XXX.Il LibroDe Imitatione Christi.—Come, come! interruppe con enfasi l'abate, rizzandosi in piedi: Giovanni Gerson, avete detto?—Per l'appunto. Gerso o Gerson vale lo stesso.—L'autore forse de' quattro libriDell'imitazione di Cristo?—Senza dubbio.—Ma allora questo monistero si deve ad uno dei nostri.—Scusatemi, ottimo abate, se vi contraddico. Il Gerso o il Gerson dellaImitazione di Cristovenne qui da Cavaglià dove nacque, e Cavaglià è un luogo di 2400 abitanti, nel circondario di Biella, sulla via maestra fra Ivrea e Vercelli.—E il Monfalcon?—Il Monfalcon nell'edizione poliglotta di Lione, per soverchio amor di patria, attribuì il famoso libro al cancelliere Giovanni Charlier, nato nel villaggio di Gerson, diocesi di Reims, e morto a Lione nel convento dei Celestini.—Precisamente!—Or bene, il vostro cancelliere, mio caro abate, era un Charlier, e il nostro monaco un Gerson, l'uno e l'altro dotto e pio, l'uno e l'altro rispettabile e benemerito della religione e delle lettere.—E chi vi dice, ripigliava l'abate con un po' di bizza, che l'autore di quell'aureo libro non sia piuttosto il nostro Charlier che il vostro Gerso? Quanti uomini insigni non presero nome dal luogo natale, specialmente ne' tempi lontani!—Voi dite bene, gli risposi; ma in controversie, come questa, mi concederete che le date e i codici debbano dissipare ogni dubbio e far risplendere la verità.—Per l'appunto.—Allora con calma cristiana uditemi. La storia del libroDell'imitazione di Cristoe del vero suo autore, scritta dal cavaliere Degregori, e il codiceDe Advocatisda lui trovato nel 1830 in Parigi, nella libreria Techener, e donato all'archivio capitolare di Vercelli, sono gravi argomenti contro coloro che ne facevano autore il Kempis e il cancelliere parigino Gerson. Valenti bibliofili e paleografi giudicarono essere il codiceDe Advocatisdel secoloXIII, quando ancora non erano nati nè l'uno nè l'altro dei supposti autori.Ernesto Rénan, acuto indagatore, se non pio cattolico, quale voi siete, o Abate, è pure d'avviso[28]che nessuno di quei due sia l'autore d'esso libro; e il dotto vostro amico, conte di Montalambert, nella suaStoria di Santa Elisabetta d'Ungheria, celebrando il libroDell'imitazione:cet ouvrage que tous les siècles ont reconnu sans rival, lo attribuisce pure al Monaco vercellese.Io per rinvigorire il mio assunto non imiterò il Paravia nel suo elegante ed erudito discorso intorno al vero autoreDell'imitazione di Cristo, che primamente ai 2 di aprile 1846 recitava nell'ateneo di Treviso, nè seguirò il Rénan nel suo capitolo:L'auteur de l'imitation de Jésus-Christ, col citare a documentoilDiariumdella casa Avogadro, nel quale fu detto essere registrata una nota, da cui risulterebbe che nel 1349 il prezioso codiceDella imitazioneera già da gran tempo posseduto dagli Avogadro, come tesoro ereditario.Nessuno affermò di aver veduto quel Diario. Nol vide monsignor Giovanni Pietro Losana, vescovo di Biella[29], che testimoniò di aver veduta la nota famosa; ma a dir vero, sulla fede soltanto di unfac-simile, presentatogli dall'abate Gustavo Avogadro, fattosi innanzi ai dì nostri qual possessore del preziosoDiarium, uomo per altro dì molto credito tra i famigliari del cardinale Morozzo, vescovo di Novara. Non lo potè vedere dopo ripetute istanze il Degregori; nè il conte Filiberto di Colobiano lo trovò nella libreria dell'estinto Gustavo Avogadro, acquistata in nome della Regina vedova Maria Cristina. Monsignor Malou dichiarò ilDiarium, chiffon de vieux papiers qui n'a aucun caractère authentique ou extrinsèque d'authenticité. Fu del Diario degli Avogadro probabilmente come della pergamena del cremonese monsignor Dragoni[30], con cui si provava ad evidenza che Martino, diacono di Ravenna, insegnò a Carlomagno la via delle Alpi. La pergamena tenuta come autentica dal Troya e dall'Odorici, venne giudicata falsa dal Vustenfeld, e dimostrata tale con inconcussi argomenti dall'esimio Francesco Robolotti.Non vi parlo insomma di merce spuria o sospetta, ma di documenti irrefragabili che il conte Luigi Cibrario, primo segretario di S. M. per il gran Magistero dell'Ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro, scoperse nell'archivio di quell'Ordine, e che di buon grado vi mostrerà, come fece a me, con gentilezza pari alla nota sua dottrina.Anzi, egli ne pubblicò una erudita e coscienziata relazione, e la trovate in questa libreria del Cappellano, nel volume delleOperette variedel Cibrario.XXXI.—Oh il Cibrario! interruppe l'Abate: l'autore dellaEconomia Politica del Medio Evo, è scrittore grandemente stimato anche dai nostri Francesi, i quali non sogliono tener conto che delle vere celebrità.—Non istento a crederlo.—Ebbene, vediamo che dice il Cibrario.Pregai il Cappellano ad aprirmi la libreria, ch'io aveva mezz'ora prima esaminata, e tratto da uno scaffale un volume del Cibrario stampalo dai Botta a Torino nel 1860, l'apersi alla pagina 425 e vi leggemmo: «Sovrabbondano poi argomenti e prove materiali per dimostrare che ad uno scrittore del secolo XII e XIII, non ad altri d'età posteriore, si debba attribuire il libroDell'imitazione di Cristo. Prima di tutto, lo stile dove si vedono di quando in quando reminiscenze di quelle cadenze rimate colle quali s'intendeva ad abbellire la metà ed il fine dei versi ed anche le prose dei letterati dei secoliXIeXII—Parvus estdictu, sed plenus sensu et uberifructu—Si posset a me fidelitercustodiri, non deberet in me turbatiooriri».—Oh! sì, sì, codesto è modo antico, esclamò l'Abate.—Proseguiamo a leggere: «Poi la dolcezza, la semplicità dello stile, la scarsità delle citazioni convengono ai tempi in cui fiorì il fondatore di Sant'Antonio di Ranverso, e spiegano come il libroDe imitationeabbia potuto attribuirsi da molti a S. Bernardo, che di alquanti anni lo precedette. Ed all'opposto dimostra il poco avvedimento di coloro che a Giovanni Gerson, cancelliere parigino, e peggio ancora, a Tommaso da Kempis, scrittori dei secoliXIVeXV, e di genio disparatissimo, lo attribuirono».—Queste gravi ragioni del Cibrario mi entrano nell'animo, sclamò l'Abate francese.—Ma procediamo innanzi, ripigliai io, vediamo che dice il Cibrario intorno ai codici del famoso libro controverso. Egli necita sei: quello della Cava che dalla forma dei caratteri, e specialmente delle maiuscolette, riconosce evidentemente non potersi riferire fuorchè alla prima metà del secolo XIII; quelli di Polirone e di Vercelli, che appartengono al medesimo secolo; quello di Robbio in carta bambagina, ed altrettanto antico; quello di Arona, conservato nella biblioteca della R. Università di Torino; alfine è l'Allaziano, che il Baluzio, il Ducange ed altri autorevoli paleografi, giudicarono del secoloXIV. Ora, signor Abate, sapreste dirmi quando nascesse e quando sia morto il vostro Giovanni cancelliere?—Credo nascesse nel 1360 o in quel torno, e morisse presso a poco sul 1430.—Si fa presto, soggiunsi, a saperne precisamente le date. Ecco qua ilDizionario Universaledel cav. Angelo Fava. Ecco l'articoloGerson.... Vediamo: «Giovanni Charlier nacque a Gerson nel 1363 e morì a Lione nel 1429». Ora se il codice della Cava del libroDe imitatione, nel quale è miniata l'effigie di un monaco Antoniano, fu scritto prima del 1260, non poteva l'opera essere dettata da chi venne al mondo un buon secolo dopo. Non parliamo del Kempis che nacque nel 1380, e morì decrepito nel 1471.—Intorno al Kempis, m'interruppe l'Abate, io non avrei questionato mai. Tommaso da Kempis, di cui ho letto attentamente la vita, nacque in Prussia a Kempen, e si chiamava Hamerken, cioèMalleolus, ed essendo poverissimo, si fece monaco a Monte Sant'Agnese di Deventer, e da principio si guadagnava la vita copiando libri corali. Valente calligrafo, trascrisse poscia e ripetè Bibbie e raccolte diverse, e specialmente i quattro libriDe imitatione Christi, cui scriveva in fondofinitus et completus per manus fratris Thomae a Kempis; e li mandavapro praetioa vari monasteri della Germania. Da ciò si vede che era un amanuense, un copista, ma non un autore, come indarno tentò dimostrare l'illustre prelato Malou.—Ebbene, io replicai, v'invito a leggere per intiero questa erudita memoria del Cibrario, da cui si apprende eziandio cheil Gerso di Cavaglià era monaco Antoniano e non Benedettino, come si era creduto per lo innanzi, e che probabilmente s'iniziò alla vita monastica nella casa dei frati Spedalieri in Vercelli; dipoi qui venuto a fondare il chiostro di Ranverso, fu assunto alle più alte dignità del suo ordine religioso.Non vi prenda maraviglia, ottimo Abate, ch'io m'intrattenga con tanto zelo a ragionarvi dell'autore del libroDell'imitazione di Cristo: incontrerete altri e non pochi in Italia, che ve ne parleranno col medesimo affetto.Presso Padova, nel cospicuo monistero di Praglia, il monaco benedettino Buzzone per molti anni volse l'animo a raccogliere in gran copia le edizioni a stampa di questo santissimo libro; e Murano, l'isoletta che fu prigione a Silvio Pellico, ne ha una raccolta più abbondante nell'antico ospizio di S. Michele. Inoltre un viaggiatore inglese narra nelGalignani(giugno 1859), che in Vercelli, mentre ardeva la mischia fra Italiani ed Austriaci sulle prossime rive della Sesia, un canonico nell'archivio capitolare gli mostrava il codiceDe Advocatis, e si riscaldava a provargli che l'autore di quel libro era il Gerson vercellese; e tutto ciò faceva il buon canonico con animo sereno, come se allora la guerra non tonasse alle porte della città.Questi particolari dimostrano la riverenza profonda degl'Italiani al libroDell'Imitazione, fatta più viva dalla maggior frequenza di lettori, allettati dall'elegante versione italiana dell'abate Cesari.Caro Abate, non vi maraviglierete dunque che anch'io, come il monaco di Padova e il canonico di Vercelli, porti singolare affetto al Gerson che fu il fondatore di questo chiostro, e che forse meditò il celebre libro nella prossima chiesa che andremo a visitare.—Ammiro, sclamò l'Abate, l'ossequio degl'Italiani al pio libro su cui tanto si è disputato. Benchè un nostro romanziere lo pigliasse a gabbo in questa età di scettici, pure le anime credenti, nelle tribolazioni, cercano conforto in quel libro, che il nostro Lamennais traduceva e splendidamente commentava nei giorni migliori della sua fede, e che il vostro Gioberti baciava morendo.Così parlando mi strinse fortemente la destra e poi riprese:—Sì, sì, il libroDell'Imitazioneè santissimo libro. Oh! come si sarebbe deliziato in questi discorsi il nostro lagrimato Ozanam, che tanto amò Francia e Italia, immedesimandole nel sentimento del bello e del vero. Egli, abborrente dagli spiriti di parte, e con intendimento tutto umano, avrebbe con noi conchiuso, che il libroDell'Imitazione, sia dettato da un Francese, da un Italiano o da un Alemanno, è opera che onora tutta la cristianità.—È vero, è vero, disse il Cappellano, ch'era stato sempre intento ad ascoltare il nostro dialogo, e soggiunse: Ora venite meco a visitare la bella chiesa fondata da Giovanni Gerson.XXXII.Usciti dalla stanza della libreria, e discesi per l'ampia scala in compagnia del Cappellano, andammo a visitare la chiesa; la quale, se non avesse che l'impronta della sua primitiva erezione, sarebbe un pellegrino monumento di cristiana antichità, ma le scemano importanza i ristauri e le posteriori costruzioni.La sua facciata guarda a ponente, come tutte le antichissime del cristianesimo, sicchè il sacerdote che sale pel sacrificio all'altar maggiore, tiene il viso rivolto alle regioni di Terrasanta. La maggior porta, a sesto acuto, come ai lati le due minori, hanno cornici massiccie di mattoni finissimamente lavorati ad arabeschi. La porta principale non è a piombo col sovrapposto finestrone, ma esce dall'asse verticale notabilmente verso destra. Questo difetto di simmetria nelle finestre e nelle porte di molti antichi edifizi, non saprebbesi bene a che attribuirlo, se ad inscienza architettonica, o ad una certa noncuranza allora in uso. E chi vorrebbe tacciar d'inesperto il famoso Giotto, l'architettore di quel campanile di Santa Reparata in Firenze, che Carlo V giudicava degno di una custodia di cristallo? Eppure la famosa torre di Giotto ha la porta d'ingresso fuori del centro, nè questo arbitrio le toglie vaghezza.Ma ritornando alla vetusta chiesa di Ranverso, nell'atrio a mano destra entrando, era un tempo effigiato nella parete S. Antonio benedicente, e lo stemma della R. Casa di Savoia, sul quale un'iscrizione latina riferivasi alla fondazione del chiostro. Tuttociò fu coperto da improvvida imbiancatura. Furono però risparmiati sopra la porta la Madonna con alcuni santi, e i bizzarri capitelli con fregi, fra cui sono scolpiti stemmi, animali d'ogni sorta, e teste di monaci incappucciati, colle braccia conserte al petto.Levai lo sguardo allo svelto campanile, di quella foggia ardimentosa che fu detta gotica, e non è; perocchè i Goti più che erigere, distrussero, e se innalzarono edifici, non furono dedicati al culto cristiano ed a' suoi santi. La torre di Ranverso ha una sola campana di gran mole e di buon getto: è di forma quadrangolare con pittoreschi trafori e quattro piccole aguglie agli angoli, fra le quali spicca la quinta più alta, coll'anagramma antoniano. Piega alquanto al sud, facendo ricordare le torri pendenti di Pisa e Bologna. Nel lato sinistro della chiesa sulla piazza parla all'intelletto e al cuore un ottangolare piliere di grigia pietra, infisso nella roccia; il quale nella sommità finisce in dado su cui posa un pezzo di marmo bianco, scolpito da un lato colla figura del pellicano, da un altro con quella della colomba, simboli eloquenti dellacaritàe dellasemplicità, virtù che, secondo la mente dell'institutore, dovevano splendere soprammodo nei benemeriti cenobiti Antoniani.XXXIII.Entrammo nella chiesa, la quale ha tre navate; a sesto acuto quella di mezzo e la laterale a destra, ed ha la terza sformata da recenti costruzioni.Alto cancello di ferro separa dalla chiesa il vasto presbiterio, dove su piedistallo sorge una statua in legno che tiene un libro nella mano sinistra, e la destra appoggiata ad un bastone, da cui pende un campanello. Rappresenta il patrono del luogo l'abate S. Antonio coll'anagramma T sull'abito nero.Innanzi a quella statua, guardando all'Abate francese ed al Cappellano, domandai qual fosse il significato del T, tanto ripetuto nelle immagini degli Antoniani.Il Cappellano prontamente rispose:—IlTauè segno di salute, come si legge in Ezechiello al capoIX:Omnem autem, saper quem videbitisThau,ne occidatis; e la Chiesa, nella bolla di fondazione dando all'ordine Antoniano quel segno taumaturgico, lo appellasignum potentiae.—Dice molto bene l'erudito Cappellano, esclamò l'Abate francese; ma io opino il T significasse la specie di gruccia o bastone, di cui il santo anacoreta faceva uso, come lo vedete in questa statua, e il campanello che vi era raccomandato doveva forse servirgli per chiamare i suoi discepoli. Aggiungerei anco che i cenobiti Antoniani, tenendo appeso il campanello alla gruccia del lungo bastone, forse avvertivano li ammorbati difuoco sacro, come i monaci del S. Bernardo i viandanti smarriti fra le grosse nevi di quell'alpestre passaggio.—Si aderisca all'opinione del Cappellano o a quella dell'Abate francese, poco importa. Certo si è che il T è segno caratteristico degli Antoniani, per cui nel monumento di Ranverso sulle guglie intorno al frontone della chiesa, e su quelle dello spedale e del campanile sorge il simbolico anagramma in ferro; è scolpito sui quattro lati nel dado del piliere in piazza, ed è dipinto nella facciata della chiesa, e su gli stemmi lungo i vasti corridoi del monistero. Tutto colà ricorda i pietosi spedalieri coll'anagramma T proprio di quell'ordine benefattore.—XXXIV.Ci appressammo ad ammirare l'icona dell'altar maggiore, monumento della pittura italiana in Piemonte. L'icona è formata da vari quadri dipinti sul legno col fondo in oro, e tramezzati da ricche scolture in legno dorate; il quadro di mezzo rappresenta la Natività di nostro Signore con a destra i santi Antonioe Sebastiano, e a sinistra S. Rocco e S. Bernardino da Siena, che predicò in quella chiesa l'anno 1443. Nella base vi sono quindici piccoli quadri che ritraggono fatti relativi alla vita di S. Antonio.Il prete francese, compreso d'ammirazione, mi chiese del nome dell'autore di quella mirabile icona.—Alcuni la vogliono lavoro del Macrino d'Alba, altri del Gaudenzio Ferrari: io risposi, come aveva letto in qualche memoria.—No, no, interruppe il Cappellano: non è opera di nessuno dei due. È lavoro invece di Defendente De Ferraris da Chivasso, al quale ne affidava l'esecuzione la città di Moncalieri il 21 aprile del 1530, come si ritrae da documenti trovati nell'archivio di quel municipio, e con atto del 16 gennaio 1531 gliene pagava il prezzo pattuito di fiorini ottocento e grossi dieci[31]. Il nome di Defendente De Ferraris deve entrare nella storia delle arti italiane: di lui sono probabilmente molti bei quadri che si trovano segnati D. D.—Ci suonò gradita questa notizia in fatto d'arte, e domandammo al Cappellano, se si sapesse il perchè la città di Moncalieri tanto si adoperasse ad ornare la chiesa di Ranverso. Al che rispose il Cappellano:—La pia città di Moncalieri, nell'epidemia, onde fu travagliata nel 1400, votavasi a S. Antonio di Ranverso, per cui facevasi eziandio erigere l'altar maggiore da cui sorge l'ammirata icona; ed ogni anno, siccome vien riferito dalla cronaca inedita di Moncalieri, nel dì della festa del Santo il sindaco di quella città, consiglieri, segretario ed usciere del Comune qui vengono nella messa solenne ad offrire all'altare antoniano un cero e danaro.—XXXV.Il Sepolcro di Giovanni Gerson.Ciò detto, il Cappellano dopo di averci additato pregevoli affreschi nelle pareti della sagrestia ci ricondusse nel presbiterio innanzi all'antico sepolcro dei monaci Antoniani, e sclamò:—Qui, come appresi da antiche carte, qui fu sepolto Giovanni Gerson, il fondatore del chiostro.—L'Abate francese e il Cappellano chinando il capo sul sepolcro alternarono insieme una preghiera; e poi, mentre stavamo per uscire dal tempio, l'Abate dando un ultimo sguardo alla tomba del Gerson ripetè le memorande parole:Vanitas vanitatum et omnia vanitas.—Oh rispettabile Abate, gli osservai: un altro grande italiano, Giacomo Leopardi, come Giovanni Gerson pianse le miserie della vita«E l'infinita vanità del tutto».Ma il Gerson si confortava delle umane calamità in Dio e nell'avvenire dello spirito immortale; all'opposto l'infelice Leopardi nella vanità del tutto rimaneva agghiacciato dallo scetticismo.—Oh beato l'uomo che serba la fede, questo tesoro preziosissimo dell'anima! proruppe il Cappellano riconducendoci nella piazzetta presso al simbolico piliere.—Un colono di Alpignano, inteso ai lavori campestri della Commenda, trovandosi accanto al piliere, nell'udire il Cappellano far cenno di un tesoro, voltosi a noi disse:—Se vanno in cerca di tesori nascosti, vadano al mio paese; ve n'ha uno sepolto sotto il castello, che non si è potuto scoprire.—Il colono di Alpignano ci mosse a riso. Mi accommiatai con affetto dal Francese, che recavasi al luogo delle Chiuse ed allaBadìa di San Michele: ed io, ringraziato il buon Cappellano, volsi i pensieri e la persona al castello del tesoro.XXXVI.Il Musinè.Prima di parlare di Alpignano aggiriamoci sulle balze delMusinè, ossia Monte Asinaro, che più alto del Pirchiriano, sulla riva sinistra della Dora, sorge dal livello del mare all'altezza di 1168 metri.Volli vedere l'idrofana[32], pietra che fu chiamata pomposamenteocchio del mondo. Non pochi luoghi in Europa posseggono l'idrofana, fra i quali le isole d'Iheroè, la Sassonia, l'Ungheria e la Francia; ma forse più che altrove, se ne rinviene in codesto monte del Musinè, e trovasi sparsa nelle vene di calcedonio e di serpentina dura, che da ogni lato e in ogni direzione attraversano quell'altura tutta serpentinosa.XXXVII.Io mi aggirava dunque tra le quercie e le viuzze del Musinè, quando m'avvenni in un bastracone di montanaro, che rovistava con lungo uncino tutte le pozzanghere fra quelle macchie, e domandatolo che facesse, mi rispose con sussiego:—Cerco l'occhio del mondo.E cercava l'idrofana, intorbidando le acque.Andando oltre, e veduto veramente l'idrofana, udii il picchio di un martello sovr'un corpo di dura pietra; e traendo a quella parte, vidi uno scarpellino che tagliava un masso serpentinoso e ne formava una macina da grano.—Oh! diss'io a quell'uomo attivo che sudava: Voi logorate le forze per averne una macina da molino di niun conto.Ed egli, con sorriso di compassione:—Tiro di martello questa macina, che riducendo in farina le mille sacca di frumento darà più guadagno di tutte le gemme del mondo.—Ma pure colà giù presso al rio, quel pescatore dell'idrofana, con poca o nulla fatica raccatta tesori.—Oh! mi rispose lo scalpellino molinaro, vossignoria prende un granchio, perchè quel cercatore quando ha raccolte le pietruzze colla scoria così informi le vende per poche lire, e lascia il guadagno agli speculatori di Torino, di Genova e di oltremare; mentr'io lavoro le mie macine, e tutto l'utile è mio. Oltre di che, preferirei sempre a una pietruzza, che poco produce, una mola da grano, che reca frutto al mugnaio e prepara il pane al paese.XXXVIII.—Ed io fo meglio di tutti; lavoro per la salute degli uomini: sclamò un terzo che aveva udito i nostri discorsi lì presso, come un risorto dal sepolcro, tutto coperto di polvere gialliccia, balzando fuori da un antro profondo di argilla, splendente del color dell'oro.Chi era quello strano montanaro, basso di statura, col capo schiacciato come un cretino?Un tal Pantalone di que' dintorni, che parla sovente di serpi e d'incantesimi, ed è trastullo de' monelli. Era affaccendato a trarre la magnesia da una cava scoperta, or fa cinque anni, con utilità del comune di Caselette, che ne concedette l'uso per la somma annuale di mille franchi.—Evviva Pantalone! esclamò lo scalpellino. Come procedono i tuoi lavori?—Benone, gli fu risposto: S. Abaco protegge il padrone che qui mi manda a lavorare in questa polvere raggrumatadall'umido. Qui si scava in abbondanza la magnesia che il mio padrone vende a buon prezzo ai farmacisti di Torino.