CAPITOLO SECONDOSUSA E SUOI DINTORNII.La Strada FerrataLe campane della vecchia cattedrale di S. Giusto squillavano a festa (22 maggio 1854), e Monsignor Vescovo in abito pontificale usciva di chiesa, circondato dai canonici del Capitolo e con lungo seguito di cherici e divoti.Suonava a distesa la campana del Comune, e dal palazzo civico movevano il sindaco e i consiglieri, preceduti dal mazziere e seguiti dal banditore con dietro le spalle a tracolla lo stemma gentilizio di Susa, rappresentante due torri con attorno le famose parolein flammis probatus amor, che ricordano gli incendi del Barbarossa e la concordia dei Susini nel riedificare la smantellata loro patria.Rullavano i tamburi della guardia nazionale, e indi a poco i militi cittadini si mostravano schierati in bella ordinanza, preceduti dalle musiche, che spandevano liete armonie per le strade e per le piazze frequenti di popolo non pur della città e dei dintorni, ma delle più rimote parti della provincia.II.Susa da gran tempo non avea tanto tripudiato nè per sì bella e nobil cagione, imperocchè in quel giorno ella celebrava il solenne aprimento della strada ferrata, che da Torino mette alle falde delCenisio, e che in appresso, penetrando entro le viscere delle Alpi, si distenderà fra le galliche genti, e cogli alternati benefizi del rapido commercio, stringerà in bel consorzio popoli diversi di stirpe e di favella.La immensa folla, pregustando così fausto avvenire, trae allo scalo, dove si vede da lontano il fumo delle caldaie e s'ode il rumore delle ruote, ripetuto dall'eco delle valli; e già il sibilo della macchina a vapore annunzia l'arrivo delle locomotive.Gli spettatori stanno intenti con religioso silenzio, e, all'apparire del primo carro, prorompono ad una voce:—Evviva il Re! Evviva Vittorio Emanuele!Questo unanime grido suona iterato al mostrarsi del Re, che innanzi ad un altare, fra le benedizioni de' sacerdoti e l'esultanza del popolo, veniva appie' delle Alpi ad iniziare i nuovi trionfi del nostro commercio e dell'industria, ed a provare come fra noi intorno al trono della stirpe sabauda fioriscano ad un tempo le arti della guerra e quelle della pace.—Non si comincia bene se non dal Cielo—sclamò monsignor Vescovo, e intonò preci e benedizioni; e il Re colla destra su l'elsa della spada, vigile custode delle Alpi, aveva allora a' suoi fianchi la rimpianta regina Maria Adelaide, purissimo angelo, che pregava per la reggia e pel popolo.Quei due augusti, prostrati innanzi ad un altare, alle falde del Cenisio, ci ricordavano la contessa Adelaide e Oddone di Savoia, che otto secoli addietro inauguravano lungo la Dora un nuovo ordine d'imperio e di prosperità.III.Ma ecco le ampie arcate dei magazzini dello scalo trasformate in eleganti sale, ornate di arazzi, di verzure e di bandiere tricolori; ecco imbandito uno splendido simposio, a cui siedono i ministri, le autorità e le persone più ragguardevoli del paese e della provincia, deputati e senatori, e gli scrittori de' giornali torinesi; e i fratelli Carlo e Giorgio Henfrey, che impresero adisegnare e condurre con solerzia ed amore la via ferrata, ed ora, colà, quasi in propria casa ospitalmente la festeggiano; e perchè al convito non manchi il sorriso delle grazie, vi ammiri le colte e leggiadre consorti degli ospiti gentili, rose pellegrine d'Albione, rimbellite sotto il cielo d'Italia.Fra squisite vivande e vini generosi il signor Carlo Henfrey dice brevi ed acconce parole: indi sorge a parlare l'egregio intendente barone Tholosano, e in nome dei cittadini ringrazia l'eletta comitiva accorsa ad onorare nella via ferrata un'era novella di prosperità alla provincia di Susa.L'arco di Cesare Ottaviano—la disfatta Brunetta—e la strada ferrata, sono i tre monumenti di cui prende a discorrere e nota con savio accorgimento:«Se il primo di questi monumenti ci ricorda le glorie della conquista romana, il secondo ci fa amaramente risovvenire della gallica riscossa nel passato secolo; e comechè siano gloriosi i nomi di Ottaviano Augusto e di Napoleone I, non potranno col rimbombo della loro fama far tacere i lamenti e le imprecazioni dei popoli percossi e delle desolate provincie: inevitabili conseguenze di ogni guerresca impresa, che non conduca a vera libertà.«Il terzo monumento ricorderà pure un nome augusto; ma questo sonerà benedetto fra le genti per mantenute franchigie, per agevolate comunicazioni e prosperati commerci.«Ruderi e rovine ci rimangono delle passate conquiste: arditi porti, appianate vette e traforati monti testimonieranno ai posteri come dirittamente venisse acclamato padre civile delle sue genti Colui, sotto i cui augusti auspìzi, con liberali instituzioni compievansi opere così utili e stupende».E chiude il suo discorso intonando un brindisi a re Vittorio Emanuele II, brindisi che per le allegre mense viene iterato vivamente, ed allo scrittore di queste pagine inspira versi improvvisi. A sè trasse l'attenzione l'arguto poeta delle Alpi Cozie, Norberto Rosa, il quale, con quella ironia, che gli era familiare, come scandolezzandosi deidiabolicitrovati del secolo, e pigliando argomento dal bue, che infitto negli spiedi a sollazzo e ristorodel popolo cuocevasi su la piazza delle armi, così chiudeva le sue bernesche rime:Oh Re Vittorio!Rifà il cammino,I baffi tàgliati,Metti il codino;Rimanda all'EreboDonde è venutoIl terzo incomodoDello Statuto!Sì, Re Vittorio,T'affida a me,In mezzo secoloIo farò, cheFra noi ritorninoQuelle età sante,Allor che il popoloSchiavo e ignorante,Di questo bufaloChe cuoce arrostoMesso un ereticoAvrebbe al posto!IV.I convitati si levano dalle mense e si accolgono qua e là in capannelli, formando o rinnovando amicizie; e tutti in gioviale compagnia muovono per la città, visitando ed ammirando le reliquie notevoli della sua antichità e le nuove bellezze.Lasciato a sinistra dello scalo il capace ospedale, vegliato dalle Suore di carità, l'illustre drappello volge a destra uno sguardo alla deserta Brunetta senza troppo rammaricarsi della sua caduta, conciossiachè ella fosse ben più baluardo d'Austria che non di Piemonte.Si ferma meravigliando innanzi all'Arco famoso, che, su l'antica via conducente alle Gallie, Marco Giulio Cozio e i popoli da lui governati eressero a Cesare Augusto Ottaviano, quand'egli otto anni prima dell'era cristiana valicava trionfalmente le Alpi.Fatti pochi passi incontra sul pendio d'un poggio le reliquie del palazzo, che fu sede del re Cozio, poi della contessa Adelaide, in ultimo del tribunale della Santa Inquisizione, ed ove ora, nobile palestra della gioventù studiosa, fiorisce il Reale Collegio.Scesa pel verde poggio si avvia la illustre schiera alla cattedrale di S. Giusto, consacrata nel 1028; ove spesso guardai con piacere al quadrangolare bizzarro campanile, alto diciotto trabucchi (51 metri), diviso in sette piani con finestruole ed archi a tutto sesto, retti con capitelli di stile romano. Per una balaustrata di mattoni cotti si gira intorno al settimo piano, che ha trafori e stemmi guasti dal tempo, ed una torricciuola ottangolare in ciascuno de' quattro angoli, con ottangolare corona e guglia corrispondente, sormontata da una croce; e dal mezzo del piano superiore si alza una maggiore guglia coverta di lamine luccicanti colla croce in cima, e dai quattro angoli della balaustrata sporgono quattro teste di strani animali. Quel campanile di forma bizzarra è opera dell'undecimo secolo, ristaurata in tempi a noi vicini.V.Lasciamo il campanile per entrare nel tempio colla nobile compagnia; ed ecco i canonici che ci additano il battistero e un altare, colla scritta:Petrus Lugdunensis me fecit, opere in marmo assai pregiate, e scoprono una preziosa croce d'argento con cesellature storiate, asserendola dono di Carlo Magno. Avvegnachè il Cibrario, il cui giudizio in queste cose è certamente autorevole, la creda posteriore a quell'età, io come poeta accoglierei più volentieri la tradizione de' canonici, considerando che Carlo Magno non poteva alle falde del Cenisio lasciare del suo passaggio più acconcio ricordo di una croce. Il simbolosupremo dell'amore e del martirio egli avrebbe deposto ai piedi del Cristo delle nazioni, di questa Italia locata nel centro di Europa per diffondere su tutti i popoli l'amore nel riso del suo cielo e nella gloria dei suoi monumenti, e per essere rimeritata colla coppa di fiele e la corona di spine.Nella cappella di Sant'Anna ci fanno osservare bellamente dipinta unaSacra Famigliadi scuola raffaellesca, ed in altra cappella, entro una nicchia ci additano inverniciata a colore di bronzo una statua in legno di noce, ammirata per gl'intagli e più ancora perchè in essa si crede rappresentata genuflessa in atto di preghiera, colle palme stese alla croce, Adelaide, comunemente chiamata Contessa di Susa, che inanellata ad Oddone di Savoia, aggiunse a lui ed a' suoi eredi il marchesato di Susa, e preparò un regno che dovea essere tanto glorioso e desiderato fra le genti italiane. Al sommo della nicchia si legge:Questa è Adelaide, cui l'istessa RomaCole, e primo d'Ausonia onor la noma.Le quali parole fanno ricordare il grande ossequio che Adelaide portò a papa Gregorio VII, corrucciata con lo suocero, l'imperadore Arrigo IV; nè ben saprebbesi se più la movessero gli oltraggi fatti da lui alla infelice consorte Berta o le ingiurie da lui inferite alla combattuta Chiesa.VI.Usciti dalla cattedrale si aggirarono per le vie, e chi si fermò ne' portici ad ammirare un bell'affresco della Sacra Sindone, chi considerò la strana vicenda delle umane cose innanzi alla casa con finestroni di gotico stile, già abitata dal cardinaledelle Lancie, ed ora da Norberto Rosa, fiancheggiata da una torre antica su cui sorge la campana del Comune. Parecchi chiedevano dell'antica chiesa a Santa Maria, che per aver sul campanile un bidente, diede credito alla favola che un tempo fossedelubro a Nettuno; nè si passò senza pietosi ricordi innanzi alla cadente chiesa ed all'abbandonato chiostro di S. Francesco, che rammentano il passaggio del Santo di Assisi, e Beatrice, consorte del conte Tommaso, che edificava quel pio ospizio per compiacere al piissimo uomo. Il chiostro fu soppresso nel 1800: la chiesa rimase deserta di frati e di preci, e neanco fu conservato all'attiguo giardino il memorabile cipresso che nel 1214, secondo la tradizione, vi piantava di sua mano il Beato di Assisi.VII.A poco a poco si andò diradando la eletta comitiva, perocchè molti per l'inaugurata via tornavano alle domestiche pareti.Io rimasi coi Susini, e lungo le rive della Dora, a capo d'un ponte, vidi il sole tramontare dietro i gioghi del Cenisio; e mentre la campana d'una vicina chiesetta sonava l'Avemaria, la mia mente saliva fantasticando alle antiche generazioni di Susa, fra lagrime e rovine.Le tenebre della notte mi parevano rotte dalle furie, che agitando le fiaccole infernali per le balze del Cenisio e del Roccamelone illuminavano scene di sterminio e di orrore. Io vedeva giù dalle Alpi calare Annibale, che sfiorava il giardino d'Italia col giuramento d'un odio ostinato, e le sue orde, che se risparmiavano Segusio, non la perdonavano ai Taurini. Non così Fabio Valente, che con quarantamila uomini piomba sovra Susa, abbandonandola al ferro ed alle fiamme. Invano la prostrata città risorge rivestita di nuova gloria; imperocchè Costantino, sdegnato che ella parteggiasse per Massenzio, avventa fuoco alle porte, accosta scale ai torrioni, la percuote, l'arde, e lascia un miserando ammasso di rovine ai Segusini, che non facilmente col resto della cristianità consentiranno al vincitore il titolo di pio e di santo. Costanti nelle avversità, i superstiti riedificano la patria, non sapendo gl'infelici d'apparecchiare nuove vittime ai Goti, ai Franchi ed agli Alemanni, che non piegano a pietà.Oh! vista atroce! All'urto delle macchine belliche scrollano le torri e le mura: sorgono improvviso, fra 'l cozzo delle armi, fiamme voraci, e come lave d'indomito vulcano, coprono l'intera città: le acque della Dora, chiare per solito e luccicanti come argento, vanno tinte e fumanti di sangue: e fra tanto orrore levasi gigante e con barbara gioia un terribile uomo, che nella smodata ambizione potè credersi signore del mondo.È Federico Barbarossa, che, al par di Nerone alle fiamme di Roma che arde, esulta, e con selvaggia fierezza si vendica della magnanima Susa, che, sentendosi italiana non meno delle federate città lombarde, lo aveva costretto a liberare gli statichi che seco traeva d'Italia, e aveva osato contendergli il passo, quand'egli incalzato dai fulmini di Legnano e della Chiesa, fuggiva e ripassava disperatamente le Alpi.VIII.O desolata Susa! io piango su le tue memorie. Fosti illustre e misera, perchè di rado la gloria va scompagnata dalla sventura. Vera fenice delle Alpi, più volte morta e risorta, predata ed arsa dagli avidi stranieri, che da' tuoi gioghi colle armi si apersero la via fra noi, fosti giustamente appellataChiave d'Italia, Porta della guerra.Poche ma eloquenti reliquie ci rimangono dell'antico tuo stato: le lapidi inscritte, che il dotto canonico Sacchetti raccolse nell'atrio del tuo seminario vescovile: le urne sepolcrali in casa dell'onorevole deputato Chiapusso, ed illustrate dal chiarissimo cav. Ponsero: e i due marmorei torsi loricati, memorie di Agrippa e Donno, che furono tanto ammirati dal Canova, e ora sono insigne decoro all'atrio dell'ateneo torinese. Rimane pure la cospicua mole alzata ad Augusto, il marmoreo arco, il quale colle superbe colonne scannellate ai quattro angoli, e i leggiadri capitelli adorni di foglie d'acanto, e la iscrizione latina e la scoltura ritraente un sacrifizio, simbolo di alleanza fra i re delleAlpi e gli imperatori del Campidoglio, mirabilmente ci testimonia l'onore in che le arti erano tenute presso gli antichi Segusini, e fa argomento di quanta eccellenza dovevano essere le terme diocleziane e gli altri monumenti, dispersi non tanto dalla forza del tempo quanto dalla barbarie degli uomini.IX.Stanco di tante visioni andai aggirandomi per le vie e sotto i portici, e una soave musica venne a quietarmi l'animo contristato. Quei suoni uscivano dal palazzo civico, dove il Municipio, per ben finire il giorno sacro al solenne aprimento della strada ferrata, avea con ogni eleganza preparate le sue sale ad una festa da ballo, alla quale col fiore dei cittadini convennero molte ragguardevoli persone dei circostanti paesi. Nelle sale del Municipio alla giocondità della festa associavansi i ricordi della patria come si moveva lo sguardo alle dipinte volte, e intorno alle pareti che rappresentano effigiati i torsi loricati, gli archi e gli uomini insignì, che nelle armi, nelle scienze e nelle arti illustrarono la storia segusina. E se taluno avesse desiderato salutare l'imagine di Susa nel secolo decimosettimo, poteva ammirare la copia d'una pianta, tratta dall'insigne descrizione degli Stati del Duca di Savoia, opera di rara magnificenza, stampata in Amsterdamo nel 1682.Ma in quell'ora più del passato brillava l'età nostra nelle avvenenti donne e negli animosi giovani, che alternavano balli e colloquii soavi; e alle visioni delle furie e delle stragi succedettero nel mio spirito le visioni delle grazie e dell'amore, con cui si chiuse quel giorno memorando in val di Susa, ond'io a ragione dovetti sclamare:Questo giorno non è gravoso incarco,Che tributarie le provincie renda,Che emunga il sangue delle oppresse gentiPer ergere a' superbi i monumenti.Giorno di pace, memorabil giornoPer fermo è questo che di carmi onoro;A quanti vanno, a quanti fan ritornoLungo la Cozia via, pane e lavoroAbbondevol promette, e d'ogn'intornoDi novelle dovizie apre tesoro;E dell'industria i prosperi destiniA voi dà per trïonfo, o Subalpini.X.Il Cenisio.Giorno per me gratissimo fu pur quello in cui salii la prima volta il Moncenisio.Norberto Rosa (14 agosto 1854) in una carrozzetta a tre cavalli cortesemente mi accompagnò alle vette dell'ardua montagna, mentre i primi albori indoravano le rovine della Brunetta e scintillavano nelle acque del torrente Cenisia, che a destra romoreggiava per le valli di Venaus e della Novalesa.Quanto più guadagnavamo della salita, più vivamente ci percoteva l'aria delle Alpi, e un vento del nord fischiando fra le selve dei castagni e dei pini, e sollevando la polvere, scemava la dolcezza che si suole provare nel salire gli alti monti nella stagione estiva. Fra i buffi del vento toccammo diversi villaggi; Giaglione che ricorda scene di fattucchiere, Molaretto che ha ne' suoi macigni una galleria per ricoverare il viaggiatore nelle traversìe del verno, e quello di Bar attergato ad una balza folta di pini silvestri e lieta di due pittoresche cascate di acque.Lungo la via e su per le rupi si vedono in gran numero pilastri di legno e di pietra posti lì ad impedire disastri; e casette di ricovero distinte da numeri, date gratuitamente dal Governo ai cantonieri, con obbligo di dimorarvi con provvigioni, e vegliare alla sicurezza del cammino.XI.Noi sostammo presso quella del nº 6 a contemplare il piano di S. Niccolò, in fondo al quale si scernevano gli spaziosi andirivieni del passo detto laScala, che fra le rocce solcate dal lavoro delle mine mette alla sommità del monte; inoltre sei ordini di allineati pilastri, uno a cavaliere dell'altro per assicurare la via alle carrozze; ed abbondanti acque, che spumeggiando in allegre cascate, per acconce petrose docce giù scendono, imprimendo nell'aria una dolce festività.Quelle acque con dolce mormorio qua e là si perdevano entro bacini di grotticelle, e, dove altri meno immaginava, con vividi getti riuscivano luccicanti fra 'l musco e le piante, quasi lavorii di argento in filigrana fra lo splendore degli smeraldi; ed accolte insieme andavano ad ingrossare la Cenisia, che, precipitando anch'essa in sonante cascata a sinistra dellaScala, scorre alle falde dell'orrida montagna detta ilPalazzo Madama, e varcato il piano di S. Niccolò, abbandona la nostra via per nascondersi nella valle dellaFerriera, e alfine irrigati i campi dellaNovalesa, di sotto alla Brunetta, lasciato il proprio nome, va a mescolarsi nelle acque della Dora.Il Botta dice che le acque della Cenisia sono di colore cinereo; a me invece ed all'amico Norberto parvero così limpide, che ci fecero col Petrarca esclamare:Chiare, fresche e dolci acque!XII.Bella è la vista del piano di S. Niccolò nell'agosto; ma è pur sublime spettacolo nel verno, quando, fattasi muta la gaiezza delle acque scorrenti, le docce si cristallizzano, e le erbe e le piante sembrano morte sotto il peso del gelo.Que' luoghi, verdi ed allegri nell'estate, divengono immenseghiacciaie nel verno; e se avviene che talvolta scenda a consolarle un raggio di sole, le docce lagrimando qualche stilla di acqua accennano un senso di vita, mentre un moto si espande ne' commossi geli, talchè lo diresti il lamento della natura inferma.XIII.Salimmo laScala, e, dopo quattro ore di cammino da Susa, ci trovammo sull'altipiano del Cenisio, che nell'ingresso ha, quasi due sentinelle, i picchi diMichelee diBart, ed è campo di riposo al pellegrino, che viene ivi benignamente accolto nell'ospizio eretto da Napoleone I, in riva d'un laghetto, che ad occidente ha un giro di due miglia, placido per solito, agitato e spumeggiante il dì ch'io lo vidi.Visitammo l'ampio ospizio, dove ci vennero mostrate le stanze che per tre giorni abitò prigioniero il papa Pio VII, e che ricordano eziandio il soggiorno dell'imperatore Bonaparte.Gli alpigiani furono consolati di quell'ospizio, e maravigliarono dell'amplissima via che ai cenni di Bonaparte videro aperta sui loro gioghi; e siccome da prima la credevano impresa non che ardua, impossibile, solevano poscia esclamare con iperboli proprie alla loro indole, che il grand'uomo, il quale avea saputo domare le Alpi, avrebbe un dì cacciato via anche il verno!XIV.Alte giogaie cerchiano il lago e l'ospizio, distinte ciascuna da nome che ne indica la natura o alcuna particolarità.Il tenente Majneri, operoso lombardo colà mandato dal nostro Governo per lavori trigonometrici, m'indicava quei nomi, e stando noi presso l'ospizio:—Guardate, mi diceva, a mezzodì quella giogaia grave di lucide ghiacciaie; è la punta diBart; di là piegando fra meriggio e ponente, s'incontra ilLago bianco, così detto dalla chiarezza delle acque. Quell'altro picco è la punta diMalamet, e nellaparte occidentale, nuda dì alberi ed arida, ci si presenta laRocca bianca, alle cui falde si estende il piano del piccolo Moncenisio, e al nord-ovest vedete la roccia diClerycosì abbondante di camosci, che vi corre il proverbio:Quand sur le Clery il n'y aura plus de chamois,Notre Roi n'aura plus de soldats.Dalla parte nordica i gioghi della Tarantasia ci segnano la via che mette a Lansleborgo, primo paese di Savoia, che s'incontra scendendo laRamassapel versante del Cenisio opposto a quello che salimmo, e piegando al nord-ovest ci si mostrano le roccede Ronche, che vanno ad unirsi allaRocca-Michele, coronata dalle eterne ghiacciaie diLamet.