezzano in quella pressa di gente, nè di qualche povera vecchierella che a stento si fa innanzi e aspetta ansiosa il momento propizio per alzare con mano tremante il suo recipiente ed avere la sua porzione. Finiscono coll'averne tutti, e ai signori principali del paese i confratelli hanno cura di portare in casa la loro parte; e così in quel giorno solenne il popolo nostro gode fraternamente del medesimo pasto.Antica usanza è questa che prova, come all'ombra dell'altare cristiano sia sempre stato protetto il diritto di congregarsi. Gerusalemme ogni anno con banchetti celebrava l'anniversario della dedicazione del tempio: così Avigliana col banchetto della Pentecoste celebra annualmente la fratellanza umana.—Registrai la festa descrittami dal sacerdote, perchè amo le religiose costumanze che giovano a ravvivare la concordia delle genti. Ed ora l'agape della Pentecoste mi fa ricordare l'agape dell'amicizia, che nel 15 ottobre 1861 mi diede l'ultima volta il nostro rimpianto Norberto Rosa nel suo amenissimo podere della natale Avigliana, da lui denominato ilCantamerlo.XXIII.Norberto Rosa e il Cantamerlo.Quel podere sostenuto dai baluardi dell'antico castello è una bella casa con fregi e porte di stile gotico, e con una torre ottangolare coronata da otto merli biforcati, dipinti in rosso. Intornoalla casa su le rupi del monte ridono campi fertili e fiorite aiuole; e gelsi, pampini ed allori verdeggiano fra i rosai.«Il Cantamerlo è un piccolo podereFra campo e vigna e un po' di bosco in fondoCon una casa colorata in biondoE nel mezzo una torre o belvedere,Donde si può d'una vista godere,Che la più bella non si gode al mondo,La Dora, i laghi, cento ville a tondo,E la Sagra e Superga infra le sfere».Così giovialmente lo descriveva il caro Norberto; e nella vôlta della torre, in lieta cameretta, mi additava figurato su di un ramoscello di edera il merlo, da cui piglia nome il fantastico suo podere; e frattanto ci allietava il soave mormorio delle acque della Dora, che scorrono in verdissimi prati tra filari di pioppi e salici.Norberto Rosa, dirò col suo biografo, il Borella,è stato uno di quegli uomini che non si ricordano mai abbastanza, siccome modello di virtù pubbliche e private. Visse onoratamente nell'esercizio del fôro; e, facile all'ironia, la usò molte fiate con rara felicità in verso e in prosa. Dall'anno 1840 cominciò a scrivere nelMessaggiere Torinese, e continuò quando in questo e quando in quello de' diari più popolari d'Italia la sua vita di brioso scrittore.Il primo plebiscito del regno d'Italia fu il felice concetto di Norberto, cioè la soscrizione deicento cannoniper la fortezza di Alessandria, che promossa pure dallaGazzetta del Popolo, fu preparazione ai trionfi dell'unità italiana.Consorte e padre de' più amorevoli fu il nostro Norberto, ed amico sincero. Io lo provai, che, eccitato da' suoi incoraggiamenti, presi a descrivere la valle della Dora, da lui onorata. Egli mi aveva accompagnato col consiglio e talvolta di persona dalla sorgente del patrio fiumicello sino alla Sagra di S. Michele.Nel giugno del 1862 egli mi aspettava nel suoCantamerloepreparava preziose notizie a fecondare il mio lavoro. Ahimè! mi giunse in Torino la notizia della sua morte, e la penna con cui descriveva le regioni della Dora mi cadde di mano sulle pagine bagnate di pianto, nè più seppi ripigliarla, se non quando le recenti calamità toccate al Piemonte mi consigliarono a dire qualche parola di conforto a questa magnanima terra subalpina, gravemente offesa.Ben meritò il lagrimato amico che di lui scrivesse Giuseppe Revere:Schietto il cor, mesto il labbro, e il ratto ingegnoRicco di argute fantasie giocondeEbbe questi che morte ora n'asconde,Non ancor giunto al suo maturo segno.Amò l'Italia, . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .Amò l'alpe natìa donde s'affrettaLa Cozia Dora a disposarsi all'acqueDel fiume che il suo mare alto richiede.Amò quell'arte che pungendo alletta,Nè giammai per paure il vero tacqueCui sacrava l'intrepida sua fede.XXIV.L'ottimo Norberto Rosa mi parlava spesso dei miglioramenti introdotti nell'amministrazione della provincia di Susa, e si doleva che dalla sorgente della Dora sino a Torino non ancora fosse instituito un Asilo infantile, che, abbattendo volgari pregiudizi e diffondendo i germi di una saggia educazione, preparasse ai figli del popolo un avvenire degno dell'uomo.Egli si era più volte adoperato a dotare di un Asilo le rive della Dora; ma egli è morto, senza che i suoi voti fossero esauditi.Un dì mi disse: "Va a confortarti di tale mancanza in Giaveno, ove vedrai un Asilo infantile fondato nell'agosto del 1859."XXV.Giaveno.Lasciando per qualche ora le acque della Dora, nell'autunno del 1857 mi condussi lontano tre miglia al sud-est da Avigliana; e giunto alle rive del Sangone mi annunziarono Giaveno le mura cadenti de' tempi feudali e tre torri merlate, e il torrente Alasio che, scorrendo per le vie del paese, ricrea col murmure e colla lucidezza delle acque i sette mila abitanti, come un tempo la Dora Riparia per l'ampie arginate vie di Torino.Visitai il seminario, poi collegio vescovile, di ventiquattro alunni, e vidi nel refettorio i ritratti dei cardinali Ferrero e Gerdil, e una lodata tela in cui è raffigurato Cristo che lava i piedi a S. Pietro; e quivi ricordai monsignor Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, che proponeva nel 1854 di convertire quel seminario in sede della Missione italiana per i cristiani d'Oriente. Concetto altamente religioso e civile fu quello del Renaldi, e, quando l'Italia e la Chiesa torneranno in pieno accordo, dovunque esso metta radice, sarà sempre potentissimo mezzo perchè la nostra nazione eserciti la sua civiltà in Oriente col protettorato dei Cristiani, degnamente emula della Francia.Due scritte trassero la mia attenzione in Giaveno. L'una sulla chiesa parrocchiale intorno al quadrangolare campanile che dice:Jam venit specula Pœnus, con le quali parole Giaveno dà l'etimologia del suo nome, asserendo colà Annibale essersi fermato non appena ebbe superato il passo delle Alpi.Lascio agli archeologi le indagini intorno a tale asserto, e lascio di buon grado a Gaudenzio Claretta[27], zelante illustratore di quei luoghi, il provare che la leggendaJam venitnon è sancitadalla critica. Con affetto io mi volgo all'altra scritta,Asilo infantile, che spicca sulla facciata di un bel fabbricato con verone di ferro.Quell'Asilo fu aperto colla rendita di circa tre mila lire, che si traggono da legati ed azioni di soscrittori. Il teologo prevosto Arduino donò a tale scopo quarantaquattro mila franchi, e il Cav. G. B. Franco concesse per alcuni anni gratuitamente l'uso d'una sua casa al pio instituto.Il teologo Morelli, additandomi quella scritta, ben altrimenti che colJam venitdella cattedrale, mi prediceva la futura vita intellettuale di quattrocento fanciulli di ambo i sessi, che si sarebbero accolti nell'Asilo, diretto da tre monache dell'instituto Cottolengo.Per tal modo le manifatture di ferro, le concie di pelli, le filature di seta e le cartiere, mantenute dalla forza motrice del Sangone, industria e ricchezza di Giaveno, saranno frequentate da operai onesti e intelligenti.Queste osservazioni io faceva nella principale cartiera del Cav. G. B. Franco, fra cento operai, presso la bellissima macchina ivi posta fin dal 1839; e perchè l'esempio di Giaveno trovasse imitatori, queste cose io ripeteva tornando dal Sangone alla Dora per visitare un antico Asilo di carità cristiana.XXVI.S. Antonio di Ranverso.Tra Avigliana e Rivoli, vicino a Rosta, è un luogo che fu chiamatoRivo Inverso, e che oggidì, per le alterazioni che il volgo e il tempo vengono portando ai nomi propri, è dettoRanverso. Quivi nel 1181 due fratelli di santa vita, monaci spedalieri, Giovanni e Pietro, ponevano mano alla costruzione d'una chiesa e di uno spedale per la cura di quegli infelici ch'erano tocchi dall'erpete orribile, denominatafuoco sacro, che in breve consumava le membra che n'erano tocche.Quel morbo crudele spesso infieriva nei secoli undecimo e duodecimo, e a Sant'Antonio della Tebaide, come a sperimentato protettore, s'indirizzavano preghiere e voti per esserne liberati: e perciò da quel santo s'intitolarono i monaci spedalieri, istituiti nel 1095 da Gastone, uomo di grande autorità, in Vienna del Delfinato, dove fu trasferito ed avuto in grande onoranza il corpo del santo Abate del deserto. Essi vestivano abito nero, e portavano alla parte sinistra del petto ilTau, segno mistico della potenza, che era una croce senza capo, di panno ceruleo, raccomandato ad un nastro sovra la cappa.Questi monaci dal loro patrono presero nome di Antoniani, ed il beato Umberto III di Savoia da loro invocato si porse benigno a soccorrerli. Il 27 giugno pertanto del 1181 quel munifico principe concedette ai monaci di Ranverso una grande distesa di terreni, franchigie di pedaggi e dazi, e proprietà di molini e giurisdizione sugli uomini che abitassero ne' possedimenti degli Antoniani; il che venivali a costituire in grado di baroni. E tali cose donò e concedette a richiesta ed istanza del suodiletto e caro Giovanni, e di Pietrofratello del medesimo.E chi era questo diletto del beato Umberto? Non poteva essere per certo un uomo volgare, che egli non avrebbe posto l'affetto suo in un dappoco. Conveniva pertanto che quel Giovanni fosse segnalato o per dottrina o per pietà: e vedremo che fu tale per l'un titolo e l'altro.XXVII.Le memorie di Ranverso e di quel Giovanni, che n'ebbe il governo, la veduta dell'antica chiesa di severo stile, del monistero a due piani murato a ridosso di verde ed amena collinetta volta a tramontana, e dell'edificio che già fu spedale di pellegrini, mi porsero invito a visitare que' luoghi in un bel mattino d'agosto (1865); e mi fermai in sulla piazzetta fra lo spedale e la chiesa pensando al sentimento religioso che ne consigliò l'erezione.Gli Antoniani cessarono d'esistere, eS. Antonio di Ranversoora è commenda che appartiene all'ordine dei Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il monistero annesso alla chiesa è abitato solamente dai cappellano e dall'economo che presiede agl'interessi della Commenda.Lo spedale non conserva d'antico se non la bella gotica porta che mette al giardino, ed il luogo è quasi deserto. Incontrai alcune guardie forestali dell'Ordine Mauriziano, e nell'ospizio, ove un tempo si vedevano raccolti viandanti stanchi ed infermi, trovai una pia fittaiuola di Avigliana, che vincendo di ospitalità il brusco economo, mi accolse con atti cortesi nella povera ed unica sua stanza fra due bimbi e cani e gatti e polli. Quella madre dei due bimbi stese una bianca tovagliuola sulla rustica tavola, e mi porse una tazza di caffè e latte, col pan bigio di campagna.Ed io ne fui lieto come a lauto desinare.XXVIII.Il cappellano di Ranverso, Luigi Quartino, era andato al paesello Rosta, e non appena tornato mi riconobbe festivamente per il poeta di cui aveva udito i versi improvvisi nel verno del 1837, alunno nel seminario di Nizza.Quel bravo sacerdote volle essermi guida su per l'ampia scala, e ne' corridoi del grandioso monistero, ed introdottomi nelle sue stanze mi aperse libri e notizie manoscritte da lui raccolte, importanti alla storia del luogo; e mostrommi la lista araldica di cinquanta stemmi di maestri ed abati dell'Ordine Antoniano, ch'egli fece trarre dalle pareti del chiostro e colorire con molta diligenza.Io ne segnai gli appunti in un quaderno di memorie, e già sulla soglia della piccola sua biblioteca io stava per uscire col cappellano e visitare la chiesa, quando m'imbattei a faccia a faccia con un prete francese, che già aveva conosciuto a Lione dal 1838 al 39, fra i più venerati e dotti amici dell'Ozanam,cui andiamo debitori di rare opere di letteratura storica e religiosa.Deggio tacerne il nome per obbedire alla soverchia sua umiltà e modestia.XXXIX.—Oh Regaldi! sclamò il prete francese cingendomi il collo delle sue braccia.—Oh! signor abate, risposi io facendo altrettanto. E stemmo alcun tempo guardandoci l'un l'altro con sorriso di gioia.Alla fine l'abate prese la parola e mi disse:—Mio caro, il proverbio non falla: i monti stan fermi e gli uomini s'incontrano.—Oh! senza dubbio, risposi, con lui rientrando nella biblioteca al dolce invito del cappellano, e ci sedemmo l'un presso l'altro in vecchi seggioloni a bracciuoli.—Gli uomini, seguitai a dire, si muovono e s'incontrano. Io incontrai l'ultima volta il nostro rimpianto Ozanam nel 1841 in Sicilia, innanzi alle storiate porte di bronzo della basilica normanna di Monreale, e in certe antiche parole di quella porta salutammo insieme gli esordi della lingua che divenne tanto armonica e divina nel poema dell'Allighieri, di cui egli fu sublime interprete filosofando cristianamente. Ed ora incontro voi (e ne ringrazio il cielo), suo degno amico, pure innanzi a cristiano monumento, in luoghi ricchi di memorie religiose e guerresche.Dacchè ci siamo conosciuti volsero molti anni, ne' quali ho corso l'Oriente studiando la storia del Cristianesimo e i fasti della cavalleria latina.—Ed io, ripigliava egli, ho corso ormai tutta Europa, rovistando gli archivi polverosi, per suscitare nomi e storie d'insigni francesi che portarono fra gli uomini la fede, la scienza e la civiltà.Spesso mi chiudo e vivo nella solitudine de' chiostri, e noncercando i rumori della fama, colla pubblicazione di memorie anonime mi compiaccio di rivendicare a' miei antichi ciò che loro è dovuto: e qui, poco discosto dalle Chiuse, qui dove suonano gl'imperituri nomi di Pipino, di Carlomagno e di Rolando, non può a meno che non si rinvengano le notizie di qualche nostra gloria, di cui siansi giovate a vicenda la Religione e la Civiltà.—Ciò diceva con quel fare enfatico, proprio de' Francesi, che cercano la loro patria in ogni terra, e fiso aspettando da me una risposta.—Oh! ripigliai sorridendo, qui nel chiostro di Ranverso non credo che i vostri Franchi abbian lasciato veruna memoria. Il convento e la chiesa sono del secolo duodecimo, e debbonsi ad un Umberto di Savoia ed a Giovanni Gerso.