—Buon Pantalone, io gli dissi, voi non lavorate soltanto per cacciare i malanni dal corpo umano, ma eziandio per rendere più bella la luce che ci vivifica, perchè vi ha un nuovo trovato, ilfilo di magnesio, tratto da questa polvere prodigiosa, il quale dà uno splendore pari alla luce elettrica che vedeste in Torino nelle feste dello Statuto.XXXIX.Andai a pochi passi dalla cava di magnesia in Caselette, paesello di ottocento abitanti, che si distende sulle prime pendici del Musinè, ed ha al sommo un gotico castello, fiancheggiato da svelta torre cinta di merli. Quel castello, volto a mezzogiorno coll'amena vista della verdeggiante valle irrigata dalla Dora, appartenne ai principi di Acaia, di poi a nobili famiglie, fra le quali, ai Canale conti di Cumiana, ai Valperga del Canavese ed ai Cauda; ed ultimi a possederlo furono i conti Cays, antica famiglia nizzarda che n'ha tuttora la proprietà.Per via fiorita salii al castello, e non appena feci annunziare il mio nome al sig. Carlo Cays conte di Caselette, che tosto egli mi accolse festosamente nel suo castello, come i più splendidi baroni del medio evo usarono coi trovadori, che andavano di terra in terra a celebrare col canto le imprese e gli amori della cavalleria feudale. In compagnia di lui e del caro ed unico suo figliuolo visitai le adorne stanze, che furono degne di essere abitate dalla madre e dalla consorte del nostro Re, nell'estate dell'anno 1854, ultimo della vita di quelle pietose e lagrimate Regine. Vidi un bel quadro fiammingo,L'adorazione dei Magi, di Francesco Franz, e l'oratorio domestico che finisce in dipinta cupoletta col nome di Maria nei vetri colorati. Mi fu mostrata la tribuna in cui solevano insieme orare le due pie Regine, come in Torino mirabilmente le scolpiva il Vela nella chiesa della Consolata. Mi fu pur mostrata una pianeta in telad'argento, ricca di bei ricami, cominciati dalla Regina Maria Teresa e compiuti dalla duchessa di Genova, cogli stemmi della loro stirpe aggiunti alla Croce di Savoia.XL.Uscito all'aperto, osservai appiè del castello l'erta via, per cui si sale al santuario di S. Abaco, persiano di origine, morto martire in Roma nel terzo secolo dell'êra cristiana.Quella scabra salita fu agevolata dal conte Cays e da altri divoti, e decorata di quindici cappellette, che in tela rappresentano le stazioni dellaVia Crucis. Due delle cappelle furono fatte costruire dalle nostre Regine, ricordate nel Musinè per atti di evangelica pietà. Raccogliendo queste notizie, erravo nei pensili giardini del castello fra cedri ed ulivi, e per viali di cipressi; e presso un salice carezzato dal murmure soave di acque cadenti, salutavo ver occidente il regale castello di Rivoli e ad oriente gli ubertosi piani di Torino chiusi dal colle di Superga.Mi accommiatai dal conte ospitale, e nel suo cocchio traversata la valle, giunsi nuovamente alle acque della Dora.XLI.Alpignano.Case modeste vidi lungo le due sponde del fiume, e per erbosi clivi in gran copia acque spumanti che mormorano e biancheggiano fra le ruote di un molino ed entro grotticelle coperte di musco e di edera, e una fucina di ferro che mi assordava coi ripetuti colpi del maglio, e un antico ponte a tre archi, rifatto nel 1740, onde si varca la Dora, e presso al ponte un grosso masso di roccia, il quale, al dir del volgo, nella notte dell'Epifania fa tre giri intorno a sè ben sensibili a chi ardisse in quella notte stare sopra quel masso dove apparvero i tre Re magi.Queste sono le vedute e queste le leggende che trovai in Alpignano appiè del verde poggio, in cui fra gli olmi, i frassini e i platani, e fra ogni sorta di fiori si aderge il maestoso castello, sotto cui anco uomini savi credettero sepolto un ricchissimo tesoro.Quel villaggio è sede di ozi beati, per cui la elessero a riposo delle cure politiche due vivaci intelletti, Pier Carlo Boggio e Felice Govean, allettati dall'amenità del sito e dalle storiche memorie.XLII.Vuolsi che Alpignano prendesse il nome da un Alpino, romano, possessore di quel luogo. Si dice pure che vi stanziasse una colonia romana, la quale operò il taglio di una rupe per dare corso alle acque della Dora impaludate ne' luoghi adiacenti. Certo si è che diverse famiglie illustri ebbervi signoria. L'ebbero i principi d'Acaia, che nel secolo XIV ne investirono Guglielmo di Mombello, signore di Frossasco; e l'ebbero in feudo i conti di Provana, edificatori del vasto castello, che ammirasi riabbellito e ricco di ogni guisa di arredi ed ornamenti.Morto senza prole l'ultimo feudatario nel 1797, il Governo rimase padrone di diritto.Alpignano obbediva un tempo a quattro padroni, perchè parte di esso era dello Stato, altra porzione apparteneva alla Famiglia reale, la terza ai monaci e la quarta al feudatario.Nel Governo si raccoglievano tutti i poteri, quando nel 1804 il Demanio francese vendeva il castello all'avv. Modesto Paroletti, che fu sul punto di demolirlo per cercarvi nelle fondamenta il desiderato tesoro; ma poi si persuase di lasciarlo incolume e venderlo ai fratelli Revelli, l'avvocato e il pittore, che vi portarono gli splendori dell'arte.Dalla famiglia Revelli nel 1840 lo comperò il conte Michelangelo Robbio di Varigliè, e da questo nel 1863 lo acquistava l'avvocato Riberi, ornato giovane, che in mezzo a tanta amenitàdi paese e in compagnia di colti amici mostrasi tutto applicato a nobilissimi studi, onde potrà illustrare sè e la patria, aiutato dal pingue retaggio lasciatogli dallo zio paterno, il celebre professore di medicina.XLIII.L'avvocato Paroletti, uomo di molta erudizione, intese forse d'imitare i cittadini di Oderzo, che nei contratti di vendita usavano la clausolasalvo iure putei, salvo il diritto del pozzo, in cui furono nascoste le dovizie della città assalita da Attila. Egli pure nell'istrumento di vendita si riserbò il diritto del tesoro, quando mai si trovasse.Non sembri tanto strana in Alpignano la diceria del tesoro, che acquistò credito dall'essersene trovato uno davvero nelle vicine terre di Pianezza, come mi osservava il conte Robbio, allorchè nel settembre del 1854 mi conduceva cortesemente a visitare il castello da lui posseduto.XLIV.Il pittore Vincenzo Revelli.Il piemontese Vincenzo Revelli portò a! castello di Alpignano un vero tesoro coll'opera del suo ingegno. Architetto, scultore e specialmente pittore a' suoi tempi salì in molta fama.Ai servigi dell'imperatore Napoleone I, si mantenne fedele nella prospera e nell'avversa fortuna, sicchè lo accompagnò esule nell'isola d'Elba, ove gli decorò e dipinse palazzo e teatro. Venne creato suo primo pittore al ritorno da quell'isola; ma, caduto nuovamente l'imperiale mecenate, il fido artista reduce in Piemonte fu consigliato di allontanarsi, perchè al Governo d'allora mal gradivano gli amici del Prigioniero di Sant'Elena.Il Revelli andò a Londra, sicuro asilo ai profughi politici d'Europa, e colà eseguendo molti lavori per commissione, siarricchì grandemente. Ma il nobile artista, preso dall'amore della patria, più che dal desiderio di nuove ricchezze, fra le nebbie del Norte invocava il sole d'Italia, e potè ritornare alla Dora, e chiamando la filosofia al consorzio delle belle arti, si ritirò nel sospirato suo castello di Alpignano.Egli ne fece sede ben degna d'ogni più splendido signore. Nelle stanze del piano terreno avea raccolto un museo di storia naturale, e nel piano superiore, la parte più cospicua del castello, ornò sale, vestiboli e gallerie di stucchi ed affreschi, di statue e tele dipinte. Tutti lavori del suo ingegno, nei quali si ammira l'artista filosofo, che a principali soggetti elegge le scienze e la morale.Le scuole diranno che il Revelli fu mediocre disegnatore, più felice nel trovare i concetti che nell'eseguirli; diranno ch'egli traeva grande effetto dal contrasto dei colori, de' quali però abusò, non osservando la gradazione e l'armonia volute dall'arte. Tuttavia, se pongasi mente ai tempi in che visse ed operò fra noi il Revelli, dobbiam pur dire che le sue immaginose invenzioni furono spesso con maestria eseguite.Chi vuol giudicare dell'indole di questo facile pennello può vedere in S. Domenico di TorinoLa visione della Battaglia di Lepanto di S. Pio V; tavola, alla quale nuoce pur troppo la vicinanza dellaMadonna del Rosariodel Guercino.XLV.I luoghi più notevoli del castello sono quelli chiamati—Il Tempio della Filosofia,—Il Paradiso della Sapienza,—eLa Grotta dei Leoni.Alla Filosofia il Revelli consacrò la sala più vasta, nella quale effigiò varie figure allegoriche ed immagini di filosofi; e in quattro medaglioni ritrasse l'età dell'oro e quella del ferro, Belisario cieco e la Storia illuminata dal Tempo.L'artista vagheggiò idealmente l'età dell'oro, sogno de' pensatori, e con amorosa cura la dipinse nel suo miglior quadro.Egli vi ritrasse bella e maestosa donna che tiene colla mano sinistra la bilancia sospesa, e brandisce colla destra la spada innanzi ad eminente seggio in cui sta il libro della legge. Il caduceo, il fascio romano e il cornucopia vi sono dipinti a rappresentare il commercio, la concordia e l'abbondanza, frutti dell'età giusta e forte.Si narra che quel quadro, in una esposizione artistica del R. Castello del Valentino dopo il 1815, fosse levato via per ordine superiore. Si sospettò che l'artista volesse accennare a reggimento repubblicano, imperocchè sul trono dell'età dell'oro non collocò il Re, ma la legge soltanto. L'artista imperiale era forse divenuto repubblicano?XLVI.Fosforescenti sipari da teatro mi parvero i dipinti, ne' quali con alto concetto il Revelli rappresentò lo stato selvaggio dell'uomo, ed i suoi progressi coll'aiuto delle scienze e delle arti, e l'ultimo fine nel trionfo della mente nel paradiso, dove Genii librati fra le nubi rendono omaggio all'Ente supremo, fonte perenne dell'amore e della sapienza universa.XLVII.La stanza intitolata laGrotta de' Leoniè dipinta come grotta, animata da un getto d'acqua assai elevato, che ricade in ampia vasca, cui stanno ai lati due leoni colossali, fra cui signoreggia la statua di Mercurio Trismegisto, inventore dei caratteri.Sull'orlo della vasca stanno diversi augelli palustri imbalsamati, che imitano il vero e rendono più vera e gaia l'apparenza della grotta fantastica.Presso un vestibolo dipinto a notte, dove sono le statuette d'Amore e Psiche, il pittore filosofo volle pure consacrare una camera a Lodovico Ariosto; e convertì l'antica prigione del castello nella grotta e nel sepolcro del mago Merlino, secondo ladescrizione che quegli ne fece nel canto terzo del suo svariato inimitabile poema.Vi ha la maga Melissa con uno spettro appiè della tomba, donde un organo spande musiche misteriose. La grotta acquista solennità eziandio da notturni augelli, dal busto del re Arturo e dal ritratto dell'Ariosto, a cui sulla parete l'artista consacrò versi di grande ammirazione.Se il gran Lodovico, fra i centomila volumi della preziosa biblioteca ferrarese, sorgesse per poco dal suo marmoreo sepolcro e si trasportasse nelle nostre valli subalpine, piene delle memorie di Carlo e dei paladini da lui cantati, cred'io che si piacerebbe di trovare nel fantastico castello di Alpignano rappresentate sì al vivo le facili ed insuperabili sue ottave!XLIX.Pianezza.Il geologo Michele Lessona, che sulle sponde del Nilo mi accompagnò alle celebrate Piramidi, se da Alpignano per amena passeggiata sulla riva sinistra della Dora mi avesse accompagnato a Pianezza, certamente l'amico delle Piramidi mi avrebbe tosto condotto in mezzo al paese al Rocco, allapietraccia sterminatada lui non ha guari descritta in un'appendice di giornale[33]; mi avrebbe guidato alla cappelletta di S. Michele che vi sta sopra, ragionando di storia naturale in cui è versatissimo, e svolgendomi le applaudite opinioni del professore Bartolomeo Gastaldi intorno a certi massi enormi nella valle della Dora, mi avrebbe dato una faconda e piacevole lezione intitolata:I massi erratici.Io non ebbi sì lieta e desiderata ventura. Mi accompagnò invece all'arduoRoccoil conte Mariano X, non professore di scienze naturali come il Lessona, ma che poteva esserlo di sperimentata galanteria nel bel mondo.L.Il conte Mariano fu mio collega nell'Ateneo torinese; e, laureatosi in legge, giunse grado a grado ai più alti uffici della magistratura, mentre io andava errante in lontane regioni; ed ora stanco delle faccende di Stato, lasciò le cariche luminose per ritirarsi a vivere pacificamente in amena villa nei giardini di Pianezza, come fanno non pochi provetti personaggi di Torino. Il conte Mariano, uomo di nobile aspetto e di brio, d'ingegno e d'erudizione, fu cercato nei circoli più cospicui dell'aristocrazia, ch'egli frequentò studiando la vita intima delle case patrizie.Il conte dunque mi accompagnò in cima alla pietraccia sterminata; e, presso il S. Michele mal dipinto nella cappella, invitandomi a guardare intorno a quel masso tanto studiato dai geologi le case dei mille e quattrocento abitanti di Pianezza, così prese a favellarmi:—Poeta, ti ho condotto per difficile erta a questa altura, perchè qui è dove meglio tu possa accenderti a nuovi estri, godendo dell'ampia veduta del paese.Guarda ad oriente quella casa colorata in giallo e sormontata da una torricella: è la villa del barone Boggio, notevole per abbondanza e varietà di fiori, che gli rallegrano il giardino. Volgiti verso mezzogiorno se vuoi salutare la villa ospitale del cav. Bartolomeo Geymet, che fu de' migliori nostri consoli in Oriente, architettatagli dal caro e valoroso suo figliuolo uffiziale nel Corpo del Genio. Nella parte opposta v'ha la bella casa del cav. Borbonese; e vedi uno stupendo edificio con porticato, presso cui verdeggiano due cipressi e risalta la torre ottangolare accarezzata dai rami del salice piangente, che ora tremano al soffio di leggiero venticello. È del Blanchetti quel palagio su cui si alza la cupola di foggia chinese, che contrasta col prossimo campanile della chiesa del Nome di Maria. Nella medesima direzione a tramontana sui verdi campi biancheggial'antico santuario di S. Pancrazio, distante un miglio. Ma tu, illustratore di castelli diroccati, sei tratto ad ammirare qui presso la casa del barone Massara di Previde, la quale ha torre rosseggiante ed è dipinta con apparenza di recente rovina.Potrei accennarti altri eleganti edifici, ma nessuno più sontuoso della villa Lascaris, la quale a ponente del paese ora andremo a visitare accosto alla chiesa parrocchiale, il cui campanile è l'antica torre del Comune che ti si presenta cerchiata da folte selve.—Ringraziai l'amico Mariano della descrizione e dell'aiuto datomi nello scendere per la rupe discoscesa, mentre ci deliziava armonica voce di donna che nella vicina abitazione disposava note soavissime al suono del pianoforte.LI.La magnifica villa edificata sui baluardi del rovinato storico castello di Pianezza fu dei marchesi Lascaris di Ventimiglia, sangue degli imperadori d'Oriente.Agostino, l'ultimo marchese, la decorò di arredi, giardini e dipinture. Dal Morgari, valente artista subalpino, fece in essa ritrarre a chiaroscuro fatti militari della R. Casa di Savoia, e uomini illustri d'Italia; e nel 1835 legava la sontuosa villa a monsignor Fransoni arcivescovo di Torino ed a' successori suoi nel seggio episcopale. Ora, da alcuni anni, la villa è in custodia del R. Economato ecclesiastico; epperciò al sommo della porta che mette negli appartamenti, sotto il busto del donatore, si legge in lettere incise e dorate nel marmo:AL LIBERALISSIMO DONATOREMARCHESE AGOSTINO LASCARIS DI VENTIMIGLIAL'ABATE VACCHETTA ECONOMO GENERALENEL MDCCCLXIII POSE.Il conte Mariano mi condusse a visitare le cose più belle della villa, e nella sala da bigliardo mi additò effigiati CarloEmanuele III, i liguri Cristoforo Colombo e Andrea Doria, e il torinese Bogino, insigne uomo di Stato, che servì la patria nella guerra del 1742 contro la Francia. Mi additò il ritratto del Lagrange che ha in mano un volume, su cui si legge:Meccanica analitica, e Vittorio Alfieri che ha in mano un libro, ove si legge:Saul. Poi mi additò il Micca dipinto in atto di mettere il fuoco alla fatal mina, morte a lui e vita alla patria; e con pennello e tavolozza ritratto il Galliari, il quale condusse molto innanzi la pittura scenica in Italia, e decorò con istupenda maestria il teatro di Berlino.Giustamente avvertiva il conte Mariano, che Micca e il Galliari, essendo ambidue nati in Andorno, paesello del Biellese, rappresentano il Piemonte, nobilissimo santuario dell'armi e dell'arti alleate.LII.Adele Cavour-Lascaris.Attigua alla sala da bigliardo, stanza di letizia e di amabili adunanze, vi ha la domestica chiesuola ove dormono sotto marmi inscritti le ceneri di parecchi della famiglia Lascaris.Quivi m'introdusse il conte Mariano, e additommi nel mezzo del presbiterio la tomba del marchese Agostino, ed alla destra l'avello dell'unica sua figlia Adele, inanellata al marchese Gustavo Cavour, morta di parto in Torino, in età di ventisei anni.Il conte, riguardando con dolore alla lapide della marchesa Adele, si mostrò vivamente commosso, e proruppe nelle seguenti parole:—Poeta, se tu avessi conosciuto la marchesa Adele, ne' tuoi canti l'avresti salutata angelo di bellezza e di virtù. Tu avresti detto, che le grazie delle più vezzose ed onorate donne di Grecia e d'Italia si fossero accolte ad ornare l'ultimo germoglio della Casa Lascaris. Io la conobbi. L'oro del crine, la luce degli occhiazzurri, il nobile portamento e gli atti e gli accenti pieni di soavità, spandevano dovunque una gioia di cielo.Non di rado era assalita da misteriosa malinconia, e fra le pompe del secolo tratta da pensieri religiosi a ragionare colle amiche della vanità delle cose terrestri e dell'avvenire dell'uomo. Nell'aprile della vita ne presentì la sua fine, sicchè prima del parto, onde venne alla luce il figlio Eynardo, andò ad accommiatarsi dalle sue più dilette amiche; ed io la incontrai, tre giorni prima ch'ella morisse, in casa della mia sorella Cristina, a cui dando un amplesso affettuoso disse: amica, ti do il bacio dell'addio, perchè sto per imprendere un lungo viaggio.—Ma, caro Mariano, io lo interruppi, perchè mai questo angelo di bellezza e di virtù non fu sepolto a Sàntena nelle tombe della famiglia Cavour?—Così volevano il desolato consorte e lo suocero marchese Cavour, ripigliò il conte Mariano. Con amorosa istanza il padre marchese Agostino richiese la salma di Adele, e la ottenne, per aversela sempre vicina, con promessa che non rimarrebbe in questa tomba oltre la vita di lui.Di poi, per dissapori nati fra le due case, il marchese Lascaris, dimenticando, o troppo rammentando la promessa, trovò un modo singolare per assicurarsi la sepoltura presso l'amatissima figliuola. Legò il castello di Pianezza colle sue adiacenze e gli arredi alla Mensa arcivescovile di Torino, con l'espressa condizione di non permettere che da Pianezza fosse levata la spoglia della marchesa Adele.—LIII.Usciti dal palazzo, passeggiammo nel parco, veramente grandioso, fra il canto degli augelli e il mormorio della Dora. Scendendo ad ostro, giungemmo alla galleria sotterranea del castello, nella quale, fra oggetti d'archeologia, si conserva la bella marmorea tomba del poeta cav. Filippo Vagnoni. Quel sarcofago, caduto in potere dei frati di Vinovo, fu convertito in vasca dalavare, e poi servì ai villici per abbeverare gli armenti. Il marchese Agostino Lascaris, conosciutone il pregio, contentò i villici con un abbeveratoio di legno, ond'egli potè far trasportare nei sotterranei del castello il sarcofago, fra i pipistrelli che svolazzano sopra le ammirate sculture di argomento mitologico.LIV.Maria BriccaL'edera si abbarbica nell'arco della porta che mette al sotterraneo, e nel piccolo piano che vi sta innanzi, un antico albero di noce, ed acacie e cipressi sorgono intorno alla colonna, in cui si legge:A Maria Bricca.L'avvocato cagliaritano, Giuseppe Orano, giovane di fervido ingegno e di molto zelo negli studi, che si aggirava a diporto in que' dintorni, erasi aggiunto alla nostra compagnia nei viali del parco, e con noi entrato nei sotterranei; ond'io innanzi alla colonna memoranda, voltomi al conte, dissi:—Caro Mariano, tu che, qui dimorando, sai meglio di me il fatto glorioso di Maria Bricca, narrane, ti prego, i particolari a questo giovane sardo, il quale, nell'udire da te le imprese dell'eroina di Pianezza, ricorderà volentieri quelle della eroina di Sardegna, Eleonora di Arborèa.—Ben volentieri, rispose il conte Mariano, mentre il giovane sardo gli faceva atti di ringraziamento.Sedemmo dunque sul poggio erboso dirimpetto all'ingresso del sotterraneo, e il conte guardando alla colonna, così parlò:—Il castello di Pianezza non solo rammenta alle donne italiane un raro modello di beltà, di grazia e di virtù nella marchesa Adele Lascaris-Cavour, ma eziandio un patrio esempio di magnanimo ardire in Maria Bricca.Nel settembre del 1706, i Francesi stringevano d'assedio Torino. Pietro Micca col suo sacrificio aveva dato un crollo alla gallica baldanza, mentre Vittorio Amedeo e il principe Eugenioapparecchiavano il pieno trionfo de' Subalpini. Tuttavia i Francesi imbaldanzivano presso la città, e una loro squadra di cavalleria, occupando questo castello, sollazzavasi in banchetti e danze.I soldati piemontesi, vigili sulla riva opposta della Dora, per cacciare i nemici da Pianezza si affidarono agli accorgimenti di Maria Bricca, vecchia contadina del luogo, devota a Casa Savoia, pratica delle vie occulte del castello, e pronta ai rischi della guerra.La sera del 5 settembre era gonfio il fiume, onde gli ufficiali francesi, non sospettando che i soldati piemontesi ardissero valicarlo, sicuri d'ogni pericolo, facevano insolita baldoria. Maria Bricca vide essere quello appunto il momento propizio all'impresa, e, datone avviso al campo degli Italiani, tosto, protetti dal silenzio della notte, furono a lei cinquantacinque de' nostri granatieri armati.Maria, con in mano una scure, chetamente li condusse nei sotterranei, innanzi cui ci troviamo a ragionare di lei. Quindi, accese alcune fiaccole, per riposti anditi e scale segrete li guidò alla chiusa porta del loggiato superiore che metteva alla gran sala da ballo. A colpi di scure la scassinò, e bentosto fu dentro coi granatieri, gridando:Viva Savoia!I danzanti sbalorditi alla prima credettero che fosse una scena da teatro; ma al ripetuto grido diViva Savoia!si avvidero di essere in cospetto di una nuova Giuditta, e indarno tentarono resistere ai gagliardi assalitori. Maria Bricca e i bravi nostri granatieri furono addosso ai Francesi e li costrinsero ad arrendersi. Furono fatti prigionieri sonatori e ballerini, due generali, ottocento uomini fra sotto-ufficiali e soldati; bandiere, artiglierie e vettovaglie del nemico caddero in potere de' nostri. Dopo tre giorni, la gran battaglia di Torino mise il colmo al nostro trionfo, al quale contribuì grandemente l'animosa Maria Bricca coi cinquantacinque granatieri piemontesi.