XVI.

XVI.Re Carlo Alberto volle che il Piemonte fosse ad un tempo la Macedonia e l'Attica d'Italia. Per farne la Macedonia, migliorò ogni ordine militare e instituì nel suo palazzo l'Armeria reale. Per farne l'Attica, agevolò ogni maniera di studi ed ampliò l'Accademia di Belle Arti. Inoltre instituì la Reale Pinacoteca segnalata per quadri fiamminghi. Ne fu dotto illustratore Roberto d'Azeglio, ed ora n'è vigile direttore il suo fratello Massimo, ministro, guerriero, scrittore ed artista: esempio unico nella storia.Il munifico Re commise elette opere a chiari scultori e pittori d'ogni terra italiana: Baruzzi, Sangiorgio, Marchesi, Fraccaroli e Cacciatori, Hayez, Podesti, Bellosio, Camuccini, Gazzarini e Bezzuoli; e la Reggia di Torino, emulando la Corte Medicea, già per mezzo dell'arte cominciava la unificazione della nostra Penisola.Statue e dipinture di gran pregio decorarono templi e palazzi. Crebbe il numero degli studiosi e crebbero le scuole; e l'Arientifu da Lombardia qui chiamato a professare la pittura, e dalla Sardegna il Marghinotti ad essere maestro nel disegno dal rilievo.Invadendo ogni cosa lo spirito di riforma, entrò pure nell'Accademia Albertina, e coi nuovi ordinamenti Re Vittorio Emanuele II nell'anno 1856 affidò la direzione dell'Accademia al Marchese Di Breme. Questo patrizio, cultore e zelatore tenerissimo delle Arti Belle, acquafortista valente, consigliando l'insegnamentouno e vario, volse l'animo ad infondere vita novella nell'Accademia Albertina,convinto, egli dice,che le accademie si possono conservare, purchè si adattino meglio allo scopo dell'arte, la qual cosa consiste principalmente nell'unificare l'istruzione elementare e nel variare l'insegnamento superiore[45].Uomini irradiati di bella fama vennero in essa ad ammaestrare. Vincenzo Vela alla scuola di scoltura, Enrico Gamba a quella di disegno, ed alle scuole di pittura Gaetano Ferri e Andrea Gastaldi invece dell'Arienti assunto a reggere l'Accademia di Belle Arti in Bologna. Desiderandosi inoltre a segretario dell'Accademia chi al merito dell'arte accoppiasse i pregi della letteratura, fu eletto a sì nobile ufficio il figlio dell'antico direttore, Felice Biscarra, al quale, mentre va scrivendo la storia dell'Accademia, si prepara dovizia di documenti nei lavori dei maestri e nelle speranze degli allievi.XVII.Diamo un cenno degli esempi della Scuola Piemontese, che l'Accademia Albertina può presentare a' suoi discepoli.La Reale Pinacoteca, che dapprima avea sede nel Palazzo Madama, fu, ed opportunamente, trasferita al Palazzo de' Musei, significando così che le scienze e le arti deggiono vivere insieme per far prosperare le nazioni.In due stanze della Pinacoteca si ammirano molte e belle opere antiche di artisti piemontesi, ed altre moderne nel Museo che il Municipio apriva nel giugno del 1863 nella via Gaudenzio Ferrari, quasi per collocarlo sotto gli auspici dell'Apelle di Valduggia, capo della Scuola Lombarda, a cui i Valsesiani con soscrizioni preparano in Varallo un degno monumento.Nel Museo Civico sono raccolti oggetti di patria e straniera archeologia, e monete antiche di Grecia e Roma, e delle zecche dei Comuni e Stati italiani dal mille in poi. Vi ha preziose reliquie medievali e un vivido acquario in cui pesci, diversi di specie e di colore, guizzanti danno gaiezza al luogo severo. Ma lo scopo principale di quel Museo è la Galleria moderna dei quadri, fra i quali se ne ammirano parecchi di pennello piemontese, come dicevami il cav. Agodino conducendomi gentilmente a visitare le recenti opere del municipio torinese.Ricordando la R. Pinacoteca e il Museo Civico, io veggo schierarsi a me d'innanzi dallo scorcio del secoloXVsino a noi gli illustri pittori subalpini, coi quali deggionsi pur ricordare scultori ed architetti nostri di meritata fama.Primo ci si presenta in Alba, il Macrino; poi nel secoloXVIVal di Sesia si pregia dei fratelli Tanzio e di Gaudenzio Ferrari, che ebbe comune con Raffaello la scuola e la gloria. Nel medesimo secolo Vercelli va altera del Sodoma e del Giovenone, e Defendente De Ferraris da Chivasso, dipinge la stupenda icona di Ranverso. Nel secoloXVIIfra i vigneti del Monferrato il Moncalvo insieme colle due figlie, protetto dalle Grazie, dipinge madonne ed angioli; il Molineri, detto ilCaraccino, narra col pennello le vittorie dei nostri Duchi alla natale Savigliano, che fu pure la culla di Giovan Angelo Dolce, di Pietro Ayres e del lodatissimo incisore Arghinenti, allievo del celebre Porporati; e Nizza, che mai non cesserà di essere italiana, di quei tempi ricorda il suo Lodovico Brea. Nel secoloXVIIIBernardino Galliari, della terra di Andorno, pittor di scene egregio, emulo del Bibiena, spargendo la sua fama in Europa, dipinge a Berlino, e fra noi colora d'affreschi la vôlta del Palazzo dell'AccademiaFilarmonica, e adorna il R. Teatro d'una scenica tela, segno alla pubblica ammirazione: e il savoiardo Beaumont ritrae gloriose pagine dell'Iliadee dell'Eneidenelle vôlte della grand'aula in cui ammirasi l'Armeria Reale. In quel secolo le arti del dipingere e dello scolpire, l'incisione e l'architettura lasciano ai Subalpini grate memorie. I torinesi fratelli Collini adornano di scolture i palazzi della Metropoli e i sotterranei di Superga, il Cignaroli acquista nome nella pittura di paese, i fratelli Valeriani dipingono lodatamente di affreschi il R. Palazzo di Stupinigi. Ed ecco io veggo segnalarsi nell'architettura il Iuvara, cui deve Torino la maestosa facciata e i due mirabili scaloni del palazzo Madama, e l'edificio della Corte d'Appello, e Superga, e Stupinigi; e il Conte Alfieri architetto dei tre teatri, il Regio e quelli di Carignano e d'Angennes.Non cessano ai dì nostri le splendide pruove dell'architettura subalpina. Già ammirammo il Senatore Mosca al Ponte della Dora. Carlo Promis e Alessandro Antonelli sono dotti maestri dell'arte di costruire; e Domenico Ferri, architetto decoratore de' Reali palazzi, fe' il disegno dell'edifizio destinato al primo Parlamento del Regno d'Italia, dandogli una facciata corrispondente alla maestà del luogo; e già si vede sorgere altero quel monumento dell'arte nostra, mercè l'opera dell'architetto Giuseppe Bollati. La stupenda recente stazione della Strada Ferrata in Torino è disegno dell'ingegnere Mazzucchetti; e il torinese conte Carlo Ceppi ottenne nel 1863 la palma fra i molti concorrenti al disegno della facciata del duomo fiorentino, opera da accoppiarsi al Campanile di Giotto.Nel secolo nostro, oh quale miriade di splendidi ingegni mi si presenta nell'arte, cominciando dal nizzardo G. Battista Biscarra! Io riverente vi saluto, o Pelagio Palagi e Carlo Arienti, o Antonio Gaggini e Vincenzo Vela. Voi, sebbene non piemontesi di origine, siete gloria artistica della Dora, perchè foste chiamati a ragguardevoli uffizi nella nostra Accademia.Altri bei nomi mi ricorrono in mente. Il Migliara di Alessandria fu mirabile nella pittura d'interne prospettive; FabrizioSevesi e Luigi Vacca furono frescanti e pittori scenografi di gran valore; Francesco e Guido Gonin, Enrico e Francesco Gamba, Gaetano Ferri, Andrea Gastaldi, Angelo Capisani, Ferdinando Cavalieri, Pietro Ayres, Camino, Perotti, Beccaria, Raimondi, i conti Corsi e Pastoris, e i due Felice, Cerutti e Biscarra, sono cari nomi che spesso udimmo ripetere ed encomiare in vari generi di pittura nelle annuali pubbliche esposizioni di Belle Arti.Nè meno della pittura più volte ammirammo nelle pubbliche mostre l'arte statuaria di celebri professori già accennati e dei valorosi Giovanni Albertoni, Giuseppe Dini, Scipione Cassano, Silvestro Simonetta e Carlo Caniggia. Che più? Anche la stampa dettaumoristica, mostra quotidiana, vanta sulla Dora quattro bizzarri corifei a matita, Redenti, Allis, Teja e Virginio.Le glorie subalpine sono di tutta la nazione, onde il Re e il Governo onorarono di commissioni e d'insegne cavalleresche parecchi de' nostri artisti, e la storia segnò i loro nomi sui nuovi allori dell'arte italiana.XVIII.La Societa' promotrice delle Belle Artie il Circolo degli Artisti.Fra tanto fervore di nobili ingegni opportunamente nel 1842 in Torino fu costituita la Società promotrice delle Belle Artiche ha per iscopo di eccitare fra gli artisti una lodevole emulazione, di propugnare le notizie delle loro opere, e di aiutarne lo spaccio, acquistandone in proporzione dai fondi sociali. A tal fine nella primavera d'ogni anno essa apre una pubblica esposizione di lavori di Belle Arti.Promotore e primo presidente della Società fu il conte Cesare di Benevello, amante e cultore appassionato della pittura, a cui succedette altro mecenate, il marchese Ferdinando di Breme. Promotore insieme col Benevello, e, a buon diritto, segretarioprimo di essa fu il Paravia; ed ora, sette volte rieletto, segretario della Società è il cav. Luigi Rocca, nome gradito, che s'incontra spesso quando in Torino si principia e s'incoraggia un'opera buona ad onorare gl'ingegni.La Società andò mutando seggio, ed ora ha stanza accanto al Teatro Scribe, in via della Zecca, nel proprio palazzo, acconciamente architettato dal cav. Mazzucchetti.Chi desiderasse conoscere i particolari della Società narrati con brio ed eleganza, legga le storiche pagine che Luigi Rocca nel novembre del 1864 mandò innanzi all'Album offerto a tutti i benemeriti che contribuirono all'erezione dell'edificio per le esposizioni di Belle Arti.Qui dunque si trovano gl'incoraggiamenti e gli onori di che altre famose città italiane furono larghe agli artisti, non però le villane gelosie e le cupe ire che in altre contrade disonestarono le scuole dell'arte.Sulla Dora non trovate, come su l'Arno, morto di ferro un Masaccio, non un Torrigiani che d'un pugno schiaccia il naso al Buonarroti, nè i contrasti di Baccio Bandinelli col Cellini. Qui non si ha a lamentare, come sulle adriatiche lagune, Andrea del Castagno che colpisce Domenico Veneziano per frodargli il segreto della pittura ad olio; nè, come a Bologna, si incontra un Calvart, che villanamente contristò la giovinezza del Domenichino; nè si ha a deplorare una Elisabetta Sirani, amorosa imitatrice di Guido Reni, morta di veleno nella verde età di ventisei anni. Qui, come a Napoli, le ribalderie dello Spagnoletto e del Correro non intristirono mai i seguaci dell'arte; non si attossicarono i loro conviti, siccome avvenne al Baroccio in Roma; nè, come a Genova, fu mai veduto per orrende gelosie un Pellegro Piola perir di pugnale.Ai cultori dell'arte divisi e discordi altrove, in Torino rispondono cultori uniti e concordi col Circolo degli Artisti, unico in Italia.Torino ha l'Accademia Filarmonica e la Filodrammatica, la Società del Tiro a segno, la Società Ginnastica, la Ippica, quelladei Pattinatori, e quelle dei Canottieri, instituzioni dilette ed utili, ma fra queste la più fiorente è il Circolo degli Artisti.Nel 1854 il cav. Felice Biscarra, tornato da un viaggio per l'Europa, narrò all'avvocato Luigi Rocca e ad altri eletti amici la soddisfazione da lui provata nel visitare in lontane regioni i Circoli degli Artisti, e quelli in ispecie di Brusselle e di Ginevra.Sorse il desiderio di vedere sì bella ed utile instituzione anche in Piemonte, imperocchè le nobili idee fra questo popolo si volgono in atto con rara e pronta felicità, al pari de' semi che sparsi in terreno acconcio non tardano a germogliare, fiorire e dare frutti abbondanti.Il Biscarra e il Rocca applicarono tosto la mente a comporre gli statuti tratti da quelli del Belgio con altri più adatti all'indole nostra, e fu dato principio con venti soci alla novella instituzione del Circolo che proseguì con ottanta, e, costituitasi con cento e venti, giunse ad avere ottocento fratelli adunati sotto il libero stendardo delle Belle Arti.Il Circolo degli Artisti è presieduto dal Comm. Galvagno, uomo di probità antica; e trovasi in via Bogino nel magnifico palazzo Graneri, ora del generale Sonnaz, l'eroe di Montebello.Quivi sono frequenti le adunanze con musiche e balli e con mostre di Belle Arti; e non ha guari, nella sera del 16 novembre 1865, il Circolo fra canti e suoni accoglieva festosamente il Re e la Regina di Portogallo insieme colla nostra Real Famiglia nella memorabile aula, ove ai tempi di Vittorio Amedeo II, fu celebrata la pace conclusa tra Francia e Piemonte, con banchetto splendidissimo, a cui sedevano i marescialli francesi e il Principe Eugenio di Savoia.Il biondo Re lusitano, che amorosamente coltiva la musica e la pittura, e che lasciò in Torino ricordi grati del suo patrocinio agli artisti italiani, volle cortesemente dichiararsi fratello di quella artistica famiglia, e porre fra i soci il suo nome, fulgida gemma alla corona del Circolo, onde prova il Piemonte che qui la concordia civile preparò l'alleanza degli artisti insieme coll'unità nazionale.XIX.Arte e Patria.Non lascerò così grato argomento senza prima far cenno che l'Arte, considerata nel complesso de' suoi attributi, qui spesso rappresentò i destini della patria, e li preparò talvolta.L'Architettura dai Cesari di Roma ad Emanuele Filiberto ricorda gli avvenimenti di sei tempi diversi nel turrito edifizio Augustale, il quale, ristaurato dal Municipio, spiccherà venerando, abbattute le case che ne impedivano la vista. L'Architettura narra i fasti e i lutti della stirpe Sabauda e del Piemonte, additandoci la Reggia e i reali Castelli e il Palazzo Carignano, culla di Carlo Alberto e del Parlamento del Regno italico. Essa, guidandoci al ponte di pietra a cinque archi onde si varca il Po, c'invita a salutare in cima ai côlli torinesi la Basilica di Superga, dedicata a Maria, sepoltura dei nostri Re. Quel tempio, architettato dal Juvara, è monumento di vittoria nazionale, eretto da Vittorio Amedeo II in ringraziamento a Dio per aver liberato questo combattuto paese dall'insolenza forastiera.Guardando a Superga, ripetiamo esultanti colla Debora del Piemonte, Giulia Colombini:«Oh! salve dal tuo côlleDi patria indipendenza alto trofeo!.  .   .   .   .  .   .   .   .   .   .   .   .   .Tu il sorriso del ciel sui brandi nostri,Tu il prodigio d'amor Micca ci mostri.Sul vinto baluardoSpiegava lo stendardoIl Francese guerrier: l'ardito esempioCento seguiano e cento;Ma, nuovo Curzio, nel fatal momentoDiede il suo capo il Gran Biellese, e volleSè stesso per la patria in sacramento;Scoppiò l'accesa polve, e glorïosoMiccasu mille eroi tomba si aderse.Oh viva eterno! E laude a te che, sperseL'armi Franche, oAmedeo, vittorïosoInnalzasti sul monteSimbolo di salvezza, ara al Piemonte!»Colla Basilica di Superga la Monarchia Sabauda ringrazia Iddio in vetta ai côlli torinesi; e alle loro falde il popolo subalpino lo ringrazia nel tempio della Gran Madre di Dio.Quella chiesa, edificata col disegno del Bonsignore, ricorda il Panteon di Roma e il tempio del Canova in Possagno. Benchè posta sovra alto basamento con pronao grandioso ed ardito, trovasi oppressa dalle colline circostanti, ma nella mia mente quella chiesa prende gigantesche proporzioni, e dai côlli si eleva sfavillante d'insolito splendore, quando ricordo essere stata costruita per volo del Corpo Decurionale Torinese (1818), dopo il ritorno della stirpe Sabauda dalla Sardegna al Piemonte. Fra le colonne del tempio circolare ricordo le feste cittadine al cessare della gallica dominazione, e il solenne ingresso in Torino di Vittorio Emanuele I, addì 20 maggio 1814. Alla erezione di quella chiesa esultò il Piemonte, che vide restituita la dignità nazionale a queste regioni, riacquistando la dinastia di que' Principi che per otto secoli n'erano stati i reggitori e i padri, educando il popolo alle armi ed alle industrie, e a mantenersi libero dal giogo straniero.L'arte statuaria con maggiore evidenza ci narrò i fasti della patria effigiandone gli eroi.Non è stata felice nel ritrarre in bronzo e in marmo il Conte Verde; ma felice e gloriosa oltre ogni dire fu rappresentando nella Piazza San Carlo il Duca Emanuele Filiberto, che, vinta la battaglia di S. Quintino e firmato il trattato di Château-Cambrésis, entra in Torino vindice e stabilitore della sua schiatta, e, riposta la spada, interamente si dà ad ordinare il governo civile. La statua equestre in bronzo, e la battaglia e il trattato scolpiti in altorilievo nel piedistallo compongono il monumento principale della città per concetto e bellezza d'arte.Il bolognese Salvatore Muzzi, perito negli studi dell'arte e noto per affettuosi libri di letteratura educativa, spesso mi era compagno nel 1863, mentre per le vie di Torino andavo notando le cose più degne di ricordo.Un dì, dalla statua equestre di Emanuele Filiberto andammo insieme ad ammirare quella pure in bronzo del Re Carlo Alberto nella piazza dallo stesso Re intitolata. Girammo intorno al grandioso monumento di granito e di bronzo, ricco di statue e storiati bassorilievi, da cui sorge sul destriero di battaglia l'augusto martire dell'indipendenza italiana, col brando sguainato, in atto di capitanare l'esercito nelle pugne nazionali.Io osservava che meglio delle attillate divise militari d'oggidì si affanno alle scolture le antiche armature e i larghi paludamenti; e consideravo che i bassorilievi di quel monumento con militari in tunica e borghesi in abito di rispetto non sono tanto ammirati. Il Muzzi non poteva farsi apologista di questa parte dell'opera; ma notava come l'artista abbia tenuto assai depressi i quattro storici bassorilievi, ed abbia saputo ad un tempo trattarli per modo che tutto vi si legge bene, anco esposti all'ombra, anche nell'ora del tramonto: e se non potea difendere che l'artefice avesse frammisto la realtà dei quattro soldati di tutto tondo alle quattro donne simboliche assise sul secondo piano del monumento, osservava, come ad una ad una le otto statue ornamentali siano veramente assai belle, e degne dell'artista che le concepì e plasticò, sicchè le bellezze de' modelli sono trasfuse nel bronzo.Levandomi dalle controversie dell'arte al concetto incarnato nelle due statue equestri, io salutai col Muzzi in piazza San Carlo il Genio della Stirpe Sabauda che, ricuperata la signoria degli Stati aviti, ripone la spada nel fodero per attendere alle imprese di pace, e nella piazza Carlo Alberto salutai lo stesso Genio cavalleresco, che, pronto all'invito degl'Italiani, torna a sguainare la spada, già gloriosa in S. Quintino, per dare libertà e potenza a tutta la nazione.Era conveniente che il medesimo artefice dovesse interpretaree significare nel bronzo la duplice impresa di quel Genio guerriero e legislatore. L'insigne artefice fu l'italiano Marochetti.Altri monumenti per le piazze e nelle vie ci ricordano i fatti generosi de' Principi e del popolo. Nella facciata del Palazzo municipale veggonsi le statue marmoree del Principe Eugenio di Savoia e del Duca Ferdinando di Genova, scolpite dal Simonetta e dal Dini, e donate dal banchiere Mestrallet, degne di lode, comechè alcuni le notassero di soverchio movimento, quasi fossero simulacri d'artisti ginnastici. Innanzi al mastio dell'antica cittadella di Torino ci si presenta Pietro Micca, statua in bronzo modellata dal Cassano, degno allievo del Vela; in cospetto al Palazzo Carignano, già seggio del Parlamento, l'Albertoni ci addita una sua applaudita scultura, Vincenzo Gioberti, colà collocato come esempio e scuola agli oratori della patria; e nella piazza Castello v'ha l'Alfiere del Vela, che, stringendo il patrio vessillo nella sinistra, e la spada colla mano destra, dal Palazzo Madama guarda a Doragrossa: profetico dono dei Milanesi all'Esercito Sardo, il dì 15 gennaio 1857.Se pei verdi viali saliamo al pubblico giardino, detto deiRipari, quattro sculture di marmo ci empiono l'animo di civili e guerresche memorie. Ci si mostrano Guglielmo Pepe che varca il Po, bel lavoro del professore Butti, ed Eusebio Bava, vincitore a Goito, opera dell'Albertoni. Le statue dei due valorosi capitani sembrano erette sul medesimo poggio dei Ripari per celebrare l'unione degli eserciti di Napoli e del Piemonte nelle battaglie nazionali. Chi non ammira colà i due marmi animati dal Vela? Nell'uno è onorato il Manin, il veneto cittadino che, repubblicano di origine, con vivo accorgimento riconobbe e riverì nella monarchia di Savoia l'unica salute della presente Italia; nell'altro marmo è onorato Cesare Balbo che meditabondo tiene la mano sul rinomato suo libroDelle Speranze d'Italia. Visitatori del grand'uomo, non rompete con vane ciance il nobile corso de' suoi pensieri. Egli è assorto in gravi meditazioni. Inchinatelo tacendo, e andate oltre.Dai fioriti viali dei Ripari trasportiamoci fra gl'incensi deglialtari nella Chiesa della Consolata che ricorda Ardoino, l'infelice re d'Italia, in una cappella da lui eretta.Nel 31 luglio di quest'anno entrai in quel tempio mentre il cielo abbuiatosi turbinava, e, piovendo