CAPITOLO QUINTOTORINOI.Un Napolitano e un Piemontese.Due morti colle palme del martirio, Micca e Giannone, nel maggio del 1858 fra i ruderi della cittadella mi profetavano il prossimo unificarsi d'Italia; e presso al medesimo luogo, indi a pochi giorni dall'ultimo incontro col pastore Giacomo, due vivi mi significarono colle musiche lo stesso concetto.Erano due giovani popolani che deliziavano gli accorrenti ad un caffè innanzi al teatro Alfieri, il cui nome ricorda i primi onori della tragedia italiana e i primi impeti del nostro politico risorgimento.Uno di essi era un Viggianese che toccava maestrevolmente l'arpa. Chiamavasi Gennarino Pennella, che garzoncello io avea conosciuto in Malta quand'egli faceva ancor parte della compagnia di undici arpeggiatori diretta da Vincenzo Pezzi e da Maddalena Volo. L'altro, che sonava la ghironda e chiamavasi Pietro, era uno de' figliuoli del pastore Giacomo che udimmo ricordare nella capanna di Bousson.Ora dirò come i due sonatori, il Napolitano e il Piemontese, si conobbero e furono concordi di musica e di cuore.II.Diamo dapprima una parola d'amore al melodico Viggiano, paesello de' monti Lucani che conta sette mila abitanti. Colàpietre, acque e piante deggiono essere piene di armonia; e una musica segreta deve accarezzare la culla de' Lucani, e gemere nel santuario de' loro sepolcri.Molti poveri Viggianesi campano la vita pellegrinando e sonando l'arpa nei ritrovi più frequenti dei due mondi, ben altrimenti dai notiOrbinidi Bologna che vivono e muoiono coi fidi loro stromenti da arco, sotto i portici patrii a guisa di usignuoli che non abbandonano la selva natale.Oggidì v'ha trecento di tali pellegrini di Viggiano, pei quali inutile trovato sono cocchi e strade di ferro. Essi viaggiano a piedi recando sulle spalle il davidico strumento, e dànno il saluto della musica ad ogni paese che incontrano.Ai navigatori, anco ne' mari più lontani, avviene talvolta di udire un suono d'arpa che uscito dal fondo della nave va a mescolarsi colla tempestosa armonia delle acque. Sarà qualche Viggianese accolto ospitalmente dal capitano per sopire nelle musiche il timore de' pericoli e le noie della navigazione. Chi non farà festa all'armonico Viggianese, simpatico trovadore che fra gl'interessi materiali del secolo decimonono prova non essere ancor morto il sentimento della poesia nel cuore dei popoli?In lontane regioni egli giunge amorevole messo della italiana Euterpe, il quale non traduce soltanto su l'arpa i suoni più applauditi de' nostri teatri, ma pure le armonie de' coloni e pescatori nostri, nate quasi per incanto su le acque e su le terre del più incantevole giardino d'Europa.Il Viggianese viaggia informato dello spirito italiano, sicchè perfino il suo musicale strumento è spesso congegnato degli abeti della sua patria. L'arpa del nostro Gennarino Pennella era infatti lavoro di Vincenzo Bellizia di Viggiano, valente costruttore delle arpe lucane che dispensano i tesori della musica italiana per le nostre vie e fuori, nelle piazze di Parigi e di Londra, ne' castelli di Germania, fra le moschee del Bosforo e del Nilo, presso la pagoda del Cinese e nei mercati d'America, in ogni dove desiderate ed ammirate.III.Gennarino, d'indole irrequieta, entrato nel quarto lustro di sua vita lasciò la compagnia de' conterranei ed elesse vivere solo, venendo per le spaziose vie di Torino a cantare e sonare. Ma non andò guari di tempo che sentì amara nel cuore la solitudine, e desiderò un compagno.Lo trovò nella piazza di San Carlo. Quivi innanzi alla statua equestre di Emanuele Filiberto incontrava spesso il figlio del pastore Giacomo che, sonando la ghironda e traendo gente a guardare la scena di remote regioni nella sua lanterna magica, cantava le canzoni piemontesi del Brofferio, il Béranger della Dora.Il Viggianese fecesi a conversare col giovane delle nostre Alpi, e si piacquero e s'intesero a vicenda.Un dì Gennarino, narrando al sonatore della ghironda avventure de' suoi confratelli di Viggiano, gli disse, che Antonio Varallo, dopo avere per trentacinque anni viaggiato trattando l'arpa, era tornato dovizioso in patria; e gli parlò di Vincenzo Miglionico che nell'anno 1806 partì da Viggiano coll'arpa sola, e, dopo lungo pellegrinare, tornato ricco nel 1832, lasciò l'arpa per le lettere di cambio e i numeri musicali per le cifre algebriche.S'intrattenne più a lungo a raccontargli i casi d'un guardiano di porci, che licenziato dal signor Poliodoro suo padrone, si appese un'arpa al côllo e girando l'America fece gran fortuna, più che non avrebbe fatto se a Viggiano egli fosse divenuto un Eumeo, e il suo padrone un Ulisse. Tornato al nativo paese con moglie e prole, Vincenzo Poliodoro, il figlio dell'antico padrone, fu lieto di poterglisi avvicinare, e si acconciò di tôrre a sposa una figlia di lui con cospicua dote.—«Insomma, esclamò Gennarino, tu vedi, caro Pietro, che molti sonatori Viggianesi partono poverelli dal monte nativo e tornano ricchi e beati.«Io li voglio imitare; e tu Pietro dovresti abbandonare ilpesante impaccio della lanterna magica ed associarti a me colla ghironda e col canto.«Tu canterai le canzoni del tuo paese, io quelle del mio, accompagnandole insieme coll'arpa e colla ghironda, e canteremo entrambi que' canti italiani che sono venuti in moda; e da onesti e solerti compagni ci aiuteremo l'un l'altro nella buona e nella avversa fortuna.«Un piemontese ed un napolitano cantando, sonando e vivendo insieme troveranno il comune tornaconto».Pietro lo ascoltò attentamente ed acconsentì, vendendo ad un amico di Susa la lanterna magica.Così innanzi alla statua di Emanuele Filiberto il Napolitano e il Piemontese stringendosi le destre sull'arpa e su la ghironda si dissero fratelli.Il primo atto del loro musicale consorzio fu sonare ambidue sotto il portico vicino, in faccia alla operosa bottega di C. S. Caffarel; e quivi amabili ed oneste donzelle, sempre in faccenda a vendere merletti, nastri, cuffie e guanti, sospesero le cure del commercio un istante, e vispe si affacciarono alla porta per udire Gennarino che fiso guardandole e sorridendo cantava:«Io te voglio bene assaiE tu non piense a me».I due sonatori raggranellando danaro errarono per diverse nostre città; e poi, tornati a Torino, io gl'incontrai tra gli olmi secolari che ombreggiano il Teatro Alfieri.Colà udii Gennarino cantare le canzoni in dialetto napolitano diTotonnoTasso, e Pietro quelle del Brofferio nell'idioma piemontese; e insieme ripetere l'inno del Tirteo genovese:«Fratelli d'Italia,Italia s'è desta».L'ultima volta li udii nuovamente cantare per le contrade di Genova con insolito brio l'inno del Mameli, mentre si andava preparando la celebre spedizione di Garibaldi per Marsala.Salutai gli animosi pellegrini e domandai loro se avessero buona fortuna.—Sì, sì, mi risposero impazienti, ma ora vogliamo anche noi aiutare la fortuna della patria più che la nostra.Cari giovani! Si erano nobilmente accesi dello spirito dei cantici nazionali che solevano ripetere nei pubblici ritrovi.Deposero l'arpa e la ghironda, ed impugnata la carabina, andarono essi pure insieme col manipolo dei mille eroi a debellare in Sicilia la borbonica tirannia.Infelici e generosi! nella pugna caddero per la nazionale indipendenza.Italiani! nessuno mai ardisca scindere la unione politica del sud e del nord della nostra patria, raffigurata in due figli del popolo fra le memorie di Emanuele Filiberto e Vittorio Alfieri, e poi solennemente celebrata fra i trionfi delle imprese guerresche nell'antica metropoli de' Subalpini.IV.La storia del Piemonte romoreggia di guerra; e l'augusta Torino dalle altre città italiane si distingue nel valor militare, come nella filologia Firenze, e Roma nella religione.I Taurini, antica schiatta ligustica, edificarono questa famosa città. Lascio Fetonte, il duce mitologico della colonia ligure, agli archeologi, perchè col lume della filosofia scoprano in esso il vero storico di ardite ed infelici imprese sulle rive del Po, presso alla foce della nostra Dora.«Guai ai popoli romiti ed anacoreti!» esclamava Gioberti nel suoRinnovamento; e il popolo subalpino non fu certamente nè romito, nè anacoreta, imperocchè sino da tempi remoti noi vediamo l'animosa Torino travagliarsi in tremende battaglie. Tre giorni di combattimento ella oppose all'affricano Annibale, esi mostrò amica ai Romani, i quali, preponderando Giulio Cesare, qui condussero una colonia, onde da lui Torino prese il nome di Giulia, poi da Augusto fu detta Augusta de' Taurini.Il sangue del Lazio mescolato a quello dei Liguri preparò sulle sponde della Dora quel maschio e belligero popolo, che dovea più tardi rinnovare i destini d'Italia.Questa città, continuo bersaglio alle ambizioni dei potenti, si ammaestrò nelle frequenti sventure. Fu distrutta da Costantino perchè aderiva a Massenzio; risorta, fu nuovamente rovinata da Stilicone guerreggiante i Goti. Rifattasi dalle rovine, venne assalita dagli Eruli e dai Borgognoni; vinta dall'Esarca Narsete, fu ritolta all'impero romano dai Longobardi che la fecero seggio d'un loro duca; e Agilulfo e Ragumberto, duchi di Torino, vennero elevati alla dignità reale. Passò dipoi la guerreggiata città della Dora dal dominio de' Longobardi a quello de' Franchi.La giurisdizione Torinese si estendeva sino al Monginevra ed al Moncenisio. Nel secolo decimo dell'era cristiana una famiglia, creduta d'origine francese, resse la Contea di Torino e la Marca d'Italia. Ultimo di questa famiglia fu Olderico Manfredi II, padre della celebre Contessa Adelaide, che sposò dopo il 1045 in terze nozze Oddone di Savoia, e lasciò quindi alla Real Casa lo splendido retaggio di questa fiorita parte d'Italia.V.I Conti di Savoia ebbero il loro seggio in Chambéry, e lo trasferirono a Torino nei giorni di Carlo I sul 1482. Nel secolo XVI la occuparono per quattro lustri i Francesi che la cinsero di fortini più ad offesa che a difesa. Ricuperata per la vittoria di San Quintino, sorse la memorabile cittadella, di cui il mastio si vede tuttavia presso la contrada della Cernaia.Mentre in Italia le fazioni cozzavano, le repubbliche divise e discordi perdevano le loro libertà, e invano i nostri pensatori e i ministri della carità cristiana coi poeti gridavano ai popoli irosipace,pace,pace; mentre infiacchite dalle civili discordiele italiche genti si assoggettavano a tiranni domestici e forastieri, i Principi Sabaudi, postisi a sentinella delle Alpi e col pensiero rivolto all'Italia, costanti nel proposito di restituirle il grado di nazione, coll'opera lenta ma ordinata di politico reggimento fondavano quel principato in cui doveansi maturare i nostri generosi destini.Destreggiandosi i Principi di Savoia fra prepotenti nazioni, videro necessario all'avvenire d'Italia un forte ed agguerrito esercito, e primi nella nostra Penisola, sbarazzatisi dell'incerto aiuto dei capitani di ventura, si crearono un esercito nazionale.La bravura militare accompagnò i nostri Principi ed estese il loro dominio. I due Amedei VII e VIII raccoglievano sotto il loro scettro proteggitore la contea di Nizza e quella di Ginevra. L'alleanza di Casa Savoia era cercata dai potenti d'Europa; ed i suoi Conti, poscia i suoi Duchi procedevano con passo sicuro ad accrescere la gloria del loro paese. La Casa di Savoia, mescolata ai politici rivolgimenti, che tennero per tanti anni divisa l'Europa, prese parte a tutte le guerre, crescendo sempre i suoi dominii, e conservando la sua indipendenza.Principi per virtù insigni e per civile sapienza, legislatori e guerrieri uscirono dalla nobile schiatta che la Provvidenza avea prescelto a propugnare l'italico riscatto.Il Conte Verde, colle sole sue forze approda alle sponde del Bosforo e libera dalle mani dei Bulgari l'imperatore di Bisanzio. Al Conte Verde succede non meno valente il Conte Rosso; Emanuele Filiberto, colosso di Casa Savoia, vincendo la titanica battaglia di S. Quintino, ristaura la fortuna della sua stirpe, e dopo gli studi della guerra inaugura quelli della pace, soldato e legislatore. Carlo Emanuele co' suoi cinque mila prodi dichiara guerra al Sovrano di tutte le Spagne; Vittorio Amedeo II col Principe Eugenio e con Pietro Micca, il Sansone di Andorno, fiacca le corna alla baldanza francese, e converte il seggio di Duca in seggio di Re. Carlo Emanuele III rovescia il nemico dal côlle dell'Assietta. Carlo Alberto rinunzia al trono, anzichè piegare al nordico vincitore di Novara; e Vittorio EmanueleII, vindice del Padre e dell'Italia, primo fra i prodi, caccia gli Austriaci da Palestro e guadagna con cinque assalti l'altura di S. Martino.Egli è vero che al cadere dell'andato secolo, per quella forza smisurata che scosse dai cardini l'antico edifizio europeo, Casa Savoia perdette il suo dominio in terraferma e solo regnò nell'isola di Sardegna; ma è vero altresì che nel 1815 ricuperò gli antichi possedimenti, che arricchì della Liguria; e che poi sostenuta eroicamente la iattura di Novara, e perdurando nel santo proposito della libertà e dell'indipendenza, venne in buon punto alla riscossa, e dopo celeri maravigliose vittorie, la causa sua fu quella d'Italia; sicchè per le annessioni spontanee della Toscana, dell'Emilia, dell'isola Sicula e del reame di Napoli, seguendo la battaglia di Castelfidardo ad unirvi l'Umbria e le Marche, Torino, già sede dei re Sabaudi, divenne sede al primo re dell'Italia redenta.VI.L'augusta città della Dora meritossi tanta gloria segnalandosi nelle guerre de' tempi antichi e de' moderni. E per vero fu maravigliosa Torino in due memorabili assedi de' secoli XVII e XVIII.Negli anni 1638 e 1639 nacque guerra per la reggenza degli Stati di Carlo Emanuele II affidata a Cristina di Francia, madre del Duca fanciullo, e contesa dai Principi Tommaso e Maurizio, i quali, cognati della donna e zii dell'infante, volevano entrare nella pubblica amministrazione per impedire che la Francia se ne impossessasse colle scaltrezze del superbo Cardinale di Richelieu. Questa discordia di famiglia fu accompagnata da invasione straniera. Un esercito francese sosteneva la Reggente, uno spagnuolo i Principi. Questi occuparono la città, i Francesi tennero la cittadella.Erano i Francesi capitanati dal conte di Harcourt, gli Spagnuoli dal marchese di Leganes, il quale, anzichè espugnare la cittadella di Torino, come il Principe Tommaso desiderava, distrasseparte del suo esercito, e lo condusse a Casale ch'era tenuta dai Francesi, e ben munita e guardata. Il 29 aprile 1640 fu data gran battaglia con rotta degli Spagnuoli.L'Harcourt, baldo della vittoria ottenuta in Casale, strinse d'assedio Torino, in cui s'era chiuso il valoroso Principe Tommaso, deliberato di difenderla sino agli estremi. L'accanimento de' soldati da ambe le parti fu smisurato e crudele. Ventinove sortite tentate e rintuzzate, assalti feroci, carnificine da ambe le parti. I contadini si levavano da ogni banda, ma indarno, contro ai Francesi; i cittadini difendevano in armi i loro bastioni e la indipendenza dello Stato.Alla fine il Principe Tommaso, mal sostenuto ed ingannato dal Leganes, dovette capitolare addì 29 settembre, e ad onorevoli condizioni si ritirò sulle rive della Dora Baltea in Ivrea, costretto a lasciar nel dolore e insanguinata la Dora Riparia. Madama Reale Cristina entrò in Torino vestita a corruccio, nè solo a rimpianto del perduto consorte, ma pure rammaricandosi d'una vittoria riportata nelle discordie fraterne sui torinesi cittadini; avvegnachè pacificatasi poi co' Principi cognati, anco da essi venisse riconosciuta Reggente.La bella Duchessa, libera dai travagli della guerra, spesso procurò sopire le cure di Stato sulla riva sinistra del Po, nel delizioso Castello del Valentino da lei fatto ricostruire fastosamente ed ornare secondo il gusto de' suoi tempi.Chi entra in quell'edificio, dopo averne letta l'accurata monografia[34]di Giovanni Vico, è tentato d'immaginarselo uno de' fatati castelli che celebrò la musa di messer Ludovico.Di rincontro al Valentino, su la riva opposta del fiume, le verdi colline coi giardini e le ville, e coi variati prospetti, ricordano i poggi beatissimi di Posilipo e di Mergellina, ed empiono l'animo di storiche rimembranze, da Carlomagno nella badia di Vezzolano a Silvio Pellico nella villa Barolo.Tutto ride e spira pace colà d'intorno; e lo stesso Eridano scorre pacifico, come placido lago, sotto i veroni del castello turrito, che fu stanza di amori e di ozi soavi: e coi balli, i caroselli e i tornei, onorò le feste nuziali de' nostri Principi.Mentre le sale del Castello echeggiavano di clamorosi tripudi, sulle acque del fiume furono veduti vivaci simulacri di fiorite isole allegrate di canti e allegoriche rappresentazioni; e in compagnia di molte navicelle adorne fu veduto il nostro Bucintoro, foggiato nel 1731 sul famoso di Venezia, passar fra gli evviva dei Subalpini, ricco d'intagli, dorature e simboliche immagini, leggiadro monumento dell'arte scultoria in legno.Nel castello del Valentino tutto è sorriso e pace: ma la duchessa Cristina nello splendore della bellezza e delle feste più volte sarà stata assalita dalle squallide memorie dell'assedio di Torino, opera del suo fratello e del Richelieu, ostili ai Principi di Savoia.Altro sanguinoso assedio ebbe a sostenere l'eroica Torino contro le ambizioni francesi, e fu il famosissimo del 1706, il quale fece persuaso l'orgoglioso Luigi XIV non poter sempre i grandi e forti riuscire a ciò che ingiustamente vorrebbero.Nella lunga e terribile guerra della successione di Spagna, Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia, accostossi alla lega de' potentati, che volevano porre sul trono spagnuolo un Principe austriaco, mentre Luigi XIV voleva stabilirvi il Duca d'Angiò, suo nipote. Dopo varie vicende la somma delle cose della guerra in Italia parve tutta restringersi intorno a Torino. Infatti quel superbo che soleva dire:Lo Stato sono io, deliberò di sbalzar di seggio Vittorio Amedeo, mandando poderosa oste a debellarne la metropoli.La notte del 2 di giugno 1706 le milizie nemiche superiori alle nostre per numero non per valore, e capitanate dal vanaglorioso La Feuillade aprirono la breccia, facendo prima interrogare Vittorio Amedeo dove avesse l'alloggiamento per risparmiarlo nelle ostilità. Il nostro Duca rispose: Il mio quartiere è sui bastioni della cittadella. Però uscì di Torino dopo di averla vettovagliata emunita coi propugnacoli dell'ingegnere Bertola; e volteggiandonella campagna, si diede con indicibile ardire a molestare qua e là gli assalitori. Il qual modo di offesa alla spicciolata fu la salute della città, perchè l'assedio si potè tirare in lungo tre mesi ed avere l'aspettato soccorso.Combattevasi a cielo aperto e nelle tentate viscere della terra, e il suolo fecondo di morte era ben disposto a sconvolgersi contro gli assediatori. L'ultimo giorno d'agosto, già i Francesi da Porta Susa mettevano piede in Torino, passando sotto le opere avanzate della cittadella, ma il sergente artigliere minatore Pietro Micca, di Sagliano d'Andorno, risolvette di far saltare in aria ponti e bastioni, e fatto allontanare un suo compagno tentennante, ch'ei dissepiù lungo d'un giorno senza pane, diè fuoco alla mina, che con orrendo fracasso e magnanimo disastro seppellì sotto le rovine lui e i nemici, entrati in quelle insidiose gallerie.Cinque giorni dopo, Maria Bricca coglieva all'impensata e faceva prigioni i nemici in Pianezza; e l'otto di settembre l'ardimentoso Principe Eugenio, giunto in buon tempo, saliva con Vittorio Amedeo da Chieri a Superga e dirigeva quella battaglia decisiva che fu detta di Torino, la quale toglieva l'alta Italia ai Francesi, dava gloria al Piemonte, e rassodava in soglio la Sabauda dinastia, i cui signori di Conti e Duchi, pel trattato d'Utrecht diventarono Re.Chi mai potrebbe adeguatamente descrivere gli atti del valore subalpino in quel famoso assedio? Anco i fanciulli lavoravano ne' sotterranei, è le donne anch'esse, giovani e adulte, matrone e popolane, non atterrite dallo scoppio delle mine, dal tonare delle artiglierie e dalla pioggia fiammante delle bombe, fra i cadaveri e le macerie, accorrevano, italiche amazzoni, trasportando tavole, vinchi, fascine e masserizie d'ogni maniera, dove più fiero era il pericolo, nei luoghi infestati dalle batterie nemiche.Le chiese sonavano di preci; i sacerdoti benedicevano i martiri della patria; i Principi Sabaudi e i Piemontesi, pigliando in gloria i patimenti, onoravano il loro secolo e ilnome italiano; imperocchè l'augusta città della Dora erasi fatta un quartier militare e tutto il popolo un esercito combattente per la indipendenza e l'onore dello Stato.Torino è dunque giustamente ammirata per le virtù guerresche, e n'è costante maestra nelle sue massiccie caserme, nelle famose scuole d'artiglieria, e nella celebre Accademia militare, che diede al Piemonte i più grandi ufficiali del Genio, e che da ora in poi li darà al Regno d'Italia. Inoltre ci ammaestra coi preziosi documenti di valore raccolti nel Museo d'artiglieria, diretto dal capitano Angelo Angelucci da Todi, accurato e vivace scrittore di archeologia militare; e con quelli dell'Armeria Reale, splendido subbietto a' miei versi.VII.Pubblica Istruzione.L'arte militare non fu solitaria appiè dell'Alpi, ma crebbe accompagnata dalle altre virtù, che ci resero degni del libero Statuto datoci nel 1848 da Re Carlo Alberto, atti a gelosamente conservarlo, come la più bella ed efficace instituzione dello Stato, e fondamento vitale della rinnovata Italia.I Governi rappresentativi ne' popoli si svolgono con serena prosperità, se hanno a subbietto una coltura austera e progredita come quella de' Subalpini.Il principale santuario delle scienze in Piemonte è la R. Università degli studi, massimo ornamento alla via di Po.Ludovico di Savoia, Principe di Acaia e del Piemonte, la fondava nel 1405 per compiacere ai professori di Pavia e di Piacenza fuggenti la Lombardia contristata da vicende politiche dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti. Per tal guisa nel secolo XV i Principi di Savoia accoglievano ospitalmente la Scienza profuga dalle città lombarde, come ai tempi nostri accolsero nel Piemonte la Libertà esulante dalle altre provincie italiane.La Università di Torino fu onorata di privilegi da Papi, enel 1412 da Sigismondo imperadore: fu affidata nel 1424 da Amedeo VIII ad uno speciale Consiglio, che di poi prese il nome di Eccellentissimo Magistrato della Riforma, con ottime leggi condotto dal Duca Emanuele Filiberto e dal Re Vittorio Amedeo II.Spesso i trasferimenti nuocono a ben fondate instituzioni, onde anco i buoni studi soffersero, quando la Università per traversìe dello Stato dovette abbandonare il luogo natìo e migrare in Chieri e Savigliano. Ma tornata in questo suolo tanto acconcio a dare stabilità alle utili discipline, andò aumentando di sapienti professori e di scolari, che qui convenivano da lontane regioni.Da Vittorio Amedeo II la R. Università ebbe il maestoso edificio, che ora occupa, compiuto nel 1719. Le statue in marmo del munificente Re e del suo erede, opera dei fratelli Collini, sorgono entro due nicchie nel portico del cortile, che può dirsi museo archeologico.Il Supremo Magistrato della Riforma è sapiente instituzione, che nel suo stesso nome allude al costante ed ordinato progresso delle scienze, e fu