—Il giovane sardo, lieto di questo racconto, a me indirizzandosi, sclamò:—Signor professore, questa Maria Bricca è dunque famosacome la Eleonora d'Arborèa, in onor della quale ella promosse l'Accademia letteraria nell'università di Cagliari?—Non tanto, gli risposi. Maria Bricca di Pianezza deve essere annoverata colla Segurana di Nizza, colla Cinzica di Pisa, con Beatrice di Luserna e la Stamura di Ancona, e con altre valorose che giovarono alla salute della patria. Ma Eleonora, la celebre giudicessa di Arborèa, legislatrice e condottiera di eserciti, ed esempio magnanimo di carità cittadina, è la donna più gloriosa che splenda nelle Storie d'Italia.Ogni madre dovrebbe tenere l'effige di Eleonora nel luogo più cospicuo della casa, e proporla ad insegnamento della famiglia. Quando gl'Italiani, facendo atto di bella fratellanza alla Sardegna, concorreranno con offerte ad erigere sulle rive del Tirso in Oristano il monumento alla celebre eroina, io proporrò che nella marmorea base si abbiano a ritrarre in basso rilievo, quasi in ossequio ad Eleonora, parecchie altre illustri donne d'Italia che cogli accorgimenti politici e militari onorarono la nazione; e prime fra queste la regina Teodolinda, la contessa Matilde, la Segurana, la Cinzica, la Stamura, Beatrice di Luserna e Maria Bricca, che snidò gli stranieri dal castello di Pianezza.—Il giovane sardo si mostrò contento alla mia proposta, e il conte Mariano mi strinse la destra con segni di approvazione.LV.Collegno.Accostandosi a Torino, s'incontra Collegno, villaggio di 1700 abitanti.I luoghi antichi nei dintorni delle città spesse volte prendevano nome dalle distanze. Presso Cagliari vi ha Quarto, Sesto e Settimo; presso Bologna vi ha Quarto e Sesto, e Sesto pure è ne' dintorni di Firenze; Settimo a sette miglia da Torino, ead Quintum, a cinque. Quest'ultimo luogo ora è detto Collegno (latinamenteCollegium), e sorge a maestrale ed a tre migliapiemontesi dall'augusta città della Dora, perocchè la misura subalpina sta all'antica romana come tre a cinque.Collegno siede nel piano sulla riva destra del fiume, la quale essendo più elevata della sinistra, offre verso ponente e borea una veduta assai estesa, e vanta salubrità di clima. La Dora vi scorre in alveo profondo sotto il castello e il paese fra sponde artificiali di grosse pietre saldissime, e si dirama in quattro gore, appellatecanaliebealere, che fecondano l'aprico territorio dell'intiero Comune, lieto di prati, gelsi e pometi.LVI.Tre pensieri mi rimangono di Collegno, il castello, il molino anglo-americano ed il manicomio.Il castello di Collegno è assai antico. Tutta Italia fu munita sui monti di tali fortezze, o per difesa di un feudatario contro un altro, per frenare l'impeto degli stranieri che spesso irruppero su le nostre belle contrade, contenti di trovarle discordi e miseramente divise.Codesto castello seguì le vicende del paese, passando di padrone in padrone, di rovina in rovina. I Francesi che nel secolo decimosesto cerchiarono Torino di fortificazioni, da essi poi smantellate ai tempi napoleonici, atterrarono molta parte di questo castello prima della loro sconfitta a S. Quintino. Una parte sta ancora in piedi ad attestare la fortezza del tutto, atto e disposto a resistere al morso dei secoli, non che alla rabbia degli invasori.Quell'ampio palazzo, che vedesi là a maestrale verso la Dora, appartiene ai Provana di Collegno, e fu innalzato su gli avanzi del combattuto castello. La sua torre, che domina il bastione Verde a guisa di cittadella, n'è pure avanzo. Ora non serve che a bellezza pittorica.Nel 1854 mi feci alle porte di quel palazzo cinto da giardini, e il nipote degli antichi feudatari mi permise che, accompagnato da un suo servo, io vedessi su vasta tela l'effigie di un illustre suo antenato, vestito alla spagnuola, e che fra massicci muraglioni e per iscala di legno salissi la vecchia torre.Sorgente da folte selve, quella bruna torre veduta da lontano pareva che al sommo portasse un vaso enorme di fiori e frutti. In cima del torrione ai quattro angoli trovai quattro aceri cresciuti a maraviglia: tre erano imbozzacchiti come molti alberi delle schiatte feudali; uno reggeva agli anni.Il sole mi dardeggiava, e l'acero vivo avviticchiato dai tralci di vite vergine mi proteggeva della sua ombra, mentre io guardandomi intorno, pensava a certe reliquie di reggimento feudale rimaste a Collegno, nei quaranta franchi che il Comune pagava alle guardie, e negli ottocento franchi di canone al conte del castello.Forse ogni resto di feudalismo cessò ora che eziandio la vecchia torre spogliata degli aceri perdette il bruno aspetto del medio evo e si volle ringiovanirla coll'imbiancarla.«Il secolo si rinnova, e si deggiono operare grandi riforme», andavasi ripetendo sul Bosforo ai tempi del sultano Mahmud: e il sultano, volendo provare di essersi posto a capo delle civili riforme, cominciò dal far imbiancare le moschee e spogliarle de' vecchi arredi, anche preziosi, per sostituirvi i nuovi, talvolta di poco valore.Così fra noi, «Il secolo si rinnova», si va gridando, e s'imbiancano gli atrii storiati de' santuari, s'imbiancano le brune torri del medio evo, e nella mia Novara si è atterrata la vetusta cattedrale di arte cristiana, per erigervi invece una chiesa di arte profana.LVII.Non coll'imbiancare o col rovinare antichi monumenti si rinnova efficacemente il secolo, sì bene col far prosperare le arti, le industrie ed i commerci.Dove sono acque, ponno fiorire industrie speciali; infatti Collegno si avvantaggia di ferriere, conce di pelli e filatoi da seta, lavoro e vita a centinaia di operai. Fra le fucine animate dalla Dora è degno di singolare ammirazione il molino per lamacinatura delle farine col sistema anglo-americano, discosto, verso ponente, un mezzo miglio dal paese.Colà era noto il piccolo antico molino della Barca, così detto dal navicello onde si varca tuttavia la Dora. Nel 1852 il piccolo molino fu convertito nel grandioso opificio che ora si ammira, costrutto col disegno del commendatore Grattoni, uno dei tre ingegneri che conducono e dirigono gli arditi lavori pel traforo del Cenisio.Iniziatore dell'opificio anglo-americano fu il conte Camillo Cavour, il quale in tutto tendeva al grande, così nell'industria come nella politica. Egli probabilmente nel piccolo molino della Barca, alzato ai sommi gradi dell'industria, avrà ravvisato il piccolo paese appiè dell'Alpi, che negli accorgimenti politici saliva sì alto da diventare il mezzo più efficace del rinnovamento italiano.Due cortesi uomini esercitati ne' commerci e nell'industria mi vi accompagnarono, Luigi Brun, mio nipote, valente spinettaio, che meritò diverse medaglie nelle nostre esposizioni nazionali d'industria e commercio, e Venanzio Marchese, energico direttore dell'opificio.Appena entralo nello stabilimento, mi sentii assordare dal continuo frastuono delle acque e delle macchine, linguaggio della natura e dell'arte che sono in moto per aiutare l'industria umana e soccorrere ai bisogni della vita.L'edificio sormontato da torre quadrangolare è un quadrato a cinque piani che a modo di penisola è cinto dalle acque della Dora, qui chiuse e quiete in canali, là irrompenti e schiumanti per cateratte, fra pioppi, acacie ed avellani.Mi piacque visitare i magazzini e gli ordegni del pian terreno e de' cinque superiori. Un magazzino costrutto a galleria, con le pareti e i pilastri asfaltati per assicurarlo dai topi e dall'umidità, può contenere quattordici mila quintali di grano. Vi si versano tuttodì in grande quantità frumenti del Piemonte e di altre province italiane, e grani provenienti dal Mar Nero, dal Mar d'Azoff e dalle rive del Danubio. Gittando lo sguardosotto le sei arcate di quella galleria piena di frumento, tosto mi si presentò lo spettacolo di gaie collinette che si succedono le une alle altre. Frattanto il signor Marchese gettavasi agilmente qua e là sulle brune collinette che cedevano sotto i suoi passi, e distingueva le diverse qualità dei grani dal loro peso e colore, come l'orefice distingue le qualità delle pietre preziose.Vidi ventiquattro paia di macine di pietra francese, detta diLaferté, e i tubi conduttori delle acque, dei grani e delle farine, e i crivelli pulitori e i frulloni, e le ruote dentate, che dànno il moto per mille meandri alle mole stritolatrici.Io mi sentii raddoppiare la vita allo spettacolo di tanto moto, e tra la faccenda continua dei robusti operai sparsi di farina gli abiti, le guance e le scomposte chiome. Colà ogni pensiero s'agita nel frumento. Mi fu aperta una vasta camera piena di candida farina, che mi parve un colle di neve recente. Mi si mostravano sacchi di grano che salivano e scendevano assicurati ad uncini; e in vaste gallerie mi si additavano a cento a cento schierati e suggellati quelli di farina che dovevano spedirsi in Italia e fuori, anche in Egitto.Domandai se quell'opificio appartenesse ad una società di azionisti.—Per l'appunto, mi fu risposto.Domandai se altri opifici di simil genere siano in Italia, e il nipote Brun mi rispose:—Ve ne hanno altri: presso Alba ed in Settimo nel Piemonte, e a Pontedecimo nella Liguria, ma di minore importanza. Ve n'ha uno a Trieste, un altro a Livorno, ma a vapore; non vasti come questo di Collegno, ove le macchine hanno ciascheduna la forza di 120 cavalli, e si macinano ogni giorno seicento quintali di grano.—Dunque, io esclamai allegramente fra i due cortesi che mi accompagnavano: dunque il Piemonte oggigiorno è sempre il più solerte operaio nella realtà della vita. Il Piemonte vanta le armi, l'industria e il miglior molino per la macinatura delle farine, come la Toscana vanta le arti, la poesia e l'Accademia della Crusca.LVIII.Da un opificio, creazione di menti sane ed operose, passo al più bello ed elevato luogo di Collegno, ad un pietoso ospizio ove sono curati i mentecatti.Il palazzo di Bernardino Data, tesoriere ducale, fu comperato nel secolo xvii dalla Duchessa Cristina per dar ricetto ai Certosini di Avigliana, cacciati dal lor nido. Nel 1649 i cenobiti entrarono nel sontuoso palazzo, a cui tolsero l'aspetto profano per dargli l'impronta religiosa cogli splendori dell'arte secondo il gusto del tempo.Nello scorcio del secolo passato, insieme con altri ordini religiosi, fu soppressa la Certosa di Collegno, e fu riaperta ai frati di S. Brunone dopo il 1815; e nel 1852 venne convertita in succursale del Regio Manicomio di Torino.Diciotto cenobiti nel dì della loro soppressione abitavano quell'ampio edifizio, con eleganti portici, col giardino dell'area di trenta giornate e con un vasto e fertilissimo campo. Ora vi sono ricoverati più di 400 matti, gente operaia e campagnuola in gran parte. Entrai per la bella porta della Certosa d'ordine ionico, fra colonne, statue e cartocci, e fui condotto negli ampi chiostri e sotto gli spaziosi porticati, a visitare il luogo assegnato agli uomini, e quello per le donne, e la stanza delle epilettiche. Nessuno trovai legato: molti degli uomini lavorano nei campi vicini e se n'avvantaggiano di salute e di danaro, e molte donne filano, assistite dalle Suore di Carità.In quel manicomio, come altrove, si è riconosciuto che l'orgoglio e la superstizione religiosa negli uomini, e la passione dell'amore nelle donne sono le cause principali delle infermità mentali. V'hanno pazzie intermittenti come accade delle febbri; onde talvolta credete di ragionare con un uomo di mente sana, ma poi a un tratto v'accorgete che sta per riassalirlo l'infermità.LIX.In mezzo dell'ampio cortile sorge un poggio allegrato di alberi. Colà trovai un uomo di bell'aspetto e d'alta statura, vestito di prolisso soprabito bruno, dignitoso del portamento e dello sguardo,«Lunga la barba e di pel bianco mista»,lunghi pure i capelli. Egli mi si fece innanzi, e, dopo avermi invitato ad intrattenermi con lui, prese a dirmi:—In cotesto luogo vengono a diporto ogni giorno i matti pacifici, de' quali tutti potrei narrarle per filo e per segno la vita.—E mi accennava man mano diversi di que' mentecatti, e dicevami:—Colui ch'ella vede presso quel tiglio appoggiato a lungo bastone, si crede di essere Cristoforo Colombo, ritto in piedi presso l'albero maestro e con un remo in mano: l'altro, seduto accosto a quella fontana, che sta in atto di scrivere, dice di essere il Petrarca al fonte di Sorga intento a dettare la canzone—Chiare, fresche e dolci acque;—e quel terzo più in là, rannicchiato su quel mucchio di mattoni, gonfia le gote e soffia, e pretende di essere il Dio Eolo.—Lo vede?—Lo veggo.—Andando nel recinto delle donne, si guardi dalla vecchiaccia che accarezza una tegola e se la stringe al seno e la culla come un bambolino. Ebbene! Colei vorrebbe essere la nutrice di Napoleone I. La poverella è vedova d'un uffiziale Còrso, che militò sotto il primo Impero, ed ha la smania di nutrire gli eroi. Io non posso andare nel recinto delle donne, ma ne ho tutte le notizie. Ella avrà pur veduta fra loro la regina del Borgo del Pallone, che passeggiava un giorno per Torino, vestita di cenci di seta, con piume in capo e un parasole color di rosa,quando fioccava la neve e infuriava la gragnuola. Essa stringe pur oggi lo scettro, che è un vecchio scudiscio, fasciato di nastro bianco e rosso, e ornato in cima di fiorellini. La meschinella si è qui ridotta, o a meglio dire, è stata qui chiusa, perchè i monelli di Torino dandole la baia e facendone strazio l'avevan resa furiosa.—Infelice!—Oh sì, infelice!—Oh veda, veda que' due, che vengono in qua a passi gravi e lenti, brontolando e guardando gli altri con atteggiamento di protezione.—Li vedo.—Costoro sono i più cari matti del mondo. L'uno di loro pretende di essere Pio IX, e l'altro Vittorio Emanuele II.—Oh!—Ma non sono.—Lo vedo.—E vorrebbero darla ad intendere a me, anche a me! (e alzava la voce) a me! (e si faceva rosso in viso) a me che sono il Padre Eterno, e dovrò definire le loro controversie!—In così dire sbarrò gli occhi, rizzossi in punta de' piedi, squassò la testa, e fece stranamente ondeggiare la barba ed il crine.Io mi strinsi, allontanandomi dal verde poggio, presso il dottore Filippa, che gentilmente mi accompagnava, e lasciai nel suo Eden il Padre Eterno.
XXX.Il LibroDe Imitatione Christi.—Come, come! interruppe con enfasi l'abate, rizzandosi in piedi: Giovanni Gerson, avete detto?—Per l'appunto. Gerso o Gerson vale lo stesso.—L'autore forse de' quattro libriDell'imitazione di Cristo?—Senza dubbio.—Ma allora questo monistero si deve ad uno dei nostri.—Scusatemi, ottimo abate, se vi contraddico. Il Gerso o il Gerson dellaImitazione di Cristovenne qui da Cavaglià dove nacque, e Cavaglià è un luogo di 2400 abitanti, nel circondario di Biella, sulla via maestra fra Ivrea e Vercelli.—E il Monfalcon?—Il Monfalcon nell'edizione poliglotta di Lione, per soverchio amor di patria, attribuì il famoso libro al cancelliere Giovanni Charlier, nato nel villaggio di Gerson, diocesi di Reims, e morto a Lione nel convento dei Celestini.—Precisamente!—Or bene, il vostro cancelliere, mio caro abate, era un Charlier, e il nostro monaco un Gerson, l'uno e l'altro dotto e pio, l'uno e l'altro rispettabile e benemerito della religione e delle lettere.—E chi vi dice, ripigliava l'abate con un po' di bizza, che l'autore di quell'aureo libro non sia piuttosto il nostro Charlier che il vostro Gerso? Quanti uomini insigni non presero nome dal luogo natale, specialmente ne' tempi lontani!—Voi dite bene, gli risposi; ma in controversie, come questa, mi concederete che le date e i codici debbano dissipare ogni dubbio e far risplendere la verità.—Per l'appunto.—Allora con calma cristiana uditemi. La storia del libroDell'imitazione di Cristoe del vero suo autore, scritta dal cavaliere Degregori, e il codiceDe Advocatisda lui trovato nel 1830 in Parigi, nella libreria Techener, e donato all'archivio capitolare di Vercelli, sono gravi argomenti contro coloro che ne facevano autore il Kempis e il cancelliere parigino Gerson. Valenti bibliofili e paleografi giudicarono essere il codiceDe Advocatisdel secoloXIII, quando ancora non erano nati nè l'uno nè l'altro dei supposti autori.Ernesto Rénan, acuto indagatore, se non pio cattolico, quale voi siete, o Abate, è pure d'avviso[28]che nessuno di quei due sia l'autore d'esso libro; e il dotto vostro amico, conte di Montalambert, nella suaStoria di Santa Elisabetta d'Ungheria, celebrando il libroDell'imitazione:cet ouvrage que tous les siècles ont reconnu sans rival, lo attribuisce pure al Monaco vercellese.Io per rinvigorire il mio assunto non imiterò il Paravia nel suo elegante ed erudito discorso intorno al vero autoreDell'imitazione di Cristo, che primamente ai 2 di aprile 1846 recitava nell'ateneo di Treviso, nè seguirò il Rénan nel suo capitolo:L'auteur de l'imitation de Jésus-Christ, col citare a documentoilDiariumdella casa Avogadro, nel quale fu detto essere registrata una nota, da cui risulterebbe che nel 1349 il prezioso codiceDella imitazioneera già da gran tempo posseduto dagli Avogadro, come tesoro ereditario.Nessuno affermò di aver veduto quel Diario. Nol vide monsignor Giovanni Pietro Losana, vescovo di Biella[29], che testimoniò di aver veduta la nota famosa; ma a dir vero, sulla fede soltanto di unfac-simile, presentatogli dall'abate Gustavo Avogadro, fattosi innanzi ai dì nostri qual possessore del preziosoDiarium, uomo per altro dì molto credito tra i famigliari del cardinale Morozzo, vescovo di Novara. Non lo potè vedere dopo ripetute istanze il Degregori; nè il conte Filiberto di Colobiano lo trovò nella libreria dell'estinto Gustavo Avogadro, acquistata in nome della Regina vedova Maria Cristina. Monsignor Malou dichiarò ilDiarium, chiffon de vieux papiers qui n'a aucun caractère authentique ou extrinsèque d'authenticité. Fu del Diario degli Avogadro probabilmente come della pergamena del cremonese monsignor Dragoni[30], con cui si provava ad evidenza che Martino, diacono di Ravenna, insegnò a Carlomagno la via delle Alpi. La pergamena tenuta come autentica dal Troya e dall'Odorici, venne giudicata falsa dal Vustenfeld, e dimostrata tale con inconcussi argomenti dall'esimio Francesco Robolotti.Non vi parlo insomma di merce spuria o sospetta, ma di documenti irrefragabili che il conte Luigi Cibrario, primo segretario di S. M. per il gran Magistero dell'Ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro, scoperse nell'archivio di quell'Ordine, e che di buon grado vi mostrerà, come fece a me, con gentilezza pari alla nota sua dottrina.Anzi, egli ne pubblicò una erudita e coscienziata relazione, e la trovate in questa libreria del Cappellano, nel volume delleOperette variedel Cibrario.XXXI.—Oh il Cibrario! interruppe l'Abate: l'autore dellaEconomia Politica del Medio Evo, è scrittore grandemente stimato anche dai nostri Francesi, i quali non sogliono tener conto che delle vere celebrità.—Non istento a crederlo.—Ebbene, vediamo che dice il Cibrario.Pregai il Cappellano ad aprirmi la libreria, ch'io aveva mezz'ora prima esaminata, e tratto da uno scaffale un volume del Cibrario stampalo dai Botta a Torino nel 1860, l'apersi alla pagina 425 e vi leggemmo: «Sovrabbondano poi argomenti e prove materiali per dimostrare che ad uno scrittore del secolo XII e XIII, non ad altri d'età posteriore, si debba attribuire il libroDell'imitazione di Cristo. Prima di tutto, lo stile dove si vedono di quando in quando reminiscenze di quelle cadenze rimate colle quali s'intendeva ad abbellire la metà ed il fine dei versi ed anche le prose dei letterati dei secoliXIeXII—Parvus estdictu, sed plenus sensu et uberifructu—Si posset a me fidelitercustodiri, non deberet in me turbatiooriri».—Oh! sì, sì, codesto è modo antico, esclamò l'Abate.—Proseguiamo a leggere: «Poi la dolcezza, la semplicità dello stile, la scarsità delle citazioni convengono ai tempi in cui fiorì il fondatore di Sant'Antonio di Ranverso, e spiegano come il libroDe imitationeabbia potuto attribuirsi da molti a S. Bernardo, che di alquanti anni lo precedette. Ed all'opposto dimostra il poco avvedimento di coloro che a Giovanni Gerson, cancelliere parigino, e peggio ancora, a Tommaso da Kempis, scrittori dei secoliXIVeXV, e di genio disparatissimo, lo attribuirono».—Queste gravi ragioni del Cibrario mi entrano nell'animo, sclamò l'Abate francese.—Ma procediamo innanzi, ripigliai io, vediamo che dice il Cibrario intorno ai codici del famoso libro controverso. Egli necita sei: quello della Cava che dalla forma dei caratteri, e specialmente delle maiuscolette, riconosce evidentemente non potersi riferire fuorchè alla prima metà del secolo XIII; quelli di Polirone e di Vercelli, che appartengono al medesimo secolo; quello di Robbio in carta bambagina, ed altrettanto antico; quello di Arona, conservato nella biblioteca della R. Università di Torino; alfine è l'Allaziano, che il Baluzio, il Ducange ed altri autorevoli paleografi, giudicarono del secoloXIV. Ora, signor Abate, sapreste dirmi quando nascesse e quando sia morto il vostro Giovanni cancelliere?—Credo nascesse nel 1360 o in quel torno, e morisse presso a poco sul 1430.—Si fa presto, soggiunsi, a saperne precisamente le date. Ecco qua ilDizionario Universaledel cav. Angelo Fava. Ecco l'articoloGerson.... Vediamo: «Giovanni Charlier nacque a Gerson nel 1363 e morì a Lione nel 1429». Ora se il codice della Cava del libroDe imitatione, nel quale è miniata l'effigie di un monaco Antoniano, fu scritto prima del 1260, non poteva l'opera essere dettata da chi venne al mondo un buon secolo dopo. Non parliamo del Kempis che nacque nel 1380, e morì decrepito nel 1471.