a dirotta, il vento dalle finestre aperte spingeva l'acquazzone contro le marmoree colonne del Santuario. Una musica soavissima si diffuse, e parve colla virtù dei suoni rasserenare la scompigliata natura. Era il nostro celebrato Marini che sonava l'organo maraviglioso del tempio. Egli toccando maestrevolmente colle magiche dita i tasti dell'organo crea subite armonie ispirate dall'affetto del cuore e dalla maestà della religione.Una vivida luce tornò a rallegrare il cielo e la chiesa; l'incantevole musicista coi suoni ora imitando il canto degli usignuoli traea il mio spirito a pregare in fondo ad una selva, ed ora imitando i flebili rintocchi della campana mi ricordava in sul vespero l'Ave Mariadel villaggio. Così mentre il Marini in varie guise svegliava il sentimento della preghiera, io mi era prostrato presso la cappella semicircolare dove stanno le marmoree statue delle due regine genuflesse, Maria Teresa e Maria Adelaide, che si amarono in vita e che compiante morirono quasi ad un tempo nel gennaio 1855.Un angelo colle ali spiegate tiene sospese due corone sul capo delle auguste donne che innanzi al Santuario di nostra Donna Consolatrice invocano la concordia e la prosperità sulla Reggia e su l'Italia.Le due statue, opera del Vela, sono capolavori dell'arte moderna e gloriosi monumenti di quel prodigioso Santuario, da cui mi allontano per farmi alla Cattedrale di S. Giovanni eretta da Baccio Pontelli o da Meo del Caprino sugli avanzi di tre chiese antichissime.Spesso ritorno alla Cattedrale, ma non a ricordare la bandiera musulmana e il vessillo colla Croce di Savoia insieme sventolanti innanzi alla SS. Sindone per ringraziare il Dio delle vittorie nella oppugnazione di Sebastopoli. Se lo spettacolo delle due bandiere, al quale assistemmo nel 1855, fosse avvenuto nel 1578,quando dal prossimo vicolo, ove abitava Torquato Tasso, più volte vi sarà andato devotamente a chiedere inspirazioni dal funebre Sudario di Cristo, oh! senza dubbio l'epico cantore delle Crociate sarebbe uscito dalla chiesa indispettito, per recarsi a disfogare il cristiano suo sdegno nella prossima casa che abitò pochi mesi, consacrandola per tutti i secoli!Io vi ritorno per salire alla Cappella circolare della Sindone, ardimentosa struttura del Guarini, dal cui pinnacolo piove la mesta luce a illuminare quel regale recinto. Quivi intorno all'urna contenente il Sudario di Cristo morto sono monumenti e simulacri d'insigni uomini di Casa Savoia: quivi lo scultore Marchesi ornò il sepolcro di Emanuele Filiberto, il Cacciatori quello di Amedeo VIII, il Fraccaroli quello di Carlo Emanuele II, e il Gaggini quello del Principe Tommaso.Bella gara artistici per onorare la memoria di grandi uomini trapassati! Bell'effetto ottico di que' massi bianchi figurati su que' fondi di nero marmo!A un lato, dentro nicchia di ricco ornamento, fra colonne di marmo nero con capitelli corinzii dorati, non possiamo guardare, senza esserne commossi, la statua della regina Maria Adelaide, augusta moglie del Re d'Italia Vittorio Emanuele II. Il ligure artista Revelli scolpivala seduta, in bianco marmo da lui animato, poi la seguiva nella beatitudine de' buoni.Non meno della Scoltura fra noi piacquesi egregiamente la Pittura di ritrarre patrii soggetti. Splendido esempio ne trovai in Savigliano, nella città ch'ebbe la prima tipografia del Piemonte, portatavi dal tedesco Giovanni Glim nel 1470.Colà il Molineri detto ilCaraccinonella vasta sala del palazzo, già ducale, ora del marchese Taffini, immaginò sei grandi arazzi pendenti dai balaustri d'un cortile rettangolare. Negli arazzi dipinse le geste militari, e nel cielo aperto l'apoteosi del Duca Vittorio Amedeo I, figlio di Carlo Emanuele I, la cui effigie vedesi sovra la porta della sala. Nell'apoteosi intorno al carro della Vittoria scorgonsi le quattordici lettere componenti il nome di Vittorio Amedeo sostenute vagamente da angioletti;e ne' guasti caratteri de' cartelli si scoprono iscrizioni latine sotto città e fortezze diverse; e servono a indicare i loro nomi insieme cogli stemmi corrispondenti, non giài fatti d'armi e le imprese rappresentate su quelle mura, come opinò il Napione illustrando quei dipinti.Gli affreschi della Sala Taffini sono l'ultima e la principale opera di Giovanni Antonio Molineri. Al pari di lui altri valenti dipintori nel suolo subalpino colorarono le imprese eroiche della patria, e volentieri andrei accennando i loro lodati lavori sparsi nella città, se non mi sentissi tratto nel palazzo reale a contemplare più che altrove convenute le Arti belle a illustrare i politici accorgimenti e le virtù guerresche e civili degli Italiani.XX.La Reggia.Entrati nel palazzo dei Re d'Italia, l'animo nostro è compreso di maraviglia salendo il maestoso scalone di bianchi marmi, che per doppio ordine di gradini mette ai regali appartamenti.Diverse belle statue ricordano illustri nomi: il Conte di Carmagnola, lavoro del Dini, il Principe Tommaso, scoltura dell'Albertoni, e Re Carlo Alberto, statua del Vela, rimpetto ad una nicchia vuota, che aspetta dal Varni quella di Emanuele Filiberto.Nei quattro campi laterali allo scalone veggonsi dipinti ad olio quattro quadri, ne' quali sfavilla la mente italiana.In uno de' campi Gaetano Ferri rappresentò il matrimonio di Adelaide Contessa di Torino con Oddone di Savoia. Presso a quello il Gastaldi dipinse Tommaso I, che concede carte di libertà a parecchi Comuni dello Stato. Di rincontro a questo quadro Enrico Gamba, l'autore deiFunerali di Tiziano, ritrasse il magnanimo Carlo Emanuele I, il quale, per vendicare la indipendenza d'Italia, pronto alle battaglie, sdegnosamente restituisce a Don Luigi Cajetano, ambasciatore di Spagna, il Tosond'oro, e gli ordina di partire nel termine di ventiquattro ore. Nel quarto campo il Bertini ritrasse nella villa del Parco presso Torino Filippo d'Este che presenta Torquato Tasso al Duca Emanuele Filiberto, il quale graziosamente lo accoglie fra personaggi delle Corti di Savoia e d'Este, e della Repubblica di Venezia.Ebbi un dì la grata ventura di rivedere la tela del Bertini mentre un bel raggio di sole vividamente illuminava il mesto volto del poeta a cui stringe amorevolmente le mani Emanuele Filiberto, in segno del patrocinio onde i Principi di Savoia sempre furono larghi verso nobili ingegni.Levando gli occhi dal Tasso vidi irradiata nella volta l'apoteosi di Carlo Alberto, affresco dal Morgari; e guardando attentamente allo scalone e all'atrio, comechè spaziosi, mi sembrarono angusti a tanta dovizia ivi accolta di sculture e di dipinti.Entrato nei reali appartamenti saluto l'Hayez che in ampia tela pennelleggiò la sete tormentosa dei Crociati presso Gerusalemme, ed il Podesti nelGiudizio di Salomone. Quindi errando di sala in sala fra arazzi di antica fabbrica piemontese, fra madreperle e fra maioliche del Giappone e di Sèvres, fra vasi di malachite e lavori di tarsia, fra dorature ed intagli di ogni maniera in legno, e fra bianche colonne di marmo coi dorati capitelli corinzii, oh! spesse volte mi è dolce fra tanta luce venerare l'Arte e la Patria.Re Carlo Alberto volle che l'Arte fosse messaggiera del risorgimento d'Italia, e nel 1845 commetteva al lombardo Carlo Arienti di rappresentare in una tela, da collocarsi nella sala de' Paggi, la Cacciata del Barbarossa da Alessandria. L'Arienti nell'opera commessagli pel regale palazzo sè medesimo dipinse vestito da popolano nell'atto di lanciare una pietra contro il barbaro Federico; e in tal guisa l'inclito professore dell'Accademia Albertina diceva a' suoi colleghi che gli artisti deggiono suscitare, e all'uopo anco eseguire le difficili imprese per la patria.La commissione data all'Arienti nel 1845 era il primo squillo delle prossime battaglie nazionali; e nel 1850 quando si lamentavano le recenti sventure dell'Italia caduta nella battaglia diNovara, ed erano assai dubbie le speranze del nostro avvenire, Re Vittorio Emanuele II nella pubblica mostra di Belle Arti al Castello del Valentino, a far manifesta la perseveranza della sua fede politica, avendo a' fianchi il Presidente del Consiglio de' Ministri e sommo artista, Massimo d'Azeglio, per aggiungere decoro alla Reggia acquistava il quadro di Felice Biscarra rappresentante Cola da Rienzo che parla di libertà al popolo di Roma; e quindi acquistava pure, ad ornare il Reale Palazzo, la tela di Gaetano Ferri che ritrae il lutto del Piemonte per la morte di Carlo Alberto, quadro che all'autore valse il premio della medaglia d'oro nell'Esposizione di Parigi del 1855. Lo stesso magnanimo Re nel 1858 accogliendo ospitalmente nella Reggia la tela del Gastaldi, in cui è raffigurato il Barbarossa vinto a Legnano, si apparecchiava all'eroica impresa, per cui avrebbe veduto i nipoti del Barbarossa vinti e scombuiati fuggire dai poggi di Solferino.Andiamo a visitare le stanze regali, e vedremo l'amore del Bello espresso da ingegni valenti e forti di patria carità. Quivi si veggono in quattro quadri di Massimo D'Azeglio le imprese del conte Verde, di Amedeo VII e di Emanuele Filiberto; Vittorio Amedeo II, re di Sicilia, che sale alle pittoresche rovine di Taormina, mentre vaghissime donne gli offrono corone di fiori. Si piange la morte di Carlo Alberto effigiata da Francesco Gonin, e si ammirano i busti in marmo del nostro Re, del suo Genitore e delle figlie, lodate sculture del Varni; e, a sempre più dimostrare che la Reggia Sabauda fu ognora ospitale agli alti ingegni, la fulgida galleria, ove il Monarca imbandisce i solenni conviti, è riccamente adorna di cinquantaquattro ritratti di uomini illustri del Piemonte, fra i quali in particolar modo io amo inchinare il Maestro delle sentenze, figlio d'una lavandaia di Lomellogno, Pietro Lombardo.Al reale palazzo mancava la facciata corrispondente, ma non tarderà a cominciarsi il desiderato lavoro secondo il disegno di Domenico Ferri, che la modellò, stando allo stile barocco della Reggia, però ingentilendolo maestrevolmente.La facciata abbonderà di marmi e graniti con pilastri e balaustri, e con quattro giganti colonne scanalate di ordine ionico composito, che s'innalzeranno sino al ballatoio del secondo piano.Per compiere la facciata con un concetto degno della Reggia e del popolo italiano, torna bene il ricordare quanto proponeva il conte Oprandino Arrivabene nel febbraio del 1863[46].Egli proponeva, che il bellissimo Alfiere del Vela fosse trasferito ad uno dei lati innanzi alla Reggia, e che gli si mettesse di rimpetto la statua di Alessandro Lamarmora, lo strenuo institutore dei Bersaglieri. Questo concetto è bello artisticamente, come con acconcie parole dimostra l'Arrivabene; ed io aggiungerò che quelle due statue rappresenterebbero l'esercito italiano, fedele custode della memorabile reggia, da cui uscirono armati i destini d'Italia.XXI.L'augusta Torino, sede delle arti della guerra e della pace, strenua maestra di ordini civili, operò l'alleanza politica delle altre provincie italiane con sè, intorno allo scettro della Monarchia Sabauda.Dopo la fatale iattura di Novara, da ogni parte convenivano in Piemonte gli esuli nostri fratelli, che col senno e colla spada eransi resi degni di riverenza e d'amore. Accolti sulle rive della Dora, in questo unico santuario di libera italianità, trovarono salubre il clima, quieto ed onesto il vivere, forte e liberale il Governo, non mai turbato da popolari tumulti. A tutti fu dato ospizio, ed a parecchi non mancarono agi e cariche luminose.Lo spirito di carità levato al più alto grado qui cominciò la unione politica degli Italiani, che fu poi mirabilmente sancita coi trionfi di Palestro e di S. Martino, capitanati dal magnanimo Re Vittorio Emanuele II, e colle ardite imprese del Leone di Caprera.Le Camere legislative, concordi al senno del Conte Camillo Cavour, decretarono che Roma fosse la futura metropoli del Regno d'Italia; onde opportunamente nel 4 agosto del 1861 Achille Mauri dettava il seguente sonettoA Torino.«Se pur fia che le fauste itale sortiTocchino alfine il sospirato segno,E un ultimo trionfo a Roma portiL'augusto seggio del novello regno;«Nobil loco, Torino, e di te degnoSempre otterrai fra le città consorti,E andrai chiara per l'armi e per l'ingegno,Per maturi consigli e l'opre forti.«Nè Italia coprirà di turpe oblìoI decenni tuoi vanti, e il largheggiatoA' raminghi suoi figli ospizio pio;«Ma grata al tuo Camillo, e a quanti il sennoE il cor con lui le offrian, del gran conatoDirà che i primi onori a te si denno».XXII.Fu caro spettacolo l'affratellarsi degli Italiani più chiari in armi, scienze ed arti qui dove Vittorio Alfieri apriva la nuova nostra civiltà, e la svolsero Gioberti, Balbo ed Azeglio, e donde la mente di Cavour ci condusse presso alla meta sospirata.Più volte vidi rinnovarsi la concordia cittadina intorno agli autorevoli Buoncompagni, Berti e Capriolo, e nelle sale del Peruzzi e del Paleocapa. Ma più spiccatamente ammirai la felice fusione degli Italiani d'ogni provincia in due case di Doragrossa.Nel fondo di quella via ad occidente presso la piazza dello Statuto abita Pasquale Mancini, il sacerdote di Temide, che allegra l'austerità degli studi col sereno verso di Laura Beatrice, sua consorte e musa.La casa di lui è santuario di gloriose memorie onorate dall'arte. Nella maggior sala v'ha un bel quadro di paese dello Smargiassi, e su tela è rappresentata la sposa del volontario, corso alle battaglie nazionali. V'ha il busto in marmo di Guglielmo Pepe, scoltura del Butti, e il ritratto di Giuseppe Garibaldi, lavoro della signora Mancini, poetessa e pittrice. Colà più volte ho veduto fra canti e suoni festosamente raccolti in serali adunanze ministri, senatori e deputati, professori ed artisti ed ornate donne di ogni terra italiana. Due bionde figlie del Mancini, che hanno spontaneo il verso, recitavano rime accese di amor patrio, e un'altra, non meno poetica, faceva agevolmente scorrere le dita su le corde dell'arpa, come se intrecciasse gigli e rose tra fila d'oro, e, traendo armoniosi concenti, l'inspirata donzella sembrava colle musiche celebrare nella casa paterna il consorzio della scienza e delle grazie, e la italica fratellanza.In mezzo alla via di Doragrossa, sopra i due archi che mettono alla Piazza del Municipio, abita il Conte Federico Sclopis, ministro ben degno di essere consultato nei gravi momenti della patria. Vigile propugnatore dei diritti della natale sua città, egli vive accosto al palazzo municipale e di rincontro al sito in cui sorgeva la torre sormontata dal simbolico toro di bronzo. Nelle sere apriva spesso le ospitali sale, in cui era ammirata per coltura e cortesi modi la consorte del conte, Isabella Avogadro, gemma della mia Novara. Stavano a lei dintorno dame, cavalieri, letterati ed artisti; ed ella aveva per tutti parole soavi, assisa in serici guanciali presso un tavolino su cui olezzavano fiori di ogni sorta fra eleganti volumi di opere italiane e francesi.Ricordo di avere colà incontrato una eloquente donna dell'Arno, che in suo cuore non vede Italia se non a Firenze; e la incontrai presso una duchessa di Roma, che non accorgerassi, diceva, dell'unità italiana, finchè Vittorio Emanuele non salga trionfante in Campidoglio. Alcune volte vi trovai una principessa di Napoli, nobile di aspetto e di modi, e più ancora d'ingegno e di cuore; e spesso tre illustri subalpini, il generale Cavalli, il professore Ricotti e lo scultore Albertoni, tre fidi amici di casa Sclopis,che in quella adunanza rappresentavano le armi e le arti, e la storia che ne registra i maravigliosi trionfi. In una tavola delle adorne pareti due vaghi angioletti di Gaudenzio Ferrari parevano scesi di cielo a benedire la concordia italiana.Così un Napoletano ed un Piemontese, ambidue celebrati giureconsulti e uomini di Stato, accoglievano a lieto consorzio il fiore degli Italiani.Ahi, fu turbata la serenità delle feste subalpine!XXIII.Il Piemontesismo.Poichè a guisa di sponsalizie furono celebrate con desinari, musiche e danze le annessioni delle redente provincie italiane al Piemonte, cominciarono i domestici rancori.Fu proclamato troppo il benefizio de' Subalpini al resto d'Italia, perchè i beneficati per solito sentono più il peso che l'affetto della gratitudine. Inoltre, vinta la tirannide tedesca e la borbonica, sembrò ad alcuni nuovo giogo sobbarcarsi alle nostre leggi, e soverchio il numero degli ufficiali piemontesi mandati a reggere le provincie annesse.«Nè ciò dee far maraviglia (uso le parole non sospette di Marco Minghetti), poichè il Piemonte avendo avuto per dieci anni una costituzione libera, le sue leggi erano improntate di spiriti liberali e progressivi; ed inoltre essendo stato autore e guida del rinnovamento, le sue leggi dovevano avere una preminenza inevitabile, quand'anche nelle parti, che risguardassero l'amministrazione, potessero essere meno acconcie. Così era nella natura delle cose che per applicarle s'invitassero uomini da lunga pezza assuefatti a libertà, e di tempra maschia e severa, siccome sono gli abitatori del Piemonte»[47].A poco a poco si andò dilatando la malattia delle menti dettaPiemontesismo, chimericocholèra-morbusdella politica italiana.I nuovi venuti immaginarono il Piemontesismo, più di coloro che esuli, stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle usanze nostre.Gli Italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le nebbie e le nevi di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la perenne primavera di Napoli e di Palermo. I Toscani e i cittadini della Emilia trovarono troppo compassata e gelida la realtà del nostro vivere, e preferendo la ideale voluttà delle arti, invocavano le loggie dell'Orgagna e le torri di Giotto, i prodigi di Michelangelo e di Raffaello, e le glorie della scuola bolognese.Di poi si andò accagionando il Piemontesismo di tutti i malanni del mondo. Se freddo era il verno, caldo l'estate, se ne accusava il mal clima del Piemonte. Lo accusavano delle malattie e delle cure, che, mortali anch'essi, soffrivano talvolta gli onorevoli Deputati, e taluni maledicevano alla cucina de' Subalpini quando mai nel mattino non trovassero ben acconciati i maccheroni ben cotte le costolette nel caffè del Cambio, ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco alla eloquenza parlamentare.Fu dichiarata Torino benemerita per il suo passato, ma non più comportabile il Piemontesismo, che dal fondo della Penisola costringeva molti a salire sin qui per toccare il seggio del Governo e attingere alla sorgente della vita pubblica.In tale stato di cose indarno ripetevasi che in Torino non il Piemonte governava, ma l'Italia coi Deputati ed i Ministri delle diverse provincie. Non giovava più rammentare che durò due secoli in Pavia il Regno Longobardo, divenuto quasi nazionale, senza trasferire il suo seggio in sito più centrale, come a Benevento, e senza i telegrafi, le strade di ferro e gli altri benefizi della civiltà presente. Era inutile ricordare che il Regno d'Italia appiè dell'Alpi fu fondato dai marchesi di Ivrea, il cui sangue scorre nelle vene del Monarca, che potè adempiere il voto di tanti secoli e di tanti martiri; e che pienodi pericoli era divellere il seggio della monarchia dal granito alpigiano, in cui antico è l'omaggio ai Reali di Savoia.Si compia l'opera dell'unità italiana dove si è con tanto senno preparata e condotta a buon segno. Con le contese ed i gravi dispendi del trasferimento non si turbi, nè s'indebolisca lo Stato già fiacco per le miserie del pubblico erario. Non s'incorra negli errori dell'Impero latino, che decadde dalla pristina grandezza, spostando il seggio dal Tebro al Bosforo, sicchè, non cessando i travagli del trasferimento, l'Italia imperiale fu«.  .  . simigliante a quella infermaChe non può trovar posa in su le piume,Ma con dar volta suo dolore scherma»[48].Fortifichiamoci rinvigorendo il trono sabaudo, principio di nostra salute, nella valle del Po, in cui più volte colle armi si decisero le nostre sorti, se pur non vogliasi un'Italia senza il Piemonte, com'era ai tempi delle battaglie di Annibale sul Trasimeno e a Canne, accennate nella militare concione dell'oratore e generale Cialdini, e come, forse opportunamente ai suoi fini, la descrive Napoleone III narrando la vita di Giulio Cesare.Non gradivano tali ragioni, nè poi gli argomenti de' senatori Sclopis, Ricotti, Cadorna e Revel, e dei deputati Berti, Crispi, Chiaves e Coppino, e di altri uomini assennati.Il Ministero Minghetti-Peruzzi, valendosi del Pepoli a messaggio ed interprete, nel silenzio diplomatico ordì colla Francia la Convenzione del 15 settembre, che traeva seco il trasferimento della metropoli a Firenze.Il Ministero tutto preparò, meno gli accorgimenti bastevoli ad impedire tumulti nefasti e lo spargimento di sangue cittadino.XXIV.Il 22 settembre del 1864.Sparsa in Torino la infausta notizia dellaConvenzione, gli animi de' cittadini si commossero, e per le vie e nelle piazze si manifestò l'indignazione popolare. Ma i cittadini che tumultuarono, non erano ostili alla causa nazionale, anzi ne erano provati caldeggiatori.Molti, gridandoRoma o Torino, lamentavano nel trasferimento a Firenze lacero il decreto della nazione, con cui si acclamò Roma per futura sede del Regno d'Italia.Non pochi temevano che avesse a correre pericoli la Monarchia spostandosi dal suolo nativo, e con lei la unità italiana assicurata nella R. Stirpe di Savoia.Nè mancarono di quelli che, ammaestrati dalle cessioni di Savoia e Nizza, temevano nel patto colla Francia si nascondesse qualche disonesta cessione di terra subalpina; onde ripetevano col Bolognese Eustachio Manfredi:«Vidi l'Italia col crin sparso, incolto,Colà dove la Dora in Po declina,Che sedea mesta, e avea negli occhi accoltoQuasi un orror di servitù vicina».Que' malcontenti non erano tali da dare scosse allo Stato più fiere di quelle che cagionava la Convenzione del 15 settembre. Erano gridatori inermi e nulla più, come vien provato dalla relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta dettata dal non piemontese Sandonnino, e dalla relazione del deputato Ara in nome del Municipio[49]. Non si aveano dunque a trattare come briganti armati nei burroni delle Calabrie, o come nemici schierati a battaglia sul Mincio.Sarebbe bastato a quietarli il pacificatore Mazzarini, che nell'atto della zuffa fece sospendere l'azione guerresca agli eserciti di Francia e di Spagna contendenti in Casale; o meglio l'oratore Alfonso Lamartine, che colla potente parola salvò Parigi dalla guerra civile. Invece si ricorse ai mezzi con cui furono domati i Giannizzeri, ribelli alla legge musulmana.L'egregio sindaco marchese Rorà e il Municipio espressero al Governo il cordoglio della indignata Città per l'effusione del sangue fraterno in Piazza Castello nella sera del 21 settembre: ma non valsero i loro consigli ad impedire che nuovo sangue d'Italiani fosse sparso nella notte seguente.Inorridisco al ricordare gli allievi Carabinieri quando dalla porta della Questura in Piazza S. Carlo coi moschetti fischianti irruppero sull'affollato popolo inerme!Oh! chi non ammirò quella vasta e magnifica piazza, dove sorge la statua equestre di Emanuele Filiberto e un monumento alla carità cristiana nel tempio a S. Carlo Borromeo?Quella piazza ricorda i cavallereschi tornei in onore del Re, e le pacifiche e festevoli adunanze del popolo. Colà io mi deliziai fra i balli e i concenti dell'Accademia Filarmonica, e nelle sale del palazzo Natta abitate dal conte Corinaldi mi beai alle musiche ed alle eleganti raunanze cui traevano in gran copia preclari esuli di Venezia, confortandosi nel trovarvi una imagine della famosa loro piazza di S. Marco. In quella piazza spesso mi fu dolce salutare il palazzo già abitato dal Sofocle Astigiano e quello del marchese Felice Santommaso, che mi accolse giovine poeta nella cara e venerata compagnia di Pellico, Paravia e Cibrario; e le case ospitali del conte Farcito e del conte Pernati, e la religiosa libreria Marietti, e il maestoso Caffè, in cui più volte conversai coll'arguto Baratta, il nuovo Marziale.Queste serene rimembranze impallidiscono innanzi alla cruenta notte del 22 settembre 1864.Il fischio del piombo micidiale assordò orrendamente quel luogo memorando, e la piazza fu ingombra di vittime.Nella concitata mia mente ho veduto Emanuele Filiberto rizzarsisul destriero, e levando la spada cercare intorno a sè gl'invasori stranieri per combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente sclamava:—Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del macello cittadino?—Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche voci di moribondi.—Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene di giusto sdegno.Poi fu silenzio e solitudine. Soltanto si udiva il rantolo della morte tra il fumo della moschetteria che intenebrò l'aria; e i bronzei candelabri a gaz che illuminano la piazza parvero tede funerali poste a rischiarare un campo di morte.Il dì appresso i Torinesi sbalorditi s'interrogavano per le vie e ripetevansi l'un l'altro:«I fratelli hanno ucciso i fratelli,Questa orrenda novella vi do».Il Re corrucciato immantinente mutò ministero!Ma quali rimedi troverà il Governo, perchè l'offeso Piemonte cessi dalle querimonie?Le acque della Dora e del Po non cancelleranno facilmente nella Piazza di S. Carlo le macchie del sangue cittadino. Ogniqualvolta vi passo io le riveggo farsi più rosse, e risento il puzzo dei cadaveri che non può temperarsi nè dall'olezzo de' nostri roseti, nè dai profumi d'Arabia.O Conte Camillo Cavour, se tu ancor vivevi, no, tanto orrore non avrebbe offuscato la storia della tua Torino e d'Italia tutta!Ho bisogno di sfogarmi nelle lagrime, e vengo a piangere in Sàntena sul tuo sepolcro in compagnia dell'illustre uomo di Stato, Filippo Cordova, che, non piemontese, lamentò pure la Convenzione del 15 settembre.XXV.Il Sepolcro del Conte Camillo Cavour.Sàntena è antico villaggio prossimo a Cambiano nel Comune di Chieri. È attraversato dal torrente Banna che mette foce nel Po presso Moncalieri; ed ha tre mila abitanti, lieti dell'annuo reddito di ventimila lire che traggono dagli eccellenti sparagi, prodotto de' loro terreni.Volsero sette secoli dacchè i Bensi ottennero parte del feudo di Sàntena che apparteneva al Capitolo dei canonici del duomo di Torino, e nel secoloXVIIebbero poi dal duca di Savoia la contea di Cavour per la gloriosa difesa di Montemeillan, in Savoia, fatta dal loro Goffredo.Carlo Emanuele III nel secolo scorso eresse a marchesato la contea di Cavour; e da quel tempo i primonati della famiglia Benso presero il titolo di marchese di Cavour, lasciando ai secondogeniti quello di conte di Sàntena.XXVI.Il castello di Sàntena non mostra segni della prima sua costruzione: ora è magnifico palazzo, con ai fianchi la torre che appartenne al conte di Baldissero. Assai pittoresca è quella torre merlata con finestroni e feritoie di foggia gotica, e folta di edera che le si abbarbica bizzarramente sui rossi mattoni.Dal castello per doppia e bella gradinata si scende verso levante nel fiorito parco, che stendesi ampiamente, allegro per giardini ed ombrosi viali fra olmi, quercie e platani annosi.Filippo Cordova ed io, accompagnati da cortesi persone, entrammo a visitare le vaste ed ornate sale del castello, che furono frequente soggiorno al Conte Camillo.Ammirammo effigiati dai pittori scenografi Vacca e Fabrizi alcuni episodi dell'Iliade, fra i quali vedesi Achille che dietroal carro trionfale trascina intorno alle mura di Troia il miserando cadavere di Ettore. Quello spettacolo di morte contrasta coi quattro leggiadri puttini che sorridenti si dispiccano dalla vôlta, quasi se fatti a rilievo.Vedemmo inoltre ritratti di parecchi della famiglia Cavour e la effigie dei santi uomini Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, ed Amedeo di Clermont, principe e vescovo di Losanna, congiunti di sangue ai Cavour dal lato materno.Il Conte Camillo era figlio secondogenito d'una De Sellon, ginevrina, nipote del celebre conte Sellon che propugnò l'abolizione della pena di morte, onorando e premiando chi meglio scrivesse intorno a così arduo argomento, e fondò la Società della Pace, con cui voleva por fine alle perpetue discordie del genere umano.Il Cordova, additandomi appesa ad una parete l'effigie del conte Sellon, avvertiva che i lineamenti del suo sembiante ricordano quelli del nipote Camillo, e dalla somiglianza dei loro volti facendosi a ragionare della corrispondenza de' loro intelletti, assennatamente mi disse:—«Le opinioni e le tendenze degli uomini traggono origine talvolta da certe alleanze di famiglia che sfuggono per ordinario allo studio de' biografi.«Se Camillo Cavour nasceva da una dama piemontese, fosse anche stato il primogenito, non sarebbe forse riuscito liberale uomo di Stato e riformatore attissimo a scuotere i pregiudizi del suo sangue. Ma figlio di una Sellon, parente al fisico De La Rive, sino dall'infanzia in consorzio con uomini di culti diversi, e addetti alle scienze ed al commercio, apprese le forze vive dell'età moderna: ed aspirando a dirigerle, invece di ristarsi nell'ozio uggioso dell'aristocrazia, egli si fece capo della borghesia intelligente ed operosa.«Nel Conte Camillo, nell'uomo che riformava il sistema daziario e partecipava alle grandi imprese dell'industria, nell'uomo che, amando il governo libero, promoveva la riforma della legislazione penale e aboliva privilegi ecclesiastici, tu non ravvisiil figlio dell'antico vicario politico di Torino, il nipote di tanti governatori, prelati e cavalieri dell'Annunziata che costituiscono la maggior gloria della sua famiglia paterna, ma vi ravvisi meglio colui che per metà cittadino di Ginevra, sulle rive del Lemano avea raccolto le recenti tradizioni di Rousseau, della Staël, di Beniamino Constant, del Guizot, del Duca di Broglie; insomma il nipote del celebre Sellon, che esercitò nobilmente la Banca, ed era legato in amicizia cogli uomini che prepararono la Rivoluzione del 1830 in Parigi».XXVII.Accanto al castello sorge la chiesa parrocchiale di Sàntena, fatta costruire nel 1712 dal conte Carlo Ottavio Benso e da lui dedicata a Maria Vergine, come dice una lapide della domestica tribuna che guarda nel tempio. In quella tribuna veggonsi eziandio le immagini dei santi Francesco di Sales e Amedeo di Clermont; inoltre l'iscrizione, in cui l'edificatore della chiesa ricorda il suo fratello Agostino Maurizio, cavaliere di Malta, che segnalossi nell'espugnazione dell'isola di Scio, e mentre faceva sua una nave di Corsari, toccò una ferita, onde, giovine di 27 anni, morì nel 22 luglio del 1694. Vi si legge pure altra iscrizione che onora Luigi Benso, cavaliere Gerosolimitano.Sotto la domestica tribuna era l'antica sepoltura dei Cavour. Consunte le casse mortuarie, andarono rimescolate e confuse le ossa dei cadaveri che furono colà piamente raccolte in luogo distinto della cappella sepolcrale, costrutta e decorata dopo la morte del Conte Camillo.Vi si giunge scendendo per erboso declivio e passando per un praticello vestito di fiori e cinto di pioppi, acacie e salici piangenti.L'architetto del recente sepolcreto non lo immaginò con le colonnette sottili e i leggiadri trafori dell'arte gotica, convenienti al misticismo cristiano; ma, pensando al grand'uomo ivi sepolto, vi costrusse un tempietto d'ordine dorico con colonne di granito bigio alla porta, che ricordano le costruzioni egizie.Il concetto pagano di quell'edifizio è severo com'erano la favella ed i costumi, l'arte e le leggi presso i Dori; e ben si addice ad onorare fondatori e reggitori di Stati.La piccola croce, che, come straniera al carattere dell'edifizio, sovrasta alla porta, ci ricorda le ultime ore del Conte, in cui la fede cristiana coronò tutte le glorie dell'uomo di Stato.Entrammo nella funebre cappella. Sono di marmo nero le sue pareti e le due colonne che la reggono coi bianchi capitelli di marmo carrarese. In fondo vi ha un altare, e nelle lapidi le scritte ricordano i recenti sepolti. In quella dell'uomo, per cui colà movemmo, si legge:CONTECAMILLO BENSO DI CAVOURNATO IL X AGOSTO MDCCCX, MORÌ IL VI GIUGNO MDCCCLXI.Presso di lui giacciono le ceneri del suo fratello Marchese Gustavo, filosofo cristiano, e le spoglie del suo nipote Augusto, guerriero della patria, morto ventenne nel 1848 per le ferite riportate nella battaglia di Goito.Alle pareti sono appese ghirlande e scritti che il Comitato Veneto, Società di operai, Collegi nazionali e frequenti pellegrini tributarono al sepolcro del Conte Camillo.Mi fu detto, che in una delle nicchie della cappella sarà collocato il busto in marmo del nipote Augusto, commesso al Vela; che in mezzo al tempietto si ergerà un monumento degno del Conte Camillo e dell'erede; e che, a maggiormente decorare il tempietto funerale, la porta, ora di legno, sarà fatta di bronzo e fusa secondo il disegno del Marochetti.Sia lode a chi sì nobilmente decorerà quel pio luogo, in cui molta è la frequenza de' pellegrini nostri e forastieri, fra l quali vien ricordato il Russo Stefano Sivereff, membro e consigliere ordinario dell'Accademia di Pietroburgo, che nel 1861 insiemecol suo giovane figliuolo andò a prostrarsi innanzi al sepolcro del Conte Camillo.E noi tutti Italiani prostriamoci addolorati e riconoscenti. Nelle principali nostre città in onore di lui furono celebrate solenni esequie, recitati funebri discorsi, e ad eccellenti artisti si commisero marmi storiati. La sua nipote, contessa Alfieri-Cavour, diresse al sig. De la Rive[50]una lettera, nella quale, narrando la malattia e gli ultimi istanti dello zio, gli consacrò un monumento di affetti domestici nobilmente espressi; Nicomede Bianchi[51]gli consacrò un monumento di sapienza politica rivelando arditi accorgimenti del grand'uomo; e Giuseppe Bertoldi[52], tributandogli un monumento di classica poesia con due canzoni, vien collocato, dice il Tommaseo,d'un tratto fra i primi artefici che abbia l'Italia del verso, primo che abbia il Piemonte e che mai forse avesse.Ma il massimo dei monumenti a Camillo Cavour sarà l'Italia stessa cogli allori dei Campidoglio.Stavamo per uscire dalla cappella, quando il sig. Francesco Rey ci presentò un libro, in cui i visitatori registrano i loro nomi. Il Consigliere di Stato, mio compagno al pio pellegrinaggio, vi scrisse:«Filippo Cordova, prima di partire per Firenze per effetto della Convenzione del 15 settembre 1864!»XXVIII.La famiglia Rey è una serie di onesti e laboriosi maestri muratori, che da quattro secoli abita in Sàntena, ossequente con amorevole zelo alla casa Cavour.Francesco in modo vezzeggiativo da Papà Camillo era chiamatoCicco, ed è conservatore ed illustratore dei fatti domestici del suo patrono.Cicco fa ricordare l'antico servo di Voltaire, che presso Ginevra abitava in Ferney la casa del padrone filosofo, ed ai visitatori raccontava i particolari della domestica vita, e mostrava alcune suppellettili che aveano appartenuto al celebre uomo.Così Cicco Rey: se non che, più avventurato del servo di Voltaire, bene usando della cazzuola e del martello, e protetto da Papà Camillo, salì a prospero stato, ed ora accoglie lautamente i pellegrini a lui raccomandati, che vanno ad inchinare il sepolcro del suo protettore.Dopo di averci accompagnati al palazzo ed alla cappella funebre, Francesco Rey, introducendoci nella sua casa, gaiamente diceva:«Voi entrate nella casa di un povero operaio». E noi allo incontro entravamo nella casa signorile di un uomo, che colla industria assidua e propizia si era acquistato la stima e la fiducia pubblica.La bella sua casa, da lui costrutta, è sormontata da una torre, in cui sventolava il vessillo nazionale, ed è cinta da un giardino riccamente fiorito ed impomato.Il fido Cicco accorreva tutto festevole ad incontrare il Conte ogniqualvolta lo sapeva di ritorno a Sàntena; e quando gli giunse freddo cadavere, Cicco pieno di cordoglio lo depose entro cassa di piombo chiusa in altra di legno, e lo seppellì in compagnia degli illustri antenati.Francesco Rey, narrandoci questi atti di ossequio e di dolore, ci condusse alla stanza ove conserva preziosi ricordi entro un armadio. Apertolo, ci mostrò ciocche di capegli del Conte, e la pezzuola di bianco lino che nella faccia gli terse i gelidi sudori di morte; e il martello e la cazzuola che egli adoperò, e gli abiti neri ch'egli vestiva nell'8 giugno 1861 tumulando il lagrimato Conte.Presso l'armadio ci additò in marmo di Carrara il busto del suopatrono, e molti ritratti in fotografia, insieme con quello del Padre Giacomo, che, vero ministro di cristiana carità, benedisse e confortò le agonie dell'integro cittadino e del grande uomo di Stato, cui deve l'Italia tanta parte del suo politico rinnovamento.XXIX.Due giorni di lutto sublime vidi in Torino. L'uno fu quello in cui, muti i teatri e messi i diari a profondo corrotto, si celebrarono i funerali del conte Camillo Cavour con tale accompagnamento di ordini civili e religiosi e di popolo lagrimante, che meritava di essere eternato dall'arte. Il napolitano architetto Cipolla aveva con bel pensiero proposto di rappresentarne gl'insoliti funerali nei fregi intorno al monumento nazionale, come usarono gli Egizi effigiare le trionfali processioni dei Faraoni nei monumenti di Tebe.L'altro giorno di lutto fu l'anniversario delle vittime del Settembre.Più volte aveva assistito ai tripudi torinesi nelle feste civili fra mostre militari, musiche e fuochi artificiali. Oh quale mutamento! Fu tristo spettacolo vedere la generosa Torino che si abbandonava al dolore per la memoria di pubblica sventura. Le botteghe erano chiuse o parate a lutto, e drappi neri pendevano da parecchie finestre e dal gran balcone del palazzo municipale. Splendevano candelabri funerari e sventolavano neri gonfaloni nella grandiosa piazza Vittorio Emanuele gremita di popolo atteggiato a tristezza, colla dignità, onde il Piemonte suole significare le gioie e i dolori della patria.Appiè de' ridenti côlli che si specchiano nelle acque del Po, sotto al peristilio del tempio sacro alla gran Madre di Dio, parato a nero, sorgeva un altare, e innanzi ad esso un catafalco, intorno a cui deposero i loro vessilli le diverse compagnie cittadine.Il Sindaco e i Consiglieri del Municipio, il primo Magistrato politico della Provincia, i membri del Parlamento e di varieassociazioni, e il Comitato dirigente la solennità mortuaria assistettero in posti distinti alla funebre messa celebrata nell'atrio del tempio votivo.Poscia di colà cominciò il lagrimoso corteggio preceduto dall'asta su cui era portata la corona da deporre sui sepolcri delle vittime del settembre, espressione della pietà cittadina. Seguivano le musiche, con un drappello della Guardia Nazionale; il Sindaco col Municipio; membri del Parlamento con preclari uomini di ogni terra italiana; il Comitato centrale, e i rappresentanti della Stampa e delle diverse Associazioni con nastri funebri al braccio e colle bandiere coperte di veli neri.Il luttuoso corteggio percorse le vie di Po, Piazza Castello e Doragrossa sino agli archi che conducono al palazzo municipale. Entrato nel Corso di Porta Milano si condusse al Camposanto, e quivi depose bandiere e corone sulle sepolture delle vittime infelici.Mi sento l'animo pieno di morte, e ritorno alle tombe!XXX.Il Camposanto.«Colà dove la Dora in Po declina»mi accompagnò cortesemente l'egregio professore Casari tra i filari de' pioppi piramidali in un vespero d'autunno.L'ultima luce del sole sulla riva destra del Po imporporava i vigneti e le ville della collina torinese e la basilica di Superga; e presso la foce della Dora malinconico pescatore colla rete vuota sedeva nella sdruscita sua barchetta, quasi a rappresentare il Piemonte misero e afflitto.O magno Eridano, mescolato alle acque della Dora porta all'Adria i lamenti e i voti dei Subalpini, e di' a Venezia che il Piemonte sì nella prospera come nell'avversa fortuna sarà sempre intemerato esempio di patria carità. Dille che siccome si adoperòper la libertà delle altre provincie d'Italia, così per la salute di lei darà il sangue degl'impavidi suoi figli al primo squillo delle battaglie nazionali. Ripeti, o Eridano, dove passi, che unanimi i Piemontesi esclamano in Torino[53]: «In questa città noi gridammo primi:facciamo l'Italia, ed anche nel dì del dolore i concittadini di Balbo, di Gioberti e di Cavour grideranno sempre:si faccia l'Italia».Mentre la mia mente colle acque dell'Eridano e della Dora si trasportava alla mestizia delle venete lagune, il mio compagno levommi a fiorite memorie, ricordandomi il parco dei Duchi di Savoia, che appunto, dove eravamo noi, girava cinque o sei miglia con tanta amenità di boschi, giardini ed acque. Allora mi parve di rivedere il deliziosissimo Parco, che, piantato per ordine e sul disegno del Duca Carlo Emanuele I e ritratto dalla pittrice parola del Botero, fu inspiratore a Torquato Tasso nella poetica descrizione de' famosi giardini di Armida.Non solo il Tasso, io osservava al Casari, si piacque della vista di que' luoghi, ma pure il Chiabrera che celebrò il Parco in tre sonetti, e Vittorio Alfieri che giovinetto colà imaginando caccie rumorose, saltavafossi smisuratie guadava spessissimo la Dora, com'egli racconta nella sua autobiografia.Tasso, Chiabrera ed Alfieri ci danno lieti ricordi: non così l'italico Tirteo Giovanni Berchet, che sotto i pioppi della Dora lamentava la patria, nè così la gemebonda Torino che piange sui 200,000 morti, sepolti nel prossimo cimitero, costrutto sui piani incantevoli dell'antico Parco e benedetto nel 1829.