grandemente ammirata al sorgere di questo secolo dall'imperiale Legislatore di Francia.Ambrogio Rendu, l'illustre padre di Eugenio, dell'insigne amico d'Italia nostra, nella compilazione ch'ei fece, come segretario, degli atti fondamentali della Università imperiale di Parigi, disse:«Il Bonaparte passava per Torino. Un giorno, mentre percorreva il palazzo della Università, si fece recare gli Statuti che la reggevano. Ne traluceva qualche cosa di grande e robusto che lo colpì. La grave autorità che sotto nome di Magistrato della Riforma reggeva il corpo insegnante; questo corpo medesimo, unito per mezzo di dottrine comuni e liberamente sommesso a doveri puramente civili che lo consecravano all'istruzione della gioventù come ad uno dei più importanti uffici dello Stato; nobile confidenza del potere sovrano, che concedeva al Consiglio incaricato della direzione generale un diritto permanente d'interna legislazione e di continuato perfezionamento educativo; quest'ordine stabilito sulla base imperitura della fede cristiana; tutto questo sommamente gli piacque e ne serbò ricordanza trai più strepitosi trionfi. Ricco di glorie militari, sollecito delle generazioni future, fondata solidamente l'amministrazione civile, rialzati gli altari, promulgato il Codice Napoleone, sostituiti i Licei alle scuole o accademie centrali, dopo aver rigenerato le scuole di medicina, creato quelle di diritto, volle stabilire anco per la Francia un sistema compiuto d'istruzione e di educazione pubblica. Ricordevole dell'Università di Torino, ne aggrandì l'idea, come tutto ciò che il grande Capitano toccava, alla stregua del suo impero e del suo genio: creò l'Università imperiale».Il che venne eloquentemente confermato dal celebre naturalista Cuvier, quando nel 9 aprile 1810 parlando ai Professori adunati nella grand'Aula del nostro Ateneo, dopo aver accennato agli illustri uomini che in esso eran fioriti, entrò a ragionare delle Costituzioni che lo governavano, e disse:«Il vostro Ateneo dee tornare a gran vanto della Università imperiale, anche sott'altro riguardo; perchè da esso l'Imperatore pigliò norma ed impulso alla sua stupenda rigenerazione degli studi».La nostra Università, sì giustamente celebrata, crebbe di gloria ampliandosi nell'insegnamento, e sempre più arricchendosi di gabinetti scientifici[35]e di maestri insigni. Oggi è governata dalle leggi del 13 novembre 1859 e del 31 luglio 1862, e dai Regolamenti approvati coi RR. Decreti del 14 settembre e 5 ottobre 1862. Vi s'insegnano teologia, giurisprudenza, medicina,lettere, filosofia, scienze fisiche e matematiche con cinquanta professori ordinarii, diciannove straordinari o incaricati, ventotto professori onorari ed emeriti, e con centotrentuno dottori collegiati. Nel Borgo San Salvario, non ha guari, si assegnò un caseggiato alla Scuola Veterinaria, e la Scuola di applicazione per gli ingegneri, felice creazione della legge Casati (13 novembre 1859), fu aperta nel Castello del Valentino, dove la severa Matematica vien rallegrata dal verde dei giardini circostanti, dal mormorio delle acque cadenti e dalle festose memorie del sito.Lungo sarebbe, tacendo pure de' non pochi viventi, il ricordare gli uomini illustri che professarono nell'Ateneo torinese. Fra i tanti amo ripetere i venerati nomi di Balbo, Germonio, Cuiaccio, Tesauro, Gerdil, Cigna, Donati, Allioni, G. B. Beccaria, Balbis, Buniva, Caluso, Bonelli, Boucheron, Géné, Martini, Biamonti, Dettori, Giulio, Paravia, Piria, Riberi, Plana!Mi piace osservare che i Reali di Savoia, larghi negli stipendi, chiamarono all'insegnamento non solo uomini illustri de' loro Stati, ma di tutta Italia, preparando così col mezzo della scienza l'unione politica della nazione.Olimpico spettacolo è l'accorrere continuo di scolari ed uditori in gran numero alle lezioni universitarie, e torna grata la frequenza de' lettori nella Biblioteca dell'Ateneo ricca di 230,000 volumi, di quattromila e più codici manoscritti, e di oltre a cinque mila stampe. La Biblioteca è aperta a letture diurne e serali, ed ha la frequenza media giornaliera di novecento lettori nell'inverno e nella primavera, di tre a quattrocento nell'estate e nell'autunno.Presiede alla Biblioteca il comm. Gaspare Gorresio, colui che agevolato da Re Carlo Alberto negli studi del Sanscrito in Parigi, primo in Europa, pubblicò, tradotto italianamente, ilRamaiana, poema indiano, e ne associò alle lingue ed alle idee dei popoli del Gange, ai quali più strettamente ci unirà l'ardito francese, Ferdinando Lesseps, col taglio dell'Istmo di Suez. Così un latino della Dora ed uno della Senna lavorarono egregiamente ad avvicinare in bel consorzio Asia ed Europa!Torino vanta altre copiose ed importanti biblioteche: quella del Re con 40,000 volumi e 2,000 manoscritti: quella della Reale Accademia delle Scienze con 40,000 volumi: quella dell'Accademia medico-chirurgica con 12,000 volumi, e la biblioteca dell'Archivio centrale con volumi 7,730, tra i quali oltre a 600 di edizioni del secolo XV e parecchi preziosi manoscritti: e la biblioteca centrale militare ricca di 21,000 volumi di opere militari, scientifiche e storiche; e quella del Duca di Genova, ricca d'opere e di manoscritti d'arte militare, legati dal dotto cav. Cesare di Saluzzo, educatore dei figliuoli di Carlo Alberto.Dicesi che di queste sei biblioteche vogliasi fare una sola da essere ordinata nelle sale del Palazzo Madama, a pubblica utilità. Se questa idea ha effetto, nel centro della città, la gioventù subalpina, in ogni tempo studiosissima, troverebbe nuovi agi a coltivare le scienze, le lettere e le arti.Basti ricordare che tre giovani fondarono in Torino l'Accademia delle Scienze, come alcuni giovani quella di Bologna.Francesco Maria Zanotti, scrivendo l'elogio di Eustachio Manfredi, narra che quel famoso matematico ed astronomo, essendo ancor giovinetto, in Bologna sua patria applicatosi alla filosofia, raccoglieva in casa sua molti suoi colleghi per provarsi nell'arte del dire; e che da siffatti domestici esperimenti ebbe origine quella illustre Accademia delle Scienze. E addì 31 ottobre 1833, la nostra R. Accademia delle Scienze celebrando la ricorrenza del cinquantesimo anno della sua fondazione, il venerando conte Prospero Balbo, che la presiedeva, ricordando gli esordi di così nobile instituzione, nel suo discorso disse: «Un giovane uffiziale, il cavaliere poi conte di Saluzzo, un altro giovine, già con maraviglioso esempio professore in quelle scuole (dell'Università), il Lagrangia; un giovane dottor di medicina, il Cigna, ne furono arditamente i primi fondatori».Gli esempi de' giovani preclari di Torino, non dissimili da quelli della dotta Bologna, trovino ai dì nostri frequenza d'imitatori! E mai non mancherà sulle rive della Dora, ove oltre la Universitàe l'Accademia delle Scienze, molti sono gl'instituti aperti al progresso d'ogni sapere.Torino vanta l'Accademia Reale medico-chirurgicache si governa col regolamento organico del 18 novembre 1850; laDeputazione di Storia patriacreata da Carlo Alberto nel 1833 per tutte le antiche provincie, ora estesane l'azione anche alla Lombardia, e presieduta da S. E. il conte Federico Sclopis, diede ricca serie di storiche pubblicazioni; laSocietà di Farmaciafondata nel 1852 coll'intendimento di promuovere l'avanzamento della scienza, e sostenere il decoro e la dignità dell'arte; l'Associazione medica, già creata nell'êra costituzionale, e poi estesa dopo il 1859 anche a molte provincie italiane; la Società Agraria instituita nel 1785, alla quale diede non poco lustro il novarese Rocco Ragazzoni. Inoltre Torino vanta il Collegio Carlo Alberto, che ha ben 140 posti gratuiti per giovani addetti a studi universitari, e il Collegio Caccia, licei, ginnasi, e scuole tecniche del Governo e di privati, scuole diurne e serali, ed instituti femminili; e l'Instituto tecnico, fiancheggiato dal nascente Museo industriale, e aggrandito da una scuola normale diretta a preparar maestri per le scuole professionali, testè inaugurato dal Torelli, ministro di Agricoltura e Commercio; e il R. Albergo di Virtù, che sino dal secolo XVI, per generoso provvedimento dei Principi Sabaudi, educa i figli dell'operaio nelle arti e nei mestieri, e che dovrebbe essere al popolo il più utile esemplare di scuole tecniche. Insomma Torino vanta un campo vastissimo, ove dotti maestri con zelo religioso coltivano gli allori delle future generazioni.Io non entro a discutere intorno ai metodi d'insegnamento usati oggidì nelle scuole superiori e nelle mezzane. Il desiderio di diffondere e accelerare il trionfo della civiltà fece sì, che si moltiplicassero le discipline e i programmi della pubblica istruzione. Dopo fattone sperimento, deggio dire, che non di rado gl'insegnanti mi parvero ridotti alla condizione di coloni obbligati a coltivare ad un tempo e nel medesimo terreno alberi fruttiferi di ogni qualità, la pianticella del cotone e quella del lino insiemecol gelso, la dolce canna dello zucchero e la tenera pianta del zafferano, il frumento e il grano turco, senza disgiungere la pastorizia da questo complesso di seminati e di pometi.Fra tanta baraonda di sistemi si troverà il più conveniente a coltivare colla debita misura le menti de' giovani ed avviarle alla meta desiderata.In quanto alla parte educativa v'ha parecchi pregevoli collegi e convitti. Degno di particolar menzione è l'Istituto Paterno, il quale sorse su le rovine d'un collegio già diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, e chiuso per cause abbastanza note. Il nuovo Istituto nel 1863 fu aperto nella via delle Rosine da una Società di padri di famiglia. Ne fu affidata la direzione al cavaliere prof. Giovanni Lanza, che lo governa con molto senno, ben altrimenti da coloro che nella educazione separano gli alunni dalla casa paterna. Egli vuole, che nell'Istituto la Scuola e la Famiglia siano in continua corrispondenza; vuole che i padri si facciano guida e custodia de' proprii figli, coadiuvando e facendosi essi medesimi gl'ispettori e consiglieri. La scuola piglia lena e conforto dalla cooperazione della famiglia, e a vicenda si sorreggono e si aiutano.Questo sapiente disegno incontrò favore universale; e trecento vispi giovanetti crescono in lieto consorzio nel floridissimo Istituto.Chi amasse un'accurata relazione delle scuole di Torino, legga il bel libro[36]del cav. Baricco, sacerdote che dice ed opera assai a benefizio dell'istruzione popolare.VIII.L'insegnamento universitario e le accademie sono lustro antico delle principali città d'Italia. Ma negli atenei e nelle accademie la scienza rimane come infeudata a beneficare soltanto le classi superiori della civile compagnia. La scienza, sole delle menti,deve essere universale come la luce, e la tenebrosa ignoranza dovrà snidarsi dalle officine degli operai, nè più essere sciagurato retaggio del colono, che per noi dissoda la terra.A tale scopo la moderna civiltà diede largo impulso all'istruzione popolare. Già Vittorino da Feltre, Guarino il Veronese, Enea Silvio Piccolomini, il Casalanzio e l'Emiliani aveano in Italia sperimentato le scuole del popolo. Succedettero nell'arduo aringo altri valenti uomini nostri e stranieri. I nomi del Loke, del Rollin, del Girard, del Pestalozzi, dell'astigiano Goltieri, del Milde saranno sempre benedetti dagli educatori del popolo; nè meno di quelli saranno benedetti Raffaele Lambruschini e Nicolò Tommaseo, che tanta virtù infusero cogli stupendi loro scritti nei metodi dell'insegnamento.Le dottrine sparse in que' libri trovarono in Torino campo acconcio a radicarsi e fruttificare, coltivate da maestri valorosi. Il popolo si mostrò disposto a riceverle, imperocchè qui era viva la memoria del sacerdote Ghetto, che nel mezzo del secolo passato sotto i portici e nei chiostri della piazza di S. Carlo, e nella chiesa del monastero di santa Pelagia, radunava nei giorni festivi i fanciulli da lui incontrati nelle vie per catechizzarli. Qui era viva la memoria del sacerdote Giulio Sineo, che ad esempio dell'evangelico Ghetto, ed a continuazione dell'opera di lui, sul principio di questo secolo catechizzava nella chiesa di santa Pelagia in idioma piemontese, e con tale eloquenza, che ad ascoltarlo non soltanto i mendici e gl'idioti accorrevano, ma eziandio i ricchi e i dotti. Era viva la memoria del canonico Clemente Pino, che, un anno dopo la compianta morte del Sineo, nel 1831 apriva nelle sue stanze laSocietà letteraria, che sì vivamente giovò a diffondere ne' giovani il culto de' buoni studi e delle virtù civili.Ora ci piace ricordare Vincenzo Troya, Lorenzo Valerio, Antonio Rayneri, Domenico Berti, e non pochi altri, pei quali dapprima le scuole di metodo qui lodatamente crebbero e s'ampliarono. Nella Università fu creata una cattedra di pedagogica ora occupata dal cav. Antonio Rayneri, che ne fece studiospeciale, come si argomenta da' suoi eccellenti cinque libri dellaPedagogica; e furono create scuole normali, da cui escono i maestri e le maestre, che deggiono distribuire il pane dell'istruzione elementare in ogni angolo dello Stato. In questi provvedimenti molto fecero in Torino il Governo, il Municipio e i cittadini[37].Ma a dir vero, il beneficio delle scuole di metodo andò scemando, perchè sorsero fazioni a screditare la savia instituzione, e più ancora perchè non pochi usciti da quelle scuole lasciarono le orme degli insigni maestri di pedagogia, facendosi autori di trattatelli e di sistemi, che intenebrano gl'ingegni de' giovanetti.Deploro il caos degl'incomposti rudimenti nelle scuole dell'adolescenza, e vado a salutare la luce serena nelle scuole dell'infanzia.IX.Scuole Infantili.Chi di noi non ricorda Ferrante Aporti di Cremona, che fra le fatiche evangeliche e gli studi severi della storia, propugnandoogni maniera di educazione popolare, fu meritamente salutato padre degli asili infantili? Il marchese Tancredi Falletti di Barolo in Torino, primo in Piemonte, fondò asili per l'infanzia, ma non avrebbe bastato a propagarne il culto e il benefizio, senza la voce eloquente e l'opera autorevole dell'Aporti.Egli in Italia si fece apostolo della pietosa instituzione, e nel 1839 secondo i suoi metodi creavasi in Torino da egregi cittadini la Società delle scuole infantili autorizzata dal Governo. Questa Società provvede ottimamente a sette asili d'infanzia mantenuti dalla carità pubblica.Altri furono aperti, perchè qui le buone instituzioni progredirono sempre con rara felicità, sicchè i bimbi dell'artigiano e dell'indigente sono largamente beneficati.Il cremonese promotore degli asili vide che, a far sempre più prosperare la sua diletta instituzione, il popolo prendeva dalla Reggia utili esempi di carità cristiana, e, provando una gioia ineffabile, nel 1853 esclamava sulle rive della Dora.«Sia gloria al magnanimo Re Carlo Alberto, che le instituzioni infantili incoraggiò ne' primi promotori, gloria alla Regina sua augusta consorte, che ne seguì l'esempio, gloria al Re Vittorio Emanuele, che emulando la paterna generosità, conserva quanto egli fondò, e cogli onori conferiti, indicò luminosamente quanto ami ed apprezzi questa maniera di beneficenza educatrice. Sia gratitudine e riverenza all'augusta Maria Adelaide, che da Regina protegge di affetto efficace codeste instituzioni, che proteggeva da principessa[38]».L'esultanza dell'Aporti era il tripudio degli Apostoli di Cristo nel trionfo della fede e della carità. Veramente ogni anima pia si sente commossa visitando il regale asilo de' fanciulli eretto dalle Regine Maria Teresa e Maria Adelaide, ora sovranamente mantenuto dal nostro augusto Re, e con ogni sollecitudine vegliato dal R. Elemosiniere, il teologo cav. Antonio Pavarino, eda cinque Suore di S. Giuseppe di Pinerolo. L'Asilo è situato sotto il tetto dell'istessa Reggia; ed io lo visitai mentre i trecento bimbi ivi protetti, levando le manine, cantavano in versi una preghiera, con cui riconoscenti invocano la benedizione del Cielo sulla Real Famiglia. La preghiera degl'innocenti, portata dagli angeli in cielo, sia accolta dal Dio delle misericordie, e sarà benedizione a tutta Italia!Visitai eziandio più volte la scuola infantile per gli agiati nella via dell'Ospedale. La fondò lo stesso Aporti, e il conte Carlo Boncompagni continua prosperamente la pia opera, giovando agli agiati ed ai poveri, perchè ogni somma eccedente le spese per quella scuola vien data a beneficio degli Asili aperti agli indigenti.Visitai pure nella via Oporto l'asilo aperto dalla liberalità del conte Camillo Benso di Cavour. Solerte direttore di quell'instituto è il teologo Pagnone, che in funebre discorso saviamente ne ricordava il benefattore, dicendo: «Una prova che la Provvidenza protegge e sospinge l'opera nostra, si è che le procaccia larghe beneficenze di insigni benefattori. Il conte Camillo di Cavour che desiderò nuove glorie alla Dinastia regnante, non trascurò i tapinelli; ei che mirò a far grande l'Italia, non obbliò i minimi fra i Piemontesi: oltre la tenera pietà che ne sentiva, ben sapeva che il risorgimento di una nazione non è mai stabile e sicuro, ove le masse popolari non siano sufficientemente educate. Quindi egli in vita fu promotore ardente, anzi confondatore de' nostri Asili, e morendo li dotava di una parte delle sue sostanze, che, raddoppiata ancora dal nipote, varrà da sè sola a creare un novello asilo. Questa generosa emulazione fra un testatore e il suo erede, questa nobilissima gara di chi muore e di chi sopravvive è di memorabile esempio, degnissimo di venire dai doviziosi cittadini imitato[39]».Sia benedetta sempre la instituzione degli Asili infantili! Inquesto secolo di continue riforme non osi alcuno snaturarla colla smania di migliorare. Ai parvoli negli Asili voglionsi le cure di madre amorevole, non i precetti di faticosa institutrice.I bimbi abbisognano di affetto più che di studio, di armonie più che di discorsi, come gli usignoletti che ne' loro nidi imparano ad aprire le alucce al primo volo fra il mormorio dei zeffiri e l'olezzo delle rose.Insomma gli Asili infantili, più che scuole d'istruzione popolare, deggiono essere santuari di carità cristiana.X.Niccolò Tommaseo scriveva: «I suoi civili vantaggi deve il Piemonte ai morali suoi pregi; dico, l'austero costume, l'operosità nelle industrie e nelle armi, la riverenza spontanea all'autorità, il docile attento riguardo a ogni luce di bene e di bello da qual mai parte venisse, il culto delle tradizioni, l'esercizio della fede religiosa massimamente nelle opere di carità. Sebbene le città italiane siano più o meno di carità monumenti, e quasi templi edificati a quel Dio ch'è amore; Torino in mezzo a tante grandezze di beneficenza non per tanto grandeggia; e con nuove istituzioni simili corona le antiche, anche in questo più vivamente antica delle altre sorelle, e più veramente moderna[40]». Queste solenni parole io vado ripetendo mentre ricordo le pie instituzioni di Torino. La più grande a quest'uopo ebbe principio ed ordinamento da Carlo Emanuele il Grande e da Vittorio Amedeo II, denominandosi l'Ospizio di Carità. Con esso, con altri somiglianti fondati nelle principali città dello Stato, e colle Congregazioni di Carità estese per tutti i minori paesi, in guisa che nessuno ne fosse privo, intendevasi a sbandire la mendicità vagabonda. Rimangono gli statuti e parte dei loro beneficii, ma l'opera de' fondatori fu monca; onde J. Bernardidisse: «L'opera dei due Principi, incominciata in Piemonte sul principio del secolo decimottavo e intesa a sbandire la mendicità da tutto lo Stato, per isvilupparsi e giugnere al suo maggiore perfezionamento, dovea tener fisso e inalterabile il fine, e giovarsi della esperienza continuata ed intelligente per conseguirla: lo che per colpa dei tempi e talvolta anche degli uomini, che dimenticano ogni passato per far tutto da sè, non accadde[41]».Oltre il R. Spedale di Carità, Torino ha lo Spedale maggiore di S. Giovanni; quello de' Santi Maurizio e Lazzaro; il Militare divisionario; quello di S. Luigi; il Regio Manicomio; la Compagnia di S. Paolo, che regge le case di educazione femminile del Soccorso e del Deposito, ed il Monte di Pietà: l'Istituto Pio, che soccorre a domicilio i poveri infermi; il Dispensario Oftalmico; lo Spedale della Maternità; la Compagnia delle puerpere; l'Ergastolo; il Ricovero di Mendicità; il Ritiro delle Rosine; l'Istituto della Provvidenza; il Conservatorio delle Sapelline; il Ricetto delle povere orfane; il Ritiro delle figlie dei militari; l'Opera della Mendicità istruita; l'Opera Pia del Rifugio; l'Ospizio de' Catecumeni; il Regio Convitto delle Vedove Nobili; la Compagnia della Misericordia che assiste ai carcerati; la Regia Scuola normale dei Sordo-muti; la Casa di Sant'Anna presso la Consolata; il Regio Stabilimento Ortopedico; l'Istituto di Santa Zita e l'Asilo dei lattanti. Questi istituti insieme considerati hanno il doppio merito di alleviare i dolori della vita e di educare, ed onorano il cuore benefico del popolo Subalpino e de' suoi Principi.XI.Il Canonico Giuseppe Cottolengo.Il più maraviglioso degli instituti di carità è in Borgo Dora, laPiccola Casa della Divina Provvidenza, che si può definire colleparole del Baricco,il compendio di tutte le umane miserie ed il trionfo della cristiana beneficenza[42].Fondatore ne fu il canonico Giuseppe Cottolengo da Chieri. Egli eresse una casa, nella quale, ripeteremo volentieri con Defendente Sacchi,come nelPanteondegli antichi stavano le immagini di tutti gli Dei, sono eretti tutti gl'instituti di beneficenza.Giova ricordare l'origine dellaPiccola Casa. Una povera donna straniera, da Milano moveva per Lione col marito e tre figliuoli; e passando per Torino, nel due settembre 1827, infermò nell'albergo dellaDogana Vecchia. Fu portata qua e là per ricoverarla in qualche spedale, ma priva de' titoli richiesti non fu accolta, onde, travagliata dai disagi del trasporto, presto morì la infelice in quell'albergo fra le smanie della famiglia desolata.A spettacolo sì compassionevole trovossi presente il canonico Cottolengo, che di conforti religiosi avea soccorso la inferma straniera nelle ultime ore di vita. Egli, adempiuto l'ufficio di sacerdote e rattristato del caso doloroso, andò a conferire colla Congregazione delCorpus Domini, di cui era socio, intorno alla deliberazione da lui presa di preparare un ricovero ai miseri abbandonati per le vie, ed agli infelici privi di aiuto, come la inferma straniera dellaDogana Vecchia.La Congregazione lodò ed agevolò la pia proposta, onde il Cottolengo, semplice e retto di cuore, innamorato del maggior bene degli uomini, e fidente nella suprema Provvidenza, cominciò l'opera benefica nel 1828 da una piccola infermeria, aperta nella casa dellaVolta rossa. La infermeria, nel 1831, da lui trasferita, dove ora si trova, nella regione di Valdocco, fu il fondamento allaPiccola Casa della Divina Provvidenza sotto gli auspìci di San Vincenzo de' Paoli.Non è più piccola ma vasta casa di carità quella del Cottolengo, che accoglie poveri di ogni condizione e d'ogni età, dal bambino al decrepito, dal sano all'incurabile. Ma come il Cottolengoprocacciò i mezzi a mantenere dodici istituzioni da lui fondate e insieme congiunte? Come potè creare spedali, farmacie, scuole, asili d'infanzia ed officine di arti e mestieri per una famiglia di duemila e più poveri?Sua ricchezza e possanza