—XV.Fui ben grato al cortese Majneri, mentre in mezzo a quell'orrido anfiteatro di picchi e di geli ci sorridevano liete ore nell'ultimo piano del Cenisio, a 2100 metri sopra il livello del mare; e Norberto Rosa usciva a celebrare le trote del lago con questo bizzarrosonetto:Chi vuol saper quanto può fare il casoNell'accoppiar due disparate teste,Qui del Cenisio sulle algenti cresteVenga, e ben tosto ne sarà persuaso.Vedrà il cantore dalle note mesteChe il Sinaï e il Taborre ebbe a Parnaso;E il segusin che ritentò le pesteDi quel d'Arezzo che cantò del naso.Vedrà il primier, in suo pensiero assorto,Tener sul lago le pupille immote:Immote sì da disgradarne un morto!L'altro, in cerca di grilli e di carote,Correr di qua di là per suo diporto,E più che il lago contemplar le trote!....XVI.Le dolenti visioni di Susa tornarono ad assalirmi, e turbavano la gaiezza di quella compagnia; ond'io sapendo di trovarmi fra due buoni italiani, stretta ad ambidue la destra, non mi tenni dallo sclamare:—O cari fratelli, qui più che altrove ci si rappresenta la comune patria, contristata dagli avidi conquistatori. Oh quante volte da queste Alpi, potenti stranieri con seguito formidabile di armati si affacciarono al giardino d'Italia, e sempre ardenti della libidine di signoria, scesero a disertare le nostre belle contrade!Scendeva Annibale rinnovando il giuramento del padre contro i Romani, ed al valore de' suoi soldati in premio promettendo il sacco delle nostre città. Scendeva Carlo Magno, e benedetto dal pontefice di Roma cacciava d'Italia il Longobardo; cacciava uno straniero per assicurare fra noi il suo dominio: straniero egli più dei Longobardi, che ormai, per lunga dimora, eransi, nella dolcezza del nostro cielo, addomesticati alle nostre usanze. Scendevano nello scorcio del secolo passato eserciti francesi, lusingando i creduli nostri popoli col nome di Repubblica, e promettenti invano alla Italia vivere libero e grandezza nazionale. Nè soltanto di fuori ci vengono i nemici, chè ne abbiamo, e molti, anco fra i nati sotto il nostro cielo. Se togliamo il Piemonte, chi potrebbe anche oggidì rimproverare alViandantedel poeta, se«Ai bei soli, ai bei vignetiContristati dalle lagrimeChe i tiranni fan versar,Ei preferse i tetri abeti,Le sue nebbie ed i perpetuiAquiloni del suo mar?».[13]XVII.Tempriamo queste memorie di sangue e d'inganni con due ricordanze che tornano dolci ad ogni buon Piemontese, come di domestiche liete venture; una festa regia ed una popolare.Il dì 9 novembre, giorno di domenica del 1619, si celebrarono con pubbliche dimostrazioni le nozze di Cristina figlia di Enrico IV re di Francia col principe Vittorio Amedeo di Savoia. Il serenissimo duca Carlo Emanuele, padre di lui, volle che venendo di Francia gli sposi avessero sul Cenisio splendide accoglienze, e perciò vi fu edificato un delizioso palazzo con nove stanze, con portico retto da due colonne e acconce iscrizioni latine.Venuti gli sposi, fu loro dato lo spettacolo di una giostra di cavalieri armati, su le rive del lago, colla quale, raffigurando la resa di Rodi, si volle rappresentare una nobile impresa, da cui trae nominanza la Reale Casa di Savoia. Valeriano Castiglione, istorico dei Reali di Savoia, nella vita del duca Vittorio Amedeo ricorda quella festa nel modo seguente[14]:«A capo del lago un'isoletta formata dalla natura e modellata dall'arte rappresentò quella di Rodi. Questa assalita da finte squadre turchesche in atto di guerra navale, venne difesa da altre di cavalieri pur fintamente condotti dal conte Amedeo di Savoiail Grande. Dopo tal conflitto uscirono alcune truppe di cavalieri a correr la lancia, ed a combattere con lo stocco nel campo d'una vicina pianura. Tutto il buono e tutto il bello d'una regia splendidezza e del fasto umano fu compendiato in quel giorno.«Accompagnò la festa una quiete insolita d'aria con serenità di cielo, in modo che parve cangiata quella regione, sempre orrida, in un abitato soave, sospeso l'impeto de' venti e fatte esuli le procelle per servire alla felicità del passaggio della principessa sposa.»Oltre a quanto ci riferisce il Castiglione, le feste che accompagnarono Madama Reale e il Serenissimo Principe, fra le grida diviva Savoia e Francia, vennero descritte da Carlo Emanuele Roffredo con ingenuo racconto, dirò con P. A. Paravia, ch'ebbe cura di far ristampare laMemoria delle cose d'allegrezza che sono state fattein quella occorrenza.Non meno grata fra gli alpigiani è la memoria della festa celebrata sul Cenisio il dì 13 agosto del 1837. Era la sagra di Santa Cecilia, patrona della musica, donde presero occasione le provincie di Susa e di Savoia a preparare un fratellevole ritrovo con musiche e banchetti. E furono veduti i due popoli di Susa e Lansleborgo, divisi di favella e costumi ma uniti in una speranza, che doveva avverarsi più tardi, confondersi in dimostrazioni di amore presso il lago, sulle vette del Cenisio. Alla quale festa cittadina Norberto Rosa aggiunse quella sempre piacevole delle sue rime.XVIII.Le feste della monarchia e del popolo ricordavamo percorrendo i molti ordini di stanze e i corridoi dell'Ospizio, quando il Padre superiore, che ci è stato largo di cortesie, ci apri un libro, sul quale i viaggiatori sogliono segnare i loro nomi.Nella pagina 14ª, colla data del 2 agosto 1854, si legge:Umberto di Savoia, principe di Savoia.Amedeo di Savoia, duca d'Aosta.Quindi succedono i nomi di due principesse di Savoia e delle persone che accompagnavano i reali principi.Umberto ed Amedeo, questi giovani in cui sono locate le speranze della R. Casa di Savoia e dell'Italia, con patrio senno educati, non ignorano che nella lingua sta molta parte del concetto nazionale, che la gloria avvenire della loro stirpe sta nella grandezza della nostra penisola; e sul Cenisio, dove si parla il francese, scrissero in italiano i loro nomi, lasciando a parecchi del loro seguito l'antica favella di corte.XIX.Ci accommiatammo dal Padre superiore dell'Ospizio, dal lombardo Mayneri e dal piemontese Pacchiotti, colto giovane colà andato a rinvigorire la malferma salute; e risaliti in carrozza, per le chine e fra i pilastri dellascala, risalutammo il piano di S. Niccolò, verde ed armonioso, la bella valle della Novalesa, e selve di pini e di frassini, e frutteti in grande abbondanza, fra i quali aprivasi allo sguardo in tutta la sua pompa la valle inferiore di Susa, che fra due ordini di alti monti, irrigata dalla Dora si prolunga maestosa, mostrandoci a sinistra i gioghi di Frassinere e a destra laSagradi S. Michele, locata sul vertice del Pirchiriano, a perenne benedizione delle alpi Cozie; e nell'estremo orizzonte il colle e la Basilica di Soperga: stupenda veduta!XX.Che mai direbbe, risorto fra noi qualche alpigiano de' secoli scorsi? Egli lasciò il natale Cenisio con intricati e difficili cammini, pieno di pericoli e di paure, ed ora lo rivedrebbe festoso ed agevole ai varchi per l'ampia comoda via, che, iniziata e condotta innanzi dalla mente di Bonaparte, venne compiuta con ogni sollecitudine dal nostro Governo. Senzachè si vanno apprestando altri mezzi acconci ad agevolarne e sempre più accelerarne il passo.Fu chi voleva giovarsi delle acque del lago del Cenisio, e per congegni e forze idrauliche trarre i carri su rotaie dentate con grande celerità, e di questo meccanismo vidi uno schema e un felice sperimento in casa del signor Carlo Henfrey, alla presenza del commendatore Paleocapa, ministro dei lavori pubblici. Altri voleva attenersi a mezzi meno arditi e più sicuri, facendo munire la via di rotaie di ferro per cui più agevolmente scorrerebbero i carri; ma prevalse l'ardito concetto di operare un ampio traforofra Modane e Bardonecchia; e si va eseguendo con grande solerzia.L'alpigiano che non avesse fede nei prodìgi dell'industria, attribuirebbe gli ardimenti dell'intelletto umano a sataniche malìe, che un tempo furono tanto in voce fra i popoli delle Alpi, ed in singolar modo nei dintorni di Giaglione, fra le folte selve dei castagni, i più vantati della provincia.XXI.Il sole tramontava, le ombre delle foreste si distendevano sui villaggi, ed i pini delBosco-nerodall'opposta montagna davano una cupa malinconia, e noi passavamo innanzi a Giaglione, l'antica dimora della Maddalena Rumiana, dove l'amico Norberto, lasciata l'ilarità di che soleva vestire i suoi racconti, prese a narrarmi i casi della miseranda donna.XXII.«Nasceva la Maddalena Rumiana nella valle di Oulx intorno alla metà del secolo decimosesto, e condottasi a Giaglione, non si conosce in qual anno, si maritò ad un tale Rumiano, che, morto, non le lasciò altro retaggio che il nome.Inoltrata negli anni, vedova e povera, traeva la misera vita senza trovare chi la confortasse, perchè in Giaglione era tenuta straniera, ondechè il rozzo popolo la fece segno a scherni ed accuse, e dichiaratala strega, a provarla tale non tardò ad inventare argomenti di ogni sorta.Perlaqualcosa non è maraviglia se le sciagure che travagliavano il villaggio, sia per influenza di atmosfera, sia per altra causa qualunque, fossero tosto attribuite alle sue malìe.Nembi, folgori, gragnuole, carestie, disastri di pastori, mortalità di armenti, i mali della natura e dell'umanità, si dicevano spesso opera de' suoi tremendi scongiuri. Guai se una casa già mezzo scassinata dagli anni cadeva in rovina! tosto se ne accagionavala Maddalena, che alcuni mesi addietro erasi ricoverata sotto la tettoia. E se mai una sposa sconciavasi, si diceva che la infelice, una domenica entrando in chiesa, s'era imbattuta nella maliarda, che l'aveva sinistramente affatturata.Crebbero le calunnie a dismisura, ed i maligni, di cui non è mai penuria, sobillando ed infiammando la moltitudine, trasserla a denunciare Maddalena Rumiana innanzi al Santo Ufficio, siccometenutta per strega et mascha dalla pubblica voce et fama.XXIII.«I padri dell'Inquisizione colsero quest'opportunità per ostentare il loro zelo a gloria della cattolica fede, e tosto ai loro cenni la strega della valle d'Oulx, tolta dall'innocente tugurio, venne imprigionata a Susa, indi tratta innanzi ai padri inquisitori.Dove oggi in Susa è il Collegio degli studi, nel principio del secolo decimosettimo sorgeva il carcere ed il tribunale della santa Inquisizione.Colà fu interrogata la nostra Maddalena, che, innocente come era, negò, e della sua onesta vita richiese a testimonio il proprio parroco, il quale, con coraggio non comune a quei tempi, dichiarò per iscritto come l'accusata fosse donna dabbene e divota, dandone frequenti prove coll'accostarsi ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia.Testimonianze che a nulla valsero; imperocchè gli esaminatori, che volevano ad ogni costo strapparle di bocca ciò che essi chiamavano la verità, le ingiunsero di non perfidiare più oltresub pœna funis. E accoppiando l'ipocrisia colla ferocia, sotto colore di umanità promisero di usar misericordia verso di lei, quando avesse confessato ogni cosa.XXIV.«Confessarsi rea o soffrire la tortura—a così diabolico dilemmapiegavano non di rado uomini vigorosi; pensate dunque se poteva reggere la Maddalena sfinita dagli anni, dalla miseria e dai patimenti della prigione.La tortura era per lei il più terribile de' mali; all'incontro la parolamisericordiasul labbro de' sacerdoti di Cristo era il più dolce dei beni. E fidente in quella evangelica parola, compiacque la innocente alla barbarie degl'inquisitori, e si disse rea dei malefizi tutti di che l'accusavano; però non senza contraddirsi, nell'assegnare il tempo, le persone ed i luoghi: il che ad intemerati giudici sarebbe bastato a dare indizio che le risposte di lei non erano tanto effetto della reità, quanto della violenza che le facevano.Nè soltanto disse vere le accuse, ma dimandata se di altri delitti si sentisse colpevole, la infelice narrò come spesso in compagnia di altre streghe, che tutte nominò, si recasse di notte tempo alRigoletto, ossia al concilio dei diavoli, in una selva del Minareto, o Mollaretto.Narrò che alRigolettosi andava per aria a cavalcioni di un bastoncino unto di un misterioso unguento, e che il bastoncino e l'unguento erano a loro dati dal diavolo.Narrò che calpestato il crocifisso, fu quivi costretta a rinnegare il battesimo e la fede cristiana, la prima volta che andò alRigoletto; e descrisse i balli, i giuochi e le oscene tresche a cui streghe e diavoli si abbandonavano, intantochè un di costoro, seduto sur un tronco d'albero, batteva un tamburo, facendoto, to, to....Insomma ripetè le tante storielle di fattucchierie udite sui monti sino dall'infanzia, e se ne dichiarò rea: e a così assurde e fanciullesche confessioni mostravano di aggiustar fede uomini che dicevansi luce del mondo, ministri della giustizia e sostenitori della religione.Indi ad un mese la Maddalena Rumiana veniva condannata al carcere perpetuo.Questa fu lamisericordiadei padri inquisitori!»XXV.Rimasi sbalordito a tale racconto, comechè la storia dell'Inquisizione sia ricca di simili e peggiori, ed io ne abbia uditi assai in Sicilia.Chiesi a Norberto Rosa donde avesse tratte le notizie del suo racconto, ed egli mi rispose, possedere l'originale processo, che, incominciato nel principio del milleseicento, durò due anni.Tornati a Susa, volli vedere questo curioso processo, e Norberto Rosa mi presentò uno scartafaccio roso dalle tarme, ingiallito dal tempo, scritto in caratteri semigotici, in un gergo curialesco, tra il latino e l'italiano.—Eccolo, mi disse con incisiva ironia, il glorioso monumento della civiltà degli avi!...—XXVI.La Novalesa.Abbastanza toccammo dei tristi casi della Maddalena Rumiana. Andiamo a confortarci l'animo a tre miglia dalla città, in una amena frugifera valle, chiusa fra le Alpi Cozzie e le Graie, colle falde del Rocciamelone al nord-est, e le acque della Cenisia, che in cascate pittoresche biancheggiano su gli erbosi Banchi delle circostanti rupi, e vanno a crescere gli argentei tesori della nostra Dora.Siamo nella valle della Novalesa, dove ridono tre villaggi:Venaus, dal latinovenatio, perchè nei tempi romani era luogo di caccia; laFerriera, i cui gagliardi abitanti un tempo su lettighe trasportavano i viaggiatori dall'altra parte del Moncenisio con istraordinaria forza e coraggio: e laNovalesa, con poco più di mille abitanti, che dà il nome alla valle, e che anticamente fu chiamataNovalicium, cioènova lex,nova lux, perchè santiuomini sino dai primi tempi del cristianesimo diffusero la nuova luce del Vangelo, vivendo fra le rupi nella solitudine e nella preghiera.Diede pure il nome all'antico monastero della regola di S. Benedetto, fondato a breve distanza dal paese in cima d'un poggio nel 726, da Abbone, ricco patrizio di Francia, al quale obbedivano le città di Moriana e di Susa.XXVII.Il Monastero di Novalesa e l'ubertosa valle e i gioghi che le fanno corona, abbondano di antiche leggende, raccolte dalla celebreCronaca novaliciense, scritta in barbaro latino, ma piena di peregrine notizie, pubblicata dal Duchesme e dal Muratori, e in Torino dalla R. Deputazione di storia patria, e volgarizzata ed illustrata in alcuni capitoli da Cesare Balbo.Del cronografo s'ignora il nome e la patria: si rileva però dalla cronaca istessa e dalle osservazioni del cav. Fabrizio Malaspina, ch'egli dimorasse nel Monastero di S. Pietro di Breme.Amo le antiche leggende dei monasteri, imperocchè sotto il rozzo loro involucro io sento le virtù di operosi romiti, la semplicità d'un popolo credente, e l'ingenuo animo del cronografo cenobita.Chi ama le leggende si faccia meco sul Rocciamelone, sul più alto fra i picchi circostanti, a 3492 metri dal livello del mare.«A destra del Monastero (così narra un frammento dellaCronaca novaliciense, tradotto dal Balbo) sta il monte Romuleo, eccelso sopra gli altri monti aderenti. Nel quale dicesi dimorasse già durante l'estate, tratto dalla frescura ed amenità del luogo o del lago Romulo, un certo re sterminatamente grande. Da questo re adunque prende nome il monte, a' piè di cui passa la via a Borgogna. Narra il volgo esserci sopra alcuni generi di fiere che sono pure sul Moncenisio, orsi, ibici, capre ed altre, buone a cacciarsi. Nascevi e scendene per un petroso profondo burrone un torrente, in mezzo a cui, dicesi, chesorga come misto un fonte salato, onde le ibici e le capre e le agnelle domestiche vi corrono per amor del sale, dove mette al piano, e molte vi son prese. Dicesi poi che quando nel detto monte dimorava il detto Romulo, vi adunasse un enorme tesoro; ma nullo che ci abbia voluto salire vi potè mai riuscire.