CAPITOLO QUARTODAL PIRCHIRIANO A TORINOI.Sant'Ambrogio.—Sì signori, se la Sagra di San Michele si murò sul monte Pirchiriano lo dobbiamo ad un miracolo.—Ed ove invece doveva murarsi?—In cima a quest'altro monte che gli sta a riscontro, e che chiamiamo ilPicco di Celle.—Oh! narrate, di grazia, come avvenne il miracolo.—Ecco. La Sagra, come dissi, aveva ad innalzarsi nel Caprasio, sul Picco di Celle; ma i maestri muratori avendo quasi lavorato tutto il primo giorno per piantare le prime fondamenta, tornati il dì dopo per proseguire l'opera, più non trovarono traccia dei lavori del giorno innanzi. Pietre, mattoni, sabbia, calce, attrezzi, tutto era sparito!—Oh!—Allora l'architetto fece ricominciare il muramento con nuovi materiali e nuovi strumenti, e venuta la notte, ordinò che gli operai dormissero tutti quanti sul lavoro. E così fu fatto. I maestri muratori colla cazzuola e il martello in mano, si coricarono quali sur un mucchio di sabbia e quali sui muri stessi; e i falegnami si sdraiarono lunghi e distesi, chi sulle travi e chi sui loro banchi, impugnando una sega, una pialla, e via dicendo.—E la mattina seguente?—Destati alla dimane, invece di trovarsi sul Picco di Celle, si trovarono sul monte Pirchiriano in quella medesima positura, in cui si erano addormentati la sera.—Possibile!....—Qual cosa è impossibile a Dio?—Avete ragione.—Io vi ho narrato il miracolo così alla grossa, ma saliti alla Sagra, troverete nella chiesa, nel coro antico dei PP. Benedettini, una pittura che vi spiegherà tutto ciò per minuto.—Questo dialogo io raccoglieva nel borgo di Sant'Ambrogio, un mattino di settembre del 1854, mentre stavo aspettando una cavalcatura per salire alla Sagra; e fui ben lieto di cominciare con sì buoni auspici la pia pellegrinazione.Ogni angolo del mondo ha qualche cosa meritevole di ammirazione. Ne ha pure il modesto borgo di S. Ambrogio, che è cinto di mura diroccate, conta 1400 abitanti, sparsi in tre quartieri, divisi un tempo da tre archi, ora caduti. Ebbe tre torri, e ne rimangono due; e la sua chiesa parrocchiale serba in onore le ceneri del santo patrono, Giovanni Vincenzo di Ravenna, ed arcivescovo della città natale, stando alle notizie dei due antichi breviari in pergamena, con miniature, conservati gelosamente nell'archivio parrocchiale. I due breviari precedono il secolo decimoquarto, non però il mille duecento e sessanta, quando Papa Urbano IV stabiliva l'officiatura e la festa delCorpus Domini, indicata in que' codici che cominciano così:In nomine Domini, amen.—Incipit breviarium secundum consuetudinem monasterii Sancti Michaelis de Clusa.Queste cose mi diede a vedere con molta cortesia Giambattista Morelli, dal 1832 prevosto di quella parrocchia, de' più autorevoli ed eloquenti sacerdoti in Val di Susa.II.La Sagra di S. Michele.A dieci miglia da Torino, nella Valle della Dora, a guisa di promontôri irti e scabri, sorgono due monti, Pirchiriano e Caprasio, che separati dalle acque del fiume si guardano davvicinofra mezzodì e tramontana, come se da potenza misteriosa dovessero venir congiunti per impedire all'avido straniero l'entrata in Italia. I due monti abbondano di leggende, e specialmente il Pirchiriano per la famosa Badìa che gl'incorona il capo, già abitata da monaci Benedettini, ed ora da preti Rosminiani, uno de' quali mi è stato benevola guida al salire.Quel Rosminiano, Clemente di nome, avea in cervello tutte quante le cronache e tradizioni del Pirchiriano e de' luoghi circostanti, e mi aperse i tesori della sua erudizione.—Sino dal secolo nono dell'êra cristiana, egli mi diceva, le nostre giogaie furono abitate da penitenti cenobiti, che sulle cime di questo monte costruirono un oratorio all'Arcangelo S. Michele. Invitato sullo scorcio del decimo secolo a consacrare l'oratorio, venne Amisone vescovo di Torino. Si narra, che nella notte precedente alla consacrazione, a lui ed ai molti del suo seguito dormenti in Avigliana apparisse vivida luce sull'Oratorio e per le rupi del monte; e che pieno la mente di tal visione il vescovo, giunto all'Oratorio, incontrasse schiere luminose di angeli con insegne pontificali, e una colomba, che scesa dal cielo volava intorno all'alpestre tempietto. Entrato nella chiesuola vide i candelabri per prodigio accesi, e il pavimento sparso di cenere, e su le pareti le croci stillanti di olio, e l'altare eretto dagli angeli tutto fragrante di balsamo e d'incenso e radioso di luce sovrumana. Allora il buon vescovo si chiarì che il tempietto di S. Michele era stato già dagli angeli consacrato, ond'egli ne rese grazie a Dio, offerendogli il santo sacrificio della messa su l'altare taumaturgico.—Voi davvero mi narrate mirabili cose, io lo interruppi: ma da qual fonte mai traeste codeste memorie?—Non v'ha alcun dubbio intorno alla consacrazione degli angeli, ripigliò il prete Clemente: ne parlano con fede la Cronaca Clusina e la Malleacense, e l'Ughelli ed Agostino della Chiesa e il Terraneo ed altri gravi scrittori la confermano; ed anzi vi aggiungerò che i devoti della Valle qui concorrono ogni anno a celebrare il 29 maggio, giorno del miracolo.Ma se desiderate udire altro di questi luoghi, vi narrerò cose non meno mirabili, che vi tempreranno le noie dell'aspra salita.—Sì sì, proseguite, ve ne prego, io gli risposi.—Ebbene udite. Fra i cenobiti che assistettero alla costruzione dell'Oratorio di S. Michele vuolsi ricordare il santo romito di Ravenna, Giovanni Vincenzo. Il bravo prevosto di S. Ambrogio vi avrà fatto leggere nei codici membranacei dell'archivio parrocchiale, che Giovanni, essendo arcivescovo di Ravenna, nel conferire la cresima dimenticò il fanciullo di una povera vedova, il quale morì senza il sacramento della confermazione. L'arcivescovo ne fu addolorato, e colla preghiera ottenne da Dio la risurrezione del fanciullo, onde lo potè rendere, subito cresimato, alla madre. Salito in fama di santo per così segnalato miracolo, a fuggire le tentazioni della vanità, lasciò il seggio episcopale e si chiuse nella solitudine delle Alpi. Visse penitente sul Caprasio e poi tramutossi al Pirchiriano fra i cenobiti di S. Michele. Vien tuttavia ricordato sul Caprasio da una cappella alla B. Vergine, ch'egli eresse, e lo ricordano le sue spoglie mortali venerate nella chiesa di Sant'Ambrogio. Ma la più splendida memoria di lui è la Badìa, di cui lassù appariscono le rovine, che fu edificata col suo consiglio e patrocinio.A que' tempi fu veduto salire per questi greppi un francese di grande autorità, Ugone di Montboissier, gentiluomo dell'Alvernia, detto loScucito. Avea seco la sposa Isengarda e sèguito numeroso; e veniva da Roma, dove erasi prostrato innanzi alla tomba degli Apostoli ad invocare dalla Chiesa perdono di gravi peccati. La Chiesa gli perdonò, ingiungendogli a penitenza, o di vivere sette anni esule dalla patria, o di edificare sulle Alpi un monistero.—Edificherò un monistero—egli disse; e secondando la voce del cielo, ed animato da angeli apparsigli in sogno, venne fra queste Alpi, e andò sul Pirchiriano a richiedere di consiglio il romito Giovanni. Lascio nella loro integrità le pie tradizioni del luogo, per cui vi dirò che il signore d'Alvernia, giunto a questi dirupi, franto dai disagi delle salite e bisognevole diristoro per sè e i suoi, aveva soltanto un'ampollina di vino, che però benedetta dal romito Giovanni si converti in vena inesauribile da dissetare la stanca compagnia.Ugone d'Alvernia a tale prodigio sempre più si accese nella deliberazione di erigere il promesso monistero presso il miracoloso Oratorio, spendendo in tale impresa i molti suoi tesori, coll'assistenza del romito Giovanni, e coll'assenso di Arduino marchese d'Ivrea, dipoi re d'Italia, sedente allora nel castello d'Avigliana.Sorse infatti sul finire del decimo secolo, o nei primi anni dell'undecimo il magnifico monistero, cheAbbazia della Stellafu nominato, edAbbazia di S. Michele della Chiusadallo storico paesello alle falde occidentali del monte, e più comunemente per antonomasia laSagra di S. Michele.Papa Silvestro II, compiacendo al vescovo Amisone, fu largo di privilegi alla Badìa di S. Michele che, per le donazioni de' fedeli cresciuta di ricchezze, colla preghiera e coll'opera de' suoi trecento monaci Benedettini si segnalò per santità e dottrina fra le quattro prime badìe d'Italia, emula delle più cospicue nella cristianità.—Mentre queste e simili altre cose mi andava raccontando il prete Rosminiano, io non soddisfatto della cavalcatura salivo a piedi, soffermandomi di tanto in tanto a guardare i pittoreschi dintorni, e pensavo che gli scrittori di que' luoghi farebbero meglio a distinguere la schietta storia dalle vane leggende, che ad accozzare un indigesto ammasso d'incondita erudizione, come fece l'Avogadro nella suaStoria dell'Abbazia di S. Michele[23], per cui si direbbe ch'egli fosse un cronista de' tempi barbari, anzi che uno storico nella piena luce del secoloXIX.III.Dopo un'ora e mezzo di aspro cammino fra selve di castagnigiungemmo alle cime del monte; e quivi su d'uno spianato vidi gli avanzi di un piccolo edifizio ottangolare, antico sepolcro de' monaci, di maniera moresca nelle nicchie e finestruole. Passando oltre, avrei immaginato di appressarmi alla fantastica dimora delle fate, se già non avessi saputo di trovarmi in cospetto alle gigantesche mura della Badìa, in parte risparmiate dal tempo a testimoniare l'ardire dei primi edificatori di tanta mole, monumento bizzarro e massiccio, monastico e feudale, su gli acuti vertici del Pirchiriano.Trasportiamoci col pensiero sulle Alpi, quando incerti e male agevoli erano i passi chiusi da foltissime selve, e temuti castelli facevano paura ai minacciati viandanti. Il popolo facile per l'indole sua a dar fede al maraviglioso, vedendo sul Pirchiriano sorgere l'edificio di colossale struttura, con ponti levatoi, torri e bastite, dedicato all'Arcangelo Michele, nella sua ingenua ignoranza reputandolo superiore all'industria umana, lo avrà facilmente creduto lavoro de' celesti, origine alle leggende e alle frequenti visioni.IV.Entrato per una porta coperta di ferro e salendo per tortuosa via fra acacie e ginepri virginiani e per diversi ordini di scale, giunsi ad altra porta che mette nel cenobio.Le reliquie di antichi dipinti, le grigie pietre quadrangolari bene commesse, e i due pilastri su cui poggia l'arco della porta a tutto sesto, i bizzarri loro capitelli con leoni nei tre lati rozzamente scolpiti, gli uni addossati agli altri e avviticchiati nelle code, imprimono nell'alta facciata del monistero una cupa severità, sì che nell'ingresso del chiostro ci si presenta l'immagine veneranda e temuta del vecchio abate con pastorale e spada. Ma nel prossimo terrazzo l'anima del pellegrino viene rallegrata dalla varia ed amena vista di gioghi e valli, torri, paesi ed acque. Due volte in quel terrazzo vidi sorgere il sole dalMusinèe irradiare il vicino montePelato, così detto dallecime spoglie di alberi, e il Caprasio santificato dalle benedizioni del Romito di Ravenna, e la Valle Rubiana fra il Caprasio e il Pelato. E più lunge io vedeva illuminarsi i ridenti ed impomati colli che, altieri della funerale basilica di Soperga, ad oriente incoronano la vetusta metropoli dei Subalpini; e nella sottoposta valle fra il Pirchiriano e il Caprasio, solcata dalla strada di ferro, fra tanta varietà di luoghi io salutava tutta sfavillante di luce la Dora Riparia che a vasti piani è dispensiera di vita, avvegnachè talvolta soverchiante d'acque rompa gli argini, e impetuosa divori le gioconde speranze dell'agricoltore.—Oh! quanto diverso sarà stato l'aspetto di questa valle della Dora, quando il sistema feudale copriva i gioghi circostanti di castella, e multiformi signorie opprimevano le genti! (io esclamai la prima volta che il Rosminiano mi condusse al terrazzo, sul limitare della Badìa).—Ben vi apponete, egli mi rispondeva: gagliardi baroni se ne dividevano il dominio, e l'abate della Sagra di S. Michele era de' più autorevoli, cinto dal potente clero e dagli armigeri, sicuro nelle vigili mura della colossale Badìa, e tenendo in soggezione i molti vassalli eziandio col castello a cavaliere di S. Ambrogio, del quale vedeste non ha guari i cadenti merli. A lui obbedivano cento e quaranta fra badìe e chiese, ed egli, vestendo corazza e stola, benediceva la potestà laicale, beata nella virtù del sacerdozio.—V.In seguito il prete Clemente mi diede altre singolari notizie, per le quali la società del medio evo mi si presentò non beata, come parve al Rosminiano, ma afflitta da contendenti signorie, che non di rado tinsero d'umano sangue le acque della Dora.Gettandomi colla mente nel labirinto delle giurisdizioni feudali, ricordai i principali signori di quei dintorni, ed ora noto i nomi di parecchi, che appresi dal conte Cibrario, tanto benevolo all'autore di queste pagine.I Provana con titolo comitale ebbero in signoria Almese ed Alpignano, e il contado di Caselette fu dei Cauda, poi dei Cays, e quello di Chianocco appartenne ai Grossi ed ai Carignani, e dei Tomatis fu il castello di Chiusa. Chiavrie era dei Somis, che diedero alle lettere italiane un conte, dottissimo filologo, ed Exilles fu dato ai Bertola, de' quali primo conte fu il celebre Antonio, ingegnere, che costrusse le difese di Torino nel 1706. Gli Agnes furono conti di Fénil, di Rosta i Carron, i Niger lo erano di Oulx, di Foresto i Vivalda, e di Val della Torre i Caselette. Di Rubiana erano conti i Chiavarina, di S. Antonino i Pullini, che ebbero un abate, economo generale, ricordato per un bel museo da lui raccolto, ed ebbero un cardinale i Bottiglia conti di Savoulx. Marchesi di Frassinere furono i Bonaudi, e di Giaglione i Ripa, e i Groppello conti di Borgone vantarono un celebre uomo di Stato, cui son dovute le principali riforme economiche di Vittorio Amedeo II. Il feudo di Trana fu dei Gastaldi, Orsini e Gromis. Villarsamarco era feudo dei Mistrotti, e quello di Villarbasso fu degli Ambrosii, d'Angennes, Mistrotti; Pianezza appartenne al conte Martinengo nel secolo XVI; dipoi fu marchesato di donna Matilda di Savoia e de' discendenti da lei; e Reano era contado dei principi del Pozzo della Cisterna, dai quali riconosce la costruzione della gotica chiesa parrocchiale, adorna di bei dipinti. Giaveno fu della Badia di S. Michele, poi feudo di Brichanteau; e i Bertrand di Monmegliano, potenti e prepotenti baroni, cagione di molti travagli agli abati di S. Michele, furono conti del memorabile castello di Brusolo, ove nel 1610 seguì tra il Piemonte e la Francia il trattato, pel quale Enrico IV prometteva a Carlo Emanuele I la Lombardia, alto disegno rotto in allora dal pugnale di Ravagliacco, ma ricomposto e adempiuto ai dì nostri col trionfo del sangue latino. Baratonia fin dal mille fu capo di un viscontado, ed Avigliana ebbe a signori i Carron marchesi di Santommaso, famiglia che vantò nei secoliXVIIeXVIIItre generazioni di ministri, e da ultimo il marchese Felice, storico di nobile ingegno e d'indole preclara.A questi nomi dovremmo aggiungere altri molti di vescovi ed abati, onde organavasi in Val di Susa il consorzio feudale, frastagliato di tante e sì diverse giurisdizioni, che inceppavano il commercio e le industrie ed impedivano lo svolgimento del vivere libero e civile.VI.Che strano e disonesto brulichìo di baroni contendenti e contristati vassalli! Il medio evo fu il barbaro trionfo dell'ignoranza armata. Il disordine di que' tempi vien significato dall'istessa irregolare costruzione dell'edifizio, foggiata negl'irregolari picchi del monte; ed io lo vedeva espresso eziandio nelle strane figure intorno ai capitelli ed alle basi così delle ritte che delle ritorte colonne, miscuglio di arte romana e gotica, fatto più bizzarro dai ristauri di età posteriori. Visitiamo la Badìa a parte a parte. Facciamoci intorno all'enorme pilastro che ricorda quelli d'Egitto, e regge le vôlte principali dell'edifizio; saliamo e scendiamo nei tortuosi angusti andirivieni del monistero, per le alte scale intagliate nella roccia, sotto gli archi della chiesa, de' corridoi e delle grotte, qui fra lapidi impresse di gotici segni e di stemmi gentilizii, là fra teschi accatastati e fra cadaveri ritti entro nicchie, semicoperti da cenci, ed abbracciati alla croce, mummificati dal vento del Moncenisio, che perpetuo percuote quelle vette; e fra tanto sacro orrore sentiremo nell'animo il peso dei tempi feudali.Che dirò d'una sera che, rischiarato da fiaccole per l'ampia scalinata, fra sepolcri e scheletri tornai ad affacciarmi alla mirabile porta del vestibolo, per cui si sale al tempio? Colonnette di marmo a diversi colori, attortigliate, cilindriche, ottangolari con base e capitello di varia foggia reggono quella singolar porta a tutto sesto, adorna di fregi e meandri in basso rilievo intagliati con ogni sorta di vezzi e fiori intrecciati, e coi dodici segni del zodiaco ne' pilastri. Ai quattro angoli d'una base di colonna sono scolpiti quattro grifoni, e ai quattro angolid'un'altra base quattro leoni, di cui l'uno morde la coda all'altro. In un capitello sono raffigurate aquile, che afferrano un cerchio, in altri veggonsi uomini furibondi che si accapigliano, e serpenti che si avviticchiano ai martoriati, lor dando di morso, come i serpenti punitori dei ladri nell'inferno dantesco. Che più? Uno de' capitelli rappresenta Caino in atto di uccidere Abele, e in un altro si vede Sansone scrollante le colonne del tempio. Io riguardava pieno di stupore. La luce delle fiaccole balenava nelle mummie, nelle lapidi e nelle simboliche figure delle colonne; ed io andava fantasticando che mai significare potesse quella gran porta abaziale. Qual fosse il concetto dell'artista del medio evo non saprei dire; ma io poeta nelle sculture della porta immaginai rappresentate le discordie e le prepotenze della barbarie; e vidi il Caino del feudalismo che prostrava il misero popolo, l'Abele della borgata; e nel Sansone caduto fra le rovine del tempio de' Filistei io vedeva il feudalismo sfasciarsi fra i combattuti castelli e