XVI.Re Carlo Alberto volle che il Piemonte fosse ad un tempo la Macedonia e l'Attica d'Italia. Per farne la Macedonia, migliorò ogni ordine militare e instituì nel suo palazzo l'Armeria reale. Per farne l'Attica, agevolò ogni maniera di studi ed ampliò l'Accademia di Belle Arti. Inoltre instituì la Reale Pinacoteca segnalata per quadri fiamminghi. Ne fu dotto illustratore Roberto d'Azeglio, ed ora n'è vigile direttore il suo fratello Massimo, ministro, guerriero, scrittore ed artista: esempio unico nella storia.Il munifico Re commise elette opere a chiari scultori e pittori d'ogni terra italiana: Baruzzi, Sangiorgio, Marchesi, Fraccaroli e Cacciatori, Hayez, Podesti, Bellosio, Camuccini, Gazzarini e Bezzuoli; e la Reggia di Torino, emulando la Corte Medicea, già per mezzo dell'arte cominciava la unificazione della nostra Penisola.Statue e dipinture di gran pregio decorarono templi e palazzi. Crebbe il numero degli studiosi e crebbero le scuole; e l'Arientifu da Lombardia qui chiamato a professare la pittura, e dalla Sardegna il Marghinotti ad essere maestro nel disegno dal rilievo.Invadendo ogni cosa lo spirito di riforma, entrò pure nell'Accademia Albertina, e coi nuovi ordinamenti Re Vittorio Emanuele II nell'anno 1856 affidò la direzione dell'Accademia al Marchese Di Breme. Questo patrizio, cultore e zelatore tenerissimo delle Arti Belle, acquafortista valente, consigliando l'insegnamentouno e vario, volse l'animo ad infondere vita novella nell'Accademia Albertina,convinto, egli dice,che le accademie si possono conservare, purchè si adattino meglio allo scopo dell'arte, la qual cosa consiste principalmente nell'unificare l'istruzione elementare e nel variare l'insegnamento superiore[45].Uomini irradiati di bella fama vennero in essa ad ammaestrare. Vincenzo Vela alla scuola di scoltura, Enrico Gamba a quella di disegno, ed alle scuole di pittura Gaetano Ferri e Andrea Gastaldi invece dell'Arienti assunto a reggere l'Accademia di Belle Arti in Bologna. Desiderandosi inoltre a segretario dell'Accademia chi al merito dell'arte accoppiasse i pregi della letteratura, fu eletto a sì nobile ufficio il figlio dell'antico direttore, Felice Biscarra, al quale, mentre va scrivendo la storia dell'Accademia, si prepara dovizia di documenti nei lavori dei maestri e nelle speranze degli allievi.XVII.Diamo un cenno degli esempi della Scuola Piemontese, che l'Accademia Albertina può presentare a' suoi discepoli.La Reale Pinacoteca, che dapprima avea sede nel Palazzo Madama, fu, ed opportunamente, trasferita al Palazzo de' Musei, significando così che le scienze e le arti deggiono vivere insieme per far prosperare le nazioni.In due stanze della Pinacoteca si ammirano molte e belle opere antiche di artisti piemontesi, ed altre moderne nel Museo che il Municipio apriva nel giugno del 1863 nella via Gaudenzio Ferrari, quasi per collocarlo sotto gli auspici dell'Apelle di Valduggia, capo della Scuola Lombarda, a cui i Valsesiani con soscrizioni preparano in Varallo un degno monumento.Nel Museo Civico sono raccolti oggetti di patria e straniera archeologia, e monete antiche di Grecia e Roma, e delle zecche dei Comuni e Stati italiani dal mille in poi. Vi ha preziose reliquie medievali e un vivido acquario in cui pesci, diversi di specie e di colore, guizzanti danno gaiezza al luogo severo. Ma lo scopo principale di quel Museo è la Galleria moderna dei quadri, fra i quali se ne ammirano parecchi di pennello piemontese, come dicevami il cav. Agodino conducendomi gentilmente a visitare le recenti opere del municipio torinese.Ricordando la R. Pinacoteca e il Museo Civico, io veggo schierarsi a me d'innanzi dallo scorcio del secoloXVsino a noi gli illustri pittori subalpini, coi quali deggionsi pur ricordare scultori ed architetti nostri di meritata fama.Primo ci si presenta in Alba, il Macrino; poi nel secoloXVIVal di Sesia si pregia dei fratelli Tanzio e di Gaudenzio Ferrari, che ebbe comune con Raffaello la scuola e la gloria. Nel medesimo secolo Vercelli va altera del Sodoma e del Giovenone, e Defendente De Ferraris da Chivasso, dipinge la stupenda icona di Ranverso. Nel secoloXVIIfra i vigneti del Monferrato il Moncalvo insieme colle due figlie, protetto dalle Grazie, dipinge madonne ed angioli; il Molineri, detto ilCaraccino, narra col pennello le vittorie dei nostri Duchi alla natale Savigliano, che fu pure la culla di Giovan Angelo Dolce, di Pietro Ayres e del lodatissimo incisore Arghinenti, allievo del celebre Porporati; e Nizza, che mai non cesserà di essere italiana, di quei tempi ricorda il suo Lodovico Brea. Nel secoloXVIIIBernardino Galliari, della terra di Andorno, pittor di scene egregio, emulo del Bibiena, spargendo la sua fama in Europa, dipinge a Berlino, e fra noi colora d'affreschi la vôlta del Palazzo dell'AccademiaFilarmonica, e adorna il R. Teatro d'una scenica tela, segno alla pubblica ammirazione: e il savoiardo Beaumont ritrae gloriose pagine dell'Iliadee dell'Eneidenelle vôlte della grand'aula in cui ammirasi l'Armeria Reale. In quel secolo le arti del dipingere e dello scolpire, l'incisione e l'architettura lasciano ai Subalpini grate memorie. I torinesi fratelli Collini adornano di scolture i palazzi della Metropoli e i sotterranei di Superga, il Cignaroli acquista nome nella pittura di paese, i fratelli Valeriani dipingono lodatamente di affreschi il R. Palazzo di Stupinigi. Ed ecco io veggo segnalarsi nell'architettura il Iuvara, cui deve Torino la maestosa facciata e i due mirabili scaloni del palazzo Madama, e l'edificio della Corte d'Appello, e Superga, e Stupinigi; e il Conte Alfieri architetto dei tre teatri, il Regio e quelli di Carignano e d'Angennes.Non cessano ai dì nostri le splendide pruove dell'architettura subalpina. Già ammirammo il Senatore Mosca al Ponte della Dora. Carlo Promis e Alessandro Antonelli sono dotti maestri dell'arte di costruire; e Domenico Ferri, architetto decoratore de' Reali palazzi, fe' il disegno dell'edifizio destinato al primo Parlamento del Regno d'Italia, dandogli una facciata corrispondente alla maestà del luogo; e già si vede sorgere altero quel monumento dell'arte nostra, mercè l'opera dell'architetto Giuseppe Bollati. La stupenda recente stazione della Strada Ferrata in Torino è disegno dell'ingegnere Mazzucchetti; e il torinese conte Carlo Ceppi ottenne nel 1863 la palma fra i molti concorrenti al disegno della facciata del duomo fiorentino, opera da accoppiarsi al Campanile di Giotto.Nel secolo nostro, oh quale miriade di splendidi ingegni mi si presenta nell'arte, cominciando dal nizzardo G. Battista Biscarra! Io riverente vi saluto, o Pelagio Palagi e Carlo Arienti, o Antonio Gaggini e Vincenzo Vela. Voi, sebbene non piemontesi di origine, siete gloria artistica della Dora, perchè foste chiamati a ragguardevoli uffizi nella nostra Accademia.Altri bei nomi mi ricorrono in mente. Il Migliara di Alessandria fu mirabile nella pittura d'interne prospettive; FabrizioSevesi e Luigi Vacca furono frescanti e pittori scenografi di gran valore; Francesco e Guido Gonin, Enrico e Francesco Gamba, Gaetano Ferri, Andrea Gastaldi, Angelo Capisani, Ferdinando Cavalieri, Pietro Ayres, Camino, Perotti, Beccaria, Raimondi, i conti Corsi e Pastoris, e i due Felice, Cerutti e Biscarra, sono cari nomi che spesso udimmo ripetere ed encomiare in vari generi di pittura nelle annuali pubbliche esposizioni di Belle Arti.Nè meno della pittura più volte ammirammo nelle pubbliche mostre l'arte statuaria di celebri professori già accennati e dei valorosi Giovanni Albertoni, Giuseppe Dini, Scipione Cassano, Silvestro Simonetta e Carlo Caniggia. Che più? Anche la stampa dettaumoristica, mostra quotidiana, vanta sulla Dora quattro bizzarri corifei a matita, Redenti, Allis, Teja e Virginio.Le glorie subalpine sono di tutta la nazione, onde il Re e il Governo onorarono di commissioni e d'insegne cavalleresche parecchi de' nostri artisti, e la storia segnò i loro nomi sui nuovi allori dell'arte italiana.XVIII.La Societa' promotrice delle Belle Artie il Circolo degli Artisti.Fra tanto fervore di nobili ingegni opportunamente nel 1842 in Torino fu costituita la Società promotrice delle Belle Artiche ha per iscopo di eccitare fra gli artisti una lodevole emulazione, di propugnare le notizie delle loro opere, e di aiutarne lo spaccio, acquistandone in proporzione dai fondi sociali. A tal fine nella primavera d'ogni anno essa apre una pubblica esposizione di lavori di Belle Arti.Promotore e primo presidente della Società fu il conte Cesare di Benevello, amante e cultore appassionato della pittura, a cui succedette altro mecenate, il marchese Ferdinando di Breme. Promotore insieme col Benevello, e, a buon diritto, segretarioprimo di essa fu il Paravia; ed ora, sette volte rieletto, segretario della Società è il cav. Luigi Rocca, nome gradito, che s'incontra spesso quando in Torino si principia e s'incoraggia un'opera buona ad onorare gl'ingegni.La Società andò mutando seggio, ed ora ha stanza accanto al Teatro Scribe, in via della Zecca, nel proprio palazzo, acconciamente architettato dal cav. Mazzucchetti.Chi desiderasse conoscere i particolari della Società narrati con brio ed eleganza, legga le storiche pagine che Luigi Rocca nel novembre del 1864 mandò innanzi all'Album offerto a tutti i benemeriti che contribuirono all'erezione dell'edificio per le esposizioni di Belle Arti.Qui dunque si trovano gl'incoraggiamenti e gli onori di che altre famose città italiane furono larghe agli artisti, non però le villane gelosie e le cupe ire che in altre contrade disonestarono le scuole dell'arte.Sulla Dora non trovate, come su l'Arno, morto di ferro un Masaccio, non un Torrigiani che d'un pugno schiaccia il naso al Buonarroti, nè i contrasti di Baccio Bandinelli col Cellini. Qui non si ha a lamentare, come sulle adriatiche lagune, Andrea del Castagno che colpisce Domenico Veneziano per frodargli il segreto della pittura ad olio; nè, come a Bologna, si incontra un Calvart, che villanamente contristò la giovinezza del Domenichino; nè si ha a deplorare una Elisabetta Sirani, amorosa imitatrice di Guido Reni, morta di veleno nella verde età di ventisei anni. Qui, come a Napoli, le ribalderie dello Spagnoletto e del Correro non intristirono mai i seguaci dell'arte; non si attossicarono i loro conviti, siccome avvenne al Baroccio in Roma; nè, come a Genova, fu mai veduto per orrende gelosie un Pellegro Piola perir di pugnale.Ai cultori dell'arte divisi e discordi altrove, in Torino rispondono cultori uniti e concordi col Circolo degli Artisti, unico in Italia.Torino ha l'Accademia Filarmonica e la Filodrammatica, la Società del Tiro a segno, la Società Ginnastica, la Ippica, quelladei Pattinatori, e quelle dei Canottieri, instituzioni dilette ed utili, ma fra queste la più fiorente è il Circolo degli Artisti.Nel 1854 il cav. Felice Biscarra, tornato da un viaggio per l'Europa, narrò all'avvocato Luigi Rocca e ad altri eletti amici la soddisfazione da lui provata nel visitare in lontane regioni i Circoli degli Artisti, e quelli in ispecie di Brusselle e di Ginevra.Sorse il desiderio di vedere sì bella ed utile instituzione anche in Piemonte, imperocchè le nobili idee fra questo popolo si volgono in atto con rara e pronta felicità, al pari de' semi che sparsi in terreno acconcio non tardano a germogliare, fiorire e dare frutti abbondanti.Il Biscarra e il Rocca applicarono tosto la mente a comporre gli statuti tratti da quelli del Belgio con altri più adatti all'indole nostra, e fu dato principio con venti soci alla novella instituzione del Circolo che proseguì con ottanta, e, costituitasi con cento e venti, giunse ad avere ottocento fratelli adunati sotto il libero stendardo delle Belle Arti.Il Circolo degli Artisti è presieduto dal Comm. Galvagno, uomo di probità antica; e trovasi in via Bogino nel magnifico palazzo Graneri, ora del generale Sonnaz, l'eroe di Montebello.Quivi sono frequenti le adunanze con musiche e balli e con mostre di Belle Arti; e non ha guari, nella sera del 16 novembre 1865, il Circolo fra canti e suoni accoglieva festosamente il Re e la Regina di Portogallo insieme colla nostra Real Famiglia nella memorabile aula, ove ai tempi di Vittorio Amedeo II, fu celebrata la pace conclusa tra Francia e Piemonte, con banchetto splendidissimo, a cui sedevano i marescialli francesi e il Principe Eugenio di Savoia.Il biondo Re lusitano, che amorosamente coltiva la musica e la pittura, e che lasciò in Torino ricordi grati del suo patrocinio agli artisti italiani, volle cortesemente dichiararsi fratello di quella artistica famiglia, e porre fra i soci il suo nome, fulgida gemma alla corona del Circolo, onde prova il Piemonte che qui la concordia civile preparò l'alleanza degli artisti insieme coll'unità nazionale.XIX.Arte e Patria.Non lascerò così grato argomento senza prima far cenno che l'Arte, considerata nel complesso de' suoi attributi, qui spesso rappresentò i destini della patria, e li preparò talvolta.L'Architettura dai Cesari di Roma ad Emanuele Filiberto ricorda gli avvenimenti di sei tempi diversi nel turrito edifizio Augustale, il quale, ristaurato dal Municipio, spiccherà venerando, abbattute le case che ne impedivano la vista. L'Architettura narra i fasti e i lutti della stirpe Sabauda e del Piemonte, additandoci la Reggia e i reali Castelli e il Palazzo Carignano, culla di Carlo Alberto e del Parlamento del Regno italico. Essa, guidandoci al ponte di pietra a cinque archi onde si varca il Po, c'invita a salutare in cima ai côlli torinesi la Basilica di Superga, dedicata a Maria, sepoltura dei nostri Re. Quel tempio, architettato dal Juvara, è monumento di vittoria nazionale, eretto da Vittorio Amedeo II in ringraziamento a Dio per aver liberato questo combattuto paese dall'insolenza forastiera.Guardando a Superga, ripetiamo esultanti colla Debora del Piemonte, Giulia Colombini:«Oh! salve dal tuo côlleDi patria indipendenza alto trofeo!.  .   .   .   .  .   .   .   .   .   .   .   .   .Tu il sorriso del ciel sui brandi nostri,Tu il prodigio d'amor Micca ci mostri.Sul vinto baluardoSpiegava lo stendardoIl Francese guerrier: l'ardito esempioCento seguiano e cento;Ma, nuovo Curzio, nel fatal momentoDiede il suo capo il Gran Biellese, e volleSè stesso per la patria in sacramento;Scoppiò l'accesa polve, e glorïosoMiccasu mille eroi tomba si aderse.Oh viva eterno! E laude a te che, sperseL'armi Franche, oAmedeo, vittorïosoInnalzasti sul monteSimbolo di salvezza, ara al Piemonte!»Colla Basilica di Superga la Monarchia Sabauda ringrazia Iddio in vetta ai côlli torinesi; e alle loro falde il popolo subalpino lo ringrazia nel tempio della Gran Madre di Dio.Quella chiesa, edificata col disegno del Bonsignore, ricorda il Panteon di Roma e il tempio del Canova in Possagno. Benchè posta sovra alto basamento con pronao grandioso ed ardito, trovasi oppressa dalle colline circostanti, ma nella mia mente quella chiesa prende gigantesche proporzioni, e dai côlli si eleva sfavillante d'insolito splendore, quando ricordo essere stata costruita per volo del Corpo Decurionale Torinese (1818), dopo il ritorno della stirpe Sabauda dalla Sardegna al Piemonte. Fra le colonne del tempio circolare ricordo le feste cittadine al cessare della gallica dominazione, e il solenne ingresso in Torino di Vittorio Emanuele I, addì 20 maggio 1814. Alla erezione di quella chiesa esultò il Piemonte, che vide restituita la dignità nazionale a queste regioni, riacquistando la dinastia di que' Principi che per otto secoli n'erano stati i reggitori e i padri, educando il popolo alle armi ed alle industrie, e a mantenersi libero dal giogo straniero.L'arte statuaria con maggiore evidenza ci narrò i fasti della patria effigiandone gli eroi.Non è stata felice nel ritrarre in bronzo e in marmo il Conte Verde; ma felice e gloriosa oltre ogni dire fu rappresentando nella Piazza San Carlo il Duca Emanuele Filiberto, che, vinta la battaglia di S. Quintino e firmato il trattato di Château-Cambrésis, entra in Torino vindice e stabilitore della sua schiatta, e, riposta la spada, interamente si dà ad ordinare il governo civile. La statua equestre in bronzo, e la battaglia e il trattato scolpiti in altorilievo nel piedistallo compongono il monumento principale della città per concetto e bellezza d'arte.Il bolognese Salvatore Muzzi, perito negli studi dell'arte e noto per affettuosi libri di letteratura educativa, spesso mi era compagno nel 1863, mentre per le vie di Torino andavo notando le cose più degne di ricordo.Un dì, dalla statua equestre di Emanuele Filiberto andammo insieme ad ammirare quella pure in bronzo del Re Carlo Alberto nella piazza dallo stesso Re intitolata. Girammo intorno al grandioso monumento di granito e di bronzo, ricco di statue e storiati bassorilievi, da cui sorge sul destriero di battaglia l'augusto martire dell'indipendenza italiana, col brando sguainato, in atto di capitanare l'esercito nelle pugne nazionali.Io osservava che meglio delle attillate divise militari d'oggidì si affanno alle scolture le antiche armature e i larghi paludamenti; e consideravo che i bassorilievi di quel monumento con militari in tunica e borghesi in abito di rispetto non sono tanto ammirati. Il Muzzi non poteva farsi apologista di questa parte dell'opera; ma notava come l'artista abbia tenuto assai depressi i quattro storici bassorilievi, ed abbia saputo ad un tempo trattarli per modo che tutto vi si legge bene, anco esposti all'ombra, anche nell'ora del tramonto: e se non potea difendere che l'artefice avesse frammisto la realtà dei quattro soldati di tutto tondo alle quattro donne simboliche assise sul secondo piano del monumento, osservava, come ad una ad una le otto statue ornamentali siano veramente assai belle, e degne dell'artista che le concepì e plasticò, sicchè le bellezze de' modelli sono trasfuse nel bronzo.Levandomi dalle controversie dell'arte al concetto incarnato nelle due statue equestri, io salutai col Muzzi in piazza San Carlo il Genio della Stirpe Sabauda che, ricuperata la signoria degli Stati aviti, ripone la spada nel fodero per attendere alle imprese di pace, e nella piazza Carlo Alberto salutai lo stesso Genio cavalleresco, che, pronto all'invito degl'Italiani, torna a sguainare la spada, già gloriosa in S. Quintino, per dare libertà e potenza a tutta la nazione.Era conveniente che il medesimo artefice dovesse interpretaree significare nel bronzo la duplice impresa di quel Genio guerriero e legislatore. L'insigne artefice fu l'italiano Marochetti.Altri monumenti per le piazze e nelle vie ci ricordano i fatti generosi de' Principi e del popolo. Nella facciata del Palazzo municipale veggonsi le statue marmoree del Principe Eugenio di Savoia e del Duca Ferdinando di Genova, scolpite dal Simonetta e dal Dini, e donate dal banchiere Mestrallet, degne di lode, comechè alcuni le notassero di soverchio movimento, quasi fossero simulacri d'artisti ginnastici. Innanzi al mastio dell'antica cittadella di Torino ci si presenta Pietro Micca, statua in bronzo modellata dal Cassano, degno allievo del Vela; in cospetto al Palazzo Carignano, già seggio del Parlamento, l'Albertoni ci addita una sua applaudita scultura, Vincenzo Gioberti, colà collocato come esempio e scuola agli oratori della patria; e nella piazza Castello v'ha l'Alfiere del Vela, che, stringendo il patrio vessillo nella sinistra, e la spada colla mano destra, dal Palazzo Madama guarda a Doragrossa: profetico dono dei Milanesi all'Esercito Sardo, il dì 15 gennaio 1857.Se pei verdi viali saliamo al pubblico giardino, detto deiRipari, quattro sculture di marmo ci empiono l'animo di civili e guerresche memorie. Ci si mostrano Guglielmo Pepe che varca il Po, bel lavoro del professore Butti, ed Eusebio Bava, vincitore a Goito, opera dell'Albertoni. Le statue dei due valorosi capitani sembrano erette sul medesimo poggio dei Ripari per celebrare l'unione degli eserciti di Napoli e del Piemonte nelle battaglie nazionali. Chi non ammira colà i due marmi animati dal Vela? Nell'uno è onorato il Manin, il veneto cittadino che, repubblicano di origine, con vivo accorgimento riconobbe e riverì nella monarchia di Savoia l'unica salute della presente Italia; nell'altro marmo è onorato Cesare Balbo che meditabondo tiene la mano sul rinomato suo libroDelle Speranze d'Italia. Visitatori del grand'uomo, non rompete con vane ciance il nobile corso de' suoi pensieri. Egli è assorto in gravi meditazioni. Inchinatelo tacendo, e andate oltre.Dai fioriti viali dei Ripari trasportiamoci fra gl'incensi deglialtari nella Chiesa della Consolata che ricorda Ardoino, l'infelice re d'Italia, in una cappella da lui eretta.Nel 31 luglio di quest'anno entrai in quel tempio mentre il cielo abbuiatosi turbinava, e, piovendo a dirotta, il vento dalle finestre aperte spingeva l'acquazzone contro le marmoree colonne del Santuario. Una musica soavissima si diffuse, e parve colla virtù dei suoni rasserenare la scompigliata natura. Era il nostro celebrato Marini che sonava l'organo maraviglioso del tempio. Egli toccando maestrevolmente colle magiche dita i tasti dell'organo crea subite armonie ispirate dall'affetto del cuore e dalla maestà della religione.Una vivida luce tornò a rallegrare il cielo e la chiesa; l'incantevole musicista coi suoni ora imitando il canto degli usignuoli traea il mio spirito a pregare in fondo ad una selva, ed ora imitando i flebili rintocchi della campana mi ricordava in sul vespero l'Ave Mariadel villaggio. Così mentre il Marini in varie guise svegliava il sentimento della preghiera, io mi era prostrato presso la cappella semicircolare dove stanno le marmoree statue delle due regine genuflesse, Maria Teresa e Maria Adelaide, che si amarono in vita e che compiante morirono quasi ad un tempo nel gennaio 1855.Un angelo colle ali spiegate tiene sospese due corone sul capo delle auguste donne che innanzi al Santuario di nostra Donna Consolatrice invocano la concordia e la prosperità sulla Reggia e su l'Italia.Le due statue, opera del Vela, sono capolavori dell'arte moderna e gloriosi monumenti di quel prodigioso Santuario, da cui mi allontano per farmi alla Cattedrale di S. Giovanni eretta da Baccio Pontelli o da Meo del Caprino sugli avanzi di tre chiese antichissime.Spesso ritorno alla Cattedrale, ma non a ricordare la bandiera musulmana e il vessillo colla Croce di Savoia insieme sventolanti innanzi alla SS. Sindone per ringraziare il Dio delle vittorie nella oppugnazione di Sebastopoli. Se lo spettacolo delle due bandiere, al quale assistemmo nel 1855, fosse avvenuto nel 1578,quando dal prossimo vicolo, ove abitava Torquato Tasso, più volte vi sarà andato devotamente a chiedere inspirazioni dal funebre Sudario di Cristo, oh! senza dubbio l'epico cantore delle Crociate sarebbe uscito dalla chiesa indispettito, per recarsi a disfogare il cristiano suo sdegno nella prossima casa che abitò pochi mesi, consacrandola per tutti i secoli!Io vi ritorno per salire alla Cappella circolare della Sindone, ardimentosa struttura del Guarini, dal cui pinnacolo piove la mesta luce a illuminare quel regale recinto. Quivi intorno all'urna contenente il Sudario di Cristo morto sono monumenti e simulacri d'insigni uomini di Casa Savoia: quivi lo scultore Marchesi ornò il sepolcro di Emanuele Filiberto, il Cacciatori quello di Amedeo VIII, il Fraccaroli quello di Carlo Emanuele II, e il Gaggini quello del Principe Tommaso.Bella gara artistici per onorare la memoria di grandi uomini trapassati! Bell'effetto ottico di que' massi bianchi figurati su que' fondi di nero marmo!A un lato, dentro nicchia di ricco ornamento, fra colonne di marmo nero con capitelli corinzii dorati, non possiamo guardare, senza esserne commossi, la statua della regina Maria Adelaide, augusta moglie del Re d'Italia Vittorio Emanuele II. Il ligure artista Revelli scolpivala seduta, in bianco marmo da lui animato, poi la seguiva nella beatitudine de' buoni.Non meno della Scoltura fra noi piacquesi egregiamente la Pittura di ritrarre patrii soggetti. Splendido esempio ne trovai in Savigliano, nella città ch'ebbe la prima tipografia del Piemonte, portatavi dal tedesco Giovanni Glim nel 1470.Colà il Molineri detto ilCaraccinonella vasta sala del palazzo, già ducale, ora del marchese Taffini, immaginò sei grandi arazzi pendenti dai balaustri d'un cortile rettangolare. Negli arazzi dipinse le geste militari, e nel cielo aperto l'apoteosi del Duca Vittorio Amedeo I, figlio di Carlo Emanuele I, la cui effigie vedesi sovra la porta della sala. Nell'apoteosi intorno al carro della Vittoria scorgonsi le quattordici lettere componenti il nome di Vittorio Amedeo sostenute vagamente da angioletti;e ne' guasti caratteri de' cartelli si scoprono iscrizioni latine sotto città e fortezze diverse; e servono a indicare i loro nomi insieme cogli stemmi corrispondenti, non giài fatti d'armi e le imprese rappresentate su quelle mura, come opinò il Napione illustrando quei dipinti.Gli affreschi della Sala Taffini sono l'ultima e la principale opera di Giovanni Antonio Molineri. Al pari di lui altri valenti dipintori nel suolo subalpino colorarono le imprese eroiche della patria, e volentieri andrei accennando i loro lodati lavori sparsi nella città, se non mi sentissi tratto nel palazzo reale a contemplare più che altrove convenute le Arti belle a illustrare i politici accorgimenti e le virtù guerresche e civili degli Italiani.XX.La Reggia.Entrati nel palazzo dei Re d'Italia, l'animo nostro è compreso di maraviglia salendo il maestoso scalone di bianchi marmi, che per doppio ordine di gradini mette ai regali appartamenti.Diverse belle statue ricordano illustri nomi: il Conte di Carmagnola, lavoro del Dini, il Principe Tommaso, scoltura dell'Albertoni, e Re Carlo Alberto, statua del Vela, rimpetto ad una nicchia vuota, che aspetta dal Varni quella di Emanuele Filiberto.Nei quattro campi laterali allo scalone veggonsi dipinti ad olio quattro quadri, ne' quali sfavilla la mente italiana.In uno de' campi Gaetano Ferri rappresentò il matrimonio di Adelaide Contessa di Torino con Oddone di Savoia. Presso a quello il Gastaldi dipinse Tommaso I, che concede carte di libertà a parecchi Comuni dello Stato. Di rincontro a questo quadro Enrico Gamba, l'autore deiFunerali di Tiziano, ritrasse il magnanimo Carlo Emanuele I, il quale, per vendicare la indipendenza d'Italia, pronto alle battaglie, sdegnosamente restituisce a Don Luigi Cajetano, ambasciatore di Spagna, il Tosond'oro, e gli ordina di partire nel termine di ventiquattro ore. Nel quarto campo il Bertini ritrasse nella villa del Parco presso Torino Filippo d'Este che presenta Torquato Tasso al Duca Emanuele Filiberto, il quale graziosamente lo accoglie fra personaggi delle Corti di Savoia e d'Este, e della Repubblica di Venezia.Ebbi un dì la grata ventura di rivedere la tela del Bertini mentre un bel raggio di sole vividamente illuminava il mesto volto del poeta a cui stringe amorevolmente le mani Emanuele Filiberto, in segno del patrocinio onde i Principi di Savoia sempre furono larghi verso nobili ingegni.Levando gli occhi dal Tasso vidi irradiata nella volta l'apoteosi di Carlo Alberto, affresco dal Morgari; e guardando attentamente allo scalone e all'atrio, comechè spaziosi, mi sembrarono angusti a tanta dovizia ivi accolta di sculture e di dipinti.Entrato nei reali appartamenti saluto l'Hayez che in ampia tela pennelleggiò la sete tormentosa dei Crociati presso Gerusalemme, ed il Podesti nelGiudizio di Salomone. Quindi errando di sala in sala fra arazzi di antica fabbrica piemontese, fra madreperle e fra maioliche del Giappone e di Sèvres, fra vasi di malachite e lavori di tarsia, fra dorature ed intagli di ogni maniera in legno, e fra bianche colonne di marmo coi dorati capitelli corinzii, oh! spesse volte mi è dolce fra tanta luce venerare l'Arte e la Patria.Re Carlo Alberto volle che l'Arte fosse messaggiera del risorgimento d'Italia, e nel 1845 commetteva al lombardo Carlo Arienti di rappresentare in una tela, da collocarsi nella sala de' Paggi, la Cacciata del Barbarossa da Alessandria. L'Arienti nell'opera commessagli pel regale palazzo sè medesimo dipinse vestito da popolano nell'atto di lanciare una pietra contro il barbaro Federico; e in tal guisa l'inclito professore dell'Accademia Albertina diceva a' suoi colleghi che gli artisti deggiono suscitare, e all'uopo anco eseguire le difficili imprese per la patria.La commissione data all'Arienti nel 1845 era il primo squillo delle prossime battaglie nazionali; e nel 1850 quando si lamentavano le recenti sventure dell'Italia caduta nella battaglia diNovara, ed erano assai dubbie le speranze del nostro avvenire, Re Vittorio Emanuele II nella pubblica mostra di Belle Arti al Castello del Valentino, a far manifesta la perseveranza della sua fede politica, avendo a' fianchi il Presidente del Consiglio de' Ministri e sommo artista, Massimo d'Azeglio, per aggiungere decoro alla Reggia acquistava il quadro di Felice Biscarra rappresentante Cola da Rienzo che parla di libertà al popolo di Roma; e quindi acquistava pure, ad ornare il Reale Palazzo, la tela di Gaetano Ferri che ritrae il lutto del Piemonte per la morte di Carlo Alberto, quadro che all'autore valse il premio della medaglia d'oro nell'Esposizione di Parigi del 1855. Lo stesso magnanimo Re nel 1858 accogliendo ospitalmente nella Reggia la tela del Gastaldi, in cui è raffigurato il Barbarossa vinto a Legnano, si apparecchiava all'eroica impresa, per cui avrebbe veduto i nipoti del Barbarossa vinti e scombuiati fuggire dai poggi di Solferino.Andiamo a visitare le stanze regali, e vedremo l'amore del Bello espresso da ingegni valenti e forti di patria carità. Quivi si veggono in quattro quadri di Massimo D'Azeglio le imprese del conte Verde, di Amedeo VII e di Emanuele Filiberto; Vittorio Amedeo II, re di Sicilia, che sale alle pittoresche rovine di Taormina, mentre vaghissime donne gli offrono corone di fiori. Si piange la morte di Carlo Alberto effigiata da Francesco Gonin, e si ammirano i busti in marmo del nostro Re, del suo Genitore e delle figlie, lodate sculture del Varni; e, a sempre più dimostrare che la Reggia Sabauda fu ognora ospitale agli alti ingegni, la fulgida galleria, ove il Monarca imbandisce i solenni conviti, è riccamente adorna di cinquantaquattro ritratti di uomini illustri del Piemonte, fra i quali in particolar modo io amo inchinare il Maestro delle sentenze, figlio d'una lavandaia di Lomellogno, Pietro Lombardo.Al reale palazzo mancava la facciata corrispondente, ma non tarderà a cominciarsi il desiderato lavoro secondo il disegno di Domenico Ferri, che la modellò, stando allo stile barocco della Reggia, però ingentilendolo maestrevolmente.La facciata abbonderà di marmi e graniti con pilastri e balaustri, e con quattro giganti colonne scanalate di ordine ionico composito, che s'innalzeranno sino al ballatoio del secondo piano.Per compiere la facciata con un concetto degno della Reggia e del popolo italiano, torna bene il ricordare quanto proponeva il conte Oprandino Arrivabene nel febbraio del 1863[46].Egli proponeva, che il bellissimo Alfiere del Vela fosse trasferito ad uno dei lati innanzi alla Reggia, e che gli si mettesse di rimpetto la statua di Alessandro Lamarmora, lo strenuo institutore dei Bersaglieri. Questo concetto è bello artisticamente, come con acconcie parole dimostra l'Arrivabene; ed io aggiungerò che quelle due statue rappresenterebbero l'esercito italiano, fedele custode della memorabile reggia, da cui uscirono armati i destini d'Italia.XXI.L'augusta Torino, sede delle arti della guerra e della pace, strenua maestra di ordini civili, operò l'alleanza politica delle altre provincie italiane con sè, intorno allo scettro della Monarchia Sabauda.Dopo la fatale iattura di Novara, da ogni parte convenivano in Piemonte gli esuli nostri fratelli, che col senno e colla spada eransi resi degni di riverenza e d'amore. Accolti sulle rive della Dora, in questo unico santuario di libera italianità, trovarono salubre il clima, quieto ed onesto il vivere, forte e liberale il Governo, non mai turbato da popolari tumulti. A tutti fu dato ospizio, ed a parecchi non mancarono agi e cariche luminose.Lo spirito di carità levato al più alto grado qui cominciò la unione politica degli Italiani, che fu poi mirabilmente sancita coi trionfi di Palestro e di S. Martino, capitanati dal magnanimo Re Vittorio Emanuele II, e colle ardite imprese del Leone di Caprera.Le Camere legislative, concordi al senno del Conte Camillo Cavour, decretarono che Roma fosse la futura metropoli del Regno d'Italia; onde opportunamente nel 4 agosto del 1861 Achille Mauri dettava il seguente sonettoA Torino.