fu la fede nella divina Provvidenza, la fede viva, colla quale Pietro l'Eremita predicò le Crociate, la fede accompagnata dalle opere, senza cui sarebbe inutile; perciò in uno dei cortili della Piccola Casa, sulla parete di rincontro alla statua di San Vincenzo de' Paoli, leggesi:Fides sine operibus mortua est.Il fondatore della Piccola Casa morì nell'aprile del 1842 e Monsignor Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, che ne dettò con sacra facondia l'Elogio storico[43], pubblicandolo, giustamente lo intitolava al canonico Luigi Anglesio, che al fondatore succedette nelle virtù e nella direzione dell'Opera benedetta.Visitando laPiccola Casaandai ad inchinarmi alla tomba del Cottolengo. Egli è sepolto, come desiderò, sotto l'altare di Maria Vergine, innanzi a cui, fra cento e cento quadretti in cui sono effigiati i tanti santuari di Maria sparsi pel mondo, il piissimo uomo soleva prostrarsi ed invocare a pro degli infelici la celeste misericordia. Egli riposa nella casa da lui edificata, tra i poveri da lui protetti, come padre fra' diletti figliuoli.In Londra Cristoforo Wren è sepolto nella Basilica di San Paolo da lui architettata. In Malta l'armigero pittore delle Calabrie, Mattia Preti, dorme fra i sepolcri della soglia blasonica nella cavalleresca chiesa di S. Giovanni, da lui dipinta. In Catania nel monastero dei PP. Benedettini il celebre organo versa le armonie sulla tomba del suo autore. In Stresa il sodalizio della Carità inneggia sulle ceneri del suo fondatore, Antonio Rosmini; e così pure al sepolcro del Cottolengo è monumento la sua stessa opera, la Piccola Casa della divina Provvidenza.Sulle sue ceneri suona la perenne preghiera di due mila poveri, mentre in Roma si tratta la causa della beatificazione di lui.Gli uomini, come il Cottolengo, sono santi in tutte le religioni, e li canonizza l'umanità riconoscente.XII.La Dora è dunque prodigiosa per instituti d'istruzione popolare e di beneficenza.Con tali considerazioni errando per le frequentate vie di Po e Doragrossa, e traversando dall'uno all'altro quartiere, presso i palazzi, i teatri e le chiese, e fra i magazzini sfavillanti di sete e gemme, è dolce incontrare in ogni parte scuole, spedali ed asili.Mentre l'insegnamento e la carità assicurano la civiltà presente e futura, le industrie sotto i portici, nelle piazze e nei tre edificii testè eretti ai mercati, coll'assiduo lavoro alimentano i traffichi e soccorrono ai bisogni della vita. Qui però si ode il romore delle fucine, il cigolìo dei carri e lo scalpitìo de' cavalli, non lo schiamazzare della gente meridionale. Il commercio opera fra noi austero ed onesto con voce sommessa, come lo trovai nei popolati bazari di Giannina appiè del Pindo. Nella città dell'Epiro il silenzio de' mercati mi dava l'idea d'un popolo ancora atterrito dalle memorie del tiranno di Tepelleni. Invece nelle simmetriche e libere vie di Torino il silenzio è l'espressione d'un popolo che fa più che non dice, e ordinatamente.Così Torino potè sempre più crescere di fama, di abitanti e di ampiezza. Il Cibrario, nellaEconomia politica del Medio Evo d'Italia, dice che Torino nel 1377 aveva 700 fuochi, rappresentanti 4,200 individui. Il Bottero in sul tramonto del secoloXVInon assegnava a Torino che 17,000 abitanti, i quali per la pestilenza del 1630 si ridussero a 12,000, come lasciò scritto il protomedico Fiochetta. Il conte Prospero Balbo, nel 1831, pubblicò una Tavola autentica del progresso della popolazione di Torino nel secoloXVIII, dalla quale risulta che nel 1706 Torino contava41,822 abitanti dentro città; nel 1727 ne aveva 64,803 co' borghi e il territorio; nel 1760—79,588; nel 1786—89,752; nel 1796—93,076, e nel 1799 solamente 80,752. Da quel tempo ad oggi la popolazione di Torino giunse a 160.000, poi a 180,000, e non ha guari a 200,000 e più abitanti.Quando Torino era colonia romana, la sua forma era quadrata, come il vallo d'un accampamento, poi fu accresciuta ad occidente dell'isolato di S. Dalmazzo, del Monastero di Santa Chiara, di Piazza Paesana o Susina e del recinto spazioso della Consolata. Tal era all'entrare del secolo X, quando le mura della città vedevansi munite di spesse torri, e quando le girava tutto all'intorno una comoda galleria, sopra la quale ergevansi opere di difesa. Il matematico Niccolò Tartaglia, bresciano, lasciò scritto che i lati nord e sud delle mura di Torino correvano lo spazio di 360 passi, e gli altri due un po' meno: sicchè la forma quadrilunga della città era di circa 1400 passi di giro, cioè un miglio italiano e 100 passi geometrici. Dalla metà del secolo XVI in cui il Tartaglia verificava questa misura, fino al giorno d'oggi, s'andò la città mano mano ampliando, sicchè il suo perimetro dentro la strada di circonvallazione è di metri 7,750, cioè 4 miglia geografiche abbondanti, e, compresi i due borghi di Po e di Dora, 11,450 metri, cioè un po' più di 6 miglia. Tal era l'area di Torino nel 1840. Oggi è d'assai aumentata per gli altri borghi di S. Salvatore o Salvario, di S. Donato, di Vanchiglia e di Valdocco. Del nuovo non occorre parola; perchè essendo sorto fra la via arborata di circonvallazione (a guardatura di mezzodì) e quella dello Spedale, dove erano informi prati e vecchie cascine, non ha fatto che vestir di fabbriche grandiose una superficie entro città; sicchè, a rigore, l'appellativo di Borgo non gli si addirebbe.Il Municipio torinese nobilitò non poche delle antiche vie, mutando i vecchi nomi con altri illustri; e appellò le nuove da grandi uomini piemontesi e da grandi fatti sabaudi. Onde leggiamo i nomi di Lagrangia, Andrea Doria, Carlo Alberto, dove erano i Conciatori, i Carrozzai, la Madonna degli Angeli; Botterodov'era il Fieno; l'Accademia Albertina dov'era l'Arco e la Posta. Così la via de' Macelli ha ceduto il nome a quello dei Barolo; e l'Arcivescovato fece luogo a Cavour; la Barra di ferro a Bertola, i Guardinfanti a Barbaroux, le Quattro Pietre a Porta Palatina. Oggi il Cannon d'Oro è Montebello; piazza Susina o Paesana è Piazza Savoia; quella della legna si è convertita in Solferino. E diverse antiche stradicciuole si fregiano adesso de' bei nomi di Virginio, Vasco, Giulio, Siccardi, Assarotti, Perrone, Bava, Torquato Tasso! Senza dire di strade nuove, che si appellano da San Pio V, Berthollet, Baretti, Tesauro, Botta, Alberto Nota, Principe Tommaso, Gioberti, Silvio Pellico, Massena, Galliari, Assarotti, Manzoni! E Legnano, S. Quintino, l'Assietta, Goito, la Cernaia, non risveglian esse gloriose memorie?—Tanto deliberò il Consiglio municipale di Torino nella sua seduta del 19 giugno 1860; tanto eseguì senza indugio.Le grandi piazze, per le quali è così segnalata la città di Torino, sono denominate da Carlo Felice, da S. Carlo, dal Castello, da Vittorio Emanuele I, da Emanuele Filiberto e da Carlo Emanuele II. Le mezzane, da Carlo Alberto, dal palazzo Carignano, dallo Statuto, dal palazzo Reale, da quello di Città, dal saluzzese Bodoni. Le minori sono appellate da Cavour, da Maria Teresa, da Bonelli, da S. Quintino, e dalle chiese delCorpus Dominie di S. Giovanni.Torino è partita in quattro sezioni: delPoa levante, delMonvisoa mezzodì, delMoncenisioa ponente e dellaDoraa tramontana. Da due monti e due fiumi hanno preso gli auspìci le quattro sezioni della città.Il Po ad oriente la viene lambendo: quel Po che, al dire del Marini,«. . . Accolto in cristallina cunaPria pargoleggia, indi s'avanza e cresce,E tante forze in breve spazio aduna,Che sdegna il letto, odia i ripari e n'esce».XIII.La Dora è il caro fiume di Val di Susa, del quale ho seguito il corso dalle fonti alla foce.La Dora Riparia, che si versa in Po presso Torino, diede il nome alla quarta sezione della città, e rammenta come da lunga stagione fosser riposte le speranze d'Italia nella sua metropoli e ne' suoi magnanimi Sovrani. Infatti cinque anni innanzi al memorando assedio di Torino, cioè nel 1701, nasceva al Duca Vittorio Amedeo II quel Principe di Piemonte che fu poi il Re Carlo Emanuele III. Alla nascita di lui il bolognese poeta Eustachio Manfredi, che fu italiano di cuore come raro di mente e di dottrina, infiammavasi di sante speranze, e così cantava quella nascita con fausto vaticinio:Vidi l'Italia col crin sparso, incolto,Colà, dove la Dora in Po declina,Che sedea mesta, e avea ne gli occhi accoltoQuasi un orror di servitù vicina.Nè l'altera piagnea; serbava un voltoDi dolente bensì, ma di reina;Tal forse apparve allor, che il piè discioltoA i ceppi offrì la libertà latina.Poi sorger lieta in un balen la vidi,E fiera ricomporsi al fasto usato,E quinci, e quindi minacciar più lidi;E s'udìa l'Appennin per ogni latoSonar d'applausi, e di festosi gridi:Italia, Italia, il tuo soccorso è nato.Nè il poeta al postutto s'ingannò. Se Carlo Emanuele III non fu il soccorso d'Italia, lo è ben oggi un Sabaudo, lo è Vittorio Emanuele II.«Italia, Italia, il tuo soccorso è nato».Ritornando alla Dora, al più ragguardevole di tutti gl'influentisuperiori dei Po, dirò che poche acque sono recate a tanta utilità come le sue, sia per molini ed altri opificii, sia per irrigazione di campi; imperocchè l'arte di condurre questi canali era già molto innanzi in Piemonte in tempi lontani dai nostri, ove si considerino le tante derivazioni della Dora Riparia, e si confrontino i vari tempi delle sovrane concessioni. Fra Collegno e Torino sono le derivazioni che recano l'acqua alla città, e che servono alla fabbricazione delle canne da fucile, e di altre armi da guerra, alla preparazione delle polveri, ai molini civici, di cui 28 ruote idrauliche apprestano il pane ai cittadini e a' forestieri. Un altro canale, tratto dalla sinistra del fiume sotto a Torino, serve alla fabbrica de' tabacchi e della carta ne' vasti edifizii del Parco.La Dora Riparia a Torino si valicava sopra un meschino ponte di legno sorretto da pile di mattoni. Regnando Carlo Felice (1823), nacque il pensiero di far cavalcare quel fiume da un ponte di pietra, che rendesse fede dell'avanzamento dell'arte in Piemonte; e fu recato ad effetto nel 1830.L'ingegnere Carlo Mosca, oggi Senatore del Regno, lo architettò e lo condusse a buon termine, illustrando la sua patria e sè stesso con quell'opera insigne. Passate le piazzeMilanoedEmanuele Filiberto, si entra nella via per cui si valica il fiume sul mirabile ponte d'un solo arco di cerchio con 45 metri di corda e 5,50 solamente di saetta. Miracolo dell'arte, che l'intelligente cerca ed ammira, perchè mole sì bella e di tanto ardimento è della massima solidità.XIV.Senza dubbio l'augusta città della Dora, ampliata e raddoppiata di popolo nel corrente secolo, è cresciuta in fiore più d'ogni altra italiana, ed ha fatto il più glorioso progresso.Uno degli amici torinesi, ai quali soglio leggere le mie pagine della Dora, a questo punto mi disse:—Ora aspetto da te più che un cenno delle nostre bellechiese. Mi descriverai la Metropolitana col Santuario della SS. Sindone, il tempio più vasto della città, ossia quello di S. Filippo, e il più strano, quello di S. Lorenzo colla cupola ardita e leggiadra. Vorrei pure descritto il tempio di S. Massimo e il magistrale dell'Ordine Mauriziano, ove il Morgari, sui concetti del conte Cibrario, dipinse poeticamente nella cupolaIl trionfo della Croce. Gli Israeliti vorranno da te illustrata la nuova loro Sinagoga, e i Protestanti la loro chiesa di recente edificata; ed io buon cattolico e cittadino ti raccomando di non dimenticare nel tuo volume il Santuario prodigioso della Consolata; la chiesa di S.ª Giulia, di forma gotica, fondata dalla pietà della marchesa Barolo; quella in questi giorni dedicata ai Ss. Pietro e Paolo, e la celebre Basilica di Superga. Un altro bizzarramente lo interruppe, dicendomi:—Io sono un profano, e lascio ai divoti la storia delle chiese. Per me desidero nelle tue pagine la vivace descrizione de' festosi teatri di Torino, principiando dal Regio e dal Vittorio Emanuele, due massimi delubri di Euterpe e Tersicore. Dovresti pur narrarci i trionfi dell'ingegno italiano, quando sulle scene del Carignano e del d'Angennes si davano le prime rappresentazioni delle tragedie dei nostri Alfieri, Pellico e Marenco e del ligure Ippolito D'Aste, e le commedie dei nostri Nota e Brofferio e del ligure Chiossone. Ricordaci il bel teatro del cortese amico cav. Gerbino, e il teatro Rossini in cui con applaudite prove Bersezio, Garelli, Pietracqua e Zoppis mantengono in onore la commedia nel dialetto e ne' costumi del Piemonte.Non basterebbe un grosso volume, io risposi, a descrivere tutti codesti monumenti di cielo e di terra; ma io non faccio la storia nè l'itinerario di questa città. Chi voglia averne contezza, ricorra alle opere del Paroletti, del Cibrario e del Ricotti, legga laDescrizione di Torinodel Bertolotti e quella del Giuria, e ne cerchi i particolari nelDizionario storico-statisticodel Casalis, ed anche nellePasseggiate autunnalidel Baruffi.Io sono un paesista che trovandosi in cospetto di maravigliosa città, irrigata da fiumi, cinta da côlli, maestosa di vie, teatri,templi e palagi, e abitata da popolo industre, dotto e belligero, coglie questo e quel punto di veduta per ritrarre sinteticamente in tela il complesso delle cose ammirate.Peccato ch'io non possegga la tavolozza ed i colori di Massimo d'Azeglio!Ed eccomi senza quasi avvedermene entrato a parlar di pittura e delle altre arti, argomento che si affaccia a quanti vengono a visitare le città italiane.XV.Belle Arti.«Non ha il Piemonte un'antica successione di scuola pittorica come altri Stati, nè perciò ha men diritto di aver luogo nella storia della Pittura[44]».Così scrisse il Lanzi. Ma oggi Torino acquistò tali elementi di vita artistica da gareggiare colle più illustri città sorelle, onde stimo bene d'indagare le origini di questa sua crescente gloria.Fino dal 1652 in Torino si era creata una Società di Artisti, denominata Università di pittori, scultori ed architetti, detta anche Compagnia di S. Luca, la quale nel 1675 cominciò ad acquistar fama aggregandosi all'Accademia Romana dello stesso nome. Crebbe di autorità ai tempi della Reggente Duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia, che nel decreto del 29 agosto 1678 la prese a proteggere in singolar modo e le assegnò sede nei reali palagi.Nel 1716 l'Accademia di scultori, pittori ed architetti ebbe a suo uso dal Governo parecchie sale nel palazzo della R. Università, e nel 1778 il re Vittorio Amedeo III,riconoscendo le Arti liberali altrettanto utili quanto gloriose in ogni Governo, decretò e promulgò nuovi regolamenti, fondò premi e concorsi,ed all'Accademia conferi il titolo diRegia. Nobili instituzioni, che vennero meritamente illustrate con medaglie a bella posta coniate.Le arti, trascurate poi dalla bellicosa dominazione francese, al ritorno dei Reali di Savoia ripresero vita.Nel 1821 il re Carlo Felice creò direttore della R. Accademia Giovanni Battista Biscarra, nominandolo ad un tempo suo primo pittore, capo e maestro delle scuole di pittura e di disegno.Il Biscarra portò da Roma su le rive della Dora i severi precetti della scuola classica e i nobili esempi del suo pennello nel quadro ilCaino, che adorna le pareti della nostra Accademia; e nuovi progressi si prepararono alle Arti.Nel 1833 re Carlo Alberto donò all'Accademia il palazzo che oggi occupa nell'isolato di S. Francesco di Paola. Allora all'Accademia fu aggiunto il titolo di Albertina, nè invano, perchè re Carlo Alberto aperse un periodo nuovo alle arti protette, sì per la sua munificenza, come per le felici disposizioni degli ingegni subalpini.
CAPITOLO QUINTOTORINOI.Un Napolitano e un Piemontese.Due morti colle palme del martirio, Micca e Giannone, nel maggio del 1858 fra i ruderi della cittadella mi profetavano il prossimo unificarsi d'Italia; e presso al medesimo luogo, indi a pochi giorni dall'ultimo incontro col pastore Giacomo, due vivi mi significarono colle musiche lo stesso concetto.Erano due giovani popolani che deliziavano gli accorrenti ad un caffè innanzi al teatro Alfieri, il cui nome ricorda i primi onori della tragedia italiana e i primi impeti del nostro politico risorgimento.Uno di essi era un Viggianese che toccava maestrevolmente l'arpa. Chiamavasi Gennarino Pennella, che garzoncello io avea conosciuto in Malta quand'egli faceva ancor parte della compagnia di undici arpeggiatori diretta da Vincenzo Pezzi e da Maddalena Volo. L'altro, che sonava la ghironda e chiamavasi Pietro, era uno de' figliuoli del pastore Giacomo che udimmo ricordare nella capanna di Bousson.Ora dirò come i due sonatori, il Napolitano e il Piemontese, si conobbero e furono concordi di musica e di cuore.II.Diamo dapprima una parola d'amore al melodico Viggiano, paesello de' monti Lucani che conta sette mila abitanti. Colàpietre, acque e piante deggiono essere piene di armonia; e una musica segreta deve accarezzare la culla de' Lucani, e gemere nel santuario de' loro sepolcri.Molti poveri Viggianesi campano la vita pellegrinando e sonando l'arpa nei ritrovi più frequenti dei due mondi, ben altrimenti dai notiOrbinidi Bologna che vivono e muoiono coi fidi loro stromenti da arco, sotto i portici patrii a guisa di usignuoli che non abbandonano la selva natale.Oggidì v'ha trecento di tali pellegrini di Viggiano, pei quali inutile trovato sono cocchi e strade di ferro. Essi viaggiano a piedi recando sulle spalle il davidico strumento, e dànno il saluto della musica ad ogni paese che incontrano.Ai navigatori, anco ne' mari più lontani, avviene talvolta di udire un suono d'arpa che uscito dal fondo della nave va a mescolarsi colla tempestosa armonia delle acque. Sarà qualche Viggianese accolto ospitalmente dal capitano per sopire nelle musiche il timore de' pericoli e le noie della navigazione. Chi non farà festa all'armonico Viggianese, simpatico trovadore che fra gl'interessi materiali del secolo decimonono prova non essere ancor morto il sentimento della poesia nel cuore dei popoli?In lontane regioni egli giunge amorevole messo della italiana Euterpe, il quale non traduce soltanto su l'arpa i suoni più applauditi de' nostri teatri, ma pure le armonie de' coloni e pescatori nostri, nate quasi per incanto su le acque e su le terre del più incantevole giardino d'Europa.Il Viggianese viaggia informato dello spirito italiano, sicchè perfino il suo musicale strumento è spesso congegnato degli abeti della sua patria. L'arpa del nostro Gennarino Pennella era infatti lavoro di Vincenzo Bellizia di Viggiano, valente costruttore delle arpe lucane che dispensano i tesori della musica italiana per le nostre vie e fuori, nelle piazze di Parigi e di Londra, ne' castelli di Germania, fra le moschee del Bosforo e del Nilo, presso la pagoda del Cinese e nei mercati d'America, in ogni dove desiderate ed ammirate.III.Gennarino, d'indole irrequieta, entrato nel quarto lustro di sua vita lasciò la compagnia de' conterranei ed elesse vivere solo, venendo per le spaziose vie di Torino a cantare e sonare. Ma non andò guari di tempo che sentì amara nel cuore la solitudine, e desiderò un compagno.Lo trovò nella piazza di San Carlo. Quivi innanzi alla statua equestre di Emanuele Filiberto incontrava spesso il figlio del pastore Giacomo che, sonando la ghironda e traendo gente a guardare la scena di remote regioni nella sua lanterna magica, cantava le canzoni piemontesi del Brofferio, il Béranger della Dora.Il Viggianese fecesi a conversare col giovane delle nostre Alpi, e si piacquero e s'intesero a vicenda.Un dì Gennarino, narrando al sonatore della ghironda avventure de' suoi confratelli di Viggiano, gli disse, che Antonio Varallo, dopo avere per trentacinque anni viaggiato trattando l'arpa, era tornato dovizioso in patria; e gli parlò di Vincenzo Miglionico che nell'anno 1806 partì da Viggiano coll'arpa sola, e, dopo lungo pellegrinare, tornato ricco nel 1832, lasciò l'arpa per le lettere di cambio e i numeri musicali per le cifre algebriche.S'intrattenne più a lungo a raccontargli i casi d'un guardiano di porci, che licenziato dal signor Poliodoro suo padrone, si appese un'arpa al côllo e girando l'America fece gran fortuna, più che non avrebbe fatto se a Viggiano egli fosse divenuto un Eumeo, e il suo padrone un Ulisse. Tornato al nativo paese con moglie e prole, Vincenzo Poliodoro, il figlio dell'antico padrone, fu lieto di poterglisi avvicinare, e si acconciò di tôrre a sposa una figlia di lui con cospicua dote.—«Insomma, esclamò Gennarino, tu vedi, caro Pietro, che molti sonatori Viggianesi partono poverelli dal monte nativo e tornano ricchi e beati.«Io li voglio imitare; e tu Pietro dovresti abbandonare ilpesante impaccio della lanterna magica ed associarti a me colla ghironda e col canto.«Tu canterai le canzoni del tuo paese, io quelle del mio, accompagnandole insieme coll'arpa e colla ghironda, e canteremo entrambi que' canti italiani che sono venuti in moda; e da onesti e solerti compagni ci aiuteremo l'un l'altro nella buona e nella avversa fortuna.«Un piemontese ed un napolitano cantando, sonando e vivendo insieme troveranno il comune tornaconto».Pietro lo ascoltò attentamente ed acconsentì, vendendo ad un amico di Susa la lanterna magica.Così innanzi alla statua di Emanuele Filiberto il Napolitano e il Piemontese stringendosi le destre sull'arpa e su la ghironda si dissero fratelli.Il primo atto del loro musicale consorzio fu sonare ambidue sotto il portico vicino, in faccia alla operosa bottega di C. S. Caffarel; e quivi amabili ed oneste donzelle, sempre in faccenda a vendere merletti, nastri, cuffie e guanti, sospesero le cure del commercio un istante, e vispe si affacciarono alla porta per udire Gennarino che fiso guardandole e sorridendo cantava:«Io te voglio bene assaiE tu non piense a me».I due sonatori raggranellando danaro errarono per diverse nostre città; e poi, tornati a Torino, io gl'incontrai tra gli olmi secolari che ombreggiano il Teatro Alfieri.Colà udii Gennarino cantare le canzoni in dialetto napolitano diTotonnoTasso, e Pietro quelle del Brofferio nell'idioma piemontese; e insieme ripetere l'inno del Tirteo genovese:«Fratelli d'Italia,Italia s'è desta».L'ultima volta li udii nuovamente cantare per le contrade di Genova con insolito brio l'inno del Mameli, mentre si andava preparando la celebre spedizione di Garibaldi per Marsala.Salutai gli animosi pellegrini e domandai loro se avessero buona fortuna.—Sì, sì, mi risposero impazienti, ma ora vogliamo anche noi aiutare la fortuna della patria più che la nostra.Cari giovani! Si erano nobilmente accesi dello spirito dei cantici nazionali che solevano ripetere nei pubblici ritrovi.Deposero l'arpa e la ghironda, ed impugnata la carabina, andarono essi pure insieme col manipolo dei mille eroi a debellare in Sicilia la borbonica tirannia.Infelici e generosi! nella pugna caddero per la nazionale indipendenza.Italiani! nessuno mai ardisca scindere la unione politica del sud e del nord della nostra patria, raffigurata in due figli del popolo fra le memorie di Emanuele Filiberto e Vittorio Alfieri, e poi solennemente celebrata fra i trionfi delle imprese guerresche nell'antica metropoli de' Subalpini.IV.La storia del Piemonte romoreggia di guerra; e l'augusta Torino dalle altre città italiane si distingue nel valor militare, come nella filologia Firenze, e Roma nella religione.I Taurini, antica schiatta ligustica, edificarono questa famosa città. Lascio Fetonte, il duce mitologico della colonia ligure, agli archeologi, perchè col lume della filosofia scoprano in esso il vero storico di ardite ed infelici imprese sulle rive del Po, presso alla foce della nostra Dora.