le ire dei vassalli.VII.In mezzo ai terrori del medio evo non di rado i monisteri furono asilo di pace e di santità, e sede nobilissima della scienza. Tale fu quello di S. Michele della Chiusa. Basti ricordare i preclari uomini che lo fondarono, governarono e protessero, e tosto all'ingresso del cenobio voi vedrete svolgersi ricca di splendori la storia di dieci secoli, da Arduino il generoso e sventurato re d'Italia, lontana imagine di Carlo Alberto, al monarca Vittorio Emanuele II, che l'uno e l'altro vendicando, alla trionfante nostra Penisola restituì più splendida e sicura la regal corona dei marchesi d'Ivrea.Sedendo su gli scaglioni della roccia presso la porta simbolica del medio evo, nell'ora vespertina, io vidi aprirmisi lo storico volume di un millennio. Risorti nella mia mente agitata dalla maestà del luogo e dall'ora conveniente alle meditazionisalivano per que' scaglioni, e per la porta misteriosa entravano nel tempio uomini di grande autorità.Saliva il magnanimo marchese Arduino, accompagnato dal fondatore e dal primo abate del monistero, Ugone e Adverto; e li seguivano il beato Giovanni di Ravenna, ed Amisone, vescovo di Torino. Salivano gli abati Benedetto il Seniore e il Giuniore, e con essi l'Ildebrando, il restitutore della libertà alla Chiesa e combattitore delle superbie e simonie imperiali del tedesco Enrico IV. Santo Anselmo, l'arcivescovo di Cantorbery, congiunto di sangue coi principi di Savoia, e il venerabile cardinale Pier Damiani salivano ragionando insieme della fede, della ragione, della scolastica e del ristauramento della ecclesiastica disciplina. Il beato Umberto III saliva accompagnato dal suo diletto monaco Antoniano Giovanni Gerson, che gli andava recitando alcuni versetti del suo libroDe imitatione Christi. In seguito nella chiesa odorosa d'incenso e sonante di cantici io vedeva affollarsi lunghe schiere di monaci venerati, e famosi principi, fra i quali Eugenio di Savoia, abate commendatario della Sagra, prima di essere il vindice capitano delle milizie subalpine, e l'immortale Giacinto Gerdil, precettore di Carlo Emanuele IV, l'ultimo abate, quando allo scorcio del secolo passato la Rivoluzione francese abbatteva il vecchio edifizio sociale per ringiovanirlo.La mia mente non riposava, ed ultimo vedeva salire il glorioso martire dell'indipendenza italiana, re Carlo Alberto, che tornò in onore la deserta Abazia, e fece rivivere quello stupendo monumento di antichità cristiana. Egli mi apparve accompagnato dal sommo filosofo Rosmini-Serbati, al cui sodalizio della Carità affidò la cura della risorta Abazia, divenuta, come Superga ed Altacomba, sepoltura dei principi della R. Casa di Savoia.VIII.Il monastero, tanto ammirevole e fantastico nella porta poco anzi descritta, non è del pari nell'interno della chiesa: la qualeristaurata più volte, è disforme dalla bellezza delle porte d'ingresso. Ha tre navate, di stile gotico le laterali, di stile romano quella di mezzo, sorrette da grandi colonne ricche di fregi, fra i quali leggonsi lettere Carlovingiche. Sono da osservare alcuni buoni dipinti e l'altare maggiore; un monumento romano con pie sculture dedicato da Servio Clemente alla memoria de' suoi genitori e della moglie, e il bellissimo mausoleo d'un abate, probabilmente Guglielmo d'Acaia, effigiato in pietra, e steso sotto un baldacchino fra quattro colonne.Per una piccola porta dalla chiesa si discende nell'angusto vestibolo dell'ipogeo, già umile dimora al romito Giovanni di Ravenna. Le spoglie mortali dei Principi di Savoia, tumulate nella Metropolitana torinese, furono nell'anno 1836 da Re Carlo Alberto fatte trasportare alla Sagra di S. Michele e deporre nella chiesa ai lati dell'altar maggiore; e nell'anno 1856 per ordine di Re Vittorio Emanuele II vennero composte con ogni onoranza in distinti avelli nella sotterranea cella di San Giovanni, illustrati dal conte Luigi Cibrario con latine epigrafi, che sono la concisa ed elegante storia dei sepolti e del trasferimento delle loro ossa. Gl'Italiani salutano riverenti le ceneri de' Principi Sabaudi, e sulle loro tombe suona continua la preghiera dei sacerdoti Rosminiani.IX.I Rosminiani.Il sodalizio della Carità fondato dal Rosmini, ed approvato dalla Chiesa l'anno 1839, sarebbe de' più possenti nella cristianità, qualora simili instituti fossero ancor piante da rifiorire ai dì nostri.I Rosminiani non sono nè monaci nè frati, ma sacerdoti regolari che possono dedicarsi alla vita contemplativa, e, chiamati, applicarsi alle missioni ed agli spedali, all'aiuto de' parrochi, all'educazione del popolo, insomma al più ampio esercizio dellacarità. E perchè nessuna legge circa i beni ecclesiastici potesse pregiudicarli, accortamente il Rosmini ordinava che il sodalizio della Carità fosse congregazione di privati sacerdoti, ciascheduno dei quali vive del proprio. Finchè vien tutelata la proprietà dei cittadini, sarà pure inviolata quella dei sacerdoti Rosminiani, i quali sono poi tra loro vincolati a dare ciascuno le loro rendite all'istituto e vivere insieme.—E quando alcuno di voi cessi di vivere, a chi spetteranno i suoi beni? domandai ad un Rosminiano.—Egli avrà testato in favore d'un altro Rosminiano.—E se l'erede si scioglie dai patti rosminiani ed abbandona la casa della Carità?—Lo potrà fare, ma pensi alla sua coscienza.Niccolò Tommaseo nel settimo anniversario dalla morte di Antonio Rosmini così parlò delloSpirito della sua istituzione. «Una delle prove del noviziato era l'assistenza agli infermi per lo spazio d'un mese almeno. E il Rosmini intendeva fondare un collegio di medici, per rendere filosofica insieme e religiosa la scienza, da tanti fatta men che mestiere. Il suo Istituto ammette coadiutori nelle arti meccaniche; così come ingiunge le missioni lontane: ed egli, stendendo alla grande regione dell'India il suo pensiero, desiderava trovare uomini che s'addentrassero nella filosofia de' Bramani per guadagnarli alla verità con l'aiuto della civiltà loro propria, intanto che altri per vigore di carità solleverebbero dalla natìa depressione i poveri Paria. Voleva imparassersi le lingue de' vari paesi; e in ogni cosa e luogo trattassesi principalmente con coloro da cui si possa imparare. Richiedeva l'esercizio del dire improvviso, non solamente per predicare, ma e pe' colloquii e per le scuole: le quali apriva e festive e notturne a uso dei poveri; e a' maestri degli elementi dava per protettore il Calasanzio; e diceva che dovess'egli accettare una cattedra, la pedagogia presceglierebbe alla stessa filosofia. Scelta insieme e umile e sapiente».Il sodalizio della Carità, più che fra noi, è diffuso in Inghilterra e vien rispettato da quanti ne conoscono i seguaci. Ione conobbi parecchi, che nobilmente operano e pregano su le rive del Verbano presso il sepolcro del loro celebre fondatore, e sul Pirchiriano intorno ai sepolcri dei Principi Sabaudi.Quelli della Sagra di S. Michele insegnano gli elementi delle lettere ai poveri fanciulli del villaggio di S. Pietro, provvedendoli di libri e di pane, ed aiutano i parrochi dei paesi circostanti nell'evangelico ministero. Accompagnandomi intorno alla Badìa mi ricordavano gli antichi monaci dissodatori d'incolti terreni. Anche i Rosminiani convertirono ermi luoghi in ameni pensili giardini, ricreati da frequenti zampilli di acque ed allietati da rose, mirti ed allori, da platani, cedri e quercie, e da vigneti, che sospendono i loro grappoli fra l'edera di negre roccie, ed attestano il vigore della vita innanzi a caverne, crani e croci.X.La Bell'Alda.Il prete Clemente dai ridenti giardini riconducendomi ai malinconici corridoi della Badìa, mi trasse al vecchio coro dei monaci benedettini, ora squallido e muto, e su d'una parete mi additò rozzamente dipinta la fondazione del monastero secondo la leggenda popolare. Dipoi, passando per l'andito, dove entro una cappella ammirasi Maria bellamente dipinta su tavola del Macrino d'Alba, mi condusse alle rovine dell'antica grandiosa dimora dei trecento monaci. Alla splendidezza dell'opulenta Badìa succedette lo squallore e il silenzio della morte tra frantumi di colonne, d'archi acuti e di capitelli. Accresce orridezza alle confuse macerie verso tramontana un profondo precipizio, innanzi a cui il prete Clemente mi disse:—Qui si racconta una storia di lagrime. Leggiadra e desiderata fanciulla, detta Bell'Alda, per sottrarsi alle insidie d'un seduttore che la inseguiva, invocò l'aiuto di Maria, e leggiera come piuma di colomba spiccando un salto da questo vertice, illesa toccò il fondo dell'irto precipizio; ma Alda invanitasi diprova così felice, ne fece un secondo con diversa fortuna: restò morta giù negli spaventosi dirupi!XI.Due Salti.Due salti di donna sono famosi nelle tradizioni e nei canti di Grecia e d'Italia. Ricordato dai Greci è tuttodì il salto di Saffo, e gl'italiani lamentano il salto di Alda.Visitai sul promontorio di Leucade le rovine del tempio di Apolline, dove la tradita poetessa di Lesbo mise l'ultimo lamento contro l'ingrato Faone, prima di gettarsi disperatamente nelle acque dell'Ionio. A pochi passi di là, nel deserto monastero di Santo Nicola, presso piccolo giardino, una chiesuola e i rozzi sepolcri di due vescovi, mi fu aperta la cella in cui visse austeramente la pia Susanna, che morta venne sepolta col capo appoggiato al tronco dell'arancio, che la romita piantò di sua mano all'ingresso di quell'umile asilo.Colà il vecchio monaco Cipriano, che contava cento e più anni di vita, m'imbandiva frugal mensa, benedicendola colla tremebonda sua destra. Dipoi, tornato al muto delubro di Apolline, colsi fra le rovine una viola che, sebbene arida, è per me tuttavia piena di vita; e la serbo nelle pagine di Grecia a ricordanza dell'isola ospitale che m'ebbe tre mesi infermo per grave frattura toccatami al piede sinistro, nel saltare da una barca sul lido prossimo al promontorio, infausto ai poeti dell'uno e dell'altro sesso. La serbo a ricordo della infelice donna miseramente tradita in amore, ed a memoria del Leucadio Aristotile Valaoriti, ch'empie de' suoi mirabili versi l'isola materna e tutta Grecia.Presso il luogo del salto di Alda, come presso quello del salto di Saffo trovai grotte di antichi romiti e l'ospitalità di uomini solitari. Incontrai inoltre una bionda giovane Britanna, che insieme colla sua famiglia era andata nel vicino villaggio diRanverso a piangere un amato fratello nella casa ove era morto. La desolata sorella, salita alle balze di Alda, si assise sotto un albero secolare, e mentre fissava i molti fiori da lei raccolti per quelle rupi, io vidi ad un tratto serenarsi il turbato volto della donzella, che sorridendo mi disse:—Poeta, anche questi fiori appassiranno fra breve, ma nella primavera risorgeranno.—E sì dicendo guardò amorosamente il cielo, come se lassù nell'eterna primavera vedesse risorto il fiore degli affetti suoi, il perduto fratello.Uno dei fiori caduti di mano alla donzella fu raccolto nelle pagine della Dora, e mi ricorda il lutto della Britanna, il salto di Alda e l'amorevole ospitalità dei Rosminiani, che spesso con filiale riverenza mi parlavano del sapiente loro institutore.XII.Il promontorio di Leucade e il Pirchiriano hanno in sè tante e sì diverse memorie di Grecia e d'Italia, che non saprebbesi ben dire se appartengano più al cielo o alla terra.Chi desidera udire i casi di Salto, ricordati ai dì nostri con sublime dolore, li cerchi nei canti di Leopardi e Lamartine e nelle musiche del Pacini. Nelle loro pietose armonie troverà significata con verità di estri la poetessa di Mitilene.E chi volesse conoscere vivamente descritte le venture di Alda, si piaccia di cercarle nelle opere di Massimo d'Azeglio e Cesare Balbo. Ed io volli indagare, come dalla tradizione alpigiana pigliassero argomento alle loro pagine que' due Piemontesi, gloria della letteratura e politica italiana.XIII.Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio.Cesare Balbo in una delle sue novelle narrate da un maestro di scuola racconta il caso dellaBella Alda, innestando qualchecosa di suo alla leggenda[24]. Suppone accaduto il tristo caso verso il 1200 o 1300,al tempo d'una delle discese de' Francesi per la Comba di Susa; e imagina che soldati di Francia tentino la onestà di Alda e la costringano a precipitarsi giù per i dirupi del Pirchiriano.Per tal guisa lo scrittore prende occasione a rimproverare la baldanza de' Francesi, e lamenta l'oltraggio che spesso a noi fanno i temerari stranieri.Massimo d'Azeglio, poeta e pittore[25], inventa i casi del monaco Arnaldo, e splendidamente narrando e ritraendo le tradizioni e le pittoresche veduto della Badìa, mette in bocca al monaco il racconto, e gli fa dire che il caso di Alda sia avvenuto ai tempi di Federico Barbarossa, quando gli Imperiali scorrazzavano audacemente in quella valle, ponendo a sacco e distruggendo Susa, Avigliana e tutte le circostanti castella, indignati di Umberto III, Conte di Savoia, che di animo guelfo teneva per il Papa. Le quali cose egli narrando ne accende di sdegno contro i nemici, che ci vengono da Lamagna.In quanto all'essersi Alda insuperbita del miracolo e l'aver fatto un secondo salto onde morì, il D'Azeglio scusa la stranezza del racconto dicendo: «Ha sete sempre l'animo nostro di maraviglie, nè trovandole vicine, le cerca nel remoto passato e nel tenebroso avvenire».Il Balbo invece osserva: «Non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici, erano appunto quelli che si chiamavano Giudizi, ma furono vere tentazioni di Dio. Quindi è che si potrebbe dire, che domandando giustizia e riparazione l'Abate e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il miracolo e dei secondi il negarlo, venissero poi gli uni egli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto a vanità, vi si lasciasse persuadere».XIV.Due Laghi.Un altro subalpino, lodato scrittore di storie, Domenico Carutti, in un libro di racconti[26]celebrò la Sagra di San Michele e i suoi dintorni, ed io li ricordai scendendo, verso la parte meridionale della Badìa, ai due laghi di Avigliana da lui descritti con brio ed eleganza.Breve istmo selvoso separa i due laghi; quello chiamato dellaMadonnaha sessanta mila metri quadrati di superficie, e ne ha trentadue mila e cinquecento l'altro denominato da SanBartolomeo. Il lago della Madonna per un canale versa le sue acque nell'altro.Sulle rive s'incontrano casolari pescherecci, e quelle acque bagnano le falde a verdi ridenti colli, dietro ai quali biancheggiano di neve le alte giogaie delle Alpi.Giunto alle rive del maggiore dei laghi, pregai un pescatore che nella sua barca mi traghettasse alla riva opposta, appiè del convento dei PP. Cappuccini. Quel pescatore pallido e gramo, benchè giovane, mi accolse volentieri nel suo navicello e mi fece sedere presso la rete, che gli aveva procacciato abbondante pescagione, ed agitando i due remi si pose a vogare, traendo affannosamente frequenti sospiri.—Mi sembrate di cattivo umore, gli dissi; eppure dovreste sorridere al lago della Madonna, che vi dà gran copia di anguille, di tinche e di trote.—Oh! Vossignoria non conosce bene questi luoghi, mi rispose: qui nato, qui vivo di crucci; e mi costa molte pene questa pesca.Qui si scontano i peccati dei nostri padri: dove ora veggonsi i laghi sorgeva l'antica Avigliana.Si narra che gli abitanti fossero di mala vita, e che rifiutassero gli atti della carità cristiana verso il prossimo, anzi facessero villanie ai poveri: Dio stesso ne fece l'esperimento. In una fredda e nevosa giornata d'inverno, qui sul far della sera capitò un vecchio pellegrino, stanco dal viaggio e dal digiuno. Andò di porta in porta ad invocare per una notte ricovero e ristoro. Ebbe ripulsa da tutti, fuorchè da una vecchierella, che gli usò carità nel breve tratto di terra fra i due laghi, dove abitava.Il pellegrino era nostro Signore: il dì appresso risparmiò la casa ed il giardino della pietosa vecchierella, e punì amaramente il resto degli abitanti, tutto subbissando in queste acque, per cui udrà spesso ripetere ironicamente:Viana villana per la sua bontà l'è sprofondà.—Ma ora, io ripresi, vi dovreste confortare nella pesca abbondante e nel vivido sorriso di questi luoghi salubri.—Salubri! esclamò il pescatore tutto tremante per i brividi della febbre che lo assaliva. Ella sogna davvero. M'accorgo sempre più che per la prima volta ella visita questi luoghi. Qui l'aria è ancora infetta dei peccati della sprofondata Avigliana: Iddio non cessò di castigarla di qualche orrendo misfatto. In questo umido cielo, e nei dintorni paludosi dominano le febbri, ed io ne sono spesso travagliato. I frati pregano e benedicono le acque, ma invano; parecchi di essi sono al pari di me travagliati dalla febbre terzana.—Cercai di consolarlo, augurandogli abbondanza di pesci e serenità di salute, e gratificatolo del pronto tragitto, toccai il lido innanzi al Convento.XV.Quel convento dei PP. Cappuccini, sormontato da una cupola, sorge su d'un poggio verde di cipressi, salici ed olmi; e un'alta croce di legno gli sta d'innanzi guardiana della preghiera e dellapenitenza. Entro una nicchia difesa da cancello di ferro mormora perenne fontana, le cui acque si accolgono in petroso bacino. I villici assetati vi trovano ristoro usando della tazza assicurata al cancello e pendente da una catenella. Così come i Dervissi d'Oriente, i buoni frati d'Occidente accanto al romito ospizio offrono agli stanchi pellegrini il beneficio di acque desiderate.Io ne bevetti con soddisfazione; e le trovai fresche e grate come quelle che nell'Epiro attinsi alle fonti del Pindo, al di là del lago di Giannina. Ma le acque di Avigliana non hanno, come quelle del Pindo, la virtù vivificatrice de' carmi; perchè entrato nel Convento per una cancellata di legno, sulle pareti del vestibolo lessi a grandi caratteri quattro sonetti, dai quali ci è lecito argomentare che quivi i frati dalle loro acque non attingano la poetica inspirazione.Torcendo lo sguardo da quei quattro peccati di poesia, nel mio quaderno presi a notare la bella veduta di quei siti pittoreschi e le cose pregevoli del convento. Ma i frati mal sospettarono di me.In Manfredonia, nell'antica chiesa Sipontina, mentre si facevano scavi dispendiosi per trovare un sognato tesoro, ed io notando raccoglieva le notizie del luogo, fui preso dal volgo per un mago francese, esperto di nascosti tesori, e fui investito da sì indiscrete e minacciose interrogazioni, che a liberarmi dovettero intromettersi uffiziali di polizia, e una cospicua famiglia mi tutelò ospitalmente. Nel convento di Avigliana i frati nel 1854 non mi credettero un mago, ma un Delegato del Governo, andato a registrare le riposte loro ricchezze, sicchè il Padre Vicario con modi bruschi non cessava di ripetermi:—Nulla v'ha qui che meriti di essere notato, nulla, nulla.