—Intorno al Kempis, m'interruppe l'Abate, io non avrei questionato mai. Tommaso da Kempis, di cui ho letto attentamente la vita, nacque in Prussia a Kempen, e si chiamava Hamerken, cioèMalleolus, ed essendo poverissimo, si fece monaco a Monte Sant'Agnese di Deventer, e da principio si guadagnava la vita copiando libri corali. Valente calligrafo, trascrisse poscia e ripetè Bibbie e raccolte diverse, e specialmente i quattro libriDe imitatione Christi, cui scriveva in fondofinitus et completus per manus fratris Thomae a Kempis; e li mandavapro praetioa vari monasteri della Germania. Da ciò si vede che era un amanuense, un copista, ma non un autore, come indarno tentò dimostrare l'illustre prelato Malou.—Ebbene, io replicai, v'invito a leggere per intiero questa erudita memoria del Cibrario, da cui si apprende eziandio cheil Gerso di Cavaglià era monaco Antoniano e non Benedettino, come si era creduto per lo innanzi, e che probabilmente s'iniziò alla vita monastica nella casa dei frati Spedalieri in Vercelli; dipoi qui venuto a fondare il chiostro di Ranverso, fu assunto alle più alte dignità del suo ordine religioso.Non vi prenda maraviglia, ottimo Abate, ch'io m'intrattenga con tanto zelo a ragionarvi dell'autore del libroDell'imitazione di Cristo: incontrerete altri e non pochi in Italia, che ve ne parleranno col medesimo affetto.Presso Padova, nel cospicuo monistero di Praglia, il monaco benedettino Buzzone per molti anni volse l'animo a raccogliere in gran copia le edizioni a stampa di questo santissimo libro; e Murano, l'isoletta che fu prigione a Silvio Pellico, ne ha una raccolta più abbondante nell'antico ospizio di S. Michele. Inoltre un viaggiatore inglese narra nelGalignani(giugno 1859), che in Vercelli, mentre ardeva la mischia fra Italiani ed Austriaci sulle prossime rive della Sesia, un canonico nell'archivio capitolare gli mostrava il codiceDe Advocatis, e si riscaldava a provargli che l'autore di quel libro era il Gerson vercellese; e tutto ciò faceva il buon canonico con animo sereno, come se allora la guerra non tonasse alle porte della città.Questi particolari dimostrano la riverenza profonda degl'Italiani al libroDell'Imitazione, fatta più viva dalla maggior frequenza di lettori, allettati dall'elegante versione italiana dell'abate Cesari.Caro Abate, non vi maraviglierete dunque che anch'io, come il monaco di Padova e il canonico di Vercelli, porti singolare affetto al Gerson che fu il fondatore di questo chiostro, e che forse meditò il celebre libro nella prossima chiesa che andremo a visitare.—Ammiro, sclamò l'Abate, l'ossequio degl'Italiani al pio libro su cui tanto si è disputato. Benchè un nostro romanziere lo pigliasse a gabbo in questa età di scettici, pure le anime credenti, nelle tribolazioni, cercano conforto in quel libro, che il nostro Lamennais traduceva e splendidamente commentava nei giorni migliori della sua fede, e che il vostro Gioberti baciava morendo.Così parlando mi strinse fortemente la destra e poi riprese:—Sì, sì, il libroDell'Imitazioneè santissimo libro. Oh! come si sarebbe deliziato in questi discorsi il nostro lagrimato Ozanam, che tanto amò Francia e Italia, immedesimandole nel sentimento del bello e del vero. Egli, abborrente dagli spiriti di parte, e con intendimento tutto umano, avrebbe con noi conchiuso, che il libroDell'Imitazione, sia dettato da un Francese, da un Italiano o da un Alemanno, è opera che onora tutta la cristianità.—È vero, è vero, disse il Cappellano, ch'era stato sempre intento ad ascoltare il nostro dialogo, e soggiunse: Ora venite meco a visitare la bella chiesa fondata da Giovanni Gerson.XXXII.Usciti dalla stanza della libreria, e discesi per l'ampia scala in compagnia del Cappellano, andammo a visitare la chiesa; la quale, se non avesse che l'impronta della sua primitiva erezione, sarebbe un pellegrino monumento di cristiana antichità, ma le scemano importanza i ristauri e le posteriori costruzioni.La sua facciata guarda a ponente, come tutte le antichissime del cristianesimo, sicchè il sacerdote che sale pel sacrificio all'altar maggiore, tiene il viso rivolto alle regioni di Terrasanta. La maggior porta, a sesto acuto, come ai lati le due minori, hanno cornici massiccie di mattoni finissimamente lavorati ad arabeschi. La porta principale non è a piombo col sovrapposto finestrone, ma esce dall'asse verticale notabilmente verso destra. Questo difetto di simmetria nelle finestre e nelle porte di molti antichi edifizi, non saprebbesi bene a che attribuirlo, se ad inscienza architettonica, o ad una certa noncuranza allora in uso. E chi vorrebbe tacciar d'inesperto il famoso Giotto, l'architettore di quel campanile di Santa Reparata in Firenze, che Carlo V giudicava degno di una custodia di cristallo? Eppure la famosa torre di Giotto ha la porta d'ingresso fuori del centro, nè questo arbitrio le toglie vaghezza.Ma ritornando alla vetusta chiesa di Ranverso, nell'atrio a mano destra entrando, era un tempo effigiato nella parete S. Antonio benedicente, e lo stemma della R. Casa di Savoia, sul quale un'iscrizione latina riferivasi alla fondazione del chiostro. Tuttociò fu coperto da improvvida imbiancatura. Furono però risparmiati sopra la porta la Madonna con alcuni santi, e i bizzarri capitelli con fregi, fra cui sono scolpiti stemmi, animali d'ogni sorta, e teste di monaci incappucciati, colle braccia conserte al petto.Levai lo sguardo allo svelto campanile, di quella foggia ardimentosa che fu detta gotica, e non è; perocchè i Goti più che erigere, distrussero, e se innalzarono edifici, non furono dedicati al culto cristiano ed a' suoi santi. La torre di Ranverso ha una sola campana di gran mole e di buon getto: è di forma quadrangolare con pittoreschi trafori e quattro piccole aguglie agli angoli, fra le quali spicca la quinta più alta, coll'anagramma antoniano. Piega alquanto al sud, facendo ricordare le torri pendenti di Pisa e Bologna. Nel lato sinistro della chiesa sulla piazza parla all'intelletto e al cuore un ottangolare piliere di grigia pietra, infisso nella roccia; il quale nella sommità finisce in dado su cui posa un pezzo di marmo bianco, scolpito da un lato colla figura del pellicano, da un altro con quella della colomba, simboli eloquenti dellacaritàe dellasemplicità, virtù che, secondo la mente dell'institutore, dovevano splendere soprammodo nei benemeriti cenobiti Antoniani.XXXIII.Entrammo nella chiesa, la quale ha tre navate; a sesto acuto quella di mezzo e la laterale a destra, ed ha la terza sformata da recenti costruzioni.Alto cancello di ferro separa dalla chiesa il vasto presbiterio, dove su piedistallo sorge una statua in legno che tiene un libro nella mano sinistra, e la destra appoggiata ad un bastone, da cui pende un campanello. Rappresenta il patrono del luogo l'abate S. Antonio coll'anagramma T sull'abito nero.Innanzi a quella statua, guardando all'Abate francese ed al Cappellano, domandai qual fosse il significato del T, tanto ripetuto nelle immagini degli Antoniani.Il Cappellano prontamente rispose:—IlTauè segno di salute, come si legge in Ezechiello al capoIX:Omnem autem, saper quem videbitisThau,ne occidatis; e la Chiesa, nella bolla di fondazione dando all'ordine Antoniano quel segno taumaturgico, lo appellasignum potentiae.—Dice molto bene l'erudito Cappellano, esclamò l'Abate francese; ma io opino il T significasse la specie di gruccia o bastone, di cui il santo anacoreta faceva uso, come lo vedete in questa statua, e il campanello che vi era raccomandato doveva forse servirgli per chiamare i suoi discepoli. Aggiungerei anco che i cenobiti Antoniani, tenendo appeso il campanello alla gruccia del lungo bastone, forse avvertivano li ammorbati difuoco sacro, come i monaci del S. Bernardo i viandanti smarriti fra le grosse nevi di quell'alpestre passaggio.—Si aderisca all'opinione del Cappellano o a quella dell'Abate francese, poco importa. Certo si è che il T è segno caratteristico degli Antoniani, per cui nel monumento di Ranverso sulle guglie intorno al frontone della chiesa, e su quelle dello spedale e del campanile sorge il simbolico anagramma in ferro; è scolpito sui quattro lati nel dado del piliere in piazza, ed è dipinto nella facciata della chiesa, e su gli stemmi lungo i vasti corridoi del monistero. Tutto colà ricorda i pietosi spedalieri coll'anagramma T proprio di quell'ordine benefattore.—XXXIV.Ci appressammo ad ammirare l'icona dell'altar maggiore, monumento della pittura italiana in Piemonte. L'icona è formata da vari quadri dipinti sul legno col fondo in oro, e tramezzati da ricche scolture in legno dorate; il quadro di mezzo rappresenta la Natività di nostro Signore con a destra i santi Antonioe Sebastiano, e a sinistra S. Rocco e S. Bernardino da Siena, che predicò in quella chiesa l'anno 1443. Nella base vi sono quindici piccoli quadri che ritraggono fatti relativi alla vita di S. Antonio.Il prete francese, compreso d'ammirazione, mi chiese del nome dell'autore di quella mirabile icona.—Alcuni la vogliono lavoro del Macrino d'Alba, altri del Gaudenzio Ferrari: io risposi, come aveva letto in qualche memoria.—No, no, interruppe il Cappellano: non è opera di nessuno dei due. È lavoro invece di Defendente De Ferraris da Chivasso, al quale ne affidava l'esecuzione la città di Moncalieri il 21 aprile del 1530, come si ritrae da documenti trovati nell'archivio di quel municipio, e con atto del 16 gennaio 1531 gliene pagava il prezzo pattuito di fiorini ottocento e grossi dieci[31]. Il nome di Defendente De Ferraris deve entrare nella storia delle arti italiane: di lui sono probabilmente molti bei quadri che si trovano segnati D. D.—Ci suonò gradita questa notizia in fatto d'arte, e domandammo al Cappellano, se si sapesse il perchè la città di Moncalieri tanto si adoperasse ad ornare la chiesa di Ranverso. Al che rispose il Cappellano:—La pia città di Moncalieri, nell'epidemia, onde fu travagliata nel 1400, votavasi a S. Antonio di Ranverso, per cui facevasi eziandio erigere l'altar maggiore da cui sorge l'ammirata icona; ed ogni anno, siccome vien riferito dalla cronaca inedita di Moncalieri, nel dì della festa del Santo il sindaco di quella città, consiglieri, segretario ed usciere del Comune qui vengono nella messa solenne ad offrire all'altare antoniano un cero e danaro.—XXXV.Il Sepolcro di Giovanni Gerson.Ciò detto, il Cappellano dopo di averci additato pregevoli affreschi nelle pareti della sagrestia ci ricondusse nel presbiterio innanzi all'antico sepolcro dei monaci Antoniani, e sclamò:—Qui, come appresi da antiche carte, qui fu sepolto Giovanni Gerson, il fondatore del chiostro.—L'Abate francese e il Cappellano chinando il capo sul sepolcro alternarono insieme una preghiera; e poi, mentre stavamo per uscire dal tempio, l'Abate dando un ultimo sguardo alla tomba del Gerson ripetè le memorande parole:Vanitas vanitatum et omnia vanitas.—Oh rispettabile Abate, gli osservai: un altro grande italiano, Giacomo Leopardi, come Giovanni Gerson pianse le miserie della vita«E l'infinita vanità del tutto».Ma il Gerson si confortava delle umane calamità in Dio e nell'avvenire dello spirito immortale; all'opposto l'infelice Leopardi nella vanità del tutto rimaneva agghiacciato dallo scetticismo.—Oh beato l'uomo che serba la fede, questo tesoro preziosissimo dell'anima! proruppe il Cappellano riconducendoci nella piazzetta presso al simbolico piliere.—Un colono di Alpignano, inteso ai lavori campestri della Commenda, trovandosi accanto al piliere, nell'udire il Cappellano far cenno di un tesoro, voltosi a noi disse:—Se vanno in cerca di tesori nascosti, vadano al mio paese; ve n'ha uno sepolto sotto il castello, che non si è potuto scoprire.—Il colono di Alpignano ci mosse a riso. Mi accommiatai con affetto dal Francese, che recavasi al luogo delle Chiuse ed allaBadìa di San Michele: ed io, ringraziato il buon Cappellano, volsi i pensieri e la persona al castello del tesoro.XXXVI.Il Musinè.Prima di parlare di Alpignano aggiriamoci sulle balze delMusinè, ossia Monte Asinaro, che più alto del Pirchiriano, sulla riva sinistra della Dora, sorge dal livello del mare all'altezza di 1168 metri.Volli vedere l'idrofana[32], pietra che fu chiamata pomposamenteocchio del mondo. Non pochi luoghi in Europa posseggono l'idrofana, fra i quali le isole d'Iheroè, la Sassonia, l'Ungheria e la Francia; ma forse più che altrove, se ne rinviene in codesto monte del Musinè, e trovasi sparsa nelle vene di calcedonio e di serpentina dura, che da ogni lato e in ogni direzione attraversano quell'altura tutta serpentinosa.XXXVII.Io mi aggirava dunque tra le quercie e le viuzze del Musinè, quando m'avvenni in un bastracone di montanaro, che rovistava con lungo uncino tutte le pozzanghere fra quelle macchie, e domandatolo che facesse, mi rispose con sussiego:—Cerco l'occhio del mondo.E cercava l'idrofana, intorbidando le acque.Andando oltre, e veduto veramente l'idrofana, udii il picchio di un martello sovr'un corpo di dura pietra; e traendo a quella parte, vidi uno scarpellino che tagliava un masso serpentinoso e ne formava una macina da grano.—Oh! diss'io a quell'uomo attivo che sudava: Voi logorate le forze per averne una macina da molino di niun conto.Ed egli, con sorriso di compassione:—Tiro di martello questa macina, che riducendo in farina le mille sacca di frumento darà più guadagno di tutte le gemme del mondo.—Ma pure colà giù presso al rio, quel pescatore dell'idrofana, con poca o nulla fatica raccatta tesori.—Oh! mi rispose lo scalpellino molinaro, vossignoria prende un granchio, perchè quel cercatore quando ha raccolte le pietruzze colla scoria così informi le vende per poche lire, e lascia il guadagno agli speculatori di Torino, di Genova e di oltremare; mentr'io lavoro le mie macine, e tutto l'utile è mio. Oltre di che, preferirei sempre a una pietruzza, che poco produce, una mola da grano, che reca frutto al mugnaio e prepara il pane al paese.XXXVIII.—Ed io fo meglio di tutti; lavoro per la salute degli uomini: sclamò un terzo che aveva udito i nostri discorsi lì presso, come un risorto dal sepolcro, tutto coperto di polvere gialliccia, balzando fuori da un antro profondo di argilla, splendente del color dell'oro.Chi era quello strano montanaro, basso di statura, col capo schiacciato come un cretino?Un tal Pantalone di que' dintorni, che parla sovente di serpi e d'incantesimi, ed è trastullo de' monelli. Era affaccendato a trarre la magnesia da una cava scoperta, or fa cinque anni, con utilità del comune di Caselette, che ne concedette l'uso per la somma annuale di mille franchi.—Evviva Pantalone! esclamò lo scalpellino. Come procedono i tuoi lavori?—Benone, gli fu risposto: S. Abaco protegge il padrone che qui mi manda a lavorare in questa polvere raggrumatadall'umido. Qui si scava in abbondanza la magnesia che il mio padrone vende a buon prezzo ai farmacisti di Torino.—Buon Pantalone, io gli dissi, voi non lavorate soltanto per cacciare i malanni dal corpo umano, ma eziandio per rendere più bella la luce che ci vivifica, perchè vi ha un nuovo trovato, ilfilo di magnesio, tratto da questa polvere prodigiosa, il quale dà uno splendore pari alla luce elettrica che vedeste in Torino nelle feste dello Statuto.XXXIX.Andai a pochi passi dalla cava di magnesia in Caselette, paesello di ottocento abitanti, che si distende sulle prime pendici del Musinè, ed ha al sommo un gotico castello, fiancheggiato da svelta torre cinta di merli. Quel castello, volto a mezzogiorno coll'amena vista della verdeggiante valle irrigata dalla Dora, appartenne ai principi di Acaia, di poi a nobili famiglie, fra le quali, ai Canale conti di Cumiana, ai Valperga del Canavese ed ai Cauda; ed ultimi a possederlo furono i conti Cays, antica famiglia nizzarda che n'ha tuttora la proprietà.Per via fiorita salii al castello, e non appena feci annunziare il mio nome al sig. Carlo Cays conte di Caselette, che tosto egli mi accolse festosamente nel suo castello, come i più splendidi baroni del medio evo usarono coi trovadori, che andavano di terra in terra a celebrare col canto le imprese e gli amori della cavalleria feudale. In compagnia di lui e del caro ed unico suo figliuolo visitai le adorne stanze, che furono degne di essere abitate dalla madre e dalla consorte del nostro Re, nell'estate dell'anno 1854, ultimo della vita di quelle pietose e lagrimate Regine. Vidi un bel quadro fiammingo,L'adorazione dei Magi, di Francesco Franz, e l'oratorio domestico che finisce in dipinta cupoletta col nome di Maria nei vetri colorati. Mi fu mostrata la tribuna in cui solevano insieme orare le due pie Regine, come in Torino mirabilmente le scolpiva il Vela nella chiesa della Consolata. Mi fu pur mostrata una pianeta in telad'argento, ricca di bei ricami, cominciati dalla Regina Maria Teresa e compiuti dalla duchessa di Genova, cogli stemmi della loro stirpe aggiunti alla Croce di Savoia.XL.Uscito all'aperto, osservai appiè del castello l'erta via, per cui si sale al santuario di S. Abaco, persiano di origine, morto martire in Roma nel terzo secolo dell'êra cristiana.Quella scabra salita fu agevolata dal conte Cays e da altri divoti, e decorata di quindici cappellette, che in tela rappresentano le stazioni dellaVia Crucis. Due delle cappelle furono fatte costruire dalle nostre Regine, ricordate nel Musinè per atti di evangelica pietà. Raccogliendo queste notizie, erravo nei pensili giardini del castello fra cedri ed ulivi, e per viali di cipressi; e presso un salice carezzato dal murmure soave di acque cadenti, salutavo ver occidente il regale castello di Rivoli e ad oriente gli ubertosi piani di Torino chiusi dal colle di Superga.Mi accommiatai dal conte ospitale, e nel suo cocchio traversata la valle, giunsi nuovamente alle acque della Dora.XLI.Alpignano.Case modeste vidi lungo le due sponde del fiume, e per erbosi clivi in gran copia acque spumanti che mormorano e biancheggiano fra le ruote di un molino ed entro grotticelle coperte di musco e di edera, e una fucina di ferro che mi assordava coi ripetuti colpi del maglio, e un antico ponte a tre archi, rifatto nel 1740, onde si varca la Dora, e presso al ponte un grosso masso di roccia, il quale, al dir del volgo, nella notte dell'Epifania fa tre giri intorno a sè ben sensibili a chi ardisse in quella notte stare sopra quel masso dove apparvero i tre Re magi.Queste sono le vedute e queste le leggende che trovai in Alpignano appiè del verde poggio, in cui fra gli olmi, i frassini e i platani, e fra ogni sorta di fiori si aderge il maestoso castello, sotto cui anco uomini savi credettero sepolto un ricchissimo tesoro.Quel villaggio è sede di ozi beati, per cui la elessero a riposo delle cure politiche due vivaci intelletti, Pier Carlo Boggio e Felice Govean, allettati dall'amenità del sito e dalle storiche memorie.XLII.Vuolsi che Alpignano prendesse il nome da un Alpino, romano, possessore di quel luogo. Si dice pure che vi stanziasse una colonia romana, la quale operò il taglio di una rupe per dare corso alle acque della Dora impaludate ne' luoghi adiacenti. Certo si è che diverse famiglie illustri ebbervi signoria. L'ebbero i principi d'Acaia, che nel secolo XIV ne investirono Guglielmo di Mombello, signore di Frossasco; e l'ebbero in feudo i conti di Provana, edificatori del vasto castello, che ammirasi riabbellito e ricco di ogni guisa di arredi ed ornamenti.Morto senza prole l'ultimo feudatario nel 1797, il Governo rimase padrone di diritto.Alpignano obbediva un tempo a quattro padroni, perchè parte di esso era dello Stato, altra porzione apparteneva alla Famiglia reale, la terza ai monaci e la quarta al feudatario.Nel Governo si raccoglievano tutti i poteri, quando nel 1804 il Demanio francese vendeva il castello all'avv. Modesto Paroletti, che fu sul punto di demolirlo per cercarvi nelle fondamenta il desiderato tesoro; ma poi si persuase di lasciarlo incolume e venderlo ai fratelli Revelli, l'avvocato e il pittore, che vi portarono gli splendori dell'arte.Dalla famiglia Revelli nel 1840 lo comperò il conte Michelangelo Robbio di Varigliè, e da questo nel 1863 lo acquistava l'avvocato Riberi, ornato giovane, che in mezzo a tanta amenitàdi paese e in compagnia di colti amici mostrasi tutto applicato a nobilissimi studi, onde potrà illustrare sè e la patria, aiutato dal pingue retaggio lasciatogli dallo zio paterno, il celebre professore di medicina.XLIII.L'avvocato Paroletti, uomo di molta erudizione, intese forse d'imitare i cittadini di Oderzo, che nei contratti di vendita usavano la clausolasalvo iure putei, salvo il diritto del pozzo, in cui furono nascoste le dovizie della città assalita da Attila. Egli pure nell'istrumento di vendita si riserbò il diritto del tesoro, quando mai si trovasse.Non sembri tanto strana in Alpignano la diceria del tesoro, che acquistò credito dall'essersene trovato uno davvero nelle vicine terre di Pianezza, come mi osservava il conte Robbio, allorchè nel settembre del 1854 mi conduceva cortesemente a visitare il castello da lui posseduto.XLIV.Il pittore Vincenzo Revelli.Il piemontese Vincenzo Revelli portò a! castello di Alpignano un vero tesoro coll'opera del suo ingegno. Architetto, scultore e specialmente pittore a' suoi tempi salì in molta fama.Ai servigi dell'imperatore Napoleone I, si mantenne fedele nella prospera e nell'avversa fortuna, sicchè lo accompagnò esule nell'isola d'Elba, ove gli decorò e dipinse palazzo e teatro. Venne creato suo primo pittore al ritorno da quell'isola; ma, caduto nuovamente l'imperiale mecenate, il fido artista reduce in Piemonte fu consigliato di allontanarsi, perchè al Governo d'allora mal gradivano gli amici del Prigioniero di Sant'Elena.Il Revelli andò a Londra, sicuro asilo ai profughi politici d'Europa, e colà eseguendo molti lavori per commissione, siarricchì grandemente. Ma il nobile artista, preso dall'amore della patria, più che dal desiderio di nuove ricchezze, fra le nebbie del Norte invocava il sole d'Italia, e potè ritornare alla Dora, e chiamando la filosofia al consorzio delle belle arti, si ritirò nel sospirato suo castello di Alpignano.Egli ne fece sede ben degna d'ogni più splendido signore. Nelle stanze del piano terreno avea raccolto un museo