«Se pur fia che le fauste itale sortiTocchino alfine il sospirato segno,E un ultimo trionfo a Roma portiL'augusto seggio del novello regno;«Nobil loco, Torino, e di te degnoSempre otterrai fra le città consorti,E andrai chiara per l'armi e per l'ingegno,Per maturi consigli e l'opre forti.«Nè Italia coprirà di turpe oblìoI decenni tuoi vanti, e il largheggiatoA' raminghi suoi figli ospizio pio;«Ma grata al tuo Camillo, e a quanti il sennoE il cor con lui le offrian, del gran conatoDirà che i primi onori a te si denno».XXII.Fu caro spettacolo l'affratellarsi degli Italiani più chiari in armi, scienze ed arti qui dove Vittorio Alfieri apriva la nuova nostra civiltà, e la svolsero Gioberti, Balbo ed Azeglio, e donde la mente di Cavour ci condusse presso alla meta sospirata.Più volte vidi rinnovarsi la concordia cittadina intorno agli autorevoli Buoncompagni, Berti e Capriolo, e nelle sale del Peruzzi e del Paleocapa. Ma più spiccatamente ammirai la felice fusione degli Italiani d'ogni provincia in due case di Doragrossa.Nel fondo di quella via ad occidente presso la piazza dello Statuto abita Pasquale Mancini, il sacerdote di Temide, che allegra l'austerità degli studi col sereno verso di Laura Beatrice, sua consorte e musa.La casa di lui è santuario di gloriose memorie onorate dall'arte. Nella maggior sala v'ha un bel quadro di paese dello Smargiassi, e su tela è rappresentata la sposa del volontario, corso alle battaglie nazionali. V'ha il busto in marmo di Guglielmo Pepe, scoltura del Butti, e il ritratto di Giuseppe Garibaldi, lavoro della signora Mancini, poetessa e pittrice. Colà più volte ho veduto fra canti e suoni festosamente raccolti in serali adunanze ministri, senatori e deputati, professori ed artisti ed ornate donne di ogni terra italiana. Due bionde figlie del Mancini, che hanno spontaneo il verso, recitavano rime accese di amor patrio, e un'altra, non meno poetica, faceva agevolmente scorrere le dita su le corde dell'arpa, come se intrecciasse gigli e rose tra fila d'oro, e, traendo armoniosi concenti, l'inspirata donzella sembrava colle musiche celebrare nella casa paterna il consorzio della scienza e delle grazie, e la italica fratellanza.In mezzo alla via di Doragrossa, sopra i due archi che mettono alla Piazza del Municipio, abita il Conte Federico Sclopis, ministro ben degno di essere consultato nei gravi momenti della patria. Vigile propugnatore dei diritti della natale sua città, egli vive accosto al palazzo municipale e di rincontro al sito in cui sorgeva la torre sormontata dal simbolico toro di bronzo. Nelle sere apriva spesso le ospitali sale, in cui era ammirata per coltura e cortesi modi la consorte del conte, Isabella Avogadro, gemma della mia Novara. Stavano a lei dintorno dame, cavalieri, letterati ed artisti; ed ella aveva per tutti parole soavi, assisa in serici guanciali presso un tavolino su cui olezzavano fiori di ogni sorta fra eleganti volumi di opere italiane e francesi.Ricordo di avere colà incontrato una eloquente donna dell'Arno, che in suo cuore non vede Italia se non a Firenze; e la incontrai presso una duchessa di Roma, che non accorgerassi, diceva, dell'unità italiana, finchè Vittorio Emanuele non salga trionfante in Campidoglio. Alcune volte vi trovai una principessa di Napoli, nobile di aspetto e di modi, e più ancora d'ingegno e di cuore; e spesso tre illustri subalpini, il generale Cavalli, il professore Ricotti e lo scultore Albertoni, tre fidi amici di casa Sclopis,che in quella adunanza rappresentavano le armi e le arti, e la storia che ne registra i maravigliosi trionfi. In una tavola delle adorne pareti due vaghi angioletti di Gaudenzio Ferrari parevano scesi di cielo a benedire la concordia italiana.Così un Napoletano ed un Piemontese, ambidue celebrati giureconsulti e uomini di Stato, accoglievano a lieto consorzio il fiore degli Italiani.Ahi, fu turbata la serenità delle feste subalpine!XXIII.Il Piemontesismo.Poichè a guisa di sponsalizie furono celebrate con desinari, musiche e danze le annessioni delle redente provincie italiane al Piemonte, cominciarono i domestici rancori.Fu proclamato troppo il benefizio de' Subalpini al resto d'Italia, perchè i beneficati per solito sentono più il peso che l'affetto della gratitudine. Inoltre, vinta la tirannide tedesca e la borbonica, sembrò ad alcuni nuovo giogo sobbarcarsi alle nostre leggi, e soverchio il numero degli ufficiali piemontesi mandati a reggere le provincie annesse.«Nè ciò dee far maraviglia (uso le parole non sospette di Marco Minghetti), poichè il Piemonte avendo avuto per dieci anni una costituzione libera, le sue leggi erano improntate di spiriti liberali e progressivi; ed inoltre essendo stato autore e guida del rinnovamento, le sue leggi dovevano avere una preminenza inevitabile, quand'anche nelle parti, che risguardassero l'amministrazione, potessero essere meno acconcie. Così era nella natura delle cose che per applicarle s'invitassero uomini da lunga pezza assuefatti a libertà, e di tempra maschia e severa, siccome sono gli abitatori del Piemonte»[47].A poco a poco si andò dilatando la malattia delle menti dettaPiemontesismo, chimericocholèra-morbusdella politica italiana.I nuovi venuti immaginarono il Piemontesismo, più di coloro che esuli, stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle usanze nostre.Gli Italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le nebbie e le nevi di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la perenne primavera di Napoli e di Palermo. I Toscani e i cittadini della Emilia trovarono troppo compassata e gelida la realtà del nostro vivere, e preferendo la ideale voluttà delle arti, invocavano le loggie dell'Orgagna e le torri di Giotto, i prodigi di Michelangelo e di Raffaello, e le glorie della scuola bolognese.Di poi si andò accagionando il Piemontesismo di tutti i malanni del mondo. Se freddo era il verno, caldo l'estate, se ne accusava il mal clima del Piemonte. Lo accusavano delle malattie e delle cure, che, mortali anch'essi, soffrivano talvolta gli onorevoli Deputati, e taluni maledicevano alla cucina de' Subalpini quando mai nel mattino non trovassero ben acconciati i maccheroni ben cotte le costolette nel caffè del Cambio, ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco alla eloquenza parlamentare.Fu dichiarata Torino benemerita per il suo passato, ma non più comportabile il Piemontesismo, che dal fondo della Penisola costringeva molti a salire sin qui per toccare il seggio del Governo e attingere alla sorgente della vita pubblica.In tale stato di cose indarno ripetevasi che in Torino non il Piemonte governava, ma l'Italia coi Deputati ed i Ministri delle diverse provincie. Non giovava più rammentare che durò due secoli in Pavia il Regno Longobardo, divenuto quasi nazionale, senza trasferire il suo seggio in sito più centrale, come a Benevento, e senza i telegrafi, le strade di ferro e gli altri benefizi della civiltà presente. Era inutile ricordare che il Regno d'Italia appiè dell'Alpi fu fondato dai marchesi di Ivrea, il cui sangue scorre nelle vene del Monarca, che potè adempiere il voto di tanti secoli e di tanti martiri; e che pienodi pericoli era divellere il seggio della monarchia dal granito alpigiano, in cui antico è l'omaggio ai Reali di Savoia.Si compia l'opera dell'unità italiana dove si è con tanto senno preparata e condotta a buon segno. Con le contese ed i gravi dispendi del trasferimento non si turbi, nè s'indebolisca lo Stato già fiacco per le miserie del pubblico erario. Non s'incorra negli errori dell'Impero latino, che decadde dalla pristina grandezza, spostando il seggio dal Tebro al Bosforo, sicchè, non cessando i travagli del trasferimento, l'Italia imperiale fu«.  .  . simigliante a quella infermaChe non può trovar posa in su le piume,Ma con dar volta suo dolore scherma»[48].Fortifichiamoci rinvigorendo il trono sabaudo, principio di nostra salute, nella valle del Po, in cui più volte colle armi si decisero le nostre sorti, se pur non vogliasi un'Italia senza il Piemonte, com'era ai tempi delle battaglie di Annibale sul Trasimeno e a Canne, accennate nella militare concione dell'oratore e generale Cialdini, e come, forse opportunamente ai suoi fini, la descrive Napoleone III narrando la vita di Giulio Cesare.Non gradivano tali ragioni, nè poi gli argomenti de' senatori Sclopis, Ricotti, Cadorna e Revel, e dei deputati Berti, Crispi, Chiaves e Coppino, e di altri uomini assennati.Il Ministero Minghetti-Peruzzi, valendosi del Pepoli a messaggio ed interprete, nel silenzio diplomatico ordì colla Francia la Convenzione del 15 settembre, che traeva seco il trasferimento della metropoli a Firenze.Il Ministero tutto preparò, meno gli accorgimenti bastevoli ad impedire tumulti nefasti e lo spargimento di sangue cittadino.XXIV.Il 22 settembre del 1864.Sparsa in Torino la infausta notizia dellaConvenzione, gli animi de' cittadini si commossero, e per le vie e nelle piazze si manifestò l'indignazione popolare. Ma i cittadini che tumultuarono, non erano ostili alla causa nazionale, anzi ne erano provati caldeggiatori.Molti, gridandoRoma o Torino, lamentavano nel trasferimento a Firenze lacero il decreto della nazione, con cui si acclamò Roma per futura sede del Regno d'Italia.Non pochi temevano che avesse a correre pericoli la Monarchia spostandosi dal suolo nativo, e con lei la unità italiana assicurata nella R. Stirpe di Savoia.Nè mancarono di quelli che, ammaestrati dalle cessioni di Savoia e Nizza, temevano nel patto colla Francia si nascondesse qualche disonesta cessione di terra subalpina; onde ripetevano col Bolognese Eustachio Manfredi:«Vidi l'Italia col crin sparso, incolto,Colà dove la Dora in Po declina,Che sedea mesta, e avea negli occhi accoltoQuasi un orror di servitù vicina».Que' malcontenti non erano tali da dare scosse allo Stato più fiere di quelle che cagionava la Convenzione del 15 settembre. Erano gridatori inermi e nulla più, come vien provato dalla relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta dettata dal non piemontese Sandonnino, e dalla relazione del deputato Ara in nome del Municipio[49]. Non si aveano dunque a trattare come briganti armati nei burroni delle Calabrie, o come nemici schierati a battaglia sul Mincio.Sarebbe bastato a quietarli il pacificatore Mazzarini, che nell'atto della zuffa fece sospendere l'azione guerresca agli eserciti di Francia e di Spagna contendenti in Casale; o meglio l'oratore Alfonso Lamartine, che colla potente parola salvò Parigi dalla guerra civile. Invece si ricorse ai mezzi con cui furono domati i Giannizzeri, ribelli alla legge musulmana.L'egregio sindaco marchese Rorà e il Municipio espressero al Governo il cordoglio della indignata Città per l'effusione del sangue fraterno in Piazza Castello nella sera del 21 settembre: ma non valsero i loro consigli ad impedire che nuovo sangue d'Italiani fosse sparso nella notte seguente.Inorridisco al ricordare gli allievi Carabinieri quando dalla porta della Questura in Piazza S. Carlo coi moschetti fischianti irruppero sull'affollato popolo inerme!Oh! chi non ammirò quella vasta e magnifica piazza, dove sorge la statua equestre di Emanuele Filiberto e un monumento alla carità cristiana nel tempio a S. Carlo Borromeo?Quella piazza ricorda i cavallereschi tornei in onore del Re, e le pacifiche e festevoli adunanze del popolo. Colà io mi deliziai fra i balli e i concenti dell'Accademia Filarmonica, e nelle sale del palazzo Natta abitate dal conte Corinaldi mi beai alle musiche ed alle eleganti raunanze cui traevano in gran copia preclari esuli di Venezia, confortandosi nel trovarvi una imagine della famosa loro piazza di S. Marco. In quella piazza spesso mi fu dolce salutare il palazzo già abitato dal Sofocle Astigiano e quello del marchese Felice Santommaso, che mi accolse giovine poeta nella cara e venerata compagnia di Pellico, Paravia e Cibrario; e le case ospitali del conte Farcito e del conte Pernati, e la religiosa libreria Marietti, e il maestoso Caffè, in cui più volte conversai coll'arguto Baratta, il nuovo Marziale.Queste serene rimembranze impallidiscono innanzi alla cruenta notte del 22 settembre 1864.Il fischio del piombo micidiale assordò orrendamente quel luogo memorando, e la piazza fu ingombra di vittime.Nella concitata mia mente ho veduto Emanuele Filiberto rizzarsisul destriero, e levando la spada cercare intorno a sè gl'invasori stranieri per combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente sclamava:—Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del macello cittadino?—Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche voci di moribondi.—Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene di giusto sdegno.Poi fu silenzio e solitudine. Soltanto si udiva il rantolo della morte tra il fumo della moschetteria che intenebrò l'aria; e i bronzei candelabri a gaz che illuminano la piazza parvero tede funerali poste a rischiarare un campo di morte.Il dì appresso i Torinesi sbalorditi s'interrogavano per le vie e ripetevansi l'un l'altro:«I fratelli hanno ucciso i fratelli,Questa orrenda novella vi do».Il Re corrucciato immantinente mutò ministero!Ma quali rimedi troverà il Governo, perchè l'offeso Piemonte cessi dalle querimonie?Le acque della Dora e del Po non cancelleranno facilmente nella Piazza di S. Carlo le macchie del sangue cittadino. Ogniqualvolta vi passo io le riveggo farsi più rosse, e risento il puzzo dei cadaveri che non può temperarsi nè dall'olezzo de' nostri roseti, nè dai profumi d'Arabia.O Conte Camillo Cavour, se tu ancor vivevi, no, tanto orrore non avrebbe offuscato la storia della tua Torino e d'Italia tutta!Ho bisogno di sfogarmi nelle lagrime, e vengo a piangere in Sàntena sul tuo sepolcro in compagnia dell'illustre uomo di Stato, Filippo Cordova, che, non piemontese, lamentò pure la Convenzione del 15 settembre.XXV.Il Sepolcro del Conte Camillo Cavour.Sàntena è antico villaggio prossimo a Cambiano nel Comune di Chieri. È attraversato dal torrente Banna che mette foce nel Po presso Moncalieri; ed ha tre mila abitanti, lieti dell'annuo reddito di ventimila lire che traggono dagli eccellenti sparagi, prodotto de' loro terreni.Volsero sette secoli dacchè i Bensi ottennero parte del feudo di Sàntena che apparteneva al Capitolo dei canonici del duomo di Torino, e nel secoloXVIIebbero poi dal duca di Savoia la contea di Cavour per la gloriosa difesa di Montemeillan, in Savoia, fatta dal loro Goffredo.Carlo Emanuele III nel secolo scorso eresse a marchesato la contea di Cavour; e da quel tempo i primonati della famiglia Benso presero il titolo di marchese di Cavour, lasciando ai secondogeniti quello di conte di Sàntena.XXVI.Il castello di Sàntena non mostra segni della prima sua costruzione: ora è magnifico palazzo, con ai fianchi la torre che appartenne al conte di Baldissero. Assai pittoresca è quella torre merlata con finestroni e feritoie di foggia gotica, e folta di edera che le si abbarbica bizzarramente sui rossi mattoni.Dal castello per doppia e bella gradinata si scende verso levante nel fiorito parco, che stendesi ampiamente, allegro per giardini ed ombrosi viali fra olmi, quercie e platani annosi.Filippo Cordova ed io, accompagnati da cortesi persone, entrammo a visitare le vaste ed ornate sale del castello, che furono frequente soggiorno al Conte Camillo.Ammirammo effigiati dai pittori scenografi Vacca e Fabrizi alcuni episodi dell'Iliade, fra i quali vedesi Achille che dietroal carro trionfale trascina intorno alle mura di Troia il miserando cadavere di Ettore. Quello spettacolo di morte contrasta coi quattro leggiadri puttini che sorridenti si dispiccano dalla vôlta, quasi se fatti a rilievo.Vedemmo inoltre ritratti di parecchi della famiglia Cavour e la effigie dei santi uomini Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, ed Amedeo di Clermont, principe e vescovo di Losanna, congiunti di sangue ai Cavour dal lato materno.Il Conte Camillo era figlio secondogenito d'una De Sellon, ginevrina, nipote del celebre conte Sellon che propugnò l'abolizione della pena di morte, onorando e premiando chi meglio scrivesse intorno a così arduo argomento, e fondò la Società della Pace, con cui voleva por fine alle perpetue discordie del genere umano.Il Cordova, additandomi appesa ad una parete l'effigie del conte Sellon, avvertiva che i lineamenti del suo sembiante ricordano quelli del nipote Camillo, e dalla somiglianza dei loro volti facendosi a ragionare della corrispondenza de' loro intelletti, assennatamente mi disse:—«Le opinioni e le tendenze degli uomini traggono origine talvolta da certe alleanze di famiglia che sfuggono per ordinario allo studio de' biografi.«Se Camillo Cavour nasceva da una dama piemontese, fosse anche stato il primogenito, non sarebbe forse riuscito liberale uomo di Stato e riformatore attissimo a scuotere i pregiudizi del suo sangue. Ma figlio di una Sellon, parente al fisico De La Rive, sino dall'infanzia in consorzio con uomini di culti diversi, e addetti alle scienze ed al commercio, apprese le forze vive dell'età moderna: ed aspirando a dirigerle, invece di ristarsi nell'ozio uggioso dell'aristocrazia, egli si fece capo della borghesia intelligente ed operosa.«Nel Conte Camillo, nell'uomo che riformava il sistema daziario e partecipava alle grandi imprese dell'industria, nell'uomo che, amando il governo libero, promoveva la riforma della legislazione penale e aboliva privilegi ecclesiastici, tu non ravvisiil figlio dell'antico vicario politico di Torino, il nipote di tanti governatori, prelati e cavalieri dell'Annunziata che costituiscono la maggior gloria della sua famiglia paterna, ma vi ravvisi meglio colui che per metà cittadino di Ginevra, sulle rive del Lemano avea raccolto le recenti tradizioni di Rousseau, della Staël, di Beniamino Constant, del Guizot, del Duca di Broglie; insomma il nipote del celebre Sellon, che esercitò nobilmente la Banca, ed era legato in amicizia cogli uomini che prepararono la Rivoluzione del 1830 in Parigi».XXVII.Accanto al castello sorge la chiesa parrocchiale di Sàntena, fatta costruire nel 1712 dal conte Carlo Ottavio Benso e da lui dedicata a Maria Vergine, come dice una lapide della domestica tribuna che guarda nel tempio. In quella tribuna veggonsi eziandio le immagini dei santi Francesco di Sales e Amedeo di Clermont; inoltre l'iscrizione, in cui l'edificatore della chiesa ricorda il suo fratello Agostino Maurizio, cavaliere di Malta, che segnalossi nell'espugnazione dell'isola di Scio, e mentre faceva sua una nave di Corsari, toccò una ferita, onde, giovine di 27 anni, morì nel 22 luglio del 1694. Vi si legge pure altra iscrizione che onora Luigi Benso, cavaliere Gerosolimitano.Sotto la domestica tribuna era l'antica sepoltura dei Cavour. Consunte le casse mortuarie, andarono rimescolate e confuse le ossa dei cadaveri che furono colà piamente raccolte in luogo distinto della cappella sepolcrale, costrutta e decorata dopo la morte del Conte Camillo.Vi si giunge scendendo per erboso declivio e passando per un praticello vestito di fiori e cinto di pioppi, acacie e salici piangenti.L'architetto del recente sepolcreto non lo immaginò con le colonnette sottili e i leggiadri trafori dell'arte gotica, convenienti al misticismo cristiano; ma, pensando al grand'uomo ivi sepolto, vi costrusse un tempietto d'ordine dorico con colonne di granito bigio alla porta, che ricordano le costruzioni egizie.Il concetto pagano di quell'edifizio è severo com'erano la favella ed i costumi, l'arte e le leggi presso i Dori; e ben si addice ad onorare fondatori e reggitori di Stati.La piccola croce, che, come straniera al carattere dell'edifizio, sovrasta alla porta, ci ricorda le ultime ore del Conte, in cui la fede cristiana coronò tutte le glorie dell'uomo di Stato.Entrammo nella funebre cappella. Sono di marmo nero le sue pareti e le due colonne che la reggono coi bianchi capitelli di marmo carrarese. In fondo vi ha un altare, e nelle lapidi le scritte ricordano i recenti sepolti. In quella dell'uomo, per cui colà movemmo, si legge:CONTECAMILLO BENSO DI CAVOURNATO IL X AGOSTO MDCCCX, MORÌ IL VI GIUGNO MDCCCLXI.Presso di lui giacciono le ceneri del suo fratello Marchese Gustavo, filosofo cristiano, e le spoglie del suo nipote Augusto, guerriero della patria, morto ventenne nel 1848 per le ferite riportate nella battaglia di Goito.Alle pareti sono appese ghirlande e scritti che il Comitato Veneto, Società di operai, Collegi nazionali e frequenti pellegrini tributarono al sepolcro del Conte Camillo.Mi fu detto, che in una delle nicchie della cappella sarà collocato il busto in marmo del nipote Augusto, commesso al Vela; che in mezzo al tempietto si ergerà un monumento degno del Conte Camillo e dell'erede; e che, a maggiormente decorare il tempietto funerale, la porta, ora di legno, sarà fatta di bronzo e fusa secondo il disegno del Marochetti.Sia lode a chi sì nobilmente decorerà quel pio luogo, in cui molta è la frequenza de' pellegrini nostri e forastieri, fra l quali vien ricordato il Russo Stefano Sivereff, membro e consigliere ordinario dell'Accademia di Pietroburgo, che nel 1861 insiemecol suo giovane figliuolo andò a prostrarsi innanzi al sepolcro del Conte Camillo.E noi tutti Italiani prostriamoci addolorati e riconoscenti. Nelle principali nostre città in onore di lui furono celebrate solenni esequie, recitati funebri discorsi, e ad eccellenti artisti si commisero marmi storiati. La sua nipote, contessa Alfieri-Cavour, diresse al sig. De la Rive[50]una lettera, nella quale, narrando la malattia e gli ultimi istanti dello zio, gli consacrò un monumento di affetti domestici nobilmente espressi; Nicomede Bianchi[51]gli consacrò un monumento di sapienza politica rivelando arditi accorgimenti del grand'uomo; e Giuseppe Bertoldi[52], tributandogli un monumento di classica poesia con due canzoni, vien collocato, dice il Tommaseo,d'un tratto fra i primi artefici che abbia l'Italia del verso, primo che abbia il Piemonte e che mai forse avesse.Ma il massimo dei monumenti a Camillo Cavour sarà l'Italia stessa cogli allori dei Campidoglio.Stavamo per uscire dalla cappella, quando il sig. Francesco Rey ci presentò un libro, in cui i visitatori registrano i loro nomi. Il Consigliere di Stato, mio compagno al pio pellegrinaggio, vi scrisse:«Filippo Cordova, prima di partire per Firenze per effetto della Convenzione del 15 settembre 1864!»XXVIII.La famiglia Rey è una serie di onesti e laboriosi maestri muratori, che da quattro secoli abita in Sàntena, ossequente con amorevole zelo alla casa Cavour.Francesco in modo vezzeggiativo da Papà Camillo era chiamatoCicco, ed è conservatore ed illustratore dei fatti domestici del suo patrono.Cicco fa ricordare l'antico servo di Voltaire, che presso Ginevra abitava in Ferney la casa del padrone filosofo, ed ai visitatori raccontava i particolari della domestica vita, e mostrava alcune suppellettili che aveano appartenuto al celebre uomo.Così Cicco Rey: se non che, più avventurato del servo di Voltaire, bene usando della cazzuola e del martello, e protetto da Papà Camillo, salì a prospero stato, ed ora accoglie lautamente i pellegrini a lui raccomandati, che vanno ad inchinare il sepolcro del suo protettore.Dopo di averci accompagnati al palazzo ed alla cappella funebre, Francesco Rey, introducendoci nella sua casa, gaiamente diceva:«Voi entrate nella casa di un povero operaio». E noi allo incontro entravamo nella casa signorile di un uomo, che colla industria assidua e propizia si era acquistato la stima e la fiducia pubblica.La bella sua casa, da lui costrutta, è sormontata da una torre, in cui sventolava il vessillo nazionale, ed è cinta da un giardino riccamente fiorito ed impomato.Il fido Cicco accorreva tutto festevole ad incontrare il Conte ogniqualvolta lo sapeva di ritorno a Sàntena; e quando gli giunse freddo cadavere, Cicco pieno di cordoglio lo depose entro cassa di piombo chiusa in altra di legno, e lo seppellì in compagnia degli illustri antenati.Francesco Rey, narrandoci questi atti di ossequio e di dolore, ci condusse alla stanza ove conserva preziosi ricordi entro un armadio. Apertolo, ci mostrò ciocche di capegli del Conte, e la pezzuola di bianco lino che nella faccia gli terse i gelidi sudori di morte; e il martello e la cazzuola che egli adoperò, e gli abiti neri ch'egli vestiva nell'8 giugno 1861 tumulando il lagrimato Conte.Presso l'armadio ci additò in marmo di Carrara il busto del suopatrono, e molti ritratti in fotografia, insieme con quello del Padre Giacomo, che, vero ministro di cristiana carità, benedisse e confortò le agonie dell'integro cittadino e del grande uomo di Stato, cui deve l'Italia tanta parte del suo politico rinnovamento.XXIX.Due giorni di lutto sublime vidi in Torino. L'uno fu quello in cui, muti i teatri e messi i diari a profondo corrotto, si celebrarono i funerali del conte Camillo Cavour con tale accompagnamento di ordini civili e religiosi e di popolo lagrimante, che meritava di essere eternato dall'arte. Il napolitano architetto Cipolla aveva con bel pensiero proposto di rappresentarne gl'insoliti funerali nei fregi intorno al monumento nazionale, come usarono gli Egizi effigiare le trionfali processioni dei Faraoni nei monumenti di Tebe.L'altro giorno di lutto fu l'anniversario delle vittime del Settembre.Più volte aveva assistito ai tripudi torinesi nelle feste civili fra mostre militari, musiche e fuochi artificiali. Oh quale mutamento! Fu tristo spettacolo vedere la generosa Torino che si abbandonava al dolore per la memoria di pubblica sventura. Le botteghe erano chiuse o parate a lutto, e drappi neri pendevano da parecchie finestre e dal gran balcone del palazzo municipale. Splendevano candelabri funerari e sventolavano neri gonfaloni nella grandiosa piazza Vittorio Emanuele gremita di popolo atteggiato a tristezza, colla dignità, onde il Piemonte suole significare le gioie e i dolori della patria.Appiè de' ridenti côlli che si specchiano nelle acque del Po, sotto al peristilio del tempio sacro alla gran Madre di Dio, parato a nero, sorgeva un altare, e innanzi ad esso un catafalco, intorno a cui deposero i loro vessilli le diverse compagnie cittadine.Il Sindaco e i Consiglieri del Municipio, il primo Magistrato politico della Provincia, i membri del Parlamento e di varieassociazioni, e il Comitato dirigente la solennità mortuaria assistettero in posti distinti alla funebre messa celebrata nell'atrio del tempio votivo.Poscia di colà cominciò il lagrimoso corteggio preceduto dall'asta su cui era portata la corona da deporre sui sepolcri delle vittime del settembre, espressione della pietà cittadina. Seguivano le musiche, con un drappello della Guardia Nazionale; il Sindaco col Municipio; membri del Parlamento con preclari uomini di ogni terra italiana; il Comitato centrale, e i rappresentanti della Stampa e delle diverse Associazioni con nastri funebri al braccio e colle bandiere coperte di veli neri.Il luttuoso corteggio percorse le vie di Po, Piazza Castello e Doragrossa sino agli archi che conducono al palazzo municipale. Entrato nel Corso di Porta Milano si condusse al Camposanto, e quivi depose bandiere e corone sulle sepolture delle vittime infelici.Mi sento l'animo pieno di morte, e ritorno alle tombe!XXX.Il Camposanto.«Colà dove la Dora in Po declina»mi accompagnò cortesemente l'egregio professore Casari tra i filari de' pioppi piramidali in un vespero d'autunno.L'ultima luce del sole sulla riva destra del Po imporporava i vigneti e le ville della collina torinese e la basilica di Superga; e presso la foce della Dora malinconico pescatore colla rete vuota sedeva nella sdruscita sua barchetta, quasi a rappresentare il Piemonte misero e afflitto.O magno Eridano, mescolato alle acque della Dora porta all'Adria i lamenti e i voti dei Subalpini, e di' a Venezia che il Piemonte sì nella prospera come nell'avversa fortuna sarà sempre intemerato esempio di patria carità. Dille che siccome si adoperòper la libertà delle altre provincie d'Italia, così per la salute di lei darà il sangue degl'impavidi suoi figli al primo squillo delle battaglie nazionali. Ripeti, o Eridano, dove passi, che unanimi i Piemontesi esclamano in Torino[53]: «In questa città noi gridammo primi:facciamo l'Italia, ed anche nel dì del dolore i concittadini di Balbo, di Gioberti e di Cavour grideranno sempre:si faccia l'Italia».Mentre la mia mente colle acque dell'Eridano e della Dora si trasportava alla mestizia delle venete lagune, il mio compagno levommi a fiorite memorie, ricordandomi il parco dei Duchi di Savoia, che appunto, dove eravamo noi, girava cinque o sei miglia con tanta amenità di boschi, giardini ed acque. Allora mi parve di rivedere il deliziosissimo Parco, che, piantato per ordine e sul disegno del Duca Carlo Emanuele I e ritratto dalla pittrice parola del Botero, fu inspiratore a Torquato Tasso nella poetica descrizione de' famosi giardini di Armida.Non solo il Tasso, io osservava al Casari, si piacque della vista di que' luoghi, ma pure il Chiabrera che celebrò il Parco in tre sonetti, e Vittorio Alfieri che giovinetto colà imaginando caccie rumorose, saltavafossi smisuratie guadava spessissimo la Dora, com'egli racconta nella sua autobiografia.Tasso, Chiabrera ed Alfieri ci danno lieti ricordi: non così l'italico Tirteo Giovanni Berchet, che sotto i pioppi della Dora lamentava la patria, nè così la gemebonda Torino che piange sui 200,000 morti, sepolti nel prossimo cimitero, costrutto sui piani incantevoli dell'antico Parco e benedetto nel 1829.