«Ora il vecchio che tante cose di questi luoghi mi narrò già, facevami intendere che egli stesso con un suo compagno chiamato Clemente, essendosi un mattino alzato molto per tempo, e per un cielo serenissimo, presero a salire quanto più presto il monte. Ma sendo già vicini, incominciò il cacume a coprirsi di nubi ed ottenebrarsi; e a poco a poco a crescere l'oscurità e giungere ad essi, ed essi a brancolare colle mani, ed a scamparne a mala pena. Parve loro, dicevano, come se di sopra si buttassero loro pietre; imperciocchè ad altri pure, dicesi, che succedesse il medesimo. Sulla sommità poi, da una parte non trovasi altro che saliunca; dall'altra, dicesi sia un lago di maravigliosa grandezza, con un prato. Il medesimo vecchio poi solea narrare d'un certo cupidissimo marchese nomato Arduino, il quale avendo sovente udito dai villani narrar tali cose, cioè del tesoro ragunato sul monte, e accesone di desiderio, subito comandò ai chierici che seco ne venissero a salire, i quali, tolta la croce e l'acqua benedetta, e cantandoVexilla Regise le litanie, misersi in via; ma prima d'arrivar all'apice del monte, non diversamente dagli altri, con ignominia se ne tornarono.» Fin qui la cronaca al libro XI, cap. V.XXVIII.Il Rocciamelone non solo scuote la immaginativa colle fantastiche leggende, ma tocca il cuore coi sentimenti religiosi, festeggiando addì 5 agosto di ciascun anno la Madonna della Neve.Un antico simulacro di bronzo fatto a modo di tritico con in mezzo la Madonna, custodito nella cattedrale di Susa, in quel giorno viene portato a dosso d'un uomo sulle cime del Rocciamelone,in una cappella di legno, surrogata all'antica cappella scavata nel vivo sasso ed ora coverta di ghiacci.Concorrono in gran popolo i divoti, anco da lontani paesi, ed è spettacolo commovente il vedere quelli della Savoia che con uncini ai piedi e bastoni ferrati attraversano vaste ghiacciaie, stretti a drappelli di quindici o venti, legati gli uni agli altri, con una lunga fune a guisa di catena intorno ai lombi, talchè se ad alcuno di essi avvenisse mai di precipitare, tosto gli altri lo ponno sorreggere. Per tal modo quei pellegrini si assicurano di non cader sommersi ne' crepacci delle ghiacciaie, che, coverte di leggieri strati di gelo, talvolta la state scoppiano con grave pericolo di chi le traversa.La festa del cinque agosto ricorda Bonifacio Roero d'Asti, che nel 1358, presso la vetta del Rocciamelone, faceva nel vivo sasso scavare una cappella, collocandovi il simulacro in bronzo della Vergine, e costruiva un ricovero pei pellegrini, anco ai dì nostri appellato laCasa d'Asti.Con tale pia opera il Roero adempieva il voto fatto, nella schiavitù de' Turchi, alla Madonna, d'innalzarle cioè una cappella sul monte più alto d'Italia, fra quelli di possibile salita, quando mai tornasse a libertà.Nel 1419 Amedeo VIII fece ristaurare la casa di ricovero: Carlo Emanuele II col fiore della sua corte salì quell'altezza per venerare la Santa Vergine il 5 agosto del 1659; e il pio esempio venne imitato dai magnanimi figli del re Carlo Alberto, come attesta una lapide quivi locata.XXIX.Queste pie memorie io raccoglieva nell'autunno del 1854, allorchè la prima volta per un viale di salici, fra 'l mormorio delle acque cadenti e 'l canto de' pastori e dei coloni, saliva il poggio del Monastero della Novalesa.Le cronache lo ricordano coronato di splendore sotto i Carolingi, fra i monasteri che dovevano provvederedona et militiam. CarloMagno, quando venne a prostrare il regno de' Longobardi, vi dimorò parecchi giorni con dimostrazioni di particolare affetto. Suo figlio Ugone si fe' monaco e fu assunto alla dignità di Abate del Monastero; nel quale crebbero a dismisura le ricchezze e i titoli di giurisdizione, e fiorirono uomini segnalati per dottrina e santità.Il monastero toccò la maggiore sua prosperità al sorgere del secolo nono. Ricco e potente, talvolta peccò di cupidigie mondane, e nel 906, predato e distrutto dai Saraceni di Frassineto, giacque miserabile rovina.Risorto sullo scorcio del secolo X, si mantenne in umile condizione sino al 1601, quando nella persona di Antonio Provana rivestì l'antica dignità abbaziale.XXX.Pochi monaci io trovai nel chiostro della Novalesa. Mi strinsi col padre Ilario, pel quale aveva una commendatizia.Padre Ilario era un vecchio monaco di antica stampa: avea abbandonato gli agi dell'opulenta sua casa per associarsi ai solitari delle Alpi, e fedele alla regola di S. Benedetto, vivea nella preghiera e nel lavoro.Il suo nome era in benedizione nella valle. Se ne' paesi vi erano dissidii da quietare, sventure da confortare, il padre Ilario sollecito colle parole del Vangelo andava a portare la concordia, la pace e la speranza; e consolava i poveri di elemosine, e riconciliava i moribondi con Dio, e quando non era chiamato ad opere di cristiana pietà, pregava e lavorava nei campi del monastero.Robusto di membra come di volontà, ora a forza di braccia e di mine mandava in aria un ostinato masso che sporgeva in mezzo ad un campo, ora dissodava una sterile landa: e qui raddrizzava i tralci d'un vigneto, là piantava un mandorlo; qui segnava i solchi alle zolle, là coltivava i rosai e i gelsomini per adornarne gli altari del cenobio.XXXI.Presentata la commendatizia a padre Ilario, lo inchinai riverente, come ne' tempi antichi il pellegrino andava ad inchinare i monaci di Subiaco e di Montecassino, e lo pregai di mostrarmi le cose più degne di attenzione.—Ben volentieri, mi rispose egli cortesemente, ma ben poco troverete da ammirare. Le guerre e le rapine, inseparabili compagne, han guasta ogni cosa.Usciti per un giardino, e salita una china erbosa, visitammo la grotta, dove è tradizione Santo Eldrado, abate del monistero, si raccogliesse ad orare.Entrati nella chiesa del cenobio, ristorata nel 1712 da re Vittorio Amedeo II, ammirammo, fra diversi quadri di poco pregio, laNatività del Signoredel Lemoine, eCristo deposto nel sepolcrodel Blondel; indi passammo nella sagrestia, dove osservammo il bel pastorale con manico di avorio, intagliato di rabeschi, nel secolo duodecimo adoperato da San Pietro primo abate di Tamié, come spiega una pergamena, nella quale io lessi:Ce bâton est bien véritablement le bâton pastoral de Saint-Pierre, premier abbé de Tamié l'an. 1132.Tornati in chiesa, visitammo le reliquie di santo Eldrado. Stanno esse religiosamente conservate in una cassa di legno[15], coverta nei quattro lati da lamine d'argento cesellate, opera d'arte del secolo duodecimo.I lavori a cesello in varii compartimenti rappresentano angeli ed apostoli, Maria Vergine e Cristo benedicente; e ai due capi della cassa sorgono due figure più alte e in maggior rilievo, i santi Pietro ed Eldrado.Le ossa dell'antico abate della Novalesa dormono in pace, protette dalle figure più sublimi del cristianesimo, alle quali, guardando io attentamente, esclamai:—O padre Ilario, conosco anch'io i prodigi di questo santo, che ho letto in diversi libri, e spezialmente in quello del Rochex:La gloire de l'Abbaye de la Novalèse.—E padre Ilario, levando il capo, rispose:—Il secolo indifferente non cura gran fatto questi prodigi, ma ogni onest'uomo dovrà venerare le virtù cristiane, che onorarono la vita del nostro abate Eldrado. Io sempre le venerai, desiderando di finire i miei giorni accanto alle sue ceneri presso la grotta dove soleva pregare, su questo poggio profumato dalle sue memorie. Ma una legge di soppressione, che io rispetterò perchè proposta da legittime autorità, ci minaccia, e ben tosto mi allontanerà da questo chiostro:Fiat voluntas Dei.—XXXII.Così confortandosi nell'aiuto della Provvidenza, mi condusse sul farsi del meriggio dietro le già accennate antiche cappelle, su d'un terrazzo ombreggiato da annose querce, e di lassù godetti incantevole veduta.Io vedeva la valle irrigata della Cenisia, e verso il sud le montagne di Gravere e di Chiomonte folte di selve, e il monte di Giaglione più al basso, e alle sue falde il campanile di Venaus, e udiva il continuo fracasso del fiumicello giù nelle forre delle voragini petrose, e il gemito carezzevole delle cascatelle d'acqua, che, coi nomi particolari diClaretta,Torrente,RoggidoeRivo malo, scorrono come argento fra il verde del Rocciamelone, e ricordano le cascate dell'Aniene sui gioghi tiburtini; e un olezzo dì erbe aromatiche e un'armonia perenne, il bello della natura misto di orrori e di delizie: questa vista m'inebbriava i sensi, e più dolorosa rendeva al vecchio monaco la minacciata dipartenza.XXXIII.Le umane instituzioni invecchiano e si dissolvono, anco le più solenni, quando il concetto divino vien soverchiato dal mondano. Allora a risuscitarle non basta forza d'uomo: solo il potrebbe un miracolo.Ci rimangono talvolta alcuni stupendi esempli del loro stato primitivo per testimoniare alle genti il divino concetto che le creò, ben diverso dal mondano che le corruppe.Padre Ilario era uno di tali esempli, uno di que' monaci che sarebbe stato amatissimo da S. Benedetto. Egli piegò il capo alla legge di soppressione del 29 maggio 1855; e per diversi mesi ancora fu veduto errare per la valle della Novalesa, e piangere e pregare nella grotta dove pianse e pregò santo Eldrado.XXXIV.La Brunetta.Dalle reliquie d'un antico monastero trasportiamoci alle recenti rovine d'una celebrata fortezza, dellaBrunetta, che nel secolo scorso, fra la Cenisia e la Dora, propugnacolo del Piemonte e d'Italia contro i nemici d'oltralpi, su d'un'acconcia giogaia distesa al nord-ovest di Susa, faceva innalzare l'accorto re Carlo Emanuele, commettendone l'incarico al Bertola, uomo espertissimo nell'arte militare.Chi nel descriverla uguaglierà mai lo storico Botta, che giovanetto la vide, maravigliando, in tutta la pompa de' suoi baluardi? Io leggendo la descrizione ch'egli ne fa, innanzi ai frantumi ancora giganteschi di quella fortezza, mi sentii preso d'un sacro entusiasmo, siccome quando in Tivoli presso la villa di Mecenate io leggeva le odi di Orazio, in Siracusa dalle eminenze dell'Epipoli le Verrine di Cicerone, e qualche pagina dellaGerusalemmedel Tasso sulle sponde del Giordano.«Opera affatto romana fu, esclama il Botta; i forestieri la visitavano come maraviglia, e maraviglia era veramente per la grandezza del concetto, per la pazienza degli uomini in farla, per la maestrìa dell'arte, per la fortezza delle opere. Brunetta la chiamarono, e cinta era di otto bastoni. Venne scavata nel vivo sasso: di vivo sasso erano i bastioni e le cortine, di vivo sasso la unica strada, per cui vi si saliva, con cannoniere e feritoie da ogni lato. Vi si scorgevano le ruvide, aspre, scabre e sporgenti schegge del macigno rotto con l'artifizio delle mine. Non so, ma a chi dentro e d'intorno vi si aggirava, qualche cosa d'infernale e di tremendo appariva. Tra quegli spezzati, e quasi direi lacerati macigni, tra le fauci cupe delle vicine valli, tra quelle ombre scure, e quasi direi fatidiche, che di verso occidente, declinando il sole all'occaso, dalle montagne calano, e le sottoposte fondure ingombrano ed abbuiano, tra il romore della veloce Dora e della velocissima Cenisia, tra quell'immenso sipario dell'Alpi, che alla poderosa Francia accenna, tra quell'altezza della Rocciamelone, che quivi vicina a foggia d'altissima torre i monti signoreggia, e porta in cima una cappella dedicata all'umile Vergine, madre di Dio, l'anima s'innalzava, e da questo mondo si separava, piena di spavento, di religione e d'orrore»[16].XXXV.Quali guerre sostenne la Brunetta? Quali vittorie ci apportò? Come finalmente ancora giovine e bella cadde in frantumi?Senza un fatto d'armi che la illustrasse, vergine di sangue umano, dopo soli sessanta anni di vita, nel 1796 cadde al cenno di Napoleone I, che sceso in Italia per altre vie, nella febbre de' suoi trionfi la volle smantellata; e la Sabauda Guardiana delle Alpi dovette piegare all'arbitrio del più forte.Nella piazza d'armi (31 agosto 1855), lasciato a destra il conventodei PP. Cappuccini, e lo scalo della strada ferrata, per un viale di platani trassi alla giogaia su cui giacciono le reliquie della Brunetta. S'incontrano i frantumi del ridotto di Catinat, propugnacolo di poco conto già esistente prima che si costruisse quello della Brunetta: e non del tutto cadute le mura del forte di Santa Maria: e della Brunetta si veggono i solchi delle mine per i tre ordini di bastioni operati nel vivo sasso verso Francia, e prostrate le caserme e i baluardi e l'ospedale di cui rimangono solo in piedi due archi; e del palazzo del governatore una parete in cui è dipinta una meridiana, colla data del 1726. Visitai que' luoghi con dolore; e quando mi trovai fra le macerie della chiesa, anch'essa atterrata, tutto mi vinse il sacro orrore di quelle vaste rovine, reso ancora più solenne dalla cupa vista del selvoso Mompantero, dietro cui giganteggia il Rocciamelone.Il Rana, ingegnere susino, cui venne affidato l'incarico di smantellare quella fortezza, compiè il doloroso uffizio sull'incruenta meraviglia dell'arte militare, e pianse: e Pietro Contrucci, quando ancora le ceneri di Napoleone I dormivano sotto il salice di Sant'Elena, colla seguente patetica epigrafe fece parlare la rovinata Brunetta:IL VIGILE GVARDIANO DELLE ALPIPOSE ME TORREGGIANTE SV QVESTO MASSO.EBBI VITA BREVE E IMMACOLATA DAL SANGVE.NAPOLEONEA VILIPENDIO MAGGIORE DEI CONQVISTATIME VOLLE DIVELTAPER I NIPOTI DEI MIEI AVTORI.AMBI SIAM NVDE MEMORIE CON DIVERSA FAMA.VN SALICE APPENA ADDITALA TOMBA DEL GVERRIERO.AMPIE ROVINEIL LOCO OVE IO SORSI SVPERBAXXXVI.Le Gorgie.Lasciando le rovine della Brunetta, scesi nella via che mette al Cenisio, e presso il ponte di S. Rocco, torcendo a destra per un breve declivio, entrai nelleGorgie, amenissimo luogo di campagna, giustamente vantato dai Susini.Lungo la riva sinistra della Dora si distende un pergolato, nel cui fondo vidi una peschiera in erboso piano ombreggiato da un castagno, e grotticelle incavate nel masso, e salici curvati sulla Dora che sbocca dalle vicine rupi, e le acque del Chiauri che, derivate dagli alti monti di Giaglione, con bella cascata giù scendono dal fianco della montagna adiacente, spandendo una cara armonia intorno alla casa del cav. Galassi, reliquia della grande armata; il quale, accogliendomi in una stanza di quel suo eden dedicata alla memoria del re Carlo Alberto, mi additò in dodici quadri rappresentate le vicende del magnanimo ed infelice nostro monarca. La temperatura è così mite in quel luogo riparato dai venti aquilonari, che insieme col frassino e col castagno cresce rigoglioso l'ulivo; e quasi direbbesi che nel verno colà vada a rifuggirsi la primavera.Chi ne' giorni sereni sul farsi del meriggio andrà a visitare le Gorgie, vedrà la luce del sole, riflessa nelle cadenti acque del Chiauri, dispiegarsi in leggiadra iride e colorare l'eden del Galassi. Quivi l'animo stanco di piangere sulle rovine dei monasteri e dei castelli, e sulle traversie dei popoli, vede sfavillante in quell'iride una speranza, la quale annunziando una gloria superna che non perisce mai, scende a consolare le umane sciagure.
CAPITOLO SECONDOSUSA E SUOI DINTORNII.La Strada FerrataLe campane della vecchia cattedrale di S. Giusto squillavano a festa (22 maggio 1854), e Monsignor Vescovo in abito pontificale usciva di chiesa, circondato dai canonici del Capitolo e con lungo seguito di cherici e divoti.Suonava a distesa la campana del Comune, e dal palazzo civico movevano il sindaco e i consiglieri, preceduti dal mazziere e seguiti dal banditore con dietro le spalle a tracolla lo stemma gentilizio di Susa, rappresentante due torri con attorno le famose parolein flammis probatus amor, che ricordano gli incendi del Barbarossa e la concordia dei Susini nel riedificare la smantellata loro patria.Rullavano i tamburi della guardia nazionale, e indi a poco i militi cittadini si mostravano schierati in bella ordinanza, preceduti dalle musiche, che spandevano liete armonie per le strade e per le piazze frequenti di popolo non pur della città e dei dintorni, ma delle più rimote parti della provincia.II.Susa da gran tempo non avea tanto tripudiato nè per sì bella e nobil cagione, imperocchè in quel giorno ella celebrava il solenne aprimento della strada ferrata, che da Torino mette alle falde delCenisio, e che in appresso, penetrando entro le viscere delle Alpi, si distenderà fra le galliche genti, e cogli alternati benefizi del rapido commercio, stringerà in bel consorzio popoli diversi di stirpe e di favella.La immensa folla, pregustando così fausto avvenire, trae allo scalo, dove si vede da lontano il fumo delle caldaie e s'ode il rumore delle ruote, ripetuto dall'eco delle valli; e già il sibilo della macchina a vapore annunzia l'arrivo delle locomotive.Gli spettatori stanno intenti con religioso silenzio, e, all'apparire del primo carro, prorompono ad una voce:—Evviva il Re! Evviva Vittorio Emanuele!Questo unanime grido suona iterato al mostrarsi del Re, che innanzi ad un altare, fra le benedizioni de' sacerdoti e l'esultanza del popolo, veniva appie' delle Alpi ad iniziare i nuovi trionfi del nostro commercio e dell'industria, ed a provare come fra noi intorno al trono della stirpe sabauda fioriscano ad un tempo le arti della guerra e quelle della pace.—Non si comincia bene se non dal Cielo—sclamò monsignor Vescovo, e intonò preci e benedizioni; e il Re colla destra su l'elsa della spada, vigile custode delle Alpi, aveva allora a' suoi fianchi la rimpianta regina Maria Adelaide, purissimo angelo, che pregava per la reggia e pel popolo.Quei due augusti, prostrati innanzi ad un altare, alle falde del Cenisio, ci ricordavano la contessa Adelaide e Oddone di Savoia, che otto secoli addietro inauguravano lungo la Dora un nuovo ordine d'imperio e di prosperità.III.Ma ecco le ampie arcate dei magazzini dello scalo trasformate in eleganti sale, ornate di arazzi, di verzure e di bandiere tricolori; ecco imbandito uno splendido simposio, a cui siedono i ministri, le autorità e le persone più ragguardevoli del paese e della provincia, deputati e senatori, e gli scrittori de' giornali torinesi; e i fratelli Carlo e Giorgio Henfrey, che impresero adisegnare e condurre con solerzia ed amore la via ferrata, ed ora, colà, quasi in propria casa ospitalmente la festeggiano; e perchè al convito non manchi il sorriso delle grazie, vi ammiri le colte e leggiadre consorti degli ospiti gentili, rose pellegrine d'Albione, rimbellite sotto il cielo d'Italia.Fra squisite vivande e vini generosi il signor Carlo Henfrey dice brevi ed acconce parole: indi sorge a parlare l'egregio intendente barone Tholosano, e in nome dei cittadini ringrazia l'eletta comitiva accorsa ad onorare nella via ferrata un'era novella di prosperità alla provincia di Susa.L'arco di Cesare Ottaviano—la disfatta Brunetta—e la strada ferrata, sono i tre monumenti di cui prende a discorrere e nota con savio accorgimento:«Se il primo di questi monumenti ci ricorda le glorie della conquista romana, il secondo ci fa amaramente risovvenire della gallica riscossa nel passato secolo; e comechè siano gloriosi i nomi di Ottaviano Augusto e di Napoleone I, non potranno col rimbombo della loro fama far tacere i lamenti e le imprecazioni dei popoli percossi e delle desolate provincie: inevitabili conseguenze di ogni guerresca impresa, che non conduca a vera libertà.«Il terzo monumento ricorderà pure un nome augusto; ma questo sonerà benedetto fra le genti per mantenute franchigie, per agevolate comunicazioni e prosperati commerci.