di storia naturale, e nel piano superiore, la parte più cospicua del castello, ornò sale, vestiboli e gallerie di stucchi ed affreschi, di statue e tele dipinte. Tutti lavori del suo ingegno, nei quali si ammira l'artista filosofo, che a principali soggetti elegge le scienze e la morale.Le scuole diranno che il Revelli fu mediocre disegnatore, più felice nel trovare i concetti che nell'eseguirli; diranno ch'egli traeva grande effetto dal contrasto dei colori, de' quali però abusò, non osservando la gradazione e l'armonia volute dall'arte. Tuttavia, se pongasi mente ai tempi in che visse ed operò fra noi il Revelli, dobbiam pur dire che le sue immaginose invenzioni furono spesso con maestria eseguite.Chi vuol giudicare dell'indole di questo facile pennello può vedere in S. Domenico di TorinoLa visione della Battaglia di Lepanto di S. Pio V; tavola, alla quale nuoce pur troppo la vicinanza dellaMadonna del Rosariodel Guercino.XLV.I luoghi più notevoli del castello sono quelli chiamati—Il Tempio della Filosofia,—Il Paradiso della Sapienza,—eLa Grotta dei Leoni.Alla Filosofia il Revelli consacrò la sala più vasta, nella quale effigiò varie figure allegoriche ed immagini di filosofi; e in quattro medaglioni ritrasse l'età dell'oro e quella del ferro, Belisario cieco e la Storia illuminata dal Tempo.L'artista vagheggiò idealmente l'età dell'oro, sogno de' pensatori, e con amorosa cura la dipinse nel suo miglior quadro.Egli vi ritrasse bella e maestosa donna che tiene colla mano sinistra la bilancia sospesa, e brandisce colla destra la spada innanzi ad eminente seggio in cui sta il libro della legge. Il caduceo, il fascio romano e il cornucopia vi sono dipinti a rappresentare il commercio, la concordia e l'abbondanza, frutti dell'età giusta e forte.Si narra che quel quadro, in una esposizione artistica del R. Castello del Valentino dopo il 1815, fosse levato via per ordine superiore. Si sospettò che l'artista volesse accennare a reggimento repubblicano, imperocchè sul trono dell'età dell'oro non collocò il Re, ma la legge soltanto. L'artista imperiale era forse divenuto repubblicano?XLVI.Fosforescenti sipari da teatro mi parvero i dipinti, ne' quali con alto concetto il Revelli rappresentò lo stato selvaggio dell'uomo, ed i suoi progressi coll'aiuto delle scienze e delle arti, e l'ultimo fine nel trionfo della mente nel paradiso, dove Genii librati fra le nubi rendono omaggio all'Ente supremo, fonte perenne dell'amore e della sapienza universa.XLVII.La stanza intitolata laGrotta de' Leoniè dipinta come grotta, animata da un getto d'acqua assai elevato, che ricade in ampia vasca, cui stanno ai lati due leoni colossali, fra cui signoreggia la statua di Mercurio Trismegisto, inventore dei caratteri.Sull'orlo della vasca stanno diversi augelli palustri imbalsamati, che imitano il vero e rendono più vera e gaia l'apparenza della grotta fantastica.Presso un vestibolo dipinto a notte, dove sono le statuette d'Amore e Psiche, il pittore filosofo volle pure consacrare una camera a Lodovico Ariosto; e convertì l'antica prigione del castello nella grotta e nel sepolcro del mago Merlino, secondo ladescrizione che quegli ne fece nel canto terzo del suo svariato inimitabile poema.Vi ha la maga Melissa con uno spettro appiè della tomba, donde un organo spande musiche misteriose. La grotta acquista solennità eziandio da notturni augelli, dal busto del re Arturo e dal ritratto dell'Ariosto, a cui sulla parete l'artista consacrò versi di grande ammirazione.Se il gran Lodovico, fra i centomila volumi della preziosa biblioteca ferrarese, sorgesse per poco dal suo marmoreo sepolcro e si trasportasse nelle nostre valli subalpine, piene delle memorie di Carlo e dei paladini da lui cantati, cred'io che si piacerebbe di trovare nel fantastico castello di Alpignano rappresentate sì al vivo le facili ed insuperabili sue ottave!XLIX.Pianezza.Il geologo Michele Lessona, che sulle sponde del Nilo mi accompagnò alle celebrate Piramidi, se da Alpignano per amena passeggiata sulla riva sinistra della Dora mi avesse accompagnato a Pianezza, certamente l'amico delle Piramidi mi avrebbe tosto condotto in mezzo al paese al Rocco, allapietraccia sterminatada lui non ha guari descritta in un'appendice di giornale[33]; mi avrebbe guidato alla cappelletta di S. Michele che vi sta sopra, ragionando di storia naturale in cui è versatissimo, e svolgendomi le applaudite opinioni del professore Bartolomeo Gastaldi intorno a certi massi enormi nella valle della Dora, mi avrebbe dato una faconda e piacevole lezione intitolata:I massi erratici.Io non ebbi sì lieta e desiderata ventura. Mi accompagnò invece all'arduoRoccoil conte Mariano X, non professore di scienze naturali come il Lessona, ma che poteva esserlo di sperimentata galanteria nel bel mondo.L.Il conte Mariano fu mio collega nell'Ateneo torinese; e, laureatosi in legge, giunse grado a grado ai più alti uffici della magistratura, mentre io andava errante in lontane regioni; ed ora stanco delle faccende di Stato, lasciò le cariche luminose per ritirarsi a vivere pacificamente in amena villa nei giardini di Pianezza, come fanno non pochi provetti personaggi di Torino. Il conte Mariano, uomo di nobile aspetto e di brio, d'ingegno e d'erudizione, fu cercato nei circoli più cospicui dell'aristocrazia, ch'egli frequentò studiando la vita intima delle case patrizie.Il conte dunque mi accompagnò in cima alla pietraccia sterminata; e, presso il S. Michele mal dipinto nella cappella, invitandomi a guardare intorno a quel masso tanto studiato dai geologi le case dei mille e quattrocento abitanti di Pianezza, così prese a favellarmi:—Poeta, ti ho condotto per difficile erta a questa altura, perchè qui è dove meglio tu possa accenderti a nuovi estri, godendo dell'ampia veduta del paese.Guarda ad oriente quella casa colorata in giallo e sormontata da una torricella: è la villa del barone Boggio, notevole per abbondanza e varietà di fiori, che gli rallegrano il giardino. Volgiti verso mezzogiorno se vuoi salutare la villa ospitale del cav. Bartolomeo Geymet, che fu de' migliori nostri consoli in Oriente, architettatagli dal caro e valoroso suo figliuolo uffiziale nel Corpo del Genio. Nella parte opposta v'ha la bella casa del cav. Borbonese; e vedi uno stupendo edificio con porticato, presso cui verdeggiano due cipressi e risalta la torre ottangolare accarezzata dai rami del salice piangente, che ora tremano al soffio di leggiero venticello. È del Blanchetti quel palagio su cui si alza la cupola di foggia chinese, che contrasta col prossimo campanile della chiesa del Nome di Maria. Nella medesima direzione a tramontana sui verdi campi biancheggial'antico santuario di S. Pancrazio, distante un miglio. Ma tu, illustratore di castelli diroccati, sei tratto ad ammirare qui presso la casa del barone Massara di Previde, la quale ha torre rosseggiante ed è dipinta con apparenza di recente rovina.Potrei accennarti altri eleganti edifici, ma nessuno più sontuoso della villa Lascaris, la quale a ponente del paese ora andremo a visitare accosto alla chiesa parrocchiale, il cui campanile è l'antica torre del Comune che ti si presenta cerchiata da folte selve.—Ringraziai l'amico Mariano della descrizione e dell'aiuto datomi nello scendere per la rupe discoscesa, mentre ci deliziava armonica voce di donna che nella vicina abitazione disposava note soavissime al suono del pianoforte.LI.La magnifica villa edificata sui baluardi del rovinato storico castello di Pianezza fu dei marchesi Lascaris di Ventimiglia, sangue degli imperadori d'Oriente.Agostino, l'ultimo marchese, la decorò di arredi, giardini e dipinture. Dal Morgari, valente artista subalpino, fece in essa ritrarre a chiaroscuro fatti militari della R. Casa di Savoia, e uomini illustri d'Italia; e nel 1835 legava la sontuosa villa a monsignor Fransoni arcivescovo di Torino ed a' successori suoi nel seggio episcopale. Ora, da alcuni anni, la villa è in custodia del R. Economato ecclesiastico; epperciò al sommo della porta che mette negli appartamenti, sotto il busto del donatore, si legge in lettere incise e dorate nel marmo:AL LIBERALISSIMO DONATOREMARCHESE AGOSTINO LASCARIS DI VENTIMIGLIAL'ABATE VACCHETTA ECONOMO GENERALENEL MDCCCLXIII POSE.Il conte Mariano mi condusse a visitare le cose più belle della villa, e nella sala da bigliardo mi additò effigiati CarloEmanuele III, i liguri Cristoforo Colombo e Andrea Doria, e il torinese Bogino, insigne uomo di Stato, che servì la patria nella guerra del 1742 contro la Francia. Mi additò il ritratto del Lagrange che ha in mano un volume, su cui si legge:Meccanica analitica, e Vittorio Alfieri che ha in mano un libro, ove si legge:Saul. Poi mi additò il Micca dipinto in atto di mettere il fuoco alla fatal mina, morte a lui e vita alla patria; e con pennello e tavolozza ritratto il Galliari, il quale condusse molto innanzi la pittura scenica in Italia, e decorò con istupenda maestria il teatro di Berlino.Giustamente avvertiva il conte Mariano, che Micca e il Galliari, essendo ambidue nati in Andorno, paesello del Biellese, rappresentano il Piemonte, nobilissimo santuario dell'armi e dell'arti alleate.LII.Adele Cavour-Lascaris.Attigua alla sala da bigliardo, stanza di letizia e di amabili adunanze, vi ha la domestica chiesuola ove dormono sotto marmi inscritti le ceneri di parecchi della famiglia Lascaris.Quivi m'introdusse il conte Mariano, e additommi nel mezzo del presbiterio la tomba del marchese Agostino, ed alla destra l'avello dell'unica sua figlia Adele, inanellata al marchese Gustavo Cavour, morta di parto in Torino, in età di ventisei anni.Il conte, riguardando con dolore alla lapide della marchesa Adele, si mostrò vivamente commosso, e proruppe nelle seguenti parole:—Poeta, se tu avessi conosciuto la marchesa Adele, ne' tuoi canti l'avresti salutata angelo di bellezza e di virtù. Tu avresti detto, che le grazie delle più vezzose ed onorate donne di Grecia e d'Italia si fossero accolte ad ornare l'ultimo germoglio della Casa Lascaris. Io la conobbi. L'oro del crine, la luce degli occhiazzurri, il nobile portamento e gli atti e gli accenti pieni di soavità, spandevano dovunque una gioia di cielo.Non di rado era assalita da misteriosa malinconia, e fra le pompe del secolo tratta da pensieri religiosi a ragionare colle amiche della vanità delle cose terrestri e dell'avvenire dell'uomo. Nell'aprile della vita ne presentì la sua fine, sicchè prima del parto, onde venne alla luce il figlio Eynardo, andò ad accommiatarsi dalle sue più dilette amiche; ed io la incontrai, tre giorni prima ch'ella morisse, in casa della mia sorella Cristina, a cui dando un amplesso affettuoso disse: amica, ti do il bacio dell'addio, perchè sto per imprendere un lungo viaggio.—Ma, caro Mariano, io lo interruppi, perchè mai questo angelo di bellezza e di virtù non fu sepolto a Sàntena nelle tombe della famiglia Cavour?—Così volevano il desolato consorte e lo suocero marchese Cavour, ripigliò il conte Mariano. Con amorosa istanza il padre marchese Agostino richiese la salma di Adele, e la ottenne, per aversela sempre vicina, con promessa che non rimarrebbe in questa tomba oltre la vita di lui.Di poi, per dissapori nati fra le due case, il marchese Lascaris, dimenticando, o troppo rammentando la promessa, trovò un modo singolare per assicurarsi la sepoltura presso l'amatissima figliuola. Legò il castello di Pianezza colle sue adiacenze e gli arredi alla Mensa arcivescovile di Torino, con l'espressa condizione di non permettere che da Pianezza fosse levata la spoglia della marchesa Adele.—LIII.Usciti dal palazzo, passeggiammo nel parco, veramente grandioso, fra il canto degli augelli e il mormorio della Dora. Scendendo ad ostro, giungemmo alla galleria sotterranea del castello, nella quale, fra oggetti d'archeologia, si conserva la bella marmorea tomba del poeta cav. Filippo Vagnoni. Quel sarcofago, caduto in potere dei frati di Vinovo, fu convertito in vasca dalavare, e poi servì ai villici per abbeverare gli armenti. Il marchese Agostino Lascaris, conosciutone il pregio, contentò i villici con un abbeveratoio di legno, ond'egli potè far trasportare nei sotterranei del castello il sarcofago, fra i pipistrelli che svolazzano sopra le ammirate sculture di argomento mitologico.LIV.Maria BriccaL'edera si abbarbica nell'arco della porta che mette al sotterraneo, e nel piccolo piano che vi sta innanzi, un antico albero di noce, ed acacie e cipressi sorgono intorno alla colonna, in cui si legge:A Maria Bricca.L'avvocato cagliaritano, Giuseppe Orano, giovane di fervido ingegno e di molto zelo negli studi, che si aggirava a diporto in que' dintorni, erasi aggiunto alla nostra compagnia nei viali del parco, e con noi entrato nei sotterranei; ond'io innanzi alla colonna memoranda, voltomi al conte, dissi:—Caro Mariano, tu che, qui dimorando, sai meglio di me il fatto glorioso di Maria Bricca, narrane, ti prego, i particolari a questo giovane sardo, il quale, nell'udire da te le imprese dell'eroina di Pianezza, ricorderà volentieri quelle della eroina di Sardegna, Eleonora di Arborèa.—Ben volentieri, rispose il conte Mariano, mentre il giovane sardo gli faceva atti di ringraziamento.Sedemmo dunque sul poggio erboso dirimpetto all'ingresso del sotterraneo, e il conte guardando alla colonna, così parlò:—Il castello di Pianezza non solo rammenta alle donne italiane un raro modello di beltà, di grazia e di virtù nella marchesa Adele Lascaris-Cavour, ma eziandio un patrio esempio di magnanimo ardire in Maria Bricca.Nel settembre del 1706, i Francesi stringevano d'assedio Torino. Pietro Micca col suo sacrificio aveva dato un crollo alla gallica baldanza, mentre Vittorio Amedeo e il principe Eugenioapparecchiavano il pieno trionfo de' Subalpini. Tuttavia i Francesi imbaldanzivano presso la città, e una loro squadra di cavalleria, occupando questo castello, sollazzavasi in banchetti e danze.I soldati piemontesi, vigili sulla riva opposta della Dora, per cacciare i nemici da Pianezza si affidarono agli accorgimenti di Maria Bricca, vecchia contadina del luogo, devota a Casa Savoia, pratica delle vie occulte del castello, e pronta ai rischi della guerra.La sera del 5 settembre era gonfio il fiume, onde gli ufficiali francesi, non sospettando che i soldati piemontesi ardissero valicarlo, sicuri d'ogni pericolo, facevano insolita baldoria. Maria Bricca vide essere quello appunto il momento propizio all'impresa, e, datone avviso al campo degli Italiani, tosto, protetti dal silenzio della notte, furono a lei cinquantacinque de' nostri granatieri armati.Maria, con in mano una scure, chetamente li condusse nei sotterranei, innanzi cui ci troviamo a ragionare di lei. Quindi, accese alcune fiaccole, per riposti anditi e scale segrete li guidò alla chiusa porta del loggiato superiore che metteva alla gran sala da ballo. A colpi di scure la scassinò, e bentosto fu dentro coi granatieri, gridando:Viva Savoia!I danzanti sbalorditi alla prima credettero che fosse una scena da teatro; ma al ripetuto grido diViva Savoia!si avvidero di essere in cospetto di una nuova Giuditta, e indarno tentarono resistere ai gagliardi assalitori. Maria Bricca e i bravi nostri granatieri furono addosso ai Francesi e li costrinsero ad arrendersi. Furono fatti prigionieri sonatori e ballerini, due generali, ottocento uomini fra sotto-ufficiali e soldati; bandiere, artiglierie e vettovaglie del nemico caddero in potere de' nostri. Dopo tre giorni, la gran battaglia di Torino mise il colmo al nostro trionfo, al quale contribuì grandemente l'animosa Maria Bricca coi cinquantacinque granatieri piemontesi.—Il giovane sardo, lieto di questo racconto, a me indirizzandosi, sclamò:—Signor professore, questa Maria Bricca è dunque famosacome la Eleonora d'Arborèa, in onor della quale ella promosse l'Accademia letteraria nell'università di Cagliari?—Non tanto, gli risposi. Maria Bricca di Pianezza deve essere annoverata colla Segurana di Nizza, colla Cinzica di Pisa, con Beatrice di Luserna e la Stamura di Ancona, e con altre valorose che giovarono alla salute della patria. Ma Eleonora, la celebre giudicessa di Arborèa, legislatrice e condottiera di eserciti, ed esempio magnanimo di carità cittadina, è la donna più gloriosa che splenda nelle Storie d'Italia.Ogni madre dovrebbe tenere l'effige di Eleonora nel luogo più cospicuo della casa, e proporla ad insegnamento della famiglia. Quando gl'Italiani, facendo atto di bella fratellanza alla Sardegna, concorreranno con offerte ad erigere sulle rive del Tirso in Oristano il monumento alla celebre eroina, io proporrò che nella marmorea base si abbiano a ritrarre in basso rilievo, quasi in ossequio ad Eleonora, parecchie altre illustri donne d'Italia che cogli accorgimenti politici e militari onorarono la nazione; e prime fra queste la regina Teodolinda, la contessa Matilde, la Segurana, la Cinzica, la Stamura, Beatrice di Luserna e Maria Bricca, che snidò gli stranieri dal castello di Pianezza.—Il giovane sardo si mostrò contento alla mia proposta, e il conte Mariano mi strinse la destra con segni di approvazione.LV.Collegno.Accostandosi a Torino, s'incontra Collegno, villaggio di 1700 abitanti.I luoghi antichi nei dintorni delle città spesse volte prendevano nome dalle distanze. Presso Cagliari vi ha Quarto, Sesto e Settimo; presso Bologna vi ha Quarto e Sesto, e Sesto pure è ne' dintorni di Firenze; Settimo a sette miglia da Torino, ead Quintum, a cinque. Quest'ultimo luogo ora è detto Collegno (latinamenteCollegium), e sorge a maestrale ed a tre migliapiemontesi dall'augusta città della Dora, perocchè la misura subalpina sta all'antica romana come tre a cinque.Collegno siede nel piano sulla riva destra del fiume, la quale essendo più elevata della sinistra, offre verso ponente e borea una veduta assai estesa, e vanta salubrità di clima. La Dora vi scorre in alveo profondo sotto il castello e il paese fra sponde artificiali di grosse pietre saldissime, e si dirama in quattro gore, appellatecanaliebealere, che fecondano l'aprico territorio dell'intiero Comune, lieto di prati, gelsi e pometi.LVI.Tre pensieri mi rimangono di Collegno, il castello, il molino anglo-americano ed il manicomio.Il castello di Collegno è assai antico. Tutta Italia fu munita sui monti di tali fortezze, o per difesa di un feudatario contro un altro, per frenare l'impeto degli stranieri che spesso irruppero su le nostre belle contrade, contenti di trovarle discordi e miseramente divise.Codesto castello seguì le vicende del paese, passando di padrone in padrone, di rovina in rovina. I Francesi che nel secolo decimosesto cerchiarono Torino di fortificazioni, da essi poi smantellate ai tempi napoleonici, atterrarono molta parte di questo castello prima della loro sconfitta a S. Quintino. Una parte sta ancora in piedi ad attestare la fortezza del tutto, atto e disposto a resistere al morso dei secoli, non che alla rabbia degli invasori.Quell'ampio palazzo, che vedesi là a maestrale verso la Dora, appartiene ai Provana di Collegno, e fu innalzato su gli avanzi del combattuto castello. La sua torre, che domina il bastione Verde a guisa di cittadella, n'è pure avanzo. Ora non serve che a bellezza pittorica.Nel 1854 mi feci alle porte di quel palazzo cinto da giardini, e il nipote degli antichi feudatari mi permise che, accompagnato da un suo servo, io vedessi su vasta tela l'effigie di un illustre suo antenato, vestito alla spagnuola, e che fra massicci muraglioni e per iscala di legno salissi la vecchia torre.Sorgente da folte selve, quella bruna torre veduta da lontano pareva che al sommo portasse un vaso enorme di fiori e frutti. In cima del torrione ai quattro angoli trovai quattro aceri cresciuti a maraviglia: tre erano imbozzacchiti come molti alberi delle schiatte feudali; uno reggeva agli anni.Il sole mi dardeggiava, e l'acero vivo avviticchiato dai tralci di vite vergine mi proteggeva della sua ombra, mentre io guardandomi intorno, pensava a certe reliquie di reggimento feudale rimaste a Collegno, nei quaranta franchi che il Comune pagava alle guardie, e negli ottocento franchi di canone al conte del castello.Forse ogni resto di feudalismo cessò ora che eziandio la vecchia torre spogliata degli aceri perdette il bruno aspetto del medio evo e si volle ringiovanirla coll'imbiancarla.