—Ma pure, o molto reverendo, io gli diceva, merita di essere visitata la chiesa del convento. È prezioso su l'altar maggiore il tabernacolo coperto di tartaruga, preziosa la tavola in cui sono effigiati Maria e i santi Rocco e Sebastiano. Mi permetta, ottimo Vicario, ch'io qui rimanga ancora qualche istantead ammirare ilCristo in crocedel Caravaggio e gli altri due dipinti, che voglionsi di Lionello Spada.I frati si avvidero dell'errore e tosto lo emendarono, illuminandomi con due ceri l'altar maggiore, ond'io potei davvicino guardare la Madonna, alla quale in ogni secolo si aggiunge una corona d'argento con pompa solenne. Ne ha tre la Madonna; l'ultima le fu tributata con festa di otto giorni nel 22 agosto del 1852.XVI.Avigliana.A pochi passi dal convento si entra in Avigliana, che fu turrita città piena di popolo e di commercio, seggio del marchese Arduino e dei Conti di Savoia, culla di Umberto II e di Amedeo VII detto ilConte Rosso. Ora è borgo di tre mila abitanti, che si distende da oriente a tramontana per le estreme pendici del monte, su cui veggonsi le rovine del suo celebrato castello.Nell'erbosa piazza v'ha un antico pozzo circolare a cui sogliono attinger acqua gli Aviglianesi, e per le ripide e tortuose vie s'incontrano torri, chiese vetuste, portici e vestigia di gotiche costruzioni, che attestano le glorie passate collo scudo e la croce di Savoia scolpiti in più luoghi tra i fregi de' capitelli.XVII.Addì tre dicembre del 1851 un eletto giovane, caldo di poesia e fior di gentilezza, Camillo Verdi, in sul meriggio mi accompagnava fra i deserti ruderi del vecchio castello, già segno a gravi sciagure.Invadevano il castello le armi di Lamagna ai tempi del conte Umberto III di Savoia, parteggiante per la Chiesa, nemico a Federico Barbarossa; e nel 1636, comechè difesa dal presidio spagnuolo, la rôcca di Avigliana fu assalita dai Francesi chenell'orrendo eccidio risparmiarono una donzella piemontese, disarmati dalla rara sua bellezza. Risorta la rôcca di Avigliana, fu nel 29 maggio del 1691 nuovamente percossa dai Francesi capitanati dal Catinat, al quale, si racconta, una vecchierella indicasse laPietra-piana, l'eminenza donde il Generale potè con truce fortuna investire il castello, e farne informe ammasso di rovine, per muovere dipoi al campale combattimento della Marsaglia, ov'ebbe il bastone di maresciallo.Rimangono del castello vôlte sotterranee e una massiccia muraglia con tre finestre. I gufi e le nottole fanno lor nido e stridono ove un tempo fra gli scudieri e i falconieri ferveano le virtù cavalleresche ne' tornei, nelle caccie e negli amori dei corazzati principi e guerrieri, e ne' canti de' trovadori, ed ove si agitavano le politiche imprese, che per lungo ordine di vicende prepararono il concetto rinnovatore della presente Italia.XVIII.Per una scala salii al sommo di que' ruderi, mentre d'intorno rideva tranquillamente la natura. Il verde e l'azzurro e il color di porpora splendevano nell'acque e ne' monti, e per la serena vôlta dei cieli un venticello del Moncenisio spingeva bianche nuvolette in Lombardia.Da quelle vette solitarie ad oriente io vedeva il prossimo ospizio di S. Antonio di Ranverso, e più in là il castello di Rivoli, la torre di Buttigliera e la cupola di Superga; e una grigia nebbia vivida di luce mi segnava il corso del Po lambente le falde ai colli di Torino. Verso la parte meridionale parevano sfavillare di perle e smeraldi i colli di Giaveno e i due laghi, come dalla parte nordica i gioghi del Rubbione e del Musinè e le acque della Dora; e ad occidente rividi la Sagra di S. Michele e il Pirchiriano che mi nascondeva il varco delle Chiuse, dilatando le sue ombre sulla Dora, e di là salutava le torri di Susa e le nevi del Moncenisio.Il mio compagno vedeva il brio della sua gioventù riflessonelle cose circostanti, per cui le stesse pannocchie di grano turco nelle case del borgo ci parevano tappeti d'oro pendenti dalle tettoie e dai ballatoi giù per le brune pareti. Insomma quel giorno festivo pareva un giorno di primavera venuto a rallegrarmi fra i geli del dicembre sul monte di Avigliana. Oh quanta vita intorno allo squallido castello, scheletro roso dal tempo e non più curato dagli uomini!Camillo Verdi meco ricordava il Conte Amedeo VII che, degno figlio del Conte Verde, nacque in quel castello addì 24 febbraio 1360; e acceso di nobile ardore declamava la ballata di Giovanni Prati, intitolataIl Conte Rosso, che forse il poeta immaginò, attingendo dalla vista di que' luoghi le felici sue inspirazioni. Scendendo dal monte volentieri io ripeteva col Verdi:«O voi, che languite scorati e pensosi,Poeti d'Italia, dai lunghi riposiSorgete una volta, sorgete a cantar.Tendete concordi l'orecchio devoto,Chè un'eco possente del tempo remotoSusurra sull'Alpi, passeggia sul mar».XIX.Ripetendo i versi del Prati, c'imbattemmo in quattro popolane dal volto giocondo e rosato, che cantavano sedute sul dorso d'un poggio presso il cimitero della parrocchia di Santa Maria Maggiore, la cui squilla annunziava l'ora meridiana.Quelle gaie donne erano l'espressione della gioventù che, inconscia delle miserie umane, folleggia fra le macerie della morte.Tornato altre volte in Avigliana, visitai la Chiesa parrocchiale di Santa Maria, su cui rosseggia l'acuto antico campanile. Un buon vecchio, sagrestano da trent'anni, mi additò in una cappella la Madonna effigiata in tavola da Macrino d'Alba, e facendomi osservare i due biondi angioletti appiè della Vergine irradiati di celestiale bellezza, dicevami che un Inglese avea profferto dieci mila lire per quel quadro.Forse qualcuno de' nostri filantropi ed economisti avrebbe detto a quel sagrestano, custode amoroso della patria arte cristiana: Perchè non permettere che il quadro del Macrino viaggiasse per Inghilterra, ed accettare in cambio le dieci mila lire? Con quella pecunia il Curato avrebbe potuto degnamente onorare il cimitero della parrocchia, che, povero di croci e di lapidi, pare un cimitero di scettici, e mal difeso da basso e rustico muricciuolo, sta a cavaliere della parte del paese detta ilBorgo vecchio.A dir vero, per poco che il monte franasse, o qualche valanga di nevi giù rotolasse, nelle lunghe serate d'inverno, mentre le famiglie de' villici intorno ai loro focolari novellano di streghe e spettri, non istupirei di udire un dì o l'altro, che i morti di Avigliana per i fumaiuoli e le finestre fossero entrati nelle case impaurite dei vivi.I creatori di leggende aspettano per la fortuna de' loro versi qualche simile accidente dal cimitero aviglianese.XX.Visitai pure la bella chiesa parrocchiale di S. Giovanni ristaurata nel 1846, nella cui facciata di stile gotico è figurato un gigantesco San Cristoforo. Colonnette di mattoni rossi, con simboli de' vangelisti e la croce di Savoia scolpiti nei due bizzarri capitelli reggono l'arco a sesto acuto della porta d'ingresso. Nel vano dell'arco è dipinta Maria col divin Figlio e angioletti con musicali strumenti. Nell'atrio veggonsi antichi affreschi: entro la chiesa un pulpito di legno di noce bene intagliato, e la mirabile tela in cui Gaudenzio Ferrari ritrasse la Sacra Famiglia fra i martiri Crispino e Crispiniano, cogli arnesi dell'arte del calzolaio, e segnando appiè del dipinto l'annoMDXXXV. Una tela attribuita a Guido Reni e una Vergine del Moncalvo si ammirano nella cappella, ove sono in onore le spoglie mortali del beato Cherubino Testa di Avigliana. Domandai notizie del santo quivi sepolto, e il curato della chiesa mi rispose:—Cherubino Testa fu monaco Agostiniano, esempio di carità.Un dì gli si convertirono in rose i pani che distribuiva ai poverelli. Il cadavere di lui fu trovato con un giglio che gli usciva dal cuore.XXI.Di molto pregio eziandio è la chiesa di S. Pietro, alla quale accompagnandomi un sacerdote, mi fece passare innanzi alla casa un tempo del Montabone, e all'angolo di essa mi accennò le finestre della stanza in cui ospitò Papa Pio VII, quando prigioniero era condotto in Francia. Interrogai il sacerdote se in Avigliana era rimasta sacra la ricordanza del passaggio del Papa.—Oh! certamente, rispose un buon vecchio che veniva in compagnia del prete. Si racconta che allora i nostri laghi per solito non davano trote; ma nel dì che ospite avemmo Pio VII, il lago di Santa Maria ne diede trenta libbre, che furono presentate alla mensa del Prigioniero Apostolico dal nostro Carlo Montabone allora sindaco di Avigliana.All'estremità del paese prossima ai laghi fui guidato per erbosa gradinata alla chiesa di S. Pietro sormontata da tre torricelle commesse di mattoni, e col S. Cristoforo dipinto sulla facciata, del quale rimane soltanto parte della testa. Nel tempio v'ha l'effigie del merlato castello di Avigliana con quattro torri e pregevoli affreschi, in parte nascosti da intonaco di gesso, e un pertugio che vogliono abbia servito agli oracoli del Gentilesimo, quando quella Chiesa era delubro della dea Feronia, la Dea dei boschi ricordata da VirgilioViridi gaudens Feronia luco.Avigliana la ricorda in un suo quartiere denominato tuttavia regione Feronia, e Vincenzo Monti la celebrò splendidamente nella sua Feroniade.XXII.La Festa della Pentecoste.Il sacerdote, mio cortese Cicerone, avvertendo ch'io notava molte cose vedute od udite, mi disse:—Fareste assai bene di registrare fra le vostre memorie la nostra festa della Pentecoste, la più grata di Avigliana.—Ben volentieri lo farò, se voi avrete la bontà di narrarmene i particolari, gli risposi.Allora il sacerdote mi condusse dirimpetto alla chiesa di S. Pietro nel vasto cortile degliAllais, sotto la tettoia affumicata, in cui tremolavano rami di edera, e v'erano carri e manipoli di fieno ed altre masserizie.—Tutto questo ingombro vien tolto la vigilia della Pentecoste, esclamò il sacerdote. Questo luogo, abbarrato pel buon ordine, vien conceduto ai preparativi della festa. Entro i buchi della muraglia affiggonsi pali, cui si appendono, assicurate con uncini a ferree collane ad uso de' bestiami, trenta lucide caldaie piene d'acqua, di fagiuoli e ceci.—Ma, io interruppi impaziente, chi dà tutta codesta roba?—È elemosina del popolo, ripigliò il prete. Quattro confratelli della parrocchia di S. Giovanni, tre volle all'anno, girano per le case a questuare grano, meliga, legna e danaro; e tutto viene convertito nella compera de' prescritti legumi per il convito della Pentecoste. E perchè quanti ne mangeranno abbiano la salute dell'anima e del corpo, il parroco di S. Giovanni in rocchetto e stola e con seguito di altri preti viene a benedire la pia imbandigione.Compiuto il rito della benedizione, si appicca il fuoco alle legna accatastate sotto le trenta caldaie fra la pubblica allegrezza. Dei confratelli della parrocchia destinati a preparare il convito,chi pensa al lardo ed ai polli, chi attende ai ceci ed ai fagiuoli, altri alle legna ed al fuoco, e tutti sono affaccendati intorno alle caldaie che ardono sino a mezzanotte. Nel mattino della festa il popolo accorre impaziente con vasi di legno e di creta per avere ciascuno la desiderata porzione. Non vi parlerò delle scodelle e marmitte che cadono o si spezzano in quella pressa di gente, nè di qualche povera vecchierella che a stento si fa innanzi e aspetta ansiosa il momento propizio per alzare con mano tremante il suo recipiente ed avere la sua porzione. Finiscono coll'averne tutti, e ai signori principali del paese i confratelli hanno cura di portare in casa la loro parte; e così in quel giorno solenne il popolo nostro gode fraternamente del medesimo pasto.Antica usanza è questa che prova, come all'ombra dell'altare cristiano sia sempre stato protetto il diritto di congregarsi. Gerusalemme ogni anno con banchetti celebrava l'anniversario della dedicazione del tempio: così Avigliana col banchetto della Pentecoste celebra annualmente la fratellanza umana.—Registrai la festa descrittami dal sacerdote, perchè amo le religiose costumanze che giovano a ravvivare la concordia delle genti. Ed ora l'agape della Pentecoste mi fa ricordare l'agape dell'amicizia, che nel 15 ottobre 1861 mi diede l'ultima volta il nostro rimpianto Norberto Rosa nel suo amenissimo podere della natale Avigliana, da lui denominato ilCantamerlo.XXIII.Norberto Rosa e il Cantamerlo.Quel podere sostenuto dai baluardi dell'antico castello è una bella casa con fregi e porte di stile gotico, e con una torre ottangolare coronata da otto merli biforcati, dipinti in rosso. Intornoalla casa su le rupi del monte ridono campi fertili e fiorite aiuole; e gelsi, pampini ed allori verdeggiano fra i rosai.«Il Cantamerlo è un piccolo podereFra campo e vigna e un po' di bosco in fondoCon una casa colorata in biondoE nel mezzo una torre o belvedere,Donde si può d'una vista godere,Che la più bella non si gode al mondo,La Dora, i laghi, cento ville a tondo,E la Sagra e Superga infra le sfere».Così giovialmente lo descriveva il caro Norberto; e nella vôlta della torre, in lieta cameretta, mi additava figurato su di un ramoscello di edera il merlo, da cui piglia nome il fantastico suo podere; e frattanto ci allietava il soave mormorio delle acque della Dora, che scorrono in verdissimi prati tra filari di pioppi e salici.Norberto Rosa, dirò col suo biografo, il Borella,è stato uno di quegli uomini che non si ricordano mai abbastanza, siccome modello di virtù pubbliche e private. Visse onoratamente nell'esercizio del fôro; e, facile all'ironia, la usò molte fiate con rara felicità in verso e in prosa. Dall'anno 1840 cominciò a scrivere nelMessaggiere Torinese, e continuò quando in questo e quando in quello de' diari più popolari d'Italia la sua vita di brioso scrittore.Il primo plebiscito del regno d'Italia fu il felice concetto di Norberto, cioè la soscrizione deicento cannoniper la fortezza di Alessandria, che promossa pure dallaGazzetta del Popolo, fu preparazione ai trionfi dell'unità italiana.Consorte e padre de' più amorevoli fu il nostro Norberto, ed amico sincero. Io lo provai, che, eccitato da' suoi incoraggiamenti, presi a descrivere la valle della Dora, da lui onorata. Egli mi aveva accompagnato col consiglio e talvolta di persona dalla sorgente del patrio fiumicello sino alla Sagra di S. Michele.Nel giugno del 1862 egli mi aspettava nel suoCantamerloepreparava preziose notizie a fecondare il mio lavoro. Ahimè! mi giunse in Torino la notizia della sua morte, e la penna con cui descriveva le regioni della Dora mi cadde di mano sulle pagine bagnate di pianto, nè più seppi ripigliarla, se non quando le recenti calamità toccate al Piemonte mi consigliarono a dire qualche parola di conforto a questa magnanima terra subalpina, gravemente offesa.Ben meritò il lagrimato amico che di lui scrivesse Giuseppe Revere:Schietto il cor, mesto il labbro, e il ratto ingegnoRicco di argute fantasie giocondeEbbe questi che morte ora n'asconde,Non ancor giunto al suo maturo segno.Amò l'Italia, . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .Amò l'alpe natìa donde s'affrettaLa Cozia Dora a disposarsi all'acqueDel fiume che il suo mare alto richiede.Amò quell'arte che pungendo alletta,Nè giammai per paure il vero tacqueCui sacrava l'intrepida sua fede.XXIV.L'ottimo Norberto Rosa mi parlava spesso dei miglioramenti introdotti nell'amministrazione della provincia di Susa, e si doleva che dalla sorgente della Dora sino a Torino non ancora fosse instituito un Asilo infantile, che, abbattendo volgari pregiudizi e diffondendo i germi di una saggia educazione, preparasse ai figli del popolo un avvenire degno dell'uomo.Egli si era più volte adoperato a dotare di un Asilo le rive della Dora; ma egli è morto, senza che i suoi voti fossero esauditi.Un dì mi disse: "Va a confortarti di tale mancanza in Giaveno, ove vedrai un Asilo infantile fondato nell'agosto del 1859."XXV.Giaveno.Lasciando per qualche ora le acque della Dora, nell'autunno del 1857 mi condussi lontano tre miglia al sud-est da Avigliana; e giunto alle rive del Sangone mi annunziarono Giaveno le mura cadenti de' tempi feudali e tre torri merlate, e il torrente Alasio che, scorrendo per le vie del paese, ricrea col murmure e colla lucidezza delle acque i sette mila abitanti, come un tempo la Dora Riparia per l'ampie arginate vie di Torino.Visitai il seminario, poi collegio vescovile, di ventiquattro alunni, e vidi nel refettorio i ritratti dei cardinali Ferrero e Gerdil, e una lodata tela in cui è raffigurato Cristo che lava i piedi a S. Pietro; e quivi ricordai monsignor Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, che proponeva nel 1854 di convertire quel seminario in sede della Missione italiana per i cristiani d'Oriente. Concetto altamente religioso e civile fu quello del Renaldi, e, quando l'Italia e la Chiesa torneranno in pieno accordo, dovunque esso metta radice, sarà sempre potentissimo mezzo perchè la nostra nazione eserciti la sua civiltà in Oriente col protettorato dei Cristiani, degnamente emula della Francia.Due scritte trassero la mia attenzione in Giaveno. L'una sulla chiesa parrocchiale intorno al quadrangolare campanile che dice:Jam venit specula Pœnus, con le quali parole Giaveno dà l'etimologia del suo nome, asserendo colà Annibale essersi fermato non appena ebbe superato il passo delle Alpi.Lascio agli archeologi le indagini intorno a tale asserto, e lascio di buon grado a Gaudenzio Claretta[27], zelante illustratore di quei luoghi, il provare che la leggendaJam venitnon è sancitadalla critica. Con affetto io mi volgo all'altra scritta,Asilo infantile, che spicca sulla facciata di un bel fabbricato con verone di ferro.Quell'Asilo fu aperto colla rendita di circa tre mila lire, che si traggono da legati ed azioni di soscrittori. Il teologo prevosto Arduino donò a tale scopo quarantaquattro mila franchi, e il Cav. G. B. Franco concesse per alcuni anni gratuitamente l'uso d'una sua casa al pio instituto.Il teologo Morelli, additandomi quella scritta, ben altrimenti che colJam venitdella cattedrale, mi prediceva la futura vita intellettuale di quattrocento fanciulli di ambo i sessi, che si sarebbero accolti nell'Asilo, diretto da tre monache dell'instituto Cottolengo.Per tal modo le manifatture di ferro, le concie di pelli, le filature di seta e le cartiere, mantenute dalla forza motrice del Sangone, industria e ricchezza di Giaveno, saranno frequentate da operai onesti e intelligenti.Queste osservazioni io faceva nella principale cartiera del Cav. G. B. Franco, fra cento operai, presso la bellissima macchina ivi posta fin dal 1839; e perchè l'esempio di Giaveno trovasse imitatori, queste cose io ripeteva tornando dal Sangone alla Dora per visitare un antico Asilo di carità cristiana.XXVI.S. Antonio di Ranverso.Tra Avigliana e Rivoli, vicino a Rosta, è un luogo che fu chiamatoRivo Inverso, e che oggidì, per le alterazioni che il volgo e il tempo vengono portando ai nomi propri, è dettoRanverso. Quivi nel 1181 due fratelli di santa vita, monaci spedalieri, Giovanni e Pietro, ponevano mano alla costruzione d'una chiesa e di uno spedale per la cura di quegli infelici ch'erano tocchi dall'erpete orribile, denominatafuoco sacro, che in breve consumava le membra che n'erano tocche.Quel morbo crudele spesso infieriva nei secoli undecimo e duodecimo, e a Sant'Antonio della Tebaide, come a sperimentato protettore, s'indirizzavano preghiere e voti per esserne liberati: e perciò da quel santo s'intitolarono i monaci spedalieri, istituiti nel 1095 da Gastone, uomo di grande autorità, in Vienna del Delfinato, dove fu trasferito ed avuto in grande onoranza il corpo del santo Abate del deserto. Essi vestivano abito nero, e portavano alla parte sinistra del petto ilTau, segno mistico della potenza, che era una croce senza capo, di panno ceruleo, raccomandato ad un nastro sovra la cappa.Questi monaci dal loro patrono presero nome di Antoniani, ed il beato Umberto III di Savoia da loro invocato si porse benigno a soccorrerli. Il 27 giugno pertanto del 1181 quel munifico principe concedette ai monaci di Ranverso una grande distesa di terreni, franchigie di pedaggi e dazi, e proprietà di molini e giurisdizione sugli uomini che abitassero ne' possedimenti degli Antoniani; il che venivali a costituire in grado di baroni. E tali cose donò e concedette a richiesta ed istanza del suodiletto e caro Giovanni, e di Pietrofratello del medesimo.E chi era questo diletto del beato Umberto? Non poteva essere per certo un uomo volgare, che egli non avrebbe posto l'affetto suo in un dappoco. Conveniva pertanto che quel Giovanni fosse segnalato o per dottrina o per pietà: e vedremo che fu tale per l'un titolo e l'altro.XXVII.Le memorie di Ranverso e di quel Giovanni, che n'ebbe il governo, la veduta dell'antica chiesa di severo stile, del monistero a due piani murato a ridosso di verde ed amena collinetta volta a tramontana, e dell'edificio che già fu spedale di pellegrini, mi porsero invito a visitare que' luoghi in un bel mattino d'agosto (1865); e mi fermai in sulla piazzetta fra lo spedale e la chiesa pensando al sentimento religioso che ne consigliò l'erezione.Gli Antoniani cessarono d'esistere, eS. Antonio di Ranversoora è commenda che appartiene all'ordine dei Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il monistero annesso alla chiesa è abitato solamente dai cappellano e dall'economo che presiede agl'interessi della Commenda.Lo spedale non conserva d'antico se non la bella gotica porta che mette al giardino, ed il luogo è quasi deserto. Incontrai alcune guardie forestali dell'Ordine Mauriziano, e nell'ospizio, ove un tempo si vedevano raccolti viandanti stanchi ed infermi, trovai una pia fittaiuola di Avigliana, che vincendo di ospitalità il brusco economo, mi accolse con atti cortesi nella povera ed unica sua stanza fra due bimbi e cani e gatti e polli. Quella madre dei due bimbi stese una bianca tovagliuola sulla rustica tavola, e mi porse una tazza di caffè e latte, col pan bigio di campagna.Ed io ne fui lieto come a lauto desinare.XXVIII.Il cappellano di Ranverso, Luigi Quartino, era andato al paesello Rosta, e non appena tornato mi riconobbe festivamente per il poeta di cui aveva udito i versi improvvisi nel verno del 1837, alunno nel seminario di Nizza.Quel bravo sacerdote volle essermi guida su per l'ampia scala, e ne' corridoi del grandioso monistero, ed introdottomi nelle sue stanze mi aperse libri e notizie manoscritte da lui raccolte, importanti alla storia del luogo; e mostrommi la lista araldica di cinquanta stemmi di maestri ed abati dell'Ordine Antoniano, ch'egli fece trarre dalle pareti del chiostro e colorire con molta diligenza.Io ne segnai gli appunti in un quaderno di memorie, e già sulla soglia della piccola sua biblioteca io stava per uscire col cappellano e visitare la chiesa, quando m'imbattei a faccia a faccia con un prete francese, che già aveva conosciuto a Lione dal 1838 al 39, fra i più venerati e dotti amici dell'Ozanam,cui andiamo debitori di rare opere di letteratura storica e religiosa.Deggio tacerne il nome per obbedire alla soverchia sua umiltà e modestia.XXXIX.—Oh Regaldi! sclamò il prete francese cingendomi il collo delle sue braccia.—Oh! signor abate, risposi io facendo altrettanto. E stemmo alcun tempo guardandoci l'un l'altro con sorriso di gioia.Alla fine l'abate prese la parola e mi disse:—Mio caro, il proverbio non falla: i monti stan fermi e gli uomini s'incontrano.—Oh! senza dubbio, risposi, con lui rientrando nella biblioteca al dolce invito del cappellano, e ci sedemmo l'un presso l'altro in vecchi seggioloni a bracciuoli.—Gli uomini, seguitai a dire, si muovono e s'incontrano. Io incontrai l'ultima volta il nostro rimpianto Ozanam nel 1841 in Sicilia, innanzi alle storiate porte di bronzo della basilica normanna di Monreale, e in certe antiche parole di quella porta salutammo insieme gli esordi della lingua che divenne tanto armonica e divina nel poema dell'Allighieri, di cui egli fu sublime interprete filosofando cristianamente. Ed ora incontro voi (e ne ringrazio il cielo), suo degno amico, pure innanzi a cristiano monumento, in luoghi ricchi di memorie religiose e guerresche.Dacchè ci siamo conosciuti volsero molti anni, ne' quali ho corso l'Oriente studiando la storia del Cristianesimo e i fasti della cavalleria latina.—Ed io, ripigliava egli, ho corso ormai tutta Europa, rovistando gli archivi polverosi, per suscitare nomi e storie d'insigni francesi che portarono fra gli uomini la fede, la scienza e la civiltà.Spesso mi chiudo e vivo nella solitudine de' chiostri, e noncercando i rumori della fama, colla pubblicazione di memorie anonime mi compiaccio di rivendicare a' miei antichi ciò che loro è dovuto: e qui, poco discosto dalle Chiuse, qui dove suonano gl'imperituri nomi di Pipino, di Carlomagno e di Rolando, non può a meno che non si rinvengano le notizie di qualche nostra gloria, di cui siansi giovate a vicenda la Religione e la Civiltà.—Ciò diceva con quel fare enfatico, proprio de' Francesi, che cercano la loro patria in ogni terra, e fiso aspettando da me una risposta.—Oh! ripigliai sorridendo, qui nel chiostro di Ranverso non credo che i vostri Franchi abbian lasciato veruna memoria. Il convento e la chiesa sono del secolo duodecimo, e debbonsi ad un Umberto di Savoia ed a Giovanni Gerso.
DAL PIRCHIRIANO A TORINO
Sant'Ambrogio.
—Sì signori, se la Sagra di San Michele si murò sul monte Pirchiriano lo dobbiamo ad un miracolo.
—Ed ove invece doveva murarsi?
—In cima a quest'altro monte che gli sta a riscontro, e che chiamiamo ilPicco di Celle.
—Oh! narrate, di grazia, come avvenne il miracolo.
—Ecco. La Sagra, come dissi, aveva ad innalzarsi nel Caprasio, sul Picco di Celle; ma i maestri muratori avendo quasi lavorato tutto il primo giorno per piantare le prime fondamenta, tornati il dì dopo per proseguire l'opera, più non trovarono traccia dei lavori del giorno innanzi. Pietre, mattoni, sabbia, calce, attrezzi, tutto era sparito!
—Oh!
—Allora l'architetto fece ricominciare il muramento con nuovi materiali e nuovi strumenti, e venuta la notte, ordinò che gli operai dormissero tutti quanti sul lavoro. E così fu fatto. I maestri muratori colla cazzuola e il martello in mano, si coricarono quali sur un mucchio di sabbia e quali sui muri stessi; e i falegnami si sdraiarono lunghi e distesi, chi sulle travi e chi sui loro banchi, impugnando una sega, una pialla, e via dicendo.
—E la mattina seguente?
—Destati alla dimane, invece di trovarsi sul Picco di Celle, si trovarono sul monte Pirchiriano in quella medesima positura, in cui si erano addormentati la sera.
—Possibile!....
—Qual cosa è impossibile a Dio?
—Avete ragione.
—Io vi ho narrato il miracolo così alla grossa, ma saliti alla Sagra, troverete nella chiesa, nel coro antico dei PP. Benedettini, una pittura che vi spiegherà tutto ciò per minuto.—
Questo dialogo io raccoglieva nel borgo di Sant'Ambrogio, un mattino di settembre del 1854, mentre stavo aspettando una cavalcatura per salire alla Sagra; e fui ben lieto di cominciare con sì buoni auspici la pia pellegrinazione.
Ogni angolo del mondo ha qualche cosa meritevole di ammirazione. Ne ha pure il modesto borgo di S. Ambrogio, che è cinto di mura diroccate, conta 1400 abitanti, sparsi in tre quartieri, divisi un tempo da tre archi, ora caduti. Ebbe tre torri, e ne rimangono due; e la sua chiesa parrocchiale serba in onore le ceneri del santo patrono, Giovanni Vincenzo di Ravenna, ed arcivescovo della città natale, stando alle notizie dei due antichi breviari in pergamena, con miniature, conservati gelosamente nell'archivio parrocchiale. I due breviari precedono il secolo decimoquarto, non però il mille duecento e sessanta, quando Papa Urbano IV stabiliva l'officiatura e la festa delCorpus Domini, indicata in que' codici che cominciano così:In nomine Domini, amen.—Incipit breviarium secundum consuetudinem monasterii Sancti Michaelis de Clusa.
Queste cose mi diede a vedere con molta cortesia Giambattista Morelli, dal 1832 prevosto di quella parrocchia, de' più autorevoli ed eloquenti sacerdoti in Val di Susa.
La Sagra di S. Michele.
A dieci miglia da Torino, nella Valle della Dora, a guisa di promontôri irti e scabri, sorgono due monti, Pirchiriano e Caprasio, che separati dalle acque del fiume si guardano davvicinofra mezzodì e tramontana, come se da potenza misteriosa dovessero venir congiunti per impedire all'avido straniero l'entrata in Italia. I due monti abbondano di leggende, e specialmente il Pirchiriano per la famosa Badìa che gl'incorona il capo, già abitata da monaci Benedettini, ed ora da preti Rosminiani, uno de' quali mi è stato benevola guida al salire.
Quel Rosminiano, Clemente di nome, avea in cervello tutte quante le cronache e tradizioni del Pirchiriano e de' luoghi circostanti, e mi aperse i tesori della sua erudizione.
—Sino dal secolo nono dell'êra cristiana, egli mi diceva, le nostre giogaie furono abitate da penitenti cenobiti, che sulle cime di questo monte costruirono un oratorio all'Arcangelo S. Michele. Invitato sullo scorcio del decimo secolo a consacrare l'oratorio, venne Amisone vescovo di Torino. Si narra, che nella notte precedente alla consacrazione, a lui ed ai molti del suo seguito dormenti in Avigliana apparisse vivida luce sull'Oratorio e per le rupi del monte; e che pieno la mente di tal visione il vescovo, giunto all'Oratorio, incontrasse schiere luminose di angeli con insegne pontificali, e una colomba, che scesa dal cielo volava intorno all'alpestre tempietto. Entrato nella chiesuola vide i candelabri per prodigio accesi, e il pavimento sparso di cenere, e su le pareti le croci stillanti di olio, e l'altare eretto dagli angeli tutto fragrante di balsamo e d'incenso e radioso di luce sovrumana. Allora il buon vescovo si chiarì che il tempietto di S. Michele era stato già dagli angeli consacrato, ond'egli ne rese grazie a Dio, offerendogli il santo sacrificio della messa su l'altare taumaturgico.
—Voi davvero mi narrate mirabili cose, io lo interruppi: ma da qual fonte mai traeste codeste memorie?
—Non v'ha alcun dubbio intorno alla consacrazione degli angeli, ripigliò il prete Clemente: ne parlano con fede la Cronaca Clusina e la Malleacense, e l'Ughelli ed Agostino della Chiesa e il Terraneo ed altri gravi scrittori la confermano; ed anzi vi aggiungerò che i devoti della Valle qui concorrono ogni anno a celebrare il 29 maggio, giorno del miracolo.
Ma se desiderate udire altro di questi luoghi, vi narrerò cose non meno mirabili, che vi tempreranno le noie dell'aspra salita.
—Sì sì, proseguite, ve ne prego, io gli risposi.
—Ebbene udite. Fra i cenobiti che assistettero alla costruzione dell'Oratorio di S. Michele vuolsi ricordare il santo romito di Ravenna, Giovanni Vincenzo. Il bravo prevosto di S. Ambrogio vi avrà fatto leggere nei codici membranacei dell'archivio parrocchiale, che Giovanni, essendo arcivescovo di Ravenna, nel conferire la cresima dimenticò il fanciullo di una povera vedova, il quale morì senza il sacramento della confermazione. L'arcivescovo ne fu addolorato, e colla preghiera ottenne da Dio la risurrezione del fanciullo, onde lo potè rendere, subito cresimato, alla madre. Salito in fama di santo per così segnalato miracolo, a fuggire le tentazioni della vanità, lasciò il seggio episcopale e si chiuse nella solitudine delle Alpi. Visse penitente sul Caprasio e poi tramutossi al Pirchiriano fra i cenobiti di S. Michele. Vien tuttavia ricordato sul Caprasio da una cappella alla B. Vergine, ch'egli eresse, e lo ricordano le sue spoglie mortali venerate nella chiesa di Sant'Ambrogio. Ma la più splendida memoria di lui è la Badìa, di cui lassù appariscono le rovine, che fu edificata col suo consiglio e patrocinio.
A que' tempi fu veduto salire per questi greppi un francese di grande autorità, Ugone di Montboissier, gentiluomo dell'Alvernia, detto loScucito. Avea seco la sposa Isengarda e sèguito numeroso; e veniva da Roma, dove erasi prostrato innanzi alla tomba degli Apostoli ad invocare dalla Chiesa perdono di gravi peccati. La Chiesa gli perdonò, ingiungendogli a penitenza, o di vivere sette anni esule dalla patria, o di edificare sulle Alpi un monistero.
—Edificherò un monistero—egli disse; e secondando la voce del cielo, ed animato da angeli apparsigli in sogno, venne fra queste Alpi, e andò sul Pirchiriano a richiedere di consiglio il romito Giovanni. Lascio nella loro integrità le pie tradizioni del luogo, per cui vi dirò che il signore d'Alvernia, giunto a questi dirupi, franto dai disagi delle salite e bisognevole diristoro per sè e i suoi, aveva soltanto un'ampollina di vino, che però benedetta dal romito Giovanni si converti in vena inesauribile da dissetare la stanca compagnia.
Ugone d'Alvernia a tale prodigio sempre più si accese nella deliberazione di erigere il promesso monistero presso il miracoloso Oratorio, spendendo in tale impresa i molti suoi tesori, coll'assistenza del romito Giovanni, e coll'assenso di Arduino marchese d'Ivrea, dipoi re d'Italia, sedente allora nel castello d'Avigliana.
Sorse infatti sul finire del decimo secolo, o nei primi anni dell'undecimo il magnifico monistero, cheAbbazia della Stellafu nominato, edAbbazia di S. Michele della Chiusadallo storico paesello alle falde occidentali del monte, e più comunemente per antonomasia laSagra di S. Michele.
Papa Silvestro II, compiacendo al vescovo Amisone, fu largo di privilegi alla Badìa di S. Michele che, per le donazioni de' fedeli cresciuta di ricchezze, colla preghiera e coll'opera de' suoi trecento monaci Benedettini si segnalò per santità e dottrina fra le quattro prime badìe d'Italia, emula delle più cospicue nella cristianità.—
Mentre queste e simili altre cose mi andava raccontando il prete Rosminiano, io non soddisfatto della cavalcatura salivo a piedi, soffermandomi di tanto in tanto a guardare i pittoreschi dintorni, e pensavo che gli scrittori di que' luoghi farebbero meglio a distinguere la schietta storia dalle vane leggende, che ad accozzare un indigesto ammasso d'incondita erudizione, come fece l'Avogadro nella suaStoria dell'Abbazia di S. Michele[23], per cui si direbbe ch'egli fosse un cronista de' tempi barbari, anzi che uno storico nella piena luce del secoloXIX.
Dopo un'ora e mezzo di aspro cammino fra selve di castagnigiungemmo alle cime del monte; e quivi su d'uno spianato vidi gli avanzi di un piccolo edifizio ottangolare, antico sepolcro de' monaci, di maniera moresca nelle nicchie e finestruole. Passando oltre, avrei immaginato di appressarmi alla fantastica dimora delle fate, se già non avessi saputo di trovarmi in cospetto alle gigantesche mura della Badìa, in parte risparmiate dal tempo a testimoniare l'ardire dei primi edificatori di tanta mole, monumento bizzarro e massiccio, monastico e feudale, su gli acuti vertici del Pirchiriano.
Trasportiamoci col pensiero sulle Alpi, quando incerti e male agevoli erano i passi chiusi da foltissime selve, e temuti castelli facevano paura ai minacciati viandanti. Il popolo facile per l'indole sua a dar fede al maraviglioso, vedendo sul Pirchiriano sorgere l'edificio di colossale struttura, con ponti levatoi, torri e bastite, dedicato all'Arcangelo Michele, nella sua ingenua ignoranza reputandolo superiore all'industria umana, lo avrà facilmente creduto lavoro de' celesti, origine alle leggende e alle frequenti visioni.