Re Carlo Alberto volle che il Piemonte fosse ad un tempo la Macedonia e l'Attica d'Italia. Per farne la Macedonia, migliorò ogni ordine militare e instituì nel suo palazzo l'Armeria reale. Per farne l'Attica, agevolò ogni maniera di studi ed ampliò l'Accademia di Belle Arti. Inoltre instituì la Reale Pinacoteca segnalata per quadri fiamminghi. Ne fu dotto illustratore Roberto d'Azeglio, ed ora n'è vigile direttore il suo fratello Massimo, ministro, guerriero, scrittore ed artista: esempio unico nella storia.

Il munifico Re commise elette opere a chiari scultori e pittori d'ogni terra italiana: Baruzzi, Sangiorgio, Marchesi, Fraccaroli e Cacciatori, Hayez, Podesti, Bellosio, Camuccini, Gazzarini e Bezzuoli; e la Reggia di Torino, emulando la Corte Medicea, già per mezzo dell'arte cominciava la unificazione della nostra Penisola.

Statue e dipinture di gran pregio decorarono templi e palazzi. Crebbe il numero degli studiosi e crebbero le scuole; e l'Arientifu da Lombardia qui chiamato a professare la pittura, e dalla Sardegna il Marghinotti ad essere maestro nel disegno dal rilievo.

Invadendo ogni cosa lo spirito di riforma, entrò pure nell'Accademia Albertina, e coi nuovi ordinamenti Re Vittorio Emanuele II nell'anno 1856 affidò la direzione dell'Accademia al Marchese Di Breme. Questo patrizio, cultore e zelatore tenerissimo delle Arti Belle, acquafortista valente, consigliando l'insegnamentouno e vario, volse l'animo ad infondere vita novella nell'Accademia Albertina,convinto, egli dice,che le accademie si possono conservare, purchè si adattino meglio allo scopo dell'arte, la qual cosa consiste principalmente nell'unificare l'istruzione elementare e nel variare l'insegnamento superiore[45].

Uomini irradiati di bella fama vennero in essa ad ammaestrare. Vincenzo Vela alla scuola di scoltura, Enrico Gamba a quella di disegno, ed alle scuole di pittura Gaetano Ferri e Andrea Gastaldi invece dell'Arienti assunto a reggere l'Accademia di Belle Arti in Bologna. Desiderandosi inoltre a segretario dell'Accademia chi al merito dell'arte accoppiasse i pregi della letteratura, fu eletto a sì nobile ufficio il figlio dell'antico direttore, Felice Biscarra, al quale, mentre va scrivendo la storia dell'Accademia, si prepara dovizia di documenti nei lavori dei maestri e nelle speranze degli allievi.

Diamo un cenno degli esempi della Scuola Piemontese, che l'Accademia Albertina può presentare a' suoi discepoli.

La Reale Pinacoteca, che dapprima avea sede nel Palazzo Madama, fu, ed opportunamente, trasferita al Palazzo de' Musei, significando così che le scienze e le arti deggiono vivere insieme per far prosperare le nazioni.

In due stanze della Pinacoteca si ammirano molte e belle opere antiche di artisti piemontesi, ed altre moderne nel Museo che il Municipio apriva nel giugno del 1863 nella via Gaudenzio Ferrari, quasi per collocarlo sotto gli auspici dell'Apelle di Valduggia, capo della Scuola Lombarda, a cui i Valsesiani con soscrizioni preparano in Varallo un degno monumento.

Nel Museo Civico sono raccolti oggetti di patria e straniera archeologia, e monete antiche di Grecia e Roma, e delle zecche dei Comuni e Stati italiani dal mille in poi. Vi ha preziose reliquie medievali e un vivido acquario in cui pesci, diversi di specie e di colore, guizzanti danno gaiezza al luogo severo. Ma lo scopo principale di quel Museo è la Galleria moderna dei quadri, fra i quali se ne ammirano parecchi di pennello piemontese, come dicevami il cav. Agodino conducendomi gentilmente a visitare le recenti opere del municipio torinese.

Ricordando la R. Pinacoteca e il Museo Civico, io veggo schierarsi a me d'innanzi dallo scorcio del secoloXVsino a noi gli illustri pittori subalpini, coi quali deggionsi pur ricordare scultori ed architetti nostri di meritata fama.

Primo ci si presenta in Alba, il Macrino; poi nel secoloXVIVal di Sesia si pregia dei fratelli Tanzio e di Gaudenzio Ferrari, che ebbe comune con Raffaello la scuola e la gloria. Nel medesimo secolo Vercelli va altera del Sodoma e del Giovenone, e Defendente De Ferraris da Chivasso, dipinge la stupenda icona di Ranverso. Nel secoloXVIIfra i vigneti del Monferrato il Moncalvo insieme colle due figlie, protetto dalle Grazie, dipinge madonne ed angioli; il Molineri, detto ilCaraccino, narra col pennello le vittorie dei nostri Duchi alla natale Savigliano, che fu pure la culla di Giovan Angelo Dolce, di Pietro Ayres e del lodatissimo incisore Arghinenti, allievo del celebre Porporati; e Nizza, che mai non cesserà di essere italiana, di quei tempi ricorda il suo Lodovico Brea. Nel secoloXVIIIBernardino Galliari, della terra di Andorno, pittor di scene egregio, emulo del Bibiena, spargendo la sua fama in Europa, dipinge a Berlino, e fra noi colora d'affreschi la vôlta del Palazzo dell'AccademiaFilarmonica, e adorna il R. Teatro d'una scenica tela, segno alla pubblica ammirazione: e il savoiardo Beaumont ritrae gloriose pagine dell'Iliadee dell'Eneidenelle vôlte della grand'aula in cui ammirasi l'Armeria Reale. In quel secolo le arti del dipingere e dello scolpire, l'incisione e l'architettura lasciano ai Subalpini grate memorie. I torinesi fratelli Collini adornano di scolture i palazzi della Metropoli e i sotterranei di Superga, il Cignaroli acquista nome nella pittura di paese, i fratelli Valeriani dipingono lodatamente di affreschi il R. Palazzo di Stupinigi. Ed ecco io veggo segnalarsi nell'architettura il Iuvara, cui deve Torino la maestosa facciata e i due mirabili scaloni del palazzo Madama, e l'edificio della Corte d'Appello, e Superga, e Stupinigi; e il Conte Alfieri architetto dei tre teatri, il Regio e quelli di Carignano e d'Angennes.

Non cessano ai dì nostri le splendide pruove dell'architettura subalpina. Già ammirammo il Senatore Mosca al Ponte della Dora. Carlo Promis e Alessandro Antonelli sono dotti maestri dell'arte di costruire; e Domenico Ferri, architetto decoratore de' Reali palazzi, fe' il disegno dell'edifizio destinato al primo Parlamento del Regno d'Italia, dandogli una facciata corrispondente alla maestà del luogo; e già si vede sorgere altero quel monumento dell'arte nostra, mercè l'opera dell'architetto Giuseppe Bollati. La stupenda recente stazione della Strada Ferrata in Torino è disegno dell'ingegnere Mazzucchetti; e il torinese conte Carlo Ceppi ottenne nel 1863 la palma fra i molti concorrenti al disegno della facciata del duomo fiorentino, opera da accoppiarsi al Campanile di Giotto.

Nel secolo nostro, oh quale miriade di splendidi ingegni mi si presenta nell'arte, cominciando dal nizzardo G. Battista Biscarra! Io riverente vi saluto, o Pelagio Palagi e Carlo Arienti, o Antonio Gaggini e Vincenzo Vela. Voi, sebbene non piemontesi di origine, siete gloria artistica della Dora, perchè foste chiamati a ragguardevoli uffizi nella nostra Accademia.

Altri bei nomi mi ricorrono in mente. Il Migliara di Alessandria fu mirabile nella pittura d'interne prospettive; FabrizioSevesi e Luigi Vacca furono frescanti e pittori scenografi di gran valore; Francesco e Guido Gonin, Enrico e Francesco Gamba, Gaetano Ferri, Andrea Gastaldi, Angelo Capisani, Ferdinando Cavalieri, Pietro Ayres, Camino, Perotti, Beccaria, Raimondi, i conti Corsi e Pastoris, e i due Felice, Cerutti e Biscarra, sono cari nomi che spesso udimmo ripetere ed encomiare in vari generi di pittura nelle annuali pubbliche esposizioni di Belle Arti.

Nè meno della pittura più volte ammirammo nelle pubbliche mostre l'arte statuaria di celebri professori già accennati e dei valorosi Giovanni Albertoni, Giuseppe Dini, Scipione Cassano, Silvestro Simonetta e Carlo Caniggia. Che più? Anche la stampa dettaumoristica, mostra quotidiana, vanta sulla Dora quattro bizzarri corifei a matita, Redenti, Allis, Teja e Virginio.

Le glorie subalpine sono di tutta la nazione, onde il Re e il Governo onorarono di commissioni e d'insegne cavalleresche parecchi de' nostri artisti, e la storia segnò i loro nomi sui nuovi allori dell'arte italiana.

La Societa' promotrice delle Belle Artie il Circolo degli Artisti.

Fra tanto fervore di nobili ingegni opportunamente nel 1842 in Torino fu costituita la Società promotrice delle Belle Artiche ha per iscopo di eccitare fra gli artisti una lodevole emulazione, di propugnare le notizie delle loro opere, e di aiutarne lo spaccio, acquistandone in proporzione dai fondi sociali. A tal fine nella primavera d'ogni anno essa apre una pubblica esposizione di lavori di Belle Arti.

Promotore e primo presidente della Società fu il conte Cesare di Benevello, amante e cultore appassionato della pittura, a cui succedette altro mecenate, il marchese Ferdinando di Breme. Promotore insieme col Benevello, e, a buon diritto, segretarioprimo di essa fu il Paravia; ed ora, sette volte rieletto, segretario della Società è il cav. Luigi Rocca, nome gradito, che s'incontra spesso quando in Torino si principia e s'incoraggia un'opera buona ad onorare gl'ingegni.

La Società andò mutando seggio, ed ora ha stanza accanto al Teatro Scribe, in via della Zecca, nel proprio palazzo, acconciamente architettato dal cav. Mazzucchetti.

Chi desiderasse conoscere i particolari della Società narrati con brio ed eleganza, legga le storiche pagine che Luigi Rocca nel novembre del 1864 mandò innanzi all'Album offerto a tutti i benemeriti che contribuirono all'erezione dell'edificio per le esposizioni di Belle Arti.

Qui dunque si trovano gl'incoraggiamenti e gli onori di che altre famose città italiane furono larghe agli artisti, non però le villane gelosie e le cupe ire che in altre contrade disonestarono le scuole dell'arte.

Sulla Dora non trovate, come su l'Arno, morto di ferro un Masaccio, non un Torrigiani che d'un pugno schiaccia il naso al Buonarroti, nè i contrasti di Baccio Bandinelli col Cellini. Qui non si ha a lamentare, come sulle adriatiche lagune, Andrea del Castagno che colpisce Domenico Veneziano per frodargli il segreto della pittura ad olio; nè, come a Bologna, si incontra un Calvart, che villanamente contristò la giovinezza del Domenichino; nè si ha a deplorare una Elisabetta Sirani, amorosa imitatrice di Guido Reni, morta di veleno nella verde età di ventisei anni. Qui, come a Napoli, le ribalderie dello Spagnoletto e del Correro non intristirono mai i seguaci dell'arte; non si attossicarono i loro conviti, siccome avvenne al Baroccio in Roma; nè, come a Genova, fu mai veduto per orrende gelosie un Pellegro Piola perir di pugnale.

Ai cultori dell'arte divisi e discordi altrove, in Torino rispondono cultori uniti e concordi col Circolo degli Artisti, unico in Italia.

Torino ha l'Accademia Filarmonica e la Filodrammatica, la Società del Tiro a segno, la Società Ginnastica, la Ippica, quelladei Pattinatori, e quelle dei Canottieri, instituzioni dilette ed utili, ma fra queste la più fiorente è il Circolo degli Artisti.

Nel 1854 il cav. Felice Biscarra, tornato da un viaggio per l'Europa, narrò all'avvocato Luigi Rocca e ad altri eletti amici la soddisfazione da lui provata nel visitare in lontane regioni i Circoli degli Artisti, e quelli in ispecie di Brusselle e di Ginevra.

Sorse il desiderio di vedere sì bella ed utile instituzione anche in Piemonte, imperocchè le nobili idee fra questo popolo si volgono in atto con rara e pronta felicità, al pari de' semi che sparsi in terreno acconcio non tardano a germogliare, fiorire e dare frutti abbondanti.

Il Biscarra e il Rocca applicarono tosto la mente a comporre gli statuti tratti da quelli del Belgio con altri più adatti all'indole nostra, e fu dato principio con venti soci alla novella instituzione del Circolo che proseguì con ottanta, e, costituitasi con cento e venti, giunse ad avere ottocento fratelli adunati sotto il libero stendardo delle Belle Arti.

Il Circolo degli Artisti è presieduto dal Comm. Galvagno, uomo di probità antica; e trovasi in via Bogino nel magnifico palazzo Graneri, ora del generale Sonnaz, l'eroe di Montebello.

Quivi sono frequenti le adunanze con musiche e balli e con mostre di Belle Arti; e non ha guari, nella sera del 16 novembre 1865, il Circolo fra canti e suoni accoglieva festosamente il Re e la Regina di Portogallo insieme colla nostra Real Famiglia nella memorabile aula, ove ai tempi di Vittorio Amedeo II, fu celebrata la pace conclusa tra Francia e Piemonte, con banchetto splendidissimo, a cui sedevano i marescialli francesi e il Principe Eugenio di Savoia.

Il biondo Re lusitano, che amorosamente coltiva la musica e la pittura, e che lasciò in Torino ricordi grati del suo patrocinio agli artisti italiani, volle cortesemente dichiararsi fratello di quella artistica famiglia, e porre fra i soci il suo nome, fulgida gemma alla corona del Circolo, onde prova il Piemonte che qui la concordia civile preparò l'alleanza degli artisti insieme coll'unità nazionale.

Arte e Patria.

Non lascerò così grato argomento senza prima far cenno che l'Arte, considerata nel complesso de' suoi attributi, qui spesso rappresentò i destini della patria, e li preparò talvolta.

L'Architettura dai Cesari di Roma ad Emanuele Filiberto ricorda gli avvenimenti di sei tempi diversi nel turrito edifizio Augustale, il quale, ristaurato dal Municipio, spiccherà venerando, abbattute le case che ne impedivano la vista. L'Architettura narra i fasti e i lutti della stirpe Sabauda e del Piemonte, additandoci la Reggia e i reali Castelli e il Palazzo Carignano, culla di Carlo Alberto e del Parlamento del Regno italico. Essa, guidandoci al ponte di pietra a cinque archi onde si varca il Po, c'invita a salutare in cima ai côlli torinesi la Basilica di Superga, dedicata a Maria, sepoltura dei nostri Re. Quel tempio, architettato dal Juvara, è monumento di vittoria nazionale, eretto da Vittorio Amedeo II in ringraziamento a Dio per aver liberato questo combattuto paese dall'insolenza forastiera.

Guardando a Superga, ripetiamo esultanti colla Debora del Piemonte, Giulia Colombini:

«Oh! salve dal tuo côlleDi patria indipendenza alto trofeo!.  .   .   .   .  .   .   .   .   .   .   .   .   .Tu il sorriso del ciel sui brandi nostri,Tu il prodigio d'amor Micca ci mostri.Sul vinto baluardoSpiegava lo stendardoIl Francese guerrier: l'ardito esempioCento seguiano e cento;Ma, nuovo Curzio, nel fatal momentoDiede il suo capo il Gran Biellese, e volleSè stesso per la patria in sacramento;Scoppiò l'accesa polve, e glorïosoMiccasu mille eroi tomba si aderse.Oh viva eterno! E laude a te che, sperseL'armi Franche, oAmedeo, vittorïosoInnalzasti sul monteSimbolo di salvezza, ara al Piemonte!»

Colla Basilica di Superga la Monarchia Sabauda ringrazia Iddio in vetta ai côlli torinesi; e alle loro falde il popolo subalpino lo ringrazia nel tempio della Gran Madre di Dio.

Quella chiesa, edificata col disegno del Bonsignore, ricorda il Panteon di Roma e il tempio del Canova in Possagno. Benchè posta sovra alto basamento con pronao grandioso ed ardito, trovasi oppressa dalle colline circostanti, ma nella mia mente quella chiesa prende gigantesche proporzioni, e dai côlli si eleva sfavillante d'insolito splendore, quando ricordo essere stata costruita per volo del Corpo Decurionale Torinese (1818), dopo il ritorno della stirpe Sabauda dalla Sardegna al Piemonte. Fra le colonne del tempio circolare ricordo le feste cittadine al cessare della gallica dominazione, e il solenne ingresso in Torino di Vittorio Emanuele I, addì 20 maggio 1814. Alla erezione di quella chiesa esultò il Piemonte, che vide restituita la dignità nazionale a queste regioni, riacquistando la dinastia di que' Principi che per otto secoli n'erano stati i reggitori e i padri, educando il popolo alle armi ed alle industrie, e a mantenersi libero dal giogo straniero.