«Il secolo si rinnova, e si deggiono operare grandi riforme», andavasi ripetendo sul Bosforo ai tempi del sultano Mahmud: e il sultano, volendo provare di essersi posto a capo delle civili riforme, cominciò dal far imbiancare le moschee e spogliarle de' vecchi arredi, anche preziosi, per sostituirvi i nuovi, talvolta di poco valore.Così fra noi, «Il secolo si rinnova», si va gridando, e s'imbiancano gli atrii storiati de' santuari, s'imbiancano le brune torri del medio evo, e nella mia Novara si è atterrata la vetusta cattedrale di arte cristiana, per erigervi invece una chiesa di arte profana.LVII.Non coll'imbiancare o col rovinare antichi monumenti si rinnova efficacemente il secolo, sì bene col far prosperare le arti, le industrie ed i commerci.Dove sono acque, ponno fiorire industrie speciali; infatti Collegno si avvantaggia di ferriere, conce di pelli e filatoi da seta, lavoro e vita a centinaia di operai. Fra le fucine animate dalla Dora è degno di singolare ammirazione il molino per lamacinatura delle farine col sistema anglo-americano, discosto, verso ponente, un mezzo miglio dal paese.Colà era noto il piccolo antico molino della Barca, così detto dal navicello onde si varca tuttavia la Dora. Nel 1852 il piccolo molino fu convertito nel grandioso opificio che ora si ammira, costrutto col disegno del commendatore Grattoni, uno dei tre ingegneri che conducono e dirigono gli arditi lavori pel traforo del Cenisio.Iniziatore dell'opificio anglo-americano fu il conte Camillo Cavour, il quale in tutto tendeva al grande, così nell'industria come nella politica. Egli probabilmente nel piccolo molino della Barca, alzato ai sommi gradi dell'industria, avrà ravvisato il piccolo paese appiè dell'Alpi, che negli accorgimenti politici saliva sì alto da diventare il mezzo più efficace del rinnovamento italiano.Due cortesi uomini esercitati ne' commerci e nell'industria mi vi accompagnarono, Luigi Brun, mio nipote, valente spinettaio, che meritò diverse medaglie nelle nostre esposizioni nazionali d'industria e commercio, e Venanzio Marchese, energico direttore dell'opificio.Appena entralo nello stabilimento, mi sentii assordare dal continuo frastuono delle acque e delle macchine, linguaggio della natura e dell'arte che sono in moto per aiutare l'industria umana e soccorrere ai bisogni della vita.L'edificio sormontato da torre quadrangolare è un quadrato a cinque piani che a modo di penisola è cinto dalle acque della Dora, qui chiuse e quiete in canali, là irrompenti e schiumanti per cateratte, fra pioppi, acacie ed avellani.Mi piacque visitare i magazzini e gli ordegni del pian terreno e de' cinque superiori. Un magazzino costrutto a galleria, con le pareti e i pilastri asfaltati per assicurarlo dai topi e dall'umidità, può contenere quattordici mila quintali di grano. Vi si versano tuttodì in grande quantità frumenti del Piemonte e di altre province italiane, e grani provenienti dal Mar Nero, dal Mar d'Azoff e dalle rive del Danubio. Gittando lo sguardosotto le sei arcate di quella galleria piena di frumento, tosto mi si presentò lo spettacolo di gaie collinette che si succedono le une alle altre. Frattanto il signor Marchese gettavasi agilmente qua e là sulle brune collinette che cedevano sotto i suoi passi, e distingueva le diverse qualità dei grani dal loro peso e colore, come l'orefice distingue le qualità delle pietre preziose.Vidi ventiquattro paia di macine di pietra francese, detta diLaferté, e i tubi conduttori delle acque, dei grani e delle farine, e i crivelli pulitori e i frulloni, e le ruote dentate, che dànno il moto per mille meandri alle mole stritolatrici.Io mi sentii raddoppiare la vita allo spettacolo di tanto moto, e tra la faccenda continua dei robusti operai sparsi di farina gli abiti, le guance e le scomposte chiome. Colà ogni pensiero s'agita nel frumento. Mi fu aperta una vasta camera piena di candida farina, che mi parve un colle di neve recente. Mi si mostravano sacchi di grano che salivano e scendevano assicurati ad uncini; e in vaste gallerie mi si additavano a cento a cento schierati e suggellati quelli di farina che dovevano spedirsi in Italia e fuori, anche in Egitto.Domandai se quell'opificio appartenesse ad una società di azionisti.—Per l'appunto, mi fu risposto.Domandai se altri opifici di simil genere siano in Italia, e il nipote Brun mi rispose:—Ve ne hanno altri: presso Alba ed in Settimo nel Piemonte, e a Pontedecimo nella Liguria, ma di minore importanza. Ve n'ha uno a Trieste, un altro a Livorno, ma a vapore; non vasti come questo di Collegno, ove le macchine hanno ciascheduna la forza di 120 cavalli, e si macinano ogni giorno seicento quintali di grano.—Dunque, io esclamai allegramente fra i due cortesi che mi accompagnavano: dunque il Piemonte oggigiorno è sempre il più solerte operaio nella realtà della vita. Il Piemonte vanta le armi, l'industria e il miglior molino per la macinatura delle farine, come la Toscana vanta le arti, la poesia e l'Accademia della Crusca.LVIII.Da un opificio, creazione di menti sane ed operose, passo al più bello ed elevato luogo di Collegno, ad un pietoso ospizio ove sono curati i mentecatti.Il palazzo di Bernardino Data, tesoriere ducale, fu comperato nel secolo xvii dalla Duchessa Cristina per dar ricetto ai Certosini di Avigliana, cacciati dal lor nido. Nel 1649 i cenobiti entrarono nel sontuoso palazzo, a cui tolsero l'aspetto profano per dargli l'impronta religiosa cogli splendori dell'arte secondo il gusto del tempo.Nello scorcio del secolo passato, insieme con altri ordini religiosi, fu soppressa la Certosa di Collegno, e fu riaperta ai frati di S. Brunone dopo il 1815; e nel 1852 venne convertita in succursale del Regio Manicomio di Torino.Diciotto cenobiti nel dì della loro soppressione abitavano quell'ampio edifizio, con eleganti portici, col giardino dell'area di trenta giornate e con un vasto e fertilissimo campo. Ora vi sono ricoverati più di 400 matti, gente operaia e campagnuola in gran parte. Entrai per la bella porta della Certosa d'ordine ionico, fra colonne, statue e cartocci, e fui condotto negli ampi chiostri e sotto gli spaziosi porticati, a visitare il luogo assegnato agli uomini, e quello per le donne, e la stanza delle epilettiche. Nessuno trovai legato: molti degli uomini lavorano nei campi vicini e se n'avvantaggiano di salute e di danaro, e molte donne filano, assistite dalle Suore di Carità.In quel manicomio, come altrove, si è riconosciuto che l'orgoglio e la superstizione religiosa negli uomini, e la passione dell'amore nelle donne sono le cause principali delle infermità mentali. V'hanno pazzie intermittenti come accade delle febbri; onde talvolta credete di ragionare con un uomo di mente sana, ma poi a un tratto v'accorgete che sta per riassalirlo l'infermità.LIX.In mezzo dell'ampio cortile sorge un poggio allegrato di alberi. Colà trovai un uomo di bell'aspetto e d'alta statura, vestito di prolisso soprabito bruno, dignitoso del portamento e dello sguardo,«Lunga la barba e di pel bianco mista»,lunghi pure i capelli. Egli mi si fece innanzi, e, dopo avermi invitato ad intrattenermi con lui, prese a dirmi:—In cotesto luogo vengono a diporto ogni giorno i matti pacifici, de' quali tutti potrei narrarle per filo e per segno la vita.—E mi accennava man mano diversi di que' mentecatti, e dicevami:—Colui ch'ella vede presso quel tiglio appoggiato a lungo bastone, si crede di essere Cristoforo Colombo, ritto in piedi presso l'albero maestro e con un remo in mano: l'altro, seduto accosto a quella fontana, che sta in atto di scrivere, dice di essere il Petrarca al fonte di Sorga intento a dettare la canzone—Chiare, fresche e dolci acque;—e quel terzo più in là, rannicchiato su quel mucchio di mattoni, gonfia le gote e soffia, e pretende di essere il Dio Eolo.—Lo vede?—Lo veggo.—Andando nel recinto delle donne, si guardi dalla vecchiaccia che accarezza una tegola e se la stringe al seno e la culla come un bambolino. Ebbene! Colei vorrebbe essere la nutrice di Napoleone I. La poverella è vedova d'un uffiziale Còrso, che militò sotto il primo Impero, ed ha la smania di nutrire gli eroi. Io non posso andare nel recinto delle donne, ma ne ho tutte le notizie. Ella avrà pur veduta fra loro la regina del Borgo del Pallone, che passeggiava un giorno per Torino, vestita di cenci di seta, con piume in capo e un parasole color di rosa,quando fioccava la neve e infuriava la gragnuola. Essa stringe pur oggi lo scettro, che è un vecchio scudiscio, fasciato di nastro bianco e rosso, e ornato in cima di fiorellini. La meschinella si è qui ridotta, o a meglio dire, è stata qui chiusa, perchè i monelli di Torino dandole la baia e facendone strazio l'avevan resa furiosa.—Infelice!—Oh sì, infelice!—Oh veda, veda que' due, che vengono in qua a passi gravi e lenti, brontolando e guardando gli altri con atteggiamento di protezione.—Li vedo.—Costoro sono i più cari matti del mondo. L'uno di loro pretende di essere Pio IX, e l'altro Vittorio Emanuele II.—Oh!—Ma non sono.—Lo vedo.—E vorrebbero darla ad intendere a me, anche a me! (e alzava la voce) a me! (e si faceva rosso in viso) a me che sono il Padre Eterno, e dovrò definire le loro controversie!—In così dire sbarrò gli occhi, rizzossi in punta de' piedi, squassò la testa, e fece stranamente ondeggiare la barba ed il crine.Io mi strinsi, allontanandomi dal verde poggio, presso il dottore Filippa, che gentilmente mi accompagnava, e lasciai nel suo Eden il Padre Eterno.
Il LibroDe Imitatione Christi.
—Come, come! interruppe con enfasi l'abate, rizzandosi in piedi: Giovanni Gerson, avete detto?
—Per l'appunto. Gerso o Gerson vale lo stesso.
—L'autore forse de' quattro libriDell'imitazione di Cristo?
—Senza dubbio.
—Ma allora questo monistero si deve ad uno dei nostri.
—Scusatemi, ottimo abate, se vi contraddico. Il Gerso o il Gerson dellaImitazione di Cristovenne qui da Cavaglià dove nacque, e Cavaglià è un luogo di 2400 abitanti, nel circondario di Biella, sulla via maestra fra Ivrea e Vercelli.
—E il Monfalcon?
—Il Monfalcon nell'edizione poliglotta di Lione, per soverchio amor di patria, attribuì il famoso libro al cancelliere Giovanni Charlier, nato nel villaggio di Gerson, diocesi di Reims, e morto a Lione nel convento dei Celestini.
—Precisamente!
—Or bene, il vostro cancelliere, mio caro abate, era un Charlier, e il nostro monaco un Gerson, l'uno e l'altro dotto e pio, l'uno e l'altro rispettabile e benemerito della religione e delle lettere.
—E chi vi dice, ripigliava l'abate con un po' di bizza, che l'autore di quell'aureo libro non sia piuttosto il nostro Charlier che il vostro Gerso? Quanti uomini insigni non presero nome dal luogo natale, specialmente ne' tempi lontani!
—Voi dite bene, gli risposi; ma in controversie, come questa, mi concederete che le date e i codici debbano dissipare ogni dubbio e far risplendere la verità.
—Per l'appunto.
—Allora con calma cristiana uditemi. La storia del libroDell'imitazione di Cristoe del vero suo autore, scritta dal cavaliere Degregori, e il codiceDe Advocatisda lui trovato nel 1830 in Parigi, nella libreria Techener, e donato all'archivio capitolare di Vercelli, sono gravi argomenti contro coloro che ne facevano autore il Kempis e il cancelliere parigino Gerson. Valenti bibliofili e paleografi giudicarono essere il codiceDe Advocatisdel secoloXIII, quando ancora non erano nati nè l'uno nè l'altro dei supposti autori.
Ernesto Rénan, acuto indagatore, se non pio cattolico, quale voi siete, o Abate, è pure d'avviso[28]che nessuno di quei due sia l'autore d'esso libro; e il dotto vostro amico, conte di Montalambert, nella suaStoria di Santa Elisabetta d'Ungheria, celebrando il libroDell'imitazione:cet ouvrage que tous les siècles ont reconnu sans rival, lo attribuisce pure al Monaco vercellese.
Io per rinvigorire il mio assunto non imiterò il Paravia nel suo elegante ed erudito discorso intorno al vero autoreDell'imitazione di Cristo, che primamente ai 2 di aprile 1846 recitava nell'ateneo di Treviso, nè seguirò il Rénan nel suo capitolo:L'auteur de l'imitation de Jésus-Christ, col citare a documentoilDiariumdella casa Avogadro, nel quale fu detto essere registrata una nota, da cui risulterebbe che nel 1349 il prezioso codiceDella imitazioneera già da gran tempo posseduto dagli Avogadro, come tesoro ereditario.
Nessuno affermò di aver veduto quel Diario. Nol vide monsignor Giovanni Pietro Losana, vescovo di Biella[29], che testimoniò di aver veduta la nota famosa; ma a dir vero, sulla fede soltanto di unfac-simile, presentatogli dall'abate Gustavo Avogadro, fattosi innanzi ai dì nostri qual possessore del preziosoDiarium, uomo per altro dì molto credito tra i famigliari del cardinale Morozzo, vescovo di Novara. Non lo potè vedere dopo ripetute istanze il Degregori; nè il conte Filiberto di Colobiano lo trovò nella libreria dell'estinto Gustavo Avogadro, acquistata in nome della Regina vedova Maria Cristina. Monsignor Malou dichiarò ilDiarium, chiffon de vieux papiers qui n'a aucun caractère authentique ou extrinsèque d'authenticité. Fu del Diario degli Avogadro probabilmente come della pergamena del cremonese monsignor Dragoni[30], con cui si provava ad evidenza che Martino, diacono di Ravenna, insegnò a Carlomagno la via delle Alpi. La pergamena tenuta come autentica dal Troya e dall'Odorici, venne giudicata falsa dal Vustenfeld, e dimostrata tale con inconcussi argomenti dall'esimio Francesco Robolotti.
Non vi parlo insomma di merce spuria o sospetta, ma di documenti irrefragabili che il conte Luigi Cibrario, primo segretario di S. M. per il gran Magistero dell'Ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro, scoperse nell'archivio di quell'Ordine, e che di buon grado vi mostrerà, come fece a me, con gentilezza pari alla nota sua dottrina.
Anzi, egli ne pubblicò una erudita e coscienziata relazione, e la trovate in questa libreria del Cappellano, nel volume delleOperette variedel Cibrario.
—Oh il Cibrario! interruppe l'Abate: l'autore dellaEconomia Politica del Medio Evo, è scrittore grandemente stimato anche dai nostri Francesi, i quali non sogliono tener conto che delle vere celebrità.
—Non istento a crederlo.
—Ebbene, vediamo che dice il Cibrario.
Pregai il Cappellano ad aprirmi la libreria, ch'io aveva mezz'ora prima esaminata, e tratto da uno scaffale un volume del Cibrario stampalo dai Botta a Torino nel 1860, l'apersi alla pagina 425 e vi leggemmo: «Sovrabbondano poi argomenti e prove materiali per dimostrare che ad uno scrittore del secolo XII e XIII, non ad altri d'età posteriore, si debba attribuire il libroDell'imitazione di Cristo. Prima di tutto, lo stile dove si vedono di quando in quando reminiscenze di quelle cadenze rimate colle quali s'intendeva ad abbellire la metà ed il fine dei versi ed anche le prose dei letterati dei secoliXIeXII—Parvus estdictu, sed plenus sensu et uberifructu—Si posset a me fidelitercustodiri, non deberet in me turbatiooriri».
—Oh! sì, sì, codesto è modo antico, esclamò l'Abate.
—Proseguiamo a leggere: «Poi la dolcezza, la semplicità dello stile, la scarsità delle citazioni convengono ai tempi in cui fiorì il fondatore di Sant'Antonio di Ranverso, e spiegano come il libroDe imitationeabbia potuto attribuirsi da molti a S. Bernardo, che di alquanti anni lo precedette. Ed all'opposto dimostra il poco avvedimento di coloro che a Giovanni Gerson, cancelliere parigino, e peggio ancora, a Tommaso da Kempis, scrittori dei secoliXIVeXV, e di genio disparatissimo, lo attribuirono».
—Queste gravi ragioni del Cibrario mi entrano nell'animo, sclamò l'Abate francese.
—Ma procediamo innanzi, ripigliai io, vediamo che dice il Cibrario intorno ai codici del famoso libro controverso. Egli necita sei: quello della Cava che dalla forma dei caratteri, e specialmente delle maiuscolette, riconosce evidentemente non potersi riferire fuorchè alla prima metà del secolo XIII; quelli di Polirone e di Vercelli, che appartengono al medesimo secolo; quello di Robbio in carta bambagina, ed altrettanto antico; quello di Arona, conservato nella biblioteca della R. Università di Torino; alfine è l'Allaziano, che il Baluzio, il Ducange ed altri autorevoli paleografi, giudicarono del secoloXIV. Ora, signor Abate, sapreste dirmi quando nascesse e quando sia morto il vostro Giovanni cancelliere?
—Credo nascesse nel 1360 o in quel torno, e morisse presso a poco sul 1430.
—Si fa presto, soggiunsi, a saperne precisamente le date. Ecco qua ilDizionario Universaledel cav. Angelo Fava. Ecco l'articoloGerson.... Vediamo: «Giovanni Charlier nacque a Gerson nel 1363 e morì a Lione nel 1429». Ora se il codice della Cava del libroDe imitatione, nel quale è miniata l'effigie di un monaco Antoniano, fu scritto prima del 1260, non poteva l'opera essere dettata da chi venne al mondo un buon secolo dopo. Non parliamo del Kempis che nacque nel 1380, e morì decrepito nel 1471.
—Intorno al Kempis, m'interruppe l'Abate, io non avrei questionato mai. Tommaso da Kempis, di cui ho letto attentamente la vita, nacque in Prussia a Kempen, e si chiamava Hamerken, cioèMalleolus, ed essendo poverissimo, si fece monaco a Monte Sant'Agnese di Deventer, e da principio si guadagnava la vita copiando libri corali. Valente calligrafo, trascrisse poscia e ripetè Bibbie e raccolte diverse, e specialmente i quattro libriDe imitatione Christi, cui scriveva in fondofinitus et completus per manus fratris Thomae a Kempis; e li mandavapro praetioa vari monasteri della Germania. Da ciò si vede che era un amanuense, un copista, ma non un autore, come indarno tentò dimostrare l'illustre prelato Malou.
—Ebbene, io replicai, v'invito a leggere per intiero questa erudita memoria del Cibrario, da cui si apprende eziandio cheil Gerso di Cavaglià era monaco Antoniano e non Benedettino, come si era creduto per lo innanzi, e che probabilmente s'iniziò alla vita monastica nella casa dei frati Spedalieri in Vercelli; dipoi qui venuto a fondare il chiostro di Ranverso, fu assunto alle più alte dignità del suo ordine religioso.
Non vi prenda maraviglia, ottimo Abate, ch'io m'intrattenga con tanto zelo a ragionarvi dell'autore del libroDell'imitazione di Cristo: incontrerete altri e non pochi in Italia, che ve ne parleranno col medesimo affetto.
Presso Padova, nel cospicuo monistero di Praglia, il monaco benedettino Buzzone per molti anni volse l'animo a raccogliere in gran copia le edizioni a stampa di questo santissimo libro; e Murano, l'isoletta che fu prigione a Silvio Pellico, ne ha una raccolta più abbondante nell'antico ospizio di S. Michele. Inoltre un viaggiatore inglese narra nelGalignani(giugno 1859), che in Vercelli, mentre ardeva la mischia fra Italiani ed Austriaci sulle prossime rive della Sesia, un canonico nell'archivio capitolare gli mostrava il codiceDe Advocatis, e si riscaldava a provargli che l'autore di quel libro era il Gerson vercellese; e tutto ciò faceva il buon canonico con animo sereno, come se allora la guerra non tonasse alle porte della città.
Questi particolari dimostrano la riverenza profonda degl'Italiani al libroDell'Imitazione, fatta più viva dalla maggior frequenza di lettori, allettati dall'elegante versione italiana dell'abate Cesari.
Caro Abate, non vi maraviglierete dunque che anch'io, come il monaco di Padova e il canonico di Vercelli, porti singolare affetto al Gerson che fu il fondatore di questo chiostro, e che forse meditò il celebre libro nella prossima chiesa che andremo a visitare.
—Ammiro, sclamò l'Abate, l'ossequio degl'Italiani al pio libro su cui tanto si è disputato. Benchè un nostro romanziere lo pigliasse a gabbo in questa età di scettici, pure le anime credenti, nelle tribolazioni, cercano conforto in quel libro, che il nostro Lamennais traduceva e splendidamente commentava nei giorni migliori della sua fede, e che il vostro Gioberti baciava morendo.
Così parlando mi strinse fortemente la destra e poi riprese:
—Sì, sì, il libroDell'Imitazioneè santissimo libro. Oh! come si sarebbe deliziato in questi discorsi il nostro lagrimato Ozanam, che tanto amò Francia e Italia, immedesimandole nel sentimento del bello e del vero. Egli, abborrente dagli spiriti di parte, e con intendimento tutto umano, avrebbe con noi conchiuso, che il libroDell'Imitazione, sia dettato da un Francese, da un Italiano o da un Alemanno, è opera che onora tutta la cristianità.
—È vero, è vero, disse il Cappellano, ch'era stato sempre intento ad ascoltare il nostro dialogo, e soggiunse: Ora venite meco a visitare la bella chiesa fondata da Giovanni Gerson.
Usciti dalla stanza della libreria, e discesi per l'ampia scala in compagnia del Cappellano, andammo a visitare la chiesa; la quale, se non avesse che l'impronta della sua primitiva erezione, sarebbe un pellegrino monumento di cristiana antichità, ma le scemano importanza i ristauri e le posteriori costruzioni.
La sua facciata guarda a ponente, come tutte le antichissime del cristianesimo, sicchè il sacerdote che sale pel sacrificio all'altar maggiore, tiene il viso rivolto alle regioni di Terrasanta. La maggior porta, a sesto acuto, come ai lati le due minori, hanno cornici massiccie di mattoni finissimamente lavorati ad arabeschi. La porta principale non è a piombo col sovrapposto finestrone, ma esce dall'asse verticale notabilmente verso destra. Questo difetto di simmetria nelle finestre e nelle porte di molti antichi edifizi, non saprebbesi bene a che attribuirlo, se ad inscienza architettonica, o ad una certa noncuranza allora in uso. E chi vorrebbe tacciar d'inesperto il famoso Giotto, l'architettore di quel campanile di Santa Reparata in Firenze, che Carlo V giudicava degno di una custodia di cristallo? Eppure la famosa torre di Giotto ha la porta d'ingresso fuori del centro, nè questo arbitrio le toglie vaghezza.
Ma ritornando alla vetusta chiesa di Ranverso, nell'atrio a mano destra entrando, era un tempo effigiato nella parete S. Antonio benedicente, e lo stemma della R. Casa di Savoia, sul quale un'iscrizione latina riferivasi alla fondazione del chiostro. Tuttociò fu coperto da improvvida imbiancatura. Furono però risparmiati sopra la porta la Madonna con alcuni santi, e i bizzarri capitelli con fregi, fra cui sono scolpiti stemmi, animali d'ogni sorta, e teste di monaci incappucciati, colle braccia conserte al petto.
Levai lo sguardo allo svelto campanile, di quella foggia ardimentosa che fu detta gotica, e non è; perocchè i Goti più che erigere, distrussero, e se innalzarono edifici, non furono dedicati al culto cristiano ed a' suoi santi. La torre di Ranverso ha una sola campana di gran mole e di buon getto: è di forma quadrangolare con pittoreschi trafori e quattro piccole aguglie agli angoli, fra le quali spicca la quinta più alta, coll'anagramma antoniano. Piega alquanto al sud, facendo ricordare le torri pendenti di Pisa e Bologna. Nel lato sinistro della chiesa sulla piazza parla all'intelletto e al cuore un ottangolare piliere di grigia pietra, infisso nella roccia; il quale nella sommità finisce in dado su cui posa un pezzo di marmo bianco, scolpito da un lato colla figura del pellicano, da un altro con quella della colomba, simboli eloquenti dellacaritàe dellasemplicità, virtù che, secondo la mente dell'institutore, dovevano splendere soprammodo nei benemeriti cenobiti Antoniani.
Entrammo nella chiesa, la quale ha tre navate; a sesto acuto quella di mezzo e la laterale a destra, ed ha la terza sformata da recenti costruzioni.
Alto cancello di ferro separa dalla chiesa il vasto presbiterio, dove su piedistallo sorge una statua in legno che tiene un libro nella mano sinistra, e la destra appoggiata ad un bastone, da cui pende un campanello. Rappresenta il patrono del luogo l'abate S. Antonio coll'anagramma T sull'abito nero.
Innanzi a quella statua, guardando all'Abate francese ed al Cappellano, domandai qual fosse il significato del T, tanto ripetuto nelle immagini degli Antoniani.
Il Cappellano prontamente rispose:
—IlTauè segno di salute, come si legge in Ezechiello al capoIX:Omnem autem, saper quem videbitisThau,ne occidatis; e la Chiesa, nella bolla di fondazione dando all'ordine Antoniano quel segno taumaturgico, lo appellasignum potentiae.