«Guai ai popoli romiti ed anacoreti!» esclamava Gioberti nel suoRinnovamento; e il popolo subalpino non fu certamente nè romito, nè anacoreta, imperocchè sino da tempi remoti noi vediamo l'animosa Torino travagliarsi in tremende battaglie. Tre giorni di combattimento ella oppose all'affricano Annibale, esi mostrò amica ai Romani, i quali, preponderando Giulio Cesare, qui condussero una colonia, onde da lui Torino prese il nome di Giulia, poi da Augusto fu detta Augusta de' Taurini.Il sangue del Lazio mescolato a quello dei Liguri preparò sulle sponde della Dora quel maschio e belligero popolo, che dovea più tardi rinnovare i destini d'Italia.Questa città, continuo bersaglio alle ambizioni dei potenti, si ammaestrò nelle frequenti sventure. Fu distrutta da Costantino perchè aderiva a Massenzio; risorta, fu nuovamente rovinata da Stilicone guerreggiante i Goti. Rifattasi dalle rovine, venne assalita dagli Eruli e dai Borgognoni; vinta dall'Esarca Narsete, fu ritolta all'impero romano dai Longobardi che la fecero seggio d'un loro duca; e Agilulfo e Ragumberto, duchi di Torino, vennero elevati alla dignità reale. Passò dipoi la guerreggiata città della Dora dal dominio de' Longobardi a quello de' Franchi.La giurisdizione Torinese si estendeva sino al Monginevra ed al Moncenisio. Nel secolo decimo dell'era cristiana una famiglia, creduta d'origine francese, resse la Contea di Torino e la Marca d'Italia. Ultimo di questa famiglia fu Olderico Manfredi II, padre della celebre Contessa Adelaide, che sposò dopo il 1045 in terze nozze Oddone di Savoia, e lasciò quindi alla Real Casa lo splendido retaggio di questa fiorita parte d'Italia.V.I Conti di Savoia ebbero il loro seggio in Chambéry, e lo trasferirono a Torino nei giorni di Carlo I sul 1482. Nel secolo XVI la occuparono per quattro lustri i Francesi che la cinsero di fortini più ad offesa che a difesa. Ricuperata per la vittoria di San Quintino, sorse la memorabile cittadella, di cui il mastio si vede tuttavia presso la contrada della Cernaia.Mentre in Italia le fazioni cozzavano, le repubbliche divise e discordi perdevano le loro libertà, e invano i nostri pensatori e i ministri della carità cristiana coi poeti gridavano ai popoli irosipace,pace,pace; mentre infiacchite dalle civili discordiele italiche genti si assoggettavano a tiranni domestici e forastieri, i Principi Sabaudi, postisi a sentinella delle Alpi e col pensiero rivolto all'Italia, costanti nel proposito di restituirle il grado di nazione, coll'opera lenta ma ordinata di politico reggimento fondavano quel principato in cui doveansi maturare i nostri generosi destini.Destreggiandosi i Principi di Savoia fra prepotenti nazioni, videro necessario all'avvenire d'Italia un forte ed agguerrito esercito, e primi nella nostra Penisola, sbarazzatisi dell'incerto aiuto dei capitani di ventura, si crearono un esercito nazionale.La bravura militare accompagnò i nostri Principi ed estese il loro dominio. I due Amedei VII e VIII raccoglievano sotto il loro scettro proteggitore la contea di Nizza e quella di Ginevra. L'alleanza di Casa Savoia era cercata dai potenti d'Europa; ed i suoi Conti, poscia i suoi Duchi procedevano con passo sicuro ad accrescere la gloria del loro paese. La Casa di Savoia, mescolata ai politici rivolgimenti, che tennero per tanti anni divisa l'Europa, prese parte a tutte le guerre, crescendo sempre i suoi dominii, e conservando la sua indipendenza.Principi per virtù insigni e per civile sapienza, legislatori e guerrieri uscirono dalla nobile schiatta che la Provvidenza avea prescelto a propugnare l'italico riscatto.Il Conte Verde, colle sole sue forze approda alle sponde del Bosforo e libera dalle mani dei Bulgari l'imperatore di Bisanzio. Al Conte Verde succede non meno valente il Conte Rosso; Emanuele Filiberto, colosso di Casa Savoia, vincendo la titanica battaglia di S. Quintino, ristaura la fortuna della sua stirpe, e dopo gli studi della guerra inaugura quelli della pace, soldato e legislatore. Carlo Emanuele co' suoi cinque mila prodi dichiara guerra al Sovrano di tutte le Spagne; Vittorio Amedeo II col Principe Eugenio e con Pietro Micca, il Sansone di Andorno, fiacca le corna alla baldanza francese, e converte il seggio di Duca in seggio di Re. Carlo Emanuele III rovescia il nemico dal côlle dell'Assietta. Carlo Alberto rinunzia al trono, anzichè piegare al nordico vincitore di Novara; e Vittorio EmanueleII, vindice del Padre e dell'Italia, primo fra i prodi, caccia gli Austriaci da Palestro e guadagna con cinque assalti l'altura di S. Martino.Egli è vero che al cadere dell'andato secolo, per quella forza smisurata che scosse dai cardini l'antico edifizio europeo, Casa Savoia perdette il suo dominio in terraferma e solo regnò nell'isola di Sardegna; ma è vero altresì che nel 1815 ricuperò gli antichi possedimenti, che arricchì della Liguria; e che poi sostenuta eroicamente la iattura di Novara, e perdurando nel santo proposito della libertà e dell'indipendenza, venne in buon punto alla riscossa, e dopo celeri maravigliose vittorie, la causa sua fu quella d'Italia; sicchè per le annessioni spontanee della Toscana, dell'Emilia, dell'isola Sicula e del reame di Napoli, seguendo la battaglia di Castelfidardo ad unirvi l'Umbria e le Marche, Torino, già sede dei re Sabaudi, divenne sede al primo re dell'Italia redenta.VI.L'augusta città della Dora meritossi tanta gloria segnalandosi nelle guerre de' tempi antichi e de' moderni. E per vero fu maravigliosa Torino in due memorabili assedi de' secoli XVII e XVIII.Negli anni 1638 e 1639 nacque guerra per la reggenza degli Stati di Carlo Emanuele II affidata a Cristina di Francia, madre del Duca fanciullo, e contesa dai Principi Tommaso e Maurizio, i quali, cognati della donna e zii dell'infante, volevano entrare nella pubblica amministrazione per impedire che la Francia se ne impossessasse colle scaltrezze del superbo Cardinale di Richelieu. Questa discordia di famiglia fu accompagnata da invasione straniera. Un esercito francese sosteneva la Reggente, uno spagnuolo i Principi. Questi occuparono la città, i Francesi tennero la cittadella.Erano i Francesi capitanati dal conte di Harcourt, gli Spagnuoli dal marchese di Leganes, il quale, anzichè espugnare la cittadella di Torino, come il Principe Tommaso desiderava, distrasseparte del suo esercito, e lo condusse a Casale ch'era tenuta dai Francesi, e ben munita e guardata. Il 29 aprile 1640 fu data gran battaglia con rotta degli Spagnuoli.L'Harcourt, baldo della vittoria ottenuta in Casale, strinse d'assedio Torino, in cui s'era chiuso il valoroso Principe Tommaso, deliberato di difenderla sino agli estremi. L'accanimento de' soldati da ambe le parti fu smisurato e crudele. Ventinove sortite tentate e rintuzzate, assalti feroci, carnificine da ambe le parti. I contadini si levavano da ogni banda, ma indarno, contro ai Francesi; i cittadini difendevano in armi i loro bastioni e la indipendenza dello Stato.Alla fine il Principe Tommaso, mal sostenuto ed ingannato dal Leganes, dovette capitolare addì 29 settembre, e ad onorevoli condizioni si ritirò sulle rive della Dora Baltea in Ivrea, costretto a lasciar nel dolore e insanguinata la Dora Riparia. Madama Reale Cristina entrò in Torino vestita a corruccio, nè solo a rimpianto del perduto consorte, ma pure rammaricandosi d'una vittoria riportata nelle discordie fraterne sui torinesi cittadini; avvegnachè pacificatasi poi co' Principi cognati, anco da essi venisse riconosciuta Reggente.La bella Duchessa, libera dai travagli della guerra, spesso procurò sopire le cure di Stato sulla riva sinistra del Po, nel delizioso Castello del Valentino da lei fatto ricostruire fastosamente ed ornare secondo il gusto de' suoi tempi.Chi entra in quell'edificio, dopo averne letta l'accurata monografia[34]di Giovanni Vico, è tentato d'immaginarselo uno de' fatati castelli che celebrò la musa di messer Ludovico.Di rincontro al Valentino, su la riva opposta del fiume, le verdi colline coi giardini e le ville, e coi variati prospetti, ricordano i poggi beatissimi di Posilipo e di Mergellina, ed empiono l'animo di storiche rimembranze, da Carlomagno nella badia di Vezzolano a Silvio Pellico nella villa Barolo.Tutto ride e spira pace colà d'intorno; e lo stesso Eridano scorre pacifico, come placido lago, sotto i veroni del castello turrito, che fu stanza di amori e di ozi soavi: e coi balli, i caroselli e i tornei, onorò le feste nuziali de' nostri Principi.Mentre le sale del Castello echeggiavano di clamorosi tripudi, sulle acque del fiume furono veduti vivaci simulacri di fiorite isole allegrate di canti e allegoriche rappresentazioni; e in compagnia di molte navicelle adorne fu veduto il nostro Bucintoro, foggiato nel 1731 sul famoso di Venezia, passar fra gli evviva dei Subalpini, ricco d'intagli, dorature e simboliche immagini, leggiadro monumento dell'arte scultoria in legno.Nel castello del Valentino tutto è sorriso e pace: ma la duchessa Cristina nello splendore della bellezza e delle feste più volte sarà stata assalita dalle squallide memorie dell'assedio di Torino, opera del suo fratello e del Richelieu, ostili ai Principi di Savoia.Altro sanguinoso assedio ebbe a sostenere l'eroica Torino contro le ambizioni francesi, e fu il famosissimo del 1706, il quale fece persuaso l'orgoglioso Luigi XIV non poter sempre i grandi e forti riuscire a ciò che ingiustamente vorrebbero.Nella lunga e terribile guerra della successione di Spagna, Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia, accostossi alla lega de' potentati, che volevano porre sul trono spagnuolo un Principe austriaco, mentre Luigi XIV voleva stabilirvi il Duca d'Angiò, suo nipote. Dopo varie vicende la somma delle cose della guerra in Italia parve tutta restringersi intorno a Torino. Infatti quel superbo che soleva dire:Lo Stato sono io, deliberò di sbalzar di seggio Vittorio Amedeo, mandando poderosa oste a debellarne la metropoli.La notte del 2 di giugno 1706 le milizie nemiche superiori alle nostre per numero non per valore, e capitanate dal vanaglorioso La Feuillade aprirono la breccia, facendo prima interrogare Vittorio Amedeo dove avesse l'alloggiamento per risparmiarlo nelle ostilità. Il nostro Duca rispose: Il mio quartiere è sui bastioni della cittadella. Però uscì di Torino dopo di averla vettovagliata emunita coi propugnacoli dell'ingegnere Bertola; e volteggiandonella campagna, si diede con indicibile ardire a molestare qua e là gli assalitori. Il qual modo di offesa alla spicciolata fu la salute della città, perchè l'assedio si potè tirare in lungo tre mesi ed avere l'aspettato soccorso.Combattevasi a cielo aperto e nelle tentate viscere della terra, e il suolo fecondo di morte era ben disposto a sconvolgersi contro gli assediatori. L'ultimo giorno d'agosto, già i Francesi da Porta Susa mettevano piede in Torino, passando sotto le opere avanzate della cittadella, ma il sergente artigliere minatore Pietro Micca, di Sagliano d'Andorno, risolvette di far saltare in aria ponti e bastioni, e fatto allontanare un suo compagno tentennante, ch'ei dissepiù lungo d'un giorno senza pane, diè fuoco alla mina, che con orrendo fracasso e magnanimo disastro seppellì sotto le rovine lui e i nemici, entrati in quelle insidiose gallerie.Cinque giorni dopo, Maria Bricca coglieva all'impensata e faceva prigioni i nemici in Pianezza; e l'otto di settembre l'ardimentoso Principe Eugenio, giunto in buon tempo, saliva con Vittorio Amedeo da Chieri a Superga e dirigeva quella battaglia decisiva che fu detta di Torino, la quale toglieva l'alta Italia ai Francesi, dava gloria al Piemonte, e rassodava in soglio la Sabauda dinastia, i cui signori di Conti e Duchi, pel trattato d'Utrecht diventarono Re.Chi mai potrebbe adeguatamente descrivere gli atti del valore subalpino in quel famoso assedio? Anco i fanciulli lavoravano ne' sotterranei, è le donne anch'esse, giovani e adulte, matrone e popolane, non atterrite dallo scoppio delle mine, dal tonare delle artiglierie e dalla pioggia fiammante delle bombe, fra i cadaveri e le macerie, accorrevano, italiche amazzoni, trasportando tavole, vinchi, fascine e masserizie d'ogni maniera, dove più fiero era il pericolo, nei luoghi infestati dalle batterie nemiche.Le chiese sonavano di preci; i sacerdoti benedicevano i martiri della patria; i Principi Sabaudi e i Piemontesi, pigliando in gloria i patimenti, onoravano il loro secolo e ilnome italiano; imperocchè l'augusta città della Dora erasi fatta un quartier militare e tutto il popolo un esercito combattente per la indipendenza e l'onore dello Stato.Torino è dunque giustamente ammirata per le virtù guerresche, e n'è costante maestra nelle sue massiccie caserme, nelle famose scuole d'artiglieria, e nella celebre Accademia militare, che diede al Piemonte i più grandi ufficiali del Genio, e che da ora in poi li darà al Regno d'Italia. Inoltre ci ammaestra coi preziosi documenti di valore raccolti nel Museo d'artiglieria, diretto dal capitano Angelo Angelucci da Todi, accurato e vivace scrittore di archeologia militare; e con quelli dell'Armeria Reale, splendido subbietto a' miei versi.VII.Pubblica Istruzione.L'arte militare non fu solitaria appiè dell'Alpi, ma crebbe accompagnata dalle altre virtù, che ci resero degni del libero Statuto datoci nel 1848 da Re Carlo Alberto, atti a gelosamente conservarlo, come la più bella ed efficace instituzione dello Stato, e fondamento vitale della rinnovata Italia.I Governi rappresentativi ne' popoli si svolgono con serena prosperità, se hanno a subbietto una coltura austera e progredita come quella de' Subalpini.Il principale santuario delle scienze in Piemonte è la R. Università degli studi, massimo ornamento alla via di Po.Ludovico di Savoia, Principe di Acaia e del Piemonte, la fondava nel 1405 per compiacere ai professori di Pavia e di Piacenza fuggenti la Lombardia contristata da vicende politiche dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti. Per tal guisa nel secolo XV i Principi di Savoia accoglievano ospitalmente la Scienza profuga dalle città lombarde, come ai tempi nostri accolsero nel Piemonte la Libertà esulante dalle altre provincie italiane.La Università di Torino fu onorata di privilegi da Papi, enel 1412 da Sigismondo imperadore: fu affidata nel 1424 da Amedeo VIII ad uno speciale Consiglio, che di poi prese il nome di Eccellentissimo Magistrato della Riforma, con ottime leggi condotto dal Duca Emanuele Filiberto e dal Re Vittorio Amedeo II.Spesso i trasferimenti nuocono a ben fondate instituzioni, onde anco i buoni studi soffersero, quando la Università per traversìe dello Stato dovette abbandonare il luogo natìo e migrare in Chieri e Savigliano. Ma tornata in questo suolo tanto acconcio a dare stabilità alle utili discipline, andò aumentando di sapienti professori e di scolari, che qui convenivano da lontane regioni.Da Vittorio Amedeo II la R. Università ebbe il maestoso edificio, che ora occupa, compiuto nel 1719. Le statue in marmo del munificente Re e del suo erede, opera dei fratelli Collini, sorgono entro due nicchie nel portico del cortile, che può dirsi museo archeologico.Il Supremo Magistrato della Riforma è sapiente instituzione, che nel suo stesso nome allude al costante ed ordinato progresso delle scienze, e fu grandemente ammirata al sorgere di questo secolo dall'imperiale Legislatore di Francia.Ambrogio Rendu, l'illustre padre di Eugenio, dell'insigne amico d'Italia nostra, nella compilazione ch'ei fece, come segretario, degli atti fondamentali della Università imperiale di Parigi, disse:«Il Bonaparte passava per Torino. Un giorno, mentre percorreva il palazzo della Università, si fece recare gli Statuti che la reggevano. Ne traluceva qualche cosa di grande e robusto che lo colpì. La grave autorità che sotto nome di Magistrato della Riforma reggeva il corpo insegnante; questo corpo medesimo, unito per mezzo di dottrine comuni e liberamente sommesso a doveri puramente civili che lo consecravano all'istruzione della gioventù come ad uno dei più importanti uffici dello Stato; nobile confidenza del potere sovrano, che concedeva al Consiglio incaricato della direzione generale un diritto permanente d'interna legislazione e di continuato perfezionamento educativo; quest'ordine stabilito sulla base imperitura della fede cristiana; tutto questo sommamente gli piacque e ne serbò ricordanza trai più strepitosi trionfi. Ricco di glorie militari, sollecito delle generazioni future, fondata solidamente l'amministrazione civile, rialzati gli altari, promulgato il Codice Napoleone, sostituiti i Licei alle scuole o accademie centrali, dopo aver rigenerato le scuole di medicina, creato quelle di diritto, volle stabilire anco per la Francia un sistema compiuto d'istruzione e di educazione pubblica. Ricordevole dell'Università di Torino, ne aggrandì l'idea, come tutto ciò che il grande Capitano toccava, alla stregua del suo impero e del suo genio: creò l'Università imperiale».Il che venne eloquentemente confermato dal celebre naturalista Cuvier, quando nel 9 aprile 1810 parlando ai Professori adunati nella grand'Aula del nostro Ateneo, dopo aver accennato agli illustri uomini che in esso eran fioriti, entrò a ragionare delle Costituzioni che lo governavano, e disse:«Il vostro Ateneo dee tornare a gran vanto della Università imperiale, anche sott'altro riguardo; perchè da esso l'Imperatore pigliò norma ed impulso alla sua stupenda rigenerazione degli studi».La nostra Università, sì giustamente celebrata, crebbe di gloria ampliandosi nell'insegnamento, e sempre più arricchendosi di gabinetti scientifici[35]e di maestri insigni. Oggi è governata dalle leggi del 13 novembre 1859 e del 31 luglio 1862, e dai Regolamenti approvati coi RR. Decreti del 14 settembre e 5 ottobre 1862. Vi s'insegnano teologia, giurisprudenza, medicina,lettere, filosofia, scienze fisiche e matematiche con cinquanta professori ordinarii, diciannove straordinari o incaricati, ventotto professori onorari ed emeriti, e con centotrentuno dottori collegiati. Nel Borgo San Salvario, non ha guari, si assegnò un caseggiato alla Scuola Veterinaria, e la Scuola di applicazione per gli ingegneri, felice creazione della legge Casati (13 novembre 1859), fu aperta nel Castello del Valentino, dove la severa Matematica vien rallegrata dal verde dei giardini circostanti, dal mormorio delle acque cadenti e dalle festose memorie del sito.Lungo sarebbe, tacendo pure de' non pochi viventi, il ricordare gli uomini illustri che professarono nell'Ateneo torinese. Fra i tanti amo ripetere i venerati nomi di Balbo, Germonio, Cuiaccio, Tesauro, Gerdil, Cigna, Donati, Allioni, G. B. Beccaria, Balbis, Buniva, Caluso, Bonelli, Boucheron, Géné, Martini, Biamonti, Dettori, Giulio, Paravia, Piria, Riberi, Plana!Mi piace osservare che i Reali di Savoia, larghi negli stipendi, chiamarono all'insegnamento non solo uomini illustri de' loro Stati, ma di tutta Italia, preparando così col mezzo della scienza l'unione politica della nazione.Olimpico spettacolo è l'accorrere continuo di scolari ed uditori in gran numero alle lezioni universitarie, e torna grata la frequenza de' lettori nella Biblioteca dell'Ateneo ricca di 230,000 volumi, di quattromila e più codici manoscritti, e di oltre a cinque mila stampe. La Biblioteca è aperta a letture diurne e serali, ed ha la frequenza media giornaliera di novecento lettori nell'inverno e nella primavera, di tre a quattrocento nell'estate e nell'autunno.Presiede alla Biblioteca il comm. Gaspare Gorresio, colui che agevolato da Re Carlo Alberto negli studi del Sanscrito in Parigi, primo in Europa, pubblicò, tradotto italianamente, ilRamaiana, poema indiano, e ne associò alle lingue ed alle idee dei popoli del Gange, ai quali più strettamente ci unirà l'ardito francese, Ferdinando Lesseps, col taglio dell'Istmo di Suez. Così un latino della Dora ed uno della Senna lavorarono egregiamente ad avvicinare in bel consorzio Asia ed Europa!Torino vanta altre copiose ed importanti biblioteche: quella del Re con 40,000 volumi e 2,000 manoscritti: quella della Reale Accademia delle Scienze con 40,000 volumi: quella dell'Accademia medico-chirurgica con 12,000 volumi, e la biblioteca dell'Archivio centrale con volumi 7,730, tra i quali oltre a 600 di edizioni del secolo XV e parecchi preziosi manoscritti: e la biblioteca centrale militare ricca di 21,000 volumi di opere militari, scientifiche e storiche; e quella del Duca di Genova, ricca d'opere e di manoscritti d'arte militare, legati dal dotto cav. Cesare di Saluzzo, educatore dei figliuoli di Carlo Alberto.Dicesi che di queste sei biblioteche vogliasi fare una sola da essere ordinata nelle sale del Palazzo Madama, a pubblica utilità. Se questa idea ha effetto, nel centro della città, la gioventù subalpina, in ogni tempo studiosissima, troverebbe nuovi agi a coltivare le scienze, le lettere e le arti.Basti ricordare che tre giovani fondarono in Torino l'Accademia delle Scienze, come alcuni giovani quella di Bologna.Francesco Maria Zanotti, scrivendo l'elogio di Eustachio Manfredi, narra che quel famoso matematico ed astronomo, essendo ancor giovinetto, in Bologna sua patria applicatosi alla filosofia, raccoglieva in casa sua molti suoi colleghi per provarsi nell'arte del dire; e che da siffatti domestici esperimenti ebbe origine quella illustre Accademia delle Scienze. E addì 31 ottobre 1833, la nostra R. Accademia delle Scienze celebrando la ricorrenza del cinquantesimo anno della sua fondazione, il venerando conte Prospero Balbo, che la presiedeva, ricordando gli esordi di così nobile instituzione, nel suo discorso disse: «Un giovane uffiziale, il cavaliere poi conte di Saluzzo, un altro giovine, già con maraviglioso esempio professore in quelle scuole (dell'Università), il Lagrangia; un giovane dottor di medicina, il Cigna, ne furono arditamente i primi fondatori».Gli esempi de' giovani preclari di Torino, non dissimili da quelli della dotta Bologna, trovino ai dì nostri frequenza d'imitatori! E mai non mancherà sulle rive della Dora, ove oltre la Universitàe l'Accademia delle Scienze, molti sono gl'instituti aperti al progresso d'ogni sapere.Torino vanta l'Accademia Reale medico-chirurgicache si governa col regolamento organico del 18 novembre 1850; laDeputazione di Storia patriacreata da Carlo Alberto nel 1833 per tutte le antiche provincie, ora estesane l'azione anche alla Lombardia, e presieduta da S. E. il conte Federico Sclopis, diede ricca serie di storiche pubblicazioni; laSocietà di Farmaciafondata nel 1852 coll'intendimento di promuovere l'avanzamento della scienza, e sostenere il decoro e la dignità dell'arte; l'Associazione medica, già creata nell'êra costituzionale, e poi estesa dopo il 1859 anche a molte provincie italiane; la Società Agraria instituita nel 1785, alla quale diede non poco lustro il novarese Rocco Ragazzoni. Inoltre Torino vanta il Collegio Carlo Alberto, che ha ben 140 posti gratuiti per giovani addetti a studi universitari, e il Collegio Caccia, licei, ginnasi, e scuole tecniche del Governo e di