«Ruderi e rovine ci rimangono delle passate conquiste: arditi porti, appianate vette e traforati monti testimonieranno ai posteri come dirittamente venisse acclamato padre civile delle sue genti Colui, sotto i cui augusti auspìzi, con liberali instituzioni compievansi opere così utili e stupende».E chiude il suo discorso intonando un brindisi a re Vittorio Emanuele II, brindisi che per le allegre mense viene iterato vivamente, ed allo scrittore di queste pagine inspira versi improvvisi. A sè trasse l'attenzione l'arguto poeta delle Alpi Cozie, Norberto Rosa, il quale, con quella ironia, che gli era familiare, come scandolezzandosi deidiabolicitrovati del secolo, e pigliando argomento dal bue, che infitto negli spiedi a sollazzo e ristorodel popolo cuocevasi su la piazza delle armi, così chiudeva le sue bernesche rime:Oh Re Vittorio!Rifà il cammino,I baffi tàgliati,Metti il codino;Rimanda all'EreboDonde è venutoIl terzo incomodoDello Statuto!Sì, Re Vittorio,T'affida a me,In mezzo secoloIo farò, cheFra noi ritorninoQuelle età sante,Allor che il popoloSchiavo e ignorante,Di questo bufaloChe cuoce arrostoMesso un ereticoAvrebbe al posto!IV.I convitati si levano dalle mense e si accolgono qua e là in capannelli, formando o rinnovando amicizie; e tutti in gioviale compagnia muovono per la città, visitando ed ammirando le reliquie notevoli della sua antichità e le nuove bellezze.Lasciato a sinistra dello scalo il capace ospedale, vegliato dalle Suore di carità, l'illustre drappello volge a destra uno sguardo alla deserta Brunetta senza troppo rammaricarsi della sua caduta, conciossiachè ella fosse ben più baluardo d'Austria che non di Piemonte.Si ferma meravigliando innanzi all'Arco famoso, che, su l'antica via conducente alle Gallie, Marco Giulio Cozio e i popoli da lui governati eressero a Cesare Augusto Ottaviano, quand'egli otto anni prima dell'era cristiana valicava trionfalmente le Alpi.Fatti pochi passi incontra sul pendio d'un poggio le reliquie del palazzo, che fu sede del re Cozio, poi della contessa Adelaide, in ultimo del tribunale della Santa Inquisizione, ed ove ora, nobile palestra della gioventù studiosa, fiorisce il Reale Collegio.Scesa pel verde poggio si avvia la illustre schiera alla cattedrale di S. Giusto, consacrata nel 1028; ove spesso guardai con piacere al quadrangolare bizzarro campanile, alto diciotto trabucchi (51 metri), diviso in sette piani con finestruole ed archi a tutto sesto, retti con capitelli di stile romano. Per una balaustrata di mattoni cotti si gira intorno al settimo piano, che ha trafori e stemmi guasti dal tempo, ed una torricciuola ottangolare in ciascuno de' quattro angoli, con ottangolare corona e guglia corrispondente, sormontata da una croce; e dal mezzo del piano superiore si alza una maggiore guglia coverta di lamine luccicanti colla croce in cima, e dai quattro angoli della balaustrata sporgono quattro teste di strani animali. Quel campanile di forma bizzarra è opera dell'undecimo secolo, ristaurata in tempi a noi vicini.V.Lasciamo il campanile per entrare nel tempio colla nobile compagnia; ed ecco i canonici che ci additano il battistero e un altare, colla scritta:Petrus Lugdunensis me fecit, opere in marmo assai pregiate, e scoprono una preziosa croce d'argento con cesellature storiate, asserendola dono di Carlo Magno. Avvegnachè il Cibrario, il cui giudizio in queste cose è certamente autorevole, la creda posteriore a quell'età, io come poeta accoglierei più volentieri la tradizione de' canonici, considerando che Carlo Magno non poteva alle falde del Cenisio lasciare del suo passaggio più acconcio ricordo di una croce. Il simbolosupremo dell'amore e del martirio egli avrebbe deposto ai piedi del Cristo delle nazioni, di questa Italia locata nel centro di Europa per diffondere su tutti i popoli l'amore nel riso del suo cielo e nella gloria dei suoi monumenti, e per essere rimeritata colla coppa di fiele e la corona di spine.Nella cappella di Sant'Anna ci fanno osservare bellamente dipinta unaSacra Famigliadi scuola raffaellesca, ed in altra cappella, entro una nicchia ci additano inverniciata a colore di bronzo una statua in legno di noce, ammirata per gl'intagli e più ancora perchè in essa si crede rappresentata genuflessa in atto di preghiera, colle palme stese alla croce, Adelaide, comunemente chiamata Contessa di Susa, che inanellata ad Oddone di Savoia, aggiunse a lui ed a' suoi eredi il marchesato di Susa, e preparò un regno che dovea essere tanto glorioso e desiderato fra le genti italiane. Al sommo della nicchia si legge:Questa è Adelaide, cui l'istessa RomaCole, e primo d'Ausonia onor la noma.Le quali parole fanno ricordare il grande ossequio che Adelaide portò a papa Gregorio VII, corrucciata con lo suocero, l'imperadore Arrigo IV; nè ben saprebbesi se più la movessero gli oltraggi fatti da lui alla infelice consorte Berta o le ingiurie da lui inferite alla combattuta Chiesa.VI.Usciti dalla cattedrale si aggirarono per le vie, e chi si fermò ne' portici ad ammirare un bell'affresco della Sacra Sindone, chi considerò la strana vicenda delle umane cose innanzi alla casa con finestroni di gotico stile, già abitata dal cardinaledelle Lancie, ed ora da Norberto Rosa, fiancheggiata da una torre antica su cui sorge la campana del Comune. Parecchi chiedevano dell'antica chiesa a Santa Maria, che per aver sul campanile un bidente, diede credito alla favola che un tempo fossedelubro a Nettuno; nè si passò senza pietosi ricordi innanzi alla cadente chiesa ed all'abbandonato chiostro di S. Francesco, che rammentano il passaggio del Santo di Assisi, e Beatrice, consorte del conte Tommaso, che edificava quel pio ospizio per compiacere al piissimo uomo. Il chiostro fu soppresso nel 1800: la chiesa rimase deserta di frati e di preci, e neanco fu conservato all'attiguo giardino il memorabile cipresso che nel 1214, secondo la tradizione, vi piantava di sua mano il Beato di Assisi.VII.A poco a poco si andò diradando la eletta comitiva, perocchè molti per l'inaugurata via tornavano alle domestiche pareti.Io rimasi coi Susini, e lungo le rive della Dora, a capo d'un ponte, vidi il sole tramontare dietro i gioghi del Cenisio; e mentre la campana d'una vicina chiesetta sonava l'Avemaria, la mia mente saliva fantasticando alle antiche generazioni di Susa, fra lagrime e rovine.Le tenebre della notte mi parevano rotte dalle furie, che agitando le fiaccole infernali per le balze del Cenisio e del Roccamelone illuminavano scene di sterminio e di orrore. Io vedeva giù dalle Alpi calare Annibale, che sfiorava il giardino d'Italia col giuramento d'un odio ostinato, e le sue orde, che se risparmiavano Segusio, non la perdonavano ai Taurini. Non così Fabio Valente, che con quarantamila uomini piomba sovra Susa, abbandonandola al ferro ed alle fiamme. Invano la prostrata città risorge rivestita di nuova gloria; imperocchè Costantino, sdegnato che ella parteggiasse per Massenzio, avventa fuoco alle porte, accosta scale ai torrioni, la percuote, l'arde, e lascia un miserando ammasso di rovine ai Segusini, che non facilmente col resto della cristianità consentiranno al vincitore il titolo di pio e di santo. Costanti nelle avversità, i superstiti riedificano la patria, non sapendo gl'infelici d'apparecchiare nuove vittime ai Goti, ai Franchi ed agli Alemanni, che non piegano a pietà.Oh! vista atroce! All'urto delle macchine belliche scrollano le torri e le mura: sorgono improvviso, fra 'l cozzo delle armi, fiamme voraci, e come lave d'indomito vulcano, coprono l'intera città: le acque della Dora, chiare per solito e luccicanti come argento, vanno tinte e fumanti di sangue: e fra tanto orrore levasi gigante e con barbara gioia un terribile uomo, che nella smodata ambizione potè credersi signore del mondo.È Federico Barbarossa, che, al par di Nerone alle fiamme di Roma che arde, esulta, e con selvaggia fierezza si vendica della magnanima Susa, che, sentendosi italiana non meno delle federate città lombarde, lo aveva costretto a liberare gli statichi che seco traeva d'Italia, e aveva osato contendergli il passo, quand'egli incalzato dai fulmini di Legnano e della Chiesa, fuggiva e ripassava disperatamente le Alpi.VIII.O desolata Susa! io piango su le tue memorie. Fosti illustre e misera, perchè di rado la gloria va scompagnata dalla sventura. Vera fenice delle Alpi, più volte morta e risorta, predata ed arsa dagli avidi stranieri, che da' tuoi gioghi colle armi si apersero la via fra noi, fosti giustamente appellataChiave d'Italia, Porta della guerra.Poche ma eloquenti reliquie ci rimangono dell'antico tuo stato: le lapidi inscritte, che il dotto canonico Sacchetti raccolse nell'atrio del tuo seminario vescovile: le urne sepolcrali in casa dell'onorevole deputato Chiapusso, ed illustrate dal chiarissimo cav. Ponsero: e i due marmorei torsi loricati, memorie di Agrippa e Donno, che furono tanto ammirati dal Canova, e ora sono insigne decoro all'atrio dell'ateneo torinese. Rimane pure la cospicua mole alzata ad Augusto, il marmoreo arco, il quale colle superbe colonne scannellate ai quattro angoli, e i leggiadri capitelli adorni di foglie d'acanto, e la iscrizione latina e la scoltura ritraente un sacrifizio, simbolo di alleanza fra i re delleAlpi e gli imperatori del Campidoglio, mirabilmente ci testimonia l'onore in che le arti erano tenute presso gli antichi Segusini, e fa argomento di quanta eccellenza dovevano essere le terme diocleziane e gli altri monumenti, dispersi non tanto dalla forza del tempo quanto dalla barbarie degli uomini.IX.Stanco di tante visioni andai aggirandomi per le vie e sotto i portici, e una soave musica venne a quietarmi l'animo contristato. Quei suoni uscivano dal palazzo civico, dove il Municipio, per ben finire il giorno sacro al solenne aprimento della strada ferrata, avea con ogni eleganza preparate le sue sale ad una festa da ballo, alla quale col fiore dei cittadini convennero molte ragguardevoli persone dei circostanti paesi. Nelle sale del Municipio alla giocondità della festa associavansi i ricordi della patria come si moveva lo sguardo alle dipinte volte, e intorno alle pareti che rappresentano effigiati i torsi loricati, gli archi e gli uomini insignì, che nelle armi, nelle scienze e nelle arti illustrarono la storia segusina. E se taluno avesse desiderato salutare l'imagine di Susa nel secolo decimosettimo, poteva ammirare la copia d'una pianta, tratta dall'insigne descrizione degli Stati del Duca di Savoia, opera di rara magnificenza, stampata in Amsterdamo nel 1682.Ma in quell'ora più del passato brillava l'età nostra nelle avvenenti donne e negli animosi giovani, che alternavano balli e colloquii soavi; e alle visioni delle furie e delle stragi succedettero nel mio spirito le visioni delle grazie e dell'amore, con cui si chiuse quel giorno memorando in val di Susa, ond'io a ragione dovetti sclamare:Questo giorno non è gravoso incarco,Che tributarie le provincie renda,Che emunga il sangue delle oppresse gentiPer ergere a' superbi i monumenti.Giorno di pace, memorabil giornoPer fermo è questo che di carmi onoro;A quanti vanno, a quanti fan ritornoLungo la Cozia via, pane e lavoroAbbondevol promette, e d'ogn'intornoDi novelle dovizie apre tesoro;E dell'industria i prosperi destiniA voi dà per trïonfo, o Subalpini.X.Il Cenisio.Giorno per me gratissimo fu pur quello in cui salii la prima volta il Moncenisio.Norberto Rosa (14 agosto 1854) in una carrozzetta a tre cavalli cortesemente mi accompagnò alle vette dell'ardua montagna, mentre i primi albori indoravano le rovine della Brunetta e scintillavano nelle acque del torrente Cenisia, che a destra romoreggiava per le valli di Venaus e della Novalesa.Quanto più guadagnavamo della salita, più vivamente ci percoteva l'aria delle Alpi, e un vento del nord fischiando fra le selve dei castagni e dei pini, e sollevando la polvere, scemava la dolcezza che si suole provare nel salire gli alti monti nella stagione estiva. Fra i buffi del vento toccammo diversi villaggi; Giaglione che ricorda scene di fattucchiere, Molaretto che ha ne' suoi macigni una galleria per ricoverare il viaggiatore nelle traversìe del verno, e quello di Bar attergato ad una balza folta di pini silvestri e lieta di due pittoresche cascate di acque.Lungo la via e su per le rupi si vedono in gran numero pilastri di legno e di pietra posti lì ad impedire disastri; e casette di ricovero distinte da numeri, date gratuitamente dal Governo ai cantonieri, con obbligo di dimorarvi con provvigioni, e vegliare alla sicurezza del cammino.XI.Noi sostammo presso quella del nº 6 a contemplare il piano di S. Niccolò, in fondo al quale si scernevano gli spaziosi andirivieni del passo detto laScala, che fra le rocce solcate dal lavoro delle mine mette alla sommità del monte; inoltre sei ordini di allineati pilastri, uno a cavaliere dell'altro per assicurare la via alle carrozze; ed abbondanti acque, che spumeggiando in allegre cascate, per acconce petrose docce giù scendono, imprimendo nell'aria una dolce festività.Quelle acque con dolce mormorio qua e là si perdevano entro bacini di grotticelle, e, dove altri meno immaginava, con vividi getti riuscivano luccicanti fra 'l musco e le piante, quasi lavorii di argento in filigrana fra lo splendore degli smeraldi; ed accolte insieme andavano ad ingrossare la Cenisia, che, precipitando anch'essa in sonante cascata a sinistra dellaScala, scorre alle falde dell'orrida montagna detta ilPalazzo Madama, e varcato il piano di S. Niccolò, abbandona la nostra via per nascondersi nella valle dellaFerriera, e alfine irrigati i campi dellaNovalesa, di sotto alla Brunetta, lasciato il proprio nome, va a mescolarsi nelle acque della Dora.Il Botta dice che le acque della Cenisia sono di colore cinereo; a me invece ed all'amico Norberto parvero così limpide, che ci fecero col Petrarca esclamare:Chiare, fresche e dolci acque!XII.Bella è la vista del piano di S. Niccolò nell'agosto; ma è pur sublime spettacolo nel verno, quando, fattasi muta la gaiezza delle acque scorrenti, le docce si cristallizzano, e le erbe e le piante sembrano morte sotto il peso del gelo.Que' luoghi, verdi ed allegri nell'estate, divengono immenseghiacciaie nel verno; e se avviene che talvolta scenda a consolarle un raggio di sole, le docce lagrimando qualche stilla di acqua accennano un senso di vita, mentre un moto si espande ne' commossi geli, talchè lo diresti il lamento della natura inferma.XIII.Salimmo laScala, e, dopo quattro ore di cammino da Susa, ci trovammo sull'altipiano del Cenisio, che nell'ingresso ha, quasi due sentinelle, i picchi diMichelee diBart, ed è campo di riposo al pellegrino, che viene ivi benignamente accolto nell'ospizio eretto da Napoleone I, in riva d'un laghetto, che ad occidente ha un giro di due miglia, placido per solito, agitato e spumeggiante il dì ch'io lo vidi.Visitammo l'ampio ospizio, dove ci vennero mostrate le stanze che per tre giorni abitò prigioniero il papa Pio VII, e che ricordano eziandio il soggiorno dell'imperatore Bonaparte.Gli alpigiani furono consolati di quell'ospizio, e maravigliarono dell'amplissima via che ai cenni di Bonaparte videro aperta sui loro gioghi; e siccome da prima la credevano impresa non che ardua, impossibile, solevano poscia esclamare con iperboli proprie alla loro indole, che il grand'uomo, il quale avea saputo domare le Alpi, avrebbe un dì cacciato via anche il verno!XIV.Alte giogaie cerchiano il lago e l'ospizio, distinte ciascuna da nome che ne indica la natura o alcuna particolarità.Il tenente Majneri, operoso lombardo colà mandato dal nostro Governo per lavori trigonometrici, m'indicava quei nomi, e stando noi presso l'ospizio:—Guardate, mi diceva, a mezzodì quella giogaia grave di lucide ghiacciaie; è la punta diBart; di là piegando fra meriggio e ponente, s'incontra ilLago bianco, così detto dalla chiarezza delle acque. Quell'altro picco è la punta diMalamet, e nellaparte occidentale, nuda dì alberi ed arida, ci si presenta laRocca bianca, alle cui falde si estende il piano del piccolo Moncenisio, e al nord-ovest vedete la roccia diClerycosì abbondante di camosci, che vi corre il proverbio:Quand sur le Clery il n'y aura plus de chamois,Notre Roi n'aura plus de soldats.Dalla parte nordica i gioghi della Tarantasia ci segnano la via che mette a Lansleborgo, primo paese di Savoia, che s'incontra scendendo laRamassapel versante del Cenisio opposto a quello che salimmo, e piegando al nord-ovest ci si mostrano le roccede Ronche, che vanno ad unirsi allaRocca-Michele, coronata dalle eterne ghiacciaie diLamet.—XV.Fui ben grato al cortese Majneri, mentre in mezzo a quell'orrido anfiteatro di picchi e di geli ci sorridevano liete ore nell'ultimo piano del Cenisio, a 2100 metri sopra il livello del mare; e Norberto Rosa usciva a celebrare le trote del lago con questo bizzarrosonetto:Chi vuol saper quanto può fare il casoNell'accoppiar due disparate teste,Qui del Cenisio sulle algenti cresteVenga, e ben tosto ne sarà persuaso.Vedrà il cantore dalle note mesteChe il Sinaï e il Taborre ebbe a Parnaso;E il segusin che ritentò le pesteDi quel d'Arezzo che cantò del naso.Vedrà il primier, in suo pensiero assorto,Tener sul lago le pupille immote:Immote sì da disgradarne un morto!L'altro, in cerca di grilli e di carote,Correr di qua di là per suo diporto,E più che il lago contemplar le trote!....XVI.Le dolenti visioni di Susa tornarono ad assalirmi, e turbavano la gaiezza di quella compagnia; ond'io sapendo di trovarmi fra due buoni italiani, stretta ad ambidue la destra, non mi tenni dallo sclamare:—O cari fratelli, qui più che altrove ci si rappresenta la comune patria, contristata dagli avidi conquistatori. Oh quante volte da queste Alpi, potenti stranieri con seguito formidabile di armati si affacciarono al giardino d'Italia, e sempre ardenti della libidine di signoria, scesero a disertare le nostre belle contrade!Scendeva Annibale rinnovando il giuramento del padre contro i Romani, ed al valore de' suoi soldati in premio promettendo il sacco delle nostre città. Scendeva Carlo Magno, e benedetto dal pontefice di Roma cacciava d'Italia il Longobardo; cacciava uno straniero per assicurare fra noi il suo dominio: straniero egli più dei Longobardi, che ormai, per lunga dimora, eransi, nella dolcezza del nostro cielo, addomesticati alle nostre usanze. Scendevano nello scorcio del secolo passato eserciti francesi, lusingando i creduli nostri popoli col nome di Repubblica, e promettenti invano alla Italia vivere libero e grandezza nazionale. Nè soltanto di fuori ci vengono i nemici, chè ne abbiamo, e molti, anco fra i nati sotto il nostro cielo. Se togliamo il Piemonte, chi potrebbe anche oggidì rimproverare alViandantedel poeta, se«Ai bei soli, ai bei vignetiContristati dalle lagrimeChe i tiranni fan versar,Ei preferse i tetri abeti,Le sue nebbie ed i perpetuiAquiloni del suo mar?».[13]XVII.Tempriamo queste memorie di sangue e d'inganni con due ricordanze che tornano dolci ad ogni buon Piemontese, come di domestiche liete venture; una festa regia ed una popolare.Il dì 9 novembre, giorno di domenica del 1619, si celebrarono con pubbliche dimostrazioni le nozze di Cristina figlia di Enrico IV re di Francia col principe Vittorio Amedeo di Savoia. Il serenissimo duca Carlo Emanuele, padre di lui, volle che venendo di Francia gli sposi avessero sul Cenisio splendide accoglienze, e perciò vi fu edificato un delizioso palazzo con nove stanze, con portico retto da due colonne e acconce iscrizioni latine.Venuti gli sposi, fu loro dato lo spettacolo di una giostra di cavalieri armati, su le rive del lago, colla quale, raffigurando la resa di Rodi, si volle rappresentare una nobile impresa, da cui trae nominanza la Reale Casa di Savoia. Valeriano Castiglione, istorico dei Reali di Savoia, nella vita del duca Vittorio Amedeo ricorda quella festa nel modo seguente[14]:«A capo del lago un'isoletta formata dalla natura e modellata dall'arte rappresentò quella di Rodi. Questa assalita da finte squadre turchesche in atto di guerra navale, venne difesa da altre di cavalieri pur fintamente condotti dal conte Amedeo di Savoiail Grande. Dopo tal conflitto uscirono alcune truppe di cavalieri a correr la lancia, ed a combattere con lo stocco nel campo d'una vicina pianura. Tutto il buono e tutto il bello d'una regia splendidezza e del fasto umano fu compendiato in quel giorno.