—Dice molto bene l'erudito Cappellano, esclamò l'Abate francese; ma io opino il T significasse la specie di gruccia o bastone, di cui il santo anacoreta faceva uso, come lo vedete in questa statua, e il campanello che vi era raccomandato doveva forse servirgli per chiamare i suoi discepoli. Aggiungerei anco che i cenobiti Antoniani, tenendo appeso il campanello alla gruccia del lungo bastone, forse avvertivano li ammorbati difuoco sacro, come i monaci del S. Bernardo i viandanti smarriti fra le grosse nevi di quell'alpestre passaggio.—
Si aderisca all'opinione del Cappellano o a quella dell'Abate francese, poco importa. Certo si è che il T è segno caratteristico degli Antoniani, per cui nel monumento di Ranverso sulle guglie intorno al frontone della chiesa, e su quelle dello spedale e del campanile sorge il simbolico anagramma in ferro; è scolpito sui quattro lati nel dado del piliere in piazza, ed è dipinto nella facciata della chiesa, e su gli stemmi lungo i vasti corridoi del monistero. Tutto colà ricorda i pietosi spedalieri coll'anagramma T proprio di quell'ordine benefattore.—
Ci appressammo ad ammirare l'icona dell'altar maggiore, monumento della pittura italiana in Piemonte. L'icona è formata da vari quadri dipinti sul legno col fondo in oro, e tramezzati da ricche scolture in legno dorate; il quadro di mezzo rappresenta la Natività di nostro Signore con a destra i santi Antonioe Sebastiano, e a sinistra S. Rocco e S. Bernardino da Siena, che predicò in quella chiesa l'anno 1443. Nella base vi sono quindici piccoli quadri che ritraggono fatti relativi alla vita di S. Antonio.
Il prete francese, compreso d'ammirazione, mi chiese del nome dell'autore di quella mirabile icona.
—Alcuni la vogliono lavoro del Macrino d'Alba, altri del Gaudenzio Ferrari: io risposi, come aveva letto in qualche memoria.
—No, no, interruppe il Cappellano: non è opera di nessuno dei due. È lavoro invece di Defendente De Ferraris da Chivasso, al quale ne affidava l'esecuzione la città di Moncalieri il 21 aprile del 1530, come si ritrae da documenti trovati nell'archivio di quel municipio, e con atto del 16 gennaio 1531 gliene pagava il prezzo pattuito di fiorini ottocento e grossi dieci[31]. Il nome di Defendente De Ferraris deve entrare nella storia delle arti italiane: di lui sono probabilmente molti bei quadri che si trovano segnati D. D.—
Ci suonò gradita questa notizia in fatto d'arte, e domandammo al Cappellano, se si sapesse il perchè la città di Moncalieri tanto si adoperasse ad ornare la chiesa di Ranverso. Al che rispose il Cappellano:
—La pia città di Moncalieri, nell'epidemia, onde fu travagliata nel 1400, votavasi a S. Antonio di Ranverso, per cui facevasi eziandio erigere l'altar maggiore da cui sorge l'ammirata icona; ed ogni anno, siccome vien riferito dalla cronaca inedita di Moncalieri, nel dì della festa del Santo il sindaco di quella città, consiglieri, segretario ed usciere del Comune qui vengono nella messa solenne ad offrire all'altare antoniano un cero e danaro.—
Il Sepolcro di Giovanni Gerson.
Ciò detto, il Cappellano dopo di averci additato pregevoli affreschi nelle pareti della sagrestia ci ricondusse nel presbiterio innanzi all'antico sepolcro dei monaci Antoniani, e sclamò:
—Qui, come appresi da antiche carte, qui fu sepolto Giovanni Gerson, il fondatore del chiostro.—
L'Abate francese e il Cappellano chinando il capo sul sepolcro alternarono insieme una preghiera; e poi, mentre stavamo per uscire dal tempio, l'Abate dando un ultimo sguardo alla tomba del Gerson ripetè le memorande parole:Vanitas vanitatum et omnia vanitas.
—Oh rispettabile Abate, gli osservai: un altro grande italiano, Giacomo Leopardi, come Giovanni Gerson pianse le miserie della vita
«E l'infinita vanità del tutto».
Ma il Gerson si confortava delle umane calamità in Dio e nell'avvenire dello spirito immortale; all'opposto l'infelice Leopardi nella vanità del tutto rimaneva agghiacciato dallo scetticismo.
—Oh beato l'uomo che serba la fede, questo tesoro preziosissimo dell'anima! proruppe il Cappellano riconducendoci nella piazzetta presso al simbolico piliere.—
Un colono di Alpignano, inteso ai lavori campestri della Commenda, trovandosi accanto al piliere, nell'udire il Cappellano far cenno di un tesoro, voltosi a noi disse:
—Se vanno in cerca di tesori nascosti, vadano al mio paese; ve n'ha uno sepolto sotto il castello, che non si è potuto scoprire.—
Il colono di Alpignano ci mosse a riso. Mi accommiatai con affetto dal Francese, che recavasi al luogo delle Chiuse ed allaBadìa di San Michele: ed io, ringraziato il buon Cappellano, volsi i pensieri e la persona al castello del tesoro.
Il Musinè.
Prima di parlare di Alpignano aggiriamoci sulle balze delMusinè, ossia Monte Asinaro, che più alto del Pirchiriano, sulla riva sinistra della Dora, sorge dal livello del mare all'altezza di 1168 metri.
Volli vedere l'idrofana[32], pietra che fu chiamata pomposamenteocchio del mondo. Non pochi luoghi in Europa posseggono l'idrofana, fra i quali le isole d'Iheroè, la Sassonia, l'Ungheria e la Francia; ma forse più che altrove, se ne rinviene in codesto monte del Musinè, e trovasi sparsa nelle vene di calcedonio e di serpentina dura, che da ogni lato e in ogni direzione attraversano quell'altura tutta serpentinosa.
Io mi aggirava dunque tra le quercie e le viuzze del Musinè, quando m'avvenni in un bastracone di montanaro, che rovistava con lungo uncino tutte le pozzanghere fra quelle macchie, e domandatolo che facesse, mi rispose con sussiego:
—Cerco l'occhio del mondo.
E cercava l'idrofana, intorbidando le acque.
Andando oltre, e veduto veramente l'idrofana, udii il picchio di un martello sovr'un corpo di dura pietra; e traendo a quella parte, vidi uno scarpellino che tagliava un masso serpentinoso e ne formava una macina da grano.
—Oh! diss'io a quell'uomo attivo che sudava: Voi logorate le forze per averne una macina da molino di niun conto.
Ed egli, con sorriso di compassione:
—Tiro di martello questa macina, che riducendo in farina le mille sacca di frumento darà più guadagno di tutte le gemme del mondo.
—Ma pure colà giù presso al rio, quel pescatore dell'idrofana, con poca o nulla fatica raccatta tesori.
—Oh! mi rispose lo scalpellino molinaro, vossignoria prende un granchio, perchè quel cercatore quando ha raccolte le pietruzze colla scoria così informi le vende per poche lire, e lascia il guadagno agli speculatori di Torino, di Genova e di oltremare; mentr'io lavoro le mie macine, e tutto l'utile è mio. Oltre di che, preferirei sempre a una pietruzza, che poco produce, una mola da grano, che reca frutto al mugnaio e prepara il pane al paese.
—Ed io fo meglio di tutti; lavoro per la salute degli uomini: sclamò un terzo che aveva udito i nostri discorsi lì presso, come un risorto dal sepolcro, tutto coperto di polvere gialliccia, balzando fuori da un antro profondo di argilla, splendente del color dell'oro.
Chi era quello strano montanaro, basso di statura, col capo schiacciato come un cretino?
Un tal Pantalone di que' dintorni, che parla sovente di serpi e d'incantesimi, ed è trastullo de' monelli. Era affaccendato a trarre la magnesia da una cava scoperta, or fa cinque anni, con utilità del comune di Caselette, che ne concedette l'uso per la somma annuale di mille franchi.
—Evviva Pantalone! esclamò lo scalpellino. Come procedono i tuoi lavori?
—Benone, gli fu risposto: S. Abaco protegge il padrone che qui mi manda a lavorare in questa polvere raggrumatadall'umido. Qui si scava in abbondanza la magnesia che il mio padrone vende a buon prezzo ai farmacisti di Torino.
—Buon Pantalone, io gli dissi, voi non lavorate soltanto per cacciare i malanni dal corpo umano, ma eziandio per rendere più bella la luce che ci vivifica, perchè vi ha un nuovo trovato, ilfilo di magnesio, tratto da questa polvere prodigiosa, il quale dà uno splendore pari alla luce elettrica che vedeste in Torino nelle feste dello Statuto.
Andai a pochi passi dalla cava di magnesia in Caselette, paesello di ottocento abitanti, che si distende sulle prime pendici del Musinè, ed ha al sommo un gotico castello, fiancheggiato da svelta torre cinta di merli. Quel castello, volto a mezzogiorno coll'amena vista della verdeggiante valle irrigata dalla Dora, appartenne ai principi di Acaia, di poi a nobili famiglie, fra le quali, ai Canale conti di Cumiana, ai Valperga del Canavese ed ai Cauda; ed ultimi a possederlo furono i conti Cays, antica famiglia nizzarda che n'ha tuttora la proprietà.
Per via fiorita salii al castello, e non appena feci annunziare il mio nome al sig. Carlo Cays conte di Caselette, che tosto egli mi accolse festosamente nel suo castello, come i più splendidi baroni del medio evo usarono coi trovadori, che andavano di terra in terra a celebrare col canto le imprese e gli amori della cavalleria feudale. In compagnia di lui e del caro ed unico suo figliuolo visitai le adorne stanze, che furono degne di essere abitate dalla madre e dalla consorte del nostro Re, nell'estate dell'anno 1854, ultimo della vita di quelle pietose e lagrimate Regine. Vidi un bel quadro fiammingo,L'adorazione dei Magi, di Francesco Franz, e l'oratorio domestico che finisce in dipinta cupoletta col nome di Maria nei vetri colorati. Mi fu mostrata la tribuna in cui solevano insieme orare le due pie Regine, come in Torino mirabilmente le scolpiva il Vela nella chiesa della Consolata. Mi fu pur mostrata una pianeta in telad'argento, ricca di bei ricami, cominciati dalla Regina Maria Teresa e compiuti dalla duchessa di Genova, cogli stemmi della loro stirpe aggiunti alla Croce di Savoia.
Uscito all'aperto, osservai appiè del castello l'erta via, per cui si sale al santuario di S. Abaco, persiano di origine, morto martire in Roma nel terzo secolo dell'êra cristiana.
Quella scabra salita fu agevolata dal conte Cays e da altri divoti, e decorata di quindici cappellette, che in tela rappresentano le stazioni dellaVia Crucis. Due delle cappelle furono fatte costruire dalle nostre Regine, ricordate nel Musinè per atti di evangelica pietà. Raccogliendo queste notizie, erravo nei pensili giardini del castello fra cedri ed ulivi, e per viali di cipressi; e presso un salice carezzato dal murmure soave di acque cadenti, salutavo ver occidente il regale castello di Rivoli e ad oriente gli ubertosi piani di Torino chiusi dal colle di Superga.
Mi accommiatai dal conte ospitale, e nel suo cocchio traversata la valle, giunsi nuovamente alle acque della Dora.
Alpignano.
Case modeste vidi lungo le due sponde del fiume, e per erbosi clivi in gran copia acque spumanti che mormorano e biancheggiano fra le ruote di un molino ed entro grotticelle coperte di musco e di edera, e una fucina di ferro che mi assordava coi ripetuti colpi del maglio, e un antico ponte a tre archi, rifatto nel 1740, onde si varca la Dora, e presso al ponte un grosso masso di roccia, il quale, al dir del volgo, nella notte dell'Epifania fa tre giri intorno a sè ben sensibili a chi ardisse in quella notte stare sopra quel masso dove apparvero i tre Re magi.Queste sono le vedute e queste le leggende che trovai in Alpignano appiè del verde poggio, in cui fra gli olmi, i frassini e i platani, e fra ogni sorta di fiori si aderge il maestoso castello, sotto cui anco uomini savi credettero sepolto un ricchissimo tesoro.
Quel villaggio è sede di ozi beati, per cui la elessero a riposo delle cure politiche due vivaci intelletti, Pier Carlo Boggio e Felice Govean, allettati dall'amenità del sito e dalle storiche memorie.
Vuolsi che Alpignano prendesse il nome da un Alpino, romano, possessore di quel luogo. Si dice pure che vi stanziasse una colonia romana, la quale operò il taglio di una rupe per dare corso alle acque della Dora impaludate ne' luoghi adiacenti. Certo si è che diverse famiglie illustri ebbervi signoria. L'ebbero i principi d'Acaia, che nel secolo XIV ne investirono Guglielmo di Mombello, signore di Frossasco; e l'ebbero in feudo i conti di Provana, edificatori del vasto castello, che ammirasi riabbellito e ricco di ogni guisa di arredi ed ornamenti.
Morto senza prole l'ultimo feudatario nel 1797, il Governo rimase padrone di diritto.
Alpignano obbediva un tempo a quattro padroni, perchè parte di esso era dello Stato, altra porzione apparteneva alla Famiglia reale, la terza ai monaci e la quarta al feudatario.
Nel Governo si raccoglievano tutti i poteri, quando nel 1804 il Demanio francese vendeva il castello all'avv. Modesto Paroletti, che fu sul punto di demolirlo per cercarvi nelle fondamenta il desiderato tesoro; ma poi si persuase di lasciarlo incolume e venderlo ai fratelli Revelli, l'avvocato e il pittore, che vi portarono gli splendori dell'arte.
Dalla famiglia Revelli nel 1840 lo comperò il conte Michelangelo Robbio di Varigliè, e da questo nel 1863 lo acquistava l'avvocato Riberi, ornato giovane, che in mezzo a tanta amenitàdi paese e in compagnia di colti amici mostrasi tutto applicato a nobilissimi studi, onde potrà illustrare sè e la patria, aiutato dal pingue retaggio lasciatogli dallo zio paterno, il celebre professore di medicina.
L'avvocato Paroletti, uomo di molta erudizione, intese forse d'imitare i cittadini di Oderzo, che nei contratti di vendita usavano la clausolasalvo iure putei, salvo il diritto del pozzo, in cui furono nascoste le dovizie della città assalita da Attila. Egli pure nell'istrumento di vendita si riserbò il diritto del tesoro, quando mai si trovasse.
Non sembri tanto strana in Alpignano la diceria del tesoro, che acquistò credito dall'essersene trovato uno davvero nelle vicine terre di Pianezza, come mi osservava il conte Robbio, allorchè nel settembre del 1854 mi conduceva cortesemente a visitare il castello da lui posseduto.
Il pittore Vincenzo Revelli.
Il piemontese Vincenzo Revelli portò a! castello di Alpignano un vero tesoro coll'opera del suo ingegno. Architetto, scultore e specialmente pittore a' suoi tempi salì in molta fama.
Ai servigi dell'imperatore Napoleone I, si mantenne fedele nella prospera e nell'avversa fortuna, sicchè lo accompagnò esule nell'isola d'Elba, ove gli decorò e dipinse palazzo e teatro. Venne creato suo primo pittore al ritorno da quell'isola; ma, caduto nuovamente l'imperiale mecenate, il fido artista reduce in Piemonte fu consigliato di allontanarsi, perchè al Governo d'allora mal gradivano gli amici del Prigioniero di Sant'Elena.
Il Revelli andò a Londra, sicuro asilo ai profughi politici d'Europa, e colà eseguendo molti lavori per commissione, siarricchì grandemente. Ma il nobile artista, preso dall'amore della patria, più che dal desiderio di nuove ricchezze, fra le nebbie del Norte invocava il sole d'Italia, e potè ritornare alla Dora, e chiamando la filosofia al consorzio delle belle arti, si ritirò nel sospirato suo castello di Alpignano.
Egli ne fece sede ben degna d'ogni più splendido signore. Nelle stanze del piano terreno avea raccolto un museo di storia naturale, e nel piano superiore, la parte più cospicua del castello, ornò sale, vestiboli e gallerie di stucchi ed affreschi, di statue e tele dipinte. Tutti lavori del suo ingegno, nei quali si ammira l'artista filosofo, che a principali soggetti elegge le scienze e la morale.
Le scuole diranno che il Revelli fu mediocre disegnatore, più felice nel trovare i concetti che nell'eseguirli; diranno ch'egli traeva grande effetto dal contrasto dei colori, de' quali però abusò, non osservando la gradazione e l'armonia volute dall'arte. Tuttavia, se pongasi mente ai tempi in che visse ed operò fra noi il Revelli, dobbiam pur dire che le sue immaginose invenzioni furono spesso con maestria eseguite.
Chi vuol giudicare dell'indole di questo facile pennello può vedere in S. Domenico di TorinoLa visione della Battaglia di Lepanto di S. Pio V; tavola, alla quale nuoce pur troppo la vicinanza dellaMadonna del Rosariodel Guercino.
I luoghi più notevoli del castello sono quelli chiamati—Il Tempio della Filosofia,—Il Paradiso della Sapienza,—eLa Grotta dei Leoni.
Alla Filosofia il Revelli consacrò la sala più vasta, nella quale effigiò varie figure allegoriche ed immagini di filosofi; e in quattro medaglioni ritrasse l'età dell'oro e quella del ferro, Belisario cieco e la Storia illuminata dal Tempo.
L'artista vagheggiò idealmente l'età dell'oro, sogno de' pensatori, e con amorosa cura la dipinse nel suo miglior quadro.Egli vi ritrasse bella e maestosa donna che tiene colla mano sinistra la bilancia sospesa, e brandisce colla destra la spada innanzi ad eminente seggio in cui sta il libro della legge. Il caduceo, il fascio romano e il cornucopia vi sono dipinti a rappresentare il commercio, la concordia e l'abbondanza, frutti dell'età giusta e forte.
Si narra che quel quadro, in una esposizione artistica del R. Castello del Valentino dopo il 1815, fosse levato via per ordine superiore. Si sospettò che l'artista volesse accennare a reggimento repubblicano, imperocchè sul trono dell'età dell'oro non collocò il Re, ma la legge soltanto. L'artista imperiale era forse divenuto repubblicano?
Fosforescenti sipari da teatro mi parvero i dipinti, ne' quali con alto concetto il Revelli rappresentò lo stato selvaggio dell'uomo, ed i suoi progressi coll'aiuto delle scienze e delle arti, e l'ultimo fine nel trionfo della mente nel paradiso, dove Genii librati fra le nubi rendono omaggio all'Ente supremo, fonte perenne dell'amore e della sapienza universa.
La stanza intitolata laGrotta de' Leoniè dipinta come grotta, animata da un getto d'acqua assai elevato, che ricade in ampia vasca, cui stanno ai lati due leoni colossali, fra cui signoreggia la statua di Mercurio Trismegisto, inventore dei caratteri.
Sull'orlo della vasca stanno diversi augelli palustri imbalsamati, che imitano il vero e rendono più vera e gaia l'apparenza della grotta fantastica.
Presso un vestibolo dipinto a notte, dove sono le statuette d'Amore e Psiche, il pittore filosofo volle pure consacrare una camera a Lodovico Ariosto; e convertì l'antica prigione del castello nella grotta e nel sepolcro del mago Merlino, secondo ladescrizione che quegli ne fece nel canto terzo del suo svariato inimitabile poema.
Vi ha la maga Melissa con uno spettro appiè della tomba, donde un organo spande musiche misteriose. La grotta acquista solennità eziandio da notturni augelli, dal busto del re Arturo e dal ritratto dell'Ariosto, a cui sulla parete l'artista consacrò versi di grande ammirazione.
Se il gran Lodovico, fra i centomila volumi della preziosa biblioteca ferrarese, sorgesse per poco dal suo marmoreo sepolcro e si trasportasse nelle nostre valli subalpine, piene delle memorie di Carlo e dei paladini da lui cantati, cred'io che si piacerebbe di trovare nel fantastico castello di Alpignano rappresentate sì al vivo le facili ed insuperabili sue ottave!
Pianezza.
Il geologo Michele Lessona, che sulle sponde del Nilo mi accompagnò alle celebrate Piramidi, se da Alpignano per amena passeggiata sulla riva sinistra della Dora mi avesse accompagnato a Pianezza, certamente l'amico delle Piramidi mi avrebbe tosto condotto in mezzo al paese al Rocco, allapietraccia sterminatada lui non ha guari descritta in un'appendice di giornale[33]; mi avrebbe guidato alla cappelletta di S. Michele che vi sta sopra, ragionando di storia naturale in cui è versatissimo, e svolgendomi le applaudite opinioni del professore Bartolomeo Gastaldi intorno a certi massi enormi nella valle della Dora, mi avrebbe dato una faconda e piacevole lezione intitolata:I massi erratici.
Io non ebbi sì lieta e desiderata ventura. Mi accompagnò invece all'arduoRoccoil conte Mariano X, non professore di scienze naturali come il Lessona, ma che poteva esserlo di sperimentata galanteria nel bel mondo.
Il conte Mariano fu mio collega nell'Ateneo torinese; e, laureatosi in legge, giunse grado a grado ai più alti uffici della magistratura, mentre io andava errante in lontane regioni; ed ora stanco delle faccende di Stato, lasciò le cariche luminose per ritirarsi a vivere pacificamente in amena villa nei giardini di Pianezza, come fanno non pochi provetti personaggi di Torino. Il conte Mariano, uomo di nobile aspetto e di brio, d'ingegno e d'erudizione, fu cercato nei circoli più cospicui dell'aristocrazia, ch'egli frequentò studiando la vita intima delle case patrizie.
Il conte dunque mi accompagnò in cima alla pietraccia sterminata; e, presso il S. Michele mal dipinto nella cappella, invitandomi a guardare intorno a quel masso tanto studiato dai geologi le case dei mille e quattrocento abitanti di Pianezza, così prese a favellarmi:
—Poeta, ti ho condotto per difficile erta a questa altura, perchè qui è dove meglio tu possa accenderti a nuovi estri, godendo dell'ampia veduta del paese.
Guarda ad oriente quella casa colorata in giallo e sormontata da una torricella: è la villa del barone Boggio, notevole per abbondanza e varietà di fiori, che gli rallegrano il giardino. Volgiti verso mezzogiorno se vuoi salutare la villa ospitale del cav. Bartolomeo Geymet, che fu de' migliori nostri consoli in Oriente, architettatagli dal caro e valoroso suo figliuolo uffiziale nel Corpo del Genio. Nella parte opposta v'ha la bella casa del cav. Borbonese; e vedi uno stupendo edificio con porticato, presso cui verdeggiano due cipressi e risalta la torre ottangolare accarezzata dai rami del salice piangente, che ora tremano al soffio di leggiero venticello. È del Blanchetti quel palagio su cui si alza la cupola di foggia chinese, che contrasta col prossimo campanile della chiesa del Nome di Maria. Nella medesima direzione a tramontana sui verdi campi biancheggial'antico santuario di S. Pancrazio, distante un miglio. Ma tu, illustratore di castelli diroccati, sei tratto ad ammirare qui presso la casa del barone Massara di Previde, la quale ha torre rosseggiante ed è dipinta con apparenza di recente rovina.
Potrei accennarti altri eleganti edifici, ma nessuno più sontuoso della villa Lascaris, la quale a ponente del paese ora andremo a visitare accosto alla chiesa parrocchiale, il cui campanile è l'antica torre del Comune che ti si presenta cerchiata da folte selve.—
Ringraziai l'amico Mariano della descrizione e dell'aiuto datomi nello scendere per la rupe discoscesa, mentre ci deliziava armonica voce di donna che nella vicina abitazione disposava note soavissime al suono del pianoforte.
La magnifica villa edificata sui baluardi del rovinato storico castello di Pianezza fu dei marchesi Lascaris di Ventimiglia, sangue degli imperadori d'Oriente.