Entrato per una porta coperta di ferro e salendo per tortuosa via fra acacie e ginepri virginiani e per diversi ordini di scale, giunsi ad altra porta che mette nel cenobio.
Le reliquie di antichi dipinti, le grigie pietre quadrangolari bene commesse, e i due pilastri su cui poggia l'arco della porta a tutto sesto, i bizzarri loro capitelli con leoni nei tre lati rozzamente scolpiti, gli uni addossati agli altri e avviticchiati nelle code, imprimono nell'alta facciata del monistero una cupa severità, sì che nell'ingresso del chiostro ci si presenta l'immagine veneranda e temuta del vecchio abate con pastorale e spada. Ma nel prossimo terrazzo l'anima del pellegrino viene rallegrata dalla varia ed amena vista di gioghi e valli, torri, paesi ed acque. Due volte in quel terrazzo vidi sorgere il sole dalMusinèe irradiare il vicino montePelato, così detto dallecime spoglie di alberi, e il Caprasio santificato dalle benedizioni del Romito di Ravenna, e la Valle Rubiana fra il Caprasio e il Pelato. E più lunge io vedeva illuminarsi i ridenti ed impomati colli che, altieri della funerale basilica di Soperga, ad oriente incoronano la vetusta metropoli dei Subalpini; e nella sottoposta valle fra il Pirchiriano e il Caprasio, solcata dalla strada di ferro, fra tanta varietà di luoghi io salutava tutta sfavillante di luce la Dora Riparia che a vasti piani è dispensiera di vita, avvegnachè talvolta soverchiante d'acque rompa gli argini, e impetuosa divori le gioconde speranze dell'agricoltore.
—Oh! quanto diverso sarà stato l'aspetto di questa valle della Dora, quando il sistema feudale copriva i gioghi circostanti di castella, e multiformi signorie opprimevano le genti! (io esclamai la prima volta che il Rosminiano mi condusse al terrazzo, sul limitare della Badìa).
—Ben vi apponete, egli mi rispondeva: gagliardi baroni se ne dividevano il dominio, e l'abate della Sagra di S. Michele era de' più autorevoli, cinto dal potente clero e dagli armigeri, sicuro nelle vigili mura della colossale Badìa, e tenendo in soggezione i molti vassalli eziandio col castello a cavaliere di S. Ambrogio, del quale vedeste non ha guari i cadenti merli. A lui obbedivano cento e quaranta fra badìe e chiese, ed egli, vestendo corazza e stola, benediceva la potestà laicale, beata nella virtù del sacerdozio.—
In seguito il prete Clemente mi diede altre singolari notizie, per le quali la società del medio evo mi si presentò non beata, come parve al Rosminiano, ma afflitta da contendenti signorie, che non di rado tinsero d'umano sangue le acque della Dora.
Gettandomi colla mente nel labirinto delle giurisdizioni feudali, ricordai i principali signori di quei dintorni, ed ora noto i nomi di parecchi, che appresi dal conte Cibrario, tanto benevolo all'autore di queste pagine.
I Provana con titolo comitale ebbero in signoria Almese ed Alpignano, e il contado di Caselette fu dei Cauda, poi dei Cays, e quello di Chianocco appartenne ai Grossi ed ai Carignani, e dei Tomatis fu il castello di Chiusa. Chiavrie era dei Somis, che diedero alle lettere italiane un conte, dottissimo filologo, ed Exilles fu dato ai Bertola, de' quali primo conte fu il celebre Antonio, ingegnere, che costrusse le difese di Torino nel 1706. Gli Agnes furono conti di Fénil, di Rosta i Carron, i Niger lo erano di Oulx, di Foresto i Vivalda, e di Val della Torre i Caselette. Di Rubiana erano conti i Chiavarina, di S. Antonino i Pullini, che ebbero un abate, economo generale, ricordato per un bel museo da lui raccolto, ed ebbero un cardinale i Bottiglia conti di Savoulx. Marchesi di Frassinere furono i Bonaudi, e di Giaglione i Ripa, e i Groppello conti di Borgone vantarono un celebre uomo di Stato, cui son dovute le principali riforme economiche di Vittorio Amedeo II. Il feudo di Trana fu dei Gastaldi, Orsini e Gromis. Villarsamarco era feudo dei Mistrotti, e quello di Villarbasso fu degli Ambrosii, d'Angennes, Mistrotti; Pianezza appartenne al conte Martinengo nel secolo XVI; dipoi fu marchesato di donna Matilda di Savoia e de' discendenti da lei; e Reano era contado dei principi del Pozzo della Cisterna, dai quali riconosce la costruzione della gotica chiesa parrocchiale, adorna di bei dipinti. Giaveno fu della Badia di S. Michele, poi feudo di Brichanteau; e i Bertrand di Monmegliano, potenti e prepotenti baroni, cagione di molti travagli agli abati di S. Michele, furono conti del memorabile castello di Brusolo, ove nel 1610 seguì tra il Piemonte e la Francia il trattato, pel quale Enrico IV prometteva a Carlo Emanuele I la Lombardia, alto disegno rotto in allora dal pugnale di Ravagliacco, ma ricomposto e adempiuto ai dì nostri col trionfo del sangue latino. Baratonia fin dal mille fu capo di un viscontado, ed Avigliana ebbe a signori i Carron marchesi di Santommaso, famiglia che vantò nei secoliXVIIeXVIIItre generazioni di ministri, e da ultimo il marchese Felice, storico di nobile ingegno e d'indole preclara.
A questi nomi dovremmo aggiungere altri molti di vescovi ed abati, onde organavasi in Val di Susa il consorzio feudale, frastagliato di tante e sì diverse giurisdizioni, che inceppavano il commercio e le industrie ed impedivano lo svolgimento del vivere libero e civile.
Che strano e disonesto brulichìo di baroni contendenti e contristati vassalli! Il medio evo fu il barbaro trionfo dell'ignoranza armata. Il disordine di que' tempi vien significato dall'istessa irregolare costruzione dell'edifizio, foggiata negl'irregolari picchi del monte; ed io lo vedeva espresso eziandio nelle strane figure intorno ai capitelli ed alle basi così delle ritte che delle ritorte colonne, miscuglio di arte romana e gotica, fatto più bizzarro dai ristauri di età posteriori. Visitiamo la Badìa a parte a parte. Facciamoci intorno all'enorme pilastro che ricorda quelli d'Egitto, e regge le vôlte principali dell'edifizio; saliamo e scendiamo nei tortuosi angusti andirivieni del monistero, per le alte scale intagliate nella roccia, sotto gli archi della chiesa, de' corridoi e delle grotte, qui fra lapidi impresse di gotici segni e di stemmi gentilizii, là fra teschi accatastati e fra cadaveri ritti entro nicchie, semicoperti da cenci, ed abbracciati alla croce, mummificati dal vento del Moncenisio, che perpetuo percuote quelle vette; e fra tanto sacro orrore sentiremo nell'animo il peso dei tempi feudali.
Che dirò d'una sera che, rischiarato da fiaccole per l'ampia scalinata, fra sepolcri e scheletri tornai ad affacciarmi alla mirabile porta del vestibolo, per cui si sale al tempio? Colonnette di marmo a diversi colori, attortigliate, cilindriche, ottangolari con base e capitello di varia foggia reggono quella singolar porta a tutto sesto, adorna di fregi e meandri in basso rilievo intagliati con ogni sorta di vezzi e fiori intrecciati, e coi dodici segni del zodiaco ne' pilastri. Ai quattro angoli d'una base di colonna sono scolpiti quattro grifoni, e ai quattro angolid'un'altra base quattro leoni, di cui l'uno morde la coda all'altro. In un capitello sono raffigurate aquile, che afferrano un cerchio, in altri veggonsi uomini furibondi che si accapigliano, e serpenti che si avviticchiano ai martoriati, lor dando di morso, come i serpenti punitori dei ladri nell'inferno dantesco. Che più? Uno de' capitelli rappresenta Caino in atto di uccidere Abele, e in un altro si vede Sansone scrollante le colonne del tempio. Io riguardava pieno di stupore. La luce delle fiaccole balenava nelle mummie, nelle lapidi e nelle simboliche figure delle colonne; ed io andava fantasticando che mai significare potesse quella gran porta abaziale. Qual fosse il concetto dell'artista del medio evo non saprei dire; ma io poeta nelle sculture della porta immaginai rappresentate le discordie e le prepotenze della barbarie; e vidi il Caino del feudalismo che prostrava il misero popolo, l'Abele della borgata; e nel Sansone caduto fra le rovine del tempio de' Filistei io vedeva il feudalismo sfasciarsi fra i combattuti castelli e le ire dei vassalli.
In mezzo ai terrori del medio evo non di rado i monisteri furono asilo di pace e di santità, e sede nobilissima della scienza. Tale fu quello di S. Michele della Chiusa. Basti ricordare i preclari uomini che lo fondarono, governarono e protessero, e tosto all'ingresso del cenobio voi vedrete svolgersi ricca di splendori la storia di dieci secoli, da Arduino il generoso e sventurato re d'Italia, lontana imagine di Carlo Alberto, al monarca Vittorio Emanuele II, che l'uno e l'altro vendicando, alla trionfante nostra Penisola restituì più splendida e sicura la regal corona dei marchesi d'Ivrea.
Sedendo su gli scaglioni della roccia presso la porta simbolica del medio evo, nell'ora vespertina, io vidi aprirmisi lo storico volume di un millennio. Risorti nella mia mente agitata dalla maestà del luogo e dall'ora conveniente alle meditazionisalivano per que' scaglioni, e per la porta misteriosa entravano nel tempio uomini di grande autorità.
Saliva il magnanimo marchese Arduino, accompagnato dal fondatore e dal primo abate del monistero, Ugone e Adverto; e li seguivano il beato Giovanni di Ravenna, ed Amisone, vescovo di Torino. Salivano gli abati Benedetto il Seniore e il Giuniore, e con essi l'Ildebrando, il restitutore della libertà alla Chiesa e combattitore delle superbie e simonie imperiali del tedesco Enrico IV. Santo Anselmo, l'arcivescovo di Cantorbery, congiunto di sangue coi principi di Savoia, e il venerabile cardinale Pier Damiani salivano ragionando insieme della fede, della ragione, della scolastica e del ristauramento della ecclesiastica disciplina. Il beato Umberto III saliva accompagnato dal suo diletto monaco Antoniano Giovanni Gerson, che gli andava recitando alcuni versetti del suo libroDe imitatione Christi. In seguito nella chiesa odorosa d'incenso e sonante di cantici io vedeva affollarsi lunghe schiere di monaci venerati, e famosi principi, fra i quali Eugenio di Savoia, abate commendatario della Sagra, prima di essere il vindice capitano delle milizie subalpine, e l'immortale Giacinto Gerdil, precettore di Carlo Emanuele IV, l'ultimo abate, quando allo scorcio del secolo passato la Rivoluzione francese abbatteva il vecchio edifizio sociale per ringiovanirlo.
La mia mente non riposava, ed ultimo vedeva salire il glorioso martire dell'indipendenza italiana, re Carlo Alberto, che tornò in onore la deserta Abazia, e fece rivivere quello stupendo monumento di antichità cristiana. Egli mi apparve accompagnato dal sommo filosofo Rosmini-Serbati, al cui sodalizio della Carità affidò la cura della risorta Abazia, divenuta, come Superga ed Altacomba, sepoltura dei principi della R. Casa di Savoia.
Il monastero, tanto ammirevole e fantastico nella porta poco anzi descritta, non è del pari nell'interno della chiesa: la qualeristaurata più volte, è disforme dalla bellezza delle porte d'ingresso. Ha tre navate, di stile gotico le laterali, di stile romano quella di mezzo, sorrette da grandi colonne ricche di fregi, fra i quali leggonsi lettere Carlovingiche. Sono da osservare alcuni buoni dipinti e l'altare maggiore; un monumento romano con pie sculture dedicato da Servio Clemente alla memoria de' suoi genitori e della moglie, e il bellissimo mausoleo d'un abate, probabilmente Guglielmo d'Acaia, effigiato in pietra, e steso sotto un baldacchino fra quattro colonne.
Per una piccola porta dalla chiesa si discende nell'angusto vestibolo dell'ipogeo, già umile dimora al romito Giovanni di Ravenna. Le spoglie mortali dei Principi di Savoia, tumulate nella Metropolitana torinese, furono nell'anno 1836 da Re Carlo Alberto fatte trasportare alla Sagra di S. Michele e deporre nella chiesa ai lati dell'altar maggiore; e nell'anno 1856 per ordine di Re Vittorio Emanuele II vennero composte con ogni onoranza in distinti avelli nella sotterranea cella di San Giovanni, illustrati dal conte Luigi Cibrario con latine epigrafi, che sono la concisa ed elegante storia dei sepolti e del trasferimento delle loro ossa. Gl'Italiani salutano riverenti le ceneri de' Principi Sabaudi, e sulle loro tombe suona continua la preghiera dei sacerdoti Rosminiani.
I Rosminiani.
Il sodalizio della Carità fondato dal Rosmini, ed approvato dalla Chiesa l'anno 1839, sarebbe de' più possenti nella cristianità, qualora simili instituti fossero ancor piante da rifiorire ai dì nostri.
I Rosminiani non sono nè monaci nè frati, ma sacerdoti regolari che possono dedicarsi alla vita contemplativa, e, chiamati, applicarsi alle missioni ed agli spedali, all'aiuto de' parrochi, all'educazione del popolo, insomma al più ampio esercizio dellacarità. E perchè nessuna legge circa i beni ecclesiastici potesse pregiudicarli, accortamente il Rosmini ordinava che il sodalizio della Carità fosse congregazione di privati sacerdoti, ciascheduno dei quali vive del proprio. Finchè vien tutelata la proprietà dei cittadini, sarà pure inviolata quella dei sacerdoti Rosminiani, i quali sono poi tra loro vincolati a dare ciascuno le loro rendite all'istituto e vivere insieme.
—E quando alcuno di voi cessi di vivere, a chi spetteranno i suoi beni? domandai ad un Rosminiano.
—Egli avrà testato in favore d'un altro Rosminiano.
—E se l'erede si scioglie dai patti rosminiani ed abbandona la casa della Carità?
—Lo potrà fare, ma pensi alla sua coscienza.
Niccolò Tommaseo nel settimo anniversario dalla morte di Antonio Rosmini così parlò delloSpirito della sua istituzione. «Una delle prove del noviziato era l'assistenza agli infermi per lo spazio d'un mese almeno. E il Rosmini intendeva fondare un collegio di medici, per rendere filosofica insieme e religiosa la scienza, da tanti fatta men che mestiere. Il suo Istituto ammette coadiutori nelle arti meccaniche; così come ingiunge le missioni lontane: ed egli, stendendo alla grande regione dell'India il suo pensiero, desiderava trovare uomini che s'addentrassero nella filosofia de' Bramani per guadagnarli alla verità con l'aiuto della civiltà loro propria, intanto che altri per vigore di carità solleverebbero dalla natìa depressione i poveri Paria. Voleva imparassersi le lingue de' vari paesi; e in ogni cosa e luogo trattassesi principalmente con coloro da cui si possa imparare. Richiedeva l'esercizio del dire improvviso, non solamente per predicare, ma e pe' colloquii e per le scuole: le quali apriva e festive e notturne a uso dei poveri; e a' maestri degli elementi dava per protettore il Calasanzio; e diceva che dovess'egli accettare una cattedra, la pedagogia presceglierebbe alla stessa filosofia. Scelta insieme e umile e sapiente».
Il sodalizio della Carità, più che fra noi, è diffuso in Inghilterra e vien rispettato da quanti ne conoscono i seguaci. Ione conobbi parecchi, che nobilmente operano e pregano su le rive del Verbano presso il sepolcro del loro celebre fondatore, e sul Pirchiriano intorno ai sepolcri dei Principi Sabaudi.
Quelli della Sagra di S. Michele insegnano gli elementi delle lettere ai poveri fanciulli del villaggio di S. Pietro, provvedendoli di libri e di pane, ed aiutano i parrochi dei paesi circostanti nell'evangelico ministero. Accompagnandomi intorno alla Badìa mi ricordavano gli antichi monaci dissodatori d'incolti terreni. Anche i Rosminiani convertirono ermi luoghi in ameni pensili giardini, ricreati da frequenti zampilli di acque ed allietati da rose, mirti ed allori, da platani, cedri e quercie, e da vigneti, che sospendono i loro grappoli fra l'edera di negre roccie, ed attestano il vigore della vita innanzi a caverne, crani e croci.
La Bell'Alda.
Il prete Clemente dai ridenti giardini riconducendomi ai malinconici corridoi della Badìa, mi trasse al vecchio coro dei monaci benedettini, ora squallido e muto, e su d'una parete mi additò rozzamente dipinta la fondazione del monastero secondo la leggenda popolare. Dipoi, passando per l'andito, dove entro una cappella ammirasi Maria bellamente dipinta su tavola del Macrino d'Alba, mi condusse alle rovine dell'antica grandiosa dimora dei trecento monaci. Alla splendidezza dell'opulenta Badìa succedette lo squallore e il silenzio della morte tra frantumi di colonne, d'archi acuti e di capitelli. Accresce orridezza alle confuse macerie verso tramontana un profondo precipizio, innanzi a cui il prete Clemente mi disse:
—Qui si racconta una storia di lagrime. Leggiadra e desiderata fanciulla, detta Bell'Alda, per sottrarsi alle insidie d'un seduttore che la inseguiva, invocò l'aiuto di Maria, e leggiera come piuma di colomba spiccando un salto da questo vertice, illesa toccò il fondo dell'irto precipizio; ma Alda invanitasi diprova così felice, ne fece un secondo con diversa fortuna: restò morta giù negli spaventosi dirupi!
Due Salti.
Due salti di donna sono famosi nelle tradizioni e nei canti di Grecia e d'Italia. Ricordato dai Greci è tuttodì il salto di Saffo, e gl'italiani lamentano il salto di Alda.
Visitai sul promontorio di Leucade le rovine del tempio di Apolline, dove la tradita poetessa di Lesbo mise l'ultimo lamento contro l'ingrato Faone, prima di gettarsi disperatamente nelle acque dell'Ionio. A pochi passi di là, nel deserto monastero di Santo Nicola, presso piccolo giardino, una chiesuola e i rozzi sepolcri di due vescovi, mi fu aperta la cella in cui visse austeramente la pia Susanna, che morta venne sepolta col capo appoggiato al tronco dell'arancio, che la romita piantò di sua mano all'ingresso di quell'umile asilo.