«Accompagnò la festa una quiete insolita d'aria con serenità di cielo, in modo che parve cangiata quella regione, sempre orrida, in un abitato soave, sospeso l'impeto de' venti e fatte esuli le procelle per servire alla felicità del passaggio della principessa sposa.»Oltre a quanto ci riferisce il Castiglione, le feste che accompagnarono Madama Reale e il Serenissimo Principe, fra le grida diviva Savoia e Francia, vennero descritte da Carlo Emanuele Roffredo con ingenuo racconto, dirò con P. A. Paravia, ch'ebbe cura di far ristampare laMemoria delle cose d'allegrezza che sono state fattein quella occorrenza.Non meno grata fra gli alpigiani è la memoria della festa celebrata sul Cenisio il dì 13 agosto del 1837. Era la sagra di Santa Cecilia, patrona della musica, donde presero occasione le provincie di Susa e di Savoia a preparare un fratellevole ritrovo con musiche e banchetti. E furono veduti i due popoli di Susa e Lansleborgo, divisi di favella e costumi ma uniti in una speranza, che doveva avverarsi più tardi, confondersi in dimostrazioni di amore presso il lago, sulle vette del Cenisio. Alla quale festa cittadina Norberto Rosa aggiunse quella sempre piacevole delle sue rime.XVIII.Le feste della monarchia e del popolo ricordavamo percorrendo i molti ordini di stanze e i corridoi dell'Ospizio, quando il Padre superiore, che ci è stato largo di cortesie, ci apri un libro, sul quale i viaggiatori sogliono segnare i loro nomi.Nella pagina 14ª, colla data del 2 agosto 1854, si legge:Umberto di Savoia, principe di Savoia.Amedeo di Savoia, duca d'Aosta.Quindi succedono i nomi di due principesse di Savoia e delle persone che accompagnavano i reali principi.Umberto ed Amedeo, questi giovani in cui sono locate le speranze della R. Casa di Savoia e dell'Italia, con patrio senno educati, non ignorano che nella lingua sta molta parte del concetto nazionale, che la gloria avvenire della loro stirpe sta nella grandezza della nostra penisola; e sul Cenisio, dove si parla il francese, scrissero in italiano i loro nomi, lasciando a parecchi del loro seguito l'antica favella di corte.XIX.Ci accommiatammo dal Padre superiore dell'Ospizio, dal lombardo Mayneri e dal piemontese Pacchiotti, colto giovane colà andato a rinvigorire la malferma salute; e risaliti in carrozza, per le chine e fra i pilastri dellascala, risalutammo il piano di S. Niccolò, verde ed armonioso, la bella valle della Novalesa, e selve di pini e di frassini, e frutteti in grande abbondanza, fra i quali aprivasi allo sguardo in tutta la sua pompa la valle inferiore di Susa, che fra due ordini di alti monti, irrigata dalla Dora si prolunga maestosa, mostrandoci a sinistra i gioghi di Frassinere e a destra laSagradi S. Michele, locata sul vertice del Pirchiriano, a perenne benedizione delle alpi Cozie; e nell'estremo orizzonte il colle e la Basilica di Soperga: stupenda veduta!XX.Che mai direbbe, risorto fra noi qualche alpigiano de' secoli scorsi? Egli lasciò il natale Cenisio con intricati e difficili cammini, pieno di pericoli e di paure, ed ora lo rivedrebbe festoso ed agevole ai varchi per l'ampia comoda via, che, iniziata e condotta innanzi dalla mente di Bonaparte, venne compiuta con ogni sollecitudine dal nostro Governo. Senzachè si vanno apprestando altri mezzi acconci ad agevolarne e sempre più accelerarne il passo.Fu chi voleva giovarsi delle acque del lago del Cenisio, e per congegni e forze idrauliche trarre i carri su rotaie dentate con grande celerità, e di questo meccanismo vidi uno schema e un felice sperimento in casa del signor Carlo Henfrey, alla presenza del commendatore Paleocapa, ministro dei lavori pubblici. Altri voleva attenersi a mezzi meno arditi e più sicuri, facendo munire la via di rotaie di ferro per cui più agevolmente scorrerebbero i carri; ma prevalse l'ardito concetto di operare un ampio traforofra Modane e Bardonecchia; e si va eseguendo con grande solerzia.L'alpigiano che non avesse fede nei prodìgi dell'industria, attribuirebbe gli ardimenti dell'intelletto umano a sataniche malìe, che un tempo furono tanto in voce fra i popoli delle Alpi, ed in singolar modo nei dintorni di Giaglione, fra le folte selve dei castagni, i più vantati della provincia.XXI.Il sole tramontava, le ombre delle foreste si distendevano sui villaggi, ed i pini delBosco-nerodall'opposta montagna davano una cupa malinconia, e noi passavamo innanzi a Giaglione, l'antica dimora della Maddalena Rumiana, dove l'amico Norberto, lasciata l'ilarità di che soleva vestire i suoi racconti, prese a narrarmi i casi della miseranda donna.XXII.«Nasceva la Maddalena Rumiana nella valle di Oulx intorno alla metà del secolo decimosesto, e condottasi a Giaglione, non si conosce in qual anno, si maritò ad un tale Rumiano, che, morto, non le lasciò altro retaggio che il nome.Inoltrata negli anni, vedova e povera, traeva la misera vita senza trovare chi la confortasse, perchè in Giaglione era tenuta straniera, ondechè il rozzo popolo la fece segno a scherni ed accuse, e dichiaratala strega, a provarla tale non tardò ad inventare argomenti di ogni sorta.Perlaqualcosa non è maraviglia se le sciagure che travagliavano il villaggio, sia per influenza di atmosfera, sia per altra causa qualunque, fossero tosto attribuite alle sue malìe.Nembi, folgori, gragnuole, carestie, disastri di pastori, mortalità di armenti, i mali della natura e dell'umanità, si dicevano spesso opera de' suoi tremendi scongiuri. Guai se una casa già mezzo scassinata dagli anni cadeva in rovina! tosto se ne accagionavala Maddalena, che alcuni mesi addietro erasi ricoverata sotto la tettoia. E se mai una sposa sconciavasi, si diceva che la infelice, una domenica entrando in chiesa, s'era imbattuta nella maliarda, che l'aveva sinistramente affatturata.Crebbero le calunnie a dismisura, ed i maligni, di cui non è mai penuria, sobillando ed infiammando la moltitudine, trasserla a denunciare Maddalena Rumiana innanzi al Santo Ufficio, siccometenutta per strega et mascha dalla pubblica voce et fama.XXIII.«I padri dell'Inquisizione colsero quest'opportunità per ostentare il loro zelo a gloria della cattolica fede, e tosto ai loro cenni la strega della valle d'Oulx, tolta dall'innocente tugurio, venne imprigionata a Susa, indi tratta innanzi ai padri inquisitori.Dove oggi in Susa è il Collegio degli studi, nel principio del secolo decimosettimo sorgeva il carcere ed il tribunale della santa Inquisizione.Colà fu interrogata la nostra Maddalena, che, innocente come era, negò, e della sua onesta vita richiese a testimonio il proprio parroco, il quale, con coraggio non comune a quei tempi, dichiarò per iscritto come l'accusata fosse donna dabbene e divota, dandone frequenti prove coll'accostarsi ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia.Testimonianze che a nulla valsero; imperocchè gli esaminatori, che volevano ad ogni costo strapparle di bocca ciò che essi chiamavano la verità, le ingiunsero di non perfidiare più oltresub pœna funis. E accoppiando l'ipocrisia colla ferocia, sotto colore di umanità promisero di usar misericordia verso di lei, quando avesse confessato ogni cosa.XXIV.«Confessarsi rea o soffrire la tortura—a così diabolico dilemmapiegavano non di rado uomini vigorosi; pensate dunque se poteva reggere la Maddalena sfinita dagli anni, dalla miseria e dai patimenti della prigione.La tortura era per lei il più terribile de' mali; all'incontro la parolamisericordiasul labbro de' sacerdoti di Cristo era il più dolce dei beni. E fidente in quella evangelica parola, compiacque la innocente alla barbarie degl'inquisitori, e si disse rea dei malefizi tutti di che l'accusavano; però non senza contraddirsi, nell'assegnare il tempo, le persone ed i luoghi: il che ad intemerati giudici sarebbe bastato a dare indizio che le risposte di lei non erano tanto effetto della reità, quanto della violenza che le facevano.Nè soltanto disse vere le accuse, ma dimandata se di altri delitti si sentisse colpevole, la infelice narrò come spesso in compagnia di altre streghe, che tutte nominò, si recasse di notte tempo alRigoletto, ossia al concilio dei diavoli, in una selva del Minareto, o Mollaretto.Narrò che alRigolettosi andava per aria a cavalcioni di un bastoncino unto di un misterioso unguento, e che il bastoncino e l'unguento erano a loro dati dal diavolo.Narrò che calpestato il crocifisso, fu quivi costretta a rinnegare il battesimo e la fede cristiana, la prima volta che andò alRigoletto; e descrisse i balli, i giuochi e le oscene tresche a cui streghe e diavoli si abbandonavano, intantochè un di costoro, seduto sur un tronco d'albero, batteva un tamburo, facendoto, to, to....Insomma ripetè le tante storielle di fattucchierie udite sui monti sino dall'infanzia, e se ne dichiarò rea: e a così assurde e fanciullesche confessioni mostravano di aggiustar fede uomini che dicevansi luce del mondo, ministri della giustizia e sostenitori della religione.Indi ad un mese la Maddalena Rumiana veniva condannata al carcere perpetuo.Questa fu lamisericordiadei padri inquisitori!»XXV.Rimasi sbalordito a tale racconto, comechè la storia dell'Inquisizione sia ricca di simili e peggiori, ed io ne abbia uditi assai in Sicilia.Chiesi a Norberto Rosa donde avesse tratte le notizie del suo racconto, ed egli mi rispose, possedere l'originale processo, che, incominciato nel principio del milleseicento, durò due anni.Tornati a Susa, volli vedere questo curioso processo, e Norberto Rosa mi presentò uno scartafaccio roso dalle tarme, ingiallito dal tempo, scritto in caratteri semigotici, in un gergo curialesco, tra il latino e l'italiano.—Eccolo, mi disse con incisiva ironia, il glorioso monumento della civiltà degli avi!...—XXVI.La Novalesa.Abbastanza toccammo dei tristi casi della Maddalena Rumiana. Andiamo a confortarci l'animo a tre miglia dalla città, in una amena frugifera valle, chiusa fra le Alpi Cozzie e le Graie, colle falde del Rocciamelone al nord-est, e le acque della Cenisia, che in cascate pittoresche biancheggiano su gli erbosi Banchi delle circostanti rupi, e vanno a crescere gli argentei tesori della nostra Dora.Siamo nella valle della Novalesa, dove ridono tre villaggi:Venaus, dal latinovenatio, perchè nei tempi romani era luogo di caccia; laFerriera, i cui gagliardi abitanti un tempo su lettighe trasportavano i viaggiatori dall'altra parte del Moncenisio con istraordinaria forza e coraggio: e laNovalesa, con poco più di mille abitanti, che dà il nome alla valle, e che anticamente fu chiamataNovalicium, cioènova lex,nova lux, perchè santiuomini sino dai primi tempi del cristianesimo diffusero la nuova luce del Vangelo, vivendo fra le rupi nella solitudine e nella preghiera.Diede pure il nome all'antico monastero della regola di S. Benedetto, fondato a breve distanza dal paese in cima d'un poggio nel 726, da Abbone, ricco patrizio di Francia, al quale obbedivano le città di Moriana e di Susa.XXVII.Il Monastero di Novalesa e l'ubertosa valle e i gioghi che le fanno corona, abbondano di antiche leggende, raccolte dalla celebreCronaca novaliciense, scritta in barbaro latino, ma piena di peregrine notizie, pubblicata dal Duchesme e dal Muratori, e in Torino dalla R. Deputazione di storia patria, e volgarizzata ed illustrata in alcuni capitoli da Cesare Balbo.Del cronografo s'ignora il nome e la patria: si rileva però dalla cronaca istessa e dalle osservazioni del cav. Fabrizio Malaspina, ch'egli dimorasse nel Monastero di S. Pietro di Breme.Amo le antiche leggende dei monasteri, imperocchè sotto il rozzo loro involucro io sento le virtù di operosi romiti, la semplicità d'un popolo credente, e l'ingenuo animo del cronografo cenobita.Chi ama le leggende si faccia meco sul Rocciamelone, sul più alto fra i picchi circostanti, a 3492 metri dal livello del mare.«A destra del Monastero (così narra un frammento dellaCronaca novaliciense, tradotto dal Balbo) sta il monte Romuleo, eccelso sopra gli altri monti aderenti. Nel quale dicesi dimorasse già durante l'estate, tratto dalla frescura ed amenità del luogo o del lago Romulo, un certo re sterminatamente grande. Da questo re adunque prende nome il monte, a' piè di cui passa la via a Borgogna. Narra il volgo esserci sopra alcuni generi di fiere che sono pure sul Moncenisio, orsi, ibici, capre ed altre, buone a cacciarsi. Nascevi e scendene per un petroso profondo burrone un torrente, in mezzo a cui, dicesi, chesorga come misto un fonte salato, onde le ibici e le capre e le agnelle domestiche vi corrono per amor del sale, dove mette al piano, e molte vi son prese. Dicesi poi che quando nel detto monte dimorava il detto Romulo, vi adunasse un enorme tesoro; ma nullo che ci abbia voluto salire vi potè mai riuscire.«Ora il vecchio che tante cose di questi luoghi mi narrò già, facevami intendere che egli stesso con un suo compagno chiamato Clemente, essendosi un mattino alzato molto per tempo, e per un cielo serenissimo, presero a salire quanto più presto il monte. Ma sendo già vicini, incominciò il cacume a coprirsi di nubi ed ottenebrarsi; e a poco a poco a crescere l'oscurità e giungere ad essi, ed essi a brancolare colle mani, ed a scamparne a mala pena. Parve loro, dicevano, come se di sopra si buttassero loro pietre; imperciocchè ad altri pure, dicesi, che succedesse il medesimo. Sulla sommità poi, da una parte non trovasi altro che saliunca; dall'altra, dicesi sia un lago di maravigliosa grandezza, con un prato. Il medesimo vecchio poi solea narrare d'un certo cupidissimo marchese nomato Arduino, il quale avendo sovente udito dai villani narrar tali cose, cioè del tesoro ragunato sul monte, e accesone di desiderio, subito comandò ai chierici che seco ne venissero a salire, i quali, tolta la croce e l'acqua benedetta, e cantandoVexilla Regise le litanie, misersi in via; ma prima d'arrivar all'apice del monte, non diversamente dagli altri, con ignominia se ne tornarono.» Fin qui la cronaca al libro XI, cap. V.XXVIII.Il Rocciamelone non solo scuote la immaginativa colle fantastiche leggende, ma tocca il cuore coi sentimenti religiosi, festeggiando addì 5 agosto di ciascun anno la Madonna della Neve.Un antico simulacro di bronzo fatto a modo di tritico con in mezzo la Madonna, custodito nella cattedrale di Susa, in quel giorno viene portato a dosso d'un uomo sulle cime del Rocciamelone,in una cappella di legno, surrogata all'antica cappella scavata nel vivo sasso ed ora coverta di ghiacci.Concorrono in gran popolo i divoti, anco da lontani paesi, ed è spettacolo commovente il vedere quelli della Savoia che con uncini ai piedi e bastoni ferrati attraversano vaste ghiacciaie, stretti a drappelli di quindici o venti, legati gli uni agli altri, con una lunga fune a guisa di catena intorno ai lombi, talchè se ad alcuno di essi avvenisse mai di precipitare, tosto gli altri lo ponno sorreggere. Per tal modo quei pellegrini si assicurano di non cader sommersi ne' crepacci delle ghiacciaie, che, coverte di leggieri strati di gelo, talvolta la state scoppiano con grave pericolo di chi le traversa.La festa del cinque agosto ricorda Bonifacio Roero d'Asti, che nel 1358, presso la vetta del Rocciamelone, faceva nel vivo sasso scavare una cappella, collocandovi il simulacro in bronzo della Vergine, e costruiva un ricovero pei pellegrini, anco ai dì nostri appellato laCasa d'Asti.Con tale pia opera il Roero adempieva il voto fatto, nella schiavitù de' Turchi, alla Madonna, d'innalzarle cioè una cappella sul monte più alto d'Italia, fra quelli di possibile salita, quando mai tornasse a libertà.Nel 1419 Amedeo VIII fece ristaurare la casa di ricovero: Carlo Emanuele II col fiore della sua corte salì quell'altezza per venerare la Santa Vergine il 5 agosto del 1659; e il pio esempio venne imitato dai magnanimi figli del re Carlo Alberto, come attesta una lapide quivi locata.XXIX.Queste pie memorie io raccoglieva nell'autunno del 1854, allorchè la prima volta per un viale di salici, fra 'l mormorio delle acque cadenti e 'l canto de' pastori e dei coloni, saliva il poggio del Monastero della Novalesa.Le cronache lo ricordano coronato di splendore sotto i Carolingi, fra i monasteri che dovevano provvederedona et militiam. CarloMagno, quando venne a prostrare il regno de' Longobardi, vi dimorò parecchi giorni con dimostrazioni di particolare affetto. Suo figlio Ugone si fe' monaco e fu assunto alla dignità di Abate del Monastero; nel quale crebbero a dismisura le ricchezze e i titoli di giurisdizione, e fiorirono uomini segnalati per dottrina e santità.Il monastero toccò la maggiore sua prosperità al sorgere del secolo nono. Ricco e potente, talvolta peccò di cupidigie mondane, e nel 906, predato e distrutto dai Saraceni di Frassineto, giacque miserabile rovina.Risorto sullo scorcio del secolo X, si mantenne in umile condizione sino al 1601, quando nella persona di Antonio Provana rivestì l'antica dignità abbaziale.XXX.Pochi monaci io trovai nel chiostro della Novalesa. Mi strinsi col padre Ilario, pel quale aveva una commendatizia.Padre Ilario era un vecchio monaco di antica stampa: avea abbandonato gli agi dell'opulenta sua casa per associarsi ai solitari delle Alpi, e fedele alla regola di S. Benedetto, vivea nella preghiera e nel lavoro.Il suo nome era in benedizione nella valle. Se ne' paesi vi erano dissidii da quietare, sventure da confortare, il padre Ilario sollecito colle parole del Vangelo andava a portare la concordia, la pace e la speranza; e consolava i poveri di elemosine, e riconciliava i moribondi con Dio, e quando non era chiamato ad opere di cristiana pietà, pregava e lavorava nei campi del monastero.Robusto di membra come di volontà, ora a forza di braccia e di mine mandava in aria un ostinato masso che sporgeva in mezzo ad un campo, ora dissodava una sterile landa: e qui raddrizzava i tralci d'un vigneto, là piantava un mandorlo; qui segnava i solchi alle zolle, là coltivava i rosai e i gelsomini per adornarne gli altari del cenobio.XXXI.Presentata la commendatizia a padre Ilario, lo inchinai riverente, come ne' tempi antichi il pellegrino andava ad inchinare i monaci di Subiaco e di Montecassino, e lo pregai di mostrarmi le cose più degne di attenzione.—Ben volentieri, mi rispose egli cortesemente, ma ben poco troverete da ammirare. Le guerre e le rapine, inseparabili compagne, han guasta ogni cosa.Usciti per un giardino, e salita una china erbosa, visitammo la grotta, dove è tradizione Santo Eldrado, abate del monistero, si raccogliesse ad orare.Entrati nella chiesa del cenobio, ristorata nel 1712 da re Vittorio Amedeo II, ammirammo, fra diversi quadri di poco pregio, laNatività del Signoredel Lemoine, eCristo deposto nel sepolcrodel Blondel; indi passammo nella sagrestia, dove osservammo il bel pastorale con manico di avorio, intagliato di rabeschi, nel secolo duodecimo adoperato da San Pietro primo abate di Tamié, come spiega una pergamena, nella quale io lessi:Ce bâton est bien véritablement le bâton pastoral de Saint-Pierre, premier abbé de Tamié l'an. 1132.Tornati in chiesa, visitammo le reliquie di santo Eldrado. Stanno esse religiosamente conservate in una cassa di legno[15], coverta nei quattro lati da lamine d'argento cesellate, opera d'arte del secolo duodecimo.I lavori a cesello in varii compartimenti rappresentano angeli ed apostoli, Maria Vergine e Cristo benedicente; e ai due capi della cassa sorgono due figure più alte e in maggior rilievo, i santi Pietro ed Eldrado.Le ossa dell'antico abate della Novalesa dormono in pace, protette dalle figure più sublimi del cristianesimo, alle quali, guardando io attentamente, esclamai:—O padre Ilario, conosco anch'io i prodigi di questo santo, che ho letto in diversi libri, e spezialmente in quello del Rochex:La gloire de l'Abbaye de la Novalèse.—E padre Ilario, levando il capo, rispose:—Il secolo indifferente non cura gran fatto questi prodigi, ma ogni onest'uomo dovrà venerare le virtù cristiane, che onorarono la vita del nostro abate Eldrado. Io sempre le venerai, desiderando di finire i miei giorni accanto alle sue ceneri presso la grotta dove soleva pregare, su questo poggio profumato dalle sue memorie. Ma una legge di soppressione, che io rispetterò perchè proposta da legittime autorità, ci minaccia, e ben tosto mi allontanerà da questo chiostro:Fiat voluntas Dei.