L'arte statuaria con maggiore evidenza ci narrò i fasti della patria effigiandone gli eroi.

Non è stata felice nel ritrarre in bronzo e in marmo il Conte Verde; ma felice e gloriosa oltre ogni dire fu rappresentando nella Piazza San Carlo il Duca Emanuele Filiberto, che, vinta la battaglia di S. Quintino e firmato il trattato di Château-Cambrésis, entra in Torino vindice e stabilitore della sua schiatta, e, riposta la spada, interamente si dà ad ordinare il governo civile. La statua equestre in bronzo, e la battaglia e il trattato scolpiti in altorilievo nel piedistallo compongono il monumento principale della città per concetto e bellezza d'arte.

Il bolognese Salvatore Muzzi, perito negli studi dell'arte e noto per affettuosi libri di letteratura educativa, spesso mi era compagno nel 1863, mentre per le vie di Torino andavo notando le cose più degne di ricordo.

Un dì, dalla statua equestre di Emanuele Filiberto andammo insieme ad ammirare quella pure in bronzo del Re Carlo Alberto nella piazza dallo stesso Re intitolata. Girammo intorno al grandioso monumento di granito e di bronzo, ricco di statue e storiati bassorilievi, da cui sorge sul destriero di battaglia l'augusto martire dell'indipendenza italiana, col brando sguainato, in atto di capitanare l'esercito nelle pugne nazionali.

Io osservava che meglio delle attillate divise militari d'oggidì si affanno alle scolture le antiche armature e i larghi paludamenti; e consideravo che i bassorilievi di quel monumento con militari in tunica e borghesi in abito di rispetto non sono tanto ammirati. Il Muzzi non poteva farsi apologista di questa parte dell'opera; ma notava come l'artista abbia tenuto assai depressi i quattro storici bassorilievi, ed abbia saputo ad un tempo trattarli per modo che tutto vi si legge bene, anco esposti all'ombra, anche nell'ora del tramonto: e se non potea difendere che l'artefice avesse frammisto la realtà dei quattro soldati di tutto tondo alle quattro donne simboliche assise sul secondo piano del monumento, osservava, come ad una ad una le otto statue ornamentali siano veramente assai belle, e degne dell'artista che le concepì e plasticò, sicchè le bellezze de' modelli sono trasfuse nel bronzo.

Levandomi dalle controversie dell'arte al concetto incarnato nelle due statue equestri, io salutai col Muzzi in piazza San Carlo il Genio della Stirpe Sabauda che, ricuperata la signoria degli Stati aviti, ripone la spada nel fodero per attendere alle imprese di pace, e nella piazza Carlo Alberto salutai lo stesso Genio cavalleresco, che, pronto all'invito degl'Italiani, torna a sguainare la spada, già gloriosa in S. Quintino, per dare libertà e potenza a tutta la nazione.

Era conveniente che il medesimo artefice dovesse interpretaree significare nel bronzo la duplice impresa di quel Genio guerriero e legislatore. L'insigne artefice fu l'italiano Marochetti.

Altri monumenti per le piazze e nelle vie ci ricordano i fatti generosi de' Principi e del popolo. Nella facciata del Palazzo municipale veggonsi le statue marmoree del Principe Eugenio di Savoia e del Duca Ferdinando di Genova, scolpite dal Simonetta e dal Dini, e donate dal banchiere Mestrallet, degne di lode, comechè alcuni le notassero di soverchio movimento, quasi fossero simulacri d'artisti ginnastici. Innanzi al mastio dell'antica cittadella di Torino ci si presenta Pietro Micca, statua in bronzo modellata dal Cassano, degno allievo del Vela; in cospetto al Palazzo Carignano, già seggio del Parlamento, l'Albertoni ci addita una sua applaudita scultura, Vincenzo Gioberti, colà collocato come esempio e scuola agli oratori della patria; e nella piazza Castello v'ha l'Alfiere del Vela, che, stringendo il patrio vessillo nella sinistra, e la spada colla mano destra, dal Palazzo Madama guarda a Doragrossa: profetico dono dei Milanesi all'Esercito Sardo, il dì 15 gennaio 1857.

Se pei verdi viali saliamo al pubblico giardino, detto deiRipari, quattro sculture di marmo ci empiono l'animo di civili e guerresche memorie. Ci si mostrano Guglielmo Pepe che varca il Po, bel lavoro del professore Butti, ed Eusebio Bava, vincitore a Goito, opera dell'Albertoni. Le statue dei due valorosi capitani sembrano erette sul medesimo poggio dei Ripari per celebrare l'unione degli eserciti di Napoli e del Piemonte nelle battaglie nazionali. Chi non ammira colà i due marmi animati dal Vela? Nell'uno è onorato il Manin, il veneto cittadino che, repubblicano di origine, con vivo accorgimento riconobbe e riverì nella monarchia di Savoia l'unica salute della presente Italia; nell'altro marmo è onorato Cesare Balbo che meditabondo tiene la mano sul rinomato suo libroDelle Speranze d'Italia. Visitatori del grand'uomo, non rompete con vane ciance il nobile corso de' suoi pensieri. Egli è assorto in gravi meditazioni. Inchinatelo tacendo, e andate oltre.

Dai fioriti viali dei Ripari trasportiamoci fra gl'incensi deglialtari nella Chiesa della Consolata che ricorda Ardoino, l'infelice re d'Italia, in una cappella da lui eretta.

Nel 31 luglio di quest'anno entrai in quel tempio mentre il cielo abbuiatosi turbinava, e, piovendo a dirotta, il vento dalle finestre aperte spingeva l'acquazzone contro le marmoree colonne del Santuario. Una musica soavissima si diffuse, e parve colla virtù dei suoni rasserenare la scompigliata natura. Era il nostro celebrato Marini che sonava l'organo maraviglioso del tempio. Egli toccando maestrevolmente colle magiche dita i tasti dell'organo crea subite armonie ispirate dall'affetto del cuore e dalla maestà della religione.

Una vivida luce tornò a rallegrare il cielo e la chiesa; l'incantevole musicista coi suoni ora imitando il canto degli usignuoli traea il mio spirito a pregare in fondo ad una selva, ed ora imitando i flebili rintocchi della campana mi ricordava in sul vespero l'Ave Mariadel villaggio. Così mentre il Marini in varie guise svegliava il sentimento della preghiera, io mi era prostrato presso la cappella semicircolare dove stanno le marmoree statue delle due regine genuflesse, Maria Teresa e Maria Adelaide, che si amarono in vita e che compiante morirono quasi ad un tempo nel gennaio 1855.

Un angelo colle ali spiegate tiene sospese due corone sul capo delle auguste donne che innanzi al Santuario di nostra Donna Consolatrice invocano la concordia e la prosperità sulla Reggia e su l'Italia.

Le due statue, opera del Vela, sono capolavori dell'arte moderna e gloriosi monumenti di quel prodigioso Santuario, da cui mi allontano per farmi alla Cattedrale di S. Giovanni eretta da Baccio Pontelli o da Meo del Caprino sugli avanzi di tre chiese antichissime.

Spesso ritorno alla Cattedrale, ma non a ricordare la bandiera musulmana e il vessillo colla Croce di Savoia insieme sventolanti innanzi alla SS. Sindone per ringraziare il Dio delle vittorie nella oppugnazione di Sebastopoli. Se lo spettacolo delle due bandiere, al quale assistemmo nel 1855, fosse avvenuto nel 1578,quando dal prossimo vicolo, ove abitava Torquato Tasso, più volte vi sarà andato devotamente a chiedere inspirazioni dal funebre Sudario di Cristo, oh! senza dubbio l'epico cantore delle Crociate sarebbe uscito dalla chiesa indispettito, per recarsi a disfogare il cristiano suo sdegno nella prossima casa che abitò pochi mesi, consacrandola per tutti i secoli!

Io vi ritorno per salire alla Cappella circolare della Sindone, ardimentosa struttura del Guarini, dal cui pinnacolo piove la mesta luce a illuminare quel regale recinto. Quivi intorno all'urna contenente il Sudario di Cristo morto sono monumenti e simulacri d'insigni uomini di Casa Savoia: quivi lo scultore Marchesi ornò il sepolcro di Emanuele Filiberto, il Cacciatori quello di Amedeo VIII, il Fraccaroli quello di Carlo Emanuele II, e il Gaggini quello del Principe Tommaso.

Bella gara artistici per onorare la memoria di grandi uomini trapassati! Bell'effetto ottico di que' massi bianchi figurati su que' fondi di nero marmo!

A un lato, dentro nicchia di ricco ornamento, fra colonne di marmo nero con capitelli corinzii dorati, non possiamo guardare, senza esserne commossi, la statua della regina Maria Adelaide, augusta moglie del Re d'Italia Vittorio Emanuele II. Il ligure artista Revelli scolpivala seduta, in bianco marmo da lui animato, poi la seguiva nella beatitudine de' buoni.

Non meno della Scoltura fra noi piacquesi egregiamente la Pittura di ritrarre patrii soggetti. Splendido esempio ne trovai in Savigliano, nella città ch'ebbe la prima tipografia del Piemonte, portatavi dal tedesco Giovanni Glim nel 1470.

Colà il Molineri detto ilCaraccinonella vasta sala del palazzo, già ducale, ora del marchese Taffini, immaginò sei grandi arazzi pendenti dai balaustri d'un cortile rettangolare. Negli arazzi dipinse le geste militari, e nel cielo aperto l'apoteosi del Duca Vittorio Amedeo I, figlio di Carlo Emanuele I, la cui effigie vedesi sovra la porta della sala. Nell'apoteosi intorno al carro della Vittoria scorgonsi le quattordici lettere componenti il nome di Vittorio Amedeo sostenute vagamente da angioletti;e ne' guasti caratteri de' cartelli si scoprono iscrizioni latine sotto città e fortezze diverse; e servono a indicare i loro nomi insieme cogli stemmi corrispondenti, non giài fatti d'armi e le imprese rappresentate su quelle mura, come opinò il Napione illustrando quei dipinti.

Gli affreschi della Sala Taffini sono l'ultima e la principale opera di Giovanni Antonio Molineri. Al pari di lui altri valenti dipintori nel suolo subalpino colorarono le imprese eroiche della patria, e volentieri andrei accennando i loro lodati lavori sparsi nella città, se non mi sentissi tratto nel palazzo reale a contemplare più che altrove convenute le Arti belle a illustrare i politici accorgimenti e le virtù guerresche e civili degli Italiani.

La Reggia.

Entrati nel palazzo dei Re d'Italia, l'animo nostro è compreso di maraviglia salendo il maestoso scalone di bianchi marmi, che per doppio ordine di gradini mette ai regali appartamenti.

Diverse belle statue ricordano illustri nomi: il Conte di Carmagnola, lavoro del Dini, il Principe Tommaso, scoltura dell'Albertoni, e Re Carlo Alberto, statua del Vela, rimpetto ad una nicchia vuota, che aspetta dal Varni quella di Emanuele Filiberto.

Nei quattro campi laterali allo scalone veggonsi dipinti ad olio quattro quadri, ne' quali sfavilla la mente italiana.

In uno de' campi Gaetano Ferri rappresentò il matrimonio di Adelaide Contessa di Torino con Oddone di Savoia. Presso a quello il Gastaldi dipinse Tommaso I, che concede carte di libertà a parecchi Comuni dello Stato. Di rincontro a questo quadro Enrico Gamba, l'autore deiFunerali di Tiziano, ritrasse il magnanimo Carlo Emanuele I, il quale, per vendicare la indipendenza d'Italia, pronto alle battaglie, sdegnosamente restituisce a Don Luigi Cajetano, ambasciatore di Spagna, il Tosond'oro, e gli ordina di partire nel termine di ventiquattro ore. Nel quarto campo il Bertini ritrasse nella villa del Parco presso Torino Filippo d'Este che presenta Torquato Tasso al Duca Emanuele Filiberto, il quale graziosamente lo accoglie fra personaggi delle Corti di Savoia e d'Este, e della Repubblica di Venezia.

Ebbi un dì la grata ventura di rivedere la tela del Bertini mentre un bel raggio di sole vividamente illuminava il mesto volto del poeta a cui stringe amorevolmente le mani Emanuele Filiberto, in segno del patrocinio onde i Principi di Savoia sempre furono larghi verso nobili ingegni.

Levando gli occhi dal Tasso vidi irradiata nella volta l'apoteosi di Carlo Alberto, affresco dal Morgari; e guardando attentamente allo scalone e all'atrio, comechè spaziosi, mi sembrarono angusti a tanta dovizia ivi accolta di sculture e di dipinti.

Entrato nei reali appartamenti saluto l'Hayez che in ampia tela pennelleggiò la sete tormentosa dei Crociati presso Gerusalemme, ed il Podesti nelGiudizio di Salomone. Quindi errando di sala in sala fra arazzi di antica fabbrica piemontese, fra madreperle e fra maioliche del Giappone e di Sèvres, fra vasi di malachite e lavori di tarsia, fra dorature ed intagli di ogni maniera in legno, e fra bianche colonne di marmo coi dorati capitelli corinzii, oh! spesse volte mi è dolce fra tanta luce venerare l'Arte e la Patria.

Re Carlo Alberto volle che l'Arte fosse messaggiera del risorgimento d'Italia, e nel 1845 commetteva al lombardo Carlo Arienti di rappresentare in una tela, da collocarsi nella sala de' Paggi, la Cacciata del Barbarossa da Alessandria. L'Arienti nell'opera commessagli pel regale palazzo sè medesimo dipinse vestito da popolano nell'atto di lanciare una pietra contro il barbaro Federico; e in tal guisa l'inclito professore dell'Accademia Albertina diceva a' suoi colleghi che gli artisti deggiono suscitare, e all'uopo anco eseguire le difficili imprese per la patria.

La commissione data all'Arienti nel 1845 era il primo squillo delle prossime battaglie nazionali; e nel 1850 quando si lamentavano le recenti sventure dell'Italia caduta nella battaglia diNovara, ed erano assai dubbie le speranze del nostro avvenire, Re Vittorio Emanuele II nella pubblica mostra di Belle Arti al Castello del Valentino, a far manifesta la perseveranza della sua fede politica, avendo a' fianchi il Presidente del Consiglio de' Ministri e sommo artista, Massimo d'Azeglio, per aggiungere decoro alla Reggia acquistava il quadro di Felice Biscarra rappresentante Cola da Rienzo che parla di libertà al popolo di Roma; e quindi acquistava pure, ad ornare il Reale Palazzo, la tela di Gaetano Ferri che ritrae il lutto del Piemonte per la morte di Carlo Alberto, quadro che all'autore valse il premio della medaglia d'oro nell'Esposizione di Parigi del 1855. Lo stesso magnanimo Re nel 1858 accogliendo ospitalmente nella Reggia la tela del Gastaldi, in cui è raffigurato il Barbarossa vinto a Legnano, si apparecchiava all'eroica impresa, per cui avrebbe veduto i nipoti del Barbarossa vinti e scombuiati fuggire dai poggi di Solferino.

Andiamo a visitare le stanze regali, e vedremo l'amore del Bello espresso da ingegni valenti e forti di patria carità. Quivi si veggono in quattro quadri di Massimo D'Azeglio le imprese del conte Verde, di Amedeo VII e di Emanuele Filiberto; Vittorio Amedeo II, re di Sicilia, che sale alle pittoresche rovine di Taormina, mentre vaghissime donne gli offrono corone di fiori. Si piange la morte di Carlo Alberto effigiata da Francesco Gonin, e si ammirano i busti in marmo del nostro Re, del suo Genitore e delle figlie, lodate sculture del Varni; e, a sempre più dimostrare che la Reggia Sabauda fu ognora ospitale agli alti ingegni, la fulgida galleria, ove il Monarca imbandisce i solenni conviti, è riccamente adorna di cinquantaquattro ritratti di uomini illustri del Piemonte, fra i quali in particolar modo io amo inchinare il Maestro delle sentenze, figlio d'una lavandaia di Lomellogno, Pietro Lombardo.

Al reale palazzo mancava la facciata corrispondente, ma non tarderà a cominciarsi il desiderato lavoro secondo il disegno di Domenico Ferri, che la modellò, stando allo stile barocco della Reggia, però ingentilendolo maestrevolmente.

La facciata abbonderà di marmi e graniti con pilastri e balaustri, e con quattro giganti colonne scanalate di ordine ionico composito, che s'innalzeranno sino al ballatoio del secondo piano.

Per compiere la facciata con un concetto degno della Reggia e del popolo italiano, torna bene il ricordare quanto proponeva il conte Oprandino Arrivabene nel febbraio del 1863[46].

Egli proponeva, che il bellissimo Alfiere del Vela fosse trasferito ad uno dei lati innanzi alla Reggia, e che gli si mettesse di rimpetto la statua di Alessandro Lamarmora, lo strenuo institutore dei Bersaglieri. Questo concetto è bello artisticamente, come con acconcie parole dimostra l'Arrivabene; ed io aggiungerò che quelle due statue rappresenterebbero l'esercito italiano, fedele custode della memorabile reggia, da cui uscirono armati i destini d'Italia.

L'augusta Torino, sede delle arti della guerra e della pace, strenua maestra di ordini civili, operò l'alleanza politica delle altre provincie italiane con sè, intorno allo scettro della Monarchia Sabauda.

Dopo la fatale iattura di Novara, da ogni parte convenivano in Piemonte gli esuli nostri fratelli, che col senno e colla spada eransi resi degni di riverenza e d'amore. Accolti sulle rive della Dora, in questo unico santuario di libera italianità, trovarono salubre il clima, quieto ed onesto il vivere, forte e liberale il Governo, non mai turbato da popolari tumulti. A tutti fu dato ospizio, ed a parecchi non mancarono agi e cariche luminose.

Lo spirito di carità levato al più alto grado qui cominciò la unione politica degli Italiani, che fu poi mirabilmente sancita coi trionfi di Palestro e di S. Martino, capitanati dal magnanimo Re Vittorio Emanuele II, e colle ardite imprese del Leone di Caprera.

Le Camere legislative, concordi al senno del Conte Camillo Cavour, decretarono che Roma fosse la futura metropoli del Regno d'Italia; onde opportunamente nel 4 agosto del 1861 Achille Mauri dettava il seguente sonetto

A Torino.

«Se pur fia che le fauste itale sortiTocchino alfine il sospirato segno,E un ultimo trionfo a Roma portiL'augusto seggio del novello regno;

«Nobil loco, Torino, e di te degnoSempre otterrai fra le città consorti,E andrai chiara per l'armi e per l'ingegno,Per maturi consigli e l'opre forti.

«Nè Italia coprirà di turpe oblìoI decenni tuoi vanti, e il largheggiatoA' raminghi suoi figli ospizio pio;

«Ma grata al tuo Camillo, e a quanti il sennoE il cor con lui le offrian, del gran conatoDirà che i primi onori a te si denno».

Fu caro spettacolo l'affratellarsi degli Italiani più chiari in armi, scienze ed arti qui dove Vittorio Alfieri apriva la nuova nostra civiltà, e la svolsero Gioberti, Balbo ed Azeglio, e donde la mente di Cavour ci condusse presso alla meta sospirata.

Più volte vidi rinnovarsi la concordia cittadina intorno agli autorevoli Buoncompagni, Berti e Capriolo, e nelle sale del Peruzzi e del Paleocapa. Ma più spiccatamente ammirai la felice fusione degli Italiani d'ogni provincia in due case di Doragrossa.

Nel fondo di quella via ad occidente presso la piazza dello Statuto abita Pasquale Mancini, il sacerdote di Temide, che allegra l'austerità degli studi col sereno verso di Laura Beatrice, sua consorte e musa.

La casa di lui è santuario di gloriose memorie onorate dall'arte. Nella maggior sala v'ha un bel quadro di paese dello Smargiassi, e su tela è rappresentata la sposa del volontario, corso alle battaglie nazionali. V'ha il busto in marmo di Guglielmo Pepe, scoltura del Butti, e il ritratto di Giuseppe Garibaldi, lavoro della signora Mancini, poetessa e pittrice. Colà più volte ho veduto fra canti e suoni festosamente raccolti in serali adunanze ministri, senatori e deputati, professori ed artisti ed ornate donne di ogni terra italiana. Due bionde figlie del Mancini, che hanno spontaneo il verso, recitavano rime accese di amor patrio, e un'altra, non meno poetica, faceva agevolmente scorrere le dita su le corde dell'arpa, come se intrecciasse gigli e rose tra fila d'oro, e, traendo armoniosi concenti, l'inspirata donzella sembrava colle musiche celebrare nella casa paterna il consorzio della scienza e delle grazie, e la italica fratellanza.

In mezzo alla via di Doragrossa, sopra i due archi che mettono alla Piazza del Municipio, abita il Conte Federico Sclopis, ministro ben degno di essere consultato nei gravi momenti della patria. Vigile propugnatore dei diritti della natale sua città, egli vive accosto al palazzo municipale e di rincontro al sito in cui sorgeva la torre sormontata dal simbolico toro di bronzo. Nelle sere apriva spesso le ospitali sale, in cui era ammirata per coltura e cortesi modi la consorte del conte, Isabella Avogadro, gemma della mia Novara. Stavano a lei dintorno dame, cavalieri, letterati ed artisti; ed ella aveva per tutti parole soavi, assisa in serici guanciali presso un tavolino su cui olezzavano fiori di ogni sorta fra eleganti volumi di opere italiane e francesi.

Ricordo di avere colà incontrato una eloquente donna dell'Arno, che in suo cuore non vede Italia se non a Firenze; e la incontrai presso una duchessa di Roma, che non accorgerassi, diceva, dell'unità italiana, finchè Vittorio Emanuele non salga trionfante in Campidoglio. Alcune volte vi trovai una principessa di Napoli, nobile di aspetto e di modi, e più ancora d'ingegno e di cuore; e spesso tre illustri subalpini, il generale Cavalli, il professore Ricotti e lo scultore Albertoni, tre fidi amici di casa Sclopis,che in quella adunanza rappresentavano le armi e le arti, e la storia che ne registra i maravigliosi trionfi. In una tavola delle adorne pareti due vaghi angioletti di Gaudenzio Ferrari parevano scesi di cielo a benedire la concordia italiana.

Così un Napoletano ed un Piemontese, ambidue celebrati giureconsulti e uomini di Stato, accoglievano a lieto consorzio il fiore degli Italiani.

Ahi, fu turbata la serenità delle feste subalpine!

Il Piemontesismo.

Poichè a guisa di sponsalizie furono celebrate con desinari, musiche e danze le annessioni delle redente provincie italiane al Piemonte, cominciarono i domestici rancori.

Fu proclamato troppo il benefizio de' Subalpini al resto d'Italia, perchè i beneficati per solito sentono più il peso che l'affetto della gratitudine. Inoltre, vinta la tirannide tedesca e la borbonica, sembrò ad alcuni nuovo giogo sobbarcarsi alle nostre leggi, e soverchio il numero degli ufficiali piemontesi mandati a reggere le provincie annesse.

«Nè ciò dee far maraviglia (uso le parole non sospette di Marco Minghetti), poichè il Piemonte avendo avuto per dieci anni una costituzione libera, le sue leggi erano improntate di spiriti liberali e progressivi; ed inoltre essendo stato autore e guida del rinnovamento, le sue leggi dovevano avere una preminenza inevitabile, quand'anche nelle parti, che risguardassero l'amministrazione, potessero essere meno acconcie. Così era nella natura delle cose che per applicarle s'invitassero uomini da lunga pezza assuefatti a libertà, e di tempra maschia e severa, siccome sono gli abitatori del Piemonte»[47].

A poco a poco si andò dilatando la malattia delle menti dettaPiemontesismo, chimericocholèra-morbusdella politica italiana.

I nuovi venuti immaginarono il Piemontesismo, più di coloro che esuli, stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle usanze nostre.

Gli Italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le nebbie e le nevi di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la perenne primavera di Napoli e di Palermo. I Toscani e i cittadini della Emilia trovarono troppo compassata e gelida la realtà del nostro vivere, e preferendo la ideale voluttà delle arti, invocavano le loggie dell'Orgagna e le torri di Giotto, i prodigi di Michelangelo e di Raffaello, e le glorie della scuola bolognese.