privati, scuole diurne e serali, ed instituti femminili; e l'Instituto tecnico, fiancheggiato dal nascente Museo industriale, e aggrandito da una scuola normale diretta a preparar maestri per le scuole professionali, testè inaugurato dal Torelli, ministro di Agricoltura e Commercio; e il R. Albergo di Virtù, che sino dal secolo XVI, per generoso provvedimento dei Principi Sabaudi, educa i figli dell'operaio nelle arti e nei mestieri, e che dovrebbe essere al popolo il più utile esemplare di scuole tecniche. Insomma Torino vanta un campo vastissimo, ove dotti maestri con zelo religioso coltivano gli allori delle future generazioni.Io non entro a discutere intorno ai metodi d'insegnamento usati oggidì nelle scuole superiori e nelle mezzane. Il desiderio di diffondere e accelerare il trionfo della civiltà fece sì, che si moltiplicassero le discipline e i programmi della pubblica istruzione. Dopo fattone sperimento, deggio dire, che non di rado gl'insegnanti mi parvero ridotti alla condizione di coloni obbligati a coltivare ad un tempo e nel medesimo terreno alberi fruttiferi di ogni qualità, la pianticella del cotone e quella del lino insiemecol gelso, la dolce canna dello zucchero e la tenera pianta del zafferano, il frumento e il grano turco, senza disgiungere la pastorizia da questo complesso di seminati e di pometi.Fra tanta baraonda di sistemi si troverà il più conveniente a coltivare colla debita misura le menti de' giovani ed avviarle alla meta desiderata.In quanto alla parte educativa v'ha parecchi pregevoli collegi e convitti. Degno di particolar menzione è l'Istituto Paterno, il quale sorse su le rovine d'un collegio già diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, e chiuso per cause abbastanza note. Il nuovo Istituto nel 1863 fu aperto nella via delle Rosine da una Società di padri di famiglia. Ne fu affidata la direzione al cavaliere prof. Giovanni Lanza, che lo governa con molto senno, ben altrimenti da coloro che nella educazione separano gli alunni dalla casa paterna. Egli vuole, che nell'Istituto la Scuola e la Famiglia siano in continua corrispondenza; vuole che i padri si facciano guida e custodia de' proprii figli, coadiuvando e facendosi essi medesimi gl'ispettori e consiglieri. La scuola piglia lena e conforto dalla cooperazione della famiglia, e a vicenda si sorreggono e si aiutano.Questo sapiente disegno incontrò favore universale; e trecento vispi giovanetti crescono in lieto consorzio nel floridissimo Istituto.Chi amasse un'accurata relazione delle scuole di Torino, legga il bel libro[36]del cav. Baricco, sacerdote che dice ed opera assai a benefizio dell'istruzione popolare.VIII.L'insegnamento universitario e le accademie sono lustro antico delle principali città d'Italia. Ma negli atenei e nelle accademie la scienza rimane come infeudata a beneficare soltanto le classi superiori della civile compagnia. La scienza, sole delle menti,deve essere universale come la luce, e la tenebrosa ignoranza dovrà snidarsi dalle officine degli operai, nè più essere sciagurato retaggio del colono, che per noi dissoda la terra.A tale scopo la moderna civiltà diede largo impulso all'istruzione popolare. Già Vittorino da Feltre, Guarino il Veronese, Enea Silvio Piccolomini, il Casalanzio e l'Emiliani aveano in Italia sperimentato le scuole del popolo. Succedettero nell'arduo aringo altri valenti uomini nostri e stranieri. I nomi del Loke, del Rollin, del Girard, del Pestalozzi, dell'astigiano Goltieri, del Milde saranno sempre benedetti dagli educatori del popolo; nè meno di quelli saranno benedetti Raffaele Lambruschini e Nicolò Tommaseo, che tanta virtù infusero cogli stupendi loro scritti nei metodi dell'insegnamento.Le dottrine sparse in que' libri trovarono in Torino campo acconcio a radicarsi e fruttificare, coltivate da maestri valorosi. Il popolo si mostrò disposto a riceverle, imperocchè qui era viva la memoria del sacerdote Ghetto, che nel mezzo del secolo passato sotto i portici e nei chiostri della piazza di S. Carlo, e nella chiesa del monastero di santa Pelagia, radunava nei giorni festivi i fanciulli da lui incontrati nelle vie per catechizzarli. Qui era viva la memoria del sacerdote Giulio Sineo, che ad esempio dell'evangelico Ghetto, ed a continuazione dell'opera di lui, sul principio di questo secolo catechizzava nella chiesa di santa Pelagia in idioma piemontese, e con tale eloquenza, che ad ascoltarlo non soltanto i mendici e gl'idioti accorrevano, ma eziandio i ricchi e i dotti. Era viva la memoria del canonico Clemente Pino, che, un anno dopo la compianta morte del Sineo, nel 1831 apriva nelle sue stanze laSocietà letteraria, che sì vivamente giovò a diffondere ne' giovani il culto de' buoni studi e delle virtù civili.Ora ci piace ricordare Vincenzo Troya, Lorenzo Valerio, Antonio Rayneri, Domenico Berti, e non pochi altri, pei quali dapprima le scuole di metodo qui lodatamente crebbero e s'ampliarono. Nella Università fu creata una cattedra di pedagogica ora occupata dal cav. Antonio Rayneri, che ne fece studiospeciale, come si argomenta da' suoi eccellenti cinque libri dellaPedagogica; e furono create scuole normali, da cui escono i maestri e le maestre, che deggiono distribuire il pane dell'istruzione elementare in ogni angolo dello Stato. In questi provvedimenti molto fecero in Torino il Governo, il Municipio e i cittadini[37].Ma a dir vero, il beneficio delle scuole di metodo andò scemando, perchè sorsero fazioni a screditare la savia instituzione, e più ancora perchè non pochi usciti da quelle scuole lasciarono le orme degli insigni maestri di pedagogia, facendosi autori di trattatelli e di sistemi, che intenebrano gl'ingegni de' giovanetti.Deploro il caos degl'incomposti rudimenti nelle scuole dell'adolescenza, e vado a salutare la luce serena nelle scuole dell'infanzia.IX.Scuole Infantili.Chi di noi non ricorda Ferrante Aporti di Cremona, che fra le fatiche evangeliche e gli studi severi della storia, propugnandoogni maniera di educazione popolare, fu meritamente salutato padre degli asili infantili? Il marchese Tancredi Falletti di Barolo in Torino, primo in Piemonte, fondò asili per l'infanzia, ma non avrebbe bastato a propagarne il culto e il benefizio, senza la voce eloquente e l'opera autorevole dell'Aporti.Egli in Italia si fece apostolo della pietosa instituzione, e nel 1839 secondo i suoi metodi creavasi in Torino da egregi cittadini la Società delle scuole infantili autorizzata dal Governo. Questa Società provvede ottimamente a sette asili d'infanzia mantenuti dalla carità pubblica.Altri furono aperti, perchè qui le buone instituzioni progredirono sempre con rara felicità, sicchè i bimbi dell'artigiano e dell'indigente sono largamente beneficati.Il cremonese promotore degli asili vide che, a far sempre più prosperare la sua diletta instituzione, il popolo prendeva dalla Reggia utili esempi di carità cristiana, e, provando una gioia ineffabile, nel 1853 esclamava sulle rive della Dora.«Sia gloria al magnanimo Re Carlo Alberto, che le instituzioni infantili incoraggiò ne' primi promotori, gloria alla Regina sua augusta consorte, che ne seguì l'esempio, gloria al Re Vittorio Emanuele, che emulando la paterna generosità, conserva quanto egli fondò, e cogli onori conferiti, indicò luminosamente quanto ami ed apprezzi questa maniera di beneficenza educatrice. Sia gratitudine e riverenza all'augusta Maria Adelaide, che da Regina protegge di affetto efficace codeste instituzioni, che proteggeva da principessa[38]».L'esultanza dell'Aporti era il tripudio degli Apostoli di Cristo nel trionfo della fede e della carità. Veramente ogni anima pia si sente commossa visitando il regale asilo de' fanciulli eretto dalle Regine Maria Teresa e Maria Adelaide, ora sovranamente mantenuto dal nostro augusto Re, e con ogni sollecitudine vegliato dal R. Elemosiniere, il teologo cav. Antonio Pavarino, eda cinque Suore di S. Giuseppe di Pinerolo. L'Asilo è situato sotto il tetto dell'istessa Reggia; ed io lo visitai mentre i trecento bimbi ivi protetti, levando le manine, cantavano in versi una preghiera, con cui riconoscenti invocano la benedizione del Cielo sulla Real Famiglia. La preghiera degl'innocenti, portata dagli angeli in cielo, sia accolta dal Dio delle misericordie, e sarà benedizione a tutta Italia!Visitai eziandio più volte la scuola infantile per gli agiati nella via dell'Ospedale. La fondò lo stesso Aporti, e il conte Carlo Boncompagni continua prosperamente la pia opera, giovando agli agiati ed ai poveri, perchè ogni somma eccedente le spese per quella scuola vien data a beneficio degli Asili aperti agli indigenti.Visitai pure nella via Oporto l'asilo aperto dalla liberalità del conte Camillo Benso di Cavour. Solerte direttore di quell'instituto è il teologo Pagnone, che in funebre discorso saviamente ne ricordava il benefattore, dicendo: «Una prova che la Provvidenza protegge e sospinge l'opera nostra, si è che le procaccia larghe beneficenze di insigni benefattori. Il conte Camillo di Cavour che desiderò nuove glorie alla Dinastia regnante, non trascurò i tapinelli; ei che mirò a far grande l'Italia, non obbliò i minimi fra i Piemontesi: oltre la tenera pietà che ne sentiva, ben sapeva che il risorgimento di una nazione non è mai stabile e sicuro, ove le masse popolari non siano sufficientemente educate. Quindi egli in vita fu promotore ardente, anzi confondatore de' nostri Asili, e morendo li dotava di una parte delle sue sostanze, che, raddoppiata ancora dal nipote, varrà da sè sola a creare un novello asilo. Questa generosa emulazione fra un testatore e il suo erede, questa nobilissima gara di chi muore e di chi sopravvive è di memorabile esempio, degnissimo di venire dai doviziosi cittadini imitato[39]».Sia benedetta sempre la instituzione degli Asili infantili! Inquesto secolo di continue riforme non osi alcuno snaturarla colla smania di migliorare. Ai parvoli negli Asili voglionsi le cure di madre amorevole, non i precetti di faticosa institutrice.I bimbi abbisognano di affetto più che di studio, di armonie più che di discorsi, come gli usignoletti che ne' loro nidi imparano ad aprire le alucce al primo volo fra il mormorio dei zeffiri e l'olezzo delle rose.Insomma gli Asili infantili, più che scuole d'istruzione popolare, deggiono essere santuari di carità cristiana.X.Niccolò Tommaseo scriveva: «I suoi civili vantaggi deve il Piemonte ai morali suoi pregi; dico, l'austero costume, l'operosità nelle industrie e nelle armi, la riverenza spontanea all'autorità, il docile attento riguardo a ogni luce di bene e di bello da qual mai parte venisse, il culto delle tradizioni, l'esercizio della fede religiosa massimamente nelle opere di carità. Sebbene le città italiane siano più o meno di carità monumenti, e quasi templi edificati a quel Dio ch'è amore; Torino in mezzo a tante grandezze di beneficenza non per tanto grandeggia; e con nuove istituzioni simili corona le antiche, anche in questo più vivamente antica delle altre sorelle, e più veramente moderna[40]». Queste solenni parole io vado ripetendo mentre ricordo le pie instituzioni di Torino. La più grande a quest'uopo ebbe principio ed ordinamento da Carlo Emanuele il Grande e da Vittorio Amedeo II, denominandosi l'Ospizio di Carità. Con esso, con altri somiglianti fondati nelle principali città dello Stato, e colle Congregazioni di Carità estese per tutti i minori paesi, in guisa che nessuno ne fosse privo, intendevasi a sbandire la mendicità vagabonda. Rimangono gli statuti e parte dei loro beneficii, ma l'opera de' fondatori fu monca; onde J. Bernardidisse: «L'opera dei due Principi, incominciata in Piemonte sul principio del secolo decimottavo e intesa a sbandire la mendicità da tutto lo Stato, per isvilupparsi e giugnere al suo maggiore perfezionamento, dovea tener fisso e inalterabile il fine, e giovarsi della esperienza continuata ed intelligente per conseguirla: lo che per colpa dei tempi e talvolta anche degli uomini, che dimenticano ogni passato per far tutto da sè, non accadde[41]».Oltre il R. Spedale di Carità, Torino ha lo Spedale maggiore di S. Giovanni; quello de' Santi Maurizio e Lazzaro; il Militare divisionario; quello di S. Luigi; il Regio Manicomio; la Compagnia di S. Paolo, che regge le case di educazione femminile del Soccorso e del Deposito, ed il Monte di Pietà: l'Istituto Pio, che soccorre a domicilio i poveri infermi; il Dispensario Oftalmico; lo Spedale della Maternità; la Compagnia delle puerpere; l'Ergastolo; il Ricovero di Mendicità; il Ritiro delle Rosine; l'Istituto della Provvidenza; il Conservatorio delle Sapelline; il Ricetto delle povere orfane; il Ritiro delle figlie dei militari; l'Opera della Mendicità istruita; l'Opera Pia del Rifugio; l'Ospizio de' Catecumeni; il Regio Convitto delle Vedove Nobili; la Compagnia della Misericordia che assiste ai carcerati; la Regia Scuola normale dei Sordo-muti; la Casa di Sant'Anna presso la Consolata; il Regio Stabilimento Ortopedico; l'Istituto di Santa Zita e l'Asilo dei lattanti. Questi istituti insieme considerati hanno il doppio merito di alleviare i dolori della vita e di educare, ed onorano il cuore benefico del popolo Subalpino e de' suoi Principi.XI.Il Canonico Giuseppe Cottolengo.Il più maraviglioso degli instituti di carità è in Borgo Dora, laPiccola Casa della Divina Provvidenza, che si può definire colleparole del Baricco,il compendio di tutte le umane miserie ed il trionfo della cristiana beneficenza[42].Fondatore ne fu il canonico Giuseppe Cottolengo da Chieri. Egli eresse una casa, nella quale, ripeteremo volentieri con Defendente Sacchi,come nelPanteondegli antichi stavano le immagini di tutti gli Dei, sono eretti tutti gl'instituti di beneficenza.Giova ricordare l'origine dellaPiccola Casa. Una povera donna straniera, da Milano moveva per Lione col marito e tre figliuoli; e passando per Torino, nel due settembre 1827, infermò nell'albergo dellaDogana Vecchia. Fu portata qua e là per ricoverarla in qualche spedale, ma priva de' titoli richiesti non fu accolta, onde, travagliata dai disagi del trasporto, presto morì la infelice in quell'albergo fra le smanie della famiglia desolata.A spettacolo sì compassionevole trovossi presente il canonico Cottolengo, che di conforti religiosi avea soccorso la inferma straniera nelle ultime ore di vita. Egli, adempiuto l'ufficio di sacerdote e rattristato del caso doloroso, andò a conferire colla Congregazione delCorpus Domini, di cui era socio, intorno alla deliberazione da lui presa di preparare un ricovero ai miseri abbandonati per le vie, ed agli infelici privi di aiuto, come la inferma straniera dellaDogana Vecchia.La Congregazione lodò ed agevolò la pia proposta, onde il Cottolengo, semplice e retto di cuore, innamorato del maggior bene degli uomini, e fidente nella suprema Provvidenza, cominciò l'opera benefica nel 1828 da una piccola infermeria, aperta nella casa dellaVolta rossa. La infermeria, nel 1831, da lui trasferita, dove ora si trova, nella regione di Valdocco, fu il fondamento allaPiccola Casa della Divina Provvidenza sotto gli auspìci di San Vincenzo de' Paoli.Non è più piccola ma vasta casa di carità quella del Cottolengo, che accoglie poveri di ogni condizione e d'ogni età, dal bambino al decrepito, dal sano all'incurabile. Ma come il Cottolengoprocacciò i mezzi a mantenere dodici istituzioni da lui fondate e insieme congiunte? Come potè creare spedali, farmacie, scuole, asili d'infanzia ed officine di arti e mestieri per una famiglia di duemila e più poveri?Sua ricchezza e possanza fu la fede nella divina Provvidenza, la fede viva, colla quale Pietro l'Eremita predicò le Crociate, la fede accompagnata dalle opere, senza cui sarebbe inutile; perciò in uno dei cortili della Piccola Casa, sulla parete di rincontro alla statua di San Vincenzo de' Paoli, leggesi:Fides sine operibus mortua est.Il fondatore della Piccola Casa morì nell'aprile del 1842 e Monsignor Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, che ne dettò con sacra facondia l'Elogio storico[43], pubblicandolo, giustamente lo intitolava al canonico Luigi Anglesio, che al fondatore succedette nelle virtù e nella direzione dell'Opera benedetta.Visitando laPiccola Casaandai ad inchinarmi alla tomba del Cottolengo. Egli è sepolto, come desiderò, sotto l'altare di Maria Vergine, innanzi a cui, fra cento e cento quadretti in cui sono effigiati i tanti santuari di Maria sparsi pel mondo, il piissimo uomo soleva prostrarsi ed invocare a pro degli infelici la celeste misericordia. Egli riposa nella casa da lui edificata, tra i poveri da lui protetti, come padre fra' diletti figliuoli.In Londra Cristoforo Wren è sepolto nella Basilica di San Paolo da lui architettata. In Malta l'armigero pittore delle Calabrie, Mattia Preti, dorme fra i sepolcri della soglia blasonica nella cavalleresca chiesa di S. Giovanni, da lui dipinta. In Catania nel monastero dei PP. Benedettini il celebre organo versa le armonie sulla tomba del suo autore. In Stresa il sodalizio della Carità inneggia sulle ceneri del suo fondatore, Antonio Rosmini; e così pure al sepolcro del Cottolengo è monumento la sua stessa opera, la Piccola Casa della divina Provvidenza.Sulle sue ceneri suona la perenne preghiera di due mila poveri, mentre in Roma si tratta la causa della beatificazione di lui.Gli uomini, come il Cottolengo, sono santi in tutte le religioni, e li canonizza l'umanità riconoscente.XII.La Dora è dunque prodigiosa per instituti d'istruzione popolare e di beneficenza.Con tali considerazioni errando per le frequentate vie di Po e Doragrossa, e traversando dall'uno all'altro quartiere, presso i palazzi, i teatri e le chiese, e fra i magazzini sfavillanti di sete e gemme, è dolce incontrare in ogni parte scuole, spedali ed asili.Mentre l'insegnamento e la carità assicurano la civiltà presente e futura, le industrie sotto i portici, nelle piazze e nei tre edificii testè eretti ai mercati, coll'assiduo lavoro alimentano i traffichi e soccorrono ai bisogni della vita. Qui però si ode il romore delle fucine, il cigolìo dei carri e lo scalpitìo de' cavalli, non lo schiamazzare della gente meridionale. Il commercio opera fra noi austero ed onesto con voce sommessa, come lo trovai nei popolati bazari di Giannina appiè del Pindo. Nella città dell'Epiro il silenzio de' mercati mi dava l'idea d'un popolo ancora atterrito dalle memorie del tiranno di Tepelleni. Invece nelle simmetriche e libere vie di Torino il silenzio è l'espressione d'un popolo che fa più che non dice, e ordinatamente.Così Torino potè sempre più crescere di fama, di abitanti e di ampiezza. Il Cibrario, nellaEconomia politica del Medio Evo d'Italia, dice che Torino nel 1377 aveva 700 fuochi, rappresentanti 4,200 individui. Il Bottero in sul tramonto del secoloXVInon assegnava a Torino che 17,000 abitanti, i quali per la pestilenza del 1630 si ridussero a 12,000, come lasciò scritto il protomedico Fiochetta. Il conte Prospero Balbo, nel 1831, pubblicò una Tavola autentica del progresso della popolazione di Torino nel secoloXVIII, dalla quale risulta che nel 1706 Torino contava41,822 abitanti dentro città; nel 1727 ne aveva 64,803 co' borghi e il territorio; nel 1760—79,588; nel 1786—89,752; nel 1796—93,076, e nel 1799 solamente 80,752. Da quel tempo ad oggi la popolazione di Torino giunse a 160.000, poi a 180,000, e non ha guari a 200,000 e più abitanti.Quando Torino era colonia romana, la sua forma era quadrata, come il vallo d'un accampamento, poi fu accresciuta ad occidente dell'isolato di S. Dalmazzo, del Monastero di Santa Chiara, di Piazza Paesana o Susina e del recinto spazioso della Consolata. Tal era all'entrare del secolo X, quando le mura della città vedevansi munite di spesse torri, e quando le girava tutto all'intorno una comoda galleria, sopra la quale ergevansi opere di difesa. Il matematico Niccolò Tartaglia, bresciano, lasciò scritto che i lati nord e sud delle mura di Torino correvano lo spazio di 360 passi, e gli altri due un po' meno: sicchè la forma quadrilunga della città era di circa 1400 passi di giro, cioè un miglio italiano e 100 passi geometrici. Dalla metà del secolo XVI in cui il Tartaglia verificava questa misura, fino al giorno d'oggi, s'andò la città mano mano ampliando, sicchè il suo perimetro dentro la strada di circonvallazione è di metri 7,750, cioè 4 miglia geografiche abbondanti, e, compresi i due borghi di Po e di Dora, 11,450 metri, cioè un po' più di 6 miglia. Tal era l'area di Torino nel 1840. Oggi è d'assai aumentata per gli altri borghi di S. Salvatore o Salvario, di S. Donato, di Vanchiglia e di Valdocco. Del nuovo non occorre parola; perchè essendo sorto fra la via arborata di circonvallazione (a guardatura di mezzodì) e quella dello Spedale, dove erano informi prati e vecchie cascine, non ha fatto che vestir di fabbriche grandiose una superficie entro città; sicchè, a rigore, l'appellativo di Borgo non gli si addirebbe.Il Municipio torinese nobilitò non poche delle antiche vie, mutando i vecchi nomi con altri illustri; e appellò le nuove da grandi uomini piemontesi e da grandi fatti sabaudi. Onde leggiamo i nomi di Lagrangia, Andrea Doria, Carlo Alberto, dove erano i Conciatori, i Carrozzai, la Madonna degli Angeli; Botterodov'era il Fieno; l'Accademia Albertina dov'era l'Arco e la Posta. Così la via de' Macelli ha ceduto il nome a quello dei Barolo; e l'Arcivescovato fece luogo a Cavour; la Barra di ferro a Bertola, i Guardinfanti a Barbaroux, le Quattro Pietre a Porta Palatina. Oggi il Cannon d'Oro è Montebello; piazza Susina o Paesana è Piazza Savoia; quella della legna si è convertita in Solferino. E diverse antiche stradicciuole si fregiano adesso de' bei nomi di Virginio, Vasco, Giulio, Siccardi, Assarotti, Perrone, Bava, Torquato Tasso! Senza dire di strade nuove, che si appellano da San Pio V, Berthollet, Baretti, Tesauro, Botta, Alberto Nota, Principe Tommaso, Gioberti, Silvio Pellico, Massena, Galliari, Assarotti, Manzoni! E Legnano, S. Quintino, l'Assietta, Goito, la Cernaia, non risveglian esse gloriose memorie?—Tanto deliberò il Consiglio municipale di Torino nella sua seduta del 19 giugno 1860; tanto eseguì senza indugio.Le grandi piazze, per le quali è così segnalata la città di Torino, sono denominate da Carlo Felice, da S. Carlo, dal Castello, da Vittorio Emanuele I, da Emanuele Filiberto e da Carlo Emanuele II. Le mezzane, da Carlo Alberto, dal palazzo Carignano, dallo Statuto, dal palazzo Reale, da quello di Città, dal saluzzese Bodoni. Le minori sono appellate da Cavour, da Maria Teresa, da Bonelli, da S. Quintino, e dalle chiese delCorpus Dominie di S. Giovanni.Torino è partita in quattro sezioni: delPoa levante, delMonvisoa mezzodì, delMoncenisioa ponente e dellaDoraa tramontana. Da due monti e due fiumi hanno preso gli auspìci le quattro sezioni della città.Il Po ad oriente la viene lambendo: quel Po che, al dire del Marini,«. . . Accolto in cristallina cunaPria pargoleggia, indi s'avanza e cresce,E tante forze in breve spazio aduna,Che sdegna il letto, odia i ripari e n'esce».XIII.La Dora è il caro fiume di Val di Susa, del quale ho seguito il corso dalle fonti alla foce.La Dora Riparia, che si versa in Po presso Torino, diede il nome alla quarta sezione della città, e rammenta come da lunga stagione fosser riposte le speranze d'Italia nella sua metropoli e ne' suoi magnanimi Sovrani. Infatti cinque anni innanzi al memorando assedio di Torino, cioè nel 1701, nasceva al Duca Vittorio Amedeo II quel Principe di Piemonte che fu poi il Re Carlo Emanuele III. Alla nascita di lui il bolognese poeta Eustachio Manfredi, che fu italiano di cuore come raro di mente e di dottrina, infiammavasi di sante speranze, e così cantava quella nascita con fausto vaticinio:Vidi l'Italia col crin sparso, incolto,Colà, dove la Dora in Po declina,Che sedea mesta, e avea ne gli occhi accoltoQuasi un orror di servitù vicina.Nè l'altera piagnea; serbava un voltoDi dolente bensì, ma di reina;Tal forse apparve allor, che il piè discioltoA i ceppi offrì la libertà latina.Poi sorger lieta in un balen la vidi,E fiera ricomporsi al fasto usato,E quinci, e quindi minacciar più lidi;E s'udìa l'Appennin per ogni latoSonar d'applausi, e di festosi gridi:Italia, Italia, il tuo soccorso è nato.Nè il poeta al postutto s'ingannò. Se Carlo Emanuele III non fu il soccorso d'Italia, lo è ben oggi un Sabaudo, lo è Vittorio Emanuele II.