—XXXII.Così confortandosi nell'aiuto della Provvidenza, mi condusse sul farsi del meriggio dietro le già accennate antiche cappelle, su d'un terrazzo ombreggiato da annose querce, e di lassù godetti incantevole veduta.Io vedeva la valle irrigata della Cenisia, e verso il sud le montagne di Gravere e di Chiomonte folte di selve, e il monte di Giaglione più al basso, e alle sue falde il campanile di Venaus, e udiva il continuo fracasso del fiumicello giù nelle forre delle voragini petrose, e il gemito carezzevole delle cascatelle d'acqua, che, coi nomi particolari diClaretta,Torrente,RoggidoeRivo malo, scorrono come argento fra il verde del Rocciamelone, e ricordano le cascate dell'Aniene sui gioghi tiburtini; e un olezzo dì erbe aromatiche e un'armonia perenne, il bello della natura misto di orrori e di delizie: questa vista m'inebbriava i sensi, e più dolorosa rendeva al vecchio monaco la minacciata dipartenza.XXXIII.Le umane instituzioni invecchiano e si dissolvono, anco le più solenni, quando il concetto divino vien soverchiato dal mondano. Allora a risuscitarle non basta forza d'uomo: solo il potrebbe un miracolo.Ci rimangono talvolta alcuni stupendi esempli del loro stato primitivo per testimoniare alle genti il divino concetto che le creò, ben diverso dal mondano che le corruppe.Padre Ilario era uno di tali esempli, uno di que' monaci che sarebbe stato amatissimo da S. Benedetto. Egli piegò il capo alla legge di soppressione del 29 maggio 1855; e per diversi mesi ancora fu veduto errare per la valle della Novalesa, e piangere e pregare nella grotta dove pianse e pregò santo Eldrado.XXXIV.La Brunetta.Dalle reliquie d'un antico monastero trasportiamoci alle recenti rovine d'una celebrata fortezza, dellaBrunetta, che nel secolo scorso, fra la Cenisia e la Dora, propugnacolo del Piemonte e d'Italia contro i nemici d'oltralpi, su d'un'acconcia giogaia distesa al nord-ovest di Susa, faceva innalzare l'accorto re Carlo Emanuele, commettendone l'incarico al Bertola, uomo espertissimo nell'arte militare.Chi nel descriverla uguaglierà mai lo storico Botta, che giovanetto la vide, maravigliando, in tutta la pompa de' suoi baluardi? Io leggendo la descrizione ch'egli ne fa, innanzi ai frantumi ancora giganteschi di quella fortezza, mi sentii preso d'un sacro entusiasmo, siccome quando in Tivoli presso la villa di Mecenate io leggeva le odi di Orazio, in Siracusa dalle eminenze dell'Epipoli le Verrine di Cicerone, e qualche pagina dellaGerusalemmedel Tasso sulle sponde del Giordano.«Opera affatto romana fu, esclama il Botta; i forestieri la visitavano come maraviglia, e maraviglia era veramente per la grandezza del concetto, per la pazienza degli uomini in farla, per la maestrìa dell'arte, per la fortezza delle opere. Brunetta la chiamarono, e cinta era di otto bastoni. Venne scavata nel vivo sasso: di vivo sasso erano i bastioni e le cortine, di vivo sasso la unica strada, per cui vi si saliva, con cannoniere e feritoie da ogni lato. Vi si scorgevano le ruvide, aspre, scabre e sporgenti schegge del macigno rotto con l'artifizio delle mine. Non so, ma a chi dentro e d'intorno vi si aggirava, qualche cosa d'infernale e di tremendo appariva. Tra quegli spezzati, e quasi direi lacerati macigni, tra le fauci cupe delle vicine valli, tra quelle ombre scure, e quasi direi fatidiche, che di verso occidente, declinando il sole all'occaso, dalle montagne calano, e le sottoposte fondure ingombrano ed abbuiano, tra il romore della veloce Dora e della velocissima Cenisia, tra quell'immenso sipario dell'Alpi, che alla poderosa Francia accenna, tra quell'altezza della Rocciamelone, che quivi vicina a foggia d'altissima torre i monti signoreggia, e porta in cima una cappella dedicata all'umile Vergine, madre di Dio, l'anima s'innalzava, e da questo mondo si separava, piena di spavento, di religione e d'orrore»[16].XXXV.Quali guerre sostenne la Brunetta? Quali vittorie ci apportò? Come finalmente ancora giovine e bella cadde in frantumi?Senza un fatto d'armi che la illustrasse, vergine di sangue umano, dopo soli sessanta anni di vita, nel 1796 cadde al cenno di Napoleone I, che sceso in Italia per altre vie, nella febbre de' suoi trionfi la volle smantellata; e la Sabauda Guardiana delle Alpi dovette piegare all'arbitrio del più forte.Nella piazza d'armi (31 agosto 1855), lasciato a destra il conventodei PP. Cappuccini, e lo scalo della strada ferrata, per un viale di platani trassi alla giogaia su cui giacciono le reliquie della Brunetta. S'incontrano i frantumi del ridotto di Catinat, propugnacolo di poco conto già esistente prima che si costruisse quello della Brunetta: e non del tutto cadute le mura del forte di Santa Maria: e della Brunetta si veggono i solchi delle mine per i tre ordini di bastioni operati nel vivo sasso verso Francia, e prostrate le caserme e i baluardi e l'ospedale di cui rimangono solo in piedi due archi; e del palazzo del governatore una parete in cui è dipinta una meridiana, colla data del 1726. Visitai que' luoghi con dolore; e quando mi trovai fra le macerie della chiesa, anch'essa atterrata, tutto mi vinse il sacro orrore di quelle vaste rovine, reso ancora più solenne dalla cupa vista del selvoso Mompantero, dietro cui giganteggia il Rocciamelone.Il Rana, ingegnere susino, cui venne affidato l'incarico di smantellare quella fortezza, compiè il doloroso uffizio sull'incruenta meraviglia dell'arte militare, e pianse: e Pietro Contrucci, quando ancora le ceneri di Napoleone I dormivano sotto il salice di Sant'Elena, colla seguente patetica epigrafe fece parlare la rovinata Brunetta:IL VIGILE GVARDIANO DELLE ALPIPOSE ME TORREGGIANTE SV QVESTO MASSO.EBBI VITA BREVE E IMMACOLATA DAL SANGVE.NAPOLEONEA VILIPENDIO MAGGIORE DEI CONQVISTATIME VOLLE DIVELTAPER I NIPOTI DEI MIEI AVTORI.AMBI SIAM NVDE MEMORIE CON DIVERSA FAMA.VN SALICE APPENA ADDITALA TOMBA DEL GVERRIERO.AMPIE ROVINEIL LOCO OVE IO SORSI SVPERBAXXXVI.Le Gorgie.Lasciando le rovine della Brunetta, scesi nella via che mette al Cenisio, e presso il ponte di S. Rocco, torcendo a destra per un breve declivio, entrai nelleGorgie, amenissimo luogo di campagna, giustamente vantato dai Susini.Lungo la riva sinistra della Dora si distende un pergolato, nel cui fondo vidi una peschiera in erboso piano ombreggiato da un castagno, e grotticelle incavate nel masso, e salici curvati sulla Dora che sbocca dalle vicine rupi, e le acque del Chiauri che, derivate dagli alti monti di Giaglione, con bella cascata giù scendono dal fianco della montagna adiacente, spandendo una cara armonia intorno alla casa del cav. Galassi, reliquia della grande armata; il quale, accogliendomi in una stanza di quel suo eden dedicata alla memoria del re Carlo Alberto, mi additò in dodici quadri rappresentate le vicende del magnanimo ed infelice nostro monarca. La temperatura è così mite in quel luogo riparato dai venti aquilonari, che insieme col frassino e col castagno cresce rigoglioso l'ulivo; e quasi direbbesi che nel verno colà vada a rifuggirsi la primavera.Chi ne' giorni sereni sul farsi del meriggio andrà a visitare le Gorgie, vedrà la luce del sole, riflessa nelle cadenti acque del Chiauri, dispiegarsi in leggiadra iride e colorare l'eden del Galassi. Quivi l'animo stanco di piangere sulle rovine dei monasteri e dei castelli, e sulle traversie dei popoli, vede sfavillante in quell'iride una speranza, la quale annunziando una gloria superna che non perisce mai, scende a consolare le umane sciagure.
SUSA E SUOI DINTORNI
La Strada Ferrata
Le campane della vecchia cattedrale di S. Giusto squillavano a festa (22 maggio 1854), e Monsignor Vescovo in abito pontificale usciva di chiesa, circondato dai canonici del Capitolo e con lungo seguito di cherici e divoti.
Suonava a distesa la campana del Comune, e dal palazzo civico movevano il sindaco e i consiglieri, preceduti dal mazziere e seguiti dal banditore con dietro le spalle a tracolla lo stemma gentilizio di Susa, rappresentante due torri con attorno le famose parolein flammis probatus amor, che ricordano gli incendi del Barbarossa e la concordia dei Susini nel riedificare la smantellata loro patria.
Rullavano i tamburi della guardia nazionale, e indi a poco i militi cittadini si mostravano schierati in bella ordinanza, preceduti dalle musiche, che spandevano liete armonie per le strade e per le piazze frequenti di popolo non pur della città e dei dintorni, ma delle più rimote parti della provincia.
Susa da gran tempo non avea tanto tripudiato nè per sì bella e nobil cagione, imperocchè in quel giorno ella celebrava il solenne aprimento della strada ferrata, che da Torino mette alle falde delCenisio, e che in appresso, penetrando entro le viscere delle Alpi, si distenderà fra le galliche genti, e cogli alternati benefizi del rapido commercio, stringerà in bel consorzio popoli diversi di stirpe e di favella.
La immensa folla, pregustando così fausto avvenire, trae allo scalo, dove si vede da lontano il fumo delle caldaie e s'ode il rumore delle ruote, ripetuto dall'eco delle valli; e già il sibilo della macchina a vapore annunzia l'arrivo delle locomotive.
Gli spettatori stanno intenti con religioso silenzio, e, all'apparire del primo carro, prorompono ad una voce:—Evviva il Re! Evviva Vittorio Emanuele!Questo unanime grido suona iterato al mostrarsi del Re, che innanzi ad un altare, fra le benedizioni de' sacerdoti e l'esultanza del popolo, veniva appie' delle Alpi ad iniziare i nuovi trionfi del nostro commercio e dell'industria, ed a provare come fra noi intorno al trono della stirpe sabauda fioriscano ad un tempo le arti della guerra e quelle della pace.
—Non si comincia bene se non dal Cielo—sclamò monsignor Vescovo, e intonò preci e benedizioni; e il Re colla destra su l'elsa della spada, vigile custode delle Alpi, aveva allora a' suoi fianchi la rimpianta regina Maria Adelaide, purissimo angelo, che pregava per la reggia e pel popolo.
Quei due augusti, prostrati innanzi ad un altare, alle falde del Cenisio, ci ricordavano la contessa Adelaide e Oddone di Savoia, che otto secoli addietro inauguravano lungo la Dora un nuovo ordine d'imperio e di prosperità.
Ma ecco le ampie arcate dei magazzini dello scalo trasformate in eleganti sale, ornate di arazzi, di verzure e di bandiere tricolori; ecco imbandito uno splendido simposio, a cui siedono i ministri, le autorità e le persone più ragguardevoli del paese e della provincia, deputati e senatori, e gli scrittori de' giornali torinesi; e i fratelli Carlo e Giorgio Henfrey, che impresero adisegnare e condurre con solerzia ed amore la via ferrata, ed ora, colà, quasi in propria casa ospitalmente la festeggiano; e perchè al convito non manchi il sorriso delle grazie, vi ammiri le colte e leggiadre consorti degli ospiti gentili, rose pellegrine d'Albione, rimbellite sotto il cielo d'Italia.
Fra squisite vivande e vini generosi il signor Carlo Henfrey dice brevi ed acconce parole: indi sorge a parlare l'egregio intendente barone Tholosano, e in nome dei cittadini ringrazia l'eletta comitiva accorsa ad onorare nella via ferrata un'era novella di prosperità alla provincia di Susa.
L'arco di Cesare Ottaviano—la disfatta Brunetta—e la strada ferrata, sono i tre monumenti di cui prende a discorrere e nota con savio accorgimento:
«Se il primo di questi monumenti ci ricorda le glorie della conquista romana, il secondo ci fa amaramente risovvenire della gallica riscossa nel passato secolo; e comechè siano gloriosi i nomi di Ottaviano Augusto e di Napoleone I, non potranno col rimbombo della loro fama far tacere i lamenti e le imprecazioni dei popoli percossi e delle desolate provincie: inevitabili conseguenze di ogni guerresca impresa, che non conduca a vera libertà.
«Il terzo monumento ricorderà pure un nome augusto; ma questo sonerà benedetto fra le genti per mantenute franchigie, per agevolate comunicazioni e prosperati commerci.
«Ruderi e rovine ci rimangono delle passate conquiste: arditi porti, appianate vette e traforati monti testimonieranno ai posteri come dirittamente venisse acclamato padre civile delle sue genti Colui, sotto i cui augusti auspìzi, con liberali instituzioni compievansi opere così utili e stupende».
E chiude il suo discorso intonando un brindisi a re Vittorio Emanuele II, brindisi che per le allegre mense viene iterato vivamente, ed allo scrittore di queste pagine inspira versi improvvisi. A sè trasse l'attenzione l'arguto poeta delle Alpi Cozie, Norberto Rosa, il quale, con quella ironia, che gli era familiare, come scandolezzandosi deidiabolicitrovati del secolo, e pigliando argomento dal bue, che infitto negli spiedi a sollazzo e ristorodel popolo cuocevasi su la piazza delle armi, così chiudeva le sue bernesche rime:
Oh Re Vittorio!Rifà il cammino,I baffi tàgliati,Metti il codino;
Rimanda all'EreboDonde è venutoIl terzo incomodoDello Statuto!
Sì, Re Vittorio,T'affida a me,In mezzo secoloIo farò, che
Fra noi ritorninoQuelle età sante,Allor che il popoloSchiavo e ignorante,
Di questo bufaloChe cuoce arrostoMesso un ereticoAvrebbe al posto!
I convitati si levano dalle mense e si accolgono qua e là in capannelli, formando o rinnovando amicizie; e tutti in gioviale compagnia muovono per la città, visitando ed ammirando le reliquie notevoli della sua antichità e le nuove bellezze.
Lasciato a sinistra dello scalo il capace ospedale, vegliato dalle Suore di carità, l'illustre drappello volge a destra uno sguardo alla deserta Brunetta senza troppo rammaricarsi della sua caduta, conciossiachè ella fosse ben più baluardo d'Austria che non di Piemonte.
Si ferma meravigliando innanzi all'Arco famoso, che, su l'antica via conducente alle Gallie, Marco Giulio Cozio e i popoli da lui governati eressero a Cesare Augusto Ottaviano, quand'egli otto anni prima dell'era cristiana valicava trionfalmente le Alpi.
Fatti pochi passi incontra sul pendio d'un poggio le reliquie del palazzo, che fu sede del re Cozio, poi della contessa Adelaide, in ultimo del tribunale della Santa Inquisizione, ed ove ora, nobile palestra della gioventù studiosa, fiorisce il Reale Collegio.
Scesa pel verde poggio si avvia la illustre schiera alla cattedrale di S. Giusto, consacrata nel 1028; ove spesso guardai con piacere al quadrangolare bizzarro campanile, alto diciotto trabucchi (51 metri), diviso in sette piani con finestruole ed archi a tutto sesto, retti con capitelli di stile romano. Per una balaustrata di mattoni cotti si gira intorno al settimo piano, che ha trafori e stemmi guasti dal tempo, ed una torricciuola ottangolare in ciascuno de' quattro angoli, con ottangolare corona e guglia corrispondente, sormontata da una croce; e dal mezzo del piano superiore si alza una maggiore guglia coverta di lamine luccicanti colla croce in cima, e dai quattro angoli della balaustrata sporgono quattro teste di strani animali. Quel campanile di forma bizzarra è opera dell'undecimo secolo, ristaurata in tempi a noi vicini.
Lasciamo il campanile per entrare nel tempio colla nobile compagnia; ed ecco i canonici che ci additano il battistero e un altare, colla scritta:Petrus Lugdunensis me fecit, opere in marmo assai pregiate, e scoprono una preziosa croce d'argento con cesellature storiate, asserendola dono di Carlo Magno. Avvegnachè il Cibrario, il cui giudizio in queste cose è certamente autorevole, la creda posteriore a quell'età, io come poeta accoglierei più volentieri la tradizione de' canonici, considerando che Carlo Magno non poteva alle falde del Cenisio lasciare del suo passaggio più acconcio ricordo di una croce. Il simbolosupremo dell'amore e del martirio egli avrebbe deposto ai piedi del Cristo delle nazioni, di questa Italia locata nel centro di Europa per diffondere su tutti i popoli l'amore nel riso del suo cielo e nella gloria dei suoi monumenti, e per essere rimeritata colla coppa di fiele e la corona di spine.
Nella cappella di Sant'Anna ci fanno osservare bellamente dipinta unaSacra Famigliadi scuola raffaellesca, ed in altra cappella, entro una nicchia ci additano inverniciata a colore di bronzo una statua in legno di noce, ammirata per gl'intagli e più ancora perchè in essa si crede rappresentata genuflessa in atto di preghiera, colle palme stese alla croce, Adelaide, comunemente chiamata Contessa di Susa, che inanellata ad Oddone di Savoia, aggiunse a lui ed a' suoi eredi il marchesato di Susa, e preparò un regno che dovea essere tanto glorioso e desiderato fra le genti italiane. Al sommo della nicchia si legge:
Questa è Adelaide, cui l'istessa RomaCole, e primo d'Ausonia onor la noma.
Le quali parole fanno ricordare il grande ossequio che Adelaide portò a papa Gregorio VII, corrucciata con lo suocero, l'imperadore Arrigo IV; nè ben saprebbesi se più la movessero gli oltraggi fatti da lui alla infelice consorte Berta o le ingiurie da lui inferite alla combattuta Chiesa.
Usciti dalla cattedrale si aggirarono per le vie, e chi si fermò ne' portici ad ammirare un bell'affresco della Sacra Sindone, chi considerò la strana vicenda delle umane cose innanzi alla casa con finestroni di gotico stile, già abitata dal cardinaledelle Lancie, ed ora da Norberto Rosa, fiancheggiata da una torre antica su cui sorge la campana del Comune. Parecchi chiedevano dell'antica chiesa a Santa Maria, che per aver sul campanile un bidente, diede credito alla favola che un tempo fossedelubro a Nettuno; nè si passò senza pietosi ricordi innanzi alla cadente chiesa ed all'abbandonato chiostro di S. Francesco, che rammentano il passaggio del Santo di Assisi, e Beatrice, consorte del conte Tommaso, che edificava quel pio ospizio per compiacere al piissimo uomo. Il chiostro fu soppresso nel 1800: la chiesa rimase deserta di frati e di preci, e neanco fu conservato all'attiguo giardino il memorabile cipresso che nel 1214, secondo la tradizione, vi piantava di sua mano il Beato di Assisi.
A poco a poco si andò diradando la eletta comitiva, perocchè molti per l'inaugurata via tornavano alle domestiche pareti.
Io rimasi coi Susini, e lungo le rive della Dora, a capo d'un ponte, vidi il sole tramontare dietro i gioghi del Cenisio; e mentre la campana d'una vicina chiesetta sonava l'Avemaria, la mia mente saliva fantasticando alle antiche generazioni di Susa, fra lagrime e rovine.
Le tenebre della notte mi parevano rotte dalle furie, che agitando le fiaccole infernali per le balze del Cenisio e del Roccamelone illuminavano scene di sterminio e di orrore. Io vedeva giù dalle Alpi calare Annibale, che sfiorava il giardino d'Italia col giuramento d'un odio ostinato, e le sue orde, che se risparmiavano Segusio, non la perdonavano ai Taurini. Non così Fabio Valente, che con quarantamila uomini piomba sovra Susa, abbandonandola al ferro ed alle fiamme. Invano la prostrata città risorge rivestita di nuova gloria; imperocchè Costantino, sdegnato che ella parteggiasse per Massenzio, avventa fuoco alle porte, accosta scale ai torrioni, la percuote, l'arde, e lascia un miserando ammasso di rovine ai Segusini, che non facilmente col resto della cristianità consentiranno al vincitore il titolo di pio e di santo. Costanti nelle avversità, i superstiti riedificano la patria, non sapendo gl'infelici d'apparecchiare nuove vittime ai Goti, ai Franchi ed agli Alemanni, che non piegano a pietà.
Oh! vista atroce! All'urto delle macchine belliche scrollano le torri e le mura: sorgono improvviso, fra 'l cozzo delle armi, fiamme voraci, e come lave d'indomito vulcano, coprono l'intera città: le acque della Dora, chiare per solito e luccicanti come argento, vanno tinte e fumanti di sangue: e fra tanto orrore levasi gigante e con barbara gioia un terribile uomo, che nella smodata ambizione potè credersi signore del mondo.
È Federico Barbarossa, che, al par di Nerone alle fiamme di Roma che arde, esulta, e con selvaggia fierezza si vendica della magnanima Susa, che, sentendosi italiana non meno delle federate città lombarde, lo aveva costretto a liberare gli statichi che seco traeva d'Italia, e aveva osato contendergli il passo, quand'egli incalzato dai fulmini di Legnano e della Chiesa, fuggiva e ripassava disperatamente le Alpi.
O desolata Susa! io piango su le tue memorie. Fosti illustre e misera, perchè di rado la gloria va scompagnata dalla sventura. Vera fenice delle Alpi, più volte morta e risorta, predata ed arsa dagli avidi stranieri, che da' tuoi gioghi colle armi si apersero la via fra noi, fosti giustamente appellataChiave d'Italia, Porta della guerra.