Colà il vecchio monaco Cipriano, che contava cento e più anni di vita, m'imbandiva frugal mensa, benedicendola colla tremebonda sua destra. Dipoi, tornato al muto delubro di Apolline, colsi fra le rovine una viola che, sebbene arida, è per me tuttavia piena di vita; e la serbo nelle pagine di Grecia a ricordanza dell'isola ospitale che m'ebbe tre mesi infermo per grave frattura toccatami al piede sinistro, nel saltare da una barca sul lido prossimo al promontorio, infausto ai poeti dell'uno e dell'altro sesso. La serbo a ricordo della infelice donna miseramente tradita in amore, ed a memoria del Leucadio Aristotile Valaoriti, ch'empie de' suoi mirabili versi l'isola materna e tutta Grecia.
Presso il luogo del salto di Alda, come presso quello del salto di Saffo trovai grotte di antichi romiti e l'ospitalità di uomini solitari. Incontrai inoltre una bionda giovane Britanna, che insieme colla sua famiglia era andata nel vicino villaggio diRanverso a piangere un amato fratello nella casa ove era morto. La desolata sorella, salita alle balze di Alda, si assise sotto un albero secolare, e mentre fissava i molti fiori da lei raccolti per quelle rupi, io vidi ad un tratto serenarsi il turbato volto della donzella, che sorridendo mi disse:
—Poeta, anche questi fiori appassiranno fra breve, ma nella primavera risorgeranno.—E sì dicendo guardò amorosamente il cielo, come se lassù nell'eterna primavera vedesse risorto il fiore degli affetti suoi, il perduto fratello.
Uno dei fiori caduti di mano alla donzella fu raccolto nelle pagine della Dora, e mi ricorda il lutto della Britanna, il salto di Alda e l'amorevole ospitalità dei Rosminiani, che spesso con filiale riverenza mi parlavano del sapiente loro institutore.
Il promontorio di Leucade e il Pirchiriano hanno in sè tante e sì diverse memorie di Grecia e d'Italia, che non saprebbesi ben dire se appartengano più al cielo o alla terra.
Chi desidera udire i casi di Salto, ricordati ai dì nostri con sublime dolore, li cerchi nei canti di Leopardi e Lamartine e nelle musiche del Pacini. Nelle loro pietose armonie troverà significata con verità di estri la poetessa di Mitilene.
E chi volesse conoscere vivamente descritte le venture di Alda, si piaccia di cercarle nelle opere di Massimo d'Azeglio e Cesare Balbo. Ed io volli indagare, come dalla tradizione alpigiana pigliassero argomento alle loro pagine que' due Piemontesi, gloria della letteratura e politica italiana.
Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio.
Cesare Balbo in una delle sue novelle narrate da un maestro di scuola racconta il caso dellaBella Alda, innestando qualchecosa di suo alla leggenda[24]. Suppone accaduto il tristo caso verso il 1200 o 1300,al tempo d'una delle discese de' Francesi per la Comba di Susa; e imagina che soldati di Francia tentino la onestà di Alda e la costringano a precipitarsi giù per i dirupi del Pirchiriano.
Per tal guisa lo scrittore prende occasione a rimproverare la baldanza de' Francesi, e lamenta l'oltraggio che spesso a noi fanno i temerari stranieri.
Massimo d'Azeglio, poeta e pittore[25], inventa i casi del monaco Arnaldo, e splendidamente narrando e ritraendo le tradizioni e le pittoresche veduto della Badìa, mette in bocca al monaco il racconto, e gli fa dire che il caso di Alda sia avvenuto ai tempi di Federico Barbarossa, quando gli Imperiali scorrazzavano audacemente in quella valle, ponendo a sacco e distruggendo Susa, Avigliana e tutte le circostanti castella, indignati di Umberto III, Conte di Savoia, che di animo guelfo teneva per il Papa. Le quali cose egli narrando ne accende di sdegno contro i nemici, che ci vengono da Lamagna.
In quanto all'essersi Alda insuperbita del miracolo e l'aver fatto un secondo salto onde morì, il D'Azeglio scusa la stranezza del racconto dicendo: «Ha sete sempre l'animo nostro di maraviglie, nè trovandole vicine, le cerca nel remoto passato e nel tenebroso avvenire».
Il Balbo invece osserva: «Non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici, erano appunto quelli che si chiamavano Giudizi, ma furono vere tentazioni di Dio. Quindi è che si potrebbe dire, che domandando giustizia e riparazione l'Abate e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il miracolo e dei secondi il negarlo, venissero poi gli uni egli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto a vanità, vi si lasciasse persuadere».
Due Laghi.
Un altro subalpino, lodato scrittore di storie, Domenico Carutti, in un libro di racconti[26]celebrò la Sagra di San Michele e i suoi dintorni, ed io li ricordai scendendo, verso la parte meridionale della Badìa, ai due laghi di Avigliana da lui descritti con brio ed eleganza.
Breve istmo selvoso separa i due laghi; quello chiamato dellaMadonnaha sessanta mila metri quadrati di superficie, e ne ha trentadue mila e cinquecento l'altro denominato da SanBartolomeo. Il lago della Madonna per un canale versa le sue acque nell'altro.
Sulle rive s'incontrano casolari pescherecci, e quelle acque bagnano le falde a verdi ridenti colli, dietro ai quali biancheggiano di neve le alte giogaie delle Alpi.
Giunto alle rive del maggiore dei laghi, pregai un pescatore che nella sua barca mi traghettasse alla riva opposta, appiè del convento dei PP. Cappuccini. Quel pescatore pallido e gramo, benchè giovane, mi accolse volentieri nel suo navicello e mi fece sedere presso la rete, che gli aveva procacciato abbondante pescagione, ed agitando i due remi si pose a vogare, traendo affannosamente frequenti sospiri.
—Mi sembrate di cattivo umore, gli dissi; eppure dovreste sorridere al lago della Madonna, che vi dà gran copia di anguille, di tinche e di trote.
—Oh! Vossignoria non conosce bene questi luoghi, mi rispose: qui nato, qui vivo di crucci; e mi costa molte pene questa pesca.Qui si scontano i peccati dei nostri padri: dove ora veggonsi i laghi sorgeva l'antica Avigliana.
Si narra che gli abitanti fossero di mala vita, e che rifiutassero gli atti della carità cristiana verso il prossimo, anzi facessero villanie ai poveri: Dio stesso ne fece l'esperimento. In una fredda e nevosa giornata d'inverno, qui sul far della sera capitò un vecchio pellegrino, stanco dal viaggio e dal digiuno. Andò di porta in porta ad invocare per una notte ricovero e ristoro. Ebbe ripulsa da tutti, fuorchè da una vecchierella, che gli usò carità nel breve tratto di terra fra i due laghi, dove abitava.
Il pellegrino era nostro Signore: il dì appresso risparmiò la casa ed il giardino della pietosa vecchierella, e punì amaramente il resto degli abitanti, tutto subbissando in queste acque, per cui udrà spesso ripetere ironicamente:Viana villana per la sua bontà l'è sprofondà.
—Ma ora, io ripresi, vi dovreste confortare nella pesca abbondante e nel vivido sorriso di questi luoghi salubri.
—Salubri! esclamò il pescatore tutto tremante per i brividi della febbre che lo assaliva. Ella sogna davvero. M'accorgo sempre più che per la prima volta ella visita questi luoghi. Qui l'aria è ancora infetta dei peccati della sprofondata Avigliana: Iddio non cessò di castigarla di qualche orrendo misfatto. In questo umido cielo, e nei dintorni paludosi dominano le febbri, ed io ne sono spesso travagliato. I frati pregano e benedicono le acque, ma invano; parecchi di essi sono al pari di me travagliati dalla febbre terzana.—
Cercai di consolarlo, augurandogli abbondanza di pesci e serenità di salute, e gratificatolo del pronto tragitto, toccai il lido innanzi al Convento.
Quel convento dei PP. Cappuccini, sormontato da una cupola, sorge su d'un poggio verde di cipressi, salici ed olmi; e un'alta croce di legno gli sta d'innanzi guardiana della preghiera e dellapenitenza. Entro una nicchia difesa da cancello di ferro mormora perenne fontana, le cui acque si accolgono in petroso bacino. I villici assetati vi trovano ristoro usando della tazza assicurata al cancello e pendente da una catenella. Così come i Dervissi d'Oriente, i buoni frati d'Occidente accanto al romito ospizio offrono agli stanchi pellegrini il beneficio di acque desiderate.
Io ne bevetti con soddisfazione; e le trovai fresche e grate come quelle che nell'Epiro attinsi alle fonti del Pindo, al di là del lago di Giannina. Ma le acque di Avigliana non hanno, come quelle del Pindo, la virtù vivificatrice de' carmi; perchè entrato nel Convento per una cancellata di legno, sulle pareti del vestibolo lessi a grandi caratteri quattro sonetti, dai quali ci è lecito argomentare che quivi i frati dalle loro acque non attingano la poetica inspirazione.
Torcendo lo sguardo da quei quattro peccati di poesia, nel mio quaderno presi a notare la bella veduta di quei siti pittoreschi e le cose pregevoli del convento. Ma i frati mal sospettarono di me.
In Manfredonia, nell'antica chiesa Sipontina, mentre si facevano scavi dispendiosi per trovare un sognato tesoro, ed io notando raccoglieva le notizie del luogo, fui preso dal volgo per un mago francese, esperto di nascosti tesori, e fui investito da sì indiscrete e minacciose interrogazioni, che a liberarmi dovettero intromettersi uffiziali di polizia, e una cospicua famiglia mi tutelò ospitalmente. Nel convento di Avigliana i frati nel 1854 non mi credettero un mago, ma un Delegato del Governo, andato a registrare le riposte loro ricchezze, sicchè il Padre Vicario con modi bruschi non cessava di ripetermi:
—Nulla v'ha qui che meriti di essere notato, nulla, nulla.
—Ma pure, o molto reverendo, io gli diceva, merita di essere visitata la chiesa del convento. È prezioso su l'altar maggiore il tabernacolo coperto di tartaruga, preziosa la tavola in cui sono effigiati Maria e i santi Rocco e Sebastiano. Mi permetta, ottimo Vicario, ch'io qui rimanga ancora qualche istantead ammirare ilCristo in crocedel Caravaggio e gli altri due dipinti, che voglionsi di Lionello Spada.
I frati si avvidero dell'errore e tosto lo emendarono, illuminandomi con due ceri l'altar maggiore, ond'io potei davvicino guardare la Madonna, alla quale in ogni secolo si aggiunge una corona d'argento con pompa solenne. Ne ha tre la Madonna; l'ultima le fu tributata con festa di otto giorni nel 22 agosto del 1852.
Avigliana.
A pochi passi dal convento si entra in Avigliana, che fu turrita città piena di popolo e di commercio, seggio del marchese Arduino e dei Conti di Savoia, culla di Umberto II e di Amedeo VII detto ilConte Rosso. Ora è borgo di tre mila abitanti, che si distende da oriente a tramontana per le estreme pendici del monte, su cui veggonsi le rovine del suo celebrato castello.
Nell'erbosa piazza v'ha un antico pozzo circolare a cui sogliono attinger acqua gli Aviglianesi, e per le ripide e tortuose vie s'incontrano torri, chiese vetuste, portici e vestigia di gotiche costruzioni, che attestano le glorie passate collo scudo e la croce di Savoia scolpiti in più luoghi tra i fregi de' capitelli.
Addì tre dicembre del 1851 un eletto giovane, caldo di poesia e fior di gentilezza, Camillo Verdi, in sul meriggio mi accompagnava fra i deserti ruderi del vecchio castello, già segno a gravi sciagure.
Invadevano il castello le armi di Lamagna ai tempi del conte Umberto III di Savoia, parteggiante per la Chiesa, nemico a Federico Barbarossa; e nel 1636, comechè difesa dal presidio spagnuolo, la rôcca di Avigliana fu assalita dai Francesi chenell'orrendo eccidio risparmiarono una donzella piemontese, disarmati dalla rara sua bellezza. Risorta la rôcca di Avigliana, fu nel 29 maggio del 1691 nuovamente percossa dai Francesi capitanati dal Catinat, al quale, si racconta, una vecchierella indicasse laPietra-piana, l'eminenza donde il Generale potè con truce fortuna investire il castello, e farne informe ammasso di rovine, per muovere dipoi al campale combattimento della Marsaglia, ov'ebbe il bastone di maresciallo.
Rimangono del castello vôlte sotterranee e una massiccia muraglia con tre finestre. I gufi e le nottole fanno lor nido e stridono ove un tempo fra gli scudieri e i falconieri ferveano le virtù cavalleresche ne' tornei, nelle caccie e negli amori dei corazzati principi e guerrieri, e ne' canti de' trovadori, ed ove si agitavano le politiche imprese, che per lungo ordine di vicende prepararono il concetto rinnovatore della presente Italia.
Per una scala salii al sommo di que' ruderi, mentre d'intorno rideva tranquillamente la natura. Il verde e l'azzurro e il color di porpora splendevano nell'acque e ne' monti, e per la serena vôlta dei cieli un venticello del Moncenisio spingeva bianche nuvolette in Lombardia.
Da quelle vette solitarie ad oriente io vedeva il prossimo ospizio di S. Antonio di Ranverso, e più in là il castello di Rivoli, la torre di Buttigliera e la cupola di Superga; e una grigia nebbia vivida di luce mi segnava il corso del Po lambente le falde ai colli di Torino. Verso la parte meridionale parevano sfavillare di perle e smeraldi i colli di Giaveno e i due laghi, come dalla parte nordica i gioghi del Rubbione e del Musinè e le acque della Dora; e ad occidente rividi la Sagra di S. Michele e il Pirchiriano che mi nascondeva il varco delle Chiuse, dilatando le sue ombre sulla Dora, e di là salutava le torri di Susa e le nevi del Moncenisio.
Il mio compagno vedeva il brio della sua gioventù riflessonelle cose circostanti, per cui le stesse pannocchie di grano turco nelle case del borgo ci parevano tappeti d'oro pendenti dalle tettoie e dai ballatoi giù per le brune pareti. Insomma quel giorno festivo pareva un giorno di primavera venuto a rallegrarmi fra i geli del dicembre sul monte di Avigliana. Oh quanta vita intorno allo squallido castello, scheletro roso dal tempo e non più curato dagli uomini!
Camillo Verdi meco ricordava il Conte Amedeo VII che, degno figlio del Conte Verde, nacque in quel castello addì 24 febbraio 1360; e acceso di nobile ardore declamava la ballata di Giovanni Prati, intitolataIl Conte Rosso, che forse il poeta immaginò, attingendo dalla vista di que' luoghi le felici sue inspirazioni. Scendendo dal monte volentieri io ripeteva col Verdi:
«O voi, che languite scorati e pensosi,Poeti d'Italia, dai lunghi riposiSorgete una volta, sorgete a cantar.
Tendete concordi l'orecchio devoto,Chè un'eco possente del tempo remotoSusurra sull'Alpi, passeggia sul mar».
Ripetendo i versi del Prati, c'imbattemmo in quattro popolane dal volto giocondo e rosato, che cantavano sedute sul dorso d'un poggio presso il cimitero della parrocchia di Santa Maria Maggiore, la cui squilla annunziava l'ora meridiana.
Quelle gaie donne erano l'espressione della gioventù che, inconscia delle miserie umane, folleggia fra le macerie della morte.
Tornato altre volte in Avigliana, visitai la Chiesa parrocchiale di Santa Maria, su cui rosseggia l'acuto antico campanile. Un buon vecchio, sagrestano da trent'anni, mi additò in una cappella la Madonna effigiata in tavola da Macrino d'Alba, e facendomi osservare i due biondi angioletti appiè della Vergine irradiati di celestiale bellezza, dicevami che un Inglese avea profferto dieci mila lire per quel quadro.
Forse qualcuno de' nostri filantropi ed economisti avrebbe detto a quel sagrestano, custode amoroso della patria arte cristiana: Perchè non permettere che il quadro del Macrino viaggiasse per Inghilterra, ed accettare in cambio le dieci mila lire? Con quella pecunia il Curato avrebbe potuto degnamente onorare il cimitero della parrocchia, che, povero di croci e di lapidi, pare un cimitero di scettici, e mal difeso da basso e rustico muricciuolo, sta a cavaliere della parte del paese detta ilBorgo vecchio.
A dir vero, per poco che il monte franasse, o qualche valanga di nevi giù rotolasse, nelle lunghe serate d'inverno, mentre le famiglie de' villici intorno ai loro focolari novellano di streghe e spettri, non istupirei di udire un dì o l'altro, che i morti di Avigliana per i fumaiuoli e le finestre fossero entrati nelle case impaurite dei vivi.
I creatori di leggende aspettano per la fortuna de' loro versi qualche simile accidente dal cimitero aviglianese.
Visitai pure la bella chiesa parrocchiale di S. Giovanni ristaurata nel 1846, nella cui facciata di stile gotico è figurato un gigantesco San Cristoforo. Colonnette di mattoni rossi, con simboli de' vangelisti e la croce di Savoia scolpiti nei due bizzarri capitelli reggono l'arco a sesto acuto della porta d'ingresso. Nel vano dell'arco è dipinta Maria col divin Figlio e angioletti con musicali strumenti. Nell'atrio veggonsi antichi affreschi: entro la chiesa un pulpito di legno di noce bene intagliato, e la mirabile tela in cui Gaudenzio Ferrari ritrasse la Sacra Famiglia fra i martiri Crispino e Crispiniano, cogli arnesi dell'arte del calzolaio, e segnando appiè del dipinto l'annoMDXXXV. Una tela attribuita a Guido Reni e una Vergine del Moncalvo si ammirano nella cappella, ove sono in onore le spoglie mortali del beato Cherubino Testa di Avigliana. Domandai notizie del santo quivi sepolto, e il curato della chiesa mi rispose:
—Cherubino Testa fu monaco Agostiniano, esempio di carità.Un dì gli si convertirono in rose i pani che distribuiva ai poverelli. Il cadavere di lui fu trovato con un giglio che gli usciva dal cuore.