«Italia, Italia, il tuo soccorso è nato».Ritornando alla Dora, al più ragguardevole di tutti gl'influentisuperiori dei Po, dirò che poche acque sono recate a tanta utilità come le sue, sia per molini ed altri opificii, sia per irrigazione di campi; imperocchè l'arte di condurre questi canali era già molto innanzi in Piemonte in tempi lontani dai nostri, ove si considerino le tante derivazioni della Dora Riparia, e si confrontino i vari tempi delle sovrane concessioni. Fra Collegno e Torino sono le derivazioni che recano l'acqua alla città, e che servono alla fabbricazione delle canne da fucile, e di altre armi da guerra, alla preparazione delle polveri, ai molini civici, di cui 28 ruote idrauliche apprestano il pane ai cittadini e a' forestieri. Un altro canale, tratto dalla sinistra del fiume sotto a Torino, serve alla fabbrica de' tabacchi e della carta ne' vasti edifizii del Parco.La Dora Riparia a Torino si valicava sopra un meschino ponte di legno sorretto da pile di mattoni. Regnando Carlo Felice (1823), nacque il pensiero di far cavalcare quel fiume da un ponte di pietra, che rendesse fede dell'avanzamento dell'arte in Piemonte; e fu recato ad effetto nel 1830.L'ingegnere Carlo Mosca, oggi Senatore del Regno, lo architettò e lo condusse a buon termine, illustrando la sua patria e sè stesso con quell'opera insigne. Passate le piazzeMilanoedEmanuele Filiberto, si entra nella via per cui si valica il fiume sul mirabile ponte d'un solo arco di cerchio con 45 metri di corda e 5,50 solamente di saetta. Miracolo dell'arte, che l'intelligente cerca ed ammira, perchè mole sì bella e di tanto ardimento è della massima solidità.XIV.Senza dubbio l'augusta città della Dora, ampliata e raddoppiata di popolo nel corrente secolo, è cresciuta in fiore più d'ogni altra italiana, ed ha fatto il più glorioso progresso.Uno degli amici torinesi, ai quali soglio leggere le mie pagine della Dora, a questo punto mi disse:—Ora aspetto da te più che un cenno delle nostre bellechiese. Mi descriverai la Metropolitana col Santuario della SS. Sindone, il tempio più vasto della città, ossia quello di S. Filippo, e il più strano, quello di S. Lorenzo colla cupola ardita e leggiadra. Vorrei pure descritto il tempio di S. Massimo e il magistrale dell'Ordine Mauriziano, ove il Morgari, sui concetti del conte Cibrario, dipinse poeticamente nella cupolaIl trionfo della Croce. Gli Israeliti vorranno da te illustrata la nuova loro Sinagoga, e i Protestanti la loro chiesa di recente edificata; ed io buon cattolico e cittadino ti raccomando di non dimenticare nel tuo volume il Santuario prodigioso della Consolata; la chiesa di S.ª Giulia, di forma gotica, fondata dalla pietà della marchesa Barolo; quella in questi giorni dedicata ai Ss. Pietro e Paolo, e la celebre Basilica di Superga. Un altro bizzarramente lo interruppe, dicendomi:—Io sono un profano, e lascio ai divoti la storia delle chiese. Per me desidero nelle tue pagine la vivace descrizione de' festosi teatri di Torino, principiando dal Regio e dal Vittorio Emanuele, due massimi delubri di Euterpe e Tersicore. Dovresti pur narrarci i trionfi dell'ingegno italiano, quando sulle scene del Carignano e del d'Angennes si davano le prime rappresentazioni delle tragedie dei nostri Alfieri, Pellico e Marenco e del ligure Ippolito D'Aste, e le commedie dei nostri Nota e Brofferio e del ligure Chiossone. Ricordaci il bel teatro del cortese amico cav. Gerbino, e il teatro Rossini in cui con applaudite prove Bersezio, Garelli, Pietracqua e Zoppis mantengono in onore la commedia nel dialetto e ne' costumi del Piemonte.Non basterebbe un grosso volume, io risposi, a descrivere tutti codesti monumenti di cielo e di terra; ma io non faccio la storia nè l'itinerario di questa città. Chi voglia averne contezza, ricorra alle opere del Paroletti, del Cibrario e del Ricotti, legga laDescrizione di Torinodel Bertolotti e quella del Giuria, e ne cerchi i particolari nelDizionario storico-statisticodel Casalis, ed anche nellePasseggiate autunnalidel Baruffi.Io sono un paesista che trovandosi in cospetto di maravigliosa città, irrigata da fiumi, cinta da côlli, maestosa di vie, teatri,templi e palagi, e abitata da popolo industre, dotto e belligero, coglie questo e quel punto di veduta per ritrarre sinteticamente in tela il complesso delle cose ammirate.Peccato ch'io non possegga la tavolozza ed i colori di Massimo d'Azeglio!Ed eccomi senza quasi avvedermene entrato a parlar di pittura e delle altre arti, argomento che si affaccia a quanti vengono a visitare le città italiane.XV.Belle Arti.«Non ha il Piemonte un'antica successione di scuola pittorica come altri Stati, nè perciò ha men diritto di aver luogo nella storia della Pittura[44]».Così scrisse il Lanzi. Ma oggi Torino acquistò tali elementi di vita artistica da gareggiare colle più illustri città sorelle, onde stimo bene d'indagare le origini di questa sua crescente gloria.Fino dal 1652 in Torino si era creata una Società di Artisti, denominata Università di pittori, scultori ed architetti, detta anche Compagnia di S. Luca, la quale nel 1675 cominciò ad acquistar fama aggregandosi all'Accademia Romana dello stesso nome. Crebbe di autorità ai tempi della Reggente Duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia, che nel decreto del 29 agosto 1678 la prese a proteggere in singolar modo e le assegnò sede nei reali palagi.Nel 1716 l'Accademia di scultori, pittori ed architetti ebbe a suo uso dal Governo parecchie sale nel palazzo della R. Università, e nel 1778 il re Vittorio Amedeo III,riconoscendo le Arti liberali altrettanto utili quanto gloriose in ogni Governo, decretò e promulgò nuovi regolamenti, fondò premi e concorsi,ed all'Accademia conferi il titolo diRegia. Nobili instituzioni, che vennero meritamente illustrate con medaglie a bella posta coniate.Le arti, trascurate poi dalla bellicosa dominazione francese, al ritorno dei Reali di Savoia ripresero vita.Nel 1821 il re Carlo Felice creò direttore della R. Accademia Giovanni Battista Biscarra, nominandolo ad un tempo suo primo pittore, capo e maestro delle scuole di pittura e di disegno.Il Biscarra portò da Roma su le rive della Dora i severi precetti della scuola classica e i nobili esempi del suo pennello nel quadro ilCaino, che adorna le pareti della nostra Accademia; e nuovi progressi si prepararono alle Arti.Nel 1833 re Carlo Alberto donò all'Accademia il palazzo che oggi occupa nell'isolato di S. Francesco di Paola. Allora all'Accademia fu aggiunto il titolo di Albertina, nè invano, perchè re Carlo Alberto aperse un periodo nuovo alle arti protette, sì per la sua munificenza, come per le felici disposizioni degli ingegni subalpini.
TORINO
Un Napolitano e un Piemontese.
Due morti colle palme del martirio, Micca e Giannone, nel maggio del 1858 fra i ruderi della cittadella mi profetavano il prossimo unificarsi d'Italia; e presso al medesimo luogo, indi a pochi giorni dall'ultimo incontro col pastore Giacomo, due vivi mi significarono colle musiche lo stesso concetto.
Erano due giovani popolani che deliziavano gli accorrenti ad un caffè innanzi al teatro Alfieri, il cui nome ricorda i primi onori della tragedia italiana e i primi impeti del nostro politico risorgimento.
Uno di essi era un Viggianese che toccava maestrevolmente l'arpa. Chiamavasi Gennarino Pennella, che garzoncello io avea conosciuto in Malta quand'egli faceva ancor parte della compagnia di undici arpeggiatori diretta da Vincenzo Pezzi e da Maddalena Volo. L'altro, che sonava la ghironda e chiamavasi Pietro, era uno de' figliuoli del pastore Giacomo che udimmo ricordare nella capanna di Bousson.
Ora dirò come i due sonatori, il Napolitano e il Piemontese, si conobbero e furono concordi di musica e di cuore.
Diamo dapprima una parola d'amore al melodico Viggiano, paesello de' monti Lucani che conta sette mila abitanti. Colàpietre, acque e piante deggiono essere piene di armonia; e una musica segreta deve accarezzare la culla de' Lucani, e gemere nel santuario de' loro sepolcri.
Molti poveri Viggianesi campano la vita pellegrinando e sonando l'arpa nei ritrovi più frequenti dei due mondi, ben altrimenti dai notiOrbinidi Bologna che vivono e muoiono coi fidi loro stromenti da arco, sotto i portici patrii a guisa di usignuoli che non abbandonano la selva natale.
Oggidì v'ha trecento di tali pellegrini di Viggiano, pei quali inutile trovato sono cocchi e strade di ferro. Essi viaggiano a piedi recando sulle spalle il davidico strumento, e dànno il saluto della musica ad ogni paese che incontrano.
Ai navigatori, anco ne' mari più lontani, avviene talvolta di udire un suono d'arpa che uscito dal fondo della nave va a mescolarsi colla tempestosa armonia delle acque. Sarà qualche Viggianese accolto ospitalmente dal capitano per sopire nelle musiche il timore de' pericoli e le noie della navigazione. Chi non farà festa all'armonico Viggianese, simpatico trovadore che fra gl'interessi materiali del secolo decimonono prova non essere ancor morto il sentimento della poesia nel cuore dei popoli?
In lontane regioni egli giunge amorevole messo della italiana Euterpe, il quale non traduce soltanto su l'arpa i suoni più applauditi de' nostri teatri, ma pure le armonie de' coloni e pescatori nostri, nate quasi per incanto su le acque e su le terre del più incantevole giardino d'Europa.
Il Viggianese viaggia informato dello spirito italiano, sicchè perfino il suo musicale strumento è spesso congegnato degli abeti della sua patria. L'arpa del nostro Gennarino Pennella era infatti lavoro di Vincenzo Bellizia di Viggiano, valente costruttore delle arpe lucane che dispensano i tesori della musica italiana per le nostre vie e fuori, nelle piazze di Parigi e di Londra, ne' castelli di Germania, fra le moschee del Bosforo e del Nilo, presso la pagoda del Cinese e nei mercati d'America, in ogni dove desiderate ed ammirate.
Gennarino, d'indole irrequieta, entrato nel quarto lustro di sua vita lasciò la compagnia de' conterranei ed elesse vivere solo, venendo per le spaziose vie di Torino a cantare e sonare. Ma non andò guari di tempo che sentì amara nel cuore la solitudine, e desiderò un compagno.
Lo trovò nella piazza di San Carlo. Quivi innanzi alla statua equestre di Emanuele Filiberto incontrava spesso il figlio del pastore Giacomo che, sonando la ghironda e traendo gente a guardare la scena di remote regioni nella sua lanterna magica, cantava le canzoni piemontesi del Brofferio, il Béranger della Dora.
Il Viggianese fecesi a conversare col giovane delle nostre Alpi, e si piacquero e s'intesero a vicenda.
Un dì Gennarino, narrando al sonatore della ghironda avventure de' suoi confratelli di Viggiano, gli disse, che Antonio Varallo, dopo avere per trentacinque anni viaggiato trattando l'arpa, era tornato dovizioso in patria; e gli parlò di Vincenzo Miglionico che nell'anno 1806 partì da Viggiano coll'arpa sola, e, dopo lungo pellegrinare, tornato ricco nel 1832, lasciò l'arpa per le lettere di cambio e i numeri musicali per le cifre algebriche.
S'intrattenne più a lungo a raccontargli i casi d'un guardiano di porci, che licenziato dal signor Poliodoro suo padrone, si appese un'arpa al côllo e girando l'America fece gran fortuna, più che non avrebbe fatto se a Viggiano egli fosse divenuto un Eumeo, e il suo padrone un Ulisse. Tornato al nativo paese con moglie e prole, Vincenzo Poliodoro, il figlio dell'antico padrone, fu lieto di poterglisi avvicinare, e si acconciò di tôrre a sposa una figlia di lui con cospicua dote.
—«Insomma, esclamò Gennarino, tu vedi, caro Pietro, che molti sonatori Viggianesi partono poverelli dal monte nativo e tornano ricchi e beati.
«Io li voglio imitare; e tu Pietro dovresti abbandonare ilpesante impaccio della lanterna magica ed associarti a me colla ghironda e col canto.
«Tu canterai le canzoni del tuo paese, io quelle del mio, accompagnandole insieme coll'arpa e colla ghironda, e canteremo entrambi que' canti italiani che sono venuti in moda; e da onesti e solerti compagni ci aiuteremo l'un l'altro nella buona e nella avversa fortuna.
«Un piemontese ed un napolitano cantando, sonando e vivendo insieme troveranno il comune tornaconto».
Pietro lo ascoltò attentamente ed acconsentì, vendendo ad un amico di Susa la lanterna magica.
Così innanzi alla statua di Emanuele Filiberto il Napolitano e il Piemontese stringendosi le destre sull'arpa e su la ghironda si dissero fratelli.
Il primo atto del loro musicale consorzio fu sonare ambidue sotto il portico vicino, in faccia alla operosa bottega di C. S. Caffarel; e quivi amabili ed oneste donzelle, sempre in faccenda a vendere merletti, nastri, cuffie e guanti, sospesero le cure del commercio un istante, e vispe si affacciarono alla porta per udire Gennarino che fiso guardandole e sorridendo cantava:
«Io te voglio bene assaiE tu non piense a me».
I due sonatori raggranellando danaro errarono per diverse nostre città; e poi, tornati a Torino, io gl'incontrai tra gli olmi secolari che ombreggiano il Teatro Alfieri.
Colà udii Gennarino cantare le canzoni in dialetto napolitano diTotonnoTasso, e Pietro quelle del Brofferio nell'idioma piemontese; e insieme ripetere l'inno del Tirteo genovese:
«Fratelli d'Italia,Italia s'è desta».
L'ultima volta li udii nuovamente cantare per le contrade di Genova con insolito brio l'inno del Mameli, mentre si andava preparando la celebre spedizione di Garibaldi per Marsala.
Salutai gli animosi pellegrini e domandai loro se avessero buona fortuna.
—Sì, sì, mi risposero impazienti, ma ora vogliamo anche noi aiutare la fortuna della patria più che la nostra.
Cari giovani! Si erano nobilmente accesi dello spirito dei cantici nazionali che solevano ripetere nei pubblici ritrovi.
Deposero l'arpa e la ghironda, ed impugnata la carabina, andarono essi pure insieme col manipolo dei mille eroi a debellare in Sicilia la borbonica tirannia.
Infelici e generosi! nella pugna caddero per la nazionale indipendenza.
Italiani! nessuno mai ardisca scindere la unione politica del sud e del nord della nostra patria, raffigurata in due figli del popolo fra le memorie di Emanuele Filiberto e Vittorio Alfieri, e poi solennemente celebrata fra i trionfi delle imprese guerresche nell'antica metropoli de' Subalpini.
La storia del Piemonte romoreggia di guerra; e l'augusta Torino dalle altre città italiane si distingue nel valor militare, come nella filologia Firenze, e Roma nella religione.
I Taurini, antica schiatta ligustica, edificarono questa famosa città. Lascio Fetonte, il duce mitologico della colonia ligure, agli archeologi, perchè col lume della filosofia scoprano in esso il vero storico di ardite ed infelici imprese sulle rive del Po, presso alla foce della nostra Dora.
«Guai ai popoli romiti ed anacoreti!» esclamava Gioberti nel suoRinnovamento; e il popolo subalpino non fu certamente nè romito, nè anacoreta, imperocchè sino da tempi remoti noi vediamo l'animosa Torino travagliarsi in tremende battaglie. Tre giorni di combattimento ella oppose all'affricano Annibale, esi mostrò amica ai Romani, i quali, preponderando Giulio Cesare, qui condussero una colonia, onde da lui Torino prese il nome di Giulia, poi da Augusto fu detta Augusta de' Taurini.
Il sangue del Lazio mescolato a quello dei Liguri preparò sulle sponde della Dora quel maschio e belligero popolo, che dovea più tardi rinnovare i destini d'Italia.
Questa città, continuo bersaglio alle ambizioni dei potenti, si ammaestrò nelle frequenti sventure. Fu distrutta da Costantino perchè aderiva a Massenzio; risorta, fu nuovamente rovinata da Stilicone guerreggiante i Goti. Rifattasi dalle rovine, venne assalita dagli Eruli e dai Borgognoni; vinta dall'Esarca Narsete, fu ritolta all'impero romano dai Longobardi che la fecero seggio d'un loro duca; e Agilulfo e Ragumberto, duchi di Torino, vennero elevati alla dignità reale. Passò dipoi la guerreggiata città della Dora dal dominio de' Longobardi a quello de' Franchi.
La giurisdizione Torinese si estendeva sino al Monginevra ed al Moncenisio. Nel secolo decimo dell'era cristiana una famiglia, creduta d'origine francese, resse la Contea di Torino e la Marca d'Italia. Ultimo di questa famiglia fu Olderico Manfredi II, padre della celebre Contessa Adelaide, che sposò dopo il 1045 in terze nozze Oddone di Savoia, e lasciò quindi alla Real Casa lo splendido retaggio di questa fiorita parte d'Italia.
I Conti di Savoia ebbero il loro seggio in Chambéry, e lo trasferirono a Torino nei giorni di Carlo I sul 1482. Nel secolo XVI la occuparono per quattro lustri i Francesi che la cinsero di fortini più ad offesa che a difesa. Ricuperata per la vittoria di San Quintino, sorse la memorabile cittadella, di cui il mastio si vede tuttavia presso la contrada della Cernaia.
Mentre in Italia le fazioni cozzavano, le repubbliche divise e discordi perdevano le loro libertà, e invano i nostri pensatori e i ministri della carità cristiana coi poeti gridavano ai popoli irosipace,pace,pace; mentre infiacchite dalle civili discordiele italiche genti si assoggettavano a tiranni domestici e forastieri, i Principi Sabaudi, postisi a sentinella delle Alpi e col pensiero rivolto all'Italia, costanti nel proposito di restituirle il grado di nazione, coll'opera lenta ma ordinata di politico reggimento fondavano quel principato in cui doveansi maturare i nostri generosi destini.
Destreggiandosi i Principi di Savoia fra prepotenti nazioni, videro necessario all'avvenire d'Italia un forte ed agguerrito esercito, e primi nella nostra Penisola, sbarazzatisi dell'incerto aiuto dei capitani di ventura, si crearono un esercito nazionale.
La bravura militare accompagnò i nostri Principi ed estese il loro dominio. I due Amedei VII e VIII raccoglievano sotto il loro scettro proteggitore la contea di Nizza e quella di Ginevra. L'alleanza di Casa Savoia era cercata dai potenti d'Europa; ed i suoi Conti, poscia i suoi Duchi procedevano con passo sicuro ad accrescere la gloria del loro paese. La Casa di Savoia, mescolata ai politici rivolgimenti, che tennero per tanti anni divisa l'Europa, prese parte a tutte le guerre, crescendo sempre i suoi dominii, e conservando la sua indipendenza.
Principi per virtù insigni e per civile sapienza, legislatori e guerrieri uscirono dalla nobile schiatta che la Provvidenza avea prescelto a propugnare l'italico riscatto.
Il Conte Verde, colle sole sue forze approda alle sponde del Bosforo e libera dalle mani dei Bulgari l'imperatore di Bisanzio. Al Conte Verde succede non meno valente il Conte Rosso; Emanuele Filiberto, colosso di Casa Savoia, vincendo la titanica battaglia di S. Quintino, ristaura la fortuna della sua stirpe, e dopo gli studi della guerra inaugura quelli della pace, soldato e legislatore. Carlo Emanuele co' suoi cinque mila prodi dichiara guerra al Sovrano di tutte le Spagne; Vittorio Amedeo II col Principe Eugenio e con Pietro Micca, il Sansone di Andorno, fiacca le corna alla baldanza francese, e converte il seggio di Duca in seggio di Re. Carlo Emanuele III rovescia il nemico dal côlle dell'Assietta. Carlo Alberto rinunzia al trono, anzichè piegare al nordico vincitore di Novara; e Vittorio EmanueleII, vindice del Padre e dell'Italia, primo fra i prodi, caccia gli Austriaci da Palestro e guadagna con cinque assalti l'altura di S. Martino.
Egli è vero che al cadere dell'andato secolo, per quella forza smisurata che scosse dai cardini l'antico edifizio europeo, Casa Savoia perdette il suo dominio in terraferma e solo regnò nell'isola di Sardegna; ma è vero altresì che nel 1815 ricuperò gli antichi possedimenti, che arricchì della Liguria; e che poi sostenuta eroicamente la iattura di Novara, e perdurando nel santo proposito della libertà e dell'indipendenza, venne in buon punto alla riscossa, e dopo celeri maravigliose vittorie, la causa sua fu quella d'Italia; sicchè per le annessioni spontanee della Toscana, dell'Emilia, dell'isola Sicula e del reame di Napoli, seguendo la battaglia di Castelfidardo ad unirvi l'Umbria e le Marche, Torino, già sede dei re Sabaudi, divenne sede al primo re dell'Italia redenta.
L'augusta città della Dora meritossi tanta gloria segnalandosi nelle guerre de' tempi antichi e de' moderni. E per vero fu maravigliosa Torino in due memorabili assedi de' secoli XVII e XVIII.
Negli anni 1638 e 1639 nacque guerra per la reggenza degli Stati di Carlo Emanuele II affidata a Cristina di Francia, madre del Duca fanciullo, e contesa dai Principi Tommaso e Maurizio, i quali, cognati della donna e zii dell'infante, volevano entrare nella pubblica amministrazione per impedire che la Francia se ne impossessasse colle scaltrezze del superbo Cardinale di Richelieu. Questa discordia di famiglia fu accompagnata da invasione straniera. Un esercito francese sosteneva la Reggente, uno spagnuolo i Principi. Questi occuparono la città, i Francesi tennero la cittadella.
Erano i Francesi capitanati dal conte di Harcourt, gli Spagnuoli dal marchese di Leganes, il quale, anzichè espugnare la cittadella di Torino, come il Principe Tommaso desiderava, distrasseparte del suo esercito, e lo condusse a Casale ch'era tenuta dai Francesi, e ben munita e guardata. Il 29 aprile 1640 fu data gran battaglia con rotta degli Spagnuoli.
L'Harcourt, baldo della vittoria ottenuta in Casale, strinse d'assedio Torino, in cui s'era chiuso il valoroso Principe Tommaso, deliberato di difenderla sino agli estremi. L'accanimento de' soldati da ambe le parti fu smisurato e crudele. Ventinove sortite tentate e rintuzzate, assalti feroci, carnificine da ambe le parti. I contadini si levavano da ogni banda, ma indarno, contro ai Francesi; i cittadini difendevano in armi i loro bastioni e la indipendenza dello Stato.
Alla fine il Principe Tommaso, mal sostenuto ed ingannato dal Leganes, dovette capitolare addì 29 settembre, e ad onorevoli condizioni si ritirò sulle rive della Dora Baltea in Ivrea, costretto a lasciar nel dolore e insanguinata la Dora Riparia. Madama Reale Cristina entrò in Torino vestita a corruccio, nè solo a rimpianto del perduto consorte, ma pure rammaricandosi d'una vittoria riportata nelle discordie fraterne sui torinesi cittadini; avvegnachè pacificatasi poi co' Principi cognati, anco da essi venisse riconosciuta Reggente.