Di poi si andò accagionando il Piemontesismo di tutti i malanni del mondo. Se freddo era il verno, caldo l'estate, se ne accusava il mal clima del Piemonte. Lo accusavano delle malattie e delle cure, che, mortali anch'essi, soffrivano talvolta gli onorevoli Deputati, e taluni maledicevano alla cucina de' Subalpini quando mai nel mattino non trovassero ben acconciati i maccheroni ben cotte le costolette nel caffè del Cambio, ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco alla eloquenza parlamentare.

Fu dichiarata Torino benemerita per il suo passato, ma non più comportabile il Piemontesismo, che dal fondo della Penisola costringeva molti a salire sin qui per toccare il seggio del Governo e attingere alla sorgente della vita pubblica.

In tale stato di cose indarno ripetevasi che in Torino non il Piemonte governava, ma l'Italia coi Deputati ed i Ministri delle diverse provincie. Non giovava più rammentare che durò due secoli in Pavia il Regno Longobardo, divenuto quasi nazionale, senza trasferire il suo seggio in sito più centrale, come a Benevento, e senza i telegrafi, le strade di ferro e gli altri benefizi della civiltà presente. Era inutile ricordare che il Regno d'Italia appiè dell'Alpi fu fondato dai marchesi di Ivrea, il cui sangue scorre nelle vene del Monarca, che potè adempiere il voto di tanti secoli e di tanti martiri; e che pienodi pericoli era divellere il seggio della monarchia dal granito alpigiano, in cui antico è l'omaggio ai Reali di Savoia.

Si compia l'opera dell'unità italiana dove si è con tanto senno preparata e condotta a buon segno. Con le contese ed i gravi dispendi del trasferimento non si turbi, nè s'indebolisca lo Stato già fiacco per le miserie del pubblico erario. Non s'incorra negli errori dell'Impero latino, che decadde dalla pristina grandezza, spostando il seggio dal Tebro al Bosforo, sicchè, non cessando i travagli del trasferimento, l'Italia imperiale fu

«.  .  . simigliante a quella infermaChe non può trovar posa in su le piume,Ma con dar volta suo dolore scherma»[48].

Fortifichiamoci rinvigorendo il trono sabaudo, principio di nostra salute, nella valle del Po, in cui più volte colle armi si decisero le nostre sorti, se pur non vogliasi un'Italia senza il Piemonte, com'era ai tempi delle battaglie di Annibale sul Trasimeno e a Canne, accennate nella militare concione dell'oratore e generale Cialdini, e come, forse opportunamente ai suoi fini, la descrive Napoleone III narrando la vita di Giulio Cesare.

Non gradivano tali ragioni, nè poi gli argomenti de' senatori Sclopis, Ricotti, Cadorna e Revel, e dei deputati Berti, Crispi, Chiaves e Coppino, e di altri uomini assennati.

Il Ministero Minghetti-Peruzzi, valendosi del Pepoli a messaggio ed interprete, nel silenzio diplomatico ordì colla Francia la Convenzione del 15 settembre, che traeva seco il trasferimento della metropoli a Firenze.

Il Ministero tutto preparò, meno gli accorgimenti bastevoli ad impedire tumulti nefasti e lo spargimento di sangue cittadino.

Il 22 settembre del 1864.

Sparsa in Torino la infausta notizia dellaConvenzione, gli animi de' cittadini si commossero, e per le vie e nelle piazze si manifestò l'indignazione popolare. Ma i cittadini che tumultuarono, non erano ostili alla causa nazionale, anzi ne erano provati caldeggiatori.

Molti, gridandoRoma o Torino, lamentavano nel trasferimento a Firenze lacero il decreto della nazione, con cui si acclamò Roma per futura sede del Regno d'Italia.

Non pochi temevano che avesse a correre pericoli la Monarchia spostandosi dal suolo nativo, e con lei la unità italiana assicurata nella R. Stirpe di Savoia.

Nè mancarono di quelli che, ammaestrati dalle cessioni di Savoia e Nizza, temevano nel patto colla Francia si nascondesse qualche disonesta cessione di terra subalpina; onde ripetevano col Bolognese Eustachio Manfredi:

«Vidi l'Italia col crin sparso, incolto,Colà dove la Dora in Po declina,Che sedea mesta, e avea negli occhi accoltoQuasi un orror di servitù vicina».

Que' malcontenti non erano tali da dare scosse allo Stato più fiere di quelle che cagionava la Convenzione del 15 settembre. Erano gridatori inermi e nulla più, come vien provato dalla relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta dettata dal non piemontese Sandonnino, e dalla relazione del deputato Ara in nome del Municipio[49]. Non si aveano dunque a trattare come briganti armati nei burroni delle Calabrie, o come nemici schierati a battaglia sul Mincio.

Sarebbe bastato a quietarli il pacificatore Mazzarini, che nell'atto della zuffa fece sospendere l'azione guerresca agli eserciti di Francia e di Spagna contendenti in Casale; o meglio l'oratore Alfonso Lamartine, che colla potente parola salvò Parigi dalla guerra civile. Invece si ricorse ai mezzi con cui furono domati i Giannizzeri, ribelli alla legge musulmana.

L'egregio sindaco marchese Rorà e il Municipio espressero al Governo il cordoglio della indignata Città per l'effusione del sangue fraterno in Piazza Castello nella sera del 21 settembre: ma non valsero i loro consigli ad impedire che nuovo sangue d'Italiani fosse sparso nella notte seguente.

Inorridisco al ricordare gli allievi Carabinieri quando dalla porta della Questura in Piazza S. Carlo coi moschetti fischianti irruppero sull'affollato popolo inerme!

Oh! chi non ammirò quella vasta e magnifica piazza, dove sorge la statua equestre di Emanuele Filiberto e un monumento alla carità cristiana nel tempio a S. Carlo Borromeo?

Quella piazza ricorda i cavallereschi tornei in onore del Re, e le pacifiche e festevoli adunanze del popolo. Colà io mi deliziai fra i balli e i concenti dell'Accademia Filarmonica, e nelle sale del palazzo Natta abitate dal conte Corinaldi mi beai alle musiche ed alle eleganti raunanze cui traevano in gran copia preclari esuli di Venezia, confortandosi nel trovarvi una imagine della famosa loro piazza di S. Marco. In quella piazza spesso mi fu dolce salutare il palazzo già abitato dal Sofocle Astigiano e quello del marchese Felice Santommaso, che mi accolse giovine poeta nella cara e venerata compagnia di Pellico, Paravia e Cibrario; e le case ospitali del conte Farcito e del conte Pernati, e la religiosa libreria Marietti, e il maestoso Caffè, in cui più volte conversai coll'arguto Baratta, il nuovo Marziale.

Queste serene rimembranze impallidiscono innanzi alla cruenta notte del 22 settembre 1864.

Il fischio del piombo micidiale assordò orrendamente quel luogo memorando, e la piazza fu ingombra di vittime.

Nella concitata mia mente ho veduto Emanuele Filiberto rizzarsisul destriero, e levando la spada cercare intorno a sè gl'invasori stranieri per combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente sclamava:

—Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del macello cittadino?

—Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche voci di moribondi.

—Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene di giusto sdegno.

Poi fu silenzio e solitudine. Soltanto si udiva il rantolo della morte tra il fumo della moschetteria che intenebrò l'aria; e i bronzei candelabri a gaz che illuminano la piazza parvero tede funerali poste a rischiarare un campo di morte.

Il dì appresso i Torinesi sbalorditi s'interrogavano per le vie e ripetevansi l'un l'altro:

«I fratelli hanno ucciso i fratelli,Questa orrenda novella vi do».

Il Re corrucciato immantinente mutò ministero!

Ma quali rimedi troverà il Governo, perchè l'offeso Piemonte cessi dalle querimonie?

Le acque della Dora e del Po non cancelleranno facilmente nella Piazza di S. Carlo le macchie del sangue cittadino. Ogniqualvolta vi passo io le riveggo farsi più rosse, e risento il puzzo dei cadaveri che non può temperarsi nè dall'olezzo de' nostri roseti, nè dai profumi d'Arabia.

O Conte Camillo Cavour, se tu ancor vivevi, no, tanto orrore non avrebbe offuscato la storia della tua Torino e d'Italia tutta!

Ho bisogno di sfogarmi nelle lagrime, e vengo a piangere in Sàntena sul tuo sepolcro in compagnia dell'illustre uomo di Stato, Filippo Cordova, che, non piemontese, lamentò pure la Convenzione del 15 settembre.

Il Sepolcro del Conte Camillo Cavour.

Sàntena è antico villaggio prossimo a Cambiano nel Comune di Chieri. È attraversato dal torrente Banna che mette foce nel Po presso Moncalieri; ed ha tre mila abitanti, lieti dell'annuo reddito di ventimila lire che traggono dagli eccellenti sparagi, prodotto de' loro terreni.

Volsero sette secoli dacchè i Bensi ottennero parte del feudo di Sàntena che apparteneva al Capitolo dei canonici del duomo di Torino, e nel secoloXVIIebbero poi dal duca di Savoia la contea di Cavour per la gloriosa difesa di Montemeillan, in Savoia, fatta dal loro Goffredo.

Carlo Emanuele III nel secolo scorso eresse a marchesato la contea di Cavour; e da quel tempo i primonati della famiglia Benso presero il titolo di marchese di Cavour, lasciando ai secondogeniti quello di conte di Sàntena.

Il castello di Sàntena non mostra segni della prima sua costruzione: ora è magnifico palazzo, con ai fianchi la torre che appartenne al conte di Baldissero. Assai pittoresca è quella torre merlata con finestroni e feritoie di foggia gotica, e folta di edera che le si abbarbica bizzarramente sui rossi mattoni.

Dal castello per doppia e bella gradinata si scende verso levante nel fiorito parco, che stendesi ampiamente, allegro per giardini ed ombrosi viali fra olmi, quercie e platani annosi.

Filippo Cordova ed io, accompagnati da cortesi persone, entrammo a visitare le vaste ed ornate sale del castello, che furono frequente soggiorno al Conte Camillo.

Ammirammo effigiati dai pittori scenografi Vacca e Fabrizi alcuni episodi dell'Iliade, fra i quali vedesi Achille che dietroal carro trionfale trascina intorno alle mura di Troia il miserando cadavere di Ettore. Quello spettacolo di morte contrasta coi quattro leggiadri puttini che sorridenti si dispiccano dalla vôlta, quasi se fatti a rilievo.

Vedemmo inoltre ritratti di parecchi della famiglia Cavour e la effigie dei santi uomini Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, ed Amedeo di Clermont, principe e vescovo di Losanna, congiunti di sangue ai Cavour dal lato materno.

Il Conte Camillo era figlio secondogenito d'una De Sellon, ginevrina, nipote del celebre conte Sellon che propugnò l'abolizione della pena di morte, onorando e premiando chi meglio scrivesse intorno a così arduo argomento, e fondò la Società della Pace, con cui voleva por fine alle perpetue discordie del genere umano.

Il Cordova, additandomi appesa ad una parete l'effigie del conte Sellon, avvertiva che i lineamenti del suo sembiante ricordano quelli del nipote Camillo, e dalla somiglianza dei loro volti facendosi a ragionare della corrispondenza de' loro intelletti, assennatamente mi disse:

—«Le opinioni e le tendenze degli uomini traggono origine talvolta da certe alleanze di famiglia che sfuggono per ordinario allo studio de' biografi.

«Se Camillo Cavour nasceva da una dama piemontese, fosse anche stato il primogenito, non sarebbe forse riuscito liberale uomo di Stato e riformatore attissimo a scuotere i pregiudizi del suo sangue. Ma figlio di una Sellon, parente al fisico De La Rive, sino dall'infanzia in consorzio con uomini di culti diversi, e addetti alle scienze ed al commercio, apprese le forze vive dell'età moderna: ed aspirando a dirigerle, invece di ristarsi nell'ozio uggioso dell'aristocrazia, egli si fece capo della borghesia intelligente ed operosa.

«Nel Conte Camillo, nell'uomo che riformava il sistema daziario e partecipava alle grandi imprese dell'industria, nell'uomo che, amando il governo libero, promoveva la riforma della legislazione penale e aboliva privilegi ecclesiastici, tu non ravvisiil figlio dell'antico vicario politico di Torino, il nipote di tanti governatori, prelati e cavalieri dell'Annunziata che costituiscono la maggior gloria della sua famiglia paterna, ma vi ravvisi meglio colui che per metà cittadino di Ginevra, sulle rive del Lemano avea raccolto le recenti tradizioni di Rousseau, della Staël, di Beniamino Constant, del Guizot, del Duca di Broglie; insomma il nipote del celebre Sellon, che esercitò nobilmente la Banca, ed era legato in amicizia cogli uomini che prepararono la Rivoluzione del 1830 in Parigi».

Accanto al castello sorge la chiesa parrocchiale di Sàntena, fatta costruire nel 1712 dal conte Carlo Ottavio Benso e da lui dedicata a Maria Vergine, come dice una lapide della domestica tribuna che guarda nel tempio. In quella tribuna veggonsi eziandio le immagini dei santi Francesco di Sales e Amedeo di Clermont; inoltre l'iscrizione, in cui l'edificatore della chiesa ricorda il suo fratello Agostino Maurizio, cavaliere di Malta, che segnalossi nell'espugnazione dell'isola di Scio, e mentre faceva sua una nave di Corsari, toccò una ferita, onde, giovine di 27 anni, morì nel 22 luglio del 1694. Vi si legge pure altra iscrizione che onora Luigi Benso, cavaliere Gerosolimitano.

Sotto la domestica tribuna era l'antica sepoltura dei Cavour. Consunte le casse mortuarie, andarono rimescolate e confuse le ossa dei cadaveri che furono colà piamente raccolte in luogo distinto della cappella sepolcrale, costrutta e decorata dopo la morte del Conte Camillo.

Vi si giunge scendendo per erboso declivio e passando per un praticello vestito di fiori e cinto di pioppi, acacie e salici piangenti.

L'architetto del recente sepolcreto non lo immaginò con le colonnette sottili e i leggiadri trafori dell'arte gotica, convenienti al misticismo cristiano; ma, pensando al grand'uomo ivi sepolto, vi costrusse un tempietto d'ordine dorico con colonne di granito bigio alla porta, che ricordano le costruzioni egizie.

Il concetto pagano di quell'edifizio è severo com'erano la favella ed i costumi, l'arte e le leggi presso i Dori; e ben si addice ad onorare fondatori e reggitori di Stati.

La piccola croce, che, come straniera al carattere dell'edifizio, sovrasta alla porta, ci ricorda le ultime ore del Conte, in cui la fede cristiana coronò tutte le glorie dell'uomo di Stato.

Entrammo nella funebre cappella. Sono di marmo nero le sue pareti e le due colonne che la reggono coi bianchi capitelli di marmo carrarese. In fondo vi ha un altare, e nelle lapidi le scritte ricordano i recenti sepolti. In quella dell'uomo, per cui colà movemmo, si legge:

CONTECAMILLO BENSO DI CAVOURNATO IL X AGOSTO MDCCCX, MORÌ IL VI GIUGNO MDCCCLXI.

Presso di lui giacciono le ceneri del suo fratello Marchese Gustavo, filosofo cristiano, e le spoglie del suo nipote Augusto, guerriero della patria, morto ventenne nel 1848 per le ferite riportate nella battaglia di Goito.

Alle pareti sono appese ghirlande e scritti che il Comitato Veneto, Società di operai, Collegi nazionali e frequenti pellegrini tributarono al sepolcro del Conte Camillo.

Mi fu detto, che in una delle nicchie della cappella sarà collocato il busto in marmo del nipote Augusto, commesso al Vela; che in mezzo al tempietto si ergerà un monumento degno del Conte Camillo e dell'erede; e che, a maggiormente decorare il tempietto funerale, la porta, ora di legno, sarà fatta di bronzo e fusa secondo il disegno del Marochetti.

Sia lode a chi sì nobilmente decorerà quel pio luogo, in cui molta è la frequenza de' pellegrini nostri e forastieri, fra l quali vien ricordato il Russo Stefano Sivereff, membro e consigliere ordinario dell'Accademia di Pietroburgo, che nel 1861 insiemecol suo giovane figliuolo andò a prostrarsi innanzi al sepolcro del Conte Camillo.

E noi tutti Italiani prostriamoci addolorati e riconoscenti. Nelle principali nostre città in onore di lui furono celebrate solenni esequie, recitati funebri discorsi, e ad eccellenti artisti si commisero marmi storiati. La sua nipote, contessa Alfieri-Cavour, diresse al sig. De la Rive[50]una lettera, nella quale, narrando la malattia e gli ultimi istanti dello zio, gli consacrò un monumento di affetti domestici nobilmente espressi; Nicomede Bianchi[51]gli consacrò un monumento di sapienza politica rivelando arditi accorgimenti del grand'uomo; e Giuseppe Bertoldi[52], tributandogli un monumento di classica poesia con due canzoni, vien collocato, dice il Tommaseo,d'un tratto fra i primi artefici che abbia l'Italia del verso, primo che abbia il Piemonte e che mai forse avesse.

Ma il massimo dei monumenti a Camillo Cavour sarà l'Italia stessa cogli allori dei Campidoglio.

Stavamo per uscire dalla cappella, quando il sig. Francesco Rey ci presentò un libro, in cui i visitatori registrano i loro nomi. Il Consigliere di Stato, mio compagno al pio pellegrinaggio, vi scrisse:

«Filippo Cordova, prima di partire per Firenze per effetto della Convenzione del 15 settembre 1864!»

La famiglia Rey è una serie di onesti e laboriosi maestri muratori, che da quattro secoli abita in Sàntena, ossequente con amorevole zelo alla casa Cavour.

Francesco in modo vezzeggiativo da Papà Camillo era chiamatoCicco, ed è conservatore ed illustratore dei fatti domestici del suo patrono.

Cicco fa ricordare l'antico servo di Voltaire, che presso Ginevra abitava in Ferney la casa del padrone filosofo, ed ai visitatori raccontava i particolari della domestica vita, e mostrava alcune suppellettili che aveano appartenuto al celebre uomo.

Così Cicco Rey: se non che, più avventurato del servo di Voltaire, bene usando della cazzuola e del martello, e protetto da Papà Camillo, salì a prospero stato, ed ora accoglie lautamente i pellegrini a lui raccomandati, che vanno ad inchinare il sepolcro del suo protettore.

Dopo di averci accompagnati al palazzo ed alla cappella funebre, Francesco Rey, introducendoci nella sua casa, gaiamente diceva:

«Voi entrate nella casa di un povero operaio». E noi allo incontro entravamo nella casa signorile di un uomo, che colla industria assidua e propizia si era acquistato la stima e la fiducia pubblica.

La bella sua casa, da lui costrutta, è sormontata da una torre, in cui sventolava il vessillo nazionale, ed è cinta da un giardino riccamente fiorito ed impomato.

Il fido Cicco accorreva tutto festevole ad incontrare il Conte ogniqualvolta lo sapeva di ritorno a Sàntena; e quando gli giunse freddo cadavere, Cicco pieno di cordoglio lo depose entro cassa di piombo chiusa in altra di legno, e lo seppellì in compagnia degli illustri antenati.

Francesco Rey, narrandoci questi atti di ossequio e di dolore, ci condusse alla stanza ove conserva preziosi ricordi entro un armadio. Apertolo, ci mostrò ciocche di capegli del Conte, e la pezzuola di bianco lino che nella faccia gli terse i gelidi sudori di morte; e il martello e la cazzuola che egli adoperò, e gli abiti neri ch'egli vestiva nell'8 giugno 1861 tumulando il lagrimato Conte.

Presso l'armadio ci additò in marmo di Carrara il busto del suopatrono, e molti ritratti in fotografia, insieme con quello del Padre Giacomo, che, vero ministro di cristiana carità, benedisse e confortò le agonie dell'integro cittadino e del grande uomo di Stato, cui deve l'Italia tanta parte del suo politico rinnovamento.

Due giorni di lutto sublime vidi in Torino. L'uno fu quello in cui, muti i teatri e messi i diari a profondo corrotto, si celebrarono i funerali del conte Camillo Cavour con tale accompagnamento di ordini civili e religiosi e di popolo lagrimante, che meritava di essere eternato dall'arte. Il napolitano architetto Cipolla aveva con bel pensiero proposto di rappresentarne gl'insoliti funerali nei fregi intorno al monumento nazionale, come usarono gli Egizi effigiare le trionfali processioni dei Faraoni nei monumenti di Tebe.

L'altro giorno di lutto fu l'anniversario delle vittime del Settembre.

Più volte aveva assistito ai tripudi torinesi nelle feste civili fra mostre militari, musiche e fuochi artificiali. Oh quale mutamento! Fu tristo spettacolo vedere la generosa Torino che si abbandonava al dolore per la memoria di pubblica sventura. Le botteghe erano chiuse o parate a lutto, e drappi neri pendevano da parecchie finestre e dal gran balcone del palazzo municipale. Splendevano candelabri funerari e sventolavano neri gonfaloni nella grandiosa piazza Vittorio Emanuele gremita di popolo atteggiato a tristezza, colla dignità, onde il Piemonte suole significare le gioie e i dolori della patria.

Appiè de' ridenti côlli che si specchiano nelle acque del Po, sotto al peristilio del tempio sacro alla gran Madre di Dio, parato a nero, sorgeva un altare, e innanzi ad esso un catafalco, intorno a cui deposero i loro vessilli le diverse compagnie cittadine.

Il Sindaco e i Consiglieri del Municipio, il primo Magistrato politico della Provincia, i membri del Parlamento e di varieassociazioni, e il Comitato dirigente la solennità mortuaria assistettero in posti distinti alla funebre messa celebrata nell'atrio del tempio votivo.

Poscia di colà cominciò il lagrimoso corteggio preceduto dall'asta su cui era portata la corona da deporre sui sepolcri delle vittime del settembre, espressione della pietà cittadina. Seguivano le musiche, con un drappello della Guardia Nazionale; il Sindaco col Municipio; membri del Parlamento con preclari uomini di ogni terra italiana; il Comitato centrale, e i rappresentanti della Stampa e delle diverse Associazioni con nastri funebri al braccio e colle bandiere coperte di veli neri.

Il luttuoso corteggio percorse le vie di Po, Piazza Castello e Doragrossa sino agli archi che conducono al palazzo municipale. Entrato nel Corso di Porta Milano si condusse al Camposanto, e quivi depose bandiere e corone sulle sepolture delle vittime infelici.

Mi sento l'animo pieno di morte, e ritorno alle tombe!

Il Camposanto.

«Colà dove la Dora in Po declina»

mi accompagnò cortesemente l'egregio professore Casari tra i filari de' pioppi piramidali in un vespero d'autunno.

L'ultima luce del sole sulla riva destra del Po imporporava i vigneti e le ville della collina torinese e la basilica di Superga; e presso la foce della Dora malinconico pescatore colla rete vuota sedeva nella sdruscita sua barchetta, quasi a rappresentare il Piemonte misero e afflitto.

O magno Eridano, mescolato alle acque della Dora porta all'Adria i lamenti e i voti dei Subalpini, e di' a Venezia che il Piemonte sì nella prospera come nell'avversa fortuna sarà sempre intemerato esempio di patria carità. Dille che siccome si adoperòper la libertà delle altre provincie d'Italia, così per la salute di lei darà il sangue degl'impavidi suoi figli al primo squillo delle battaglie nazionali. Ripeti, o Eridano, dove passi, che unanimi i Piemontesi esclamano in Torino[53]: «In questa città noi gridammo primi:facciamo l'Italia, ed anche nel dì del dolore i concittadini di Balbo, di Gioberti e di Cavour grideranno sempre:si faccia l'Italia».

Mentre la mia mente colle acque dell'Eridano e della Dora si trasportava alla mestizia delle venete lagune, il mio compagno levommi a fiorite memorie, ricordandomi il parco dei Duchi di Savoia, che appunto, dove eravamo noi, girava cinque o sei miglia con tanta amenità di boschi, giardini ed acque. Allora mi parve di rivedere il deliziosissimo Parco, che, piantato per ordine e sul disegno del Duca Carlo Emanuele I e ritratto dalla pittrice parola del Botero, fu inspiratore a Torquato Tasso nella poetica descrizione de' famosi giardini di Armida.

Non solo il Tasso, io osservava al Casari, si piacque della vista di que' luoghi, ma pure il Chiabrera che celebrò il Parco in tre sonetti, e Vittorio Alfieri che giovinetto colà imaginando caccie rumorose, saltavafossi smisuratie guadava spessissimo la Dora, com'egli racconta nella sua autobiografia.

Tasso, Chiabrera ed Alfieri ci danno lieti ricordi: non così l'italico Tirteo Giovanni Berchet, che sotto i pioppi della Dora lamentava la patria, nè così la gemebonda Torino che piange sui 200,000 morti, sepolti nel prossimo cimitero, costrutto sui piani incantevoli dell'antico Parco e benedetto nel 1829.


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