Agostino, l'ultimo marchese, la decorò di arredi, giardini e dipinture. Dal Morgari, valente artista subalpino, fece in essa ritrarre a chiaroscuro fatti militari della R. Casa di Savoia, e uomini illustri d'Italia; e nel 1835 legava la sontuosa villa a monsignor Fransoni arcivescovo di Torino ed a' successori suoi nel seggio episcopale. Ora, da alcuni anni, la villa è in custodia del R. Economato ecclesiastico; epperciò al sommo della porta che mette negli appartamenti, sotto il busto del donatore, si legge in lettere incise e dorate nel marmo:
AL LIBERALISSIMO DONATOREMARCHESE AGOSTINO LASCARIS DI VENTIMIGLIAL'ABATE VACCHETTA ECONOMO GENERALENEL MDCCCLXIII POSE.
Il conte Mariano mi condusse a visitare le cose più belle della villa, e nella sala da bigliardo mi additò effigiati CarloEmanuele III, i liguri Cristoforo Colombo e Andrea Doria, e il torinese Bogino, insigne uomo di Stato, che servì la patria nella guerra del 1742 contro la Francia. Mi additò il ritratto del Lagrange che ha in mano un volume, su cui si legge:Meccanica analitica, e Vittorio Alfieri che ha in mano un libro, ove si legge:Saul. Poi mi additò il Micca dipinto in atto di mettere il fuoco alla fatal mina, morte a lui e vita alla patria; e con pennello e tavolozza ritratto il Galliari, il quale condusse molto innanzi la pittura scenica in Italia, e decorò con istupenda maestria il teatro di Berlino.
Giustamente avvertiva il conte Mariano, che Micca e il Galliari, essendo ambidue nati in Andorno, paesello del Biellese, rappresentano il Piemonte, nobilissimo santuario dell'armi e dell'arti alleate.
Adele Cavour-Lascaris.
Attigua alla sala da bigliardo, stanza di letizia e di amabili adunanze, vi ha la domestica chiesuola ove dormono sotto marmi inscritti le ceneri di parecchi della famiglia Lascaris.
Quivi m'introdusse il conte Mariano, e additommi nel mezzo del presbiterio la tomba del marchese Agostino, ed alla destra l'avello dell'unica sua figlia Adele, inanellata al marchese Gustavo Cavour, morta di parto in Torino, in età di ventisei anni.
Il conte, riguardando con dolore alla lapide della marchesa Adele, si mostrò vivamente commosso, e proruppe nelle seguenti parole:
—Poeta, se tu avessi conosciuto la marchesa Adele, ne' tuoi canti l'avresti salutata angelo di bellezza e di virtù. Tu avresti detto, che le grazie delle più vezzose ed onorate donne di Grecia e d'Italia si fossero accolte ad ornare l'ultimo germoglio della Casa Lascaris. Io la conobbi. L'oro del crine, la luce degli occhiazzurri, il nobile portamento e gli atti e gli accenti pieni di soavità, spandevano dovunque una gioia di cielo.
Non di rado era assalita da misteriosa malinconia, e fra le pompe del secolo tratta da pensieri religiosi a ragionare colle amiche della vanità delle cose terrestri e dell'avvenire dell'uomo. Nell'aprile della vita ne presentì la sua fine, sicchè prima del parto, onde venne alla luce il figlio Eynardo, andò ad accommiatarsi dalle sue più dilette amiche; ed io la incontrai, tre giorni prima ch'ella morisse, in casa della mia sorella Cristina, a cui dando un amplesso affettuoso disse: amica, ti do il bacio dell'addio, perchè sto per imprendere un lungo viaggio.
—Ma, caro Mariano, io lo interruppi, perchè mai questo angelo di bellezza e di virtù non fu sepolto a Sàntena nelle tombe della famiglia Cavour?
—Così volevano il desolato consorte e lo suocero marchese Cavour, ripigliò il conte Mariano. Con amorosa istanza il padre marchese Agostino richiese la salma di Adele, e la ottenne, per aversela sempre vicina, con promessa che non rimarrebbe in questa tomba oltre la vita di lui.
Di poi, per dissapori nati fra le due case, il marchese Lascaris, dimenticando, o troppo rammentando la promessa, trovò un modo singolare per assicurarsi la sepoltura presso l'amatissima figliuola. Legò il castello di Pianezza colle sue adiacenze e gli arredi alla Mensa arcivescovile di Torino, con l'espressa condizione di non permettere che da Pianezza fosse levata la spoglia della marchesa Adele.—
Usciti dal palazzo, passeggiammo nel parco, veramente grandioso, fra il canto degli augelli e il mormorio della Dora. Scendendo ad ostro, giungemmo alla galleria sotterranea del castello, nella quale, fra oggetti d'archeologia, si conserva la bella marmorea tomba del poeta cav. Filippo Vagnoni. Quel sarcofago, caduto in potere dei frati di Vinovo, fu convertito in vasca dalavare, e poi servì ai villici per abbeverare gli armenti. Il marchese Agostino Lascaris, conosciutone il pregio, contentò i villici con un abbeveratoio di legno, ond'egli potè far trasportare nei sotterranei del castello il sarcofago, fra i pipistrelli che svolazzano sopra le ammirate sculture di argomento mitologico.
Maria Bricca
L'edera si abbarbica nell'arco della porta che mette al sotterraneo, e nel piccolo piano che vi sta innanzi, un antico albero di noce, ed acacie e cipressi sorgono intorno alla colonna, in cui si legge:A Maria Bricca.
L'avvocato cagliaritano, Giuseppe Orano, giovane di fervido ingegno e di molto zelo negli studi, che si aggirava a diporto in que' dintorni, erasi aggiunto alla nostra compagnia nei viali del parco, e con noi entrato nei sotterranei; ond'io innanzi alla colonna memoranda, voltomi al conte, dissi:
—Caro Mariano, tu che, qui dimorando, sai meglio di me il fatto glorioso di Maria Bricca, narrane, ti prego, i particolari a questo giovane sardo, il quale, nell'udire da te le imprese dell'eroina di Pianezza, ricorderà volentieri quelle della eroina di Sardegna, Eleonora di Arborèa.
—Ben volentieri, rispose il conte Mariano, mentre il giovane sardo gli faceva atti di ringraziamento.
Sedemmo dunque sul poggio erboso dirimpetto all'ingresso del sotterraneo, e il conte guardando alla colonna, così parlò:
—Il castello di Pianezza non solo rammenta alle donne italiane un raro modello di beltà, di grazia e di virtù nella marchesa Adele Lascaris-Cavour, ma eziandio un patrio esempio di magnanimo ardire in Maria Bricca.
Nel settembre del 1706, i Francesi stringevano d'assedio Torino. Pietro Micca col suo sacrificio aveva dato un crollo alla gallica baldanza, mentre Vittorio Amedeo e il principe Eugenioapparecchiavano il pieno trionfo de' Subalpini. Tuttavia i Francesi imbaldanzivano presso la città, e una loro squadra di cavalleria, occupando questo castello, sollazzavasi in banchetti e danze.
I soldati piemontesi, vigili sulla riva opposta della Dora, per cacciare i nemici da Pianezza si affidarono agli accorgimenti di Maria Bricca, vecchia contadina del luogo, devota a Casa Savoia, pratica delle vie occulte del castello, e pronta ai rischi della guerra.
La sera del 5 settembre era gonfio il fiume, onde gli ufficiali francesi, non sospettando che i soldati piemontesi ardissero valicarlo, sicuri d'ogni pericolo, facevano insolita baldoria. Maria Bricca vide essere quello appunto il momento propizio all'impresa, e, datone avviso al campo degli Italiani, tosto, protetti dal silenzio della notte, furono a lei cinquantacinque de' nostri granatieri armati.
Maria, con in mano una scure, chetamente li condusse nei sotterranei, innanzi cui ci troviamo a ragionare di lei. Quindi, accese alcune fiaccole, per riposti anditi e scale segrete li guidò alla chiusa porta del loggiato superiore che metteva alla gran sala da ballo. A colpi di scure la scassinò, e bentosto fu dentro coi granatieri, gridando:Viva Savoia!I danzanti sbalorditi alla prima credettero che fosse una scena da teatro; ma al ripetuto grido diViva Savoia!si avvidero di essere in cospetto di una nuova Giuditta, e indarno tentarono resistere ai gagliardi assalitori. Maria Bricca e i bravi nostri granatieri furono addosso ai Francesi e li costrinsero ad arrendersi. Furono fatti prigionieri sonatori e ballerini, due generali, ottocento uomini fra sotto-ufficiali e soldati; bandiere, artiglierie e vettovaglie del nemico caddero in potere de' nostri. Dopo tre giorni, la gran battaglia di Torino mise il colmo al nostro trionfo, al quale contribuì grandemente l'animosa Maria Bricca coi cinquantacinque granatieri piemontesi.—
Il giovane sardo, lieto di questo racconto, a me indirizzandosi, sclamò:
—Signor professore, questa Maria Bricca è dunque famosacome la Eleonora d'Arborèa, in onor della quale ella promosse l'Accademia letteraria nell'università di Cagliari?
—Non tanto, gli risposi. Maria Bricca di Pianezza deve essere annoverata colla Segurana di Nizza, colla Cinzica di Pisa, con Beatrice di Luserna e la Stamura di Ancona, e con altre valorose che giovarono alla salute della patria. Ma Eleonora, la celebre giudicessa di Arborèa, legislatrice e condottiera di eserciti, ed esempio magnanimo di carità cittadina, è la donna più gloriosa che splenda nelle Storie d'Italia.
Ogni madre dovrebbe tenere l'effige di Eleonora nel luogo più cospicuo della casa, e proporla ad insegnamento della famiglia. Quando gl'Italiani, facendo atto di bella fratellanza alla Sardegna, concorreranno con offerte ad erigere sulle rive del Tirso in Oristano il monumento alla celebre eroina, io proporrò che nella marmorea base si abbiano a ritrarre in basso rilievo, quasi in ossequio ad Eleonora, parecchie altre illustri donne d'Italia che cogli accorgimenti politici e militari onorarono la nazione; e prime fra queste la regina Teodolinda, la contessa Matilde, la Segurana, la Cinzica, la Stamura, Beatrice di Luserna e Maria Bricca, che snidò gli stranieri dal castello di Pianezza.—
Il giovane sardo si mostrò contento alla mia proposta, e il conte Mariano mi strinse la destra con segni di approvazione.
Collegno.
Accostandosi a Torino, s'incontra Collegno, villaggio di 1700 abitanti.
I luoghi antichi nei dintorni delle città spesse volte prendevano nome dalle distanze. Presso Cagliari vi ha Quarto, Sesto e Settimo; presso Bologna vi ha Quarto e Sesto, e Sesto pure è ne' dintorni di Firenze; Settimo a sette miglia da Torino, ead Quintum, a cinque. Quest'ultimo luogo ora è detto Collegno (latinamenteCollegium), e sorge a maestrale ed a tre migliapiemontesi dall'augusta città della Dora, perocchè la misura subalpina sta all'antica romana come tre a cinque.
Collegno siede nel piano sulla riva destra del fiume, la quale essendo più elevata della sinistra, offre verso ponente e borea una veduta assai estesa, e vanta salubrità di clima. La Dora vi scorre in alveo profondo sotto il castello e il paese fra sponde artificiali di grosse pietre saldissime, e si dirama in quattro gore, appellatecanaliebealere, che fecondano l'aprico territorio dell'intiero Comune, lieto di prati, gelsi e pometi.
Tre pensieri mi rimangono di Collegno, il castello, il molino anglo-americano ed il manicomio.
Il castello di Collegno è assai antico. Tutta Italia fu munita sui monti di tali fortezze, o per difesa di un feudatario contro un altro, per frenare l'impeto degli stranieri che spesso irruppero su le nostre belle contrade, contenti di trovarle discordi e miseramente divise.
Codesto castello seguì le vicende del paese, passando di padrone in padrone, di rovina in rovina. I Francesi che nel secolo decimosesto cerchiarono Torino di fortificazioni, da essi poi smantellate ai tempi napoleonici, atterrarono molta parte di questo castello prima della loro sconfitta a S. Quintino. Una parte sta ancora in piedi ad attestare la fortezza del tutto, atto e disposto a resistere al morso dei secoli, non che alla rabbia degli invasori.
Quell'ampio palazzo, che vedesi là a maestrale verso la Dora, appartiene ai Provana di Collegno, e fu innalzato su gli avanzi del combattuto castello. La sua torre, che domina il bastione Verde a guisa di cittadella, n'è pure avanzo. Ora non serve che a bellezza pittorica.
Nel 1854 mi feci alle porte di quel palazzo cinto da giardini, e il nipote degli antichi feudatari mi permise che, accompagnato da un suo servo, io vedessi su vasta tela l'effigie di un illustre suo antenato, vestito alla spagnuola, e che fra massicci muraglioni e per iscala di legno salissi la vecchia torre.
Sorgente da folte selve, quella bruna torre veduta da lontano pareva che al sommo portasse un vaso enorme di fiori e frutti. In cima del torrione ai quattro angoli trovai quattro aceri cresciuti a maraviglia: tre erano imbozzacchiti come molti alberi delle schiatte feudali; uno reggeva agli anni.
Il sole mi dardeggiava, e l'acero vivo avviticchiato dai tralci di vite vergine mi proteggeva della sua ombra, mentre io guardandomi intorno, pensava a certe reliquie di reggimento feudale rimaste a Collegno, nei quaranta franchi che il Comune pagava alle guardie, e negli ottocento franchi di canone al conte del castello.
Forse ogni resto di feudalismo cessò ora che eziandio la vecchia torre spogliata degli aceri perdette il bruno aspetto del medio evo e si volle ringiovanirla coll'imbiancarla.
«Il secolo si rinnova, e si deggiono operare grandi riforme», andavasi ripetendo sul Bosforo ai tempi del sultano Mahmud: e il sultano, volendo provare di essersi posto a capo delle civili riforme, cominciò dal far imbiancare le moschee e spogliarle de' vecchi arredi, anche preziosi, per sostituirvi i nuovi, talvolta di poco valore.
Così fra noi, «Il secolo si rinnova», si va gridando, e s'imbiancano gli atrii storiati de' santuari, s'imbiancano le brune torri del medio evo, e nella mia Novara si è atterrata la vetusta cattedrale di arte cristiana, per erigervi invece una chiesa di arte profana.
Non coll'imbiancare o col rovinare antichi monumenti si rinnova efficacemente il secolo, sì bene col far prosperare le arti, le industrie ed i commerci.
Dove sono acque, ponno fiorire industrie speciali; infatti Collegno si avvantaggia di ferriere, conce di pelli e filatoi da seta, lavoro e vita a centinaia di operai. Fra le fucine animate dalla Dora è degno di singolare ammirazione il molino per lamacinatura delle farine col sistema anglo-americano, discosto, verso ponente, un mezzo miglio dal paese.
Colà era noto il piccolo antico molino della Barca, così detto dal navicello onde si varca tuttavia la Dora. Nel 1852 il piccolo molino fu convertito nel grandioso opificio che ora si ammira, costrutto col disegno del commendatore Grattoni, uno dei tre ingegneri che conducono e dirigono gli arditi lavori pel traforo del Cenisio.
Iniziatore dell'opificio anglo-americano fu il conte Camillo Cavour, il quale in tutto tendeva al grande, così nell'industria come nella politica. Egli probabilmente nel piccolo molino della Barca, alzato ai sommi gradi dell'industria, avrà ravvisato il piccolo paese appiè dell'Alpi, che negli accorgimenti politici saliva sì alto da diventare il mezzo più efficace del rinnovamento italiano.
Due cortesi uomini esercitati ne' commerci e nell'industria mi vi accompagnarono, Luigi Brun, mio nipote, valente spinettaio, che meritò diverse medaglie nelle nostre esposizioni nazionali d'industria e commercio, e Venanzio Marchese, energico direttore dell'opificio.
Appena entralo nello stabilimento, mi sentii assordare dal continuo frastuono delle acque e delle macchine, linguaggio della natura e dell'arte che sono in moto per aiutare l'industria umana e soccorrere ai bisogni della vita.
L'edificio sormontato da torre quadrangolare è un quadrato a cinque piani che a modo di penisola è cinto dalle acque della Dora, qui chiuse e quiete in canali, là irrompenti e schiumanti per cateratte, fra pioppi, acacie ed avellani.
Mi piacque visitare i magazzini e gli ordegni del pian terreno e de' cinque superiori. Un magazzino costrutto a galleria, con le pareti e i pilastri asfaltati per assicurarlo dai topi e dall'umidità, può contenere quattordici mila quintali di grano. Vi si versano tuttodì in grande quantità frumenti del Piemonte e di altre province italiane, e grani provenienti dal Mar Nero, dal Mar d'Azoff e dalle rive del Danubio. Gittando lo sguardosotto le sei arcate di quella galleria piena di frumento, tosto mi si presentò lo spettacolo di gaie collinette che si succedono le une alle altre. Frattanto il signor Marchese gettavasi agilmente qua e là sulle brune collinette che cedevano sotto i suoi passi, e distingueva le diverse qualità dei grani dal loro peso e colore, come l'orefice distingue le qualità delle pietre preziose.
Vidi ventiquattro paia di macine di pietra francese, detta diLaferté, e i tubi conduttori delle acque, dei grani e delle farine, e i crivelli pulitori e i frulloni, e le ruote dentate, che dànno il moto per mille meandri alle mole stritolatrici.
Io mi sentii raddoppiare la vita allo spettacolo di tanto moto, e tra la faccenda continua dei robusti operai sparsi di farina gli abiti, le guance e le scomposte chiome. Colà ogni pensiero s'agita nel frumento. Mi fu aperta una vasta camera piena di candida farina, che mi parve un colle di neve recente. Mi si mostravano sacchi di grano che salivano e scendevano assicurati ad uncini; e in vaste gallerie mi si additavano a cento a cento schierati e suggellati quelli di farina che dovevano spedirsi in Italia e fuori, anche in Egitto.
Domandai se quell'opificio appartenesse ad una società di azionisti.
—Per l'appunto, mi fu risposto.
Domandai se altri opifici di simil genere siano in Italia, e il nipote Brun mi rispose:
—Ve ne hanno altri: presso Alba ed in Settimo nel Piemonte, e a Pontedecimo nella Liguria, ma di minore importanza. Ve n'ha uno a Trieste, un altro a Livorno, ma a vapore; non vasti come questo di Collegno, ove le macchine hanno ciascheduna la forza di 120 cavalli, e si macinano ogni giorno seicento quintali di grano.
—Dunque, io esclamai allegramente fra i due cortesi che mi accompagnavano: dunque il Piemonte oggigiorno è sempre il più solerte operaio nella realtà della vita. Il Piemonte vanta le armi, l'industria e il miglior molino per la macinatura delle farine, come la Toscana vanta le arti, la poesia e l'Accademia della Crusca.
Da un opificio, creazione di menti sane ed operose, passo al più bello ed elevato luogo di Collegno, ad un pietoso ospizio ove sono curati i mentecatti.
Il palazzo di Bernardino Data, tesoriere ducale, fu comperato nel secolo xvii dalla Duchessa Cristina per dar ricetto ai Certosini di Avigliana, cacciati dal lor nido. Nel 1649 i cenobiti entrarono nel sontuoso palazzo, a cui tolsero l'aspetto profano per dargli l'impronta religiosa cogli splendori dell'arte secondo il gusto del tempo.
Nello scorcio del secolo passato, insieme con altri ordini religiosi, fu soppressa la Certosa di Collegno, e fu riaperta ai frati di S. Brunone dopo il 1815; e nel 1852 venne convertita in succursale del Regio Manicomio di Torino.
Diciotto cenobiti nel dì della loro soppressione abitavano quell'ampio edifizio, con eleganti portici, col giardino dell'area di trenta giornate e con un vasto e fertilissimo campo. Ora vi sono ricoverati più di 400 matti, gente operaia e campagnuola in gran parte. Entrai per la bella porta della Certosa d'ordine ionico, fra colonne, statue e cartocci, e fui condotto negli ampi chiostri e sotto gli spaziosi porticati, a visitare il luogo assegnato agli uomini, e quello per le donne, e la stanza delle epilettiche. Nessuno trovai legato: molti degli uomini lavorano nei campi vicini e se n'avvantaggiano di salute e di danaro, e molte donne filano, assistite dalle Suore di Carità.
In quel manicomio, come altrove, si è riconosciuto che l'orgoglio e la superstizione religiosa negli uomini, e la passione dell'amore nelle donne sono le cause principali delle infermità mentali. V'hanno pazzie intermittenti come accade delle febbri; onde talvolta credete di ragionare con un uomo di mente sana, ma poi a un tratto v'accorgete che sta per riassalirlo l'infermità.
In mezzo dell'ampio cortile sorge un poggio allegrato di alberi. Colà trovai un uomo di bell'aspetto e d'alta statura, vestito di prolisso soprabito bruno, dignitoso del portamento e dello sguardo,
«Lunga la barba e di pel bianco mista»,
lunghi pure i capelli. Egli mi si fece innanzi, e, dopo avermi invitato ad intrattenermi con lui, prese a dirmi:
—In cotesto luogo vengono a diporto ogni giorno i matti pacifici, de' quali tutti potrei narrarle per filo e per segno la vita.—
E mi accennava man mano diversi di que' mentecatti, e dicevami:
—Colui ch'ella vede presso quel tiglio appoggiato a lungo bastone, si crede di essere Cristoforo Colombo, ritto in piedi presso l'albero maestro e con un remo in mano: l'altro, seduto accosto a quella fontana, che sta in atto di scrivere, dice di essere il Petrarca al fonte di Sorga intento a dettare la canzone—Chiare, fresche e dolci acque;—e quel terzo più in là, rannicchiato su quel mucchio di mattoni, gonfia le gote e soffia, e pretende di essere il Dio Eolo.—Lo vede?
—Lo veggo.
—Andando nel recinto delle donne, si guardi dalla vecchiaccia che accarezza una tegola e se la stringe al seno e la culla come un bambolino. Ebbene! Colei vorrebbe essere la nutrice di Napoleone I. La poverella è vedova d'un uffiziale Còrso, che militò sotto il primo Impero, ed ha la smania di nutrire gli eroi. Io non posso andare nel recinto delle donne, ma ne ho tutte le notizie. Ella avrà pur veduta fra loro la regina del Borgo del Pallone, che passeggiava un giorno per Torino, vestita di cenci di seta, con piume in capo e un parasole color di rosa,quando fioccava la neve e infuriava la gragnuola. Essa stringe pur oggi lo scettro, che è un vecchio scudiscio, fasciato di nastro bianco e rosso, e ornato in cima di fiorellini. La meschinella si è qui ridotta, o a meglio dire, è stata qui chiusa, perchè i monelli di Torino dandole la baia e facendone strazio l'avevan resa furiosa.
—Infelice!
—Oh sì, infelice!—Oh veda, veda que' due, che vengono in qua a passi gravi e lenti, brontolando e guardando gli altri con atteggiamento di protezione.
—Li vedo.
—Costoro sono i più cari matti del mondo. L'uno di loro pretende di essere Pio IX, e l'altro Vittorio Emanuele II.
—Oh!
—Ma non sono.
—Lo vedo.
—E vorrebbero darla ad intendere a me, anche a me! (e alzava la voce) a me! (e si faceva rosso in viso) a me che sono il Padre Eterno, e dovrò definire le loro controversie!—
In così dire sbarrò gli occhi, rizzossi in punta de' piedi, squassò la testa, e fece stranamente ondeggiare la barba ed il crine.
Io mi strinsi, allontanandomi dal verde poggio, presso il dottore Filippa, che gentilmente mi accompagnava, e lasciai nel suo Eden il Padre Eterno.