La bella Duchessa, libera dai travagli della guerra, spesso procurò sopire le cure di Stato sulla riva sinistra del Po, nel delizioso Castello del Valentino da lei fatto ricostruire fastosamente ed ornare secondo il gusto de' suoi tempi.
Chi entra in quell'edificio, dopo averne letta l'accurata monografia[34]di Giovanni Vico, è tentato d'immaginarselo uno de' fatati castelli che celebrò la musa di messer Ludovico.
Di rincontro al Valentino, su la riva opposta del fiume, le verdi colline coi giardini e le ville, e coi variati prospetti, ricordano i poggi beatissimi di Posilipo e di Mergellina, ed empiono l'animo di storiche rimembranze, da Carlomagno nella badia di Vezzolano a Silvio Pellico nella villa Barolo.
Tutto ride e spira pace colà d'intorno; e lo stesso Eridano scorre pacifico, come placido lago, sotto i veroni del castello turrito, che fu stanza di amori e di ozi soavi: e coi balli, i caroselli e i tornei, onorò le feste nuziali de' nostri Principi.
Mentre le sale del Castello echeggiavano di clamorosi tripudi, sulle acque del fiume furono veduti vivaci simulacri di fiorite isole allegrate di canti e allegoriche rappresentazioni; e in compagnia di molte navicelle adorne fu veduto il nostro Bucintoro, foggiato nel 1731 sul famoso di Venezia, passar fra gli evviva dei Subalpini, ricco d'intagli, dorature e simboliche immagini, leggiadro monumento dell'arte scultoria in legno.
Nel castello del Valentino tutto è sorriso e pace: ma la duchessa Cristina nello splendore della bellezza e delle feste più volte sarà stata assalita dalle squallide memorie dell'assedio di Torino, opera del suo fratello e del Richelieu, ostili ai Principi di Savoia.
Altro sanguinoso assedio ebbe a sostenere l'eroica Torino contro le ambizioni francesi, e fu il famosissimo del 1706, il quale fece persuaso l'orgoglioso Luigi XIV non poter sempre i grandi e forti riuscire a ciò che ingiustamente vorrebbero.
Nella lunga e terribile guerra della successione di Spagna, Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia, accostossi alla lega de' potentati, che volevano porre sul trono spagnuolo un Principe austriaco, mentre Luigi XIV voleva stabilirvi il Duca d'Angiò, suo nipote. Dopo varie vicende la somma delle cose della guerra in Italia parve tutta restringersi intorno a Torino. Infatti quel superbo che soleva dire:Lo Stato sono io, deliberò di sbalzar di seggio Vittorio Amedeo, mandando poderosa oste a debellarne la metropoli.
La notte del 2 di giugno 1706 le milizie nemiche superiori alle nostre per numero non per valore, e capitanate dal vanaglorioso La Feuillade aprirono la breccia, facendo prima interrogare Vittorio Amedeo dove avesse l'alloggiamento per risparmiarlo nelle ostilità. Il nostro Duca rispose: Il mio quartiere è sui bastioni della cittadella. Però uscì di Torino dopo di averla vettovagliata emunita coi propugnacoli dell'ingegnere Bertola; e volteggiandonella campagna, si diede con indicibile ardire a molestare qua e là gli assalitori. Il qual modo di offesa alla spicciolata fu la salute della città, perchè l'assedio si potè tirare in lungo tre mesi ed avere l'aspettato soccorso.
Combattevasi a cielo aperto e nelle tentate viscere della terra, e il suolo fecondo di morte era ben disposto a sconvolgersi contro gli assediatori. L'ultimo giorno d'agosto, già i Francesi da Porta Susa mettevano piede in Torino, passando sotto le opere avanzate della cittadella, ma il sergente artigliere minatore Pietro Micca, di Sagliano d'Andorno, risolvette di far saltare in aria ponti e bastioni, e fatto allontanare un suo compagno tentennante, ch'ei dissepiù lungo d'un giorno senza pane, diè fuoco alla mina, che con orrendo fracasso e magnanimo disastro seppellì sotto le rovine lui e i nemici, entrati in quelle insidiose gallerie.
Cinque giorni dopo, Maria Bricca coglieva all'impensata e faceva prigioni i nemici in Pianezza; e l'otto di settembre l'ardimentoso Principe Eugenio, giunto in buon tempo, saliva con Vittorio Amedeo da Chieri a Superga e dirigeva quella battaglia decisiva che fu detta di Torino, la quale toglieva l'alta Italia ai Francesi, dava gloria al Piemonte, e rassodava in soglio la Sabauda dinastia, i cui signori di Conti e Duchi, pel trattato d'Utrecht diventarono Re.
Chi mai potrebbe adeguatamente descrivere gli atti del valore subalpino in quel famoso assedio? Anco i fanciulli lavoravano ne' sotterranei, è le donne anch'esse, giovani e adulte, matrone e popolane, non atterrite dallo scoppio delle mine, dal tonare delle artiglierie e dalla pioggia fiammante delle bombe, fra i cadaveri e le macerie, accorrevano, italiche amazzoni, trasportando tavole, vinchi, fascine e masserizie d'ogni maniera, dove più fiero era il pericolo, nei luoghi infestati dalle batterie nemiche.
Le chiese sonavano di preci; i sacerdoti benedicevano i martiri della patria; i Principi Sabaudi e i Piemontesi, pigliando in gloria i patimenti, onoravano il loro secolo e ilnome italiano; imperocchè l'augusta città della Dora erasi fatta un quartier militare e tutto il popolo un esercito combattente per la indipendenza e l'onore dello Stato.
Torino è dunque giustamente ammirata per le virtù guerresche, e n'è costante maestra nelle sue massiccie caserme, nelle famose scuole d'artiglieria, e nella celebre Accademia militare, che diede al Piemonte i più grandi ufficiali del Genio, e che da ora in poi li darà al Regno d'Italia. Inoltre ci ammaestra coi preziosi documenti di valore raccolti nel Museo d'artiglieria, diretto dal capitano Angelo Angelucci da Todi, accurato e vivace scrittore di archeologia militare; e con quelli dell'Armeria Reale, splendido subbietto a' miei versi.
Pubblica Istruzione.
L'arte militare non fu solitaria appiè dell'Alpi, ma crebbe accompagnata dalle altre virtù, che ci resero degni del libero Statuto datoci nel 1848 da Re Carlo Alberto, atti a gelosamente conservarlo, come la più bella ed efficace instituzione dello Stato, e fondamento vitale della rinnovata Italia.
I Governi rappresentativi ne' popoli si svolgono con serena prosperità, se hanno a subbietto una coltura austera e progredita come quella de' Subalpini.
Il principale santuario delle scienze in Piemonte è la R. Università degli studi, massimo ornamento alla via di Po.
Ludovico di Savoia, Principe di Acaia e del Piemonte, la fondava nel 1405 per compiacere ai professori di Pavia e di Piacenza fuggenti la Lombardia contristata da vicende politiche dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti. Per tal guisa nel secolo XV i Principi di Savoia accoglievano ospitalmente la Scienza profuga dalle città lombarde, come ai tempi nostri accolsero nel Piemonte la Libertà esulante dalle altre provincie italiane.
La Università di Torino fu onorata di privilegi da Papi, enel 1412 da Sigismondo imperadore: fu affidata nel 1424 da Amedeo VIII ad uno speciale Consiglio, che di poi prese il nome di Eccellentissimo Magistrato della Riforma, con ottime leggi condotto dal Duca Emanuele Filiberto e dal Re Vittorio Amedeo II.
Spesso i trasferimenti nuocono a ben fondate instituzioni, onde anco i buoni studi soffersero, quando la Università per traversìe dello Stato dovette abbandonare il luogo natìo e migrare in Chieri e Savigliano. Ma tornata in questo suolo tanto acconcio a dare stabilità alle utili discipline, andò aumentando di sapienti professori e di scolari, che qui convenivano da lontane regioni.
Da Vittorio Amedeo II la R. Università ebbe il maestoso edificio, che ora occupa, compiuto nel 1719. Le statue in marmo del munificente Re e del suo erede, opera dei fratelli Collini, sorgono entro due nicchie nel portico del cortile, che può dirsi museo archeologico.
Il Supremo Magistrato della Riforma è sapiente instituzione, che nel suo stesso nome allude al costante ed ordinato progresso delle scienze, e fu grandemente ammirata al sorgere di questo secolo dall'imperiale Legislatore di Francia.
Ambrogio Rendu, l'illustre padre di Eugenio, dell'insigne amico d'Italia nostra, nella compilazione ch'ei fece, come segretario, degli atti fondamentali della Università imperiale di Parigi, disse:
«Il Bonaparte passava per Torino. Un giorno, mentre percorreva il palazzo della Università, si fece recare gli Statuti che la reggevano. Ne traluceva qualche cosa di grande e robusto che lo colpì. La grave autorità che sotto nome di Magistrato della Riforma reggeva il corpo insegnante; questo corpo medesimo, unito per mezzo di dottrine comuni e liberamente sommesso a doveri puramente civili che lo consecravano all'istruzione della gioventù come ad uno dei più importanti uffici dello Stato; nobile confidenza del potere sovrano, che concedeva al Consiglio incaricato della direzione generale un diritto permanente d'interna legislazione e di continuato perfezionamento educativo; quest'ordine stabilito sulla base imperitura della fede cristiana; tutto questo sommamente gli piacque e ne serbò ricordanza trai più strepitosi trionfi. Ricco di glorie militari, sollecito delle generazioni future, fondata solidamente l'amministrazione civile, rialzati gli altari, promulgato il Codice Napoleone, sostituiti i Licei alle scuole o accademie centrali, dopo aver rigenerato le scuole di medicina, creato quelle di diritto, volle stabilire anco per la Francia un sistema compiuto d'istruzione e di educazione pubblica. Ricordevole dell'Università di Torino, ne aggrandì l'idea, come tutto ciò che il grande Capitano toccava, alla stregua del suo impero e del suo genio: creò l'Università imperiale».
Il che venne eloquentemente confermato dal celebre naturalista Cuvier, quando nel 9 aprile 1810 parlando ai Professori adunati nella grand'Aula del nostro Ateneo, dopo aver accennato agli illustri uomini che in esso eran fioriti, entrò a ragionare delle Costituzioni che lo governavano, e disse:
«Il vostro Ateneo dee tornare a gran vanto della Università imperiale, anche sott'altro riguardo; perchè da esso l'Imperatore pigliò norma ed impulso alla sua stupenda rigenerazione degli studi».
La nostra Università, sì giustamente celebrata, crebbe di gloria ampliandosi nell'insegnamento, e sempre più arricchendosi di gabinetti scientifici[35]e di maestri insigni. Oggi è governata dalle leggi del 13 novembre 1859 e del 31 luglio 1862, e dai Regolamenti approvati coi RR. Decreti del 14 settembre e 5 ottobre 1862. Vi s'insegnano teologia, giurisprudenza, medicina,lettere, filosofia, scienze fisiche e matematiche con cinquanta professori ordinarii, diciannove straordinari o incaricati, ventotto professori onorari ed emeriti, e con centotrentuno dottori collegiati. Nel Borgo San Salvario, non ha guari, si assegnò un caseggiato alla Scuola Veterinaria, e la Scuola di applicazione per gli ingegneri, felice creazione della legge Casati (13 novembre 1859), fu aperta nel Castello del Valentino, dove la severa Matematica vien rallegrata dal verde dei giardini circostanti, dal mormorio delle acque cadenti e dalle festose memorie del sito.
Lungo sarebbe, tacendo pure de' non pochi viventi, il ricordare gli uomini illustri che professarono nell'Ateneo torinese. Fra i tanti amo ripetere i venerati nomi di Balbo, Germonio, Cuiaccio, Tesauro, Gerdil, Cigna, Donati, Allioni, G. B. Beccaria, Balbis, Buniva, Caluso, Bonelli, Boucheron, Géné, Martini, Biamonti, Dettori, Giulio, Paravia, Piria, Riberi, Plana!
Mi piace osservare che i Reali di Savoia, larghi negli stipendi, chiamarono all'insegnamento non solo uomini illustri de' loro Stati, ma di tutta Italia, preparando così col mezzo della scienza l'unione politica della nazione.
Olimpico spettacolo è l'accorrere continuo di scolari ed uditori in gran numero alle lezioni universitarie, e torna grata la frequenza de' lettori nella Biblioteca dell'Ateneo ricca di 230,000 volumi, di quattromila e più codici manoscritti, e di oltre a cinque mila stampe. La Biblioteca è aperta a letture diurne e serali, ed ha la frequenza media giornaliera di novecento lettori nell'inverno e nella primavera, di tre a quattrocento nell'estate e nell'autunno.
Presiede alla Biblioteca il comm. Gaspare Gorresio, colui che agevolato da Re Carlo Alberto negli studi del Sanscrito in Parigi, primo in Europa, pubblicò, tradotto italianamente, ilRamaiana, poema indiano, e ne associò alle lingue ed alle idee dei popoli del Gange, ai quali più strettamente ci unirà l'ardito francese, Ferdinando Lesseps, col taglio dell'Istmo di Suez. Così un latino della Dora ed uno della Senna lavorarono egregiamente ad avvicinare in bel consorzio Asia ed Europa!
Torino vanta altre copiose ed importanti biblioteche: quella del Re con 40,000 volumi e 2,000 manoscritti: quella della Reale Accademia delle Scienze con 40,000 volumi: quella dell'Accademia medico-chirurgica con 12,000 volumi, e la biblioteca dell'Archivio centrale con volumi 7,730, tra i quali oltre a 600 di edizioni del secolo XV e parecchi preziosi manoscritti: e la biblioteca centrale militare ricca di 21,000 volumi di opere militari, scientifiche e storiche; e quella del Duca di Genova, ricca d'opere e di manoscritti d'arte militare, legati dal dotto cav. Cesare di Saluzzo, educatore dei figliuoli di Carlo Alberto.
Dicesi che di queste sei biblioteche vogliasi fare una sola da essere ordinata nelle sale del Palazzo Madama, a pubblica utilità. Se questa idea ha effetto, nel centro della città, la gioventù subalpina, in ogni tempo studiosissima, troverebbe nuovi agi a coltivare le scienze, le lettere e le arti.
Basti ricordare che tre giovani fondarono in Torino l'Accademia delle Scienze, come alcuni giovani quella di Bologna.
Francesco Maria Zanotti, scrivendo l'elogio di Eustachio Manfredi, narra che quel famoso matematico ed astronomo, essendo ancor giovinetto, in Bologna sua patria applicatosi alla filosofia, raccoglieva in casa sua molti suoi colleghi per provarsi nell'arte del dire; e che da siffatti domestici esperimenti ebbe origine quella illustre Accademia delle Scienze. E addì 31 ottobre 1833, la nostra R. Accademia delle Scienze celebrando la ricorrenza del cinquantesimo anno della sua fondazione, il venerando conte Prospero Balbo, che la presiedeva, ricordando gli esordi di così nobile instituzione, nel suo discorso disse: «Un giovane uffiziale, il cavaliere poi conte di Saluzzo, un altro giovine, già con maraviglioso esempio professore in quelle scuole (dell'Università), il Lagrangia; un giovane dottor di medicina, il Cigna, ne furono arditamente i primi fondatori».
Gli esempi de' giovani preclari di Torino, non dissimili da quelli della dotta Bologna, trovino ai dì nostri frequenza d'imitatori! E mai non mancherà sulle rive della Dora, ove oltre la Universitàe l'Accademia delle Scienze, molti sono gl'instituti aperti al progresso d'ogni sapere.
Torino vanta l'Accademia Reale medico-chirurgicache si governa col regolamento organico del 18 novembre 1850; laDeputazione di Storia patriacreata da Carlo Alberto nel 1833 per tutte le antiche provincie, ora estesane l'azione anche alla Lombardia, e presieduta da S. E. il conte Federico Sclopis, diede ricca serie di storiche pubblicazioni; laSocietà di Farmaciafondata nel 1852 coll'intendimento di promuovere l'avanzamento della scienza, e sostenere il decoro e la dignità dell'arte; l'Associazione medica, già creata nell'êra costituzionale, e poi estesa dopo il 1859 anche a molte provincie italiane; la Società Agraria instituita nel 1785, alla quale diede non poco lustro il novarese Rocco Ragazzoni. Inoltre Torino vanta il Collegio Carlo Alberto, che ha ben 140 posti gratuiti per giovani addetti a studi universitari, e il Collegio Caccia, licei, ginnasi, e scuole tecniche del Governo e di privati, scuole diurne e serali, ed instituti femminili; e l'Instituto tecnico, fiancheggiato dal nascente Museo industriale, e aggrandito da una scuola normale diretta a preparar maestri per le scuole professionali, testè inaugurato dal Torelli, ministro di Agricoltura e Commercio; e il R. Albergo di Virtù, che sino dal secolo XVI, per generoso provvedimento dei Principi Sabaudi, educa i figli dell'operaio nelle arti e nei mestieri, e che dovrebbe essere al popolo il più utile esemplare di scuole tecniche. Insomma Torino vanta un campo vastissimo, ove dotti maestri con zelo religioso coltivano gli allori delle future generazioni.
Io non entro a discutere intorno ai metodi d'insegnamento usati oggidì nelle scuole superiori e nelle mezzane. Il desiderio di diffondere e accelerare il trionfo della civiltà fece sì, che si moltiplicassero le discipline e i programmi della pubblica istruzione. Dopo fattone sperimento, deggio dire, che non di rado gl'insegnanti mi parvero ridotti alla condizione di coloni obbligati a coltivare ad un tempo e nel medesimo terreno alberi fruttiferi di ogni qualità, la pianticella del cotone e quella del lino insiemecol gelso, la dolce canna dello zucchero e la tenera pianta del zafferano, il frumento e il grano turco, senza disgiungere la pastorizia da questo complesso di seminati e di pometi.
Fra tanta baraonda di sistemi si troverà il più conveniente a coltivare colla debita misura le menti de' giovani ed avviarle alla meta desiderata.
In quanto alla parte educativa v'ha parecchi pregevoli collegi e convitti. Degno di particolar menzione è l'Istituto Paterno, il quale sorse su le rovine d'un collegio già diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, e chiuso per cause abbastanza note. Il nuovo Istituto nel 1863 fu aperto nella via delle Rosine da una Società di padri di famiglia. Ne fu affidata la direzione al cavaliere prof. Giovanni Lanza, che lo governa con molto senno, ben altrimenti da coloro che nella educazione separano gli alunni dalla casa paterna. Egli vuole, che nell'Istituto la Scuola e la Famiglia siano in continua corrispondenza; vuole che i padri si facciano guida e custodia de' proprii figli, coadiuvando e facendosi essi medesimi gl'ispettori e consiglieri. La scuola piglia lena e conforto dalla cooperazione della famiglia, e a vicenda si sorreggono e si aiutano.
Questo sapiente disegno incontrò favore universale; e trecento vispi giovanetti crescono in lieto consorzio nel floridissimo Istituto.
Chi amasse un'accurata relazione delle scuole di Torino, legga il bel libro[36]del cav. Baricco, sacerdote che dice ed opera assai a benefizio dell'istruzione popolare.
L'insegnamento universitario e le accademie sono lustro antico delle principali città d'Italia. Ma negli atenei e nelle accademie la scienza rimane come infeudata a beneficare soltanto le classi superiori della civile compagnia. La scienza, sole delle menti,deve essere universale come la luce, e la tenebrosa ignoranza dovrà snidarsi dalle officine degli operai, nè più essere sciagurato retaggio del colono, che per noi dissoda la terra.
A tale scopo la moderna civiltà diede largo impulso all'istruzione popolare. Già Vittorino da Feltre, Guarino il Veronese, Enea Silvio Piccolomini, il Casalanzio e l'Emiliani aveano in Italia sperimentato le scuole del popolo. Succedettero nell'arduo aringo altri valenti uomini nostri e stranieri. I nomi del Loke, del Rollin, del Girard, del Pestalozzi, dell'astigiano Goltieri, del Milde saranno sempre benedetti dagli educatori del popolo; nè meno di quelli saranno benedetti Raffaele Lambruschini e Nicolò Tommaseo, che tanta virtù infusero cogli stupendi loro scritti nei metodi dell'insegnamento.
Le dottrine sparse in que' libri trovarono in Torino campo acconcio a radicarsi e fruttificare, coltivate da maestri valorosi. Il popolo si mostrò disposto a riceverle, imperocchè qui era viva la memoria del sacerdote Ghetto, che nel mezzo del secolo passato sotto i portici e nei chiostri della piazza di S. Carlo, e nella chiesa del monastero di santa Pelagia, radunava nei giorni festivi i fanciulli da lui incontrati nelle vie per catechizzarli. Qui era viva la memoria del sacerdote Giulio Sineo, che ad esempio dell'evangelico Ghetto, ed a continuazione dell'opera di lui, sul principio di questo secolo catechizzava nella chiesa di santa Pelagia in idioma piemontese, e con tale eloquenza, che ad ascoltarlo non soltanto i mendici e gl'idioti accorrevano, ma eziandio i ricchi e i dotti. Era viva la memoria del canonico Clemente Pino, che, un anno dopo la compianta morte del Sineo, nel 1831 apriva nelle sue stanze laSocietà letteraria, che sì vivamente giovò a diffondere ne' giovani il culto de' buoni studi e delle virtù civili.
Ora ci piace ricordare Vincenzo Troya, Lorenzo Valerio, Antonio Rayneri, Domenico Berti, e non pochi altri, pei quali dapprima le scuole di metodo qui lodatamente crebbero e s'ampliarono. Nella Università fu creata una cattedra di pedagogica ora occupata dal cav. Antonio Rayneri, che ne fece studiospeciale, come si argomenta da' suoi eccellenti cinque libri dellaPedagogica; e furono create scuole normali, da cui escono i maestri e le maestre, che deggiono distribuire il pane dell'istruzione elementare in ogni angolo dello Stato. In questi provvedimenti molto fecero in Torino il Governo, il Municipio e i cittadini[37].
Ma a dir vero, il beneficio delle scuole di metodo andò scemando, perchè sorsero fazioni a screditare la savia instituzione, e più ancora perchè non pochi usciti da quelle scuole lasciarono le orme degli insigni maestri di pedagogia, facendosi autori di trattatelli e di sistemi, che intenebrano gl'ingegni de' giovanetti.
Deploro il caos degl'incomposti rudimenti nelle scuole dell'adolescenza, e vado a salutare la luce serena nelle scuole dell'infanzia.
Scuole Infantili.
Chi di noi non ricorda Ferrante Aporti di Cremona, che fra le fatiche evangeliche e gli studi severi della storia, propugnandoogni maniera di educazione popolare, fu meritamente salutato padre degli asili infantili? Il marchese Tancredi Falletti di Barolo in Torino, primo in Piemonte, fondò asili per l'infanzia, ma non avrebbe bastato a propagarne il culto e il benefizio, senza la voce eloquente e l'opera autorevole dell'Aporti.
Egli in Italia si fece apostolo della pietosa instituzione, e nel 1839 secondo i suoi metodi creavasi in Torino da egregi cittadini la Società delle scuole infantili autorizzata dal Governo. Questa Società provvede ottimamente a sette asili d'infanzia mantenuti dalla carità pubblica.
Altri furono aperti, perchè qui le buone instituzioni progredirono sempre con rara felicità, sicchè i bimbi dell'artigiano e dell'indigente sono largamente beneficati.
Il cremonese promotore degli asili vide che, a far sempre più prosperare la sua diletta instituzione, il popolo prendeva dalla Reggia utili esempi di carità cristiana, e, provando una gioia ineffabile, nel 1853 esclamava sulle rive della Dora.
«Sia gloria al magnanimo Re Carlo Alberto, che le instituzioni infantili incoraggiò ne' primi promotori, gloria alla Regina sua augusta consorte, che ne seguì l'esempio, gloria al Re Vittorio Emanuele, che emulando la paterna generosità, conserva quanto egli fondò, e cogli onori conferiti, indicò luminosamente quanto ami ed apprezzi questa maniera di beneficenza educatrice. Sia gratitudine e riverenza all'augusta Maria Adelaide, che da Regina protegge di affetto efficace codeste instituzioni, che proteggeva da principessa[38]».
L'esultanza dell'Aporti era il tripudio degli Apostoli di Cristo nel trionfo della fede e della carità. Veramente ogni anima pia si sente commossa visitando il regale asilo de' fanciulli eretto dalle Regine Maria Teresa e Maria Adelaide, ora sovranamente mantenuto dal nostro augusto Re, e con ogni sollecitudine vegliato dal R. Elemosiniere, il teologo cav. Antonio Pavarino, eda cinque Suore di S. Giuseppe di Pinerolo. L'Asilo è situato sotto il tetto dell'istessa Reggia; ed io lo visitai mentre i trecento bimbi ivi protetti, levando le manine, cantavano in versi una preghiera, con cui riconoscenti invocano la benedizione del Cielo sulla Real Famiglia. La preghiera degl'innocenti, portata dagli angeli in cielo, sia accolta dal Dio delle misericordie, e sarà benedizione a tutta Italia!