Poche ma eloquenti reliquie ci rimangono dell'antico tuo stato: le lapidi inscritte, che il dotto canonico Sacchetti raccolse nell'atrio del tuo seminario vescovile: le urne sepolcrali in casa dell'onorevole deputato Chiapusso, ed illustrate dal chiarissimo cav. Ponsero: e i due marmorei torsi loricati, memorie di Agrippa e Donno, che furono tanto ammirati dal Canova, e ora sono insigne decoro all'atrio dell'ateneo torinese. Rimane pure la cospicua mole alzata ad Augusto, il marmoreo arco, il quale colle superbe colonne scannellate ai quattro angoli, e i leggiadri capitelli adorni di foglie d'acanto, e la iscrizione latina e la scoltura ritraente un sacrifizio, simbolo di alleanza fra i re delleAlpi e gli imperatori del Campidoglio, mirabilmente ci testimonia l'onore in che le arti erano tenute presso gli antichi Segusini, e fa argomento di quanta eccellenza dovevano essere le terme diocleziane e gli altri monumenti, dispersi non tanto dalla forza del tempo quanto dalla barbarie degli uomini.
Stanco di tante visioni andai aggirandomi per le vie e sotto i portici, e una soave musica venne a quietarmi l'animo contristato. Quei suoni uscivano dal palazzo civico, dove il Municipio, per ben finire il giorno sacro al solenne aprimento della strada ferrata, avea con ogni eleganza preparate le sue sale ad una festa da ballo, alla quale col fiore dei cittadini convennero molte ragguardevoli persone dei circostanti paesi. Nelle sale del Municipio alla giocondità della festa associavansi i ricordi della patria come si moveva lo sguardo alle dipinte volte, e intorno alle pareti che rappresentano effigiati i torsi loricati, gli archi e gli uomini insignì, che nelle armi, nelle scienze e nelle arti illustrarono la storia segusina. E se taluno avesse desiderato salutare l'imagine di Susa nel secolo decimosettimo, poteva ammirare la copia d'una pianta, tratta dall'insigne descrizione degli Stati del Duca di Savoia, opera di rara magnificenza, stampata in Amsterdamo nel 1682.
Ma in quell'ora più del passato brillava l'età nostra nelle avvenenti donne e negli animosi giovani, che alternavano balli e colloquii soavi; e alle visioni delle furie e delle stragi succedettero nel mio spirito le visioni delle grazie e dell'amore, con cui si chiuse quel giorno memorando in val di Susa, ond'io a ragione dovetti sclamare:
Questo giorno non è gravoso incarco,Che tributarie le provincie renda,Che emunga il sangue delle oppresse gentiPer ergere a' superbi i monumenti.
Giorno di pace, memorabil giornoPer fermo è questo che di carmi onoro;A quanti vanno, a quanti fan ritornoLungo la Cozia via, pane e lavoroAbbondevol promette, e d'ogn'intornoDi novelle dovizie apre tesoro;E dell'industria i prosperi destiniA voi dà per trïonfo, o Subalpini.
Il Cenisio.
Giorno per me gratissimo fu pur quello in cui salii la prima volta il Moncenisio.
Norberto Rosa (14 agosto 1854) in una carrozzetta a tre cavalli cortesemente mi accompagnò alle vette dell'ardua montagna, mentre i primi albori indoravano le rovine della Brunetta e scintillavano nelle acque del torrente Cenisia, che a destra romoreggiava per le valli di Venaus e della Novalesa.
Quanto più guadagnavamo della salita, più vivamente ci percoteva l'aria delle Alpi, e un vento del nord fischiando fra le selve dei castagni e dei pini, e sollevando la polvere, scemava la dolcezza che si suole provare nel salire gli alti monti nella stagione estiva. Fra i buffi del vento toccammo diversi villaggi; Giaglione che ricorda scene di fattucchiere, Molaretto che ha ne' suoi macigni una galleria per ricoverare il viaggiatore nelle traversìe del verno, e quello di Bar attergato ad una balza folta di pini silvestri e lieta di due pittoresche cascate di acque.
Lungo la via e su per le rupi si vedono in gran numero pilastri di legno e di pietra posti lì ad impedire disastri; e casette di ricovero distinte da numeri, date gratuitamente dal Governo ai cantonieri, con obbligo di dimorarvi con provvigioni, e vegliare alla sicurezza del cammino.
Noi sostammo presso quella del nº 6 a contemplare il piano di S. Niccolò, in fondo al quale si scernevano gli spaziosi andirivieni del passo detto laScala, che fra le rocce solcate dal lavoro delle mine mette alla sommità del monte; inoltre sei ordini di allineati pilastri, uno a cavaliere dell'altro per assicurare la via alle carrozze; ed abbondanti acque, che spumeggiando in allegre cascate, per acconce petrose docce giù scendono, imprimendo nell'aria una dolce festività.
Quelle acque con dolce mormorio qua e là si perdevano entro bacini di grotticelle, e, dove altri meno immaginava, con vividi getti riuscivano luccicanti fra 'l musco e le piante, quasi lavorii di argento in filigrana fra lo splendore degli smeraldi; ed accolte insieme andavano ad ingrossare la Cenisia, che, precipitando anch'essa in sonante cascata a sinistra dellaScala, scorre alle falde dell'orrida montagna detta ilPalazzo Madama, e varcato il piano di S. Niccolò, abbandona la nostra via per nascondersi nella valle dellaFerriera, e alfine irrigati i campi dellaNovalesa, di sotto alla Brunetta, lasciato il proprio nome, va a mescolarsi nelle acque della Dora.
Il Botta dice che le acque della Cenisia sono di colore cinereo; a me invece ed all'amico Norberto parvero così limpide, che ci fecero col Petrarca esclamare:
Chiare, fresche e dolci acque!
Bella è la vista del piano di S. Niccolò nell'agosto; ma è pur sublime spettacolo nel verno, quando, fattasi muta la gaiezza delle acque scorrenti, le docce si cristallizzano, e le erbe e le piante sembrano morte sotto il peso del gelo.
Que' luoghi, verdi ed allegri nell'estate, divengono immenseghiacciaie nel verno; e se avviene che talvolta scenda a consolarle un raggio di sole, le docce lagrimando qualche stilla di acqua accennano un senso di vita, mentre un moto si espande ne' commossi geli, talchè lo diresti il lamento della natura inferma.
Salimmo laScala, e, dopo quattro ore di cammino da Susa, ci trovammo sull'altipiano del Cenisio, che nell'ingresso ha, quasi due sentinelle, i picchi diMichelee diBart, ed è campo di riposo al pellegrino, che viene ivi benignamente accolto nell'ospizio eretto da Napoleone I, in riva d'un laghetto, che ad occidente ha un giro di due miglia, placido per solito, agitato e spumeggiante il dì ch'io lo vidi.
Visitammo l'ampio ospizio, dove ci vennero mostrate le stanze che per tre giorni abitò prigioniero il papa Pio VII, e che ricordano eziandio il soggiorno dell'imperatore Bonaparte.
Gli alpigiani furono consolati di quell'ospizio, e maravigliarono dell'amplissima via che ai cenni di Bonaparte videro aperta sui loro gioghi; e siccome da prima la credevano impresa non che ardua, impossibile, solevano poscia esclamare con iperboli proprie alla loro indole, che il grand'uomo, il quale avea saputo domare le Alpi, avrebbe un dì cacciato via anche il verno!
Alte giogaie cerchiano il lago e l'ospizio, distinte ciascuna da nome che ne indica la natura o alcuna particolarità.
Il tenente Majneri, operoso lombardo colà mandato dal nostro Governo per lavori trigonometrici, m'indicava quei nomi, e stando noi presso l'ospizio:
—Guardate, mi diceva, a mezzodì quella giogaia grave di lucide ghiacciaie; è la punta diBart; di là piegando fra meriggio e ponente, s'incontra ilLago bianco, così detto dalla chiarezza delle acque. Quell'altro picco è la punta diMalamet, e nellaparte occidentale, nuda dì alberi ed arida, ci si presenta laRocca bianca, alle cui falde si estende il piano del piccolo Moncenisio, e al nord-ovest vedete la roccia diClerycosì abbondante di camosci, che vi corre il proverbio:
Quand sur le Clery il n'y aura plus de chamois,Notre Roi n'aura plus de soldats.
Dalla parte nordica i gioghi della Tarantasia ci segnano la via che mette a Lansleborgo, primo paese di Savoia, che s'incontra scendendo laRamassapel versante del Cenisio opposto a quello che salimmo, e piegando al nord-ovest ci si mostrano le roccede Ronche, che vanno ad unirsi allaRocca-Michele, coronata dalle eterne ghiacciaie diLamet.—
Fui ben grato al cortese Majneri, mentre in mezzo a quell'orrido anfiteatro di picchi e di geli ci sorridevano liete ore nell'ultimo piano del Cenisio, a 2100 metri sopra il livello del mare; e Norberto Rosa usciva a celebrare le trote del lago con questo bizzarrosonetto:
Chi vuol saper quanto può fare il casoNell'accoppiar due disparate teste,Qui del Cenisio sulle algenti cresteVenga, e ben tosto ne sarà persuaso.
Vedrà il cantore dalle note mesteChe il Sinaï e il Taborre ebbe a Parnaso;E il segusin che ritentò le pesteDi quel d'Arezzo che cantò del naso.
Vedrà il primier, in suo pensiero assorto,Tener sul lago le pupille immote:Immote sì da disgradarne un morto!
L'altro, in cerca di grilli e di carote,Correr di qua di là per suo diporto,E più che il lago contemplar le trote!....
Le dolenti visioni di Susa tornarono ad assalirmi, e turbavano la gaiezza di quella compagnia; ond'io sapendo di trovarmi fra due buoni italiani, stretta ad ambidue la destra, non mi tenni dallo sclamare:—O cari fratelli, qui più che altrove ci si rappresenta la comune patria, contristata dagli avidi conquistatori. Oh quante volte da queste Alpi, potenti stranieri con seguito formidabile di armati si affacciarono al giardino d'Italia, e sempre ardenti della libidine di signoria, scesero a disertare le nostre belle contrade!
Scendeva Annibale rinnovando il giuramento del padre contro i Romani, ed al valore de' suoi soldati in premio promettendo il sacco delle nostre città. Scendeva Carlo Magno, e benedetto dal pontefice di Roma cacciava d'Italia il Longobardo; cacciava uno straniero per assicurare fra noi il suo dominio: straniero egli più dei Longobardi, che ormai, per lunga dimora, eransi, nella dolcezza del nostro cielo, addomesticati alle nostre usanze. Scendevano nello scorcio del secolo passato eserciti francesi, lusingando i creduli nostri popoli col nome di Repubblica, e promettenti invano alla Italia vivere libero e grandezza nazionale. Nè soltanto di fuori ci vengono i nemici, chè ne abbiamo, e molti, anco fra i nati sotto il nostro cielo. Se togliamo il Piemonte, chi potrebbe anche oggidì rimproverare alViandantedel poeta, se
«Ai bei soli, ai bei vignetiContristati dalle lagrimeChe i tiranni fan versar,Ei preferse i tetri abeti,Le sue nebbie ed i perpetuiAquiloni del suo mar?».[13]
Tempriamo queste memorie di sangue e d'inganni con due ricordanze che tornano dolci ad ogni buon Piemontese, come di domestiche liete venture; una festa regia ed una popolare.
Il dì 9 novembre, giorno di domenica del 1619, si celebrarono con pubbliche dimostrazioni le nozze di Cristina figlia di Enrico IV re di Francia col principe Vittorio Amedeo di Savoia. Il serenissimo duca Carlo Emanuele, padre di lui, volle che venendo di Francia gli sposi avessero sul Cenisio splendide accoglienze, e perciò vi fu edificato un delizioso palazzo con nove stanze, con portico retto da due colonne e acconce iscrizioni latine.
Venuti gli sposi, fu loro dato lo spettacolo di una giostra di cavalieri armati, su le rive del lago, colla quale, raffigurando la resa di Rodi, si volle rappresentare una nobile impresa, da cui trae nominanza la Reale Casa di Savoia. Valeriano Castiglione, istorico dei Reali di Savoia, nella vita del duca Vittorio Amedeo ricorda quella festa nel modo seguente[14]:
«A capo del lago un'isoletta formata dalla natura e modellata dall'arte rappresentò quella di Rodi. Questa assalita da finte squadre turchesche in atto di guerra navale, venne difesa da altre di cavalieri pur fintamente condotti dal conte Amedeo di Savoiail Grande. Dopo tal conflitto uscirono alcune truppe di cavalieri a correr la lancia, ed a combattere con lo stocco nel campo d'una vicina pianura. Tutto il buono e tutto il bello d'una regia splendidezza e del fasto umano fu compendiato in quel giorno.
«Accompagnò la festa una quiete insolita d'aria con serenità di cielo, in modo che parve cangiata quella regione, sempre orrida, in un abitato soave, sospeso l'impeto de' venti e fatte esuli le procelle per servire alla felicità del passaggio della principessa sposa.»
Oltre a quanto ci riferisce il Castiglione, le feste che accompagnarono Madama Reale e il Serenissimo Principe, fra le grida diviva Savoia e Francia, vennero descritte da Carlo Emanuele Roffredo con ingenuo racconto, dirò con P. A. Paravia, ch'ebbe cura di far ristampare laMemoria delle cose d'allegrezza che sono state fattein quella occorrenza.
Non meno grata fra gli alpigiani è la memoria della festa celebrata sul Cenisio il dì 13 agosto del 1837. Era la sagra di Santa Cecilia, patrona della musica, donde presero occasione le provincie di Susa e di Savoia a preparare un fratellevole ritrovo con musiche e banchetti. E furono veduti i due popoli di Susa e Lansleborgo, divisi di favella e costumi ma uniti in una speranza, che doveva avverarsi più tardi, confondersi in dimostrazioni di amore presso il lago, sulle vette del Cenisio. Alla quale festa cittadina Norberto Rosa aggiunse quella sempre piacevole delle sue rime.
Le feste della monarchia e del popolo ricordavamo percorrendo i molti ordini di stanze e i corridoi dell'Ospizio, quando il Padre superiore, che ci è stato largo di cortesie, ci apri un libro, sul quale i viaggiatori sogliono segnare i loro nomi.
Nella pagina 14ª, colla data del 2 agosto 1854, si legge:
Umberto di Savoia, principe di Savoia.
Amedeo di Savoia, duca d'Aosta.
Quindi succedono i nomi di due principesse di Savoia e delle persone che accompagnavano i reali principi.
Umberto ed Amedeo, questi giovani in cui sono locate le speranze della R. Casa di Savoia e dell'Italia, con patrio senno educati, non ignorano che nella lingua sta molta parte del concetto nazionale, che la gloria avvenire della loro stirpe sta nella grandezza della nostra penisola; e sul Cenisio, dove si parla il francese, scrissero in italiano i loro nomi, lasciando a parecchi del loro seguito l'antica favella di corte.
Ci accommiatammo dal Padre superiore dell'Ospizio, dal lombardo Mayneri e dal piemontese Pacchiotti, colto giovane colà andato a rinvigorire la malferma salute; e risaliti in carrozza, per le chine e fra i pilastri dellascala, risalutammo il piano di S. Niccolò, verde ed armonioso, la bella valle della Novalesa, e selve di pini e di frassini, e frutteti in grande abbondanza, fra i quali aprivasi allo sguardo in tutta la sua pompa la valle inferiore di Susa, che fra due ordini di alti monti, irrigata dalla Dora si prolunga maestosa, mostrandoci a sinistra i gioghi di Frassinere e a destra laSagradi S. Michele, locata sul vertice del Pirchiriano, a perenne benedizione delle alpi Cozie; e nell'estremo orizzonte il colle e la Basilica di Soperga: stupenda veduta!
Che mai direbbe, risorto fra noi qualche alpigiano de' secoli scorsi? Egli lasciò il natale Cenisio con intricati e difficili cammini, pieno di pericoli e di paure, ed ora lo rivedrebbe festoso ed agevole ai varchi per l'ampia comoda via, che, iniziata e condotta innanzi dalla mente di Bonaparte, venne compiuta con ogni sollecitudine dal nostro Governo. Senzachè si vanno apprestando altri mezzi acconci ad agevolarne e sempre più accelerarne il passo.
Fu chi voleva giovarsi delle acque del lago del Cenisio, e per congegni e forze idrauliche trarre i carri su rotaie dentate con grande celerità, e di questo meccanismo vidi uno schema e un felice sperimento in casa del signor Carlo Henfrey, alla presenza del commendatore Paleocapa, ministro dei lavori pubblici. Altri voleva attenersi a mezzi meno arditi e più sicuri, facendo munire la via di rotaie di ferro per cui più agevolmente scorrerebbero i carri; ma prevalse l'ardito concetto di operare un ampio traforofra Modane e Bardonecchia; e si va eseguendo con grande solerzia.
L'alpigiano che non avesse fede nei prodìgi dell'industria, attribuirebbe gli ardimenti dell'intelletto umano a sataniche malìe, che un tempo furono tanto in voce fra i popoli delle Alpi, ed in singolar modo nei dintorni di Giaglione, fra le folte selve dei castagni, i più vantati della provincia.
Il sole tramontava, le ombre delle foreste si distendevano sui villaggi, ed i pini delBosco-nerodall'opposta montagna davano una cupa malinconia, e noi passavamo innanzi a Giaglione, l'antica dimora della Maddalena Rumiana, dove l'amico Norberto, lasciata l'ilarità di che soleva vestire i suoi racconti, prese a narrarmi i casi della miseranda donna.
«Nasceva la Maddalena Rumiana nella valle di Oulx intorno alla metà del secolo decimosesto, e condottasi a Giaglione, non si conosce in qual anno, si maritò ad un tale Rumiano, che, morto, non le lasciò altro retaggio che il nome.
Inoltrata negli anni, vedova e povera, traeva la misera vita senza trovare chi la confortasse, perchè in Giaglione era tenuta straniera, ondechè il rozzo popolo la fece segno a scherni ed accuse, e dichiaratala strega, a provarla tale non tardò ad inventare argomenti di ogni sorta.
Perlaqualcosa non è maraviglia se le sciagure che travagliavano il villaggio, sia per influenza di atmosfera, sia per altra causa qualunque, fossero tosto attribuite alle sue malìe.
Nembi, folgori, gragnuole, carestie, disastri di pastori, mortalità di armenti, i mali della natura e dell'umanità, si dicevano spesso opera de' suoi tremendi scongiuri. Guai se una casa già mezzo scassinata dagli anni cadeva in rovina! tosto se ne accagionavala Maddalena, che alcuni mesi addietro erasi ricoverata sotto la tettoia. E se mai una sposa sconciavasi, si diceva che la infelice, una domenica entrando in chiesa, s'era imbattuta nella maliarda, che l'aveva sinistramente affatturata.
Crebbero le calunnie a dismisura, ed i maligni, di cui non è mai penuria, sobillando ed infiammando la moltitudine, trasserla a denunciare Maddalena Rumiana innanzi al Santo Ufficio, siccometenutta per strega et mascha dalla pubblica voce et fama.
«I padri dell'Inquisizione colsero quest'opportunità per ostentare il loro zelo a gloria della cattolica fede, e tosto ai loro cenni la strega della valle d'Oulx, tolta dall'innocente tugurio, venne imprigionata a Susa, indi tratta innanzi ai padri inquisitori.
Dove oggi in Susa è il Collegio degli studi, nel principio del secolo decimosettimo sorgeva il carcere ed il tribunale della santa Inquisizione.
Colà fu interrogata la nostra Maddalena, che, innocente come era, negò, e della sua onesta vita richiese a testimonio il proprio parroco, il quale, con coraggio non comune a quei tempi, dichiarò per iscritto come l'accusata fosse donna dabbene e divota, dandone frequenti prove coll'accostarsi ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia.
Testimonianze che a nulla valsero; imperocchè gli esaminatori, che volevano ad ogni costo strapparle di bocca ciò che essi chiamavano la verità, le ingiunsero di non perfidiare più oltresub pœna funis. E accoppiando l'ipocrisia colla ferocia, sotto colore di umanità promisero di usar misericordia verso di lei, quando avesse confessato ogni cosa.
«Confessarsi rea o soffrire la tortura—a così diabolico dilemmapiegavano non di rado uomini vigorosi; pensate dunque se poteva reggere la Maddalena sfinita dagli anni, dalla miseria e dai patimenti della prigione.
La tortura era per lei il più terribile de' mali; all'incontro la parolamisericordiasul labbro de' sacerdoti di Cristo era il più dolce dei beni. E fidente in quella evangelica parola, compiacque la innocente alla barbarie degl'inquisitori, e si disse rea dei malefizi tutti di che l'accusavano; però non senza contraddirsi, nell'assegnare il tempo, le persone ed i luoghi: il che ad intemerati giudici sarebbe bastato a dare indizio che le risposte di lei non erano tanto effetto della reità, quanto della violenza che le facevano.
Nè soltanto disse vere le accuse, ma dimandata se di altri delitti si sentisse colpevole, la infelice narrò come spesso in compagnia di altre streghe, che tutte nominò, si recasse di notte tempo alRigoletto, ossia al concilio dei diavoli, in una selva del Minareto, o Mollaretto.
Narrò che alRigolettosi andava per aria a cavalcioni di un bastoncino unto di un misterioso unguento, e che il bastoncino e l'unguento erano a loro dati dal diavolo.