Di molto pregio eziandio è la chiesa di S. Pietro, alla quale accompagnandomi un sacerdote, mi fece passare innanzi alla casa un tempo del Montabone, e all'angolo di essa mi accennò le finestre della stanza in cui ospitò Papa Pio VII, quando prigioniero era condotto in Francia. Interrogai il sacerdote se in Avigliana era rimasta sacra la ricordanza del passaggio del Papa.
—Oh! certamente, rispose un buon vecchio che veniva in compagnia del prete. Si racconta che allora i nostri laghi per solito non davano trote; ma nel dì che ospite avemmo Pio VII, il lago di Santa Maria ne diede trenta libbre, che furono presentate alla mensa del Prigioniero Apostolico dal nostro Carlo Montabone allora sindaco di Avigliana.
All'estremità del paese prossima ai laghi fui guidato per erbosa gradinata alla chiesa di S. Pietro sormontata da tre torricelle commesse di mattoni, e col S. Cristoforo dipinto sulla facciata, del quale rimane soltanto parte della testa. Nel tempio v'ha l'effigie del merlato castello di Avigliana con quattro torri e pregevoli affreschi, in parte nascosti da intonaco di gesso, e un pertugio che vogliono abbia servito agli oracoli del Gentilesimo, quando quella Chiesa era delubro della dea Feronia, la Dea dei boschi ricordata da Virgilio
Viridi gaudens Feronia luco.
Avigliana la ricorda in un suo quartiere denominato tuttavia regione Feronia, e Vincenzo Monti la celebrò splendidamente nella sua Feroniade.
La Festa della Pentecoste.
Il sacerdote, mio cortese Cicerone, avvertendo ch'io notava molte cose vedute od udite, mi disse:
—Fareste assai bene di registrare fra le vostre memorie la nostra festa della Pentecoste, la più grata di Avigliana.
—Ben volentieri lo farò, se voi avrete la bontà di narrarmene i particolari, gli risposi.
Allora il sacerdote mi condusse dirimpetto alla chiesa di S. Pietro nel vasto cortile degliAllais, sotto la tettoia affumicata, in cui tremolavano rami di edera, e v'erano carri e manipoli di fieno ed altre masserizie.
—Tutto questo ingombro vien tolto la vigilia della Pentecoste, esclamò il sacerdote. Questo luogo, abbarrato pel buon ordine, vien conceduto ai preparativi della festa. Entro i buchi della muraglia affiggonsi pali, cui si appendono, assicurate con uncini a ferree collane ad uso de' bestiami, trenta lucide caldaie piene d'acqua, di fagiuoli e ceci.
—Ma, io interruppi impaziente, chi dà tutta codesta roba?
—È elemosina del popolo, ripigliò il prete. Quattro confratelli della parrocchia di S. Giovanni, tre volle all'anno, girano per le case a questuare grano, meliga, legna e danaro; e tutto viene convertito nella compera de' prescritti legumi per il convito della Pentecoste. E perchè quanti ne mangeranno abbiano la salute dell'anima e del corpo, il parroco di S. Giovanni in rocchetto e stola e con seguito di altri preti viene a benedire la pia imbandigione.
Compiuto il rito della benedizione, si appicca il fuoco alle legna accatastate sotto le trenta caldaie fra la pubblica allegrezza. Dei confratelli della parrocchia destinati a preparare il convito,chi pensa al lardo ed ai polli, chi attende ai ceci ed ai fagiuoli, altri alle legna ed al fuoco, e tutti sono affaccendati intorno alle caldaie che ardono sino a mezzanotte. Nel mattino della festa il popolo accorre impaziente con vasi di legno e di creta per avere ciascuno la desiderata porzione. Non vi parlerò delle scodelle e marmitte che cadono o si spezzano in quella pressa di gente, nè di qualche povera vecchierella che a stento si fa innanzi e aspetta ansiosa il momento propizio per alzare con mano tremante il suo recipiente ed avere la sua porzione. Finiscono coll'averne tutti, e ai signori principali del paese i confratelli hanno cura di portare in casa la loro parte; e così in quel giorno solenne il popolo nostro gode fraternamente del medesimo pasto.
Antica usanza è questa che prova, come all'ombra dell'altare cristiano sia sempre stato protetto il diritto di congregarsi. Gerusalemme ogni anno con banchetti celebrava l'anniversario della dedicazione del tempio: così Avigliana col banchetto della Pentecoste celebra annualmente la fratellanza umana.—
Registrai la festa descrittami dal sacerdote, perchè amo le religiose costumanze che giovano a ravvivare la concordia delle genti. Ed ora l'agape della Pentecoste mi fa ricordare l'agape dell'amicizia, che nel 15 ottobre 1861 mi diede l'ultima volta il nostro rimpianto Norberto Rosa nel suo amenissimo podere della natale Avigliana, da lui denominato ilCantamerlo.
Norberto Rosa e il Cantamerlo.
Quel podere sostenuto dai baluardi dell'antico castello è una bella casa con fregi e porte di stile gotico, e con una torre ottangolare coronata da otto merli biforcati, dipinti in rosso. Intornoalla casa su le rupi del monte ridono campi fertili e fiorite aiuole; e gelsi, pampini ed allori verdeggiano fra i rosai.
«Il Cantamerlo è un piccolo podereFra campo e vigna e un po' di bosco in fondoCon una casa colorata in biondoE nel mezzo una torre o belvedere,Donde si può d'una vista godere,Che la più bella non si gode al mondo,La Dora, i laghi, cento ville a tondo,E la Sagra e Superga infra le sfere».
Così giovialmente lo descriveva il caro Norberto; e nella vôlta della torre, in lieta cameretta, mi additava figurato su di un ramoscello di edera il merlo, da cui piglia nome il fantastico suo podere; e frattanto ci allietava il soave mormorio delle acque della Dora, che scorrono in verdissimi prati tra filari di pioppi e salici.
Norberto Rosa, dirò col suo biografo, il Borella,è stato uno di quegli uomini che non si ricordano mai abbastanza, siccome modello di virtù pubbliche e private. Visse onoratamente nell'esercizio del fôro; e, facile all'ironia, la usò molte fiate con rara felicità in verso e in prosa. Dall'anno 1840 cominciò a scrivere nelMessaggiere Torinese, e continuò quando in questo e quando in quello de' diari più popolari d'Italia la sua vita di brioso scrittore.
Il primo plebiscito del regno d'Italia fu il felice concetto di Norberto, cioè la soscrizione deicento cannoniper la fortezza di Alessandria, che promossa pure dallaGazzetta del Popolo, fu preparazione ai trionfi dell'unità italiana.
Consorte e padre de' più amorevoli fu il nostro Norberto, ed amico sincero. Io lo provai, che, eccitato da' suoi incoraggiamenti, presi a descrivere la valle della Dora, da lui onorata. Egli mi aveva accompagnato col consiglio e talvolta di persona dalla sorgente del patrio fiumicello sino alla Sagra di S. Michele.
Nel giugno del 1862 egli mi aspettava nel suoCantamerloepreparava preziose notizie a fecondare il mio lavoro. Ahimè! mi giunse in Torino la notizia della sua morte, e la penna con cui descriveva le regioni della Dora mi cadde di mano sulle pagine bagnate di pianto, nè più seppi ripigliarla, se non quando le recenti calamità toccate al Piemonte mi consigliarono a dire qualche parola di conforto a questa magnanima terra subalpina, gravemente offesa.
Ben meritò il lagrimato amico che di lui scrivesse Giuseppe Revere:
Schietto il cor, mesto il labbro, e il ratto ingegnoRicco di argute fantasie giocondeEbbe questi che morte ora n'asconde,Non ancor giunto al suo maturo segno.
Amò l'Italia, . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .
Amò l'alpe natìa donde s'affrettaLa Cozia Dora a disposarsi all'acqueDel fiume che il suo mare alto richiede.
Amò quell'arte che pungendo alletta,Nè giammai per paure il vero tacqueCui sacrava l'intrepida sua fede.
L'ottimo Norberto Rosa mi parlava spesso dei miglioramenti introdotti nell'amministrazione della provincia di Susa, e si doleva che dalla sorgente della Dora sino a Torino non ancora fosse instituito un Asilo infantile, che, abbattendo volgari pregiudizi e diffondendo i germi di una saggia educazione, preparasse ai figli del popolo un avvenire degno dell'uomo.
Egli si era più volte adoperato a dotare di un Asilo le rive della Dora; ma egli è morto, senza che i suoi voti fossero esauditi.
Un dì mi disse: "Va a confortarti di tale mancanza in Giaveno, ove vedrai un Asilo infantile fondato nell'agosto del 1859."
Giaveno.
Lasciando per qualche ora le acque della Dora, nell'autunno del 1857 mi condussi lontano tre miglia al sud-est da Avigliana; e giunto alle rive del Sangone mi annunziarono Giaveno le mura cadenti de' tempi feudali e tre torri merlate, e il torrente Alasio che, scorrendo per le vie del paese, ricrea col murmure e colla lucidezza delle acque i sette mila abitanti, come un tempo la Dora Riparia per l'ampie arginate vie di Torino.
Visitai il seminario, poi collegio vescovile, di ventiquattro alunni, e vidi nel refettorio i ritratti dei cardinali Ferrero e Gerdil, e una lodata tela in cui è raffigurato Cristo che lava i piedi a S. Pietro; e quivi ricordai monsignor Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, che proponeva nel 1854 di convertire quel seminario in sede della Missione italiana per i cristiani d'Oriente. Concetto altamente religioso e civile fu quello del Renaldi, e, quando l'Italia e la Chiesa torneranno in pieno accordo, dovunque esso metta radice, sarà sempre potentissimo mezzo perchè la nostra nazione eserciti la sua civiltà in Oriente col protettorato dei Cristiani, degnamente emula della Francia.
Due scritte trassero la mia attenzione in Giaveno. L'una sulla chiesa parrocchiale intorno al quadrangolare campanile che dice:Jam venit specula Pœnus, con le quali parole Giaveno dà l'etimologia del suo nome, asserendo colà Annibale essersi fermato non appena ebbe superato il passo delle Alpi.
Lascio agli archeologi le indagini intorno a tale asserto, e lascio di buon grado a Gaudenzio Claretta[27], zelante illustratore di quei luoghi, il provare che la leggendaJam venitnon è sancitadalla critica. Con affetto io mi volgo all'altra scritta,Asilo infantile, che spicca sulla facciata di un bel fabbricato con verone di ferro.
Quell'Asilo fu aperto colla rendita di circa tre mila lire, che si traggono da legati ed azioni di soscrittori. Il teologo prevosto Arduino donò a tale scopo quarantaquattro mila franchi, e il Cav. G. B. Franco concesse per alcuni anni gratuitamente l'uso d'una sua casa al pio instituto.
Il teologo Morelli, additandomi quella scritta, ben altrimenti che colJam venitdella cattedrale, mi prediceva la futura vita intellettuale di quattrocento fanciulli di ambo i sessi, che si sarebbero accolti nell'Asilo, diretto da tre monache dell'instituto Cottolengo.
Per tal modo le manifatture di ferro, le concie di pelli, le filature di seta e le cartiere, mantenute dalla forza motrice del Sangone, industria e ricchezza di Giaveno, saranno frequentate da operai onesti e intelligenti.
Queste osservazioni io faceva nella principale cartiera del Cav. G. B. Franco, fra cento operai, presso la bellissima macchina ivi posta fin dal 1839; e perchè l'esempio di Giaveno trovasse imitatori, queste cose io ripeteva tornando dal Sangone alla Dora per visitare un antico Asilo di carità cristiana.
S. Antonio di Ranverso.
Tra Avigliana e Rivoli, vicino a Rosta, è un luogo che fu chiamatoRivo Inverso, e che oggidì, per le alterazioni che il volgo e il tempo vengono portando ai nomi propri, è dettoRanverso. Quivi nel 1181 due fratelli di santa vita, monaci spedalieri, Giovanni e Pietro, ponevano mano alla costruzione d'una chiesa e di uno spedale per la cura di quegli infelici ch'erano tocchi dall'erpete orribile, denominatafuoco sacro, che in breve consumava le membra che n'erano tocche.
Quel morbo crudele spesso infieriva nei secoli undecimo e duodecimo, e a Sant'Antonio della Tebaide, come a sperimentato protettore, s'indirizzavano preghiere e voti per esserne liberati: e perciò da quel santo s'intitolarono i monaci spedalieri, istituiti nel 1095 da Gastone, uomo di grande autorità, in Vienna del Delfinato, dove fu trasferito ed avuto in grande onoranza il corpo del santo Abate del deserto. Essi vestivano abito nero, e portavano alla parte sinistra del petto ilTau, segno mistico della potenza, che era una croce senza capo, di panno ceruleo, raccomandato ad un nastro sovra la cappa.
Questi monaci dal loro patrono presero nome di Antoniani, ed il beato Umberto III di Savoia da loro invocato si porse benigno a soccorrerli. Il 27 giugno pertanto del 1181 quel munifico principe concedette ai monaci di Ranverso una grande distesa di terreni, franchigie di pedaggi e dazi, e proprietà di molini e giurisdizione sugli uomini che abitassero ne' possedimenti degli Antoniani; il che venivali a costituire in grado di baroni. E tali cose donò e concedette a richiesta ed istanza del suodiletto e caro Giovanni, e di Pietrofratello del medesimo.
E chi era questo diletto del beato Umberto? Non poteva essere per certo un uomo volgare, che egli non avrebbe posto l'affetto suo in un dappoco. Conveniva pertanto che quel Giovanni fosse segnalato o per dottrina o per pietà: e vedremo che fu tale per l'un titolo e l'altro.
Le memorie di Ranverso e di quel Giovanni, che n'ebbe il governo, la veduta dell'antica chiesa di severo stile, del monistero a due piani murato a ridosso di verde ed amena collinetta volta a tramontana, e dell'edificio che già fu spedale di pellegrini, mi porsero invito a visitare que' luoghi in un bel mattino d'agosto (1865); e mi fermai in sulla piazzetta fra lo spedale e la chiesa pensando al sentimento religioso che ne consigliò l'erezione.
Gli Antoniani cessarono d'esistere, eS. Antonio di Ranversoora è commenda che appartiene all'ordine dei Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il monistero annesso alla chiesa è abitato solamente dai cappellano e dall'economo che presiede agl'interessi della Commenda.
Lo spedale non conserva d'antico se non la bella gotica porta che mette al giardino, ed il luogo è quasi deserto. Incontrai alcune guardie forestali dell'Ordine Mauriziano, e nell'ospizio, ove un tempo si vedevano raccolti viandanti stanchi ed infermi, trovai una pia fittaiuola di Avigliana, che vincendo di ospitalità il brusco economo, mi accolse con atti cortesi nella povera ed unica sua stanza fra due bimbi e cani e gatti e polli. Quella madre dei due bimbi stese una bianca tovagliuola sulla rustica tavola, e mi porse una tazza di caffè e latte, col pan bigio di campagna.
Ed io ne fui lieto come a lauto desinare.
Il cappellano di Ranverso, Luigi Quartino, era andato al paesello Rosta, e non appena tornato mi riconobbe festivamente per il poeta di cui aveva udito i versi improvvisi nel verno del 1837, alunno nel seminario di Nizza.
Quel bravo sacerdote volle essermi guida su per l'ampia scala, e ne' corridoi del grandioso monistero, ed introdottomi nelle sue stanze mi aperse libri e notizie manoscritte da lui raccolte, importanti alla storia del luogo; e mostrommi la lista araldica di cinquanta stemmi di maestri ed abati dell'Ordine Antoniano, ch'egli fece trarre dalle pareti del chiostro e colorire con molta diligenza.
Io ne segnai gli appunti in un quaderno di memorie, e già sulla soglia della piccola sua biblioteca io stava per uscire col cappellano e visitare la chiesa, quando m'imbattei a faccia a faccia con un prete francese, che già aveva conosciuto a Lione dal 1838 al 39, fra i più venerati e dotti amici dell'Ozanam,cui andiamo debitori di rare opere di letteratura storica e religiosa.
Deggio tacerne il nome per obbedire alla soverchia sua umiltà e modestia.
—Oh Regaldi! sclamò il prete francese cingendomi il collo delle sue braccia.
—Oh! signor abate, risposi io facendo altrettanto. E stemmo alcun tempo guardandoci l'un l'altro con sorriso di gioia.
Alla fine l'abate prese la parola e mi disse:
—Mio caro, il proverbio non falla: i monti stan fermi e gli uomini s'incontrano.
—Oh! senza dubbio, risposi, con lui rientrando nella biblioteca al dolce invito del cappellano, e ci sedemmo l'un presso l'altro in vecchi seggioloni a bracciuoli.
—Gli uomini, seguitai a dire, si muovono e s'incontrano. Io incontrai l'ultima volta il nostro rimpianto Ozanam nel 1841 in Sicilia, innanzi alle storiate porte di bronzo della basilica normanna di Monreale, e in certe antiche parole di quella porta salutammo insieme gli esordi della lingua che divenne tanto armonica e divina nel poema dell'Allighieri, di cui egli fu sublime interprete filosofando cristianamente. Ed ora incontro voi (e ne ringrazio il cielo), suo degno amico, pure innanzi a cristiano monumento, in luoghi ricchi di memorie religiose e guerresche.
Dacchè ci siamo conosciuti volsero molti anni, ne' quali ho corso l'Oriente studiando la storia del Cristianesimo e i fasti della cavalleria latina.
—Ed io, ripigliava egli, ho corso ormai tutta Europa, rovistando gli archivi polverosi, per suscitare nomi e storie d'insigni francesi che portarono fra gli uomini la fede, la scienza e la civiltà.
Spesso mi chiudo e vivo nella solitudine de' chiostri, e noncercando i rumori della fama, colla pubblicazione di memorie anonime mi compiaccio di rivendicare a' miei antichi ciò che loro è dovuto: e qui, poco discosto dalle Chiuse, qui dove suonano gl'imperituri nomi di Pipino, di Carlomagno e di Rolando, non può a meno che non si rinvengano le notizie di qualche nostra gloria, di cui siansi giovate a vicenda la Religione e la Civiltà.—
Ciò diceva con quel fare enfatico, proprio de' Francesi, che cercano la loro patria in ogni terra, e fiso aspettando da me una risposta.
—Oh! ripigliai sorridendo, qui nel chiostro di Ranverso non credo che i vostri Franchi abbian lasciato veruna memoria. Il convento e la chiesa sono del secolo duodecimo, e debbonsi ad un Umberto di Savoia ed a Giovanni Gerso.