Visitai eziandio più volte la scuola infantile per gli agiati nella via dell'Ospedale. La fondò lo stesso Aporti, e il conte Carlo Boncompagni continua prosperamente la pia opera, giovando agli agiati ed ai poveri, perchè ogni somma eccedente le spese per quella scuola vien data a beneficio degli Asili aperti agli indigenti.
Visitai pure nella via Oporto l'asilo aperto dalla liberalità del conte Camillo Benso di Cavour. Solerte direttore di quell'instituto è il teologo Pagnone, che in funebre discorso saviamente ne ricordava il benefattore, dicendo: «Una prova che la Provvidenza protegge e sospinge l'opera nostra, si è che le procaccia larghe beneficenze di insigni benefattori. Il conte Camillo di Cavour che desiderò nuove glorie alla Dinastia regnante, non trascurò i tapinelli; ei che mirò a far grande l'Italia, non obbliò i minimi fra i Piemontesi: oltre la tenera pietà che ne sentiva, ben sapeva che il risorgimento di una nazione non è mai stabile e sicuro, ove le masse popolari non siano sufficientemente educate. Quindi egli in vita fu promotore ardente, anzi confondatore de' nostri Asili, e morendo li dotava di una parte delle sue sostanze, che, raddoppiata ancora dal nipote, varrà da sè sola a creare un novello asilo. Questa generosa emulazione fra un testatore e il suo erede, questa nobilissima gara di chi muore e di chi sopravvive è di memorabile esempio, degnissimo di venire dai doviziosi cittadini imitato[39]».
Sia benedetta sempre la instituzione degli Asili infantili! Inquesto secolo di continue riforme non osi alcuno snaturarla colla smania di migliorare. Ai parvoli negli Asili voglionsi le cure di madre amorevole, non i precetti di faticosa institutrice.
I bimbi abbisognano di affetto più che di studio, di armonie più che di discorsi, come gli usignoletti che ne' loro nidi imparano ad aprire le alucce al primo volo fra il mormorio dei zeffiri e l'olezzo delle rose.
Insomma gli Asili infantili, più che scuole d'istruzione popolare, deggiono essere santuari di carità cristiana.
Niccolò Tommaseo scriveva: «I suoi civili vantaggi deve il Piemonte ai morali suoi pregi; dico, l'austero costume, l'operosità nelle industrie e nelle armi, la riverenza spontanea all'autorità, il docile attento riguardo a ogni luce di bene e di bello da qual mai parte venisse, il culto delle tradizioni, l'esercizio della fede religiosa massimamente nelle opere di carità. Sebbene le città italiane siano più o meno di carità monumenti, e quasi templi edificati a quel Dio ch'è amore; Torino in mezzo a tante grandezze di beneficenza non per tanto grandeggia; e con nuove istituzioni simili corona le antiche, anche in questo più vivamente antica delle altre sorelle, e più veramente moderna[40]». Queste solenni parole io vado ripetendo mentre ricordo le pie instituzioni di Torino. La più grande a quest'uopo ebbe principio ed ordinamento da Carlo Emanuele il Grande e da Vittorio Amedeo II, denominandosi l'Ospizio di Carità. Con esso, con altri somiglianti fondati nelle principali città dello Stato, e colle Congregazioni di Carità estese per tutti i minori paesi, in guisa che nessuno ne fosse privo, intendevasi a sbandire la mendicità vagabonda. Rimangono gli statuti e parte dei loro beneficii, ma l'opera de' fondatori fu monca; onde J. Bernardidisse: «L'opera dei due Principi, incominciata in Piemonte sul principio del secolo decimottavo e intesa a sbandire la mendicità da tutto lo Stato, per isvilupparsi e giugnere al suo maggiore perfezionamento, dovea tener fisso e inalterabile il fine, e giovarsi della esperienza continuata ed intelligente per conseguirla: lo che per colpa dei tempi e talvolta anche degli uomini, che dimenticano ogni passato per far tutto da sè, non accadde[41]».
Oltre il R. Spedale di Carità, Torino ha lo Spedale maggiore di S. Giovanni; quello de' Santi Maurizio e Lazzaro; il Militare divisionario; quello di S. Luigi; il Regio Manicomio; la Compagnia di S. Paolo, che regge le case di educazione femminile del Soccorso e del Deposito, ed il Monte di Pietà: l'Istituto Pio, che soccorre a domicilio i poveri infermi; il Dispensario Oftalmico; lo Spedale della Maternità; la Compagnia delle puerpere; l'Ergastolo; il Ricovero di Mendicità; il Ritiro delle Rosine; l'Istituto della Provvidenza; il Conservatorio delle Sapelline; il Ricetto delle povere orfane; il Ritiro delle figlie dei militari; l'Opera della Mendicità istruita; l'Opera Pia del Rifugio; l'Ospizio de' Catecumeni; il Regio Convitto delle Vedove Nobili; la Compagnia della Misericordia che assiste ai carcerati; la Regia Scuola normale dei Sordo-muti; la Casa di Sant'Anna presso la Consolata; il Regio Stabilimento Ortopedico; l'Istituto di Santa Zita e l'Asilo dei lattanti. Questi istituti insieme considerati hanno il doppio merito di alleviare i dolori della vita e di educare, ed onorano il cuore benefico del popolo Subalpino e de' suoi Principi.
Il Canonico Giuseppe Cottolengo.
Il più maraviglioso degli instituti di carità è in Borgo Dora, laPiccola Casa della Divina Provvidenza, che si può definire colleparole del Baricco,il compendio di tutte le umane miserie ed il trionfo della cristiana beneficenza[42].
Fondatore ne fu il canonico Giuseppe Cottolengo da Chieri. Egli eresse una casa, nella quale, ripeteremo volentieri con Defendente Sacchi,come nelPanteondegli antichi stavano le immagini di tutti gli Dei, sono eretti tutti gl'instituti di beneficenza.
Giova ricordare l'origine dellaPiccola Casa. Una povera donna straniera, da Milano moveva per Lione col marito e tre figliuoli; e passando per Torino, nel due settembre 1827, infermò nell'albergo dellaDogana Vecchia. Fu portata qua e là per ricoverarla in qualche spedale, ma priva de' titoli richiesti non fu accolta, onde, travagliata dai disagi del trasporto, presto morì la infelice in quell'albergo fra le smanie della famiglia desolata.
A spettacolo sì compassionevole trovossi presente il canonico Cottolengo, che di conforti religiosi avea soccorso la inferma straniera nelle ultime ore di vita. Egli, adempiuto l'ufficio di sacerdote e rattristato del caso doloroso, andò a conferire colla Congregazione delCorpus Domini, di cui era socio, intorno alla deliberazione da lui presa di preparare un ricovero ai miseri abbandonati per le vie, ed agli infelici privi di aiuto, come la inferma straniera dellaDogana Vecchia.
La Congregazione lodò ed agevolò la pia proposta, onde il Cottolengo, semplice e retto di cuore, innamorato del maggior bene degli uomini, e fidente nella suprema Provvidenza, cominciò l'opera benefica nel 1828 da una piccola infermeria, aperta nella casa dellaVolta rossa. La infermeria, nel 1831, da lui trasferita, dove ora si trova, nella regione di Valdocco, fu il fondamento allaPiccola Casa della Divina Provvidenza sotto gli auspìci di San Vincenzo de' Paoli.
Non è più piccola ma vasta casa di carità quella del Cottolengo, che accoglie poveri di ogni condizione e d'ogni età, dal bambino al decrepito, dal sano all'incurabile. Ma come il Cottolengoprocacciò i mezzi a mantenere dodici istituzioni da lui fondate e insieme congiunte? Come potè creare spedali, farmacie, scuole, asili d'infanzia ed officine di arti e mestieri per una famiglia di duemila e più poveri?
Sua ricchezza e possanza fu la fede nella divina Provvidenza, la fede viva, colla quale Pietro l'Eremita predicò le Crociate, la fede accompagnata dalle opere, senza cui sarebbe inutile; perciò in uno dei cortili della Piccola Casa, sulla parete di rincontro alla statua di San Vincenzo de' Paoli, leggesi:Fides sine operibus mortua est.
Il fondatore della Piccola Casa morì nell'aprile del 1842 e Monsignor Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, che ne dettò con sacra facondia l'Elogio storico[43], pubblicandolo, giustamente lo intitolava al canonico Luigi Anglesio, che al fondatore succedette nelle virtù e nella direzione dell'Opera benedetta.
Visitando laPiccola Casaandai ad inchinarmi alla tomba del Cottolengo. Egli è sepolto, come desiderò, sotto l'altare di Maria Vergine, innanzi a cui, fra cento e cento quadretti in cui sono effigiati i tanti santuari di Maria sparsi pel mondo, il piissimo uomo soleva prostrarsi ed invocare a pro degli infelici la celeste misericordia. Egli riposa nella casa da lui edificata, tra i poveri da lui protetti, come padre fra' diletti figliuoli.
In Londra Cristoforo Wren è sepolto nella Basilica di San Paolo da lui architettata. In Malta l'armigero pittore delle Calabrie, Mattia Preti, dorme fra i sepolcri della soglia blasonica nella cavalleresca chiesa di S. Giovanni, da lui dipinta. In Catania nel monastero dei PP. Benedettini il celebre organo versa le armonie sulla tomba del suo autore. In Stresa il sodalizio della Carità inneggia sulle ceneri del suo fondatore, Antonio Rosmini; e così pure al sepolcro del Cottolengo è monumento la sua stessa opera, la Piccola Casa della divina Provvidenza.Sulle sue ceneri suona la perenne preghiera di due mila poveri, mentre in Roma si tratta la causa della beatificazione di lui.
Gli uomini, come il Cottolengo, sono santi in tutte le religioni, e li canonizza l'umanità riconoscente.
La Dora è dunque prodigiosa per instituti d'istruzione popolare e di beneficenza.
Con tali considerazioni errando per le frequentate vie di Po e Doragrossa, e traversando dall'uno all'altro quartiere, presso i palazzi, i teatri e le chiese, e fra i magazzini sfavillanti di sete e gemme, è dolce incontrare in ogni parte scuole, spedali ed asili.
Mentre l'insegnamento e la carità assicurano la civiltà presente e futura, le industrie sotto i portici, nelle piazze e nei tre edificii testè eretti ai mercati, coll'assiduo lavoro alimentano i traffichi e soccorrono ai bisogni della vita. Qui però si ode il romore delle fucine, il cigolìo dei carri e lo scalpitìo de' cavalli, non lo schiamazzare della gente meridionale. Il commercio opera fra noi austero ed onesto con voce sommessa, come lo trovai nei popolati bazari di Giannina appiè del Pindo. Nella città dell'Epiro il silenzio de' mercati mi dava l'idea d'un popolo ancora atterrito dalle memorie del tiranno di Tepelleni. Invece nelle simmetriche e libere vie di Torino il silenzio è l'espressione d'un popolo che fa più che non dice, e ordinatamente.
Così Torino potè sempre più crescere di fama, di abitanti e di ampiezza. Il Cibrario, nellaEconomia politica del Medio Evo d'Italia, dice che Torino nel 1377 aveva 700 fuochi, rappresentanti 4,200 individui. Il Bottero in sul tramonto del secoloXVInon assegnava a Torino che 17,000 abitanti, i quali per la pestilenza del 1630 si ridussero a 12,000, come lasciò scritto il protomedico Fiochetta. Il conte Prospero Balbo, nel 1831, pubblicò una Tavola autentica del progresso della popolazione di Torino nel secoloXVIII, dalla quale risulta che nel 1706 Torino contava41,822 abitanti dentro città; nel 1727 ne aveva 64,803 co' borghi e il territorio; nel 1760—79,588; nel 1786—89,752; nel 1796—93,076, e nel 1799 solamente 80,752. Da quel tempo ad oggi la popolazione di Torino giunse a 160.000, poi a 180,000, e non ha guari a 200,000 e più abitanti.
Quando Torino era colonia romana, la sua forma era quadrata, come il vallo d'un accampamento, poi fu accresciuta ad occidente dell'isolato di S. Dalmazzo, del Monastero di Santa Chiara, di Piazza Paesana o Susina e del recinto spazioso della Consolata. Tal era all'entrare del secolo X, quando le mura della città vedevansi munite di spesse torri, e quando le girava tutto all'intorno una comoda galleria, sopra la quale ergevansi opere di difesa. Il matematico Niccolò Tartaglia, bresciano, lasciò scritto che i lati nord e sud delle mura di Torino correvano lo spazio di 360 passi, e gli altri due un po' meno: sicchè la forma quadrilunga della città era di circa 1400 passi di giro, cioè un miglio italiano e 100 passi geometrici. Dalla metà del secolo XVI in cui il Tartaglia verificava questa misura, fino al giorno d'oggi, s'andò la città mano mano ampliando, sicchè il suo perimetro dentro la strada di circonvallazione è di metri 7,750, cioè 4 miglia geografiche abbondanti, e, compresi i due borghi di Po e di Dora, 11,450 metri, cioè un po' più di 6 miglia. Tal era l'area di Torino nel 1840. Oggi è d'assai aumentata per gli altri borghi di S. Salvatore o Salvario, di S. Donato, di Vanchiglia e di Valdocco. Del nuovo non occorre parola; perchè essendo sorto fra la via arborata di circonvallazione (a guardatura di mezzodì) e quella dello Spedale, dove erano informi prati e vecchie cascine, non ha fatto che vestir di fabbriche grandiose una superficie entro città; sicchè, a rigore, l'appellativo di Borgo non gli si addirebbe.
Il Municipio torinese nobilitò non poche delle antiche vie, mutando i vecchi nomi con altri illustri; e appellò le nuove da grandi uomini piemontesi e da grandi fatti sabaudi. Onde leggiamo i nomi di Lagrangia, Andrea Doria, Carlo Alberto, dove erano i Conciatori, i Carrozzai, la Madonna degli Angeli; Botterodov'era il Fieno; l'Accademia Albertina dov'era l'Arco e la Posta. Così la via de' Macelli ha ceduto il nome a quello dei Barolo; e l'Arcivescovato fece luogo a Cavour; la Barra di ferro a Bertola, i Guardinfanti a Barbaroux, le Quattro Pietre a Porta Palatina. Oggi il Cannon d'Oro è Montebello; piazza Susina o Paesana è Piazza Savoia; quella della legna si è convertita in Solferino. E diverse antiche stradicciuole si fregiano adesso de' bei nomi di Virginio, Vasco, Giulio, Siccardi, Assarotti, Perrone, Bava, Torquato Tasso! Senza dire di strade nuove, che si appellano da San Pio V, Berthollet, Baretti, Tesauro, Botta, Alberto Nota, Principe Tommaso, Gioberti, Silvio Pellico, Massena, Galliari, Assarotti, Manzoni! E Legnano, S. Quintino, l'Assietta, Goito, la Cernaia, non risveglian esse gloriose memorie?—Tanto deliberò il Consiglio municipale di Torino nella sua seduta del 19 giugno 1860; tanto eseguì senza indugio.
Le grandi piazze, per le quali è così segnalata la città di Torino, sono denominate da Carlo Felice, da S. Carlo, dal Castello, da Vittorio Emanuele I, da Emanuele Filiberto e da Carlo Emanuele II. Le mezzane, da Carlo Alberto, dal palazzo Carignano, dallo Statuto, dal palazzo Reale, da quello di Città, dal saluzzese Bodoni. Le minori sono appellate da Cavour, da Maria Teresa, da Bonelli, da S. Quintino, e dalle chiese delCorpus Dominie di S. Giovanni.
Torino è partita in quattro sezioni: delPoa levante, delMonvisoa mezzodì, delMoncenisioa ponente e dellaDoraa tramontana. Da due monti e due fiumi hanno preso gli auspìci le quattro sezioni della città.
Il Po ad oriente la viene lambendo: quel Po che, al dire del Marini,
«. . . Accolto in cristallina cunaPria pargoleggia, indi s'avanza e cresce,E tante forze in breve spazio aduna,Che sdegna il letto, odia i ripari e n'esce».
La Dora è il caro fiume di Val di Susa, del quale ho seguito il corso dalle fonti alla foce.
La Dora Riparia, che si versa in Po presso Torino, diede il nome alla quarta sezione della città, e rammenta come da lunga stagione fosser riposte le speranze d'Italia nella sua metropoli e ne' suoi magnanimi Sovrani. Infatti cinque anni innanzi al memorando assedio di Torino, cioè nel 1701, nasceva al Duca Vittorio Amedeo II quel Principe di Piemonte che fu poi il Re Carlo Emanuele III. Alla nascita di lui il bolognese poeta Eustachio Manfredi, che fu italiano di cuore come raro di mente e di dottrina, infiammavasi di sante speranze, e così cantava quella nascita con fausto vaticinio:
Vidi l'Italia col crin sparso, incolto,Colà, dove la Dora in Po declina,Che sedea mesta, e avea ne gli occhi accoltoQuasi un orror di servitù vicina.
Nè l'altera piagnea; serbava un voltoDi dolente bensì, ma di reina;Tal forse apparve allor, che il piè discioltoA i ceppi offrì la libertà latina.
Poi sorger lieta in un balen la vidi,E fiera ricomporsi al fasto usato,E quinci, e quindi minacciar più lidi;
E s'udìa l'Appennin per ogni latoSonar d'applausi, e di festosi gridi:Italia, Italia, il tuo soccorso è nato.
Nè il poeta al postutto s'ingannò. Se Carlo Emanuele III non fu il soccorso d'Italia, lo è ben oggi un Sabaudo, lo è Vittorio Emanuele II.
«Italia, Italia, il tuo soccorso è nato».
Ritornando alla Dora, al più ragguardevole di tutti gl'influentisuperiori dei Po, dirò che poche acque sono recate a tanta utilità come le sue, sia per molini ed altri opificii, sia per irrigazione di campi; imperocchè l'arte di condurre questi canali era già molto innanzi in Piemonte in tempi lontani dai nostri, ove si considerino le tante derivazioni della Dora Riparia, e si confrontino i vari tempi delle sovrane concessioni. Fra Collegno e Torino sono le derivazioni che recano l'acqua alla città, e che servono alla fabbricazione delle canne da fucile, e di altre armi da guerra, alla preparazione delle polveri, ai molini civici, di cui 28 ruote idrauliche apprestano il pane ai cittadini e a' forestieri. Un altro canale, tratto dalla sinistra del fiume sotto a Torino, serve alla fabbrica de' tabacchi e della carta ne' vasti edifizii del Parco.
La Dora Riparia a Torino si valicava sopra un meschino ponte di legno sorretto da pile di mattoni. Regnando Carlo Felice (1823), nacque il pensiero di far cavalcare quel fiume da un ponte di pietra, che rendesse fede dell'avanzamento dell'arte in Piemonte; e fu recato ad effetto nel 1830.
L'ingegnere Carlo Mosca, oggi Senatore del Regno, lo architettò e lo condusse a buon termine, illustrando la sua patria e sè stesso con quell'opera insigne. Passate le piazzeMilanoedEmanuele Filiberto, si entra nella via per cui si valica il fiume sul mirabile ponte d'un solo arco di cerchio con 45 metri di corda e 5,50 solamente di saetta. Miracolo dell'arte, che l'intelligente cerca ed ammira, perchè mole sì bella e di tanto ardimento è della massima solidità.
Senza dubbio l'augusta città della Dora, ampliata e raddoppiata di popolo nel corrente secolo, è cresciuta in fiore più d'ogni altra italiana, ed ha fatto il più glorioso progresso.
Uno degli amici torinesi, ai quali soglio leggere le mie pagine della Dora, a questo punto mi disse:
—Ora aspetto da te più che un cenno delle nostre bellechiese. Mi descriverai la Metropolitana col Santuario della SS. Sindone, il tempio più vasto della città, ossia quello di S. Filippo, e il più strano, quello di S. Lorenzo colla cupola ardita e leggiadra. Vorrei pure descritto il tempio di S. Massimo e il magistrale dell'Ordine Mauriziano, ove il Morgari, sui concetti del conte Cibrario, dipinse poeticamente nella cupolaIl trionfo della Croce. Gli Israeliti vorranno da te illustrata la nuova loro Sinagoga, e i Protestanti la loro chiesa di recente edificata; ed io buon cattolico e cittadino ti raccomando di non dimenticare nel tuo volume il Santuario prodigioso della Consolata; la chiesa di S.ª Giulia, di forma gotica, fondata dalla pietà della marchesa Barolo; quella in questi giorni dedicata ai Ss. Pietro e Paolo, e la celebre Basilica di Superga. Un altro bizzarramente lo interruppe, dicendomi:
—Io sono un profano, e lascio ai divoti la storia delle chiese. Per me desidero nelle tue pagine la vivace descrizione de' festosi teatri di Torino, principiando dal Regio e dal Vittorio Emanuele, due massimi delubri di Euterpe e Tersicore. Dovresti pur narrarci i trionfi dell'ingegno italiano, quando sulle scene del Carignano e del d'Angennes si davano le prime rappresentazioni delle tragedie dei nostri Alfieri, Pellico e Marenco e del ligure Ippolito D'Aste, e le commedie dei nostri Nota e Brofferio e del ligure Chiossone. Ricordaci il bel teatro del cortese amico cav. Gerbino, e il teatro Rossini in cui con applaudite prove Bersezio, Garelli, Pietracqua e Zoppis mantengono in onore la commedia nel dialetto e ne' costumi del Piemonte.
Non basterebbe un grosso volume, io risposi, a descrivere tutti codesti monumenti di cielo e di terra; ma io non faccio la storia nè l'itinerario di questa città. Chi voglia averne contezza, ricorra alle opere del Paroletti, del Cibrario e del Ricotti, legga laDescrizione di Torinodel Bertolotti e quella del Giuria, e ne cerchi i particolari nelDizionario storico-statisticodel Casalis, ed anche nellePasseggiate autunnalidel Baruffi.
Io sono un paesista che trovandosi in cospetto di maravigliosa città, irrigata da fiumi, cinta da côlli, maestosa di vie, teatri,templi e palagi, e abitata da popolo industre, dotto e belligero, coglie questo e quel punto di veduta per ritrarre sinteticamente in tela il complesso delle cose ammirate.
Peccato ch'io non possegga la tavolozza ed i colori di Massimo d'Azeglio!
Ed eccomi senza quasi avvedermene entrato a parlar di pittura e delle altre arti, argomento che si affaccia a quanti vengono a visitare le città italiane.
Belle Arti.
«Non ha il Piemonte un'antica successione di scuola pittorica come altri Stati, nè perciò ha men diritto di aver luogo nella storia della Pittura[44]».
Così scrisse il Lanzi. Ma oggi Torino acquistò tali elementi di vita artistica da gareggiare colle più illustri città sorelle, onde stimo bene d'indagare le origini di questa sua crescente gloria.
Fino dal 1652 in Torino si era creata una Società di Artisti, denominata Università di pittori, scultori ed architetti, detta anche Compagnia di S. Luca, la quale nel 1675 cominciò ad acquistar fama aggregandosi all'Accademia Romana dello stesso nome. Crebbe di autorità ai tempi della Reggente Duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia, che nel decreto del 29 agosto 1678 la prese a proteggere in singolar modo e le assegnò sede nei reali palagi.
Nel 1716 l'Accademia di scultori, pittori ed architetti ebbe a suo uso dal Governo parecchie sale nel palazzo della R. Università, e nel 1778 il re Vittorio Amedeo III,riconoscendo le Arti liberali altrettanto utili quanto gloriose in ogni Governo, decretò e promulgò nuovi regolamenti, fondò premi e concorsi,ed all'Accademia conferi il titolo diRegia. Nobili instituzioni, che vennero meritamente illustrate con medaglie a bella posta coniate.
Le arti, trascurate poi dalla bellicosa dominazione francese, al ritorno dei Reali di Savoia ripresero vita.
Nel 1821 il re Carlo Felice creò direttore della R. Accademia Giovanni Battista Biscarra, nominandolo ad un tempo suo primo pittore, capo e maestro delle scuole di pittura e di disegno.
Il Biscarra portò da Roma su le rive della Dora i severi precetti della scuola classica e i nobili esempi del suo pennello nel quadro ilCaino, che adorna le pareti della nostra Accademia; e nuovi progressi si prepararono alle Arti.
Nel 1833 re Carlo Alberto donò all'Accademia il palazzo che oggi occupa nell'isolato di S. Francesco di Paola. Allora all'Accademia fu aggiunto il titolo di Albertina, nè invano, perchè re Carlo Alberto aperse un periodo nuovo alle arti protette, sì per la sua munificenza, come per le felici disposizioni degli ingegni subalpini.