Narrò che calpestato il crocifisso, fu quivi costretta a rinnegare il battesimo e la fede cristiana, la prima volta che andò alRigoletto; e descrisse i balli, i giuochi e le oscene tresche a cui streghe e diavoli si abbandonavano, intantochè un di costoro, seduto sur un tronco d'albero, batteva un tamburo, facendoto, to, to....
Insomma ripetè le tante storielle di fattucchierie udite sui monti sino dall'infanzia, e se ne dichiarò rea: e a così assurde e fanciullesche confessioni mostravano di aggiustar fede uomini che dicevansi luce del mondo, ministri della giustizia e sostenitori della religione.
Indi ad un mese la Maddalena Rumiana veniva condannata al carcere perpetuo.
Questa fu lamisericordiadei padri inquisitori!»
Rimasi sbalordito a tale racconto, comechè la storia dell'Inquisizione sia ricca di simili e peggiori, ed io ne abbia uditi assai in Sicilia.
Chiesi a Norberto Rosa donde avesse tratte le notizie del suo racconto, ed egli mi rispose, possedere l'originale processo, che, incominciato nel principio del milleseicento, durò due anni.
Tornati a Susa, volli vedere questo curioso processo, e Norberto Rosa mi presentò uno scartafaccio roso dalle tarme, ingiallito dal tempo, scritto in caratteri semigotici, in un gergo curialesco, tra il latino e l'italiano.
—Eccolo, mi disse con incisiva ironia, il glorioso monumento della civiltà degli avi!...—
La Novalesa.
Abbastanza toccammo dei tristi casi della Maddalena Rumiana. Andiamo a confortarci l'animo a tre miglia dalla città, in una amena frugifera valle, chiusa fra le Alpi Cozzie e le Graie, colle falde del Rocciamelone al nord-est, e le acque della Cenisia, che in cascate pittoresche biancheggiano su gli erbosi Banchi delle circostanti rupi, e vanno a crescere gli argentei tesori della nostra Dora.
Siamo nella valle della Novalesa, dove ridono tre villaggi:Venaus, dal latinovenatio, perchè nei tempi romani era luogo di caccia; laFerriera, i cui gagliardi abitanti un tempo su lettighe trasportavano i viaggiatori dall'altra parte del Moncenisio con istraordinaria forza e coraggio: e laNovalesa, con poco più di mille abitanti, che dà il nome alla valle, e che anticamente fu chiamataNovalicium, cioènova lex,nova lux, perchè santiuomini sino dai primi tempi del cristianesimo diffusero la nuova luce del Vangelo, vivendo fra le rupi nella solitudine e nella preghiera.
Diede pure il nome all'antico monastero della regola di S. Benedetto, fondato a breve distanza dal paese in cima d'un poggio nel 726, da Abbone, ricco patrizio di Francia, al quale obbedivano le città di Moriana e di Susa.
Il Monastero di Novalesa e l'ubertosa valle e i gioghi che le fanno corona, abbondano di antiche leggende, raccolte dalla celebreCronaca novaliciense, scritta in barbaro latino, ma piena di peregrine notizie, pubblicata dal Duchesme e dal Muratori, e in Torino dalla R. Deputazione di storia patria, e volgarizzata ed illustrata in alcuni capitoli da Cesare Balbo.
Del cronografo s'ignora il nome e la patria: si rileva però dalla cronaca istessa e dalle osservazioni del cav. Fabrizio Malaspina, ch'egli dimorasse nel Monastero di S. Pietro di Breme.
Amo le antiche leggende dei monasteri, imperocchè sotto il rozzo loro involucro io sento le virtù di operosi romiti, la semplicità d'un popolo credente, e l'ingenuo animo del cronografo cenobita.
Chi ama le leggende si faccia meco sul Rocciamelone, sul più alto fra i picchi circostanti, a 3492 metri dal livello del mare.
«A destra del Monastero (così narra un frammento dellaCronaca novaliciense, tradotto dal Balbo) sta il monte Romuleo, eccelso sopra gli altri monti aderenti. Nel quale dicesi dimorasse già durante l'estate, tratto dalla frescura ed amenità del luogo o del lago Romulo, un certo re sterminatamente grande. Da questo re adunque prende nome il monte, a' piè di cui passa la via a Borgogna. Narra il volgo esserci sopra alcuni generi di fiere che sono pure sul Moncenisio, orsi, ibici, capre ed altre, buone a cacciarsi. Nascevi e scendene per un petroso profondo burrone un torrente, in mezzo a cui, dicesi, chesorga come misto un fonte salato, onde le ibici e le capre e le agnelle domestiche vi corrono per amor del sale, dove mette al piano, e molte vi son prese. Dicesi poi che quando nel detto monte dimorava il detto Romulo, vi adunasse un enorme tesoro; ma nullo che ci abbia voluto salire vi potè mai riuscire.
«Ora il vecchio che tante cose di questi luoghi mi narrò già, facevami intendere che egli stesso con un suo compagno chiamato Clemente, essendosi un mattino alzato molto per tempo, e per un cielo serenissimo, presero a salire quanto più presto il monte. Ma sendo già vicini, incominciò il cacume a coprirsi di nubi ed ottenebrarsi; e a poco a poco a crescere l'oscurità e giungere ad essi, ed essi a brancolare colle mani, ed a scamparne a mala pena. Parve loro, dicevano, come se di sopra si buttassero loro pietre; imperciocchè ad altri pure, dicesi, che succedesse il medesimo. Sulla sommità poi, da una parte non trovasi altro che saliunca; dall'altra, dicesi sia un lago di maravigliosa grandezza, con un prato. Il medesimo vecchio poi solea narrare d'un certo cupidissimo marchese nomato Arduino, il quale avendo sovente udito dai villani narrar tali cose, cioè del tesoro ragunato sul monte, e accesone di desiderio, subito comandò ai chierici che seco ne venissero a salire, i quali, tolta la croce e l'acqua benedetta, e cantandoVexilla Regise le litanie, misersi in via; ma prima d'arrivar all'apice del monte, non diversamente dagli altri, con ignominia se ne tornarono.» Fin qui la cronaca al libro XI, cap. V.
Il Rocciamelone non solo scuote la immaginativa colle fantastiche leggende, ma tocca il cuore coi sentimenti religiosi, festeggiando addì 5 agosto di ciascun anno la Madonna della Neve.
Un antico simulacro di bronzo fatto a modo di tritico con in mezzo la Madonna, custodito nella cattedrale di Susa, in quel giorno viene portato a dosso d'un uomo sulle cime del Rocciamelone,in una cappella di legno, surrogata all'antica cappella scavata nel vivo sasso ed ora coverta di ghiacci.
Concorrono in gran popolo i divoti, anco da lontani paesi, ed è spettacolo commovente il vedere quelli della Savoia che con uncini ai piedi e bastoni ferrati attraversano vaste ghiacciaie, stretti a drappelli di quindici o venti, legati gli uni agli altri, con una lunga fune a guisa di catena intorno ai lombi, talchè se ad alcuno di essi avvenisse mai di precipitare, tosto gli altri lo ponno sorreggere. Per tal modo quei pellegrini si assicurano di non cader sommersi ne' crepacci delle ghiacciaie, che, coverte di leggieri strati di gelo, talvolta la state scoppiano con grave pericolo di chi le traversa.
La festa del cinque agosto ricorda Bonifacio Roero d'Asti, che nel 1358, presso la vetta del Rocciamelone, faceva nel vivo sasso scavare una cappella, collocandovi il simulacro in bronzo della Vergine, e costruiva un ricovero pei pellegrini, anco ai dì nostri appellato laCasa d'Asti.
Con tale pia opera il Roero adempieva il voto fatto, nella schiavitù de' Turchi, alla Madonna, d'innalzarle cioè una cappella sul monte più alto d'Italia, fra quelli di possibile salita, quando mai tornasse a libertà.
Nel 1419 Amedeo VIII fece ristaurare la casa di ricovero: Carlo Emanuele II col fiore della sua corte salì quell'altezza per venerare la Santa Vergine il 5 agosto del 1659; e il pio esempio venne imitato dai magnanimi figli del re Carlo Alberto, come attesta una lapide quivi locata.
Queste pie memorie io raccoglieva nell'autunno del 1854, allorchè la prima volta per un viale di salici, fra 'l mormorio delle acque cadenti e 'l canto de' pastori e dei coloni, saliva il poggio del Monastero della Novalesa.
Le cronache lo ricordano coronato di splendore sotto i Carolingi, fra i monasteri che dovevano provvederedona et militiam. CarloMagno, quando venne a prostrare il regno de' Longobardi, vi dimorò parecchi giorni con dimostrazioni di particolare affetto. Suo figlio Ugone si fe' monaco e fu assunto alla dignità di Abate del Monastero; nel quale crebbero a dismisura le ricchezze e i titoli di giurisdizione, e fiorirono uomini segnalati per dottrina e santità.
Il monastero toccò la maggiore sua prosperità al sorgere del secolo nono. Ricco e potente, talvolta peccò di cupidigie mondane, e nel 906, predato e distrutto dai Saraceni di Frassineto, giacque miserabile rovina.
Risorto sullo scorcio del secolo X, si mantenne in umile condizione sino al 1601, quando nella persona di Antonio Provana rivestì l'antica dignità abbaziale.
Pochi monaci io trovai nel chiostro della Novalesa. Mi strinsi col padre Ilario, pel quale aveva una commendatizia.
Padre Ilario era un vecchio monaco di antica stampa: avea abbandonato gli agi dell'opulenta sua casa per associarsi ai solitari delle Alpi, e fedele alla regola di S. Benedetto, vivea nella preghiera e nel lavoro.
Il suo nome era in benedizione nella valle. Se ne' paesi vi erano dissidii da quietare, sventure da confortare, il padre Ilario sollecito colle parole del Vangelo andava a portare la concordia, la pace e la speranza; e consolava i poveri di elemosine, e riconciliava i moribondi con Dio, e quando non era chiamato ad opere di cristiana pietà, pregava e lavorava nei campi del monastero.
Robusto di membra come di volontà, ora a forza di braccia e di mine mandava in aria un ostinato masso che sporgeva in mezzo ad un campo, ora dissodava una sterile landa: e qui raddrizzava i tralci d'un vigneto, là piantava un mandorlo; qui segnava i solchi alle zolle, là coltivava i rosai e i gelsomini per adornarne gli altari del cenobio.
Presentata la commendatizia a padre Ilario, lo inchinai riverente, come ne' tempi antichi il pellegrino andava ad inchinare i monaci di Subiaco e di Montecassino, e lo pregai di mostrarmi le cose più degne di attenzione.
—Ben volentieri, mi rispose egli cortesemente, ma ben poco troverete da ammirare. Le guerre e le rapine, inseparabili compagne, han guasta ogni cosa.
Usciti per un giardino, e salita una china erbosa, visitammo la grotta, dove è tradizione Santo Eldrado, abate del monistero, si raccogliesse ad orare.
Entrati nella chiesa del cenobio, ristorata nel 1712 da re Vittorio Amedeo II, ammirammo, fra diversi quadri di poco pregio, laNatività del Signoredel Lemoine, eCristo deposto nel sepolcrodel Blondel; indi passammo nella sagrestia, dove osservammo il bel pastorale con manico di avorio, intagliato di rabeschi, nel secolo duodecimo adoperato da San Pietro primo abate di Tamié, come spiega una pergamena, nella quale io lessi:Ce bâton est bien véritablement le bâton pastoral de Saint-Pierre, premier abbé de Tamié l'an. 1132.
Tornati in chiesa, visitammo le reliquie di santo Eldrado. Stanno esse religiosamente conservate in una cassa di legno[15], coverta nei quattro lati da lamine d'argento cesellate, opera d'arte del secolo duodecimo.
I lavori a cesello in varii compartimenti rappresentano angeli ed apostoli, Maria Vergine e Cristo benedicente; e ai due capi della cassa sorgono due figure più alte e in maggior rilievo, i santi Pietro ed Eldrado.
Le ossa dell'antico abate della Novalesa dormono in pace, protette dalle figure più sublimi del cristianesimo, alle quali, guardando io attentamente, esclamai:
—O padre Ilario, conosco anch'io i prodigi di questo santo, che ho letto in diversi libri, e spezialmente in quello del Rochex:La gloire de l'Abbaye de la Novalèse.—
E padre Ilario, levando il capo, rispose:
—Il secolo indifferente non cura gran fatto questi prodigi, ma ogni onest'uomo dovrà venerare le virtù cristiane, che onorarono la vita del nostro abate Eldrado. Io sempre le venerai, desiderando di finire i miei giorni accanto alle sue ceneri presso la grotta dove soleva pregare, su questo poggio profumato dalle sue memorie. Ma una legge di soppressione, che io rispetterò perchè proposta da legittime autorità, ci minaccia, e ben tosto mi allontanerà da questo chiostro:Fiat voluntas Dei.—
Così confortandosi nell'aiuto della Provvidenza, mi condusse sul farsi del meriggio dietro le già accennate antiche cappelle, su d'un terrazzo ombreggiato da annose querce, e di lassù godetti incantevole veduta.
Io vedeva la valle irrigata della Cenisia, e verso il sud le montagne di Gravere e di Chiomonte folte di selve, e il monte di Giaglione più al basso, e alle sue falde il campanile di Venaus, e udiva il continuo fracasso del fiumicello giù nelle forre delle voragini petrose, e il gemito carezzevole delle cascatelle d'acqua, che, coi nomi particolari diClaretta,Torrente,RoggidoeRivo malo, scorrono come argento fra il verde del Rocciamelone, e ricordano le cascate dell'Aniene sui gioghi tiburtini; e un olezzo dì erbe aromatiche e un'armonia perenne, il bello della natura misto di orrori e di delizie: questa vista m'inebbriava i sensi, e più dolorosa rendeva al vecchio monaco la minacciata dipartenza.
Le umane instituzioni invecchiano e si dissolvono, anco le più solenni, quando il concetto divino vien soverchiato dal mondano. Allora a risuscitarle non basta forza d'uomo: solo il potrebbe un miracolo.
Ci rimangono talvolta alcuni stupendi esempli del loro stato primitivo per testimoniare alle genti il divino concetto che le creò, ben diverso dal mondano che le corruppe.
Padre Ilario era uno di tali esempli, uno di que' monaci che sarebbe stato amatissimo da S. Benedetto. Egli piegò il capo alla legge di soppressione del 29 maggio 1855; e per diversi mesi ancora fu veduto errare per la valle della Novalesa, e piangere e pregare nella grotta dove pianse e pregò santo Eldrado.
La Brunetta.
Dalle reliquie d'un antico monastero trasportiamoci alle recenti rovine d'una celebrata fortezza, dellaBrunetta, che nel secolo scorso, fra la Cenisia e la Dora, propugnacolo del Piemonte e d'Italia contro i nemici d'oltralpi, su d'un'acconcia giogaia distesa al nord-ovest di Susa, faceva innalzare l'accorto re Carlo Emanuele, commettendone l'incarico al Bertola, uomo espertissimo nell'arte militare.
Chi nel descriverla uguaglierà mai lo storico Botta, che giovanetto la vide, maravigliando, in tutta la pompa de' suoi baluardi? Io leggendo la descrizione ch'egli ne fa, innanzi ai frantumi ancora giganteschi di quella fortezza, mi sentii preso d'un sacro entusiasmo, siccome quando in Tivoli presso la villa di Mecenate io leggeva le odi di Orazio, in Siracusa dalle eminenze dell'Epipoli le Verrine di Cicerone, e qualche pagina dellaGerusalemmedel Tasso sulle sponde del Giordano.
«Opera affatto romana fu, esclama il Botta; i forestieri la visitavano come maraviglia, e maraviglia era veramente per la grandezza del concetto, per la pazienza degli uomini in farla, per la maestrìa dell'arte, per la fortezza delle opere. Brunetta la chiamarono, e cinta era di otto bastoni. Venne scavata nel vivo sasso: di vivo sasso erano i bastioni e le cortine, di vivo sasso la unica strada, per cui vi si saliva, con cannoniere e feritoie da ogni lato. Vi si scorgevano le ruvide, aspre, scabre e sporgenti schegge del macigno rotto con l'artifizio delle mine. Non so, ma a chi dentro e d'intorno vi si aggirava, qualche cosa d'infernale e di tremendo appariva. Tra quegli spezzati, e quasi direi lacerati macigni, tra le fauci cupe delle vicine valli, tra quelle ombre scure, e quasi direi fatidiche, che di verso occidente, declinando il sole all'occaso, dalle montagne calano, e le sottoposte fondure ingombrano ed abbuiano, tra il romore della veloce Dora e della velocissima Cenisia, tra quell'immenso sipario dell'Alpi, che alla poderosa Francia accenna, tra quell'altezza della Rocciamelone, che quivi vicina a foggia d'altissima torre i monti signoreggia, e porta in cima una cappella dedicata all'umile Vergine, madre di Dio, l'anima s'innalzava, e da questo mondo si separava, piena di spavento, di religione e d'orrore»[16].
Quali guerre sostenne la Brunetta? Quali vittorie ci apportò? Come finalmente ancora giovine e bella cadde in frantumi?
Senza un fatto d'armi che la illustrasse, vergine di sangue umano, dopo soli sessanta anni di vita, nel 1796 cadde al cenno di Napoleone I, che sceso in Italia per altre vie, nella febbre de' suoi trionfi la volle smantellata; e la Sabauda Guardiana delle Alpi dovette piegare all'arbitrio del più forte.
Nella piazza d'armi (31 agosto 1855), lasciato a destra il conventodei PP. Cappuccini, e lo scalo della strada ferrata, per un viale di platani trassi alla giogaia su cui giacciono le reliquie della Brunetta. S'incontrano i frantumi del ridotto di Catinat, propugnacolo di poco conto già esistente prima che si costruisse quello della Brunetta: e non del tutto cadute le mura del forte di Santa Maria: e della Brunetta si veggono i solchi delle mine per i tre ordini di bastioni operati nel vivo sasso verso Francia, e prostrate le caserme e i baluardi e l'ospedale di cui rimangono solo in piedi due archi; e del palazzo del governatore una parete in cui è dipinta una meridiana, colla data del 1726. Visitai que' luoghi con dolore; e quando mi trovai fra le macerie della chiesa, anch'essa atterrata, tutto mi vinse il sacro orrore di quelle vaste rovine, reso ancora più solenne dalla cupa vista del selvoso Mompantero, dietro cui giganteggia il Rocciamelone.
Il Rana, ingegnere susino, cui venne affidato l'incarico di smantellare quella fortezza, compiè il doloroso uffizio sull'incruenta meraviglia dell'arte militare, e pianse: e Pietro Contrucci, quando ancora le ceneri di Napoleone I dormivano sotto il salice di Sant'Elena, colla seguente patetica epigrafe fece parlare la rovinata Brunetta:
IL VIGILE GVARDIANO DELLE ALPIPOSE ME TORREGGIANTE SV QVESTO MASSO.EBBI VITA BREVE E IMMACOLATA DAL SANGVE.NAPOLEONEA VILIPENDIO MAGGIORE DEI CONQVISTATIME VOLLE DIVELTAPER I NIPOTI DEI MIEI AVTORI.AMBI SIAM NVDE MEMORIE CON DIVERSA FAMA.VN SALICE APPENA ADDITALA TOMBA DEL GVERRIERO.AMPIE ROVINEIL LOCO OVE IO SORSI SVPERBA
Le Gorgie.
Lasciando le rovine della Brunetta, scesi nella via che mette al Cenisio, e presso il ponte di S. Rocco, torcendo a destra per un breve declivio, entrai nelleGorgie, amenissimo luogo di campagna, giustamente vantato dai Susini.
Lungo la riva sinistra della Dora si distende un pergolato, nel cui fondo vidi una peschiera in erboso piano ombreggiato da un castagno, e grotticelle incavate nel masso, e salici curvati sulla Dora che sbocca dalle vicine rupi, e le acque del Chiauri che, derivate dagli alti monti di Giaglione, con bella cascata giù scendono dal fianco della montagna adiacente, spandendo una cara armonia intorno alla casa del cav. Galassi, reliquia della grande armata; il quale, accogliendomi in una stanza di quel suo eden dedicata alla memoria del re Carlo Alberto, mi additò in dodici quadri rappresentate le vicende del magnanimo ed infelice nostro monarca. La temperatura è così mite in quel luogo riparato dai venti aquilonari, che insieme col frassino e col castagno cresce rigoglioso l'ulivo; e quasi direbbesi che nel verno colà vada a rifuggirsi la primavera.
Chi ne' giorni sereni sul farsi del meriggio andrà a visitare le Gorgie, vedrà la luce del sole, riflessa nelle cadenti acque del Chiauri, dispiegarsi in leggiadra iride e colorare l'eden del Galassi. Quivi l'animo stanco di piangere sulle rovine dei monasteri e dei castelli, e sulle traversie dei popoli, vede sfavillante in quell'iride una speranza, la quale annunziando una gloria superna che non perisce mai, scende a consolare le umane sciagure.